RASSEGNA STAMPA di lunedì 28 maggio 2012

 

SOMMARIO

 

“Oggi scriviamo su questa prima pagina di un dolore e di un peccato”, esordiva sabato scorso il direttore di Avvenire Marco Tarquinio. E, visto che la Rassegna odierna è dedicata in molta parte a questo dolore e a questo peccato, le sue parole ci sembrano la migliore introduzione possibile: “Poche cose al mondo vanno maneggiate con altrettanto pudore e altrettanta delicatezza. Il dolore è serio e profondo, perché è quello del nostro Papa e di tutti coloro che gli vogliono bene. Il peccato è grave, perché anche stavolta – come sempre, ma più di altre volte – è segno amaro e oscuro di divisione, di presunzione, di dissimulato o, al contrario, enfatico abbandono a una logica maligna. Sapevamo già da mesi che qualcuno, tra coloro che per lavoro e servizio più gli sono vicini, stava miseramente tradendo la fiducia del Santo Padre. Sapevamo che qualcuno frugava nella sua corrispondenza, tra le sue carte. Sapevamo che qualcuno era arrivato a cedere ad altre persone documenti del Papa. E sapevamo che qualcuno aveva operato perché venissero pubblicati. Oggi sappiamo che qualcuno è stato trovato in possesso di carte riservate. Nulla più di questo sappiamo, come nulla sappiamo – checché, ieri, si sia subito sentenziato e scritto – di 'corvi' e di altri animali da titolo di giornale e di tg. Sappiamo però che il dolore di Papa Benedetto è un dolore lento e lungo, come lento e lungo è il dolore di ogni svelato tradimento. Non l’unico dolore né il più grande che il Papa porta su di sé, lui che ogni giorno vive la Croce – e come sa dircelo, e come ce lo dimostra – accettato «luogo autentico» del Vicario di Cristo. E allora, e ancora, noi tutti gli siamo vicini. Con semplicità, nella preghiera, con la povera e tenace fedeltà del nostro affetto di figli” (a.p.)

 

2 – DIOCESI E PARROCCHIE

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 27 maggio 2012

Pag XVI Ai giovani la Caritas cala un poker d’offerte di Alvise Sperandio

Volontariato, solidarietà e condivisione: le iniziative per gli “under 30” della diocesi

 

Pag XVII Tessera: da oggi in festa la parrocchia di S.M. Assunta di Mau.D.L.

 

LA NUOVA di domenica 27 maggio 2012

Pag 26 Dall’altare al campo sportivo. Chierichetti protagonisti di Simone Bianchi

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Troppe zone d’ombra, la deriva da fermare di Massimo Franco

 

Pagg 2 – 3 “Viviamo una nuova Babele”. L’appello del Papa: serve verità di Bruno Bartoloni, Armando Torno e Gian Guido Vecchi

Carte rubate, cardinale italiano finisce nella lista dei sospettati. Il filosofo Antiseri: “Un partito di cattolici, così si salva la Chiesa”

 

Pag 5 “Nessuna divisione al vertice dello Ior su Gotti Tedeschi” di M. Antonietta Calabrò

La Santa Sede: voti contrati? Gossip. Il banchiere: sono amareggiato

 

Pag 6 La forza tranquilla (scambiata per apatia) di Benedetto XVI di Vittorio Messori

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 "Confesso, uno dei corvi sono io, lo facciamo per difendere il Papa" di Marco Ansaldo

Un "delatore" racconta a Repubblica come è nata la fuoriuscita di lettere segrete dalla Santa Sede. "Ci sono cardinali, i loro segretari personali, i monsignori e i pesci piccoli. Donne e uomini, prelati e laici"

 

Pag 7 "Il Vaticano è rimasto una corte medioevale e Ratzinger non ha più la forza di governarla" di Andrea Tarquini

Il teologo Küng: un legame tra Ior, Vatileaks e lefevriani

 

ZENIT di domenica 27 maggio 2012

"Dobbiamo pregare perché lo Spirito ci illumini"

Omelia del Santo Padre nella solennità di Pentecoste

 

"Lo Spirito Santo, irrompendo nella storia, ne sconfigge l'aridità"

Le parole del Papa in occasione della preghiera del Regina Cæli

 

L’OSSERVATORE ROMANO di domenica 27 maggio 2012

Pag 1 Cristo illumina con lo Spirito e convoca all’unità di Manuel Nin

Nell’iconografia e nell’innografia della tradizione bizantina

 

Pag 5 Innanzitutto la cura per la fede

Trentacinque anni fa, il 28 maggio 1977, Joseph Ratzinger veniva ordinato vescovo nella cattedrale di Monaco

 

Pag 7 Per una cultura della Pentecoste

L’udienza di Benedetto XVI al Rinnovamento nello Spirito

 

AVVENIRE di domenica 27 maggio 2012

Pag 1 La causa e il fuoco di Carlo Cardia

Pentecoste e lo sguardo da ritrovare

 

Pag 2 Orfani del Padre di Giorgio De Simone

La perdita del timore di Dio nei problemi di oggi

 

Pag 18 Anno della Fede: l’icona della Porta di Carlo Ghidelli

 

Pag 27 «Ma la misericordia di Dio è più grande» di Marina Corradi

Maggioni: se a guidare la Chiesa fossero solo gli uomini, sarebbe finita da un pezzo

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 27 maggio 2012

Pagg 1, 22 Ora la Chiesa recuperi fiducia di Carlo Maria Martini

 

Pagg 4 – 5 «Il vento scuote la casa di Dio» Ma il Papa invita i fedeli alla fiducia di Bruno Bartoloni e Gian Guido Vecchi

Benedetto XVI e le parole del Vangelo dopo il fermo del maggiordomo. L'attesa dei nuovi arresti nel «livello superiore»

 

Pagg 4 – 5 Nessuna ammissione, «Paoletto» in cella prega e tace di B. Bar. e Virginia Piccolillo

La moglie: «Un duro colpo, lui non tradirebbe mai»

 

Pag 6 «Presidente inaffidabile e imprudente» di M. Antonietta Calabrò

Il Cda dello Ior e le 9 accuse a Gotti Tedeschi: «Abbiamo agito per trasparenza»

 

Pag 6 Il filosofo Reale: la Chiesa perde sempre quando si occupa di politica spicciola di Armando Torno

 

LA REPUBBLICA di domenica 27 maggio 2012

Pag 1 Da Pacelli a Ratzinger la lunga crisi della Chiesa di Eugenio Scalfari

 

LA STAMPA di domenica 27 maggio 2012

Il collante perduto di Franco Garelli

 

IL GIORNALE di domenica 27 maggio 2012

Bertone, il "marziano" in bilico fra la pensione e la riconferma di Paolo Rodari

Estraneo alla curia e poco diplomatico, il Segretario di Stato è dato in uscita entro dicembre, quando compirà 78 anni. Ma finora Ratzinger gli ha sempre dato fiducia

 

Ma se il Papa si ritirasse... di Giuliano Ferrara

Il Pontefice è un grande teologo, ma non è abituato a sguazzare fra complotti e trame oscure

 

IL GAZZETTINO di domenica 27 maggio 2012

Pag 1 Il dolore del Papa: “La casa di Dio non cade, è fondata sulla roccia” di Franca Giansoldati

 

LA NUOVA di domenica 27 maggio 2012

Pag 49 Diritto di cronaca sugli intrighi del Vaticano

Parla l’autore di «Sua Santità», il libro che sta facendo tremare la Curia Romana

 

AVVENIRE di sabato 26 maggio 2012

Pag 1 Qualcuno e noi tutti di Marco Tarquinio

Il nostro affetto al Papa

 

Pag 2 Una solida nave di Giacomo Samek Lodovici

Ricerca e desiderio di Dio, le parole del Papa e di Bagnasco

 

Pag 21 Adulti nella fede, testimoni di umanità

Il lavoro, l’impegno educativo, lo scandalo degli abusi sui minori tra i temi del documento finale dell’Assemblea generale della Cei

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 26 maggio 2012

Pag 2 Maggiordomo in cella. Il Papa «addolorato» di M. Antonietta Calabrò

Accusato di aver rubato documenti. Schmitz allo Ior

 

Pag 2 Quelle 3 camere di sicurezza quasi sempre disabitate di Luigi Accattoli

 

Pag 3 Il «corvo» aiutante che era primo e ultimo a vedere il Pontefice di Gian Guido Vecchi

Tra i laici più introdotti, ha 46 anni e tre figli

 

Pag 3 Da Pio IX a Wojtyla, le notti insonni dei camerieri di Armando Torno

 

Pag 5 La commissione ora cerca i complici di Gian Guido Vecchi

Gotti Tedeschi: disprezzo per chi ha fatto del male a Benedetto XVI

 

Pag 50 Strategia della tensione in Vaticano. Tocca ai vescovi reagire di Alberto Melloni

 

LA REPUBBLICA di sabato 26 maggio 2012

Pag 1 Le faide in Curia dietro lo scandalo. "Bertone era pronto a dimettersi" di Marco Ansaldo

L'assalto al potere e le manovre per il prossimo conclave: "C'è chi ha tentato un colpo di Stato". La segreteria di Stato nel mirino: ora è caccia ai mandanti

 

IL SOLE 24 ORE di sabato 26 maggio 2012

Pag 1 Le crisi-gemelle di Carlo Marroni

 

IL FOGLIO di sabato 26 maggio 2012

Pag 1 Dietro la storia del “corvo” di Paolo Rodari

Governo papale, cambio in arrivo

 

IL GAZZETTINO di sabato 26 maggio 2012

Pag 1 Dallo Ior al “corvo” una salutare operazione verità di Francesco Paolo Casavola

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 26 maggio 2012

Pag 6 Premi ai ragazzi e alle scuole eccellenti. I migliori su Internet, stage nelle aziende di Lorenzo Salvia

La riforma del merito: tasse universitarie scontate per i più preparati

 

AVVENIRE di sabato 26 maggio 2012

Pag 1 I panni del lavoro di Luigino Bruni

Quelle quattro morti, la nostra vita

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

LA NUOVA

Pag 19 La spiaggia si riempie solo di “pendolari”, i turisti non arrivano di Giovanni Cagnassi

Jesolo: un week end al di sotto delle aspettative lungo il litorale. Mancano gli italiani e anche i tedeschi sono in calo

 

LA NUOVA di domenica 27 maggio 2012

Pag 15 I lamenti dei tanti veneziani a cui non va bene quasi nulla di Roberto Bianchin

Una cosa è protestare per un obbrobrio (le navi, le maxi pubblicità, il “buco” del Palacinema, la terrazza del Fontego) un’altra prendersela con tutto e con tutti

 

Pag 24 La festa nazionale dei filippini

 

Pag 25 Università salesiana: inaugurata la nuova sede

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 27 maggio 2012

Pag XIII Acqua azzurra, acqua cara di Maurizio Dianese, Alberto Francesconi e a.spe.

Per riportare alla luce del sole il ramo delle Muneghe ci vogliono 6 milioni di euro. Tanti favorevoli, contrario don Bonini

 

Pag XV Diventa più grande l’università dei Salesiani di Giampaolo Criscione

Inaugurate le aule e gli spazi didattici per i 1.400 studenti

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 27 maggio 2012

Pag 15 Un corteo di fiori e colori centinaia di filippini in festa di Alice D’Este

 

Pag 15 Salesiani, aule nuove per 1200 studenti di G.B.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 26 maggio 2012

Pag VII La crisi fa crescere i furti di alimentari di Monica Andolfatto

Polizia: il bilancio di un anno di attività. Aumentano anche i colpi nelle abitazioni private

 

Pag VIII Insulta il prete durante la messa di L.M.

Lido: momenti di tensione nella chiesa di S. Maria Elisabetta

 

Pag XXV Crollano le prenotazioni. Gli italiani stanno a casa di Giuseppe Babbo

Jesolo: l’allarme degli albergatori sui primi mesi del 2012. Turismo interno in calo del 39%, pessimi dati per giugno

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 26 maggio 2012

Pag 10 La Regione «affonda» Actv. «Turisti, ticket a 7,50 euro» di Gloria Bertasi

Scontro sui trasporti. Chisso: inaccettabili 21 milioni al Comune L'azienda: da noi due veneti su tre. Bergamo: in pasto ai privati

 

Pag 21 Destini intrecciati e fantasia: la cinquina del Campiello di Francesca Visentin

In finale il veneziano Montanaro. Cacciari: «Cultura anticrisi»

 

LA NUOVA di sabato 26 maggio 2012

Pag 41 La cinquina dei 50 anni e il coraggio del Campiello di Paolo Coltro e Nicolò Menniti-Ippolito

Vanno in finale Abate, Melandri, Missiroli, il giovane veneziano Giovanni Montanaro e Fois. Da Cacciari un imperativo: «Bisogna investire in cultura». I finalisti: Abate e Fois due veterani ma irrompono tre giovani

 

8 – VENETO / NORDEST

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 Capitale della cultura: le scelte da fare, gli errori da evitare di Maurizio Cecconi

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 27 maggio 2012

Pag 6 Una regione fondata sul mattone. In dieci anni 250mila case in più di Renato Piva

La fotografia dell'Istat: crescono gli abitanti ma soprattutto le abitazioni

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 26 maggio 2012

Pag 1 Siamo diventati lettori di Vittorio Filippi

 

… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Le sciocchezze e le riforme di Giovanni Sartori

La proposta semipresidenzialista

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 Il dovere della verità di Massimo Giannini

 

Pag 1 L’appuntamento mancato di Montezemolo di Ilvo Diamanti

 

LA STAMPA

Una strada per evitare la tragedia di Gianni Riotta

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 La scure di Bondi e le tagliole dei partiti di Marco Conti

 

LA NUOVA

Pag 1 Paesi cicala tra rigore e crescita di Maurizio Mistri

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 27 maggio 2012

Pag 1 Una dannosa concorrenza di Ernesto Galli della Loggia

Caso Brindisi e Procure divise

 

Pag 1 Le riserve (fondate) sulla sinistra al governo di Antonio Polito

 

Pag 3 Quel padre che parla anche a noi: come fate a tollerare questo crimine? di Mauro Covacich

Siria: il dolore disumano del combattente che mostra alla telecamera i figli uccisi

 

Pag 3 Ma l'intervento non è vicino, le priorità Nato restano altre di Franco Venturini

 

Pag 10 La maschera del Celeste e la chiarezza che non c'è di Giangiacomo Schiavi

 

Pag 15 Un italiano su tre simpatizza per i grillini di Renato Mannheimer

Il 31% spera in molti seggi alle Politiche. Ma per il 63% non saprebbero governare

 

LA STAMPA di domenica 27 maggio 2012

Un sanguinario "no" a ogni trattativa di Vittorio Emanuele Parsi

 

L'incapacità di ricambio di leader di Luca Ricolfi

 

AVVENIRE di domenica 27 maggio 2012

Pag 2 Diritti sporcati di Francesco D’Agostino

Il dibattito (parziale) sui ginecologi obiettori

 

IL GAZZETTINO di domenica 27 maggio 2012

Pag 1 La crisi greca fa tremare anche la Cina di Romano Prodi

 

Pag 1 Il palazzo crolla, grandi manovre per salvare la sedia di Mario Ajello

 

LA NUOVA di domenica 27 maggio 2012

Pag 1 Centrodestra, la sconfitta dei due leader di Ferdinando Camon

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 26 maggio 2012

Pag 1 Vedere le carte, senza pregiudizi di Michele Ainis

 

Pag 1 Villa Adriana e la lezione sul paesaggio da salvare di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

 

LA STAMPA di sabato 26 maggio 2012

L'ultimo giro di valzer di Marcello Sorgi

 

La Primavera tradita dei giovani egiziani di Domenico Quirico

 

AVVENIRE di sabato 26 maggio 2012

Pag 2 La democrazia d’Egitto, sorprese e inquietudini di Luigi Geninazzi

Al primo turno transizione incompleta

 

Pag 27 La paura non canta di Riccardo Maccioni

Parla Roberto Vecchioni, che stasera terrà un concerto nell’ambito del Festival biblico: “Il Vangelo è ancora rivoluzionario”

 

IL GAZZETTINO di sabato 26 maggio 2012

Pag 1 Così il Cavaliere cerca di rimettersi al centro dei giochi di Marco Conti

 

LA NUOVA di sabato 26 maggio 2012

Pag 1 Tranquilli, resterà tutto così di Luigi Vicinanza

 

Pag 1 Questo fisco esoso è una bomba di Francesco Jori

 

 

Torna al sommario

 

2 – DIOCESI E PARROCCHIE

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 27 maggio 2012

Pag XVI Ai giovani la Caritas cala un poker d’offerte di Alvise Sperandio

Volontariato, solidarietà e condivisione: le iniziative per gli “under 30” della diocesi

 

La Caritas e i giovani, un binomio sempre più stretto. Crescono le iniziative che l'organismo diocesano fornisce ai ragazzi per rendersi utili: «Le quattro esperienze di solidarietà»; «Le prove di un mondo nuovo, 72 ore con le maniche in su»; e «Il campo di servizio a Slobozia » in Romania. «Una delle caratteristiche fondamentali del volontariato è la continuità – spiega la vicedirettrice Nella Pavanetto - Per i giovani è un impegno difficile da portare avanti, non perché non siano interessati o perché siano poco sensibili, ma perché vivono questa loro età in un tempo che distrae l'attenzione da sé e dagli altri». «Le quattro esperienze di solidarietà» sono momenti d'incontro e festa per tutte quelle persone che vivono nella solitudine e nella sofferenza: si tengono a Carnevale, in estate, in autunno e con il Capodanno di gratuità, esperienza nata sei anni fa in collaborazione con la Pastorale giovanile e diverse strutture territoriali che operano per i bisognosi. «Le prove di un mondo nuovo, 72 ore con le maniche in su», invece, è un progetto promosso da 10 giovani che coinvolgono i coetanei per esperienze di servizio con i poveri, i disabili o a favore dell'ambiente. L'anno scorso, alla prima edizione, gli iscritti tra i 16 e i 30 anni sono stati 97, gli ambiti d'impegno 13 conosciuti solo al momento d'inizio delle attività. Si replica dalle 17 del 31 ottobre alle 17 del 3 novembre. «Il campo di servizio a Slobozia», nella regione Ialomita dove da 14 anni è operativa una missione, prevede l'animazione del Grest estivo dal 20 al 29 luglio proponendo ai bambini del posto giochi e laboratori. Sottolinea Pavanetto: «I giovani vanno intercettati e l'unica ricetta è di partire da proposte semplici che abbiano anche una durata breve, così da rendere concreto il coinvolgimento, magari suscitare quella curiosità personale per approfondire l'esperienza in modo personale e, chissà, giungere ad elaborare una scelta di servizio continuativa». Per ulteriori informazioni sulle iniziative e le iscrizioni, rivolgersi alla Caritas diocesana che ha sede in via Querini 19/a: tel. 041/975857, web www.caritasveneziana.it.

 

Pag XVII Tessera: da oggi in festa la parrocchia di S.M. Assunta di Mau.D.L.

