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Ritiro del Clero 12 ottobre 2017   versione testuale
La gioia dell’evangelo: L’attività missionaria della Chiesa

I.     La gioia dell’evangelo

L’attività missionaria della Chiesa

 

At 8,1-8

 

La violenta persecuzione scatenatasi nei confronti dei discepoli del Signore e che ha trovato nella testimonianza di Stefano una eloquente risposta, non costituisce intralcio alla corsa della Parola che, in quanto buona notizia, giunge a tutti e tutto risana. La narrazione del martirio di Stefano, infatti, si conclude rimandando alla tempesta che si abbatte sulla comunità dei credenti in Gerusalemme, mettendoli nella condizione di “dispersi” (diasparentes); l’effetto che da ciò scaturisce è rappresentato dal diffondersi dell’evangelo in tutto il paese.

Si compie ora la parola promessa da Gesù, dichiarata nell’atto di inviare la comunità apostolica nella missione di annuncio e di testimonianza della Parola: «Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori a causa del mio nome. Questo vi darà occasione di rendere testimonianza» (Lc 21,12-13).

A questo quadro, che rappresenta un sommario sulla situazione della comunità cristiana di Gerusalemme, dopo il martirio di Stefano, Lc aggancia l’opera di Filippo, uno dei “sette”. Egli è presentato nella sua attività di vero servitore dell’evangelo, fatto servo della Parola che annuncia con assiduità e competenza. La sua vita, interamente votata alla causa di Gesù, trova espressione nel fare in modo che la Parola giunga ovunque attraverso la sua mediazione.

In particolare, in questa sezione dell’opera degli Atti, Lc cattura l’attenzione dei suoi lettori sul progresso che la corsa della Parola constata ad opera di quanti l’annunciano anche in condizioni di diaspora e in un contesto caratterizzato da credenti lontani dal giudaismo ufficiale, come è il caso delle comunità in Samaria. Una osservazione che sta a cuore a Lc è quella di precisare che l’evangelo raggiunge gli esclusi, ossia coloro che, per diverse ragioni, erano considerati marginali rispetto ad una promessa di benedizione e di salvezza, che aveva come destinataria peculiare la comunità di Israele e della quale il giudaismo ufficiale si considerava legittimo rappresentante e geloso custode.

Nella dinamica evangelica del seme caduto nel terreno, che solamente in una condizione in cui si disfà, muore, porta frutto (cfr. Gv 12,24), la Chiesa degli inizi intravede il compiersi della promessa del suo Signore. Come la testimonianza di Gesù il Servo di Dio, così quella di Stefano, servo dell’evangelo, portano frutto abbondante, permettendo alla Parola di diffondersi e di rivelarsi come buona notizia per tutti.

La violenza omicida dei persecutori, che agiscono in nome di Dio e della pretesa integrità nell’osservanza delle tradizioni dei padri, non costituisce ostacolo decisivo volto a frenare la corsa della Parola. La risposta dei credenti perseguitati davanti al mondo, nella dimensione della perseveranza, del dono di sé e della misericordia incarna la potenza dell’evangelo, narrazione autentica di un Dio, che vuole l’umanità salvata e nella condizione di conoscere la verità.

La testimonianza e la missione di Filippo in Samaria costituiscono una eloquente documentazione della scelta della Chiesa degli inizi, in obbedienza alla parola del Signore Gesù.

 

1. In ascolto della Parola

 

Il testo attorno al quale muove la nostra meditazione presenta almeno due quadri interpretativi fondamentali:

- la parola dell’evangelo non è incatenata (vv. 1-4);

- l’attività missionaria di Filippo in terra samaritana: l’evangelo raggiunge gli esclusi (vv. 5-8);

A partire da questi due momenti cerchiamo di precisarne il messaggio e le dinamiche, volgendo l’attenzione anche al presente della Chiesa, chiamata a proseguire la missione di annuncio e di testimonianza dell’evangelo alle generazioni del nostro tempo.

