Lunedì 21 Gennaio - Sant'Agnese -
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Intervista "Risveglio" 31.08.2017
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Asterischi 2017

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"Asterischi" è una forma di colloquio, una comunicazione semplice, familiare, su qualche argomento emerso magari da un incontro o dall'osservazione di qualche cosa: asterischi, appunto, come le stelle più piccole che vediamo nel cielo, un po' tremule rispetto alle loro sorelle più grandi e luminose, ma stelle.

 

 

La rubrica, tenuta dal Vescovo, compare su 'Il Risveglio popolare' a cadenza quindicinale.

 

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4 gennaio 2018
 

Tre asterischi… e buon anno!
 
Agnese disse a Renzo: “Andate a Lecco; cercate del dottor Azzecca-garbugli, raccontategli... Quello è una cima d’uomo! Pigliate quei quattro capponi, poveretti! a cui dovevo tirare il collo, per il banchetto di domenica, e portateglieli; perché non bisogna mai andar con le mani vote da que’ signori. Raccontategli tutto l’accaduto; e vedrete che vi dirà, su due piedi, di quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno... Agnese levò, a una a una, le povere bestie dalla stia, riunì le loro otto gambe, come se facesse un mazzetto di fiori, le avvolse e le strinse con uno spago, e le consegnò in mano a Renzo… Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente… Quelle quattro teste spenzolate s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura… “Mi scusi, signor dottore. Vorrei sapere se, a minacciare un curato, perché non faccia un matrimonio, c’è penale” disse Renzo...  “Ho capito, disse tra sé il dottore, che in verità non aveva capito… “È un caso chiaro, contemplato in cento gride, e... appunto, in una dell’anno scorso, dell’attuale signor governatore. Ora vi fo vedere, e toccar con mano”… “Pare che abbian fatta la grida apposta per me” disse Renzo... ma quando intuì di essere stato scambiato per l’offensore: “oh! signor dottore, come l’ha intesa? l’è proprio tutta al rovescio. Io non ho minacciato nessuno; io non fo di queste cose, io... La bricconeria l’hanno fatta a me”. “Diavolo!” esclamò il dottore, spalancando gli occhi… Andate, andate; non sapete quel che vi dite”… Chiamò la serva, e le disse: “restituite subito a quest’uomo quello che ha portato: io non voglio niente, non voglio niente”. Quella donna non aveva mai, in tutto il tempo ch’era stata in quella casa, eseguito un ordine simile… ma non esitò a ubbidire”.
Come la “notte degli imbrogli”: “Renzo il quale strepitava di notte in casa altruiha tutta l'apparenza d'un oppressore; eppure alla fine del fatto, egli era l'oppresso. Don Abbondioparrebbe la vittima; eppure in realtà era egli che faceva torto. Così va sovente il mondo... voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo” (I promessi sposi, cap.3; cap.8).

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Ho un ricordo che mi accompagna… Al termine della visita di un Superiore maggiore ad una comunità oratoriana, il visitatore ripeté più volte – ne aveva motivo, sinceramente – il “grazie” per il buon lavoro che aveva constatato e per il clima fraterno che si respirava nella comunità. Il Superiore locale, ringraziando per la gentilezza, osservò: “Ma è la nostra famiglia, Padre! Ci mancherebbe che non lo facessimo…”. Raccontai l’episodio all’incontro della Curia con il Vescovo per gli auguri di Natale 2016. Ho ringraziato tutti ricordando anche  per chi è che si lavora.

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Leggo che la statunitense NBC ha stabilito che i suoi giornalisti e dipendenti dovranno attenersi a rigide norme nel rapporto tra colleghi: denunciare relazioni in ufficio, persino rivolgendosi ad apposita linea telefonica anti-molestie; mai condividere un taxi per tornare a casa; divieto di abbracci “con contatto corporeo”; se questi ci fossero per particolari occasioni – un compleanno… –, il gesto dovrà durare pochi secondi “con immediato rilascio” per non dar adito a fraintendimenti e illazioni.
Vabbé. Mi limito a chiedermi: quest’anno non è il 50° anniversario del Sessantotto?  

Buon anno, amici!

XEdoardo, Vescovo

19 gennaio 2018
 

Sedici secoli fa, il 22 gennaio 418, moriva san Gaudenzio. Novara dedica al suo primo vescovo festeggiamenti solenni. E noi eporediesi ci associamo ricordando che Ivrea, tra il 327/337, gli ha dato i natali; che qui egli iniziò il suo cammino di cristiano, proseguito poi nella formazione ricevuta a Vercelli, nel cenobio sacerdotale istituito da sant’Eusebio, da dove, ordinato sacerdote, fu mandato a Novara in aiuto al prete Lorenzo, l’unico in quelle zone.

Siamo alle origini del cristianesimo in Piemonte, la Regio IX Italiae, popolata dai celto-liguri, due etnie ormai romanizzate da tempo. La diffusione del Vangelo avanzava lentamente con gli apporti di Milano e anche della Gallia, da dove – testimonia san Gregorio di Tours – fin dal secolo III non pochi missionari laici partirono per il Piemonte. Nella lettera dall’esilio a cui fu mandato per la sua coraggiosa adesione alla fede proclamata dal Concilio di Nicea, Eusebio saluta, insieme alla comunità vercellese, le già organizzate comunità di Novara, Ivrea, Tortona. Sant’Eusebio era giunto a Vercelli come vescovo nel 345. Intensa fu la sua opera di evangelizzazione; nel suo cenobio ricevettero una forte impronta grandi figure di Vescovi: Limenio e Onorato, suoi successori, Gaudenzio di Novara, Esuperanzio di Tortona; ma anche Eustasio di Aosta, Massimo di Torino e il nostro primo vescovo, Eulogio di Ivrea.

Per la Chiesa, terminate da poco le persecuzioni cruente durate più di due secoli ad opera del paganesimo, la testimonianza della fede richiedeva il coraggio e la dedizione dei “confessori”, testimoni della fedeltà a Cristo nelle vicende quotidiane: tra esse, le sofferenze, tutt’altro che lievi, inflitte dai potenti sostenitori dell’eresia ariana che, negando la divinità di Cristo, minava alle radici il cristianesimo. Per la società è il tempo in cui l’Impero conosce il tracollo, affrettato dalle invasioni barbariche: Massimo di Torino parla nelle sue omelie delle immani distruzioni, invitando però i fedeli a non perdere il coraggio: «I barbari – diceva – hanno distrutto le vostre abitazioni, non la città, perché la città siete voi». Gaudenzio è testimone della fede e della carità cristiana in un’epoca difficile che per non pochi aspetti richiama la nostra.

Nel 355 Eusebio era stato condannato all’esilio dall’Imperatore filoariano Costanzo II: a Scitopoli di Palestina, dove la lontananza dalla sua comunità e le preoccupazioni per essa acuirono le sofferenze fisiche, il diacono Siro e l’esorcista Vittorino gli portarono la consolante notizia che nessun vescovo ariano si era insediato a Vercelli e che il clero ed il popolo erano rimasti fedeli alla autentica dottrina della fede. Dovettero sicuramente commuovere anche Gaudenzio le parole del vescovo Eusebio: «Mi compiaccio, fratelli, della vostra fede e mi rallegro della salvezza che essa in voi ha prodotto. Sappiate che a mala pena ho potuto scrivervi questa lettera, pregando continuamente Dio di trattenere i miei custodi e di concedere al nostro diacono di poter portare a voi piuttosto i nostri saluti che le notizie delle nostre tribolazioni. Vi scongiuro pertanto insistentemente di custodire con ogni cura la vostra fede, di mantenervi concordi, di essere assidui nell’orazione, di ricordarvi sempre di noi, perché il Signore si degni di dare libertà alla sua Chiesa, ora oppressa su tutta la terra, e perché noi, che siamo perseguitati, possiamo riacquistare la libertà e rallegrarci con voi».

Dalla Palestina Eusebio sarà trasferito in Cappadocia e poi nella Tebaide; i gravi maltrattamenti fisici continueranno, ma nel 361 anche per lui si aprì la via del ritorno. «Al ritorno di Eusebio l'Italia depose le vesti del lutto» scrisse san Girolamo. A Vercelli fu ricevuto in trionfo. Il popolo gli andò incontro dicendo: «Ti assicuriamo, Padre, che abbiamo conservato integro il patrimonio della fede come tu ce l'hai insegnata a viva voce e confermata con lettere dall'esilio ».

E’ facile pensare che tra quel popolo festante ci fosse anche Gaudenzio che nel 398 sarà consacrato vescovo di Novara, con ogni probabilità da Simpliciano, successore di Ambrogio: e continuerà per circa vent’anni la sua opera di appassionato predicatore, formatore di sacerdoti nello stile appreso da Eusebio, maestro e testimone del Vangelo per il popolo cristiano. Alla sua morte fu sepolto fuori le mura; nel V secolo fu edificata una basilica che presto prese il suo nome. Le sue reliquie sono ora custodite nella basilica attuale, la cui ardita cupola antonelliana, con il pinnacolo che raggiunge i 121 m., sembra dire: Gaudenzio è qui!

Se pochi sono i dettagli che conosciamo della vita di Gaudenzio, il suo vero ritratto, ancor più affascinante di quello prezioso affrescato della cripta della nostra Cattedrale, è la sua indomita fedeltà a Cristo in un tempo per nulla facile.

 

XEdoardo, Vescovo

1 febbraio 2018
 

E’ sempre una grande gioia per me celebrare la festa di Don Bosco in Cattedrale, come lo è incontrare i ragazzi del “Cagliero” ogni volta che vado a trovali, pure quelli di S. Benigno.
Don Bosco è qui!
Questo “è qui” – che i cristiani dei primi secoli scrissero sul muro della tomba di Pietro nel cimitero Vaticano: “Petros eni… Pietro è qui” – è una grande verità: i nostri Santi non continuano a vivere solo in cielo, ma sono qui tra noi perché vivono in Cristo, nel Signore risorto; e in Lui, presente tra noi, ci sono anche loro presenti e vivi… Sono qui tra noi, inoltre, perché la loro fede, la testimonianza della loro vita, l’opera che hanno compiuto continuano nella Chiesa.
Tutto ciò che Don Bosco ha vissuto, il patrimonio di immenso valore che ci ha lasciato, è preziosa eredità.
A questo proposito Papa Francesco ha detto recentemente: «Quello che tu erediti dai tuoi padri riguadàgnatelo, per possederlo… Uno d limiti delle società attuali è di avere poca memoria, e questo ha delle conseguenze gravi: si diventa preda dei capricci e delle voglie del momento, schiavi di falsi miti che promettono la luna, ma ci lasciano delusi e tristi, alla ricerca spasmodica di qualcosa che riempia il vuoto del cuore. Ma l’eredità non basta custodirla. Occorre camminare: camminare sulla strada attraverso la quale arriva a noi la grande tradizione della fede, sulla quale ha camminato una moltitudine di testimoni che da duemila anni rinnovano l’annuncio dell’avvenimento del Dio-con-noi. Riguadagnare la propria eredità è un impegno a cui la Madre Chiesa chiama ogni generazione, senza lasciarsi spaventare da fatiche e sofferenze, che fan parte del cammino. Solo riguadagnando il vero, il bello e il buono che i nostri padri ci hanno consegnato, potremo vivere come un’opportunità il cambiamento d’epoca in cui siamo immersi, come occasione per comunicare agli uomini la gioia del Vangelo».
La gioia del Vangelo! E’ la gioia che Don Bosco ha vissuto, in mezzo a tante difficoltà e a tanti sacrifici; la gioia che Gesù non solo annuncia come possibile ma che Egli dona a coloro che lo accolgono e lo seguono… Egli è venuto a portar ciò che rende piena la vita. Non toglie nulla; aggiunge al nostro vivere quel “centuplo” che dà alla vita la pienezza che il nostro cuore desidera.
 “Don Bosco è qui” e noi guardiamo il suo volto, sul quale è riflesso innanzitutto il suo amore per i giovani, il suo desiderio fortissimo di portarli all’incontro con Gesù Cristo.
Capì che nel suo tempo, all’apparenza ancora segnato da religiosità, stava innescandosi un processo di scristianizzazione che avrebbe allontanato i giovani – e non solo essi – dalla fede. Capì gli effetti disastrosi di una ideologia che lavorava a scardinare la fede relegando in un cantuccio i credenti ed accettandone la presenza solo se disponibili a collaborare alla realizzazione di un progetto di società pensato in chiave anticattolica ed anticristiana. Capì ciò che altri pure capivano, ma non fece l’errore di ritirarsi in sterili polemiche: si piantò coraggiosamente nel campo della società, creò forme nuove, organizzò la presenza cattolica nell’educazione, nel lavoro, nella società.
Diceva in un Discorso del 1879, pubblicato con il titolo: “Non abbiamo paura!”: «Già Terlulliano diceva a’ pagani: Voi non ci volete perché cristiani: e noi v’abbiamo già empito il vostro esercito, le vostre piazze, traffichiamo con voi nei mercati, ci affratelliamo in tutte le cose, lasciamo a voi solo i templi de’ vostri idoli. Anche i Salesiani diranno: Voi non volete più frati, né religiosi, e noi verremo a farci laureare nelle vostre università per difendere il più caro patrimonio del genere umano, le verità che salvano. Bene, noi saremo artigiani nelle vostre botteghe e lavoreremo come servi fedeli del Padre di tutti; noi saremo chiamati coscritti nei vostri reggimenti, e faremo rispettare le virtù e la religione che non si conoscono se non per bestemmiarle;oh sì, vogliamo intrometterci tra voi dappertutto, e lasceremo ai nemici della religione solo le tane dei vizii. I Salesiani si son gettati nel mezzo di una società in movimento, in progresso, ed essi devono dire con vivace parola: Fratelli, anche noi corriamo con voi; e con amabile affabilità fermarli seco, quasi a divertirli con una cert’aria di novità».
Amici, Don Bosco è qui !

