PIACENZA-BOBBIO
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S.E. Rev.ma Mons. GIANNI AMBROSIO ,

Celebrazione eucaristica del Crisma

Cattedrale Come è noto, tale celebrazione si doveva tenere nello scorso Giovedì santo (09 aprile) ma, a causa delle limitazioni dovute alla pandemia, è stata destinata alla prima data consentita.


Letture: Is 61, 1-3a.6a.8b-9; Ap 1, 5-8; Lc 4, 16-21
 
Carissimi presbiteri e diaconi
 1. “Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme!”: è il versetto di inizio del salmo 133 che canta la gioia del popolo del Signore che si trova insieme in occasione del pellegrinaggio annuale a Gerusalemme. Anche noi esprimiamo la gioia del trovarci insieme nella Cattedrale, chiesa madre, per la Messa del Crisma: è la prima celebrazione diocesana dopo il periodo di distanziamento. È poi motivo di gioia evangelica riconoscere che siamo radunati dallo Spirito del Signore, quello Spirito che è sceso su Gesù nella sinagoga e che il Signore Gesù, sommo ed eterno sacerdote, intercede per noi presso il Padre perché anche la nostra vita sia secondo lo Spirito, sia vita consacrata e donata al servizio del lieto annuncio. 
 2. In questi lunghi giorni della pandemia, tutti noi abbiamo partecipato alla preghiera che papa Francesco ha fatto il 27 marzo nella piazza di san Pietro. È stato senz’altro il momento più alto di questo tempo drammatico, il momento più eloquente sia per le parole accorate di Francesco sia per il silenzio di quella immensa piazza deserta, battuta dalla pioggia.
“Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città”, ha detto il Papa. Il buio si è impadronito “delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante”. Ci si è “ritrovati impauriti e smarriti”. Tuttavia “ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, fragili e disorientati”, allo stesso tempo “importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme”.
Nella preghiera di Francesco che implora Dio di “non lasciarci in balia della tempesta”, vi è l’invocazione di tutta l’umanità. La preghiera è terminata con l’Adorazione eucaristica ed è stato cantato l’Adoro te devote, attribuito a san Tommaso d’Aquino. Quella sera e poi anche nei giorni successivi ho ripreso in mano questo antico inno e l’ho meditato con il pensiero rivolto alla piazza con il Santissimo Sacramento esposto, insieme al Crocifisso di San Marcello e all’immagine della Salus Populi Romani.
 3. Desidero condividere con voi alcune espressioni di questo inno che mi ha aiutato a vivere questo tempo come un invito a riporre nelle mani di Dio la mia vita e la vita della nostra comunità e a riconoscere che “siamo fragili e disorientati”, chiamati “a remare insieme” e a confidare nella preghiera di Gesù che non ha lasciato orfani i suoi discepoli:
 
Adoro Te devotamente, oh Dio nascosto.
Credo tutto ciò che disse il Figlio di Dio.
Confesso Te mio Dio.
Fammi credere sempre più in Te,
Che in Te io abbia speranza, che io Ti ami.
 
4. Anche se la traduzione italiana non rende la bellezza del latino, le parole dell’inno esprimono l’atto di fede che la comunità cristiana da sempre professa e testimonia. Perché la fede cristiana non si limita alle parole: già lo ricordava san Tommaso facendo tesoro della lunga tradizione cristiana. La fede raggiunge il cuore, la mente e la vita di ciascun credente, anzi la fede arriva al cuore di Dio. Papa Benedetto XVI lo ha affermato in molte occasioni e Papa Francesco più volte ha voluto citare il suo Predecessore: “A me sempre ha colpito quello che Papa Benedetto aveva detto, che la fede non è una teoria, una filosofia, un’idea: è un incontro. Un incontro con Gesù”. Se così non avviene, se non ci si imbatte nella “sua misericordia”, si può pure “recitare il Credo a memoria, ma non avere fede”.
 
