RASSEGNA STAMPA di martedì 9 luglio 2013

 

SOMMARIO

 

Tante pagine di cronaca e commento, anche oggi su giornali e siti, alla visita compiuta da Papa Francesco ieri mattina a Lampedusa. “Il primo viaggio fuori dalla diocesi di Roma del nuovo Papa – scrive Andrea Tornielli su Vatican Insider - non poteva essere più emblematico di ciò che Francesco è e rappresenta per la Chiesa e per il mondo. Rispondendo positivamente all'invito scritto del parroco di Lampedusa, impressionato per le notizie sulle «carrette del mare» che troppo spesso si trasformano in tombe dopo essere state inghiottite dai flutti con il loro carico di umanità disperata. Primo viaggio alla periferia estrema dell'Europa, all'agognata «porta» per migliaia di migranti vittime dei «trafficanti di uomini». È un viaggio emblematico per tanti aspetti. Innanzitutto, Francesco vuole testimoniare la sua vicinanza, la sua «prossimità» alle situazioni di disperazione, di povertà, di degrado. A quei mondi che ormai fingiamo di non vedere, ai quali ci siamo abituati perché la «cultura del benessere» ci rende «insensibili alle grida degli altri», facendoci vivere in «bolle di sapone» effimere, nella «globalizzazione dell'indifferenza». Bergoglio, con i paramenti viola e visibilmente scosso, ripete a se stesso e a ciascuno dei presenti questa domanda: «Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c'entro, saranno altri, non certo io». L'invito, testimoniato con la presenza e i gesti prima ancora delle parole, è a non chiudere il cuore, a uscire dalle comode «bolle di sapone», per guardare in faccia la realtà e in nome di un Dio fattosi uomo per patire con noi, accogliere e «custodire» questi fratelli che soffrono. È un esame di coscienza per tutti, nessuno escluso. Ma la breve visita a Lampedusa di questo caldo lunedì estivo è emblematica anche per altri fattori. Abbiamo scoperto che il Papa può muoversi per l'Italia senza cerimoniale, senza la fila dei politici e degli uomini delle istituzioni, senza la corona di vescovi e prelati. Può andare a fare una visita «privata» - per quanto privata possa essere una visita di un Papa - eliminando molti orpelli, salendo su una campagnola di un abitante del luogo, usando un pastorale e un calice di legno fabbricati con i resti delle navi approdate sull'isola con il loro carico di disperati alla ricerca di una vita migliore. Quello all'isola «porta» dell'Europa può rappresentare dunque da oggi un modello possibile anche per il futuro, per un pontificato ancora agli albori e già così denso di novità”. Per Giorgio Paolucci di Avvenire “è stata una lezione di umanità. Non è andato a fare prediche, non è andato a proporre ricette. Si è inginocchiato davanti a una realtà che l’aveva colpito «come una spina nel cuore». Ha gridato il suo dolore, ha pregato, ha chiesto perdono, ha risvegliato le coscienze. Il primo viaggio di papa Francesco, così carico di significati simbolici, ha puntato dritto a una periferia che è insieme geografica ed esistenziale: Lampedusa, estremo lembo meridionale dell’Europa, capolinea e trampolino di tanti viaggi della speranza che spesso annegano nella disperazione. Per la Messa celebrata in una giornata luminosa come quelle che il Mediterraneo sa regalare in questi giorni, ha scelto il viola, il colore della penitenza. Ha chiesto perdono per l’indifferenza globalizzata, il tarlo che morde le menti e i cuori di «coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi», come di chi vive accomodato in un benessere cieco che porta all’anestesia del cuore. Francesco è stato maestro di umanità perché prima di spiegarci 'cosa fare', ci ha testimoniato 'come stare' di fronte a quelle ventimila invisibili bare che giacciono in fondo al mare e di fronte alle moltitudini che partono dall’Africa sognando un destino migliore. Per non diventare tutti 'innominati', responsabili senza nome e senza volto di tragedie che si consumano sotto i nostri occhi – a volte sulla stessa spiaggia dove prendiamo il sole – bisogna anzitutto 'stare', 'patire con'. Troppo facile scaricare tutto il peso della questione-immigrazione – uno dei nodi più difficili da sciogliere nell’era della globalizzazione che ha aumentato le disuguaglianze e insieme le possibilità di muoversi da un Paese all’altro – sulla politica, che pure porta pesanti e irrimandabili responsabilità. Troppo facile esercitarsi nel tiro al bersaglio sui presunti colpevoli. Oggi, come ai tempi di Gesù, la questione fondamentale non è 'di chi è la colpa', ma 'come si fa a vivere'. Come si fa a girare la testa dall’altra parte, a chiamarsi fuori, ad accontentarsi del proprio tornaconto, quando il dolore ti passa accanto? Come si fa a restare sordi di fonte alla domanda che riecheggia dagli albori della storia umana: «Dov’è tuo fratello?». E da chi possiamo imparare a 'stare' in questa posizione umana? Il Papa ce lo ha indicato andando a incontrare il popolo di Lampedusa. Di solito chi vive nelle terre di frontiera assume istintivamente un atteggiamento di diffidenza, di paura, o di aperta ostilità nei confronti dell’altro, di quanti arrivano da mondi lontani e da altre culture. In questi anni i lampedusani con l’aiuto spesso determinante di forze dell’ordine e marinai impegnati in centinaia di operazioni di salvataggio in mare – hanno testimoniato un’apertura e una capacità di accoglienza assai più forti delle loro limitate disponibilità, assai più larghe di una 'normale' misura, e che ha trovato espressione in un neologismo locale, o’ scià, che letteralmente significa 'fiato mio' e indica il sentimento di chi considera l’altro come qualcuno che gli è necessario. Come parte inseparabile del proprio destino. Per questo il Papa ha salutato così i lampedusani, i migranti che lo ascoltavano e tutti coloro ai quali idealmente si è rivolto. Per questo ha abbracciato questa piccola comunità che offre al mondo una grande testimonianza, indicandola a tutti come faro di umanità nel mare dell’indifferenza. Ma per cogliere appieno la lezione che arriva da questa indimenticabile giornata, dobbiamo guardare al gesto che ne segna l’ideale coronamento: l’affidamento alla Vergine di coloro che sono costretti a fuggire per cercare futuro, la preghiera per tutti noi, distratti e prigionieri delle nostre paure, e «per la conversione del cuore di quanti generano guerra, odio e povertà, sfruttano i fratelli e fanno indegno commercio della loro fragilità». La conversione dei trafficanti di uomini, più decisiva di qualsiasi ferrea legge” (a.p.)

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

L’OSSERVATORE ROMANO

Pag 1 Un viaggio che interroga le coscienze di g.m.v.

 

Pag 6 Autentici e coerenti

Papa Francesco parla della bellezza della consacrazione

 

Pag 7 L’evangelizzazione si fa in ginocchio

Messa con i seminaristi e le novizie nell’Anno della fede

 

Pag 7 Missionari della gioia con lo stile della fraternità

L’Angelus in piazza San Pietro al termine della celebrazione

 

Pag 8 Per non cadere nella globalizzazione dell’indifferenza

A Lampedusa il Papa denuncia lo sfruttamento del fenomeno migratorio da parte di trafficanti senza scrupoli

 

AVVENIRE

Pag 26 Lezione di umanità che insegna come “stare” di Giorgio Paolucci

Lampedusa / 1: il papa che scuote le coscienze

 

Pag 26 Costi e vantaggi di un “ponte” fatto di natura e cultura di Pietro Cafaro

Lampedusa / 2: Europa e Africa devono crescere insieme

 

Pag 27 Che triste chi non capisce il Papa… (lettere al direttore)

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Terre promesse, sogni e realtà di Gian Antonio Stella

 

Pagg 2 – 3 La denuncia di Francesco: globalizzazione dell’indifferenza di Gian Guido Vecchi e Felice Cavallaro

Nazir e gli altri musulmani: “Parla di noi?”. E vanno ad ascoltare la traduzione dell’omelia

 

Pag 4 I suoi fiori in mare, poi quel richiamo alla grazia del pianto di Luigi Accattoli

 

Pag 5 Il Papa venuto dal Sud segna il passaggio a una fase storica nuova di Mauro Magatti

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 L’anestesia del cuore che ci rende insensibili di Adriano Sofri

 

LA STAMPA

Il messaggio è più forte dello strumento di Gianni Riotta

 

IL FOGLIO

Pag 1 Lampedusa la ricca di Giuliano Ferrara

Caro Francesco, no. Il gesto è meraviglioso ma c’è un errore, la globalizzazione porta speranza

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 1 Quale Chiesa per gli ultimi? di Massimiliano Melilli

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 Un Pontefice che rifugge dai compromessi di Alessandro Campi

 

LA NUOVA

Pag 1 La colpa di guardare altrove di Ferdinando Camon

 

WWW.VATICANINSIDER.LASTAMPA.IT

Un viaggio emblematico nell'estrema periferia dell'Europa di Andrea Tornielli

 

L’ESPRESSO on line                      

Ma Bergoglio non è 'di sinistra' di Sandro Magister

La visita a Lampedusa e le frasi sulla povertà non devono trarre in inganno. Francesco è un Papa che ha combattuto la teologia della liberazione, si oppone ai diritti dei gay e crede nell'esistenza del Diavolo

 

4 – MARCIANUM, ASSOCIAZIONI, ISTITUTI, MOVIMENTI E GRUPPI

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 33 L’economia tra Oriente e Occidente

Il numero della rivista “Oasis”

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 L’equivoco del “chilometro zero” di Antonio Pascale

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

IL GAZZETTINO

Pag 20 Mestre, il racket dell’elemosina è una vergogna da contrastare (lettere al direttore)

 

Pag 20 Duomo di Mestre/1: sono solidale con il parroco (lettera di Plinio Borghi – Mestre)

 

Pag 20 Duomo di Mestre/2: quello è un vero e proprio racket (lettera di Renato Kuhar – Caorle)

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pagg II – III Intoccabili e comunitari, lo Stato è impotente di fronte ai “barbanera” di Giampaolo Bonzio, Raffaele Rosa e Alvise Sperandio

La Chiesa: elemosine, un racket. Il clero veneziano sta dalla parte di monsignor Bonini. E il mondo della rete si divide

 

Pag XIII Vinyls, arriva il fallimento ma l’Oleificio salva il lavoro di Elisio Trevisan

 

LA NUOVA

Pagg 16 – 17 Mendicanti, scatta la linea dura. Maxi controlli e foglio di via di Carlo Mion, Marta Artico e Francesco Furlan

“E’ la risposta più giusta, bisogna allontanarli”. L’emergenza in città: vertice in Prefettura

 

Pag 18 Testamento biologico, il Consiglio dice sì al nuovo registro

D’ora in poi sarà possibile indicare le proprie volontà sui trattamenti sanitari che si è disponibili ad accettare

 

Pag 19 Il tribunale ha deciso: “Vinyls Italia è fallita” di Roberta De Rossi, Gianni Favarato e Michele Bugliari

L’Oleificio e Syndial-Eni firmano il rogito: possibile ricollocazione dei cassintegrati. La rabbia dei lavoratori: “Sicurezza garantita, ma ci criminalizzano”

 

Pag 30 “Il digiuno ci fortifica, il sogno è la moschea” di Marta Artico

Questa notte si apre il Ramadan, parlano gli imam di Venezia e Spinea. A Quarto d’Altino inaugurata una sala di preghiera

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 5 Squadre antiaccattoni davanti alle chiese: “Servono azioni forti” di Davide Tamiello e Benedetta Centin

Venezia, si punta ad espellere i “barbanera”. Il prefetto: “Capiamo se i rom vivono di reati”

 

Pag 11 Vinyls, il tribunale decreta la fine di Gloria Bertasi

Il cuore del Petrolchimico chiude i battenti, non ci sono compratori

 

8 – VENETO / NORDEST

 

IL GAZZETTINO

Pag 14 Allarme criminalità, sette su dieci hanno paura di Natascia Porcellato

Le mafie a Nordest? Per il 28% sono in aumento. Per il 44% non è cambiato nulla

 

Pag 20 Così la crisi apre le porte alla criminalità di Enzo Pace

 

… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 7 La tragica normalità di un colpo di Stato sempre anomalo di Franco Venturini

 

Pag 10 L’offensiva sull’imposta nasconde le riserve sui “tecnici” e l’Europa di Massimo Franco

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 Quella macchia sui militari di Bernardo Valli

 

AVVENIRE

Pag 21 Islam, il dialogo al passo

Borrmans: dopo la “Lettera dei 138” è sceso l’autunno tra le Genti del Libro. Caracalla: intanto le banche musulmane sono lanciate alla conquista dei mercati

 

Pag 26 O perfetti o scartati? di Assuntina Morresi

Lanciato test per nascere solo “sani”. Impossibile. Ma la “selezione” è possibile…

 

L’OSSERVATORE ROMANO

Pag 5 Digiuno e preghiera

Dal 9 luglio il Ramadan per oltre un miliardo di musulmani

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 Beni culturali, il rilancio passa attraverso i privati di Oscar Giannino

 

WWW.CHIESA.ESPRESSONLINE.IT

A Lampedusa anche l'Europa emigra. Verso Sud di Sandro Magister

L’Algeria ha ormai la stessa natalità della Norvegia. La Tunisia della Francia. La demografia rovescia nel suo contrario lo scenario di un'Europa islamizzata. Philip Jenkins spiega come e perché

 

 

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3 – VITA DELLA CHIESA

 

L’OSSERVATORE ROMANO

Pag 1 Un viaggio che interroga le coscienze di g.m.v.

 

Sin dall’annuncio a sorpresa il significato del viaggio di Papa Francesco a Lampedusa è stato fortissimo: non sono parole vuote quelle che sta ripetendo dal momento dell’elezione in conclave il vescovo di Roma preso «quasi alla fine del mondo». Il primo viaggio del pontificato, tanto breve quanto significativo, ha infatti voluto raggiungere da quel centro che deve essere esemplare nel presiedere «nella carità tutte le Chiese» - come ha ricordato presentandosi al mondo - una delle periferie, geografiche ed esistenziali, del nostro tempo. Un itinerario scarno nel suo svolgimento, nato dall’ennesima sconvolgente notizia della morte di immigrati in mare - rimasta «come una spina nel cuore» di Papa Francesco - e realizzato per pregare, per compiere un gesto concreto e visibile di vicinanza e per risvegliare «le nostre coscienze», ma anche per ringraziare. Alla celebrazione penitenziale di fronte al mondo e alla solidarietà con i più poveri, si sono così aggiunte espressioni non protocollari e spontanee di gratitudine per chi da anni sa accoglierli e abbracciarli, offrendo in questo modo silenzioso e disinteressato «un esempio di solidarietà» autentica. Da questa porta dell’Europa, continente troppe volte smarrito nel suo benessere, il vescovo di Roma ha rivolto al mondo una riflessione esigente sul disorientamento contemporaneo scandita dalle domande di Dio che aprono le Scritture ebraiche e cristiane: «Adamo, dove sei?» e «Caino, dov’è tuo fratello?». Interrogativi biblici che vanno alla radice dell’umano e che Papa Francesco ha ripetuto davanti a molti immigrati musulmani, ai quali aveva appena augurato che l’imminente digiuno del Ramadan porti frutti spirituali, con un’offerta di amicizia che evidentemente supera i confini della piccola isola mediterranea. Domande di sempre, oggi rivolte a un uomo che vive nel disorientamento, ha sottolineato il Pontefice: «Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri». Al punto che migliaia e migliaia di persone sono costrette a lasciare le loro terre e cadono in questo modo nelle mani dei trafficanti, «coloro che sfruttano la povertà degli altri, queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno» ha denunciato il vescovo di Roma ricordando le parole di Dio a Caino: «Dov’è il sangue del tuo fratello che grida fino a me?». Ma nessuno si sente responsabile perché - ha detto Papa Francesco - «abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna». Anzi, la cultura del benessere «ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla»: è un’illusione, insomma, che nel mondo globalizzato di oggi ha portato a una «globalizzazione dell’indifferenza» togliendoci persino la capacità di piangere di fronte ai morti. Si ripete così la scena evangelica dell’uomo ferito abbandonato al bordo della strada e del quale solo un samaritano si prende cura. Come nella «piccola realtà» di Lampedusa, dove però sono tanti a incarnare la misericordia di quel Dio fattosi bambino e costretto a fuggire dalla persecuzione di Erode.

 

Pag 6 Autentici e coerenti

Papa Francesco parla della bellezza della consacrazione

 

Nel pomeriggio di sabato 6 luglio, il Santo Padre Francesco ha incontrato i seminaristi, i novizi, le novizie e i giovani in cammino vocazionale partecipanti al pellegrinaggio dal titolo «Mi fido di te!», organizzato dal Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione in occasione dell’Anno della fede. Pubblichiamo la trascrizione del discorso pronunciato dal Pontefice.

 

Buona sera! Io domandavo a monsignor Fisichella se voi capite l’italiano e mi ha detto che tutti voi avete la traduzione... Sono un po’ tranquillo. Ringrazio monsignor Fisichella per le parole, e lo ringrazio anche per il suo lavoro: ha lavorato tanto per fare non solo questo, ma tutto quello che ha fatto e farà nell’Anno della fede. Grazie tante! Ma monsignor Fisichella ha detto una parola, e io non so se è vero, ma io la riprendo: ha detto che tutti voi avete voglia di dare la vita per sempre a Cristo! Voi adesso applaudite, fate festa, perché è tempo di nozze... Ma quando finisce la luna di miele, che cosa succede? Ho sentito un seminarista, un bravo seminarista, che diceva che lui voleva servire Cristo, ma per dieci anni, e poi penserà di incominciare un’altra vita... Questo è pericoloso! Ma sentite bene: tutti noi, anche noi più vecchi, anche noi, siamo sotto la pressione di questa cultura del provvisorio; e questo è pericoloso, perché uno non gioca la vita una volta per sempre. Io mi sposo fino a che dura l’amore; io mi faccio suora, ma per un “tempino...”, «un po’ di tempo», e poi vedrò; io mi faccio seminarista per farmi prete, ma non so come finirà la storia. Questo non va con Gesù! Io non rimprovero voi, rimprovero questa cultura del provvisorio, che ci bastona tutti, perché non ci fa bene: perché una scelta definitiva oggi è molto difficile. Ai miei tempi era più facile, perché la cultura favoriva una scelta definitiva sia per la vita matrimoniale, sia per la vita consacrata o la vita sacerdotale. Ma in questa epoca non è facile una scelta definitiva. Noi siamo vittime di questa cultura del provvisorio. Io vorrei che voi pensaste a questo: come posso essere libero, come posso essere libera da questa cultura del provvisorio? Noi dobbiamo imparare a chiudere la porta della nostra cella interiore, da dentro. Una volta un prete, un bravo prete, che non si sentiva un buon prete perché era umile, si sentiva peccatore, e pregava tanto la Madonna, e diceva questo alla Madonna - lo dirò in spagnolo perché era una poesia bella -. Lui diceva alla Madonna che mai, mai si sarebbe allontanato da Gesù, e diceva: “Esta tarde, Señora, la promesa es sincera. Por las dudas, no olvide dejar la llave afuera” (Questa sera, Madre, la promessa è sincera. Ma, per ogni evenienza, non dimenticarti di lasciare la chiave fuori). Ma questo si dice pensando sempre all’amore alla Vergine, si dice alla Madonna. Ma quando uno lascia la chiave sempre fuori, per quello che può succedere... Non va. Dobbiamo imparare a chiudere la porta da dentro! E se non sono sicura, se non sono sicuro, penso, mi prendo il tempo, e quando mi sento sicuro, in Gesù, si capisce, perché senza Gesù nessuno è sicuro! - quando mi sento sicuro, chiudo la porta. Avete capito questo? Cosa è la cultura del provvisorio? Quando sono entrato, ho visto quello che avevo scritto. Volevo dirvi una parola e la parola è gioia. Sempre dove sono i consacrati, i seminaristi, le religiose e i religiosi, i giovani, c’è gioia, sempre c’è gioia! È la gioia della freschezza, è la gioia del seguire Gesù; la gioia che ci dà lo Spirito Santo, non la gioia del mondo. C’è gioia! Ma dove nasce la gioia? Nasce... Ma, sabato sera torno a casa e andrò a ballare con i miei antichi compagni? Da questo nasce la gioia? Di un seminarista, per esempio? No? O sì? Alcuni diranno: la gioia nasce dalle cose che si hanno, e allora ecco la ricerca dell’ultimo modello di smartphone, lo scooter più veloce, l’auto che si fa notare... Ma io vi dico, davvero, a me fa male quando vedo un prete o una suora con la macchina ultimo modello: ma non si può! Non si può! Voi pensate questo: ma adesso, Padre, dobbiamo andare con la bicicletta? È buona la bicicletta! Monsignor Alfred va con la bicicletta: lui va con la bicicletta. Io credo che la macchina sia necessaria, perché si deve fare tanto lavoro e per spostarsi di qua... ma prendetene una più umile! E se ti piace quella bella, pensate a quanti bambini muoiono di fame. Soltanto questo! La gioia non nasce, non viene dalle cose che si hanno! Altri dicono che viene dalle esperienze più estreme per sentire il brivido delle sensazioni più forti: alla gioventù piace andare sul filo del coltello, piace proprio! Altri ancora dal vestito più alla moda, dal divertimento nei locali più in voga — ma con questo non dico che le suore vanno in quei posti, lo dico dei giovani in generale. Altri ancora dal successo con le ragazze o con i ragazzi, passando magari da una all’altra o da uno all’altro. È questa insicurezza dell’amore, che non è sicuro: è l’amore «per prova». E potremmo continuare... Anche voi vi trovate a contatto con questa realtà che non potete ignorare. Noi sappiamo che tutto questo può appagare qualche desiderio, creare qualche emozione, ma alla fine è una gioia che rimane alla superficie, non scende nell’intimo, non è una gioia intima: è l’ebbrezza di un momento che non rende veramente felici. La gioia non è l’ebbrezza di un momento: è un’altra cosa! La vera gioia non viene dalle cose, dall’avere, no! Nasce dall’incontro, dalla relazione con gli altri, nasce dal sentirsi accettati, compresi, amati e dall’accettare, dal comprendere e dall’amare; e questo non per l’interesse di un momento, ma perché l’altro, l’altra è una persona. La gioia nasce dalla gratuità di un incontro! È il sentirsi dire: «Tu sei importante per me», non necessariamente a parole. Questo è bello... Ed è proprio questo che Dio ci fa capire. Nel chiamarvi Dio vi dice: «Tu sei importante per me, ti voglio bene, conto su di te». Gesù, a ciascuno di noi, dice questo! Di là nasce la gioia! La gioia del momento in cui Gesù mi ha guardato. Capire e sentire questo è il segreto della nostra gioia. Sentirsi amati da Dio, sentire che per Lui noi siamo non numeri, ma persone; e sentire che è Lui che ci chiama. Diventare sacerdote, religioso, religiosa non è primariamente una scelta nostra. Io non mi fido di quel seminarista, di quella novizia, che dice: «Io ho scelto questa strada». Non mi piace questo! Non va! Ma è la risposta ad una chiamata e ad una chiamata di amore. Sento qualcosa dentro, che mi inquieta, e io rispondo di sì. Nella preghiera il Signore ci fa sentire questo amore, ma anche attraverso tanti segni che possiamo leggere nella nostra vita, tante persone che mette sul cammino. E la gioia dell’incontro con Lui e della sua chiamata porta a non chiudersi, ma ad aprirsi; porta al servizio nella Chiesa. San Tommaso diceva bonum est diffusivum sui - non è un latino troppo difficile! - il bene si diffonde. E anche la gioia si diffonde. Non abbiate paura di mostrare la gioia di aver risposto alla chiamata del Signore, alla sua scelta di amore e di testimoniare il suo Vangelo nel servizio alla Chiesa. E la gioia, quella vera, è contagiosa; contagia... fa andare avanti. Invece, quanto tu ti trovi con un seminarista troppo serio, troppo triste, o con una novizia così, tu pensi: ma qualcosa qui non va! Manca la gioia del Signore, la gioia che ti porta al servizio, la gioia dell’incontro con Gesù, che ti porta all’incontro con gli altri per annunziare Gesù. Manca questo! Non c’è santità nella tristezza, non c’è! Santa Teresa - ci sono tanti spagnoli qui e la conoscono bene - diceva: «Un santo triste è un triste santo!». È poca cosa... Quando tu trovi un seminarista, un prete, una suora, una novizia, con una faccia lunga, triste, che sembra che sulla sua vita abbiano buttato una coperta ben bagnata, di queste coperte pesanti... che ti tira giù... Qualcosa non va! Ma per favore: mai suore, mai preti con la faccia di «peperoncino in aceto», mai! La gioia che viene da Gesù. Pensate questo: quando ad un prete - dico prete, ma seminarista pure - quando ad un prete, ad una suora, manca la gioia, è triste, voi potete pensare: «Ma è un problema psichiatrico». No, è vero: può andare, può andare, questo sì. Succede: alcuni, poverini, si ammalano... Può andare. Ma in genere non è un problema psichiatrico. È un problema di insoddisfazione? Eh, sì! Ma dov’è il centro di quella mancanza di gioia? È un problema di celibato. Vi spiego. Voi, seminaristi, suore, consacrate il vostro amore a Gesù, un amore grande; il cuore è per Gesù, e questo ci porta a fare il voto di castità, il voto di celibato. Ma il voto di castità e il voto di celibato non finisce nel momento del voto, va avanti... Una strada che matura, matura, matura verso la paternità pastorale, verso la maternità pastorale, e quando un prete non è padre della sua comunità, quando una suora non è madre di tutti quelli con i quali lavora, diventa triste. Questo è il problema. Per questo io dico a voi: la radice della tristezza nella vita pastorale sta proprio nella mancanza di paternità e maternità che viene dal vivere male questa consacrazione, che invece ci deve portare alla fecondità. Non si può pensare un prete o una suora che non siano fecondi: questo non è cattolico! Questo non è cattolico! Questa è la bellezza della consacrazione: è la gioia, la gioia... Ma io non vorrei far vergognare questa santa suora [si rivolge a una suora anziana in prima fila], che era davanti alla transenna, poverina, era proprio soffocata, ma aveva una faccia felice. Mi ha fatto bene guardare la sua faccia, suora! Forse lei avrà tanti anni di vita consacrata, ma lei ha gli occhi belli, lei sorrideva, lei non si lamentava di questa pressione... Quando voi trovate esempi come questi, tanti, tante suore, tanti preti che sono gioiosi, è perché sono fecondi, danno vita, vita, vita... Questa vita la danno perché la trovano in Gesù! Nella gioia di Gesù! Gioia, niente tristezza, fecondità pastorale.  Per essere testimoni gioiosi del Vangelo bisogna essere autentici, coerenti. E questa è un’altra parola che voglio dirvi: autenticità. Gesù bastonava tanto contro gli ipocriti: ipocriti, quelli che pensano di sotto; quelli che hanno - per dirlo chiaramente - doppia faccia. Parlare di autenticità ai giovani non costa, perché i giovani - tutti - hanno questa voglia di essere autentici, di essere coerenti. E a tutti voi fa schifo, quando trovate in noi preti che non sono autentici o suore che non sono autentiche! Questa è una responsabilità prima di tutto degli adulti, dei formatori. È di voi formatori che siete qui: dare un esempio di coerenza ai più giovani. Vogliamo giovani coerenti? Siamo noi coerenti! Al contrario, il Signore ci dirà quello che diceva dei farisei al popolo di Dio: «Fate quello che dicono, ma non quello che fanno!». Coerenza e autenticità! Ma anche voi, a vostra volta, cercate di seguire questa strada. Io dico sempre quello che affermava san Francesco d’Assisi: Cristo ci ha inviato ad annunciare il Vangelo anche con la parola. La frase è così: «Annunciate il Vangelo sempre. E, se fosse necessario, con le parole». Cosa vuol dire questo? Annunziare il Vangelo con l’autenticità di vita, con la coerenza di vita. Ma in questo mondo a cui le ricchezze fanno tanto male, è necessario che noi preti, che noi suore, che tutti noi, siamo coerenti con la nostra povertà! Ma quando tu trovi che il primo interesse di una istituzione educativa o parrocchiale o qualsiasi è il denaro, questo non fa bene. Non fa bene! È una incoerenza! Dobbiamo essere coerenti, autentici. Per questa strada, facciamo quello che dice san Francesco: predichiamo il Vangelo con l’esempio, poi con le parole! Ma prima di tutto è nella nostra vita che gli altri devono poter leggere il Vangelo! Anche qui senza timore, con i nostri difetti che cerchiamo di correggere, con i nostri limiti che il Signore conosce, ma anche con la nostra generosità nel lasciare che Lui agisca in noi. I difetti, i limiti e - io aggiungo un po’ di più - con i peccati... Io vorrei sapere una cosa: qui, nell’Aula, c’è qualcuno che non è peccatore, che non abbia peccati? Che alzi la mano! Che alzi la mano! Nessuno. Nessuno. Da qui fino al fondo... tutti! Ma come porto io il mio peccato, i miei peccati? Voglio consigliarvi questo: abbiate trasparenza col confessore. Sempre. Dite tutto, non abbiate paura. «Padre ho peccato!». Pensate alla samaritana, che per provare, per dire ai suoi concittadini che aveva trovato il Messia, ha detto: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto», e tutti conoscevano la vita di questa donna. Dire sempre la verità al confessore. Questa trasparenza farà bene, perché ci fa umili, tutti. «Ma padre sono rimasto in questo, ho fatto questo, ho odiato»... qualunque cosa sia. Dire la verità, senza nascondere, senza mezze parole, perché stai parlando con Gesù nella persona del confessore. E Gesù sa la verità. Soltanto Lui ti perdona sempre! Ma il Signore vuole soltanto che tu gli dica quello che Lui già sa. Trasparenza! È triste quando uno trova un seminarista, una suora che oggi si confessa con questo per pulire la macchia; domani va con l’altro, con l’altro, con l’altro: una peregrinatio ai confessori per nascondersi la sua verità. Trasparenza! È Gesù che ti sta sentendo. Abbiate sempre questa trasparenza davanti a Gesù nel confessore! Ma questa è una grazia. Padre ho peccato, ho fatto questo, questo, questo... con tutte le parole. E il Signore ti abbraccia, ti bacia! Va’, non peccare più! E se torni? Un’altra volta. Io questo lo dico per esperienza. Io ho trovato tante persone consacrate che cadono in questa trappola ipocrita della mancanza di trasparenza. «Ho fatto questo», umilmente. Come quel pubblicano che era in fondo al Tempio: «Ho fatto questo, ho fatto questo...». E il Signore ti tappa la bocca: è Lui che te la tappa! Ma non farlo tu! Avete capito? Dal proprio peccato, sovrabbonda la grazia! Aprite la porta alla grazia, con questa trasparenza! I santi e i maestri della vita spirituale ci dicono che per aiutare a far crescere in autenticità la nostra vita è molto utile, anzi indispensabile, la pratica quotidiana dell’esame di coscienza. Cosa succede nella mia anima? Così, aperto, col Signore e poi col confessore, col Padre spirituale. È tanto importante questo! Fino a che ora, monsignor Fisichella, abbiamo tempo? [monsignor Fisichella: Se Lei parla così, fino a domani noi siamo qui, assolutamente.] Ma lui dice fino a domani... Che vi porti un panino e una Coca Cola a ciascuno, se è fino a domani, almeno... La coerenza è fondamentale perché la nostra testimonianza sia credibile. Ma non basta, ci vuole anche una preparazione culturale, preparazione culturale sottolineo, per dare ragione della fede e della speranza. Il contesto in cui viviamo sollecita continuamente questo «dare ragione», ed è una cosa buona, perché ci aiuta a non dare nulla per scontato. Oggi non possiamo dare nulla per scontato! Questa civiltà, questa cultura... non possiamo. Ma certamente è anche impegnativo, richiede una buona formazione, equilibrata, che unisca tutte le dimensioni della vita, quella umana, quella spirituale, la dimensione intellettuale con quella pastorale. Nella formazione vostra ci sono i quattro pilastri fondamentali: formazione spirituale, ossia la vita spirituale; la vita intellettuale, questo studiare per «dare ragione»; la vita apostolica, incominciare ad andare ad annunciare il Vangelo; e, quarto, la vita comunitaria. Quattro. E per quest’ultima è necessario che la formazione sia in comunità nel noviziato, nel priorato, nei seminari... Io penso sempre questo: è meglio il peggior seminario che nessun seminario! Perché? Perché è necessaria questa vita comunitaria. Ricordate i quattro pilastri: vita spirituale, vita intellettuale, vita apostolica e vita comunitaria. Questi quattro. Su questi quattro dovete edificare la vostra vocazione. E qui vorrei sottolineare l’importanza, in questa vita comunitaria, delle relazioni di amicizia e di fraternità che fanno parte integrante di questa formazione. Arriviamo ad un altro problema qui. Perché dico questo: relazioni di amicizia e di fraternità. Tante volte ho trovato comunità, seminaristi, religiosi, o comunità diocesane dove le giaculatorie più comuni sono le chiacchiere! È terribile! Si «spellano» uno con l’altro... E questo è il nostro mondo clericale, religioso... Scusatemi, ma è comune: gelosie, invidie, parlare male dell’altro. Non solo parlare male dei superiori, questo è un classico! Ma io voglio dirvi che questo è tanto comune, tanto comune. Anche io sono caduto in questo. Tante volte l’ho fatto, tante volte! E mi vergogno! Mi vergogno di questo! Non sta bene farlo: andare a fare chiacchiere. «Hai sentito... Hai sentito...». Ma è un inferno quella comunità! Questo non fa bene. E perciò è importante la relazione di amicizia e di fraternità. Gli amici sono pochi. La Bibbia dice questo: gli amici, uno, due... Ma la fraternità, fra tutti. Se io ho qualcosa con una sorella o con un fratello, lo dico in faccia, o lo dico a quello o a quella che può aiutare, ma non lo dico agli altri per “sporcarlo”. E le chiacchiere, è terribile! Dietro le chiacchiere, sotto le chiacchiere ci sono le invidie, le gelosie, le ambizioni. Pensate a questo. Una volta ho sentito di una persona che, dopo gli esercizi spirituali - una persona consacrata, una suora... Questo è buono! Questa suora aveva promesso al Signore di non parlare mai male di un’altra. Questa è una bella, una bella strada alla santità! Non parlare male di altri. «Ma, padre, ci sono problemi...»: dillo al superiore, dillo alla superiora, dillo al vescovo, che può rimediare. Non dirlo a quello che non può aiutare. Questo è importante: fraternità! Ma dimmi, tu parlerai male della tua mamma, del tuo papà, dei tuoi fratelli? Mai. E perché lo fai nella vita consacrata, nel seminario, nella vita presbiterale? Soltanto questo: pensate, pensate... Fraternità! Questo amore fraterno. Ci sono però due estremi; in questo aspetto dell’amicizia e della fraternità, ci sono due estremi: tanto l’isolamento quanto la dissipazione. Un’amicizia e una fraternità che mi aiuti a non cadere né nell’isolamento né nella dissipazione. Coltivare le amicizie, sono un bene prezioso: devono però educarvi non alla chiusura, ma ad uscire da voi stessi. Un sacerdote, un religioso, una religiosa non può mai essere un’isola, ma una persona sempre disponibile all’incontro. Le amicizie poi si arricchiscono anche dei diversi carismi delle vostre famiglie religiose. È una ricchezza grande. Pensiamo alle belle amicizie di tanti santi. Io credo che devo tagliare un po’, perché la pazienza vostra è grande! [seminaristi: «Noooo!»] Io vorrei dirvi: uscite da voi stessi per annunziare il Vangelo, ma per fare questo dovete uscire da voi stessi per incontrare Gesù. Ci sono due uscite: una verso l’incontro di Gesù, verso la trascendenza; l’altra verso gli altri per annunziare Gesù. Queste due vanno insieme. Se tu ne fai una soltanto, non va! Io penso alla Madre Teresa di Calcutta. Era brava questa suora... Non aveva paura di niente, andava per le strade... Ma questa donna non aveva paura anche di inginocchiarsi, due ore, davanti al Signore. Non abbiate paura di uscire da voi stessi nella preghiera e nell’azione pastorale. Siate coraggiosi per pregare e per andare a annunziare il Vangelo. Io vorrei una Chiesa più missionaria, non tanto tranquilla. Quella bella Chiesa che va avanti. In questi giorni sono venuti tanti missionari e missionarie alla Messa del mattino, qui a Santa Marta, e quando mi salutavano mi dicevano: «Ma io sono una suora anziana; è quarant’anni che sono nel Ciad, che sono qua, che sono là...». Che bello! Ma tu capivi che questa suora ha passato questi anni così, perché non ha mai tralasciato di incontrare Gesù nella preghiera. Uscire da se stessi, verso la trascendenza a Gesù nella preghiera, verso la trascendenza agli altri nell’apostolato, nel lavoro. Date il contributo per una Chiesa così: fedele alla strada che Gesù vuole. Non imparate da noi, da noi, che non siamo più giovanissimi; non imparate da noi quello sport che noi, i vecchi, abbiamo spesso: lo sport del lamento! Non imparate da noi il culto della «dea lamentela». È una dea quella... sempre col lamento... Ma siate positivi, coltivate la vita spirituale e, nello stesso tempo, andate, siate capaci di incontrare le persone, specialmente quelle più disprezzate e svantaggiate. Non abbiate paura di uscire e andare controcorrente. Siate contemplativi e missionari. Tenete sempre la Madonna con voi, pregate il Rosario, per favore... Non lasciatelo! Tenete sempre la Madonna con voi nella vostra casa, come la teneva l’Apostolo Giovanni. Lei sempre vi accompagni e vi protegga. E pregate anche per me, perché anche io ho bisogno di preghiere, perché sono un povero peccatore, però andiamo avanti. Grazie tante e ci rivedremo domani. E avanti, con gioia, con coerenza, sempre con quel coraggio di dire la verità, quel coraggio di uscire da se stessi per incontrare Gesù nella preghiera e di uscire da se stessi per incontrare gli altri e dare loro il Vangelo. Con la fecondità pastorale! Per favore non siate «zitelle» e «zitelli». Avanti! Adesso, diceva monsignor Fisichella, che ieri avete recitato il Credo, ognuno nella propria lingua. Ma siamo tutti fratelli, abbiamo uno stesso Padre. Adesso, ciascuno nella propria lingua, reciti il Padre Nostro. Recitiamo il Padre Nostro. [recita del Padre Nostro] E abbiamo anche una Madre. Nella propria lingua diciamo l’Ave Maria. [recita dell’Ave Maria]

