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- DIOCESI DI ASTI -

Per una Chiesa
a servizio del Vangelo

SINODO DIOCESANO 2001

PARTE QUARTA

 

 – LA CHIESA NEL MONDO –

“IL RISORTO CAMMINA SULLE STRADE DELL’UOMO”

 

 CAPITOLO 11

 

LA MISSIONE DELLA CHIESA

 

1

 La missione affidata da Gesù agli apostoli si specifica come annuncio del Vangelo, azione di discepolato, attraverso la testimonianza con parole e opere che rendono la Chiesa segno visibile della presenza e dell'azione di Cristo: in questo senso la missione della Chiesa esige oggi di "vivere il Vangelo servendo la persona e la società" (Christifideles laici n. 32).

La Parola e i Sacramenti sono la fonte dalla quale il cristiano coglie il significato della propria fede e attinge la forza per fare la volontà del Padre ed “essere per i fratelli" in modo da contribuire alla crescita sociale.  L’annuncio del regno di Dio chiede di essere accolto nella fede, di credere all’amore gratuito di Dio, e di essere comunicato attraverso la testimonianza, non solo con le parole, ma anche con una vita impegnata nelle opere e nell’amore fraterno.

 

2

 La prima testimonianza che viene oggi chiesta ai cristiani è di uno stile di vita personale fortemente improntato ai valori evangelici, che a volte diventa radicalmente alternativo rispetto a comportamenti diffusi e quindi genuinamente profetico. Nel contempo la comunità dovrà rendere visibile la Parola di Cristo che individua come segno distintivo l'amore vicendevole.

Vivere oggi, nella realtà astigiana, l’apertura a tutti, dai consanguinei agli extracomunitari, la sobrietà, l’onestà, la solidarietà, l’attenzione alle persone per valorizzare le ricchezze e le potenzialità di ognuno: questo, insieme alla testimonianza dell'amore fraterno, è il modo più immediato e quotidiano per annunciare il Vangelo oggi nella nostra città e nei nostri paesi e costruire una convivenza più umana.

 

3

 I confini di questo annuncio superano la dimensione del nostro territorio: l'esperienza della nostra Diocesi di apertura al mondo con l'invio dei suoi missionari nei diversi luoghi di missione dev’essere riqualificata all'interno di un progetto più ampio che coinvolga tutte le comunità parrocchiali in modo che ciascuna di esse allarghi la vasta trama della carità sino ai confini della terra dimostrando, per quelli che sono lontani, la stessa sollecitudine che ha per coloro che sono vicini; infatti una maggior apertura universale contribuisce a quella conversione pastorale che le aiuta ad affrontare efficacemente il compito dell'evangelizzazione nel contesto sociale e culturale odierno.

 

4

 La Chiesa è pienamente coinvolta in questo sforzo, perché sente la responsabilità della salvezza dell’uomo, di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. Per questo essa si pone come “casa e scuola di comunione” (Novo millennio ineunte n. 43) ai vari livelli: nella famiglia, nei gruppi primari o spontanei, nei gruppi organizzati; luoghi dove la comunione si vive e per ciò stesso si insegna.

L'esperienza sinodale si colloca in questo contesto, avendo tra i suoi obiettivi quello di condividere la riflessione sulla situazione attuale, sul cammino che attende oggi la comunità cristiana e sulle nuove sfide con cui i credenti, come tutti i cittadini, devono confrontarsi.

 

5

Il rischio oggi è di dare per scontata una direzione del cambiamento reputando ineluttabile ciò che invece è frutto di scelte di persone e di gruppi sociali ed economici. Il cambiamento è sottoposto a forze contrastanti per dimensioni e direzione, quindi aperto a esiti differenti. La fede cristiana è annuncio del nuovo che vivifica: chiamata a rinnovarsi di fronte a sfide sempre diverse, è insieme oggetto e soggetto di cambiamento e può dire qualcosa di autenticamente originale.

 

6

L'annuncio profetico della chiesa di sempre, la sua capacità di denunciare ogni idolatria dev’essere incarnata nelle situazioni di oggi. La riscoperta di un forte impegno di promozione umana, la sottolineatura dell'attenzione preferenziale agli ultimi, chiedono di essere interpretati anche alla luce di fenomeni nuovi e dirompenti come quello della globalizzazione e dei problemi di giustizia sociale che essa propone.

 

 
CAPITOLO 12

 

LA CULTURA, IL DIALOGO, LA COMUNICAZIONE

 

1 

La fede cristiana chiede di farsi “progetto culturale” e di essere capace di ripensare e ridefinire continuamente il proprio modo di concepire la vita e la società, per interpretare e vivere ogni giorno i valori cristiani in un contesto mutevole, in cui sempre nuove domande la interpellano. E’ quindi evidente il dovere di formarsi e di formare alla mentalità di fede, cioè alla capacità di un maturo discernimento, basato su valori cristiani ed esente da pregiudizi o paure: "educare al pensiero di Cristo, a vedere la storia come Lui, a scegliere e amare come Lui, a sperare come insegna Lui, a vivere in Lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo" (Il rinnovamento della catechesi n. 38). La formazione va mirata a capire e vivere la fede personalmente, ma anche in comunione con i fratelli, aperti al dialogo e al confronto con la concretezza del quotidiano.

 

2 

Esigenza della comunità ecclesiale è quella di vivere questo stile di dialogo a partire dai rapporti interni tra singoli, gruppi, gerarchia, laici e le molteplici ministerialità presenti nel suo ambito. Su questa base si fonda la capacità di dialogo come ascolto e annuncio, caratterizzato da chiarezza, mitezza e fiducia, nell'odierno contesto di pluralismo culturale e religioso.

Ciò richiede di sapersi confrontare con i modelli di pensiero più diffusi e di conoscere le tendenze culturali emergenti, le antiche e nuove religioni.  Tutto ciò deve produrre nella nostra Chiesa un nuovo stile con cui la comunità cristiana promuove il dialogo interreligioso come base per un’esperienza ecumenica a partire da una convivenza pacifica e cordiale.