 

La parrocchia Santa Maria Assunta di Tessera si appresta a celebrare la festa della Madonna (31 maggio «Visitazione di Maria ad Elisabetta») con una serie di appuntamenti comunitari che prenderanno il via già da oggi, domenica 27. Si comincerà alle ore 9, con la Santa Messa e a seguire la partenza della corsa campestre; nel pomeriggio piccoli e grandi saranno impegnati nel »Palio delle 4 contrade". Martedì 29 maggio, alle ore 21, è in programma, nella chiesa parrocchiale, la veglia Mariana che sarà animata dalle corali di Campalto, del Villaggio Laguna e dal coro di Tessera. Giovedì 31, alle ore 20, è prevista la processione per le vie del paese con la statua della Madonna, accompagnata dalla Banda di Tessera. Seguiranno la celebrazione eucaristica ed un concerto dello stesso complesso bandistico. Domenica 3 giugno la comunità di Tessera ospiterà gli amici del Centro Don Orione di Chirignago; nel pomeriggio alle ore 14 ci sarà uno spettacolo presentato dai ragazzi della Cresima ed, infine, il via al Minifestival, organizzato dal G3, con la partecipazione di tanti piccoli della parrocchia. A coordinare le varie iniziative saranno chiamati tutti i gruppi della comunità parrocchiale.

 

LA NUOVA di domenica 27 maggio 2012

Pag 26 Dall’altare al campo sportivo. Chierichetti protagonisti di Simone Bianchi

 

Zelarino. Il Centro pastorale Cardinal Urbani ospiterà oggi la prima edizione della “Chricup”, sfida di calcio a 5 tra i chierichetti del Patriarcato. Smessa la tunica bianca del servizio all’altare, un centinaio di ragazzini di quarta e quinta elementare e di prima media si affronteranno per conquistare il primo trofeo messo in palio dal comitato provinciale del Csi espressamente per loro. Le partite sono in programma dalle 14.30 sui campi dello stesso centro pastorale con parroci e cappellani che vestiranno questa volta i panni di allenatori e tifosi per aiutare e supportare i ragazzi nelle loro sfide per il titolo. I servitori dell’altare e della liturgia, stavolta nei panni degli sportivi, provengono dalle diverse parrocchie sparse sul territorio della diocesi veneziana. Due squadre arriveranno da Jesolo, le altre da Catene e Carpenedo, e poi ci saranno i rappresentanti di quella di Santa Maria Goretti e di San Marco, Santa Marta e San Giovanni Evangelista per quel che riguarda Venezia. Come a livelli superiori esiste la Clericus Cup che da alcuni anni vede gli adulti impegnati a livello nazionale, questa Chiricup vuole coinvolgere i più giovani che sono attivi all’interno delle parrocchie e che aiutano ogni domenica i sacerdoti nella celebrazione delle messe. Tutti pieni di ardore agonistico e zelo spirituale per ottenere il risultato desiderato, questi ragazzi avranno soprattutto la possibilità di divertirsi per un intero pomeriggio e concludere la giornata con una lauta merenda. «La preghiera e la riflessione conclusive saranno il modo migliore per ringraziare e accontentarsi, anche senza la vittoria finale, perché anche nello sport è importante ricordare che gli ultimi saranno i primi», sottolineano dal Csi provinciale.

 

Torna al sommario

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Troppe zone d’ombra, la deriva da fermare di Massimo Franco

 

L'arresto del maggiordomo di Benedetto XVI, e prima il siluramento stranamente brutale di Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior, la «banca del Vaticano», vorrebbero essere gesti di forza e di trasparenza: mosse tese a cancellare con la platealità l'alone di confusione e fango che da troppi mesi avvolge e appanna il papato. Eppure, è difficile non avvertire l'inadeguatezza e l'ambiguità di queste decisioni. Non perché non siano clamorose: lo sono, e in maniera sconcertante. Ma perché il modo in cui sono state prese aumenta le domande sulle oscure dinamiche interne alla Curia; sulle zone d'ombra che rimangono; e sulle reticenze e le complicità di Paolo Gabriele, tutte da accertare: sempre che il cameriere personale del Papa sia davvero uno dei colpevoli. Non si può tacere l'impressione che vicende come quella di Gotti Tedeschi aggiungono interrogativi, invece di esaurirli. Non fa onore a un'istituzione come lo Ior l'uso della mano pesante e di parole al limite dell'insulto verso il suo presidente fino a poche ore prima. Si indovina un accanimento tipico di una Chiesa che tende a divorare i suoi figli, specie se non ecclesiastici; e l'eco del conflitto fra il banchiere e il segretario di Stato Vaticano, Tarcisio Bertone. Il torto principale di Gotti Tedeschi sembra quello di essersi opposto ad alcune controverse operazioni finanziarie dello Ior. Insomma, quanto accade è figlio di un vertice della Santa Sede in profonda crisi di identità e di credibilità. Il tentativo di velare questa realtà additando i responsabili non chiude la questione, al di là di eventuali colpe o errori: soprattutto se il Vaticano pensa di cavarsela senza dare segnali meno «decisionisti» e più convincenti. La Santa Sede non è uno Stato qualsiasi. Ha un profilo morale col quale parla a una platea sterminata di fedeli, e che le garantisce una statura internazionale unica. Dal 30 maggio Benedetto XVI sarà a Milano per la Festa mondiale delle famiglie. Ma arrivarci offrendo un'immagine del cuore della Chiesa cattolica diviso, avvelenato dai sospetti, prigioniero di logiche finanziarie e di potere opache, sarebbe un altro passo verso la delegittimazione. Forse solo il Pontefice può fermare e invertire questa deriva, offrendo un messaggio più radicale e profondo a un'opinione pubblica esterrefatta. Se esiste davvero un complotto contro il Vaticano, è inevitabile ormai pensare che i primi alleati dei cospiratori siano al suo interno. Alcuni forse per dolo, altri per inettitudine.

 

Pagg 2 – 3 “Viviamo una nuova Babele”. L’appello del Papa: serve verità di Bruno Bartoloni, Armando Torno e Gian Guido Vecchi

Carte rubate, cardinale italiano finisce nella lista dei sospettati. Il filosofo Antiseri: “Un partito di cattolici, così si salva la Chiesa”

 

Città del Vaticano - «Siamo tornati alla Babele», ha detto ieri Benedetto XVI. E per un Papa evocare la confusione delle lingue deve essere stato abbastanza doloroso. Lo si vedeva nel suo volto tirato che le vicende che lo hanno colpito direttamente nelle sue stanze, con l'arresto del «maggiordomo» Paolo Gabriele, hanno incrinato la sua serenità tradizionale. Concelebrava la messa della Pentecoste nella basilica di San Pietro con tutti i cardinali e i vescovi che vivono o sono di passaggio a Roma. Una presenza di prelati fra i quali il malumore su quanto sta avvenendo nel palazzo apostolico traspariva evidente anche nei loro volti. Nell'omelia il Pontefice ha rilanciato la «perenne verità» del racconto biblico della Torre di Babele: «Assistiamo a fatti quotidiani in cui ci sembra che gli uomini stiano diventando più aggressivi e più scontrosi; comprendersi sembra troppo impegnativo e si preferisce rimanere nel proprio io, nei propri interessi». «Non ci accorgiamo che stiamo rivivendo la stessa esperienza di Babele - ha affermato -. È vero, abbiamo moltiplicato le possibilità di comunicare, di avere informazioni, di trasmettere notizie, ma possiamo dire che è cresciuta la capacità di capirci o forse, paradossalmente, ci capiamo sempre meno? Tra gli uomini non sembra forse serpeggiare un senso di diffidenza, di sospetto, di timore reciproco, fino a diventare perfino pericolosi l'uno per l'altro? Ritorniamo allora alla domanda iniziale: può esserci veramente unità, concordia?». «E come?», ha chiesto e si è chiesto l'anziano Pontefice indicando la risposta nella Pentecoste: «Una capacità nuova di comunicare». Ispirandosi a San Paolo, il Papa ha poi lanciato un messaggio che forse ha una doppia lettura, legata proprio alle vicende di questi giorni, se è vero che dietro ci sarebbero le buone intenzioni di alcuni, anche suoi onesti collaboratori, di fare «pulizia» attorno al Pontefice: «Non possiamo essere contemporaneamente egoisti e generosi, seguire la tendenza a dominare sugli altri e provare la gioia del servizio disinteressato. Dobbiamo sempre scegliere quale impulso seguire e lo possiamo fare in modo autentico solo con l'aiuto dello Spirito di Cristo». L'ormai ottantacinquenne Pontefice ha lasciato la basilica fra gli applausi sorretto per scendere le scale da due cerimonieri e su una nuova predella mobile. Da Genova contemporaneamente ha parlato con molto vigore il cardinale Angelo Bagnasco. «Un'epoca è finita, l'ora della verità è suonata»: un ammonimento da brividi ma estremamente realistico lanciato ieri dal santuario della Madonna della Guardia in occasione del pellegrinaggio del mondo del lavoro. Si riferiva ovviamente alla situazione economica nazionale e internazionale ma è sembrato poterlo leggere anche come un'allusione alle vicende vaticane, visto che prima della messa non aveva esitato a commentare lo scandalo che colpisce il Palazzo apostolico. «È una situazione che colpisce e addolora», ha dichiarato il presidente della Conferenza Episcopale invitando ad «avere fiducia mentre nelle debite forme e sedi si fa chiarezza». «Il male esiste nel cuore degli uomini» ma «la fiducia e la presenza del Signore non viene mai meno. Non viene mai meno la sua fedeltà alla Santa Chiesa, all'uomo». Il cardinale parlava certamente non solo a titolo personale. Ha ricevuto molte telefonate di confratelli del sacro collegio alla testa di altre Conferenze episcopali che si chiedono cosa stia succedendo in Vaticano. Alla celebrazione era presente Roberto Adinolfi, il manager dell'Ansaldo ferito il 7 maggio scorso in un attentato rivendicato dalla Federazione anarchica informale.

 

Città del Vaticano - Che nell'indagine sui corvi si facesse sul serio lo si era capito già il mese scorso, quando Benedetto XVI istituì la commissione cardinalizia con pieni poteri presieduta dal porporato dell'Opus Dei Julián Herranz e con il prefetto emerito di Propaganda Fide Jozef Tomko e Salvatore De Giorgi, già arcivescovo di Palermo. In apparenza poteva sembrare pletorica, da settimane erano già in corso l'indagine penale del Tribunale vaticano e quella amministrativa della Segreteria di Stato. Ma una commissione simile ha due caratteristiche fondamentali: risponde direttamente al Papa e, con piena autorità, può indagare su chiunque. Già allora si era messo in conto che l'inchiesta sulla fuga di notizie, al di là della manovalanza, potesse toccare livelli più alti, fino al Collegio cardinalizio: «Agirà in forza del mandato pontificio a tutti i livelli». E ora a quei livelli si è arrivati, almeno come «ipotesi investigativa» che riguarda un porporato, e non uno in astratto: nel linguaggio felpato di Oltretevere, «non si esclude» il coinvolgimento di «un cardinale» nel complotto. E questo significa, nel caso, una procedura totalmente diversa, rispetto all'arresto del maggiordomo del Papa o agli interrogatori di funzionari proseguiti anche ieri: se il codice penale del Vaticano recepisce nella sostanza quello italiano, il codice civile, per dire lo status, prevede (articolo 113, paragrafo 2) che «i cardinali di Santa Romana Chiesa, i vescovi e le persone illustri» siano «dispensati dall'obbligo di comparizione avanti al giudice per deporre come testimoni» e possano «scegliere il luogo dove essere interrogati», magari a casa. In Vaticano il segreto istruttorio è totale ma nessuno si straccia le vesti all'idea di un cardinale coinvolto nell'inchiesta: si parla, anzi, di un italiano. Forse perché «questa faccenda è essenzialmente tutta italiana», sospira un monsignore (italiano) della Curia. Del resto non solo si è «appena all'inizio» ma il quadro generale «è già definito», altrimenti «non si sarebbe proceduto col primo arresto». Il primo: altri se ne attendono. E non è solo per quello che potrà dire l'«aiutante di Camera» Paolo Gabriele agli investigatori. In queste ore gli uomini della Gendarmeria stanno controllando i documenti trovati a casa del maggiordomo, ne hanno portate via «quattro casse». Ma soprattutto si compulsano tabulati telefonici, email, computer e «supporti magnetici» vari alla ricerca dei suoi contatti. Si cercano i complici, altri corvi, soprattutto nessuno crede che Gabriele possa avere orchestrato da solo la fuga di documenti: «Se si arriva in quella posizione, in Vaticano, si è debitori nei confronti di qualcuno». Il maggiordomo è sempre in camera di sicurezza, ha parlato con i suoi avvocati e ieri sera filtrava la voce che avesse cominciato a dire infine qualcosa, a fare nomi dopo tre giorni di silenzio e preghiera nella cella di quattro metri per quattro. Dal punto di vista formale, per ora è accusato «soltanto» di furto aggravato. Ad incastrarlo, si spiega, sono state delle carte che potevano trovarsi solo nello studio privato del Papa perché non erano state ancora archiviate nella segreteria di Stato: come un documento di bilancio della «Fondazione Joseph Ratzinger-Benedetto XVI» appena pubblicato nel libro di Gianluigi Nuzzi «Sua Santità, le carte segrete di Benedetto XVI». Non sono invece considerate rilevanti le apparecchiature fotografiche e di ripresa, «strumenti che hanno tutti, una falsa pista». La fase di «istruttoria formale», condotta dal giudice istruttore Piero Antonio Bonnet, comincia di fatto oggi. Ma Paolo Gabriele non è l'unico ad essere messo sotto torchio. Nonostante la festa di Pentecoste, il lavoro e gli interrogatori sono andati avanti anche ieri. La prudenza è d'obbligo, il fatto di essere stati sentiti non significa nulla e ci sono funzionari che sono stati interrogati e poi scagionati. Quando le indagini si sono concentrate sull'Appartamento, sono state ascoltate (e subito escluse) perfino le quattro Memores Domini. Certo non tutti i documenti sono usciti dallo studio violato del pontefice. Le falle si sono aperte in vari uffici, a cominciare dalle due sezioni della Segreteria di Stato, Affari generali e Rapporti con gli Stati. Un «corvo» intervistato da Nuzzi diceva: «Siamo una ventina». Vero o falso che sia, il clima Oltretevere è pessimo, si dà per scontato che ogni telefono o ambiente sia intercettato, cresce quella diffidenza che ieri Benedetto XVI ha tratteggiato nell'evocare l'«esperienza» di Babele: «Tra gli uomini non sembra forse serpeggiare un senso di diffidenza, di sospetto, di timore reciproco, fino a diventare perfino pericolosi l'uno per l'altro?». Durante la messa, ieri, si sono così notate alcune assenze di cardinali importanti della cosiddetta «vecchia guardia», cosa strana per una celebrazione così importante per la Chiesa: quasi fosse un altro segnale di malumore interno. Una persona vicina all'Appartamento, che conosceva bene Gabriele, esclama: «Com'è possibile che sia stato già condannato prima del processo, che abbiamo lasciato filtrare il suo nome? Non vorrei che fosse un tentativo di bloccare tutto, una sentenza anticipata per chiudere la vicenda e impedire si arrivi alla verità». Le cose non sembrano andare così, peraltro. Il pontefice per primo desidera che si proceda, «addolorato» ma «sereno» e ben «determinato» a «guardare avanti». Sabato Benedetto XVI ha invitato i fedeli ad avere fede e fiducia, la Chiesa è fondata evangelicamente «sulla roccia». Oltre la guerra che si è consumata negli ultimi anni, tra chi ha raggiunto il potere e chi non lo ha più, o vorrebbe averlo. Tra le Mura leonine, di questi tempi, è citatissimo l'aneddoto attribuito al cardinale Ercole Consalvi, grande segretario di Stato di Pio VII, la sua risposta a Napoleone che minacciava di distruggere la Chiesa: «Non ci riuscirà, maestà. Non ci siamo riusciti neanche noi».

 

Rivolgiamo a Dario Antiseri, filosofo cattolico tra i più noti, la domanda che corre di bocca in bocca in questi giorni: che cosa sta accadendo nella Chiesa? Studioso di epistemologia, proconsole di Popper in Italia, è un liberale convinto e i suoi libri sono tradotti in una quindicina di lingue. Risponde senza ricorrere a circonlocuzioni: «Le notizie dei media raccontano miserie umane all'interno della Chiesa. Corvi, veleni, intrighi. Cose che sembrano tratte da romanzi. Parlavo con il mio parroco: era addolorato, soprattutto pensava alle sofferenze del Papa. Dico queste cose a lei non da ateo devoto ma da devoto peccatore». Tutti si chiedono come si possa uscire da questo stato frastornante. Antiseri osserva: «Il vecchio Popper era dell'opinione che "Le istituzioni sono come le fortezze; resistono se è buona la guarnigione". Di conseguenza, va sostituita quella guarnigione che si rivela inaffidabile. In ogni caso, la missione della Chiesa è predicare e testimoniare il Vangelo, nella consapevolezza che il regno di Dio non è di questo mondo». Un sospiro. Prosegue: «E se per il credente il messaggio evangelico è la via, la verità e la vita, anche per grandi intellettuali laici è, e resta, un punto di riferimento. Tre esempi: Croce, Salvemini e lo stesso Popper. Il primo sosteneva che la religione di Gesù sia stata la più grande rivoluzione dell'umanità; il secondo, un anticlericale convinto, riteneva di non aver mai avuto nessun dubbio sulla necessità di seguire la moralità insegnata dal Cristo; il terzo, Popper appunto, ricordò che gran parte degli scopi e dei fini occidentali, come l'umanitarismo, la libertà e l'uguaglianza, li dobbiamo all'influenza del Cristianesimo». «Insomma - sottolinea Antiseri riprendendo un'espressione di Eliot - senza Cristianesimo non ci sarebbe l'Occidente». Per tali motivi, quando la Chiesa versa in difficoltà, «siamo dinanzi a una malattia che contagia tutto l'Occidente». Certo, si sono visti tempi peggiori, con Pontefici avvelenati o assassinati, periodi nei quali - incalza Antiseri - i cristiani «in nome della religione dell'amore o hanno scannato o si sono scannati a vicenda». Tuttavia, non va dimenticato che «se il Cristianesimo ha attraversato mari in burrasca, il messaggio di Gesù ha sempre saputo creare energie migliori, rinnovamenti, cultura. O più semplicemente: amore». Cosa è possibile concretamente fare in questo momento? La politica in Italia sta passando un periodo di sofferenza e anche la credibilità delle istituzioni sta attraversando una crisi senza precedenti. «La Chiesa - prosegue Antiseri - ha una missione religiosa ed etica, non direttamente politica. La questione, però, riguarda i cattolici, i quali rimasti orfani di un partito di riferimento si sono dispersi, e tali rimangono. Bravi ovunque e inefficaci dappertutto. La testimonianza morale non si identifica con l'azione politica, perché questa ha bisogno di un'organizzazione, ovvero di un partito. È quello che fece don Sturzo. E poi De Gasperi. E ancora Adenauer in Germania. I cattolici devono agire, aiutare praticamente le gerarchie della Chiesa a non immischiarsi nel pantano della politica, come appunto diceva don Sturzo». Antiseri ripropone una sua provocazione: «Occorre costituire, lo ripeto, un partito di cattolici liberali e solidali di tipo sturziano e trovo sorprendente l'idea, sovente ribadita, che i cattolici non debbano costituirsi in partito. In Italia tanti l'hanno fatto. Ma il destino di questi benedetti cattolici è quello di restare degli ascari? Un nuovo taciturno e irresponsabile non expedit rappresenta un veleno per la politica italiana e si trasforma - lo stiamo vedendo - in guai per la Chiesa, che si spende in politica spicciola. E ci rimette continuamente». I fedeli, ricorda Antiseri, sanno benissimo «che la Chiesa - lo ha ribadito Benedetto XVI - è fondata sulla roccia e che la speranza non verrà meno. Ma è altresì vero che la speranza si nutre di impegno». Di più: «Come nella scienza si progredisce eliminando gli errori commessi, allo stesso modo nella vita e nella Chiesa si va avanti non coprendo gli scandali ma correggendoli e guardando oltre. Impariamo nuovamente a chiedere perdono, come ha insegnato Giovanni Paolo II, a non aver paura e ad avere fiducia nel tempo che verrà. E a non credere che occorra accumulare potere sulla Terra per essere più tranquilli in cielo».

