PER UNA STORIA DEI SINODI DIOCESANI
Due Sinodi, o Concili, del secolo V, Milano 451 e Roma 465, portano anche la firma di due vescovi di Asti, rispettivamente Pastore e Maggiorano.
E’ un dato fondamentale per la storia della Diocesi di Asti. Già in precedenza, il 22 settembre 398, in Piemonte a Torino, si era svolto un Sinodo. Tuttavia non sappiamo quali vescovi siano intervenuti: nessun documento ne porta l’elenco. Primo intento del Sinodo di Torino fu quello di giungere a una composizione dei conflitti interni all’episcopato delle Gallie, e la sede di Torino si trovava in una posizione logisticamente favorevole.
L’arrivo di tanti vescovi, sia del Nord Italia sia soprattutto del Sud delle Gallie, poneva tuttavia alla piccola città di Torino e alla sua comunità indubbie difficoltà per l’accoglienza ai convenuti. Se ne fece interprete in un sermone il vescovo Massimo, eletto di recente primo vescovo della città.
398, ASTI AVEVA GIÀ UN VESCOVO?
La mancanza dell’elenco dei vescovi convenuti al Sinodo ci priva della conoscenza documentata delle sedi vescovili già esistenti in Piemonte a quella data. Scrive Franco Bolgiani in un contributo al primo volume della Storia di Torino (Einaudi 1997): "Stando alla documentazione in nostro possesso non ci sono oggi ragioni per dubitare che la cristianizzazione dell’antica Torino sia dipesa dalla cristianità vercellese e dalla personalità di Eusebio, primo vescovo di Vercelli" (pp. 248-49).
Sardo di origine, dopo aver molto viaggiato, Eusebio fu ordinato lettore a Roma al tempo del pontificato di Giulio (337-352). In una data non accertata (verosimilmente fra il 345 e il 350) fu richiesto come vescovo dalla comunità cristiana di Vercelli, che poteva presumibilmente risultare consistente e provvista di sufficiente influenza e organizzazione. L'episcopato di Eusebio durò 25 anni circa, essendo morto nel 370 o 371. Conobbe anche gravissime difficoltà. Nel 355, per la ferma opposizione all'Arianesimo, fu mandato in esilio a Scitopoli in Palestina.
Scrive il Bolgiani: "Siccome a Novara e Tortona, nella decina d'anni successiva al ritorno di Eusebio dall'Oriente, troviamo presenti due o tre vescovi (Gaudenzio a Novara, che forse era stato uno dei presbiteri che avevano accompagnato Eusebio in esilio, ed Esuperanzio a Tortona, preceduto questi da un altro vescovo, Innocenzo), si può essere certi che la cristianizzazione da parte di Eusebio procedette in modo sistematico, sia verso sud-est (Tortona), sia verso nord-est (Novara), sia verso nord-vest (Ivrea) come presumibilmente in altre direzioni e fu realizzata attingendo a uomini del clero eusebiano vercellese, collocando nelle nuove sedi uomini a lui strettamente legati. In tal senso si può affermare che tale strategia anticipò l'azione a più a lungo raggio svolta dopo il 374 da Ambrogio partendo da Milano, consistente nel far sorgere intorno alla propria sede episcopale nuove comunità o trasformando singole plebes già esistenti in sedi episcopali e imponendo a esse come vescovi uomini da lui formati e a lui strettamente legati".
Stante questo contesto storico è opinione sufficientemente condivisa dagli studiosi che verso la fine del secolo IV o nei primi anni del secolo V anche Asti sia diventata sede vescovile.
ASTI SUFFRAGANEA DI MILANO
Nel secolo IV Milano fu a più riprese capitale amministrativa, sede imperiale e metropoli della diocesi civile italica. Tale importanza politica non mancò di riflettersi in ambito religioso. Al medesimo secolo infatti risalgono i primi indirizzi del carattere metropolitano della sua chiesa. Con Ambrogio (374-397) la preminenza del vescovo di Milano, primo e unico metropolita d'Italia dopo il Pontefice, è incontestabile. Durante il suo episcopato furono celebrati tre concili provinciali (380, 381 e 393). Ad essi non risulta la presenza di vescovi di Asti.
