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EDITORIALE

Chiesa di San Pietro

Dopo la Beata Giovanna Scopelli e i Santi Crisanto e Daria

TRE SANTI 'REGGIANI' DA RISCOPRIRE

Ricognizione canonica per Gioconda,Venerio e Tommaso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come a cerchi concentrici, l’interesse per la memoria storica e religiosa della Chiesa reggiana si sta allargando lungo la via Emilia, sulle orme di quanti hanno testimoniato con l’eroicità delle virtù cristiane la loro fedeltà al Vangelo: i santi. L’epicentro di questo movimento di riscoperta è sempre il restauro architettonico della Cattedrale, dove poco più di un anno fa ha avuto termine la ricognizione canonica del corpo della beata reggiana Giovanna Scopelli. Da lì, estendendosi il cantiere dei lavori nella cripta del Duomo, l’attenzione si è propagata ai santi martiri Crisanto e Daria. Ora è appena iniziata l’indagine scientifica sui resti di altri tre illustri concittadini da secoli custoditi nella chiesa dei Santi Pietro e Prospero, meglio nota come San Pietro. Si tratta delle ossa dei santi Venerio, Gioconda e Tommaso.

 

Reliquie in San Pietro

  Quando, per la realizzazione della “tagliata” a difesa della cinta muraria della città di Reggio, fu abbattuto anche l’antico monastero di San Prospero fuori le mura, i benedettini ebbero in cambio la chiesa urbana di San Pietro. Procedettero, pertanto, alla demolizione dell’antico fabbricato per la realizzazione di un nuovo complesso monastico di notevoli dimensioni e di indubbia qualità architettonica.

Dall’antica chiesa conventuale nel 1551 vennero però trasportate nella chiesa nuova in città le reliquie dei santi Venerio e Gioconda e del beato Tommaso.

Nel 1731 le reliquie, ciascuna in un’urna marmorea opera di Nicola Scampolo, allievo del Clemente (1627), trovarono collocazione – anche per ragioni liturgiche – sotto l’altare maggiore.

 

Ricognizione 2010

  Le urne lignee poste sotto l’altare della chiesa di San Pietro sono state prelevate il 22 febbraio scorso. Lunedì 1° marzo, presso il palazzo di Curia, alla presenza dei delegati del Vescovo, le teche sono state aperte dando formalmente il via allo studio storico e scientifico dei resti umani di questi santi, da secoli venerati in ambito locale. La presentazione alla stampa è avvenuta il giorno successivo nella Sala conferenze del Museo Diocesano, dove l’anatomopatologo Fabrizio Ambrosetti ha richiamato il senso della ricognizione canonica. “Un atto medico-scientifico – ha spiegato – con cui si verifica l’autenticità e la corrispondenza storica delle reliquie, se ne studia lo stato di conservazione, si ottengono informazioni circa le condizioni di salute e le cause di morte della persona indagata e, non ultimo, si pone in essere un trattamento conservativo dei suoi resti”.

 

Ossa "parlanti"

  Nonostante i danni naturali causati dal trascorrere del tempo, “lo scheletro umano è come un libro che registra per sempre ogni fase della vita”, ha affermato la ricercatrice Alessandra Cinti. Sarà in particolare lei, insieme ai docenti universitari membri dell’apposita Commissione diocesana (v. box), ad operare concretamente sui resti mortali dei tre santi nel corso di quest’anno, grazie alla borsa di studio offerta dalla signora Ave Giordani in memoria del figlio Giovanni Pio Caraffi. Oltre alla datazione dei reperti con la collaudata tecnica del carbonio 14, non è escluso il ricorso allo studio del Dna. L’operazione coordinata dall’Ufficio diocesano Beni culturali non solo consente un’accurata analisi scientifica, ma ci offre l’opportunità di acquisire ulteriori elementi al di là di quelli agiografici, per meglio conoscere la dimensione umana di questi santi “reggiani”.

 

Culto rifiorente

  Il culto dei santi Venerio, Gioconda e Tommaso, ha dichiarato il Vescovo Ausiliare mons. Lorenzo Ghizzoni, rischiava di restare confinato alla chiesa cittadina di San Pietro, dove soprattutto le Case della Carità, sulla scia della devozione tipica di don Prandi, hanno continuato a celebrarne la memoria orante. Ora, quanto meno, siamo sollecitati a riscoprire più santi a cui votarci. Non solo il patrono San Prospero, insomma, ma la sua prima discepola vergine, Gioconda, su cui esiste un “vuoto documentario” che va dal V secolo all’epoca matildica; e poi un successore vescovo, Tommaso, che fu pastore di Reggio Emilia nel primo ventennio dell’ottavo secolo.

Senza contare che nella cripta della Cattedrale è stato ritrovato il corpo di un altro presule reggiano, tale Giovanni Fulconi, che fu vescovo di Como e morì nel 1312.

Certo, i dati storici complessivamente a disposizione sono piuttosto avari. Sui tavoli della Sala conferenze, per favorire la ricostruzione documentaria, erano stati esposti i reperti rinvenuti all’esterno e all’interno delle cassette contenute nelle urne marmoree: lamelle plumbee, pergamene, tessuti di manifattura reggiana.

 

Il valore del corpo

  Tutto è ora nelle mani dell’équipe diocesana, che cercherà conferme e, perché no, smentite alle poche notizie biografiche che su Venerio, Tommaso e Gioconda ci sono state tramandate.

Ma perché “infierire” ancora oggi su quelle spoglie, per quanto sacre? All’obiezione, in verità abbastanza frequente quando si avviano simili indagini, ha risposto il direttore dell’Ufficio diocesano Beni culturali mons. Tiziano Ghirelli: “Il motivo per cui si fa una ricognizione canonica è prettamente biblico-teologico: è un modo per provocare la nostra fede sul valore del corpo e sul dogma della resurrezione della carne, «quando i nostri corpi mortali saranno trasfigurati ad immagine del Corpo glorioso del Cristo». L’operazione che stiamo conducendo ha dunque una prospettiva escatologica. Diversamente, faremmo della semplice archeologia”.

 

  Venerio, Gioconda, Tommaso, come la beata Giovanna Scopelli o Crisanto e Daria: testimoni della fede cristiana, in anima e corpo. Nella perizia con cui la Chiesa del 2010 si prende cura delle loro reliquie, si coglie qualcosa della ragione che spinse i cristiani dei primi secoli ad abbandonare la cremazione dei defunti e a preferire piuttosto l’inumazione dei corpi, non più in necropoli (“città dei morti”) ma nei cimiteri (“dormitori”).

 

Edoardo Tincani