PARTE TERZA
EUCARISTIA E GIORNO DEL SIGNORE
“LO RICONOBBERO ALLO SPEZZARE DEL PANE”
Questo Sinodo, consapevole del valore insostituibile della Domenica, ripropone l'insegnamento della Chiesa sul giorno del Signore presente nei documenti conciliari, nei libri liturgici e in altri autorevoli pronunciamenti, in particolare il documento Il giorno del Signore, della CEI (1984) e la Lettera Apostolica Dies Domini, di Giovanni Paolo II (1998).
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Considerata attentamente la situazione attuale di perdita di senso del giorno del Signore, anche presso molti cristiani, il Sinodo invita tutte le comunità a cercarne un recupero, vivendolo in modo autentico come centro propulsivo di tutta la vita della chiesa e del singolo credente, attraverso la celebrazione dell'Eucaristia, l'amabilità dell'accoglienza, la testimonianza della fraternità, vissuta soprattutto nella famiglia e nel tempo del riposo, necessario alla rigenerazione umana e cristiana.
La domenica è il giorno della Chiesa, giorno in cui la dimensione comunitaria si manifesta e si realizza anche attraverso attività e incontri. Per questo il giorno del Signore sia il momento privilegiato per proporre iniziative di incontro e formazione per le diverse categorie di persone (ritiri, giornate formative, occasioni di festa, momenti di fraternità) cercando di armonizzare tali iniziative con l'itinerario dell'Anno Liturgico.
Si consideri anche la grande opportunità che almeno in qualche chiesa delle Unità Pastorali sia proposto un momento pomeridiano di preghiera domenicale, in particolare la recita dei Vespri, e almeno in qualche occasione, soprattutto nei tempi forti, una celebrazione vigiliare al sabato sera. Si raccomanda ai sacerdoti di preparare la domenica vivendo la vigilia, il sabato, come momento di riflessione e di preghiera, anche attraverso la presenza in chiesa, nel pomeriggio, per offrire occasioni di ascolto e di confessione ai fedeli.
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Nel contesto del giorno del Signore ha la sua collocazione la Celebrazione Eucaristica, che è il centro di tutta la Domenica e della vita della comunità cristiana, come afferma l'Istruzione Generale del Messale Romano, cap. I, 1: “La Celebrazione Eucaristica, in quanto azione di Cristo e del popolo di Dio gerarchicamente ordinato, costituisce il centro di tutta la vita cristiana per la Chiesa universale, per quella locale e per i singoli fedeli. Nella Celebrazione Eucaristica infatti si ha il culmine sia dell'azione con cui Dio santifica il mondo in Cristo, sia del culto che gli uomini rendono al Padre adorandolo per mezzo di Cristo Figlio di Dio. In essa inoltre la Chiesa commemora, nel corso dell'anno, i misteri della redenzione in modo da renderli in certo modo presenti. Tutte le altre azioni sacre e ogni attività della vita cristiana sono in stretta relazione con la Celebrazione Eucaristica, da essa derivano e ad essa sono ordinate”.
È dunque necessario che tutte le comunità ripensino seriamente alla qualità della Celebrazione Eucaristica domenicale e si impegnino a renderla sempre più capace di esprimere e realizzare questa sua centralità in modo efficace e persuasivo.
A questo proposito si deve tenere conto che la Celebrazione Eucaristica domenicale è, per tantissimi, l'unico momento di contatto regolare o occasionale con la comunità cristiana; diventa perciò necessario riscoprire la forza evangelizzatrice della celebrazione attraverso i suoi segni, proposti e vissuti in modo autentico e convincente.
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Per una migliore qualità celebrativa si curi con serietà la preparazione della celebrazione domenicale, coinvolgendo tutte le forze attive della comunità in modo che risulti veramente il momento sintetico ed espressivo della vita parrocchiale in tutte le sue componenti. Tale compito di preparazione sarà svolto lodevolmente da un gruppo liturgico parrocchiale, che lavora in stretta collaborazione con il parroco e i sacerdoti che celebrano ordinariamente la domenica.