1.1.La parola dell’evangelo non è incatenata (vv. 1-4)

 

Il testo biblico di Lc si configura nella sua prima parte come un vero e proprio sommario in cui l’autore traccia le linee fondamentali del cammino ecclesiale.

Una prima nota che caratterizza questa rilettura teologica del vissuto ecclesiale di Gerusalemme è dettata dalla prova. La Chiesa sperimenta il tempo della pressura come tempo di crescita e di verifica della sua fedeltà all’evangelo. Nella prospettiva di Lc si compiono qui le parole di Gesù, che annunciava ai suoi non successi incondizionati o consensi preventivati, bensì persecuzione, ostilità ed emarginazione (cfr. Lc 10,1-10; 21,12-14) La comunità di Gerusalemme è una Chiesa che prende coscienza gradatamente di quanto sia l’evangelo in sé a costituire problema per il mondo e a suscitare conflitti ovunque esso giunga. La persecuzione (diogmos), annota Lc, si fa sempre più violenta, organizzata e pianificata; un vero e proprio accanimento si abbatte sulla comunità ecclesiale discepola dell’evangelo di Gesù.

Eppure è in tale contesto che i credenti verificano la loro fedeltà e obbedienza alla parola del Maestro, confermando ciò che è costitutivo della sua identità missionaria e di appartenenza a Cristo.

Tra quanti tramano persecuzioni nei confronti della comunità ecclesiale spicca Saulo, il quale non solo si costituisce testimone credibile della morte infamante per lapidazione di Stefano, discepolo dell’evangelo, ma addirittura è alla testa di una organizzazione che dà avvio ad una vera e propria pulizia etnica nei confronti degli ebrei ellenisti che sono diventati discepoli della “via” (odos) (v. 3). Lc anticipa qui le annotazioni che introdurranno il racconto della vocazione di Paolo nel c. 9 degli Atti.

In secondo luogo, in mezzo a questa tormenta che mette a dura prova la comunità di Gerusalemme, molti vengono dispersi, costretti a fuggire dal massacro perpetrato nei loro confronti dal partito farisaico più intransigente, sotto la direzione di Saulo. Probabilmente si tratta di discepoli provenienti dalla tradizione ellenistica, che hanno abbracciato l’evangelo. Contrariamente a quanti dall’ebraismo hanno accolto il cristianesimo e che, comunque, rimangono nell’alveo della fedeltà alle tradizioni dei padri (giudeo-cristiani?), gli ellenisti cristiani sono oggetto di efferata persecuzione e, pertanto, costretti a fuggire da Gerusalemme verso territori più sicuri.

Nella prospettiva di Lc ciò rientra in un disegno del Signore, volto a favorire l’annuncio e la diffusione dell’evangelo oltre i confini di Gerusalemme. Del resto, Gesù risorto, prima di ascendere nella gloria, aveva lasciato ai suoi una missione ben precisa, ovvero quella dell’annuncio «in tutta la Giudea, la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (At 1,8). Il diffondersi della Parola (v. 4) si caratterizza propriamente come evangelizzazione (euangelizomenoi ton logon), precisando in tal modo la corsa dell’evangelo, che non è impedita dalla persecuzione, che si abbatte con efferatezza sulla comunità dei credenti.

Infine, Lc annota che solo la comunità apostolica resta a Gerusalemme. Il motivo può essere giustificato dal fatto che era composta sostanzialmente da giudei e, pertanto, la sua presenza veniva tollerata dalle autorità giudaiche.

Il permanere della comunità apostolica si precisa anche come atto di fedeltà e di vigilanza nella sequela dell’evangelo, che i testimoni della risurrezione del Signore esprimono. Più che di un eroismo o di un martirio ricercato fine a se stesso, la comunità apostolica cerca di camminare nella fedeltà alla parola del Risorto imparando ogni giorno a vivere il tempo della testimonianza, della missione e della presenza in un contesto non assolutamente favorevole. Si tratta di una presenza silenziosa, ma efficace; fedele, eppure senza ostentazioni; nella verità all’evangelo, senza cercare contrapposizioni o conflitti in modo generalizzato.