 

XEdoardo, Vescovo

15 febbraio 2018
 

Quaresima: lo sguardo rivolto a Dio per vedere bene chi siamo noi…
Ho terminato la lettura di un “libricino” – accade talvolta che piccola mole e ricco contenuto si trovino insieme – di un mio giovane confratello nell’Oratorio di san Filippo Neri: Maurizio Botta, Sto benissimo. Soffro molto, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 2017.
E’ la trascrizione degli incontri che p. Maurizio tiene alla “Chiesa Nuova” di Roma nell’ambito dell’Oratorio: l’iniziativa della pubblicazione – come di altre – non è sua: tra i partecipanti c’è chi  provvede, pensando, come Costanza Miriano (nella Prefazione): «le avevo ascoltate in diretta, ma leggere è un’altra cosa: non perdi una sillaba, puoi tornare indietro, fermarti a riflettere, ripartire…».
I sei capitoletti – 1. La gelosia. 2. Stress, perfezionismo, ansia da prestazione… Che fare? 3. Pregiudizi sull’orgoglio. 4. Sto benissimo, soffro molto! 5. Senso di colpa. Quando ansie e paure tolgono la gioia. 6. A che ora muore la speranza? Il futuro non è più quello di una volta – riportano la riflessione iniziale che si sviluppa anche nelle risposte date ad alcune domande del pubblico.
«Scorrendo queste parole – scrive la Miriano – ho cominciato a guardare alle questioni (le passioni, i difetti umani, i sentimenti e gli abiti mentali) mettendo via le mie categorie già belle e organizzate e scoprendo che le cose possono essere guardate con più intelligenza, più sensibilità e amore per l’uomo, che è la cifra di fondo di queste pagine […] Perché così tanta gente affolla la “Chiesa Nuova” i venerdì dei “Cinque passi”? Perché ci si portano gli sgabelli o ci si siede per terra o sui gradini dei confessionali …? Che bisogno c’è? La notizia appunto è il bisogno. L’uomo è malato. In tutti i tempi, a tutte le latitudini, l’uomo è un malato bisognoso di guarigione. Nel linguaggio della fede diciamo che ogni uomo ha bisogno di essere redento. Nel linguaggio del mondo possiamo anche dire che “sono tutti fuori di testa”. Ma, comunque scegliamo di dirlo, questa è un’ evidenza…».
Sulla gelosia.
«Mi pongo come esploratore di un “paese”, quello della gelosia da cui credevo non fosse possibile liberarsi e guarire… Mi sono divertito a scovare su Facebook tantissimi gruppi dedicati all’argomento, un vero e proprio “campionario” di gelosie. Li ho esplorati, però, in chiave benevola, cercando in ognuno quel fondo di verità che, secondo la mia piccola e personale esperienza, poteva contenere. Dico subito che, al di là delle differenze, una verità li accomuna tutti: della gelosia ci si vergogna, profondamente. Che poi ci si giustifichi, si minimizzi, si neghi, si passi all’attacco dicendo: “Sono fatto così”, sono questioni di lana caprina. La sostanza resta».
Ventisei paginette di piccolo formato (12x19) si leggono in un soffio. Poi si è spinti a pensare per ore, per giorni. Ero tentato di riassumerle per questo asterisco. Non l’ho fatto; non solo per la difficoltà di sintetizzare argomentazioni di grande respiro; è che mi piacerebbe che molti leggessero il testo integrale… Per guarire da una malattia tutt’altro che leggera non basta qualche pillola…      
Sull’orgoglio.
«E’ sempre sbagliato o nella vita ci vuole un po’ di sano orgoglio? E, sprovvisti di orgoglio, non  si rischia di rimanere schiacciati dalla propria umiltà? E cos’è di preciso l’umiltà? Se realizzo qualcosa è merito mio, o Dio c’entra qualcosa?... Come fa notare Jessica Tracy, psicologa della British Columbia University, nonostante la sua centralità nel comportamento sociale l’orgoglio è stato poco indagato. Mentre su altre emozioni complesse troviamo un florilegio di pubblicazioni, sull’orgoglio è stato detto e scritto pochissimo… Le persone superbe stanno male e fanno star male gli altri; alla radice di moltissimi patimenti ci sono proprio loro: orgoglio e superbia… ».
Ventitré paginette (12x19), con due allegati: dalle Lettere di Berlicche di C. S. Lewis.
Anche qui, mi guardo bene dal tentare un riassunto: per gli stessi motivi per cui non l’ho fatto a proposito della gelosia. Solo una nota: le riflessioni affidate al “libricino” sono quelle di un corso di “catechesi”: al centro sta la Parola di Dio. Le riflessioni di p. Maurizio – è ancora la Miriano a sottolinearlo – sono un «salire come nani sulle spalle dei giganti, mettendo duemila anni di storia della Chiesa (con il suo patrimonio di padri, dottori e santi) insieme al cinema, la letteratura, la musica di tutti i tempi, fino a quella contemporanea… Nessun complesso di inferiorità nei confronti della cultura “laica”: anzi, la capacità di trovare ovunque, anche negli angoli più lontani dalle sacrestie, semi di bene e bellezza e verità, perché la fede non mortifica mai l’intelligenza, ma la compie… ».

 

XEdoardo, Vescovo

1 marzo 2018
 

Ricorrendo quest’anno il XVI centenario della morte, ho ricordato in un asterisco l’eporediese san Gaudenzio, primo vescovo di Novara. Ma la vita di questo insigne Pastore rimanda – così la tradizione – anche ad una donna cristiana dell’antica Eporedia, la cui memoria liturgica ricorre nel calendario diocesano il 13 febbraio e la cui statua svetta in alto sulla nostra Cattedrale, a destra di chi guarda la facciata.
Prove documentarie che consentano di conoscere nei particolari la vicenda umana di santa Giuliana non esistono. L’agiografo della medievale Vita sancti Gaudentii la presenta come colei da cui Gaudenzio – ad insaputa dei suoi famigliari che, nonostante gli sforzi del giovane, non abbandonarono la religione pagana – ricevette i primi elementi della fede cristiana. E, riguardo alla quale, la Passio (V secolo) dei santi martiri Avventore, Solutore ed Ottavio narra che trasportò a Torino il corpo di Solutore, martirizzato sulla riva della Dora, a Caravino, e lo depose accanto a quello dei suoi due compagni uccisi in città. Sul luogo Giuliana fece edificare una memoria presso la quale lei stessa verrà sepolta. Poi, edificata intorno al Mille, sulla memoria dei Martiri, la chiesa abbaziale di S. Solutore, anche le sue reliquie saranno qui custodite fino a quando Francesco I di Francia, nel 1536, farà abbattere l’edificio per dare spazio alla costruzione della Cittadella; da quel momento anche i resti di santa Giuliana saranno posti nella nuova chiesa di via Dora Grossa (oggi Garibaldi) dove ancora si trovano. Recenti scavi archeologici all’interno del Mastio della Cittadella hanno riportato alla luce una piccola necropoli e parti di un muro dell’abbattuta abbazia: prezioso riscontro di quella che fu una delle culle del cristianesimo di Torino (ne parlano san Massimo e Ennodio, vescovo di Pavia, che alla fine del quinto secolo pregò sulle tombe dei martiri) restituendo alla città memorie antiche divenute nel tempo quasi leggendarie.
La figura di questa donna ci richiama la sollecitudine di tante donne nella diffusione del cristianesimo, il ruolo prezioso che, fin dagli inizi, esse svolsero nella trasmissione della fede.
In linea con i suoi ultimi Predecessori ne fa esplicito riferimento Papa Francesco anche nella Evangelii gaudium sottolineando, in relazione alla missione, la sensibilità della donna nell’accompagnare le situazioni quotidiane e richiamando la necessità di una sua maggiore presenza anche là dove si prendono decisioni importanti per la vita delle comunità.
Gli stessi verbi che introducono il n. 24 della Esortazione apostolica ed esprimono l’indirizzo che il Papa intende dare al cammino della Chiesa – prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare, festeggiare – si possono leggere agevolmente in declinazione femminile: le donne ben conoscono queste azioni nella loro quotidianità, e sanno imprimervi una sensibilità particolare. Il “genio femminile”, tante volte sottolineato da san Giovanni Paolo II, consente loro di svolgere l’opera evangelizzatrice con un “protagonismo” che permette alle cose di accadere nel modo più accogliente, inclusivo, festoso per tutti. Quando si parla di saper far sentire il profumo del Vangelo (39) come non pensare a Maddalena che unge Gesù di olio profumato (quel "di più" che per la saggezza maschile è spesso incomprensibile)? E’ la donna che profuma la casa tenendola pulita, cuocendo i cibi, rendendo sensibile e "respirabile" l’atmosfera di accoglienza e sollecitudine. Da questo la Chiesa – che è «una madre dal cuore aperto» (46) –  ha da imparare. Una donna, Maria – scrive il Papa – è più importante dei vescovi (104); «quale madre di tutti, è segno di speranza per i popoli che soffrono i dolori del parto finché non germogli la giustizia. È la missionaria che si avvicina a noi per accompagnarci nella vita, aprendo i cuori alla fede con il suo affetto materno. Come una vera madre, cammina con noi, combatte con noi, ed effonde incessantemente la vicinanza dell’amore di Dio» (286).
Il tratto femminile non è esclusivo ma inclusivo; non deve scegliere tra il "domestico" e il "pubblico" ma portare ovunque uno stile e uno sguardo originale; non si definisce in termini di contrapposizione-rivendicazione rispetto alla dimensione maschile, né in termini di equivalenza, ma secondo l’insostituibile contributo di unicità che la specificità femminile apporta al genere umano: duale e non dualista, perché «maschio e femmina li creò».

 

XEdoardo, Vescovo

15 marzo 2018
 

Nelle catechesi che il Papa sta facendo sulla S. Messa ho notato l’abbondante riferimento all’«Ordinamento Generale del Messale Romano»: un testo familiare a chi è chiamato a presiedere la celebrazione e a educare i fedeli alla piena e consapevole partecipazione. «Il rinnovamento della Chiesa – scrive Silvano Sirboni – prende l’avvio dalla celebrazione eucaristica che è fonte permanente della vita e della missione della Chiesa (cf Vat.II, S.C. 10; P.O. 5): “Non è possibile che si formi una comunità cristiana se non avendo come radice e come cardine la celebrazione dell’Eucaristia, dalla quale deve quindi prendere le mosse qualsiasi educazione tendente a formare lo spirito di comunità” (P.O. 6)».
 