Si raccomanda che ogni parrocchia costituisca il gruppo liturgico parrocchiale. I membri di tale gruppo siano formati in modo adeguato a livello parrocchiale e, se occorre, diocesano; a tale scopo l'Ufficio per la Liturgia e i Sacramenti ha il compito di preparare sussidi e prevedere incontri specifici. Si curi soprattutto la preparazione dei lettori, dei ministranti e degli animatori del canto.
Nella fedeltà alle norme liturgiche e nel rispetto dei testi che non possono essere variati (si richiama fortemente che ai sacerdoti non è lecito modificare le orazioni e i testi rituali della Messa, in particolare il testo della Preghiera eucaristica) ogni comunità è invitata a scoprire e attuare il suo proprio stile celebrativo, con attenzione a un’accoglienza autentica e cordiale di tutte le categorie di persone e con aderenza alla vita locale e ai suoi problemi nell'omelia, nella preghiera dei fedeli e negli altri interventi (avvisi, monizioni).
Si evitino abitualmente le confessioni durante la Messa, educando i fedeli a vedere e a vivere il sacramento della Riconciliazione nella sua specificità senza sovrapporlo, per puro motivo di comodità, alla Celebrazione Eucaristica.
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Si abbia cura del ministero straordinario della Comunione; anche nel coadiuvare il celebrante durante l’assemblea eucaristica, sia affidato a persone degne e preparate e venga svolto nel rispetto delle leggi della Chiesa che lo regolamentano (Immensae Caritatis, 1973).
Tale ministero deve contribuire, attraverso il servizio della Comunione agli ammalati, a rendere più vivo e autentico il senso comunitario dell'Eucaristia domenicale.
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Grande rilievo nella celebrazione sia dato al canto: recependo quanto proposto nel repertorio regionale e nazionale, si cerchi un canto degno, valido nei testi e nella musica; la scelta dei canti sia fatta in ordine alla loro funzione nella celebrazione e al tempo liturgico e non solo in base a criteri estetici. Si valorizzi il ruolo della corale, servizio prezioso alla celebrazione, attraverso il sostegno dell'assemblea e la proposta di un'esecuzione più ricca ed elevata del canto. La corale si ponga dunque a servizio della celebrazione, in spirito di vera partecipazione liturgica. È bene che il gruppo di animazione liturgica vigili perché la corale non sostituisca l'assemblea e ci sia un animatore liturgico che guidi l'assemblea nelle parti cantate sue specifiche, quali i ritornelli e le parti rituali. Si consideri l'opportunità che l'Ufficio per la Liturgia e i Sacramenti indichi un elenco di canti, da utilizzare soprattutto nelle celebrazioni diocesane.
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Per una degna e fruttuosa celebrazione non è di secondaria importanza la riduzione del numero delle celebrazioni domenicali, di modo che si manifesti maggiormente il carattere comunitario e si raggiunga una miglior qualità celebrativa. A questo scopo il Sinodo dà i seguenti criteri per la revisione del numero delle celebrazioni domenicali: in ogni parrocchia si individui una celebrazione in orario accessibile che diventi la celebrazione comunitaria più significativa; sia per quanto possibile la Missa pro populo e tendenzialmente la celebrazione eucaristica unica della domenica.
In città nessuna parrocchia abbia più di due messe al mattino della domenica; si valuti attentamente se celebrare oppure no in tutte le parrocchie la messa vespertina, sia del sabato che della domenica.
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Di domenica si tenda a garantire la Celebrazione Eucaristica nelle sole chiese parrocchiali, escludendo le chiese di borgata. Tuttavia si invitano le comunità delle borgate a tener aperte e in ordine le chiese, valorizzandole attraverso incontri infrasettimanali di preghiera, catechesi, ascolto della Parola (Rosari, novene, tridui) e garantendo in alcune circostanze dell'anno (festa del titolare) la celebrazione della Messa.
