Diocesi di GUBBIO
 HOME » La Diocesi di Gubbio - La storia nel libro di mons. Pietro Bottaccioli 
La Diocesi di Gubbio - La storia nel libro di mons. Pietro Bottaccioli   versione testuale


Il primo ottobre 2010 è stata presentata ufficialmente la 'fatica' editoriale di mons. Pietro Bottaccioli, vescovo emerito della diocesi eugubina. Il volume si intitola 'La diocesi di Gubbio. Una storia ultramillenaria, un patrimonio culturale, morale, religioso ineludibile' ed è edito da TMM e da Città Ideale. Si tratta della prima opera organica che ripercorre, in dieci capitoli e un totale di 622 pagine, la storia della chiesa eugubina dal 416 (lettera di papa Innocenzo I a Decenzio, vescovo di Gubbio) fino all'anno giubilare 2000, offrendo un quadro completo. Cinque anni di lavoro per monsignor Pietro Bottaccioli, classe 1928, che 'ha avuto il coraggio di mettere mano a un'opera così importante ' ha detto il vescovo di Gubbio Mario Ceccobelli ', scientifica e archivistica, facendo e rifacendo, giorno e notte, per dare vita a un lavoro che mancava nell'archivio della nostra Diocesi'. Bottaccioli tra l'altro ha imparato ad usare il computer proprio in questa occasione.

'Tutte le diocesi dell'Umbria ' ha spiegato Riccardo Liguori, responsabile ufficio stampa Ceu, Conferenza episcopale umbra, intervenuto durante la conferenza stampa di presentazione ' stanno mettendo mano alla memoria delle proprie origini. Gubbio è capofila. La parte più complessa è ricostruire la storia dei primi mille anni, cosa invece riuscita a monsignor Bottaccioli. Speriamo che l'opera sia d'esempio per le altre chiese umbre'.

 

Ecco la presentazione del volume redatta dal prof. Nicolangelo D'Acunto (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano):

