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EDITORIALE

Editoriale

100 anni dalla nascita

e a trenta dalla morte

 

IL CARDINALE SERGIO PIGNEDOLI

NEL RICORDO DEL VESCOVO ADRIANO

 

 

 

Pubblichiamo una parte dell’omelia che il Vescovo mons. Adriano Caprioli ha pronunciato domenica 20 giugno in Cattedrale, nella Messa in memoria e suffragio del cardinale Sergio Pignedoli, a cent’anni dalla nascita e trenta dalla morte (testo integrale consultabile sul sito web diocesano: www.diocesi.re.it).

 

Don Sergio è cresciuto come discepolo alla scuola di questa singolarità della figura di Gesù, a fianco dell’amico e maestro Mons. Montini (nella FUCI, nella Segreteria di Stato e a Milano). (…)

Prima ancora dell’arrivo di Montini, Don Sergio - che era stato chiamato a Milano come assistente dei giovani studenti della Università Cattolica dalla volontà del rettore padre Agostino Gemelli - con il sopraggiungere dell’evento bellico nel giugno di settant’anni fa, provò la sofferenza di starsene a Milano a vedere i suoi giovani partire per il fronte, e chiese di essere nominato cappellano militare. Una scelta che deve aver fatto molto arrabbiare padre Gemelli, il quale gli scrive: “Vede in quali impicci mi ha messo, chiedendo di andare volontario come cappellano…”.

Don Sergio Pignedoli è irremovibile: “Mi sono assunto la responsabilità di questo passo davanti all’Università. Per conto mio in questo momento il sacerdote sta bene dove si soffre, e ove si può morire”. Non solo: chiede insistentemente di essere inviato su navi da guerra, dove si combatte. Ed ecco che Don Sergio, dalle navi ospedale Po e Toscana, passa sulle corazzate Giulio Cesare, Duilio e Doria, pronto anche a stare in un sottomarino.

Finisce la guerra, ma non finisce la sua missione tra i giovani - prima alla FUCI, poi agli Scout e all’Azione Cattolica -, con il chiaro proposito, negli anni del dibattito culturale sull’assetto istituzionale del Paese e sul ruolo dei cattolici, di educare i giovani alla responsabilità e all’autonomia, prima che alla azione politica e alla organizzazione partitica. Della fiducia verso i suoi giovani, Don Sergio dà una motivazione anzitutto di fede cristologica: “I nostri fratelli, nel duro lavoro del tempo in cui viviamo, sono sicuri, perché vivono di Gesù Cristo e della sua verità: per lui darebbero la vita”.

Ma neanche Roma, come prima Milano, poteva arrestare quel... “transatlantico” della missione che fu Don Sergio. Contagiato dall’evento dell’Anno Santo del 1950 - Pignedoli ne fu il segretario generale -, in cui la Chiesa doveva apparire all’umanità come il luogo della speranza e della vivibilità di un mondo nuovo, e accantonata l’idea di diventare vescovo in qualche diocesi italiana, ottiene il mandato di Nunzio apostolico in diversi Paesi del mondo: prima la Bolivia poi il Venezuela, e ancora - dopo la parentesi degli anni di Milano per la Missione cittadina che ricordavo -, il viaggio dei 33 giorni in Asia, infine in Africa e Canada.

C’è un filo rosso che lega questi viaggi missionari: quella che alcuni chiamano la “diplomazia dell’amicizia”. È lo stesso Paolo VI che darà questa lettura, all’indomani della nomina del suo ambasciatore nei Paesi del mondo a Presidente del Segretariato per i Non Cristiani: “Abbiamo affidato il Segretariato per i Non Cristiani al Card. Sergio Pignedoli per la sua straordinaria capacità di accoglienza, di ospitalità e di affetto, un dono che gli è congeniale per natura, ma che egli coltiva con l’impegno e il sacrificio personale, e lo eleva con la forza soprannaturale che viene da Dio”.

Sì, la “diplomazia dell’amicizia” è virtù umana, cordialità di carattere, stile di relazione, ma prima ancora è dono di Dio, carisma spirituale, virtù soprannaturale ed ecclesiale. È dono da chiedere umilmente al Signore per tutta la vita.  (…)