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Se la vita fa paura

Una questione soprattutto politica

Quel principio di neutralità sulle questioni più scomode

Le ragioni della vita: con quali parole?

La subdola girandola dei numeri

 

 

ABORTO (1)

Storia e leggi sull’interruzione della gravidanza

 

SE LA VITA FA PAURA

 

Ripercorrere le tappe che hanno segnato la legalizzazione dell’aborto in Italia è come fare un viaggio nei cambiamenti della società in cui viviamo con la fatale sensazione che tali cambiamenti siano avvenuti in modo ineluttabile e che stiano ancora avvenendo. È una sequenza di eventi nefasti, per chi scrive, di fronte ai quali parole di amore e umanità non hanno vinto sui proclami della scienza (sempre troppo sopravvalutata) e sulle pretese egoistiche di molti paurosi, perché

la vita con le sue incognite evidentemente fa paura. Il codice penale Zanardelli (1890) ed il codice Rocco varato durante il fascismo, consideravano reato l’aborto; nel 1975 la corte costituzionale dichiarava illegittimo l’art. 546 “nella parte in cui non prevede che la gravidanza possa venir interrotta quando l’ulteriore gestazione implichi danno, o pericolo, grave, medicalmente accertato nei sensi di cui in motivazione e non altrimenti evitabile, per la salute della madre”, come si legge nella sentenza del 18 febbraio n°27. Il giudizio di legittimità era stato promosso con ordinanza emessa il 2 ottobre 1972 dal giudice istruttore del tribunale di Milano nel procedimento penale a carico di tale Minella Carmosina. Evidentemente il dramma estremo di dover scegliere tra la propria vita e quella del nascituro, considerato che a volte (rarissime) continuare la gravidanza comporterebbe il rischio per entrambi, è stato ritenuto un dramma privato, una scelta personale di fronte alla quale la legge scelse di ritirarsi “rispettosamente”… ma gli effetti della sentenza dovevano andare oltre. L’idea che l’essere umano donna possa scegliere di non sacrificarsi

per far nascere l’essere umano figlio poteva anche sembrare una questione limite per il diritto, ma questa sentenza avallò l’opinione che la salute in senso lato della donna valesse più della vita stessa del figlio. Il figlio, o la figlia, in poco tempo non vengono più chiamati  così, ora non sono più piccole persone: sono feti, embrioni, parole “scientifiche” prive di una precisa connotazione umana. Nel giugno del  1975 Emma Bonino, Adele Faccio, Giorgio Conciani e Gianfranco Spadaccia vengono arrestati per il reato di procurato aborto. “Quegli arresti sono il detonatore per imporre l’attualità di una tragedia - si legge sul sito internet ufficiale di Emma Bonino, incredibilmente alla voce Diritti Umani - quella dell’aborto clandestino, che fino a quel momento tutti, ad esclusione dei radicali, ipocritamente preferivano ignorare. Grazie alla campagna radicale e del Centro di Informazione Sterilizzazione e Aborto (CISA) si apre un dibattito politico che porterà nel 1978 alla regolamentazione legislativa dell’interruzione di gravidanza”. Il senso comune stava già cambiando, ma non del tutto, era “in dubbio” quando accadde un fatto, un episodio che suscitò le paure più angosciose della gente, un incidente perfetto da sfruttare per influenzare irrimediabilmente l’opinione pubblica: a Seveso, il 10 luglio del 1976 da un reattore dello stabilimento chimico dell’Icmesa si leva nell’aria una nube di diossina.