Lo scorso 1 marzo il Santo Padre ha presentato, dopo la Liturgia della Parola, «l’altra parte costitutiva della Messa, che è la Liturgia eucaristica».
«In essa – ha detto – attraverso i santi segni, la Chiesa rende continuamente presente il Sacrificio della nuova alleanza sigillata da Gesù sull’altare della Croce (cfr S.C.,47). È stato il primo altare cristiano, quello della Croce, e quando noi ci avviciniamo all’altare per celebrare la Messa, la nostra memoria va all’altare della Croce, dove è stato fatto il primo sacrificio. Il sacerdote, che nella Messa rappresenta Cristo, compie ciò che il Signore stesso fece e affidò ai discepoli nell’Ultima Cena: prese il pane e il calice, rese grazie, li diede ai discepoli, dicendo: «Prendete, mangiate … bevete: questo è il mio corpo … questo è il calice del mio sangue. Fate questo in memoria di me».
Obbediente al comando di Gesù, la Chiesa ha disposto la Liturgia eucaristica in momenti che corrispondono alle parole e ai gesti compiuti da Lui la vigilia della sua Passione. Così, nella preparazione dei doni sono portati all’altare il pane e il vino, cioè gli elementi che Cristo prese nelle sue mani. Nella Preghiera eucaristica rendiamo grazie a Dio per l’opera della redenzione e le offerte diventano il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo. Seguono la frazione del Pane e la Comunione, mediante la quale riviviamo l’esperienza degli Apostoli che ricevettero i doni eucaristici dalle mani di Cristo stesso (cfr Ordinamento Generale del Messale Romano, 72).
Al primo gesto di Gesù: «prese il pane e il calice del vino», corrisponde quindi la preparazione dei doni. È la prima parte della Liturgia eucaristica. E’ bene che siano i fedeli a presentare al sacerdote il pane e il vino, perché essi significano l’offerta spirituale della Chiesa lì raccolta per l’Eucaristia. È bello che siano proprio i fedeli a portare all’altare il pane e il vino. E al riguardo è significativo che, nell’ordinare un nuovo presbitero, il Vescovo, quando gli consegna il pane e il vino, dice: «Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico». Nei segni del pane e del vino il popolo fedele pone la propria offerta nelle mani del sacerdote, il quale la depone sull’altare o mensa del Signore, «che è il centro di tutta la Liturgia eucaristica» (OGMR 73). Cioè, il centro della Messa è l’altare, e l’altare è Cristo; sempre bisogna guardare l’altare che è il centro della Messa. Nel «frutto della terra e del lavoro dell’uomo», viene pertanto offerto l’impegno dei fedeli a fare di sé stessi, obbedienti alla divina Parola, un «sacrificio gradito a Dio Padre onnipotente», «per il bene di tutta la sua santa Chiesa». Così «la vita dei fedeli, la loro sofferenza, la loro preghiera, il loro lavoro, sono uniti a quelli di Cristo e alla sua offerta totale, e in questo modo acquistano un valore nuovo» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1368).
Certo, è poca cosa la nostra offerta, ma Cristo ha bisogno di questo poco. Ci chiede, nella vita ordinaria, buona volontà, cuore aperto, voglia di essere migliori per accogliere Lui che offre se stesso a noi nell’Eucaristia; ci chiede queste offerte simboliche che poi diventeranno il Suo corpo e il Suo sangue. Un’immagine di questo movimento oblativo di preghiera è rappresentata dall’incenso che, consumato nel fuoco, libera un fumo profumato che sale verso l’alto: incensare le offerte, come si fa nei giorni di festa, incensare la croce, l’altare, il sacerdote e il popolo sacerdotale manifesta visibilmente il vincolo offertoriale che unisce tutte queste realtà al sacrificio di Cristo (cfr OGMR, 75). E non dimenticare: c’è l’altare che è Cristo, ma sempre in riferimento al primo altare che è la Croce. La spiritualità del dono di sé, che questo momento della Messa ci insegna, possa illuminare le nostre giornate, le relazioni con gli altri, le cose che facciamo, le sofferenze che incontriamo, aiutandoci a costruire la città terrena alla luce del Vangelo».

XEdoardo, Vescovo

12 aprile 2018
 

«Quando ho amato davvero, ho sentito che Dio riempiva tutto e tutti», scriveva Sandra Sabattini,  la ragazza che il 6 marzo scorso papa Francesco ha dichiarato Venerabile. Sandra ringraziava Dio perché «sei con me. E’ una gioia paragonabile a nessun’altra quella che sento in me».
 Di lei don Oreste Benzi, che ne ha promosso la causa di beatificazione ed è lui stesso ora in cammino verso questo traguardo, disse: «Sandra ha compiuto ciò che Dio desiderava da lei e per cui l'ha mandata. Il Signore l’aveva condotta per mano a conformare la sua vita a Cristo Gesù. L’affanno del mondo è in proporzione alla povertà del rapporto con Dio. Sandra, ricorderemo la tua semplicità, le gioie semplici che si possono accogliere soltanto quando gradualmente non si è più posseduti dalle cose. Quando la persona non è più posseduta da niente, è libera e si apre a quella semplicità che costituisce uno degli elementi più belli dell’essere poveri. Ricorderemo di te la ricerca del Signore…».
Era nata a Riccione il 19 agosto 1961; la famiglia, quando Sandra aveva quattro anni, si trasferì a Rimini, presso la canonica della parrocchia retta dallo zio, don Giuseppe Bonini. Cresce come una ragazza normale: fa sport, suona il pianoforte, canta in un coro, sprizza vita da tutti i pori. Ma il suo cammino spirituale è intenso: «La vita vissuta senza Dio è un passatempo, noioso o divertente, con cui giocare in attesa della morte» confida al suo “diario”: fogli, biglietti, agende che don Benzi ha raccolto. A 12 anni conobbe don Oreste e la “Comunità Papa Giovanni XXIII”. Nell’estate del 1974 partecipa a un soggiorno estivo sulle Dolomiti, insieme a ragazzi con gravi disabilità: dirà alla madre: «Ci siamo spezzate le ossa, ma quella è gente che io non abbandonerò mai». Allo stesso tempo matura una sempre più intensa relazione con Dio: prende sul serio i Sacramenti, prega, fa compagnia a Gesù nascosto nel tabernacolo, legge i Salmi, medita sulle Sacre Scritture e comprende di dover offrire a Dio la propria miseria. «Signore, sento che Tu mi stai dando una mano per avvicinarmi a Te; mi dai la forza per fare un passo in avanti. Accettarti io vorrei, prima però devo sconfiggere me stessa, il mio orgoglio, le mie falsità. Non ho umiltà e non voglio riconoscerlo, mi lascio condizionare terribilmente dagli altri, ho paura di ciò che possono pensare di me. […] Dio, mi sai accettare così come sono, piena di limiti, paure, speranze?». Dedica il suo tempo libero ad aiutare i disabili e i tossicodipendenti assistiti dalla Comunità e va a cercare i bisognosi.
Nel 1979 il fidanzamento con Guido, conosciuto l’anno prima a una festa di Carnevale: «La prima immagine che ho di lei è mentre sta ballando a quella festa», ricorda lui, che prima di conoscerla viveva la propria fede cristiana quasi come un «tappabuchi filosofico», al contrario di Sandra per cui la fede era tutto e perciò andava vissuta in tutto, anche nel rapporto casto con il fidanzato, noncurante della cultura sessantottina che aveva pervaso la società. «Fidanzamento: qualcosa di integrante con la vocazione. Ciò che vivo di disponibilità e d’amore nei confronti degli altri, è ciò che vivo anche per GuidoLiberi…liberi dalla carne, dalle cose materiali, dalle emozioni, dalle passioni: cioè vivere queste cose senza restarne imbrigliati, per aprirsi a Dio, al suo Amore, che è spazio infinito».
Sogna di fare il medico missionario in Africa e vorrebbe partire dopo la maturità scientifica, ma ascolta il padre che la induce a fare un passo alla volta. Si iscrive a Medicina. «La verità – dice – è che dobbiamo imparare nella fede l’attesa di Dio, e questo non è un piccolo sforzo. Questo attendere, non preparare i piani, scrutare il cielo, fare silenzio è la cosa più interessante che compete a noi. Poi verrà anche l’ora della chiamata, ma ciechi se in tale ora penseremo di essere gli attori di tali meraviglie: la meraviglia semmai è Dio che si serve di noi così miserabili e poveri».
La mattina del 29 aprile 1984, scende dalla macchina per andare a un’assemblea della “Papa Giovanni” con il fidanzato e un amico, e viene investita da un’auto. Non aveva ancora ventitré anni. «Oggi – diceva – c’è un’inflazione di buoni cristiani, mentre il mondo ha bisogno di santi».
Leggendo il documento finale della riunione pre-sinodale del 19-24 marzo (300 giovani convocati a dire che cosa si aspettano dalla Chiesa), cercavo di immaginare di che cosa avrebbe parlato Sandra. 
 

XEdoardo, Vescovo

26 aprile 2018
 

 “Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni” domenica scorsa. “Per le vocazioni” significa, innanzitutto, perché quelli che Dio chiama rispondano con generosità alla chiamata… Dio, infatti, non ha smesso di chiamare; quel che difetta, semmai, è la risposta. Abbiamo pregato, dunque, perché tutti sappiano discernere qual è la chiamata che Dio rivolge e rispondere generosamente di sì. Nel Messaggio per la “Giornata” il Santo Padre ha scritto infatti: «Anche in questi nostri tempi inquieti il Mistero dell’Incarnazione ci ricorda che Dio sempre ci viene incontro ed è il Dio-con-noi, che passa lungo le strade talvolta polverose della nostra vita e, cogliendo la nostra struggente nostalgia di amore e di felicità, ci chiama alla gioia. Nella diversità e nella specificità di ogni vocazione, personale ed ecclesiale, si tratta di ascoltare, discernere e vivere questa Parola che ci chiama dall’alto e che, mentre ci permette di far fruttare i nostri talenti, ci rende anche strumenti di salvezza nel mondo e ci orienta alla pienezza della felicità…».
Collocata nella domenica del “Buon Pastore”, la “Giornata”, tuttavia, propone un particolare invito a pregare per chi è chiamato a seguire Gesù nella vocazione sacerdotale. La chiamata a condividere con Gesù il Sacerdozio ministeriale è essenziale nella Chiesa che è “Apostolica” oltre che “Una, Santa, Cattolica”: affidata cioè da Gesù a uomini in riferimento ai quali il Prefazio della Messa Crismale, il Giovedì Santo, dice: «Egli comunica il sacerdozio regale a tutto il popolo dei redenti, e con affetto di predilezione sceglie alcuni tra i fratelli che mediante l’imposizione delle mani fa partecipi del suo ministero di salvezza. Padre, tu vuoi che nel suo nome rinnovino il sacrificio redentore, preparino ai tuoi figli la mensa pasquale, e, servi premurosi del tuo popolo, lo nutrano con la tua parola e lo santifichino con i sacramenti. Tu proponi loro come modello il Cristo, perché, donando la vita per te e per i fratelli, si sforzino di conformarsi all’immagine del tuo Figlio, e rendano testimonianza di fedeltà e di amore generoso».
Sono uomini come tutti, quelli che Cristo sceglie e costituisce Suoi ministri: servono Cristo nell’opera che Egli è venuto a compiere, e servono i fratelli nel compito che Cristo ha loro assegnato.
Appena nominato vescovo, quasi sei anni fa, ho scritto una lettera anche ai seminaristi. Era la festa della Trasfigurazione del Signore e scrivevo: «La Trasfigurazione è la viva e splendente “icona” di chi è Gesù Cristo l’Uomo-Dio. E’ l’umile carne di Cristo, la Sua vera umanità assunta dal Verbo, che risplende della Divinità che l’ha assunta. Al tempo stesso la Trasfigurazione è icona di chi siamo noi, suoi discepoli, chiamati per grazia ad accogliere dentro alla nostra carne, dentro alla nostra umanità, il tesoro preziosissimo della vita divina. E’ nell’uomo che la Grazia divina opererà, a suo tempo, il prodigio della Ordinazione sacerdotale che trasformerà ontologicamente la vostra persona rendendola capace di operare “in persona Christi”.

Oso dirvi, perciò: prendete sul serio la vostra umanità, come la prende sul serio Dio. Siate uomini veri, autentici; diventatelo nell’amicizia con Cristo! Anche nella nostra specifica vocazione, questa impostazione, progressivamente acquisita, è quella che ci mette al riparo dal “clericalismo” e ci consente di vivere, di annunciare il Vangelo e di essere ministri della salvezza di Cristo senza estraneità e avvilenti paternalismi; ed è quella che ci mette al riparo dal “secolarismo” che è vivere “nel mondo” diventando “del mondo”, assumendone gli “schemi” di cui parla san Paolo, annacquando così la straordinaria originalità del Vangelo.
Un prete di Torino, mio amico, per farmi gli auguri di buon Episcopato, mi ha trascritto un passo di un’omelia fatta da un altro prete sul racconto evangelico della tempesta sul lago:“Vollero prenderlo sulla barca” scrive l’evangelista Giovanni (Gv 6,21). Vollero. Questa annotazione si riempie di significato e di chiarezza. Lo sappiamo bene: non è automatica l’accoglienza di Gesù, occorre la nostra libertà: vollero! Desidero, chiedo di volerlo. L’unico compito nostro: volerTi! “E subito la barca toccò la riva”: le cose finalmente si raggiungono nella loro verità».
 