La Messa di mezzanotte a Natale sia celebrata solo nelle chiese parrocchiali, così pure e ancora di più il Triduo Pasquale. Secondo quanto suggerito dal Decreto della Congregazione per il Culto divino Paschalis sollemnitatis (1988) si valuti con attenzione se celebrare i riti del Triduo Pasquale unendo diverse comunità parrocchiali per una più ricca e vivace celebrazione.
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All'interno delle Unità Pastorali si cerchi di coordinare gli orari delle messe in modo da favorire la partecipazione e anche permettere una più facile copertura nel caso di malattia o assenza del sacerdote.
Nei santuari ordinariamente si celebri una messa domenicale al mattino ed eventualmente una alla sera. Si favorisca nei santuari, soprattutto nelle ore pomeridiane e vespertine, la preghiera in forme liturgiche e non liturgiche, diversa dalla messa (Vespri, Adorazione) e si potenzi anche il servizio delle confessioni in giorno di domenica.
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Si affida al Consiglio presbiterale di dare attuazione, in base ai criteri indicati, alla riduzione del numero delle messe, valutando zona per zona la proposta più idonea. Affermando la centralità della Celebrazione Eucaristica, rilevato che “è l’Eucarestia che fa la Chiesa”, tenuto conto anche del problema dell’età e della distribuzione territoriale del clero, si sottolinea la necessità di educare i fedeli a una maggiore mobilità. Ogni sacerdote non abbia normalmente da celebrare più di due messe festive, per essere disponibile, in determinate situazioni di emergenza, a sostituire i confratelli. Ogni Unità Pastorale programmi gli orari delle messe in modo tale che le sostituzioni dei presbiteri possano avvenire all’interno della stessa Unità.
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Un problema molto particolare, ma non trascurabile, è quello dell'applicazione della Celebrazione Eucaristica per il suffragio dei defunti e per intenzioni particolari dei fedeli. Questo Sinodo richiama la legislazione ecclesiastica in proposito: in particolare il Codice di Diritto Canonico ai canoni 945- 958, il decreto Mos iugiter della Congregazione per il Clero (1991), il conseguente decreto applicativo della Conferenza Episcopale Piemontese e della nostra Diocesi e il Direttorio regionale La celebrazione dei Sacramenti (1997).
Riveste un particolare aspetto la menzione del nome del defunto nella Celebrazione Eucaristica. Tale ricordo ha a suo favore testimonianze antichissime e vuole affermare che il defunto è stato e rimane un membro vivo della comunità cristiana. Della sopracitata documentazione rammentiamo la disposizione dei nostri vescovi sulla menzione del nome: “In qualunque Messa celebrata per un defunto o in cui si fa memoria di qualche defunto se ne può ricordare il nome solo nelle preghiere eucaristiche II e III, usando l'apposito embolismo. Nelle domeniche e nei giorni festivi non si annuncino le intenzioni singole neppure per le cosiddette Messe di settima, trigesima, primo anniversario” (Direttorio regionale). Si possono tuttavia ricordare, prima di iniziare la S. Messa o nella preghiera universale, intenzioni particolari perché questi motivi di preghiera manifestano che soprattutto nella celebrazione eucaristica si realizza il grande mistero della comunione dei Santi.
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Riguardo alle cosiddette messe plurintenzionate, si ricorda quanto stabilito dal Decreto della Santa Sede Mos iugiter 1991, agli articoli 1, 2 e 3, e dalla Nota dei Vescovi del Piemonte dal 5 settembre 2001. A questo proposito si precisa che a fine anno ogni parroco deve presentare al vescovo il resoconto globale delle offerte ricevute per le Messe con intenzione plurima, concordando il modo per la relativa destinazione legittima possibile e richiedendone il nulla osta previsto.