 

Pag 5 “Nessuna divisione al vertice dello Ior su Gotti Tedeschi” di M. Antonietta Calabrò

La Santa Sede: voti contrati? Gossip. Il banchiere: sono amareggiato

 

Roma - Il Vaticano nega che ci siano state divisioni tra i cardinali del consiglio di sorveglianza dello Ior, riunito venerdì scorso, in relazione alla destituzione di Ettore Gotti Tedeschi dalla carica di presidente e membro del board dell'istituto. Un esponente autorevole della segreteria di Stato liquida le voci in tal senso come «solo gossip». Ribadendo semmai che la verità di questa storia «è quella scritta nella lettera di sfiducia» firmata da Carl A. Anderson, il Cavaliere supremo dei Cavalieri di Colombo, nelle funzioni di segretario del consiglio di amministrazione dello Ior e pienamente sottoscritta, oltre che dagli altri esponenti del board, anche dalle alte sfere vaticane. Mentre Gotti Tedeschi si è detto «amareggiato» per la pubblicazione (ieri dal Corriere della Sera) delle accuse del board. Un documento invece così condiviso dai cardinali da rendere superflua la stesura di un comunicato in questa fase interlocutoria, mentre ancora si stanno definendo le formalità legali ed economiche per la chiusura del rapporto con Gotti Tedeschi e non essendo ancora chiaro se gli verrà darà la possibilità di dimettersi, senza una formale destituzione da parte della Commissione cardinalizia (cui spetta in ogni caso l'ultima parola). Questo vuol dire che potrebbe essere data a Gotti Tedeschi la possibilità che sia lui stesso a prendere atto della sfiducia del board contenuta nel memorandum. Anche se non risponde al vero che abbia mai offerto nei giorni scorsi le sue dimissioni. Il memorandum, che è stato notificato dal board a Gotti Tedeschi e alla Commissione cardinalizia, contiene un vero e proprio j'accuse con una lista di 9 addebiti in cui il board dell'istituto ha definito l'ex presidente come «inaffidabile e imprudente». L'economista cattolico risponde al telefono con un filo di voce («Non fatemi parlare, per favore») e anche se ancora combattuto interiormente se spiegare o meno la «sua» verità, tuttavia, affermano persone a lui vicine, «prevale il suo amore per la Chiesa». Egli peraltro comprende benissimo che messe nero su bianco le «contestazioni» che gli sono state fatte da personalità molto autorevoli del mondo economico e finanziario internazionale (oltre ad Anderson, Ronaldo Hermann Schmitz, ex ad della Deutsche Bank, Manuel Soto Serrano, spagnolo, presidente del Santander, la banca da cui proveniva Gotti Tedeschi, e dall'avvocato e notaio italiano Antonio Maria Marocco) lasciano poco margine. Del resto è stata proprio la sua reazione («pago per la mia trasparenza») ad aver convinto il vertice della banca vaticana a rendere noto il documento per tagliare le gambe a illazioni e sospetti sulla decisione. Ieri, rispondendo a questa stessa logica, sono state subito smentite, sia pure ufficiosamente, le voci di una presunta spaccatura tra i cardinali supervisori dello Ior, il segretario di Stato Tarcisio Bertone (che è anche il presidente della Commissione cardinalizia di sorveglianza), Attilio Nicora (presidente dell'Autorità finanziaria di controllo, Aif), Jean Luis Tauran (francese, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso), Telesphore Placid Toppo (indiano, arcivescovo di Ranchi), e Odilo Pedro Scherer (brasiliano, arcivescovo di San Paolo del Brasile). «Ciò è assolutamente falso», sottolinea una fonte molto autorevole e «tirare fuori un voto contrario di cardinali è gossip per nascondere la verità» messo in giro ad arte. Come falsa, viene aggiunto, sarebbe l'immagine di Gotti Tedeschi «campione della trasparenza». «È tutt'altro», afferma, senza remore, la fonte. Nel memorandum di Anderson si evince tutta la tensione che ha caratterizzato la destituzione dell'economista cattolico perché non solo gli si contesta, tra le altre cose, di «non aver svolto le funzioni base che spettano al presidente», ma peggio ancora nel momento in cui in Vaticano si procede ad arresti per le fughe di notizie da parte dei corvi, lo si «incolpa» di «non aver potuto fornire giustificazione formale per la diffusione di documenti in possesso del presidente». Anderson ha ribadito ieri alla Reuters che «la decisione del board non ha nulla a che fare, in modo categorico, con il fatto che Gotti promuoveva la trasparenza». Anzi di fatto «egli stava diventando un ostacolo a raggiungere una maggiore trasparenza con la sua incapacità di lavorare con il vertice della banca». Anderson ha anche detto che il «Vaticano aspira ad entrare nella white list dei paesi Ocse con trasparenza finanziaria». «Adesso cercheremo come presidente una persona - ha concluso - con le competenze e il profilo per proseguire sul nostro cammino di trasparenza, che è il nostro maggiore desiderio: a fatti però e non a parole».

 

Pag 6 La forza tranquilla (scambiata per apatia) di Benedetto XVI di Vittorio Messori

 

È il riflesso condizionato della professione. Comprensibile, forse doveroso, ma che talvolta pare un po' abusivo. Parlo del setaccio cui i giornali sottopongono i testi papali per trovarvi qualche allusione agli eventi dell'attualità ecclesiale. Al proposito, ho letto con attenzione il testo completo dell'omelia pronunciata ieri da Benedetto XVI alla messa di Pentecoste. Dicono che l'abbia scritta tutta di suo pugno, a differenza di molte altre cose in cui si limita a rivedere quanto preparatogli secondo le sue istruzioni, orali o scritte. Vi ho trovato una pagina di alta spiritualità, un pressante appello non solo ai fedeli ma all'umanità intera a ritrovare comprensione e comunione, abbandonando tanti contrasti, risolti magari con la violenza. Anche il confronto tra Pentecoste, segno di unione, e Babele, segno di disunione, è un classico dell'arte omiletica. Vi fece ricorso pure il maestro inarrivabile del genere, il mitico Bossuet, predicatore alla corte del Re Sole. Ma - e se sarò smentito non me ne lagnerò - non mi è parso di trovarvi qualche aggancio all'attuale cronaca nera ecclesiale. E dico nera in modo intenzionale, perché mi sembra di ricordare che sia una delle pochissime volte, dalla fine del potere temporale, che si parla di qualcuno, per giunta un laico, rinchiuso dai «preti» in un loro carcere. Non sono le Segrete del palazzo del Sant'Uffizio, dove il cardinal Ratzinger ha lavorato per un quarto di secolo, ma, insomma, la cosa ha fatto impressione. La cella del cameriere personale, tra l'altro, ci ricorda una realtà spesso dimenticata: il Vaticano, nonostante lo scarso mezzo chilometro quadrato di superficie, è uno Stato tra gli Stati, siede all'Onu, ha una bandiera, un blasone, un inno, ha un quotidiano e una gazzetta ufficiale, ha ambasciate, polizia, forze armate, tribunali, una radio, una stazione ferroviaria. Ha anche la chiacchierata banca centrale; e, per l'appunto, ha una prigione. Importante, dico, non dimenticarlo, perché (come è stato osservato anche di recente) si continua a far confusione tra Città del Vaticano e Chiesa, mentre non sono la stessa cosa. Così, ad esempio, le questioni dello Ior o dell'Osservatore romano o delle ambasciate nel mondo, le nunziature, concernono lo Stato, non la Chiesa. Anche l'episodio clamoroso dell'arresto di questi giorni e la fuga di documenti che l'ha preceduto non hanno alcuna rilevanza religiosa, riguardano la polizia e i magistrati vaticani, dunque lo Stato, non certo la Chiesa. Ma, per tornare all'omelia di ieri di Benedetto XVI. Probabilmente era stata scritta tempo fa ma, anche se la sua stesura fosse stata recentissima, era ben improbabile trovarvi cenni alla cronaca. Anche perché, lo ribadiamo, non si tratta di eventi che riguardino l'insegnamento di quel Custode della fede e della morale che è il successore di Pietro. L'occasione liturgica, poi, era quella della Pentecoste che, lo ha ricordato il Papa stesso, è come il «battesimo» della Chiesa, nata pochi giorni prima, cioè dopo l'Ascensione al Cielo di Gesù. Il professor Ratzinger era, ed è, grande esperto di teologia dogmatica e aveva - e ha - un'ottima preparazione in esegesi biblica, come ha confermato anche nei due volumi sinora usciti sul Gesù storico. Non è specialista in storia ecclesiastica, ma è anche questa una disciplina in cui si muove con disinvoltura. Dunque, sa bene che è in gran parte abusivo quel mito della Chiesa primitiva, composta tutta di santi, coltivato anche oggi da chi contesta la Santa Sede attuale, invocando il ritorno alle origini. Il mito nasce da alcuni versetti degli Atti degli Apostoli che descrivono l'idillica comunità primitiva di Gerusalemme, dove tutti si amano e mettono ogni bene in comune. Purtroppo, durò poco, perché le comunità iniziali, composte da ebrei, si dilaniarono subito al loro interno tra «ellenisti» e «giudaizzanti», senza esclusione di colpi. Tanto che ci fu subito uno scisma, quello dei giudeo-cristiani. Le lettere di Paolo ci danno un quadro inaspettato e un po' avvilente: le chiese, spesso da lui stesso fondate, dunque appena nate, non erano solo già divise sul piano dottrinale ma spesso non brillavano neppure per moralità e l'Apostolo deve rimproverare, esortare, stigmatizzare comportamenti peccaminosi. Facendo un salto temporale, non si dimentichi che in molte città dell'Africa settentrionale, dove il cristianesimo si era subito impiantato, furono spesso dei cristiani ad aprire le porte ai musulmani, acclamandoli al loro ingresso. Meglio loro, dicevano, dei bizantini che spadroneggiavano su quelle terre; e meglio anche delle continue lotte, assai spesso sanguinose, e della immoralità, delle infinite sette e fazioni che si affrontavano all'interno della Chiesa. Vengano dunque, gridavano i battezzati stanchi di quelle violenze, vengano i discepoli di Muhammad a mettere un po' d'ordine tra quei sedicenti seguaci del Vangelo e carichi invece di ogni peccato. Perché ricordare queste cose? Ma perché la serenità di Benedetto XVI nasce dalla consapevolezza che, sin dagli esordi - proprio alla Pentecoste - l'istituzione ecclesiale è stata di rado all'altezza dell'ideale. L'imperfezione è la norma, ovunque ci siano uomini. Qualcuno è giunto al punto di parlare di una sorta di sua apatia davanti ai recenti, gravi episodi che non toccano, certo, la teologia ma che feriscono la macchina istituzionale, con pericolo di scandalo per i fedeli e di perdita di credibilità dell'intero cattolicesimo. C'è addirittura chi, dicendo di parlare da amico del Papa e per il bene della Chiesa, si è augurato delle dimissioni che lo portino a riprendere, finalmente, la sua vocazione vera: quella dello studioso, ritirato in un eremo, solo con i suoi libri. Lasciando a qualcun altro, più attivo e attento alla vita concreta della Chiesa, la gestione delle cose. Ma questi amici di Joseph Ratzinger e della cui buona fede non vogliamo dubitare non si rendono conto che, in questo modo, fanno proprio il gioco dei suoi antagonisti, se davvero lo vogliono indurre ad andarsene con vicende come la fuga dei documenti privati. Quanto all'apatia, chi ne parla ignora che Benedetto XVI non ama il clamore ma il lavoro paziente, meditato, rispettoso delle persone e che quanto ha fatto, e fa, sfugge spesso ai media ma non è affatto irrilevante. E presto, si dice, se ne avrà una prova che sorprenderà chi lo accusa di distanza dai fatti. Resta comunque il fatto che un teologo come lui è del tutto consapevole che la Chiesa è stata, è, e sarà sempre, come dicevano i Padri, «immaculata ex maculatis»: senza macchia nel suo Mistero, che è Cristo stesso, e troppo spesso sudicia nel suo involucro istituzionale, composto da uomini che i sacramenti non hanno reso tutti santi. Sa bene, il Papa, che la Persona della Chiesa non va confusa con il suo personale. Addolorato, certo e lo ha detto senza esitare davanti alla pederastia di troppo clero e davanti ad altri fatti penosi. Ma è un dolore che non scalfisce in alcun modo la sua convinzione che, per quanto facciano gli uomini di Chiesa, per quanto pecchino gli uomini dell'istituzione, mai riusciranno a scalfire ciò che conta. La fede, cioè, nell'Innocente per antonomasia che proprio il giorno di Pentecoste ha iniziato la sua marcia missionaria nel mondo intero. Ciò che conta, ha detto una volta, è la perla, non lo sgraziato involucro.

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 "Confesso, uno dei corvi sono io, lo facciamo per difendere il Papa" di Marco Ansaldo

Un "delatore" racconta a Repubblica come è nata la fuoriuscita di lettere segrete dalla Santa Sede. "Ci sono cardinali, i loro segretari personali, i monsignori e i pesci piccoli. Donne e uomini, prelati e laici"

 

Chi sono i "corvi" del Vaticano? «La mente dell´operazione non è una sola, ma sono più persone». «Ci sono i cardinali, i loro segretari personali, i monsignori e i pesci piccoli. Donne e uomini, prelati e laici. Tra i "corvi" ci sono anche le Eminenze. Ma la Segreteria di Stato non può dirlo, e fa arrestare la manovalanza, "Paoletto" appunto, il maggiordomo del Papa. Che non c´entra nulla se non per aver recapitato delle lettere su richiesta». Un quartiere alto di Roma nord, un tavolino di un bar, sempre un po´ di traffico intorno. All´ora di pranzo di una domenica mattina finalmente tersa uno dei "corvi", gli autori della fuoriuscita di lettere segrete dalla Santa Sede, spiega i dettagli dell´operazione. «Chi lo fa - dice subito - agisce in favore del Papa».

Per il Papa? E perché?

«Perché lo scopo del "corvo", o meglio dei "corvi", perché qui si tratta di più persone, è quello di far emergere il marcio che c´è dentro la Chiesa in questi ultimi anni, a partire dal 2009-2010».

Ma chi sono? Chi siete?

«Ci sono quelli che si oppongono al segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Quelli che pensano che Benedetto XVI sia troppo debole per guidare la Chiesa. Quelli che ritengono che sia il momento giusto per farsi avanti. Alla fine così è diventato un tutti contro tutti, in una guerra in cui non si sa più chi è con chi, e chi è contro».

La persona è tormentata. Vuole parlare, ma allo stesso tempo ha paura, e ha forti dubbi. Niente nomi da pubblicare, ne andrebbe della sua sicurezza. Molti silenzi, molti sguardi. «Posso fidarmi di lei? Questa cosa è terribilmente delicata». Proviamo.

Com´è nata la fuga dei documenti dal Vaticano?

«Nasce soprattutto dal timore che il potere accumulato dal Segretario di Stato possa non essere conciliabile con altre persone in Vaticano».

Ma c´è anche una pista dei soldi?

Una mano nei capelli, gli occhi guardano intorno, le mani tormentano un anello.

«C´è sempre una pista dei soldi. Ci sono anche interessi economici nella Santa Sede. Nel 2009-2010 alcuni cardinali hanno cominciato a percepire una perdita di controllo centrale: un po´ dai tentativi di limitare la libertà delle indagini che monsignor Carlo Maria Viganò stava svolgendo contro episodi di corruzione, un po´ per il progressivo distacco del Pontefice dalle questioni interne».

Le macchine intorno strombazzano. Due cani finiscono per azzannarsi. Cambiamo posto. Saliamo. Altro bar, giardino all´interno, un po´ di quiete. Il discorso prosegue più fluido.

«Che cosa è successo a quel punto? Viganò scrive al Papa denunciando episodi di corruzione. Chiede aiuto, ma il Papa non può far nulla. Non può opporsi perché questo significherebbe creare una frattura pubblica con il suo braccio destro. Pur di tenere unita la Chiesa sacrifica Viganò. O meglio, finge di sacrificarlo perché, come si sa, la nunziatura di Washington è quella più importante. Così i cardinali capiscono che il Papa è debole e vanno a cercare protezione da Bertone».

Che cosa fa a questo punto il Pontefice?

«Il Papa capisce che deve proteggersi. E convoca cinque persone di sua fiducia, quattro uomini e una donna. Che sono i cosiddetti relatori. Gli agenti segreti di Benedetto. Il Papa cerca consiglio da queste persone affidando a ciascuno un ruolo, e alla donna quello di coordinare tutti e cinque».

C´è una donna che aiuta il Papa in questo?

«Sì, è la stratega. Poi c´è chi materialmente raccoglie le prove. Un altro prepara il terreno, e gli altri due permettono che tutto ciò sia possibile. In questa vicenda il ruolo di queste persone è stato quello di informare il Papa su chi erano gli amici e i nemici, in modo da sapere contro chi combattere».

E intanto la fuoriuscita dei documenti come va avanti?

«Cominciano a uscire. Sono individuati dei canali e dei giornalisti».

Come escono?

«A mano. L´intelligence vaticana, che ha sistemi di sicurezza integrati nei sotterranei del Palazzo apostolico guidati da un giovane ex hacker di 35 anni, e sono addirittura più evoluti della Cia, con sistemi sofisticatissimi, non possono farci nulla. Perché i cardinali sono abituati a scrivere i loro messaggi a penna e a dettarli. Li fanno poi recapitare a chi vogliono brevi manu. E i documenti fuoriusciti sono lo strumento con cui si sta combattendo questa guerra. L´obiettivo primario era quello di colpire il Papa. Di fiaccarlo e convincerlo a mollare le questioni politiche ed economiche della Chiesa. Bisognava reagire».

E il presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, letteralmente cacciato?

«È accaduta la stessa cosa. Eppure era vicinissimo al Papa: hanno steso insieme l´enciclica Caritas in veritate. Gotti non rispondeva a nessuno, ma lo faceva direttamente al Papa, a cui mandava anche dei memorandum per descrivere la situazione interna allo Ior. E così anche le operazioni che fallivano, come la legge antiriciclaggio o la scalata per il San Raffaele. Bertone si ingelosisce, accusa Gotti, e decide di tagliargli la testa. Quando giovedì scorso il Papa ha saputo del licenziamento di Gotti, si è messo a piangere per "il mio amico Ettore"».