XEdoardo, Vescovo

10 maggio 2018
 

Il 7 luglio, mentre Ivrea sarà in festa per il suo Patrono san Savino, Papa Francesco giungerà a Bari per un incontro ecumenico di preghiera per la pace in Medio Oriente, al quale ha invitato tutti i Capi delle Chiese di quella terra martoriata dalla guerra e segnata da terribili ferite. Anche noi, da Ivrea, ci uniremo nella supplica.
 
Mi trovavo a Bari, giorni fa, chiamato a predicare nella Basilica di S. Nicola nel corso del Novenario in preparazione alla festa della traslazione delle Reliquie del santo, il prezioso “depositum” che Bari custodisce dal 1087 e che fa della città – qualcuno dice – “la finestra sull’Oriente”; ma al vedere, anche in quei giorni, i numerosi pellegrinaggi di Ortodossi che scendevano nella cripta della Basilica e celebravano la Divina Liturgia sul sepolcro di uno dei loro santi più cari, Bari, ancor più che una finestra, mi è parsa un “ponte” tra Oriente ed Occidente cristiani.
E’ per questo che Papa Francesco l’ha scelta per un evento ecumenico il cui valore offre alla preghiera per la pace un orizzonte su cui si proietta il “siano uno” che Gesù chiese al Padre durante l’Ultima cena, sulla soglia ormai della sua Passione.
Il dialogo teologico fra le Chiese, l’incontro, la preghiera comune sono preziosi strumenti dell’ecumenismo; ma a gridare a Dio più della nostra voce orante c’è l’ecumenismo del martirio e l’ecumenismo della santità.
Ecumenismo del sangue lo chiama il Santo Padre in riferimento alla tragica realtà in cui moltissimi cristiani, anche oggi, sono vittima di massicce persecuzioni che, in molti luoghi, fanno delle comunità “Chiese di martiri”. Questo sangue versato per Cristo è «il segno più convincente» dell’ecumenismo già affermava san Giovanni Paolo II. Ecumenismo della santità: della fedeltà dei cristiani al loro Signore dentro la quotidianità dell’esistenza. Papa Francesco la descrive così nella “Gaudete et exsultate”: «Il Signore chiede tutto e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente... Ogni cristiano, nella misura in cui si santifica, diventa più fecondo per il mondo… Non avere paura, dunque, di puntare più in alto, di lasciarti amare e liberare da Dio. Non avere paura di lasciarti guidare dallo Spirito Santo. La santità non ti rende meno umano, perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della grazia. In fondo, come diceva León Bloy, nella vita “non c’è che una tristezza, quella di non essere santi”».
Nicola, laico fino ai quarant’anni, poi, per una trentina, vescovo di Mira, di questa santità è splendido esempio.
Visse l’amore a Cristo nella preghiera, nella penitenza e in un esercizio della carità così intenso da diventare caro ai suoi fratelli di fede; come vescovo esercitò il suo servizio nel sostenere il cammino dei fedeli, nella strenua difesa della verità contro l’arianesimo, nella evangelizzazione dei pagani, nell’aiutare i poveri fino a provvedere il grano anche per la semina, e a farsi portavoce, presso le autorità civili, di una più equa tassazione…
Un suo conterraneo, il vescovo di Nazianzo san Gregorio, diceva: “Se io non fossi tuo, o Cristo mio, io sarei una creatura perduta. Sono nato e mi sento dissolvere… Poi io muoio e la carne diventa polvere come quella degli animali che non hanno peccati. Ma io cosa ho più di loro? Dio! Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei una creatura finita”.
Nicola visse a questa luce. Era Cristo il centro della sua vita e la sorgente del suo operare. La “manna” che sgorga dalle sue ossa – a Bari come già nel suo sepolcro di Mira – canta la bellezza della fecondità che nasce dalla comunione con Cristo.


 

XEdoardo, Vescovo

17 maggio 2018
 

Il 9 maggio si spegneva a Torino, lucidissimo di mente e animato dalla sua fede vigorosa, Fratel Enrico delle Scuole Cristiane (prof. Francesco Trisoglio, 1922-2018). “Con lui scompare – ha detto il presidente dell’Associazione Ex Allievi – un testimone fondamentale della vita sociale e culturale della nostra città e del nostro Paese. Ha attraversato generazioni di giovani ai quali ha infuso a piene mani amore e cultura, lasciando una eredità di affetti incommensurabile”.
 
 Per tanti anni docente al Liceo “S. Giuseppe” e Ordinario di Storia della Civiltà e Tradizione classica all’Università di Torino, autore, oltre che di una vastissima serie di articoli su prestigiose riviste, di 125 pubblicazioni sui classici greci e latini, sui Padri della Chiesa, e su autori bizantini e rinascimentali, sensibile, anche nella critica letteraria, a rischiarare l’intelligenza per una più intima comprensione della vita umana e dei valori artistici, Fr. Enrico fu un vero maestro al cui magistero nulla rimaneva estraneo: nel 1985 aveva fondato anche la Scuola di Formazione Politica “Alcide De Gasperi”, in cui insegnò fin quasi al termine dei suoi giorni e da cui sono usciti, lungo gli anni, non pochi protagonisti della vita politica torinese.
Negli anni torbidi e burrascosi della contestazione violenta e confusa, egli fu per me, al Liceo e all’Università, un luminoso punto di riferimento, uno splendido esempio di umanesimo cristiano, di cui non finirò di ringraziare il Signore: fede schietta e robusta mai disgiunta dalla intelligenza («fides et ratio» ci ripeteva), solidità di dottrina assimilata e mai ondivagamente proposta, ammirevole ampiezza di cultura («più conoscere per più amare, per più servire» ci diceva; «nel campo della cultura è inutile solo ciò che non si conosce»), chiarezza di impostazione, esempio di coraggio nell’azione, serietà nell’impegno, dedizione senza sconti, fortezza d’animo e di carattere.
Nella cappella del “S. Giuseppe”, davanti alla sua bara, gli ho ripetuto, nel segreto del cuore, con una commozione speciale, il grazie immenso che sempre gli ho espresso: anche nel giorno del mio ingresso nella Cattedrale di Ivrea, quando ebbi la gioia di vederlo tra la folla, nel suo abito di Fratello delle Scuole cristiane con le “bianche facciole” che anch’io dai Fratelli ricevetti in dono nel 2004, quando fui “affiliato” – un atto della loro benevolenza – all’Istituto e divenni, oltre che P. Edoardo dell’Oratorio, Fr. Edoardo delle Scuole cristiane.
Grazie, Fr. Enrico, per ciò che Lei è stato nei miei anni di studente ed ha continuato ad essere, fino ad oggi, nella mia vita. Con il Suo insegnamento, le Sue pubblicazioni, le lettere che sempre mi ha inviato, fino a pochi giorni fa (le ho conservate tutte; ne ho una intera cartella) e con la parola sempre illuminante offertami in tanti colloqui, Lei ha accompagnato il corso della mia vita, a Torino, a Biella, a Roma, e ancora ad Ivrea.
Rimane impressa nella mia mente una parola che Lei mi scrisse all’inizio della mia attività di docente, quando Le comunicai con gioia che nell’ottobre dell’anno stesso della mia Ordinazione sacerdotale intraprendevo l’insegnamento: «Sacerdozio ed insegnamento nella scuola non sono due missioni, ma la splendida pienezza di una sola».
Ho sempre guardato a Lei come a modello ineguagliabile, ma straordinariamente capace di “promuovere” la crescita, il bene: non a basso prezzo, ma come faceva a scuola, quando, di fronte all’evidenza della buona volontà, Lei, Professore esigente, non esitava ad aggiungere qualche punto al voto meritato; e noi capivamo che quei punti in più significavano: Forza, ce la fai!  
A Lei debbo l’ispirazione di ciò che, per l’animazione cristiana della cultura, ho cercato di realizzare a Biella attraverso il “Sicomoro: Associazione di amicizia, presenza e testimonianza cristiana”; alla Sua ispirazione debbo il sorgere della Scuola di formazione socio-politica “B. Pier Giorgio Frassati” che iniziai a Biella nei primi anni ’90, in un clima politico difficile e confuso, ma pur aperto a prospettive nuove di impegno dei cristiani “liberi e forti”.
Grazie, carissimo Fr. Enrico!
Il mio rammarico: esserLe troppo poco somigliante… Ma la nostalgia della Sua presenza visibile è ampiamente compensata, in me come in tanti Suoi allievi, dalla certezza che Lei “rimane” con noi: fortemente padre, splendidamente maestro, magnifica realizzazione del comando del Signore: «Euntes, docete».

XEdoardo, Vescovo

7 giugno 2018
 

Alle figure di santi giovani a cui vado dedicando alcuni “asterischi” in vista del Sinodo dei Vescovi su I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, vorrei associare il ricordo di una giovane di cui il Papa, nella lettera per la scorsa GMG, ha detto: «Abbiamo scelto di farci accompagnare da Maria, la giovane di Nazaret» ed ha proposto di riflettere sulle parole dell’Angelo: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio».
 
San Luca (che ha interrogato – lo dichiara lui stesso – i testimoni oculari) dice che Maria «è turbata» di fronte al saluto dell’angelo e a ciò che Dio ha deciso su di lei.
«È il “brivido” che proviamo di fronte alle decisioni sul nostro futuro, sul nostro stato di vita, sulla nostra vocazione» scrive il Papa. E’ anche il brivido – mi pare di poter dire – che si prova quando qualcuno ci ha guardati dentro, ci conosce e ci dice con chiarezza chi siamo… Ed è pure il timore che ci prende di fronte al compito che ci è dato…
«Non temere» apre la possibilità di pensare che in quel turbamento ci sia anche del timore, della paura… E il Papa pone una domanda: «Voi giovani quali paure avete? Che cosa vi preoccupa più nel profondo?». E risponde: «una paura “di sottofondo”, una paura che esiste in molti di voi è quella di non essere amati, benvoluti, di non essere accettati per quello che siete». Lo dice in relazione ai giovani perché è ad essi che egli scrive, ma la paura di non essere amati è di tutti… Cammin facendo, qualcuno cresce, qualcuno matura, e questa paura un po’ si scoglie, ma questo accade solo se si affronta la questione alla luce della verità, cioè alla luce di Cristo, chiedendoci che cos’è amare e cosa davvero vogliamo quando vogliamo essere amati… Quanti adulti rimangono immaturi, bamboccioni, nella società, e anche nella Chiesa, nelle nostre comunità…; quante pecore (uso l’immagine cara a Gesù) capricciose rendono pesante l’aria e la vita delle nostre comunità…
   La paura di non essere amati. Parlando ai giovani (ma il discorso si allarga ben oltre l’ambito dell’età giovanile) il Papa dice che «tanti giovani fanno continui “fotoritocchi” delle proprie immagini, nascondendosi dietro a maschere e false identità, fin quasi a diventare loro stessi un “fake”. C’è in molti l’ossessione di ricevere il maggior numero possibile di “mi piace”»…
La questione è: che cosa significa amare, essere amati… Papa Benedetto, nella sua prima enciclica Deus caritas est, parla del «processo delle purificazioni e delle maturazioni, attraverso le quali l'eros [che non si riferisce, ovviamente, solo ad un determinato ambito della persona] diventa amore nel pieno significato della parola. È proprio della maturità dell’amore – dice – coinvolgere tutte le potenzialità dell’uomo, l'uomo nella sua interezza, anche la nostra volontà e il nostro intelletto, in un processo che è continuamente in cammino perché l'amore non è mai “concluso” e completato; si trasforma nel corso della vita, matura e proprio per questo rimane fedele a se stesso… Questo processo di maturazione può realizzarsi solo a partire dall'intimo incontro con Dio… Lì imparo a guardare l'altra persona non più soltanto con i miei occhi e i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo…».
La paura di non essere amati deve incontrarsi con la paura di non amare autenticamente, di rimanere sottosviluppati, immaturi nell’amore… E allora, quale che sia la vocazione di ciascuno (matrimonio, vita consacrata, sacerdozio), quale che sia il compito, l’impegno, la missione, la si vive da rattrappiti, capricciosi, alla ricerca di qualcosa che non troviamo mai perché lo cerchiamo dove non c’è, dove non ci può essere!
Una pagina di St-Exupery: «“Ti amo” disse il Piccolo Principe alla rosa. “Anch’io ti voglio bene” rispose la rosa. “Ma non è la stessa cosa” rispose lui. “Voler bene significa prendere possesso di qualcosa, di qualcuno. Significa cercare negli altri ciò che riempie le aspettative personali di affetto, di compagnia. Voler bene significa rendere nostro ciò che non ci appartiene; significa sperare, attaccarsi alle cose e alle persone a seconda delle nostre necessità. E se non siamo ricambiati, soffriamo, stiamo male. Amare, invece, significa desiderare il meglio dell’altro… permettere all’altro di essere felice, anche quando il suo cammino è diverso dal nostro. È un sentimento disinteressato che nasce dalla volontà di donarsi, di offrirsi completamente dal profondo del cuore… Non si tratta di un nostro egoistico possesso, ma di una silenziosa compagnia. “Adesso ho capito” rispose la rosa dopo una lunga pausa. “Il meglio è viverlo” le consigliò il Piccolo Principe».

