Vincenzo Tosello

Il Cristo e la Chiesa di San Domenico

Il recente radicale restauro dello storico Crocifisso di Chioggia e la sua restituzione alla città con la ricollocazione nel tempio che lo custodisce da secoli – la chiesa di S. Domenico - sono il motivo diretto di questa agile pubblicazione, che coglie lo spunto della fausta circostanza per presentare sinteticamente la storia dell’isola e della chiesa, oltre che dell’artistica immagine sacra.

Il “Cristo di S. Domenico” – così viene comunemente chiamato il nostro Crocifisso – rappresenta certamente un caso singolare ed emblematico dell’arte religiosa e della devozione popolare sotto parecchi punti di vista. Si tratta infatti di una grandiosa immagine, di proporzioni quasi doppie rispetto al naturale, segnata da una forte connotazione stilistica che lo rende un capolavoro dell’arte sacra; punto di riferimento della devozione plurisecolare di un intero popolo, la quale, pur denotando negli ultimi decenni qualche affievolimento, mantiene ancora salde le sue radici, che anche questo volumetto intenderebbe contribuire a rinvigorire.

Vogliamo premettere alla trattazione sistematica dei vari capitoli del volume - che presenteranno a più mani la storia del sito e quella della chiesa, la rapida descrizione delle numerose opere artistiche conservate nel tempio, la storia del Crocifisso, la devozione popolare ad esso legata nelle sue varie manifestazioni e simbologie, e infine qualche annotazione sull’ultimo restauro – una breve introduzione, mettendo in rilievo alcune suggestioni storico-artistico-religiose che ci derivano dal Cristo di S. Domenico.

 

La croce e il crocifisso

Croce e crocifisso vengono a formare artisticamente un tutt’uno di grande e mistico fascino. Le dimensioni dell’opera la impongono al visitatore o, meglio, a chi la contempla, suscitando in lui sentimenti profondi ed esercitando una sorta di intima attrazione che coinvolge pienamente. L’attrattiva e il fascino provengono certamente e ultimamente dal soggetto sacro, ma la stessa struttura del manufatto, nella sua disarmonica armonia, cattura l’attenzione e provoca ammirazione.

 

La croce come albero

La croce che regge il corpo del Cristo è un evidente richiamo all’albero, sia per le sue accentuate nodosità, sia per la conformazione dei bracci, leggermente inclinati all’insù, a guisa di rami derivanti dal tronco. E la figura dell’albero non può non richiamare l’albero del primitivo giardino, quello della “conoscenza del bene e del male”, al cui frutto proibito osarono cibarsi i progenitori – pretendendo di “farsi come Dio” – macchiando così l’umanità di quella colpa, dalla quale appunto solo l’albero della croce, che portò appeso il Giusto, poté poi riscattarla. Il “peccato” dell’umanità, nella sua origine e in tutti i suoi tragici sviluppi - passati, presenti e futuri -, viene confitto con il Cristo in questo nuovo albero di vita e viene radicalmente e definitivamente sconfitto. “Albero della vita”: è proprio ciò che s’intuisce anche nei tratti contorti e nodosi del tronco e dei “rami” di questa plastica croce, da cui sembrano quasi stare per spuntare nuove gemme, vivificate dalla linfa nuova misticamente immessa dal sangue (così abbondantemente ritratto nei rivoli che scorrono sulla fronte dalle ferite delle spine e nel fiotto grondante sul corpo dallo squarcio del costato) del Cristo, il quale, in realtà, è la vera ed unica gemma che fa rifiorire lo sterile ceppo dell’umanità e l’arido deserto della storia.

La conformazione della croce ad ipsilon (Y), più o meno accentuata – appunto a rami d’albero -, non è infrequente nell’iconografia cristiana: in particolare si riscontra in modelli medievali francesi, boemi e renani; ma la si ritrova anche in esempi d’arte italiana a cavallo tra il XIII e XIV secolo, in particolare nello stile pisano, come appare nella Crocifissione lignea di Giovanni Pisano (oggi conservata nel Museo del Duomo di Pisa) e poi anche nel suo più noto pulpito marmoreo di S. Andrea a Pistoia. E la si ritrova – fatto per noi particolarmente notevole – anche nello storico crocifisso di Poveglia, sacra immagine in gesso del XIII secolo, di provenienza dalmata ma di scuola fiamminga, che dalla sperduta isola della laguna veneziana arrivò già in tempi lontani nella chiesa di S. Maria Assunta di Malamocco, sede originaria della nostra diocesi clodiense e fino al 1919 parte integrante del suo territorio: due immagini di “croce ad albero” particolarmente eloquenti e a noi familiari, separate solo da un breve tratto di laguna.

