PIACENZA-BOBBIO
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S.E. Rev.ma Mons. GIANNI AMBROSIO ,

Omelia nel Dies Academicus

Piacenza Università Cattolica


Letture: Gc 1,12-18; Mc 8,22-26
 
1. Nel Dies Academicus di questa sede piacentina dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, la liturgia ci presenta l’episodio di guarigione del cieco di Betsaida. Accogliamo il messaggio evangelico come grazia che illumina il nostro cammino, quello personale e quello della nostra comunità universitaria.
È questo l’invito di Giacomo che abbiamo ascoltato nella prima lettura. Egli scrive: “accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza”. Giacomo ci assicura che la Parola è già in noi: la presenza di questa grazia è luce e speranza per la nostra vita incamminata verso la salvezza. La Parola piantata in noi è il Signore Gesù, il Verbo di Dio, il Lógos che si è fatto carne e si è reso udibile e visibile nella persona di Gesù di Nazaret.
 
2. L’insegnamento che proviene dall’episodio della guarigione del cieco di Betsaida, il villaggio natale di Pietro e Andrea, lungo il lago di Tiberiade, suscita innanzi tutto la gratitudine: rendiamo grazie della luce della fede. Ma l’insegnamento va oltre e ci interpella: custodiamo con cura e ravviviamo la luce della fede?
Pur nella sua consueta essenzialità, l’evangelista Marco si sofferma a sottolineare come Gesù dona la luce a questo cieco di Betsaida. Prima di tutto Gesù lo prende per mano e lo porta fuori dal villaggio, lontano dalla gente. Poi lo cura con la saliva che gli mette sugli occhi e con l’imposizione delle mani. A questo punto Gesù interroga il cieco, rimasto finora in silenzio. Il cieco alza gli occhi, dice di vedere ma in modo confuso. Non c’è la guarigione immediata, ma graduale. Solo in un secondo tempo Gesù impone di nuovo le mani e lo guarisce. Infine gli proibisce di entrare nel villaggio, perché la guarigione è un segno dell’amore di Dio, non un gesto spettacolare davanti alla folla.  
 
3. È poi importante accennare al contesto in cui l’episodio avviene. Siamo in un momento cruciale della vita di Gesù e dei suoi discepoli. Qualche versetto prima dell’episodio della guarigione del cieco, Gesù interroga i suoi discepoli con queste domande: “avete occhi e non vedete?”. “Non comprendete ancora?”. Poi, appena dopo l’episodio della guarigione dalla cecità, Pietro riconosce che Gesù è il Messia dicendo: “Tu sei il Cristo”. Ma per Pietro e per i discepoli sarà difficile accettare un Messia che si fa servo, un Messia sofferente.
L’evangelista ci dice che anche Pietro e gli altri assomigliano a quel cieco: sembrano quasi ciechi perché, dopo aver ascoltato le parole di Gesù e aver visto i segni compiuti, non accettano l’annuncio della passione. Vogliono un Messia secondo il loro punto di vista e secondo l’opinione diffusa.
Non c’è solo la cecità fisica ma c’è anche quella spirituale. Gli stessi discepoli hanno uno sguardo che ha ancora bisogno di essere purificato per accogliere gli eventi che stanno per accadere a Gerusalemme. Solo la luce donata da Dio rende i nostri occhi capaci di vedere l’azione di Dio nella storia, solo la sapienza che viene dall’alto permette di comprendere il significato della croce nella vita di Gesù e nella nostra vita umana. In Gesù crocifisso vediamo il volto di Dio che ci ama e comprendiamo cosa significa seguire Gesù sulla strada del dono di sé, del servizio, della disponibilità. La croce non è un incidente di percorso, ma fa parte del cammino che conduce alla pienezza della vita, a quella salvezza che Gesù ci offre. 
 
4. Risuoni per noi l’ammonimento della lettera di Giacomo: “Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi”. Vale non solo per la vita personale di ciascuno di noi ma anche per la vita della comunità accademica. Certamente l’Università Cattolica ha fatto e fa molto per aiutare a ‘vedere’ in profondità, valorizzando in vari modi l’apertura alla dimensione trascendente della vita,  illuminando l’orizzonte entro cui s’iscrive l’esperienza spirituale, la visione di fede e la ricerca della ragione umana che non si autolimita a una visione riduttiva. Siamo sempre in cammino, il percorso è lungo ma affascinate, procede di passo in passo, senza scoraggiarci quando sperimentiamo limiti e difficoltà di fronte allo scenario culturale del nostro tempo, con i nuovi processi conoscitivi e con le innovazioni apportate a tutti i livelli dalla realtà digitale. 
Lasciamo spazio alla “Parola che è piantata in noi” e rendiamo grazie per il dono della fede, ricordando che la luce dell’intelligenza umana e la luce nuova della fede hanno la stessa sorgente e anche la stessa meta, Dio Creatore e Padre. Amen.   
 
 



19/02/2020 S.E. Rev.ma Mons. GIANNI AMBROSIO