Il Papa che piange?

«Sì, ma poi si è arrabbiato moltissimo e ha reagito dicendo che la verità su questa vicenda sarebbe venuta fuori».

Ma non si poteva opporre?

«Avrebbe potuto farlo, ma opporsi avrebbe significato una frattura clamorosa con il suo Segretario di Stato».

E poi, il giorno dopo?

«E il giorno dopo il Papa è stato nuovamente colpito, e nel personale, quando è stato arrestato Paoletto. Ora il Papa è disperato. Ma Paoletto non è il corvo, i corvi sono tanti, tutt´al più è stato usato da qualcuno».

Hanno detto di Gotti che è uno dei corvi.

«Gotti è una persona onesta, che tace, come ha fatto anche nel mezzo dell´indagine della magistratura sullo Ior. E come sta facendo adesso dopo la sua defenestrazione. Non si è prestato a nessun gioco, non è lui il corvo».

Anche padre Georg, il segretario del papa, è nel mirino?

«Per una fazione è stato uno degli obiettivi da colpire: rappresenta oggi più che mai l´elemento di congiunzione fra tutti i dicasteri all´interno del Vaticano e il Papa, fa da filtro, decide e consiglia il Papa».

Siamo ormai da tre ore a colloquio, in pieno pomeriggio, al terzo caffè. La persona è molto informata, conosce dettagli, meccanismi, persone interne alla Santa Sede come pochi.

Perché ha deciso di uscire allo scoperto?

«Per far emergere la verità. E quindi far cessare la gogna mediatica alla ricerca estrema di un colpevole nelle vesti di un corvo (il maggiordomo), di un prete (don Georg), o di un alto funzionario o di un cardinale (Gotti, il cardinale Piacenza o altri). Il ruolo fondamentale della Chiesa è di difendere il valore del Vangelo, non quelli di accumulare potere e denaro. E quello che faccio è fatto in nome di Dio, io non ho paura».

 

Pag 7 "Il Vaticano è rimasto una corte medioevale e Ratzinger non ha più la forza di governarla" di Andrea Tarquini

Il teologo Küng: un legame tra Ior, Vatileaks e lefevriani

 

Berlino - «È una situazione molto grave e dolorosa, e come si dice in tedesco mancano cinque minuti alla mezzanotte: il tempo massimo non è ancora scaduto per salvare la Chiesa e la Fede dal sistema della Curia romana». Il professor Hans Küng, forse il massimo teologo ribelle del nostro tempo, in gioventù amico e compagno di studi di Benedetto XVI. Analizza così a caldo lo scandalo del Vaticano. Ascoltiamolo.

Professor Küng, quanto è grave secondo lei la situazione creatasi in Vaticano con lo scandalo della fuga di notizie?

«È triste quando, proprio in coincidenza con la festa dello Spirito Santo, dal Vaticano apprendiamo di tanti eventi e comportamenti avvenuti là, che davvero non sono proprio qualcosa di santo né di sacro. Gli scandali relativi alle fughe di notizie confidenziali ad opera del servitore di camera, le questioni che hanno investito la banca Ior, e anche in contemporanea l´intenzione apparente di papa Benedetto di andare alla riconciliazione con la confraternita dei fratelli di San Pio X (ndr: gli ultraconservatori epigoni di monsignor Lefèbvre) secondo la mia opinione tutto questo purtroppo è un insieme di eventi, scelte, tendenze che fa parte di un tutto, non sono casi isolati l´uno dall´altro».

E lei che opinione ha maturato di questa situazione, che lei appunto descrive come coincidenza di eventi legati l´un l´altro?

«Tutti questi eventi mi appaiono come sintomi della crisi di un sistema intero nel suo complesso. Io parlo del sistema della curia romana, del sistema romano delle cui caratteristiche negative soffre la Chiesa cattolica tutta, nel mondo intero. E naturalmente questi eventi contemporanei danno l´impressione di una incapacità papale. Di avere a che fare con un pontefice incapace. Su questo ho appena scritto un libro, "Salviamo la Chiesa", in Italia sta per uscire. Quel che mi sta a cuore è approfondire la problematica dell´indispensabile riforma della Chiesa».

Lei cioè intravede sullo sfondo anche un problema personale per Benedetto XVI?

«Sicuramente sì. C´è anche questo. Egli dedica ore e ore ogni giorno alla scrittura di libri, anziché governare la Chiesa. E nei ranghi della Curia è diffusa l´opinione che egli non governa. Se vuole scrivere libri, avrebbe fatto meglio a restare un grande professore e teorico».

Perché parla al tempo stesso di crisi strutturale, di sistema?

«Perché la struttura e l´organizzazione della Curia romana cerca facilmente ma invano di ingannarci, di nascondere il fatto-chiave: che il Vaticano nel suo nocciolo è restato ancora oggi una Corte. Una Corte al cui vertice siede ancora un regnante assoluto, con costumi e riti medievali, barocchi e a volte moderni e tradizioni cristallizzate, consuetudini. Nel suo cuore il Vaticano è rimasto una società di Corte, dominata e segnata dal celibato maschile, che si governa con un suo proprio codice di etichette e atmosfere. E quanto più ti avvicini al principe regnante salendo nella carriera ecclesiastica, tanto più in prima linea non vale e non conta più la tua competenza, la tua forza di carattere, le tue capacità e talenti, bensì conta che tu abbia un carattere duttile con una capacità di adattarsi soprattutto ai voleri del regnante. È lui solo, il regnante, a stabilire se tu sei persona grata o invece persona non grata».

E più specificamente, i problemi della Banca vaticana?

«Il Vaticano vive in gran parte di donazioni dei fedeli, da spese delle Diocesi. E amministra miliardi di euro di risparmi di istituzioni ecclesiastiche, di ordini e diocesi di tutto il mondo, e pone gli utili a disposizione del Papa. Quanto fu chiesto al Cremlino lo si può chiedere anche al Vaticano: primo la glasnost, cioè trasparenza, il Vaticano dovrebbe preoccuparsi per primo della Trasparenza degli affari finanziari davanti all´opinione pubblica. E secondo la perestrojka, ricostruzione, ristrutturazione: il Vaticano dovrebbe ristrutturare le sue finanze e riorientare i fini della sua politica finanziaria. E infine ma non ultimo, la riconciliazione con l´ordine di Pio X. Il Papa accoglierebbe definitivamente nella Chiesa vescovi e sacerdoti la cui consacrazione non è valida, in base alla Costituzione apostolica di Paolo VI, Pontificalis romani recognitio, del 18 luglio 1968 le ordinazioni sacerdotali ed episcopali compiute da Lefebvre sono non solo illecite ma anche nulle. Piuttosto che riconciliarsi con quella confraternita ultraconservatrice, antidemocratica e antisemita, il Papa dovrebbe preoccuparsi della maggioranza dei cattolici che è pronta per le riforme, e della riconciliazione con tutte le chiese riformate e con tutto l´ambito ecumenico. Così unirebbe anziché dividere».

Secondo un´analisi così pessimista non è tardi per salvare questo Pontificato e la credibilità del Vaticano?

«Mancano cinque minuti appena alla mezzanotte, ma la mezzanotte non è ancora scoccata. Un solo atto costruttivo di riforme lanciato da questo Papa aiuterebbe a ristabilire la fiducia. Io spero che il mio ex collega Joseph Ratzinger non resterà nella Storia della Chiesa come un papa che non ha fatto nulla per la riforma della Chiesa».

 

ZENIT di domenica 27 maggio 2012

"Dobbiamo pregare perché lo Spirito ci illumini"

Omelia del Santo Padre nella solennità di Pentecoste

 

Riportiamo di seguito l'omelia tenuta questa mattina da Papa Benedetto XVI nella Basilica Vaticana durante la messa del giorno nella solennità di Pentecoste.

 

Cari fratelli e sorelle! Sono lieto di celebrare con voi questa Santa Messa, animata oggi anche dal Coro dell’Accademia di Santa Cecilia e dall’Orchestra giovanile - che ringrazio -, nella Solennità di Pentecoste. Questo mistero costituisce il battesimo della Chiesa, è un evento che le ha dato, per così dire, la forma iniziale e la spinta per la sua missione. E questa «forma» e questa «spinta» sono sempre valide, sempre attuali, e si rinnovano in modo particolare mediante le azioni liturgiche. Stamani vorrei soffermarmi su un aspetto essenziale del mistero della Pentecoste, che ai nostri giorni conserva tutta la sua importanza. La Pentecoste è la festa dell’unione, della comprensione e della comunione umana. Tutti possiamo constatare come nel nostro mondo, anche se siamo sempre più vicini l’uno all’altro con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, e le distanze geografiche sembrano sparire, la comprensione e la comunione tra le persone è spesso superficiale e difficoltosa. Permangono squilibri che non di rado portano a conflitti; il dialogo tra le generazioni si fa faticoso e a volte prevale la contrapposizione; assistiamo a fatti quotidiani in cui ci sembra che gli uomini stiano diventando più aggressivi e più scontrosi; comprendersi sembra troppo impegnativo e si preferisce rimanere nel proprio io, nei propri interessi. In questa situazione, possiamo veramente trovare e vivere quell’unità di cui abbiamo tanto bisogno? La narrazione della Pentecoste negli Atti degli Apostoli, che abbiamo ascoltato nella prima lettura (cfr At 2,1-11), contiene sullo sfondo uno degli ultimi grandi affreschi che troviamo all’inizio dell’Antico Testamento: l’antica storia della costruzione della Torre di Babele (cfr Gen 11,1-9). Ma che cos’è Babele? E’ la descrizione di un regno in cui gli uomini hanno concentrato tanto potere da pensare di non dover fare più riferimento a un Dio lontano e di essere così forti da poter costruire da soli una via che porti al cielo per aprirne le porte e mettersi al posto di Dio. Ma proprio in questa situazione si verifica qualcosa di strano e di singolare. Mentre gli uomini stavano lavorando insieme per costruire la torre, improvvisamente si resero conto che stavano costruendo l’uno contro l’altro. Mentre tentavano di essere come Dio, correvano il pericolo di non essere più neppure uomini, perché avevano perduto un elemento fondamentale dell’essere persone umane: la capacità di accordarsi, di capirsi e di operare insieme. Questo racconto biblico contiene una sua perenne verità; lo possiamo vedere lungo la storia, ma anche nel nostro mondo. Con il progresso della scienza e della tecnica siamo arrivati al potere di dominare forze della natura, di manipolare gli elementi, di fabbricare esseri viventi, giungendo quasi fino allo stesso essere umano. In questa situazione, pregare Dio sembra qualcosa di sorpassato, di inutile, perché noi stessi possiamo costruire e realizzare tutto ciò che vogliamo. Ma non ci accorgiamo che stiamo rivivendo la stessa esperienza di Babele. E’ vero, abbiamo moltiplicato le possibilità di comunicare, di avere informazioni, di trasmettere notizie, ma possiamo dire che è cresciuta la capacità di capirci o forse, paradossalmente, ci capiamo sempre meno? Tra gli uomini non sembra forse serpeggiare un senso di diffidenza, di sospetto, di timore reciproco, fino a diventare perfino pericolosi l’uno per l’altro? Ritorniamo allora alla domanda iniziale: può esserci veramente unità, concordia? E come? La risposta la troviamo nella Sacra Scrittura: l’unità può esserci solo con il dono dello Spirito di Dio, il quale ci darà un cuore nuovo e una lingua nuova, una capacità nuova di comunicare. Questo è ciò che si è verificato a Pentecoste. In quel mattino, cinquanta giorni dopo la Pasqua, un vento impetuoso soffiò su Gerusalemme e la fiamma dello Spirito Santo discese sui discepoli riuniti, si posò su ciascuno e accese in essi il fuoco divino, un fuoco d’amore, capace di trasformare. La paura scomparve, il cuore sentì una nuova forza, le lingue si sciolsero e iniziarono a parlare con franchezza, in modo che tutti potessero capire l’annuncio di Gesù Cristo morto e risorto. A Pentecoste dove c’era divisione ed estraneità, sono nate unità e comprensione. Ma guardiamo al Vangelo di oggi, nel quale Gesù afferma: «Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità» (Gv 16,13). Qui Gesù, parlando dello Spirito Santo, ci spiega che cos’è la Chiesa e come essa debba vivere per essere se stessa, per essere il luogo dell’unità e della comunione nella Verità; ci dice che agire da cristiani significa non essere chiusi nel proprio «io», ma orientarsi verso il tutto; significa accogliere in se stessi la Chiesa tutta intera o, ancora meglio, lasciare interiormente che essa ci accolga. Allora, quando io parlo, penso, agisco come cristiano, non lo faccio chiudendomi nel mio io, ma lo faccio sempre nel tutto e a partire dal tutto: così lo Spirito Santo, Spirito di unità e di verità, può continuare a risuonare nei cuori e nelle menti degli uomini e spingerli ad incontrarsi e ad accogliersi a vicenda. Lo Spirito, proprio per il fatto che agisce così, ci introduce in tutta la verità, che è Gesù, ci guida nell’approfondirla, nel comprenderla: noi non cresciamo nella conoscenza chiudendoci nel nostro io, ma solo diventando capaci di ascoltare e di condividere, solo nel «noi» della Chiesa, con un atteggiamento di profonda umiltà interiore. E così diventa più chiaro perché Babele è Babele e la Pentecoste è la Pentecoste. Dove gli uomini vogliono farsi Dio, possono solo mettersi l’uno contro l’altro. Dove invece si pongono nella verità del Signore, si aprono all’azione del suo Spirito che li sostiene e li unisce. La contrapposizione tra Babele e Pentecoste riecheggia anche nella seconda lettura, dove l’Apostolo dice: "Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne" (Gal 5,16). San Paolo ci spiega che la nostra vita personale è segnata da un conflitto interiore, da una divisione, tra gli impulsi che provengono dalla carne e quelli che provengono dallo Spirito; e noi non possiamo seguirli tutti. Non possiamo, infatti, essere contemporaneamente egoisti e generosi, seguire la tendenza a dominare sugli altri e provare la gioia del servizio disinteressato. Dobbiamo sempre scegliere quale impulso seguire e lo possiamo fare in modo autentico solo con l’aiuto dello Spirito di Cristo. San Paolo elenca le opere della carne, sono i peccati di egoismo e di violenza, come inimicizia, discordia, gelosia, dissensi; sono pensieri e azioni che non fanno vivere in modo veramente umano e cristiano, nell’amore. E’ una direzione che porta a perdere la propria vita. Invece lo Spirito Santo ci guida verso le altezze di Dio, perché possiamo vivere già in questa terra il germe di vita divina che è in noi. Afferma, infatti, san Paolo: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace» (Gal 5,22). Notiamo che l’Apostolo usa il plurale per descrivere le opere della carne, che provocano la dispersione dell’essere umano, mentre usa il singolare per definire l’azione dello Spirito, parla di «frutto», proprio come alla dispersione di Babele si contrappone l’unità di Pentecoste. Cari amici, dobbiamo vivere secondo lo Spirito di unità e di verità, e per questo dobbiamo pregare perché lo Spirito ci illumini e ci guidi a vincere il fascino di seguire nostre verità, e ad accogliere la verità di Cristo trasmessa nella Chiesa. Il racconto lucano della Pentecoste ci dice che Gesù prima di salire al cielo chiese agli Apostoli di rimanere insieme per prepararsi a ricevere il dono dello Spirito Santo. Ed essi si riunirono in preghiera con Maria nel Cenacolo nell’attesa dell’evento promesso (cfr At 1,14). Raccolta con Maria, come al suo nascere, la Chiesa anche quest’oggi prega: «Veni Sancte Spiritus! - Vieni, Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore!». Amen.

 

"Lo Spirito Santo, irrompendo nella storia, ne sconfigge l'aridità"

Le parole del Papa in occasione della preghiera del Regina Cæli

 

Riportiamo di seguito le parole rivolte oggi - Solennità di Pentecoste - durante la recita della preghiera del Regina Cæli dal Santo Padre ai fedeli e ai pellegrini convenuti in piazza San Pietro.

 

Cari fratelli e sorelle! Celebriamo oggi la grande festa di Pentecoste, che porta a compimento il Tempo di Pasqua, cinquanta giorni dopo la Domenica della Risurrezione. Questa solennità ci fa ricordare e rivivere l’effusione dello Spirito Santo sugli Apostoli e gli altri discepoli, riuniti in preghiera con la Vergine Maria nel Cenacolo (cfr At 2,1-11). Gesù, risorto e asceso al cielo, invia alla Chiesa il suo Spirito, affinché ogni cristiano possa partecipare alla sua stessa vita divina e diventare suo valido testimone nel mondo. Lo Spirito Santo, irrompendo nella storia, ne sconfigge l’aridità, apre i cuori alla speranza, stimola e favorisce in noi la maturazione interiore nel rapporto con Dio e con il prossimo. Lo Spirito, che «ha parlato per mezzo dei profeti», con i doni della sapienza e della scienza continua ad ispirare donne e uomini che si impegnano nella ricerca della verità, proponendo vie originali di conoscenza e di approfondimento del mistero di Dio, dell’uomo e del mondo. In questo contesto, sono lieto di annunciare che il prossimo 7 ottobre, all’inizio dell’Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, proclamerò san Giovanni d’Avila e santa Ildegarda di Bingen Dottori della Chiesa universale. Questi due grandi testimoni della fede vissero in periodi storici e ambienti culturali assai diversi. Ildegarda fu monaca benedettina nel cuore del Medioevo tedesco, autentica maestra di teologia e profonda studiosa delle scienze naturali e della musica. Giovanni, sacerdote diocesano negli anni del rinascimento spagnolo, partecipò al travaglio del rinnovamento culturale e religioso della Chiesa e della compagine sociale agli albori della modernità. Ma la santità della vita e la profondità della dottrina li rendono perennemente attuali: la grazia dello Spirito Santo, infatti, li proiettò in quell’esperienza di penetrante comprensione della rivelazione divina e di intelligente dialogo con il mondo che costituiscono l’orizzonte permanente della vita e dell’azione della Chiesa. Soprattutto alla luce del progetto di una nuova evangelizzazione, alla quale sarà dedicata la menzionata Assemblea del Sinodo dei Vescovi, e alla vigilia dell’Anno della Fede, queste due figure di Santi e Dottori appaiono di rilevante importanza e attualità. Anche ai nostri giorni, attraverso il loro insegnamento, lo Spirito del Signore risorto continua a far risuonare la sua voce e ad illuminare il cammino che conduce a quella Verità che sola può renderci liberi e dare senso pieno alla nostra vita. Pregando ora insieme il Regina Caeli, invochiamo l’intercessione della Vergine Maria affinché ottenga alla Chiesa di essere potentemente animata dallo Spirito Santo, per testimoniare Cristo con franchezza evangelica e aprirsi sempre più alla pienezza della verità.

