PIACENZA-BOBBIO
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S.E. Rev.ma Mons. GIANNI AMBROSIO ,

Omelia nella solennità di San Benedetto

Monastero Benedettine San Raimondo


Letture: Prov 2,1-9; Col 3,12-17; Gv 17,20-26

Carissime sorelle monache, carissimi fedeli
1. Nella vita personale e collettiva vi sono momenti belli e momenti difficili: lo sappiamo per esperienza. Sappiamo che anche nella storia vi sono giorni luminosi e notti oscure, a volte molto lunghe. Il tempo in cui Benedetto ha vissuto e operato non era luminoso, ma difficile e oscuro. Benedetto è nato attorno al 480 ed è morto nel 547: siamo tra il V e VI secolo, era ormai crollato l’impero romano e da tempo si susseguivano le invasioni di nuovi popoli. Ma prima ancora era iniziata una tremenda crisi che coinvolgeva tutto e tutti: dal calo demografico al venir meno dei valori, dei costumi e delle istituzioni. Anche le virtù civiche che avevano caratterizzato la vita dell’impero erano venute meno: in particolare stavano scomparendo la pietas e la fidelitas, la pietas come espressione di buona umanità e la fidelitas alla res publica, come espressione di un cives fedele alla vita sociale e alle sue norme.
In questo mondo sconvolto Benedetto da Norcia diventa sale della terra e luce del mondo. Inviato a Roma dai suoi genitori per la sua formazione negli studi, il giovane Benedetto si fermò poco a Roma, perché, secondo san Gregorio Magno, rimase disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni di studi, che vivevano in modo dissoluto. Era cresciuto in lui un vivo desiderio, quello di piacere a Dio (soli Deo placere desiderans, scrisse Gregorio). Così, lasciata Roma, Benedetto si ritira prima nella solitudine eremitica a Subiaco per un periodo di maturazione interiore, poi si stabilisce a Montecassino, in cui la vita monastica rende visibile la fede illuminando la vita della Chiesa e della società.
 
2. Benedetto raduna attorno alla sua Regola molti discepoli che, come lui, volevano pregare e lavorare. Egli “brillò su questa terra”, ha scritto san Gregorio: così venne illuminata l’oscura notte del suo tempo. La sua testimonianza continua a brillare grazie alla sua Regola e a tutti gli uomini e le donne che la seguono come “una scuola del servizio del Signore”.
È sempre motivo di sorpresa vedere come il rinnovamento spirituale e culturale operato da Benedetto e dai monaci abbia cambiato il volto della Chiesa, dell’Italia e dell’Europa. Venuta meno l’unità culturale, sociale e politica dall’impero romano, san Benedetto ha dato vita a una nuova unità spirituale e culturale, fondata sulla fede cristiana condivisa dai popoli del continente che va sotto il nome di “Europa”. Il suo desiderio di servire Dio, di “non preferire nulla all’amore di Cristo” (RB 4,21; cfr. 72,11), di “non avere nulla di più caro che Cristo” (5,2), ha avuto un influsso straordinario sulla cultura europea, con una fecondità che ha umanizzato la nostra vita, rendendola più armoniosa, più unificata, in una parola più autenticamente umana. La cultura europea si è lasciata plasmare da questa esperienza di vita che dai monasteri si è comunicata al tessuto di una società che doveva ricostruirsi sulle macerie dell’impero romano integrando il sangue nuovo dei popoli barbari.
3. Non è il caso di entrare nel merito del dibattito intorno alla cosiddetta “opzione Benedetto”, per ritrovare la luce di cui ha bisogno il nostro tempo che presenta parecchie affinità con quello di Benedetto. L’opzione non è una formula magica a nostra disposizione, ma la scelta di Benedetto interpella ciascuno di noi e la comunità ecclesiale. La rinascita della Chiesa, del nostro Paese e dell’Europa richiede un cuore aperto al desiderio di Dio, al desiderio di infinito che è nel cuore umano. La domanda che Benedetto ci rivolge è semplice: siamo disposti all’ascolto di Dio, a lasciarci guidare e condurre verso la vita nella sua totalità, verso la felicità nella sua pienezza? Senza questa apertura non c’è rinascita, senza questo ascolto non c’è luce per noi, né per gli altri.
4. Seguendo Gesù che esorta a pregare sempre, Benedetto ha posto in primo piano la preghiera perché la preghiera rivela se il nostro cuore è aperto al desiderio di Dio. Nella lunga preghiera detta sacerdotale, al termine dell’ultima cena, Gesù intercede per i discepoli di ogni tempo perché desidera che noi partecipiamo alla relazione di amore che unisce Lui al Padre, perché “l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro”. Gesù ci associa, nello Spirito Santo, alla sua preghiera, al suo amore, alla sua gioia, al mistero di essere uno con il Padre. Dall’intimo del nostro essere credenti in Gesù Cristo, sgorga la nostra preghiera che è esperienza dell’amore di Dio.
Seguiamo san Benedetto che ha ascoltato e messo in pratica l’insegnamento di Gesù mettendo la preghiera al cuore della sua esistenza e della sua Regola. L’ascolto obbediente di Dio è il prezioso servizio che il discepolo di Gesù compie per la gloria di Dio e per il bene di ogni uomo e ogni donna. San Benedetto non ci racconta un altro Vangelo, ma il Vangelo di Gesù Cristo. San Benedetto non ha pensato di dare vita a una nuova cultura: ha amato Dio e ha amato i figli di Dio. Il suo insegnamento non è riservato solo ai monaci e alle monache ma è dato a tutti coloro che, in questo tempo di inquietudine, cercano la luce per il loro cammino. La Regola invita tutti a discernere tra l’essenziale e il secondario perché emerga la nostra sete di Dio, perché si alimenti la nostra vita spirituale, perché la dimensione contemplativa non sia soffocata da altre dimensioni, perché la nostra interiorità non diventi un deserto arido e vuoto.
5. Mentre rendiamo grazie a Dio per il dono di san Benedetto e per tutti coloro che lo seguono sia nella vita monastica sia nella vita comune, ci uniamo alla preghiera sacerdotale del Signore Gesù per lasciarci trasformare dall’amore di Dio e crescere come suoi figli che vivono nell’amore a Dio e alle persone che Dio ci ha affidato. Sull’altare del Signore presentiamo le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo e di tutti gli uomini e le donne della nostra Europa, di cui è patrono il santo patriarca del monachesimo occidentale. Amen.



11/07/2020 S.E. Rev.ma Mons. GIANNI AMBROSIO