Sabato 23 Settembre - San Pio da Pietrelcina -
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Intervista "Risveglio" 31.08.2017
Asterischi 2013
Asterischi 2014
Asterischi 2015
Asterischi 2016

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"Asterischi" è una forma di colloquio, una comunicazione semplice, familiare, su qualche argomento emerso magari da un incontro o dall'osservazione di qualche cosa: asterischi, appunto, come le stelle più piccole che vediamo nel cielo, un po' tremule rispetto alle loro sorelle più grandi e luminose, ma stelle.

 

 

La rubrica, tenuta dal Vescovo, compare su 'Il Risveglio popolare' a cadenza quindicinale.

 

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12 gennaio 2017
 

L'Offerta dei Ceri, inizio a Ivrea dello Storico Carnevale, offre ogni anno al Vescovo l'occasione di un “discorso alla Città”. Quest'anno ho proposto la riflessione sul tema della conferenza - “La crisi della libertà in Occidente” - tenuta a Londra dal filosofo francese Rémi Brague.

Ogni volta che la società ha fatto fuori il divino - afferma - l'abbiamo visto tornare sotto la forma di dei poco simpatici che richiedono tutti un sacrificio umano”. Tra questi pone “il concetto di valore”: “Ciò che oggi si esprime come valore un tempo si esprimeva, nelle due fonti della civiltà occidentale, ossia la fonte pagana e la fonte cristiana, con un altro vocabolario. I pagani parlano di virtù, mentre gli ebrei e i cristiani parlano di comandamenti. Ma il contenuto è esattamente lo stesso… Al punto che i cristiani dell'epoca patristica e del Medioevo hanno ripreso senza esitazioni concetti morali presenti in Cicerone o in Seneca, e ne hanno ricopiato interi brani… Oggi, poi, si parla di ‘nostri valori’ senza sapere realmente di cosa si tratta; io credo che sarebbe meglio cambiare logica e smettere di parlare di valori, per riparlare di virtù o di comandamenti”.

I valori sono un convincimento intellettuale; l'intelligenza dell'uomo li riconosce come validi - “valori” appunto: dal latino valere, valor, validus - anche se non da tutti condivisi e non da tutti interpretati allo stesso modo; le virtù, invece, si situano nella concretezza del vivere: virtus si connette con vir, l'uomo: la persona è virtuosa non quando proclama un valore, ma quando vive concretamente ciò che dal valore è affermato, quando costruisce il suo essere morale con abnegazione, costanza e fortezza di spirito. A differenza dei “valori” (che si ammirano in astratto) le “virtù” sono il capolavoro delle volontà forti che nel contrasto delle passioni, degli istinti, e delle pulsioni, guidano la nave della vita, giorno per giorno, tra difficoltà, scoramenti e forse sconfitte, ma verso la costruzione della personalità morale.

Non basta parlare di giustizia: occorrono uomini che la praticano; o di pace: servono uomini che davvero operano per la pace a partire dall'ambiente in cui vivono; non basta parlare di accoglienza: occorre dedicarsi all'arduo impegno per una vera integrazione; o di tolleranza: rimane un'essenza astratta e sbiadita se non c'è l'impegno di sapere chi sono io e chi è l'altro. Con il termine “virtuale”, coniato nella bassa latinità, si esprimeva ciò che non va oltre la finzione, un'entità immaginaria anche se possibile.

Ho augurato alla Città “Buon Carnevale!” nella convinzione che davvero sarà buono se non si dimentica che i valori di giustizia, libertà, unità sono da tradurre in virtù, in azioni di concreto sostegno verso chi è oppresso oggi da varie difficoltà: i poveri da aiutare con iniziative intelligenti e generose (non posso non ricordare, ad esempio, tutto ciò che sta facendo la Caritas); i giovani da educare, non solo con qualche buona parola; il lavoro da incentivare, alla luce di quanto diceva Papa Francesco a Torino: “Solo unendo le forze, possiamo affrontare questa sfida molto impegnativa, che richiede solidarietà e sguardo ampio, un patto sociale e generazionale” che metta a disposizione dati e risorse, nella prospettiva del “fare insieme””.

XEdoardo, Vescovo
26 gennaio 2017
 

Sul tema assegnato a mons. Ambrosio per una conferenza – “Se la comunità cristiana si riduce ad un piccolo gregge” – il Vescovo di Piacenza ha detto:  
«Si dice il “piccolo gregge” e si finisce per pensare alla minoranza. Forse lo stesso titolo, con quel “si riduce”, lascia intendere questa sorta di slittamento semantico che genera confusione e ambiguità. Sappiamo bene – la riflessione biblica lo evidenzia – che le parole pronunciate da Gesù, nel loro contesto originario, sono di consolazione. Non solo: il senso di quelle parole di consolazione aiuta i discepoli a comprendere che Gesù stesso è il buon Pastore che dà la vita eterna alle pecore che il Padre ha posto nelle sue mani (cfr. Gv 10,27-30). L’identità della comunità cristiana, che vive nella storia, è sempre espressa dal suo essere “piccolo gregge”: certo, non trascura la visibilità e la consistenza, ma si esprime sempre nella sua “piccolezza” evangelica, che esalta l’umiltà di chi pone la sua fiducia nel buon Pastore e nel suo Regno.
A un regno ben diverso appartengono i termini di maggioranza e minoranza del linguaggio socio-politico. Purtroppo capita spesso di passare, senza le dovute attenzioni, dal linguaggio evangelico al linguaggio socio-politico. […] Credo che oggi sia ancora più necessaria la cautela nell’uso di termini poco adatti, come quello di minoranza o maggioranza, ad esprimere l’identità, la missione, il volto della comunità cristiana. […] Il “piccolo gregge” in senso evangelico ci aiuta a ricuperare un’ecclesiologia più missionaria a livello di vita quotidiana, con una comunità che si sente ed è effettivamente pellegrinante e aperta al mondo. In fondo, è ciò che la stessa tradizione ci consegna, anche se spesso la visibilità, la quantità, la consistenza e gli onori hanno prevalso. Ma anche quando la religione cristiana divenne l’unica ammessa nell’impero e quando la società stessa, con la cristianizzazione dei popoli europei d’Oriente e d’Occidente, si concepì come corpus christianum, la comunità ecclesiale, pur sovraesposta nella sua realizzazione storica, ha sempre cercato di andare oltre il segno della visibilità, accogliendo i fermenti che la richiamavano alla sua condizione di popolo pellegrino e straniero: i discepoli di Gesù “vivono come stranieri, dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell’Asia e nella Bitinia” (1Pt 1,1).
Riconoscersi “piccolo gregge” ci invita ad accogliere, seguendo le indicazioni del Concilio Vaticano II, una visione di Chiesa più impegnata nell’annuncio e nella carità. […] Non è questione di numeri, ma di un sincero impegno per aprire la porta alla potenza misteriosa del Signore risorto che rimane con noi nella storia fino alla fine dei secoli. Non si tratta di consolarci con slogan, tipo “piccolo è bello” o “pochi ma buoni”, con un duplice rischio: quello dello spirito settario e della critica esasperata e quello della rassegnazione supina alle mode del tempo. Non si tratta neppure della luminosa esemplarità della vita dei cristiani, pur necessaria per esprimere la dimensione missionaria della fede. Si tratta soprattutto del mistero della Chiesa, della sua sacramentalità, della grazia dell’amore di Cristo accolto in noi e da noi offerto a tutti».

