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Lavoro, il vescovo Domenico: «dialogare per "far quadrare il cerchio"»   versione testuale

Il mondo fabbrica. Storie ad alta voce. XIV Settimana della Cultura d’Impresa

La fabbrica è il simbolo della modernità, dell'industrializzazione che si accompagna all'urbanizzazione (e anche all'immigrazione verso nord o, in certi casi, vedi la Snia a Rieti, verso il centro), dell'uomo che diventa capace di trasformare materie prime e produrre beni in serie. I processi vengono frammentati per renderli più efficienti (vedi Chaplin alla catena di montaggio in ‘Tempi moderni’) e persino i gesti della vita subiscono la stessa trasformazione (vedi sempre in ‘Tempi moderni’ la macchina per far mangiare gli operai senza perdere tempo).
La fabbrica è stata letta come luogo di alienazione, dove il lavoro perde significato e diventa meccanizzato (tanto è vero che sempre più gli uomini possono essere sostituiti dalle macchine e ora dai robot nei processi di automazione: la tecnica che rende l'uomo pleonastico). H. Arendt parlando del lavoro nella fabbrica notava come il corpo deve adattarsi ai ritmi della macchina, anziché il contrario.
Simone Weil, che lavora in fabbrica,  ne “La condizione operaia” nota con tristezza “Lo sfinimento finisce col farmi dimenticare le vere ragioni della mia permanenza in fabbrica, rende quasi invincibile la più forte fra le tentazioni che comporta questo genere di vita: quella di non pensar più, unico mezzo per non soffrirne". L’uomo-macchina è l’uomo che non pensa, che agisce come un automa, come un robot. E’ questo il prodotto della grande industria per lei.
Le relazioni devono adattarsi a questi ritmi, come nel racconto di Calvino “L'avventura di due sposi”, dove due giovani sposi innamorati non riescono mai a passare un po' di tempo insieme perché uno comincia a lavorare quando l'altro finisce e l'unico rapporto è con la traccia di calore lasciata dal corpo dell'altro.
Il racconto finisce così:
Elide andava a letto, spegneva la luce. Dalla propria parte, coricata, strisciava un piede verso il posto di suo marito, per cercare il calore di lui, ma ogni volta s’accorgeva che dove dormiva lei era più caldo, segno che anche Arturo aveva dormito lì, e ne provava una grande tenerezza. 
Ma accanto a queste visioni giustamente critiche la fabbrica è stata anche luogo di solidarietà, cultura operaia che insieme con quella cattolica ha prodotto esperienze di umanizzazione, mutua assistenza, sostegno tra generazioni. Questi sono versi di Ferruccio Brugnaro, poeta operaio, piuttosto acceso nella denuncia, che tuttavia, trovato e raccolto un uccellino moribondo fuori dalla fabbrica, preso come metafora di una umanità di lavoratori sfruttati ed esausti,  scrive così
Mi è stata gettata nel profondo/ oggi/ una domanda d’amore/ di luce/ che non può essere/ nascosta da nessuna/ parte».
Questa domanda ci riguarda tutti. E la risposta non sta in assoli di Unindustria o dei Sindacati o della Politica, ma in una nuova stagione di dialogo sociale, se vogliamo evitare la parola desueta di concertazione. Senza il dialogo sociale non vince nessuno. Si perde tutti. Se non economicamente, moralmente. Se non moralmente ecologicamente.
Di qui l’impegno a dialogare per “far quadrare il cerchio”, cioè garantire insieme libertà politica, iniziativa economica, giustizia sociale. Fuori da questa prospettiva stiamo creando le premesse di una nuova strategia della tensione.
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