Nel secolo V la metropoli ambrosiana subì notevoli smembramenti per l’erezione in metropoli di Ravenna (ca. 425/430) e di Aquileia (almeno a partire dal 442). Al concilio provinciale del 451, presieduto dal vescovo di Milano Eusebio, le sedi episcopali a lui sottoposte risultarono 19: Albenga, Aosta, Asti, Bergamo, Brescello, Brescia, Coira, Como, Cremona, Genova, Ivrea, Lodi, Novara, Pavia, Piacenza, Reggio Emilia, Torino, Tortona, Vercelli. Il sinodo milanese del 451 si situa in continuità con il concilio di Calcedonia dello stesso anno.
Ritornati a Roma dal concilio i legati papali, Leone I affidò al vescovo Abundio e a Eusebio, vescovo di Milano, l'incarico di indire un sinodo provinciale per far conoscere ai vescovi dell'Italia settentrionale le risoluzioni prese a Calcedonia e per ottenere da parte dei vescovi l'adesione al documento papale di maggior rilievo, cioè il Tomus ad Flavianum. Le adesioni unanimi ottenute dal sinodo milanese ci sono note dalla lettera inviata da Eusebio di Milano a papa Leone.
In tempi successivi al 451, Brescello, Piacenza e Reggio Emilia si staccarono da Milano per confluire sotto Ravenna. In seguito allo scisma dei "Tre capitoli", verso il 607, Como passò ad Aquileia assumendone il rito. Pavia, dal 626 capitale longobarda, almeno a partire dall'inizio del sec. VIII, rivendicò con successo la sua dipendenza diretta da Roma.
I CONCILI PROVINCIALI
Dopo il 451 non si ebbero più concili provinciali sin verso la fine del 679 (o forse gli inizi del 680). All'ordine del giorno vi era la questione del monoenergismo e monotelismo. I vescovi della provincia ecclesiastica, sotto la presidenza di Mansueto, vescovo di Milano - finalmente in piena comunione e sintonia con la chiesa romana, dopo le vicende dello scisma "tricapitolino" -, formularono una risposta teologica indirizzata direttamente all'imperatore, che aveva invitato le chiese dell’ecumene cristiana a pronunziarsi sulla questione e aveva indetto il Concilio ecumenico, denominato poi Costantinopolitano III (681). Il 27 marzo 680, un concilio romano, presieduto da papa Agatone, vide la partecipazione di Mansueto e di molti suoi suffraganei, che all'unanimità sottoscrissero le conclusioni contro il monoenergismo e monotelismo. La firma di Benenatus, vescovo di Asti, si trova all'undicesimo posto tra i suffraganei di Milano. Dopo Pastore (451) e Majoranus (465) è il terzo vescovo di Asti di cui conosciamo il nome attraverso un documento sicuramente autentico.
Dagli atti del concilio provinciale del 679 risultano sotto Milano anche le diocesi liguri di Acqui, Vado Ligure (poi Savona) e Ventimiglia.
Nell'ottobre 969 a Milano fu tenuto un concilio provinciale che confermò l'unione della diocesi di Alba con quella di Asti, già deliberata da un concilio romano del medesimo anno. L'unione delle due diocesi, tuttavia, non durò a lungo. Nel 1133 venne eretta la metropoli di Genova e a Milano vennero sottratte le diocesi di Bobbio e Albenga. A Milano furono aggregate poi le nuove diocesi di Alessandria (1175), Mondovì (1388),Casale (1474).
Dopo il Concilio Lateranense
Il Concilio Lateranense IV (1215) prescrisse che i concili provinciali, il vescovo metropolita con i vescovi suoi suffraganei, fossero celebrati ogni anno e si facessero osservare le cose prescritte, rendendole pubbliche nei sinodi episcopali da celebrarsi annualmente nelle singole diocesi (Cost. 6).
Noi oggi ingolfati dalla carta stampata, computer, stampanti, fotocopie, difficilmente immaginiamo le difficoltà di conoscere, di ricordare e di trasmettere le norme ai fedeli e poi di farle osservare. Di qui il principio fondamentale che le leggi dovevano essere poche e caratterizzate da essenzialità, brevità, chiarezza. La lingua latina serviva, ma non è che il popolo la conoscesse. Pertanto si può capire una "premessa o conclusione" alle costituzioni sinodali come questa: "Poiché poco o nulla serve ascoltare se non si tiene nella mente, né è sufficiente sapere se non è provato con l’affetto, comandiamo in virtù di santa obbedienza e sotto pena di scomunica che tutti i sacerdoti diligentemente ascoltino e prestino attenzione a questi statuti, precetti e documenti sinodali. E perché più facilmente li possano tenere a mente, li scrivano o facciano scrivere e su di essi studino e portandoli con sé ai prossimi sinodi interrogati sui singoli capitoli sappiano leggere e rispondere a noi. Vivendo conforme ad essi, istruiscano i loro fedeli con la parola e con l'esempio per poter dare quindi conto del loro ministero in un esame rigoroso. Amen".
