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- DIOCESI DI ASTI -

Mons. Francesco Ravinale
Vescovo di Asti

Beati quelli che ascoltano...

e-mail: fraravin@diocesidiasti.it


Carissimi fratelli e sorelle della diocesi di Asti.

1. E’ la seconda volta che vi raggiungo con una breve lettera pastorale, per proporre indicazioni di cammino per l’azione della nostra comunità cristiana. Lo scorso anno avevo suggerito un cammino di speranza, quasi con i il desiderio di proseguire nell’incoraggiamento di Gesù nei confronti del volto triste dei discepoli di Emmaus. Mentre pensavo a questo secondo appuntamento, il mio desiderio era quello di dare finalmente degli insegnamenti, come il ministero episcopale comporta e come la comunità cristiana ha diritto di attendersi. Sarebbe certamente importante per parte mia dare indicazioni di cammino, suggerire atteggiamenti di vita, donare parole autorevoli, precisare concetti, puntualizzare sulle situazioni. Ma, vivendo questo drammatico luglio 2001, mi sono trovato immerso, come tutti, in una congerie di parole, da tante parti e da tanti pulpiti. In questi giorni carta stampata, mezzi di comunicazione, dibattiti, manifestazioni pubbliche, conversazioni amichevoli e familiari ci stanno sommergendo, per dire e contraddire, parlare e insegnare. Interventi legittimi, indubbiamente, ma proprio perché tanti parlano, pochi ascoltano, con l’esito inevitabile di una vanificazione delle parole. Dove tutti parlano, parlare risulta inutile: nessuno ti sente, perché i pareri si accostano ai pareri, le sentenze si aggiungono alle sentenze, i toni sopra il rigo creano un fastidioso senso di disorientamento. Per questo ho pensato ad un taglio diverso: proviamo ad ascoltare. L’ascolto è un atteggiamento raro, diverso e arricchente. Quando parlo, esprimo me stesso, ma quando ascolto mi arricchisco di quanto i miei fratelli sono in grado di donarmi. Quando parlo, aumento il frastuono: se ascolto creo spazi di comunicazione. L’ascolto è riconoscere l’ordine delle cose: di fronte a Dio che dona la Parola, che è Parola, l’atteggiamento più adeguato è proprio l’ascolto.

La radice della fede biblica sta nell'ascolto, attività vitale, ma anche esigente. Perché ascoltare significa lasciarsi trasformare, a poco a poco, fino a essere condotti su strade spesso diverse da quelle che avremmo potuto immaginare chiudendoci in noi stessi. Le vie che Gesù indica sono segnate dalla bellezza, perché bella è la vita di comunione, bello lo scambio dei doni e della misericordia; ma sono vie impegnative. Di qui la tentazione di non aprirgli la porta, di lasciarlo fuori dalla nostra esistenza reale. La storia del peccato, infatti, è sempre radicata nella storia del non ascolto. Anche se - va detto con forza - nessuno di noi può giudicare l'ascolto degli altri, neppure di coloro che si dichiarano lontani dalla fede.

1. Proviamo ad ascoltare

2. Il mio desiderio non è solo quello di suggerire l’atteggiamento dell’ascolto, ma di testimoniarlo in prima persona, traendo questa mia lettera proprio dall’ascolto di voci importanti: i fedeli di Asti che mi hanno dato dei suggerimenti, il Santo Padre che ci ha donato la Lettera Enciclica Novo Millennio Ineunte (NMI), i vescovi italiani che hanno offerto gli orientamenti pastorali per il prossimo decennio ed il nostro Sinodo Diocesano, che verrà promulgato il 18 novembre 2001. Il Signore continua a parlarci attraverso il magistero della Chiesa, per cui sono certo che l’attenzione a questi interventi ci accomuna a quanti raccolgono il consenso del Signore Gesù, che assicura: Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!Un cammino di speranza.

