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Storia
Fede, storia, arte. Sono tre termini che scandiscono il cammino della Chiesa. Sono il contenuto del ricco patrimonio che anche la nostra Diocesi ha ereditato dal passato e intende conservare e valorizzare per consegnarlo intatto alle generazioni che verranno.
La fede, che ha in Cristo la propria sorgente e misura, investendo la totalità della vita umana nelle sue molteplici espressioni, ha fortemente influenzato la storia, ha ispirato nel tempo il pensiero e il sapere dell'uomo, ha determinato comportamenti personali e sociali, ha orientato modelli e scelte, ha creato cultura. Sebbene questa, intesa in senso lato, sia il risultato di molteplici fattori ed influssi e si formi lungo percorsi articolati e complessi, non si può non riconoscere che la nostra cultura e la nostra storia hanno nel cristianesimo e nella fede uno dei pilastri fondamentali e caratterizzanti. Di questo rapporto ed influsso abbiamo innumerevoli prove non solo nel cuore delle persone conquistate dall'amore di Dio, ma anche nella letteratura, nell'arte e nell'architettura. Non c'è ambito della vita comunitaria e spazio geografico che non portino i segni indelebili - ora chiari, ora più sbiaditi - di tutto ciò.
Il recupero della memoria prima che curiosità intellettuale o godimento estetico di fronte ai segni dell'ingegno umano, è esigenza dell'anima, è anelito d'infinito.
E' altrettanto opportuno, allora, che lungo i percorsi dell'arte e dell'architettura sacra sparsi nel territorio della Diocesi ozierese i pellegrini riscoprano l'afflato ideale e spirituale che li ha ispirati, siano portati a respirare l'aria corroborante del trascendente, gustino l'inscindibile legame tra il bello e il vero, sentano il richiamo degli alti traguardi posti da Dio alla sua creatura.
CENNI STORICI DELLA DIOCESI DI OZIERI
Il quattrocento rappresenta per la storia della popolazione sarda un momento di particolare difficoltà. Decine di centri abitati scompaiono dalla geografia isolana e alcune città si riducono a modesti villaggi.
Anche le civitates vescovili di Castro e Bisarcio durante il periodo giudicale sono quasi disabitate. I Vescovi, generalmente non sardi, quando vengono a visitare le loro diocesi preferiscono alloggiare non nella sede vescovile ma in qualche centro più importante. Così quello di Castro risiede a Bono e quello di Bisarcio a Ozieri: e in entrambi questi centri è rimasto fino ad oggi un rione chiamato Piscobìa (Episcopio).
Verso la fine del secolo anche altre sedi vescovili si trovavano in condizioni simili, per cui si provvide ad una riorganizzazione delle circoscrizioni ecclesiastiche. Nel 1503 si ebbe la soppressione di varie sedi o l’unione di esse ad altre: Castro e Bisarcio furono unite alla già esistente diocesi di Ottana per formare la nuova diocesi di Alghero, nonostante le vibrate proteste del clero e della popolazione.
Tali proteste, mai sopite, diventarono alla fine de Settecento tanto insistenti che Ozieri, erede di Bisarcio e centro più importante delle due regioni, ottenne nel 1803 la sospirata autonomia diventando sede vescovile della nuova diocesi, comprendente quasi esattamente i territori delle due antiche diocesi, il Monteacuto e il Goceano.
Per chi voglia conoscere meglio le memorie del passato e le realtà presenti di queste due zone da un punto di vista religioso ed artistico primo e più importante itinerario sarà sempre quello delle tre chiese più importanti, Ardara, Bisarcio e Castro.
I - NOSTRA SIGNORA DI CASTRO (OSCHIRI)
Sulla strada che da Olbia portava a Turris Lybissonis, aperta dai romani per scopi principalmente militari, in alcuni punti venne costruito un accampamento di maggior rilievo, un castrum. Fra gli altri, anche uno presso Lugdonec, principale centro della popolazione dei Lugdunenses.
Forse perché era il più importante questo fu conosciuto semplicemente come il “Castrum”, diventato poi Crasta secondo il normale adattamento sardo.
