PIACENZA-BOBBIO
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S.E. Rev.ma Mons. GIANNI AMBROSIO ,

Intervento del vescovo Gianni Ambrosio in occasione della consegna della benemerenza civica “Piacenza Primogenita d’Italia”

Palazzo Gotico


Carissimi amici
 
1. Permettetemi di rivolgermi a tutti voi con questa semplice parola: ‘amici’. L’amicizia è la parola che motiva il nostro trovarci qui, in questo antico e solenne salone del Palazzo Gotico. Rivolgo il mio saluto al sindaco avv. Patrizia Barbieri, a S. E. il Prefetto dr. Maurizio Falco, a tutte le autorità civili e militari, a tutti voi e a questi cari ragazzi che sono qui davanti.       
Esprimo il mio sentito ringraziamento al sindaco di Piacenza e alla Commissione esaminatrice per il conferimento di questa benemerenza civica: l’accolgo con gratitudine nel segno dell’amicizia. Avevo pensato di limitarmi ad esprimere il mio ringraziamento, dicendo che questa benemerenza è data a me, ma coinvolge la comunità ecclesiale e la comunità civile. Poi ho ritenuto che fosse doveroso da parte mia dare un contenuto al grazie sincero che rivolgo al sindaco, alla città di Piacenza, a tutti voi che siete qui.     
 
2. Desidero innanzi tutto ricordare che la data scelta per il conferimento di questa benemerenza civica è significativa. I cittadini di Piacenza espressero il 10 maggio 1848, con voto quasi unanime, la volontà di aggregare Piacenza e il suo territorio al Piemonte. Grazie a quel voto, il cui esito fu proclamato con solennità nella basilica di San Francesco, i piacentini si inserirono subito in quel processo culturale e politico che promosse l’unificazione dell’Italia. Per questo la nostra città si è meritata l’appellativo di ‘Primogenita d’Italia’. Era vivo nei piacentini il desiderio di unificazione e di rinascita del nostro Paese, la cui identità unitaria affonda le sue antiche radici già nel periodo romano e poi nella tradizione cristiana, anche se complesse vicende storiche portarono alla divisione del nostro Paese. Se oggi è un giorno importante per la città di Piacenza che ricorda l’anniversario storico che ha segnato la sua storia e la storia del nostro Paese, questo stesso giorno è particolarmente importante per me che, proprio in questa fausta occasione, accolgo questa benemerenza civica.
 
3. Come ha felicemente detto il sindaco, questo “è un momento di festa per tutta la città”. Sì, è un momento di festa per la città, perché la benemerenza civica che mi viene conferita e che accolgo con gratitudine, va alla città di Piacenza e alla comunità cristiana che vive e opera in questa città. Per un vescovo, vi è sempre un motivo di gioia, di conforto e di speranza: egli non è mai solo, con lui vi è sempre un popolo, con lui vi è sempre la Chiesa. Un grande vescovo dei primi tempi della Chiesa, sant’Ignazio, vescovo di Antiochia agli inizi del II sec., in una delle sue lettere ha scritto: Ubi episcupus, ibi Ecclesia, dove è il vescovo, lì c’è la Chiesa, cioè c’è il popolo del Signore. Ringrazio il Signore che guida e fa crescere la nostra Chiesa di Piacenza-Bobbio, seminando nei cuori la sua Parola di amore e alimentando la fede nel suo popolo.
La Chiesa – lo ripeto spesso e volentieri – non ha confini. È bello e doveroso ricordarlo: l’amore di Dio non ha confini, è per tutti, nessuno escluso. La Chiesa è chiamata ad essere segno di questo amore senza confini. Sono contento che Papa Francesco, nella sua esortazione programmatica Evangelii gaudium, ci ricordi che l’azione evangelizzatrice della Chiesa fiorisce lungo la strada, la strada della vita. Per cui la Chiesa non è mai chiusa in se stessa, ma si apre alla città e va incontro a ogni persona. Devo dire, sempre con molta gratitudine, che per me è stato facile andare incontro alla città, perché la città è stata accogliente. Come vescovo di Piacenza-Bobbio, non mi sono mai sentito solo, anche perché, insieme alla comunità cristiana, ho la grazia di vivere in una città bella e ospitale. È stato facile per me amare Piacenza e i piacentini: sono miei amici tutti i cittadini di questa città, anche quelli che non ha ancora avuto la gioia di incontrare.
 
4. Certo, non dimentico le mie origini: sono nato a Santhià, ove sono stato battezzato, cresimato e ordinato prete: per me tutto è cominciato lì. Poi per diversi anni ho vissuto e lavorato a Vercelli, a Milano, a Roma. Infine sono stato mandato a Piacenza, nominato vescovo di questa comunità da Papa Benedetto XVI. Piacenza è la città che il Signore mi ha donato e mi ha affidato, è diventata la città a cui appartengo, la ‘mia’ città. La sento ‘mia’, nel senso che vivo con gioia in questa città e cerco di avere buone relazioni con tutti coloro che incontro, con tutti i concittadini, con tutte le istituzioni, lavorando per il bene di tutti e anche cercando di mettere in luce il patrimonio artistico che ci è stato consegnato. Ritengo che sia davvero una grazia sentirsi membri di una comunità che ha la capacità di superare barriere e steccati, pregiudizi e rivalità. Mi sono reso conto che, andando oltre la superficie, vi è nei piacentini una disponibilità positiva che consente, sia pur con le discussioni e le polemiche, di collaborare alla costruzione di una città unita e solidale. Siamo membri di una comunità che è bella e che diventa ancora più bella, se noi la amiamo e lavoriamo per il suo bene. Spero di aver dato (e spero di poter ancora dare) il mio contributo per concorrere insieme a favorire questo bene comune della nostra città e di tutti i suoi cittadini, favorendo la solidarietà di tutti, con particolare predilezione verso le molte persone che fanno più fatica a vivere. Desidero dire che ho trovato sempre una grande collaborazione con tutte le istituzioni e con le diverse associazioni e, per quanto possibile, con tutte le persone per lavorare insieme.       
 