XEdoardo, Vescovo
9 febbraio 2017
 

E’ iniziata la Visita Pastorale. Alle Parrocchie dalla Vicaria Rivarolese, riunite nella celebrazione eucaristica a S. Benigno, ho detto che rinnovare il nostro incontro con il Signore Gesù deve starci a cuore più d’ogni altra cosa. Grazie a Lui siamo Chiesa, membra del Suo Corpo; attraverso di Lui l’Amore del Padre ci ha raggiunti e ci ha fatti Suoi figli, e lo Spirito Santo è stato effuso nei nostri cuori; è Lui il nostro unico Salvatore, che si dona a noi nella Sua Parola che ci illumina, e nei Sacramenti che ci santificano. La Visita Pastorale è innanzitutto un inno di lode a Lui e attraverso di Lui al Padre ed allo Spirito Santo, al Dio Comunione delle tre Persone divine da cui ha origine la Chiesa – «Ecclesia de Trinitate» come insegnano i Ss. Padri – la quale vive davvero solo nella misura in cui vive di Dio e per Dio!
Il Vescovo che viene in visita è «Successore degli Apostoli», «Padre, fratello e amico» come insegna la Chiesa. Questa consapevolezza riceve un tocco particolare dalle parole di Paolo ai Corinzi, risuonate nella Liturgia domenicale: «Mi presento a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione, ma con la manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede sia fondata sulla potenza di Dio! Ritengo di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso». In tutta sincerità, è così che mi sento! Povero, inadeguato, ma inviato dal Signore a testimoniare la Sua presenza, a chiedere di rinnovare i passi della nostra fedeltà. 
La Visita è alle singole Parrocchie, considerate però – ho sottolineato – non isolatamente ma nel contesto della Vicaria cui appartengono: l’intento, infatti, è anche di ravvivare e di rafforzare la comunione e la collaborazione tra le comunità di un determinato territorio: appartenere alla propria comunità senza cedimenti a banali “campanilismi”, quasi mai esenti anche da egoistiche pretese di comodità e da chiusure della mente e del cuore. Questa comunione e collaborazione tra le comunità cristiane – non poche delle quali condividono ormai con altre l’opera del proprio Parroco – è indispensabile, ancor più che in passato, a portare l’annuncio della fede anche ai tanti e tanti che sono “lontani” e ai tanti e tanti giovani che rimangono fuori dal rapporto con Cristo nell’abbraccio della Chiesa. 
La Liturgia domenicale ci ha fatto pregare: «Custodisci sempre con paterna bontà la tua famiglia, Signore, e poiché unico fondamento della nostra speranza è la grazia che viene da te, aiutaci sempre con la tua protezione». “Famiglia” dice chi siamo e quale rapporto siamo chiamati a vivere tra noi; “speranza” dice sguardo rivolto al futuro e passi da compiere nella Grazia che viene da Dio, poiché è Lui che protegge, fortifica, fa crescere ciò che Egli ha iniziato e che ci chiede di vivere con impegno generoso e fedele.
Ho affidato la Visita a Maria SS., Patrona della nostra Diocesi, e ai Santi Patroni di ogni comunità parrocchiale; ed ho chiesto di invocare la loro intercessione, come la Chiesa fa, cantando le Litanie dei Santi, nei momenti più intensi della sua vita. Non ci siamo solo noi a costituirla, la Chiesa: è fatta anche di loro. Il Signore ce li ha dati come «amici e modelli di vita»: non dimentichiamoli, e, se non li conosciamo, impariamo a conoscerli, a partire dal S. Patrono di ogni comunità…

XEdoardo, Vescovo
2 marzo 2017
 

Quaresima: «un nuovo inizio» scrive il Santo Padre Francesco nel suo Messaggio indirizzato a tutta la Chiesa e pubblicato già lo scorso giovedì sul “Risveglio”: Messaggio a cui non ho affiancato il mio, poiché faccio mio integralmente quello del Papa.
Quaresima: «forte invito alla conversione, a tornare a Dio con tutto il cuore, per non accontentarsi di una vita mediocre, ma crescere nell’amicizia con il Signore; …momento favorevole per intensificare la vita dello spirito attraverso i santi mezzi che la Chiesa ci offre: il digiuno, la preghiera e l’elemosina; … tempo favorevole per rinnovarsi nell’incontro con Cristo vivo nella sua Parola, nei Sacramenti e nel prossimo».
«La parola è un dono. L’altro è un dono» è il titolo del Messaggio: «Alla base di tutto c’è la Parola di Dio, che in questo tempo siamo invitati ad ascoltare e meditare con maggiore assiduità… Aprire la porta del nostro cuore all'altro: la giusta relazione con le persone consiste nel riconoscerne con gratitudine il valore».
Nella Chiesa abbondano gli esempi di uomini e donne che hanno preso sul serio e vissuto fedelmente questo binomio in cui risuonano i due grandi comandamenti – Amerai il Signore Dio tuo e amerai il prossimo tuo come te stesso – che riassumono tutta la Legge: sono i Santi, tra la cui vita e il Vangelo, diceva Francesco di Sales, «non passa maggior differenza di quella che passa tra una musica scritta e una musica cantata».
Conoscere la loro vita e a guardare ad essi come modelli nella sequela del Signore è molto più che utile. Con la loro diversa personalità e l’appartenenza alle più varie epoche e categorie, essi ci ricordano che al cammino della santità tutti siamo chiamati in virtù del Battesimo da cui siamo nati come figli di Dio; che la salvezza è opera del Signore che sollecita e sostiene la parte che spetta a noi e che non possiamo esimerci dal compiere: il riconoscimento dei nostri limiti e dei nostri peccati, il desiderio e la volontà di cambiamento, l’impegno di conversione per aderire a Gesù Cristo, l’accoglienza del perdono che Dio sempre ci offre chiedendoci la decisione di orientare a Lui la nostra libertà.

