PIACENZA-BOBBIO
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S.E. Rev.ma Mons. GIANNI AMBROSIO ,

Giovedì Santo Messa Crismale

Cattedrale


Carissimi fratelli presbiteri e diaconi, carissimi fratelli e sorelle 
1. Sono molti i motivi che rendono particolarmente ricca di emozioni questa celebrazione del Giovedì Santo, con la benedizione degli oli sacri. Questo è il giorno del nuovo culto. In Cristo Gesù, Dio si dona a noi, e noi, grazie a questo dono, diventiamo suoi per essere al servizio del suo popolo, corpo di Cristo, tempio vivo dello Spirito Santo. Il culto è nuovo, perché è nuovo il sacerdozio, non più per discendenza, ma per la chiamata divina. Nel brano di Isaia, ripreso nel racconto evangelico, risuonano queste parole: “Il Signore mi ha consacrato, mi ha mandato”. Gesù accoglie questa parola e la vive fino a donare la sua vita. A sua volta, Gesù consacra e manda i suoi discepoli, li inserisce nella comunione della sua vita donata.
Soltanto il Signore Gesù può dire: “Questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue”. Ma Lui attira a sé i suoi discepoli e li manda: con il dono di sé ai Dodici, il Signore li rese capaci del compito sacerdotale di celebrare, nel pane e nel vino, il sacramento del suo Corpo e del suo Sangue.
Siamo immersi nel grande mistero del sacerdozio di Cristo e della sua Chiesa. Noi, poveri peccatori, siamo chiamati e mandati, siamo resi capaci di dire, grazie al sacramento, ciò che Gesù ha detto: “questo è il mio corpo”. Gesù si è spogliato fino alla fine, fino ad esercitare il suo singolare sacerdozio attraverso di noi, per nostro tramite: “fate questo in mia memoria”. Questo grande mistero ci commuove sempre, in ogni celebrazione, ma in particolare ci commuove oggi.  
2. È una grazia poter ricordare quell’ ‘ora’ in cui Egli, sommo ed eterno sacerdote, ha posto le sue mani su di noi attraverso le mani del Vescovo e ci ha fatti partecipi di questo mistero. Oggi facciamo memoria in modo particolare di quell ‘ora’ per ritrovare la freschezza del nostro ministero sacerdotale. Vale per tutti i battezzati, e vale in modo particolare per noi, presbiteri e diaconi, ciò che l’apostolo Paolo afferma con l’immagine del vestito: “Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27). Nel Battesimo, noi ci rivestiamo di Cristo. Ma il vestito che Egli ci dona non è un qualcosa di esteriore, è invece il cuore nuovo che ci fa vivere la comunione intima con Lui, fino a diventare un’unica realtà: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”, così Paolo afferma nella Lettera ai Galati (2,2). Per la grazia del battesimo e poi per la grazia dell’ordinazione diaconale, presbiterale ed episcopale, noi siamo rivestiti di Cristo, mentre Cristo ha indossato i nostri vestiti, vivendo la nostra vita umana con la gioia e le fatiche di ogni persona che ha fame e sete, che è ricca di speranze e soffre per le delusioni, che ha paura della morte, quella morte che Cristo ha affrontato e ha vinto. Accogliamo l’invito dell’Apocalisse e rendiamo grazie e lode “a Colui che ci ha amati e ci liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fati di noi un regno, sacerdoti per suo Dio e Padre” .
3. Abbiamo bisogno di fare memoria insieme di quell’ ‘ora’ per vivere la grazia della comunione con Cristo e tra di noi, rinnovando la volontà di proseguire il cammino di comunione per divenire sempre più un presbiterio secondo il cuore di Cristo.  
La comunione è il dono di Gesù Cristo, il Crocifisso che è Risorto. Gesù non ha offerto un sacrificio mediante la separazione, come faceva il sommo sacerdote, ma ha compiuto l’azione sacerdotale mediante la comunione. Per divenire sommo sacerdote, afferma l’autore della Lettera agli Ebrei con una espressione densa di significato, Cristo si è dovuto rendere in tutto simile ai fratelli: è la comunione profonda di Cristo con l’umanità.
L’aspetto più nuovo e più singolare del cristianesimo, in fatto di sacerdozio e di servizio sacerdotale, rispetto ad altre tradizioni religiose, è innanzitutto la comunione. Gesù non ha avuto bisogno di separarsi dagli uomini per diventare sacerdote. Anzi, ha abbattuto le separazioni rituali ed è entrato in comunione con tutti gli uomini per aiutare tutti a vivere in comunione con Dio e con i tutti i figli di Dio.
Noi siamo assimilati a Lui, siamo uniti a Lui nella comunione e la comunione con Lui è più forte dei nostri peccati che generano divisione, rottura, indifferenza.   
Ma abbiamo sempre bisogno di una ripresa dei fondamenti della nostra comunione di cristiani battezzati e di presbiteri chiamati e mandati. Ne abbiamo bisogno riconoscendo le nostre debolezze, le nostre miserie, le nostre infedeltà, i nostri peccati. Abbiamo un immenso bisogno di incoraggiarci e di sostenerci perché lo spirito del mondo e le nostre fragilità tendono a farci puntare verso il basso: stiamo passando momenti difficili, lo sappiamo. La comunione del Signore con noi non viene meno e, grazie a Lui, anche la comunione tra noi non viene meno.  
 