 

3 

Lo stile di dialogo deve caratterizzare le diverse forme di comunicazione con cui la Chiesa si esprime dall'omelia domenicale ai documenti ufficiali. Questo vale anche per la comunicazione professionale che utilizza gli strumenti della stampa, della radio o della televisione per cui è richiesta specifica preparazione sui contenuti e sui metodi. In questo campo assistiamo oggi da un lato a un sostanziale impoverimento dei contenuti della comunicazione, sacrificati a obiettivi di audience, dall’altra a una preoccupante riduzione e concentrazione degli operatori.

 

4 

Nuovi strumenti, come internet, la telefonia mobile o le pay-tv, rappresentano un potenziale non sfruttato di canali di comunicazione, alcuni dei quali a costo relativamente basso, ma paradossalmente sembra che all’aumento delle capacità di trasmettere informazioni corrisponda una progressiva diminuzione dei contenuti da veicolare. I cristiani non devono demonizzare i nuovi strumenti, ma saper cogliere, con creatività e competenza, le opportunità che essi offrono in termini di infrastrutture tecnologiche, ricercandone le modalità più appropriate di utilizzo.

Il nascente contesto in cui con l’informazione cresce la “folla delle solitudini” richiede, accanto alla capacità di discernimento, la creazione dell'abilità di distinguere tra necessità e omologazione. L'invadente pervasività della tecnologia richiede una riflessione sui nuovi mezzi di comunicazione nella vita di relazione per individuare le discriminanti che qualificano lo sviluppo della convivenza sociale: in questo senso è necessario, in una società in cui gli uomini camminano uno accanto all’altro ma non si parlano e forse si temono, contribuire al ricupero dell'esperienza dei rapporti interpersonali e interrogarsi sulla capacità delle nuove tecnologie di comunicazione (interpersonale, interattiva e diffusiva) di essere a servizio della comunità degli uomini.

 

5 

In questo contesto si richiama l'esigenza di un propositivo dialogo all'interno della Chiesa locale, attraverso la conoscenza reciproca delle realtà, dei movimenti e delle associazioni che operano nel campo cattolico e delle loro specificità; queste sono per la Chiesa una ricchezza e, opportunamente armonizzate, aumentano la possibilità di servizio al territorio nelle sue multiformi necessità.

 

6 

Inoltre il dovere dell’accoglienza verso tutti si manifesta anche in uno sforzo di comprensione profonda: per questo sarà importante creare occasioni di conoscenza e di confronto rispetto a culture e religioni diverse sempre più presenti sul nostro territorio, nella convinzione che dalla conoscenza reciproca non possono che nascere una migliore convivenza e la possibilità di rendere ragione della speranza che è in noi.

 

 

7 

La comunicazione va qualificata riformando e utilizzando meglio e/o diversamente gli strumenti a disposizione. La Gazzetta d’Asti, per la quale va avviato uno specifico studio capace di dare nuovo impulso al giornale, e la redazione astigiana di Telesubalpina, sono risorse importanti il cui ruolo va ripensato in un contesto complessivo, come nodi di una rete di strumenti di comunicazione diffusi capillarmente (ad esempio i bollettini parrocchiali). Tutti richiedono un'armonizzazione all'interno di un rinnovato senso di dialogo con il mondo insieme ad altri strumenti che si potranno creare per raggiungere l’obiettivo di una comunicazione efficace, rivolta a tutti e non solo alla comunità cristiana. In questo senso i mezzi di comunicazione debbono essere in grado di veicolare dibattito propositivo all'interno dei fermenti di novità che percorrono la nostra società.

 

8 

Risulta attuale l'esigenza di disporre di un sito internet della Diocesi nonché la collocazione in rete delle pagine del settimanale diocesano; queste iniziative sono un primo passo di presenza nella comunicazione virtuale interattiva da cui non si può prescindere; sarà inoltre necessario un censimento dei siti spontanei che a livello locale si identificano con strutture ecclesiali per conoscere progetti e dinamiche in atto.

 

9 

In questo quadro, il Centro culturale San Secondo si proponga come laboratorio di cultura, luogo di sintesi delle azioni culturali sul territorio, spazio di progettualità formativa e dialogica nonchè di proposta, capace di “pensare in grande” e promuovere iniziative caratterizzate da fantasia e intuizione imprenditoriale. Dotandosi di opportune strutture di gestione ed organizzative, potrà costituire una rete di poli culturali non per accentrare, ma per adottare regole e stili comuni, concordare gli obiettivi di fondo, mettere a punto una modalità strutturata di collegamenti, coordinare i rapporti con gli organi di stampa, studiare il reperimento delle risorse anche finanziarie

 

 

CAPITOLO 13

 

FARSI PROSSIMO OGGI CON L’ EDUCAZIONE ALLA SOCIALITÀ

 

1 

Ai cristiani  è chiesta  la capacità di farsi prossimo, non identificando luoghi e momenti a ciò riservati, ma vivendo la loro vocazione ed esprimendo i loro valori nell'esperienza quotidiana, nello sforzo di conciliare la fede e la vita, l'esperienza comunitaria con gli incontri feriali sulle strade dell'uomo. Tale coerenza personale è il motore che può dare spinta a una serie di scelte di impegno sui più diversi fronti del servizio ai fratelli, dalle scelte professionali all'impegno sociale e civile, dal volontariato alla politica nelle sue diverse sfaccettature.

 

2 

L'educazione alla socialità  è il risultato di un'opportuna sinergia tra tutti i soggetti che interagiscono nella vita sociale: L'uomo, eticamente aperto alla socialità e impegnato nella costruzione di una comunità più giusta e solidale,  è frutto di una profonda azione educativa alla quale debbono necessariamente contribuire tutte le componenti della vita comunitaria. In quest’azione educativa è necessario tener conto di tre considerazioni di carattere generale.

E’ importante costruire un'autentica cultura della socialità intesa come elemento unificatore attorno a cui strutturare l'identità sia individuale che collettiva, serve un superamento dell'etica dell'indifferentismo, dell'arrivismo e dell'arroganza, basati sulla "legge del più forte" e sul relativismo etico.