 

L’OSSERVATORE ROMANO di domenica 27 maggio 2012

Pag 1 Cristo illumina con lo Spirito e convoca all’unità di Manuel Nin

Nell’iconografia e nell’innografia della tradizione bizantina

 

La Pentecoste è una delle feste più antiche del calendario cristiano. Già nel III secolo ne parlano Tertulliano e Origene, e la indicano come festa celebrata annualmente. L’icona della Pentecoste normalmente ritrae gli apostoli, in due gruppi, presieduti da Pietro e Paolo. Si tratta soprattutto di un’icona liturgica; in essa gli apostoli sono radunati come nella celebrazione della liturgia, come una concelebrazione attorno al trono vuoto, preparato per Cristo. La presenza di Pietro e Paolo nell’icona sottolinea la presenza di tutta la Chiesa in attesa dello Spirito Santo e da lui stesso radunata. L’icona mette in luce come la Chiesa nasce in una situazione di profonda comunione tra gli apostoli, in un contesto da cui dovrebbe scaturirne anche la comunione per tutta la Chiesa, per tutto il mondo. Diversi testi liturgici fanno un parallelo tra Babele e Pentecoste; la prima luogo di confusione e di divisione, la seconda luogo di concordia e di lode: «Un tempo si confusero le lingue per l’audacia che spinse a costruire la torre, ma ora le lingue sono riempite di sapienza per la gloria della scienza divina. Là Dio condannò gli empi per la loro colpa, qui il Cristo illumina i pescatori con lo Spirito. Allora si produsse come castigo l’impossibilità di parlarsi, adesso si inaugura la concorde sinfonia delle voci per la salvezza delle anime nostre. Quando discese a confondere le lingue, l’Altissimo divise le genti; quando distribuì le lingue di fuoco, convocò tutti all’unità. E noi glorifichiamo ad una sola voce lo Spirito tutto santo». Nei testi della festa troviamo due tropari a loro volta entrati nella celebrazione quotidiana della liturgia bizantina. Ecco il primo: «Re celeste, Paraclito, Spirito della verità, tu che ovunque sei e tutto riempi, tesoro dei beni ed elargitore di vita, vieni e abita in mezzo a noi, purificaci da ogni macchia e salva, o buono, le anime nostre». Questo testo è diventato l’invocazione iniziale dello Spirito Santo che apre tutte le celebrazioni dell’anno liturgico, eccetto il periodo pasquale. Il secondo - «Abbiamo visto la luce vera, abbiamo ricevuto lo Spirito celeste, abbiamo trovato la fede vera, adorando l’indivisibile Trinità: essa infatti ci ha salvati» - è quello che si canta subito dopo aver ricevuto la comunione ai santi doni del Corpo e del Sangue di Cristo. I doni santificati dallo Spirito Santo diventano per coloro che li ricevono luce veritiera, fede vera e lode alla santa Trinità. «Benedetto sei tu, Cristo Dio nostro: tu hai reso sapientissimi i pescatori, inviando loro lo Spirito santo, e per mezzo loro hai preso nella rete l’universo. Amico degli uomini, gloria a te». Questo tropario inquadra tutta la festa della Pentecoste nella tradizione bizantina e la sua stessa icona. Grazie al dono dello Spirito Santo i discepoli portano al mondo la buona novella: il Padre, per mezzo del Figlio manda lo Spirito Santo alla Chiesa, a ognuno dei suoi discepoli sparsi nel mondo.

 

Pag 5 Innanzitutto la cura per la fede

Trentacinque anni fa, il 28 maggio 1977, Joseph Ratzinger veniva ordinato vescovo nella cattedrale di Monaco

 

«La nostra Monaco, la nostra terra bavarese è tanto bella perché la fede cristiana ne ha risvegliato le forze migliori; non ha tolto nulla al suo vigore, bensì l’ha resa generosa e libera. Una Baviera in cui non si credesse più avrebbe perso la propria anima e non c’è tutela dei monumenti che potrebbe trarre in inganno in proposito». Furono queste le parole pronunciate da Joseph Ratzinger, nuovo arcivescovo di Monaco e Frisinga, durante la sua ordinazione episcopale il 28 maggio 1977, nel Liebfrauendom, la cattedrale di Monaco. I principali consacranti furono il vescovo di Würzburg, Josef Stangl, il vescovo di Ratisbona, Rudolf Graber, e il vescovo Ernst Tewes, ausiliare di Monaco. Nominando il quasi cinquantenne docente ordinario di dogmatica all’università di Ratisbona, Papa Paolo VI aveva nominato come successore del cardinale Döpfner, alla guida dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, un teologo internazionalmente riconosciuto e che aveva avuto un ruolo rilevante durante il concilio Vaticano II. «Nello spirito volgiamo lo sguardo verso di te, amato figlio: sei dotato di eccellenti doti spirituali, soprattutto sei un importante maestro della teologia che come docente hai saputo trasmettere in modo sapiente ai tuoi ascoltatori con zelo ed efficacia. Pertanto, in conformità con le norme esistenti, in virtù del nostro mandato apostolico, ti nominiamo arcivescovo della sede metropolitana di Monaco e Frisinga», si legge nel latino della lettera di nomina pontificia del 24 marzo 1977. E con questa nomina dopo ottant’anni la cattedra episcopale veniva di nuovo affidata a un sacerdote della grande diocesi bavarese. Il motto scelto dall’arcivescovo eletto, cooperatores veritatis (“collaboratori della verità”), era tratto dalla terza lettera di Giovanni. Nello scritto autobiografico di vent’anni dopo Ratzinger spiegò: «Come motto episcopale ho scelto due parole dalla terza lettera di san Giovanni, “collaboratori della verità”, anzitutto perché mi pareva che potessero ben rappresentare la continuità tra il mio compito precedente e il nuovo incarico: pur con tutte le differenze si trattava e si tratta sempre della stessa cosa, seguire la verità, porsi al suo servizio. E dal momento che nel mondo di oggi l’argomento “verità” è quasi scomparso, perché appare troppo grande per l’uomo, e tuttavia tutto crolla, se non c’è la verità, questo motto episcopale mi è sembrato il più in linea con il nostro tempo, il più moderno, nel senso buono del termine».

 

Dal libro della Congregazione per i Vescovi Duc in altum. Pellegrinaggio alla tomba di San Pietro e incontro di riflessione per i nuovi Vescovi nominati dal 1° gennaio 2000 al giugno 2001 (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2001) pubblichiamo stralci del capitolo «Il Vescovo maestro e custode della fede» scritto dal cardinale Joseph Ratzinger. Il testo integrale è pubblicato sul sito del nostro giornale (www.osservatoreromano.va).

 

La vigilanza del pastore, la sua attenzione per il gregge, che tutto il Nuovo Testamento mette in primo piano, è (...) innanzitutto cura per la fede - positivamente, affinché essa si manifesti in tutta la sua forza luminosa, negativamente, affinché essa venga protetta dalle falsificazioni. E chi non vede che falsificazioni incombono, non solo nel tempo apostolico, nel tempo delle lettere pastorali, ma proprio anche oggi? In teoria tutti sono d’accordo sulla missione della vigilanza e della cura, nella quale ultimamente coincidono il ministero del pastore e del maestro. Nella prassi però vi sono molti «Ma». Ad un’iniziativa di correzione si contrappone innanzitutto l’obiezione: non si deve forse rispettare la libertà dell’insegnamento e dell’insegnante? Non ha forse la storia dell’inquisizione nuociuto alla fama della Chiesa? Non è la libertà un bene preminente? Ora proprio la Scuola di Francoforte ci ha insegnato che esiste una dialettica dell’illuminismo, nella quale una istanza di libertà sempre più spinta alla fine diventa distruttrice della libertà. La storia delle ideologie dell’ultimo secolo lo mostra con evidenza. La libertà deve talvolta essere difesa proprio per smascherare la falsa libertà come tale e riportarla nei suoi confini. Credere significa accogliere una decisione comune, una fede comune e che quindi opera la pace e l’unità. Nessuno deve credere, credere deve essere sempre una decisione libera ed in questo senso deve esistere anche la libertà di separarsi dalla fede; la responsabilità davanti a Dio non può essere sostituita da costrizioni esterne. Chi però si trova nella libera decisione della fede, ha accolto anche il vincolo della sua forma comune e non può prendere a pretesto la libertà, per rimanere dentro e poter distruggere dall’interno. Sono convinto che proprio oggi dobbiamo opporci in modo assai deciso all’abuso del concetto di libertà. Naturalmente vi sono diverse forme di vincolo. Chi si è liberamente assunto l’impegno di insegnare a nome della Chiesa, ha un vincolo diverso da quello di un laico cristiano, che sotto la sua sola responsabilità cerca di sviluppare sue idee. Non si può a nome della Chiesa insegnare contro la Chiesa; qui si tratta anche di una questione di onestà. La prima obiezione contro la vigilanza e la custodia viene oggi da un concetto unilaterale di libertà. A fianco si trova una seconda forte obiezione: come può veramente un Vescovo ancora interferire nella sempre crescente specializzazione e differenziazione della teologia? Di fronte alla sempre più articolata problematica non è forse egli praticamente un profano, che deve astenersi dal giudizio? Non gli si muoverà subito l’accusa di incompetenza e di fondamentalismo? Al riguardo vorrei cercare di offrire tre indicazioni. Ovviamente non si proferirà con leggerezza la diagnosi di eresia o di oscuramento della fede. La prudenza è di rigore. Secondo le indicazioni di Sant’Ignazio di Loyola si presupporrà prima la buona volontà e si cercherà di interpretare la nuova proposta in senso buono. Per un vescovo è molto importante il contatto personale con gli insegnanti di teologia. Molte cose si possono chiarire nel rapporto personale; la vicinanza al vescovo aiuta a rafforzare la sensibilità pastorale e la corresponsabilità per la comunione della fede, così come viceversa dischiude al vescovo l’accesso ai problemi teologici attuali. L’aiuto reciproco dei vescovi fra di loro ed il consiglio di esperti affidabili è importante. Perciò le Conferenze episcopali devono preoccuparsi di erigere una Commissione per i problemi della fede veramente competente, nella quale collaborino vescovi di provata competenza con professori, che seguono le discussioni teologiche essenziali e affiancano il singolo vescovo in questioni difficili. Ancora più importante di questi due aspetti è il terzo: oggi viene spesso dimenticata la differenza fra teologia e fede. Nella teologia non possiamo essere tutti specialisti, ed anche il teologo da parte sua non è specialista su tutta la assai articolata costruzione della teologia contemporanea. Ma i vescovi non devono neanche voler esercitare essi stessi il lavoro dei teologi; la loro funzione è un’altra: essi sono maestri della fede, sulla quale si fonda la teologia. Nella teologia possono essere specialisti solo relativamente pochi. Nelle questioni della fede siamo tutti istruiti da Dio, come dice il Vangelo di Giovanni (6, 45). (...) ogni cristiano ha il diritto e la capacità di intervenire contro la falsa dottrina e a favore della fede comune, in modo particolare naturalmente il vescovo, che rappresenta il diritto dei fedeli ed è la loro voce. Se è importante la difesa della libertà dell’insegnante, si deve però sempre tenere presente che il bene ancora più preminente è la difesa della fede dei fedeli, che hanno un diritto alla fede genuina della Chiesa. La loro fede è il bene della Chiesa che più altamente merita di essere difeso. (...) La confessione di fede della Chiesa è il terreno solido, sul quale sta la teologia. Se essa lo abbandona, si dissolve come teologia e diventa una privata filosofia della religione. A questa confessione deve essere commisurata la teologia, ed in essa tutti «abbiamo la scienza». Questa semplicità della confessione non può essere persa di vista, altrimenti il cristianesimo diventa gnosi, una cosa da eruditi, nella quale poi ultimamente esistono solo ormai ipotesi, ma non più un fondamento, sul quale possiamo vivere e morire. Per i Padri era perfettamente chiaro che la regula fidei è l’ultimo criterio della esegesi, all’interno del quale un vastissimo spazio rimane alla ricerca ed alle scoperte dell’interprete, ma allo stesso tempo la realtà da interpretare viene salvaguardata e non si dissolve nella interpretazione. Regula fidei del resto non era per i Padri qualcosa di scritto, di più ampio che non la professione di fede, cioè qualcosa di vivo: in essa è inclusa la voce viva della Chiesa, cioè il Magistero. Così il Magistero è il vero aiuto nella delimitazione fra interpretazione falsa e vera. Il vescovo stesso è nella sua Chiesa locale la voce viva della fede, il suo maestro e custode. Ma poiché la Chiesa è una sola, egli insegna rettamente, solo se insegna sincronicamente e diacronicamente insieme con tutta quanta la Chiesa, se egli è in sintonia con la voce del successore di Pietro. Arrivo ora ad una terza obiezione, che si oppone alla missione della vigilanza e della cura: se entriamo in questioni di fede, non turbiamo in modo pericoloso la pace nella Chiesa? I mezzi di comunicazione di massa si impadroniscono della questione e confondono i fedeli; nascono polarizzazioni - non è forse maggiore il danno derivante dalla confusione pubblica e dalla contrapposizione che ne consegue, che non se si lasciasse la questione indisturbata? Quando noi dalla Congregazione per la Dottrina della Fede chiediamo ai Vescovi di prendere posizione contro un’opera apertamente fuorviante, ci viene spesso ripetuto: solo poche persone conoscono il libro, è già esaurito. Nessuno vi ha fatto caso - perché dovremmo fargli pubblicità e rompere proprio noi la quiete finora praticamente indisturbata? Tali argomenti possono essere pienamente giustificati. Sant’Agostino nella lotta con i donatisti ha coniato l’espressione tolerare pro pace. La pace è un bene importante, e si deve valutare nel caso se il testo in questione, il gruppo in questione è così importante, che ci si deve assumere la responsabilità per lo scalpore che ne nascerà ovvero se non è meglio, nella fattispecie, lasciare che la questione si esaurisca nel silenzio. Per quanto questo sia vero non ci si può tuttavia tranquillizzare troppo facilmente. La pace, la pace interiore nella comunità ecclesiale è - come già detto - un bene importante, ma esistono anche paci false. Se noi sempre lasciamo sempre correre le cose, nasce il sentimento dell’arbitrarietà. Si vuole non avere problemi; tutto deve restare tranquillo, ma questa quiete non ha più alcun contenuto, ed essa diventa inconsistente e vuota. Di ogni falsificazione della fede, che non viene corretta, resta anche un elemento di interiore avvelenamento nell’organismo della Chiesa. Apparentemente essa dapprima non fa danno, finché non diventa un’infezione generale. Continua a propagarsi silenziosamente, finché si perde la sensibilità per la fede e la fede stessa non si manifesta più come un bene comune, perché è stata lentamente erosa dall’interno. Allora certamente l’apparato esterno continua ancora per un po’ di tempo, ma dall’interno la Chiesa è condannata all’estenuazione. Ci meravigliamo perché le Chiese si svuotano, si compie un esodo silenzioso, un semplice spegnersi: essere nella Chiesa non sembra più avere importanza, perché in realtà essa non ha più uno scopo, non sembra più prendere così veramente sul serio il suo fondamento più profondo - la presenza della rivelazione di Dio nella fede. Gregorio Magno nella sua Regola pastorale ha interpretato in questo senso un’espressione molto densa del Signore: «Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri» (Marco, 9, 50). Il sale disturba la pace, brucia e fa male. Sembra contrapporsi alla pace. Entrambe le cose devono realizzarsi insieme: la pace, che tollera l’altro, ma anche il sale, che mette in evidenza e lotta contro gli elementi di decomposizione. «Colui che è preoccupato troppo della pace puramente umana, non si oppone più al malvagio e così dà ragione ai perversi, costui si separa dalla pace di Dio... È una grande colpa, venire a patti con la corruzione», egli dice (II, 408). Il vescovo deve essere un uomo di pace, ma deve anche avere sale in se stesso; deve essere anche pronto al conflitto, laddove si tratta del vero bene, perché il sale non divenga scipito e noi non veniamo giustamente disprezzati e calpestati. Concludendo vorrei menzionare ancora un’ultima obiezione, che per lo più noi stessi ci nascondiamo, ma che dobbiamo portare alla luce. Avevo già all’inizio accennato a questa obiezione: non sono pochi coloro che, anche se personalmente pienamente ortodossi e devoti, magari anche vescovi, si chiedono nell’intimo - in modo più o meno confessato -, se veramente è cosa così buona, conoscere tutta quanta la volontà di Dio, ovvero se la fede non è più un peso che una grazia. Non è forse pesante vivere la fede integralmente? Non è forse la buona coscienza di coloro, che non la conoscono o la conoscono solo a metà, una via più facile alla salvezza? All’inizio dell’epoca liberale, quando malgrado la separazione dalla fede le certezze cristiane di fondo ancora tenevano e come tali apparivano alla ragione comune, questa impressione poteva veramente aversi. I fedeli dovevano per così dire sostenere per gli altri i fondamenti ed evitare il loro crollo, perché la pura ragione non esiste: la sua efficacia dipende sempre da mille contesti. Oggi, allorché queste certezze di fondo sono ampiamente crollate, noi vediamo l’oscurità, nella quale precipita l’uomo, se egli non sa della sua origine e del suo destino. Nasce la non-cultura della morte. Un mondo senza senso, un mondo, nel quale non sappiamo chi siamo e cosa dobbiamo fare, ha bisogno di stordirsi con la droga. Il nichilismo non è più facile, ma è semplicemente il buio. La luce è la fede. E noi cristiani dovremmo oggi nuovamente credere in modo molto più riconoscente, molto più gioioso, molto più ottimistico: Sì, è bello conoscere la volontà di Dio. È bello conoscere Dio ed essere conosciuti da lui. È bello sapere quale aspetto ha Dio: sul volto di Cristo, che ha amato ciascuno di noi e per noi ha consegnato se stesso alla morte, noi vediamo il volto di Dio stesso. Solo se noi torneremo a percepire dall’interno la preziosità della fede, la sua gioia in modo così autentico, come accadeva nell’antichità pagana da parte dei primi cristiani, solo se torneremo ad essere veramente contenti della fede, vedremo spontaneamente come la cosa più importante sia difendere questa perla preziosa, preoccuparsi del suo splendore e riconosceremo come la priorità più alta della nostra missione l’impegno per questo tesoro.

 

Pag 7 Per una cultura della Pentecoste

L’udienza di Benedetto XVI al Rinnovamento nello Spirito

 

L’incoraggiamento a lavorare per diffondere una «cultura della Pentecoste» nei vari ambienti sociali è stato rivolto dal Papa alle migliaia di partecipanti all’incontro promosso dal Rinnovamento nello Spirito Santo in occasione del quarantesimo di fondazione. L’udienza si è svolta nella mattina di sabato 26 maggio, in piazza San Pietro, dopo la messa presieduta dal cardinale Angelo Bagnasco.

