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Conservazione dei beni e nuove opere   versione testuale

Conservazione dei Beni Culturali Ecclesiastici

 1.            Alienazione

 

La vigente normativa canonica e civile contiene norme assai rigorose riguardanti l’alienazione dei Beni culturali ecclesiastici sia mobili che immobili. In particolare essa prevede che ogni atto di alienazione deve essere formalmente autorizzato dalle competenti autorità della Chiesa e dello Stato. Gli atti abusivi di alienazione sono nulli e passibili di sanzioni canoniche e civili.         L’alienazione dei beni culturali ecclesiastici, infatti, costituisce non solo un oggettivo depauperamento del patrimonio, ma anche un evento che incide gravemente su di essi: distaccati dal contesto fisico e funzionale di origine, tali beni perdono gran parte del loro significato originale e vengono esposti ad usi incongrui e spesso dissacranti, con grave scandalo dei fedeli.

L’alienazione dei BB.CC.EE. è quindi da evitare; può essere consentito invece, con il permesso delle autorità religiose e civili competenti, il trasferimento di un bene a titolo di deposito o anche per alienazione, da una chiesa ad un’altra chiesa.

 

 2.            Verifica di interesse culturale

 

“La verifica di interesse culturale è il procedimento amministrativo che consente di verificare se un immobile è un bene culturale o no”.

Qualora si debba procedere all’alienazione di un immobile di proprietà ecclesiastica avente più di cinquanta anni, come anche, ove richiesto, alla sua ristrutturazione, occorre per stipulare il contratto di vendita od ottenere l’autorizzazione ai lavori, procedere preventivamente alla “Verifica di interesse culturale” dell’immobile, presso il Ministero dei Beni Culturali, attivando la necessaria procedura informatica gestita dall’Ufficio diocesano per i Beni Culturali Ecclesiastici.

Il notaio incaricato di stipulare l’atto di compravendita, infatti, non procederà se non dopo che il Ministero abbia dichiarato l’immobile in questione privo di interesse culturale o, se di interesse culturale, non ci sia da parte dell’acquirente l’impegno ad ottemperare alle richieste di salvaguardia indicate dal Ministero stesso.

Il Ministero dei Beni Culturali, nell’accordo stipulato con la CEI, ha assegnato ad ogni Regione ecclesiastica un certo numero massimo annuale di pratiche da perfezionare. La Regione Umbria, per quanto riguarda gli Enti ecclesiastici, può presentare ogni anno solo 120 pratiche, che ripartite per le Diocesi, diventano per la nostra di Orvieto-Todi solo 8. Nella nostra Diocesi quindi, nell’arco di un intero anno, per quanto riguarda gli edifici, possono essere stipulati solo 8 atti di compravendita per tutti gli enti ecclesiastici (diocesi, seminari, Istituto diocesano Sostentamento Clero, parrocchie, confraternite, congregazioni religiose ecc.).

Essendo la procedura di verifica di interesse culturale piuttosto impegnativa ed onerosa per l’Ufficio diocesano per i BB.CC.EE., si richiede per la sua attivazione un contributo di . 100,00, da versare al momento dell’introduzione della pratica.

 

 3.            Rimozione e spostamento

 

Ogni rimozione di opere d’arte dalla loro sede originaria, per una collocazione in altra sede (ad esempio in altra chiesa, nella casa parrocchiale, nel museo diocesano, nel palazzo vescovile) per motivi di sicurezza, deve essere autorizzata dai competenti organi canonici e civili. La nuova collocazione, una volta autorizzata, sarà segnalata sulla rispettiva scheda di catalogo

 

4.            Custodia e sicurezza

 

L’impossibilità per la maggior parte delle chiese di avere un sacrista, fa sì che queste rimangano per buona parte della giornata incustodite. D’altra parte, soprattutto per le chiese parrocchiali, non è assolutamente auspicabile che rimangano chiuse al di fuori dei momenti di culto come, purtroppo, si va facendo sempre più spesso.