Per aprirsi a un’autentica socialità non è sufficiente accostarsi all'altro con l'atteggiamento della comprensione, della compassione e della compartecipazione emotiva: un simile comportamento altruistico contribuisce solo in modo superficiale al benessere globale della persona.. Solo l'accettazione del principio della reciprocità, ossia del dono di sé e dell'accoglienza dell'altro, consente un autentico sviluppo sociale. La socialità diventa così intersoggettività.

L’educazione alla socialità richiede uno specifico itinerario pedagogico che deve tenere conto delle diverse tappe della crescita personale in un percorso che parte con la ricerca e il riconoscimento  di una proposta dei valori per arrivare a viverli con coerenza, costanza e continuità.

 

3 

Per un’educazione alla socialità, il Sinodo evidenzia alcune indicazioni relative agli ambiti, ritenuti più importanti, anche dal punto di vista pastorale.

La famiglia è il luogo primario e insostituibile dell’educazione alla socialità, perché essa è in modo particolare il luogo delle relazioni. In essa si stabiliscono rapporti all'insegna dell'aiuto e del servizio reciproco, della complementarità, della donazione gratuita, fuori dalla logica utilitaristica dello scambio.

La scuola è chiamata non solo a istruire, ma anche a educare. Adempirà a questa sua funzione se sarà aperta e accessibile a tutti e saprà tradursi in una proposta di vita che faciliti nei giovani sia l'accettazione di sé sia la conoscenza e l'accettazione degli altri e della realtà socio-culturale di cui sono parte.

Anche la comunità ecclesiale nelle sue varie espressioni è chiamata a educare alla socialità i suoi membri. La Chiesa come presenza viva della carità di Cristo nella storia sviluppa un'opera educativa nuova e originale: forma i credenti all'obbedienza alla legge della fede che opera per mezzo della carità. I cristiani devono essere educati a impegnarsi per uno Stato dei diritti e dei doveri dove ci sia chiarezza di tutela per ogni cittadino.

La parrocchia in particolare educa alla socialità anzitutto adempiendo al suo compito di raccogliere in unità le persone più diverse tra loro. Ciò comporta la conversione a una mentalità di reciproca accettazione e accoglienza da proporre e da approfondire continuamente soprattutto mediante la predicazione, la catechesi, la formazione della coscienza morale e i gesti concreti. Da questa rinnovata mentalità nasce uno stile capace di superare le chiusure, che si avvertono anche a livello parrocchiale, e di vincere l'individualismo, oggi così diffuso.

Un ambito specifico di azione è rappresentato dai movimenti organizzati e dalle associazioni cattoliche come fermento e proposta di apertura al mondo, nonché di superamento dei localismi e del provincialismo; attenzione particolare andrà posta al potenziamento dell’Azione Cattolica che si propone come scuola di formazione del laicato all’impegno nella Chiesa e si manifesta come collegamento reale tra ministero laicale e testimonianza nel mondo.

Anche il tempo libero diventa prezioso spazio di socializzazione e di apertura al mondo, quando le iniziative ludiche (viaggi, intrattenimenti conviviali, feste locali e altro) sono occasioni che salvano dalla noia e favoriscono l'incontro delle persone; la valorizzazione delle attività sportive e ricreative, del dialogo con le pro loco, dell'attenzione alle forme e ai luoghi dell'aggregazione giovanile rappresenta un’opportunità di relazione con gli altri e di superamento delle solitudini emergenti.

Il circolo, sia esso inserito in una struttura parrocchiale o esterna ad essa e ispirato a valori cristiani, potrà costituire una valida esperienza aggregativa e di stimolo per nuove forme di presenza culturale e di incontro tra giovani e adulti. Non venga meno l'impegno da parte della chiesa locale a favorire l'utilizzo di locali e la promozione di esperienze orientate a questi scopi valorizzando opportunamente il ruolo degli animatori.

 

CAPITOLO 14

 

L'IMPEGNO PERSONALE NELLA CARITA'

 

1 

Le opere di carità diretta nel rapporto interpersonale impegnano tutti i cristiani, dai vescovi ai laici, nell’attenzione al prossimo chiunque esso sia, in tutte le opere di misericordia corporale e spirituale. La carità vera non vive delle grandi occasioni ma nella ordinarietà della vita, da realizzarsi poi non tanto come elemosina quanto come condivisione di tempo, denaro, attenzione e capacità di lettura e soccorso alle realtà deboli.

 

2 

Dalla carità diretta discende un modo nuovo di vedere l’impegno professionale nel proprio lavoro quotidiano. La prima forma di testimonianza evangelica nella carità è infatti quella del lavoro di tutti i giorni, casalingo, manuale, tecnico, intellettuale, da esercitare con competenza, con onestà e con umanità nei confronti dei colleghi, clienti, dipendenti o dirigenti. Va superato il rischio di separare la fede dal comportamento professionale, che deve invece essere coerente e perciò realizzato con competenza e carità verso quanti sono affidati alle nostre cure o alla nostra opera educativa. Il richiamo alle “regole del gioco” o dell’economia, che ha pure una sua fondatezza, non può essere usato come facile alibi per evitare di mettere in gioco la propria coerenza di cristiani.

 

3 

Essere a servizio significa anche saper utilizzare le proprie risorse economiche per creare nuove opportunità di lavoro per sé e per altri; questo può essere, in questo tempo e in una zona povera di iniziative imprenditoriali, una forma di carità in quanto si accetta un rischio di impresa, che genera opportunità per la comunità civile, rinunciando a posizioni meramente speculative.

 

4 

        Non solo i singoli cristiani, ma anche le comunità e le famiglie in quanto tali hanno il dovere di rivedere continuamente i propri comportamenti, e anche la propria sensibilità, alla luce del precetto evangelico della carità, così come a tutti coloro che hanno un ruolo educativo è chiesto di fare di quest’attenzione il punto di riferimento costante nella loro attività. Compito del cristiano è di farsi, nel proprio ambiente, mediatore fra l'universale e il locale,  evidenziando che per la Chiesa i problemi del mondo non sono un'astrazione, ma una realtà che incide nel nostro ambiente a tutti i livelli, qualcosa che modifica il nostro modo di valutare e di vivere. L'universalità deve entrare nella gestione concreta della vita e nel criterio di giudicare il globale costruendo un nuovo modo di pensare che sappia rispondere a quei modelli economici dominanti che impediscono anche il solo immaginare una società solidale basata su rapporti equi tra i popoli e le nazioni.