 

Il capo e il corpo del crocifisso

Confitto e steso su questa croce, il corpo del Cristo– nella nostra sacra immagine di S. Domenico – appare in tutta la sua imponenza, accentuata dalla snellezza dinamica dello strumento di supplizio: il rapporto croce-crocifisso si rivela di una particolare intensità artistica e simbolica, nel contrasto e nella sintesi delle tecniche, come anche nella solenne e ieratica armonia dell’insieme.

C’è un altro contrasto, invece, più eclatante - e annotato in genere da tutti gli osservatori - tra il capo e il corpo del crocifisso, sia quanto a meticolosità della fattura, sia quanto a intensità delle emozioni suscitate. Osiamo accostare questa distonia tra capo e corpo del medesimo soggetto – dove il capo appare infinitamente più curato e perfetto e il corpo più esile e più fragile - alla mistica realtà del rapporto tra Cristo e la Chiesa: la perfezione del Capo-Cristo fa da contrasto con la inadeguatezza del corpo-Chiesa, che pure è trascinata nella compiutezza misteriosa dell’insieme, tanto da rendere anche la Chiesa degna sposa del Cristo sposo.

La testa del Cristo, profondamente reclinata sulla spalla destra, tanto da apparire quasi incassata nel torace, insieme alla tragica drammaticità del momento, indica anche l’identità e l’unicità della figura, pur nella differenza apparente degli stili. Le chiome fluenti e la fitta barba, tutte a riccioli, sembrano evocare la straordinaria e sovrana “bellezza” del Figlio dell’Uomo, qui ora offesa e deturpata crudamente dalla violenza (come recita la prima parte della scritta riportata sul cartiglio sopra il capo: “Mors Christi dura monstratur in ista figura”, “La morte di Cristo è svelata in tutta la sua durezza in questa effigie”), ma rinnovata ed esaltata dalla forza dell’amore.

 

Il volto del Cristo, le ginocchia, il “pellicano”

Concentrando lo sguardo sul volto del Cristo, dove si coglie al massimo lo strazio della morte e insieme il fascino del dono della vita, colpisce soprattutto un altro binomio: la duplice percezione, che ogni attento osservatore ha l’opportunità di avvertire collocandosi in posizione differente, del volto di un “morto” e insieme di un “morente”. L’abilità e la pietà dell’artista che plasmò questa effigie vi impresse una carica interiore così eccezionale da ritrarre in un unico momento il culmine dell’agonia e l’istante della morte, quasi a dire che il “morente”, anche se “morto”, è ancora e per sempre “vivente”. Ed è questa l’impressione che si coglie nell’intensità accorata dello sguardo del Giusto condannato, che, mentre sta per chiudersi alla luce, brilla della vivida luce dell’amore che annuncia la gloria della risurrezione. Non per niente la tradizione secolare della devozione clodiense celebra solennemente, presieduta dal vescovo, la “festa del Cristo” nella domenica dell’Ottava di Pasqua, dove si contempla appunto il “Crocifisso Risorto”, colui che già regna dalla croce, colui che appare glorioso mostrando ancora ben visibili i segni della crocifissione.

Ancora un’annotazione sul corpo del Crocifisso: come si rileverà nella dettagliata descrizione delle pagine seguenti, le ginocchia risultano sporgenti rispetto alla linea del corpo di ben 85 centimetri. Un'altra apparente stonatura o sproporzione: in realtà – ci dicono gli esperti – se considerato in posizione orizzontale (come fosse ancora disteso per essere crocifisso, o come se fosse ormai già deposto), il particolare denota invece una estrema correttezza della posizione degli arti.

Ma il particolare ci fa anche e più realisticamente pensare al doloroso supplizio della crocifissione che ha comportato, insieme all’incassamento del torace, il ripiegamento estremo delle ginocchia: l’unico Giusto umiliato e quasi inginocchiato, per amore, di fronte alla volontà misericordiosa del Padre e di fronte al bisogno di redenzione dell’umanità.