"Non basta avere una copia scritta dei testi sinodali: in molti sinodi - aggiunge Vincenzo Bo - all'inizio o alla fine, vi è pure l'ingiunzione di leggere e di spiegare ai fedeli in lingua materna tali statuti e ciò diverse volte durante l'anno anche perché si è constatato che certe leggi non sono applicate o sono state trascurate".
Vi era poi la vastità di territorio di molte diocesi. E' sufficiente pensare al territorio della diocesi di Asti alla data del Concilio: 1215. Esso si protendeva fino alle Alpi Marittime, alle porte di Albenga. I problemi logistici con relative spese erano molti. Soggiorno e viaggi erano a carico dei partecipanti. Non meraviglia pertanto la richiesta, da parte dei parroci rurali, di abbreviare i tempi. Sembra così che si sia instaurata la prassi di distinguere tra Sinodi e semplici riunioni, più frequenti e forse anche decentrate. Tra le carte dell'archivio capitolare di Asti del secolo XIII, vi è 1'atto notarile, in data 15 maggio 1268, con il quale il Vescovo di Asti, Corrado dei Radicati di Cocconato (1260-1282), decide circa l'appartenenza della chiesa di San Pietro di Sulbrico al monastero di S. Maria di Cavour. Nella decisione è sottolineato esplicitamente il dovere di partecipare al sinodo diocesano: "Il vescovo sentenziò (dixit et pronuntiavit) che detta chiesa di San Pietro spetta e appartiene al detto monastero e al medesimo monastero deve rimanere, inteso però (salvo eo) che il presbiterio e i frati di detta chiesa di San Pietro sono tenuti e debbono venire al Sinodo e alla riunione del clero (capitulum) della Chiesa di Asti e dipendere (respondere) dalla pieve di Dusino di cui fa parte (de cuius plebatu est)".
Non sempre i sinodi producevano "Costituzioni Sinodali" e non sempre queste, soprattutto prima dell'invezione della stampa, sono giunte fino a noi. La prassi dei sinodi diocesani, nonostante la chiara disposizione del Concilio, era la più varia. Già i "Concili provinciali" conobbero un’ assoluta irregolarità di frequenza. A. Rimoldi, che ha fatto diligente ricerca di quelli di Milano, nello spazio tra il Concilio Lateranense IV (1215) e il Concilio di Trento (1545) può elencarne solo cinque e aggiunge un’osservazione piuttosto pungente: "La caduta in disuso della prassi dei concili provinciali aveva comportato per le Chiese locali il venir meno di una chiara consapevolezza intorno alla realtà istituzionale della propria provincia ecclesiastica fino a non conoscerne più l'esatta estensione" (in Diocesi di Milano, La Scuola 1990, p. 861).
Anche la Santa Sede non esprimeva sempre gesti coerenti. Nel 1511 fu eretta la nuova diocesi di Saluzzo: nacque esente dalla giurisdizione di qualsiasi metropolita e direttamente dipendente dalla Santa Sede. Quattro anni dopo, nel 1515, Torino fu elevata a sede metropolitana arcivescovile e contestualmente le diocesi di Mondovì e Ivrea divennero suffraganee di Torino.
SINODI ASTIGIANI PRIMA Dl TRENTO
Possediamo, almeno in parte, le costituzioni di sette sinodi diocesani di Asti, ce1ebrati prima del Concilio di Trento e stampate nel 1539. Infatti Scipione Roero, nominato vescovo di Asti nel 1529, alle costituzioni del sinodo da lui celebrato allegò, confermandole, parti più o meno ampie delle costituzioni sinodali emanate da cinque vescovi suoi predecessori: Guido di Valperga (1295-1327), il 7 maggio 1316, Arnaldo di Roseto (1327-1348), nell'aprile 1328, Scipione Damiano nel 1421, Vasino Malabaila (1437-1476), il 21 agosto 1474, Pietro Damiano (1476-1495), nel 1476 e 1'8 marzo 1485.
Vi furono certamente altre costituzioni sinodali a noi pervenute. Un caso emblematico: il vescovo Guido di Valperga, nel primo dei due decreti a noi pervenuti ricorda "quoddam nostrum sinodale statutum alias conditum".
