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S.E. Rev.ma Mons. GIANNI AMBROSIO ,

Omelia della 23ª Domenica del tempo ordinario. Ordinazione presbiterale di don Giuseppe Porcari e di don Omar Bonini

Cattedrale


Letture: Ez 33,1-7-9; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

Carissimi don Giuseppe e don Omar, carissimi fratelli e sorelle
1. È già una grazia essere qui a celebrare le ordinazioni presbiterali, pur con le restrizioni dovute alla pandemia. La data di questa celebrazione era attesa da tutti noi, ma in particolare da questi fratelli che oggi hanno il cuore pieno di gioia nell’accogliere il dono del presbiterato. Sono certo che in voi, cari Giuseppe e Omar, la gioia è aumentata in proporzione all’attesa e all’intensità della preghiera per diventare degni ministri di Cristo e della sua Chiesa grazie all’imposizione delle mani e all’invocazione dello Spirito Santo.
L’ordinazione di nuovi presbiteri è sempre motivo di gioia, di consolazione e di emozione per tutto il popolo del Signore. È una benedizione vedere che il Signore chiama anche oggi, come chiamava ai tempi in cui camminava per le strade della Palestina. È una consolazione vedere che alcuni rispondono con il loro ‘sì’ al Signore per perpetuare la sua missione di salvezza, come hanno fatto gli apostoli lasciando tutto, all’insegna della radicalità evangelica: “tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono” (Lc 5,11). È motivo di intensa emozione per gli ordinandi, per i loro famigliari, che ringrazio di cuore, e per la Chiesa diocesana. Lo è in particolare per me, in quanto è l’ultima ordinazione presbiterale che presiedo. Questo grande dono che il Signore offre a Giuseppe e Omar è offerto a tutta la Chiesa e noi tutti lo accogliamo con cuore grato riconoscendo la sua bontà, la sua generosità, la sua misericordia.
 
 2. Accompagniamo questi fratelli con la preghiera perché il loro ministero presbiterale sia veramente al servizio di Dio e del suo popolo. Nella preghiera di ordinazione invocheremo il Padre onnipotente perché “rinnovi l’effusione del suo Spirito di santità” su questi fratelli: “con il loro esempio guidino tutti a un’integra condotta di vita”. Poi, al momento dell’unzione delle mani con il sacro Crisma, ci rivolgeremo in preghiera al “Signore Gesù Cristo che il Padre ha consacrato in Spirito Santo e potenza” perché “li custodisca per la santificazione del suo popolo e per l'offerta del sacrificio”.
Ecco il dono che voi state per ricevere: l’effusione dello Spirito di santità, che richiama il dono che il Risorto, la sera di Pasqua, fa’ ai suoi apostoli. Ecco il ministero da esercitare e il cammino da percorre: favorire la santità del popolo del Signore con l’annuncio della Parola, con la celebrazione liturgico-sacramentale e con la preghiera. Conformando la vostra vita a Cristo, guidate con il vostro esempio il popolo del Signore perché cammini nella fedeltà a Dio e ai fratelli. Questo è il fondamento e questa è la missione, tutto il resto è accessorio, a volte anche ingombrante.
 
 3. Desidero ricordare a voi in primo luogo e a tutti noi, popolo radunato attorno all’altare del Signore, una indicazione precisa di san Paolo VI nell’Esortazione Apostolica Evangelii Nuntiandi (1975), a cui spesso fa riferimento Papa Francesco. Paolo VI indica come essere oggi ministri del Vangelo che accolgono la gioia di Cristo e la diffondono con amore spassionato mettendo in gioco la propria vita: “Possa il mondo del nostro tempo, che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza, ricevere la buona Novella, non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti ed ansiosi, ma da ministri del Vangelo, la cui vita irradi fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia di Cristo, e accettino di rimettere in gioco la propria vita, affinché il Regno sia annunziato e la Chiesa sia impiantata nel cuore del mondo” (EN 80).
A voi che state per diventare ministri del Vangelo è chiesta una vita che irradia la gioia di Cristo con una fede autentica, con una preghiera incessante, con una buona umanità e con un sano equilibrio di cuore ed intelletto, di ragione e sentimento, di corpo ed anima.
 