 

Pag 7 L’evangelizzazione si fa in ginocchio

Messa con i seminaristi e le novizie nell’Anno della fede

 

L’evangelizzazione si fa in ginocchio. Lo ha detto Papa Francesco, domenica mattina, 7 luglio, celebrando nella basilica Vaticana la messa in occasione della giornata per l’Anno della fede dedicata a seminaristi e novizie.

 

Cari fratelli e sorelle, già ieri ho avuto la gioia di incontrarvi, e oggi la nostra festa è ancora più grande perché ci ritroviamo per l’Eucaristia, nel giorno del Signore. Voi siete seminaristi, novizi e novizie, giovani in cammino vocazionale, provenienti da ogni parte del mondo: rappresentate la giovinezza della Chiesa! Se la Chiesa è la Sposa di Cristo, in un certo senso voi ne raffigurate il momento del fidanzamento, la primavera della vocazione, la stagione della scoperta, della verifica, della formazione. Ed è una stagione molto bella, in cui si gettano le basi per il futuro. Grazie di essere venuti! Oggi la Parola di Dio ci parla della missione. Da dove nasce la missione? La risposta è semplice: nasce da una chiamata, quella del Signore e chi è chiamato da Lui lo è per essere inviato. Quale dev’essere lo stile dell’inviato? Quali sono i punti di riferimento della missione cristiana? Le Letture che abbiamo ascoltato ce ne suggeriscono tre: la gioia della consolazione, la croce e la preghiera. Il primo elemento: la gioia della consolazione. Il profeta Isaia si rivolge a un popolo che ha attraversato il periodo oscuro dell’esilio, ha subito una prova molto dura; ma ora per Gerusalemme è venuto il tempo della consolazione; la tristezza e la paura devono fare posto alla gioia: «Rallegratevi... esultate... sfavillate di gioia» - dice il Profeta (66, 10). È un grande invito alla gioia. Perché? Qual è il motivo di questo invito alla gioia? Perché il Signore effonderà sulla Città santa e sui suoi abitanti una “cascata” di consolazione, una cascata di consolazione - così pieni di consolazione -, una cascata di tenerezza materna: «Sarete portati in braccio e sulle ginocchia sarete accarezzati» (v. 12). Quando la mamma prende il bambino sulle ginocchia e la accarezza; così il Signore farà con noi e fa con noi. Questa è la cascata di tenerezza che ci dà tanta consolazione. «Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò» (v. 13). Ogni cristiano e soprattutto noi, siamo chiamati a portare questo messaggio di speranza che dona serenità e gioia: la consolazione di Dio, la sua tenerezza verso tutti. Ma ne possiamo essere portatori se sperimentiamo noi per primi la gioia di essere consolati da Lui, di essere amati da Lui. Questo è importante perché la nostra missione sia feconda: sentire la consolazione di Dio e trasmetterla! Io ho trovato alcune volte persone consacrate che hanno paura della consolazione di Dio, e... poveri, povere, si tormentano, perché hanno paura di questa tenerezza di Dio. Ma non abbiate paura. Non abbiate paura, il Signore è il Signore della consolazione, il Signore della tenerezza. Il Signore è padre e Lui dice che farà con noi come una mamma con il suo bambino, con la sua tenerezza. Non abbiate paura della consolazione del Signore. L’invito di Isaia deve risuonare nel nostro cuore: «Consolate, consolate il mio popolo» (40, 1) e questo diventare missione. Noi, trovare il Signore che ci consola e andare a consolare il popolo di Dio. Questa è la missione. La gente oggi ha bisogno certamente di parole, ma soprattutto ha bisogno che noi testimoniamo la misericordia, la tenerezza del Signore, che scalda il cuore, che risveglia la speranza, che attira verso il bene. La gioia di portare la consolazione di Dio! Il secondo punto di riferimento della missione è la croce di Cristo. San Paolo, scrivendo ai Galati, afferma: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo» (6, 14). E parla di «stigmate», cioè delle piaghe di Gesù Crocifisso, come del contrassegno, del marchio distintivo della sua esistenza di Apostolo del Vangelo. Nel suo ministero Paolo ha sperimentato la sofferenza, la debolezza e la sconfitta, ma anche la gioia e la consolazione. Questo è il mistero pasquale di Gesù: mistero di morte e di risurrezione. Ed è proprio l’essersi lasciato conformare alla morte di Gesù che ha fatto partecipare san Paolo alla sua risurrezione, alla sua vittoria. Nell’ora del buio, nell’ora della prova è già presente e operante l’alba della luce e della salvezza. Il mistero pasquale è il cuore palpitante della missione della Chiesa! E se rimaniamo dentro questo mistero noi siamo al riparo sia da una visione mondana e trionfalistica della missione, sia dallo scoraggiamento che può nascere di fronte alle prove e agli insuccessi. La fecondità pastorale, la fecondità dell’annuncio del Vangelo non è data né dal successo, né dall’insuccesso secondo criteri di valutazione umana, ma dal conformarsi alla logica della Croce di Gesù, che è la logica dell’uscire da se stessi e donarsi, la logica dell’amore. È la Croce - sempre la Croce con Cristo, perché a volte ci offrono la croce senza Cristo: questa non va! - È la Croce, sempre la Croce con Cristo che garantisce la fecondità della nostra missione. Ed è dalla Croce, supremo atto di misericordia e di amore, che si rinasce come «nuova creatura» (Gal 6, 15). Infine il terzo elemento: la preghiera. Nel Vangelo abbiamo ascoltato: «Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe» (Lc 10, 2). Gli operai per la messe non sono scelti attraverso campagne pubblicitarie o appelli al servizio della generosità, ma sono «scelti» e «mandati» da Dio. È Lui che sceglie, è Lui che manda, è Lui che manda, è Lui che dà la missione. Per questo è importante la preghiera. La Chiesa, ci ha ripetuto Benedetto XVI, non è nostra, ma è di Dio; e quante volte noi, i consacrati, pensiamo che sia nostra! Facciamo di lei... qualcosa che ci viene in mente. Ma non è nostra, è di Dio. il campo da coltivare è suo. La missione allora è soprattutto grazia. La missione è grazia. E se l’apostolo è frutto della preghiera, in essa troverà la luce e la forza della sua azione. La nostra missione, infatti, non è feconda, anzi si spegne nel momento stesso in cui si interrompe il collegamento con la sorgente, con il Signore. Cari seminaristi, care novizie e cari novizi, cari giovani in cammino vocazionale. Uno di voi, uno dei vostri formatori, mi diceva l’altro giorno: évangéliser on le fait à genoux, l’evangelizzazione si fa in ginocchio. Sentite bene: «l’evangelizzazione si fa in ginocchio». Siate sempre uomini e donne di preghiera. Senza il rapporto costante con Dio la missione diventa mestiere. Ma da che lavori tu? Da sarto, da cuoca, da prete, lavori da prete, lavori da suora? No. Non è un mestiere, è un’altra cosa. Il rischio dell’attivismo, di confidare troppo nelle strutture, è sempre in agguato. Se guardiamo a Gesù, vediamo che alla vigilia di ogni decisione o avvenimento importante, si raccoglieva in preghiera intensa e prolungata. Coltiviamo la dimensione contemplativa, anche nel vortice degli impegni più urgenti e pesanti. E più la missione vi chiama ad andare verso le periferie esistenziali, più il vostro cuore sia unito a quello di Cristo, pieno di misericordia e di amore. Qui sta il segreto della fecondità pastorale, della fecondità di un discepolo del Signore! Gesù manda i suoi senza «borsa, né sacca, né sandali» (Lc 10, 4). La diffusione del Vangelo non è assicurata né dal numero delle persone, né dal prestigio dell’istituzione, né dalla quantità di risorse disponibili. Quello che conta è essere permeati dall’amore di Cristo, lasciarsi condurre dallo Spirito Santo, e innestare la propria vita nell’albero della vita, che è la Croce del Signore. Cari amici e amiche, con grande fiducia vi affido all’intercessione di Maria Santissima. Lei è la Madre che ci aiuta a prendere le decisioni definitive con libertà, senza paura. Lei vi aiuti a testimoniare la gioia della consolazione di Dio, senza avere paura della gioia; Lei vi aiuti a conformarvi alla logica di amore della Croce e a crescere in un’unione sempre più intensa con il Signore nella preghiera. Così la vostra vita sarà ricca e feconda!

 

Pag 7 Missionari della gioia con lo stile della fraternità

L’Angelus in piazza San Pietro al termine della celebrazione

 

«Il Vangelo di questa domenica ci parla del fatto che Gesù non è un missionario isolato, non vuole agire da solo, è venuto a portare nel mondo l’amore di Dio e vuole diffonderlo con lo stile della comunione, della fraternità». Lo ha sottolineato il Papa all’Angelus del 7 luglio recitato con i fedeli presenti in piazza San Pietro, al termine della messa con seminaristi e novizie convenuti a Roma per l’Anno della fede.

 

Cari fratelli e sorelle! Buongiorno! Prima di tutto desidero condividere con voi la gioia di aver incontrato, ieri e oggi, un pellegrinaggio speciale dell’Anno della fede: quello dei seminaristi, dei novizi e delle novizie. Vi chiedo di pregare per loro, perché l’amore per Cristo maturi sempre più nella loro vita e diventino veri missionari del Regno di Dio. Il Vangelo di questa domenica (Lc 10, 1-12.17-20) ci parla proprio di questo: del fatto che Gesù non è un missionario isolato, non vuole compiere da solo la sua missione, ma coinvolge i suoi discepoli. E oggi vediamo che, oltre ai Dodici apostoli, chiama altri settantadue, e li manda nei villaggi, a due a due, ad annunciare che il Regno di Dio è vicino. Questo è molto bello! Gesù non vuole agire da solo, è venuto a portare nel mondo l’amore di Dio e vuole diffonderlo con lo stile della comunione, con lo stile della fraternità. Per questo forma subito una comunità di discepoli, che è una comunità missionaria. Subito li allena alla missione, ad andare. Ma attenzione: lo scopo non è socializzare, passare il tempo insieme, no, lo scopo è annunciare il Regno di Dio, e questo è urgente!, e anche oggi è urgente! Non c’è tempo da perdere in chiacchiere, non bisogna aspettare il consenso di tutti, bisogna andare e annunciare. A tutti si porta la pace di Cristo, e se non la accolgono, si va avanti uguale. Ai malati si porta la guarigione, perché Dio vuole guarire l’uomo da ogni male. Quanti missionari fanno questo! Seminano vita, salute, conforto alle periferie del mondo. Che bello è questo! Non vivere per se stesso, non vivere per se stessa, ma vivere per andare a fare il bene! Ci sono tanti giovani oggi in Piazza. Pensate a questo, domandatevi: Gesù mi chiama a andare, a uscire da me per fare il bene? A voi, giovani, a voi ragazzi e ragazze domando: voi, siete coraggiosi per questo, avete il coraggio di sentire la voce di Gesù? È bello essere missionari!... Ah, siete bravi! Mi piace questo! Questi settantadue discepoli, che Gesù manda davanti a sé, chi sono? Chi rappresentano? Se i Dodici sono gli Apostoli, e quindi rappresentano anche i Vescovi, loro successori, questi settantadue possono rappresentare gli altri ministri ordinati, presbiteri e diaconi; ma in senso più largo possiamo pensare agli altri ministeri nella Chiesa, ai catechisti, ai fedeli laici che si impegnano nelle missioni parrocchiali, a chi lavora con gli ammalati, con le diverse forme di disagio e di emarginazione; ma sempre come missionari del Vangelo, con l’urgenza del Regno che è vicino. Tutti devono essere missionari, tutti possono sentire quella chiamata di Gesù e andare avanti e annunciare il Regno! Dice il Vangelo che quei settantadue tornarono dalla loro missione pieni di gioia, perché avevano sperimentato la potenza del Nome di Cristo contro il male. Gesù lo conferma: a questi discepoli Lui dà la forza di sconfiggere il maligno. Ma aggiunge: «Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10, 20). Non dobbiamo vantarci come se fossimo noi i protagonisti: protagonista è uno solo, è il Signore! Protagonista è la grazia del Signore! Lui è l’unico protagonista! E la nostra gioia è solo questa: essere suoi discepoli, suoi amici. Ci aiuti la Madonna ad essere buoni operai del Vangelo. Cari amici, la gioia! Non abbiate paura di essere gioiosi! Non abbiate paura della gioia! Quella gioia che ci dà il Signore quando lo lasciamo entrare nella nostra vita, lasciamo che Lui entri nella nostra vita e ci inviti ad andare fuori noi alle periferie della vita e annunciare il Vangelo. Non abbiate paura della gioia. Gioia e coraggio!

 

Al termine della preghiera mariana il Papa ha parlato della sua prima enciclica, pubblicata due giorni prima, e ha salutato i vari gruppi presenti, in particolare i giovani della diocesi di Roma in partenza per il Brasile, dove parteciperanno alla Giornata mondiale della gioventù.

 

Cari fratelli e sorelle, come sapete, due giorni fa è stata pubblicata la Lettera Enciclica sul tema della fede, intitolata Lumen fidei, “la luce della fede”. Per l’Anno della fede, il Papa Benedetto XVI aveva iniziato questa Enciclica, che fa seguito a quelle sulla carità e sulla speranza. Io ho raccolto questo bel lavoro e l’ho portato a termine. Lo offro con gioia a tutto il Popolo di Dio: tutti infatti, specialmente oggi, abbiamo bisogno di andare all’essenziale della fede cristiana, di approfondirla e di confrontarla con le problematiche attuali. Ma penso che questa Enciclica, almeno in alcune parti, può essere utile anche a chi è alla ricerca di Dio e del senso della vita. La metto nelle mani di Maria, icona perfetta della fede, perché possa portare quei frutti che il Signore vuole. Rivolgo il mio cordiale saluto a tutti voi, cari fedeli di Roma e pellegrini. Saluto in particolare i giovani della Diocesi di Roma che si preparano a partire per Rio de Janeiro per la Giornata Mondiale della Gioventù. Cari giovani, anch’io mi sto preparando! Camminiamo insieme verso questa grande festa della fede; la Madonna ci accompagni, e ci troveremo laggiù! Saluto le Suore Rosminiane e le Francescane Angeline, che stanno vivendo i loro Capitoli Generali; e i responsabili della Comunità di Sant’Egidio venuti da diversi Paesi per il corso di formazione. A tutti voi auguro buona domenica! Buon pranzo! Arrivederci.

 

Pag 8 Per non cadere nella globalizzazione dell’indifferenza

A Lampedusa il Papa denuncia lo sfruttamento del fenomeno migratorio da parte di trafficanti senza scrupoli

 

È l’abitudine alla sofferenza dell’altro ad alimentare «la globalizzazione dell’indifferenza» e a infittire la schiera dei «responsabili senza nome e senza volto». Lo ha detto Papa Francesco all’omelia della messa celebrata a Lampedusa lunedì mattina, 8 luglio, in occasione del primo viaggio del pontificato.

 

Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte. Così il titolo dei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta. Non si ripeta per favore. Prima però vorrei dire una parola di sincera gratitudine e di incoraggiamento a voi, abitanti di Lampedusa e Linosa, alle associazioni, ai volontari e alle forze di sicurezza, che avete mostrato e mostrate attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore. Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà! Grazie! Grazie anche all’Arcivescovo Mons. Francesco Montenegro per il suo aiuto, il suo lavoro e la sua vicinanza pastorale. Saluto cordialmente il sindaco signora Giusi Nicolini, grazie tanto per quello che lei ha fatto e che fa. Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che oggi, alla sera, stanno iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie. A voi: o’scià! Questa mattina, alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, vorrei proporre alcune parole che soprattutto provochino la coscienza di tutti, spingano a riflettere e a cambiare concretamente certi atteggiamenti. «Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello! Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza! Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito. «Dov’è il tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà! E le loro voci salgono fino a Dio! E una volta ancora ringrazio voi abitanti di Lampedusa per la solidarietà. Ho sentito, recentemente, uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui sono passati per le mani dei trafficanti, coloro che sfruttano la povertà degli altri, queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto! E alcuni non sono riusciti ad arrivare. «Dov’è il tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno! Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue del tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro! Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto.  «Adamo dove sei?», «Dov’è il tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?». Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere! Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: «Rachele piange i suoi figli... perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi... Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi come questo. «Chi ha pianto?». Chi ha pianto oggi nel mondo? Signore, in questa Liturgia, che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo Padre perdono per chi si è accomodato e si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. Perdono Signore! Signore, che sentiamo anche oggi le tue domande: «Adamo dove sei?», «Dov’è il sangue di tuo fratello?».

 

Al termine della messa, dopo il saluto rivoltogli dall’arcivescovo di Agrigento, il Papa ha pronunciato a braccio le parole che riportiamo di seguito.

 

Prima di darvi la benedizione voglio ringraziare una volta in più; voi, lampedusani, per l’esempio di amore, per l’esempio di carità, per l’esempio di accoglienza che ci state dando, che avete dato e che ancora ci date. Il Vescovo ha detto che Lampedusa è un faro. Che questo esempio sia faro in tutto il mondo, perché abbiano il coraggio di accogliere quelli che cercano una vita migliore. Grazie per la vostra testimonianza. E voglio anche ringraziare la vostra tenerezza che ho sentito nella persona di don Stefano. Lui mi raccontava sulla nave quello che lui e il suo vice parroco fanno. Grazie a voi, grazie a lei, don Stefano.

 

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Pag 26 Lezione di umanità che insegna come “stare” di Giorgio Paolucci

Lampedusa / 1: il papa che scuote le coscienze

 

È stata una lezione di umanità. Non è andato a fare prediche, non è andato a proporre ricette. Si è inginocchiato davanti a una realtà che l’aveva colpito «come una spina nel cuore». Ha gridato il suo dolore, ha pregato, ha chiesto perdono, ha risvegliato le coscienze. Il primo viaggio di papa Francesco, così carico di significati simbolici, ha puntato dritto a una periferia che è insieme geografica ed esistenziale: Lampedusa, estremo lembo meridionale dell’Europa, capolinea e trampolino di tanti viaggi della speranza che spesso annegano nella disperazione. Per la Messa celebrata in una giornata luminosa come quelle che il Mediterraneo sa regalare in questi giorni, ha scelto il viola, il colore della penitenza. Ha chiesto perdono per l’indifferenza globalizzata, il tarlo che morde le menti e i cuori di «coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi», come di chi vive accomodato in un benessere cieco che porta all’anestesia del cuore. Francesco è stato maestro di umanità perché prima di spiegarci 'cosa fare', ci ha testimoniato 'come stare' di fronte a quelle ventimila invisibili bare che giacciono in fondo al mare e di fronte alle moltitudini che partono dall’Africa sognando un destino migliore. Per non diventare tutti 'innominati', responsabili senza nome e senza volto di tragedie che si consumano sotto i nostri occhi – a volte sulla stessa spiaggia dove prendiamo il sole – bisogna anzitutto 'stare', 'patire con'. Troppo facile scaricare tutto il peso della questione-immigrazione – uno dei nodi più difficili da sciogliere nell’era della globalizzazione che ha aumentato le disuguaglianze e insieme le possibilità di muoversi da un Paese all’altro – sulla politica, che pure porta pesanti e irrimandabili responsabilità. Troppo facile esercitarsi nel tiro al bersaglio sui presunti colpevoli. Oggi, come ai tempi di Gesù, la questione fondamentale non è 'di chi è la colpa', ma 'come si fa a vivere'. Come si fa a girare la testa dall’altra parte, a chiamarsi fuori, ad accontentarsi del proprio tornaconto, quando il dolore ti passa accanto? Come si fa a restare sordi di fonte alla domanda che riecheggia dagli albori della storia umana: «Dov’è tuo fratello?». E da chi possiamo imparare a 'stare' in questa posizione umana? Il Papa ce lo ha indicato andando a incontrare il popolo di Lampedusa. Di solito chi vive nelle terre di frontiera assume istintivamente un atteggiamento di diffidenza, di paura, o di aperta ostilità nei confronti dell’altro, di quanti arrivano da mondi lontani e da altre culture. In questi anni i lampedusani con l’aiuto spesso determinante di forze dell’ordine e marinai impegnati in centinaia di operazioni di salvataggio in mare – hanno testimoniato un’apertura e una capacità di accoglienza assai più forti delle loro limitate disponibilità, assai più larghe di una 'normale' misura, e che ha trovato espressione in un neologismo locale, o’ scià, che letteralmente significa 'fiato mio' e indica il sentimento di chi considera l’altro come qualcuno che gli è necessario. Come parte inseparabile del proprio destino. Per questo il Papa ha salutato così i lampedusani, i migranti che lo ascoltavano e tutti coloro ai quali idealmente si è rivolto. Per questo ha abbracciato questa piccola comunità che offre al mondo una grande testimonianza, indicandola a tutti come faro di umanità nel mare dell’indifferenza. Ma per cogliere appieno la lezione che arriva da questa indimenticabile giornata, dobbiamo guardare al gesto che ne segna l’ideale coronamento: l’affidamento alla Vergine di coloro che sono costretti a fuggire per cercare futuro, la preghiera per tutti noi, distratti e prigionieri delle nostre paure, e «per la conversione del cuore di quanti generano guerra, odio e povertà, sfruttano i fratelli e fanno indegno commercio della loro fragilità». La conversione dei trafficanti di uomini, più decisiva di qualsiasi ferrea legge.