Saranno perciò da incoraggiare le proposte volte a orientare praticamente verso nuovi stili di vita improntati a sobrietà e condivisione: le forme di finanza e assicurazione etica, l'adozione a distanza, le banche del tempo, i bilanci di giustizia, l'acquisto e il consumo critico e consapevole, il turismo responsabile.

5 

 E' importante che si riprenda, già da un punto di vista culturale, l'esperienza storica del "mutuo soccorso" per stimolare tramite una ricerca fatta con le categorie economiche del presente la nascita di proposte moderne di economia "etica" per una moderna gestione delle opere ecclesiali.

 

 

CAPITOLO 15

 

L'ESERCIZIO COMUNITARIO DELLA CARITA'

 

1 

Poiché la carità, prima di definire l'agire della Chiesa, ne definisce l'essere profondo, ciascun fedele, secondo il dono dello Spirito ricevuto per uno specifico servizio, deve sentirsi impegnato in prima persona a edificare la comunità nell'amore di Cristo, partecipando con piena corresponsabilità alla sua vita e alla sua missione, contribuendo a costruire con l'amore il tessuto cristiano della comunità ecclesiale.

Sulla base della reciproca carità, va quindi perseguito il cammino del rinnovamento evangelico delle nostre comunità, valorizzando anzitutto, con continuità e fedeltà, le dimensioni della pastorale ordinaria e in particolare la vita delle parrocchie, che costituiscono il tessuto portante della nostra Chiesa.

A questo riguardo sono obiettivi irrinunciabili quello di far maturare comunità parrocchiali che abbiano la consapevolezza di essere luogo di una catechesi permanente e integrale, di una celebrazione liturgica viva e partecipata, di una testimonianza di servizio attenta e operosa e quello di favorire l'osmosi sempre più profonda tra catechesi, liturgia e servizio, dimensioni essenziali del mistero e della missione della Chiesa.

 

2 

In questo contesto di progettazione organica e unitaria dell'azione della Chiesa si colloca la pastorale della carità attenta ai poveri che deve costituire una dimensione rilevante della pastorale diocesana e parrocchiale. L'amore preferenziale per i poveri si rivela così come dimensione necessaria della nostra spiritualità e criterio di discernimento pastorale nella prassi della chiesa.

3 

Negli orientamenti pastorali per gli anni '90 i Vescovi italiani proposero come obiettivo urgente la costituzione in ogni parrocchia della Caritas parrocchiale. Nonostante questa pressante indicazione dobbiamo constatare le Caritas parrocchiali sono percentualmente poche rispetto alla totalità delle parrocchie perché la "funzione pedagogica", centrale nella filosofia dell'azione pastorale della Caritas, è di difficile attuazione e non sembra costituisca una qualità affermata ed evidente nell'azione delle Caritas parrocchiali. In un contesto di pastorale organica e unitaria, invece, la Caritas si pone in un'ottica educativa come organismo pastorale per promuovere la testimonianza della carità di tutta la comunità cristiana.

Il Sinodo auspica che questo organismo pastorale sia attivato in tutte le parrocchie della Diocesi, tenendo conto che il collegamento zonale o di unità pastorale è punto di riferimento prezioso per gli animatori delle piccole parrocchie.

  

4 

La Caritas parrocchiale, il cui presidente naturale è il Parroco, deve prevedere una struttura con caratteristiche di flessibilità operativa in considerazione di situazioni parrocchiali molto diversificate sia nelle potenzialità sia nei bisogni. Qualunque sia la dimensione della parrocchia, i compiti che la Caritas parrocchiale è chiamata a svolgere nella progressiva consapevolezza del suo ruolo pedagogico verso l'intera comunità si riassumono in tre principali.

Anzitutto educare alla testimonianza comunitaria della carità: la Caritas parrocchiale ha il compito di aiutare l'intera comunità a mettere la carità al centro della testimonianza cristiana. In questo compito la Caritas deve aiutare a superare sia la mentalità assistenziale per aprirsi alla carità evangelica in termini di prossimità e di condivisione, sia la tentazione della delega; occorre ribadire che soggetto di carità è la Chiesa tutta e progettare cammini educativi che attuino il passaggio dai gesti occasionali alla scelta della condivisione.

Sensibilizzazione, animazione e formazione: la Caritas parrocchiale ha il compito di suscitare proposte intelligenti volte a favorire la comprensione e l'attivazione del collegamento vitale tra l'annuncio della Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la testimonianza della carità. Promuove, in collaborazione con i vari ambiti pastorali, percorsi formativi perché ogni componente della vita parrocchiale esprima la carità secondo la propria specificità. Promuove il volontariato e lo sostiene affinché sempre si rinnovi, senza sclerotizzarsi è diventare funzionale alle istituzioni, mantenendo invece viva la su valenza profetica.

Infine coordinamento e collaborazione: la Caritas parrocchiale ha il compito di coordinare le iniziative di carità già esistenti in parrocchia, senza sostituirsi a nessuna di esse, ma ponendosi come punto di riferimento comunitario per un migliore e più consapevole servizio. La collaborazione è rivolta alle realtà pubbliche e private, per stimolare interventi organici e contribuire a creare solidarietà sociale, riconoscimento dei diritti e dei doveri.

 

5  

Proprio perché la Caritas parrocchiale è segno di comunione di tutta la comunità,   manterrà sempre un rapporto vivo con la Caritas Diocesana in termini di coordinamento, collaborazione, coinvolgimento delle proposte formative, apertura alle esigenze più ampie della chiesa locale e alle attese del territorio e del mondo. La struttura diocesana a sua volta garantisce la capacità di relazione con l'intero corpo ecclesiale al cui servizio è posta.