 

XEdoardo, Vescovo
16 marzo 2017
 

Ricevendo, lo scorso 5 marzo, i partecipanti al Convegno su “Musica e Chiesa: culto e cultura a 50 anni dalla Musicam sacram”, il Santo Padre Francesco ha detto: «È tuttora di grande attualità la premessa dell’Istruzione: “L’azione liturgica riveste una forma più nobile quando è celebrata in canto, con i ministri di ogni grado che svolgono il proprio ufficio, e con la partecipazione del popolo. In questa forma, infatti, la celebrazione acquista un’espressione più gioiosa, il mistero della sacra Liturgia e la sua natura gerarchica e comunitaria vengono manifestati più chiaramente, l’unità dei cuori è resa più profonda dall’unità delle voci, gli animi si innalzano più facilmente alle cose celesti per mezzo dello splendore delle cose sacre, e tutta la celebrazione prefigura più chiaramente la liturgia che si svolge nella Gerusalemme celeste”. Più volte il Documento, seguendo le indicazioni conciliari, evidenzia l’importanza della partecipazione di tutta l’assemblea dei fedeli, definita “attiva, consapevole, piena”. Si tratta, perciò, innanzitutto, di partecipare intensamente al Mistero di Dio, alla “teofania” che si compie in ogni celebrazione eucaristica, in cui il Signore si fa presente in mezzo al suo popolo, chiamato a partecipare realmente alla salvezza attuata da Cristo morto e risorto. La partecipazione attiva e consapevole consiste, dunque, nel saper entrare profondamente in tale mistero, nel saperlo contemplare, adorare e accogliere, nel percepirne il senso, grazie in particolare al religioso silenzio e alla “musicalità del linguaggio con cui il Signore ci parla” (Omelia a S. Marta, 12.12.2013). È in questa prospettiva che si muove la riflessione sul rinnovamento della musica sacra e sul suo prezioso apporto. Si tratta, per un verso, di salvaguardare e valorizzare il ricco e multiforme patrimonio ereditato dal passato, utilizzandolo con equilibrio nel presente ed evitando il rischio di una visione nostalgica o “archeologica”. D’altra parte, è necessario fare in modo che la musica sacra e il canto liturgico siano pienamente “inculturati” nei linguaggi artistici e musicali dell’attualità; sappiano, cioè, incarnare e tradurre la Parola di Dio in canti, suoni, armonie che facciano vibrare il cuore dei nostri contemporanei, creando anche un opportuno clima emotivo, che disponga alla fede e susciti l’accoglienza e la piena partecipazione al mistero che si celebra. Certamente l’incontro con la modernità e l’introduzione delle lingue parlate nella Liturgia ha sollecitato tanti problemi: di linguaggi, di forme e di generi musicali. Talvolta è prevalsa una certa mediocrità, superficialità e banalità, a scapito della bellezza e intensità delle celebrazioni liturgiche. Per questo i vari protagonisti di questo ambito, musicisti e compositori, direttori e coristi di scholae cantorum, animatori della liturgia, possono dare un prezioso contributo al rinnovamento, soprattutto qualitativo, della musica sacra e del canto liturgico». «Vi incoraggio – ha concluso il Papa – a non perdere di vista questo importante obiettivo: aiutare l’assemblea liturgica e il popolo di Dio a percepire e partecipare, con tutti i sensi, fisici e spirituali, al mistero di Dio. La musica sacra e il canto liturgico hanno il compito di donarci il senso della gloria di Dio, della sua bellezza, della sua santità che ci avvolge come una “nube luminosa”».

XEdoardo, Vescovo
30 marzo 2017
 

Il dono della vocazione presbiterale”, documento approvato dal S. P. Francesco l’8.12.2016 come “Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis”, delinea, nel suo ampio sviluppo, l’identità che i candidati al sacerdozio sono chiamati ad assumere nel cammino di formazione ed i preti a vivere nell’esercizio del loro ministero.
In vista del Giovedì Santo, traggo uno spunto di riflessione dai §§33/43.
«Il primo tratto che caratterizza Cristo come vero Sommo Sacerdote è la sua singolare prossimità, che lo rende vicino tanto a Dio quanto agli uomini». Perciò «il presbitero è chiamato a coltivare il suo dinamismo missionario, con umiltà e con una feconda paternità spirituale»: due elementi, strettamente congiunti, nei confronti dei quali appare in netto contrasto ogni forma di “clericalismo” e di “secolarismo”. Il prete è chiamato a vivere «una donazione totale di sé, per il servizio al Popolo di Dio, a immagine di Cristo Sposo» e tale donazione si concretizza nell’«amare la gente con cuore nuovo, grande e puro, con autentico distacco da sé, con dedizione piena, continua e fedele»; «non può limitarsi a mostrare un semplice rivestimento di abiti virtuosi, una mera obbedienza esteriore e formalistica a principi astratti, ma è chiamato ad interiorizzare, giorno dopo giorno, lo spirito evangelico, grazie a una costante e personale relazione d’amicizia con Cristo, fino a condividerne i sentimenti e gli atteggiamenti», e a costruirsi «una serenità di fondo, umana e spirituale, che, superata ogni forma di protagonismo o dipendenza affettiva, gli consente di essere l’uomo della comunione, della missione e del dialogo, capace di spendersi con generosità e sacrificio». La “Ratio” chiede perciò di «riconoscere e correggere la “mondanità spirituale”: l’ossessione per l’apparenza, una presuntuosa sicurezza dottrinale o disciplinare, il narcisismo e l’autoritarismo, la pretesa di imporsi, la cura soltanto esteriore e ostentata dell’azione liturgica, la vanagloria, l’individualismo, l’incapacità di ascolto dell’altro e ogni carrierismo», affinché «la vocazione al sacerdozio non rimanga imprigionata nell’astrattezza ideale, né corra il rischio di ridursi a una semplice attività pratico-organizzativa, esterna alla coscienza della persona». Va da sé che tutto ciò esige «un umile e costante lavoro su se stessi: imparare a governare se stesso, nelle forze spirituali e mentali, dell’anima e del corpo; apprendere il senso di ciò che si può fare e di ciò che non conviene o non si dovrebbe fare; amministrare le proprie energie, i programmi, gli impegni, con un’equilibrata disciplina di se stesso e una onesta conoscenza dei propri limiti e delle proprie possibilità»: «lavoro che non può essere condotto in modo soddisfacente facendo leva solo sulle proprie forze umane» poiché «consiste primariamente nell’accogliere il dono della grazia divina, attraverso la preghiera personale, la direzione spirituale, il contatto quotidiano con la Parola di Dio, la “lettura credente” della vita sacerdotale insieme agli altri presbiteri e al Vescovo, e tutti gli strumenti utili a coltivare le virtù della prudenza e del giudizio». Si impara in questo modo a «decifrare e comprendere le proprie mozioni, i doni, i bisogni e le fragilità, così da “liberarsi da tutte le affezioni disordinate e, dopo averle eliminate, a cercare e trovare la volontà di Dio nell’organizzazione della propria vita in ordine alla salvezza dell’anima”».