È la presenza di una Chiesa testimone, che abita il contesto della prova senza sottrarsi al compito missionario dell’annuncio e senza fuggire; è una comunità che ha posto mano all’aratro senza voltarsi indietro (cfr. Lc 9,62); tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede (cfr. Eb 12,1), essa segue l’Agnello ovunque egli vada (cfr. Ap 14,4).

 

 

1.2. L’attività missionaria di Filippo in terra samaritana: l’evangelo raggiunge gli esclusi (vv. 5-8)

 

La situazione creatasi a Gerusalemme, a causa della Parola, diventa per Filippo, uno dei sette, appartenente alla tradizione religiosa e culturale ellenistica, occasione preziosa di testimonianza, che lo rende pellegrino e annunciatore del Risorto in terra di Samaria per la prima volta.

Siamo, dunque, in ambiente samaritano. Le alterne vicende storiche hanno concorso a caratterizzare la popolazione samaritana come radicalmente ostile al contesto della religiosità giudaica, fino ad essere dichiarata eretica, abbietta e marginale rispetto alla legittimità del culto che viene celebrato a Gerusalemme nel tempio (contrapposto a quello situato sul monte Garizim) e rispetto alla fedeltà della tradizione dei padri, che i Samaritani avrebbero rinnegato (cfr. Sir 50,25-26: «Contro due popoli sono irritato, il terzo non è neppure un popolo: quanti abitano sul monte Seir e i Filistei e lo stolto popolo che abita in Sichem»; cfr. anche Gv 4,9; Lc 9,53; 10,33).

Nella prospettiva degli Atti, in realtà, sono proprio i Samaritani che si aprono all’accoglienza dell’annuncio dell’evangelo senza frapporre ostacoli e senza pregiudizi, lasciando che la buona notizia interpelli le loro vite.

Quali caratteristiche presenta l’attività missionaria di Filippo in terra di Samaria? Essa non nasconde una strategia di conquista o l’elaborazione di una filosofia nuova tesa ad insegnare l’arte del vivere nella complessità della vita. Lc annota che Filippo «annunciava loro il Cristo» (ekeryssen autois tòn Kyrion), ossia assiduamente profondeva ogni energia affinché l’evangelo di Gesù il Signore potesse giungere loro. Non si tratta di un’opera di convincimento e tanto meno di dimostrazione razionale, che possa condurre ad una ragionevole e consequenziale accoglienza della proposta. Filippo, al contrario, annunciando l’evangelo di Gesù Cristo, ovvero proponendo l’appello del contenuto dell’annuncio stesso, evidenzia l’efficacia della Parola che apre il cuore di chi ascolta alla sua accoglienza. Filippo, in sostanza, attraverso l’annuncio, dispone i Samaritani a lasciarsi interrogare ed incontrare dal Signore unico, che converte i cuori e cambia l’orientamento di vita.

L’efficacia di tale azione missionaria è bene espressa da Lc che al v. 6 precisa come le folle: «prestavano ascolto unanimi» (proseikon dè oi ochloi homothymadòn en to akouein). Nei Samaritani, intenti ad accogliere l’annuncio della buona notizia da parte di Filippo, non vi è ambiguità nell’ascolto, non ci sono finalità altre se non quella di lasciare spazio alla Parola, perché operi in loro. L’unanimità nell’ascolto (homothymadòn en to akouein), che caratterizza l’accoglienza dell’evangelo, rivela un atteggiamento di disponibilità e di verità interiore davanti al Signore che interpella.

Questa accoglienza senza filtri, ulteriormente, permette di discernere il senso profondo delle parole e dei segni che Filippo compie. Pertanto, non sono i gesti da soli a catturare l’attenzione dei Samaritani, ma è la loro libertà nell’ascolto a porli nella condizione di sperimentare l’efficacia dell’evangelo, giunto ad essi tramite l’annuncio del testimone.

Ascolto della Parola e sapienza nel leggere i segni operati da Filippo costituiscono il binomio interpretativo, che fa spazio all’azione dell’evangelo. La Parola e il segno permettono ai Samaritani di accogliere il Cristo come colui che salva, il vero liberatore, che li conduce da uno stato di marginalità e di esclusione scismatica ad una esperienza di incontro e di comunione.

