Giovedì 28 Maggio 2020
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Seconda Tappa, 22 febbraio 2018   versione testuale

Domenica II di Quaresima / B

 

Là il Signore provvede

La legatura di Isacco

 

Lectio divina in Gen 22,1-18

 

 

Introduzione

 

«Tutti sono capaci dello slancio di un momento. Quando si ha vent’anni è relativamente facile dire: Suscipe me, Domine […]. Più difficile è, invece, ripeterlo ogni mattino, nonostante il logorìo della vita […] con una fedeltà a tutta prova e con maggiore profondità spirituale […].

Mantenere la fedeltà attraverso il tempo è saper accettare quello che un autore francese chiama: 'Le lentezze di Dio'. Lentezze per la nostra fretta umana […]. Dio invece ha tutto il tempo dalla sua parte, anzi ha l’eternità dalla sua parte e vuole, da parte nostra, la pazienza […].

Così il regno di Dio: l’attesa è lunga, ma poi […] verrà l’ora. Il seme è gettato. Dio non lascia nulla di incompiuto […]. L’inizio è la garanzia del compimento.

Aspetta con pazienza e ogni giorno ricomincia l’avventura della fede!

Sappi rischiare abbandonandoti all’imprevisto di Dio, sotto la guida del suo Spirito, senza esitazioni.

Questa è la fedeltà che si prova attraverso il crogiolo del tempo».

 

(M. Magrassi, Afferrati da Cristo, Ed. La Scala, Noci [BA] 1978, pp. 98-100)

 

La tradizione ebraica e quella cristiana leggono la pagina biblica di Gen 22,1-18 nella prospettiva della prova che Abramo attraversa nel cammino della sua vita di fede. Tale prova si concretizza nell’obbedienza del patriarca al comando di YHWH, che gli chiede di offrire in olocausto il figlio unico-amato Isacco, il figlio della promessa (cfr. Gen 15,1-6). Abramo è posto davanti ad una strettoia molto ardua; si tratta di una situazione cruciale dell’esistenza che lo fa 'essere' o 'non essere', lo rivela nella sua pienezza oppure lo sprofonda nel vuoto esistenziale terribile del fallimento come padre e come ‘amico’ di Dio.

Il sottofondo del testo biblico tradisce una narrazione accurata, molto attenta ai particolari, conducendo il lettore ad entrare nella profonda dinamica di quanto sta avvenendo nella vita del patriarca Abramo, l’amico di Dio. La narrazione, infatti, si inserisce in una storia molto lunga del patriarca; Abramo è condotto, mediante una paziente pedagogia di Dio, ad imparare cosa significhi stabilire un cammino di relazione con YHWH, con se stesso e con gli altri. L’apice di questo cammino educativo di Abramo è raggiunto proprio dalla narrazione della legatura (‘aqedâh) di Isacco, il figlio unito/unico.

Probabilmente il cammino di composizione del testo è stato lungo e articolato e l’attuale redazione riflette solo lo stadio finale del suo percorso. È ipotesi accreditata che originariamente il racconto di Gen 22,1-18 fosse all’inizio della giustificazione di un luogo di culto preisraelitico, il cui nome poteva essere: «Dio vede» (ra’âh) oppure «Dio appare sul monte Moria».

In secondo luogo, si aggiunge una nota polemica nei confronti dei sacrifici umani, lasciando intendere che Dio non vuole questo, nonostante la tentazione, per Israele, di seguire in questa prassi i culti degli dei stranieri, fosse molto viva (cfr. Mi 6,6-7; Ger 32,35).

Una terza fase di elaborazione del testo biblico contemplerebbe la lettura del racconto nella prospettiva della prova (un vero test) della fede del patriarca Abramo, mediante la quale YHWH intende verificare l’obbedienza e l’abbandono incondizionato di Abramo alla sua promessa mai revocata.

Infine, si deve pensare all’aggiunta conclusiva dei vv. 15-18, in riferimento alla conferma della promessa e della benedizione di Abramo e della sua discendenza da parte di YHWH.

È, comunque, certo che la pagina biblica, in tutta la sua complessità, la sua ricchezza e il suo vissuto storico, pone al centro l’esperienza della sequela di Abramo in tutta obbedienza dietro al suo Signore. È l’obbedienza della fede messa alla prova, come bene hanno saputo interpretare sia la tradizione ebraica (Bereshit Rabba 55,3) che quella cristiana (cfr. Eb 11,19; Rm 8, 31-34).

Cerchiamo di evidenziarne gli aspetti decisivi. [...]


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