Nei secoli, il castrum si ampliò notevolmente fino a diventare civitas, capoluogo civile oltre che stazione militare.
È proprio Castro il punto di riferimento più antico riguardo alla storia della organizzazione ecclesiastica nelle zone che costituiscono oggi il Monte Acuto e il Goceano, alla cui cura pastorale fu preposto un vescovo in una età difficile da stabilire, probabilmente in epoca bizantina.
Nonostante la sua grande antichità, la diocesi di Castro è documentata solo a partire dall’anno 1162, quando il Vescovo Attone consacrava la chiesa di S. Maria di Aneleto che l’anno seguente donava ai Monaci Camaldolesi.
La diocesi comprendeva 14 paesi ancor oggi esistenti: Alà, Anela, Bantine, Benetutti, Berchidda, Buddusò, Bultei, Monti, Nule, Oschiri, Osidda, Pattada, Orune e 2 paesi che cambiarono nome e forse anche sede: Olefà (oggi Berchiddeddu) e Urrà (oggi Padru), 11 villaggi oggi distrutti: la stessa Castro, Balanotti, Bunne, Lerno, Lorzia, Orestelli, Usulufè, Norvara, Otti, Bulteina (l’odierna Benetutti), Bidducara.
Scomparsa quella che fu la “civitas”, di essa è rimasta la Chiesa Cattedrale “N. S. di Castro” col titolo della SS. ma Annunziata. Opera dai buoni pregi artistici, fu edificata tra il XII e il XIII secolo sulle fondamenta di altra chiesa più antica. Essa ha per le popolazioni delle due regioni la particolare attrattiva della Chiesa-Madre, verso la quale si rivolgono ancora i pellegrinaggi particolarmente da Oschiri e da Pattada in ricordo dei precetti dei sinodi medioevali che prescrivevano la visita annuale alla Sede Vescovile da parte dei sacerdoti accompagnati possibilmente dai fedeli: rimangono oggi “sas cumbessias” destinate ad alloggiare i pellegrini.
Sulla severa facciata, ai lati dell’ingresso stanno due colonne, elemento che troviamo in alcune delle chiese più antiche della Sardegna. Probabilmente esse ricordano l’opera di evangelizzazione ai tempi di S. Gregorio Magno, quando ai simboli pagani si sostituirono quelli cristiani. Già nella religione nuragica le due stele ai lati di una porta erano il simbolo dell’ingresso ad una vita ultraterrena, e la religione cristiana conservò loro il compito di indicare un luogo sacro. Così come al culto del dio Elios della religione romana che si praticava sulle cime dei monti si sostituì la chiesa del profeta Elia edificata anch’essa sulle alture, come sul Monte Santo di Siligo e sul Monte Bunne di Pattada.
La struttura della Chiesa ha una sola navata, il campanile a doppia vela e un chiostro laterale risalente al 1600. All'interno è ben conservato un altare in legno policromo del 1700 e 1'antica statua dell'Assunta.
Tutto 1'insieme è destinato a riproporre una rivalutazione di tutta la storia che circonda il santuario: il sito, abitato fin dal terzo millennio a.C., i resti di un nuraghe (1200-900 a.C.) i reperti del periodo romano (3° secolo a. C. e 3° secolo d.C.) e di quello bizantino (VI secolo), il periodo della sede vescovile (dal X al XVI secolo).
Un momento di solenni festeggiamenti e di grande afflusso di pellegrini sarà la settimana dal lunedì di Pasqua fino alla domenica seguente che già per tradizione celebra la festa della Madonna di Castro.
II - SANT’ANTIOCO DI BISARCIO – OZIERI
Come Castro, anche Bisarcio ha origini molto antiche. Fu centro assai notevole già nell’età nuragica, e nei dintorni si contano ben 46 siti e monumenti archeologici. Diventata stanziamento militare in epoca romana lungo la strada Olbia-Lybissonis, ancora più tardi in età bizantina rimase importante sede militare, attorno alla quale si sviluppò un grosso centro abitato da civili.