 

6 

Le prospettive che caratterizzano l'impegno della Caritas Diocesana sono cinque: realizzare in modo fedele e sempre nuovo la Caritas come organismo preposto a promuovere la pastorale della carità in tutta la Chiesa locale; restituire ai poveri la loro dignità in modo tale che ciascuno si senta trattato come persona e non come numero; collegare emergenza e quotidianità per passare dalla solidarietà suscitata da una calamità naturale o da una guerra all'attenzione ai problemi che perdurano e ci toccano da vicino; educare alla mondialità, alla pace, alla giustizia, alla salvaguardia del creato e alla non violenza (servizio civile); condividere, nella prospettiva del Regno che viene, una spiritualità di essenzialità evangelica, di sobrietà, di austerità, di condivisione e di accoglienza.

 

7 

Il Vescovo, consacrato alla carità, è presidente della Caritas Diocesana, sovrintende alla dimensione testimoniale della chiesa locale e di tutti i suoi membri.

 Decisiva è la figura del direttore, prete o laico, diacono o religioso, esso è chiamato a dar vita a una rete di collaborazioni, coinvolgendo e formando persone idonee secondo i vari settori e uffici nei quali la Caritas si articola; lavorare in sintonia e osmosi con gli altri ambiti della pastorale diocesana; sviluppare un rapporto costruttivo con il sociale e il civile; creare sintonia e coordinamento tra tutte le realtà caritative di ispirazione cristiana.

  

8 

Presenza qualificata ed efficacemente riconosciuta è l'azione apostolica dei consacrati e delle consacrate che operano nella nostra chiesa locale, soprattutto di quegli istituti che con il loro carisma originario sono dediti alle opere di carità. A loro volta, i consacrati e le consacrate, nella fedeltà creativa al loro carisma e in comunione e partecipazione alla missione e alla vita della chiesa locale, si sentano impegnati ad aprirsi alle nuove povertà con coraggio profetico e conseguenti  scelte operative, riconvertendo, se occorre, le proprie strutture e i propri metodi per far fronte ai bisogni attuali dei fratelli.

 

9 

In questo sforzo finalizzato a far sì che il servizio ai poveri diventi sempre più un fatto corale di Chiesa, una nota saliente di tutta la vita e della testimonianza cristiana, si colloca anche la rivitalizzazione dei gruppi di base collegati/collegabili all’oratorio (o delle strutture di ritrovo presenti negli ambiti ecclesiali) in modo che con l’aggregazione si faccia esperienza di una proposta alternativa al vuoto della “compagnia”, nell’aggregazione si maturino atteggiamenti di amicizia e di apertura al mondo, dall’aggregazione si passi al servizio delle realtà più bisognose di attenzione con la sensibilità di chi ci vive accanto.

 

 

CAPITOLO 16

 

L'Impegno sociale e civile

 

1 

Nell'attuale contesto socio-politico è indispensabile che tutti i cittadini assumano con coraggio le proprie responsabilità e diano il proprio contributo alla costruzione della casa comune. Ai cristiani è chiesto di ispirarsi ai principi evangelici che fondano la socialità

La persona umana, creata a immagine di Dio che è Unità e Trinità, testimonia la sua dignità attraverso la comunione e il dono di sé e quindi la socialità: prima nella famiglia e poi nelle comunità più ampie. Il comandamento dell'amore unisce indissolubilmente il rapporto dell'uomo con Dio al rapporto dell'uomo con i propri fratelli al di là di ogni contrapposizione: farsi carico del prossimo è la verifica concreta e quotidiana dell'amore verso Dio.

La Parola di Dio esige la scelta preferenziale dei poveri, perché siano riconosciuti nella loro identità e la possano concretamente esprimere nella vita quotidiana.

 

2 

In questa prospettiva, così come afferma il Concilio Vaticano II, la comunità politica - insieme alla Chiesa anche se a titolo diverso- è al servizio della vocazione personale e sociale delle persone e definisce il bene comune della società come "l'insieme di quelle condizioni di vita sociale grazie alle quali gli uomini possono conseguire il loro perfezionamento più pienamente e con maggior speditezza". Esso "consiste soprattutto nel rispetto dei diritti e dei doveri della persona umana" (Gaudium et spes n. 72)

 

3 

Vivere la socialità richiede di avere consapevolezza della complessità dei problemi, cogliendo, oltre agli aspetti legati all'economia e al lavoro, l'insieme dei valori che caratterizzano la qualità della vita a partire dal diritto alla salute e all'istruzione e dal rispetto dell'ambiente per aprire spazi più ampi di una vita di relazione e sottolineare il senso del tempo come risorsa da dedicare alla costruzione del bene comune.

 

4 

Lo stato sociale costituisce un obiettivo doveroso che dev’essere salvaguardato anche in presenza di processi di privatizzazione. Per stato sociale si intende quella convivenza umana che si struttura su tre principi fondamentali tra loro inscindibili: la sussidiarietà, la solidarietà, la responsabilità. Questa prospettiva oggi richiede di essere decisamente collocata nell'orizzonte della mondialità, che si presenta con il volto di una società multietnica, multiculturale e multireligiosa.

  

5 

 L'impegno consapevole per attuare il valore della solidarietà inizia dal lavoro sistematico all’interno della propria categoria professionale per migliorare le condizioni di lavoro sul piano economico, ambientale e umano in genere.

In questo tempo, però, occorre tener conto del contesto generale per agire non solo nell'interesse della propria categoria ma anche nella ricerca di solidarietà con le altre e con particolare attenzione per chi è disoccupato, cassaintegrato, in mobilità o in condizioni di lavoro precario, con l’occhio rivolto ai poveri del mondo e a quelli a noi più vicini con la finalità di promuovere l'affermazione dei loro diritti fondamentali.

Se l’impegno nel sindacato o nelle associazioni di categoriea resta un modo qualificante di operare nel sociale, va ampliato il ventaglio delle possibilità, stimolando la comunità cristiana e il singolo perché si agisca sul piano culturale e negli ambiti operativi per motivare, sostenere e arricchire ogni forma di impegno sociale.

  

6 

L'attenzione ai problemi sociali conduce a un impegno civile che per i credenti evidenzia il dovere di ritenere la fede non motivo di fuga, ma assunzione di una responsabilità competente e disinteressata nella società. Questa vocazione di attenzione al "bene comune" si realizza attraverso una completa educazione dell'individuo, la sua crescita oltre i confini dell'egoismo e la partecipazione alla gestione del "patrimonio" pubblico.

