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Pastore infaticabile e vigilante   versione testuale

di Don Carmelo Petrone

Mons. Giuseppe Petralia è nato a Bisaquino, nella diocesi Monreale il 1° gennaio del 1906, ha iniziato la preparazione al sacerdozio nel seminario diocesano per trasferirsi al seminario romano del Laterano per gli studi teologici, conseguendo il dottorato in Sacra Teologia. È stato ordinato sacerdote il 7 aprile l928 a poco più di 22 anni dal Card. Pompili. Ha svolto il ministero sacerdotale per i primi 17 anni nella diocesi di origine e per altri 17 anni a Palermo.  

Il suo episcopato si colloca tutto nella nuova atmosfera del Vaticano II: venne eletto vescovo il 13 ottobre 1963, consacrato il 3 novembre (festa di San Libertino) fece il suo solenne ingresso nella Diocesi di Agrigento la vigilia dell’Immacolata dello stesso anno.

Succedendo a Mons. G.B. Peruzzo, che svolse un ruolo notevole nella preparazione e nella I Sessione del Vaticano II, Mons. Petralia ha vissuto tutto il travaglio e la gioia del Concilio, dalla II Sessione della Costituzione Liturgica, alla II della Lumen Gentium, e sino alla IV del 1965 con la Gaudium et spes e la solenne conclusione. Sin da allora ha distribuito generosamente al suo popolo le ricchezze degli insegnamenti conciliari, comunicando settimanalmente sulle pagine de “L’Amico del Popolo” gli svolgimenti dei lavori con le “Lettere del concilio” poi pubblicate in volume.
Ed anche in seguito ha continuato a vivere nella luce del Concilio, essendo membro di varie commissioni per l’applicazione dei decreti conciliari in seno alla Conferenze Episcopale Italiana.

Il suo episcopato (68° successore di San Gerlando) succede a due lunghi episcopati di Mons. B.M. Lagumina di ben 33 anni (dal 1898 al 1931) ed a quello di Mons. G.B. Peruzzo di 31 anni dal 1932 al 1963: vi si inserisce con i suoi 16 anni e mezzo d’intensa fatica pastorale in tempi eccezionalmente difficili per la Chiesa. Le ferite della frana di Agrigento, il travaglio per la riapertura della Cattedrale e la tremenda sciagura del terremoto nella Valle del Belice del 14 gennaio 1968, l’hanno visto impegnato, di giorno e di notte, in prima persona per condividere e lenire le laceranti piaghe dei suoi figli.
Nonostante tutto procedeva all’attuazione delle direttive conciliari, attuando la riforma liturgica, i consigli pastorali e presbiterale, il rinnovamento della catechesi; le difficoltà erano tante per la stessa natura delle innovazioni, difficili al calo nel tessuto esistenziale diocesano. Mons. Petralia si trovò di fronte alla grave e testarda contestazione de “La scelta” che portò a decisioni dolorose per il suo cuore, ma necessarie per il bene della diocesi ed oggi i tempi danno ragione al suo operato.

Il suo episcopato rimane vivo nella storia agrigentina per altre opere  simili al chicco di grano, che deve morire sottoterra, per trasformarsi in spiga, carica di chicchi, nutrienti e saporosi. Come non ricordare ad esempio la fondazione della Parrocchia agrigentina ad Ismani in Tanzania?.
Non staremo a ricordare i motivi per i quali Mons. Petralia era stimato tra i Vescovi D’Italia e per le sue benemerenze nel campo della cultura e delle lettere.

La sua vita è trascorsa accanto agli uomini del pensiero e della penna; collaboratore di Tradizione, Parva Lucerna, di Frontespizio, di Fides e quindi amico di Mignosi, Andrea Tosto De Caro, di Bargellini Lisi e Bettocchi, di Giordani e di tanti altri bei nomi della vita culturale italiana. Benemerito del giornalismo italiano e siciliano per la sua direzione di “Voce cattolica” e la supervisione a “Sicilia del popolo”, alla direzione del nostro “Amico del Popolo”, ha meritato la medaglia d’oro al giornalismo in campo nazionale. Docente nei seminari di Palermo e Monreale ed anche di Agrigento; maestro nella Scuola di Servizio Sociale e nella Facoltà di Giornalismo di Palermo.

Tra noi è stato veramente luce e sale della diocesi, con le sue lettere pastorali, con le sue innumerevoli conferenze a tutti i ceti della vita intellettuale agrigentina, con le sue omelie durante i pontificali ed in tutte le circostanze della vita pastorale di una diocesi grande, difficile e bisognosa come la nostra.
Notevole è stata la sua attività poetica; la poesia era per lui “il riposo dell’anima che effonde la sua gioia dinanzi al Creatore, dinanzi alle urgenze del popolo di Dio”.

In tutte le circostante, come traspare dalle testimonianze raccolte in questa pubblicazione, egli si è mostrato pastore infaticabile e vigilante, sensibile ai problemi religiosi e sociali della popolazione, custode del deposito della fede ed aperto alle innovazioni che non ne tradissero gli insegnamenti.
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