(1.    segue) Eleonora Cosmi

 

 

ABORTO (2)

Il dopo-Seveso

 

UNA QUESTIONE SOPRATTUTTO POLITICA

 

A Seveso, il 10 luglio del 1976 fuoriesce una nube di diossina da un reattore dello stabilimento chimico dell’Icmesa (Industrie Chimiche Meda Società Azionaria). L’incidente è gestito malissimo

da ogni punto di vista per la totale assenza di piani d’emegernza e l’ignoranza pressochè completa degli effetti della sostanza. La popolazione venne avvertita con colpevole ritardo; dopo ben due settimane la gente venne allontanata dalle case, molte delle quali vennero rase al suolo: fu terrore puro, gonfiato da tutti i media che cavalcarono la paura. A sfruttare il momento mediatico si precipitarono esponenti dell’ecologismo di sinistra e… ovviamente le militanti del CISA (Centro sterilizzazione e aborto, fondato nel 1973 da Emma Bonino, Adele Faccio, Maria Adelaide Aglietta e altri) e alcuni medici . Ecco un ampio stralcio dell’articolo di MARIO PALMARO (da “Il Timone” n° 55, Luglio-Agosto 2006) che a trent’anni dal fatto fa una analisi della campagna di disinformazione che ne seguì, sulla pelle degli abitanti di Seveso. “Nei giorni immediatamente successivi all’incidente muoiono animali da cortile, e alcune persone sono colpite dalla cloracne, eruzioni cutanee che nel caso di due bambine risultarono particolarmente deturpanti.

(…) 193 i casi di cloracne accertati (...). Gli abortisti allora si scatenano per creare un clima di terrore a Seveso e dintorni: attiviste dell’Unione donne italiane, del Cisa, e di altri “collettivi”

raggiungono ogni giorno la zona ed esibiscono nei pressi del consultorio o degli ospedali cartelli inequivocabili, su cui campeggiano scritte come “O mostro o aborto”. Il 31 luglio le parlamentari Susanna Agnelli (Partito Repubblicano), Giancarla Codrignani (Partito comunista) e la radicale Emma Bonino chiedono che alle donne di Seveso e dintorni sia consentito l’aborto. Un coro di consensi si leva da quasi tutti i giornali. Il 7 agosto il ministro della sanità Dal Falco e il ministro della giustizia Bonifacio, entrambi democristiani, ottenuto il consenso del presidente del

Consiglio Giulio Andreotti, autorizzano gli aborti per le donne della zona che ne faranno richiesta. Il Giornale di Montanelli scrive, rompendo il coro dei consensi: «Il rischio è per i bambini, non per la madre: si tratta di aborto eugenetico, e non terapeutico». Subito il Cardinale di Milano

Giovanni Colombo prende coraggiosamente posizione: non uccidete i vostri figli - dice l’8 agosto - le famiglie cattoliche sono pronte a prendersi cura di eventuali bambini handicappati. I giornali dileggiano l’arcivescovo di Milano, e rilanciano con maggiore virulenza la campagna per la legalizzazione dell’aborto. Intanto vengono praticati i primi aborti all’ospedale di Desio e alla clinica Mangiagalli di Milano.” (La clinica Mangiagalli, rinomatissima allora come oggi: il Corriere della Sera, e non solo lui, il 28 settembre 2007 la definisce in prima pagina “tempio dell’ostetricia italiana”, ndr). “Ma all’orrore si aggiunge altro orrore – continua Palmaro nel suo articolo

- quando nel marzo del 1977 arrivano in Italia i risultati delle analisi compiute presso i laboratori di Lubecca sui poveri resti dei bambini mai nati di Seveso: nessun embrione presentava le temute malformazioni. Erano dunque queste le uniche vittime innocenti della diossina”.

Proprio così, la diossina non fece vittime al momento dell’incidente e non è dimostrato che abbia provocato il cancro agli abitanti di Seveso o malformazioni ai loro figli nei successivi trent’anni. I telegiornali dell’epoca mostrarono le immagini dei bambini deformati nati nel Vietnam dove gli americani usarono milioni di litri di Diossina come defoliante.

I bambini di Seveso, sani e abortiti, erano almeno trentatrè; i figli delle madri che rifiutarono di abortire, vent’anni dopo, hanno incontrato Giovanni Paolo II testimoniando al Papa la grazia di essere vivi.