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Grande importanza riveste la celebrazione dei Sacramenti nel giorno di Domenica, anche all'interno della Celebrazione Eucaristica. Si raccomanda che la prima comunione e la cresima siano sempre celebrate all'interno della Celebrazione Eucaristica domenicale. Anche i matrimoni e i battesimi siano celebrati possibilmente durante la Messa domenicale di orario, almeno in qualche occasione.
La comunità cristiana si premuri di esprimere amabile accoglienza e simpatia verso le persone che partecipano alla Celebrazione Eucaristica in occasione dei Sacramenti; tuttavia renda anche testimonianza della dignità della celebrazione invitando così a una partecipazione discreta, seria, senza eccessivi sprechi ed esteriorità.
L'Ufficio per la Liturgia e i Sacramenti darà indirizzi chiari per la presenza di fotografi e cineoperatori durante le celebrazioni liturgiche, come pure per quanto riguarda l'addobbo floreale delle chiese in occasione soprattutto dei matrimoni, così come suggerito nel Direttorio regionale.
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Per antica tradizione si conserva nelle chiese l'Eucaristia, sia per poter essere portata come Viatico ai moribondi sia per poter prolungare l'adorazione al di fuori della Celebrazione Eucaristica. A questo proposito il Sinodo invita a riscoprire l'adorazione eucaristica come momento essenziale della vita personale e comunitaria, seguendo le norme presenti nell'Istruzione Eucharisticum mysterium e nell'Introduzione generale al Rito della Comunione fuori della Messa e Culto Eucaristico.
Le chiese parrocchiali abbiano un orario di apertura confacente ai ritmi lavorativi delle circostanze attuali, "in modo che i fedeli possano agevolmente trattenersi in preghiera dinanzi al santissimo Sacramento" (Introduzione generale al Rito della Comunione fuori della Messa e Culto Eucaristico n. 8).
Il tabernacolo sia posto in un luogo dove sia possibile sostare in preghiera: "è più facile raggiungere questo scopo, se si prepara una cappella separata dal corpo centrale della chiesa" (n.9); "la chiave del tabernacolo in cui è conservata l'Eucaristia deve essere custodita con la massima cura" (n. 10).
In ogni chiesa parrocchiale, o almeno in una per ogni Unità Pastorale, vi sia un tempo settimanale prolungato di adorazione eucaristica e non si abbandoni la prassi di concluderla con la benedizione eucaristica.
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I pastori tengano in grande considerazione la celebrazione quotidiana dell'Eucaristia, come prima e principale forma di esercizio del ministero sacerdotale, mantenendosi fedeli a quest'impegno quand'anche, in circostanze particolari, non vi fosse la possibilità della partecipazione dei fedeli. Anche le Messe feriali siano celebrate dignitosamente e si abbia cura che, almeno in ogni unità pastorale, l'orario fisso preveda una Celebrazione Eucaristica infrasettimanale in orario serale, al posto di quella mattutina o pomeridiana. Sarebbe lodevole che le solennità dell'anno liturgico che si celebrano in giorni feriali diventino ulteriori occasioni per celebrare una Messa alla sera, talvolta valorizzando le chiese di borgata.
Capitolo 10
LA RICONCILIAZIONE
“IL RISORTO CI INCONTRA NEL SACRAMENTO DEL PERDONO”
L'annuncio del vangelo è denuncia del peccato. "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è qui: convertitevi e credete a questo lieto annuncio" (Mc 1, 15). La proclamazione che Gesù fa della misericordia del Padre suppone il peccato da cui ci vuole liberare e allo stesso tempo lo fa scoprire e lo mette in evidenza. Fa capire cioè che il male vero dell'uomo e del mondo è il peccato, non pura trasgressione materiale di una norma anonima, ma disobbedienza a Dio che nasce dalla diffidenza, in ultima analisi rifiuto di amare uno che ti ama.
