Giovedì 28 Maggio 2020
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Lettera Pastorale - pagina 2   versione testuale

3.      L’ammonimento di Papa Francesco

 

L’urgenza di un discernimento pastorale nella vita della Chiesa è stata riproposta con intensità da Papa Francesco[1]. Riprendendo quanto la Costituzione pastorale GS n. 4 del Vaticano II aveva indicato come «dovere permanente», l’attuale Pontefice precisa che per un autentico discernimento non è sufficiente applicare il metodo di “vedere, giudicare, agire” (metodologia degli anni Venti del XX secolo propria del movimento della Jeunesse Ouvrière Catholique belga); è necessaria la ricerca secondo verità della intenzione profonda di Dio. Nella Esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) (2013) al n. 51 Papa Francesco precisa:

 

«Non è compito del Papa offrire un’analisi dettagliata e completa sulla realtà contemporanea, ma esorto tutte le comunità ad avere una “sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi” […]. È opportuno chiarire ciò che può essere un frutto del Regno e anche ciò che nuoce al progetto di Dio. Questo implica non solo riconoscere e interpretare le mozioni dello spirito buono e dello spirito cattivo, ma – e qui sta la cosa decisiva – scegliere quelle dello spirito buono e respingere quelle dello spirito cattivo»[2].

 

L’intento di superare la deriva, da un lato, sociologica e, dall’altro, intimistica del discernimento, trova la sua verità in un processo che Papa Francesco individua nei verbi: riconoscere, interpretare, scegliere. Questo processo, a sua volta, conosce luoghi di discernimento: la coscienza personale, da un lato, e, dall’altro, il vissuto ecclesiale. In sostanza, Papa Francesco, al fine di operare un vero discernimento del segno del tempo individua quattro principi costitutivi: il fine, lo stile, il metodo, il modello.

Anzitutto, il fine del discernimento (cfr. EG nn. 222-225) è quello di tendere al bene comune; il fine si precisa non nella ricerca di una conservazione dell’esistente a tutti i costi, ingaggiando una lotta con teoriche minacce, bensì nella dimensione della speranza.

In secondo luogo, lo stile del discernimento (cfr. EG nn. 226-230) si precisa nel farsi prossimi alla realtà nella sua storia e nelle sue fatiche, in un cammino di riconoscimento della dignità e della ricchezza interiore di ogni persona.

In terzo luogo, il metodo del discernimento (cfr. EG nn. 231-233) contempla la ricerca della verità insieme, ben oltre la pretesa assoluta che solo qualcuno ne custodisca in modo esclusivo la via di accesso.

Infine, il modello di ogni discernimento (cfr. EG nn. 234-237) è costituito dal convergere attorno alla Parola, incarnatasi nell’umanità di Gesù di Nazareth, e alla Tradizione autentica della Chiesa, che nel cammino della storia custodisce il deposito della fede, camminando nell’obbedienza e nell’umiltà, servendo nel nome del Signore, senza rinunciare ad indicare colui che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6).

Anche l’Esortazione apostolica Gaudete et exsultate (19 marzo 2018), nella parte finale, Papa Francesco richiama la categoria del discernimento, come dono da domandare a Dio attraverso il suo Spirito vivificante. Il discernimento nella vita cristiana è definito, anzitutto, «bisogno urgente» (cfr. nn. 167-168) se si intende acquisire quella libertà che scaturisce dall’Evangelo. In secondo luogo, il discernimento è chiamato «strumento di lotta per seguire meglio il Signore e per riconoscere il tempi di Dio e la sua grazia» (cfr. n. 169). In terzo luogo, è richiamato che il discernimento «è una grazia. Anche se include la ragione e la prudenza, le supera, perché si tratta di intravedere il mistero del progetto unico e irripetibile che Dio ha per ciascuno» (n. 170). Infine, è ribadito che «Una condizione essenziale per il progresso nel discernimento è educarsi alla pazienza di Dio e ai suoi tempi, che non sono mai i nostri» (n. 174); ciò comporta una conversione alla logica della croce e del dono. In questa prospettiva ammonisce Papa Francesco:

 

«Il discernimento non è un’autoanalisi presuntuosa, una introspezione egoista, ma una vera uscita da noi stessi verso il mistero di Dio, che ci aiuta a vivere la missione alla quale ci ha chiamato per il bene dei fratelli» (n. 175)[3].

 

Nella medesima prospettiva si colloca l’invito alla riflessione indicato dalla Commissione episcopale per le migrazioni della Conferenza Episcopale Italiana, espresso in forma di Lettera alle comunità cristiane a 25 anni dal documento «Ero forestiero e mi avete ospitato (1993-2018)»[4]. Proponendo all’attenzione dei credenti l’evento migratorio, che assume dimensioni mondiali globali, sottolinea la necessità di un atto di umiltà e di ascolto di ciò che l’immigrazione manifesta come appello. In particolare:

 

«Si tratta di cogliere le migrazioni come “un segno dei tempi”, come hanno ricordato gli ultimi Pontefici: un luogo frequentato da Dio, che chiede al credente di “osare la solidarietà, la giustizia e la pace”.

Leggere le migrazioni come “segno dei tempi” richiede innanzitutto uno sguardo profondo, uno sguardo capace di andare oltre letture superficiali o di comodo, uno sguardo che vada “più lontano” e cerchi di individuare il perché del fenomeno […]. Papa Francesco ci ricorda la necessità di “avere una sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi” […]. Significa riscoprire la capacità di pensare in grande per agire “politicamente” in senso forte e responsabile, così da colpire efficacemente, ovunque si trovino, poteri e persone che prosperano sulla morte degli altri, cominciando dai trafficanti di armi fino a quelli di esseri umani»[5].

 

Il cammino di discernimento in tal senso chiede uno sguardo purificato di fronte a quanti bussano alle porte della nostra terra; domanda di apprendere la sapienza di una convivialità delle differenze; invita a passare dalla paura all’incontro, dall’incontro alla relazione, dalla relazione all’integrazione, vigilando sulla tentazione di assimilare e di omologare. Al contrario, il passaggio richiesto alle comunità cristiane è quello di riconoscere e valorizzare le differenze, tendendo all’obiettivo di formare

 

«società plurali in cui vi è riconoscimento dei diritti, in cui è permessa la partecipazione attiva di tutti alla vita economica, produttiva, sociale, culturale e politica, avviando processi di cittadinanza e non soltanto di mera ospitalità»[6].

 

[segue alla pagina successiva]

 

[1] Cfr. l’analisi di G. Costa, Il discernimento, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2018, pp. 41-48. Interessante anche il contributo di W. Kasper, «Vi annuncio un tempo», in «Il Regno - Attualità» 63-6 (2018), pp. 183-188.

[2] Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e ai fedeli laici sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2013, pp. 77-78.

[3] Papa Francesco, Gaudete et exsultate. Esortazione apostolica sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2018, pp. 134-135. Cfr. le osservazioni di A. Gonçalves Lind, Qual è il compito dei cristiani nella società di oggi? «Opzione Benedetto» ed eresia donatista, in «La Civiltà Cattolica» 4022 (2018), pp. 105-115.

[4] Conferenza Episcopale Italiana – Commissione episcopale per le migrazioni, Comunità accoglienti. Uscire dalla paura, EDB, Bologna 2018.

[5] Ibidem, pp. 13-14.

[6] Ibidem, p. 18.


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