Tornando alla croce, essa – come verrà meglio illustrato - è sormontata dalla figura di un pellicano: oltre all’immediata simbologia, che richiama al dono della propria vita per rigenerare alla vita (come si narra del pellicano che estrae dal proprio petto il cibo per i suoi piccoli), c’è chi ha osservato che questa immagine ha del paradossale, poiché le ali sono quelle dell’aquila e le zampe sono munite di grossi artigli: un pellicano simile ad aquila, dunque, che rinvierebbe all’immagine imperiale (come usava negli imperi romani d’Oriente e d’Occidente), alludendo al Cristo trionfante dalla croce; o alla teologia del IV Vangelo (di Giovanni, appunto, simboleggiato dall’aquila) che ugualmente contempla nella croce già il trono del risorto.

 

Il legno e l’arte sacra

Ma anche la scelta del legno come materia della scultura ha, in sé, una valenza particolare. Materiale povero (la croce risulterebbe essere semplicemente di pioppo e il crocifisso di pino rosso (?)), il legno fa entrare i fedeli e i devoti, ma anche i semplici osservatori, in familiarità immediata con l’opera: il valore modesto del supporto rende più vicina e abbordabile l’immagine. Il legno è il materiale che domina – o meglio dominava - in larga parte della vita quotidiana (dalla mobilia agli attrezzi di lavoro, dalle travature dei solai ai vari utensili e oggetti casalinghi; materiale un tempo dominante anche nella struttura stessa delle case o nelle scale, nell’uso delle cucine e delle stufe, nelle passerelle e persino nei ponti…). Ebbene, proprio questa umile materia lignea è prescelta a dare forma e corpo al mistero: il mistero culmine dell’amore di Dio per gli uomini è ritratto in questo legno, che sembra comunicare quanto quel mistero c’entri direttamente con la vita di ciascuno in ogni giorno.

Il senso di familiarità e di vicinanza che connota un’immagine pur così imponente e misteriosa coinvolge appieno il credente con la forza sorprendente delle emozioni che suscita; chiama alla partecipazione personale, agevolando la comunicazione tra l’effigie e chi la contempla; è come se quel dolore estremo e quell’amore supremo diventassero un abbraccio al destino di ciascuno e dell’umanità intera.

Senza dimenticare l’efficacia immediata e intuitiva di ogni opera d’arte sacra che, con la sua semplicità didascalica – come ricordava già papa Gregorio Magno – parla direttamente al cuore delle persone, fissandovi in modo indelebile le immagini; sostituendo egregiamente anche la comunicazione verbale o quella scritta per quanti (ed un tempo erano i più) non sanno entrare nei segreti dell’oratoria o addirittura neanche in quelli della ordinaria lettura.

Abbracciati, per così dire, da questa grandiosa immagine dalle braccia spalancate, i devoti sentono anche di poterla come a loro volta abbracciare: non si tratta infatti solo di una scultura da osservare e da contemplare, ma di una figura viva e quasi reale, da interiorizzare nella mente e nel cuore, un’immagine da abbracciare interamente con lo sguardo e con i sentimenti più profondi e, ove possibile, da accostare, o almeno sfiorare, anche con le mani e con le labbra. L’adorazione e il bacio alla croce nella solenne Azione liturgica del Venerdì Santo concretizzano anche nei riti ufficiali della Chiesa questa propensione e questa possibilità.

 

 

La città e la diocesi

Non mancano le suggestioni legate anche al luogo in cui si sviluppò questa devozione e non mancano riferimenti più ampi che arrivano da altre immagini e consuetudini devozionali presenti nel più vasto territorio diocesano.

 

Il sito

Non abbiamo detto del sito dove sorge il santuario e dove le vicende della storia hanno condotto questa icona perché fosse custodita e venerata. L’isola di S. Domenico si trova nell’angolo a nord-est della città: vicina all’imboccatura del porto, la chiesa volge le spalle ad oriente quasi a difendere i ricchi commerci della Serenissima di un tempo in Adriatico, o più semplicemente e più popolarmente a proteggere la faticosa attività della pesca dei chioggiotti nel vasto mare insidioso, verso il quale le imbarcazioni salpavano proprio girando attorno all’isolotto.

La posizione ad est della città – ad oriente –  evoca anche l’Oriente, cioè il “sole che sorge”, il Cristo, vero sole che illumina la vita e la strada del cristiano, come pure la rotta del navigatore e del pescatore. Dall’oriente viene anche la tradizione artistico-religiosa bizantina a cui si richiama, almeno in parte il nostro Crocifisso.