Dalla diocesi di Castro, forse nel sec. X o nei primi del seguente, venne stralciata una larga parte del territorio che costituì una nuova diocesi con la sede vescovile a Bisarcio. Nella seconda metà del sec. XI un incendio distrusse la chiesa cattedrale di S. Antioco insieme con tutti i documenti che vi si custodivano. Si rese necessario il rinnovo di essi, anche attraverso atti di riconferma delle donazioni a favore della chiesa. Uno di essi, non datato, ma assegnabile agli anni tra il 1070 e il 1082, riconfermando appunto una donazione, ci dà la prima notizia certa sulla chiesa e sulla diocesi.
Questa era alquanto più piccola di quella di Castro, e comprendeva, oltre la stessa sede, i centri ancora esistenti di Ardara, Nughedu, Ozieri, e Tula, con altri sei villaggi medioevali oggi distrutti: Butule, Urvei, Biduvè, Pianu, Pira e Mestighe, Lesanis.
Sul trono del Giudicato di Torres si susseguono tre personaggi importanti per la storia e dell'arte e della stessa Chiesa sarda: Mariano I che fa edificare la chiesa della SS.ma Trinità di Saccargia, suo figlio Costantino I che l'arricchisce con la costruzione di S. Maria di Castro, e il nipote Gonario II che lascia alla posterità la preziosa eredità di S.Antioco di Bisarcio, uno dei capolavori dell’architettura sacra in Sardegna.
Costruita verso la metà de sec. XII secondo lo stile basilicale del romanico a tre navate con grande abside, ha una sua particolare, solenne imponenza, accresciuta anche dall'ampio panorama della sottostante pianura sulla quale domina e dei lontani monti che le fanno corona.
Il portico, aggiuntovi nel sec. XIV, nasconde la facciata originaria, rimasta intatta, che riflette esattamente il profilo di San Nicolò di Ottana, rispondente a sua volta a quello di San Frediano di Pisa.
L'osservatore attento potrà gustare sulla facciata del portico, i fregi geometrici e i ricami in pietra, le ingenue figure di angeli e santi, qualche scena di vita quotidiana, come quella del pastore che munge le pecore: il tutto in una armonia d'insieme non del tutto guasta dalle ingiurie del tempo.
Gli impegni di recupero del territorio circostante e delle strutture già esistenti attorno alla Cattedrale assunti dall'Amministrazione Comunale di Ozieri, la volontà del Vescovo di Ozieri, sono tutti orientati a rendere più evidente il significato storico e religioso dell'antica Cattedrale di Bisarcio.
Nella storia della Diocesi di Ozieri rimane la "CHIESA MADRE": Ozieri diventa sede vescovile nel 1803 mantenendo il titolo di "DIOCESI DI BISARCIO" fino all'episcopato di Mons. Carmine Cesarano (1915-19) quando ottiene il titolo di "DIOCESI DI OZIERI".
III - NOSTRA SIGNORA DEL REGNO – (ARDARA)
Il Giudice di Torres, nel tentativo di sfuggire alle incursioni arabe, aveva lasciato, probabilmente poco dopo il Mille, la primitiva sede ed era venuto ad abitare al centro del Giudicato, erigendo un castello ad Ardara che diventava così la nuova capitale.
Dopo l'incendio della cattedrale della vicina Bisarcio, i Vescovi di quella sede furono ospiti del Giudice, ad Ardara, per circa un secolo, tanto che per alcuni di essi troviamo addirittura il titolo di "Vescovo Ardarense".
Data la nuova situazione, fu cura del Giudice Comita o, secondo la tradizione, della sorella Giorgia nella seconda metà del sec. XI ampliare o riedificare quella che doveva essere la "cappella palatina". Sorgeva così quell'altro straordinario monumento di pietà cristiana che fu chiamato "la Madonna del Regno".
I suoi elementi architettonici sono chiaramente ispirati alla corrente lombarda della scuola pisana: a quel felice connubio, cioè, tra la graziosità dello stile pisano e la severità dell'influsso nordico, preludiante allo sviluppo del gotico nel secolo seguente.