 

Cari fratelli e sorelle! Con grande gioia vi accolgo in occasione del quarantesimo anniversario della nascita del Rinnovamento nello Spirito Santo in Italia, espressione del più vasto movimento di rinnovamento carismatico che ha attraversato la Chiesa Cattolica all’indomani del Concilio Ecumenico Vaticano II. Vi saluto tutti con affetto, ad iniziare dal Presidente Nazionale, che ringrazio per le belle parole, piene di Spirito, rivoltemi a nome di tutti voi. Saluto il Consigliere Spirituale, i membri del Comitato e del Consiglio, i responsabili e gli animatori dei Gruppi e delle Comunità sparsi in Italia. In questo vostro pellegrinaggio, che vi offre l’opportunità di sostare in preghiera presso la tomba di san Pietro, possiate rinvigorire la vostra fede, crescere nella testimonianza cristiana e affrontare senza paura, guidati dallo Spirito Santo, gli impegnativi compiti della nuova evangelizzazione. Sono lieto di incontrarvi nella vigilia di Pentecoste, festa fondamentale per la Chiesa e così significativa per il vostro Movimento, e vi esorto ad accogliere l’amore di Dio che si comunica a noi mediante il dono dello Spirito Santo, principio unificatore della Chiesa. In questi decenni - quarant’anni - vi siete sforzati di offrire il vostro specifico apporto alla diffusione del Regno di Dio e all’edificazione della comunità cristiana, alimentando la comunione con il Successore di Pietro, con i Pastori e con tutta la Chiesa. In diversi modi avete affermato il primato di Dio, al quale va sempre e sommamente la nostra adorazione. E avete cercato di proporre questa esperienza alle nuove generazioni, mostrando la gioia della vita nuova nello Spirito, attraverso un’ampia opera di formazione e molteplici attività legate alla nuova evangelizzazione e alla missio ad gentes. La vostra opera apostolica ha così contribuito alla crescita della vita spirituale nel tessuto ecclesiale e sociale italiano, mediante cammini di conversione che hanno condotto molte persone ad essere risanate in profondità dall’amore di Dio, e molte famiglie a superare momenti di crisi. Non sono mancati nei vostri gruppi giovani che hanno generosamente risposto alla vocazione di speciale consacrazione a Dio nel sacerdozio o nella vita consacrata. Di tutto questo rendo grazie a voi e al Signore! Cari amici, continuate a testimoniare la gioia della fede in Cristo, la bellezza di essere discepoli di Cristo, la potenza d’amore che il suo Vangelo sprigiona nella storia, come pure l’incomparabile grazia che ogni credente può sperimentare nella Chiesa con la pratica santificante dei Sacramenti e l’esercizio umile e disinteressato dei carismi, che, come dice san Paolo, vanno sempre utilizzati per il bene comune. Non cedete alla tentazione della mediocrità e dell’abitudine! Coltivate nell’animo desideri alti e generosi! Fate vostri i pensieri, i sentimenti, le azioni di Gesù! Sì, il Signore chiama ciascuno di voi ad essere collaboratore infaticabile del suo disegno di salvezza, che cambia i cuori; ha bisogno anche di voi per fare delle vostre famiglie, delle vostre comunità e delle vostre città, luoghi di amore e di speranza. Nella società attuale viviamo una situazione per certi versi precaria, caratterizzata dalla insicurezza e dalla frammentarietà delle scelte. Mancano spesso validi punti di riferimento a cui ispirare la propria esistenza. Diventa, pertanto, sempre più importante costruire l’edificio della vita e il complesso delle relazioni sociali sulla roccia stabile della Parola di Dio, lasciandosi guidare dal Magistero della Chiesa. Si comprende sempre più il valore determinante dell’affermazione di Gesù, che dice: «Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia» (Mt 7, 24-25). Il Signore è con noi, agisce con la forza del suo Spirito. Ci invita a crescere nella fiducia e nell’abbandono alla sua volontà, nella fedeltà alla nostra vocazione e nell’impegno a diventare adulti nella fede, nella speranza e nella carità. Adulto, secondo il Vangelo, non è colui che non è sottoposto a nessuno e non ha bisogno di nessuno. Adulto, cioè maturo e responsabile, può essere solo colui che si fa piccolo, umile e servo davanti a Dio, e che non segue semplicemente i venti del tempo. È necessario, perciò, formare le coscienze alla luce della Parola di Dio e così dare fermezza e vera maturità; Parola di Dio da cui trae senso e spinta ogni progetto ecclesiale e umano, anche per quanto concerne l’edificazione della città terrena (cfr. Sal 127, 1). Occorre rinnovare l’anima delle istituzioni e fecondare la storia con semi di vita nuova. Oggi i credenti sono chiamati ad una convinta, sincera e credibile testimonianza di fede, strettamente unita all’impegno della carità. Per mezzo della carità, infatti, anche persone lontane o indifferenti al Messaggio del Vangelo riescono ad avvicinarsi alla verità e convertirsi all’amore misericordioso del Padre celeste. A questo proposito, esprimo compiacimento per quanto fate per diffondere una «cultura della Pentecoste» negli ambienti sociali, proponendo un’animazione spirituale con iniziative in favore di quanti soffrono situazioni di disagio e di emarginazione. Penso in particolare alla vostra opera in favore della rinascita spirituale e materiale dei detenuti e degli ex-detenuti; penso al «Polo di Eccellenza della promozione umana e della solidarietà Mario e Luigi Sturzo», in Caltagirone; come pure al «Centro Internazionale per la Famiglia» di Nazaret, di cui ho avuto la gioia di benedire la prima pietra. Proseguite nel vostro impegno per la famiglia, imprescindibile luogo di educazione all’amore e al sacrificio di sé. Cari amici del Rinnovamento nello Spirito Santo! Non stancatevi di rivolgervi verso il Cielo: il mondo ha bisogno della preghiera. Servono uomini e donne che sentano l’attrazione del Cielo nella loro vita, che facciano della lode al Signore uno stile di vita nuova. E siate cristiani gioiosi! Vi affido tutti a Maria Santissima, presente nel Cenacolo all’evento della Pentecoste. Perseverate con Lei nell’orazione, camminate guidati dalla luce dello Spirito Santo vivendo e proclamando l’annuncio di Cristo. Vi accompagni la Benedizione Apostolica, che con affetto vi imparto, estendendola a tutti gli aderenti e ai vostri familiari. Grazie!

 

AVVENIRE di domenica 27 maggio 2012

Pag 1 La causa e il fuoco di Carlo Cardia

Pentecoste e lo sguardo da ritrovare

 

Conclusa l’opera redentrice di Gesù sulla terra, con la Pentecoste ha inizio la conversione dei popoli al Vangelo per impulso dello Spirito Santo. Le grandi festività, le ricorrenze cristiane più preziose hanno significati sempre nuovi nel corso del tempo, nei momenti più difficili e in quelli costruttivi. La discesa dello Spirito Santo nella Pentecoste non ha cambiato i fatti della storia, ma ha permesso di leggerli in una nuova luce, ha trasformato gli apostoli, li ha resi capaci di agire nella storia per cambiarla, elevando l’uomo alla dimensione spirituale. La Pentecoste costituisce un grande evento di libertà, perché apre la porta al discernimento del bene dal male, e più volte Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno ricordato che il mondo, allontanandosi da quella luce, si trova come in un cono d’ombra, ove si offusca l’orizzonte etico necessario allo sviluppo dell’uomo, ma il loro magistero ha ricevuto critiche quasi fosse intriso di pessimismo. È vero il contrario, perché l’Occidente e l’Europa si trovano oggi nel pieno di un esame di coscienza che coinvolge scelte sbagliate, registra la caduta di fiducia in un progresso continuo, in un futuro di speranze e prospettive. L’esame di coscienza è di tutto l’Occidente, e l’Italia ha motivi specifici per uno smarrimento così grande. Il cuore dello smarrimento sembra il governo dell’economia, ma la caduta di fiducia coinvolge la capacità di saperci governare, di essere solidali. Ci accorgiamo che l’uomo resta capace di fare il male come in passato, praticare un terrorismo che assume volto politico o semplicemente disumano, decidere chi debba vivere e chi debba morire durante e dopo la procreazione. Il primo passo della nuova nascita, ispirata dalla Pentecoste, è quello di saper guardare dentro se stessi, come fecero gli Apostoli uniti in preghiera a Gerusalemme, di «riconoscere le vie della vita » (Atti, 2, 28), di seguire quei princìpi che governano le attività umane indirizzandole al bene. Sembrano parole dirette ai cristiani, invece riguardano tutti. L’errore più grande che potremmo commettere è di ritenere che non appena si avrà una schiarita nella crisi economica cesserà l’ansia che ci tormenta. In realtà, la crisi economica è l’effetto, non la causa di una più generale crisi morale. Attuare rigorose misure non basta, se non si imprime uno sviluppo che veda nella sobrietà non l’illusione di un momento, ma un modo d’essere che plasmi i rapporti tra i gruppi sociali. Ottenere la fiducia temporanea dei mercati non è sufficiente se non si sconfigge la speculazione finanziaria giunta a livelli internazionali devastanti, e non si rapportano le economie dei Paesi occidentali ai bisogni dei Paesi poveri che non possono più essere ignorati e compressi. C’è oggi un rinnovato interesse verso la dottrina sociale della Chiesa, ci sono governanti che riconoscono che tante sue indicazioni hanno rivelato una validità e una capacità di previsione superiore a quella di importanti scuole di pensiero economico. Però, non si tratta di una capacità di previsione di tipo tecnico, affonda le radici in una lungimiranza antropologica che pone altri interrogativi. Può rovesciarsi la logica economica di dominio se non si realizza un cambiamento radicale della coscienza etica. Si può essere solidali in economia e individualisti nella vita privata e sociale, si possono tutelare i più deboli e abbandonare a se stesso, o colpire definitivamente, chi non può neanche difendersi, con leggi e usi favorevoli all’aborto, all’eutanasia, alla svalutazione della famiglia, all’esaltazione delle scelte egoistiche. Questi interrogativi sono davanti alle società più ricche (se così possono ancora chiamarsi), e avranno risposta a seconda dell’ottica nella quale ci si porrà. Cattolici e cristiani di diverse denominazioni, credenti e no, sono impegnati per diffondere una visione umanistica e solidale dell’uomo, una concezione buona della vita; favorire un impegno esaltante, che i giovani apprezzano più di altri e tanti adulti stanno oggi rivalutando. Non è un impegno facile, ma scaturisce da un fuoco che ci è donato, da una luce che aiuta a guardare in modo giusto alla società, che spinge a credere che l’uomo può crescere solo se ciascuno è di aiuto all’altro, se la famiglia riesce a coltivare valori essenziali per le nuove generazioni, se la scuola prosegue nell’opera educativa dei giovani. A volte, nei momenti più difficili, queste verità ci appaiono chiare e limpide, poi si offuscano in una quotidianità che torna ad essere opaca, piegata in se stessa. La luce che a Gerusalemme scese sugli Apostoli, e dette avvio all’unificazione del genere umano, oggi chiede di vivere e realizzare quel senso di solidarietà che unisce gli uomini e non può escluderne nessuno, piccolo, povero o emarginato che sia.

 

Pag 2 Orfani del Padre di Giorgio De Simone

La perdita del timore di Dio nei problemi di oggi

 

Ogni volta che sento o leggo di qualche atto folle o insano capace, così spesso, di distruggere vite (10 omicidi al mese in Italia tra le mura domestiche più l’orribile atto stragista di Brindisi), mi dico, mi domando: Ma non esiste più il timor di Dio? Lo dico però a me stesso, in silenzio, ripensando a quanto con questa espressione i miei anni giovanili abbiano fatto i conti. Se facevi qualcosa che non andava Dio ti vedeva. Ogni trasgressione, ogni mancanza era sotto la divina lente. E come rinunciavi a temere Dio, tutto ti poteva andare storto. Una formazione condizionata e un po’ bigotta, forse. Ma il bene, il giusto, il dovere, il rispetto, i buoni propositi stavano da una parte sola, la stessa dove stava Dio. Oggi l’espressione 'timor di Dio' la conservo, ma la dico a me stesso perché fuori di me non la trovo. Ben pochi, oggi, sembrano temere Dio. Così nessuno, prima di compiere un gesto sconsiderato, ma anche prima di ingannare, rubare o rubacchiare, falsare, mentire, tradire e fare il furbo sembra domandarsi se Dio, da qualche parte, non potrebbe vederlo. La società secolarizzata, la libertà dell’individuo, il dover rispondere di tutto, ormai, solo a quella parete mobile che chiamiamo coscienza, ha portato a eliminare il timor di Dio dall’orizzonte dell’agire umano. Diciamo tutti 'grazie a Dio' anche per indicare che è passato il mal di testa e lì, nel discorrere quotidiano, il nome dell’Essere Supremo si apre e chiude. Ridotto a un intercalare. E dire che, a ben guardare (ma chi, ormai, sa ben guardare?), il timor di Dio è ovunque. Scritto da tutte le parti nella Bibbia a cominciare da Adamo che ha paura e si nasconde quando sente nel giardino il passo del Signore. Ma se «il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò timore?» dice Davide. Al roveto ardente Mosè si vela il volto perché ha paura di guardare verso Dio, poi al popolo dice: «Il suo (di Dio) timore vi sia sempre presente». Dai Salmi viene l’invocazione: «Beato l’uomo che teme il Signore». «Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore» raccomanda Paolo ai Filippesi. Sentirsi al riparo da ogni male è per don Bosco il timor di Dio. Eccetera. Ma se io oggi parlo a una persona di timor di Dio quante possibilità ho che non mi prenda, ad andar bene, per un essere ammuffito e superato? La Bibbia, d’accordo, non sarà pane quotidiano di questo nostro tempo, ma settimo dono, per la Chiesa, dello Spirito Santo, il timor di Dio corre anche su e giù nella letteratura che ci ha nutriti. Quante volte non l’abbiamo trovato nei Promessi Sposi? Lo nomina Agnese, lo nominano Renzo, fra Cristoforo, don Abbondio, Lucia, un po’ tutti. È la Provvidenza stessa che, per manifestarsi, lo prevede. Non può chi non teme Dio sperarne l’ausilio. Detto questo, la domanda: oggi, accantonata l’espressione, può esserci ancora timor di Dio? E, ammesso che ci sia, dove si trova? Forse chiuso, sigillato in un retropensiero come in uno scrigno che si conserva ma che, considerato un’anticaglia, nessuno più vuole aprire? Aveva salvato matrimoni il timor di Dio, aveva scongiurato follie, evitato gesti insani, perdonato torti, riportato chi sbandava sulla diritta via. Aveva fatto del bene, non aveva sparso chiodi, non aveva infestato i campi di gramigna. Ma dopo il secolo scorso in cui è stato prima offeso, poi calpestato, infine irriso, e dopo questo primo decennio del Millennio segnato ancora da guerre e terrorismi vari, minacciato da nuove povertà, patimenti e dolori, c’è da chiedersi da che cosa sia stato sostituito il timor di Dio. Che equivale poi a chiedersi di chi e di che cosa ci sia timore oggi. Ma la risposta qui non è difficile: di tutto c’è timore. Della malattia, della povertà, della precarietà, della sofferenza, perfino della sfortuna, della vecchiaia e, naturalmente, della morte. Di tutto, tranne che di Dio. Ed è chiaro, allora, che non temere Dio vuol dire vivere come se Dio non ci fosse. E vuol dire, anche e soprattutto, rinunciare a un Dio che ci è padre. Lo si ama il padre, ma pure lo si teme, tutti abbiamo certo amato, ma anche temuto nostro padre. Sicché oggi questo vasto azzeramento del timor di Dio non vuol dire esserci affrancati da una presenza opprimente, ma rischiare di essere rimasti orfani del miglior Padre che potevamo, che possiamo e che potremmo avere.

 

Pag 18 Anno della Fede: l’icona della Porta di Carlo Ghidelli

 