È allora innanzitutto indispensabile che si provveda ai sistemi di sicurezza: buoni infissi con serrature robuste ed efficaci, sbarre alle finestre e, possibilmente, adeguati impianti di antifurto. Per questi ultimi sono disponibili finanziamenti dalla CEI.

Gli oggetti preziosi, soprattutto di piccole e medie dimensioni, non siano lasciati incustoditi, esposti al pubblico, ma vengano esibiti solo con la massima prudenza e in presenza di realistiche condizioni di sicurezza.

Sarebbe opportuno che nelle sacristie o in vani di non facile accesso, si ricavi una piccola camera di sicurezza, con porta blindata, ove custodire gli oggetti di maggior valore e di facile asportazione. Nel mercato antiquario, c’è da ricordare, si trova di tutto: dai candelieri, alle pale d’altare, a marmi e pavimenti divelti, fino alle carte gloria, alle tovaglie d’altare e ai vasi sacri.

Un discorso a parte merita il fenomeno del trasferimento degli oggetti di interesse culturale di chiesa in chiesa (a volte anche di proprietà non ecclesiastica) come anche quali oggetti di arredo in case canoniche, locali pastorali, di catechesi, circoli parrocchiali…

Non di rado, tale pratica porta alla perdita delle opere stesse: dopo qualche anno, infatti, le opere collocate in chiese di proprietà non ecclesiastica diventano proprietà dell’Ente che possiede la struttura; quelle nelle case parrocchiali diventano proprietà degli eredi dei sacerdoti, quelle nei locali parrocchiali, soprattutto frequentati da ragazzi e giovani, se non trafugati, vengono pian piano distrutti.

È quindi da evitare la collocazione di opere di proprietà ecclesiastica in ambienti di altra proprietà come è da evitare di arredare locali parrocchiali con opere di valore artistico. Nel caso invece che degli oggetti artistici di proprietà ecclesiastica vengano portati, per motivi di conservazione, nelle case canoniche, lo si faccia con il permesso dell’Ufficio diocesano BCE, della Soprintendenza, e annotando lo spostamento nella rispettiva scheda di inventario.

In caso di furto si dia immediata comunicazione scritta ai Carabinieri, all’Ufficio diocesano BCE e alla competente Soprintendenza, allegando alla denuncia copia della scheda di inventario con relativa fotografia.

 

5.            I Beni Culturali delle parrocchie soppresse

 

Nella nostra Diocesi molte sono le parrocchie soppresse o le chiese che, per l’impoverimento demografico di certi territori, versano in stato di abbandono o, almeno, di scarsa utilizzazione. Nel caso delle parrocchie soppresse, l’ente che è loro succeduto deve prendersi cura dei beni culturali e, anche per le chiese isolate, occorre conciliare la necessità del legame delle opere col territorio con l’esigenza della sicurezza. Ogni iniziativa a riguardo dovrà essere valutata con i responsabili diocesani e con i competenti organi della pubblica amministrazione.

Il discorso vale per tutti i beni culturali ecclesiastici, compresi gli archivi, le biblioteche, le raccolte, ecc.

 

 6.            Manutenzione

 

 Per conservare gli edifici e gli oggetti in  buone condizioni e per evitare interventi di restauro, talora assai dispendiosi, si provveda alla regolare manutenzione e all’uso permanente degli arredi e degli edifici sacri. A tale scopo è bene ricorrere a personale, anche volontario, purché debitamente preparato.

Nel caso si renda indilazionabile un intervento di manutenzione straordinaria è necessario rivolgersi al competente organo canonico per concordare le iniziative opportune.

 

 7.            Valorizzazione liturgica e catechetica ancor prima che museale dei BCE

 

La maggior parte dei beni culturali ecclesiastici è stata creata e continua a far riferimento alla liturgia che ne costituisce la ragion d’essere, la destinazione naturale, quello che si può chiamare il contesto funzionale. Entro tale contesto i beni culturali ecclesiastici hanno modo di comunicare il loro messaggio e di essere letti nel modo più idoneo. La loro piena valorizzazione, perciò, è costituita dall’uso che se ne fa, per quanto possibile continuo, per il culto. Le altre forme di valorizzazione, per quanto valide ed utili, sono secondarie e derivate.