Sono questi, dunque, compiuti sull’onda della paura, i primi aborti legali in Italia; ma all’epoca non erano disponibili le diagnosi prenatali che oggi tutti conosciamo anche per via dei tragici errori che balzano alle cronache di tanto in tanto: errori come il recente tristissimo caso delle gemelline di Milano, perché l’aborto di un bambino handicappato (bambino, non feto, per favore!), per il sentire moderno non è nemmeno tragico, è poco meno che “necessario”.

a cura di Eleonora Cosmi

 

 

Aborto (III)

La legge 194 viene varata pochi giorni dopo l’omicidio di Aldo Moro

Quel principio di neutralità sulle questioni più scomode

 

C’è stato un periodo in cui non votare Democrazia Cristiana equivaleva a non essere nemmeno cristiani, eppure la legge 194 vanta un record molto particolare: è l’unica legge sull’aborto al mondo che porti la firma esclusivamente di uomini politici cattolici. Come è potuto accadere? Semplice, il partitone cattolico stette al potere il più a lungo possibile, cedendo progressivamente sulle questioni più scomode tra cui certamente l’aborto.

Aldo Moro il 20 luglio del 1975, al Consiglio nazionale della Democrazia cristiana, pronunciò queste parole: “La ritrovata natura popolare del partito induce a chiudere nel riserbo delle coscienze alcune valutazioni rigorose, alcune posizioni di principio che sono proprie della nostra esperienza in una fase diversa della vita sociale, ma che fanno ostacolo alla facilità di contatto con le masse e alla cooperazione politica. Vi sono cose che, appunto, la moderna coscienza pubblica attribuisce alla sfera privata e rifiuta siano regolate dalla legislazione e oggetto di intervento dello Stato. Prevarranno dunque la duttilità e la tolleranza”.

Messaggio chiarissimo, Moro suggerisce al partito di non difendere quelle posizioni di principio che potrebbero ostacolare il contatto del partito con le masse: anche se non elenca quali siano questi “fatti privati da chiudere nel riserbo delle coscienze”, è facile intuirli persino oggi a trent’anni dal suo discorso: divorzio ed aborto. Fatto salvo che entrambi sono contrari alla morale cattolica, tra la scelta sbagliata di due persone e l’uccisione di un innocente c’è una enormità, un abisso di differenza tra errore ed orrore.

Già nell’estate del 1976 il terzo governo Andreotti autorizzò gli aborti eugenetici per le donne di Seveso che ne fecero richiesta per paura della contaminazione della diossina: se non lo avesse fatto, se non fosse stato “duttile” almeno in quell’occasione drammatica, avrebbe certamente danneggiato il suo “contatto con le masse”, ma alla nascita dei bambini (che in ogni caso famiglie cattoliche si offrivano di adottare) avrebbe avuto una grande rivincita: quei trentatré condannati a morte erano tutti sani, particolare che sfugge in molti articoli dell’epoca e anche in molte attuali revisioni storiche dell’episodio.

La legge 194 venne votata proprio pochi giorni dopo l’assassinio di Aldo Moro, infatti le prime pagine dei giornali le dedicano un editoriale praticamente solo il giorno successivo al voto.

Giulio Andreotti (nella foto) scrisse nel suo diario queste frasi, oggi citate da più parti: “Seduta a Montecitorio per il voto sull’aborto. Passa con 310 a favore e 296 contro. Mi sono posto il problema della controfirma a questa legge (lo ha fatto anche Leone per la firma) ma se mi rifiutassi non solo apriremmo una crisi appena dopo aver cominciato a turare le falle, ma oltre a subire la legge sull’aborto la Dc perderebbe anche la presidenza e sarebbe davvero più grave”. Colui che disse la bella frase “Il potere logora chi non ce l’ha”, qui dice chiaramente che negare la sua firma sulla legge che legalizzava l’aborto non valeva la perdita della presidenza. Andreotti non soltanto firmò la legge, ma il 5 dicembre 1979 il governo difese la costituzionalità della legge 194 presso la Corte Costituzionale.