«La 'porta della fede' (cfr Atti 14,27), che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa è sempre aperta per noi». Volendo indire un anno speciale in occasione del 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II con una lettera apostolica sotto forma di motu proprio, il Papa ha scelto l’immagine della porta per dare concretezza e vivacità al suo dire. Ci sentiamo perciò stimolati a prendere coscienza di una priorità assoluta della vita cristiana: la fede. È bene però rilevare subito il duplice scopo che il Papa annette alla porta della fede: da un lato essa «introduce alla comunione con Dio» e, dall’altro, «permette l’ingresso nella sua Chiesa». Sappiamo infatti che «senza la fede è impossibile piacere a Dio» (Ebrei 11,6) e che la fede professata nel battesimo consente di entrare nella Chiesa, comunità dei discepoli di Cristo. Ora, afferma il Papa, questa porta «è sempre aperta per noi»: chiaro dunque l’invito ad entrarci con piena fiducia e con grande libertà. Scrivendo «per noi» è evidente che il Papa intende rivolgersi ai credenti, a quanti già vivono una vita cristiana degna di questo nome e tuttavia sentono (o dovrebbero sentire) il bisogno di approfondirne il significato e di renderne testimonianza nel mondo. Alla luce del messaggio biblico, che va dal primo al nuovo Testamento, possiamo considerare la porta come una icona estremamente eloquente e stimolante. Del resto la porta entra di diritto nelle nostre esperienze quotidiane. Entriamo e usciamo dalla porta di casa più volte al giorno; talvolta, più o meno frequentemente, varchiamo anche la porta di una chiesa per pregare; conosciamo pure le porte dello stadio per partecipare a momenti di svago o le porte della fiera per distendere il nostro animo tra le varie scoperte tecnologiche, per non pensare alle porte della prigione che, al solo vederle dall’esterno, suscitano in noi sentimenti di tristezza e di compassione. Quante diverse emozioni, quanto diverse reazioni, quante diverse esperienze ci procurano e ci suggeriscono le porte attraverso le quali passiamo! Questa icona il Papa la propone a partire da una delle pagine più significative della Bibbia, presa dagli Atti degli Apostoli. Qui l’evangelista Luca sta descrivendo il momento finale del primo viaggio missionario dell’apostolo Paolo, da lui caratterizzato come «l’opera di Dio» per eccellenza: opera che consiste essenzialmente nell’ingresso dei pagani nell’unica comunità di fede che è la Chiesa di Dio. Ecco la testimonianza lucana: «Non appena (Paolo e Barnaba) furono arrivati (ad Antiochia di Siria) riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede» (Atti 14, 27). Questa immagine della porta, come avremo modo di constatare, accomuna Luca a Paolo per il loro modo di presentare la missione evangelizzatrice con la scelta di un’icona estremamente semplice eppure teologicamente pregnante. L’immagine della porta tuttavia riceve altri e non meno significativi rimandi già nel primo Testamento: basta pensare alle porte di Gerusalemme, che ogni figlio d’Israele si augura di poter varcare per godere della pace messianica; alle porte del Tempio, alle quali anela il pio israelita nella sua salita verso la città santa; alle porte del Regno attraverso le quali potrà passare chiunque sarà trovato fedele; o alle porte degli inferi, che segnano i confini tra il regno dei vivi e il regno dei morti. Uno sguardo panoramico ci consente di raccogliere vari aspetti o dimensioni di questa felice icona, senza dimenticare che essa reca con sé due atteggiamenti: quello dell’entrare e quello dell’uscire. Si può varcare la soglia della porta per andare fuori della casa e incontrare altri, come si può varcare la soglia della porta per entrare in casa e trovare sicurezza e intimità. In questo contesto prendono significato e attualità certe espressioni dei Salmi, a cominciare dal Salmo 87,1: «Il Signore ama le porte di Sion/ più di tutte le dimore di Giacobbe». È lui, dunque, il Signore Dio ad amare per primo le porte di Sion, perché esse custodiscono il suo popolo, il popolo che egli si è scelto per amore, solo per amore. La sollecitudine del Signore Dio per la città santa emerge anche dal Salmo 147,12: «Glorifica il Signore, Gerusalemme,/ loda Sion il tuo Dio, / perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte». Non solo il Signore Dio ama le porte di Sion, ma le protegge e le rinforza con sbarre speciali perché possano resistere agli attacchi dei nemici. Si direbbe che le porte della Città santa e le porte del Tempio formano un solo oggetto della predilezione divina. L’icona della porta ricorre anche nel Salmo 122, 2: «E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme». In uno dei Salmi graduali, che venivano pregati dai pellegrini mentre salivano verso Gerusalemme a sciogliere il loro voto, si avverte tutta la devozione e commozione del pio israelita che sentiva suo dovere salire alla Città santa almeno nelle grandi feste di Pasqua, di Pentecoste e delle Capanne. Qui possiamo cogliere alcuni momenti di quella spiritualità che vibra tuttora in molte preghiere del primo Testamento, soprattutto quelle che caratterizzano la pratica del pellegrinaggio: «Quanto sono amabili le tue dimore,/ Signore degli eserciti!/ L’anima mia anela e desidera gli atri del Signore./ Il mio cuore e la mia carne/ esultano nel Dio vivente» (Salmo 84, 2-3). Commozione e devozione che albergano anche nel cuore di molti cristiani di oggi, che nella città di Gerusalemme sanno vedere non solo uno spinoso problema dalle dimensioni mondiali, e neppure solo la meta di un possibile pellegrinaggio, ma che considerano anche come un segno misterioso eppure reale del progetto di salvezza che Dio nutre verso tutti i popoli. Per questo Gerusalemme rimane impressa in modo indelebile non solo nella mente e nella fantasia di tanti cristiani, ma anche nella loro spiritualità e nelle loro preghiere. Passando dal primo al nuovo Testamento l’icona della porta si arricchisce di nuovi significati. Qui è soprattutto l’apostolo Paolo che ci aiuta, avendo egli sperimentato personalmente l’intervento diretto di Dio nell’opera della evangelizzazione. Se è vero che l’evento di Damasco costituisce la prima grande 'rivelazione' che ha gratificato la vita di Saulo è altrettanto vero che il risorto Signore non ha mai abbandonato il suo eletto sulle strade del suo apostolato. Scrive infatti in 1Corinzi 16,9: «Mi fermerò tuttavia a Efeso fino a Pentecoste perché mi si è aperta una porta grande e propizia». In 2Corinzi 2, 12 dirà esplicitamente che questa porta gli è stata aperta «nel Signore», mentre in Colossesi 4,2 scrive: «Pregate anche per noi perché Dio ci apra la porta della Parola per annunciare il mistero di Crìsto». La porta alla quale si riferisce Paolo è inequivocabilmente la possibilità e la grazia di poter predicare il lieto annunzio della salvezza in Cristo anche ai pagani. Lo aveva già compreso, non senza qualche fatica, l’apostolo Pietro al termine di un laborioso iter che ci fa conoscere in Pietro sia l’incertezza dell’uomo sia la disponibilità ad accogliere la luce che scende dall’alto: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita» (Atti 11, 18). Si direbbe che ciò che Pietro ha fatto fatica a comprendere, Paolo l’ha percepito subito fin dalla rivelazione di Damasco e lo ha eretto a principio indiscutibile della sua missione. Ne abbiamo prova lampante nel confronto diretto tra gli apostoli nel concilio di Gerusalemme (vedi Atti 15, 1ss). Seguendo il cammino proposto dal Papa approdiamo agli Atti degli Apostoli, là dove l’icona della porta assume tutta la sua valenza rivelatrice e salvifica. Egli afferma che «attraversare quella porta comporta immettersi in un cammino che dura tutta la vita». Il Papa lo ribadisce più avanti quando accenna a Lidia, alla quale «il Signore aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo» (Atti 16,14). E specifica subito: «San Luca insegna che la conoscenza dei contenuti da credere non è sufficiente se poi il cuore, autentico sacrario della persona, non è aperto alla grazia che consente di avere occhi per guardare in profondità e comprendere che quanto è stato annunciato è Parola di Dio». Potremmo anche dire che questo cammino dura non solo per tutta la vita di ogni credente, ma anche per tutta la vita della Chiesa di Cristo, nei diversi periodi e nelle diverse situazioni della sua vicenda storica. È la Bibbia stessa che ci educa a rileggere la storia del popolo eletto, l’antico e il nuovo Israele, con questa preziosa chiave di lettura: basta pensare agli ultimi capitoli del Siracide e del libro della Sapienza, come pure al capitolo 11 della lettera agli Ebrei e al libro dell’Apocalisse. Verso la fine della sua lettera apostolica il Papa scrive: «L’Anno della fede sarà anche una occasione propizia per intensificare la testimonianza della carità… La fede senza la carità non porta frutto e la carità senza la fede sarebbe un sentimento in balia costante del dubbio». Proprio come impariamo dall’insegnamento degli apostoli Giovanni e Paolo. Giovanni infatti scrive nel suo Vangelo: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (6,29). La fede, alla quale si arriva passando attraverso la porta della parola di Dio predicata e ascoltata, è dono di Dio: lo sappiamo, ma il Papa ci invita a prenderne rinnovata consapevolezza. Dal canto suo Paolo, nella famosa pagina della prima lettera ai Corinzi con tono provocatorio scrive: «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli ma non avessi la carità sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna... La carità tutto crede, tutto spera» (12, 1.7). Sarei tentato di dire che può anche accadere che chi crede non ama, ma chi ama non può non credere: la carità è onnicomprensiva.

 

Pag 27 «Ma la misericordia di Dio è più grande» di Marina Corradi

Maggioni: se a guidare la Chiesa fossero solo gli uomini, sarebbe finita da un pezzo

 

E’ un grande biblista, un teologo, e, prima ancora, un sacerdote di lungo corso - nato nel 1932, è stato ordinato a Como 57 anni fa. A don Bruno Maggioni abbiamo chiesto di rispondere alla amarezza e allo scoramento che si respira in queste ore, dopo i fatti del Vaticano, col profilarsi di un tradimento perpetrato contro lo stesso Pontefice; di portare la sua saggezza a conforto dello scandalo che si affaccia nei blog, e anche nelle domande interiori dei credenti, o almeno di alcuni di loro. Quel dirsi, in fondo: se questa è la Chiesa, come possiamo ancora fidarcene? «Ma, guardi, io credo – l’accento di don Maggioni è lombardo, la voce serena e bonaria – che quando si arriva alla mia età si guardi al male con un altro sguardo. Certo, il male c’è, e gli uomini sono tutti peccatori, e dunque il peccato è anche dentro la Chiesa: ma prima, sopra a tutto questo, io ho una certezza, e cioè che Dio mi vuole bene. Quando si è giovani spesso è diverso, si può sognare una comunità cristiana esente dal peccato: cosa che è un po’ integralista, un po’ sciocca. Io, a ottant’anni, quando leggo quel passo del Vangelo: 'Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori', sono così contento. Allora, penso, Gesù è venuto proprio per me».

Giuda rubava dalla cassa già prima di tradire, Pietro ha rinnegato tre volte. Si direbbe che Cristo non abbia scelto i più onesti, o i più coraggiosi.

Ha cercato, semplicemente, degli uomini. Perché il fondamento del cristianesimo non sta in un modello di virtù stoica, ma nella certezza dell’amore di Dio, più grande di ogni male. Tutto il Vangelo testimonia di questo. (A volte, ho l’impressione che il Vangelo non lo conosciamo più). Insomma ciò che decide del nostro destino è la misericordia di Dio, non il nostro essere perfetti.

Qualcuno ha notato anche che il primo cui Gesù promette il Paradiso è il ladrone appeso alla croce accanto alla sua.

Non ricordo se sia proprio il primo, ma di certo il Vangelo testimonia come Gesù prima perdonasse, e poi esortasse: va’ e non peccare più. Gesù non guarda per prima cosa al peccato di un uomo, ma all’amore, che Dio ha per quell’uomo.

La misericordia, dunque, in Cristo viene prima, è ben più grande della giustizia. Ma non ce lo siamo un po’ dimenticati? Anche molti cristiani oggi sembrano percorsi da un’ansia di dirsi onesti, senza macchia...'

Tendiamo volentieri a dimenticarci di essere noi stessi peccatori; anche se la Chiesa ce lo fa dire ogni domenica, all’inizio della Messa, proprio perché ce lo ricordiamo. A volte invece ci lasciamo prendere dal moralismo: come, nella parabola del figliol prodigo, accade al fratello bravo, a quello che è rimasto, che ha sempre fatto la volontà del padre, e ora si indigna del perdono generosamente concesso, si rammarica della grande festa per il figlio ritrovato.

Tornando alle vicende vaticane, qualche giornale scrive: è l’inizio della catastrofe. Lei che ne pensa?

Ma via – sorride Maggioni – in duemila anni la Chiesa ne ha passate ben di peggio... E se la Chiesa fosse poi solo cosa di uomini, non crede che sarebbe già finita da un pezzo? Domani (oggi per chi legge, ndr) è la Pentecoste. Dobbiamo ricordarci che lo Spirito, anche se non si vede, opera concretamente nella storia, e confidare in Dio.

Benedetto XVI ieri, incontrando il Movimento del Rinnovamento nello Spirito, ha citato il passo del Vangelo di Matteo che parla dell’uomo saggio che ha costruito la casa sulla roccia: «Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia». E a molti è sembrata una parola di conforto a noi, naviganti in un mare agitato.  

Certo: dove la roccia, la sola che tenga davvero, è Cristo, vivo fra noi. Non il nostro merito. Ricordando questo dovremmo essere più umili, non indulgere a illuderci di essere gli uomini migliori. Ricordando questo, vedendo come il peccato riguarda anche noi, dovremmo essere noi stessi, verso gli altri, più misericordiosi.

 

Torna al sommario

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 27 maggio 2012

Pagg 1, 22 Ora la Chiesa recuperi fiducia di Carlo Maria Martini

 

La Chiesa, dopo le notizie di cronaca di queste ore che parlano del «corvo» in Vaticano, deve con urgenza recuperare la fiducia dei fedeli. È stata un’esperienza di Gesù l’essere tradito e venduto, non poteva non essere anche un’esperienza della Chiesa o di qualche Papa. Chi grida allo scandalo si ricordi di quanto è successo duemila anni fa. E questa vicenda è nata anch’essa da un tradimento, da un’azione malvagia: dobbiamo chiedere perdono come Chiesa a tutti. Lo scandalo ha sempre una natura triplice: c’è chi lo riceve, chi lo fa, chi ne approfitta; ma la Chiesa può guardare oltre e leggere in senso positivo quanto è emerso. La Chiesa perda i denari, ma non perda se stessa. Perché quanto è accaduto può avvicinarci al Vangelo e insegnare alla Chiesa a non puntare sui tesori della terra. (Matteo 6, 19-21).

 

Eminenza, da mercoledì 30 maggio a domenica 3 giugno sono in programma a Milano i giorni di incontro delle famiglie con Papa Benedetto XVI. Mi sono chiesto diverse volte che cosa si possa intendere per famiglia. Il secondo matrimonio non dà forse vita a una famiglia? E le unioni di fatto? I musulmani che possono permettersi più mogli sono un'altra famiglia che non è prevista dai nostri ordinamenti giuridici. Inoltre molti giovani non possono permettersi il lusso di dar vita a una famiglia perché non c'è lavoro e non sempre i genitori li possono mantenere. La Chiesa che cosa dice in proposito?                (Alessandro Fratini – Genova)

 

Eminenza, ho sempre ritenuto il valore della famiglia tra i più importanti e proprio per questo non ho mai smesso di pregare per la serenità e l'unità della mia famiglia, a maggior ragione dopo il matrimonio di mio figlio, allietato dalla nascita di un nipotino. Ora mio figlio si sta separando e l'unica grazia per cui ho pregato una vita viene meno. Le chiedo cortesemente un conforto ed un aiuto perché mi sento abbandonato e non riesco più a trovare le parole per pregare e continuare a ringraziare il Signore.        (Gianni Alberici – Brescia)

 

Rispondo anzitutto con un forte abbraccio al Papa che mi rinnova la memoria di due altri grandi abbracci, quando ho salutato il Papa Giovanni Paolo II che veniva a confortare e confermare il mio ministero. Tutti gli argomenti connessi con il grande sacramento del matrimonio avranno modo di essere trattati. Qui mi limiterò ad accennare all'importanza di un fattore, che Papa Benedetto spesso ci ha richiamato. Questa visita avviene durante una ciclopica crisi di cui non è chiaro il tempo e la durata. Essa fa emergere in ogni focolare quanta angoscia ci sia nella vita presente delle famiglie e in particolare drammi segreti che poi portano al suicidio. Da essa emerge anche il bisogno di lotta e coraggio nelle scelte, senza lasciarci prendere da un disfattismo che ci azzanna alla gola.

 

Eminenza, Il Vangelo di Giovanni ci narra che Pietro, con un colpo di spada, mozzò l'orecchio di uno dei servi del sommo sacerdote durante l'arresto di Gesù. Che ci faceva, armato di spada, un discepolo accanto a Gesù che andava predicando amore e fratellanza? (Italo Tacelli - Sala Consilina / Salerno)

 

Va considerato il contesto di grande tensione montato in quelle ore che hanno preceduto la Passione e morte di Gesù. Il pericolo imminente per la vita del Maestro amato spinge i discepoli a munirsi di armi per difenderlo. Pietro è qui ancora quell'uomo che poco dopo lo rinnegherà. Invece di munirsi della spada a due tagli che è la parola di Dio (cf. Eb 4,12) possiede uno strumento di violenza. È l'equivoco dell'uomo di sempre che usa la violenza in nome dell'«amore». Proprio per questo di lì a poco rinnegherà il Maestro: Pietro non ha capito che la gloria del Messia Crocifisso non va difesa, va solo accolta e realizzata secondo la Sua volontà nell'Amore vero. Poi, dopo il canto del gallo, lo capirà e diventerà il Pietro che Gesù voleva.

 

Cardinal Martini, molta gente si sta uccidendo per mancanza di lavoro o perché non è in grado di pagare tasse sempre più esose. I suicidi aumentano e ogni giorno non manca mai una notizia che riporta storie tristi. La Chiesa potrebbe prendere una chiara posizione su questo argomento? Non ho ancora sentito nulla di forte e chiaro e ne sono dispiaciuta. Con reverenza.                (Giuditta Milani - Saronno / Varese)

 

L'appello di Sua Santità, di qualche giorno fa a non lasciarsi andare alla disperazione, è certamente una presa di posizione ed una offerta d'aiuto. Ma vorrei che lei potesse intendere le grida lanciate da moltissimi vescovi per esprimere la loro indignazione di fronte a fatti malefici e orrendi. Sono certo che nell'operosità parrocchiale in tutta Italia sacerdoti e laici siano un valido baluardo. Non credo che la disperazione sia riconducibile solo al problema economico. A tutti quelli che si sentono nella morsa dell'angoscia vorrei dire: non abbiate paura! Nessuna situazione per quanto disperata è senza sbocco. Ma diamoci una mossa!

 

Eminenza, vorrei semplicemente chiederle se la Confessione è ancora un sacramento importante o è diventata una pratica non particolarmente necessaria per accostarsi all'Eucaristia. Mi è capitato di cercare un confessore e di non trovarlo, oppure di vedere la fila dei penitenti nel periodo di Pasqua. Ho un po’ di nostalgia delle vecchie chiese, dove c'era sempre un sacerdote che era disponibile e aveva sempre una parola buona.              (Gianguido Torracci – Roma)

 

La Confessione è un grande Sacramento e rimarrà tale fino alla fine dei secoli. Ma purtroppo molti conoscono solo qualche aspetto di questa magnifica opportunità data ai cristiani. Per lo più si conosce appena (e male) una delle molte vie della penitenza ecclesiastica. C'è anche il problema della diminuzione delle vocazioni. Era più facile, un tempo, avere un sacerdote disponibile ma

oggi dove sono?

 

Eminenza Reverendissima, in questi giorni ho ascoltato durante una vacanza in Inghilterra, il Requiem di Britten e sono rimasto impressionato dal Dies Irae. Il giorno del giudizio lei come lo immagina? La giustizia divina, stando alla Rivelazione, sarà senza alcun sconto? Che cosa dobbiamo pensare di una religione d'amore che castiga e condanna? Vorrei aggiungere altre domande, ma non era mia intenzione disturbarla. Un caro saluto e grazie della sua attenzione.             (Angelo Pinchiori - Bibbiena / Arezzo)

 

Non credo che ci saranno grandi segni esterni. Questo mondo semplicemente «passa». Perciò lascio in pace la mia immaginazione e mi preparo a ciò che il Signore vorrà mostrarci. In ogni caso vi sarà una proclamazione della gloria del Figlio Risorto, insieme con la certezza che a tutti sarà dato contemplare la bontà di Dio nel suo disegno sul mondo. Il testo cui lei fa riferimento è una visione distorta delle angosce del tempo ultimo, derivata da paure rinascenti del cuore umano. Essa ha comandato anche l'arte di quei secoli.

 

Pagg 4 – 5 «Il vento scuote la casa di Dio» Ma il Papa invita i fedeli alla fiducia di Bruno Bartoloni e Gian Guido Vecchi

Benedetto XVI e le parole del Vangelo dopo il fermo del maggiordomo. L'attesa dei nuovi arresti nel «livello superiore»

 

Città del Vaticano - Saranno in molti, e non solo pellegrini, a cercare di leggere oggi fra le righe del discorso che Benedetto XVI pronuncerà a mezzogiorno per la festa della Pentecoste, dalla finestra del suo studio privato. La Pentecoste è una festa fondamentale per la Chiesa, ha ricordato ieri il Papa in piazza San Pietro ai quarantamila aderenti al movimento del Rinnovamento dello Spirito. Il Pontefice è apparso provato. Del resto il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, lo aveva detto fin dalla prima notizia dell'arresto del presunto colpevole della fuga di documenti riservati: il Papa, dopo aver appreso la notizia, era rimasto «addolorato». Ma mentre la Chiesa si trova nella tempesta il Pontefice ha cercato di mostrare grande forza d'animo e d'invitare i fedeli alla fiducia. Ha citato le parole evangeliche sul saggio che costruisce la casa sulla roccia ed ha fatto sue le parole di Gesù: «Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde perché era fondata sulla roccia». E che il fiume sia straripato glielo ricordava in quel momento la banalità della presenza accanto a lui di un addetto dell'anticamera pontificia al posto di Paolo Gabriele. Un fedele aiutante, almeno così ha ritenuto fino a mercoledì sera, che non sarà nel suo studio oggi a mezzogiorno per aprirgli le finestre sulla piazza e per stendere il grande tappeto con il suo stemma. Il Papa ha continuato senza mostrare turbamenti a incoraggiare i fedeli del Rinnovamento dello Spirito. «Nella società attuale viviamo una situazione per certi versi precaria, caratterizzata dalla insicurezza e dalla frammentarietà delle scelte. Mancano spesso - ha sottolineato - validi punti di riferimento a cui ispirare la propria esistenza. Diventa pertanto, sempre più importante costruire l'edificio della vita e il complesso delle relazioni sociali sulla roccia stabile della parola di Dio, lasciandosi guidare dal Magistero della Chiesa». Un messaggio che sembra far presente che nella Chiesa ciò che conta è il magistero e non certo le battaglie cortigiane, anche quando sono animate dalle buone intenzioni di far pulizia attorno a questo stesso magistero. Per questo ha aggiunto: «Non cedete alla tentazione della mediocrità» e «coltivate nell'animo desideri alti e generosi». Benedetto XVI ha poi chiesto ai cattolici di diventare «adulti, maturi e responsabili» e «non seguire semplicemente i venti dei tempi». E per raggiungere la fermezza e la vera maturità è necessario, ha sottolineato, ascoltare la parola di Dio «da cui trae senso e spinta ogni progetto umano, anche per quanto concerne l'edificazione della città terrena». Infine una parola per quanto fa il movimento del Rinnovamento dello Spirito «in favore della rinascita spirituale e materiale dei detenuti», un pensiero che in queste ore naturalmente non poteva collegare al suo ex maggiordomo, per il quale, si assicura in Vaticano, Benedetto XVI pregherà stamane all'alba durante la messa celebrata nella sua cappella privata con tutti i suoi collaboratori, dal segretario alle quattro «Memores» ma senza Paolo Gabriele. Non potrà che provare qualche brivido «Paoletto» più tardi, quando a mezzogiorno udrà senza riuscire forse a distinguerle le parole del Papa rilanciate dalla cassa di risonanza di piazza San Pietro fino alla sua vicina cella d'isolamento. «Grande affetto per la famiglia di Paolo Gabriele, che è conosciuta e amata da tutti», ha espresso padre Federico Lombardi. E del caso ha parlato anche Radio Vaticana. Mentre invece, sia ieri che oggi, l'Osservatore Romano non ha riportato la notizia.