E' questo il risultato di un'azione che dev’essere svolta dalla famiglia, dalla comunità e dalla scuola affinché siamo garantiti: il vivere dignitoso di ogni cittadino, il proficuo accesso all'istruzione e alla formazione, la salvaguardia di un sistema di previdenza pubblica, l'accesso alle prestazioni sanitarie per tutti, il corretto rapporto con le istituzioni, la conoscenza delle leggi e le opportunità offerte dalla normativa sociale, il rispetto delle necessità individuali di ordine psicofisico, la possibilità di realizzare attraverso l'associazionismo e la cooperazione lo sviluppo delle relazioni interpersonali e una più efficace capacità di incidere nella realtà, la convivenza frutto di sensibilità diverse capaci di favorire la libera espressione dell'individuo senza prevaricazioni e costrizioni, la salvaguardia dell'ambiente come spazio da conservare per le generazioni future.

 

7 

La famiglia, intesa come comunità e istituzione sociale, rappresenta uno snodo tra persona e società, tra persona e istituzioni sociali. In questo senso particolarmente importante è la stabilità della famiglia non solo per sé stessa, ma anche come elemento che rafforza il tessuto sociale. Per questo va declinato più attentamente il valore sociale della famiglia come scuola di donazione, come testimonianza di un nuovo equilibrio, all'insegna di un rapporto paritario, nelle relazioni tra coniugi, come esperienza di rapporti non oppositivi e polemici tra genitori e figli, come spazio di accoglienza di chi non è inserito nella società o ne è stato respinto dalla fredda applicazione della legge, come "ammortizzatore sociale" della mancanza di lavoro e nella cura dei soggetti deboli (bambini, malati, anziani), come centro economico che sa sviluppare nuova imprenditorialità, come formazione ai valori cristiani che, vissuti nella comunità domestica, si propongono come modello per la società.

 

8 

Oggi è possibile cogliere una rinnovata capacità della famiglia di essere propositiva nella società in quanto i coniugi esprimono un valore di stabilità all'interno di un rapporto di amore e di fedeltà esteso a tutti i componenti del nucleo. Nella famiglia l'esperienza della gratuità, della responsabilità e della condivisione sono scuola di vita dove nasce la vocazione al servizio,  si sviluppa la capacità di relazione interpersonale, si costruisce l'iniziativa economica necessaria al sostentamento di tutti. La famiglia basata sul matrimonio, su un rapporto stabile e duraturo tra uomo e donna, aperto alla fecondità, è l'inizio di una valenza pubblica ed economica da valorizzare.

In questo contesto, l'aumentato carico di attese positive che insistono sulla comunità famigliare, fanno sentire gli sposi/genitori un po’ soli e gravati da un peso che scoraggia e che attende segnali di speranza. La famiglia è soggetto attivo nella costruzione della società, ma nello stesso tempo è comunità da rispettare con una legislazione che ne tuteli l'armonia sotto l'aspetto economico e con servizi sociali adeguati; la famiglia deve poter crescere in una società capace di ripensare i ritmi e l'organizzazione del lavoro degli adulti nonché le modalità di formazione dei figli, in rapporto ai tempi della relazione familiare, tra coniugi e tra genitori e figli. 

9 

Il lavoro va inteso come dovere e diritto per il soddisfacimento dei bisogni primari dell'individuo e della sua famiglia nonché per la sua realizzazione in quanto partecipe della "creazione dell'universo". La persona non può però essere sacrificata (o sacrificarsi) al lavoro in nome del progresso, dello sviluppo, della competitività, del mercato e di tutti quei condizionamenti presi a pretesto non per una giusta remunerazione dell'attività svolta, ma per la smisurata volontà di guadagno.

  

10 

Vanno poste in atto le attenzioni e le iniziative utili verso le situazioni difficili che il mondo del lavoro può determinare nel momento in cui gli aspetti congiunturali o le riorganizzazioni produttive danno luogo a situazioni di difficoltà dei lavoratori e delle loro famiglie o a quelle realtà che l'attuale contesto, per le sue logiche e regole, emargina o discrimina.

11

 Il dibattito sullo sviluppo del territorio non deve trovare i cristiani insensibili alle scelte etiche, economiche e culturali che questo comporta. Temi quali la formazione da orientare al mercato del lavoro, la produzione di qualità e la qualità dell'ambiente, la creazione e la ricerca di nuovi settori e opportunità di mercato possono trovare anche nelle comunità cristiane un luogo di elaborazione per avviare soluzioni condivise e di ricaduta durevole.

 

12 

La cooperazione va incoraggiata in quanto è espressione di iniziative in cui tutti siano protagonisti e compartecipi in progetti di lavoro condivisi che in particolare possono riguardare i giovani e i deboli. Tutto questo però nel rispetto dei principi della legale cooperazione senza permettere che si riduca a una gestione disinvolta dei soci lavoratori con il solo scopo di rendere precario il lavoro o abbassarne il costo.

 

13

 

Nell'ambito sociale i patronati rappresentano riferimenti di aiuto per i cittadini più deboli; in tal senso assume particolare importanza il ruolo del patronato Acli la cui conoscenza va divulgata nell'ambito della comunità cristiana e le cui prestazioni migliorate e qualificate.

 

 

 

CAPITOLO 17

 

IL VOLONTARIATO

 

1 

  Il volontariato si sviluppa spontaneamente come espressione naturale di vicinanza e solidarietà silenziosa e fattiva, con un servizio che si colloca nell’ambito della gratuità, sempre attento ai bisogni delle persone, bisogni variabili da considerare attentamente. Mantenere questo stile fa sì ché il volontariato non diventi  "mestiere". La gratuità però non autorizza un approccio dilettantesco. Per dare, bisogna avere: per la delicatezza dei suoi compiti, oggi il volontariato dev’essere capace di specializzarsi, esprimere competenze e professionalità, per offrire servizi di qualità.