Il Boatteri afferma che egli "diede fuori alcune costituzioni sinodali nel 1296", non cita però la fonte della notizia.
Riguardo al sinodo di Guido di Valperga del 1316, il primo a noi pervenuto, abbiamo un altro particolare di notevole rilievo: le riunioni sinodali si tennero non ad Asti, ma a Cherasco.
Presente e teste del Sinodo, assieme a "Cuniberto de Alba preposito ecclesiae Sancti Secundi astensis vicario domini episcopi, et frate Bruneto de Mantua priori Sancti Marci astensis ordinis cruciferorum" vi era, primo citato, "Joanne de Valpergia, preposito Claraschi".
Un chiaro esempio di sinodo, non convocato nella sede vescovile, ma in località più "funzionale" alla partecipazione dei sinodali. Probabilmente il prevosto di Cherasco era un parente stretto del vescovo, e questo favorì il realizzarsi dell’iniziativa. L’erezione della nuova diocesi di Mondovì, che dimezzò il territorio della diocesi di Asti, è avvenuta nel 1388.
Dopo il Concilio di Trento
Il Concilio di Trento (sessio XXIV can II) stabilì che anche dove era stata trascurata si riprendesse la prassi dei concili provinciali con scadenza almeno triennale. Scopo preciso era "regolare i costumi, correggere gli abusi comporre le controversie, trattare altre questioni contemplate dai sacri canoni". Il medesimo canone sancì che i sinodi diocesani si celebrassero ogni anno.
Durante l'episcopato di Carlo Borromeo (1560-1584) venne ricostituita la provincia ecclesiastica milanese. Ad essa vennero a far capo le diocesi suffraganee di Acqui, Alba, Alessandria, Asti, Bergamo, Brescia, Casale, Cremona, Lodi, Novara, Savona, Tortona, Ventimiglia, Vercelli, Vigevano.
Carlo Borromeo non indugiò certo a tradurre in pratica le indicazioni del Concilio Tridentino e dal 15 ottobre al 3 novembre 1565, celebrò con i vescovi suffraganei il concilio provinciale. L'importanza di tale concilio non derivò solo dall’autorevolezza del Borromeo e dall’ampiezza dei temi affrontati, ma anche dal fatto che i canoni in esso emanati servirono di guida e talora furono ripresi letteralmente in tanti sinodi in Italia e fuori.
Altri cinque concili provinciali celebrò Carlo Borromeo: 1569, 1573, 1575, 1579, 1583. Il settimo fu celebrato nel 1609 dal card. Federico Borromeo.
Vincenzo Bo nella sua opera Storia della Parrocchia (vol. 4,1992, p. 200) presenta un elenco di sinodi diocesani celebrati nel 1564 e nel 1565 e aggiunge "dei quali tutti ci sono pervenuti gli atti". Fra i sinodi del 1565 è elencato anche quello di Asti. Purtroppo non è citata la fonte. In quell'anno era vescovo di Asti Gaspare Capris (1549-1568), torinese. Il Boatteri in Serie cronologico-storica dei Vescovi della Chiesa d'Asti 1807 (p. 103) dice semplicemente: "Fu celebre la sua singolare beneficenza verso tutti ed essendosi ai suoi tempi pubblicato il Concilio di Trento, procurò di accrescere nella sua Chiesa l'ecclesiastica disciplina".
Gaspare Bosio nella Storia della Chiesa d'Asti, 1894 (p. 486), rifacendosi al barone Antonio Manno: Bibliografia storica degli Stati della monarchia di Savoia - Bibliografia storica astese - Storia religiosa - sinodi (pp. 353-356), presenta un elenco dei sinodi della Chiesa di Asti. In tale elenco il sinodo del 1565 non compare.
A Gaspare Capris, come vescovo di Asti, successe Fra Domenico della Rovere (1568-1587), un vescovo della tempra di Carlo Borromeo, meritatamente tenuto in concetto di santità. Tenne almeno otto sinodi. Del quarto (15-16 aprile 1578) sono note le costituzioni, stampate in Torino. Anche dell'ottavo furono pubblicate le costituzioni nel 1584.
