INTRODUZIONE
NELL’OGGI IL NUOVO PROGRAMMA DI SEMPRE: COMUNICARE IL VANGELO
“Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Questa certezza, carissimi fratelli e sorelle, ha accompagnato la Chiesa per due millenni, ed è stata ora ravvivata nei nostri cuori dalla celebrazione del giubileo. Da essa dobbiamo attingere un rinnovato slancio nella vita cristiana, facendone anzi la forza ispiratrice del nostro cammino. E’ nella consapevolezza di questa presenza tra noi del Risorto che poniamo oggi la domanda rivolta a Pietro a Gerusalemme, subito dopo il discorso di Pentecoste: ”Che cosa dobbiamo fare?” (At 2,37).
Ci interroghiamo con fiducioso ottimismo, pur senza sottovalutare i problemi. Non ci seduce certo la prospettiva ingenua che, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, possa esserci una formula magica. No, non una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi!
Non si tratta, allora, di inventare un “nuovo programma”. Il programma c’è già: è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste. E’ un programma che non cambia col variare dei tempi e delle culture, anche se del tempo e della cultura tiene conto per un dialogo vero e una comunicazione efficace.
Questo programma di sempre è il nostro per il terzo millennio (Novo millennio ineunte n. 29).
Il Sinodo Diocesano della Chiesa di Asti che si è concluso e viene promulgato nel primo anno del nuovo secolo e millennio muove da questa convinzione e verso questa prospettiva, indicata dal papa Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Novo millennio ineunte. Convinzioni e prospettive fatte proprie per la situazione nazionale dalla Conferenza Episcopale Italiana negli Orientamenti pastorali per il primo decennio del 2000. Il documento si intitola significativamente “Comunicare il vangelo in un mondo che cambia”, ponendosi dunque in una prospettiva decisamente missionaria, esattamente come la lettera apostolica del papa.
La nostra Chiesa che è in Asti ha raccolto e raccoglie questo mandato che le viene dallo stesso Signore Gesù Cristo mediante il papa e la conferenza dei vescovi proponendone nel libro sinodale un’attuazione fedele e allo stesso tempo originale, ossia consona alla propria situazione storica, geografica e culturale. Obiettivo fondamentale del Sinodo, come di tutta la vita ecclesiale di cui è espressione privilegiata, è aiutare a vivere la fede che abbiamo ricevuto in dono e a comunicare il vangelo nel momento presente a tutte le persone che vivono sul nostro territorio.
1. GLI ATTEGGIAMENTI DI FONDO
Per questo si richiamano gli atteggiamenti di fondo che hanno guidato i lavori sinodali e che sempre devono guidare i singoli cristiani e le comunità cristiane nell’adesione a Cristo e nella necessaria testimonianza per lui oggi nella carità.
1. Noi abbiamo creduto e crediamo all’amore che Dio ha per noi e che ci ha dimostrato al massimo livello nell’incarnazione, nell’esistenza umana, nell’opera e nella morte di Gesù Cristo suo Figlio, nella sua risurrezione e col dono sovrabbondante del suo Spirito nella Chiesa, nei cuori e anche nel mondo. Crediamo pure infatti che Dio, ricco di misericordia, ama il mondo tutto, cioè l’umanità e ogni singolo uomo di un amore assolutamente fedele e irreversibile.
2. Per questo, in quanto cristiani, siamo chiamati e resi capaci di amare il mondo e ogni persona umana, creata ad immagine di Dio e salvata da Gesù Cristo. Il nostro atteggiamento vuole essere quindi non quello di chi giudica il mondo, ma di chi lo ama a somiglianza del Padre e di Gesù, sentendo come primo dovere quello di comunicare a tutti la lieta notizia dell’amore di Dio, quel “vangelo” che noi abbiamo immeritatamente il dono di conoscere e sperimentare.
3. Il primo frutto di questo dono/impegno è quello dello stile del dialogo, cioè dello sforzo inteso a capire il mondo in cui viviamo e di cui facciamo parte, a partire dalle convinzioni e dai valori (cultura) che animano e orientano i nostri contemporanei. Senza nasconderci la presenza aperta del peccato, anche nella forma di falsi valori, cerchiamo di cogliere gli aspetti positivi che orientano all’accoglimento del vangelo di Gesù, come lettura complessiva dei segni dei tempi.
