Sabato 20 Gennaio - Santi Fabiano e Sebastiano -
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Intervista "Risveglio" 31.08.2017
Asterischi 2013
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Asterischi 2015
Asterischi 2016
Asterischi 2017

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"Asterischi" è una forma di colloquio, una comunicazione semplice, familiare, su qualche argomento emerso magari da un incontro o dall'osservazione di qualche cosa: asterischi, appunto, come le stelle più piccole che vediamo nel cielo, un po' tremule rispetto alle loro sorelle più grandi e luminose, ma stelle.

 

 

La rubrica, tenuta dal Vescovo, compare su 'Il Risveglio popolare' a cadenza quindicinale.

 

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4 gennaio 2018
 

Tre asterischi… e buon anno!
 
Agnese disse a Renzo: “Andate a Lecco; cercate del dottor Azzecca-garbugli, raccontategli... Quello è una cima d’uomo! Pigliate quei quattro capponi, poveretti! a cui dovevo tirare il collo, per il banchetto di domenica, e portateglieli; perché non bisogna mai andar con le mani vote da que’ signori. Raccontategli tutto l’accaduto; e vedrete che vi dirà, su due piedi, di quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno... Agnese levò, a una a una, le povere bestie dalla stia, riunì le loro otto gambe, come se facesse un mazzetto di fiori, le avvolse e le strinse con uno spago, e le consegnò in mano a Renzo… Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente… Quelle quattro teste spenzolate s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura… “Mi scusi, signor dottore. Vorrei sapere se, a minacciare un curato, perché non faccia un matrimonio, c’è penale” disse Renzo...  “Ho capito, disse tra sé il dottore, che in verità non aveva capito… “È un caso chiaro, contemplato in cento gride, e... appunto, in una dell’anno scorso, dell’attuale signor governatore. Ora vi fo vedere, e toccar con mano”… “Pare che abbian fatta la grida apposta per me” disse Renzo... ma quando intuì di essere stato scambiato per l’offensore: “oh! signor dottore, come l’ha intesa? l’è proprio tutta al rovescio. Io non ho minacciato nessuno; io non fo di queste cose, io... La bricconeria l’hanno fatta a me”. “Diavolo!” esclamò il dottore, spalancando gli occhi… Andate, andate; non sapete quel che vi dite”… Chiamò la serva, e le disse: “restituite subito a quest’uomo quello che ha portato: io non voglio niente, non voglio niente”. Quella donna non aveva mai, in tutto il tempo ch’era stata in quella casa, eseguito un ordine simile… ma non esitò a ubbidire”.
Come la “notte degli imbrogli”: “Renzo il quale strepitava di notte in casa altruiha tutta l'apparenza d'un oppressore; eppure alla fine del fatto, egli era l'oppresso. Don Abbondioparrebbe la vittima; eppure in realtà era egli che faceva torto. Così va sovente il mondo... voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo” (I promessi sposi, cap.3; cap.8).

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Ho un ricordo che mi accompagna… Al termine della visita di un Superiore maggiore ad una comunità oratoriana, il visitatore ripeté più volte – ne aveva motivo, sinceramente – il “grazie” per il buon lavoro che aveva constatato e per il clima fraterno che si respirava nella comunità. Il Superiore locale, ringraziando per la gentilezza, osservò: “Ma è la nostra famiglia, Padre! Ci mancherebbe che non lo facessimo…”. Raccontai l’episodio all’incontro della Curia con il Vescovo per gli auguri di Natale 2016. Ho ringraziato tutti ricordando anche  per chi è che si lavora.

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Leggo che la statunitense NBC ha stabilito che i suoi giornalisti e dipendenti dovranno attenersi a rigide norme nel rapporto tra colleghi: denunciare relazioni in ufficio, persino rivolgendosi ad apposita linea telefonica anti-molestie; mai condividere un taxi per tornare a casa; divieto di abbracci “con contatto corporeo”; se questi ci fossero per particolari occasioni – un compleanno… –, il gesto dovrà durare pochi secondi “con immediato rilascio” per non dar adito a fraintendimenti e illazioni.
Vabbé. Mi limito a chiedermi: quest’anno non è il 50° anniversario del Sessantotto?  

Buon anno, amici!

XEdoardo, Vescovo

19 gennaio 2018
 

Sedici secoli fa, il 22 gennaio 418, moriva san Gaudenzio. Novara dedica al suo primo vescovo festeggiamenti solenni. E noi eporediesi ci associamo ricordando che Ivrea, tra il 327/337, gli ha dato i natali; che qui egli iniziò il suo cammino di cristiano, proseguito poi nella formazione ricevuta a Vercelli, nel cenobio sacerdotale istituito da sant’Eusebio, da dove, ordinato sacerdote, fu mandato a Novara in aiuto al prete Lorenzo, l’unico in quelle zone.