XEdoardo, Vescovo
13 aprile 2017
 

Il messaggio pasquale che ho indirizzato alla diocesi ha come tema la missione. Anche oggi, Giovedì Santo, ne parlo nella Messa crismale, traendo spunto dalla benedizione dei Santi Oli e dalla consacrazione del S. Crisma.  
…Ci sono i bambini per i quali i genitori chiedono il Battesimo e la missione è diretta a risvegliare, o seminare, la consapevolezza di che cos’è questo Sacramento; ma ci sono anche quelli per i quali il Battesimo non è più chiesto; ci sono i ragazzi che “scompaiono” dopo la Cresima; un numero notevole di giovani e di adulti indifferenti, lontani…
La situazione è nota. E richiede a tutti, Pastori e fedeli laici, un rinnovato slancio missionario: quello che il Papa, nella Evangelii gaudium, sulla scia dei suoi Predecessori, presenta così: passare «da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria» (§15), «trovare nuove strade e metodi creativi» (§11), «uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo: tutti siamo chiamati a questa nuova ‘uscita’ missionaria» (§20). E’ necessario «non lasciare le cose come stanno», ma porsi in uno «stato permanente di missione» (§25). «Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza l’amicizia di Gesù» (§49); e il Papa specifica le ragioni della santa inquietudine che dobbiamo provare: «Non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo, non è la stessa cosa camminare con Lui o camminare a tentoni, non è la stessa cosa poterlo ascoltare o ignorare la sua Parola, non è la stessa cosa poterlo contemplare, adorare, riposare in Lui, o non poterlo fare. Se uno non lo scopre presente nel cuore stesso dell’ impresa [della vita], presto gli manca la forza e la passione» (§266).
Occorrono perciò «evangelizzatori con Spirito», continua il Papa: quelli che «si aprono senza paura all’azione dello Spirito Santo» il Quale «infonde la forza per annunciare la novità del Vangelo con audacia, a voce alta e in ogni tempo e luogo, anche controcorrente» (§259): «evangelizzatori che pregano e lavorano» (§262), nella consapevolezza che «la missione è una passione per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo» (§268), senza scoraggiarsi di fronte ai fallimenti o agli scarsi risultati perché la «fecondità molte volte è invisibile, inafferrabile, non può essere contabilizzata; dobbiamo sapere soltanto che il dono di noi stessi è necessario» (§279).

XEdoardo, Vescovo
27 aprile 2017
 

Il 20 aprile il Martirologio Romano ricorda un santo del IV secolo che, benché originario di una terra lontana dalla nostra e missionario in un paese lontano dal suo, ha con noi un legame: «A Embrun nella Francia meridionale, san Marcellino, primo vescovo di questa città, che, giunto dall’Africa, convertì alla fede di Cristo molti abitanti della regione delle Alpi Marittime e fu ordinato vescovo di questa sede da sant’Eusebio da Vercelli».
Era nato da genitori cristiani benestanti. Il suo amore per la preghiera lo aveva indotto, sui vent’anni, a ritirarsi dalla società per dedicarsi, con due amici, Vincenzo e Donnino, ad una vita vigorosamente evangelica nella quale sentì forte il desiderio di far conoscere Gesù. Con essi lasciò l’Africa e giunse per mare nella Provenza, dove si dedicò all’evangelizzazione della popolazione locale. Ad Embrun costruì una chiesa e a consacrarla invitò il nostro primo vescovo, Eusebio di Vercelli, dal quale ricevette anche l’ordinazione episcopale. Morì verso il 374. Dalla sua tomba, divenuta celebre nel Delfinato, nella Provenza e nella Savoia, il suo corpo fu poi trasportato a Digne ove riposano pure i corpi dei suoi due compagni nella missione.
Forse è lui il santo di cui porta il nome il protagonista del film spagnolo del 1955, diretto da Ladislao Vajda e ispirato al romanzo “Marcelino Pan y Vino” di Sánchez Silva che racconta la storia di un bimbo abbandonato alla porta di un convento francescano della Spagna, battezzato dai frati con il nome del santo del giorno, e vissuto con essi fino a quando dolcemente morì, all’età di sei anni, tra le braccia di Gesù, nella soffitta del convento.
Ho visto per la prima volta il film sessant’anni fa, nel 1957, proiettato per noi bambini della Prima Comunione e Cresima nell’Oratorio parrocchiale di N. S. della Pace a Torino. Non l’ho mai dimenticato, ma solo rivedendolo qualche tempo fa, nel DVD edito da “Itaca”, ne ho compreso la grandezza: «Questo film – diceva don Giussani – è l’inno alla morale cattolica che è un guardare lasciandosi attrarre».
In un mondo che vuole ridurre la novità del cristianesimo a moralismo intimista o ad attivismo sociale, Marcellino Pane e Vino incarna la vera concezione cristiana dell’uomo e la sorgente della sua moralità. La “conversione” è determinata non dall’adesione volontaristica a regole o precetti morali e nemmeno dalla paura di essere sgridato, ma per la simpatia, per la corrispondenza suscitata nel rapporto di amicizia con Gesù.
«All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». (Benedetto XVI, “Deus caritas est”). «La morale cristiana è la risposta commossa di fronte alla misericordia sorprendente, imprevedibile di Uno che mi conosce, conosce i miei tradimenti e mi vuole bene lo stesso, mi stima, mi abbraccia, mi chiama di nuovo, spera in me, attende da me» (Papa Francesco 7. 3. 2015).