5. Questa verità della fede cristiana viene espressa in modo semplice e immediato nell’inno Adoro Te, in cui vi è un continuo riferimento a Dio - a Te, mio Dio -, in un dialogo intimo tra colui che desidera adorare e amare e Colui che è adorato e amato.
La fede cristiana diventa vera solo se il nostro desiderio si apre a Dio e incontra “Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre”, come dice l’Apocalisse.
Questo incontro tra il cuore di Dio e il nostro cuore – cor ad cor loquitur, era il motto episcopale di san J. H. Newman - assume sempre una forma precisa, quella della conversione, che è insita nella fede veramente professata.  Perché la fede ci fa uscire da noi stessi e dal nostro io per aprirci e rivolgerci a Dio: “Adoro Te, confesso Te, mio Dio”. 
La fede cristiana diventa autentica se la conversione è concreta e ci cambia realmente, dallo sguardo e dai pensieri ai comportamenti. Per questo la conversione è un processo che non finisce mai, ma va sempre rinnovata in quanto la fede si connota diversamente rispetto ai tempi della vita e delle esperienze, sia personali che collettive: “Fammi credere sempre più in Te”, dice l’inno. “Sempre di più”: l’incontro non è mai concluso su questa terra, va sempre approfondito e reso nuovo in una conversione sempre più convinta e reale. Sempre è necessario battersi il petto, a livello personale e a livello collettivo, comunitario: “per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto”.
La fede diventa vitale se la conversione cambia il nostro cuore che ha bisogno di essere purificato per diventare capace di amare: “che io Ti amo, che in Te io abbia speranza”, recita ancora l’inno. 
 6. Ho desiderato condividere con voi oggi qualche pensiero della meditazione di questi giorni perché la preghiera fatta in comunione con il Papa e con l’umanità smarrita ha suscitato in me – e credo in molti, e in particolare in tutti voi – il vivo desiderio di rivolgermi al Signore Gesù per incontrarlo sulla strada della vita, come avvenne con i due discepoli che, lasciata Gerusalemme, vagavano senza meta: la strada che essi avevano seguito fino a quel momento appariva fatalmente interrotta. Anche a noi, cari presbiteri, capita di abbandonare Gerusalemme e di camminare su una strada senza meta.     
Credo che l’esperienza di questo tempo di distanziamento, di precarietà della vita, anche di impotenza dell’uomo così progredito nella scienza (la quale non sa proporre altro rimedio se non quello antico della chiusura nella caverna), abbia sollevato molti interrogativi in ciascuno di noi e sui nostri cammini in ogni ambito della vita. L’emergenza non è stata solo drammatica dal punto di vita sanitario, ma anche da altri punti di vista, tutti ugualmente importanti, anche se ha prevalso l’aspetto sanitario.  
 7. Non so se abbiamo saputo venire incontro alla sete - nostra e dei nostri fratelli – della nostra anima, al desiderio di spiritualità, di relazioni più vere, di comunione più autentica. Non so se il nostro linguaggio intra-ecclesiale e troppo clericale è stato all’altezza della situazione.
Però abbiamo detto e fatto molte cose e dobbiamo essere grati per la disponibilità e per l’impegno di tutti, dai medici agli infermieri, dai volontari ai genitori nelle famiglie e a tutte le persone che si sono prodigate: quanta dedizione, quanti sacrifici, quanta generosità! Anche noi, preti e diaconi, non ci siamo tirati indietro, anzi, abbiamo ascoltato le sofferenze di tanti, abbiamo lavorato per venire incontro e dare una mano. Forse abbiamo seguito di più l’esempio di Marta che non quello di Maria, ma spero vivamente che tutti noi abbiamo potuto avvertire il desiderio di sederci ai piedi Gesù per ascoltarlo e nutrirci della sua parola.  