In ascolto delle risposte alla lettera pastorale

3. La proposta ultima di quel piccolo documento era quella di un’azione pastorale che nasca dalla comune riflessione sulle situazioni concrete, cercando di scoprire le sfide e le provocazioni che la storia continuamente presenta.Avevo concluso in una forma aperta, con alcune domande sulle quali invitavo a riflettere. Non posso dire che la risposta alle pagine aperte e alle domande formulate sia stata plebiscitaria, ma sono certo che si è avviato un dialogo promettente, con interlocutori di rappresentatività significativa: persone singole, sacerdoti e laici, giovani e adulti; parrocchie, organismi pastorali, associazioni e movimenti; gruppi di lavoro e formazioni musicali. Le risposte pervenute mi hanno convinto dell’opportunità di queste provocazioni, per cui in questa mia nuova lettera mi permetterò di interpellare ancora i fedeli della Chiesa di Asti, sia per le suggestioni preziose che sicuramente saranno in grado di fornire, sia soprattutto perché un cammino di Chiesa risulta autentico solo quando coinvolge in un dialogo responsabile e in una comune ricerca.

3. Sono emerse le grandi dimensioni dell’azione pastorale: l’importanza di alimentare la fede attingendo alla Sacra Scrittura e all’insegnamento della Chiesa; la centralità dell’Eucaristia, come fonte e culmine della vita cristiana; la necessità di vivere in spirito di comunione, con una accoglienza vicendevole e con una ministerialità ecclesiale vissuta concretamente, individuando i servizi da offrire, favorendo la vita concreta dei gruppi e aprendosi alle innumerevoli forme di volontariato.

4. Ho ricevuto suggerimenti preziosi anche sulle strategie da seguire. I sacerdoti insistono molto sulla necessità di rendere il presbiterio diocesano una vera famiglia, nel superamento di quell’individualismo che rende sterile una gran parte delle nostre attività. Una circolazione delle informazioni più fluida e un confronto maggiore possono aprire la strada a una collaborazione più efficace e favorire il necessario aggiornamento pastorale. I laici, a loro volta, insistono sulla riscoperta del battesimo e auspicano una crescita nella fede, mediante una formazione biblica e una più approfondita catechesi degli adulti, il confronto con le nuove istanze culturali e la partecipazione a incontri di preghiera. In modo sempre più esplicito traspare la disponibilità e il desiderio di affiancare sacerdoti e diaconi nelle responsabilità pastorali. Per tutti è importantissimo l’impegno vocazionale, sia per aiutare i giovani ad affrontare la vita sulla base di scelte giuste, sia per vivere all’altezza della propria vocazione.

Infine mi è stato fornito un elenco di suggerimenti concreti che non possono essere tutti raccolti in una programmazione pastorale, ma che accolgo volentieri e cerco di far convergere in una azione di Chiesa orientata dagli autorevoli interventi del santo padre, dei vescovi italiani e del nostro sinodo diocesano.

In ascolto della lettera enciclica

5. Il desiderio grande del Santo Padre, che ci ha guidati nella meravigliosa esperienza del grande Giubileo del 2000 e ci conduce all’inizio del nuovo millennio, è quello di orientarci a un rinnovato slancio nella vita cristiana, traendone la forza ispiratrice nella consapevolezza che Cristo Risorto è con noi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Questo rinnovato slancio non si esaurisce, nella mentalità concreta del Papa, in un incoraggiamento vago, ma si traduce in proposte ben definite. In primo luogo la prospettiva in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quella della santità. Era stato il senso ultimo dell'indulgenza giubilare, quale grazia speciale offerta da Cristo perché la vita di ciascun battezzato potesse purificarsi e rinnovarsi profondamente e rimane l’obiettivo della vita cristiana e dell’azione pastorale della Chiesa. In ordine a questo fine, il Papa ripropone i grandi strumenti sempre offerti dalla tradizione: la preghiera, l’eucaristia domenicale, il sacramento della riconciliazione, il primato della grazia, l’ascolto e l’annuncio della parola. Esito e testimonianza di questa santità dei singoli fedeli è quella spiritualità di comunione che costituisce un altro grande obiettivo per le nostre comunità: la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo, è quella di fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione.

