Manoscritti ed edizioni a stampa della Bibbia


Quando si ha per le mani una delle tante edizioni della Bibbia attualmente in commercio, in qualsiasi veste editoriale essa venga proposta, la si considera anzitutto come un unico libro, e la si legge come tale sia quando la si scorre dall'inizio alla fine, sia quando si passa da una pagina all'altra attraverso il riferimento a citazioni. Leggiamo la Bibbia con la Bibbia, e trasmettiamo ai posteri l'insegnamento patristico per cui il versetto oscuro va spiegato con quello chiaro, ma anche quello che afferma la Bibbia come Parola di Dio, non lontani dagli insegnamenti del giudaismo che trovano nella Torâ la sapienza divina che contiene la creazione e la storia.

Ed è così che la Bibbia è stata trasmessa per generazioni a partire dalla sua raccolta, poiché come dice il nome (dal greco tà biblìa: i libri) essa è l'insieme di più testi formatosi nel corso di alcuni secoli attraverso aggiunte progressive, e se entro il V sec. a.C si ha la raccolta della Torâ, nel II sec. a.C. troviamo fissate le raccolte dei Nebi'im, e la più eterogenea raccolta dei Ketuvim risale al I sec. a.C., epoca  che vede tra l'altro sorgere le prime traduzioni in lingua greca di diversi scritti biblici; per il Nuovo Testamento solo verso IV sec. d.C. (Concili di Ippona e Cartagine) troviamo un sostanziale accordo sui testi da includervi (l'Apocalisse, la lettera agli Ebrei ed alcune Lettere Cattoliche) e su quelli da escludervi (come le lettere di Clemente, la Didachè, il Pastore di Herma e la lettera di Barnaba). Accordo che naturalmente non comprende il giudaismo, che anzi forse in contrapposizione all'utilizzo cristiano della versione dei LXX, escluderà alcuni testi in lingua greca (quello che la LXX nomina come primo libro di Esdra, di Giuditta, Tobia, i quattro libri dei Maccabei, di cui il terzo e il quarto esclusi anche dalla versione Vulgata latina, il Siracide e la Sapienza, ed il libro del profeta Baruc), così come ad altri testi sono esclusi anche dal canone cattolico dell'Antico Testamento (Odi, Salmi di Salomone).

La definitiva separazione fra giudaismo e cristianesimo ha  portato alla nascita di due grandi filoni di tradizione testuale, quella facente capo alla Bibbia ebraica e quella del Nuovo ed Antico Testamento, trasmessi in greco ed in altre versioni spesso dipendenti da questa. Frequenti sono stati gli incontri fra queste due tradizioni, dando luogo a momenti topici della storia della critica testuale, come  con l'exapla di Origene (nel III sec. d.C.), che pone in confronto sinottico il testo ebraico dell'Antico Testamento, con la sua traslitterazione greca, secondo la vocalizzazione in uso, con le versioni greche di Aquila, Simmaco, della LXX e di Teodizione, della quale però ci sono rimasti pochi frammenti in citazioni e traduzioni, e la Vulgata  di Girolamo (IV sec. d.C.), che facendo ampio uso dell'opera di Origene, cerca di restituire al testo latino della Bibbia una maggiore fedeltà all'Hebraica veritas,  tradotta dai rotoli della Scrittura Sacra e nel confronto con le versioni greche più vicine ad essi (Aquila e Simmaco).

La trasmissione dei testi biblici continuerà per secoli a seguire la duplice strada, differenziandosi spesso anche per il tipo di supporto: i grandi rotoli della Torah e degli altri scritti della Bibbia ebraica, prescritti dall'uso liturgico; i codici per i testi greci del Nuovo Testamento e gli altri libri biblici, più pratici e comodi nell'accogliere l'insieme di più testi.