La Chiesa non è solo mirabile per l'architettura, ma più ancora per il suo complesso di opere pittoriche: il Retablo maggiore, il Retablo minore, lo Stendardo processionale e gli affreschi. Non ultimo tra le opere conservate nella chiesa, il pulpito ligneo risalente alla stessa epoca, che "appare tra i prodotti più delicati e gustosi" dell'arte locale in Sardegna.
Il RETABLO MAGGIORE
Questo grande retablo è , in sintesi, LA STORIA DELLA SALVEZZA, raccontata nelle persone e nel complesso delle immagini dei profeti, dei patriarchi, dei santi e della Beata Vergine Maria. È tuttavia una storia di peccato, di debolezza, di incredulità ma poi anche di fede e di martirio fino alla santità piena, alla fede incrollabile e alla pienezza di grazia in Maria Regina.
«Un simile eccezionale complesso pittorico riporta l'anno 1515 nella predella, oltre al chiaro riferimento a Giovanni Muru che eseguì quest'ultima e a Joan Cataholo che commissionò tutta l'opera. Joan Cataholo fu dignitario di rilievo in quanto nel 1489 era canonico della chiesa di S. Pietro di Sorres e nel 1503 arciprete di S. Antioco di Bisarcio.
Nel cartiglio della predella si legge: “IOAN(N)ES MURU ME PINSIT" e nell'epigrafe appare: "EN L'A(N)I MVXD/(H)OC OPUS FESIT FIERI MOSEN/IOAN CATAHOLO ASIPR(E)STE ET/DONU BAINIU VALEDU ET DON/U VALE(N)TINU DETORI ET MASTRU/ BAIN1U MARONIU ET DONU/[PEDRUSU MADIUS] OBRE(RE)S”.
Al centro dell’Ancona i grandi e maestosi quadri della Nascita della Madonna in alto e la Dormitio Virginis appena sotto. A sinistra, dall’alto in basso, l’Annunciazione, il Natale, l’Adorazione dei Magi quasi a significare Dio che scende fra gli uomini; a destra in senso ascensionale la Risurrezione, l’Ascensione e la Pentecoste, quasi a significare l’azione di Dio che eleva l’uomo alla vita divina. Nel polvarolo di sinistra, dal basso in alto, si scalano: Davide, Mosè, Daniele, Amos, Gioele, Giovanni Battista e Malachia e nel polvarolo di destra, dal basso in alto, Salomone, Abramo, Zaccaria, Geremia, Isaia, Antonio di Padova e Baruc.
«Simile disposizione di immagini e di figure del Vecchio e del Nuovo Testamento rispondono ad un'esigenza teologica, come la glorificazione di Santa Maria del Regno, titolare della chiesa, oggi parrocchiale e un tempo cappella giudicale. Si coglie infatti l'esaltazione della vita della Madonna dal momento della nascita a quello della morte, integrata nel mistero di Cristo. Dall'Antico Testamento sono ripresi i patriarchi e i profeti del popolo di Israele i quali, con le profezie messianiche, preannunciarono la vita di Gesù e della Madre. Nel retablo la natura divina di Cristo è sottolineata sia dall'apparire vivo nel sarcofago, sia dalla sua resurrezione; non viene ripreso quindi alcun riferimento doloroso come quello della crocifissione, tanto abituale nei polittici del tempo, ma soltanto gioioso ».
Al centro del Retablo la statua della “MADONNA DEL REGNO”
«Opera lignea della fine del 400, alta quasi due metri, collocata in una nicchia tempestata di stelle e sormontata da un baldacchino eseguito a traforo ed intaglio, posta al centro di una grande ancona, tipico esempio di arte gotica rinascimentale.
La Madonna tiene sul braccio sinistro il Bambin Gesù, mentre con la mano destra impugna lo scettro, quale simbolo di comando e di potere. Il simulacro ha sul capo la corona regale sormontata da una stupenda aureola a raggiera, quasi ad imitare un prezioso gioiello di arte bizantina. È da rilevare che l’aureola e lo scettro rappresentano due elementi decorativi che per la prima volta compaiono nell'arte sacra della Sardegna.