5. Le parole del sindaco, che ho molto apprezzato, sono rivolte a me. Sono certo che il sindaco, per la missione che svolge e per le sue personali convinzioni, è contento se dico che le sue toccanti e generose parole, che mi onorano, sono destinate a tutta la comunità. Vorrei motivare questa affermazione dicendo ciò che ho detto ieri agli amici pellegrini, rientrando a casa dopo aver fatto un viaggio-pellegrinaggio in Iran, ove abbiamo visto una popolazione giovane che sogna un futuro migliore. A chi mi ringraziava per questa avventura che ci ha permesso di scoprire il desiderio di buona umanità in un popolo lontano, ho risposto: vi dico grazie per le vostre parole, ma l’avventura arricchente è stata possibile perché voi avete partecipato e collaborato, senza di voi, l’avventura non ci sarebbe stata. Ripeto qui le stesse parole: la benemerenza che accolgo con gratitudine va a tutti, perché tutti abbiamo partecipato e collaborato insieme all’avventura della vita vissuta in questa città, in questa comunità, in questo territorio.                
 
6. È per me un’occasione propizia ricordare qui, nel palazzo Gotico che è, insieme alla Cattedrale, il nostro monumento simbolo, che la fede cristiana non si consuma nella coscienza individuale, ma si vive e si consegna sempre a una dimensione relazionale, vasta come la città, anzi aperta a tutto il mondo. La luce della fede illumina la nostra umanità e la apre a questa dimensione relazionale che è l’espressione più elevata e più nobile del nostro essere umani, del nostro essere persone in relazione. Se viviamo bene la relazione verso l’alto, la dimensione verticale, e la relazione verso gli altri, la dimensione orizzontale, edifichiamo insieme noi stessi e la nostra città, che è e deve restare una città a misura d’uomo, una città in cui si lavora per il bene comune e si guarda avanti, verso il domani, verso il futuro. Siamo tutti chiamati ad allargare le basi dell’umano per vivere oggi, in questa realtà complessa in cui i rapporti sono spesso aspri e difficili, quell’amicizia civica che genera una città umana e costruisce la civiltà dell’amore.
 
7. In questo compito affascinante che ci coinvolge e ci accomuna, pensiamo in particolare all’impegno educativo. Spesso ho richiamato questo impegno che riguarda le famiglie, la scuola, la stessa città: siamo tutti chiamati alla missione educativa. Spesso ho evidenziato la necessità di collaborare maggiormente per favorire questa comune missione. Non è un pensiero astratto o vago dire che il nostro futuro si gioca soprattutto su questa missione, su questa attenzione educativa e formativa che comporta il coinvolgimento della presenza giovanile in tutta la comunità, a cominciare dalla comunità cristiana. E’, questo, un vivo desiderio che ho sempre avuto nel cuore e sono contento che Papa Francesco abbia voluto un Sinodo sui giovani, per i giovani e con i giovani, indicando il cammino per ricuperare la missione educativa tenendo conto della trasformazione della realtà giovanile.
 
8. Desidero poi ribadire un desiderio che ho espresso più volte e che ha trovato sempre ascolto e disponibilità in tutti: siamo chiamati ad essere aperti e solidali. Un tempo la nostra città era circondata e difesa da possenti mura. Una parte di queste mura è rimasta, come capolavoro dell’architettura militare. Un’altra parte è stata demolita oppure è stata trasformata in viale alberato: il ‘pubblico passeggio’ sulle possenti mura farnesiane è molto amato dai piacentini, punto di riferimento per la classica passeggiata. Le mura non svolgono più la loro funzione difensiva: Piacenza è e deve restare una città aperta. Dobbiamo essere mentalmente aperti tutti noi cittadini, abbattendo le mura che dividono e separano. Il momento storico che viviamo ci chiede apertura e solidarietà. È la sfida di oggi, la sfida della nostra città e del nostro Paese. Favoriamo il bene comune della nostra città allargando i confini della nostra mente e del nostro cuore per vivere nel mondo aperto in cui siamo inseriti. La qualità della vita dipende da noi, è decisa da come sappiamo interagire e relazionarci, da come sappiamo assicurare a ogni persona che vi è qualcuno su cui contare. Siamo tutti, nessuno escluso, parte attiva di una comunità che non vuole escludere nessuno: fare un passo verso l’altro significa allargare la nostra umanità.  
La nostra città ci apre alla nostra Italia, bella ma piccola, ci apre alla nostra Europa: anch’essa fa parte della nostra identità. Sono contento di essere cittadino di Piacenza, dell’Italia e dell’Europa. Sono contento di vivere in questo vasto mondo, in cui cerco di favorire quell’amicizia civica che sperimento nella nostra città.
 
Cari amici, a tutti voi, a cominciare dal sindaco, va il mio ringraziamento per la vostra amicizia e per la vostra generosità nei miei confronti. Assicuro che, con questa benemerenza civica, mi impegnerò ancora di più per questa città e per il bene comune. Permettetemi di concludere invocando su ciascuno di voi e sulla nostra amata città, la benedizione del Signore. Grazie ancora a tutti.
 
 



10/05/2019 S.E. Rev.ma Mons. GIANNI AMBROSIO