 

Pag 26 Costi e vantaggi di un “ponte” fatto di natura e cultura di Pietro Cafaro

Lampedusa / 2: Europa e Africa devono crescere insieme

 

Il gesto vero di papa Francesco nella visita a Lampedusa ci dà l’occasione, ancora una volta, di riflettere sul fenomeno insieme triste e creativo delle migrazioni dei popoli. L’uomo da sempre è in cammino per scelta o per necessità su questa Terra che è ovunque la sua casa. Spostandosi lascia tracce, costruisce incontri, dà vita a culture e civiltà. E civiltà non è pensiero solitario, ma confronto dialettico, per sua stessa natura creativo. Alcuni luoghi, 'crocevia' naturali, si sono trasformati più facilmente di altri in spazi di civiltà. Basti pensare alle città storicamente più longeve, costruite sull’ansa di un fiume, nel luogo di meno arduo passaggio di una catena di monti, al centro di una vasta pianura o sulle riviere più abbordabili del mare o di un lago: si capisce in tutta evidenza da cosa sia scaturita la predisposizione naturale a diventare luogo di incontro e ad acquistare una centralità magari insperata. Sono nate così le grandi capitali del passato e nascono così le grandi aggregazioni urbane di oggi: Roma, Milano, Costantinopoli, Parigi, Londra, New York... Costruzioni di mattoni vivi, prima che di pietra, di uomini e di donne capaci di dare un afflato creativo anche alla terra più arida. Costruire insieme ha ovviamente anche dei costi. Costi che a una luce meno angusta di quella che illumina solo l’immediato, si rivela come l’investimento più grande che un popolo può fare. La storia mostra continuamente a chi la vuole leggere con attenzione, come i costi di una breve stagione possono trasformarsi in vantaggi competitivi, per anni e anni. Da questo punto di vista che cos’è l’Italia se non un lungo ponte proteso in quel Mar Mediterraneo che non ha mai smesso d’essere uno dei più rilevanti baricentri d’incontro tra nord e sud del mondo, tra est e ovest? Che cos’è questa Penisola se non il cuore vivo di una culla di civiltà, obbligata dal destino a farsi carico, ma anche a fruire del vantaggio un melting pot millenario? Perché non ci chiediamo mai da dove viene questa cultura, impressa nei cuori prima che nei marmi e nei sassi, che fa di tutto il nostro Paese una della meraviglie del mondo? E da dove viene un gusto del bello che si trasfonde in una sacralità naturale alla quale ci abbeveriamo ogni giorno e della quale l’Italia è testimone nel mondo? Si tratta del distillato di un’antica propensione all’incontro, della capacità di riconoscere come valore un meticciato culturale – ebbene sì – che oggi ci permette di seminare spore di bellezza ovunque. Ed è valore, questo, che ci viene riconosciuto e che ha un risvolto economico enorme. Oggi siamo di fronte a una grande sfida: quella di renderci consapevoli di vivere su quel 'ponte' sospeso tra due continenti gemelli, Europa e Africa, che sono obbligati dagli eventi a crescere (o morire) insieme. È un grave problema, ma anche la radice di un grande vantaggio competitivo spendibile certamente non nell’angusto tempo di una generazione. I vantaggi anche economici delle grandi migrazioni verranno certamente, come è stato nell’Europa antica ed è nell’America moderna, vantaggi economici preziosi per le prossime generazioni e che vanno fin d’ora individuati e fatti sbocciare per non abbandonarli ai biechi calcoli dei nuovi negrieri.

 

Pag 27 Che triste chi non capisce il Papa… (lettere al direttore)

 

Caro direttore, le scrivo a proposito dell’articolo a firma Magdi Cristiano Allam apparso in prima pagina sul 'Giornale' di domenica 7 luglio ('Lo sbarco di Francesco'). A Magdi vorrei dire che mi dispiace che con il suo pezzo abbia sostenuto che andando a Lampedusa il Papa avrebbe «legittimato l’immigrazione clandestina». Mi dispiace sentire e leggere una affermazione forte come questa detta da una persona colta come lui. Proprio da lui, che in passato si è speso per la difesa dei valori cristiani della nostra società: ma che cosa ci sarebbe di cristiano se il Santo Padre non si pronunciasse instancabilmente con una parola di misericordia? Questa parola vale per me, per i più disperati e anche per Magdi. E mi chiedo come si può sostenere che questa parola significherebbe legittimare l’immigrazione clandestina... Io penso che il Buon Pastore debba avere cura del suo gregge, da qualunque parte arrivi, in qualunque situazione si trovi. Papa Francesco lo ripete incessantemente nelle parole e nei gesti. Allora, perché, solo per cercare di far notizia si tenta di avviare una polemica pesante contro il Papa? Ricordo ancora con gioia quella notte di luce in cui Magdi si era fatto battezzare da Benedetto XVI. In quella notte la misericordia e la grazia di Dio erano entrate in lui e, tramite la sua persona, ancora una volta in noi. Magdi non le perda, sono un tesoro troppo prezioso per un cristiano.                     (Massimo Balzola, Orbassano / To)

 

Caro direttore, con una presunzione senza limiti, Magdi Allam (sul 'Giornale' di domenica scorsa) ha voluto insegnare a Papa Francesco come si fa il pontefice, sollecitandolo esplicitamente a pranzare in una mensa «italiana» della Caritas anziché andare a Lampedusa. Qualcuno dovrebbe ricordare ad Allam che il Papa è, sì, vescovo di Roma ma soprattutto 'vescovo del mondo'. Un mondo che include i migranti che fuggono da guerre, povertà, discriminazioni.                  (Ascanio De Sanctis, Roma)

 

Caro direttore, scrivo mentre Papa Francesco si prepara a incontrare, a Lampedusa, alcuni di quegli 'ultimi', che quando riescono a scampare alle insidie del mare, affrontato su gommoni o carcasse galleggianti, raramente riescono a sopravvivere alle procedure di respingimenti e di rigetto. Anche mentale. E anche da parte di alcuni cristiani. Tra questi Magdi Allam, che dopo l’elezione di Papa Bergoglio ha espresso il suo volontario auto­allontanamento dalla Chiesa cattolica e, ora, sembra non riesca ad accettare nemmeno la scelta di Lampedusa come prima tappa dell’itinerario di un Papa, che tra i suoi punti programmatici ricorrenti pone la preferenza per le 'periferie' dell’esistenza e della società in cui viviamo. Rileggendo le dichiarazioni del fratello Magdi Cristiano del 25 marzo 2013, mi colpisce e mi affascina tuttavia una sua professione di fede e d’amore in Cristo: «Continuerò a credere nel Gesù che ho sempre amato e a identificarmi orgogliosamente con il cristianesimo come la civiltà che più di altre avvicina l’uomo al Dio che ha scelto di diventare uomo». Tuttavia, la mia immediata contro-domanda è in tutta umiltà e fraternità, in spirito autentico di pace: «Ma come si può amare Cristo senza non amare quelli che egli ama?». Non sembra una risposta valida quella espressa dallo stesso autore domenica 7 luglio sulla prima pagina del 'Giornale'. Pur professando il suo amore a Cristo, egli aggiunge che «prima dell’amore del prossimo viene l’amore di se stesso», convinzione che «i relativisti, i buonisti, i globalisti e gli immigrazionisti vorrebbero toglierci, obbligandoci a rispettare solo la prima parte 'ama il prossimo tuo'». In realtà, se c’è uno che ha amato gli altri più di se stesso, questi è proprio Cristo, altrimenti non sarebbe morto sulla croce. E inoltre, l’amore vero - da quello di una mamma a quello di un qualsiasi essere umano verso un altro essere umano, come Massimiliano Kolbe (che in un campo di concentramento offrì la sua vita al posto di un altro) - non fa le sue ponderazioni sul bilancino del farmacista, su quale sia l’amore da privilegiare: quello di se stesso o quello del prossimo. Ama e si dona. Ama e offre la sua vita, non per amore della morte, e nemmeno per amore dell’amore, ma per amore dell’altro. Senza questa 'realtà' non potrei mai capire Cristo, né i suoi martiri, né quanti danno la vita per lui e per gli altri. Sì, Cristo e i poveri, identificati negli ultimi, non sono cristianamente scindibili. Proprio essi sono criterio e garanzia di un amore che, diversamente, rischia sempre di scadere nell’esaltazione mistificatoria, più che mistica. L’enciclica appena pubblicata da Papa Francesco ce lo ricorda, unendo indissolubilmente, come sempre deve essere, l’amore alla fede. La fede «essendo la verità di un amore, non è verità che s’imponga con la violenza, non è verità che schiaccia il singolo. Nascendo dall’amore può arrivare al cuore, al centro personale di ogni uomo. Risulta chiaro così che la fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro. Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede» ('Lumen fidei', 34).                 (Giovanni Mazzillo, Tortora / Cs - Direttore dell’Istituto Teologico Calabro)

 

Risponde il direttore Marco Tarquinio: Sono soprattutto triste, cari amici, per il fatto che Magdi Cristiano Allam continui a sentire l’inesorabile e sconcertante dovere di «insegnare il credo agli apostoli» (la saggezza popolare ha prodotto immagini di un’ironia definitiva, e altrettanto inesorabile...). Questo collega giornalista dopo aver pensato, tempo fa, di poter impartire aspre 'lezioni' al Vescovo di Milano, colpevole di vivere il Vangelo e di rispettare la fede degli altri, si è ora convinto di dover ammonire il Vescovo di Roma, che ha osato farsi pellegrino sino all’ultimo lembo marino d’Italia per «abbracciare», anche lì, «la carne di Cristo». Il Papa ha abbracciato nostro Signore nei disperati e negli irregolari approdati in quella 'periferia' estrema dell’occidente. E l’ha abbracciato nella popolazione dell’isola che - unita al proprio parroco don Stefano Nastasi e al proprio arcivescovo monsignor Francesco Montenegro - vive e coltiva da anni i sentimenti e le pratiche di fraternità che generano la civiltà dell’accoglienza. Chi era davanti alla tv ieri, per la santa Messa celebrata dal pontefice, ha potuto rendersi conto della bellezza cristiana e della forza civile di questa semplice e straordinaria gente. Una realtà esemplare e toccante, che già il 30 marzo di due anni fa spinse noi di 'Avvenire', facendo eco a un’altra nostra lettrice, a invitare i nostri parlamentari di ogni orientamento a promuovere con decisione la candidatura dei lampedusani al Premio Nobel della Pace. Niente, purtroppo. Ora, però, la gente dell’isola ha ricevuto - e condiviso con tanti poveri migranti - un riconoscimento persino più bello: la speciale visita e il 'grazie' del successore di Pietro. Allam sembra che non riesca a vedere, a capire o almeno a intuire tutto questo. Per questo, oggi come in passato, c’è appunto solo da essere tristi. E non certo per il nostro amatissimo Francesco, ma per il polemista di tanto nome che - uso l’immagine che il Papa ha preso a prestito da Manzoni - si fa tentare dalla logica degli «Innominati»: coloro che hanno forza (e opinioni pesanti), ma perdono il volto dell’altro e così perdono anche il proprio, impoverendosi di indifferenza, privandosi di capacità di pianto, infiacchendo il proprio slancio solidale. Riesco solo ad augurarmi che Magdi Cristiano - uomo della sponda Sud del Mediterraneo che si è fatto uomo della sponda Nord - sia riuscito, ieri, ad ascoltare davvero Papa Francesco. Mi auguro che accetti di farsi riabbracciare, lui, da Cristo, come nel giorno del suo battesimo. E mi auguro che questo abbraccio - che libera la vita e lo sguardo ­accada senza clamori e nel modo più dolce e forte: magari attraverso la parola di un amico, magari anche grazie ad alcune preziose riflessioni contenute nelle vostre lettere, magari nella pace di una chiesa appartata e accogliente, magari in una mensa della Caritas (servendo un fratello perché fratello e non perché italiano o islamico o cattolico), magari nell’incontro semplice e illuminante con una delle persone che come tanti altri chiama 'clandestini'. Non mi stanco di ricordarlo, prima di tutto a me stesso: ci sono uomini e donne che violano la legge, così come ci sono coloro che vengono violati e ingiustamente perseguitati nel nome di una qualche legge, così come ci sono leggi che violano il diritto di natura e il diritto delle genti. Ed esistono, certo, gli irregolari. Irregolari per scelta e per convinzione, irregolari per condizione e per costrizione. Ma a qualsiasi latitudine, davvero ovunque sotto il cielo di Dio e sulla faccia della terra degli uomini e delle donne, nessuno mai è un 'clandestino'.

 

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CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Terre promesse, sogni e realtà di Gian Antonio Stella

 

«E tra loro un vescovo c'era / dando a tutti / la sua benedizion...». È probabile che Jorge Mario Bergoglio abbia nelle orecchie fin da bambino le note dolenti de «Il tragico naufragio del vapore Sirio», dedicato alla tragedia del bastimento affondato nel 1906 mentre navigava verso il «suo» Sudamerica. Canzone che sfuma narrando di José de Camargo Barros, il vescovo di São Paulo del Brasile che morì tra i flutti consolando gli altri poveretti. Scrisse il Corriere: «Il suo ultimo gesto, prima di incontrare la morte (...), fu di sacrificio, perché cedette il suo salvagente a un altro naufrago quando già erano in mare». Sono anni che, sotto i nostri occhi, si ripetono quelle apocalissi vissute dai nostri nonni. Anni che siti come «fortresseurope» contano i morti ufficiali (poi ci sono quelli di cui non si sa nulla) inghiottiti dal Mediterraneo, saliti via via a 18.653. Anni che l'Onu, registrando 214 milioni di persone che vivono «altrove» rispetto al Paese natio («la patria è là dove si prospera», scrisse Aristofane) spiega come chi emigra in un Paese ricco incrementa mediamente di 15 volte il proprio reddito e abbatte di 16 la mortalità dei propri bambini. Anni che l'Alto Commissariato per i rifugiati denuncia che ogni giorno 23 mila uomini, donne, bambini sono costretti a lasciare la propria casa per mettersi in salvo da guerre, pulizie etniche, persecuzioni religiose o sessuali. Anni. Ma ci voleva un Papa figlio di emigrati in Argentina, sulle cui rotte affondarono l'Utopia e il Sirio e il Principessa Mafalda e altri piroscafi carichi di italiani, per dare uno scossone all'indifferenza quotidiana non solo dell'Italia ma dell'Occidente. Certo, anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI («Quando si respingono profughi e immigrati non è forse Dio stesso a essere respinto da noi?») ci avevano provato. L'immagine di Francesco accanto a una croce fatta col legno colorato dei barconi degli immigrati, però, ha avuto ieri un impatto immenso. Deflagrante. E quella immagine ha sottolineato parole dure come cazzotti. Contro i trafficanti di uomini «che sfruttano la povertà degli altri». Ma anche contro l'ipocrisia di chi, guardando un «fratello mezzo morto sul ciglio della strada» si gira dall'altra parte. Contro la «cultura del benessere» che «ci fa vivere in bolle di sapone» e ci ha portato alla «anestesia del cuore». Contro la «globalizzazione dell'indifferenza». Contro coloro che «nell'anonimato prendono decisioni socioeconomiche». C'è chi dirà, come già è stato detto più volte in passato con parole spesso offensive, che è facile fare omelie ma governare un Paese e le sue paure è un'altra faccenda. Basti ricordare, al di là dei barriti di chi voleva sparare sui barconi o degli incitamenti a essere «più cattivi», una delle tante tesi: «Il principio dell'accoglienza è un principio cristiano, ma deve essere calato nella realtà». Traduzione: la politica deve fare altri conti. È vero, perfino padre Enzo Bianchi ha ammesso il problema: «Occorre riconoscere che esistono dei limiti nell'accoglienza: non i limiti dettati dall'egoismo di chi si asserraglia nel proprio benessere e chiude gli occhi e il cuore davanti al proprio simile che soffre, ma i limiti imposti da una reale capacità di "fare spazio" agli altri, limiti oggettivi, magari dilatabili con un serio impegno e una precisa volontà, ma pur sempre limiti». E anche il Papa non ha invitato a spalancare le porte a tutti. Sa bene che certi generosissimi avventurismi potrebbero essere controproducenti. Il rispetto per le speranze, i sogni, i diritti, i lutti e i dolori degli altri, però, almeno quello è un dovere assoluto. Non solo dei cristiani.

 

Pagg 2 – 3 La denuncia di Francesco: globalizzazione dell’indifferenza di Gian Guido Vecchi e Felice Cavallaro

Nazir e gli altri musulmani: “Parla di noi?”. E vanno ad ascoltare la traduzione dell’omelia

 

Lampedusa - I greci antichi le chiamarono Pelagie perché perse nel pelagos, la distesa infinita del mare, c'è chi dice fosse qui l'isola Ogigia dalla quale Odisseo sospirava il nostos, il ritorno a casa. Ora invece quelli che ce la fanno sospirano la fuga da «guerra, odio, povertà». Appena atterrato Francesco sale su una Fiat Campagnola per imbarcarsi a Cala Pisana e sfila accanto al cimitero dei senza nome, nient'altro che tombe con numeri e date e i pochi resti dei ventimila esseri umani inghiottiti dal Mediterraneo in 25 anni, glielo indicano e il Papa continua a mormorare «che sofferenza, che sofferenza» prima di chinare il capo, la stessa preghiera silenziosa che mediterà dopo aver gettato in mare una corona di crisantemi bianchi e gialli. È arrivato a «piangere i morti», Francesco, «chiediamo perdono per l'indifferenza verso tanti fratelli e sorelle», a ricordare la responsabilità di tutti con la domanda che «Dio rivolge a ciascuno di noi», quella a Caino: «Dov'è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?». E a dire all'Europa e all'Occidente che «la globalizzazione dell'indifferenza» ci ha ridotti a non saper più piangere. Bergoglio ha deciso poche settimane fa: c'erano ragazzi, donne e bambini aggrappati alle gabbie dei tonni, c'erano altri morti e «il mio pensiero vi è tornato di continuo come una spina nel cuore». Ecco: «Chi di noi ha pianto per questo e per fatti come questo? Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l'esperienza del piangere, del "patire con"...». Francesco scandisce l'omelia di domande radicali, scomode, «ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare per risvegliare le nostre coscienze, perché ciò che è accaduto non si ripeta: non si ripeta, per favore». Prima della messa, però, ascolta. Ci sono una cinquantina di africani sul molo di Punta Favarolo, dove sbarcano i superstiti, la gente dell'isola è raccolta più oltre lungo il porto nuovo e fino al campo sportivo. Sole, canti, grida, «sei il numero uno!». Ma il Papa confida la sua preoccupazione mentre s'avvicina via mare sulla motovedetta «Cp 282» della Capitaneria: «Spero proprio che si capisca il significato di questo mio gesto». La gente lo sa. In uno sterrato dietro al porto sono accatastati pescherecci contorti, scafi a pezzi, scritte in arabo semicancellate dalla salsedine e dal sole. La motovedetta sosta in mare, il Papa getta i fiori e prega. Ha voluto una visita a carattere «penitenziale» come la messa e le letture pronunciate da un ambone fatto con due pale e una ruota recuperate dai timoni dei relitti: Francesco indossa paramenti viola e ha scelto tre passi su Caino e Abele, la strage degli innocenti e il salmo Miserere: «Perdonaci, Signore, abbiamo peccato». Così sarebbe previsto che gli immigrati al molo Favarolo gli consegnino una lettera ma Bergoglio scende dalla scaletta, li saluta uno ad uno e li abbraccia mentre alcuni intonano un canto etiope: e chiede che gli parlino, che gliela leggano. Le tv li inquadrano di schiena perché sono quasi tutti minorenni. Parrebbero più vecchi, non fosse per gli occhi. Alle 9.30 sono passate un paio d'ore dall'ultimo sbarco di 165 africani raccolti da un barcone sfondato. Un ragazzo legge, un altro sa un po' d'italiano e traduce. Le sofferenze del viaggio, i trafficanti che lucrano sui disperati, i rapimenti, i morti. «Tutti insieme, oggi, pregheremo l'uno per l'altro e anche per quelli che oggi non sono qui, non sono riusciti ad arrivare, grazie!», mormora loro Francesco mentre don Stefano Nastasi, il parroco, piange. Il sindaco Giusi Nicolini ringrazia e Francesco sorride appena: «Sono io che ringrazio voi. Questo è un luogo di sofferenza, ci sono ventimila morti sotto il mare». È la premessa di un'omelia che qui già si accosta, per la portata storica, all'anatema di Wojtyla ad Agrigento contro la mafia. Francesco saluta e bacia i bambini ma ha l'aria assorta e mesta. Ringrazia i lampedusani, «esempio di solidarietà». Augura «abbondanti frutti spirituali» ai «cari immigrati musulmani che stanno iniziando il digiuno di Ramadan», spiega loro che «la Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie» e li saluta con un'espressione di Lampedusa: «A voi, o' scià!», che significa mio fiato, mio respiro. Poi cominciano le domande scomode: per «cambiare concretamente certi atteggiamenti». La domanda di Dio ad Adamo dopo il peccato: «Dove sei?». Quella a Caino che ha ucciso Abele: «Dov'è tuo fratello?». Domande che «risuonano anche oggi, con tutta la loro forza!», esclama: «Tanti di noi, mi includo anch'io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo». Chi è responsabile? Francesco cita una commedia di Lope de Vega e l'Innominato di Manzoni per dire che la risposta di tutti è sempre la stessa: «Nessuno!». Perché «siamo caduti nell'atteggiamento ipocrita del sacerdote» nella parabola del Buon Samaritano: «Guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo "poverino" e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro, e con questo ci sentiamo a posto». La denuncia è netta: «La cultura del benessere ci porta a pensare a noi stessi e ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone che sono belle ma non sono nulla, sono l'illusione del futile, del provvisorio». Siamo caduti «nella globalizzazione dell'indifferenza» che ci rende tutti innominati, «responsabili senza nome e senza volto». Le responsabilità variano ma nessuno può chiamarsi fuori. Il Papa chiede «la grazia» di «piangere sulla crudeltà che c'è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell'anonimato prendono decisioni socioeconomiche che aprono la strada a questi drammi». Invoca a Dio il perdono «per l'anestesia del cuore», per quelli che provocano tutto questo «con le loro decisioni a livello mondiale». La strage degli innocenti. «Anche Erode ha seminato morte per difendere la propria bolla di sapone». Prega Maria, «Stella del mare», e chiede anche la conversione dei trafficanti che «fanno indegno commercio della vita umana». La visita, che ha voluto sobria e senza autorità, si conclude con un pranzo a buffet e Francesco che mangia in piedi un panino e un frammento di cassata prima della visita in parrocchia. Lascia discreto un obolo, dice ai lampedusani: «Vi ringrazio per la vostra tenerezza». In questi mesi ha esortato la Chiesa a «toccare la carne di Gesù». L'ultimo messaggio, ieri, lo ha affidato via Twitter al mare della Rete: «Preghiamo per avere un cuore che abbracci gli immigrati. Dio ci giudicherà in base a come abbiamo trattato i più bisognosi».

 

Lampedusa - È stato il riferimento al Ramadan e poi quel saluto rivolto ai musulmani come si fa qui da dieci anni, «O' scià», a colpire l'altra faccia del popolo in festa per papa Francesco. Ma i migranti di fede islamica, rientrati al Centro accoglienza dopo il primo incontro con il Pontefice al porto vecchio, l'hanno capito solo alle sette di sera. Quando una operatrice di Save the Children, per loro che avevano disertato la Messa al campo sportivo, ha scaricato da Internet l'omelia e un mediatore culturale ha tradotto passo dopo passo le parole rivolte «ai cari immigrati musulmani che stanno iniziando il digiuno di Ramadan, con l'augurio di abbondanti frutti spirituali...». «Parla di noi?», s'interrogava Nazir, un giovane e smilzo eritreo che domenica s'era lasciato convincere dalla stessa operatrice, Viviana Valastro, a prepararsi all'incontro sul molo Favarolo, a patto che non si andasse pure alla Messa. «È una cosa dei cristiani, è giusto così, per rispetto». E così è andata ieri mattina. Ma al tramonto è scattato quasi un pentimento quando lo stesso Nazir ha decodificato le frasi del Papa sentendogli dire che «la Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie. A voi, "O' scià"...». E un rammarico prende Mahamed, il mediatore eritreo che domenica alla riunione aveva tradotto in italiano il ragionamento dei migranti pure per funzionari di prefettura e cerimonieri di Curia e Vaticano, facendolo suo: «Sono anch'io musulmano e incontrare il Papa fa piacere anche a me. Ma questi giovani non capiscono perché andare alla Messa. È una questione di rispetto. Come succede in Eritrea dove ogni comunità religiosa ha i suoi riti». Ma quando nel pomeriggio il messaggio del Papa è rimbalzato da un agente a un volontario, da un inserviente a un mediatore e tutti al Centro di contrada Imbriacola, oltre i cancelli sprangati, hanno saputo che da quel pulpito il capo dei cattolici si era rivolto ai musulmani, anche Mahamed c'è rimasto male. «Con me stesso», ammette questo eritreo di 34 anni arrivato pure lui su un barcone cinque anni fa a Lampedusa, poi cooptato e assunto da Save the Children. «Si, sono un po' pentito perché avrebbe fatto bene a me e ai nostri ragazzi sentire dalla sua viva voce le parole di papa Francesco». Si rimedia prima del tramonto con il computer di Viviana Valastro aperto sotto la tettoia di fronte alle camerate lontane dai cancelli controllati dagli agenti in divisa, perché il Centro accoglienza sempre una gabbia resta. E forse sono quelle reti, quei controlli a far scattare una comprensibile diffidenza, manifestatasi alle riunioni di domenica, quando bisognava decidere se partecipare all'incontro col Papa, sullo stesso molo dove le motovedette li avevano scortati la settimana scorsa. Dubbi estranei a un ragazzo di 17 anni che in poche ore ha trasformato tutti i cattolici eritrei del centro in un vero e proprio coro, con prove continue, intonando un inno nazionale, «Fratelli del mare», lo stesso echeggiato ieri mattina allo sbarco del Papa, commosso, le mani elevate per incoraggiare i giovani a continuare. Senza sapere che quel ragazzo improvvisatosi direttore del coro, Abraham, è un ex seminarista ortodosso fuggito due anni fa dal suo Paese, per due anni in Sudan, in balìa degli sfruttatori: «Ho sempre pregato Dio per farmi arrivare qui e negli stessi giorni arriva pure il Papa». Estasiato come le tre ragazze sul molo. Rosa e Lem Lem, 16 e 17 anni, cattoliche, felici: «Lo sentivamo alla radio il Papa, ora qui con noi». E Amina, protestante, la più piccola, 15 anni appena, in fuga per evitare l'addestramento militare in Eritrea, fermata nel Sinai, arrestata, rimpatriata, fuggita di nuovo, un'avventura culminata in Libia, infine il barcone: «In Italia voglio fare la segretaria, poi l'università. Forse accadrà dopo le parole del Papa». Che qualcosa accada lo spera anche Osnam, uno dei primi ragazzi incrociati sul molo dal Papa, 17 anni e due stampelle. Zoppica dolente. Il Papa intuisce il dramma, legge qualcosa nei suoi occhi, lo accarezza con lo sguardo: «Come stai?». E lui: «Molto meglio». Come se avessero parlato tante volte dei guai di questo sfortunato catturato dalla milizia in Libia, picchiato in carcere, mai curato per 5 mesi e arrivato qui con la speranza di potere approdare in un centro ortopedico. Come grida al telefono Viviana a computer chiuso: «Bisogna portarlo in una struttura idonea. Deve partire prima degli altri. Non c'è burocrazia che tiene». Piccola grande storia di un Centro dove le parole del Papa sono una frustata ai protocolli e alle sbarre.