I beni culturali ecclesiastici, oltre che per la liturgia e per il culto, sono nati, spesso, come strumenti di catechesi e hanno svolto e continuano a svolgere una funzione di testimonianza della fede cattolica nell’ambito della tradizione. È allora importante che insieme al loro ruolo liturgico i beni culturali della Chiesa siano utilizzati per iniziative di tipo formativo e che il messaggio di fede di cui sono portatori non sia sottaciuto, ma espresso con sobrietà e proprietà teologica.

Nel caso non possano più essere impiegati, i beni culturali ecclesiastici siano conservati con grande cura, in ambienti adatti, privi di umidità, anche in considerazione dell’elevata funzione alla quale hanno servito. La loro collocazione in raccolte e musei dovrebbe mettere in risalto la primitiva destinazione attraverso didascalie ed opportune soluzioni museografiche. Con opportune cautele poi, almeno in determinate occasioni, dovrebbe esserne consentito l’uso originario.

 

8.            Usi impropri dei BCE

 

Non di rado si cerca di valorizzare i BCE ricorrendo ad utilizzazioni improprie che ne stravolgono il senso di origine e che, proprio per questo, danno luogo a soluzioni di dubbio gusto e dannose per il bene stesso.

È facile trovare nelle chiese candelieri impiegati quali basi per composizioni floreali e per poggiare vasi, come anche per sorreggere mense di improbabili altari. I paramenti liturgici sono impiegati con vera fantasia: veli omerali che coprono amboni o peggio; tonacelle e pianete utilizzate nell’arredo; fonti battesimali destinati a divenire tabernacoli e confessionali utilizzati come piccoli magazzini per scatoloni, scope ecc.

Gli altari minori, ma pur di pregio, di tante chiese sembrano non di rado scaffali per libri, ricordini, depliants, manifesti.

 

Anche le chiese poi, con abusi che vanno dal campo della conservazione dei BCE a quello della liturgia, vengono spesso impiegate in modo improprio per concerti, esposizioni di dubbio gusto, conferenze non sempre consoni all’ambiente. Su questo tema vari documenti a tutti i livelli sono già spesso intervenuti.

 

 

 

NUOVE OPERE

 

 La Chiesa si sente impegnata non solo a conservare, ma anche ad accrescere il proprio patrimonio di Arte Sacra. Sia in occasione degli adattamenti liturgici sia in altre occasioni, le comunità potranno quindi inserire nelle chiese, comprese quelle soggette a tutela statale, nuove opere d’arte, purché di adeguato livello artistico e con l’autorizzazione delle competenti autorità.

Non è certo da lodare la prassi ormai sempre più diffusa di dotare le chiese di immagini devozionali e seriali, come anche di oggetti liturgici prodotti con materiale di scarso valore e qualità e perciò stesso, nonostante il costo comunque notevole, destinati in breve tempo a divenire inservibili. (Va ricordato il proverbio popolare che suona spesso saggio: “Chi più spende, meno spende”). È pur vero che l’artigianato va diminuendo, ma pur tuttavia è possibile ancora reperire artigiani capaci di creare oggetti belli, adeguati, unici, e proprio per questi studiati in funzione del luogo ove andranno ad essere utilizzati. Le migliaia di euro che vengono oggi spesi in acquisto di calici e affini riprodotti in serie e quasi sempre pacchiani, oltre che di materiale tutt’altro che nobile, potrebbero essere spesi meglio se messi in mano ad un artigiano o ad un artista.

Anche l’edificazione di nuovi complessi parrocchiali deve ispirarsi a criteri di bellezza e di funzionalità, in stretta osservanza delle indicazioni in materia date dalla Conferenza Episcopale.

 


Responsabile Sito Internet Diocesano Dott. Michela Massaro - Contatti: info@diocesiorvietotodi.itmichelamassaro@libero.it