XEdoardo, Vescovo
11 maggio2017
 

Al Convegno “Genova, capitale della Carità. Una sfida per il presente” sono stato invitato a parlare su “S. Caterina Fieschi Adorno (1447-1510), Ettore Vernazza (1470-1524) e le basi della Riforma Cattolica”.
Questi due laici diedero origine a Genova all’Oratorio del Divino Amore nel 1497, vent’anni prima che avesse inizio la Riforma luterana. Lo scopo: “radicare e piantare nei cuori l'amor di Dio, cioè la carità”, proponendo, in un tempo di diffusa rilassatezza e corruzione dei costumi, un cammino di perfezione cristiana attraverso la cura della vita spirituale: preghiera e pratica sacramentale frequente ed intensamente vissuta; lotta contro l’amor proprio che impedisce di accogliere l’amore di Dio; esercizio della carità verso i poveri, specialmente gli infermi e gli “incurabili”. 
La scoperta del “nuovo mondo” – avvenuta solo cinque anni prima della fondazione genovese – avrebbe fatto denominare “vecchio” il mondo fino allora conosciuto; era un mondo, tuttavia, percorso da evidenti fermenti di novità. Nell’ambito del pensiero e della conseguente visione della vita, erano in atto gli apporti dell’Umanesimo. Nella vita della Chiesa la necessaria riforma “in capite” ancora non era iniziata, ma “in membris” non poche erano le esperienze significative: le “Osservanze” già avevano sollecitato gli antichi Ordini religiosi a tornare alla purezza delle origini; la “devotio moderna”, che si stava diffondendo, proponeva l’impegno di una vita di fede profonda attraverso una devozione personale, interiore e affettiva, ma vissuta in un programma pratico e metodico di preghiera, meditazione, lettura della Bibbia, frequenza ai Sacramenti. In Italia, dal Nord al Sud, nascevano Oratori, Compagnie della Carità e della Dottrina cristiana che avevano per protagonisti, in prevalenza, i laici, animati dal desiderio e dalla volontà di santificazione. Nella fedeltà di questi uomini e donne inizia la Riforma Cattolica.
Fede e carità.
«La fede è personale adesione alla rivelazione dell’amore gratuito e appassionato che Dio ha per noi e che si manifesta pienamente in Gesù Cristo. La fede è conoscere la Verità e aderirvi; la carità è “camminare” nella Verità. Queste due virtù teologali sono intimamente unite in un rapporto analogo a quello tra due Sacramenti fondamentali della Chiesa: il Battesimo e l'Eucarestia. Il Battesimo (sacramentum fidei) precede l'Eucarestia (sacramentum caritatis), ma è orientato ad essa, che costituisce la pienezza del cammino cristiano, il compimento di tutte le virtù». (Benedetto XVI, “Intima Ecclesiae natura”).

XEdoardo, Vescovo
1 giugno 2017
 

Nell'articolo per la festa di san Filippo Neri (pubblicato sullo scorso numero del Risveglio) ho citato un passo del documento di preparazione al Sinodo sui giovani: “Camminare con loro… accompagnarli, uscire dai propri schemi preconfezionati incontrandoli lì dove sono, adeguandosi ai loro tempi e ai loro ritmi; prenderli sul serio nella loro fatica a decifrare la realtà in cui vivono”. Lo riprendo per aggiungere qualche considerazione, tra le tante che si possono fare, con l'intenzione di proseguirle in seguito.

1. Si sente dire, talvolta, sbrigativamente: “il Sinodo dei giovani”. In realtà, nell'aula sinodale, a parte qualche rappresentanza dei giovani stessi che probabilmente ci sarà, saranno i vescovi a parlare “dei” giovani e poi anche “ai” giovani. Ma il passo indispensabile è la preparazione del Sinodo, che avviene a livello locale, nelle nostre comunità, e che deve consistere - mi pare - nel parlare “con” i giovani. Il che richiede, ovviamente, che si stia con loro, che si dedichi ad essi tempo ed energie, nella convinzione che la cura pastorale di essi - più impegnativa, per certi aspetti, di quella in altri ambiti e talvolta meno immediatamente gratificante - è come la cura dei figli nella famiglia: indispensabile; prioritaria rispetto ad altre cure; impresa impegnativa che difficilmente può avere come spazio il solo ristretto ambiente di casa, e che richiede, invece, generosità di collaborazione con altri, cuore e mente aperti alla vera crescita dei figli prima che alla realizzazione di particolari interessi.

2. Parlare “con” i giovani, e non soltanto “dei” giovani, vorrei che fosse - per tutte le nostre comunità, non solo per gli “addetti ai lavori” - impegno prioritario del nuovo anno pastorale. A livello diocesano studieremo i modi per incontrare i giovani - non solo quelli che frequentano la Chiesa, ovviamente -, per farci vicini ed ascoltare quello che dicono, per parlare con loro di quel che pensano, “incontrandoli lì dove sono”, muovendo i passi verso dove essi sono anziché lamentarne l'assenza. Impresa facile? Non c'è bisogno di risposta. Ma è impresa indispensabile. E' la missione.

Tutta la comunità cristiana - si legge nel documento preparatorio - deve sentirsi responsabile del compito di educare le nuove generazioni e dobbiamo riconoscere che sono molte le figure di cristiani che se lo assumono, a partire da coloro che si impegnano all'interno della vita ecclesiale. Vanno anche apprezzati gli sforzi di chi testimonia la vita buona del Vangelo e la gioia che ne scaturisce nei luoghi della vita quotidiana. Occorre infine valorizzare le opportunità di coinvolgimento dei giovani negli organismi di partecipazione delle comunità diocesane e parrocchiali, a partire dai consigli pastorali, invitandoli a offrire il contributo della loro creatività e accogliendo le loro idee anche quando appaiono provocatorie. Ovunque nel mondo sono presenti parrocchie, congregazioni religiose, associazioni, movimenti e realtà ecclesiali capaci di progettare e offrire ai giovani esperienze di crescita e di discernimento davvero significative. Talvolta questa dimensione progettuale lascia spazio all'improvvisazione e all'incompetenza: è un rischio da cui difendersi prendendo sempre più sul serio il compito di pensare, concretizzare, coordinare e realizzare la pastorale giovanile in modo corretto, coerente ed efficace. Anche qui si impone la necessità di una preparazione specifica e continua dei formatori”.