XEdoardo, Vescovo

21 giugno 2018
 

Il nome Claret, di madre Luisa Margherita, fondatrice di Betania del S. Cuore, suona familiare nella nostra diocesi; molto meno, forse niente, quello di madre Clarac la cui vicenda, nel sofferto inizio del suo Istituto a Torino – le Suore di Carità di S. Maria – vide l’intervento del vescovo di Ivrea mons. Luigi Moreno. Chi era Marie Louise Angélique Clarac?

 

Lo scorso anno ricorreva il secondo centenario della nascita. Nacque infatti nel 1817 ad Auch, nel sud della Francia, in una famiglia borghese molto benestante, che si trasferì a Parigi nel 1820 per entrare in contatto con l’alta aristocrazia della Capitale, e vi rimase fino alla caduta di Carlo X, nel 1830, anno dell’apparizione della Madonna a s. Caterina Labouré, a Rue du Bac. Qui, undici anni dopo, Marie Louise avrebbe fatto la sua vestizione tra le Figlie della Carità di S. Vincenzo.

Le aveva conosciute ad Auch, al rientro da Parigi, visitando i malati del loro Ospizio mentre riceveva un’ottima istruzione scolastica. Vincendo con il suo forte carattere le resistenze familiari, a Rue du Bac vestì l’abito religioso nel maggio 1842. Le fu assegnato il servizio dell’insegnamento a St. Etienne fino al 1848 quando ottenne di partire per l’Algeria, addetta ad un orfanotrofio; di qui fu destinata a Torino e incaricata dell’apertura di un centro di assistenza ai poveri presso la parrocchia di S. Massimo. Vi lavorò con intelligenza e passione, e, sperimentando l’incomprensione della superiora e di alcune consorelle che la giudicavano “un vulcano inarrestabile”, accolse in casa anche molte orfane abbandonate. L’opera si sviluppava e sr. Clarac trovò un nuovo sito per accogliere anche alcuni malati e aprire un laboratorio di cucito e ricamo per le operaie. D’accordo con il beato Marcantonio Durando, provinciale dei Vincenziani, andò moltiplicando le opere assistenziali alla cui guida sempre erano le Figlie della Carità. Ma occorreva ormai una sede indipendente e sr. Clarac si confrontò con Don Bosco, tante volte incontrato per le vie della città, che la incoraggiò e promise il sostegno dei suoi Salesiani del vicino oratorio di S. Luigi. Per finanziare l’opera poteva contare sui parenti e sugli amici francesi e nel nuovo edificio trasferì tutte quelle attività, spesso visitate dall’arcivescovo Riccardi di Netro che la stimava molto. Le nubi però continuavano ad addensarsi. Alla morte dell’arcivescovo e a causa della guerra franco-prussiana che rese difficili i rapporti con i superiori di Parigi, il disaccordo con la superiora vincenziana di Torino si faceva sempre più forte. Essendo vacante la sede torinese, Don Bosco le consigliò di rivolgersi al vescovo di Ivrea, il più anziano del Piemonte. Mons. Moreno le assicurò protezione, convinto che non potevano interrompersi le opere intraprese, a costo di staccarsi dalla sua Congregazione: nella diocesi di Ivrea, infatti, già due comunità – quella di Rivarolo, della Madre Verna, e quella di Montanaro – si erano rese indipendenti dalle Figlie della Carità.

Con l’arrivo del nuovo arcivescovo, la situazione peggiorò. Mons. Gastaldi aveva un carattere molto forte… Chiese a sr. Clarac di deporre l’abito della sua Congregazione, il famoso velo “a cornetta” che distingueva le Vincenziane; la serva di Dio si vide negata la celebrazione della Messa nella cappella dell’istituto e le fu addirittura proibito di accostarsi ai Sacramenti. “Oh mio Divin Salvatore – scriveva – se posso procurare la vostra gloria rivestendomi di queste croci, io le accetto tutte, con la più grande gioia. Pensateci Voi”. Nel 1872 la vicenda arrivò a Papa Pio IX a cui la Clarac si era rivolta.

A Torino il clima tornò sereno col nuovo arcivescovo, Gaetano Alimonda. Si riaprì la cappella e si fondarono nuove case. Nel 1886 s. Giovanni Bosco conferì alla Clarac il diploma di “Cooperatore salesiano”.

Per madre Clarac si avvicinava la fine. Morì il 21 giugno 1887, festa del suo patrono S. Luigi.

Oggi le sue Suore di Carità di S. Maria sono presenti, oltre che in Italia, in Francia e in Inghilterra, anche in Canada, negli Stati Uniti, in diversi Paesi dell’America Latina e in India.

Nella storia della Chiesa non mancano i casi in cui le prove sembrano nascere per alimentare la fede e le virtù di alcuni. Madre Clarac emerge in tal senso nella schiera di fondatori di nuove Congregazioni religiose dell’Ottocento piemontese.

XEdoardo, Vescovo

5 luglio 2018
 

Oggi, con la benedizione e lo scambio dei Ceri tra i vecchi ed i nuovi Priori, entriamo nel vivo delle celebrazioni religiose della festa di san Savino. Festa del Patrono: un termine che rinvia a Pater, e dice origine e punto di riferimento.
 
Sei anni fa, partecipando per la prima volta alla Festa, ho preso a prestito le parole di una bella poesia di Nino Costa per ricordare a tutta la Città “ch’a-i è quaidun pì ‘n su dla nòstra siensa, ch’a-i è quaicòs pì ‘n su dla nòstra vita”: c’è qualcuno più in su della nostra scienza, c’è qualcosa che sta oltre la nostra vita…
In assenza di questo orizzonte può svanire, infatti, e oggi se ne vedono i segni, il senso della realtà, la dignità dell’essere umano dal suo concepimento al suo naturale tramonto, l’identità della persona come uomo e donna; la fraternità e la solidarietà possono ridursi a discorso vanamente retorico.
Questo “Qualcuno” per noi cristiani è Gesù Cristo, Dio fatto Uomo per salvare l’uomo; e il “qualcosa” è il cristianesimo, con tutta l’impostazione della vita che dalla fede in Cristo deriva.
Savino visse a cavallo tra il III e il IV secolo: un’epoca difficile per i cristiani, messi a morte per la loro fede; e difficile per la società, brancolante nella crisi profonda dell’Impero. Le Reliquie del santo giunsero ad Ivrea alla fine del X secolo, un’epoca di contrasti violenti e di sofferenze per tutti, soprattutto per i più poveri, come accade nelle vicende della storia. Corrado, figlio del marchese di Ivrea, le portò con sé da Spoleto fuggendo dal pericolo e dalle sue responsabilità…
Una domanda non può sfuggirci mentre si festeggia il santo Patrono arrivato in città tra i bagagli di un uomo in fuga: ci sono oggi tra noi delle fughe dalla responsabilità?
Habet mundus iste noctes suas et non paucas” scriveva san Bernardo di Chiaravalle nel secolo XII: questo mondo ha le sue notti e non sono poche (In cantica, LXXV).
Ogni epoca, ogni civiltà ha i suoi autunni e i suoi inverni; tramonti e notti scandiscono le vicende del mondo. Il problema è quando nell’inverno non si crede nell’avvento della primavera; e nel tramonto o nella notte non si attende il sorgere di una nuova alba; quando non si pensa che “questo non è un vecchio mondo che muore, ma un mondo nuovo che nasce”, come lucidamente affermava sant’Agostino di fronte al declino dell’Impero Romano.
Senza questa speranza, si riduce fino a scomparire la convinzione che il primo atto di responsabilità è che io non sia un “fugitivus cordis sui”, per dirlo ancora con il vescovo di Ippona: un uomo che fugge dal suo cuore non aspettandomi più nulla di nuovo. “Non c’è cosa più amara – scriveva Pavese – che l’alba di un giorno in cui nulla accadrà… La lentezza dell’ora è spietata, per chi non aspetta più nulla” (Lo steddazzu, 1936). Quando questo letale atteggiamento si impossessa di noi, l’esito amaro è la disillusione, spinta talvolta fino al disprezzo della propria umanità; quel disprezzo gridato da Nietzsche che  tutto riduce a nulla, ragione, libertà, sete di felicità: “Quale è – egli scrive, infatti – la massima esperienza che possiate vivere? L’ora del grande disprezzo. L’ora in cui vi prenda lo schifo anche per la vostra felicità e così pure per la vostra ragione e per la vostra virtù” (Così parlò Zaratustra).
Un vecchio mondo sta finendo ai nostri giorni? Forse ne sta nascendo uno nuovo.
La responsabilità su cui Savino ci interpella è la responsabilità di ognuno, a tutti i livelli e in qualsiasi ambito: personale, ecclesiale, politico, civile, sociale. Ma il vescovo e martire Savino annuncia anche che la fonte a cui attingere è Gesù Cristo, oggi come nel III secolo o nel X; e che l’uomo di oggi è quello di sempre, con il suo cuore costituito da un desiderio di pienezza che non è soddisfatto se non da ciò che è infinito, eterno… San Savino è qui a ricordarci che nell’incontro con Cristo l’uomo sperimenta una passione per il proprio destino, una tenerezza verso la propria sete di felicità, in totale contrasto con l’azione del potere mondano che, in tutte le sue forme, cerca di addormentare l’uomo anestetizzando il suo cuore, atrofizzandone le più profonde esigenze, imponendo desideri diversi da quell’impeto senza confine che il cuore umano possiede…

 

XEdoardo, Vescovo

19 luglio 2018
 

Sto ripensando, in questi giorni di riposo che ritemprano le forze fisiche e quelle spirituali, alla festa patronale che abbiamo celebrato con i suoi momenti di preghiera e di riflessione, solenni alcuni, semplici altri: occasione, per la comunità cristiana di Ivrea, di posare lo sguardo su san Savino, vescovo e martire.
 
Vescovo: successore degli Apostoli, dei Dodici grazie ai quali la Chiesa è Apostolica: fondata da Cristo su Pietro, “il primo”, Capo del Collegio, e quindi sul Collegio stesso, dal momento che non c’è capo senza il corpo… E’ Sua, di Cristo, questa Chiesa, non degli Apostoli; ma senza gli Apostoli non è la Sua Chiesa… Per questo gli Apostoli hanno dei successori: alla morte dei Dodici il loro triplice compito – insegnare, santificare mediante i Sacramenti, governare la Chiesa universale e le comunità locali che la costituiscono, affidate ognuna ad un Vescovo – è trasmesso ad altri che prendono il loro posto …
Questo fu san Savino! Questo sono stati e sono oggi tutti i Vescovi, i quali non sono quindi i rappresentanti delle comunità a cui sono inviati, ma di Cristo Sommo Pastore: sono mandati infatti da Lui a reggere, in comunione con chi siede sulla Cattedra di Pietro, una “porzione” dell’unica Chiesa, che è gerarchica. Chi è a capo serve la comunità dei fedeli traendo non dalla comunità, ma da Cristo stesso la sua autorità, ed è chiamato a governarla tenendo conto dell’insieme, del bene comune della diocesi intera, non solo delle singole comunità che la costituiscono: principio irrinunciabile da cui anche le singole comunità locali sono interpellate per crescere in una ampiezza di sguardo, una fraterna apertura, senza chiudersi in se stesse, tanto meno nelle proprie comodità e in capricciosi egoismi…
Martire:  testimone fino alla effusione del sangue: fino a non trattenersi nulla di sé, di ciò che si è e di ciò che si ha, poiché, per il cristiano, Cristo è “più di ogni altra cosa”, e ogni altro amore, ogni volontà e scelta sono sottomessi all’amore per Lui dal Quale si attinge la forza di vivere tutto in un rapporto così sostanziale da poter dire: Tu sei la mia vita, altro io non ho... E accetto perciò di perdere anche questa vita terrena pur di non perdere Te rinnegandoti e mettendoti dietro o sotto ad altre cose!
Questo fu san Savino! Onorarlo come martire significa disporci ogni giorno, attraverso un cammino di vera conversione, a mettere Cristo – unico Maestro e unico Salvatore! – al centro della nostra vita, e al centro delle nostre Comunità (siano esse parrocchiali e di altro genere), lasciandoci da Lui guarire dalle gelosie, dalle chiacchiere, dagli egoismi, dalle chiusure verso gli altri, da tutto ciò che impedisce di annunciare il Vangelo a chi è lontano dicendogli: “Vieni e vedi”!… «Credenti autorevoli – chiede la Chiesa – con chiara identità umana, solida appartenenza ecclesiale, visibile qualità spirituale, vigorosa passione educativa e profonda capacità di discernimento»; credenti che formano comunità cristiane in cui i giovani possano trovare l’ambiente che li aiuta a crescere e a percepire la chiamata di Dio, poiché è in esse, innanzitutto, che la “pastorale vocazionale” si compie.   
San Savino, scelto da Ivrea come suo Patrono, e quindi come Padre e guida nel vivere cristiano, è giunto qui, con le sue Reliquie, tra i bagagli di un duca longobardo in fuga: in fuga anche dalle sue responsabilità… Dicevo, nei giorni della festa, che c’è una domanda inevitabile: ci sono oggi tra di noi delle fughe dalla responsabilità?… Mi pare di ascoltarla dal santo stesso, il quale non è fuggito davanti alla persecuzione e si è assunto la responsabilità di testimoniare la fede…
S. Savino ci interpella sulla responsabilità di ognuno, a tutti i livelli ed in qualsiasi ambito: personale, ecclesiale, politico, civile, sociale.  E ci insegna che la fonte a cui attingere per vivere la nostra responsabilità è Gesù Cristo vivente nella Chiesa, dal quale abbiamo ascoltato  nel Vangelo della festa: “Non sono venuto a portare la pace ma la guerra”… Parola paradossale, sulle labbra del Principe della Pace, comprensibile solo nel contesto di tutto il Suo insegnamento: la pace non è il quieto vivere, il tranquillo rifugiarsi nei propri interessi particolari, ma il frutto della comunione con Lui. E la guerra di cui parla è il coraggio di spingersi oltre, il coraggio di andare contro-corrente…

