PIACENZA-BOBBIO
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S.E. Rev.ma Mons. GIANNI AMBROSIO ,

Festa della Conversione di san Paolo

400 anni della fondazione della Congregazione della Missione, Collegio Alberoni (Piacenza).


Letture: At 9,1-22; Mc 16,15-18.
 
Carissimi missionari, carissimi seminaristi
 1. Nei tre racconti della conversione di san Paolo vi sono diversità di dettagli, ma sono sempre presenti queste parole. Prima di tutto vi è l’interrogativo di Saulo: “Chi sei, o Signore?”. E poi vi è la sconvolgente risposta: “Io sono Gesù, che tu perseguiti!”.
Nella brevissima risposta di Gesù, Paolo scopre in un istante i diversi aspetti del mistero di Dio che si rivela in Gesù di Nazaret. Scopre che colui che è stato crocifisso, è vivo e glorioso. Scopre poi l’unità profonda esistente fra Cristo e i suoi discepoli: “Io sono Gesù, che tu perseguiti!”. È la rivelazione inaspettata dell’unità del corpo di Cristo, di cui Paolo parlerà sovente nelle sue lettere: siamo tutti membra vive del corpo di Cristo grazie alla fede in Lui. Non solo vi è una comunione profonda tra noi e Cristo, ma vi è quasi un’identità tra Cristo e ciascuno dei suoi discepoli. Infine Paolo scopre l’insospettabile gratuità dell’amore di Gesù Cristo, che si preoccupa di venire incontro al suo persecutore per salvarlo. Possiamo dire che la Conversione di Paolo è la luminosa rivelazione del mistero dell’amore di Cristo, da cui deriva la vocazione-missione di Paolo, mandato a diffondere la luce di questo mistero: “tu alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare”.
 2. Ciò che l’apostolo Paolo scoprì con la rivelazione luminosa e improvvisa delle “infinite ricchezze di Cristo” (Ef 3,8), san Vincenzo l’ha scoperto poco alla volta, nell’immediatezza degli incontri e nella quotidianità delle esperienze. Possiamo tuttavia pensare che egli amasse la festa della Conversione di san Paolo, perché in questa festa comincia ad avere un’esperienza più viva del mistero di amore di Cristo e del modo in cui far conoscere la sua infinita ricchezza. Egli ricorda questa data in età ormai avanzata, citando l’evento che ispirò la fondazione della Congregazione della Missione. Lascia così trasparire, nel riferimento alla festa della Conversione di Paolo, non solo il vivo desiderio di avere in sé la stessa passione dell’apostolo di donare a tutti Gesù Cristo, ma di aver intuito anche la strada che lo porterà alla fondazione, una strada che costruisce e percorre passo dopo passo. “Era il mese di gennaio del 1617 quando accadde”, scrisse san Vincenzo, precisando che era “la festa della Conversione di San Paolo, che cade il 25”. Una signora lo pregò di tenere un sermone in chiesa a Folleville per esortare gli abitanti a fare la confessione generale. “Lo feci, dice Vincenzo, attirando l’attenzione sull’importanza e l’utilità di questa pratica. Quindi insegnai loro come farla bene. Dio ebbe tanta considerazione per la fiducia e la buona fede di questa signora...che benedisse il mio discorso e tutta quella buona gente fu talmente toccata da Dio che tutti vennero a fare la confessione generale...Quello fu il primo sermone della Congregazione della Missione” (SV XI, 4-5).
 3. Credo che sia bello e doveroso ricordare, a distanza di quattrocento anni, questo inizio della fondazione, ovvero il primo sermone avvenuto nella festa della Conversione di san Paolo. Ma la data che Vincenzo ricorda non è solo un’indicazione temporale che egli, ormai avanti negli anni, ha voluto tramandare. Credo che quel ricordo sia anche, per così dire, una precisa indicazione genetica, e cioè l’invito a non dimenticare ciò che è “l’inizio” che sta all’origine della Congregazione della Missione, della sua spiritualità e del suo metodo. Per san Vincenzo “l’inizio” avviene nel giorno in cui la Chiesa, celebrando la festa della Conversione di Paolo, ricorda che l’incontro con Cristo è l’evento decisivo che ha segnato la vita di Paolo e la sua appassionata attività di missionario del Vangelo. Questo incontro è esemplare Vincenzo così come deve segnare la vita di ogni discepolo di Cristo.    
La luce folgorante dell’incontro di Paolo con Gesù Cristo illumina poco a poco la strada percorsa da san Vincenzo. Questa espressione – “poco a poco” – insieme ad un’altra espressione – “non so come” – ricorrono spesso negli scritti di Vincenzo, che vuole evidenziare chiaramente l’iniziativa di Dio sulla sua vita e sula sua Congregazione.
Il riferimento fondamentale è sempre e solo Cristo Signore, sia per la sua vita personale sia per la vita della sua comunità missionaria. Per Vincenzo, come per Paolo e come per tutti i missionari del Vangelo, la vita diventa evangelizzante se in noi vi è la stessa vita di Cristo. Il prete della Missione è il prete che segue Gesù e si identifica con Lui, si conforma in tutto a Lui, lasciandosi condurre dallo Spirito Santo. Il missionario è tale se trasmette non se stesso, ma Cristo. Ma solo se “vive Cristo” nella sua vita può donare Cristo agli altri. Per questo egli invoca sempre ed accoglie con disponibilità piena la grazia che lo fa essere in intima comunione con Cristo e immedesimato in Lui: “Bisogna essere ricolmi e mossi dallo Spirito di Gesù Cristo. (....). è grazie al suo Spirito che ha suscitato la compagnia, e voi lo vedete bene. Ed è secondo questo spirito che essa deve comportarsi”.
 4. È l’orazione che ci apre al dono dello Spirito di Gesù “per vivere ed operare come Nostro Signore”, per consegnarsi liberamente alla grazia che realizza in noi la comunione di amore con Cristo.
“Bisogna ragionare poco, e pregare molto, molto, molto”. Perché l’orazione ci apre alla volontà di Dio e ci dispone a compiere le azioni secondo la sua volontà. E soprattutto perché ci assicura che l’amore di Dio è in noi.
Questo è decisivo: non basta fare la carità, ma è necessario “essere carità”, come Dio è carità. San Vincenzo, apostolo della carità, si è dedicato al servizio dei poveri seguendo Gesù, il “buon samaritano” che viene incontro a ogni sofferente. La sua figura è in invito rivolto a tutta la Chiesa, chiamata a rivelare il volto di Gesù, buon samaritano. La carità cristiana non è solo filantropia o solidarietà, pur lodevoli, ma è carità teologale, è l’amore di Dio in noi, l’amore che rivela il cuore di Dio e dona la gioia al cuore dell’uomo. La vita santa di Vincenzo, la storia dei suoi Missionari, delle Figlie della Carità e del diffuso volontariato vincenziano sono la fulgida testimonianza della luminosa vita nuova che viene generata in coloro che si lasciano incontrare da Cristo, come è avvenuto per san Paolo che ha potuto affermare: “non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me” (Gal 2,20)”. Amen.   



27/01/2017 S.E. Rev.ma Mons. GIANNI AMBROSIO