Il volume di Pietro Bottaccioli, vescovo emerito di Gubbio, rappresenta e rappresenterà per lungo tempo un punto di riferimento per la conoscenza della storia di Gubbio civile ed ecclesiastica. Tale specificazione è necessaria, poiché, pur avendo come oggetto d'indagine precipuo e specifico la storia della diocesi, con particolare riferimento alla città sede vescovile, l'opera si presenta come un vasto affresco che affronta per ogni epoca trattata i nodi essenziali della storia cittadina. L'A. inoltre si rivolge agli studiosi di storia, offrendo un contributo di prim'ordine dal punto di vista scientifico, ma non dimentica un pubblico più vasto, che può usufruire con maggiore agio dei risultati di questa vasta opera di ricerca grazie a comode introduzioni che per ogni capitolo inseriscono le vicende della Chiesa locale nel quadro della storia della Chiesa universale. Preziosa risulta altresì la presentazione di Mario Tosti, che nella premessa propone alcune piste di lettura.
L'opera, che consta di ben 622 pagine riccamente illustrate da fotografie a colori che rappresentano documenti, opere d'arte, momenti e persone rilevanti della storia eugubina, si articola in dieci capitoli, preceduti da un 'profilo storico della diocesi di Gubbio dalle origini alla fine del '700', che in ben ottanta pagine fornisce una ricostruzione precisa e storiograficamente attenta agli sviluppi recenti degli studi.
Tale completezza bibliografica caratterizza tutto il volume, che tuttavia non si fonda solo sulla storiografia precedente, ma direi, in via prioritaria, è costruito su di un serrato confronto con la documentazione d'archivio, vagliata con grande acribia, citata con precisione a sostegno della narrazione storica e talvolta messa a disposizione del lettore attraverso accurate edizioni. In questo l'A. si pone in diretta continuità con una solida tradizione di studi che rinviene i propri antecedenti remoti nell'erudizione ecclesiastica umbra fiorita a cavallo tra i secoli XIX e XX che prediligeva e coltivava la storia fatta con i documenti, trovandosi per questo in piena sintonia con l'allora imperante positivismo storiografico.
Fin dalle proprie origini la Chiesa eugubina rivela la propria eccezionalità nel senso etimologico del termine, in virtù dei legami strettissimi con fenomeni di grande portata per la storia della Chiesa e dell'Occidente nel suo complesso. Alludo in primo luogo alle relazioni strettissime con l'eremo di Fonte Avellana, che nel medioevo era situato nella diocesi di Gubbio, e con Pier Damiani, la cui rilevanza sulla scena culturale, spirituale e politica del secolo XI è difficilmente sottovalutabile. Altrettanto importante è il santo vescovo e taumaturgo Ubaldo, che in vita e post mortem ha costituito e ancora rappresenta il centro dell'identità profonda della città. Da ultimo ma non per ultimo viene il rapporto con Francesco d'Assisi e con il francescanesimo, le cui vicende s'intersecano fin dalle origini con quelle del centro umbro. Forte di questi antecedenti remoti, la comunità diocesana si è presentata alla sfida della modernità, sulla quale il volume si sofferma in modo particolare, privilegiando i secoli XIX e XX.
Il filo rosso che percorre l'opera è quello del rapporto tra la Chiesa, intesa nella sua accezione gerarchica ma senza mai dimenticare il cosiddetto 'peuple Chrétien', e la società. Pur lungi dal cedere a qualsiasi tentazione apologetica, l'A. è naturalmente lieto di mettere in evidenza i momenti nei quali tale rapporto si è rivelato fecondo nel corso dei secoli, ma non si tira indietro quando occorre segnalare i ritardi della gerarchia ecclesiastica nel cogliere i segni dei tempi. Così, per esempio, a proposito della Restaurazione si rileva come la Chiesa non capisse l'irreversibilità dei cambiamenti politici e filosofici introdotti dalla rivoluzione francese, illudendosi di poter riportare indietro o di fermare le lancette dell'orologio della storia. In sede locale questo si tradusse nella difficoltà di un vescovo come Vincenzo Massi (1821-1841), ottimo pastore, ma che non riuscì ad arginare la montante insofferenza contro la sovranità temporale del papa. Si apriva così un divario sempre crescente tra il clero e gli strati più consapevoli della società cittadina, i quali erano sensibili alle innovazioni che il libero pensiero aveva portato con sé. Gubbio a tale riguardo offre un ottimo angolo visuale, oltre che per la ricchezza e completezza della documentazione pervenuta, anche per la posizione che la città occupava nello Stato Pontificio, che rendevano i contraccolpi della questione romana nella vita della diocesi diretti e immediati. Quella che si esprime in questo volume è, infatti, una storia locale, ma della migliore qualità, poiché si svolge verificando i riflessi su Gubbio della Storia nazionale.