Per quanto concerne l'Antico Testamento ebraico alla trasmissione del solo testo consonantico si è andata gradualmente a sostituire quella di un testo vocalizzato ed annotato. Lo sviluppo del sistema di vocalizzazione risale con ogni probabilità all'influsso esercitato dall'analogo procedimenti applicato già nel VI-VII sec. d.C alle versioni siriache della Bibbia e al Corano.

I principali manoscritti, tutti di tradizione tiberiense (dal sistema di vocalizzazione adottato) attualmente noti sono: il codice dei Profeti del Cairo, databile al 895 d.C circa, contenente i 'profeti anteriori' (Gs, Gdc, 1-2 Sam, 1-2 Re) e quelli 'posteriori'(Is, Ger, Ez, ed i 12 profeti minori); il codice di Aleppo, danneggiato in epoca moderna (comincia con Dt 28,17 ed è danneggiato in altre parti), databile al 930 d.C; il codice di Leningrado, databile al 1009 d.C. e ad oggi ritenuto il miglior codice completo della Bibbia Ebraica.

Di più antica data sono invece i codici in lingua greca sia dell'Antico che del Nuovo Testamento, legati alla tradizione filologica ellenista che vedeva raccogliere in biblioteche i grandi testi della tradizione (Alessandria, Antiochia, ma poi anche Cesarea), ma anche, con ogni probabilità alla svolta politica e religiosa dell'Imperatore Costantino a favore del cristianesimo, se è vero che si devono alla sua richiesta di 50 Bibbie i due più antichi codici della Bibbia greca (cfr. Vian, 2001, p. 97). Ad oggi conserviamo per il Nuovo e l'Antico Testamento greco i seguenti grandi codici: il codice Sinaitico, databile al IV sec. d.C. ma rinvenuto solo nel 1859, completo per il Nuovo Testamento, ma lacunoso in parti dell'Antico, scritto in bella grafia (conservato parte al British Museum e parte a Lipsia); il codice Vaticano, databile alla metà del IV sec. che pur mancante di quasi tutto Genesi, di parte dei Salmi e degli ultimi libri del Nuovo Testamento (1-2 Tim, Tt, Fim, Ap) è ritenuto tra i migliori testimoni della Bibbia in greco (conservato in nella Biblioteca Vaticana); il codice Alessandrino, del V sec. d.C, in parte lacunoso sia per l'Antico che per il Nuovo Testamento (mancano circa 24 capitoli del Vangelo di Matteo; è conservato al British Museum). A questi si aggiungono per il Nuovo Testamento  il codice di Beza (databile al V sec. contiene molte letture varianti rispetto agli altri codici ed è il principale testimone di quello che viene chiamato testo occidentale; è conservato a Cambridge) ed quello comunemente noto come l'Efrem rescritto, un palinsesto, ovvero un codice lavato e grattato per essere utilizzato per altri scritti (conserva parte del Nuovo Testamento e risale al V sec., mentre la riscrittura delle opere di Efrem è del XII sec), mentre per l'Antico Testamento va citato ancora il codice Marcaliano (databile al VI sec. riporta il testo dei Profeti con a margine note sulle varianti di Aquila, Simmaco e Teodizione).

L'avvento della stampa, unitamente all'affermarsi della filologia come disciplina avente per scopo quello di riportare il lettore direttamente ai testi, diede nuovo impulso allo studio e alla trasmissione dei testi biblici.

Le prime edizioni della Bibbia Ebraica come anche del Nuovo Testamento greco si datano infatti tra la fine del XV sec. (due edizioni del Testo Masoretico, con vocalizzazione e accenti, vengono prodotte a Soncino, in provincia di Parma, da tipografi ebrei che utilizzano manoscritti di provenienza Ashkenazita) e gli inizi del XVI sec (la Bibbia Rabbinica, riportante il testo biblico unitamente alle versioni targumiche e ad alcuni commentari rabbinici, di Felice da Prato del 1517;  e quella di Ya'aqob Ben Hayyim, edita nel 1525, sulla base di manoscritti spagnoli; la prima edizione del Nuovo Testamento di Erasmo da Rotterdam nel 1516, che pur affetta da numerosi errori tipografici e basata su pochi codici, divenne in breve la base del testo comunemente accettato, il Textus Receptus, nelle successive migliorate edizioni dello Stephanus, tra il 1546 ed il 1551, che pubblicherà più edizioni del Nuovo Testamento greco con apparato critico, e degli Elzevier, del 1624, dai quali prenderà il nome di textus ab omnibus receptum).