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La prassi penitenziale della chiesa, nella varietà e anche complessità di forme del passato e del presente, ha sempre lo scopo di far apparire il peccato nella sua reale malizia e nelle sue forme concrete, non certo per accontentarsi di averlo messo in luce, ma per proclamare che la misericordia paterna di Dio lo vuole cancellare con l'impegno di conversione e penitenza, che rende possibile al peccatore pentito. Lo scopo ultimo di ogni atto penitenziale, personale o ecclesiale, è quello di non rassegnarsi al peccato o alla stasi ma di tener desta la tensione alla conversione e alla crescita nella carità-amore a Dio con tutte le forze, al prossimo come a se stessi.
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Fondamentale è dunque anzitutto l'impegno nella riflessione sul senso del peccato e nell'analisi delle sue forme. È generale, anche nell'indagine preparatoria al Sinodo, la rilevazione di un calo o crisi del senso del peccato. Spesso però questo viene attribuita direttamente a crisi di fede in Dio senza ulteriori specificazioni. Sembra invece da riconoscere una svolta di sensibilità, di pensiero e di prassi non direttamente antireligiosa. Ad esempio, il senso del peccato, restando una generica e fondamentale fede in Dio, può essere ridotto a difetto strutturale della persona o a ineliminabile componente sociale. A sua volta questa riduzione psicologistica o sociologistica della colpa (Reconciliatio et poenitentia, 1984) si accompagna facilmente e comporta normalmente una certa evanescenza dei contenuti materiali della colpa. Da una parte si intendono spesso le norme morali come una specie di regolazione contrattuale di interessi sociali con la conseguenza di vivere secondo morali diverse nei vari ambiti di vita. Dall'altra parte la catechesi e predicazione morale è divenuta spesso generica, facendo appello dovunque e sempre all'amore, ma senza molto specificarne le concrete esigenze.
Di qui una doppia necessità che il Sinodo intende evidenziare, proponendola poi come compito: quella di un rinnovato studio della teologia morale, non come pura casistica, ma neppure come generico moralismo di esortazione all'amore, bensì come l'esigente etica evangelica della carità che, senza eliminare i comandamenti, li pone come esigenza fondamentale del duplice comando dell'amore e delle beatitudini; quella di una riflessione seria sulla mutata realtà sociale e sulle acquisizioni di una sana scienza psicologica. Un frutto di questo lavoro potrebbe essere la redazione di rinnovati formulari per l'esame di coscienza, differenziati per età e per categorie.
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L'annuncio della misericordia di Dio che perdona sempre il peccatore pentito non è dichiarazione di un condono permanente. Anche nel Nuovo Testamento, accanto alla proclamazione della misericordia, permane la constatazione dell'ira di Dio. Vuol significare che Dio non tollera mai il peccato, lo vuole eliminare a tutti i costi. Non certo eliminando il peccatore, bensì convertendolo alla logica della fiducia in lui, dell'obbedienza e dell'amore.
Il perdono che la Chiesa è mandata ad annunciare e a donare a nome di Dio non è condono facile, ma apertura permanente all'amore responsabile, reso possibile dall'amore responsabilizzante di Dio. Oggi ci si trova a gestire il passaggio da una morale impostata su di una sostanziale omogeneità sociale e motivata prevalentemente dal timore del rendiconto finale a un'etica centrata sulla responsabilità, sia nel pluralismo sociale sia nella visione positiva della teologia morale, secondo la quale non è di Dio che bisogna aver paura, ma di se stessi.
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Il perdono di Dio non esime dalla fatica della conversione, anzi impegna in essa e la rende possibile, sia come "ritorno" dal peccato sia come crescita permanente nell'amore. La penitenza si realizza come itinerario permanente che comprende la detestazione del peccato precisamente identificato, il proposito specifico, la cessazione dalla situazione di peccato per dare spazio alla vita nuova.
Nel cammino di conversione è compresa la soddisfazione o penitenza che significa il superamento degli effetti della colpa: riparazione del male commesso e dei danni arrecati agli altri, guarigione dei residui del peccato nella propria persona, dimostrazione pubblica di pentimento, quale si dà nell'atto penitenziale della messa, nelle celebrazioni penitenziali comunitarie, nel digiuno quaresimale o in altre forme.