Gli indemoniati liberati da spiriti impuri, i paralitici risanati e gli storpi posti nella condizione di camminare esprimono, per Lc, l’efficacia dell’evangelo quando incontra esperienze di vita impedite di raccontare la bellezza e l’armonia dell’opera creatrice di Dio. Tutto ciò procura una grande esultanza (polle charà) nella città dei Samaritani. Nel linguaggio di Lc si tratta di una vera e propria confessione di fede, che la popolazione samaritana confessa davanti alla manifestazione misericordiosa di Dio. Proprio costoro, che erano considerati eretici e scismatici dal giudaismo ufficiale, dal momento che si lasciano incontrare dall’evangelo, diventano testimonianza di retta fede e la loro vita si fa narrazione eloquente di un incontro che salva. Ciò che avvenne nella comunità dei discepoli di Gerusalemme dopo l’evento di Pentecoste (cfr. At 2,46), ora si ripresenta con la medesima efficacia, tanto da costituire una vera e propria Pentecoste samaritana.

La gioia messianica, che pervade questa comunità è testimonianza inequivocabile di ciò che può operare la Parola di Gesù quando trova cuori aperti ad ospitarla ed esperienze di vita, che le permettono di agire in tutta la sua efficacia.

 

2. In ascolto della vita

 

Alla luce della narrazione ascoltata ed osservando il nostro contesto umano ed ecclesiale, si ripropone in tutta la sua severità l’interrogativo di fr. Jean-Marie Tillard op: «Siamo gli ultimi cristiani?».

 

«Gli ultimi cristiani? Molto probabilmente i membri di una delle ultime generazioni in cui le nostre chiese locali d’occidente, in quanto custodi dell’espressione della Tradizione che fu inseparabile dalle loro tradizioni culturali, potevano considerarsi come quelle che parlavano a nome degli altri. Per dirlo più crudamente: membri di una delle ultime generazioni mancanti di umiltà».

 

(J.-M. Tillard, Siamo gli ultimi cristiani? Lettera ai cristiani del Duemila, Queriniana, Brescia 2001, p. 24).

 

Senza soffermarci in lagnanze inconsistenti, dobbiamo, però, domandarci: «Come iniziare al mistero di Cristo»?

L’interrogativo non ci impegna tanto nella ricerca di nuove strategie pastorali di riconquista del terreno perduto, dal subdolo volto pragmatico che intende raggiungere l’efficienza del risultato ad ogni costo. Al contrario, a mio avviso, si tratta di interrogarci sul perché, ossia sulla necessità di riprendere la «via evangelica» di Gesù.

Riprender questa «via» significa, anzitutto, imparare l’arte di suscitare e porsi le domande essenziali dell’esistenza umana e spirituale. Così è stato per Filippo, quando ha annunciato l’evangelo ai Samaritani.

Dove, si fonda la necessità della missione della Chiesa? Solo sul fatto che Gesù ha comandato ai discepoli poveri e increduli, dopo l‘evento della Pasqua di morte e risurrezione: «Andate [...], fate discepole [...], battezzando [...] e insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (cfr. Mt 28,19).

Essere partecipi della missione della Chiesa significa ancora oggi non rinunciare a chiamare uomini e donne alla sequela di Gesù, all’adesione a lui, che ci ha fatto conoscere il Dio unico e vero (cfr. Gv 1,18). Non si tratta di far aderire a una dottrina o ad un sistema filosofico, o di insegnare una tecnica di sopravvivenza in mezzo alla complessità della vita, ma di condurre alla persona di Gesù il Signore, di credere in lui, di amarlo in una conoscenza sempre più decisiva (cfr. 1Pt 1,8).

L’evangelizzazione della Chiesa è l’opera di chi «immerge» in Dio uomini e donne peccatori, rendendoli partecipi della sua vita divina in una esperienza di ricerca e di misericordia (cfr. Mt 28,19-20).