 

Pag 4 I suoi fiori in mare, poi quel richiamo alla grazia del pianto di Luigi Accattoli

 

Città del Vaticano - Una croce e un calice ricavati dalle carrette del mare, l'altare poggiato su una barca, le parole tragiche di Caino, di Erode e del «Miserere»: è vasto il repertorio di segni, gesti e immagini ai quali ha fatto ricorso Francesco per prendere di petto la coscienza del mondo e intimargli di piangere i morti di nessuno come morti di tutti. La chiamata al pentimento è stata insistente: sei volte Francesco ha pronunciato la parola «pianto» e quattro volte il verbo «piangere». Quattro volte ha detto «sangue», cinque volte «responsabile», «responsabili» e «responsabilità». Come un «padre del deserto», come un mistico medievale, come un convertito dalle mondanità di ogni tempo ha invocato la «capacità» e il dono delle lacrime: «Domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza». L'interrogazione centrale dell'omelia - «Chi ha pianto oggi nel mondo?» - è probabile che resti nella storia dei Papi con quel carattere di unicità con cui vi sono restati il saluto alla luna di Giovanni XXIII - «Si direbbe che persino la luna, osservatela in alto, si è affrettata stasera a guardare questo spettacolo» (11 ottobre 1962) - e il «Non abbiate paura» di Papa Wojtyla: «Aprite, anzi spalancate la porta a Cristo» (22 ottobre 1978). Il rito di ieri ha avuto una specie di «ingresso processionale» dal mare, sul quale il Papa era uscito su un'imbarcazione per gettare in acqua, dopo averla benedetta, una corona di fiori bianchi e gialli - i colori della Sede Romana - in memoria degli annegati che mai ebbero una tomba e fiori su di essa: si dice siano ventimila quelli inghiottiti dalle onde nel loro viaggio attraverso il Mediterraneo. Al rientro, sceso dalla barca, Francesco si è voltato a guardare il mare: un'occhiata che richiamava - a chi ne era stato spettatore - lo sguardo che Papa Wojtyla rivolse all'Oceano dall'imbarco degli schiavi nell'isola di Gorèe (22 febbraio 1992). Da laggiù partivano nei secoli innumerevoli sventurati, qua ne arrivano oggi altrettanti. Il Papa ha poi indossato i paramenti violacei della liturgia penitenziale elencata dal Messale romano sotto il titolo di «Messa per la remissione dei peccati». Il viola è il colore della Quaresima ed era la prima domenica di Quaresima quando Papa Wojtyla il 12 marzo dell'anno 2000 pronunciò in San Pietro la sua epocale richiesta di perdono: la quinta delle sette invocazioni aveva riguardato anche i «comportamenti» lesivi dei diritti degli immigrati. «In questa Liturgia, che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono», ha detto ieri Francesco con il tono dolente che fu in quell'occasione sulla bocca di Giovanni Paolo II. L'omelia di ieri era mirata a scuotere gli uditori, cioè l'intera umanità: «Vorrei proporre alcune parole che provochino la coscienza di tutti». Quattro volte il Papa a nome proprio e di tutti ha invocato «perdono». Queste invocazioni erano state preparate dal canto del Miserere, cioè del Salmo 50 che dice: «Pietà di me, o Dio, nel tuo amore». Il canto era stato intercalato dall'invocazione «Perdonaci, Signore, abbiamo peccato». La sobrietà del rito era stata definita «estrema», alla viglia, in una sua nota dal Maestro delle cerimonie Guido Marini. E se era possibile il Papa l'ha resa ancora più drastica, con il tono della voce più basso e monocorde che mai ed evitando le abituali chiamate della folla a interagire con lui. All'inizio dell'omelia neanche ha detto, come d'abitudine, «fratelli e sorelle» ma è partito in medias res - cioè senza preamboli - con un riferimento alle cronache venute ultimamente da Lampedusa: «Immigrati morti in mare» sono state le sue prime parole, che ha detto di aver preso dai «titoli dei giornali». Quasi che dire «fratelli e sorelle» fosse inopportuno, in un giorno di lutto. A metà dell'omelia Francesco ha citato il Manzoni - «Ritorna la figura dell'Innominato» - per dire che oggi siamo un po' tutti «innominati, responsabili senza nome e senza volto». Da antico docente di letteratura spagnola ha richiamato poi una commedia di Lope de Vega per dire al mondo che di fronte alla morte dei disperati del mare tutti ci poniamo nell'atteggiamento degli abitanti della città di Fuente Ovejuna che alla domanda «chi abbia ucciso il governatore» rispondono al magistrato: «Fuente Ovejuna, Signore». Cioè «tutti e nessuno», ha commentato. Le uscite dell'immaginifico Bergoglio, lettore di Borges, ieri sono state due e ambedue legate alla parola «benessere»: il benessere che porta «all'anestesia del cuore» e che «ci fa vivere in bolle di sapone». Fino alla metafora naif e surreale del Re Erode che «semina morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone». Infine gli arredi usati nel rito. Si sa che Bergoglio li vuole spogli, ma forse la spoliazione di ieri è destinata a restare ineguagliata. Non aveva portato con sé nessuna delle due «ferule» (croci pastorali) che usa in Vaticano: quella con il crocifisso avuta da Paolo VI e l'altra istoriata di Benedetto, ma ne impugnava una di legno con i colori bianco e azzurro della barca da cui è stata tratta. «Nel braccio orizzontale - aveva spiegato Marini - sono incisi due pesci, mentre in quello verticale vi sono cinque pani, per richiamare il brano evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci». Anche il calice, l'altare e l'ambone - cioè il leggio: ornato con il timone di un'imbarcazione - erano di legno, il calice provvisto all'interno, come prescrivono i canoni, di una coppa d'argento. Oggetti tutti realizzati da un falegname di Lampedusa, Franco Tuccio.

 

Pag 5 Il Papa venuto dal Sud segna il passaggio a una fase storica nuova di Mauro Magatti

 

L'impatto simbolico è potente: prima uscita dal Vaticano, Lampedusa, isola dei disperati. Una barca come altare, una celebrazione semplicissima ed intensa, un coinvolgimento emotivo altissimo, anche perché si coglie che nulla è artefatto. Nessuna concessione alle esigenze della comunicazione. Ma proprio questo ne moltiplica l'effetto. La Chiesa Cattolica è tra le poche istituzioni globali. La sua influenza supera di molto il miliardo e rotti di fedeli contato dalle statistiche. Per questo, la decisione del Papa di andare a Lampedusa è destinata a non restare senza effetto. Francesco si conferma, in tutto e per tutto, sudamericano. Il suo tratto è spiccatamente pastorale, ha un fortissimo senso del «popolo», inteso biblicamente come comunità in cammino, è devotissimo alla Madonna. Ma è sudamericano anche perché parla di una globalizzazione che non è quella trionfante prevalente in Occidente tra il 1989 e il 2008. La sua esperienza è quella di un processo storico ambivalente che ha sì aperto speranze, ma poi le ha anche soffocate; che ha aumentato il benessere, ma ha anche schiacciato i lavoratori. Contraddizioni che, a Lampedusa, diventano palpabili. L'impatto simbolico del gesto è amplificato dal fatto che queste ambivalenze colpiscono ormai anche un'ampia parte dei ceti medi. Per questo, la presa di posizione di Francesco suona molto diversa da un generico appello umanitario a favore degli immigrati. Partendo da questo luogo concretissimo, il Papa mette in discussione la direzione che la modernità rischia di prendere. Il tema di fondo è quello della libertà: proprio attraverso la globalizzazione, la sua infrastruttura tecnica, la mobilità, l'efficienza produttiva, l'uomo moderno ha pensato di aver trovato la via per l'aumento illimitato delle opportunità di vita. In molti casi, nelle tante Lampedusa del mondo, ciò non si è mai verificato. Ma, anche laddove questa promessa è stata mantenuta, le cose si sono rivelate più complicate: correre dietro alle tante ipotetiche possibilità ha finito per creare un individualismo ottuso così centrato sull'Io da far perdere il senso dell'altro. La nostra indifferenza, dice Francesco, ci prende per sfinitezza: travolti dalla potenza che noi stessi produciamo, perdiamo la nostra umanità. Al di la dei discorsi politically correct sulla necessità della giustizia nel mondo. L'antidoto, dice Francesco, è quello di non distogliere lo sguardo dalla fragilità della vita, che sola ci può liberare dalla nostra autoreferenzialità. La via d'uscita alla crisi sta nel mettere in discussione l'idea di libertà affermatasi negli ultimi decenni. Non meno libertà, ma una libertà che diventa consapevole di se stessa, delle sue potenzialità positive ma anche distruttive; che sa rispondere a ciò che le sta attorno, imparando che l'altro non è un impedimento, ma condizione di realtà; che rimane aperta all'interrogazione sul senso di ciò che fa. Un uomo che rinuncia alla sua onnipotenza. Ecco quello che Francesco chiede. Un passo che si può fare solo se si accetta di ascoltare la voce di coloro che stanno dalla parte dei perdenti della storia. Alla fine degli anni 70 sul soglio pontificio salì un cardinale dell'Est che nessuno conosceva e che il mondo imparò ad apprezzare. Dieci anni dopo, cadeva il muro di Berlino, concludendo una lunga stagione storica. Nel 2013, nel mezzo della grande crisi globale, il timone della chiesa Cattolica è nelle mani di un papa sudamericano che chiede una globalizzazione dal volto umano. Il suo gesto di ieri è destinato a segnare un passaggio: siamo entrati in una fase storica nuova. Nessuno sa come andranno le cose. Grandi potenzialità convivono con grandi rischi. Francesco spinge la sua Chiesa a lavorare per una nuova sintesi tra potenza tecnico-economica e fragilità della vita umana, tra apertura al futuro e ricerca del senso. Nessuna condanna e nessun moralismo. Ma una ricerca comune per il bene dell'uomo.

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 L’anestesia del cuore che ci rende insensibili di Adriano Sofri

 

Nessun uomo è un’isola. Nessuna isola è un’isola. Anche la parabola del buon samaritano può essere raccontata di nuovo al passaggio da una strada di periferia a una strada d’acqua: “Donne e uomini, bambini e vecchi salivano dalla costa libica a Lampedusa, e i briganti li depredarono e li lasciarono mezzo morti in mezzo al mare. Una motovedetta maltese passava di lì, e allargò la rotta”. “Anche una nave da diporto passava, e virò di bordo. Ma un peschereccio che tirava le reti li vide, e ne ebbe pietà…”. Interrompo la parafrasi grossolana, per non arrivare al punto in cui il ferito viene affidato alla locanda dal samaritano che paga di tasca sua, e parafrasare la locanda con un Centro di identificazione ed espulsione, in cui incarcerarli per sei mesi rinnovabili, per il reato di esser nati altrove - a Samaria, forse. Lo scorso 23 giugno, quando all’ultimo momento il papa Francesco si tenne alla larga dal concerto per l’Anno della fede, adducendo “impegni improrogabili”, si mormorò che non volesse fare incontri impropri: chissà. Chissà se davvero abbia pronunciato la frase che gli è stata attribuita: “Io non sono un principe rinascimentale”. Frase singolarmente pregnante, in una situazione della curia che può ricordare i fasti e i nefasti di quel periodo meraviglioso, e che soprattutto richiamava involontariamente i cinquecent’anni dalla scrittura del Principe di Machiavelli. In questi giorni c’è stata una imprevedibile cadenza di inviti avanzati e disdetti, che ha coinvolto istituzioni civili, religiose, automobilistiche, e poi il desiderio del papa di non essere accompagnato nel suo pellegrinaggio da autorità politiche, a parte la signora sindaco dell’isola generosa. Devono essere segni dei tempi. Il papa Francesco ha confidato gran parte della propria entrata in scena ai gesti, gli improvvisati e i meditati. Il più meditato era questo: dove fare il primo viaggio. Ammesso che uno di noi si fosse messo nei panni del papa che prendeva la sua decisione (si può fare: quel Machiavelli lo scrisse addirittura tre volte in una sola lettera, di cui contava che fosse fatta leggere al papa di allora, “Se io fussi il papa…”; e prima Cecco, “s’ i fosse papa, allor sarei giocondo, ché tutt’i cristiani imbrigarei”), ecco, non ne avremmo trovata una più significativa e commovente di questa, di andare a Lampedusa. In un bellissimo mare d’estate, mutato da troppi anni nel cimitero d’acqua dei disperati e di chi ha voluto nonostante tutto sperare, e nel deserto d’acqua delle traversate dei superstiti. Il gesto primo era la corona deposta su quel mare, con la richiesta di perdono, incontro agli altri che arrivavano fortunosamente. Lo aspettavano, dei vivi, gli sbarcati, i pescatori e gli altri marinai impegnati a soccorrere la migrazione, e gli abitanti dell’isola vagheggiata come un ponte d’azzardo verso l’Europa. E poiché la gran parte di quelli che vengono dalla costa africana sono musulmani, la visita è stata anche una Ratisbona sui generis. Ipersensibili ai gesti e ai simboli, le cronache si sono saziate dello zucchetto al vento, della motovedetta della Guardia Costiera, della papamobile sostituita da una campagnola presa in prestito (appena dopo aver deplorato i preti con le macchine ultimo modello: ci sarà una gran rottamazione…), di saluti e carezze nella lingua universale del Mediterraneo, del pastorale a croce fatto dei pezzi di legno colorato delle barche dei migranti, di tutto ciò che appartiene alla vita quotidiana e fa effetto di straordinario dopo tante cattive abitudini di etichetta e protocollo, e insinua perfino un sospetto di demagogia. Come presentarsi da un balcone molto alto, e dire: Buonasera. Ma le parole erano altrettanto importanti, e anch’esse sono suonate tanto più straordinarie quanto più normali, a cominciare dal “Dio ci giudicherà in base a come abbiamo trattato i più bisognosi” consegnato al twitter Pontifex. Non solo Dio, del resto. Si può voltarlo, il twitter: “I bisognosi ci giudicheranno in base a come li abbiamo trattati”. Dice anche, il papa, che toccare la carne di chi soffre è come toccare Cristo. “Anche la vita di Francesco d’Assisi è cambiata quando ha abbracciato il lebbroso perché ha toccato il Dio vivo”. Anche questo pensiero, questa esperienza, sa stare in piedi per sé, e una vita può essere cambiata quando si abbracci un lebbroso perché si è abbracciato un lebbroso. Era stato il parroco dell’isola a invitare il papa, il mese scorso. “Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta, non si ripeta per favore”. Francesco predilige un tono affabile, come questo “per favore”, come la descrizione della meta cui tendono i migranti, “persone in viaggio verso qualcosa di migliore”. Ricorda i richiami di Dio ad Adamo, “Dove sei, Adamo?” e a Caino, “Dov’è tuo fratello?”, e toglie alla tragedia degli annegati il segno della sventura ineluttabile per assimilarla all’omissione di soccorso e, anzi, all’omicidio. “Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci  gli uni gli altri”. Parola di naviganti, “disorientato”, di chi ha perso il suo oriente, della “anestesia del cuore”, della “globalizzazione dell’indifferenza”. “Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: ‘Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?’. La cultura del benessere… ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla…”. Abbiamo dimenticato come si fa a piangere per la pena degli altri e la nostra indifferenza, dice, e ha cura di usare il “noi” che lo chiama in correità, salvo abbandonarlo per la terza persona plurale dei “trafficanti, quelli che sfruttano la povertà degli altri”, e “coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo”. Coloro, i pescicani umani piccoli e grossi, hanno già in uggia la mania (lieta, del resto, non lugubre né vittimista) di questo gesuita infrancescato per la semplicità e i poveri. Si sentivano al riparo della distinzione fra quel che è di Cesare e quel che è di Dio. I non credenti, o i credenti a loro modo, hanno però altrettante buone ragioni per temere il giudizio dei bisognosi e per abbracciare i lebbrosi. Che Cesare e i suoi impiegati non possono perseguitare o disprezzare se non tradendo se stessi, oltre che il loro Dio. Per non dire di Gesù, quel famoso pauperista.

 

LA STAMPA

Il messaggio è più forte dello strumento di Gianni Riotta

 

In pochi mesi, con pochi gesti e parole, Papa Francesco ha rivoluzionato il nostro modo – decrepito – di studiare la comunicazione. Da decenni eravamo grippati sul motto, spiritoso e vacuo, dell’ex critico letterario Marshall McLuhan, diventato studioso dei media: «Il mezzo è il messaggio», persuasi che il «mezzo», tv, giornale, radio o web, determinasse la natura profonda del messaggio. Era un’incongruenza, specialmente nell’era ubiqua della comunicazione web, eppure la formula magica accecava teorici e pubblico, ipnotizzandoli sul «mezzo», la tecnologia corrente, e rendendoli distratti, indifferenti, al «messaggio». Papa Bergoglio ha compreso una verità che è insieme evangelica e filosofica: nel mondo dell’online 24 ore su 24 non è più lo strumento, ormai onnipotente e onnipresente, a contare. Ciascuno, cittadino o istituzione, artigiano o azienda monopolista, ha accesso al web, ma perché un messaggio risalti nel rumore di fondo assordante deve avere una sua verità, un significato. Come Gesù, serve parlare la lingua di tutti e in essa intrecciare i valori. Papa Wojtyla comunicava con la virilità del profeta che nella vita s’era scontrato con il totalitarismo e il consumismo. Papa Ratzinger è un intellettuale, professore adorato dagli studenti prima del 1968, in evidente disagio al ritmo ossessivo dei media. Papa Francesco ha la felicità di comunicare in diretta mondiale come predicasse in parrocchia a Buenos Aires, di twittare come al catechismo dei ragazzi (e dovrebbe cambiare handle twitter, @pontifex troppo ieratica per lui), di andare sui giornali come se fossero bollettino di quartiere. La sua comunicazione incanta fedeli e no, «funziona» come si dice in gergo, perché priva di «spin doctor», nuda di strategia e public relations, quindi credibile. Il Papa persuade perché «è» autentico. Quando si proclama solo Vescovo di Roma dal balcone di San Pietro, dopo l’elezione, la piazza applaude l’umiltà spontanea, ma studiosi come Alberto Melloni segnalano subito l’apertura ai Cristiani ortodossi e infatti il Patriarca Bartolomeno va alla Messa di inaugurazione del Papa, ritorno storico dal remoto 1054. La telefonata di scuse al giornalaio di Buenos Aires, il panino portato alla Guardia Svizzera, le lunghe ore di lavoro, l’appello brusco ai giovani «non lamentatevi», il monito a preti, suore, prelati a non indulgere al lusso, la decapitazione dei vertici Ior, una condotta «no nonsense», dove la semplicità schietta prevale sull’intrigo machiavellico, appassionano i cattolici e attraggono l’attenzione dei laici. Con la politica prigioniera del calcolo a breve, la cultura confusa nel labirinto snob-nichilista, spettacolo e sport preda di volgarità e materialismo, il mondo cerca leader che guidino con l’esempio, non con la comunicazione scaltra. E la stessa Chiesa Cattolica, non solo in Italia, ha avuto scandali al punto da far gridare a Ratzinger, nell’Omelia del Venerdi Santo 2005, l’allarme sulla sporcizia che sommerge la barca cattolica. Papa Francesco non minimizza i problemi, ma, con buon senso da porteño di Buenos Aires, invita a rimboccarsi le maniche e darci dentro, senza troppo rognare, con un sorriso e sperando nella Provvidenza. Siamo tutti così assetati di valori positivi che ascoltiamo. Attenti, laici o fedeli, al messaggio, scordandoci del mezzo che lo trasmette, con la monotonia dei mass media standard scaldata a confidenza personale, da amico. Bergoglio archivia McLuhan, il mezzo non è più, finalmente, il messaggio: e McLuhan, devoto cattolico convertito da giovane alla Chiesa di Roma, non se la prenderebbe di certo a vedersi superato da «questo» Papa.

 

IL FOGLIO

Pag 1 Lampedusa la ricca di Giuliano Ferrara

Caro Francesco, no. Il gesto è meraviglioso ma c’è un errore, la globalizzazione porta speranza

 

Testo non ancora disponibile

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 1 Quale Chiesa per gli ultimi? di Massimiliano Melilli

 

Da una parte Jorge Bergoglio che vola a Lampedusa, ultimo avamposto d'Italia diventato negli anni un cimitero per migliaia di migranti, e incontra proprio quegli ultimi in fuga da mondi impossibili; dall'altra, c'è monsignor Fausto Bonini, l'arciprete del duomo di Mestre che nomina un sagrestano romeno «buttafuori» per gli accattoni molesti. Obiettivo: arginare un caso sempre più di ordine pubblico e meno di matrice sociale. Tutto questo accade mentre il Papa punta senza se e senza ma ad una Chiesa che cammini coraggiosamente all'insegna della povertà e della solidarietà, si rivolge ai preti invitandoli accoratamente «ad andare nelle periferie e a prendersi cura degli invisibili». Dunque, Francesco si prodiga affinché la Chiesa cammini coraggiosamente lungo i sentieri della tenerezza, perché - riflette il Pontefice - «la gente ha bisogno di parole, ma soprattutto ha bisogno che noi testimoniamo la misericordia». Due chiese? Il Papa che incontra cinquanta dei centododici migranti ospiti nel centro d'accoglienza di Lampedusa e s'intrattiene privatamente con un gruppo di ragazzini stranieri, sembrerebbe stridere con il rigore e la condotta di padre Bonini davanti ai «barbanera», gli accattoni romeni che si accampano sotto i cavalcavia e che di giorno si riuniscono nei pressi di una fermata del bus per dividersi le zone dove chiedere l'elemosina. Vero è come denota l'assessore comunale Gianfranco Bettin che a Mestre e a Venezia si tratta di un fenomeno di criminalità organizzata, non di accattonaggio, e che quei barboni vanno incriminati ed espulsi. Ma anche a Lampedusa, tra migliaia di migranti in fuga da conflitti e miserie, arrivano anche soggetti con precedenti che ingrosseranno i mattinali di polizia e carabinieri. A fare da spartiacque, a Lampedusa come a Mestre, sono le istituzioni. Davanti alla generosità degli abitanti di Lampedusa verso i disperati che approdano dal sud del mondo, non corrispondono politiche europee capaci di affrontare compiutamente un fenomeno globale come il flusso migratorio. La visita del Papa e le sue parole, probabilmente contribuiranno a colmare questo vuoto e a dare uno scossone all'Europa. Per converso, anche a Mestre, davanti al fenomeno di accattonaggio che ha quasi raggiunto un punto non ritorno, qualsiasi decisione del Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica, rischia di risultare «effimero» se non è seguito da un accordo con il Paese d'origine dei barboni, quasi sempre la Romania. Anche qui è bene fare un distinguo, fondamentale sotto il profilo legislativo, secondario per la carità cristiana. I migranti che sbarcano a Lampedusa arrivano da Paese extracomunitari con tutto ciò che ne consegue dal punto di vista legale; gli accattoni che invece cingono d'assedio il Duomo di piazza Ferretto sono comunitari, dunque cittadini europei a tutti gli effetti. Eppure, tale divisione, secondo il nostro modo di leggere le parole del Papa, è irrilevante. In nome del suo pontificato, i cui atti sono già sotto gli occhi di tutti, e davanti al Signore, uomini sono i migranti che arrivano a Lampedusa e spesso ci muoiono nel tragico tentativo di cambiare vita e uomini sono gli accattoni «barbanera».

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 Un Pontefice che rifugge dai compromessi di Alessandro Campi

 

La visita di Papa Francesco a Lampedusa – dove ha equiparato la morte degli immigranti in mare ad una intollerabile strage degli innocenti e ha tuonato contro la «globalizzazione dell’indifferenza» – sembra aver confermato i tratti caratteristici del suo magistero. Per denunciare al mondo il dramma di tutti coloro che rischiano la vita per sfuggire alla persecuzione e alla miseria, ha preteso ancora una volta una cerimonia sobria e priva di qualunque orpello e ha utilizzato parole semplici e immediate direttamente indirizzate agli abitanti dell’isola (dei quali ha lodato la generosità e lo spirito altruistico) e in particolare agli immigrati (ai quali ha chiesto scusa per le loro sofferenze). Nulla ha concesso, anche in questa occasione, al cerimoniale e al fasto liturgico. Dacché è asceso al soglio di Pietro ogni scelta di Bergoglio (a partire dal nome che si è imposto, quello del santo povero per eccellenza) è stata in effetti improntata alla semplicità e al desiderio di spogliarsi da ogni fasto o parvenza di lusso legata al suo ruolo. Questa vena pauperista si è ben presto saldata con un altro elemento, diventato anch’esso qualificante le azioni di questo Papa: la spinta al rinnovamento morale della Chiesa. C’è tuttavia un altro fattore di novità – passato sin qui relativamente inosservato, ma che è emerso anche ieri a Lampedusa – che sembra animare Papa Francesco. Ed è il suo modo integralmente originale, rispetto ai suoi predecessori, di rapportarsi con la sfera politico-istituzionale e con quella del potere secolare. L’impressione che si ha, dopo questi suoi primi mesi di regno, è che egli non abbia alcuna intenzione di ricercare una interlocuzione organica o privilegiata con la politica e gli uomini che la rappresentano. Ieri, per l’appunto, non ha voluto accanto a sé alcun esponente di partito o uomo delle istituzioni. Francesco appare un Papa che non cerca alleanze o sponde politiche per le sue battaglie nel nome della fede e della dottrina. Che non è disposto a compromessi tattici o a scambi di favori. Questo è un Papa, come lui stesso ha detto presentandosi per la prima volta, che viene «dalla fine del mondo». Ha un abito mentale, una formazione intellettuale, una visione storico-sociale e una concezione della politica compiutamente extraeuropea. Che lo porta a trascurare o a ritenere inessenziali, ad esempio, gli aspetti cerimoniali e i complessi formalismi intorno ai quali si è costruito lo Stato europeo nel corso dei secoli: una struttura simbolica e di potere, non priva di magnificenza, della quale proprio la Chiesa è rimasta, dacché il barocco delle monarchie nazionali è stato sempre più sostituito dal più sobrio protocollo delle democrazie, l’ultima testimonianza storica all’interno dello spazio continentale europeo. Una struttura che, per quel che lo riguarda, sembra intenzionato a smantellare. Tutto ciò, per venire al sodo, non può che tradursi in un orientamento meno politicamente interventista della Chiesa rispetto al recente passato. Wojtyla portava con sé un’agenda ideologica di significato epocale: la lotta al sistema di potere comunista che nell’Europa dell’Est aveva soffocato la libertà. Ratzinger a sua volta si è trovato a contrastare, in una chiave militante, la sfida portata alle democrazie cristiano-occidentali dal relativismo etico e dal fondamentalismo islamico. Papa Francesco sembra invece volersi tenere estraneo rispetto a qualunque crociata che lo costringa a compromessi o intese con un potere che per la Chiesa, secondo la sua visione, suona sempre come una tentazione o una sfida. Anche quando si tratta di un potere democraticamente legittimato, diverso dunque da quello repressivo, violento e dittatoriale sostenendo il quale l’episcopato cattolico latinoamericano ha perso parte della sua credibilità e del suo seguito popolare. Una catastrofe etica che Bergoglio, alla luce delle compromissioni di parte della Chiesa argentina con i militari golpisti nel nome della lotta alla sovversione, ha ben viva nella sua memoria. Questo è un pontefice che diffida del potere (in quanto fonte potenziale di corruzione), teme le doppiezze e le inconcludenze della politica e dei governanti che dicono di parlare in nome del popolo e di perseguirne gli interessi, considera la rigidità delle istituzioni e dei protocolli un freno all’autenticità della persona e non vuole impegnare la Chiesa in battaglie che possano essere ideologicamente strumentalizzate.

 

LA NUOVA

Pag 1 La colpa di guardare altrove di Ferdinando Camon

 

«Caino, dov’è tuo fratello Abele?»: nell’omelia del Papa, a Lampedusa, Caino siamo noi, gli immigrati morti in mare sono nostro fratello Abele. Dunque non siamo colpevoli di scarsa solidarietà, d’incuranza dei mali altrui, d’indifferenza, no: siamo colpevoli di omicidio. Di più: di fratricidio. «Il sangue di tuo fratello grida fino a me»: ci sono due modi di citare questo versetto biblico, uno dice: “grida a me”, l’altro dice: “grida fino a me”. Il Papa ha scelto il secondo. Nel secondo il grido è più acuto, va più lontano: arriva fino al cielo. Dunque gridano, i naufraghi, al momento di morire? Non ci abbiano mai pensato. Perché non abbiamo mai ascoltato le loro voci. Ma gridano certamente, uomini e donne, sbalzati su e giù dalle onde, in lotta contro la strapotenza degli elementi. Gridano, ma noi non li sentiamo. Perché? Perché, dice il Papa, siamo chiusi nella “bolla di sapone” del benessere. Il benessere è il nostro traguardo, noi vogliamo “star bene” non nel senso di essere felici ma nel senso di “aver soldi”. L’aver soldi ci chiude nella bolla dell’isolamento, ci separa dall’umanità. Aver soldi ci obbliga a difendere i soldi. E chi potrebbe portarceli via? Chi non ne ha. I poveri. E i migranti che vengono qua per mare sono così poveri che pur di uscire dalla povertà rischiano la vita, pensano: meglio morire piuttosto che vivere così. Noi diciamo: sono sfortunati, un destino maligno li perseguita. Ma Abele non era sfortunato, e non era perseguitato dal destino. Abele era perseguitato dal fratello, era una sua vittima. Abele muore, e Caino si chiude nell’indifferenza, riesce perfino a fare dell’umorismo: “E che, sono forse io il custode di mio fratello?”. Se mio fratello muore, è un problema suo. E così noi: “Vengono per mare, fanno naufragio e annegano? È un problema loro”. Di fronte a questa catastrofe, non riusciamo a provare solidarietà né prima, né durante, né dopo. Prima: cosa facciamo perché non muoiano di fame e di malattie a casa loro? Durante: com’è possibile che in un braccio di mare largo 120 chilometri siano morti in 20mila? Dopo: quando vediamo che arrivano in trenta e altri trenta sono morti annegati, “quanti di noi piangono?” chiede il Papa. Per noi, i trenta che arrivano sono trenta problemi e i trenta annegati sono trenta problemi in meno. Il Papa ha detto: “Non sappiamo più piangere”. È vero, la vita è una competizione, e la competizione ci obbliga a correre, chi si ferma è perduto, e nostro dovere è lasciarlo lì e continuare a correre. È la selezione fatta dalla storia. Se loro cadono, è giusto che cadano, non sanno correre. Poiché far soldi è questione di capacità, volontà, sacrificio, insomma merito, se loro sono poveri, qualche colpa ce l’avranno. “Piangere è una grazia” dice invece il Papa. È una grazia nel senso che è una facoltà data dalla natura, ma noi abbiamo lavorato tanto con la cultura e l’istruzione per sostituirla col cinismo e l’indifferenza. Stiamo creando la “globalizzazione dell’indifferenza”, dice ancora il Papa: significa che tutti i sistemi di civiltà del mondo concordano in un punto, nessuna pietà per chi cade, chi si ferma è perduto. Siamo esattamente come nella parabola del Buon Samaritano: stiamo andando per la nostra strada e ai margini vediamo un viandante malconcio, lo hanno derubato e pestato a sangue, a noi dispiace, pensiamo che i rapinatori che l’han ridotto così son dei banditi e speriamo che la polizia li catturi e li punisca. Ma non possiamo fermarci, non sapremmo cosa fare. Solo uno si prende cura del ferito, lo medica come può, lo porta in una locanda, paga l’oste perché chiami un medico, e promette che tornerà. Lo fa perché è buono, nessuna legge lo obbliga. Nell’omelia di Papa Francesco si sente quest’accusa: è il sistema che deve prestare aiuto, lo Stato, l’Europa, tutti. Lo scontro tra etica cristiana ed etica borghese c’è sempre stato. La prima dice: “Ricordati dei tuoi fratelli”, la seconda risponde: “Io non ho fratelli”. Mai lo scontro ha toccato livelli così alti come ieri.

