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Dio non è assente. "Egli è vicino, è alle porte"   versione testuale

Domenica XXXIII per annum
(Dan 12, 1-3; sal 15, Eb 10, 11-14.18; Mc 13, 24-32)

“Sarà un tempo di angoscia, come non c’era stata mai”. Le parole di Daniele, il cui libro profetico risale al II secolo a.C. sembrano descrivere perfettamente lo stato d’animo di queste ore, all’indomani della strage di Parigi dello scorso venerdì. Alcuni terroristi gridando: “Allah vincerà!”, hanno sparato all’impazzata su persone inermi che stavano ad un concerto, in pizzeria, allo stadio. E siamo ancora qui storditi di fronte a tanta disumanità e ci chiediamo: ”Che cosa è questa angoscia?”.
Ci sono tante risposte che tentano una spiegazione. Papa Francesco, avvertito che il mondo è in fiamme e non passa giorno che non si mietano vittime specie in Medio Oriente, parla della ‘terza guerra mondiale a pezzetti’ per evocare questo stillicidio. Altri invocano la necessaria unità che l’Europa deve finalmente esprimere se si vuole respingere l’assalto di un gruppo di fanatici che seminano il terrore panico per destabilizzare il pianeta. E ci si divide pure tra noi: da una parte falsi buonisti che confondono la violenza gratuita ed imbecille con il rispetto delle altrui culture e scaltri politicanti sempre pronti a soffiare sul fuoco della paura alla ricerca di ritorni elettorali, aumentando lo stato di assedio e di guerra da moltiplicare.
La Parola ci offre uno sguardo lungo, per niente a buon mercato, ma capace di orientarci in questo dedalo di interpretazioni. Proprio la pagina di Marco, altrettanto netta nei toni apocalittici e decisamente drammatica, ci spinge a non fermarci alle apparenze. E ci svela il senso di questo dramma che si sta svolgendo sotto i nostri occhi increduli. Il Maestro, in realtà, sta facendo riferimento a quello che attende Lui a Gerusalemme, cioè al suo destino di morte e di resurrezione e dice: “In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”. In effetti, alla sua morte in croce, si segnalano effetti cosmici per cui il sole, cioè la vita si oscura e la luna, cioè la nostra condizione umana, diventa oscura; ma tutto questo non è ancora la fine. Infatti, subito dopo aggiunge: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria”. Figlio dell’uomo è per Gesù la maniera più indovinata per descrivere la sua identità. Dice della sua condizione umana, ma anche della sua ascendenza divina. Il fatto che lo si vedrà ‘venire sulle nubi del cielo’ indica che la sconfitta del Messia sulla croce è solo il primo atto del dramma, cui segue la sua risurrezione. 
Che cosa ci suggerisce questa consapevolezza lucida del profeta di Nazareth, a dispetto delle apparenze? Ci dice che ogni giorno il mondo muore, ma ogni giorno rinasce. E’ vero: un mondo sta per essere inghiottito dalla notte, ma c’è un altro mondo che sta per venire alla luce. Molte cose vanno in frantumi, molte altre sono destinate a passare, ma ci sono in corso tante trasformazioni e tante primavere attendono di sbocciare.
La parabola del fico dai rami teneri è illuminante al riguardo. A volte si tratta di individuare piccoli segni, forti di una consapevolezza interiore: Dio non è assente. “Egli è vicino, è alle porte”, come quando vedendo il ramo tenero del fico pensiamo che “l’estate è vicina”. Questa è la buona notizia che ci garantisce, accompagnandoci passo passo, nonostante la ferocia degli uomini e delle donne. Perché “il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”. In mezzo alle follie umane solo la fede ci fa restare coi piedi per terra senza smettere di cercare il cielo, senza arrenderci alla brutalità.
E, tuttavia, occorre non stare semplicemente con le braccia conserte, in attesa degli eventi. Ci è chiesto di essere più rigorosi. Di non distrarci di nuovo tra qualche giorno, svanito l’effetto choc. Ci è chiesto di vigilare perché si faccia a livello di istituzioni tutto ciò che è urgente per disinnescare il conflitto. Ci è chiesto di non osservare a distanza quello che accade a qualche centinaia di chilometri da noi. Ci è chiesto di non considerare l’immigrazione come un fenomeno passeggero che non deve disturbarci. Ci è chiesto di costruire con gli altri, diversi da noi per fede e per cultura, qualcosa di umano e di sostenibile. Ci è chiesto di stare in guardia.
“Il sonno della ragione genera mostri”. Anche il sonno della fede genera tragedie. La fede assopita di chi in nome di Dio pensa di uccidere, bestemmiandolo nella forma più atroce. La fede assopita di chi non se ne cura più e tira a campare, della serie: “A chi tocca. Poverino!” La fede di chi non spera più e si lascia assuefare dal terrore. 
Chiediamo insieme al Signore che ci indichi specie in questi giorni tristi “il sentiero della vita” (Sl 15).
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