Il simulacro è dorato e monocromo, avvolto in un flessuoso manto, l'insieme emana un particolare fascino, quasi di austera regina orientale ».
IL RETABLO MINORE
Nella visita alla chiesa di Ardara lo studioso Enrico Costa presta al RETABLO MINORE altrettanta cura descrittiva quanto quella dedicata al Retablo Maggiore e, pur non essendo un esperto d’arte ma un osservatore attento, sensibile e colto, afferma che la Chiesa di Ardara vanta un altarino degno di attenzione. Afferma che la pittura di questo altare, se non dello stesso pennello del Muru, è certamente di qualche suo discepolo.
Fonti di ispirazione possono trovarsi preferibilmente nel Maestro di Ozieri e nei Cavaro.
Anche se con un’arte di minore rilievo, è pregevole l’intento di continuare le tematiche di quello Maggiore completandolo con la narrazione della Passione di Cristo.
È messa in evidenza, al centro, la Madonna che allatta il Bambino.
Lo sguardo amorevole e materno di Maria sembra nascondere al piccolo Gesù la scena della passione che lo attende.
AFFRESCHI: GLI APOSTOLI E I DOTTORI DELLA CHIESA
A differenza dagli altri affreschi alloggiati nelle navate laterali e risalenti al Quattrocento-Cinquecento (in restauro) quelli sulle colonne risalgono al Seicento. Sono una rarità perché difficilmente le colonne sono affrescate.
Si tratta di 16 affreschi raffiguranti i dodici Apostoli e quattro Padri della Chiesa. Partendo dall’area presbiterale a sinistra raffigurano S. Pietro, S. Andrea, S. Giacomo Minore, S. Filippo, S. Bartolomeo , S. Giacomo Maggiore, S. Gregorio Magno, S. Ambrogio; poi a destra S. Paolo, S. Matteo, S. Giovanni, S. Tommaso, S. Simone, S. Giuda Taddeo, S. Agostino e S. Girolamo.
Danno alla navate centrale un aspetto orientale. L’autore ha certamente preso ispirazione dai Santi Pietro e Paolo raffigurati nel Retablo Maggiore e la loro collocazione riafferma un grande valore teologico e il senso dell’Assemblea che contiene in se stessa i santi e lo stesso Cristo.
LO STENDARDO PROCESSIONALE
È un’opera di grande valore che risale agli inizi del secolo XII. Da un lato è dipinta la Madonna col Bambino (Maria come ogni credente può mostrare e donare il Salvatore), dall’altro lato è dipinto il velo della Veronica col Volto di Cristo a significare che chi aiuta il sofferente riporta in sé l’immagine del Cristo.
IV - LA CATTEDRALE - (OZIERI)
Piccolo villaggio al tempo dei Giudicati, Ozieri acquista maggiore importanza dopo la conquista aragonese. Già nel Trecento civilmente non dipende più da Bisarcio che è ormai in declino, mentre nel Quattrocento diventa capoluogo amministrativo della Incontrada del Monteacuto.
Contemporaneamente, in campo ecclesiastico i vescovi di Bisarcio preferiscono risiedere a Ozieri piuttosto che nella sede titolare, in un rione che da allora prende l'attuale nome di Piscobia (Episcopio), presso la chiesa parrocchiale di Santa Maria, dove nel 1437 il vescovo Antonio Canu celebra il Sinodo diocesano.
Dopo la soppressione del vescovado di Bisarcio, Ozieri diventa capoluogo delle due Foranie del Monte Acuto e del Goceano sotto la giurisdizione del vescovo di Alghero.
Nella seconda metà del Cinquecento la Chiesa Parrocchiale di S. Maria subisce grandi mutamenti architettonici e viene riconsacrata nel 1571.