 

6. In concreto questo significa promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l'uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell'altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità. Spiritualità della comunione significa innanzitutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto. Spiritualità della comunione significa inoltre capacità di sentire il fratello di fede nell'unità profonda del Corpo mistico, dunque, come « uno che mi appartiene », per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia. Spiritualità della comunione è pure capacità di vedere ciò che di positivo c'è nell'altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio: un « dono per me », oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità della comunione è infine saper « fare spazio » al fratello, respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie.

7. Questi obiettivi impegnano i Pastori delle Chiese particolari, aiutati dalla partecipazione delle diverse componenti del Popolo di Dio, a delineare con fiducia le tappe del cammino futuro, sintonizzando le scelte di ciascuna Comunità diocesana con quelle delle Chiese limitrofe e con quelle della Chiesa universale. Non si tratta, allora, di inventare un « nuovo programma ». Il programma c'è già: è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste. È un programma che non cambia col variare dei tempi e delle culture, anche se del tempo e della cultura tiene conto per un dialogo vero e una comunicazione efficace. Questo programma di sempre è il nostro per il terzo millennio. È necessario tuttavia che esso si traduca in orientamenti pastorali adatti alle condizioni di ciascuna comunità e che l'unico programma del Vangelo continui a calarsi, come da sempre avviene, nella storia di ciascuna realtà ecclesiale. È nelle Chiese locali che si possono stabilire quei tratti programmatici concreti - obiettivi e metodi di lavoro, formazione e valorizzazione degli operatori, ricerca dei mezzi necessari - che consentono all'annuncio di Cristo di raggiungere le persone, plasmare le comunità, incidere in profondità mediante la testimonianza dei valori evangelici nella società e nella cultura.

In ascolto dei Vescovi Italiani.

8. Gli orientamenti dell’episcopato italiano per il primo decennio del 2000 ci trovano particolarmente disponibili all’ascolto, anzi in sintonia piena, particolarmente quando li sentiamo convinti che il compito primario della chiesa sia testimoniare la gioia e la speranza originate dalla fede nel Signore Gesù Cristo, vivendo nella compagnia degli uomini, in piena solidarietà con loro, soprattutto con i più deboli. Insieme con loro anche noi a tutti vogliamo recare una parola di speranza.

9. La perla preziosa che possiamo condividere con il mondo, per collaborare alla gioia e alla speranza di tutti, è il Vangelo. Per questo sentiamo che il compito fondamentale della Chiesa è quello di comunicare il Vangelo, con profonda convinzione e con spirito missionario. Forse non abbiamo ancora compreso fino in fondo che essere cristiani significa essere missionari e che non esiste azione pastorale della chiesa se non è orientata a comunicare il Vangelo in un mondo esposto a cambiamenti continui. Per questo l’episcopato italiano ci chiede di essere disposti anche a operare cambiamenti, qualora siano necessari, nella pastorale e nelle forme di evangelizzazione, ad assumere nuove iniziative, fiduciosi nella parola di Cristo: Duc in altum!.

10. In questa luce intravediamo alcune decisioni di fondo capaci di qualificare il nostro cammino ecclesiale. In particolare: dare a tutta la vita quotidiana della Chiesa, anche attraverso mutamenti nella pastorale, una chiara connotazione missionaria; fondare tale scelta su un forte impegno in ordine alla qualità formativa, in senso spirituale, teologico, culturale, umano; favorire, in definitiva, una più adeguata ed efficace comunicazione agli uomini, in mezzo ai quali viviamo, del mistero del Dio vivente e vero, fonte di gioia e di speranza per l'umanità intera. A partire dal Concilio, alcune scelte significative sono state compiute, ad esempio, con il progetto catechistico e l'impegno per il rinnovamento liturgico, quindi con la sottolineatura della comunità quale soggetto dell’evangelizzazione e, infine, evidenziando il segno della carità come qualificante la missione cristiana.

In ascolto del dibattito sinodale.