 

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Un viaggio emblematico nell'estrema periferia dell'Europa di Andrea Tornielli

A Lampedusa dove sono presenti il sangue degli immigrati e la carne di Cristo

 

Il primo viaggio fuori dalla diocesi di Roma del nuovo Papa non poteva essere più emblematico di ciò che Francesco è e rappresenta per la Chiesa e per il mondo. Rispondendo positivamente all'invito scritto del parroco di Lampedusa, impressionato per le notizie sulle «carrette del mare» che troppo spesso si trasformano in tombe dopo essere state inghiottite dai flutti con il loro carico di umanità disperata. Primo viaggio alla periferia estrema dell'Europa, all'agognata «porta» per migliaia di migranti vittime dei «trafficanti di uomini». È un viaggio emblematico per tanti aspetti. Innanzitutto, Francesco vuole testimoniare la sua vicinanza, la sua «prossimità» alle situazioni di disperazione, di povertà, di degrado. A quei mondi che ormai fingiamo di non vedere, ai quali ci siamo abituati perché la «cultura del benessere» ci rende «insensibili alle grida degli altri», facendoci vivere in «bolle di sapone» effimere, nella «globalizzazione dell'indifferenza». Bergoglio, con i paramenti viola e visibilmente scosso, ripete a se stesso e a ciascuno dei presenti questa domanda: «Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c'entro, saranno altri, non certo io». L'invito, testimoniato con la presenza e i gesti prima ancora delle parole, è a non chiudere il cuore, a uscire dalle comode «bolle di sapone», per guardare in faccia la realtà e in nome di un Dio fattosi uomo per patire con noi, accogliere e «custodire» questi fratelli che soffrono. È un esame di coscienza per tutti, nessuno escluso. Ma la breve visita a Lampedusa di questo caldo lunedì estivo è emblematica anche per altri fattori. Abbiamo scoperto che il Papa può muoversi per l'Italia senza cerimoniale, senza la fila dei politici e degli uomini delle istituzioni, senza la corona di vescovi e prelati. Può andare a fare una visita «privata» - per quanto privata possa essere una visita di un Papa - eliminando molti orpelli, salendo su una campagnola di un abitante del luogo, usando un pastorale e un calice di legno fabbricati con i resti delle navi approdate sull'isola con il loro carico di disperati alla ricerca di una vita migliore. Quello all'isola «porta» dell'Europa può rappresentare dunque da oggi un modello possibile anche per il futuro, per un pontificato ancora agli albori e già così denso di novità.

 

L’ESPRESSO on line                

Ma Bergoglio non è 'di sinistra' di Sandro Magister

La visita a Lampedusa e le frasi sulla povertà non devono trarre in inganno. Francesco è un Papa che ha combattuto la teologia della liberazione, si oppone ai diritti dei gay e crede nell'esistenza del Diavolo

 

In perdurante luna di miele con la pubblica opinione, papa Francesco s'è guadagnato anche l'elogio del più barricadiero dei teologi francescani, il brasiliano Leonardo Boff: «Francesco darà una lezione alla Chiesa. Usciamo da un inverno rigido e tenebroso. Con lui viene la primavera». Veramente, Boff ha lasciato da tempo il saio, si è sposato, e all'amore per Marx ha sostituito quello ecologista per madre terra e fratello sole. Ma è pur sempre il più famoso e citato dei teologi della liberazione. Quando, appena tre giorni dopo la sua elezione a papa, Jorge Mario Bergoglio ha invocato «una Chiesa povera e per i poveri», la sua annessione nelle file dei rivoluzionari sembrava cosa fatta. In realtà c'è un abisso tra la visione dei teologi latinoamericani della liberazione e la visione di questo papa argentino. Bergoglio non è un prolifico autore di libri, ma quel che ha lasciato di scritto basta e avanza per capire che cosa ha in mente con quel suo insistito mescolarsi col "popolo". La teologia della liberazione la conosce bene, la vide nascere e crescere anche tra i suoi confratelli gesuiti, ma con essa marcò sempre il suo disaccordo anche a costo di ritrovarsi isolato. Suoi teologi di riferimento non erano Boff, né Gutierrez, né Sobrino, ma l'argentino Juan Carlos Scannone, anche lui gesuita inviso ai più, che era stato suo professore di greco e che aveva elaborato una teologia non della liberazione ma "del popolo", centrata sulla cultura e la religiosità della gente comune, dei poveri in primo luogo, con la loro spiritualità tradizionale e la loro sensibilità per la giustizia. Oggi Scannone, 81 anni, è ritenuto il massimo teologo argentino vivente, mentre su quel che resta della teologia della liberazione già nel 2005 Bergoglio chiuse il discorso così: «Dopo il crollo del 'socialismo reale' queste correnti di pensiero sono sprofondate nello sconcerto. Incapaci sia di una riformulazione radicale che di una nuova creatività, sono sopravvissute per inerzia, anche se non manca ancora oggi chi le voglia anacronisticamente riproporre». Questa sentenza liquidatoria contro la teologia della liberazione Bergoglio l'ha infilata in uno dei suoi scritti più rivelatori: la prefazione a un libro sul futuro dell'America Latina che ha per autore il suo amico più stretto nella curia vaticana, l'uruguaiano Guzmán Carriquiry Lecour, segretario generale della pontificia commissione per l'America Latina, sposato con figli e nipoti, il laico di più alto grado in curia. A giudizio di Bergoglio, il continente latinoamericano ha già conquistato un posto di "classe media" nell'ordine mondiale ed è destinato ad imporsi ancor più nei futuri scenari, ma è insidiato in ciò che ha di più proprio, la fede e la "saggezza cattolica" del suo popolo. L'insidia più temibile egli la vede in ciò che chiama "progressismo adolescenziale", un entusiasmo per il progresso che in realtà si ritorce - dice - contro i popoli e le nazioni, contro la loro identità cattolica, «in stretto rapporto con una concezione dello Stato che è in larga misura un laicismo militante». Domenica 12 maggio ha spezzato una lancia per la protezione giuridica dell'embrione, in Europa. A Buenos Aires non si dimentica la sua tenace opposizione contro le leggi per l'aborto libero e i matrimoni gay.  Nel dilagare in tutto il mondo di simili leggi egli vede l'offensiva di «una concezione imperialista della globalizzazione», che «costituisce il totalitarismo più pericoloso della postmodernità». E' un'offensiva che per Bergoglio porta il segno dell'Anticristo, come in un romanzo che egli ama citare: "Il signore del mondo" di Robert H. Benson, un sacerdote anglicano, figlio di un arcivescovo di Canterbury, che si convertì al cattolicesimo un secolo fa. Nelle sue omelie da papa, il frequentissimo rimando al diavolo non è un artificio retorico. Per papa Francesco il diavolo è più reale che mai, è «il principe di questo mondo» che Gesù ha sconfitto per sempre ma che ancora è libero di fare del male.

 

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4 – MARCIANUM, ASSOCIAZIONI, ISTITUTI, MOVIMENTI E GRUPPI

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 33 L’economia tra Oriente e Occidente

Il numero della rivista “Oasis”

 

«L'economia in questione. Oriente e Occidente nel travaglio della crisi» è il tema al centro del nuovo numero della rivista «Oasis», in libreria ( 15). La pubblicazione semestrale è promossa dall'omonima fondazione che, presieduta dall'arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, favorisce la reciproca conoscenza e l'incontro tra il mondo occidentale e quello a maggioranza musulmana. Sul numero, un editoriale di Simona Beretta, docente di Politica economica, su ricchezza e sviluppo; l'incontro con Tawadros II, Papa di Alessandria, capo della Chiesa ortodossa copta d'Egitto; testi di San Giovanni Crisostomo, Ibn Khaldûn e papa Francesco; interventi di studiosi ed esperti. La rivista è edita anche in francese/ arabo, inglese/arabo, inglese/urdu.

 

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5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 L’equivoco del “chilometro zero” di Antonio Pascale

 

Se chiedete in giro cosa si intende fare per migliorare la nostra agricoltura (incide per il 2 per cento sul Prodotto interno lordo), in tanti risponderanno: frutta di stagione e chilometro zero. Ora, a volte, queste ricette, per quanto costruite su buone intenzioni sono suggestive ma poco precise. Vai in un ristorante in pieno inverno e lo chef esce dalla cucina per consigliarti una pasta con le melanzane, perché, dice, «è un ortaggio di stagione, arrivato ora ora dall'orto di un contadino mio amico, dunque a chilometro zero». Come di stagione? La melanzana teme le basse temperature, è un tipico ortaggio estivo. Vero è che grazie ai potenti mezzi dell'ingegno umano e alla conoscenza della fisiologia siamo stati capaci di destagionalizzare alcuni prodotti. In fondo è un bene mangiare la parmigiana d'inverno. Il fatto è che l'agricoltura è cambiata nel giro di poco (con la rivoluzione verde) e noi non ci ricordiamo più com'era solo pochi anni fa - anzi com'era cattiva: cos'è Pinocchio se non il grande racconto della fame che allora si pativa? Abbiamo rimosso il passato e la fame. Si sa, ogni rimozione genera un'idealizzazione. Così spesso sposiamo una visione bucolica dell'agricoltura. E le ricette suddette diventano dei mantra ambigui, vogliamo mangiare bene e tanto ma utilizzando il piccolo orto del contadino, ci piace la vacca (la mucca come dicono in tanti) che bruca l'erbetta e rumina in pace e produce poco ma pretendiamo il latte fresco tutti i giorni. Tuttavia, nonostante le semplificazioni non bisogna respingere queste richieste. Si basano su buone intenzioni. Le risorse scarseggiano ed è necessario ricercare, anche in campo agricolo, l'efficienza. Forse la scommessa è quella di informare il cittadino su alcuni elementi, come dire, controintuitivi. Una buona agricoltura che assicuri buon cibo non può prescindere dall'innovazione tecnologica. Nemmeno si può abbandonare la matrice industriale, meglio produrre tanto e bene su poca terra che su appezzamenti estensivi. Insomma, ci tocca affrontare la fase analitica e magari introdurre nel discorso pubblico cose basiche e tecniche, tipiche dei bravi periti agrari. Dunque, a proposito di chilometro zero, va bene la produzione locale, ma è necessario ricordarsi di una cosa: siamo anche esportatori. Il 42 per cento della produzione è diretta in Germania e nel Regno Unito. Negli anni passati siamo stati il primo Paese esportatore nella Ue. Un buon guadagno, per i produttori e anche per l'ambiente: un contadino inglese consumerebbe più Co2 se volesse produrre le mele in loco. Per loro, dunque, meglio importarle. Tuttavia si dice: ma quando parliamo di chilometro zero pensiamo agli ortaggi. Va bene, quanti pomodori esportiamo? Il pomodoro fresco si concentra in Sicilia, poi Calabria, Puglia e Campania, mentre quello da industria in Emilia e Lombardia; e fino a qualche anno fa, prima che subentrasse la Cina, eravamo il leader dell'export di concentrato. Che cosa vogliamo fare? Per il bene della tradizione italiana nel mondo, 'sti pomodori li facciamo viaggiare un poco, oppure seguiamo i rigidi protocolli del chilometro zero? Ma no: per chilometro zero intendiamo dire che i cittadini devono rifornirsi dai piccoli agricoltori locali. Cioè i chilometri devo farli io e non il camionista? E poi, solo nel mio quartiere ci sono 300 mila persone, e a parte che ci vorrebbero tanti piccoli orticelli per soddisfare la domanda, ma se andiamo in 300 mila in campagna sai che ingorgo. I piccoli mercati servono, per definizione, pochi cittadini. Se tanti cittadini vanno al mercatino questo diventa mercatone o super mercato. O no? Senza considerare che per produrre ortaggi importiamo da ogni dove concimi, agrofarmaci, macchine agricole e tecnologia. Prendiamo un prodotto tipico, la pasta italiana: è tagliata in buona parte con grano canadese e australiano - il nostro grano duro non raggiunge il necessario contenuto in glutine. Anche dietro al piccolo orticello c'è un mondo variopinto che si muove. Per forza, siamo sette miliardi. Lottiamo allora per una sana e pacifica coesistenza, si può fare: sì industria e sì chilometro zero, sì alla tecnologia dunque sì alla qualità e sicurezza alimentare. Pensiamo anche in grande e non solo a chilometro zero. Che poi, tra l'altro, è anche un concetto autarchico che ricorda un triste passato.

 

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7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

IL GAZZETTINO

Pag 20 Mestre, il racket dell’elemosina è una vergogna da contrastare (lettere al direttore)

 

Caro direttore, leggo tutti i giorni il suo giornale, da buon veneto, e ci tengo a precisare che da un po' di giorni mi sento alquanto deluso da alcuni argomenti trattati. Per esempio, un po’ tutti state crocifiggendo don Fausto Bonini, parroco del Duomo di Mestre. Quello che succede a Mestre capita vicino a moltissime altre chiese, dove c’è gente che sfrutta povere creature per racimolare l'elemosina. E molta gente dona qualcosa a discapito di ciò che di solito offre in chiesa. Non se ne può più: adesso nelle località di mare, questi presunti poveri non si accontentano di chiedere l'elemosina fuori dai negozi ma vengono addirittura casa per casa. E la presidente della Camera invita a riceverli con decoro! E se poi qualcuno alla fine viene arrestato, contribuisce a rendere le carceri ancora più affollate di quanto non siano. E poi chiediamo più vigilanza alle forze dell'ordine, che già fanno più che abbastanza.            (lettera di C.G.)

 

Risponde il direttore Roberto Papetti: Caro lettore, rispetto ovviamente il suo punto di vista, ma non credo proprio che stiamo crocifiggendo Don Bonini. Noi abbiamo dato conto della sua scelta di difendere il Duomo dalle incursioni di questuanti organizzati con un "buttafuori" e, come ovvio che fosse, abbiamo anche registrato le reazioni, favorevoli o contrarie, che la sua iniziativa ha suscitato dentro e fuori la Chiesa. Detto ciò, Don Bonini ha tutta la nostra solidarietà e appoggio. Conoscendolo, sappiamo bene che ciò che lo ha mosso non è il desiderio di guadagnarsi titoli su giornali e tv, ma solo ed esclusivamente l'esigenza di tutelare i fedeli e la sua parrocchia. Per essere più chiaro aggiungo che ritengo sbagli o ecceda in superficialità e malriposto buonismo, chi ha accusato, più o meno esplicitamente, Don Fausto di intolleranza o di aver deviato dal messaggio evangelico. Il buttafuori sulla soglia del Duomo di Mestre non è "contro" poveri e diseredati. E non è neppure un gesto di chiusura. È un grido d'allarme e un segnale contro l'ignobile racket dell'elemosina. Una vergogna che va contrastata. E Don Fausto non deve essere lasciato solo a combattere questa battaglia.

 

Pag 20 Duomo di Mestre/1: sono solidale con il parroco (lettera di Plinio Borghi – Mestre)

 

Sono solidale con don Bonini. Prima di tutto perché se aspettiamo le istituzioni i problemi li risolveremo alle calende greche. Secondo, perché il volontariato da sempre interviene laddove la Pubblica Amministrazione non arriva. Terzo, vorrei ricordare a don Mazzi che il buon samaritano non ha soccorso i “poveri” briganti, bensì il malcapitato assalito e bastonato mentre se ne andava tranquillo da Gerusalemme a Gerico. Ebbene, i vari accattoni e i "barbanera" in questione non sono né pecorelle smarrite né gli aggrediti, bensì una vera e propria associazione a delinquere, come dice l’assessore Bettin, alimentata anche da chi continua a dar loro soldi, pensando di fare carità. Basterebbe che le istituzioni introducessero norme europee che prevedano per i condannati da un Paese comunitario lo sconto della pena nelle carceri del proprio Paese: sparirebbero tutti, tanto li terrorizza il loro sistema carcerario. Infine circa l’accoglienza avremmo tutti bisogno di essere “educati” puntando a una solidarietà non spicciola e a una integrazione effettiva, il cui reciproco rispetto è indispensabile a rimuovere inutili conflitti e la “globalizzazione dell’indifferenza” di cui ha parlato il Papa a Lampedusa.

 

Pag 20 Duomo di Mestre/2: quello è un vero e proprio racket (lettera di Renato Kuhar – Caorle)

 

Ho letto ciò che è accaduto davanti al Duomo di Mestre, che ricalca quello che accade in tutti i paesi. Mi fa specie l’opinione di Don Mazzi che riprende la parabola della pecorella. Qui non siamo di fronte a pecorelle smarrite; siamo di fronte a pecorelle informate, addestrate, sfruttate, costrette da organizzazioni molto ben organizzate. Si tratta di un vero e proprio racket. Sono d’accordo con lui che bisogna accogliere le pecorelle e prenderle con noi, ma qui siamo su un altro pianeta.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pagg II – III Intoccabili e comunitari, lo Stato è impotente di fronte ai “barbanera” di Giampaolo Bonzio, Raffaele Rosa e Alvise Sperandio

La Chiesa: elemosine, un racket. Il clero veneziano sta dalla parte di monsignor Bonini. E il mondo della rete si divide

 

«L’accattonaggio in Italia non è reato per cui non è possibile intervenire direttamente». Il prefetto di Venezia, Domenico Cuttaia (foto in alto), ieri mattina ha coordinato la riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza che era stata organizzata proprio per cercare di rispondere efficacemente ai problemi creati dai "barbanera" soprattutto nel centro di Mestre. Il prefetto ha spiegato che i romeni sono cittadini dell’Unione europea e che il solo fatto di chiedere soldi ai passanti non costituisce reato (sono al vaglio possibili sanzioni amministrative). «Il discorso cambia però - ha aggiunto - se la loro azione si fa minacciosa sconfinando così, ad esempio, nel reato di violenza penale. Stessa storia se scopriamo che i soldi in loro possesso sono di origine delinquenziale». Al momento questo non è avvenuto, ma alla luce dei ripetuti problemi creati da questi vagabondi (sia davanti al supermercato Pam di corso del Popolo sia davanti al Duomo) è chiaro che la sorveglianza è destinata ad aumentare sensibilmente. «Nel corso dell’incontro - ha aggiunto il prefetto - abbiamo deciso di incrementare i servizi nelle zone che loro frequentano più assiduamente. Oltre a questo cercheremo di trovare le forme più adatte per sanzionarli in modo tale da poter avviare la procedura per il loro allontanamento e il rientro nel loro Paese. Questo potrebbe avvenire nel caso in cui gli inquirenti accertassero che i loro introiti sono illegali». La Prefettura ha anche deciso di proseguire negli sgomberi degli accampamenti degli irregolari. Qualcosa è già stato fatto, ma il lavoro non manca di certo. E contestualmente il Comune proseguirà il suo lavoro sul versante sociale. «Grazie all’impegno del Ministero - ha ripreso - in questi giorni arriveranno dei rinforzi dai Reparti prevenzione crimine di Padova e Genova. I controlli saranno estesi anche contro l’abusivismo commerciale e soprattutto contro lo spaccio di droga, in particolare nell’area di Mestre. Vogliamo far capire all’opinione pubblica che il nostro impegno è totale, a tal proposito è stata creata una sorta di cabina di regia in Questura che, per quanto riguarda queste tematiche, garantisce l’impiego di sei pattuglie». Ca’Corner conta poi di utilizzare a giorni i rinforzi estivi assicurati da Roma. Si tratta di 102 agenti (tra poliziotti, carabinieri e finanzieri) che si occuperanno proprio di questi controlli. Ma non è tutto. Oltre all’impiego degli agenti in strada il prefetto Cuttaia ha anche assicurato che presto verranno realizzate altre verifiche nei locali pubblici frequentati soprattutto dagli spacciatori. «D’estate la gente esce più facilmente di casa - ha concluso - per cui ora aumenteremo anche i controlli nei locali nei quali si sospetta che ci siano attività illecite».

 

Nella chiesa, tutti d'accordo con mons. Fausto Bonini. A partire da don Sandro Vigani, direttore dell'ufficio delle Comunicazioni sociali della diocesi e del settimanale Gente veneta, e parroco di Trivignano, che on line scrive: «Quello delle elemosine è un vero e proprio racket. Al di là della denuncia, che si può condividere o meno, mons. Bonini ha ragione e fa quello che tutti noi facciamo di fronte a questo racket della mendicità. Di fronte a questi professionisti organizzati che approfittano della disponibilità altrui e che si organizzano per spillare quattrini a chi crede nella carità. Davanti alle chiese non si cerca l'elemosina. Chi entra nei templi non dia nulla, tanto meno è legittimo chiedere denaro dentro la chiesa durante la celebrazione liturgica. Ci sono luoghi e strutture fatti apposta per dare un aiuto a chi ne ha bisogno: la Caritas, la San Vincenzo, le istituzioni solidali, le parrocchie. Togliamoci ogni dubbio e quando li vediamo non mettiamo mano al portafoglio». Don Vigani difende mons. Bonini: «Chi gli ha dato del razzista ricordi che razzisti sono probabilmente coloro che si considerano in diritto di vivere sulle spalle degli altri, coloro che ritengono un diritto rubare». Tra i parroci, è condivisa la presa di posizione dell'arciprete del Duomo. Dice don Mirco Passini di Santa Maria di Lourdes in via Piave: «Qui è un disastro. Provando gli stessi problemi, dico che mons. Bonini ha ragione da vendere. Anch'io vedo i "barbanera" che chiedono soldi a tutte le ore del giorno e la domenica tentano di entrare in chiesa a molestare i fedeli. Li allontano di persona. La notte, poi, succede di tutto. L'altra sera sono uscito alle 2 per richiamare prostitute, travestiti e ubriachi all'ordine. C'è sporcizia ovunque, il perimetro della chiesa è una cloaca». Afferma don Gianni Antoniazzi, parroco dei Santi Gervasio e Protasio di piazza Carpenedo. «Carità cristiana è anche fermare la degenerazione per continuare a voler bene a chi ha effettivamente bisogno. L'importante è coltivare nella comunità un clima di famiglia che favorisca la corresponsabilità. Di certo c'è che la città è sempre meno sicura e le Forze dell'ordine, costrette dalla burocrazia, stanno sempre meno in mezzo alla gente e così si perde il contatto con il territorio. Gli episodi di criminalità e il clima di insicurezza rischiano di limitare le attività di volontariato». Spiega don Marco De Rossi, parroco dei Santi Francesco e Chiara a Marghera e insieme amministratore della Resurrezione. «Fino a qualche anno fa alla Cita un gruppetto di "barbanera" se ne andava dalla chiesa solo se riceveva qualche soldo. Adesso, con don Nandino Capovilla, la domenica alle 8 offriamo loro la colazione, per cercare di dare un supporto diverso. Parlare di buttafuori non è bello, ma il problema che pone mons. Bonini è reale. Anche se è difficile, il punto è che bisogna sempre cercare di capire chi ha bisogno e chi no e trovare il giusto equilibrio tra il non diventare prigionieri degli sfruttatori, verso i quali bisogna avere la mano ferma, e l'aiutare realmente chi si trova davvero in difficoltà».

 

«In tutto il fenomeno interessa circa 60 persone, ma in certi momenti si è arrivati anche a quota 90». Il vicesindaco Sandro Simionato sembra abbastanza soddisfatto dell’esito dell’incontro in Prefettura. «I dati che abbiamo portato coincidono con quelli delle forze dell’ordine - ha detto il vicesindaco - l’azione di contrasto è più difficile perché questi mendicanti non vengono mai sorpresi a commettere un determinato reato. Abbiamo accertato che i soldi che vengono raccolti con le elemosine spesso vengono girati alla famiglie che sono in Romania. In ogni caso quando viene accertato che una persona ha commesso un’irregolarità viene rispedita nel suo paese dopo non deve più tornare da queste parti».

 

Le notizie relative al caso "barbanera" sono le più cliccate e commentate di questi giorni sulle pagine web del sito www.gazzettino.it. Dal primo giorno in cui gli accattoni hanno preso d'assedio un bus di turisti in Corso del Popolo, fino a domenica mattina quando in Duomo a Mestre si sono celebrate le messe con la protezione dei volontari e del sagrestano per limitare l'ingresso in chiesa dei barboni insolenti. Colpa di un certo tipo di politica ma non solo sulla notizia della paura per gli accattoni in Corso del Popolo. «La soluzione è sotto gli occhi di tutti ... se la smettiamo tutti di dare qualcosa dopo un po’ se ne andranno da soli... - scrive Alexvulcan - Sono in tanti e sempre di più perché c'è sempre chi da loro qualcosa, l'euro, cibo, il carrello etc ....Iniziamo subito a non dare più nulla, scommettiamo che dopo un po’ che non gli arriva più niente se ne vanno da soli?». «Mestre? Non c'è solo Mestre in queste condizioni; ormai dappertutto ci sono «mendicanti» (?) che ti importunano ad ogni angolo, ad ogni semaforo...ad ogni supermercato, ad ogni porta...» scrive Adribe. «Integrazione. Oltre mille anni in Romania e non si sono integrati... devono farlo in Italia perché siamo piú belli?» è il parere di Diego T. Sulla questione chiesa blindata invece altri commenti. «Un Consiglio ai Cristiani...rileggetevi il Vangelo , e in particolare la parabola del Buon Samaritano...Oppure lasciate stare la religione cristiana». Scrive Attilio 1951 commentando la notizia della Chiesa blindata. E ancora. «La Chiesa parla di bontà e amore, il buonismo fa parte dell'ipocrisia dei politici» è quanto scrive Binarciuto. «Nulla succederà... non succederà nulla, state tranquilli... ovvero qualche smobilitazione degli ennesimi campi... e poi ritornerà come prima... prima i frati di via Cappuccina... ora la chiesa di san Lorenzo e il supermercato Pam» sentenzia gazzettino104816. E infine i commenti sull'insulto razzista di ieri a mons. Bonini. «Se tutti i santi uomini e illuminati...di questo mondo insegnassero alle genti del pianeta solo di avere i figli che poi possono far vivere decentemente di problemi così non ce ne sarebbero!» scrive Franco505. «Buttafuori. Io approvo; la povertà è un problema grave e serio per la nostra vita civile e sociale, ma la "indecenza" di certe situazioni e comportamenti non è più tollerabile» è l'opinione di Adribe.

 

Pag XIII Vinyls, arriva il fallimento ma l’Oleificio salva il lavoro di Elisio Trevisan

 

Testo non disponibile

 

LA NUOVA

Pagg 16 – 17 Mendicanti, scatta la linea dura. Maxi controlli e foglio di via di Carlo Mion, Marta Artico e Francesco Furlan

“E’ la risposta più giusta, bisogna allontanarli”. L’emergenza in città: vertice in Prefettura

 

Più controlli e uomini delle forze dell’ordine nei punti strategici dell’accattonaggio, l’applicazione del foglio di via con rientro coatto nei paesi di origine, nuovi sgomberi e, a margine, valutare la possibilità a livello di consiglio comunale, di vietare l’accattonaggio, come avviene a Verona. Si condensa in queste linee d’intervento la discussione avvenuta ieri mattina in Prefettura, durante la riunione del Comitato Provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica voluto dal Prefetto Domenico Cuttaia su richiesta del Comune per affrontare la questione accattoni molesti. Alla riunione presieduta dal Prefetto hanno partecipato i rappresentanti delle forze dell’ordine e per conto del sindaco Giorgio Orsoni c’era l’assessore Sandro Simionato. Ufficialmente non è stato riportato ma da più parti, durante la riunione, è stato sottolineato che il problema non è così grave come viene rappresentato. O meglio la presenza di accattoni non è poi massiccia come può apparire. Detto questo il Prefetto comunque ha voluto sottolineare che la Prefettura e le forze dell’ordine sono molto attente su questo fronte. Sia nel monitorare la situazione sia nell’adottare misure repressive utili ad evitare derive pericolose. Lo scorso anno di questi tempi lo stesso Cosp si riuniva per affrontare l’emergenza portabagagli abusivi sul ponte della Costituzione. Anche quelli aggressivi e che molestavano i turisti una volta arrivati in piazzale Roma. Turisti che dovevano valicare, carichi di bagagli il ponte per andare verso la stazione. O viceversa. Si trattava di romeni rom che appartengono allo stesso gruppo di mendicanti arrivato da noi una decina di anni fa. Loro al posto di andare a mendicare si erano specializzati nel facchinaggio. Anche a loro venne applicata la misura del foglio di via perché socialmente pericolosi e perché traevano profitti da attività illegali. Mandati via sono rientrati in Romania e lì, una volta timbrato il documento che testimoniava del rientro, sono ripartiti alla volta dell’Italia. Ora si possono incontrare nei pressi del supermercato Simply, in via Carducci a Mestre. Altri bivaccano vicino al ponte di Calatrava. Questo a dimostrazione della relativa efficacia dei fogli di via per cittadini appartenenti a paesi, come Italia e Romania, aderenti al trattato di Schengen. Comunque il Prefetto Cuttaia ha promesso di contribuire, assieme alla Questura, a velocizzare l’applicazione di queste misure. Inoltre ha preso l’impegno di utilizzare una parte degli uomini che arriveranno per il periodo estivo a rinforzo degli organici delle forze dell’ordine locali, per controllare i luoghi maggiormente frequentati dai mendicanti. «Il Prefetto ha garantito che le forze dell’ordine e la Prefettura daranno un segnale per contrastare in maniera significativa questo fenomeno. Ha garantito la massima collaborazione al Comune», spiega il vice sindaco Sandro Simionato. A proposito della possibilità di applicare, a livello comunale, il divieto di accattonaggio, Simionato ha detto: «A priori non sono contrario a nessun contributo che serva a fronteggiare in maniera efficacia la situazione. È materia, però, di consiglio comunale. Io sono pronto a discuterne». Durante il Cosp è stata affrontata anche la situazione spaccio e pusher tunisini a Mestre. Si tratta di una quarantina di spacciatori che operano nella zona di Marghera, via Piave e nei giardini di villa Querini. È stata garantita, da parte di Questura e Prefettura una maggiore azione sui locali usati dagli spacciatori come basi d’appoggio.