4. In questa luce accogliamo l’impegnativo insegnamento che ci proviene dal brano evangelico di questa domenica: Gesù invita la comunità dei credenti alla correzione fraterna. L’invito riguarda tutti, coinvolge in particolare chi è ministro del Vangelo e ha la missione di essere segno e strumento di comunione. Il Signore chiede un particolare impegno per accompagnare e aiutare chi sbaglia, affinché nessuno si perda, evitando il clamore e il pettegolezzo e correggendo il fratello con delicatezza e prudenza. Ma occorre soprattutto tanta umiltà, riconoscendo che siamo tutti peccatori e tutti bisognosi di perdono. Occorre poi tanto amore, perché la correzione fraterna è un aspetto dell’amore che deve regnare nella comunità cristiana.
 
5. Non è facile praticare questo servizio reciproco della correzione fraterna che è un servizio per l’edificazione della comunità, per la riconciliazione e per l’unità. Dobbiamo riconoscere che oggi questo pratica sembra abbandonata o anche volutamente trascurata. Non dimentichiamo che la fraternità vissuta nella comunità cristiana è stata una delle motivazioni più affascinanti e più decisive per la diffusione del cristianesimo delle origini. È stata ed è una motivazione importante, sempre di grande attualità. In un mondo diviso e lacerato, solo la fraternità vissuta può testimoniare il realismo della fede cristiana. Questo ci viene ricordato con insistenza da Papa Francesco che afferma che solo la fraternità condivisa ci fa camminare con un cuore liberato da quella “tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata” (Evangelii gaudium, 2).
Queste parole di Papa Francesco sono rivolte a tutti, ma toccano con particolare risonanza noi presbiteri e il nostro presbiterio. Invito voi, novelli presbiteri, ad accogliere questa sfida: vivete la fraternità nella famiglia presbiterale in primo luogo e poi nella famiglia ecclesiale e nella realtà sociale. Siamo pastori che hanno una particolare responsabilità per la vita della comunità, ma siamo buoni pastori se prima di tutto abbiamo imparato a vivere come fratelli, tutti figli di un unico Padre. Con lo Spirito di santità possiamo e dobbiamo essere capaci di far leva su ciò che unisce, su ciò che è positivo e bello, evitando tutto il resto che porta alla divisione e alle tristi logiche della mondanità.   
L’insegnamento di Gesù è un invito tanto più forte quanto più persistente si rivela la tendenza all’individualismo che ci fa discepoli di noi stessi e delle nostre opinioni. Il Signore ci chiede di amare la comunità che ci è data e di camminare con questa comunità come pellegrini: egli attende qui il nostro impegno e la nostra dedizione umile al ministero che ci ha affidato. Ogni giorno facciamo nostra la preghiera di Gesù nell’ultima cena: “Padre, ti prego per quelli che crederanno in me grazie alla parola dei miei discepoli: che siano una cosa sola, come tu Padre sei in me ed io sono in te, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21).
 
 6. Desidero concludere con le toccanti parole di Papa Francesco che troviamo nella lettera che ha scritto ai sacerdoti della diocesi di Roma lo scorso maggio (31 maggio 2020): “Come sacerdoti, figli e membri di un popolo sacerdotale, (...) mettiamo nelle mani piagate del Signore, come offerta santa, la nostra fragilità, la fragilità del nostro popolo, quella dell’umanità intera. Il Signore è Colui che ci trasforma, che si serve di noi come del pane, prende la nostra vita nelle sue mani, ci benedice, ci spezza e ci condivide e ci dà al suo popolo”.
Sono parole da meditare sempre per vivere il ministero con umiltà, con dedizione, con entusiasmo. È la grazia che invochiamo  per voi, don Giuseppe e don Omar, confidando nell’intercessione materna della Beata Vergine Maria, che  invochiamo come “Madre del sommo ed eterno Sacerdote, Regina degli Apostoli, Ausilio dei presbiteri nel loro ministero” (cfr. Presbyterorum ordinis, 18). Amen.



05/09/2020 S.E. Rev.ma Mons. GIANNI AMBROSIO