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S.E. Rev.ma Mons. CEVOLOTTO ADRIANO ,

Omelia del 01 gennaio, Maria Madre di Dio e Giornata mondiale della pace



Quando si apre un anno nuovo sembra che ci sia un cambio di marcia, di registro: da un diffuso tono lamentoso ad un clima più fiducioso. Essere ‘obbligati’ a farci gli auguri ha l’effetto benefico di guardare avanti investendo il futuro di qualcosa di nuovo.
Non è forse il segno che una vita per essere vissuta ha bisogno di speranza? Ha bisogno che il tempo che ci sta davanti non sia la ripetizione di quello che ci sta alle spalle.
Ma, non siamo così ingenui e sprovveduti da non sapere che i giorni che ci attendono non saranno privi di imprevisti (magari dolorosi) insieme, certamente, a sorprese (belle e inattese); delusioni insieme a realizzazioni. Non può essere semplicemente una questione algebrica, cioè che la somma delle cose belle sia maggiore dell’altra.
La Chiesa oggi ci invita ad iniziare l’anno civile con due riferimenti: la solennità di Maria, Madre di Dio, e la Giornata mondiale della pace (54° anno). Mi verrebbe da dire: una certezza (abbiamo una Madre nel nostro cammino) e un affidamento/compito (operare la pace).
Prima di entrare nel merito di questi due riferimenti possiamo cogliere che la speranza con la quale guardiamo il domani, personale e collettivo, non è affidata al gesto scaramantico dell’incrociare le dita perché ci vada bene, ma piuttosto all’andare incontro alla vita consapevoli che ci è consegnato molto. Molto dipende da noi.
Maria ci è Madre non solo (e non è poco) perché a lei possiamo ricorrere, come un rifugio accogliente e materno quando la vita si fa più dura, ma ci è Madre perché nella fede ha generato il Figlio di Dio, Dio. Ci ricorda la possibilità che ci sembra impossibile: che affidandoci alla potenza della Parola di Dio, questa è capace di dare alla luce, in noi e grazie a noi, Dio, nel suo donarsi, nel suo piegarsi su di noi.
Nel brano del Vangelo ascoltato Maria ci è descritta attraverso due verbi che lei coniuga ripetutamente: custodiva (tutte queste cose), meditandole (nel suo cuore). Andando a vedere dove è usato questo verbo in altri passi, custodire ha in sé due significati: proteggere perché non si rompa e mantenere in vita, proteggere dalla morte, ciò che può scomparire perché vulnerabile. Maria vive i fatti, gli eventi, gli incontri e le parole con la premura tipica di una madre verso i suoi figli. Il futuro di ciò che le è stato dato (il figlio) dipende molto dal modo con cui si prende cura. “Fragile! maneggiare con cura” potrebbe essere l’indicazione precisa: le nostre persone, le parole, le relazioni, il nostro servizio, la comunità cristiana, il creato, i beni, il tempo… sono così fragili da richiedere una cura speciale.
L’altro verbo aiuta a comprendere come Maria custodisce, meditando. “Meditare” è inteso come il “tenere insieme”. Nel suo cuore. Quanto è necessario questo esercizio: la fatica oggi è di tenere insieme le molteplici esperienze, informazioni, le persone. Vincere la fretta di giudicare, di inquadrare, di separare. Ci vuole tempo per entrare in profondità delle situazioni e delle persone, per comprendere la volontà del Signore.
 
E qui ci viene incontro l’altro riferimento di questo primo giorno dell’anno: la giornata mondiale della pace. Il messaggio di papa Francesco è invito a coltivare “La cultura della cura come percorso di pace”.
Niente di più attuale, di qualcosa che avvertiamo essenziale. E il Papa sottolinea che alimentare questa cultura può debellare la cultura (prevalente) dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro.
Mi verrebbe da dire che la maternità di Maria e l’invito alla cura ci consegnano i binari sui quali andare incontro a questo anno. Abbiamo sperimentato la comune sensazione di fragilità, ed insieme la necessità di farci carico gli uni degli altri.
Appartiene anche al nostro vocabolario il: “prendersi cura”. Non solo per il parlato, ma molto di più per il vissuto. Da sempre l’abbiamo sperimentato sulla nostra pelle, e la maturità è esattamente rappresentata dal prendersi cura di qualcun altro.
Potrebbe essere questo l’augurio (umanizzante) che ci scambiamo all’inizio dell’anno. Se ciò che è prezioso si è dimostrato fragile, la sua cura diventa obbligata e sarà in grado di costruire autentici percorsi di pace. Buon Anno.



01/01/2021 S.E. Rev.ma Mons. CEVOLOTTO ADRIANO