 

In questo momento gli accattoni romeni di etnia rom, presenti a Mestre e Venezia, sono una cinquantina. Mediamente il loro numero è di ottanta. Ma spesso, durante l’anno, questo numero cambia. Quasi sempre verso il basso. Non è ancora ben chiaro il motivo. Molto probabilmente perché le organizzazioni che li sfruttano li fanno spostare molto sul territorio. L’aggressività e la petulanza che mostrano nel mendicare dipendono molto dal fatto che sono sempre di più sul territorio e quindi i guadagni sono calati, rispetto al passato. Da più parti il Comune viene invitato ad applicare, come succede a Verona, un regolamento di polizia municipale che vieti l’accattonaggio. Da ricordare che fino al 1995 in Italia l’accattonaggio era un reato. A Verona la polizia locale se ferma degli accattoni, oltre a multarli, sequestra loro i soldi raccolti durante l’elemosina.

 

Giardini di Villa Querini, rifugio di senzatetto che vivono alla giornata. Non ci sono solo Corso del Popolo e piazza Ferretto. A protestare, in questi giorni, sono i residenti della zona di via Circonvallazione e i commercianti che gravitano attorno all’area verde. All’ora di pranzo, infatti, ci sono almeno una ventina di persone, suddivise in gruppetti, donne e uomini di origine straniera, che dormono per terra, sulle panchine, pranzano, fanno i loro bisogni nel verde. Anche ieri erano presenti all’appello, come da un paio di mesi a questa parte, sostengono gli abitanti. La gente cammina lungo il marciapiede e li vede, dentro non va nessuno. «Hanno rotto una delle reti di entrata, quella che confina con la pista ciclabile», spiega un residente, «al mattino quando passiamo in bici, troviamo di tutto: dalle carte con le quali si sono puliti, a tutto il resto, per non parlare dell’odore e dello sporco. Di notte dentro i giardini ci dormono, così come accade all’ora di pranzo». E ancora: «Qualche giorno fa abbiamo contattato le forze dell’ordine, perché un gruppo di donne stava “svaligiando” per bene uno dei cassonetti che si trovano vicino al parco». Una questione di sicurezza, secondo chi risiede. «Sono uomini e donne, alcuni zingari altri senza tetto, altri ancora gente di malaffare che si unisce alla banda», spiegano i commercianti, «noi certo non ci avviciniamo, perché non si tratta dei soliti che eravamo abituati a vedere e nemmeno delle badanti che prendevano un po’ di fresco:di loro abbiamo paura. Qualche volta li abbiamo visti fare di tutto, persino impegnati in atti sessuali open-air, visto che altri luoghi evidentemente non ne hanno. In più a volte la sera disturbano chi vuole bersi l’aperitivo ai bar, perché vogliono soldi a tutti i costi». Qualcuno di tanto in tanto, va anche a dormire in Riviera XX Settembre, sotto i primi portici. «Anche perché», aggiunge ancora un esercente di via Circonvallazione, «spesso litigano tra loro, forse per questioni di donne o di territorio». Insomma, di norma chiedono l’elemosina, ma probabilmente sono dediti anche ad altri affari e durante il giorno si spostano per la città. Ieri, nel frattempo, un senzatetto aveva trovato posto con il suo cartone nel retro dell’osteria “Al Buso”, dalla parte di Calle del Sale, visto che il locale è temporaneamente trasferito al Village. Qualche giorno fa, invece, il senzatetto che staziona tra la chiesa dei Cappuccini e la zona dell’ex Standa, è nuovamente finito all’ospedale per i problemi alla gamba, ridotta molto male, nella speranza che possa essere curato.

 

«È giusta la risposta decisa oggi (ieri, ndr) in Prefettura, l’unico strumento efficace è quello dell’allontanamento con il foglio di via» dice l’assessore Gianfranco Bettin «proprio sull’esempio di quello che si è fatto per portabagagli abusivi al ponte di Calatrava». Certo che poi il problema non riguarda solo Mestre, ma è di tutte le città del Nordest, che sono le più facilmente raggiungibili dai gruppi organizzati di mendicanti che si spostano dalla Polonia e della Romania, «un problema per il quale servirebbero quindi risposte di tipo comunitario». A livello cittadino però quel che si può fare, aggiunge Bettin, lo si sta facendo, e per dimostrarlo oggi, in municipio, presenterà alla stampa tutte le iniziative intraprese in questi giorni. L’obiettivo è attaccare i gruppi, riuscire ad allontanarli, anche se spesso rimuovere i bivacchi abusivi che realizzazione in via Ca’ Marcello piuttosto che da un’altra parte, riflette Bettin, può servire a poco, visto che si spostano e si adattano con grande facilità. «Qualche allontanamento potrà anche fallire» aggiunge Bettin «ma questo è l’unico modo che abbiamo». Don Fausto Bonini, che guida il Duomo di Mestre, ieri ha preferito staccare il telefono e rimanere in silenzio. Dopo aver contribuito a sollevare il dibattito, istituendo un servizio di vigilanza all’ingresso della chiesa durante le messe proprio per evitare l’ingresso di accattoni molesti, ha preferito stare in disparte. Le sue parole sono state in gran parte condivise dalla comunità - soprattutto dai fedeli che vanno a messa e che quindi conoscono bene la situazione - anche se non sono mancate le critiche e, in casi più isolati, le accuse di razzismo. A essere dalla parte di don Fausto Bonini sono sicuramente i commercianti di Corso del Popolo che per protestare contro il degrado della strada e della città, segnalando tra le altre cose proprio l’accattonaggio violento, hanno già raccolto oltre cinquemila firme. «Non possiamo che essere soddisfatti degli interventi che sono stati realizzati» spiega Vincenzo Rigamonti, farmacista di Corso del Popolo, uno degli animatori dell’iniziativa «ma allo stesso tempo non possiamo non dire che sono stati tardivi rispetto ai problemi che abbiamo segnalato più volte come commercianti. E d’altra parte gli accattoni violenti sono solo uno dei problemi del degrado della città, così come lo percepiamo noi commercianti e residenti, di Corso del Popolo e di tutta l’area del centro. Dalla sporcizia all’insicurezza, passando per cantieri aperti di cui non sappiamo quando sarà la chiusura, e che vengono aperti senza che nessuno ci avvisi». Per discutere di questi problemi è stata convocata un’assemblea che si terrà il 17 luglio alle 20.30 al Laguna Palace. «Spero che i rappresentanti della città che abbiamo inviato vengano» dice Rigamonti «non vogliamo attaccarli, ma vogliamo che ci ascoltino».

 

Pag 18 Testamento biologico, il Consiglio dice sì al nuovo registro

D’ora in poi sarà possibile indicare le proprie volontà sui trattamenti sanitari che si è disponibili ad accettare

 

Da ieri, con il voto favorevole della maggioranza dei consiglieri comunali (sette contrari, tra cui l’Udc e Franco Conte per il Pd) come in molte altre città italiane, sarà possibile redigere le DAT - Dichiarazioni anticipate di trattamento. il cosiddetto “testamento biologico”. La delibera, che ha come primo firmatario il consigliere Sebastiano Bonzio (Federazione della sinistra), istituisce il regolamento comunale stabilendo principi, definizioni, finalità e forme di tenuta del registro. «Dopo circa un anno di lavoro in cui abbiamo incontrato tutte le parti coinvolte e interessate, tra cui infermieri, medici, notai e altri», spiega Bonzio, « siamo finalmente riusciti a dare alla città quello che, tengo a precisare, è un servizio aggiuntivo erogato direttamente dal Comune e che servirà per garantire l’esercizio di un diritto civile, solo per chi si sentirà di farlo. Le DAT indicano le manifestazioni di volontà con le quali ogni individuo, in condizioni di pieno possesso delle proprie facoltà mentali, declina quali trattamenti sanitari intende o non intende accettare nel momento in cui questi trattamenti si rendessero necessari e il soggetto stesso non fosse più capace di intendere e di volere». Prosegue Bonzio: «Oggi esiste una grave lacuna legislativa a livello nazionale che non consente all’Italia di avanzare nel campo dei diritti civili e che, nell’attuale evoluzione della società, non ha alcun senso di esistere, visto e considerato anche che, solo a pochi chilometri oltre il confine italiano, si possono intraprendere scelte diverse che da noi non sono permesse. Speriamo che questa serva anche per dare un forte segnale di sveglia al Governo e al Parlamento affinché si decida, una volta per tutte, a legiferare in merito, fermando i viaggi della disperazione e della dignità che hanno spinto ad essere novelli emigranti dei diritti civili persone come Pierina Franchini e Vittorio Bisso». Soddisfatto per il Pd anche il consigliere Gabriele Scaramuzza: «Il prossimo passo sarà la stipula di una convenzione con un notaio, che in Comune riceverà e registrerà le Dichiarazioni anticipate di trattamento dei cittadini, ma vorremmo estendere la convenzione anche all’Ordine dei medici, perché vengano fornite anche informazioni sanitarie sui trattamenti. Speriamo che a questa iniziativa fatta propria anche dal Comune di Venezia, segua presto una legge nazionale che regoli in modo ancora più efficace tutta la materia». Il consiglio comunale è stato impegnato per ben tre sedute, prima di arrivare al voto finale sul regolamento e l’istituzione del registro, anche per la presentazione di numerosi emendamenti e subemendamenti, in parte recepiti dalla delibera finale.

 

Pag 19 Il tribunale ha deciso: “Vinyls Italia è fallita” di Roberta De Rossi, Gianni Favarato e Michele Bugliari

L’Oleificio e Syndial-Eni firmano il rogito: possibile ricollocazione dei cassintegrati. La rabbia dei lavoratori: “Sicurezza garantita, ma ci criminalizzano”

 

Fine di un’agonia annunciata: il Tribunale di Venezia ha staccato la spina e ha dichiarato Vinyls Italia fallita. Si apre ora il capitolo - ancora carico di incognite - del destino dei lavoratori e della bonifica del sito: a Porto Marghera si trovano ancora stoccate 100 tonnellate di Dicloretano e decine di tonnellate di acque clorurate che vanno smaltite e trattate, nello stabilimento di Porto Torres 250 tonnellate di Cvm (cloruro di vinile monomero). A 4 anni dalla dichiarazione di insolvenza decretata il 18 giugno 2009 - che ha già contato debiti per oltre 130 milioni della società nei confronti dei creditori - e dall’amministrazione straordinaria, i giudici Roberto Simone (presidente), Rita Rigoni (relatrice), Alessandro Girardi hanno dovuto prendere atto che «stante la situazione di stallo per l’indisponibilità di Oleificio Medio Piave ad addivenire alla stipula del contratto (per non poter subito assumere i dipendenti, ma solo dall’inizio dell’attività) e alla mancanza di offerte da parte di Mossi&Ghisolfi (per l’acquisto di terreni e l’assunzione di personale), la soluzione del fallimento è inevitabile». Anche il recente incontro con il ministro per lo Sviluppo economico Flavio Zanonato non ha indicato soluzioni alternative. Così, ordinato al curatore fallimentare - l’ex commissario straordinario Mauro Pizzigati - di procedere con la posa dei sigilli sui tutti o beni mobili «della fallita, ovunque essi si trovino», il Tribunale ha però fatto un passo in più, disponendo per sei mesi l’esercizio provvisorio dell’impresa. Una decisione non scontata, ma dettata dall’emergenza ambientale che l’abbandono di impianti e area determinerebbero. L’esercizio provvisorio - scrivono i giudici - «dovrebbe mirare a preservare il valore residuo degli impianti e delle aree; a garantire la sicurezza ambientale e a tutelare la salute pubblica in vista del completamento dello svuotamento degli impianti, della bonifica e smaltimento dei materiali; a raggiungere quanto previsto dall’Aia per lo stoccaggio e la gestione dei rifiuti pericolosi, presenti in quantità alquanto elevate (decine di tonnellate); a predisporre il piano di bonifica del sito e provvedere al ripristinino». Di più, «Vinyls deve anche ottemperare ai limiti della concentrazione di inquinanti per quanto attiene ai reflui inviati all’impianto Sg31». E precise disposizioni arrivano dal Tribunale anche per Porto Torres. «Ora i lavoratori potranno accedere ai tre mesi del fondi di garanzia Inps e, quindi, alla fine resterà scoperto un mese, che confluirà nel fallimento, insieme ai crediti di fornitori maturati dal 2009», commenta Pizzigati, «certo la situazione è drammatica, ma c’è l’impegno assunto dall’Oleificio con i sindacati, ad assumere i lavoratori non appena saranno operativi gli impianti che realizzerà sui terreni ex-Eni: confido che questo impegno sarà mantenuto e il risultato raggiunto. Quanto alle bonifiche: ripartiamo dalla riunione della scorsa settimana, con il prefetto Domenico Cuttaia che ha deciso di allertare un tavolo nazionale presso il ministero dell’Ambiente: si tratta di un’emergenza nazionale, tra Venezia e Porto Torres. Il piano c’è, ma i fondi devono arrivare dallo Stato».

 

Quattro anni di amministrazione straordinaria non sono bastati a salvare il “ciclo del cloro” con tutti i suoi impianti e occupati a Porto Marghera. Nessun nuovo imprenditore, disposto a rilevare la Vinyls e i suoi dipendenti e a rimettere in modo la produzione di cvm e pvc, è stato trovato. Poche settimane fa il ministro, fresco di nomina, Flavio Zanonato si è scomodato per venire a trovare a Venezia i cassintegrati di Vinyls, appensa scesi dalla torre più alta del Petrolchimico occupata per l’ennesima volta. Ma neanche lui è riuscito ad evitare il fallimento dell’azienda. Tre anni fa, alla Vinyls è venuto in visita anche l’allora ministro Paolo Romani per annunciare ai lavoratori reduci dalla prima occupazione della torre del Petrolchimico alta 150 metri, che presto una società finanziaria russo-svizzera (Gita), avrebbe comprato e fatto ripartire la produzione di cloruro di vinile monomero e del pvc. Ma Gita poco dopo si è eclissata, come aveva fatto pochi mesi prima un’altra società finanziaria del ricco stato arabo del Qatar che poi è sparita. Del resto, 4 anni fa nel maggio del 2009, l’imprenditore Fiorenzo Sartor, portò in tribunale i libri contabili di Vinyls, acquisita pochi mesi prima dalla multinazionale Ineos che aveva deciso di chiuderlo dopo anni di bilancio in rosso. Furono allora nominati commissari straordinari gli avvocati veneziani Mauro Pizzigati (nella foto) e Giorgio Simeone, con la missione impossibile di trovare nuovi investitori. A dire il vero, uno avevano trovato, già nel 2009, il gruppo chimico bolognese Bertolini disposto ad affitare subito gli impianti per poi, forse, acquisirli, ma i commissari gli chiusero la porta in faccia.

 

Con la dichiarazione del fallimento, per i 130 dipendenti rimasti in forza alla Vinyls ci sono ancora pochi mesi a disposizione di cassa integrazione. Dopo di che scatterà la messa in “mobilità”, ovvero il licenziamento. Ma ieri è stata ufficializzata anche una notizia che apre più di qualche possibilità di evitare i licenziamenti. Il 4 luglio scorsola società Medio Piave Marghera ( controllata dall’Oleificio Medio Piave), ha sottoscritto con Syndial (Eni) il rogito per la cessione di ben 38 ettari di aree (dove sorgevano gli impianti del Clorosoda e del Tdi, confinanti con quelli di Vinyls che però non interessavano all’Oleificio e sono rimasti invenduti) nei quali intende costruire una nuova raffineria di oli vegetali con un investimento di circa 100 milioni di euro. La famiglia Dal Sasso, proprietaria dell’Oleificio trevigiano, ha firmato nell’agosto dell’anno scorso un accordo con i sindacati dei chimici e la Rsu in cui si impegnava ad assumere tutti i lavoratori rimasti alla Vinyls, non appena chiusa (come è accaduto) l’acquisizione dei terreni di Syndial e in presenza della possibilità (che solo il ministero del Lavoro può dare) di metterli ancora in cassa integrazione in attesa di costruire la nuova raffineria e poterli quindi impiegare. I titolari dell’Oleificio, però, non hanno voluto rilasciare neanche ieri nessuna dichiarazione in proposito. Syndial, la società dell’Eni, ha invece diramato una nota stampa in cui spiega: «il 4 luglio a Milano è stata conclusa, con la firma del rogito, l’operazione di cessione delle aree Syndial ex Clorosoda ed ex Tdi alla società Medio Piave Marghera, per una superficie pari a circa 38 ettari, Si conclude cosi un iter iniziato quasi due anni fa, che prevede la riconversione di parte delle aree Syndial per l’avvio di una nuova attività. Nello spirito di quanto previsto anche dall’accordo firmato dal ministero dell’Ambiente e dalle istituzioni locali nell’aprile 2012. «Le aree sono state cedute a Medio Piave Marghera che eseguirà le attività di demolizione degli esistenti impianti, la cui bonifica è in corso di completamento da parte di Syndial, e di bonifica ambientale» conclude la nota di Eni «L’atto di vendita include una clausola che prevede l’impegno di Medio Piave Marghera ad assumere a tempo indeterminato i lavoratori Vinyls con gradualità in base alle necessità, come stabilito dall’accordo sottoscritto il 2 agosto 2012. Infine, si è definito e condiviso l’utilizzo delle aree cedute anche dal punto di vista economico-finanziario, purché nel rispetto dello scopo industriale alla base del progetto previsto dalla società acquirente». «La notizia è sicuramente positiva» ha subito commentato l’assessore regionale Renato Chisso «Speriamo sia la volta buona anche perché siamo molto attenti alla vicenda occupazionale che per noi è fondamentale per il rilancio industriale di Porto Marghera».

 

Il fallimento della Vinyls, dopo quattro anni di inconcludente amministrazione straordinaria era ormai scontato tra i lavoratori. Le occupazioni della torre più alta del Petrolchimico, i blitz con striscioni sul campanile di San Marco, gli innumerevoli “tavoli al ministero” senza risultato, i cortei sul ponte della Libertà e tutte le altre iniziative di lotta, non sono riuscite ad evitare il fallimento che porterà, dopo un ulteriore periodo di cassa integrazione, al licenziamento (mobilità) dei 130 lavoratori rimasti. Una parte di loro hanno assicurato per sei mesi senza stipendi i presidi di sicurezza agli impianti, resi obbligatori dalla Seveso 2 sulle produzioni pericolose ad elevato rischio ambientale. Poi, dal 20 giugno hanno deciso di entrare in sciopero denunciando che la sicurezza non avrebbe dovuto essere scaricata sui dipendenti che non possono essere pagati dall’azienda in amministrazione straordinaria che sostiene di avere le casse vuote. Il problema è che l’amministrazione aziendale dichiara gli addetti che non si presentano ai turni per la sicurezza sono «assenti non giustificati» e per tanto non hanno diritto alle loro quote di cassa integrazione per le otto ore in cui dovrebbero lavorare senza retribuzione. «In un momento così delicato della vertenza», affermano i lavoratori di Vinyls, «ci stanno privando anche degli ammortizzatori sociali. Ma noi pensiamo di avere dimostrato ampiamente il nostro senso di responsabilità lavorando negli ultimi sei mesi ai presidi di sicurezza, senza ricevere un euro. E’ evidente però che se l’azienda non ha soldi in cassa, il problema della sicurezza debba essere risolto con una soluzione diversa da quella del lavoro non retribuito. Una via d’uscita deve essere trovata». Per garantire i presidi di sicurezza è intervenuta anche l’Arpav e poi la Prefettura. C’è stata perfino l’intimazione di una possibile denuncia alla Procura dei lavoratori che avevano abbandonato gli impianti , compreso quello di depurazione delle acque contaminate. «La cosa più incredibile», aggiungono i dipendenti in cassa integrazione straordinaria da più di tre anni, «è che pur essendo le vittime della crisi di Vinyls ora ci stiano criminalizzando. Ci piacerebbe parlare con il Questore di Venezia, per spiegargli che non siamo dei delinquenti ma l’anello debole di una catena. La crisi sta strangolando noi e le nostre famiglie». Ieri, nel giorno della dichiarazione del fallimento con la concessione dell'esercizio provvisorio da parte del Tribunale di Venezia sulla Vinyls, il senatore dell’Udc, Antonio De Pol, ha presentato due richieste, una rivolta al Ministero del Lavoro di firmare subito «il decreto per la rendere disponibile la Cassa integrazione per i lavoratori» e l’altra indirizzata, invece, alla Regione Veneto, affinché «si attivi per individuare le risorse necessarie sotto il capitolo Lavori di pubblica utilità, azione che permetterebbe di assicurare una retribuzione ai lavoratori che devono effettuare i presidi di sicurezza degli impianti». «Nel frattempo - ha sottolineato De Poli - i sei mesi di gestione provvisoria dovranno essere spesi per trovare una soluzione che privilegi una vera riqualificazione industriale dell’area di Porto Marghera.

 

Pag 30 “Il digiuno ci fortifica, il sogno è la moschea” di Marta Artico

Questa notte si apre il Ramadan, parlano gli imam di Venezia e Spinea. A Quarto d’Altino inaugurata una sala di preghiera

 

Mestre. È ufficiale, il Ramadan, il mese sacro per i musulmani, quello in cui fu rivelato il Corano, inizierà la notte tra oggi e domani, di fatto mercoledì all’incirca alle 3 del mattino. Il digiuno durerà fino alle 21 della sera, quando si romperà per la cena comune e la preghiera "molto gradita", la cosiddetta "Isha". A guidare i musulmani è l’imam di Marghera, Hamad Mahamed, siriano, assunto dal Centro Islamico Veneziano (Civ Onlus), laureato in teologia, che ieri sera si trovava nella moschea della Misericordia, assieme a Hoda Kheireddine, imprenditore libanese e all’imam di Spinea, presidente dell’associazione culturale Assaram che significa Pace, Hamid Blaouali. La sala di preghiera di Spinea, che si trova in via Negrelli, è punto di riferimento per i fedeli di Allah della zona, da Noale a Santa Maria di Sala. Il Papa oggi (ieri, ndr) da Lampedusa ha augurato buon Ramadan ai musulmani, cosa ne pensate? «Questo Papa», spiega l’imam di Marghera, «anche per provenienza, è vicino alle persone, le sue dichiarazioni sono rivolte al bene di tutti, i suoi gesti trasmettono grande umanità e segue davvero le orme di Gesù, lo si vede dalla sua umiltà e da come cammina con la gente». Prosegue Mahamed: «È un simbolo importante e il fatto che si sia rivolto a noi è una cosa favolosa». Qual è il significato del Ramadan? «È qualche cosa di spirituale», spiegano i due imam, «il digiuno serve a fortificare il legame tra le persone e Dio, nessuno obbliga ad osservare il Ramadan, ma il fatto di praticarlo, rende evidente l’amore che unisce il fedele al creatore». C’è un risvolto sociale. «Ogni venerdì ci si trova per la preghiera, ma durante il mese sacro ci si riunisce ogni giorno, tutti assieme, il ricco con il povero, spariscono le differenze tra le persone, vengono livellate le gerarchie, ceniamo tutti alla stessa tavola e dimentichiamo i problemi». Precisa Blaouali: «Non dimentichiamo che il Corano è identico da quattordici secoli, tutti hanno la possibilità di ascoltare la stessa parola, di cui non è stato cambiato nulla». E c’è una precisazione ancora più importante per l’imam di Marghera: «L’astinenza dall’acqua e dal cibo, ci fa ricordare il loro valore, l’importanza di cose che diamo quotidianamente per scontate». Vi sentite integrati? «Ognuno ha un diverso concetto di interazione», chiarisce Blaouali, «noi siamo aperti a tutti, le nostre sale di preghiera sono pubbliche, chiunque può venire, forse qualcuno può talvolta avere delle riserve verso di noi, ma la nostra fede è inclusiva. La fede Islamica è accogliente, non è un favore che facciamo agli altri, è il Corano che lo sostiene». L’imam di Marghera ha scritto un volumetto dal titolo “I cristiani nel Corano”. Venezia è accogliente? «Molto. È una città turistica, concordano Mahamed e Blaouali, «particolare, abituata al dialogo con gli altri e aperta, già con altre città come Treviso si nota subito la differenza». Ci starebbe bene una moschea? «Il nostro sogno», risponde l’imam di Venezia, «è costruire una moschea all’avanguardia per Venezia, una moschea moderna, di valore, e sono sicuro che sotto il profilo istituzionale e amministrativo non incontreremmo difficoltà di sorta, ma la nostra è una comunità giovane che deve crescere e non credo che siamo ancora pronti, anche se saprei già il nome: moschea di Gesù Cristo». Egitto, Siria, la violenza non finisce. «A livello di democrazia, ci si pongono molte domande», spiega Mahamed, «se fa comodo va bene. Altrimenti?» «I governi temono l’Islam», aggiunge il collega, «perché sanno che vuole livellare le differenze sociali tra ricchi e poveri». E gli indigenti? «Cerchiamo di aiutare i bisognosi, quelli che lo sono davvero, con pasti, indumenti, i nostri centri però hanno possibilità limitata». Un desiderio? Ad esprimerlo è Hamad Mahamed: «Quello di poter entrare nel carcere di Venezia per aiutare gli ospiti di fede musulmana che ne hanno estremo bisogno».

 

Inaugurata a Quarto, una nuova sala di preghiera. È stato un fine settimana di festa quello appena passato, per la neonata associazione culturale islamica di Quarto d’Altino, con sede all’inizio di via Pascoli, in zona industriale, in una parte di un capannone affittato in una posizione strategica. In un luogo che possa essere facilmente accessibile vista la vicinanza con la tangenziale, ai fedeli di Allah di Quarto, ma anche a quelli dei Comuni di confine e del Trevigiano. Per servire, dunque, una zona finora non coperta. Sarà un luogo dove si svolgeranno corsi di lingua araba per i figli degli stranieri che vivono e risiedono qui da noi, ma anche corsi di lingue diverse, per ampliare la conoscenza reciproca. All’interno è stato ricavato lo spazio per la preghiera, una bella sala con tanto di tappeti e tutto il necessario per rivolgersi verso la Mecca. Il presidente è Mohamed Amrani, di origine marocchina, ma cittadino italiano da anni. Diversi i momenti di inaugurazione, che si è svolta sia alla presenza dell’amministrazione comunale, che assieme alle altre associazioni altinati. A partecipare anche il parroco di San Michele, don Gianpiero Lauro. «Quarto è un comune con una percentuale di stranieri tra le più elevate, che per noi è una ricchezza», spiega la sindaca, Silvia Conte, «avevamo già conosciuto la nuova associazione quando si è iscritta all’albo, sabato è stato lanciato un messaggio molto bello, perché l’associazione vuole diventare un luogo aperto a tutti, il fatto poi che per avere questo Centro si stiamo autotassando, è anche questo un fatto davvero ammirabile». Durante il discorso, la sindaca ha parlato della Costituzione Italiana. Quarto si conferma un luogo di incontro e di dialogo interculturale, basta pensare al lavoro dell’Associazione Oltreiconfini Onlus, che da anni organizza corsi di lingua per stranieri, ha aperto uno sportello immigrati e da vita a feste originali e molto partecipate.