11. Le riflessioni sinodali costituiscono veramente una ricchezza in ordine alla vita cristiana e all’attiva presenza della Chiesa nel nostro territorio ed esprimono una singolare consonanza con le sollecitazioni che ci vengono date dal magistero del Sommo Pontefice e della Conferenza Episcopale Italiana. Un’esposizione organica di quanto elaborato nell’aula sinodale la potremo trovare nel Libro Sinodale, che viene messo a punto in questi mesi, ma alcune importanti sollecitazioni le possiamo presentare fin d’ora, sulla base delle proposizioni approvate dall’assemblea.

12. Una prima serie di proposte, formulate nella prima sessione, riguarda il giusto atteggiamento spirituale che deve essere realizzato da quanti hanno a cuore le vicende della Chiesa: impegno per l’evangelizzazione del momento presente; atteggiamento non di giudizio, ma di amore nei confronti del mondo; disponibilità al dialogo; formazione permanente di tutti i cristiani, sacerdoti, religiosi/e e laici; dovere della testimonianza; apertura all’esperienza quotidiana della croce, della passione e del morire a noi stessi per ritrovare la vita nuova.

La seconda sessione parla del Signore Risorto, sempre presente nella sua Chiesa, dove l’organizzazione e le strutture hanno il compito di rendere tangibile la sua azione di Maestro, Servo e Sacerdote. Tutti siamo interpellati ad essere segno della sua presenza, sacerdoti e diaconi, religiosi e laici, giovani e fanciulli e a tutti Egli continua a parlare, con il conseguente impegno, per parte nostra, di aprirci ad ascoltare, con la particolare indicazione della meditazione quotidiana della Parola di Dio, accolta nella liturgia e valorizzata in modo particolare dall’omelia.

Un’attenzione all’eucaristia e al sacramento della penitenza viene riservata dalla terza sessione: si tratta dei grandi strumenti di grazia che continuamente vengono messi a disposizione dei fedeli e che non sempre vengono valorizzati in modo adeguato, sia personalmente che a livello comunitario.

Infine il Sinodo ricorda la missione della Chiesa sulle strade dell’uomo, gli orientamenti per una presenza nel mondo della cultura e della comunicazione, l’impegno personale e l’esercizio comunitario della carità, la dimensione sociale e civile, aperto anche alla partecipazione attiva nelle istituzioni e nella politica. Non è possibile tentare di riassumere l’articolazione delle proposizioni sinodali, ma questi accenni sommari lasciano intuire la ricchezza della riflessione sinodale e l’opportunità di un ascolto approfondito, perché nulla vada sciupato o rimanga esposto a dannose dimenticanze.

2. Sappiamo veramente ascoltare ?

13. Le indicazioni che abbiamo riportato, sono convergenti, indiscutibilmente sagge e appartengono a un filone di pensiero così insistente da farle apparire persino scontate. Chiedono a tutti noi di orientarci a un rinnovamento che però stenta a decollare, anzi, talvolta cede il passo ad un diffuso senso di stanchezza e di mediocrità. Mi chiedo, per esempio, quale esito abbiano gli inviti espliciti del papa alla santità e alla spiritualità di comunione o ad una vasta e capillare pastorale delle vocazioni. E quando i vescovi chiedono di essere disposti a operare cambiamenti nella pastorale e nelle forme di evangelizzazione, ottengono forse un esito migliore? Veramente la nostra impostazione pastorale ha assunto una chiara connotazione missionaria, secondo le loro pressanti sollecitazioni? Uno degli stimoli pastorali più efficaci di questi ultimi tempi è l’invito a considerare la comunità quale soggetto, prima ancora che oggetto di evangelizzazione. Ma questa indicazione è stata veramente raccolta e tradotta in prassi ecclesiale?

14. Ancora altre domande mi si affacciano, ma non voglio cedere alla tentazione di una lunga requisitoria, anche perché non vorrei che le mie parole suonassero come rimproveri mascherati da domande. Ma un dato mi pare inoppugnabile: alle tante proposte belle ed efficaci, difficilmente fa riscontro una traduzione nella vita pratica delle nostre comunità. Non vorrei essere il pessimista di turno, citando l’antico proverbio per cui "tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare" e per superare l’atteggiamento del pessimista, che constata e lascia le cose come sono, desidero approfondire il senso di questo proverbio, chiedendomi in che cosa consiste questo mare che pone un divario netto e insuperabile tra un "dire" così ricco e un "fare" che ristagna. E’ il mare della pigrizia? E’ il mare della disobbedienza? E’ il mare dell’incapacità? E’ il mare della cattiva volontà?

