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Padre Walter Gherri   versione testuale
Missionario in Malawi


CHI E'

Padre Walter Gherri è nato in un paese del Parmense il 6 luglio 1950. I nostri contatti con lui iniziano quando la famiglia si trasferisce a Carpi: siamo nell’80 ed il Padre è già in Africa da due anni, esattamente in Rwanda.

Il Rwanda è annoverato dall’ONU fra le trenta nazioni più bisognose; uniche ricchezze la bellezza della natura ed un clima relativamente mite, a motivo dell’altitudine.

Fra questa gente povera, sottosviluppata e dall’avvenire piuttosto incerto, il nostro missionario ha svolto la sua opera per 4 anni.

Poi è rientrato in Italia con compiti di animazione vocazionale, attività svolta anche in alcune parrocchie della diocesi; in questo periodo è stato spesso presente anche alle nostre Veglie missionarie.

P. Walter nel 1986 rientra in Rwanda e gli viene affidata la parrocchia di Rusaki al confine del l’Uganda:il lavoro è intenso, la comunità cristiana è particolarmente vivace; unico grave problema sono le continue molestie da parte di guerriglieri ugandesi che di tanto in tanto invadono il paese vicino.

Poi scoppia la guerra !!! Padre Walter rimane profugo di villaggio in villaggio con la propria gente…

Le sue lettere ci portano in casa il dramma dei poveri ofeti dall’esilio, dalla fame, dalle morti

“..seppellire i morti è diventata una delle occupazioni quotidiane principali. Un’altra priorità è l’assistenza a quelli che definiamo i ”casi sociali”:

i vecchi, orfani, handicappati… a quando la pace? “    

Dal Rwanda andrà, con i suoi profughi, in Tanzania poi, dal 2003, in Malawi, dove costruirà, con l’aiuto del Centro Missionario e dei Volontari per le Missioni, una chiesa .

Nel 2007 rientra definitivamente in Italia.

 

 