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 5 Squadre antiaccattoni davanti alle chiese: “Servono azioni forti” di Davide Tamiello e Benedetta Centin

Venezia, si punta ad espellere i “barbanera”. Il prefetto: “Capiamo se i rom vivono di reati”

 

Venezia - «Serve una soluzione forte. Per questo dobbiamo puntare a raccogliere elementi sufficienti a motivare l'allontanamento nel paese d'origine». In altre parole: espulsione. Il prefetto di Venezia, Domenico Cuttaia, non ci gira troppo attorno. Ieri mattina ha convocato il comitato per l'ordine pubblico e la sicurezza per trattare la questione degli accattoni molesti che stanno assediando la città, dai parcheggi alle chiese. Le contromisure per affrontare il fenomeno, alla fine, sono sempre quelle. Difficile cercare una soluzione a effetto, con un quadro normativo tanto ingessato. Da una parte il piano di monitoraggio dei servizi sociali, progetto del Comune che verrà esteso su base regionale. Dall'altra il classico giro di vite. Maggiori controlli, maggiori presidi delle forze dell'ordine, ma con un duplice scopo: «Per prima cosa aumentare la sicurezza percepita dei cittadini - spiega Cuttaia - in secondo luogo va considerato che l'accattonaggio non è un reato e che questi soggetti sono comunitari. Quindi difficilmente si possono rimpatriare. Visto però, che a quanto ci risulta la loro presenza si interseca con altri fenomeni come lo spaccio, la violenza e l'estorsione, le forze di polizia avranno il compito di verificare queste specifiche tipologie di reato. In maniera tale da valutare un'eventuale espulsione dei soggetti socialmente pericolosi». I controlli dovranno quindi verificare, innanzitutto, i proventi di queste persone. Di cosa vivono, come mantengono i loro figli e le loro famiglie. Intanto si attendono i rinforzi estivi da Roma. Gli uomini inviati dal ministero, tra finanzieri, carabinieri e poliziotti, sono 102. Gli ultimi scaglioni dovrebbero arrivare in Laguna per la fine di luglio, quando si entrerà nel cuore della stagione. Inoltre verranno inviate anche sei equipaggi di polizia (in tutto circa una ventina di uomini) del reparto prevenzione crimine di Padova e di Genova e, se necessario, si farà ricorso anche al battaglione dei carabinieri di Mestre. Certo, la maggior parte dei rinforzi verrà destinata alle operazioni anti contraffazione, ma non solo. Una buona parte di questi andrà a potenziare anche i servizi di controllo contro gli accattoni violenti. «Non possiamo avere una pattuglia per ogni chiesa, ma cercheremo di essere presenti il più possibile in maniera tale che non si verifichino più episodi come quelli raccontati dai giornali negli ultimi giorni». L'altro problema, parallelo a quello dei mendicanti molesti e contestuale al fenomeno della microcriminalità, è costituito dai punti di ritrovo. Alcuni bar che fungono da centrale operativa per i pregiudicati della zona. Esercizi segnalati più volte dall'assessore alle Politiche giovanili Gianfranco Bettin, da sempre in prima linea nella lotta agli spacciatori. I locali più a rischio si trovano sulle rive del Canal Salso: la polizia li tiene d'occhio da tempo e qualcuno di loro si è già trovato un paio di volte a dover abbassare le serrande con tanto di sigilli del questore. Ieri mattina a Ca' Corner, per la riunione del Cosp, c'era anche il vicesindaco di Venezia Sandro Simionato. «Gli accattoni violenti danno fastidio, è innegabile - dice - sono tra i 40 e i 60 in questo periodo, ma in certi momenti dell'anno siamo arrivati a contarne fino a un centinaio quasi. Cercheremo di contenere i numeri per quanto possibile». Un'idea è quella di inserire nel regolamento di polizia locale l'illecito di «accattonaggio molesto», come già fatto a Verona. «Valuteremo, ma comunque è un provvedimento che deve vagliare il Consiglio comunale». Ipotesi che, però, produrrebbe al massimo delle sanzioni destinate a rimanere lettera morta. Il fenomeno degli accattoni non riguarda solo Venezia. A Vicenza si trova il Santuario del Monte Berico, meta di pellegrinaggio dei rom provenienti dalla Transilvania. Il priore padre Giuseppe Zaupa, stanco delle situazioni di degrado, si è rivolto al Comune, che ha già pronta un'ordinanza antiaccattonaggio. «Non abbassi la guardia» è l'appello disperato. «Si tratta di un problema molto complesso che interessa Vicenza come altre città», commenta il sindaco Achille Variati che chiarisce la necessità di «distinguere tra chi ha realmente bisogno e chi invece fa parte di veri e propri racket della questua». «Io e i miei colleghi - continua - ci scontriamo con leggi inefficaci che impediscono di allontanare chi si rende ripetutamente colpevole di comportamenti che dimostrano il disprezzo per le regole della convivenza civile, come ho scritto al presidente del consiglio Letta». Variati pensa a un'azione comune. «Mi sto confrontando con altri sindaci e ne sto parlando anche all'interno dell'Anci. Ma la complessità del fenomeno richiede che a Roma ci si renda conto che le leggi attuali sono inefficaci».

 

Pag 11 Vinyls, il tribunale decreta la fine di Gloria Bertasi

Il cuore del Petrolchimico chiude i battenti, non ci sono compratori

 

Mestre - Vinyls non ce l'ha fatta, il cuore del petrolchimico chiude i battenti. In quattro anni di commissariamento, tutte le proposte di acquisto sono finite in un nulla di fatto. E il baluardo della chimica pesante, l'ultimo produttore di pvc del Paese con i suoi stabilimenti di Marghera, Ravenna e Porto Torres è stato dichiarato clinicamente morto. «Il termine per attuare il programma è decorso», si legge nella sentenza che non lascia molto spazio alle interpretazioni. Ora non resta che mettere gli impianti in sicurezza e bonificare l'area. Per questo il tribunale ha concesso sei mesi di esercizio provvisorio e nominato come curatore fallimentare l'avvocato Mauro Pizzigati, già commissario di Vinyls. Fino a fine anno, alcuni dei 128 dipendenti di Marghera (che non vedono lo stipendio da sette mesi) dunque continueranno a presidiare gli impianti (e quindi il ministero potrebbe prorogare la cassaintegrazione terminata il mese scorso). «L'esercizio provvisorio è una boccata di ossigeno - dicono i sindacati -. I sei mesi di proroga siano usati per trovare risposte, Comune e Regione ci dicano se esistono imprenditori interessati alle aree dismesse». A sentire i sindacalisti il fallimento potrebbe riaprire i giochi: un'azienda in commissione straordinaria ha più valore sul mercato e ora che la situazione è cambiata qualche acquirente potrebbe presentarsi. «Non tutto è perduto, ci possono essere ancora interventi, per esempio di Mossi e Ghisolfi, pronta con nuovo impianto in un'area da mettere a disposizione», aggiunge il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni. C'è tuttavia un problema: dal 2008 a oggi, da quando la multinazionale britannica Ineos ha deciso di abbandonare l'Italia, nessun tentativo di salvataggio è andato a buon fine. Il 31 marzo 2009 Ineos Italia è stata comperata dall'imprenditore trevigiano Fiorenzo Sartor ma a 20 giorni dall'acquisto Sartor ha gettato la spugna e il 28 maggio è stata presentata richiesta di fallimento, tramutata in amministrazione straordinaria. Subito dopo, il 27 novembre 2009, è iniziata la cassa integrazione e insieme le mobilitazioni degli operai. In Sardegna è iniziata l'occupazione dell'ex carcere dell'Asinara, ribattezzato «l'isola dei cassintegrati» e a Marghera i dipendenti hanno iniziato a occupare la torre più alta di via della Chimica ottenendo di incontrare papa Benedetto XVI, il presidente Giorgio Napolitano, il ministro Paolo Romani e cantanti come Piero Pelù e Vasco Rossi. E a giugno, infine, è arrivato anche il ministro Flavio Zanonato. Durante questo periodo non sono mancati i nomi di aziende interessate a Vinyls (la Ramco del Qatar, il fondo svizzero Gita e da ultimo l'Oleificio Medio Piave e la piemontese Mossi e Ghisolfi) ma dai preliminari di vendita non si è mai arrivati al contratto definitivo. E così il 27 giugno sono stati gli stessi amministratori straordinari a chiedere ai giudici il fallimento.

 

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8 – VENETO / NORDEST

 

IL GAZZETTINO

Pag 14 Allarme criminalità, sette su dieci hanno paura di Natascia Porcellato

Le mafie a Nordest? Per il 28% sono in aumento. Per il 44% non è cambiato nulla

 

L’Osservatorio sul Nordest, curato da Demos per Il Gazzettino, si occupa oggi della percezione della popolazione dell’area rispetto alle presenze criminali. L’81% dei nordestini individua nella criminalità organizzata quella più preoccupante per l’Italia, mentre quando si riferiscono alla propria zona di residenza sono i crimini comuni a angosciare maggiormente (69%). Oltre ad essere giudicata poco grave, anche la percezione della diffusione della criminalità organizzata nel territorio è contenuta: circa il 22% la ritiene molto o abbastanza presente. Ad avvertire che la presenza delle mafie è cresciuta nella propria zona negli ultimi dieci anni, poi, è una minoranza (28%), mentre è circa il 44% a giudicarla stabile. «In questo Nordest fragile, come l'Italia, in questi anni di crisi: è cruciale la battaglia nel Nord Italia, perché qui non ci sono ancora gli anticorpi»: con queste parole Roberto Saviano interveniva qualche settimana fa a Venezia a margine della presentazione del suo ultimo libro “ZeroZeroZero”. L’ammonimento dello scrittore e giornalista, a guardare i dati presentati oggi da Demos, appare tutt’altro che infondato. La mafia, infatti, sembra essere ancora percepita dai nordestini come un problema “degli altri”, che li tocca marginalmente. E’ l’81% degli intervistati di Veneto, Friuli-Venezia Giulia e della provincia di Trento, infatti, a riconoscere nella criminalità organizzata quella più grave in Italia, mentre l’attenzione su quella comune si ferma al 16%. Rispetto al 2010, assistiamo ad una crescita dell’allerta in relazione alla presenza mafiosa nell’intero Paese (+4 punti percentuali), mentre è sostanzialmente stabile quella relativa ai reati comuni. Quando spostiamo il riferimento territoriale dal nazionale alla propria zona di residenza, lo sguardo dei nordestini cambia radicalmente. In questo caso, è circa il 69% ad indicare nei reati comuni i crimini più gravi, mentre è il 26% che giudica nello stesso modo la presenza delle cosche. Rispetto a tre anni fa, alcuni mutamenti ci sono stati: l’attenzione per la criminalità comune è diminuita di circa 3 punti percentuali, mentre quella verso la presenza mafiosa ha un segno positivo di quasi 6. Alla domanda su quanto sia estesa la presenza la criminalità organizzata nella loro zona, però, è circa un nordestino su cinque a ritenerla molto o abbastanza diffusa, mentre il 75% la percepisce come poco o per niente presente. Dei –flebili- segnali di maggiore attenzione all’estensione della criminalità organizzata sono rintracciabili: la quota di coloro che giudicano molto o abbastanza diffusa la mafia nella propria zona sono cresciuti dal 2010 ad oggi di quasi 3 punti percentuali. Altre deboli tracce di una crescente consapevolezza rispetto alle mafie nel territorio le possiamo ritrovare se consideriamo l’idea che i nordestini hanno di come sia cambiata nel corso del tempo la presenza delle cosche. Circa il 28% ritiene che sia aumentata, e il dato ha un segno positivo di oltre 4 punti percentuali rispetto a tre anni fa. A giudicare stabile la presenza delle mafie, invece, è il 44%: in questo caso, l’aumento è di quasi 8 punti percentuali nello stesso arco di tempo. Ad essersi ridotti, invece, sono coloro che ritengono diminuita la presenza mafiosa (8%, -4 punti percentuali guardando al 2010). Soprattutto, si è assottigliata in modo consistente la quota di quanti giudicano la mafia del tutto assente dal territorio e negano ci sia mai stata: se tre anni fa erano il 21%, oggi la quota si ferma al 13%, con una diminuzione di quasi 8 punti percentuali.

 

Pag 20 Così la crisi apre le porte alla criminalità di Enzo Pace

 

L’anno scorso, aprile 2012, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla criminalità organizzata, il procuratore nazionale antimafia, Roberto Pennisi, spiegava come il Nordest sia diventato terra d’affari per camorra, ‘ndrangheta e cosa nostra. Con una differenza rispetto ad altre regioni del Nord, Lombardia e Piemonte. In queste ultime le organizzazioni cercano di colonizzare il territorio, nel Nord Est, invece, si assiste ad un fenomeno di delocalizzazione, soprattutto in Veneto e in parte in Friuli Venezia Giulia. È la formula che Pennisi ha espressamente utilizzato per descrivere cosa sta accadendo nelle nostre regioni, toccate anch’esse dalla crisi. Le organizzazioni criminali, soprattutto la camorra, infatti, arrivano, offrono denaro ad usura a imprese in crisi, le svuotano progressivamente, s’intestano gli immobili costituendo un domicilio fiscale altrove, soprattutto all’estero, per evadere più facilmente le tasse. Dopo di che, una volta ingrassato il capitale, il problema è reinvestirlo, una volta ripulito delle tracce d’illegalità. Dunque i proventi non rimangano nel territorio, migrano e sono reinvestiti in altre attività più lucrose, altrove. Tutto ciò è stato descritto con efficacia da Massimo Carlotto nei suoi ultimi romanzi, dedicati proprio alla crescita della mala pianta mafiosa in Veneto. La crisi economica sta dilatando lo spazio di manovra dei gruppi più spregiudicati, determinando effetti perversi nell’industrioso Nordest. Piccole e medie imprese un tempo sane entrano, dapprima, nella zona grigia dell’usura e poi progressivamente sono prosciugate delle loro risorse. Il tessuto produttivo viene così contaminato. I capitali accumulati in modo criminale sono investiti prevalentemente fuori d’Italia per essere poi mobilitati nelle gare d’appalto per grandi infrastrutture. Del resto lungo l’asse Trieste-Padova passano merci preziose per la criminalità organizzata: non solo la droga, ma anche il traffico illegale di rifiuti speciali.      Il Veneto negli ultimi cinque anni è diventata la quinta regione in Italia, dopo Lombardia, Campania, Lazio e Sicilia, per volume di affari gestiti dalle organizzazioni criminali: siamo sopra i due miliardi di euro. La crisi fa aprire gli occhi e le orecchie. Le sofferenze di tanti imprenditori e commercianti si mescolano ai racconti delle pressioni e delle estorsioni da loro subite da parte degli imprenditori del crimine. La percezione sociale del fenomeno è perciò aumentata negli ultimi tre anni fra gli abitanti del Nordest. Ciò è dovuto solo in parte anche al fatto che se ne parla di più: sui giornali e nelle reti televisive locali e nazionali così come nei convegni che negli ultimi due anni si sono susseguiti con significativa ricorrenza. C’è una maggiore consapevolezza, più diffusa, che la crisi non faccia chiudere solo le fabbriche e che, invece, rischi di aprire le porte alla criminalità divenuta ormai internazionale; dunque, non solo e non più cosa nostrana.

 

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… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 7 La tragica normalità di un colpo di Stato sempre anomalo di Franco Venturini

 

In Egitto il golpe anomalo diventa tragicamente normale. Gli uomini in divisa che sparano sulla folla appartengono alla triste iconografia degli interventi militari, e la possibile presenza di provocatori sul luogo della strage, così come la versione dai fatti fornita dall’esercito, non modificano una immagine che ora mette in imbarazzo chi aveva dato un benvenuto troppo ingenuo all’irruzione sulla scena dei generali. Pare arrivato il momento di mettere da parte le dispute semantiche e di guardare alla sostanza, vale a dire alla montagna di pericoli che grava sugli egiziani ma anche su noi europei mediterranei (singolare ma straordinariamente significativa, la coincidenza con il viaggio di Papa Francesco a Lampedusa). Il golpe c’è stato, perché in democrazia una moltitudine che protesta può delegittimare, ma non abbattere chi esce vincitore dalle urne. Resta che quindici milioni di egiziani in piazza ci sono andati per dire «basta» a Morsi e ai suoi Fratelli musulmani, dimostratisi inetti nel governare quanto insidiosi nella pretesa di imporre il loro settarismo religioso. La soluzione migliore poteva, doveva essere che i militari mettessero sotto tutela Morsi senza abbatterlo e lo spingessero a formare un governo di coalizione anticipando nel contempo le elezioni presidenziali. Per loro incapacità o perché frustrati (come i loro finanziatori Usa) dai testardi rifiuti di Morsi, i militari egiziani invece di insistere hanno scelto la via più breve e traumatica. E così hanno scoperchiato tutti i mali della profonda polarizzazione politica, economica e religiosa dell’Egitto post Mubarak e post Piazza Tahrir 2011. L’economia, prima di tutto. Ai ragazzi della «prima rivoluzione» erano state promesse - inizialmente dagli stessi militari, che controllano il 40 per cento del business nazionale - risposte capaci di arrestare il declino. E’ accaduto il contrario, e qui Morsi ha la responsabilità della sua inefficacia: niente lavoro, turismo in ulteriore crollo, impennata dei prezzi, scarsità endemica di energia elettrica e di carburanti, riserve monetarie e salari pubblici sostenuti unicamente dai prestiti del Qatar. Ora forse gli aiuti arriveranno anche dalla rivale Arabia Saudita, ma sono l’Occidente, e in particolare il Fondo monetario, a dover decidere cosa vogliono fare. Il dilemma è semplice: aiutare senza troppe condizioni o lasciar crollare l’Egitto. Poi serve - lo dicono tutti - un rapido ritorno al processo elettorale e democratico. Ma malgrado le assicurazioni fornite in questo senso dal Presidente provvisorio, il clima di violenza non sembra essere quello più adatto. E non si possono più cancellare o mandare in clandestinità, come faceva Mubarak, i partiti dei Fratelli musulmani e dei salafiti: alla prossima prova elettorale loro ci saranno, e con la spinta mobilitante di quanto sta accadendo non è sicuro che perdano. Soprattutto i salafiti, che l’Occidente teme più di chiunque e che sono già imparentati con i jihadisti. E ancora. Esistono gli interessi europei, esistono gli interessi Usa, ma nessuno ha preoccupazioni più legittime, e più a rischio, di quelle di Israele. Gli islamisti subiscono una ulteriore radicalizzazione di cui non si sentiva il bisogno, e non è sicuro che i militari, peraltro non compatti al loro interno, possano restare per sempre di guardia. La situazione nel Sinai peggiora. Diventa urgente confermare e rafforzare il trattato di pace egitto-israeliano, ma la cosa risulterà ardua fino a quando la società egiziana resterà preda di tutti gli estremismi. Ahmed al Tayeb, rettore dell’università sunnita di Al Azhar, predicava ieri la riconciliazione nazionale per evitare una guerra civile. Lui non è sempre un moderato. Ma forse stavolta ha capito meglio di altri che l’orlo del burrone è vicino.

 

Pag 10 L’offensiva sull’imposta nasconde le riserve sui “tecnici” e l’Europa di Massimo Franco

 

L’offensiva di una parte del centrodestra nei confronti del ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, ha il sapore di un attacco a tavolino ma anche un po’ avventato. Il ministro dell’Economia è considerato il punto di mediazione e il garante fra l’Italia e la Banca centrale europea di Mario Draghi. Attaccarlo a costo di provocarne le dimissioni significa in realtà puntare alla caduta del governo. Per questo, l’impressione è che il martellamento dell’ala antigovernativa del Pdl non andrà molto lontano. Silvio Berlusconi e il suo partito hanno sempre considerato Saccomanni uno degli emblemi dell’autonomia di Bankitalia dai governi: una caratteristica che non l’ha fatto amare. Che venga tenuto sotto tiro, dunque, non deve sorprendere più di tanto: anche se la questione dell’abolizione dell’Imu appare solo uno dei motivi delle critiche. In realtà, colpendo Saccomanni si tenta di lanciare un avvertimento al presidente del Consiglio in una fase che sta ridisegnando gli equilibri del potere in Italia: in primo luogo sul piano economico-finanziario. E si rispolvera la polemica contro i «poteri forti» di cui, secondo il Pdl, il ministro dell’Economia sarebbe il rappresentante. Riaffiorano la polemica contro un’Europa accusata di essere in mano ai tecnocrati e il tentativo di mostrare all’elettorato che il Pdl è il difensore della sovranità nazionale. Si tende a sottovalutare il vincolo che l’Ue impone all’Italia; e a prendere atto che senza una politica economica concordata con le istituzioni europee, la prospettiva di essere «commissariati» aumenta e non diminuisce. Ma l’obiettivo perseguito dai critici di Palazzo Chigi è di dimostrare che l’agenda è dettata da Berlusconi: sebbene l’ex premier in certi passaggi si mostri più ragionevole di alcuni dei suoi seguaci. La tattica è quella di tenere alta la tensione per logorare l’esecutivo, in modo da rendere cronica la sua fragilità. Il bersaglio non è solo Letta, ma lo stesso vicepremier e ministro dell’Interno, Angelino Alfano. I berlusconiani esclusi dai ministeri lo hanno scelto da tempo come parafulmine della loro insofferenza. Solo che fino a qualche giorno fa era chiaro il pericolo di destabilizzare la maggioranza Pd-Pdl-montiani. Ora non si capisce più se i cosiddetti «falchi» berlusconiani stiano soltanto picconando Palazzo Chigi; oppure se logorino anche sé stessi, di fronte a una coppia Letta-Alfano in grado di incassare le critiche, con un sostegno superiore alle apparenze. L’impazienza parallela di Matteo Renzi del Pd e di alcuni spezzoni del Pdl, è rivelatrice. E a bacchettare i critici di Saccomanni è l’ex capogruppo berlusconiano, Fabrizio Cicchitto. «Bisogna abolire l’Imu», dice, «non Saccomanni». Anche perché provocare una crisi di governo in questo momento «sarebbe un’autentica follia». Cicchitto cita gli esponenti del Pd ostili alla maggioranza. In realtà sembra dare un altolà al proprio partito. Rimane il problema di un compromesso sull’Imu che permetta a Berlusconi di rivendicare il risultato, senza far mancare la copertura finanziaria. Il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, offre un consiglio ragionevole. «Il Paese — osserva —ha un gran bisogno di un buon governo, di una stagione di real politik». Ma bisogna che se ne convincano tutti.

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 Quella macchia sui militari di Bernardo Valli

 

I morti del Cairo cambiano ancora una volta il corso della zigzagante rivoluzione egiziana. Non più tanto una primavera araba quanto un'estate insanguinata. Accusato del massacro avvenuto nelle prime ore dell'8 luglio, l'esercito, che voleva imporsi come una forza di interposizione imparziale tra islamisti e laici, si scopre coinvolto nella mischia. E appare adesso l'involontario promotore di un eccidio. Sottolineo involontario perché la sparatoria contro i manifestanti, mossi dai Fratelli musulmani, è stata probabilmente, come sostengono i comandi militari, una risposta obbligata. Una reazione inevitabile all'assalto di un folto gruppo di islamisti che tentava di entrare nella caserma della guardia repubblicana dove pensava si trovasse prigioniero l'ex presidente Morsi. Dunque una legittima difesa. Ma una difesa eccessiva, sciagurata, destinata a restare come una macchia sulla società militare e a mutare gli equilibri dello scontro. L'esercito faticherà d'ora in poi a presentarsi come una forza neutrale, nonostante le circostanze in cui è avvenuto il massacro. I pretoriani egiziani affermano di essere una emanazione del popolo. I soldati sono per lo più dei coscritti, arrivano dalle più lontane sponde del Nilo o dalle periferie più povere; e gli ufficiali escono spesso dai ranghi e con i gradi conquistano una posizione sociale altrimenti irraggiungibile. L'esercito è quindi incapace di rivolgere i fucili contro il popolo. Questo lodevole, esaltato principio non è sempre stato rispettato. Le violazioni sono state tante. Dal 1952, anno della rivoluzione degli "ufficiali liberi" repubblicani, la privilegiata società militare è stata chiamata più volte a ripristinare l'ordine. Spesso la polizia (comunque comandata da un generale) le ha risparmiato un impegno diretto. Questo non sarebbe però accaduto ieri, anche se come vuole la tradizione l'esercito ha riversato la responsabilità sulla polizia. Come prove del colpo di stato militare che denunciano da quando (il 3 luglio) il presidente Mohammed Morsi è stato destituito, i Fratelli musulmani mostrano in queste ore i morti e i feriti nella sparatoria davanti alla caserma della guardia repubblicana. Dicono con fideistica certezza: eravamo in preghiera, alla vigilia del ramadan, e ci hanno presi a fucilate. Mentre i testimoni imparziali sostengono che la preghiera si svolgeva ad almeno due chilometri dal luogo della sparatoria.

 

AVVENIRE

Pag 21 Islam, il dialogo al passo

Borrmans: dopo la “Lettera dei 138” è sceso l’autunno tra le Genti del Libro. Caracalla: intanto le banche musulmane sono lanciate alla conquista dei mercati

 

Il testo di Maurice Borrmans, a lungo docente al Pontificio Istituto di studi arabi e islamistica (Pisai) di Roma, tra i massimi esperti cattolici di islam, è uno stralcio di «Dialogare con i musulmani ancora e sempre», tratto dalla rivista di teologia e missione «Ad Gentes» (copie saggio tel. 051326027, ordini@emi.it), pubblicata da Emi di Bologna; il numero 1/2013 è su «Cristiani e musulmani oggi in Italia». L’articolo di Nahed Caracalla è tratto invece dal semestrale «Oasis» (www.fondazioneoasis.org, acquistabile anche in versione digitale), il cui ultimo numero è dedicato a «L’economia in questione. Oriente e Occidente nel travaglio della crisi». Caracalla è una libanese, laureata in Finanza all’Arab University di Beirut e specializzata in Finanza islamica all’altra università di Beirut, La Sagesse.

 

(Maurice Borrmans) La «Lettera dei 138» dell’ottobre 2007, di personalità musulmane, indirizzata a tutti i capi delle comunità cristiane del mondo intero, poteva essere considerata un segno di speranza, ma ahinoi è caduta nell’oblio troppo in fretta da una parte e dall’altra. Perché non ha suscitato nuovi incontri a tutti i livelli del dialogo: di vita, dei servizi, della teologia, della spiritualità? La Lettera aperta, intitolata «Una parola comune tra noi e voi», fu indirizzata in primo luogo a Benedetto XVI. Il titolo era eminentemente coranico, poiché i firmatari sono invitati dal loro libro sacro a dire: «O Gente del Libro, addivenite a una dichiarazione comune tra noi e voi» (3,64). La «Lettera dei 138» voleva essere l’espressione di un consenso allargato quanto ai firmatari. La sua novità, tuttavia, stava in una ridefinizione e affermazione del monoteismo, che in forme diverse per musulmani, ebrei e cristiani, ha come tema primordiale la stessa confessione del Dio vivente, uno e unico nel quadro del duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo, caro alla tradizione giudeo-cristiana. Non insisteremo mai abbastanza sullo «spirito di apertura» che questa Lettera rappresentava per il dialogo islamo-cristiano; per questo conveniva comprenderne intelligentemente il tenore e apprezzarne positivamente le affermazioni, non senza interrogarsi su certi silenzi circa alcuni versetti coranici che fanno ancora problema per i cristiani. Senza volerlo, la lezione papale di Ratisbona aveva portato gli uni e gli altri a rivedere le proprie posizioni, a rinnovare le riflessioni e a suscitare nuove iniziative. Preparata dalla «Lettera dei 38», che aveva espressioni maldestramente polemiche, la «Lettera dei 138» ha potuto allora trovare una accoglienza favorevole da parte di tutti i partner cristiani, perché li raggiungeva nell’essenza della loro fede e testimoniava lo sforzo dei musulmani per meglio interpretare il proprio monoteismo: il duplice amore di Dio e del prossimo non ci guadagnerebbe ad essere meditato insieme in tutte le sue implicazioni teologiche, etiche e mistiche? […] Purtroppo, bisogna riconoscere che se la «Lettera dei 138» è stata largamente diffusa nel mondo occidentale ed è stata ben accolta dalle diverse Chiese cristiane, è rimasta ignorata nell’opinione pubblica musulmana, al di fuori della Giordania e del Libano. Molti fatti e gesti non hanno facilitato le cose, dato il contesto globale degli avvenimenti internazionali. Da parte sua, il grande sceicco di ’al-Azhar, al-Tayyib, non ha forse deciso di interrompere il ritmo annuale degli incontri delle delegazioni cristiane e musulmane in seguito alle dichiarazioni di Benedetto XVI in favore dei cristiani del Medio Oriente, dopo i massacri di cristiani a Baghdad, il 31 ottobre 2010 (Cattedrale di Nostra Signora del Soccorso) e ad Alessandria d’Egitto nella notte del Nuovo Anno 2011 (Chiesa dei Santi)? E come interpretare l’entrata in vigore dell’ordinanza presidenziale algerina del 28 febbraio 2006, che proibisce ogni proselitismo e regola strettamente l’esercizio del culto non musulmano? È anche vero che tutto ciò non ha impedito a cristiani e musulmani di continuare i loro sforzi e i loro incontri. Infatti il re dell’Arabia Saudita, Abd Allah bin Abd al-Aziz, ha fatto visita al papa a Roma il 6 novembre 2007 e, dopo aver indetto un congresso alla Mecca sul dialogo in generale di centinaia di ’ulamâ’ e di fuqahâ’ (4-6 giugno 2008), ha organizzato il Colloquio internazionale di Madrid dal 13 al 15 luglio 2008 per un dialogo tra musulmani, ebrei e cristiani. Nella linea di queste ultime iniziative è stato inaugurato a Vienna il 26 novembre 2012, non senza un’evidente dimensione politica, il King Abdullah bin Abdulaziz Centre for Interreligious and intercultural Dialogue (Kaiciid). La Santa Sede vi era rappresentata in qualità di «osservatore fondatore». È però significativo che le istituzioni islamiche impegnate in tutte queste iniziative ignorano quasi del tutto altre istanze musulmane impegnate nello stesso campo del dialogo: alla Mecca come a Madrid e a Vienna non è stata fatta menzione alcuna della «Lettera dei 138»! Tali sono i limiti di ogni dialogo interreligioso: esso ha sempre aspetti politici e culturali, economici e sociali, pur cercando di essere più precisamente etico e spirituale.