Sull'ascolto, i contenuti, lo stile del “parlare con”, al prossimo “asterisco”.

XEdoardo, Vescovo
15 giugno 2017
 

Parlare “con” i giovani. Una considerazione, tra le tante.

Ognuno è frutto di una storia vissuta e ne rimane segnato. Esperienze, convinzioni maturate, successi ed insuccessi, persino metodi sono per ognuno qualcosa di importante. La nostra storia ce la portiamo dentro, e rispettare le persone comporta che si guardi con rispetto alla storia di ognuno, anche se diversa dalla propria; comporta che si consideri che una persona ci ha creduto e ci crede, anche se non tutto è condivisibile da tutti. “Rispetto” - dal latino “respicere”: guardare - è sguardo attento a cogliere tutti gli aspetti della realtà: non astensione dal valutare, ma volontà di capire davvero.

Quanto bisogno ci sia di tale rispetto, neppure è il caso di sottolinearlo. Con questo rispetto chi appartiene alle generazioni più giovani deve guardare alle meno giovani; ma anche queste non possono esimersi dal medesimo sguardo verso chi la loro storia non ha vissuto poiché ne ha vissuta un'altra.

Spesso si sente lamentare che i giovani mostrano “insicurezze” e che certi loro atteggiamenti da questo derivano. Ma, se sono insicuri, occorre chiedersi perché lo sono. Non sarà forse perché in ogni ambito il disorientamento è diffuso? O perché si è spesso costretti a constatare che sono deludenti gli esiti di certe impostazioni presentate come sicuri punti di riferimento?

E' necessario il confronto: che non ci si chiuda, che si comprenda attraverso uno sguardo sereno. L'ascolto dei “nonni” presuppone nei “nipoti” la convinzione che è utile ascoltarne l'esperienza, e presuppone nei “nonni” la capacità di un racconto sereno, non astioso, disposto a verificare anche gli esiti delle convinzioni proposte.

A interrompere il dialogo non è la diversità delle posizioni, ma l'atteggiamento con cui esse, spesso, vengono manifestate, a parole con i fatti, da una parte e dall'altra.

I brontolii e le facce deluse non favoriscono il rapporto, come non lo favoriscono le sussiegose reazioni. Il problema del mancato incontro non si risolve lamentandosi che gli altri non vengono a cercarmi, ma mettendomi io alla ricerca dell'altro, senza scoraggiarmi se non subito sono accolto. Se amo davvero le persone, se amo la verità, se sono convinto delle cose che penso, la peggiore comunicazione è il brontolio di fronte al fatto che qualcuno non capisce e non accetta. Capita nei “nonni” e capita nei “nipoti”. Purtroppo. Ma non riesco a pensare che ai nipoti incombano più responsabilità che ai “nonni” in questa faccenda.

Nell'ambito ecclesiale, ecco come si è rivolto il Papa al Clero (27 maggio 2017): “…Ma quello la pensa in modo diverso da me… Ascoltalo! Noi preti, noi vescovi, non siamo il Signore. No. Il Signore è Lui. Noi siamo i discepoli del Signore, e dobbiamo aiutarci gli uni gli altri. Anche litigare. E' bello anche sentire discussioni nelle riunioni sacerdotali, perché se c'è discussione c'è libertà, c'è amore, c'è fiducia, c'è fraternità! Piuttosto, bisogna avere paura del contrario: non dire le cose, ma poi, dietro: Hai sentito cosa ha detto quello scemo? Hai sentito che idea stravagante? La mormorazione, lo “spellarsi” l'un l'altro …”.

XEdoardo, Vescovo
29 giugno 2017
 

È alle porte la Festa Patronale di San Savino.

Alla Città, nel suo variegato insieme di persone, convinzioni e posizioni culturali, ho ricordato che “Patronus” rimanda a “Pater”.

Quale figura paterna servirebbe oggi alla Comunità Eporediese?” mi è stato chiesto in una intervista. Ho risposto: uomini e donne davvero adulti, coscienti delle proprie responsabilità a tutto campo verso le ultime generazioni: chiarezza sui valori da proporre e coerenza che rende credibili, oltre che interessanti... L'emergenza educativa, che oggi tutti affermano essere una grande questione della società, è problema che riguarda i giovani o prima ancora gli adulti? Non c'è un “prima”? Gli adulti, se non sono “padri” nel senso pieno della parola, abdicano al loro compito fondamentale. Come si torna ad essere “padri”? Rispondere a questa domanda è l'inizio dell'impresa, l'inizio del vero amore per i giovani.

Alle comunità cristiane della Città, l'impegno che propongo è che in ognuna sia sempre più visibilmente in atto quanto il Papa ha detto domenica 21 maggio:

E' l'amore ci introduce nella conoscenza di Gesù, grazie all'azione dell''Avvocato' che Gesù ha inviato, cioè lo Spirito Santo. L'amore a Dio e al prossimo è il più grande comandamento del Vangelo. Se c'è un atteggiamento che non è mai facile, non è mai scontato anche per una comunità cristiana, è proprio quello di sapersi amare, di volersi bene sull'esempio del Signore e con la sua grazia. A volte i contrasti, l'orgoglio, le invidie, le divisioni lasciano il segno anche sul volto bello della Chiesa. Una comunità di cristiani dovrebbe vivere nella carità di Cristo, e invece è proprio lì che il maligno 'ci mette lo zampino' e noi a volte ci lasciamo ingannare. E chi ne fa le spese sono le persone spiritualmente più deboli. Quante di loro - e voi ne conoscete alcune -, quante di loro si sono allontanate perché non si sono sentite accolte, non si sono sentite capite, non si sono sentite amate. Quante persone si sono allontanate, per esempio da qualche parrocchia o comunità per l'ambiente di chiacchiericcio, di gelosie, di invidie che hanno trovato lì. Anche per un cristiano saper amare non è mai un dato acquisito una volta per tutte; ogni giorno si deve ricominciare, ci si deve esercitare perché il nostro amore verso i fratelli e le sorelle che incontriamo diventi maturo e purificato da quei limiti o peccati che lo rendono parziale, egoistico, sterile e infedele. Ogni giorno si deve imparare l'arte di amare. Sentite questo: ogni giorno si deve imparare l'arte di amare, ogni giorno si deve seguire con pazienza la scuola di Cristo, ogni giorno si deve perdonare e guardare Gesù, e questo, con l'aiuto di questo 'Avvocato', di questo Consolatore che Gesù ci ha inviato che è lo Spirito Santo”.