15. Mi sembrano ipotesi improbabili, oltre che fuori misura e ingenerose. Ne formulo un’altra. Non sarà, forse, che quanto viene detto e proposto, semplicemente non viene ascoltato? In tal caso quel "mare" che si frappone fra dire e fare, sarebbe semplicemente il mare della mancata comunicazione, che è certamente paralizzante nei confronti di un nuovo slancio ecclesiale, ma non è colpevole e può essere facilmente superato, semplicemente aprendoci con buona volontà a un atteggiamento di ascolto.

Sentire

16. Il primo passo perché sia possibile l’ascolto è il semplice fatto di sentire e percepire le informazioni e le comunicazioni. Mi capita, talvolta, di chiedermi se le informazioni importanti ci raggiungono. Penso a me stesso e mi rendo conto che tante comunicazioni non mi raggiungono, perché devono inevitabilmente scontrarsi con i ritmi della mia giornata e con la quantità delle sollecitazioni. Se, poi, penso a tante persone ben più svantaggiate di me, a motivo di una collocazione periferica o di preoccupazioni eccessive, devo proprio ammettere che la mancanza di comunicazione all’interno della Chiesa è un problema reale, che deve essere affrontato con la buona volontà di tutti, se si vuole veramente stabilire una comunicazione tra il dire e il fare. L’organizzazione diocesana dovrà veramente attivarsi per realizzare una rete di comunicazione capace di raggiungere tutti, ma ogni singola persona deve, per parte sua, fare il possibile per sentire quanto viene proposto, mediante la lettura, la presenza agli incontri e la volontà di non cedere alla tentazione dell’isolamento.

Ascoltare

17. La possibilità di sentire non comporta automaticamente la capacità di ascoltare. Succede a tutti di sentire senza ascoltare, e anche per una Chiesa che parla, il mancato ascolto è un’ipotesi tutt’altro che improbabile. Gli impedimenti a trasformare una percezione in ascolto sono gli stessi che un po’ tutti abbiamo sperimentato sui banchi di scuola: la distrazione, il non prendere in considerazione, la mancanza di concentrazione, la voglia di occuparsi di altro, la sensazione di trovarsi di fronte ad argomenti non importanti o scarsamente plausibili. Io penso che la preoccupazione di ascoltare attentamente il magistero pastorale sia il presupposto essenziale perché alcune intuizioni preziose possano rivelarsi alimento e stimolo di azione pastorale. Certo, a volte, si ha l’impressione di una sovrabbondanza di documenti, con la tentazione conseguente di non prenderli in considerazione. Per quanto riguarda questo ultimo periodo, ci possiamo tranquillizzare, in quanto è evidente una sostanziale convergenza fra il papa, la conferenza episcopale italiana, il nostro sinodo e i suggerimenti emersi in risposta alla mia lettera pastorale dello scorso anno: questo ci garantisce che non siamo esposti alla fatica di doverci districare tra stimoli diversi e non armonizzabili. Per parte mia, non intendo con questa lettera aggiungere elementi nuovi, ma semplicemente desidero fare sintesi e proporre scelte pastorali su cui concentrarci tutti, in vista di un cammino comune.