 8. Guardando avanti, mi sembra di poter dire con certezza che la cosiddetta ripresa non possa avvenire senza una fede vera, concreata, vitale, una fede senza compromessi che lascia da parte la corruzione della mondanità. In una delle omelie di questi ultimi giorni (16 maggio 2020), Papa Francesco ha detto che Gesù prega “perché il Padre ci difenda da questa cultura della mondanità. È una cultura dell’usa e getta”, secondo la convenienza, “è una cultura senza fedeltà, “un modo di vivere anche di tanti che si dicono cristiani. Sono cristiani ma sono mondani”: sono parole di Francesco che valgono per ogni cristiano, cioè per tutti noi, senza differenze, se la nostra coscienza non è plasmata dall’incontro con il Signore paziente e sofferente, morto e risorto.
“Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24,26): le parole di Gesù rivolte ai discepoli di Emmaus sono rivolte a noi, ai nostri modi di pensare e di fare, alle nostre attese, ai nostri discorsi. Sono parole che ci interpellano e soprattutto ci invitano alla fede adulta che è sempre conversione al Risorto e conversione a noi stessi, è sempre ritorno a Dio e ritorno a noi stessi. Solo se si ascoltano le parole di Gesù e si diventa veramente suoi discepoli, si ritorna sempre a Gerusalemme, come i discepoli di Emmaus. Occorre sempre tornare alla casa del padre, come il figlio minore della parabola che, “rientrò in se stesso” e si diresse verso la casa del padre il cui cuore ha continuato a battere, senza sosta.
Per la Chiesa tutta, e nella Chiesa per noi presbiteri, non si tratta di una semplice ripresa, pur necessaria, ma di un cammino che, sulle strade della vita, diventa nuovo perché fatto con altri occhi, con altre attese, con altra disposizione di spirito, riconoscendo che spesso, troppo spesso, siamo noi i discepoli “sciocchi e tardi di cuore” (Lc 24,25-26), con attese sbagliate, con il cuore chiuso nell’incredulità.     
 9. Concludo con un invito che è anche sollecitato dalla eccezionale collocazione di questa Messa crismale, alla vigilia della festa di Pentecoste, la festa che celebra l’ultima tappa della storia della salvezza, il grande progetto di Dio sull’umanità.
L’invito è quello di accogliere lo Spirito Santo e di lasciarci rigenerare da Lui, che è “Signore e da la vita”. “Lo Spirito del Signore”, annunciato dal profeta Isaia, è sceso su Gesù, il Cristo, l’unto, il consacrato: egli fa di noi il popolo nuovo, consacrato, il popolo peregrinante che vive nell’attesa del pieno compimento del lieto annuncio del Signore Gesù: “Oggi si è compiuta questa Scrittura”.
Si compia anche per noi questa scrittura, si compia nell’oggi della Chiesa. Non vi è pagina degli Atti degli apostoli in cui la giovane Chiesa non si richiami allo Spirito Santo. Perché solo lo Spirito Santo può liberarci dal male del cuore indurito e donarci la docilità di un cuore guarito, la libertà di un cuore nuovo che grida “Padre”.  
Solo lo Spirito Santo può rigenerare la Chiesa. Erano ben consapevoli di questa verità gli apostoli che sempre dicono: “lo Spirito Santo e noi”, oppure “noi e lo Spirito Santo”. Lo Spirito Santo è il protagonista della vita della comunità cristiana, è l’anima che muove la Chiesa. Lo Spirito Santo è dono della vita intima di Dio, è la sorgente di ogni dono: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo, che ci è stato dato” (Rm 5,5).
Sia concessa anche alla nostra amata Chiesa diocesana l’esperienza dell’apostolo Pietro che afferma: “Questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire” (At 2,33).
Carissimi confratelli, confidando nell’intercessione della Vergine Santa, piena di Spirito, invochiamo la grazia di avere un cuore docile: lo Spirito Santo ci salvi dalla triste schiavitù del cuore indurito e ci faccia camminare nell’amore generoso e gratuito, che è il frutto del cuore guarito. Amen.



28/05/2020 S.E. Rev.ma Mons. GIANNI AMBROSIO