Venticinque anni dopo, Giulio Andreotti, il 22 maggio 2003 dichiarò: “Oggi preferirei dimettermi, che controfirmare quella legge” ed in questo almeno ha fatto molto meglio di Tina Anselmi (all’epoca ministro della Sanità e quindi anch’essa firmataria della legge), del senatore Emilio Colombo e addirittura di Valerio Volpini, l’ex direttore de L’Osservatore Romano, che hanno definito le tesi del cosiddetto tradimento dei valori cristiani della DC  una “analisi culturale rozza e storicamente infondata” quando nel 1994 l’on. Irene Pivetti intervenne al Meeting dell’amicizia di Rimini proprio sul comportamento dello scudo crociato in tema di aborto.

La legge sarebbe certamente stata varata, da un governo o da un altro, ma oggi quel principio di “chiudere nel riserbo delle coscienze” quei giudizi morali che le masse non vogliono sentire è diventato quasi un divieto di parlarne. Il silenzio non dà fastidio a nessuno e moltissimi cristiani, anche praticanti (non i cardinali, uomini pii ma sempre gli stessi due, regolarmente intervistati dai telegiornali) considerano l’astenersi dal giudizio alla stregua di un valore civile.

Ma forse Tina Anselmi, E. Colombo e V. Volpini che nel 1994 sostennero che quel voto fosse necessario in quel momento, nutrivano la convinzione che questa legge sia meno grave di quel che avrebbe potuto essere e sottovalutavano i dati sul numero scioccante di aborti che sono stati praticati legalmente e gratuitamente nel nostro paese in trent’anni.         (continua)

Eleonora Cosmi

 

 

ABORTO (IV)

 

Referendum sulla 194: risultato e problematiche ancora attuali

Le ragioni della vita: con quali parole?

 

Nel 1981 gli italiani hanno avuto la possibilità e la responsabilità di votare due quesiti referendari sull’aborto, uno promosso dal Movimento per la Vita con lo scopo di restringerne i casi di liceità e uno promosso dal partito Radicale per rendere più libero il ricorso all'interruzione volontaria di gravidanza (Ivg). I risultati sono stati molto chiari: il quesito referendario dei radicali viene respinto dall’88,4% dei votanti, quello posto dal Movimento per la Vita viene ugualmente respinto ma dal 68% dei votanti. Il cardinale Giacomo Biffi in Memorie e digressioni di un italiano scrive così: “Il risultato del referendum è stato disastroso. Nessuno dei profeti di sventura tanto deprecati da Giovanni XXIII aveva mai osato prevedere nel suo pessimismo ciò che poi di fatto è accaduto: i paladini dell'aborto hanno avuto il 68% dei votanti; i difensori della vita, dell'uomo, della ragione si sono fermati al 32%”. Eppure questa sconfitta non poteva non essere subodorata perché veniva sette anni dopo  il referendum del 12 maggio 1974, quando il 59,3% degli italiani decise di mantenere la legge Fortuna-Baslini che istituiva in Italia il divorzio. Capisaldi della morale cattolica vengono meno progressivamente e se quei referendum si svolgessero oggi, i risultati verrebbero riconfermati: i parroci lo sanno, quello sul divorzio rasentererebbe addirittura il plebiscito. La legge 194 consente l’aborto legale entro 90 giorni di gestazione adducendo vari motivi, quali la situazione economica; oltre il 90° giorno permette l’aborto terapeutico. Il referendum radicale intendeva liberalizzare completamente l’Ivg perciò è confortante che l’88,4% degli italiani abbia ritenuto che l’aborto debba “almeno” essere una scelta motivata da un qualche disagio, ma il 68% ha lasciato comunque intatta la legge 194 con le sue contraddizioni (basti dire che si intitola legge per la “tutela della maternità”). Gli interventi in difesa della vita nei vari dibattiti referendari vengono percepiti come guidati e strumentalizzati dalla Chiesa che - avversa, per motivi non ben compresi, anche alla contraccezione - perseguirebbe lo scopo di limitare la libertà degli uomini, di condannarli a prigioni morali che non corrispondono ai veri bisogni umani. Il problema del linguaggio che veicola i valori è una sfida ancora in corso. Nella danza dei numeri, il fronte abortista sosteneva che gli aborti clandestini fossero più di 800.000 l’anno (il PSI arrivò a dire in parlamento che erano 2 o 3 milioni!) e che almeno 20 mila donne ne morivano. Queste mistificazioni sono state smascherate solo venticinquie anni dopo da Antonio Socci: nel libro Il genocidio censurato, Socci si è preoccupato di verificare queste cifre scoprendo che nel 1972 le donne decedute in età fertile, dai 15 ai 45 anni, furono in tutto 15.116 e di queste 409 morte per gravidanza o parto. Nella campagna referendaria Democrazia Cristiana e Movimento Sociale si affiancano al Movimento per la Vita, tutti gli altri contro. Ricordare che il feto non è solo uno stadio di sviluppo di un qualsiasi mammifero, ma in questo caso è un bambino è giudicato una “forma terroristica di propaganda con argomentazioni colpevolizzanti”. La musica che rende impermeabili le coscienze è la stessa di sette anni prima (chi imporrebbe al suo prossimo un matrimonio infelice?): chi costringerebbe una minorenne stuprata (esempio molto ricorrente) a tenere un figlio che non vuole, una donna in gravi difficoltà economiche a vivere nell’indigenza insieme al figlio non previsto? Gli esperti di opinione lo sanno bene: sono i singoli casi che spaventano le persone: vince sempre il “se fossi io… vorrei poter scegliere”.                Eleonora Cosmi

