Giovedì 28 Maggio 2020
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Ritiro del Clero 9 novembre 2017   versione testuale

«Ecco, io vi mando»

  La missione del discepolo

  

  Lc 10,1-11

 

 

Introduzione

 

Nella Esortazione Apostolica Evangelii gaudium n. 24 (24 novembre 2013) Papa Francesco sottolinea con urgenza la necessità, per la Chiesa del Signore, di riconoscersi Chiesa in missione e in stato di conversione:

 

«La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano […]. La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (cfr. 1Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva».

 

Non si può misconoscere che il contesto nel quale viviamo muove non poche contestazioni al concetto di missione, che riteniamo essere intrinsecamente legato alla identità della Chiesa del Signore. Tali contestazioni riguardano, da un lato, il come adempiere la missione, ma soprattutto, dall’altro, il perché di essa. Dunque, perché i discepoli del Signore devono annunciare l’evangelo? Perché la missione della Chiesa?

Alcuni motivi che favoriscono tale disagio sono riconducibili ad equivoci che, spesso, dimorano anche nelle comunità dei credenti. Una prima motivazione è attribuibile al contesto odierno caratterizzato dal dialogo interreligioso, che per sua natura sembra contraddire, di fatto, la missione. La situazione culturale odierna, spesso, enfatizza l’incontro con le religioni non cristiane fino a concludere che vi sono vie diverse di salvezza, diverse strade per giungere a Dio; pertanto la missione, secondo alcuni, non è più essenziale per la Chiesa del Signore.

Un secondo motivo, non meno determinante il disagio attuale relativo alla missione, è rappresentato dalla concezione per la quale nei confronti delle popolazioni povere non cristiane è necessario, anzitutto, preoccuparsi della loro liberazione da ogni forma di oppressione, di ingiustizia e di schiavitù e, solo in seguito, annunciare l’evangelo. In tale prospettiva il rischio è quello di pensare a dei missionari, che non danno il primato a Cristo il Signore e che scambiano la missione come una forma rinnovata di colonialismo religioso.

Un terzo motivo, che palesa un disagio nei confronti della evangelizzazione quale missione propria della Chiesa del Signore, è costituito da una certa pastorale parrocchiale di conservazione per la quale si è preoccupati di mantenere integro quel poco che si ritiene rimanga di essenziale di contro alla babele delle opinioni e dei comportamenti in ambito religioso e morale. In questa dimensione, se, comunque, non si giunge ad un esplicito abbandono della missione, questa viene, però, facilmente delegata ad associazioni, gruppi, movimenti ecclesiali o ad eventi straordinari da richiamare a ritmi determinati (es. le missioni al popolo), ritenuti stratagemmi risolutori di tale situazione contingente.

Un quarto aspetto che aggiunge problematicità al senso della missione ecclesiale oggi, è rappresentato dal fatto che, da più parti, si invoca una maggiore coerenza sociale nell’ordine della giustizia, della carità e dell’onestà, piuttosto che nella prospettiva dell’annuncio evangelico, morale e dottrinale. In sostanza, si sostiene, è più evangelizzante una testimonianza sociale coerente (fare un po’ di bene, azione di volontariato ecc.), che non un annuncio a parole di verità astratte, di cui l’umanità non ha bisogno. Il rischio che rimane sotteso a questa posizione è quello del costruirsi una religione e una morale a proprio uso personale, scambiando l’esperienza del discepolato evangelico ed ecclesiale per una etica di comportamento umanamente onesto. Inoltre un altro rischio è rappresentato dal fatto che si potrebbe ridurre l’esperienza cristiana semplicemente al “fare qualcosa”, dimenticando la ragione fondamentale del proprio essere “discepoli del Signore”.

Davanti a questi nodi equivoci non si può soprassedere, né disattendere un disagio, che attraversa l’identità missionaria della vita della Chiesa. Esso costringe a verificare ancor più il perché dell’evangelizzazione dei discepoli oggi. Per tentare alcune precisazioni, senza pretesa, ci poniamo in ascolto della pagina evangelica di Lc 10,1-11 che costituisce un vero e proprio fondamento della missione di annuncio e di testimonianza della Chiesa del Signore. Lc in questa narrazione risale all’inizio della missione stessa, fondata sul mandato e sulla parola di Gesù. [...]


L'allegato sottostante contiene la Riflessione completa.


 

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