 

(Nahed Caracalla) Dall’epoca del profeta Muhammad fino al XX secolo le società islamiche non hanno adottato alcuna struttura economica specificamente islamica, limitandosi a produrre teorie e opinioni incentrate sul divieto di praticare l’usura, peraltro ammessa in percentuale limitata da alcuni ’ulamâ’. Per esempio, nel 1840 lo Stato ottomano emise una sorta di titoli di Stato che davano un rendimento dell’8%. Anche in Egitto, lo shaykh riformatore Muhammad ’Abduh, nel periodo in cui fu Gran Muftì (1899-1905), legittimò gli interessi derivanti dal deposito dei risparmi in banca a condizione che provenissero da investimenti. In assenza di una visione economica o finanziaria specifica per l’islam, i Paesi e i popoli musulmani erano fortemente influenzati dai principi dell’economia capitalista europea. Il primo esperimento serio e completo di applicazione del capitalismo in un Paese musulmano fu compiuto in Egitto nel XIX secolo da Muhammad ’Ali Pasha. Quest’ultimo, colpito dall’industrializzazione e dalla civiltà europea, diede un forte impulso alla creazione di industrie, soprattutto del cotone, incidendo profondamente sull’economia e sullo Stato e raggiungendo risultati molto positivi, contribuendo in maniera determinante alla prosperità dell’Egitto. Tra il 1955 e il 1975 alcuni economisti musulmani elaborarono un pensiero fondato sulle norme della sharî’a e sul divieto di usura che trovò applicazione nella creazione, rispettivamente nel 1974 e nel 1975, delle prime due banche islamiche: la Dubai Islamic Bank negli Emirati Arabi Uniti e la Islamic Development Bank (Idb) a Gedda. All’ascesa della finanza islamica contribuì anche la crisi petrolifera degli anni ’70 e il surplus di liquidità che ne derivò per i Paesi arabi. Fu proprio la Idb ad assorbire parte di quella massa di denaro e ad assicurare un maggiore controllo dell’economia dei Paesi musulmani, investendo denaro sulla base dei principi finanziari islamici del profit-loss sharing (condivisione del rischio e del profitto). Nel periodo 1970-1985 la Idb e i potenti leader della finanza islamica lavorarono alla fondazione di un gran numero di istituti islamici, tra cui l’importante Dâr al-Mâl al-Islâmî. Rimanevano tuttavia molte ambiguità in merito alla possibilità di compravendita di obbligazioni, ai rapporti con le banche tradizionali e all’accesso al credito internazionale. Negli anni ’80 il contesto economico e politico era molto diverso da quello in cui avevano preso forma le prime istituzioni finanziarie islamiche. Esse furono costrette ad un profondo ripensamento. Già nel 1985 l’Accademia Islamica del Fiqh si appellò a tutti i Paesi islamici per facilitare la creazione di banche islamiche, vietando ai musulmani di ricorrere alle banche tradizionali se potevano rivolgersi a una banca islamica. Tuttavia tale appello non trovò risposte effettive. La realtà richiedeva infatti l’elaborazione di un nuovo metodo islamico di finanza e l’abbandono di un modello uniforme da adottare in tutti i Paesi islamici sotto la guida dell’Associazione Internazionale per le Banche Islamiche e della Idb. Il nuovo orientamento permise l’emergere di diversi poli economico­finanziari, come Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Arabia Saudita, Pakistan, Iran e soprattutto Malesia. La diversificazione del mercato finanziario islamico e l’emergere al suo interno di nuovi attori si è rivelato un fenomeno sano perché, garantendo la concorrenza e spezzando i monopoli, ha impresso al sistema dinamismo, capacità di innovazione e di adattamento alle esigenze del mercato finanziario internazionale. In questo senso gli strumenti e i prodotti elaborati da istituti islamici non rappresentano una vera e propria alternativa al sistema finanziario globale, quanto una sua declinazione islamica. D’altra parte già nel 1966, quando ancora molti Paesi musulmani sembravano aver scommesso sul socialismo sulla base di una certa affinità tra tale sistema e i principi dell’Islam, Maxime Rodinson scriveva che «l’opposizione basilare dell’islam al capitalismo è un mito». Nel complesso il nuovo corso della finanza islamica sta dando i suoi frutti: secondo alcune stime, infatti, nel periodo 2003-2008 «più di 250 istituti finanziari in oltre 45 Paesi praticano qualche forma di finanza islamica e il settore è andato crescendo a un tasso superiore al 15% annuo», con un fatturato annuo, per il 2008, «pari a 350 miliardi di dollari rispetto ai soli 5 miliardi nel 1985». Inoltre si sono realizzate molte ricerche e si sono pubblicati molti libri e articoli sulla finanza islamica. E questo interesse non riguarda solo i Paesi musulmani perché anche le banche europee e americane offrono prodotti islamici, in considerazione del fatto che una percentuale non trascurabile del mercato richiede questo tipo di intermediazione finanziaria.

 

Pag 26 O perfetti o scartati? di Assuntina Morresi

Lanciato test per nascere solo “sani”. Impossibile. Ma la “selezione” è possibile…

 

Pubblicità ingannevole. Di questo dovremmo parlare, quando certi titoli urlati fanno intendere qualcosa di profondamente diverso dalla realtà. «Il primo bimbo libero da malattie», campeggiava ieri sulle colonne di un importante quotidiano, ma non è la verità. Al bambino nato da poco è stata fatta, grazie a una nuova tecnologia, un’analisi completa del Dna in poche ore, quando era ancora allo stato embrionale – e c’è persino chi ha coniato un termine specifico per un embrione di pochi giorni, definendolo «un abbozzo di embrione», anche questa una novità scientifica, chissà su quali basi – e si è visto che, in buona sostanza, il suo patrimonio genetico non ha mutazioni considerate significative dal punto di vista patologico. Già, perché l’espressione «geneticamente sano» non ha senso. Si può dire che non sono state rilevate alterazioni responsabili di patologie conosciute, ma non si può certo spacciare tutto questo per un bambino «libero da malattie»: ne esistono moltissime altre di cui non siamo in grado di individuare la causa genetica, e che quindi non possiamo escludere con procedure come questa (tanto per avere un’idea, solo di malattie rare ne contiamo attorno a 8mila, a fronte di circa 3mila test adeguati a diagnosticarle, e non parliamo poi di tutte le altre patologie esistenti). Se si spaccia uno screening genetico come tecnica risolutiva – tanto che per questo bambino leggiamo che «i più importanti dei suoi geni non nascondono nessuna insidia e così sarà per buona parte della sua vita» –, non ci si lamenti poi quando i veri malati, già nati, si affidano a terapie impossibili, però offerte da certi media come insperatamente promettenti. E c’è dell’altro. Definire un embrione, e quindi il bambino che nascerà, «perfetto» geneticamente, oltre ad evocare sinistri ricordi della nostra storia non proprio remota, implica un’ipotesi di fondo: che sia possibile stabilire quando il patrimonio genetico di una persona sia «perfetto» e tracciare una linea netta per distinguerlo da uno «imperfetto», e su questa base separare le vite «normali» dalle intollerabili. L’esistenza di questi screening implica necessariamente quella di una Schindler’s list alla rovescia, in cui un elenco di patologie individua chi è fuori dalla norma, chi appartiene al gruppo dei patologici, dei disabili, dei 'geneticamente imperfetti', di quelli già concepiti ma non ammessi alla nascita. Si obietta che a essere elencate sono solo le malattie più 'gravi'. Ma una volta scoperta la causa genetica di una malattia, e quindi una volta che si la si può individuare con un test genetico, chi è veramente in grado di misurarne la gravità e stabilire se sia accettabile, distinguendola da quelle che non lo sono? I comitati di dotti, medici e sapienti che compilano queste liste, di fatto già suggeriscono agli aspiranti genitori – e alla società tutta – che i figli è bene siano «geneticamente perfetti», e che non è bene averne se si sa in anticipo che potranno sviluppare malattie, anche in età adulta, o anche se hanno solo la probabilità di ammalarsi a trenta, quaranta anni, di patologie pur curabili. Angelina Jolie – tanto per fare un nome – con questo test probabilmente non sarebbe mai nata, perché il suo Dna, a dispetto delle sue apparenze, è imperfetto, e la sua vita sarebbe stata giudicata indegna di essere vissuta, soprattutto se accanto al suo ci fosse stato un embrione 'migliore', senza la sua anomalia genetica. C’è chi ha commentato: «Meglio sani per scelta che malati per caso». Meglio dire le cose come stanno: non si tratta di una scelta effettuata dal soggetto malato, ma da terze persone (genitori e medici). Non si tratta di nascere con la garanzia di essere sani, si tratta di non nascere se non si è (sulla carta) perfetti. E dunque, soprattutto, non si tratta più di medici che operano per curare i malati, ma per selezionare uomini e donne.

 

L’OSSERVATORE ROMANO

Pag 5 Digiuno e preghiera

Dal 9 luglio il Ramadan per oltre un miliardo di musulmani

 

Il 9 luglio - anche se la data di inizio e fine non è uguale per tutti - per oltre un miliardo di fedeli musulmani sparsi nel mondo comincerà il Ramadan, il mese sacro dedicato al digiuno e all’astinenza che si concluderà attorno all’8 agosto. È uno dei cinque pilastri dell’islam, i precetti fondamentali e obbligatori per ogni musulmano. Ed è un mese di purificazione, per alcuni aspetti simile alla Quaresima per la religione cristiana. «O voi che credete! Vi è prescritto il digiuno, come fu prescritto a coloro che furono prima di voi, nella speranza che voi possiate divenire timorati di Dio» (Sura II, v. 183). Questo il versetto che nel Corano sancisce il digiuno come pratica di adorazione e atto di fede verso Dio. L’astinenza - da rispettare dall’alba al tramonto - cade nel nono mese dell’anno lunare chiamato appunto Ramadan. In considerazione del fatto che i mesi lunari sono alternativamente di ventinove e trenta giorni, l’anno lunare in tutto è di 354 giorni e scala ogni anno indietro di undici giorni rispetto a quello solare. Si tratta di una scelta fatta per consentire a tutti i musulmani del mondo di vivere il Ramadan in condizioni di equità: nell’arco di trentatré anni, il mese di penitenza capita sia d’inverno che d’estate e sia quindi con giornate “brevi” e “lunghe” dal punto di vista della luce solare. La legge islamica stabilisce che per dichiarare iniziato il mese del Ramadan ci si basi su testimoni oculari e affidabili che dichiarino davanti a un giudice di aver visto la nuova luna del mese. Oggi però molti Paesi e comunità musulmane nel mondo si affidano ai moderni calcoli astronomici. In base a tali calcoli il Consiglio islamico europeo per la fatwa e la ricerca decreta l’inizio del Ramadan. Anche in Italia comincerà domani e saranno oltre un milione e mezzo i musulmani nel Paese a essere chiamati a osservare il mese sacro. Il digiuno è obbligatorio per tutti i musulmani, tranne che per alcune categorie di persone: sono esentati, per esempio, i bambini, gli anziani (nel caso possa comportare rischi per la salute), i malati cronici, i viaggiatori, le donne in stato di gravidanza o che allattano. È un periodo, dunque, nel quale i fedeli sono chiamati a vivere con particolare profondità la purificazione, nella preghiera, ma anche, attraverso il controllo di sé e dei propri comportamenti, a promuovere lo spirito di riconciliazione. Quarto dei cinque pilastri dell’islam (gli altri sono la testimonianza di fede nel Dio unico e nel profeta Mohammad, la preghiera cinque volte al giorno, la zakat ovvero l’imposta coranica devoluta ai bisognosi e il pellegrinaggio a La Mecca almeno una volta nella vita), riunisce ogni anno tutti i musulmani in un’unica pratica fortemente sentita e praticata. Oltre ad adempiere a una prescrizione - ricorda Sumaya Abdel Qader, una dei fondatori dell’associazione «Giovani musulmani d’Italia» - il digiuno è occasione di purificazione spirituale e fisica, una scuola che educa alla pazienza e al senso di sacrificio. Ci si astiene dalle principali e istintive pratiche umane (il mangiare, il bere, le relazioni sessuali, il fumo), ma anche dalle cattive azioni, dalle menzogne, dalle calunnie e i litigi, dalle prime luci dell’alba fino al tramonto. Questa regola fa sì che il mese di Ramadan (in arabo significa “mese caldo”), soprattutto quando cade in estate, sia molto duro per i fedeli. Il Ramadan non inizia in tutti i Paesi nello stesso momento (quest’anno con una decisione definita «storica» dal suo presidente, Mohammed Moussaoui, il Consiglio francese del culto musulmano ha stabilito la data con sessanta giorni di anticipo, senza aspettare le osservazioni lunari della vigilia). Mentre alcuni utilizzano i dati astronomici per determinare la luna nuova, e di conseguenza il via al mese sacro, molti altri Paesi rifiutano l’utilizzo di strumenti moderni e si basano semplicemente sull’osservazione del cielo a occhio nudo: la prima comparsa della luna crescente, detta hilal, stabilisce l’inizio del mese. L’anno scorso, per esempio, le autorità religiose saudite hanno annunciato che in Arabia Saudita l’inizio del Ramadan sarebbe stato venerdì 20 luglio: la decisione, aveva spiegato il quotidiano «Al-Arabiya», era stata presa, come da tradizione, non appena l’avvistamento della luna nuova fosse stato confermato dalle autorità saudite. La prima regola è il digiuno, preceduto da un pranzo leggero prima dell’alba, che si chiama suhoor, e seguito, dopo il tramonto, dall’interruzione dell’astinenza, che si chiama iftar. Chi dovesse contravvenire volontariamente a qualche regola, a cominciare dal digiuno, ha l’obbligo di rimediare attraverso atti di carità verso i bisognosi, come offerte di cibo o di denaro, o attraverso il prolungamento dell’astinenza fino a un periodo di sessanta giorni. Per chi invece dovesse contravvenire involontariamente, il Corano non prescrive nessuna punizione o rimedio, purché subito dopo l’interruzione si riprenda l’osservanza stretta delle regole. Il mese di Ramadan finirà quando sorgerà la luna nuova del mese successivo, che si chiama Shawwal. Quest’anno dovrebbe terminare intorno all’8 agosto, ma sarà l’osservazione del sorgere della luna nuova a sancirne ufficialmente la fine. In quel momento finirà l’obbligo del digiuno e dell’astinenza. È un momento molto importante per i musulmani ed è celebrato con una grande festa che si chiama Id al-Fitr (letteralmente “festa dell’interruzione”). Da questo momento i fedeli musulmani potranno tornare a mangiare e, solitamente, lo fanno in abbondanza. Ci si scambia regali e si fanno doni ai bambini; ci si veste eleganti o con abiti nuovi, quasi a voler segnare un nuovo inizio.

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 Beni culturali, il rilancio passa attraverso i privati di Oscar Giannino

 

Non è da invidiare Massimo Bray, il ministro dei Beni e Attività Culturali. Come tutti i suoi predecessori al Mibac è come se, in un Paese che s’impoverisce, fosse seduto su un mare di petrolio. Perché è un classico ma insieme ben fondato luogo comune, che patrimonio culturale e storico-artistico siano il petrolio dell'Italia. Solo che al ministro mancano trivelle e macchine perforanti. E il petrolio culturale di conseguenza non solo resta inutilizzato. Non manutenuto, decade. Degrada a livelli da farci vergognare davanti a tutto il mondo. Il ministro lo sa benissimo. L'Italia vanta ben 47 siti nella World Heritage List dell'Unesco, e la quasi incredibile cifra di 962 siti riconosciuti di “eccezionale valore universale”. Ma la verità fattuale è che come Italia non ne ce ne mostriamo all'altezza. Nel senso più ampio del termine, il binomio di cultura e industria creativa – design, audiovisivi, teatro, cinema, tv, editoria – nel 2012 ha prodotto il 5,4% del Pil, dando lavoro a 1,4 milioni persone. Il turismo culturale da solo, un settore che dovrebbe rappresentare quel che il gas naturale è per la Russia, vale poco più del 3% del Pil, un dato cioè del tutto insoddisfacente. I segni della decadenza sono tanti, la settimana scorsa li ha richiamati il nono rapporto annuale di Federculture. Nel Country Brand Index che indica l'attrattività comparata dei diversi “marchi” nazionali, l'Italia era al sesto posto mondiale nel 2009, è scesa al decimo scalino nel 2012, e nel 2013 siamo andati giù di altri 5 gradini passando in quindicesima posizione. Nel 2000 si toccò con Veltroni il picco dei finanziamenti pubblici con 4mila miliardi di vecchie lire, ma nel 2013 il bilancio del Mibac è sceso a 1,45 miliardi di euro. In 13 anni ha perso oltre il 26%, la ghigliottina vera è venuta da Tremonti in avanti. Il Fus che finanzia l'opera lirica, musica classica, teatro, cinema e danza, da 507 milioni del 2003 è sceso ai 389 milioni di oggi. Se sommiamo i finanziamenti alla cultura di Comuni, Province e Regioni, siamo passati dai 7,5 miliardi complessivi pubblici del 2005 ai 5,8 dell'anno in corso, con 600 milioni in meno solo dai Comuni nell'ultimo triennio. Al paragone, la Germania è passata da 9,1 miliardi del 2009 ai 12 miliardi di risorse pubbliche nel 2012. L'Italia spende col Mibac lo 0,11% del suo Pil, la Francia lo 0,24%, il Regno Unito lo 0,17%, la disastrata Grecia lo 0,26%. I fondi privati sono calati anch'essi. Le erogazioni liberali sono scese dell'11% nel 2011, le sponsorizzazioni del 42% in 5 anni. Nel 2012, solo 150 milioni di sponsorizzazioni private sono andate a 4760 istituti e musei, alle 14 fondazioni lirico- sinfoniche, ai 68 teatri stabili. Da un biennio a questa parte è stato introdotto il meccanismo del tax credit per agevolare il finanziamento privato alle produzioni cinematografiche, ma a dicembre scade la copertura del minor introito fiscale per il Tesoro e in queste condizioni nessuno investe. Quanto al finanziamento di progetti culturali dal gioco del Lotto, anch'esso è sceso del 64% in 8 anni, da 135 ai 48 milioni nel 2012. E' possibile, in queste condizioni, immaginare un ritorno della spesa pubblica ai livelli di un decennio fa? Bisogna essere onesti: è pressoché impossibile. Il ministro Bray si trova in una condizione di difficoltà aggiuntiva. Di fatto, l'efficienza del suo ministero appare indifendibile. Lo è a livello centrale, visto che un terzo del bilancio se ne va in soli costi fissi, oltre 400 milioni di euro ai dipendenti a fronte dei soli 9 milioni da destinare alla valorizzazione del patrimonio, e a 132 per l'intera loro tutela. Ma peggio ancora vanno le cose a livello decentrato, nella complessa struttura territoriale di Sovrintendenze e Musei: il dato del 2010 è che il 55% delle magre risorse loro assegnate erano finite nei residui passivi, per lentezza, incapacità e sistemica conflittualità amministrativa nell'utilizzarli. Come si fa a chiedere più risorse per una macchina di questo tipo? La via è quella di uno Stato che regoli sempre, ma gestisca sempre meno. Ideologicamente, molti sono contrari. Ma la Torre Eiffel come il Louvre, il Moma a New York come la Tate Modern a Londra sono tutte entità separate da Stato e pubbliche amministrazioni, hanno proprie organizzazioni privatistiche e spesso marchio e brand depositato, come il Louvre, per tutelarne e promuoverne il valore. Occorre ampliare le agevolazioni fiscali a privati invece di limitarle, equiparando e anzi rendendo più incentivanti le sponsorizzazioni delle aziende, rispetto al più favorevole regime di incentivo che lo Stato riserva attualmente per le donazioni a sé. E' una rivoluzione della efficiente gestione privatistica, che non spoglia assolutamente lo Stato dal diritto proprietario dei beni. Ed è una rivoluzione che sicuramente non piace alla burocrazia Mibac, perché finirebbe per spogliarla di gare e assegnazioni di risorse, per quanto magre. Ma è una rivoluzione necessaria.

 

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A Lampedusa anche l'Europa emigra. Verso Sud di Sandro Magister

L’Algeria ha ormai la stessa natalità della Norvegia. La Tunisia della Francia. La demografia rovescia nel suo contrario lo scenario di un'Europa islamizzata. Philip Jenkins spiega come e perché

 

Come san Francesco iniziò la sua missione andando a baciare i lebbrosi, così il primo papa che porta il suo nome si spinge al limite dell'umano, all'inizio del suo mandato. Come meta del suo primo viaggio Jorge Mario Bergoglio ha scelto la piccola isola di Lampedusa, sperduta tra l'Italia e la Tunisia. E ha voluto così – ha spiegato – perché "profondamente toccato dal recente naufragio di un’imbarcazione che trasportava migranti provenienti dall’Africa, ultimo di una serie di analoghe tragedie", con l'intento di "pregare per coloro che hanno perso la vita in mare, visitare i superstiti e i profughi, incoraggiare gli abitanti dell’isola e fare appello alla responsabilità di tutti affinché ci si prenda cura di questi fratelli e sorelle in estremo bisogno". Lampedusa è il simbolo di un drammatico confine geografico e di civiltà. Una parte dei migranti e dei profughi che vi approdano sono musulmani. E fanno parte di quell'ondata migratoria che alcuni temono trasformerà presto l'Europa in una sorta di "Eurabia" islamizzata. In realtà questo scenario allarmistico non solo è da qualche tempo appannato, ma appare sempre più smentito dai fatti. Addirittura c'è chi sostiene che a verificarsi sarà l'opposto. Non un'Europa sempre più islamizzata, ma un Maghreb e un Medio Oriente sempre più "europei". La chiave di questa interpretazione è demografica, prima che politica e religiosa. Se ne è fatto sostenitore uno studioso molto affermato nell'analisi delle grandi mutazioni globali, l'americano Philip Jenkins, membro della comunione anglicana, professore di scienze umanistiche alla Pennsylvania State University, con un articolo sull'ultimo numero di "Vita e Pensiero", la rivista dell'Università Cattolica di Milano. L'articolo è riprodotto qui sotto. E sullo stesso numero di "Vita e Pensiero" è accompagnato dalle valutazioni concordi di altri due specialisti: Khaled Fouad Allam, musulmano, professore di sociologia del mondo islamico all’Università di Trieste, e Giuseppe Caffulli, cattolico, direttore delle pubblicazioni della Custodia Francescana di Terra Santa. Nell'applicare le resi di Jenkins ai cristiani che vivono nel Nordafrica e in Medio Oriente, Caffulli mostra come il calo di natalità che avvicina sempre più tali regioni all'Europa investe anche le popolazioni cristiane ivi residenti, che "potrebbero diventare una minoranza in via di estinzione" se non fosse per il crescente arrivo in quelle stesse terre di immigrati cristiani dall'Estremo Oriente, soprattutto dalle Filippine e dall'India del Sud.

 

LA RIVOLUZIONE EUROPEA CHE INVESTE IL MONDO MUSULMANO di Philip Jenkins

 

C’è una rivoluzione che sta sconvolgendo il Nord Africa e il Medio Oriente. No, non è quella di cui si è sentito parlare sui media, ovvero le proteste contro le dittature e le oppressioni avvenute in Egitto, Tunisia e, in maniera più violenta, in Libia. La rivoluzione cui mi riferisco certamente interessa tutti questi paesi, ma i suoi effetti promettono di superare ogni cambiamento di regime o anche qualsivoglia nuova Costituzione. Mentre l’Occidente vi presta poca attenzione, molte società musulmane stanno sperimentando una trasformazione demografica che le sta per rendere molto più europee: più stabili, più aperte ai diritti delle donne e, soprattutto, più “laiche”. Questo cambiamento sottosta a tutte le ribellioni politiche. In questa storia il numero magico è 2,1, la cifra che rappresenta il tasso di fertilità di cui ha bisogno una società per mantenere costante la propria popolazione. Se ogni donna ha un numero di figli maggiore, in media, di 2,1 durante la sua vita, la popolazione della società cui appartiene potrà espandersi e vi potrà essere una comunità piena di gioventù. Se il tasso scende sotto i 2,1, queste popolazioni subiranno una stagnazione prima e un declino poi, e l’età media crescerà. Secondo uno stereotipo diffuso, gli europei hanno perso la visione a lungo termine che avrebbe permesso loro di avere famiglie numerose, e la religione non necessariamente procura loro un incentivo: più una donna vive vicino a Roma, meno ha figli. Quando gli analisti guardano all’Europa moderna, si preoccupano delle prospettive a lungo termine per la bassa fertilità in nazioni come l’Italia (1,39), la Germania (1,41) e la Spagna (1,47). Gli esperti sono per lo più preoccupati quando paragonano questi tassi europei con i profili demografici notoriamente alti del terzo mondo che hanno anche contagiato il Medio Oriente. Non è difficile immaginare uno scenario nel quale i musulmani mediorientali sopravanzerebbero gli statici europei, creando un’Eurabia islamizzata. Ma c’è un problema. Negli ultimi trent'anni, quei paesi mediorientali che erano soliti avere grandi numeri di bambini e adolescenti hanno iniziato a subire un’impressionante trasformazione demografica. Da metà degli anni Settanta, il tasso di fertilità dell’Algeria è crollato dal 7 all’1,75, quello della Tunisia dal 6 al 2,03, quello del Marocco dal 6,5 al 2,21, quello della Libia dal 7,5 al 2,96. Oggi il tasso dell’Algeria è più o meno equivalente a quello della Danimarca o della Norvegia; quello della Tunisia è paragonabile con quello della Francia. Cosa è successo? Tutto dipende dai cambiamenti nei comportamenti e nelle aspettative delle donne in queste società un tempo molto tradizionali. In tutta la regione le donne sono sempre più coinvolte in attività educative di livello elevato e impegnate in lavori full-time. Questo cambiamento rende alle donne semplicemente impensabile aver a che fare con una tribù di sette, otto figli. Inoltre, spesso le immagini che le donne hanno del proprio ruolo nella vita sono state mutate dai contatti con l’Europa. I migranti in Francia o in Italia sono tornati a casa con attitudini cambiate, mentre le famiglie che stavano a casa hanno fatto fatica a evitare i ritratti mediatici della vita all’occidentale visti sui canali via cavo o via satellite. Forse l’Europa e il Medio Oriente stanno emergendo come una sola Eurabia, ma si è ancora lungi dal chiarire quale lato del Mediterraneo stia facendo il lavoro migliore per imporre la propria opinione sull’altro. Al momento, sembra che il Maghreb stia diventando europeo. Un cambiamento così profondo non può non avere implicazioni politiche. In un Paese con un tasso di fertilità da terzo mondo è abbastanza improbabile che le donne cercheranno o verrà loro concessa una qualche forma di educazione: è decisamente chiaro che il cammino della loro carriera sarà quello di madri. Nel frattempo gli adolescenti e i giovani proliferano e diventano un ampio bacino da utilizzare per eserciti e milizie, visto che la loro vita è particolarmente poco costosa (vedi lo Yemen e la Somalia, dove la fertilità è rispettivamente del 5 e del 6,4). Ma proviamo a immaginare una società che potremmo chiamare più “europea”, nella quale gli uomini e le donne siano intensamente preoccupati per i loro nuclei familiari e abbiano investito il loro amore e la loro attenzione in uno o due figli soltanto. Come cittadini sempre più istruiti, essi saranno preparati a non accettare più la corruzione demagogica e sistematica che è stata praticata dai governi in quelle aree. Essi vedranno se stessi come membri responsabili di una società civile; con aspirazioni che domanderanno di essere riconosciute: sentiranno di voler una piena partecipazione democratica. Di qui, ecco le ribellioni, iniziate ad esempio in Tunisia, paese che ha un tasso di fertilità basso e profondi legami con la Francia. Sembra che cambiamenti demografici così rapidi siano anche legati alla secolarizzazione, un aspetto potenzialmente molto significativo in Medio Oriente. Una forma di famiglia più piccola può essere il risultato di un declino delle ideologie religiose, ma può viceversa accadere che una fertilità declinante conduca a tale declino, come è avvenuto nell’Europa cristiana. Quando i bambini abbondavano, come negli anni Cinquanta, pressioni di una certa rilevanza tenevano le famiglie vicine alle istituzioni religiose, dal momento che esse cercavano un’educazione religiosa comune e riti religiosi comuni. Il prestigio della Chiesa cresceva notevolmente quando i preti si curavano di centinaia di bambini ogni anno per le cresime. Ma quando i bambini hanno iniziato a scarseggiare, a partire dagli anni Settanta, le chiese hanno iniziato a svuotarsi. Allo stesso tempo, le coppie che erano fortemente preoccupate della propria realizzazione personale e affettiva hanno incominciato a essere molto impazienti rispetto a ogni tentativo clericale di far rispettare le leggi morali. Le donne, in particolare, hanno iniziato a disaffezionarsi alle chiese. Se un precedente da parte europea può fungere da modello, questo potrebbe servire come ipotesi per gli sviluppi religiosi nel Maghreb nei prossimi 10 o 20 anni. Una società così dipendente dalle donne nella scuola e nel mondo del lavoro come quella europea semplicemente non può sopportare quel tipo di ortodossie intransigenti offerte dagli islamisti in tema di famiglia. Gli estremisti non possono sparire nell’arco di una notte, ma dovranno adattare in maniera sostanziale al presente il loro messaggio in una società civile che possiede un potente senso per i valori democratici e l’uguaglianza tra uomo e donna. La demografia non spiega tutta la questione, naturalmente, ma ha un ruolo importante in qualunque tentativo di comprendere le attuali rivoluzioni politiche in Medio Oriente. (Traduzione dall'originale inglese di Lorenzo Fazzini)

 

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