Nel 1803 Ozieri diventa sede vescovile e la parrocchiale di S.Maria diventa Cattedrale. Di qui l'esigenza di una maggiore dignità del Tempio: esigenza che aumenta quando nel 1807 la città diventa capoluogo di Provincia, e quando nel 1836 Carlo Alberto le conferisce il titolo di città. Due anni dopo ha inizio un complesso di lavori che la abbelliscono e arricchiscono di opere d'arte. Essenziale contributo a quest'opera di rinnovamento fu nel 1845 la donazione di 25.000 scudi da parte della nobildonna Maria Lucia Sequi vedova Demontis.
Si ebbe quindi tutto un lavoro di rinnovamento e ampliamento ad opera di quello che fu il più importante architetto sardo dell'Ottocento, Gaetano Cima, che fece eseguire i lavori tra il 1846 e il 1848, conducendola alla struttura attuale, attraverso la fusione degli antichi elementi aragonesi con la ariosità del neoclassicismo allora imperante.
A chi entra dall'ingresso principale si presenta l'altare maggiore in marmo con intarsi policromi, culminante nel gruppo della Vergine tra due angeli, attribuito alla scuola del Canova.
Alla metà dell'Ottocento risale il bel presbiterio con l'ingresso fiancheggiato da due leoni stilobati.
Ai lati dell'altare maggiore tra il 1873 e il 1886 furono costruiti i due altari laterali di S. Antioco e di S. Lucia, dono del nobile Cav. Giuseppe Grixoni Sequi.
Sulla destra della navata centrale sta il pulpito marmoreo, di eccellente fattura, eseguito tra il 1843 e il 1847 dall'architetto-scultore Francesco Cucchiari di Pavia.
Nella navata di sinistra si susseguono gli altari dedicati a:
- San Filippo Neri.
- Su una parete laterale della Cappella, il quadro delle Anime del Purgatorio, opera dell'ozierese Salvatore Ghisaura, di cui si ha qualche altro quadro nella Sagrestia, come il San Michele.
- La Madonna della Difesa: al centro di candidi marmi e stucchi sta il grande quadro, opera di Giovanni Marghinotti, il maggior pittore sardo dell'Ottocento, del quale si hanno numerose opere nella Cattedrale e nell'Episcopio; commissionato nel 1840, il quadro venne firmato nel 1861.
- San Pietro.
- San Giovanni Evangelista.
- Sant’Andrea. La grande cappella, edificata nel 1761, fu rifatta e abbellita con marmi e stucchi dall'architetto Antonio Pinna di Bosa tra il 1839 e il 1843. Il grande quadro centrale, del Marghinotti, opera del 1840, rappresenta il martirio e la visione del Santo. Notevole, sull'altare, l'urna marmorea contenente reliquie di Santa Filomena, opera eseguita a Roma nel 1840 dal celebre scultore sassarese operante a Roma Andrea Galassi o Gallassi, come si firmava (1793-1845).
La volta costolata della Cappella di S. Andrea rappresenta la parte più antica del Duomo; in essa vediamo quattro grandi medaglioni dipinti dal Boasso, rappresentanti San Giuseppe, San Gavino, Sant’Andrea e Santa Caterina da Siena.
Nel 1933 veniva inaugurato il monumentale organo già collocato nel coro, splendido scenario per l'altare maggiore e trasferito in seguito in questa cappella di S. Andrea., a fianco della quale vediamo una delle opere artistiche più belle della Chiesa: il fonte battesimale. Particolarmente degno di nota il grande ovale in marmo, recante in bassorilievo la scena del battesimo di Gesù. E' da attribuire probabilmente allo stesso Cucchiari autore del pulpito.
Dal centro del transetto si può avere una panoramica della decorosa veste data al Tempio verso il 1926 ad opera della "Scuola superiore d'arte cristiana Beato Angelico" di Milano. In particolare, opere dei pittori piemontesi Arduino e Boasso, spiccano i due grandi affreschi rappresentanti Sant’Antioco, Patrono della Diocesi, e l'Annunciazione, sulla volta della navata centrale; sulla volta della cupola si ha invece la titolare della Chiesa, l'Immacolata.