Il lavoro di raccolta e recensione dei manoscritti del Nuovo Testamento andrà di pari passo con gli sviluppi della filologia moderna (dalle Annotationes in Novum Testamentum di Lorenzo Valla, 1453-1457 volte ad emendare il testo latino della Vulgata con i testimoni greci ponendo particolare attenzione alla paleografia, all'Editio Maior  del Nuovo Testamento di Karl Lachmann, 1842-1850, che attraverso il confronto fra i testimoni recensiti stabilisce le affinità ed i rapporti di dipendenza dell'uno dall'altro, per giungere così a stabilire un testo il più vicino possibile a quello del IV sec. d.C). Se da un lato il Textus Receptus rappresenta per il Nuovo Testamento l'edizione di quell'insieme di manoscritti, maggioritario, facente capo alla tradizione bizantina, dall'altro esso si distanzia da alcuni dei testimoni più antichi del Nuovo Testamento greco, come i codici Vaticano e Sinaitico (scoperto da Tischendorf nel 1859). La recensione di un sempre più vasto insieme di manoscritti del Nuovo Testamento (come anche il confronto con le citazioni patristiche) ha prodotto gradualmente la messa in crisi del Textus Receptus, e ha condotto a classificare i manoscritti in alcune grandi famiglie testuali. Alla prima classificazione di Bengel (1687-1752), che prevedeva due famiglie testuali, una asiatica facente capo a Costantinopoli ed una africana rappresentata dal Codice Alessandrino e dalla Vetus Latina, sono seguite classificazioni tripartite (la famiglia alessandrina legata ad Origene, quella Orientale legata ai patriarcati di Antiochia e Costantinopoli, e quella occidentale rappresentata dalle più antiche versioni latine, Semmler 1725-1791), e classificazioni quadripartite (tipo neutrale, più scarno e più prossimo agli originali; tipo alessandrino, con revisioni di stile; occidentale, tendente alla parafrasi; tipo siriaco, che tende ad armonizzare lezioni differenti, diffusosi in tutto l'impero bizantino, Westcott 1825-1901, Hort 1828-1892). Sebbene ampiamente discussa la classificazione genealogica resta ancora uno dei principali modelli teorici per l'organizzazione del materiale manoscritto. Ad oggi si protende a definire le seguenti famiglie: Bizantina, che raccoglie la maggior parte dei codici minuscoli, il codice unciale Alessandrino, probabilmente derivato dalla recensione di Luciano d'Antiochia del III sec.; Occidentale, attestato come citazione nelle opere di Marcione, Taziano, Irene e Tertulliano e attesto nel codice di Beza, e nei manoscritti della Vetus Latina; Alessandrina, rappresentata dal codice Vaticano ed in parte da quello Sinaitico, come anche da alcuni papiri databili alla fine del II sec. e quindi considerata come la migliore recensione antica e la più prossima all'originale; Cesariense, riportante lezioni a volte prossime a quella occidentale ed altre a quella alessandrina, attestata in un codice del unciale del IX sec. (il Koridetiano) e nelle citazioni di Origene ed Eusebio.