 

XEdoardo, Vescovo

2 agosto 2018
 

Pellegrinaggio ad Oropa! Domani sera partiranno i primi che da Andrate percorrono a piedi il cammino notturno; il 4 agosto quelli che partono dalle loro parrocchie. Quest’anno salirà con noi, come Vescovo eletto di Biella, e quindi del suo santuario, così caro non solo ai Biellesi, don Roberto Farinella che per sei anni ho visto attivamente partecipe al nostro Pellegrinaggio, sempre generosamente disposto anche a supplire là dove ne vedeva il bisogno. Saperlo con noi, in questo momento grande per la vita della nostra Diocesi, e pensare che il prossimo anno ad Oropa, nella Messa diremo: “con il nostro Vescovo Roberto”, è qualcosa che ci tocca nel profondo.
 
Per tanti anni, a Biella, questo cammino di preghiera e di riflessione è stato per me una magnifica esperienza. Soprattutto il pellegrinaggio notturno, ogni mese, dalla chiesa di S. Filippo, con giovani studenti e adulti: undici km a piedi, quindici misteri del Rosario (dal 2003 venti, per decisione di san Giovanni Paolo II), canti e momenti di silenzio nel silenzio della notte… Arrivato a Ivrea, tra le iniziative della Diocesi ho avuto la gioia di trovare il Pellegrinaggio che porta alla Casa della Madre le fatiche e le gioie di un anno pastorale e affida a Maria l’anno che sta per iniziare…
Oropa è la Casa della Madre. Vi si sale per guardare nella misteriosa Immagine taumaturgica il Suo volto amato, ma già sulla porta della Basilica antica la Chiesa ci accoglie ricordando: «O quam beatus, o Beata, quem viderint oculi tui»: quanto è beato, o Beata Vergine, colui che dai tuoi occhi sarà stato guardato…
L’esperienza, ogni volta, è quella di Zaccheo che si è arrampicato su un sicomoro per vedere ed è sceso trasformato dall’essere stato guardato e interpellato…
 Le parole antiche, incise sulla pietra dell’architrave, non sono messe lì a caso: nascono dalla intelligenza della fede di uomini e donne, giovani e anziani che qui sono saliti a portare alla Madre le fatiche, le sofferenze e le gioie della vita, a dirle il bisogno di un’accoglienza forte e dolce come nessun’altra, di una presenza che è la fonte della fiducia e della speranza!
Maria, la fonte? Sì, perché la Madonna che guardiamo e che ci guarda ha in braccio un Bambino, Suo Figlio, e accogliendoci e guardandoci, ci mostra Lui, seduto sul braccio materno come su un trono: il Dio fatto Uomo che con la destra benedice manifestando nella posizione delle dita i misteri principali della fede, la Trinità e l’Incarnazione, e tiene nella sinistra una colomba che non è certamente un giocattolo… Maria, ci mostra Lui e nell’aureo frutto – che Ella tiene nella destra – sormontato da una croce gemmata, ci mostra la vita nuova offerta dal Suo Figlio a chi lo accoglie.
 «Non intendevano quegli uomini, vescovi, preti, fedeli, scultori e pittori – scrive il biellese monsignor Alceste Catella, ora Vescovo emerito di Casale – far solo un’opera d’arte, per il godimento intellettuale di élite raffinate: il fine era di favorire nel popolo cristiano il senso del divino, la preghiera, il trasporto spirituale. Solo ponendosi dal punto di vista della fede, solo lasciandosi trasportare si può arrivare a comprendere…».
E’ questo il motivo profondo e più vero del nostro Pellegrinaggio annuale a questa “Città di Maria”, innalzata sul monte di Oropa, cantata anche da Paul Claudel per l’affascinante bellezza che possiede, e più ancora per il richiamo che da questa cittadella della fede ci viene. Guardare lasciandoci guardare, comprendere lasciandoci trasportare. E’ il cammino della fede! Ed è per questo che saliamo ad Oropa.
Ringrazio tutti i diocesani che saranno presenti: quelli che partiranno a piedi camminando nella notte e quelli che vi giungeranno di giorno, in altri modi. Già questi modi (e questi tempi) diversi ci dicono qualcosa della Chiesa, la “Una, Santa, Cattolica ed Apostolica” che professiamo nel Credo, pellegrina nel mondo e presente nella Chiesa locale, nella nostra Chiesa diocesana. Con passi diversi, per sentieri diversi, partendo da luoghi diversi, Essa, nella comunione, cammina verso un’unica meta.
E’ bella la nostra Fede! La sua bellezza è la bellezza del Volto di Cristo; la bellezza di un fatto, di un avvenimento accaduto nella storia e che permane nella storia: Dio è venuto incontro all’uomo; è venuto all’incontro con l’uomo: non a parole, ma con la Sua Parola – il Figlio unigenito – che si è fatto carne nel grembo di Maria.
E’ questa bellezza che ci mette in movimento poiché ci fa sentire non solo “riverenti”, ma “commossi”: imprime in noi un moto che ci spinge, prima che ad eseguire dei doveri, a vivere tutto nell’amicizia con Cristo!

XEdoardo, Vescovo

30 agosto 2018
 

Il mese di settembre ci recherà la gioia di celebrare la festa della Esaltazione della S. Croce – Pasqua dell’autunno, qualcuno la chiama –, ma anche la gioia grande, per la nostra Diocesi, di vedere quest’anno elevati ai tre gradi dell’Ordine Sacro tre nostri fratelli: don Massimiliano Marco ordinato presbitero il 1° settembre, Davide Mazza diacono l’8 e il 29 l’Ordinazione episcopale di monsignor Roberto Farinella.
  
Guardo a queste sacre Ordinazioni alla luce della Croce che nella Liturgia del 14 settembre risplenderà ai nostri occhi nella pienezza del suo mistero; alla luce della Croce di cui scrive san Paolo: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal.6,14).
La Croce del Signore è per noi il vero e unico “vanto”. Essa ci porta il dono della salvezza,  grazie alla quale tutto – le nostre opere buone, e persino le debolezze e i peccati – è toccato e redento. Il Signore crocifisso e risorto, è presente e vivo nella Chiesa: non un defunto ai cui elevati insegnamenti ci si ispira per una vita buona, ma “contemporaneo”: Uno che vive con noi, e noi, nell’incontro con Lui troviamo aperta la Porta della salvezza.
Quella Croce è strumento di morte, ma grazie all’amore con cui Cristo vi stese le braccia nel dono sacrificale di se stesso, essa diventa vessillo regale, fulgente mistero: «Vexilla Regis prodeunt, fulget crucis mysterium» canta Venanzio Fortunato: «Avanzano i vessilli del Re, rifulge il mistero della croce… Croce fedele, il più nobile tra gli alberi, nessuna selva ne produce di simili quanto a fronde, fiori e frutti». Dalla morte di Cristo, crocifisso su quel legno, «Terra, pontus, astra, mundus: quo lavantur flumine: la terra, il mare, gli astri, il mondo: da quale fiume sono lavati! …
Già nella descrizione, realistica e drammatica della passione e morte di Gesù fatta dai Sinottici, tenuemente traspare la dimensione gloriosa della Croce; Giovanni, senza nulla nascondere della drammaticità dei fatti, ne sottolinea apertamente l’aspetto trionfale. I Padri della Chiesa potranno perciò parlarne in questi termini: «Gesù prende una croce che era usata come punizione e la trasforma in un gradino che porta alla gloria» (Leone Magno); «O dono preziosissimo! Quale splendore appare alla vista! Tutta bellezza e tutta magnificenza. Albero che dona la vita, non la morte, illumina e non ottenebra, apre l`adito al paradiso... Su quel legno sale Cristo, come un re sul carro trionfale. Sconfigge il diavolo padrone della morte e libera il genere umano dalla schiavitù del tiranno. Su quel legno sale il Signore, come un valoroso combattente. Viene ferito in battaglia alle mani, ai piedi e al divino costato. Ma con quel sangue guarisce le nostre lividure, cioè la nostra natura ferita dal serpente velenoso… Al posto della morte ci viene data la vita, invece della corruzione l`immortalità, invece del disonore la gloria» (Teodoro Studita).
Su di essa Dio ha vinto definitivamente il male, senza distruggere con esso la libertà che l’ha prodotto. Lo ha vinto prendendolo su di sé, soffrendone lui le conseguenze e vincendo il male con il bene.
E l’arte cristiana canterà lo stesso mistero: sullo sfondo di un cielo stellato – nel mosaico absidale di Sant’Apollinare a Ravenna – si staglia, a tutto campo, una grande croce gemmata, con in basso la scritta “Salus mundi”. Le più antiche rappresentazioni della Croce mettevano in luce gli effetti della Croce, quello che dalla croce è prodotto: la avvenuta riconciliazione tra Dio e gli uomini, la pace, la gloria, la vita eterna. La croce, spesso da sola, senza il crocifisso appeso al Legno, appare ornata di gemme… Nei crocifissi dell’arte romanica questa rappresentazione si esprime nel Cristo che troneggia sulla croce in vestimenti regali e sacerdotali, con gli occhi aperti, lo sguardo frontale, senza ombra di sofferenza, ma irraggiante maestà e vittoria, non più coronato di spine, ma di gemme. E’ la traduzione della parola del salmo «Regnavit a ligno Deus».
Buon cammino, monsignor Roberto, don Massimiliano e don Davide!

 

XEdoardo, Vescovo

13 settembre 2018
 

Questo asterisco riporta il Rito di Ordinazione episcopale su cui sono tornato a riflettere l’8 settembre, giorno, per me, di grandi ricordi, resi ancor più intensi, quest’anno, dall’imminenza dell’Ordinazione che avrò la gioia di conferire a monsignor Roberto Farinella il 29 settembre. Questi testi liturgici dicono esaurientemente chi è il Vescovo e a quale servizio è chiamato nella Chiesa. Parlano anche ai fedeli questi testi. Per questo ho pensato di proporli come invito, neppure troppo sommesso, a prepararsi al grande evento della Ordinazione episcopale.
 