In secondo luogo, riprendere la “via evangelica” significa ricominciare dal Servo crocifisso-risorto. Che cosa è chiesto ai Samaritani? È chiesto di credere ovvero di affidarsi, di affrontare il rischio di ricominciare di nuovo per iniziare a leggere la vita a partire dal disegno di amore del Padre verso tutti, così come Gesù il Servo ha raccontato con la sua esistenza crocifissa. Ciò permette di uscire dalla notte e incominciare a camminare nella luce e a produrre le opere della luce (cfr. Gv 3,21; 8,12).

In questo cammino, però, la Scrittura non basta. Per entrare nella profondità del mistero di Dio non è sufficiente conoscere la lettera delle Scritture. Fino a quando non si riconosce in esse la presenza efficace del Signore della Parola, che viene a noi dall’alto, non ci è dato di incontrarlo e di camminare nella verità e nella luce. Solo quando la Parola si unisce al segno ci è concesso, per grazia, di interpretarne l’eternità dell’amore. È nel Sacramento, parola di Dio fatta carne per la vita del mondo, che il credente è immerso nel movimento del dono, che è la Pasqua di Gesù, vera interpretazione della sua vita d’amore, definitivo ’amen davanti a Dio e al mondo, il cui effetto è la riconciliazione e il perdono.

Nei Samaritani ogni discepolo, dunque, può riconoscere la parabola della sua esistenza, chiamata a ricominciare un cammino di conoscenza del mistero di Cristo. Tale processo comporta una interiorizzazione della Parola della croce, che da conoscenza razionale passa all’ascolto dettato dall’amore umile e obbediente. I Samaritani sono testimonianza del discepolo che, dalla notte della ricerca, mediante un cammino di uscita (esodo), approda alla luce della fede e della sequela dell’Amato.

 

Conclusione

 

Come iniziare al mistero di Cristo? La “vita in Cristo” è la sorgente di ogni rinnovamento ecclesiale. È su questa via che il cristianesimo occidentale e no, spesso assorbito solo dall’impegno etico, deve ritornare facendo spazio all’accoglienza del regno mediante l’esperienza viva del mistero di Cristo celebrato e vissuto nella carità.

Il ritorno alle fonti, ovvero alla via evangelica di Gesù, pertanto, non si delinea come ripresa materiale delle forme, sempre e comunque circostanziate, nelle quali la Chiesa ha vissuto l’Evangelo, ma come un ascolto sempre rinnovato di ciò che lo Spirito dice alle Chiese (cfr. Ap 2,7). Infatti, è proprio dello Spirito far memoria vivificante ai credenti di quanto Gesù stesso ha detto e compiuto. Ce lo rammenta la Dichiarazione sulla libertà religiosa del Vaticano II, Dignitatis humanae 11:

 

«Dio chiama certo gli uomini a servire lui in spirito e verità, per cui essi sono vincolati in coscienza ma non coartati […]. Non volendo essere un Messia politico e dominatore con la forza, preferì chiamarsi figlio dell’uomo che è venuto “per servire e dare la sua vita” (Mc 10,45). Si presentò come il perfetto servo di Dio […]. Ha completato la sua rivelazione compiendo sulla croce l’opera della redenzione con cui acquistare agli uomini la salvezza e la vera libertà […]. Il suo regno non si difende con la spada, ma si costituisce testimoniando e ascoltando la verità, e cresce in virtù dell’amore, con il quale Cristo esaltato in croce trae a sé gli uomini».

 

Questa è la via evangelica, vera espressione della ‘differenza’ cristiana (Michael Ramsey), di cui la liturgia è perennemente luogo nel quale il mistero pasquale di Cristo si attua, chiamando i credenti ad un rinnovato cammino di sequela dietro a lui.

Questo è il “mistero della nostra fede”, sorgente di ogni sequela Christi: il corpo del Signore dato è la vita del Signore crocifisso e risorto, che è «venuto per servire e dare la sua vita in riscatto per molti (rabbim)» (Mc 10,45).



 

 

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