PIACENZA-BOBBIO
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S.E. Rev.ma Mons. CEVOLOTTO ADRIANO ,

Testo della seconda meditazione del tempo di Quaresima



L’ALLEANZA NELLA PATERNITÀ
ABRAMO
 
Gen 22,1-19
Chi di noi non è almeno inquietato da questa pagina biblica, che conosciamo come il “sacrificio di Isacco”? Ci viene da dire: ma a quale prezzo si dà un’Alleanza? Con il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe?
Per capire questo testo dobbiamo ricordare che al cap. 15 della Genesi Dio stipula un’Alleanza con Abramo. Si tratta della risposta all’amara constatazione di Abramo che la promessa di Jahvé è smentita dal fatto che non ha figli: come realizzarsi la promessa del Signore che avrà una discendenza, alla quale sarà data questa terra? Se manca il figlio? Dopo un lungo percorso, finalmente Sara dà un figlio ad Abramo: Isacco. Conosciamo che a motivo delle gelosie, Ismaele, il figlio della schiava Agar, viene allontanato. Allora si capisce che non è causale la ripetizione che troviamo nelle parole del Signore: “Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco”. In Isacco è concentrato tutto l’investimento affettivo, paterno, credente di Abramo. Isacco è la promessa di Dio che finalmente si è manifestata.
La pagina si collega con quanto è raccontato prima (“Dopo queste cose”) e precisa al lettore che quello che sta accadendo è una messa alla prova di Abramo (“Dio mise alla prova Abramo e gli disse:…”). Abramo è ormai vecchio: finalmente un momento di pace! Eppure con il Signore sembra che la tranquillità non sia prevista (tutti riteniamo legittimo poter dire: “lasciami un po’ in pace!”). Il modo con il quale il Signore gli si rivolge sembra ripetere la prima chiamata (12,1). Non ci sono stagioni dove si possa dire: “sono arrivato al termine, al compimento”, perché il cammino riprende. La relazione è viva, perché viva è la persona. Si potrebbe dire che si tratta di un test per scoprire ciò che ancora si ignora, qualcosa che non si è ancora manifestato. Perché il Signore chiede di più. Anzi chiede tutto. Nel senso chiede tutto ciò che all’uomo è possibile vivere, è possibile essere. Attraverso questo passaggio Dio rivela che il compimento della promessa avviene per tappe. C’è bel altro da scoprire. C’è di più da ricevere. La stessa Alleanza con Abramo si realizza perciò a tappe. Il Signore vuol rivelare ad Abramo (e a noi) che non basta avere un figlio per avere una discendenza. Per essere veramente fecondi. E in quel ‘figlio’ c’è ogni cosa a cui abbiamo dato vita: un’attività, un progetto, un’associazione, certo un figlio… tutto ciò che sento e vivo come ‘mio’!
Nel racconto (integro rispetto al testo proposto dalla liturgia) c’è un ritmo lento che non serve solo a rendere più drammatico l’episodio, ma anche a immergerci nel travaglio dei protagonisti: di Abramo e del figlio Isacco. Questi ha già cercato di dar voce alla domanda che è nata nel suo cuore: “Padre mio!” (…) “Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?”.
E Abramo ha capito bene? Se immolerà il figlio comprometterà irreparabilmente la promessa di Dio. E se non lo farà risponderà alla richiesta di Jahvé? Rinnegherà l’obbedienza a cui ha sempre affidato la sua vita, proprio ora che è vecchio? Cosa gli sta chiedendo il Signore?