Comprendere

18. Il passo successivo per un ascolto efficace è quello di pensarci sopra, per esaminare se siamo in sintonia e condividiamo veramente quanto ci viene proposto. Mi pare che molte indicazioni vengano apprese senza una vera accoglienza interiore. Penso all’insistenza del Papa per una nuova evangelizzazione, piuttosto che alla grande importanza che i documenti del magistero pastorale attribuiscono allo spirito missionario e alla pastorale d’insieme. Sono concetti che difficilmente vengono contestati, anzi, sono largamente condivisi. Ma poi non capita nulla: chi era zelante continua ad esserlo e chi vive quietamente rimane nel suo atteggiamento; chi era aperto alla collaborazione pastorale è contento quando se ne parla e chi preferisce uno splendido isolamento continua a rimanere nel suo spirito individualistico. Una domanda si pone inevitabile: il magistero pastorale viene anche compreso, oltre che sentito e ascoltato? Sappiamo almeno accettare la provocazione a verificare, in un positivo confronto, se il nostro atteggiamento è già quello giusto o se debba, invece, essere messo in discussione?

Lo spirito di ascolto diventa prezioso per noi quando si trasforma in capacità di comprendere il senso di quanto ci viene proposto e di valutare fino a che punto possiamo restare sulle nostre posizioni o se non dobbiamo piuttosto entrare in un ordine di idee diverso, in spirito di autentica conversione.

Interiorizzare

19. Maria viveva gli avvenimenti dell’Incarnazione meditandoli nel suo cuore. E’ la vergine dell’ascolto, modello di coloro che sono beati perché ascoltano la Parola e la mettono in pratica . Il dono della parola è un dono che Dio ci porge dall’eternità. Da sempre egli parla all’uomo e la sua parola "è viva , efficace, più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di ogni divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore" . Ma è assolutamente essenziale che essa penetri nel nostro cuore: solo così la sua efficacia si manifesta e diventa vita. La capacità di interiorizzare la parola di Dio e gli avvenimenti della Chiesa è una ricchezza grande. E’ la vera capacità di ascolto che ci permette di rinnovarci continuamente, perché ci rende aperti ad accogliere gli stimoli che ci vengono offerti. Chi si chiude all’ascolto si preclude la possibilità di accogliere le ricchezze donate dai fratelli e si condanna a un’inesorabile incapacità di rinnovamento. Questa incapacità danneggia notevolmente la vita ecclesiale, ma prima ancora impoverisce i singoli credenti. La vita cristiana si fonda sulla fede nel Cristo Risorto, che è sempre con noi e ci dona quello spirito di giovinezza perenne che ci rende disponibili a camminare in novità di vita nella quotidiana risurrezione del rinnovamento spirituale. La mancata disponibilità all’ascolto comporta invece quella morte spirituale che è tipica di chi si adagia nelle acque stagnanti del quieto vivere.

Mettere in pratica

20. La prova decisiva che si è vissuto veramente l’ascolto, si ha dalle conseguenze concrete nella vita e nell’azione pastorale. Su questo aspetto siamo tutti impegnati a riflettere, perché può anche darsi che l’ostacolo più grande per il rinnovato slancio nella vita cristiana e la spiritualità di comunione, di cui parla il papa, e per quella missionarietà a cui desiderano orientarci i vescovi italiani, stia proprio nelle nostre resistenze interiori. E’ una responsabilità che sarebbe meglio non doverci addossare, perché il signore Gesù è molto severo con quelle "guide cieche" che chiudono il regno di Dio davanti agli uomini, perché non vi entrano e non lasciano entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci. Mi rendo conto che non tutte le sollecitazioni possono essere accolte immediatamente e che è necessario rispettare i ritmi di ciascuno, ma proprio per questo sento il bisogno di insistere tanto sull’atteggiamento dell’ascolto, che mi pare nello stesso tempo aperto alle sollecitazioni sempre nuove e rispettoso di un ritmo personale, assolutamente garantito da quel processo di interiorizzazione sul quale ci siamo soffermati. La nostra disponibilità a tradurre nella pratica della vita la parola di Dio e gli insegnamenti della chiesa sarà la testimonianza eloquente che non si tratta di parole vuote, ma della vera parola che salva. L’insabbiamento delle proposte, al contrario, condanna ogni proposta a restare lettera morta e legittima il mondo a pensare che la dimensione religiosa sia deresponsabilizzante, opzionale, se non addirittura superflua.

3. Obiettivi e scelte (Clik per continuare)

Novo Millennio Ineunte.

  • 2. BEATI QUELLI CHE ASCOLTANO


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