Ma allo stesso tempo il sito è a nord della città: un nord, ancora, che orienta la bussola dei naviganti; e allo stesso tempo, un nord che rievoca la tradizione artistico-religiosa renana, a cui ugualmente in parte si riallaccia lo stile della medesima sacra icona.

Il Crocifisso si inserisce, poi, in modo peculiare nella tradizione domenicana, molto diffusa, del culto e della spiritualità della croce: S. Domenico è ritratto appunto nell’iconografia classica con in mano il crocifisso, e i padri Domenicani (l’Ordine dei Predicatori), arrivando in quest’isoletta intorno al XIV secolo, sicuramente favorirono questo culto speciale, promuovendone la devozione popolare, in particolare tra la classe peschereccia.

 

Le immagini e gli inni

La sorprendente e poliedrica moltiplicazione e l’ampia diffusione dell’immagine del Cristo di S. Domenico – riprodotta, come vedremo, nelle vele o nelle prue delle barche, nelle tavolette votive, nei capitelli delle calli, nelle innumerevoli immaginette disegnate e stampate nel corso dei secoli, nei “bragozzetti” souvenir e nelle artistiche foto… - documentano la presenza capillare di questa devozione nel popolo fedele e nella storia della città.

Anzi, nella storia della diocesi. E’ infatti il caso di sottolineare che al Crocifisso di S. Domenico sono direttamente collegati due altri famosi crocifissi venerati nel territorio diocesano: quello di Ca’ Bianca e quello di Cavarzere. Il primo, di più modeste dimensioni ma di pregevole fattura, conservato oggi nella chiesa parrocchiale di Ca’ Bianca, costituisce proprio – come verrà spiegato - il crocifisso che veniva portato in processione lungo la strada principale di Chioggia in sostituzione del grande e storico Crocifisso, quasi impossibile da trasportare almeno fino alla costruzione dell’apposito carro (1901), di cui si dirà. Appunto quel crocifisso venne poi donato alla comunità di Ca’ Bianca, alla periferia di Chioggia, che lo venera da lunga data e lo festeggia con particolari celebrazioni quinquennali. La seconda effigie, quella di Cavarzere, è strettamente legata al Crocifisso chioggiotto perché l’autore, tale Domenico S-ciossego (è il caso di annotare anche il legame del nome con il santo titolare della chiesa clodiense), cannarolo della borgata di Boscochiaro alla periferia di Cavarzere, la scolpì con genio e devozione, traendola da un possente albero di noce, facendo continuo riferimento all’icona conservata nella Chiesa di S. Domenico, dove egli si recava a piedi periodicamente per trarne ispirazione, sia a livello spirituale che a livello artistico. Dalla casupola del cannarolo di Boscochiaro, lungo l’argine dell’Adige, il grande e austero crocifisso, anch’esso di notevoli dimensioni, venne trasportato via fiume a Cavarzere e donato alla parrocchia del Duomo, che provvide in seguito a costruirgli una apposita cappella, dove è particolarmente venerato quale immagine ritenuta taumaturga. Infine, è il caso di ricordare che anche nel rodigino, ma sempre nel territorio della vicaria di Cavarzere, a Fasana, viene venerato un antico e artistico crocifisso, solennizzato esso pure a scadenze quinquennali.

I testi poetici, infine, che si rifanno alla vicenda del Crocifisso di S. Domenico e, in particolare, quelli che vennero poi musicati da artisti locali diventando autentici inni popolari (uno, l’ “Ave, Re”, tuttora cantato a piena voce) sono ulteriore documento di questa radicata devozione; e dunque, insieme ai testi, ne è documento la solenne, accorata e, a tratti struggente, musicalità che li sostiene e li rende familiari alla gente di ogni estrazione: tutto fa cogliere l’incisività profonda della devozione al “Cristo”, quasi impressa, come le piaghe gloriose nel suo corpo, nella vita faticosa e nel cuore appassionato della città lagunare.

Dal cui cuore e dalla cui vita possa quella devozione riemergere, riportando l’attenzione di tutti al centro-culmine della fede cristiana, rinnovando ed aggiornando una tradizione che non può smarrirsi nell’oblio, diffondendo ovunque, nelle attività e nelle strutture, come nelle persone e nelle famiglie, l’amore autentico di cui esso è emblema, e il perdono e la riconciliazione di cui è pegno.

 

Vincenzo Tosello