PIACENZA-BOBBIO
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S.E. Rev.ma Mons. GIANNI AMBROSIO ,

Omelia tenuta durante la celebrazione eucaristica presieduta nella cattedrale di Vercelli, in occasione del 50° dell’ordinazione presbiterale.

Cattedrale di Vercelli


Ez 3, 16-21; 2 Tim 2,8-13; 3, 19-12; Gv 10, 11-16
 
Carissimi fratelli, carissime sorelle,
 
1. È un momento di grazia e di comunione trovarci radunati nella Cattedrale che custodisce le reliquie di sant’Eusebio per rendere grazie a Dio del dono di questo vescovo, “il primo vescovo dell’Italia settentrionale di cui abbiamo notizie sicure”, come affermò Benedetto XVI (Udienza Generale, 17 ottobre 2007).
Ogni volta che facciamo memoria del patrono di Vercelli e di tutto il Piemonte, siamo presi per mano da questo padre e maestro e condotti al cuore della fede, a Gesù Cristo nostro Signore, vero uomo e vero Dio: “in Lui è la vita e la luce” (cfr. Gv 1,4).    
Eusebio, eletto alla cattedra episcopale nel 345, continua anche oggi il suo insegnamento e ci invita ad accogliere ciò che l’apostolo san Paolo raccomandò al discepolo Timoteo: “Figlio mio, ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio vangelo” (2Tim 2, 8). Per Paolo, il ‘ricordo’ di Gesù Cristo risorto dai morti è ‘memoria’ che diventa ‘memoriale’, riproposizione nel presente di ciò che è avvenuto e che continua ad accadere. Ricordarsi di Gesù Cristo risorto significa rinascere con lui a vita nuova per vivere nella comunione con Dio e con il popolo nuovo incamminato verso la pienezza della vita. Per questo Paolo annuncia la grande speranza: “Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo” (2Tim 2,12). La vittoria di Gesù Cristo sulla morte è la lieta notizia che trasforma la vita, è il fondamento della nostra fede, è la sorgente della speranza per il cammino dell’umanità.
 