XEdoardo, Vescovo
13 luglio 2017
 

Credere è aderire a Cristo, alla Sua Persona, al Dono che Egli ci fa di Sé, alla Parola di vita che Egli ci trasmette; una adesione che è essa stessa dono Suo, ma che cresce attraverso i passi che Egli ci chiede di fare. «Omnes qui credunt in Christum, sic credunt ut diligant: tutti quelli che credono in Cristo credono in Lui così da amarlo – diceva splendidamente sant’Agostino –. Hoc est enim credere in Christum, diligere eum: credere in Cristo, infatti, è amare Cristo».
Testimoniare è la conseguenza di questa comunione con Lui da cui la vita umana riceve un’impronta che è qualcosa di “unico” e di inconfondibile, di non barattabile con nient’altro: una comunione da vivere nel mondo, nell’opposizione a Cristo, nel rifiuto di Lui, secondo uno dei significati del termine; nel mondo dove la fedeltà a Cristo si paga in tanti modi: a volte fino alla perdita della vita (come accade a tanti e tanti nostri fratelli anche oggi in alcune terre), altre volte in modi più “soffici”, ma ugualmente crocifiggenti, come accade anche nella nostra società quando non ci si piega al “politicamente corretto” che è maschera della menzogna, occultamento della verità oggettiva, rifiuto di stare davanti alla realtà…
Al cristiano è chiesto di guardalo, il mondo, con affabilità, ma con occhi fermi, senza illusioni buoniste e falsi irenismi; senza drammi ma anche senza ingenuità e facilonerie… «Non abbiate paura degli uomini... – dice Gesù – Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, annunciatelo dalle terrazze. Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
Parole forti, che ci inducono ad un serio esame di coscienza circa la nostra presenza nella società. «Si ha paura di affrontare la sfida del mondo – scriveva anni addietro un coraggioso vescovo italiano, monsignor Riboldi, in una difficile situazione –. Nei cristiani alla saldezza della fede professata pubblicamente si è sostituita una incredibile dicotomia tra fede e vita, tanto da farne due cose distinte e talora anche opposte».
La testimonianza coraggiosa e aperta attira spesso l’accusa di essere uomini e donne “senza patria”, ostili alla società in cui viviamo, irragionevoli elementi di disturbo…
“Senza patria”? Ricordo di aver visto su un pilastro della chiesa di S. Salvatore in Cora, a Costantinopoli, l’immagine di una splendida Madonna che stringe al petto Gesù. Sullo sfondo d’oro del mosaico, accanto a Maria una scritta: «Madre di Dio, patria di chi non ha patria quaggiù», e accanto a Cristo: «Patria dei viventi».
I credenti in Cristo sono uomini e donne che non rifiutano la patria terrena; la amano, ma amano innanzitutto Colui che svela il significato profondo del vivere terreno, essendo Egli «la Via, la Verità e la Vita», Colui senza il Quale tutto si offusca, anche le realtà più alte, anche l’amore per le persone, anche il senso del lavoro e dell’impegno.
L’inimicizia di chi vorrebbe eliminare la presenza, come di Cristo così dei cristiani, si ammanta talora di parole che non svelano immediatamente gli intenti. Ma Gesù dice: «Non abbiate paura… Verrà alla luce»! E chissà: forse prima di quanto pensiamo…

XEdoardo, Vescovo
27 luglio 2017
 

Domani, 28 luglio, sono cinque anni dall’annuncio della mia nomina a vescovo di Ivrea. Sono andato a rileggere ciò che scrissi in quella circostanza alla Diocesi.
 
«Carissimi Amici, permettetemi di porgervi il primo saluto con questa parola nella quale risuona quella rivolta da Gesù ai suoi discepoli nella Cena in cui ci ha donato l’Eucarestia: “Vi ho chiamato amici […] voi siete miei amici”.
Nella luce di questa altissima parola, sgorgata dal Cuore del Dio che si è fatto uomo perché gli uomini ricevano una vita nuova, intendo il ministero che a vostro favore mi è stato affidato.
Avremo modo di parlarci guardandoci negli occhi. Ma fin d’ora vi dico che cosa porto nel cuore:
- ciò in cui desidero crescere, anche come Vescovo, è la mia amicizia con Gesù Cristo: “l’intima amicizia con Gesù da cui tutto dipende”, come scrive stupendamente il Santo Padre Benedetto XVI nella Premessa al Suo libro “Gesù di Nazaret”;
- ciò a cui tengo maggiormente e che desidero servire è la vostra amicizia con Cristo;
- ciò di cui sono certo è che nell’amicizia personale di ognuno di noi con Cristo crescerà anche la nostra reciproca amicizia di discepoli del Signore, nella quale vedo realizzarsi la paternità che sono mandato ad esercitare nei vostri confronti e la filialità che la Santa Chiesa chiede a voi nei confronti del Vescovo.
Il motivo per cui la Provvidenza ha disposto che ci incontriamo per fare insieme un tratto di cammino è che Gesù Cristo diventi sempre più il centro della nostra vita; che la nostra esistenza sia trasformata dalla Sua gloria che è la Sua presenza amata ed accolta; che a Ivrea sia da noi vissuta la vita nuova che avrà la sua pienezza nella Casa luminosa e bellissima del Padre.
Tutto il resto ha senso solo in questo contesto. Tutto il resto lo vivremo – con l’aiuto di Dio – vivendo questa realtà da cui “tutto dipende”, e vivendola nella comunione con il Vicario di Cristo al Quale esprimo la mia più convinta adesione di fedeltà e di amore filiale.
Con profonda convinzione mi permetto di scrivere anche a voi quanto ho detto, in questa circostanza, ai numerosi amici che Dio mi ha dato e di cui ringrazio il Signore: quando mi è stato comunicato che il Santo Padre Benedetto XVI  mi aveva scelto per l’Episcopato, il mio pensiero è andato ai giorni che precedettero la mia Ordinazione sacerdotale, quando mi chiedevo perché proprio me il Signore avesse scelto per una missione così sublime, tra tanti miei coetanei sicuramente più degni… Sapevo la risposta, ma avevo bisogno di ripetermela: Egli sceglie secondo criteri che non sono i nostri; l’atto con cui ci promuove – e ci smuove, spingendoci avanti – è un atto del Suo Amore fedele con il quale Egli offre al chiamato la salvezza che è inviato a portare.
Realisticamente consapevole che anche ora si è verificata la stessa cosa, ho scelto come motto del mio episcopato le parole dell’Apostolo Paolo: «Ille fidelis»: «Dio rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2 Tim. 2,13). E con questa fiduciosa certezza intraprendo la nuova via: nuova nel senso che è un nuovo inizio innestato sull’Inizio che ha dato origine a tutto!
E’ una grande gioia per me constatare che il mio servizio episcopale ha inizio nell’imminenza dell’“Anno della fede” indetto dal Santo Padre con la Lettera Apostolica “Porta fidei”.
In essa leggiamo che tale Anno “è un invito ad un’autentica e rinnovata conversione al Signore, unico Salvatore del mondo”, e troviamo una preziosa indicazione di cammino: “Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato. Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone”.
Vivremo l’Anno della Fede. Sarà l’inizio del nostro cammino insieme, ma anche la luce da cui desidero che esso, tutto intero, sia rischiarato».
 