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Occorre pure evidenziare che sono molti i modi per attuare l'itinerario penitenziale e celebrare la riconciliazione. Nella preghiera personale si dia rilievo al dovere quotidiano dell'esame di coscienza e dell'invocazione del perdono. Si valorizzi l'atto penitenziale della Messa, mettendo in rilievo di volta in volta le varie situazioni di peccato e magari posponendolo talvolta alla liturgia della Parola, come avviene nel mercoledì delle Ceneri. Non si tralasci la direzione spirituale, evitando il duplice rischio contrapposto: quella di renderla troppo sbrigativa o addirittura rifiutarla e quello di farla diventare una forma di dipendenza psicologica. Non ci si scoraggi di fronte alla difficoltà di attuare efficaci e partecipate forme di celebrazione comunitaria della penitenza sia senza sia con confessione e assoluzione individuale, offrendone l'opportunità almeno qualche volta all'anno.
Quanto alla confessione individuale, che resta l'unica forma valida per il perdono e la riammissione all'Eucaristia in caso di colpe gravi, e comunque è sempre luogo privilegiato di esperienza del perdono, si punti a offrire tempi e orari determinati, normalmente una volta ogni due mesi e non solo nelle occasioni tradizionali di Pasqua, Natale, Ognissanti. Si provveda poi a curare o magari a rinnovare i luoghi di celebrazione (confessionali) con possibilità di dialogo personale, ferma restando la forma celebrativa-sacramentale. I sacerdoti sono inoltre esortati a rendersi disponibili per qualche ora, specialmente al sabato, e le Zone pastorali sono invitate a disegnare una mappa delle presenze fisse di confessori, ad esempio nelle giornate di mercato.
Si tenga presente che lo scopo ultimo di ogni tipo di celebrazione non è soltanto di riconoscere il peccato e magari confessarlo, ma quello di vincerlo, grazie al perdono di Dio accolto nel pentimento e al cammino che ne segue per tornare all'amore e crescere nell'amore.
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Un aspetto da valorizzare di più per evitare il rischio secolare dell'individualismo è quello della dimensione comunitaria dell'itinerario penitenziale, non solo quella formale della celebrazione liturgica, ma anche quella diretta dell'esperienza quotidiana: esercizio della correzione fraterna e/o della revisione di vita in gruppo per il riconoscimento delle colpe; impegno alla riconciliazione individuale e familiare domandando e concedendo perdono, naturalmente accompagnato dallo sforzo di ricostruire rapporti amichevoli; analisi cristiana dei rapporti sociali per identificare le fonti di separazione e conflitto e lavorare con pazienza e coraggio al loro superamento.
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Il percorso di riconciliazione è la positiva ricerca di Dio e il continuo superamento del peccato presente in ciascuno di noi. L'Assemblea sinodale, dopo aver riconsiderato quanto sul peccato è scritto nel Catechismo degli adulti, sottopone all'attenzione della comunità locale la necessità di effettuare una profonda revisione di vita sulle situazioni di peccato che caratterizzano la nostra epoca dal terrorismo all'eutanasia, dallo sfruttamento dei paesi del sud del mondo alla violenza sui deboli, dall'evasione fiscale all'inquinamento ambientale; ma anche quelle meno clamorose presenti sul territorio diocesano, tollerate magari solo per abitudine.
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I sacerdoti sono esortati ad ascoltare chi è nella sofferenza perché si ritiene vittima di forze demoniache, invitandolo a superare tale prova nella preghiera fiduciosa a Cristo, che è più forte di ogni potenza umana e angelica, seguendolo nel cammino di fede, aiutandolo a scoprire il volto materno della Chiesa e il dono della misericordia soprattutto attraverso il sacramento della Penitenza e operando un sereno discernimento sulla persona e sull’eventuale fenomeno che la turba.
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