 

 

aborto (v)

 

Al di là di coefficienti e di percentuali, i dati assoluti richiamano alla persistente gravità del fenomeno, privo di adeguati rimedi

La subdola girandola dei numeri

 

La legge 194/1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) prevede che, ogni anno, il ministro della sanità di turno presenti al parlamento una relazione sull’applicazione della legge.

Le relazioni sono visibili sul sito del ministero della sanità (alla voce pubblicazioni e rapporti, relazioni al parlamento): la più recente riporta i numeri definitivi relativi al 2005, e quelli provvisori per il 2006. E’ stupefacente come gli stessi numeri possano essere letti in modo diverso.

Fin dalle prime righe introduttive il ministro Livia Turco esprime grande ottimismo sulla diminuzione del numero assoluto di IVG, attribuendo il merito di questa diminuzione interamente alla legge stessa. Dice testualmente “Il tasso di abortività (numero delle IVG per 1.000 donne in età feconda tra 15-49 anni), l’indicatore più accurato per una corretta valutazione della tendenza al ricorso all’IVG, nel 2006 è risultato pari a 9.4 per 1.000, con un decremento del 2.2% rispetto al 2005 (9.6 per 1.000) e un decremento del 45.3% rispetto al 1982 (17.2 per 1.000)”. Continua più avanti “Il rapporto di abortività (numero delle IVG per 1.000 nati vivi) è risultato pari a 234.7 per 1.000 con un decremento del 3.0% rispetto al 2005 (241.8 per 1.000) e un decremento del 38.3% rispetto al 1982 (380.2 per 1.000)”. Pare arbitrario considerare il tasso di abortività, aborti volontari per donne in età feconda, più significativo del rapporto di abortività, IVG per nati vivi, ed è esageratamente ricalcato il riferimento all’anno 1982 detto “anno del picco”, riferimento frequente in ogni capitolo della relazione.