La scoperta novecentesca di numerosi papiri frammentari ha dato altri contributi alla critica testuale del Nuovo Testamento a motivo dell'antichità dei ritrovamenti. Le principali raccolte di papiri sono la Chester Beatty, e la Martin Bodmer, dal nome degli acquirenti che le hanno collezionate a Londra (1930-31) e a Ginevra (1955-56).  Si da qui un breve elenco dei papiri più importanti: P5 del III sec. d. C. contenente Gv 1-20; P45 del III sec. conserva parte dei Vangeli e degli Atti, in un testo intermedio fra il tipo testuale Alessandrino e quello Occidentale; P46 databile verso il 200, contiene le lettere di San Paolo e la lettera agli Ebrei, in un testo prossimo a quello di Alessandrino; P52 datato verso il 135, contenente pochi versetti di Giovanni; P66 con larghi brani di Giovanni e datato al 200 circa; P72 tra il III ed il IV sec, con tratti delle lettere di Giuda e Pietro, riporta un testo prossimo al codice Vaticano; P75 dell'inizio del III sec. contiene sezioni di Luca e Giovanni, anch'esse prossime al codice Vaticano.

L'edizione attualmente più in uso del Nuovo Testamento greco, il Nestle-Aland (ed. 27, 1993), pur  non abbandonando la classificazione dei tipi testuali la semplifica definendo solo tre grandi gruppi (Neutro o Alessandrino, Maggioritario o Bizantino, e Intermedio), non rinuncia alla pubblicazione di un testo eclettico, basandolo sulla distinzione del valore dei testimoni in cinque categorie (I: Manoscritti di qualità molto speciale per stabilire il testo originale. A questi sono aggiunti tutti i manoscritti anteriori al IV secolo. II: Manoscritti di qualità speciale, ma distinti dai manoscritti della Categoria I per la presenza di alcune interpolazioni. III: Manoscritti caratterizzati da un testo relativamente indipendente. Particolarmente importanti per la storia del testo. IV: Manoscritti affini al codice di Beza considerato di tipo occidentale. V: Manoscritti della famiglia bizantina).

Per quanto concerne l'Antico Testamento, prima della scoperta di numerosi rotoli e papiri nel deserto di Giuda, si attribuiva una sostanziale autonomia alle due grandi tradizioni, quella ebraica e quella greca, confrontando al più la prima con il Pentateuco Samaritano, noto agli studiosi dal XVII sec., al lungo esistito come unico testimone non masoretico, e riportante poche correzioni ortografiche e alcune varianti teologiche, e la seconda con l'insieme di testimonianze dirette ed indirette, così da ricostruirne una complessa storia che vedeva al suo inizio una prima serie di traduzioni effettuate in ambiente alessandrino o palestinese, raccolte poi in quel corpo di testi che è la LXX, a cui si affiancarono presto altre traduzioni (quella di Aquila, nel 130 d.C volta ad essere più letterale della LXX; quella di Simmaco, nel 170 d.C; quella di Teodizione, nel 150/160 d.C), e che furono la base per le tre grandi recensioni che Girolamo ha conosciuto e che ha attribuito ad Esichio (Alessandria), Luciano (Antiochia) e ad Origine, Eusebio e Panfilio (Cesarea), capostipiti di quelli che saranno i grandi codici greci della Bibbia.

La scoperta dei rotoli del mar Morto ha invece aperto la questione relativa alla pluralità delle forme della Bibbia ebraica circolanti tra il II sec. a.C ed il II sec. d.C.  Tra il 1947 ed il 1956 sono stati rinvenuti nelle grotte di Qumran, del Wadi Murabba'at, di Nahal Hever e a Masada, circa 200 manoscritti dell'Antico Testamento. L'analisi dei rotoli di Qumran ha mostrato come alcuni di essi presentino uno stesso sistema ortografico e morfologico attribuibile agli scribi della comunità, mentre altri si distanzino indicando così una provenienza esterna. I testi biblici rinvenuti sono stati classificati in: testi propri, che riflettono un testo ebraico detto proto-masoretico, con adattamenti contestuali, errori e correzioni (20% dei testi); testi proto masoretici, concordi con il testo masoretico a noi pervenuto nei codici medievali (60%); testi pre-samaritani, scritti in paleo-ebraico, che si accordano al Pentateuco Samaritano (5%); testi ebraici vicini alla versione della LXX (5%); altri testi, che non rientrano nelle suddette categorie (5%).

