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S.E. Rev.ma Mons. GIANNI AMBROSIO ,

Articolo pubblicato sul quotidiano Libertà del 12 marzo 2020



Sono molto fragili le nostre vite di fronte a questo male invisibile del coronavirurs che dilaga causando vittime e provocando dolore nel corpo e nell’anima. Soffriamo per le persone decedute, soffriamo con i malati, con le famiglie, con i medici e gli infermieri che continuano a prodigarsi senza sosta. Siamo di fronte a un fenomeno che inquieta non solo la nostra città e il nostro Paese, ma il mondo intero. Siamo fragili e vulnerabili, proprio noi, uomini e donne di questo nuovo millennio, che abbiamo realizzato uno straordinario progresso di scienza e di tecnologia, con veloci interconnessioni materiali e virtuali. Abbiamo realizzato processi di grande cambiamento, con dinamismi dirompenti a livello sociale e economico, con potenti tecnologie digitali, con sofisticate intelligenze artificiali. Ma ci scopriamo poveri e indifesi, senza possibilità di gestione e di controllo.
È drammatica la situazione. Non solo per il numero dei decessi e delle persone contagiate, non solo per l’aspetto sanitario, ma anche per la situazione generale che si sta creando: le difficoltà ci mettono in ginocchio su ogni fronte. Anche sul fronte interiore, quello dell’anima e del cuore, quello dello sguardo sul nostro futuro. Certo, sappiamo che sono sempre state all’ordine del giorno le infezioni, le epidemie, le crisi, i drammi della vita e della storia. Sappiamo pure che questa drammatica crisi passerà e che dobbiamo lottare ed essere forti. È l’invito che ci viene rivolto e che dobbiamo accogliere, insieme a tutte le indicazioni che riguardano il bene della salute pubblica. Dobbiamo proteggerci per proteggere i più deboli, i più esposti: anziani e le persone fragili, i bambini malati.
Se la fragilità è motivo di incertezza, se la precarietà genera ansia e paure, la presa d’atto della nostra realtà vulnerabile – lo siamo per la nostra umanità – è una costatazione sofferta che però è già un punto di forza, è una leva ruvida che può aiutarci a ripensare la vita e riprenderla in mano con uno sguardo nuovo. Pensiamo a quel bene comune che troppo spesso dimentichiamo con il nostro individualismo, con il nostro interesse personale. Di fronte alla prova durissima, il nostro sistema sanitario sta dando una straordinaria prova di sé, grazie anche al senso di responsabilità, alla cultura e all’abnegazione di medici e infermieri. Soffocano la loro paura per dedicarsi con abnegazione a chi è fragile e malato. Così vale la pena di far tesoro di quel forte spirito di comunità, di coesione, di solidarietà, di volontariato che anche in questi tempi si manifesta, pur con le restrizioni alle relazioni. Tutto questo è un patrimonio umano e sociale che va salvaguardato e rafforzato.
Un primario di un ospedale della zona rossa mi ha scritto: “preghiamo, è l’unica condizione per resistere”. Sì, la preghiera è da riscoprire non solo per chiedere l’aiuto e la grazia di Dio, ma anche per ritrovare il senso della nostra vita, a riconoscerla come dono: la mia esistenza non dipende da me, non sono io il padrone della vita, della mia vita e della vita degli altri. Non possiamo affrontare la drammaticità dell’esistenza, con tutto ciò che la mette a rischio, con la nostra indifferenza e la nostra superficialità di fronte a questo mistero della vita, mistero spesso non solo dimenticato ma violato da una società che tenta di controllare e a volte dominare con il potere della tecnica. La preghiera è luce che illumina la vita, la dischiude nella sua verità: nulla è scontato o dovuto. La Quaresima che stiamo vivendo accende una luce sulla nostra situazione di precarietà: il Vangelo della prima domenica ricordava che non di solo pane vive l’uomo, ma vive anche di contemplazione, di bellezza, di buone relazioni, di sapienza. Possiamo con la preghiera riscoprire la presenza di Dio che non ci abbandona, anche se le sue vie sono misteriose. Possiamo riscoprire quella nostra interiorità da cui ci siamo troppo allontanati. Questo è il momento per rientrare in se stessi e lasciarci illuminare dal mistero della vita, ritrovando, con l’aiuto di Dio, qualcosa che ci preme dentro ed è più luminoso e più forte di ciò che ci fa soffrire. È l’augurio e la preghiera che, con la comunità cristiana, rivolgo a tutti i piacentini.  
+ Gianni Ambrosio


fonte: Articolo pubblicato su libertà del 12 marzo u.s.

 


 



12/03/2020 S.E. Rev.ma Mons. GIANNI AMBROSIO