Proviamo a sostituire ai coefficienti i numeri assoluti. Nel 2005 le IVG totali sono state 132.790 su  549.097  nati vivi, nel 1982 le IVG totali sono state 234.801 su circa 604.733 nati; su 10 gravidanze sono finite in aborto volontario 3,83 nel 1982, 2,35 nel 2005. Una diminuzione non proprio eclatante per un paese da anni a crescita zero! Il ministro, inoltre, ha omesso di considerare come dagli anni ’80 ad oggi la contraccezione si sia diffusa in modo sempre più massiccio, come l’età delle donne in gravidanza sia aumentata costantemente insieme alla tendenza a fare meno figli e, non da ultimo, non considera il contributo del Movimento per la vita e dei consultori familiari alla diminuzione del numero totale di aborti… A voler essere pignoli, poi, ci sarebbero anche le mille pillole “del giorno dopo” vendute ogni giorno nel nostro paese (dato del 2006), che avranno senz’altro provocato un numero imprecisato di aborti precocissimi e totalmente irrintracciabili (ma, per la legge, dovremmo dire mancati impianti di un ovulo fecondato). Il ministro Turco, sempre con lo stesso ottimismo, osserva anche che nel 2005 il 29,6% del totale delle IVG è stato effettuato da donne straniere, come se questi aborti fossero diversi: sottolineando questo aspetto, intenderebbe rafforzare l’idea che le donne che ricorrono all’IVG siano meno istruite della media, più povere della media, non sposate o senza un partner stabile, molto o troppo giovani (come, nell’immaginario collettivo, potrebbero essere ritenute molte straniere che vivono in Italia in modo precario): questa immagine è del tutto sfatata dai numeri riportati nelle apposite tabelle. Nella relazione, ricca di complicati coefficienti tutti da interpretare, manca il numero assoluto di aborti legali avvenuti dall’entrata in vigore della legge 194: per conoscerlo bisogna scartabellare le relazioni degli anni precedenti e sommare manualmente: il risultato è il numero impressionante di 4.746.336, così impressionante che non compare da nessuna parte.

Ma il capitolo più vergognosamente omissivo e in malafede si intitola “Interruzioni volontarie di gravidanza precedenti”. A questo argomento la Turco dedica esattamente 27 righe e, contestualmente a queste, una tabella con dei coefficienti risultanti dall’applicazione di una funzione statistica che dimostrerebbero quanto questi recidivi (chiamiamoli così) siano pochi rispetto a quelli attesi. Scrive testualmente “L’evoluzione della percentuale di aborti ripetuti che si osserva in Italia è la più significativa dimostrazione del cambiamento nel tempo del rischio di gravidanze indesiderate, se tale rischio fosse rimasto costante avremmo avuto dopo quasi 30 anni dalla legalizzazione una percentuale poco meno che doppia rispetto a quanto osservato”. Anche qui, per capirci qualcosa, bisogna cercare la tabella giusta e sommare manualmente i singoli dati. Bene, nel 2005 hanno abortito complessivamente 132.790 donne: per 33.660 di queste non era la prima volta (per 1468 persino la quinta). Quale ottimismo ci può essere nel constatare che molte donne  ricorrono all’IVG come alternativa alla contraccezione?

Fa una certa differenza presentare i numeri assoluti piuttosto che una serie di coefficienti calcolati a tavolino! L’implicazione delle parole della Turco (che non si può pensare inconsapevole di quanto ha scritto e firmato) è che delle 94.826 donne che hanno abortito per la prima volta nel 2005, una funzione statistica assunta come “oro colato” prevede che oltre 40.000 ne affronteranno un secondo nella loro vita così quando invece di essere 40.000 le recidive del 2005 saranno state “solo” 30.000 potremmo dire che sono poche! Chiaro, no? Se una funzione statistica non predice correttamente l’evolversi di un fenomeno vuol dire che è sbagliata.

Che ne è stato poi degli aborti clandestini? Il documento dice pilatescamente che “Da alcuni anni non è stato più possibile applicare il modello matematico per la stima degli aborti clandestini perché l’errore sulla stima è dello stesso ordine di grandezza della stima stessa”. Quindi ogni cifra sbandierata al riguardo è pura supposizione.

Visto, infine, che la legge 194 è dichiaratamente una legge a sostegno della donna e della maternità, il ministro ha pensato qualcosa per sostenere le donne dopo il primo aborto, magari qualcosa di diverso da un ulteriore aborto gratuito? (5. fine)

Eleonora Cosmi