 

2 

Oltre che fatto individuale, il volontariato può essere, come spesso è, organizzato. In questo caso, le organizzazioni di volontari si trovano a operare in modo strutturato in un contesto di cui devono conoscere le regole, i confini e le possibilità stabilite dalla normativa.Va presa in esame inoltre la possibilità che alcune esperienze di volontariato si evolvano verso la creazione di “imprese” concepite come attività no-profit o di cooperazione e indirizzate verso forme di assistenza alla persona. In taluni casi può essere l’istituzione ad avvalersi di tali forme organizzate anche attraverso l’utilizzo di risorse da mettere a disposizione per individuati servizi.

 

3 

L'azione dei volontari, nel realizzare il suo servizio, può trovarsi oggettivamente in una posizione di contestazione e critica dello status quo, perché nella sua opera di vicinanza e supporto a chi è in difficoltà evidenzia l’ingiustizia, l’indifferenza, l’inadempienza o quantomeno l’insufficienza della società e delle istituzioni.  La Chiesa per prima, e con essa tutte le istituzioni, non devono temere di essere contestate dal volontariato, ma anzi devono promuovere il dialogo e la collaborazione con le organizzazioni di volontariato, senza omologarle o tentare di “allinearle”, cogliendone invece tutta la valenza di stimolo che possono esprimere.

 Il volontariato, da parte sua, dev’essere sempre disponibile a riciclarsi cioè a cambiare lavoro quando la necessità per cui si è mobilitato venisse a cessare: esso è uno strumento che deve puntare a diventare inutile, per rinascere sempre su una nuova frontiera.

 

4 

 Il Sinodo ritiene necessario e utile attivare un osservatorio delle iniziative esistenti con particolare riferimento alla conoscenza delle povertà esistenti nel territorio, finalizzato non solo a un semplice monitoraggio dei bisogni, ma allo sforzo di comprendere le persone con problemi, all'esame dei fenomeni di emarginazione, di solitudine e di esclusione, e all’individuazione delle relative cause.

 

5 

Le strutture e le organizzazioni esistenti esprimono una vivacità di presenza che illumina la realtà locale: i centri di ascolto, la San Vincenzo, i servizi di consulenza alla famiglia, di accoglienza alla vita, di supporto ai disabili, di ricupero delle dipendenze, di reinserimento dei carcerati, di integrazione degli immigrati, di riscatto dalla prostituzione e tutte le altre esperienze di intervento sul disagio e sulle nuove povertà, sono esempi di impegno concreto. L'attenzione a queste esperienze e il potenziamento delle loro attività sono da collocare in un progetto complessivo di presenza della comunità cristiana nel territorio.

 

6 

La storia recente ci consegna gli statuti e il patrimonio ideale e materiale delle "opere pie": è un valore da attualizzare alla luce delle necessità attuali dei soggetti deboli che la fondazione originaria intendeva servire. La loro funzione va  reinterpretata alla luce della realtà di oggi rendendole strumento incisivo e risorsa per la comunità. Per questo è importante che i membri del consiglio di amministrazione di nomina ecclesiale siano espressi dal Consiglio Pastorale e come tali si sentano coinvolti non a titolo personale, ma come espressione della chiesa locale a cui rispondere.

CAPITOLO 18

 

IMPEGNO POLITICO E PRESENZA NELLE ISTITUZIONI

 

1 

Chi ha intrapreso un cammino di fede e ha maturato i valori della democrazia, della giustizia e della carità sa di doversi impegnare in una dimensione politica per poter esplicare, anche con  proposte e azioni di governo delle realtà sociali, l’attenzione alle condizioni dell’uomo e alle sue necessità nell'ambito del proprio Paese e del mondo. Questo impegno rappresenta un'esigenza irrinunciabile per "tentare", pur nella consapevolezza delle debolezze del quotidiano, di orientare lo sviluppo della società verso una maggiore giustizia e realizzazione del bene comune.

 

2 

Il cristiano sa che come cittadino è chiamato a conoscere non solo la realtà della sua famiglia, della sua zona o della sua città, ma la realtà più vasta in cui vive, all'interno della quale dev’essere responsabile in prima persona. Nonostante le difficoltà a entrare nell’azione politica, il cristiano è consapevole che il suo coinvolgimento non può essere limitato a una testimonianza personale, ma deve esprimersi anche comunitariamente con precise e coerenti scelte di campo.

 

3 

Occorre prendere atto che nella storia della società italiana sono cambiati gli scenari di riferimento. Nella nuova realtà nazionale e internazionale è venuta meno l’ unità partitica del "mondo cattolico" e la nascita in Italia di molte entità che se ne spartiscono l’eredità segna l'inizio di una nuova pagina dell'impegno politico del cattolico. In questo quadro, con le necessarie analisi sul presente, si devono esprimere con maggior libertà e creatività le istanze positive del sentire e dell'agire cristiano.

  

4 

L'azione politica si manifesta con la capacità di agire coerentemente con i propri principi sia in modo individuale che con partecipazione alla vita sociale o più direttamente attraverso l’attività in un’organizzazione politica nella convinzione che è legittima la realizzazione e il mantenimento del pluralismo che non pregiudichi il conseguimento dei valori comuni della dignità di ogni persona e dei suoi diritti fondamentali, dal rispetto della vita a quello della libertà civile e religiosa nonché a quello dell'uguaglianza e della fraternità.  

5 

In questo contesto di novità in cui il cattolico deve agire "da cattolico" non più delegando a un solo partito la realizzazione dei propri progetti sociali è opportuno che anche la Chiesa ribadisca con chiarezza e senso profetico il messaggio del Vangelo,  esprima indicazioni che diano senso cristiano all'agire dell'uomo, sia essa stessa proposta di valore.

In virtù di questo, pur astenendosi dall'intervenire direttamente nella prassi politica, la Chiesa non è affatto indifferente o disinteressata verso le scelte politiche, economiche e sociali; anzi, a motivo del legame intrinseco tra evangelizzazione e promozione umana, è suo dovere giudicarne la coerenza o meno con il Vangelo e con l'insegnamento sociale cristiano. All'interno di questi riferimenti il cristiano deve poter trovare le necessarie motivazioni per orientare il proprio cammino sulle strade del mondo.