4. Il dono del vangelo dell’amore di Dio richiede per natura sua di essere accolto e recepito in un cammino permanente di formazione cristiana, intellettuale e operativa o apostolico-pastorale. In questo impegno formativo è compresa, insieme con l’ascolto di Dio nella parola di Gesù e nell’ispirazione dello Spirito, anche l’attenzione amichevole ma pure “studiosa” alla situazione, alle persone. Sotto questo aspetto uno spazio particolarmente importante compete oggi ai laici che, vivendo nelle comuni condizioni del mondo, possono meglio capire le singole persone per comunicare in modo più “mirato” il vangelo.
5. La missione evangelica si esplica dunque anzitutto e soprattutto nella forma della testimonianza, tanto più nella situazione di minoranza numerica nella quale si ritrovano i cristiani praticanti. Testimonianza di coerenza personale, ma insieme di “organizzazione” comunitaria per meglio servire le persone e la società, e segnatamente di amore vero e forte dei cristiani fra loro, non come forma di chiusura rassicurante nel “piccolo gregge”, ma come disponibilità ad accogliere chiunque ne venga minimamente attratto e illuminato.
6. In questo impegno ad accogliere e comunicare il dono gratuito dell’amore di Dio noi cristiani sappiamo in anticipo, da quanto è avvenuto per Gesù e per quelli che si impegnano a seguirlo, che è necessario portare la croce: quella dell’incomprensione che spesso pare circondarci, ma anche del vero e proprio fallimento di molte nostre benintenzionate iniziative, senza dimenticare quella che deriva dalla nostra stessa incapacità a capire e seguire il Signore. Per questo, ricorda Paolo, è necessario morire, non solo al mondo ma anche a noi stessi. Si tratta però di una morte, se accettata con Cristo, che contiene in sé il seme della risurrezione.
2. LA CHIESA CASA E SCUOLA DI COMUNIONE
La testimonianza cristiana è valida e credibile solo se si alimenta e si realizza in una spiritualità di comunione.
“Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo. Che cosa significa questo in concreto? Anche qui il discorso potrebbe farsi immediatamente operativo, ma sarebbe sbagliato assecondare simile impulso. Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell’altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità. Spiritualità della comunione significa innanzitutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto. Spiritualità della comunione significa inoltre capacità di sentire il fratello di fede nell’unità profonda del corpo mistico, dunque come “uno che mi appartiene”, per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia. Spiritualità della comunione è pure capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio: un “dono per me”, oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità della comunione è infine saper “fare spazio” al fratello, portando “i pesi gli uni degli altri” (Gal 6,2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie. Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz’anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita” (Novo millennio ineunte n. 43).
3. ANDARE INCONTRO A TUTTI CON LO STILE DI GESU’
“Dalla comunione intra-ecclesiale, la carità si apre per sua natura al servizio universale, proiettandoci nell’impegno di un amore operoso e concreto verso ogni essere umano. E’ un ambito, questo, che qualifica in modo ugualmente decisivo la vita cristiana, lo stile ecclesiale e la programmazione pastorale. Il secolo e il millennio che si avviano dovranno ancora vedere, e anzi è auspicabile che lo vedano con forza maggiore, a quale grado di dedizione sappia arrivare la carità verso i più poveri. Se ripartiamo davvero dalla contemplazione di Cristo, dovremo saperlo scorgere soprattutto nel volto di coloro con i quali egli stesso ha voluto identificarsi: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35-36). Questa pagina non è un semplice invito alla carità: è una pagina di cristologia, che proietta un fascio di luce sul mistero di Cristo. Su questa pagina, non meno che sul versante dell’ortodossia, la Chiesa misura la sua fedeltà di sposa di Cristo” (Novo millennio ineunte n.49).