Sopra gli archi delle Cappelle laterali sono raffigurati da un lato San Vincenzo de' Paoli, Sant'Agnese, San Francesco d'Assisi, San Paolo Apostolo; dall'altro lato S. Giuseppe Cottolengo, San Giuseppe Cafasso, San Luigi Gonzaga e San Pietro Apostolo e nell’arco centrale San Francesco di Sales.
Di fronte alla Cappella di S. Andrea sta quella del SS Sacramento, anch'essa in marmi e stucchi policromi. Costruita nel 1767 a spese del nobile ozierese Don Andrea Satta venne riattata e in parte rifatta su disegno dell'artista Pietro Bossi, altra figura importante nella storia dell'arte sarda di cui ha varie opere la Cattedrale di S.Nicola a Sassari. Fu arricchita nel 1839 con il pregevole tabernacolo in marmo.
Nel 1868, come si può leggere sul cartiglio al centro, in alto, vi fu collocato il mirabile quadro “dell'Ultima Cena” di Giovanni Marghinotti opera del 1838. Nella Cappella è tumulata la salma del vescovo Francesco Cogoni di veneranda memoria. Sulla volta vediamo i medaglioni raffiguranti quattro Santi che ebbero particolare devozione all'Eucaristia: San Tarcisio, Santa Vittoria, Santa Teresa di Gesù e San Pio X; alla base della cupola, i medaglioni dei quattro Evangelisti.
Seguono le Cappelle:
- di San Giuseppe
- della Madonna del Rosario, con la statua marmorea attribuita al sardo Antioco Pili (1840-50 circa), ammirevole per la “raffinatezza di esecuzione”, lontana dalla gelida eleganza accademica, e ispirante veramente devozione;
- del S. Cuore di Gesù che appare a S. Margherita Maria Alacoque, con un bel quadro moderno del pittore Eugenio Bardsky, di origine polacca.
- di San Giovanni Battista, con la bella statua in legno: importante opera probabilmente dello scultore sardo Giuseppe Zanda desulese stabilitosi a Roma. La statua venne ad abbellire l'altare nel 1846 per interessamento del vescovo Serafino Carchero.
Dietro l'altare maggiore il grande Coro ligneo, accurato lavoro dell'artigiano ligure Giuseppe Galibardo, residente ad Alghero, al quale l'Arciprete del Capitolo consegnava nel 1750 la grossa somma dei 250 scudi pattuiti. Sullo sfondo dell'abside le due grandi vetrate policrome moderne, con la scena dell'Annunciazione.
Nell'AULA CAPITOLARE, al posto d'onore tra altre pitture pure importanti, sta il POLITTICO DELLA MADONNA DI LORETO, dovuto al MAESTRO DI OZIERI, probabilmente quel "mastru Andria Sanna de Othieri, pintore" operante verso il 1592, anche se in base a considerazioni stilistiche alcuni vorrebbero il quadro datato alla prima metà del Cinquecento. E' sorto come retablo nella chiesa della Madonna di Loreto dove è rimasto fino al 1870. Il quadro centrale rappresenta la traslazione della Santa Casa, attorno altri sei quadri con scene della vita di Gesù e Maria.
V - LA MADONNA DELLA NEVE - LUCHE (ILLORAI)
Tra le chiese importanti della diocesi la Madonna di Luche è sicuramente quella dalle origini meno documentate.
Cronache del Trecento, che registrano anche i più piccoli villaggetti sperduti di cui si è persa perfino la memoria, ignorano il nome di Luche. Eppure l’esistenza della chiesa fa supporre che attorno ad essa sorgesse nel Medioevo un qualche centro abitato.
Accanto all’antica chiesa primitiva, nel 1954 ne fu costruita un’altra, comunicante con la prima. Alle due chiese negli anni settanta se ne aggiunse una terza, di più ampie proporzioni, per venire incontro alla moltitudine di pellegrini che vi accorrono dal Goceano e da altre parti, particolarmente nelle due feste che vi si celebrano il lunedì dopo la Pentecoste e il 5 agosto.