La mia vocazione

Parlare della propria vocazione - di ogni vocazione - è parlare di quanto esista di più intimo nel cuore dell’uomo. Si possono dire tante cose, ma l’ “evento fondamentale e fondatore” che rimane alla sorgente di ogni chiamata rimane e rimarrà sempre “un segreto” di cui si può parlare, ma che veramente non si può rivelare fino in fondo, perché nessuno può rivelarsi ad un altro totalmente e la chiamata rimane fondamentalmente un’ “avventura” tra un essere umano ben concreto e il suo Dio a cui egli cerca di rispondere e di essere fedele.
Ancora, la vocazione non è qualcosa di statico ma di dinamico; non è lineare in modo tale che si possa parlare di essa partendo da un punto “A” e continuare con “B-C-D” eccetera. La vocazione è dinamica e ci sono molte “andate e ritorno” tra il Dio che chiama e colui o colei che cerca di rispondere alla chiamata.
Queste due messe a punto preliminari mi sembrano fondamentali per non rischiare di banalizzare la vocazione di una persona, renderla qualcosa di “scontato” che “va da sé”.
La vocazione deve essere scoperta, deve crescere e svilupparsi. E questo dal momento in cui nasce e in un processo di crescita che dura tutta una vita. All’origine di ogni vocazione c’è sempre un avvenimento fondamentale e fondatore: qualcosa che fa capire che una persona deve prendere una certa direzione per dare un senso alla sua vita ed essere felice e realizzarsi nella scelta che ha fatto.
Per me questo “avvenimento fondatore” va ricercato dapprima nella mia infanzia, vivendo in una famiglia cristiana che mi ha educato alla fede.
Niente di straordinario, ma il fatto di sentire parlare di Dio in famiglia, di farmi crescere con quella “pratica” cristiana in un ambiente come quello “emiliano”, in genere ostile a Dio e alla religione, mi hanno condotto a scoprire dei valori che - fanciullo - non comprendevo ancora bene, ma che si sono radicati in me per poi portare frutto a suo tempo, quando sarei stato più grande e capace di apprezzare queste cose nella giusta misura.
Sono cresciuto nella campagna della “bassa” dove la piattezza della terra poteva conformarsi alla “piattezza” di tanti spiriti e della mentalità corrente, ma dove anche i vasti orizzonti e il ciclo regolare della vita contadina può aiutare a sollevare lo spirito verso orizzonti più vasti.
Ricordo che sono sempre stato colpito dalla figura del mio parroco; allora non comprendevo tutte le difficoltà materiali e spirituali che deve aver incontrato nella sua missione in una terra spesso ostile alla pratica della religione. Fatto sta che un giorno gli ho esposto il mio desiderio di “essere come lui”. E così sono stato indirizzato al Seminario minore di Reggio Emilia, dopo la fine delle elementari.
Non sono mai stato particolarmente intelligente a scuola; riuscivo a seguire le lezioni e a passare i miei esami, spesso anche con qualche “rimandatura” a settembre. Ero contento di essere dov’ero e cercavo di dare il meglio di me stesso. Tutto sembrava dover continuare così, procedendo di anno in anno verso studi più alti e, eventualmente, verso l’ordinazione sacerdotale.
In quegli anni, ogni tanto passava in seminario qualche missionario che veniva a parlarci dell’evangelizzazione di terre lontane ancora poco o addirittura non ancora toccate dall’annuncio del Vangelo. Ci parlavano, spesso ci facevano vedere dei filmati sulla vita di popoli esotici e lontani.
Questo mi toccò e ricordo che fin da allora cominciai a pregare “Il Padrone della messe di mandare operai nella sua messe”. I missionari ci dicevano che erano pochi per far fronte all’immenso lavoro di evangelizzazione, e allora io mi sono deciso a dare loro una mano pregando affinché ci siano più missionari.
Poi, ricordo benissimo il giorno e l’ora, mentre stavo chiedendo al Signore di mandare operai nella sua messe, ho sentito una voce interiore profonda - e questo è per me l’avvenimento fondatore - che mi diceva pressappoco:
“è bene e bello pregare affinché ci siano più operai, ma cosa ti impedirebbe di essere TU STESSO uno di questi ‘operai’?”
E’ così che per me è iniziato un cammino di approfondimento che poi mi avrebbe portato a sentire una chiamata alla missione “ad gentes” - come si dice-, cioè una missione diretta a quelle persone che non conoscono ancora, o in modo ancora rudimentale, Gesù Cristo e il suo messaggio si salvezza universale.
Leggendo e parlando con altre persone più esperte, sono venuto a sentire un’attrazione particolare per il continente Africano, e quindi a dirigermi verso una Società Missionaria che aveva fatto dell’Africa - e solo dell’Africa - il suo campo di apostolato. Si tratta della società dei Missionari d’Africa, chiamati familiarmente i Padri Bianchi perché hanno adottato fin dall’inizio come abito, quello della popolazione algerina in mezzo alla quale sono nati nel 1869, la “gandura” bianca con il rosario attorno al collo, e il “burnous” un mantello pure bianco che si porta sulle spalle soprattutto per ripararsi dal freddo.
Così a 22 anni iniziai il mio cammino di formazione presso questa Società Missionaria. Come dicevo sopra, la Vocazione è “dinamica”, quindi anche se apparentemente non cambiava molto per me, perché ero ancora in un seminario con altri giovani a studiare materie in preparazione al sacerdozio, in realtà c’era un grande cambiamento nel senso che ora tutta la formazione era orientata verso l’Africa e la missione in questo continente. 
Innanzitutto, cos’è la “vera” missione?