“Comunicare il Vangelo è il compito fondamentale della Chiesa. Questo si attua, in primo luogo, facendo il possibile perché attraverso la preghiera liturgica la parola del Signore contenuta nelle Scritture si faccia evento, risuoni nella storia, susciti la trasformazione del cuore dei credenti. Ma ciò non basta. Il Vangelo è il più grande dono di cui dispongano i cristiani. Perciò essi devono condividerlo con tutti gli uomini e le donne che sono alla ricerca di ragioni per vivere, di una pienezza della vita.
L’eucaristia, fonte e culmine della vita di fede, ci ricorda come la nuova alleanza che in essa si celebra è principio di novità e di comunione per il mondo intero: Dio continua a radunare intorno a sé un popolo da un confine all’altro della terra. La missione ad gentes non è soltanto il punto conclusivo dell’impegno pastorale, ma il suo costante orizzonte e il suo paradigma per eccellenza. Proprio la dedizione a questo compito ci chiede di essere disposti anche a operare cambiamenti, qualora siano necessari, nella pastorale e nelle forme di evangelizzazione, ad assumere nuove iniziative, fiduciosi nella parola di Cristo: Duc in altum!
La presenza certa dello Spirito, semmai, è lì a ricordarci costantemente come soltanto lasciandoci conformare a Cristo, fino ad assumere il suo stesso sentire (cf. Fil 2,5), potremo predicare Gesù Cristo e non noi stessi. L’evangelizzazione può avvenire solo seguendo lo stile del Signore Gesù, il “primo e più grande evangelizzatore” (Piano pastorale CEI n. 32).
4. SULLA STRADA DI EMMAUS IL CAMMINO DEL SINODO
A questo scopo il nostro Sinodo ha adottato l’icona del racconto evangelico di Lc 24 relativo all’incontro di Gesù risorto con i due discepoli che tornavano da Gerusalemme a Emmaus la sera del giorno di Pasqua. Guidata da questa pista evangelica i lavori del dibattito sinodale e le conclusioni indicative e normative si sviluppano in quattro parti:
1- l’ascolto della Parola di Dio è l’origine stessa della chiesa, il cuore pulsante che la fa vivere in tutti i suoi membri (presbiteri, diaconi, religiosi e laici) e nelle sue articolazioni comunitarie (diocesi, zone, unità pastorali, parrocchie);
2- l’impegno unitario e diversificato di evangelizzazione e catechesi nei confronti di fanciulli e ragazzi, dei giovani, delle coppie e della famiglia, degli anziani, perché con tutti il Signore cammina dialogando per farsi capire, scaldare il cuore, convincere e aiutare a seguirlo in ogni circostanza;
3- la convergenza unitaria nel giorno del Signore, nella partecipazione consapevole, attiva e fruttuosa alla mensa della Parola e del Pane spezzato che è il Corpo stesso di Cristo vita dei credenti dove si realizza, come a Emmaus, l’incontro più intimo col Signore risorto, nel costante riferimento al cammino penitenziale di cui tutti sempre abbiamo bisogno per superare l’egoismo e il peccato e crescere nella carità;
4- infine la missione nel mondo di tutti i credenti come persone singole e come gruppi a tutti i livelli per annunciare e testimoniare “sulle strade dell’uomo” la forza trasformante dello Spirito che il Signore Gesù dona continuamente ai suoi perché sia di tutti.
“Andiamo avanti con speranza! Un nuovo millennio si apre davanti alla Chiesa come oceano vasto in cui avventurarsi, contando sull’aiuto di Cristo. Il Figlio di Dio, che si è incarnato duemila anni or sono per amore dell’uomo, compie anche oggi la sua opera: dobbiamo avere occhi penetranti per vederla, e soprattutto un cuore grande per diventarne noi stessi strumento. Non è stato forse per riprendere contatto con questa fonte viva della nostra speranza, che abbiamo celebrato l’anno giubilare? Ora il Cristo contemplato e amato ci invita ancora una volta a metterci in cammino: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19). Il mandato missionario ci introduce nel terzo millennio invitandoci allo stesso entusiasmo che fu proprio dei cristiani della prima ora: possiamo contare sulla forza dello stesso Spirito, che fu effuso a Pentecoste e ci spinge oggi a ripartire sorretti dalla speranza “che non delude” (Rm 5,5) (Novo millennio ineunte n. 58). |