 Le domande: secondo l’antica tradizione dei santi Padri, la Chiesa chiede all’ordinando:
- Vuoi adempiere fino alla morte il ministero a noi affidato dagli Apostoli, che noi ora trasmettiamo a te mediante l’imposizione delle mani con la grazia dello Spirito Santo?
Vuoi predicare, con fedeltà e perseveranza, il Vangelo di Cristo?
- Vuoi custodire puro e integro il deposito della fede, secondo la tradizione conservata sempre e dovunque nella Chiesa fin dai tempi degli Apostoli?
- Vuoi edificare il corpo di Cristo, che è la Chiesa, perseverando nella sua unità, insieme con tutto l’ordine dei vescovi, sotto l’autorità del successore del beato apostolo Pietro?
- Vuoi prestare fedele obbedienza al successore del beato apostolo Pietro?
Vuoi prenderti cura, con amore di padre, del popolo santo di Dio e con i presbiteri e i diaconi, tuoi collaboratori nel ministero, guidarlo sulla via della salvezza?
- Vuoi essere sempre accogliente e misericordioso, nel nome del Signore, verso i poveri e tutti i bisognosi di conforto e di aiuto?
- Vuoi, come buon pastore, andare in cerca delle pecore smarrite per riportarle all’ovile di Cristo?
- Vuoi pregare, senza mai stancarti, Dio onnipotente, per il suo popolo santo, ed esercitare in modo irreprensibile il ministero del sommo sacerdozio?
 
L’Unzione crismale: mentre il sacro Crisma unge il capo dell’eletto, il Vescovo ordinante gli dice: Dio, che ti ha fatto partecipe del sommo sacerdozio di Cristo, effonda su di te la sua mistica unzione e con l’abbondanza della sua benedizione dia fecondità al tuo ministero.
La consegna del Libro dei Vangeli: Il vescovo ordinante prende dal diacono il libro dei Vangeli che prima era stato poso sul capo dell’ordinando e consegnandoglielo gli dice: Ricevi il Vangelo e annunzia la parola di Dio con grandezza d’animo e dottrina.
La consegna dell’anello: come in una festa di nozze il vescovo promette fedeltà alla Chiesa per tutta la vita: Ricevi l’anello, segno di fedeltà, nell’integrità della fede e nella purezza della vita custodisci la santa Chiesa, sposa di Cristo.
La consegna della mitria, ricevendo la quale il vescovo si impegna ad accogliere la grazia di Dio per camminare nella santità: Ricevi la mitra e risplenda in te il fulgore della santità, perché, quando apparirà il Principe dei pastori, tu possa meritare la incorruttibile corona di gloria.
La consegna del bastone pastorale, con cui il nuovo vescovo, pastore del gregge, guiderà la Chiesa di Dio che gli viene affidata: Ricevi il pastorale, segno del tuo ministero di pastore: abbi cura di tutto il gregge nel quale lo Spirito Santo ti ha posto come vescovo a reggere la Chiesa di Dio.
E’ così bello, a questo punto, sentir risuonare le parole del Signore Gesù: “Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Il nuovo Vescovo è Vescovo della Chiesa universale, la “Una, Santa, Cattolica ed Apostolica” che professiamo nel Credo!

 

XEdoardo, Vescovo

27 settembre 2018
 

Nell’imminenza della Ordinazione episcopale di mons. Roberto Farinella – sabato 29, festa dei SS. Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele – ancora un asterisco dedicato, questa volta, al momento fondamentale del Rito: l’Imposizione delle mani da parte del Vescovo ordinante principale, dei due Vescovi con lui ordinanti e di tutti i Vescovi presenti; indi la preghiera di Ordinazione che si innalza a Dio mentre il Vangelo, posto sul capo dell’ordinando, è tenuto aperto da due diaconi.
 
 “Secondo la Tradizione apostolica – dice Papa Benedetto in una delle sue splendide omelie – questo Sacramento viene conferito mediante l’imposizione delle mani, che si svolge in silenzio. La parola umana ammutolisce. L’anima si apre in silenzio a Dio, la cui mano si allunga verso l’uomo, lo prende per sé e, al contempo, lo copre in modo da proteggerlo, affinché in seguito egli sia totalmente proprietà di Dio, gli appartenga del tutto e introduca gli uomini nelle mani di Dio. Ma, come secondo elemento fondamentale dell’atto di consacrazione, segue poi la preghiera. L’Ordinazione episcopale è un evento di preghiera. Nessun uomo può rende sacerdote o vescovo un altro. E’ il Signore stesso che, attraverso la parola della preghiera e il gesto dell’imposizione delle mani, assume quell’uomo totalmente al suo servizio, lo attira nel suo stesso Sacerdozio. Egli stesso consacra gli eletti. Egli, l’unico Sommo Sacerdote, che ha offerto l’unico sacrificio per tutti noi, gli concede la partecipazione al suo Sacerdozio, affinché la sua Parola e la sua Opera siano presenti in tutti i tempi. Per questa connessione tra la preghiera e l’agire di Cristo sull’uomo, la Chiesa nella sua Liturgia ha sviluppato un segno eloquente. Durante la preghiera di Ordinazione si apre sul candidato l’Evangeliario, il Libro della Parola di Dio. Il Vangelo deve penetrare in lui, la Parola vivente di Dio deve, per così dire, pervaderlo. Il Vangelo, in fondo, non è solo parola: Cristo stesso è il Vangelo!”.
 
Il Vescovo prega dicendo:
  
“O Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre di misericordia e Dio di ogni consolazione, tu abiti nell’alto dei cieli e volgi lo sguardo su tutte le creature e le conosci ancor prima che esistano.
Con la parola di salvezza hai dato norme di vita nella tua Chiesa: tu dal principio hai eletto Abramo come padre dei giusti, hai costituito capi e sacerdoti per non lasciare mai senza ministero il tuo santuario, e fin dall’origine del mondo hai voluto esser glorificato in coloro che hai scelto.
Effondi ora sopra questo eletto la potenza che viene da te, o Padre, il tuo Spirito che regge e guida: tu lo hai dato al tuo diletto figlio Gesù Cristo ed egli lo ha trasmesso ai santi Apostoli, che nelle diverse parti della terra hanno fondato la Chiesa come tuo santuario a gloria e lode perenne del tuo nome.
O Padre, che conosci i segreti dei cuori, concedi a questo tuo servo, da te eletto all’episcopato, di pascere il tuo santo gregge e di compiere in modo irreprensibile la missione del sommo sacerdozio.
Egli ti serva notte e giorno, per renderti sempre a noi propizio e per offrirti i doni della tua santa Chiesa.
Con la forza dello Spirito del sommo sacerdozio abbia il potere di rimettere i peccati secondo il tuo mandato; disponga i ministeri della Chiesa secondo la tua volontà; sciolga ogni vincolo con l’autorità che hai dato agli Apostoli.
Per la mansuetudine e la purezza di cuore sia offerta viva a te gradita per Cristo tuo Figlio.
A te, o Padre, la gloria, la potenza, l’onore per Cristo con lo Spirito Santo, nella santa Chiesa, ora e nei secoli dei secoli.
Amen.

XEdoardo, Vescovo
11 ottobre 2018
 
Domenica scorsa – mentre partecipavamo alle “Prime Messe” dei nuovi sacerdoti, ordinati nella mattinata di sabato, e il nostro filiale ricordo andava alla Regina del S. Rosario, la Madre che ci accompagna nel contemplare i “misteri” di Cristo ai quali è indissolubilmente congiunta – la Liturgia ci faceva pregare: «O Dio, fonte di ogni bene, che esaudisci le preghiere del tuo popolo al di là di ogni desiderio e di ogni merito, effondi su di noi la tua misericordia: perdona ciò che la coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare».

  
E’ un’invocazione che ci può accompagnare ogni giorno, con la fiducia e la speranza che da essa nasce, con la chiarezza di impostazione e la luce di verità che essa contiene.
«Effondi su di noi la tua misericordia: perdona aggiungi».
La salvezza che il Signore ci offre sgorga dal sacrificio di Cristo: l’Apostolo ci ha ricordato nella S. Messa: «lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto reso perfetto per mezzo delle sofferenze».
Ricordare che siamo stati redenti dal Suo sangue ci colma di commozione, e interpella, al tempo stesso, la nostra responsabilità: ogni volta che pensiamo a noi stessi, alla nostra vita, e decidiamo i passi da compiere; ogni volta che pensiamo alla Chiesa, Corpo di Cristo, mediatrice, per volontà di Dio, del Dono della salvezza. Un appello a vivere, a tutto campo, la carità “vera”, come afferma l’«Ubi caritas», la carità che è tale se è dare la vita: «Quante volte crediamo di dare e diamo il di più; invece l’amore vero è un taglio sul vivo, è dare la vita» cantiamo con un bellissimo testo del nostro don Domenico Machetta.
Nel Vangelo della domenica Gesù ha affrontato una questione fondamentale per la vita di tutti i discepoli, celibi o sposati, partecipi del Sacerdozio di Cristo nella forma ministeriale o nella forma del Sacerdozio comune: la «durezza del cuore», la «sclerocardia» di cui anche Pietro parlò nel suo primo discorso alla comunità, dopo la Pentecoste.
Molte sono le sue manifestazioni, ma la sua radice è sempre nel guardare a noi stessi senza volgere a Dio uno sguardo sincero; nel pensare alla nostra felicità senza riferirci alle Beatitudini; nell’accampare le nostre ragioni senza esserci confrontati lealmente con la Verità che è di Dio e che noi solo possiamo accogliere, senza la pretesa di decidere su di essa…
Quale che sia la nostra vocazione, la fedeltà è impedita proprio dalla «durezza del cuore» che macina le energie continuamente messe a disposizione dal Signore per poter vivere in Cristo Gesù la vita nuova del discepolo.
Significativo il richiamo ne fa Gesù parlando del Matrimonio con parole particolarmente forti per la mentalità odierna, segnata da una preoccupante immunodeficienza spirituale che lascia segni in tanti campi del vivere sociale, familiare, ed anche ecclesiale: «Dall'inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio».
«Commettere adulterio» è l’infedeltà nel rapporto tra due sposi; ma può verificarsi in tutto il nostro vivere, in qualunque vocazione ci sia stata data... “Adulterio” , infatti, è chiamata nella Sacra Scrittura qualsiasi forma di idolatria che sempre consiste nel negare a Dio il primo posto, nel non amarlo «con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze».
Davvero nessuno può sentirsi fuori…
Ai Sacerdoti novelli ho detto: scelti e chiamati da Dio ad essere ministri del Signore in uno speciale rapporto sponsale con Dio e con la comunità cristiana, tenete costantemente Gesù dinanzi agli occhi; vegliate su voi stessi e su coloro che sono affidati alle vostre cure. Non dimenticate che «chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». Siate questi bambini che il Signore benediceva «prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro».
 
+ Edoardo, Vescovo
 
 

25 ottobre 2018
 
Sinodo. La fede nasce dall’incontro
Mentre proseguono i lavori del Sinodo su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, ho letto l’intervista rilasciata da un carissimo amico, l’Abate Generale dell'Ordine Cistercense p. Mauro Lepori, che partecipa ai lavori del Sinodo. Lo propongo ai lettori.
 
Autorevolezza dei giovani uditori presenti al Sinodo.
“Mi ha colpito anche molto la qualità degli interventi dei giovani invitati come uditori al Sinodo a loro dedicato. Mi impressiona l’autorevolezza dei loro interventi. Ieri, ad esempio, è intervenuto un ragazzo iracheno e ha ottenuto forse il primo applauso, sentito e prolungato di tutta l’assemblea, trasmettendoci l’esperienza tragica, drammatica della sua Chiesa. Questi ragazzi sono un po’ la crema di tutto questo lavoro e il loro apporto è davvero eccezionale”.
Riacquistiamo fiducia nell’incontro personale
“Il principio della prossimità è centrale nel cristianesimo che si trasmette proprio nell’incontro personale. A volte ci poniamo il problema universale della fede dei giovani, ma dimentichiamo che l’avvenimento cristiano si è trasmesso attraverso i dodici apostoli e i primi discepoli che, incontro dopo incontro, hanno dilagato nel mondo. Penso che dobbiamo riacquistare fiducia nel principio che lo Spirito Santo raggiunge l’universo attraverso l’incontro personale, la carne della Chiesa. A volte corriamo il rischio di porci il problema in maniera astratta e quindi in un modo che ci opprime, perché se ci poniamo la questione dell’evangelizzazione dei giovani in generale, nella sua globalità, è normale che ci si disperi. Ma se invece ce lo poniamo come probabilmente se lo poneva san Paolo cominciamo ad incontrare chi possiamo incontrare, a trasmettere Cristo e ad offrire una compagnia. Dovremmo chiederci quale prossimità è richiesta a ognuno di noi, con i giovani che incontriamo”.
I giovani hanno un grido dentro
“Spesso si dice che dai giovani oggi arriva una domanda di spiritualità che la Chiesa non riesce ad intercettare. Io trovo però che ‘spiritualità’ sia un termine troppo astratto: preferisco parlare di sete di felicità, come ogni uomo dalla creazione di Adamo in poi. I giovani hanno un grido dentro: nella Regola di san Benedetto è scritto: ‘Chi è l’uomo che vuole la vita e arde dal desiderio di vedere giorni felici?’. Questo è l’uomo ‘tout court’, e i giovani di oggi hanno questa sete, lo sappiamo per fede e per esperienza personale. Magari esprimono questo bisogno in modi che ci sconcertano e forse dobbiamo capire il loro grido e rispondere in modo che possano ascoltare, essere raggiunti dalla risposta che è Cristo”.
Discernimento vocazionale in comunità
“Un aspetto uscito in questi giorni di riflessione è che dobbiamo arrivare a fondare le vocazioni nella vocazione dell’uomo, creato da Dio per vivere in comunione con Lui, nella felicità. Si è capito che è necessario che la Chiesa con più chiarezza aiuti ad affrontare il tema delle ‘vocazioni’ all’interno di questo ‘humus’. E credo che sarebbe anche importante riaffermare il fatto che il luogo di verifica delle vocazioni è la comunità cristiana, cioè la vita comunitaria. Non basta un rapporto con un accompagnatore a tu per tu, astratto. Serve una verifica vocazionale fatta dentro la vita della comunità. Per questo ci sono state anche molte proposte di creare dei luoghi o delle comunità che aiutino i giovani a fare questa verifica, nella verità, nella realtà della comunità cristiana”.
I giovani siano raggiunti da Cristo
Da questo Sinodo mi aspetto quello che si aspetta la Chiesa. E cioè che i giovani siano più amati dalla Chiesa, più raggiunti da Gesù Cristo e siano raggiunti dall’esperienza di vita che Cristo ha offerto al mondo. Spero che il Sinodo serva a questo, altrimenti non servirà a niente, né alla Chiesa, né soprattutto ai giovani”.
+ Edoardo, Vescovo
 