2. Sant’Eusebio, con il suo insegnamento e con la sua vita, ha accolto, custodito e trasmesso la fede degli apostoli, riformulata nella professione di fede del Concilio di Nicea del 325, in cui venne affermata la piena divinità di Gesù Cristo e venne proclamato che Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, Figlio del Padre e Figlio dell’uomo. Sappiamo quanto costò, nei primi secoli, la lotta per affermare che Gesù di Nazaret è il Verbo di Dio fatto uomo. Eusebio, pastore vigilante, non si lasciò sedurre dall’apparente semplicità della dottrina di Ario che riteneva Gesù Cristo una creatura straordinaria, eccelsa ed eminente, ma non uguale a Dio. Eusebio aveva compreso che in quel modo la rivelazione cristiana veniva svuotata dal suo interno, la singolarità della fede cristiana veniva annullata. Ha lottato con coraggio per aiutare a superare la tentazione di un cristianesimo senza Cristo, una tentazione sempre incombente, perché l’eresia ariana è stata sempre variamente presente lungo questi duemila anni.
L’esempio luminoso di Eusebio ci invita a tornare al nucleo centrale della fede cristiana e a riproporlo con coraggio. Egli non ha esitato a opporsi al potere politico, in particolare rappresentato dall’imperatore filo-ariano Costanzo II, che pretendeva di offuscare la luminosa verità di Gesù Cristo. Per questo venne allontanato dalla sua comunità e mandato per lunghi anni in esilio. La fede cristiana non è mai a basso prezzo, come non è mai di poco prezzo l’affermazione della libertà della coscienza rispetto al potere politico o rispetto alle pesanti pressioni delle mode del tempo e del pensiero dominante.   
3. In esilio Eusebio fondò un cenobio con un piccolo gruppo di discepoli, l’inizio di quella vita communis che poi attuò qui, al suo ritorno. Dall’esilio si preoccupò di ravvivare, attraverso la corrispondenza, i legami i suoi fedeli, come dimostrano soprattutto le tre Lettere riconosciute autentiche, che rivelano il suo affetto paterno e la sua sollecitudine di pastore. In esse sempre raccomanda ciò che gli sta a cuore, la fede in Gesù Cristo: è la grazia preziosa da custodire con ogni cura con la preghiera e con l’impegno responsabile per favorire la concordia. Così conclude la sua seconda Lettera: “Approfitto per raccomandarvi caldamente di custodire con ogni cura la vostra fede, di mantenervi concordi, di essere assidui all’orazione, di ricordarvi sempre di noi, perché il Signore si degni di dare libertà alla sua Chiesa”. Poi Eusebio chiede ai suoi figli e alle sue figlie di salutare “anche quelli che sono fuori della Chiesa e che si degnano di nutrire per noi sentimenti d’amore”. Segno evidente della grande apertura di cuore e di mente di Eusebio e del suo buon rapporto con tutti, anche con quelli che non erano cristiani ma lo stimavano per il suo servizio al bene comune. Anche in questo Eusebio è di esempio e di incoraggiamento.  
4. Cari fratelli e sorelle, consentitemi ora un pensiero sulla gioiosa circostanza di essere qui con voi, invitato dall’arcivescovo Marco, che ancora ringrazio, in occasione del cinquantesimo della mia ordinazione sacerdotale. Sono figlio di questa Chiesa eusebiana e non vi nascondo la commozione di celebrare la santa Eucaristia nella Chiesa madre di questa comunità. Questa Chiesa mi ha generato alla fede in Gesù Cristo, questa Chiesa mi ha formato, accompagnato e sostenuto nel corso dei decenni.
Esprimo la mia gratitudine al Signore che mi ha attirato verso di sé, mi ha accolto, con il Battesimo, nella grande famiglia di Dio. Il Signore Gesù mi ha chiamato ‘amico’ e mi ha ammesso nel gruppo di coloro ai quali egli si era rivolto nel Cenacolo dicendo loro: “Fate questo in mia memoria”. Il Signore, grazie al sacramento dell’ordine, mi ha chiesto di dire e di fare ciò che solo il Figlio di Dio, vero uomo e vero Dio, può dire e può fare. Mi ha affidato la sua Parola per annunciarla e testimoniarla, per perdonare e consolare, per consacrare il pane e il vino nel suo corpo e nel suo sangue. La trepidazione di allora, quando le mani del Signore si posero su di me attraverso l’imposizione delle mani dell’arcivescovo Mensa, mi ha sempre accompagnato. Anzi devo dire che la trepidazione è cresciuta negli anni, con l’esperienza della mia povertà e dei miei limiti. Ma nel frattempo è cresciuta la consapevolezza della verità della parola del Signore: “Non sei più servo ma amico” (cfr. Gv 15, 14-15). È pure cresciuta la gioia interiore per l’esperienza della sua immensa bontà e per la generosa disponibilità di molti fratelli e sorelle che mi hanno accolto e voluto bene.   
Rendo grazie al Signore che ha posto sul mio capo le sue mani e non le ha mai ritirate. Sono profondamente grato a tutti coloro hanno dato la loro mano allo Spirito Santo per il mio cammino e il mio ministero. Sono davvero tanti coloro che mi hanno accompagnato e aiutato. Desidero solo nominare coloro che, successori del vescovo Eusebio, rappresentano l’intera Chiesa eusebiana, e cioè i vescovi Francesco Imberti, Albino Mensa, Tarcisio Bertone, Enrico Masseroni e Marco Arnolfo.
A tutti voi, cari amici, chiedo la carità di pregare per me, per i sacerdoti e per tutta la Chiesa di Piacenza-Bobbio perché possiamo continuare ad accogliere l’invito-ammonimento di san Paolo a Timoteo: “Figlio mio, ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti”.   
Carissimi fratelli e sorelle, rendiamo grazie al Signore per il dono di sant’Eusebio che, con la sua fede e con la sua opera apostolica, ha piantato in queste terre il buon seme del Vangelo e l’ha fatto crescere, diffondendo l’amore di Dio. Interceda per noi perché, animati dal suo esempio, possiamo professare la fede con coraggio e impegnarci per far crescere concordia e la carità. Amen.
 
 



01/08/2018 S.E. Rev.ma Mons. GIANNI AMBROSIO