Per ciò che concerne il Pentateuco si può affermare che l'insieme dei testimoni pare indicare un testo ampliato e armonizzato rispetto a quello Masoretico, e in relazione con la recensione Lucianea della LXX. Per i libri storici si da luogo ad una triplice tipologia: testi ebraici strettamente legati alla versione greca dei LXX; quattro manoscritti dei libri di Samuele che riflettono la versione Lucianea; testi ebraici di tipo masoretico. Per i libri profetici abbiamo due rotoli del profeta Isaia (il più completo dei quali diverge secondo molti aspetti da quello Masoretico) alcuni rotoli frammentari del profeta Geremia (che attestano una versione ebraica più breve in passato attestata solo dalla LXX) e testi di Ezechiele. La raccolta dei dodici profeti minori segue in prevalenza il testo Masoretico, così come i manoscritti di Giobbe e dei Proverbi. La raccolta dei Salmi si differenzia sia per numerazione che per la presenza di testi assenti nel testo Masoretico e nella LXX. Tra gli altri si trovano resti di Daniele, del Qoeleth, di Rut, del Cantico dei Cantici e delle Lamentazioni, come anche di Esdra e delle Cronache. Fra i deuterocanonici a Qumran si attesta solo quello di Tobia (quattro in aramaico ed uno in ebraico), presente invece a Masada un importate parte del Siracide in ebraico.

Questo tipo di classificazione fa riferimento ad una teoria secondo la quale il testo biblico sarebbe nato da una pluralità di forme, per tendere progressivamente ad una certa unitarietà (Tov, 1992, p. 164-197). Da un altro punto di vista invece, l'insieme di varianti attestate nei rotoli del Mar Morto potrebbe essere la conseguenza dell'adattamento del testo all'ambiente in cui è stato recepito e trasmesso, dando luogo quindi a ritocchi testuali che riflettono cultura e  fede dei recensori del manoscritto e non dell'originale che tramandano, che quindi sarebbe ancora ricostruibile attraverso una rigorosa critica testuale (Chiesa, 2002, 429-441).

Le difficoltà teoriche e pratiche di una lavoro di collazione per l'insieme dei testimoni dell'Antico Testamento, ebraici e greci che siano (per non parlare delle altre antiche versioni, in questo articolo volutamente omesse), ha portato all'affermarsi dell'edizione diplomatica per la Bibbia Ebraica (così è per la Biblia Hebraica Stuttgartensia, edita nel 1977, e per i progetti in corso di pubblicazione della Biblia Hebraica Quinta, che come la BHS elegge il codice di Leningrado come textus optimus, ed anche per la Hebrew University Bible Project, che sceglie il codice di Aleppo come testo base e lo correda di un duplice ed ampio apparato critico).

Diverso è invece il caso della Oxford Hebrew Bible, in corso di realizzazione, che tenta di ricostruire un testo eclettico a partire dal confronto di più testimoni, annotati nell'apparato critico, e mira a realizzare per la Bibbia Ebraica quanto la LXX di Gottinga fa per la versione greca dell'Antico Testamento.

Al lettore la scelta fra testi a lungo in uso nelle Chiese e nelle Sinagoghe (le edizioni diplomatiche dei principali codici biblici), a volte comparati fra loro, come  nel progetto di traduzione 'La Bible en ses Traditions' dell'École biblique di Gerusalemme, o i testi ricostruiti sulla base di rigorose metodologie filologiche (i cosiddetti testi eclettici derivati dal confronto critico dei singoli manoscritti).

Matteo Mantovani