Giovedì 28 Maggio 2020
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Terza Tappa, 1 marzo 2018   versione testuale

Domenica III di Quaresima / B

 

Es 20,1-17

Il dono della Parola

Il Decalogo, via di libertà

 

Lectio divina

 

Introduzione

 

      Nell’omelia della celebrazione eucaristica allo stadio di Amman (Giordania), durante il pellegrinaggio in quella terra, Giovanni Paolo II, riferendosi alla Alleanza stabilita da YHWH con il suo popolo, affermava:

 

«Tale promessa fu suggellata quando Dio parlò a Mosè sul monte Sinai. Ciò che accadde tra Mosè e Dio sulla montagna sacra plasmò la storia successiva della salvezza come un’alleanza di amore tra Dio e l’uomo, un’alleanza che esige obbedienza, che promette libertà.

I dieci comandamenti scolpiti nella pietra sul Sinai, ma scritti nel cuore umano dall’inizio della creazione, sono la divina pedagogia dell’amore, poiché indicano l’unico cammino sicuro per il compimento del nostro anelito più profondo: l’insopprimibile ricerca dello spirito umano del bene, della verità e dell’armonia.

Il popolo camminò per quarant’anni prima di raggiungere questa terra. Mosè, “con il quale il Signore parlava faccia a faccia” (Dt 34,10) morì sul monte Nebo e fu sepolto “nella valle, nel paese di Moab […]. Nessuno fino ad oggi ha saputo dove sia la sua tomba” (Dt 34,5-6).

Ma l’alleanza e la Legge che ricevette da Dio vivono sempre».

 

(L’Osservatore Romano, mercoledì 22 marzo 2000, p. 5)

 

       La liturgia della III Domenica di Quaresima / B ci fa ascoltare le dieci Parole di Dio (’aseret haddevarim), che costituiscono l’inizio della stipulazione della sua Alleanza con la comunità di Israele (secondo la redazione Elohista dell’VIII sec. a.C.), radunata in santa convocazione, alle falde del monte Sinai (un paralleo delle Dieci Parole si trova anche in Dt 5).

       Le dieci Parole di Dio, che hanno un posto centrale nella Torah, non costituiscono l’espressione di una disciplina morale; esse non rappresentano la sintesi di una nuova filosofia, un prontuario sapienziale per acquisire l’arte del vivere nella complessità o un codice etico che assicura una pacifica convivenza tra gli umani.

Le dieci Parole di Dio sono il suo venire a noi, il suo incontrarci come il Signore della vita; sono narrazione della sua prossimità a noi; in esse egli viene in comunione con noi chiamandoci alla libertà e non alla servitù, rivelando chi lui è per noi e come egli agisce in nostro favore. Cogliere in esse solo una legge o un codice imperativo significa soffocarne l'identità, impedirne la manifestazione della vita in tutta la sua ricchezza.

Al contrario, le dieci Parole di Dio domandano una accoglienza nell’obbedienza della fede, che si fa ascolto amante del Signore misericordioso che ci parla; esse chiedono un’umile sequela nella fedeltà, nella libertà e nella speranza.

       Se vi è una pagina della Scrittura, che maggiormente è stata sottoposta ad una riduzione moraleggiante o ad un esercizio meritorio per garantirsi una salvezza personale, questa è proprio rappresentata dal testo di Es 20,1-17. Il Signore emerge, in una siffatta angusta chiave di lettura, nella sua identità di esclusivo legislatore nei confronti del quale si sta con paura, con senso di colpevolezza laddove si prende coscienza di essersi allontanati da una delle clausole espresse.

Una lettura parziale delle dieci Parole, evidenzia un Dio che impone la sua legge, che indica le “cose da fare”, che traccia dei confini, dei limiti, che mortifica la ricerca dell’uomo e che non rispetta i suoi ritmi umani di crescita; un Dio che pare soffocare la libertà dell’uomo e che si presenta in tutta la sua distanza, rimanendo sempre al di là della storia, inaccessibile ed estraneo. [...]


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