 

6

 Queste convinzioni, ampiamente riconosciute,  devono ispirare la Chiesa affinché siano evitate situazioni in cui autorevoli esponenti di essa si rivolgono direttamente alle istituzioni pubbliche per, far valere le proprie ragioni e  prendono posizione su questioni tecniche, che essendo di per se opinabili, possono alimentare incomprensioni e conflitti non solo tra cattolici e laici, ma all'interno della stessa comunità ecclesiale.

Non spetta ai pastori della Chiesa intervenire direttamente nell'azione politica e nell'organizzazione della vita sociale; questo compito fa parte invece della vocazione dei fedeli laici, i quali operano di propria iniziativa con i loro concittadini svolgendo in tal modo il loro compito specifico di animare la vita politica dall'interno con la loro attiva partecipazione.

 

7

 Il laico ha un suo preciso spazio di testimonianza da valorizzare nell’ambito di una ritrovata complementarità di ruoli all'interno della comunità ecclesiale in cui, nell'unità di intenti, si distinguono compiti e ruoli, tra gerarchia e fedeli laici relativamente all'impegno politico. In questa dimensione laicale emerge la considerazione positiva della condizione battesimale e quindi della missione evangelizzatrice nel mondo negli ambiti propri di vita in cui il laico è protagonista e cooperatore della creazione del nuovo nella famiglia, nella scuola, nel lavoro, nell'amministrazione politica del bene comune.

 

8 

Il cristiano dev’essere, nella realtà locale, fermento vivo e operatore di unità e di pace nell'ambito in cui vive; deve impegnarsi a creare una cultura di dialogo, di tolleranza, di solidarietà. Se la partecipazione democratica è il primo valore da mettere in evidenza occorre riscoprire il primato della politica come impegno per costruire la "città dell'uomo"; la politica, intesa come servizio e campo d’azione della più vasta carità, è un dovere per quanti hanno a cuore la dignità di ogni persona, specie delle più deboli. 

9 

Coscienza laica e coscienza religiosa debbono essere chiamate a convivere e ad incontrarsi nella ricerca del bene comune, che unisce indistintamente tutti i cittadini al di là della loro appartenenza culturale, etnica o confessionale. Pur rendendosi conto che sono minoranza e che spesso la coerenza con le proprie scelte va fatta coesistere con la necessità di trovare mediazioni sull’operare quotidiano e su fatti e scelte che coinvolgono la società nel suo insieme, i cristiani non possono rinunciare ad annunciare, con l'azione politica, una proposta di valori, preoccupandosi non solo di salvaguardarli, ma anche di farli condividere e accogliere da altri

 

10 

La prassi politica significa per la comunità ecclesiale locale esprimere atteggiamenti di presenza personale nelle istituzioni amministrative dando visibilità, nell'azione dei singoli che nel loro agire si ispirano a quanto compreso dell'insegnamento evangelico, alla dimensione di servizio all'uomo e alle sue esigenze come risultato positivo dell'azione pastorale della chiesa.

 

11 

Il valore dell'impegno e della fatica di chi si rende disponibile ad assumersi responsabilità politiche dev’essere riconosciuto: al di là dello schieramento o della formazione partitica, chi mette a disposizione della collettività tempo e capacità personali, va apprezzato e sostenuto. Interessarsi della propria realtà, con spirito di servizio e convinzione di operare per il bene comune, significa anche non lasciare solo chi è impegnato in prima persona in campo politico nella disponibilità al confronto, alla collaborazione e alla partecipazione attiva.

 

12 

I valori, gli atteggiamenti e i criteri a cui la comunità cristiana si richiama possono radicarsi solo attraverso un'attenzione continuativa, che metta in luce sia la stima per la politica sia la cura per la formazione delle persone in ordine alla vita civile. Il richiamo ai valori non può quindi essere un rimando superficiale, ma va messo in relazione alle concrete possibilità  di tradurli in azioni politiche coerenti e compatibili che favoriscano progressi effettivi di tutta la società. Questo richiede una valutazione attenta dei contenuti, dei programmi e delle proposte che le diverse formazioni politiche assumono nei loro progetti, ma anche del loro operato concreto e della serietà e coerenza dei loro rappresentanti.

Fondamentali e particolarmente decisivi gli aspetti legati al principio democratico, al rispetto e alla cura delle istituzioni e agli orientamenti di fondo di tutela della convivenza civile; ai criteri assunti in riferimento ai progetti socio-economici, specie in riferimento a chi debba assicurare i diritti sociali; all'atteggiamento che si assume rispetto ai fenomeni di immigrazione e ai diritti di cittadinanza nella società multietnica; alla considerazione annessa al rispetto della vita, alla bioetica e, più in generale, alla tutela dell'ambiente.

13 

Le comunità, le parrocchie, i gruppi, le associazioni, gli uffici pastorali si impegnino a discutere approfonditamente affinché -  attraverso il confronto e l'orientamento- i fedeli laici, con particolare attenzione alle nuove generazioni, diventino consapevoli del loro compito specifico di animazione della vita politica dall'interno con una presenza che non lasci sempre e solo ad altri le responsabilità civili e le azioni di carattere sociale.

 

14 

A questo fine si promuovano nella nostra diocesi corsi o scuole di formazione socio-politica affinché i cristiani siano dotati di strumenti e al contempo incoraggiati a vedere nell'azione politica uno spazio per l'esercizio della carità e della coerenza cristiana. Questi ambiti possono essere luogo di incontro con chi ha assunto specifiche responsabilità politiche e proposta aperta per un confronto senza esclusioni.

 

15 

Sia rilanciata e rivalutata la commissione pastorale diocesana per i "problemi sociali e del lavoro" da integrarsi con la commissione "giustizia e pace". Il sinodo richiama l'attenzione sull'importanza di tale commissione come strumento operativo in grado di coinvolgere le varie categorie in cui si articola la complessa società contemporanea diventando cassa di risonanza per le problematiche presenti e autorevole espressione delle opinioni della chiesa locale, capace anche di proposta, iniziativa e indirizzo.

Per assolvere a questo delicato ruolo la commissione dovrà essere legittimata da una nomina vescovile ed essere rappresentativa delle realtà locali.

 

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