 

1 novembre 2018
 
Santi.
«Oggi, o Padre, ci dai la gioia di contemplare la città del cielo, la santa Gerusalemme che è nostra madre».
Lo sguardo si innalza alla Casa del Cielo. La Chiesa – redenta dal Sangue dell’Agnello, consapevole che il bene che è in lei viene dalla Grazia di Dio ed il male presente, di cui soffre e si pente, è frutto della fragilità degli uomini – contempla l’opera  del Salvatore.
«O Casa luminosa e bellissima – cantava san Giovanni da Fécamp – io ho sempre amato il tuo splendore, il luogo dove abita la gloria del mio Signore, Colui che ti ha costruita e ti possiede. Sospiri a te il mio cammino quaggiù: io grido a Colui che ti ha fatta perché dentro le tue mura Egli possiede anche me. Io sono andato errando come una pecora smarrita, ma sulle spalle del mio Pastore, che è il tuo architetto, io spero di essere ricondotto a te. Gerusalemme, città eterna di Dio, non si scordi di te l’anima mia. Dopo l’amore per Cristo sii tu la mia gioia ed il dolce ricordo del tuo nome beato mi sollevi da ogni tristezza e da tutto ciò che mi opprime».
Raggiungere questa meta è l’essenziale della vita, di questa vita che è bella non perché sia sempre piacevole, ma perché iscritta in un Mistero d’Amore.
 
Defunti.
Venite adoriamo il Signore: per Lui tutti vivono” inizia la preghiera della Chiesa il 2 novembre.
Scompare tutto ciò che abbiamo vissuto, la nostra storia, il nostro io?
La ragione umana può rispondere: è un enigma il nostro destino!
Ma se è enigma, è un enigma tutta la vita, ogni palpito dell’esistenza: labirinto, inquietante intreccio di percorsi che vengono improvvisamente sbarrati, e l’uomo, dopo aver percorso un cammino per uscire in uno spazio aperto, si trova davanti ad un altro muro che lo blocca… Allora, perché vivere, perché gioire, perché amare?
La stessa ragione, però, a quella domanda può ragionevolmente rispondere: è un mistero: qualcosa che non comprendiamo appieno, non perché sia privo di senso, ma perché il suo significato sta “oltre”, più in alto, più in là…
Se l’enigma schianta, il mistero apre il cammino.
Sulla soglia della nostra esistenza si è affacciato Uno che ha detto: “Io sono la Via, la Verità e la Vita”: la Via che conduce oltre la morte; la Verità che illumina il mistero della vita e della morte, il mistero di tutto; la Vita che l’uomo vuole con tutte le fibre del suo essere, con il suo innato desiderio di felicità, la Vita anche nell’istante in cui la vita terrena si spegne.
E’ Gesù Cristo, questo “Qualcuno”! Gli possiamo rispondere: tu sei pazzo… Oppure rispondergli: voglio fidarmi di te.
 
+ Edoardo, Vescovo
 
 

15 novembre 2018
 
Si conclude oggi a Roma la 72.ma Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana. All’ordine del giorno, insieme ad altri temi – tra cui “La presenza e il servizio nelle diocesi italiane di presbiteri stranieri” – l’approvazione della traduzione italiana della terza edizione del Missale Romanum. Molti gli interventi, a partire dalla relazione introduttiva “Riscoprire e accogliere il dono della Liturgia per la vita della Chiesa. Prospettive e scelte pastorali”.
 
Ho pensato, alla luce di quanto ascoltato, che sia utile riandare alla Costituzione sulla sacra Liturgia, la Sacrosanctum Concilium, del Vaticano II.
Ne propongo alcuni passi:
La Liturgia “in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun'altra azione della Chiesa ne uguaglia l'efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado” (SC7). Essa “non esaurisce tutta l'azione della Chiesa” (SC9), ma “è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, al tempo stesso, è la fonte da cui promana tutta la sua energia. Il lavoro apostolico, infatti è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore” affinché si realizzi “quella santificazione degli uomini nel Cristo e quella glorificazione di Dio, alla quale tendono, come a loro fine, tutte le altre attività della Chiesa (SC10). La liturgia, infatti, “è la prima e per di più necessaria sorgente dalla quale i fedeli possano attingere uno spirito veramente cristiano” (SC14).
Nella liturgia terrena noi partecipiamo per anticipazione alla liturgia celeste […]; insieme con tutte le schiere delle milizie celesti cantiamo al Signore l'inno di gloria” (SC8). Ma il mistero si fa presente secondo “la genuina natura della vera Chiesa”: “nello stesso tempo umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell'azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e tuttavia pellegrina; in modo tale che ciò che in essa è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all'invisibile, l'azione alla contemplazione, la realtà presente alla città futura, verso la quale siamo incamminati” (SC2).
La liturgia è soprattutto dono. Al primo posto non c’è la nostra azione, ma l’azione di Dio. Il suo scopo primario è permettere l’esperienza del mistero, e la partecipazione attiva del sacerdote che presiede e dei fedeli si attua, in primo luogo, nell’accoglienza nella fede dell’azione di un altro, l’azione del vero Protagonista! Questa convinzione è quella che autenticamente sorregge la partecipazione attiva di tutti, ed anche la norma che il Concilio fissa con chiarezza –“nessuno, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica” (SC22) – risponde alla convinzione che prima di essere opera umana, la Liturgia, come la Chiesa ce la consegna, è azione di Dio 
La partecipazione attiva che il Concilio si augura è “sia interna che esterna”: “le acclamazioni, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti, nonché le azioni e i gesti e l'atteggiamento del corpo”, senza dimenticare “anche un sacro silenzio” (SC30), ma è innanzitutto un attivo ascolto della Parola, la cui proclamazione è un rito sacramentale che costituisce una reale presenza del Risorto che parla ai suoi discepoli; e, in comunione con il sacrificio di Cristo, l’offerta della vita poiché è essa “il culto spirituale gradito a Dio”, la logiké thusia, ragionevole sacrificio con cui ogni fedele esprime nella forma più vera il suo essere “liturgo”, pienamente partecipe della Liturgia che si celebra. Il primato è dato all’interiorizzazione, all’accoglienza personale di ciò che nella Liturgia si ascolta e si compie. Solo un’autentica interiorizzazione garantisce la verità dei gesti esteriori di partecipazione.
È questo il modo pienamente attivo, voluto dal Concilio, di partecipare alla liturgia; e a questa luce si comprende l’invito pressante che rivolge ai pastori affinché si lascino “impregnare, loro per primi, dello spirito e della forza della liturgia” per diventarne “maestri”(SC14) “con la parola ma anche con l'esempio”, consapevoli che è su questo piano che si realizza davvero la attiva partecipazione.
 + Edoardo, Vescovo

6 dicembre 2018
 

Ho chiesto, nella Lettera Pastorale, che, lungo l’Anno Liturgico – iniziato Domenica, I di Avvento – le nostre comunità riflettano sulla celebrazione della S. Messa a partire dalle 15 catechesi che il Santo Padre Francesco alla Messa ha dedicato tra il novembre 2017 e il marzo 2018.
La prima, che funge da Introduzione, ha per tema la parola dei martiri di Abitene: «Sine dominico non possumus»: «Se non possiamo celebrare l’Eucaristia – spiega il Papa – non possiamo vivere, la nostra vita cristiana morirebbe».
Propongo in questo asterisco la seconda: “La Messa è preghiera”.

† Edoardo, vescovo

 
«Per comprendere la bellezza della celebrazione eucaristica desidero iniziare con un aspetto molto semplice: la Messa è preghiera, anzi, è la preghiera per eccellenza, la più alta, la più sublime, e nello stesso tempo la più “concreta”. Infatti è l’incontro d’amore con Dio mediante la sua Parola e il Corpo e Sangue di Gesù. È un incontro con il Signore.
Ma prima dobbiamo rispondere a una domanda. Che cosa è veramente la preghiera? Essa è anzitutto dialogo, relazione personale con Dio. E l’uomo è stato creato come essere in relazione personale con Dio, che trova la sua piena realizzazione solamente nell’incontro con il suo Creatore. La strada della vita è verso l’incontro definitivo con il Signore. […] Cristo, quando chiama i suoi discepoli, li chiama affinché stiano con Lui. Questa dunque è la grazia più grande: poter sperimentare che la Messa, l’Eucaristia è il momento privilegiato per stare con Gesù, e, attraverso di Lui, con Dio e con i fratelli.
Pregare, come ogni vero dialogo, è anche saper rimanere in silenzio, in silenzio insieme a Gesù. Non è il momento di chiacchierare: è il momento del silenzio per prepararci al dialogo. È il momento di raccogliersi nel cuore per prepararsi all’incontro con Gesù. Il silenzio è tanto importante! E dal misterioso silenzio di Dio scaturisce la sua Parola che risuona nel nostro cuore. Gesù stesso ci insegna come realmente è possibile “stare” con il Padre e ce lo dimostra con la sua preghiera. I Vangeli ci mostrano Gesù che si ritira in luoghi appartati a pregare; i discepoli, vedendo questa sua intima relazione con il Padre, sentono il desiderio di potervi partecipare, e gli chiedono: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1).
Questo è il primo punto: essere umili, riconoscersi figli, riposare nel Padre, fidarsi di Lui. Per entrare nel Regno dei cieli è necessario farsi piccoli come bambini: i bambini sanno fidarsi, sanno che qualcuno si preoccuperà di loro, di quello che mangeranno, di quello che indosseranno e così via (cf. Mt 6,25-32). Questo è il primo atteggiamento: fiducia e confidenza, come il bambino verso i genitori; sapere che Dio si ricorda di te, si prende cura di te, di te, di me, di tutti.
 La seconda predisposizione, anch’essa propria dei bambini, è lasciarsi sorprendere. Il bambino fa sempre mille domande perché desidera scoprire il mondo; e si meraviglia persino di cose piccole perché tutto è nuovo per lui. Per entrare nel Regno dei cieli bisogna lasciarsi meravigliare. Nella nostra relazione con il Signore, nella preghiera - domando - ci lasciamo meravigliare o pensiamo che la preghiera è parlare a Dio come fanno i pappagalli? No, è fidarsi e aprire il cuore per lasciarsi meravigliare. Ci lasciamo sorprendere da Dio che è sempre il Dio delle sorprese? Perché l’incontro con il Signore è sempre un incontro vivo, non è un incontro di museo. È un incontro vivo e noi andiamo alla Messa, non a un museo.
In verità, il Signore ci sorprende mostrandoci che Egli ci ama anche nelle nostre debolezze. […] Questo dono è una vera consolazione, è un dono che ci è dato attraverso l’Eucaristia, quel banchetto nuziale in cui lo Sposo incontra la nostra fragilità. Posso dire che quando faccio la comunione nella Messa, il Signore incontra la mia fragilità? Sì! Possiamo dirlo perché questo è vero! Il Signore incontra la nostra fragilità per riportarci alla nostra prima chiamata: quella di essere a immagine e somiglianza di Dio. Questo è l’ambiente dell’Eucaristia, questo è la preghiera».