Una volta si parlava di “impiantare la Chiesa” là dove essa era ancora assente, ma orami in molti paesi africani la Chiesa cominciava ad esistere, molti Vescovi erano Africani, quindi il concetto di missione doveva cambiare in conseguenza.
Poi cos’è l’Africa? Per non rischiare di diventare dei “colonizzatori spirituali” bisogna scoprire e apprezzare i valori delle varie culture africane per poterli apprezzare e impiantare in essi e non paralleli ad essi i valori del Vangelo. Oggi si parla di “inculturare” il Vangelo; non sovrapporre questo alla cultura, ma innestarlo in essa affinché dall’incontro di due realtà specifiche ne esca una nuova con una sua specificità ben chiara e definita.
Ma l’inculturazione non funziona automaticamente bisogna cercare e ricercare come innestare il Vangelo un processo che può richiedere secoli, come del resto è successo al Vangelo, espressione dapprima delle cultura ebraica di 2.000 anni fa che pian piano è stato inculturato presso altri popoli (S. Paolo in Grecia) poi per arrivare fino a Roma, capo del mondo allora conosciuto.
Quindi una questione fondamentale per noi missionari rimane quella di chiederci continuamente “cos’è” una cultura, quella del popolo concreto in mezzo al quale lavoriamo, perché non esistono due culture simili in Africa.
Anche se c’è in Africa un “denominatore comune” c’è una miriade di popolazioni, di lingue e di culture per cui non si può parlare di una sola metodologia missionaria ma di molteplici approcci alla missione in Africa.
Senza dimenticare poi che, specie in Africa del Nord, prevale l’Islam che è refrattario al massimo grado al cristianesimo. Ci sono confratelli che passano tutta una vita in paesi musulmani senza battezzare neanche una persona, senza dare i Sacramenti a nessuno che senso ha essere missionari così? Ha un senso o è meglio lasciar perdere?
La missione e la vocazione sono davvero dinamici, e interviene qui un concetto abbastanza recente ma che è oggigiorno fondamentale per la missione, ogni missione: quello di “dialogo” interreligioso.
Cominciate (e non farà che crescere!) a farne l’esperienza anche voi nelle vostre terre con la presenza di persone immigrate che appartengono ad altre religioni non cristiane. Vale la pena di scontrarsi con esse o non è piuttosto meglio cercare la collaborazione e il dialogo? Anche se questi non sono sempre facili o scontati.
Intanto le comunità cristiane continuano a crescere qui in Africa e molto del tempo di cui il missionario dispone deve essere consacrato ad aiutare queste comunità a crescere nella loro fede e nella loro testimonianza - diventare a loro volta missionarie - senza cadere però nella trappola di dimenticare coloro - e sono ancora molti - che non sono toccati dal Vangelo o che appartengono ad altre tradizioni religiose non cristiane o musulmane.
Come lavorare alla crescita delle comunità cristiana e continuare ad annunciare il Vangelo a coloro che non lo conoscono ancora? Parlare di tutte queste problematiche in dettaglio sarebbe troppo lungo.
In breve direi che la mia vocazione continua a svilupparsi ogni giorno quando mi trovo a contatto di queste realtà e dovrei essere capace di essere abbastanza elastico per trovare l’atteggiamento giusto per ogni situazione nella sua concretezza. Anche per questo la Vocazione è dinamica. Bisogna saper andare continuamente a quell’ “avvenimento fondatore”, la scintilla che ha provocato l’inizio di tutto quel “fuoco” che Gesù è venuto a portare sulla terra e che deve bruciare continuamente, per trovare l’atteggiamento giusto da adottare nelle situazioni concrete in cui mi trovo ad operare. A volte è facile, ma a volte può essere anche molto difficile. Il missionario rimane pur sempre una persona umana soggetta a tutte le grandezze e le esitazioni della natura umana.
Ma non mi è chiesto di essere un eroe, ma semplicemente di cercare ogni giorno quello che Dio vuole da me. In fondo si tratta di essere fedeli. Questo concetto di fedeltà è quello che conta; si può agire in tanti modi diversi a seconda dei tempi o delle circostanze che cambiano. Quello che non deve cambiare è questa fedeltà fondamentale all’ “avvenimento fondatore” che ha iniziato tutto. Quante volte mi è capitato di “andare in crisi”, di chiedermi se quello che facevo valeva la pena di essere fatto e così via.
Questo è umano e - alla fine - fa anche bene perché aiuta a crescere nel corpo e nello spirito. In questo perpetuo interrogarsi su se stessi e sulla propria vocazione deve prevalere la volontà di rimanere fedeli a quel Dio che ci chiama ogni giorno senza mai dimenticare che noi siamo “solo dei servi”, come dice il Vangelo. Il vero missionario è Gesù con lo Spirito Santo, inviati dal Padre per salvare il mondo.
Pregate affinché possa essere sempre fedele alla mia vocazione fino in fondo.
 

 

I PROGETTI

 

- Progetto “ BENEDETTO “ con qualsiasi importo puoi sostenere un ragazzo profugo a mantenersi agli studi.