Siamo alle origini del cristianesimo in Piemonte, la Regio IX Italiae, popolata dai celto-liguri, due etnie ormai romanizzate da tempo. La diffusione del Vangelo avanzava lentamente con gli apporti di Milano e anche della Gallia, da dove – testimonia san Gregorio di Tours – fin dal secolo III non pochi missionari laici partirono per il Piemonte. Nella lettera dall’esilio a cui fu mandato per la sua coraggiosa adesione alla fede proclamata dal Concilio di Nicea, Eusebio saluta, insieme alla comunità vercellese, le già organizzate comunità di Novara, Ivrea, Tortona. Sant’Eusebio era giunto a Vercelli come vescovo nel 345. Intensa fu la sua opera di evangelizzazione; nel suo cenobio ricevettero una forte impronta grandi figure di Vescovi: Limenio e Onorato, suoi successori, Gaudenzio di Novara, Esuperanzio di Tortona; ma anche Eustasio di Aosta, Massimo di Torino e il nostro primo vescovo, Eulogio di Ivrea.

Per la Chiesa, terminate da poco le persecuzioni cruente durate più di due secoli ad opera del paganesimo, la testimonianza della fede richiedeva il coraggio e la dedizione dei “confessori”, testimoni della fedeltà a Cristo nelle vicende quotidiane: tra esse, le sofferenze, tutt’altro che lievi, inflitte dai potenti sostenitori dell’eresia ariana che, negando la divinità di Cristo, minava alle radici il cristianesimo. Per la società è il tempo in cui l’Impero conosce il tracollo, affrettato dalle invasioni barbariche: Massimo di Torino parla nelle sue omelie delle immani distruzioni, invitando però i fedeli a non perdere il coraggio: «I barbari – diceva – hanno distrutto le vostre abitazioni, non la città, perché la città siete voi». Gaudenzio è testimone della fede e della carità cristiana in un’epoca difficile che per non pochi aspetti richiama la nostra.

Nel 355 Eusebio era stato condannato all’esilio dall’Imperatore filoariano Costanzo II: a Scitopoli di Palestina, dove la lontananza dalla sua comunità e le preoccupazioni per essa acuirono le sofferenze fisiche, il diacono Siro e l’esorcista Vittorino gli portarono la consolante notizia che nessun vescovo ariano si era insediato a Vercelli e che il clero ed il popolo erano rimasti fedeli alla autentica dottrina della fede. Dovettero sicuramente commuovere anche Gaudenzio le parole del vescovo Eusebio: «Mi compiaccio, fratelli, della vostra fede e mi rallegro della salvezza che essa in voi ha prodotto. Sappiate che a mala pena ho potuto scrivervi questa lettera, pregando continuamente Dio di trattenere i miei custodi e di concedere al nostro diacono di poter portare a voi piuttosto i nostri saluti che le notizie delle nostre tribolazioni. Vi scongiuro pertanto insistentemente di custodire con ogni cura la vostra fede, di mantenervi concordi, di essere assidui nell’orazione, di ricordarvi sempre di noi, perché il Signore si degni di dare libertà alla sua Chiesa, ora oppressa su tutta la terra, e perché noi, che siamo perseguitati, possiamo riacquistare la libertà e rallegrarci con voi».

Dalla Palestina Eusebio sarà trasferito in Cappadocia e poi nella Tebaide; i gravi maltrattamenti fisici continueranno, ma nel 361 anche per lui si aprì la via del ritorno. «Al ritorno di Eusebio l'Italia depose le vesti del lutto» scrisse san Girolamo. A Vercelli fu ricevuto in trionfo. Il popolo gli andò incontro dicendo: «Ti assicuriamo, Padre, che abbiamo conservato integro il patrimonio della fede come tu ce l'hai insegnata a viva voce e confermata con lettere dall'esilio ».

E’ facile pensare che tra quel popolo festante ci fosse anche Gaudenzio che nel 398 sarà consacrato vescovo di Novara, con ogni probabilità da Simpliciano, successore di Ambrogio: e continuerà per circa vent’anni la sua opera di appassionato predicatore, formatore di sacerdoti nello stile appreso da Eusebio, maestro e testimone del Vangelo per il popolo cristiano. Alla sua morte fu sepolto fuori le mura; nel V secolo fu edificata una basilica che presto prese il suo nome. Le sue reliquie sono ora custodite nella basilica attuale, la cui ardita cupola antonelliana, con il pinnacolo che raggiunge i 121 m., sembra dire: Gaudenzio è qui!

Se pochi sono i dettagli che conosciamo della vita di Gaudenzio, il suo vero ritratto, ancor più affascinante di quello prezioso affrescato della cripta della nostra Cattedrale, è la sua indomita fedeltà a Cristo in un tempo per nulla facile.

 

XEdoardo, Vescovo