PIACENZA-BOBBIO
    DOCUMENTI
   
   




 
S.E. Rev.ma Mons. GIANNI AMBROSIO ,

Omelia della 5° domenica di Quaresima

Cappella vescovile


Letture: Ez 37, 12-14; Rom 8, 8-11; Gv 11, 1-45

Carissimi fratelli, carissime sorelle
1. Siamo all’ultima domenica di questa Quaresima, fatta di tanti lutti e di grande smarrimento. Siamo privati di quelle relazioni che sono fondamentali per la nostra vita, di quella vicinanza che desideriamo esprimere per chi sta soffrendo e per coloro che sono deceduti. Mai come in questo anno la Quaresima è stata vissuta come un faticoso cammino spirituale nel deserto verso la Pasqua, la vita risorta, rinnovata. La drammatica prova ci fa sperimentare l’aridità del deserto, la fame e la sete, la solitudine, il silenzio, la fragilità della nostra vita.
Venerdì sera abbiamo pregato con Papa Francesco, colpiti dalla piazza vuota, deserta. Francesco, commentando il racconto evangelico della barca sbattuta dalle onde del lago di Tiberiade, ha parlato al nostro cuore: “Su questa barca… ci siamo tutti, come quei discepoli. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite. Un silenzio assordante e un vuoto desolante: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti”. 
È l’esperienza di questi giorni. In questi giorni facciamo l’esperienza della condivisione, della carità, dell’amore: “Ci siamo resi conto, dice il Papa, di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda”. E soprattutto tutti bisognosi di essere confortati e aiutati dal Signore che ci invita a volgere lo sguardo a Lui, a fidarci di Lui. Il tempo di prova diventi per tutti un tempo di incontro con il Signore e tra di noi. Francesco ci ha ricordato che il Signore “sa volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Con Dio la vita non muore mai”.
 
2. Di questa vita che non muore ci parla il Vangelo che ci presenta l’ultimo ‘segno’ miracoloso compiuto da Gesù nella sua vita terrena: l’amico Lazzaro viene richiamato alla vita. Questo é il segno che anticipa la resurrezione di Gesù, la sua Pasqua in cui si rivela come “il Signore della vita” che ci rende partecipi della sua risurrezione.
Nelle parole di Marta e di Maria, sorelle di Lazzaro, riconosciamo la nostra esperienza di fronte a questa epidemia e alla morte di persone care. È l’esperienza del vuoto, del dolore. Attorno alla tomba di Lazzaro, vi è il pianto di chi soffre. Gesù condivide il dolore di quelle persone, è scosso dalla morte dell’amico, anche sul suo volto scorrono le lacrime. “Si commosse profondamente”, fu “molto turbato”, “scoppiò in pianto”: sono le parole del racconto evangelico che esprimono tutta la commozione di Gesù, che condivide le lacrime di Maria, di Marta, di tutta l’umanità.
  
3. “Se tu fossi stato qui”, dicono Marta e Maria. Forse è un rimprovero, forse è pure un filo di speranza nel cuore. Perché nel cuore di chi ama vi è sempre un’attesa, uno spiraglio di speranza. Gesù risponde invitando a credere: “Tuo fratello risorgerà. Io sono la risurrezione e la vita. Credi questo?”. Gesù invita a non fermarsi al sepolcro e al pianto, ma a crescere nell’amore e nella fede: l’amore fa passare dalla morte alla vita, la fede dona luce e speranza.    
Sono parole che non riguardano solo la promessa di una risurrezione lontana, che attendiamo nella speranza, ma anche l’esperienza di una forza già operante, di un dinamismo già presente. Anche se il cammino è segnato dall’oscurità, vi sono segni luminosi. È segno di amore, un amore sofferto fino alle lacrime, la dedizione dei medici, degli operatori sanitari, dei volontari, di chi ha posti di responsabilità: sono persone che toccano con mano la sofferenza. Preghiamo per loro e per le loro famiglie che vivono nell’incertezza, preghiamo per i malati e le loro famiglie.
Sono segni di speranza in un rinnovamento dell’umanità i molti gesti di carità e di cura, come il fare la spesa per gli anziani o la telefonata per non lasciare nessuno nella solitudine.
Sono segni di vita e di futuro anche i tanti momenti di preghiera, che ravvivano il desiderio di aver cura della nostra anima, troppo dimenticata: più di cento giovani piacentini dai 18 ai 35 anni hanno fatto tre giorni di esercizi spirituali, naturalmente restando a casa, accompagnati dalla pastorale giovanile. Sono germi di risurrezione, segni piccoli ma importanti, perché ci aiutano a “reimpostare la rotta della vita verso Dio e verso gli altri”, come ha detto Francesco. Con le lacrime agli occhi, ravviviamo la speranza nella Pasqua di risurrezione, riconoscendo che l’amore e la speranza non deludono. Amen.  



29/03/2020 S.E. Rev.ma Mons. GIANNI AMBROSIO