A cinque anni da allora, mentre chiedo perdono a Dio e ai fratelli per le inadempienze, dentro a quella «amicizia da cui tutto dipende» rinnovo il mio “sì” al Signore e alla Chiesa.

XEdoardo, Vescovo
31 agosto 2017
 

Al beato Pier Giorgio Frassati e al servo di Dio Gino Pistoni ho chiesto intercessione per il nostro cammino nell'anno pastorale che ci vedrà impegnati, in ragione del prossimo Sinodo, a parlare “con” i giovani.

In questo asterisco, però, uno sguardo rivolgo ai manzoniani “donna Prassede” e “don Ferrante”. La prima non è “una” donna, e il secondo non è “un” uomo: sono personaggi a cui uomini e donne, giovani e vecchi, preti, vescovi e laici, possiamo guardare per vedere se troviamo qualcosa di utile: vedere se siamo diversi da loro, intendo.

“Era donna Prassede una vecchia gentildonna molto inclinata a far del bene: mestiere certamente il più degno che l'uomo possa esercitare; ma che purtroppo può anche guastare, come tutti gli altri. Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari d'ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de' nostri giudizi, con le nostre idee; le quali bene spesso stanno come possono. Con l'idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n'aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n'era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care. Le accadeva quindi, o di proporsi per bene ciò che non lo fosse, o di prender per mezzi, cose che potessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta, o di crederne leciti di quelli che non lo fossero punto, per una certa supposizione in confuso, che chi fa più del suo dovere possa far più di quel che avrebbe diritto; le accadeva di non vedere nel fatto ciò che c'era di reale, o di vederci ciò che non c'era; e molte altre cose simili, che possono accadere, e che accadono a tutti, senza eccettuarne i migliori; ma a donna Prassede, troppo spesso e, non di rado, tutte in una volta” (I Promessi Sposi, Cap. XXV).

“Don Ferrante passava di grand'ore nel suo studio, dove aveva una raccolta di libri considerabile, poco meno di trecento volumi: tutta roba scelta, tutte opere delle più riputate, in varie materie; in ognuna delle quali era più o meno versato”.

Circa la peste che imperversava, “”In rerum natura”, diceva, “non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser né l'uno ne l'altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera. E son qui. Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia sostanza spirituale, è uno sproposito che nessuno vorrebbe sostenere; sicché è inutile parlarne. Le sostanze materiali sono, o semplici, o composte. Ora, sostanza semplice il contagio non è […] sostanza composta, neppure. Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dotti che si comunica da un corpo all'altro; ché questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro. Posti questi princìpi, cosa serve venirci tanto a parlare di vibici, d'esantemi, d'antraci... ? […] His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s'attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle” (I Promessi Sposi, Cap. XXVII).

Più sobria la descrizione manzoniana del trapasso di donna Prassede: “Di donna Prassede, quando si dice ch'era morta, è detto tutto”.

XEdoardo, Vescovo
14 settembre 2017
 

Nella Liturgia delle Ore, alle Lodi del Venerdì della I settimana, si legge un passo della Lettera di san Paolo agli Efesini. Ricorre ogni quattro settimane, ma per l’impegno che propone non sarebbe stonato se ricorresse anche ogni giorno: «Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto, parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano. E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno della redenzione. Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo» (Efes., 4, 29-32).
Sono tante le cose che si fanno nelle nostre comunità; tante e anche con impegno, con lodevole sacrificio. Ma non sempre il “clima” che si respira è quello che l’Apostolo propone e che presenta già nei versetti che precedono quelli citati: «Vi esorto io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. […] Vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l'energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità. […] Dovete deporre l'uomo vecchio con la condotta di prima, l'uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera. Siamo membra gli uni degli altri. […] Non date occasione al diavolo».
L’unità è obiettivo da raggiungere, ma con la chiara consapevolezza che non siamo noi a definirla, poiché essa è dono che preesiste ad ogni nostro sforzo e ad ogni nostra azione: «Nella Chiesa ogni “voler-essere-uno” fa appello ad un “essere-già-uno”» diceva von Balthasar. L’ha realizzata Gesù Cristo l’unità, e per questo la divisione è qualcosa di così doloroso: perché nasconde la realtà, la verità; manifesta soltanto le nostre debolezze e le nostre menzogne.
«Non possiamo rassegnarci – scrive p. Antonio Sicari – al fatto che l’unità non emerga; ogni divisione è una ferita, uno strappo. Per costruire una comunità occorrono quella forza, quell’energia, quella generosità, quell’impeto, quella missionarietà, quella fantasia, quella creatività che ci vengono dalla coscienza della forte unità che scorre tra noi, nel sangue di Cristo. Ciò non toglie che possiamo anche guardarci in faccia con realismo e vederci così come siamo: a volte lontani, cattivi, stupidi… Ma se vogliamo trattarci da cristiani, lavorare assieme da cristiani, se vogliamo riaggrapparci alla nostra fede, dobbiamo comunque dire: “Questi elementi di disunione e questo sfilacciamento dei rapporti non sono verità, ma menzogna”. Nel pieno delle nostre divisioni, basterebbe che arrivasse uno a dirci: “Ricordiamoci che il Signore è in mezzo a noi!”. Basterebbe questo per ricominciare a essere uniti nel Suo nome».

XEdoardo, Vescovo