La qualità stessa dei presuli che ressero la diocesi li rende testimoni particolarmente significativi della grande trasformazione che stavano attraversando. Si pensi alla riflessione vescovo Pecci (1841-1855), che perfino arrestato per ordine del governo della Repubblica Romana e individuava nel 1849 quello che a suo dire era il 'vero pericolo' del Risorgimento, inteso come guerra non contro il clero ma contro la 'nostra religione santissima', alla quale si pretendeva di sostituire 'un fantasma di religione, ma non del Vangelo, tutta filosofica e razionalità'. L'A. si chiede se già in quel momento una maggiore apertura in primo luogo da parte del papato non avrebbe consentito di superare quel divario tra Chiesa e società, potenziando invece i germi più fecondi del dialogo che potevano esprimersi attraverso il neoguelfismo, il cui fallimento fu determinato proprio dal mancato appoggio del papato. Si apriva invece una fase di forte conflittualità con porzioni sempre più cospicue della società, che anche a Gubbio, complice l'instaurarsi delle istituzioni della Nuova Italia laica e anticlericale, abbracciavano idee radicali e anticristiane in aperta polemica con i vescovi. La reazione a questi fenomeni toccò a vescovi come Innocenzo Sannibale (1855-1891), che attaccò duramente Giuseppe Mazzatinti, illustre studioso dei manoscritti medievali umbri, accusato di insegnare nel locale ginnasio dottrine epicuree e materialiste e costretto a lasciare la città anche perché sfiduciato dal consiglio comunale. D'altra parte il vescovo Luigi Lazzareschi (1891-1896), accompagnato dalla fama di nemico della massoneria, dovette arrivare in città alla chetichella per evitare disordini e lasciò presto la diocesi per una sorta di incompatibilità politica.
Secondo l'A. 'la repressione del modernismo arrestò un riformismo culturale diffuso' e che a Gubbio era impersonato da figure come Luigi Stirati o don Rughi, murriani di stretta osservanza, la cui attività è contemporanea a una serie di iniziative volte a rispondere attraverso circoli di giovani cristiani come il 'Silvio Pellico' la domanda di una sempre maggiore consapevolezza critica delle ragioni della fede. In questo clima si celebrò il Congresso cattolico giovanile del 1908, che raccolse a Gubbio 600 partecipanti da tutta la regione gettando le basi del movimento cattolico umbro.
Non sempre le risposte della gerarchia ecclesiastica, secondo l'A., furono all'altezza della sfide dei tempi, ma è innegabile che il culto di S. Ubaldo continuava a rappresentare visibilmente l'identità cittadina, perfino durante la prima guerra mondiale, quando gli eugubini del 51° reggimento celebrarono la festa del patrono sul Col di Lana appena conquistato. Le pagine relative a questo episodio e quelle costruite sulla base delle lettere dei soldati ai familiari illustrano bene quanto anche una città percorsa da ideologie anticristiane conservasse al proprio fondo una fede genuina.
Gli anni del fascismo e della Resistenza videro il clero eugubino diviso al suo interno soprattutto per questioni patrimoniali, mentre costituivano episodi isolati i preti schierati apertamente per l'uno o l'altro fronte. Il consenso al regime del vescovo Navarra (1921-1932) che nel 1931 chiuse il circolo 'Silvio Pellico' non impedì a preti come don Francesco Baleani e don Umberto Pesci, per altro ottimo storico, di subire purghe e prostrazioni dai rappresentanti locali del fascismo, mentre nella seconda guerra mondiale giganteggia la figura di Beniamino Ubaldi, vescovo dal 1932 al 1965. Questi rinverdì la figura medievale del vescovo come 'defensor civitatis', quando nel vuoto lasciato dal regime dopo l'8 settembre, Gubbio era esposta alle rappresaglie tedesche che portarono al sacrificio dei quaranta martiri e la sola autorità presente in città e in grado di rappresentare la comunità cittadina era appunto il vescovo. Non a caso proprio mons. Ubaldi è stato scelto in anni recenti come 'l'eugubino del  secolo' dai lettori di un periodico locale. Tale scelta sorprende in una città che ancor oggi non fa nessuna fatica a collocarsi nel quadro dell'Umbria 'regione rossa', ma i cui abitanti conservano fortissima la memoria e la consapevolezza dell'importanza del vescovo nei momenti più bui della storia della comunità.
L'A. ritiene che la scomunica fulminata da Pio XII contro il comunismo e i suoi aderenti favorì la 'politicizzazione della vita religiosa' con l'allontanamento di grandi masse di credenti. Davvero suggestiva la testimonianza diretta dello storico (trasformato a sua volta in fonte!), quando riferisce che, giovane prete, quasi temeva di entrare nel confessionale per il disagio che gli provocavano le reazioni stizzite dei penitenti sollecitati a dichiarare la loro fede politica.
La componente autobiografica è preziosa anche nelle pagine sul Concilio Vaticano II, a cui l'A. prese parte in qualità di segretario del vescovo Ubaldi. Quella fase di rinnovamento si accompagnò tuttavia ai rischi di estinzione del vescovati, di volta in volta superati grazie a pastori in grado di ribadire la centralità della chiesa diocesana e della sua tradizione. Proprio la necessità di acquisire una forte consapevolezza del significato storico della presenza della Chiesa eugubina ha ispirato le pagine di colui che ne è stato pastore e che ancora vive nella comunità ove ha svolto il proprio ministero.