Questo figlio Isacco è il segno dell’Alleanza che Dio ha stipulato con Abramo (ricordiamo il segno dell’arcobaleno nell’Alleanza con Noè e la creazione). È il dono insperato che Abramo ha ricevuto: è unico, ma anche unito a lui. Ecco sta proprio qui il nodo che è dentro alla scelta che Abramo deve fare: in chi riceve un dono ci possono essere due atteggiamenti. Il dono è qualcosa da possedere. Da tenere gelosamente per sé. Abramo può ripetere la stessa esperienza che ha avuto con suo padre Térach: che lo teneva così legato a sé che solo il Signore Dio, con la sua Parola e la sua promessa, riesce a rompere quel laccio che gli impediva di fare la propria strada (i legami possono trasformarsi in lacci!). Oppure il dono è ciò che richiama un legame, una relazione: in questo dono Dio ha nascosto una grazia per la vita. Il dono, in altre parole, non sta nel figlio, bensì in quello che attraverso di lui si compie in chi lo riceve. E così il figlio rimane di Dio e strumento attraverso il quale Egli porta a compimento la sua promessa.
Abramo padre, lungo quella lunga salita al monte, istruisce il figlio di avere fiducia in quel Dio che l’aveva fatto uscire dalla sua terra e dalla casa di suo padre. Nelle parole di Abramo: “Dio stesso si provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!”, c’è la narrazione della sua vicenda personale. Dicendolo al figlio lo dice anche a sé stesso: il futuro è nelle Sue mani e darà risposta a quello che ora non capiamo e vediamo (=il compito del padre! E insieme il dono che il figlio diventa per un padre). C’è da immaginare che nel suo procedere lentamente verso il monte si sono materializzate davanti agli occhi tutte le separazioni che Jahvé gli aveva chiesto lungo la sua lunga vita (la separazione da suo padre e dalla sua terra, dal cugino Lot, dal figlio Ismaele…) e constata che tutte sono state fruttuose. Perché allora legare a sé il proprio figlio? Se Isacco è di Dio e per Lui, in questo gesto Abramo assolve all’altro compito paterno: di orientare il figlio non a sé stesso ma al Signore Dio! Il padre rinvia al figlio che entrambi hanno un'unica origine: il Dio-Padre.
Fatta la scelta, Abramo viene raggiunto dalla voce, dal grido del Signore: “Abramo, Abramo!”. E per l’ennesima volta la risposta di Abramo è raccolta in quell’”Eccomi!”: “Sono qui!”. Disarmato e disponibile. “Ora so che tu temi Dio (…)”. Il timore di Dio è esattamente la giusta distanza tra l’uomo e Dio. La relazione corretta, per la quale l’uomo comprende sé stesso in rapporto a chi è Dio. Ciascuno al proprio posto in una giusta relazione.
E così si apre un finale a sorpresa. Abramo alzò gli occhi e vide (dietro) “impigliato con le corna in un cespuglio un ariete”. Un montone, quindi, non un agnello. Il ‘padre’ dell’agnello, le cui corna (impigliate) rappresentano il potere, la forza. Lo prende e lo sacrifica. Sacrifica cioè ciò che rappresenta il suo modo di essere padre possedendo il figlio. Immola la sua storia, vissuta fino ad ora. Quindi si capovolge radicalmente la prospettiva: nella richiesta di sacrificare il figlio c’è in realtà la richiesta di offrire in sacrificio sé stesso. È invitato a immolare il padre che aveva riposto nel figlio il prolungamento di sé.
Ed è interessante che nella discesa dal monte, Abramo non scende con Isacco: da questo momento Isacco va per la propria strada. Ma Abramo non perde Isacco, l’ha semplicemente slegato, cosa che gli permette di ritornare a casa con i servi, con un cuore e delle relazioni allargate.
Ecco il compiersi dell’Alleanza di Dio con Abramo che trasforma la sterilità di Abramo in fecondità, grazie alla parte fatta da Abramo. Al capitolo 15 Dio unilateralmente si era impegnato a dare la terra alla discendenza di Abramo, ma a quella promessa non mancava -come aveva giudicato Abramo- il ‘pezzo’ del figlio (che non c’era), quanto piuttosto mancava un padre rigenerato nell’”Eccomi” di Abramo. Sul monte. La discendenza uscita dall’Alleanza aveva finalmente un padre.



05/03/2021 S.E. Rev.ma Mons. CEVOLOTTO ADRIANO