4. Per questo il nostro cammino pastorale ci invita ad accogliere e a vivere la grazia della comunione. Perché la comunione è già missione. La comunione è la grazia della fede vissuta nel servizio alla Chiesa. È la grazia della fede incarnata nei nostri rapporti. Siamo fratelli che si sostengono a vicenda nella perseveranza di una vocazione esigente, quale quella del vescovo, del presbitero e del diacono. A fronte della divisione e della dispersione che segnano il nostro tempo, la testimonianza della comunione è missione che lascia trasparire la gioia della nostra vita che viviamo con Cristo.
Non sono molte le occasioni di incontro e di condivisione tra noi, ma almeno in queste poche occasioni verifichiamo se viviamo la fede che si esprime nella comunione. Siamo abili nel trovare motivi per disattendere questo comune impegno. Però mi chiedo e chiedo a ciascuno di voi: se noi - vescovo, presbiteri e diaconi - non comunichiamo nella fede, se non gustiamo la preghiera condivisa, se in questa società che indulge ad ogni tipo di libertà sessuale, non sappiamo coltivare una sana amicizia tra noi, come possiamo sostenerci nella testimonianza do una consacrazione totale a Cristo e del dono di sé alla Chiesa e ai fratelli?
 
5. Consentitemi ancora due brevi pensieri. Il primo è un invito a professare con coraggio la fede nel Signore, riconoscendo con lucida onestà che dalla mancanza di fede e di comunione, dal rifiuto pratico di Dio, derivano tutte le nostre difficoltà e le nostre crisi. Siamo chiamati, in questo contesto difficile che la Chiesa sta vivendo, a testimoniare la fede nel Signore vivendo il dono della comunione, perché proprio questo dono illumina il cammino di ciascuno di noi e di tutta la santa Chiesa. Ogni desiderio di cambiamento, di conversione vera per diventare memoria viva di Cristo, si compie solo nella comunione e grazie alla comunione con Cristo e tra di noi, fratelli in Cristo Gesù. Preghiamo il Signore perché, nelle prove che stiamo vivendo, diventino veramente nostre le parole di Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”.
 
6. L’ultimo pensiero che voglio esprimere in questo momento è la mia profonda gratitudine al Signore per tutti voi, cari confratelli, che, in modi diversi, avete manifestato e manifestate tanti segni di comunione, oltre che di impegno nel servire il popolo del Signore. I segni di dedizione e di comunione sono segni di fede vissuta che unisce tutti noi al Signore. Esprimo la mia gratitudine ai confratelli anziani e malati che, con spirito di fede, vivono difficili prove di salute e pesanti sofferenze. Ho un grato ricordo anche dei numerosi sacerdoti defunti in questi anni, la cui esistenza, purificata dalla prova, è stata un’offerta al Signore e alla Chiesa.
Termino con la preghiera che conclude la rinnovazione delle promesse sacerdotali: “Il Signore ci custodisca nel suo amore e conduca tutti noi, pastori e gregge, alla vita eterna. Amen”.
 



18/04/2019 S.E. Rev.ma Mons. GIANNI AMBROSIO