L’elenco del Bosio, dopo aver ricordato i sinodi del Vescovo Della Rovere, così prosegue: "Francesco Panigarola, il 30 agosto 1588, il 7 novembre 1591 e il 18 dicembre 1593; Giovanni Stefano Aiazza, il 23 ottobre 1597, il 24 ottobre 1604 e il 19 aprile 1605; Isidoro Pentorio, nel l620; Ottavio Broglia, il 22 aprile l627, il maggio 1634, il 5 novembre 1643; Paolo Vincenzo Roero, il 13 dicembre 1660; Marco Antonio Tomati, il 14 aprile 1670; Innocenzo Milliavacca, il 27 aprile l699; Giovanni Todone, il 29 agosto l 730; Paolo Maurizio Caissotti il 2 giugno 1785. Di quasi tutti questi Sinodi si conserva in parte o intieramente i rispettivi statuti".
Dopo il settimo concilio provinciale di Milano (1609 - card. Federico Borromeo) bisogna attendere tre secoli per avere l'ottavo (1906 - card. Andrea Carlo Ferrari), ma in quella data da un secolo Asti non era più suffraganea di Milano.
SINODI DELL'OTTOCENTO E DEL NOVECENTO
Il tornado napoleonico fece sentire i suoi effetti nelle strutture ecclesiastiche piemontesi. Con la bolla di Pio VII del 1° giugno 1803, resa esecutiva con decreto 30 settembre 1803 dal card. Caprara, diverse diocesi del Piemonte furono soppresse.
Dopo circa 1400 anni la diocesi di Asti si staccò dalla provincia ecclesiastica di Milano. Venne la restaurazione. Con la bolla Beati Petri del 17 luglio 1817, ancora di Pio VII, la geografia religiosa del Piemonte mutò nuovamente. Vercelli venne eretta in metropoli comprendente le diocesi suffraganee di Alessandria, Biella (eretta nel 1772), Casale, Novara, Vigevano. Asti, con le rimanenti diocesi del Piemonte, fu aggregata alla metropoli di Torino, capitale del regno sabaudo.
Durante l'Ottocento non vi furono Concili provinciali torinesi e ad Asti fu celebrato un solo Sinodo, indetto dal vescovo Giuseppe Ronco nel 1896, nei giorni 24-25-26 agosto. Le costituzioni vennero pubblicate con decreto del vescovo in data 30 agosto, e in seguito stampate dalla tipografia Michelerio.
Il 15 settembre 1917, Benedetto XV pubblicò il Codice di diritto canonico. La scadenza dei sinodi diocesani fu prescritta come decennale. Allo scadere del primo decennio, gli arcivescovi e i vescovi delle province ecclesiastiche di Torino e Vercelli, ottenuta dalla Santa Sede l'autorizzazione, a norma del can. 281, sotto la presidenza del card. Giuseppe Gamba, si radunarono in Concilio plenario nei giorni 11 - 12 - 13 ottobre 1927. Assunse il titolo ufficiale di Concilium plenarium pedemontanum. Fu il primo e rimase - almeno finora- anche l'unico. In qualche misura sostituì i concili provinciali e, per un certo periodo, anche i sinodi delle diocesi piemontesi.
Il 26 gennaio 1960 Giovanni XXIII indisse il sinodo della diocesi di Roma. Un fatto certamente storico perché era il primo per la città di Roma, l'Urbe. Difatti le costituzioni, promulgate il 29 giugno 1960, festa di San Pietro e Paolo, si intitolano Prima Romana Synodus.
Nella Pentecoste del 1993 si concluse il secondo sinodo della diocesi di Roma, un sinodo di natura eminentemente pastorale. Milano è la diocesi che in Italia ha conservato più sistematicamente la prassi dei sinodi diocesani ristabilita da San Carlo Borromeo. Egli in 24 anni ne celebrò 11, i primi di una regolare numerazione progressiva.
Il card. A. I. Schuster (1929 - 1954) celebrò 5 sinodi (XLI - XLV). II card. G. B. Montini (1954-1963) privilegiò la celebrazione dei sinodi minori. Il card. G. Colombo nel 1972 celebrò il XLVI Sinodo. L'ultimo sinodo milanese, il XLVII, celebrato recentemente dall'attuale arcivescovo, card. C. M. Martini fu promulgato il 17 febbraio 1995.
La diocesi di Asti celebrò l'ultimo sinodo, indetto dal vescovo Giacomo Cannonero, nel 1962. Tenuto presente l'elenco del Bosio e alcune altre ricerche, con buone probabilità può essere indicato come il XXV Sinodo astigiano dal Concilio di Trento.
Don Guglielmo Visconti
|