 

Città del Vaticano - Letta alla luce dell'indagine in corso è una frase terribile, quella di Gregorio Magno: «Colui che è preoccupato troppo della pace puramente umana, non si oppone più al malvagio e così dà ragione ai perversi, costui si separa dalla pace di Dio. È una grande colpa, venire a patti con la corruzione». La citazione è del cardinale Joseph Ratzinger e compare in una raccolta di interventi del 2001, un testo dell'allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede che l'Osservatore Romano di oggi richiama in prima pagina. Ufficialmente, per celebrare i 35 anni di ordinazione episcopale del Papa, che divenne vescovo il 28 maggio 1977. Ma non c'è nulla di casuale, nella scelta di quell'intervento tra la sterminata produzione di Ratzinger, le parole del testo sulle responsabilità del vescovo «maestro custode della fede» sono un messaggio meditato: «II vescovo deve essere un uomo di pace, ma deve anche avere sale in se stesso; deve essere anche pronto al conflitto, laddove si tratta del vero bene, perché il sale non divenga scipito e noi non veniamo giustamente disprezzati e calpestati». Il conflitto, la «lotta contro gli elementi di decomposizione». C'è una guerra in corso, Oltretevere. E l'inchiesta sul furto e la diffusione di documenti riservati del Papa e della Santa Sede non si ferma certo con l'arresto di Paolo Gabriele, l'«aiutante di Camera» del Papa che ha passato la terza notte nella camera di sicurezza vaticana. Lo descrivono impetrito e addolorato, in preghiera nella cella di quattro metri per quattro, chiuso nel silenzio a dispetto dei ripetuti interrogatori. Voci non confermate dicevano avesse cominciato ad ammettere e fare «un paio di nomi», anche perché è quello che si aspettano tutti: altri salteranno fuori, da settimane i sospetti si addensano su più persone, nessuno crede che il maggiordomo «laico» possa avere orchestrato da solo «Vatileaks» e si guarda ad un livello superiore, ecclesiastico. Per ora Gabriele è accusato solo di «furto aggravato». Perché i «corvi» sono più di uno e Oltretevere si attendono presto altri arresti. Padre Federico Lombardi allarga le braccia: «Se ci saranno altri atti da eseguire, si eseguiranno». Del resto i documenti consegnati ai media sono usciti da vari uffici: «Non può essere solo il maggiordomo» si dice. Il clima è surreale, perché la Città del Vaticano è un modo piccolo e nei suoi 44 ettari si conoscono tutti, guardie e (sospetti) ladri. Ieri si è aperta l'«istruttoria formale», condotta dal giudice istruttore Piero Antonio Bonnet mentre la commissione cardinalizia voluta dal Papa e la Gendarmeria proseguono le indagini. Si compulsano tabulati telefonici, email, intercettazioni e, cosa notevole, conti bancari. Posto che il maggiordomo non abbia agito da solo, «il problema è capire se lo ha fatto per soldi, per rancore, perché legato a un "gruppo ideologico" magari avverso al cardinale Bertone o altro», si riflette. Tra gli inquirenti si escludono «equivoci» di sorta. Gabriele è conosciuto come una persona per bene, «fedele e devota al Santo Padre», Benedetto XVI per primo è sconcertato e addolorato. Però la mole di documenti riservati trovata in casa del maggiordomo è «assai consistente», si parla di «casse» di carte. Le stanno controllando, alcune corrispondono a quelle fotocopiate e fatte uscire all'esterno. Soprattutto si parla di testi che potevano trovarsi solo nello studio privato del Papa perché non erano ancora usciti dall'Appartamento per essere archiviati in Segreteria di Stato. È stata questa la svolta nelle indagini, prima dell'arresto di Gabriele sono state sentite tutte le persone che hanno accesso all'abitazione del Pontefice, dai domestici alle Memores Domini. Fino alla perquisizione dell'appartamento dell'«assistente di Camera». C'erano anche apparecchiature fotografiche che tuttavia non dimostrano nulla, si precisa, «sono cose che chiunque potrebbe avere, niente di specifico». Una personalità che non ama il Segretario di Stato azzarda: «Magari hanno incastrato il maggiordomo mettendogli le carte in casa, oppure potrebbe avere eseguito ordini superiori. Se sei fedele sei anche obbediente». E un altro: «Tutti sono intercettati, ci sono spie e cimici dappertutto, vuole che non lo sapesse? C'è la ragion di Stato, il fine buono giustifica mezzi cattivi...». Insinuazioni respinte con sdegno da chi indaga: non c'è nessun «capro espiatorio» per chiudere la faccenda. Però danno l'idea dell'aria che circola oltre le Mura leonine. Sullo sfondo ci sono conflitti che durano da anni, la nomina di Tarcisio Bertone a Segretario di Stato non è mai stata digerita dal cosiddetto «partito diplomatico» che lo ha considerato fin dall'inizio un corpo estraneo e il conflitto tra «vecchia» e «nuova» guardia, o meglio tra alcuni esponenti dell'una e dell'altra, non conosce tregua. Non sono tutti come il cardinale Walter Kasper, uno dei massimi teologi viventi, che ora è serenamente in pensione e sospira: «Sono molto rattristato per il Santo Padre, l'unica cosa che posso fare per lui è pregare. Che queste fughe di notizie fossero sporche si sapeva, ora mi aspetto che venga rivelata tutta la verità». Benedetto XVI ha scritto con particolare attenzione l'omelia di oggi. Pentecoste significa «dialogo e comunione» e si contrappone alla «confusione di Babele che insidia sempre la società e la Chiesa», rifletteva ieri padre Lombardi su Radio Vaticana. Lunedì, rivolto ai cardinali, il Papa aveva parlato del combattimento della Chiesa «militante» che lotta per il bene e contro il male, ha ricordato il portavoce vaticano: «Sant'Ignazio di Loyola, con immagini diverse, ci dice la stessa cosa: dobbiamo scegliere se stare sotto la bandiera del demonio o sotto quella di Gesù». Morale: «Sotto la prima bandiera ci si arruola cercando la ricchezza, l'onore vano, la superbia, e di qui tutti gli altri vizi; sotto quella di Gesù amando la povertà - spirituale e materiale -, le umiliazioni, l'umiltà, e di qui tutte le altre virtù. Chiaro, no? Attuale, non è vero?».

 

Pagg 4 – 5 Nessuna ammissione, «Paoletto» in cella prega e tace di B. Bar. e Virginia Piccolillo

La moglie: «Un duro colpo, lui non tradirebbe mai»

 

Città del Vaticano  - «Attualmente la magistratura ha contestato a Paolo Gabriele semplicemente il reato di furto aggravato. Siamo ad uno stadio molto iniziale del procedimento penale». È direttamente il portavoce vaticano padre Federico Lombardi a fare il punto delle indagini dopo l'arresto del maggiordomo del Papa accusato di essere uno dei «corvi» che hanno sottratto documenti riservati del Papa e della Santa Sede pubblicati nel libro «Sua Santità». Nella sua abitazione sono stati rinvenuti «documenti riservati», mentre le indagini proseguono con il controllo di tabulati telefonici e di documenti bancari alla ricerca di nuove prove e soprattutto dei suoi complici, perché gli investigatori sono certi che Gabriele non ha agito da solo. Finora il maggiordomo del Papa si sarebbe rifiutato di rispondere alle domande dei magistrati vaticani. Prega. La prima fase di «istruttoria sommaria» sotto la direzione del Promotore di Giustizia si è già conclusa ed è stata avviata la fase di «istruttoria formale» condotta dal giudice istruttore Piero Antonio Bonnet. «La fase istruttoria - ha spiegato padre Lombardi - proseguirà fino a che non sia acquisito un quadro adeguato della situazione oggetto d'indagine, dopodiché il giudice istruttore procederà al proscioglimento o al rinvio a giudizio». Insomma, non sono ancora troppo lunghe le giornate di Paolo Gabriele da quando mercoledì sera è stato prelevato dai gendarmi pontifici e trasferito nella camera di sicurezza del Palazzo dei Tribunali a piazza Santa Marta. Lo diverranno sicuramente quando si esauriranno gli interrogatori e inizierà la fase processuale vera e propria. «Paoletto», come è conosciuto da tutti in Vaticano, si trova ora nella nuova camera di sicurezza realizzata quattro anni fa con la ristrutturazione degli Uffici della gendarmeria al piano terra dell'edificio e che ora inaugura proprio lui. Prima colazione alle otto del mattino, pranzo alle tredici, cena alle otto di sera, tutti pasti che due gendarmi portano in macchina dalla mensa della caserma nel cortile dietro la via del Pellegrino, a pochi passi dalla sede dell'Osservatore Romano e a pochi metri da dove Paolo Gabriele abita con la moglie Manuela Citti e i tre figli. Nella camera che sostituisce di fatto le tre celle che si trovano accanto all'aula del Tribunale, ormai utilizzate dai magistrati per la loro attività, non c'è altro che un letto, una sedia e un tavolino. La camera dispone di aria climatizzata e di una minuscola finestra che si apre su un cortiletto. Un piccolo bagno è adiacente alla cella. Dopo i primi interrogatori Gabriele vive in isolamento. La moglie ha potuto fargli avere degli indumenti, delle medicine, ben controllate dai gendarmi, e alcuni libri dal momento che nella cella non è previsto neppure lo svago della televisione. Non è stata autorizzata a incontrare il marito. La giornata di ieri è stata riempita da una lunga conversazione con i due avvocati che gli sono stati proposti d'ufficio. Previsioni sui tempi dell'inchiesta, ovviamente, non se ne fanno. Padre Lombardi si limita ad allargare le braccia e a guardare lontano.

 

Roma - «Stiamo come può stare una famiglia che si trova in queste situazioni. Ma va tutto bene». E' una voce delicata, ma forte, quella di Manuela Citti, moglie di Paolo Gabriele: l'uomo passato di colpo dalla fiducia totale di due Papi all'accusa di tradimento. Il corvo, per il Vaticano. Il capro espiatorio, secondo molti. Ma non si ode l'eco di disperazione nella voce al telefono di quella mamma di famiglia, catapultata dalla sua vita di casalinga con tre figli al centro di un caso internazionale. Agli amici più stretti ha confidato la sua certezza incrollabile: «Mio marito vuole bene alla Chiesa. Sono sicura che non avrebbe mai fatto qualcosa che potesse arrecare danno al Santo Padre». Ma non denuncia complotti e non chiede aiuto Manuela: «Certo è stato un duro colpo», conferma all'AdnKronos. Poi torna ai suoi ragazzi. La sua unica occupazione. L'unico svago attribuito anche al marito, maggiordomo del Papa e in quanto tale a disposizione dall'alba, intorno alle 6 del mattino, al momento del ritiro del Papa, verso le 9 di sera. Una routine che andava avanti da quando era stato spostato dalla prefettura nell'appartamento privato di papa Giovanni Paolo II. Chi conosce Manuela e Paolo non si dà pace: «È una famiglia specchiata. Mai sfiorata nemmeno da pettegolezzi o maldicenze all'ordine del giorno Oltretevere», sussurrano i cittadini vaticani sgomenti per l'enormità della situazione e atterriti dalla possibilità di finirci dentro. Al massimo c'è chi allude alla grande semplicità di Gabriele. Troppa per divenire la mente del caso che scuote il Vaticano: la pubblicazione da parte del giornalista Gianluigi Nuzzi della posta riservata di Benedetto XVI. Abbastanza, c'è chi giurerebbe, per essere incastrato: magari per aver solo fatto un favore a chi gli aveva chiesto di custodire dei documenti. Al telefono in mattinata Manuela assicura: «Non ci muoviamo, restiamo qui». Ma nel pomeriggio c'è chi parla di un trasferimento ad Ostia, sul litorale romano. E il mistero si infittisce in quel palazzetto dei segreti in piazzetta di sant'Egidio, con vista sulle mura, verso Porta Sant'Anna. Lo stesso in cui abitava Emanuela Orlandi, e dove vive ancora la mamma Maria che raccolse la solidarietà umana dei Gabriele. Lo stesso dove, proprio nel medesimo appartamento al terzo piano, abitava Angelo Gugel: storico aiutante di Camera di papa Woityla, padre di una ragazza che venne pedinata prima del rapimento di Emanuela Orlandi. Tra gli altri inquilini, oltre alla segretaria del Papa e alla famiglia di una guardia svizzera, anche Giampiero Gloder, un consigliere, ascoltatissimo, del Papa. In Vaticano c'è «grande affetto per la famiglia di Paolo Gabriele, che è conosciuta e amata da tutti», dichiara il portavoce del Vaticano padre Federico Lombardi, formulando «l'augurio che la sua famiglia possa superare questo momento». «Lo stato d'animo del Papa lo potete facilmente immaginare. Tutti quelli che, frequentando il Palazzo apostolico, hanno conosciuto Paolo Gabriele, provano oggi dolore e stupore».

 

Pag 6 «Presidente inaffidabile e imprudente» di M. Antonietta Calabrò

Il Cda dello Ior e le 9 accuse a Gotti Tedeschi: «Abbiamo agito per trasparenza»

 

Roma - «Il nostro maggiore desiderio è la trasparenza». Carl A. Anderson, americano, presidente (Cavaliere supremo) dei Cavalieri di Colombo, parla come membro del board dello Ior, il consiglio d'amministrazione dell'Istituto per le opere di religione, composto oltre che da lui stesso, da Ronaldo Hermann Schmitz ex ad della Deutsche Bank, Manuel Soto Serrano, spagnolo (presidente del Santander, la banca da cui proveniva Gotti) e dall'avvocato e notaio italiano Antonio Maria Marocco. «Ognuno di noi - spiega Anderson - ha una solida reputazione, ma è difficile lavorare con un'immagine di trasparenza, se poi dietro l'immagine la trasparenza non c'è. Gotti non si dedicava all'Istituto, non era concentrato sul suo lavoro, non si informava e non riferiva al board, spesso non partecipava al consiglio. Noi abbiamo dovuto decidere, abbiamo dovuto votare la sfiducia nei suoi confronti: questo passo doveva essere fatto. L'immagine dell'Istituto era danneggiata. Noi siamo stati mossi dal desiderio di promuovere la trasparenza e rimettere in moto l'Istituto, cosa di cui Gotti parlava sempre ma non faceva».

Situazione eccezionale - Anderson, nella riunione del board di giovedì scorso che si è chiusa con la destituzione di Gotti Tedeschi, è stato il segretario del consiglio e ha stilato il memorandum che è stato notificato al banchiere. È il documento che pubblichiamo e che da solo dimostra l'eccezionalità della situazione che si era venuta a creare. Ma va chiarito subito che non si tratta di una nuova fuoriuscita illegale di documenti. Non è un leak, non è un Vatileak. E non è un appunto, ma un memorandum - notifica, un atto formale. Chi lo ha scritto nella sua qualità di segretario del board - cioè Carl A. Anderson - infatti lo ha voluto rendere noto proprio per rispondere all'esigenza di totale trasparenza sulla vicenda e per fugare dubbi e illazioni sulle motivazioni della decisione stessa. «Nessuna ingerenza, nessuna decisione "politica", nessuno schieramento all'interno di presunte lotte di Curia», dichiara al Corriere. «Noi - continua Anderson - abbiamo deciso in totale indipendenza, non solo senza pressioni di alcun tipo da parte di nessuno, e meno che meno da parte del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, ma senza neppure la minima influenza esterna». «La verità, purtroppo, è molto semplice», conclude. «La decisione effettiva è stata presa perché Gotti non svolgeva il suo lavoro di presidente di un ente finanziario e il board è responsabile della buona gestione e del buon andamento dell'Istituto».

Due cartelle fitte - Due cartelle fitte in inglese, con il timbro dello Ior. Si tratta di una «notifica del voto e della risoluzione di sfiducia (No confidence)» con la quale viene motivata la decisione. In nove punti sono stati precisati gli addebiti che hanno concluso la carriera di Gotti in Vaticano. La notifica è stata necessaria anche perché - è scritto nel memorandum - Gotti ha addirittura abbandonato l'edificio dello Ior senza attendere la decisione del consiglio. Il documento è stato inviato giovedì stesso alla commissione cardinalizia di vigilanza che lo ha esaminato ed approvato. Ricostruisce la riunione del board di giovedì scorso. Riunione durante la quale il banchiere ha parlato per più di settanta minuti senza interruzione. Le stesse dichiarazioni rese da Gotti Tedeschi nel corso della riunione sono considerate la conferma di non aver fornito in passato adeguate informazioni al board.

I nove punti - Nelle motivazioni della mozione di sfiducia approvata sono sintetizzate le responsabilità attribuite a Gotti Tedeschi. Sono nove i punti indicati: 1) non aver svolto le funzioni base che spettano al presidente; 2) l'incapacità di essere informato e di informare il board rispetto all'attività dell'Istituto; 3) aver abbandonato o non aver preso parte a riunioni del board; 4) aver mostrato poca prudenza in dichiarazioni sull'Istituto; 5) non aver potuto fornire giustificazione formale per la diffusione di documenti in possesso del presidente; 6) aver diffuso informazioni non accurate sull'Istituto; 7) non aver difeso l'Istituto rispetto ad articoli di stampa inappropriati; 8) aver creato divisioni nell'Istituto; 9) aver tenuto un comportamento personale non coerente («erratic»). Tra i nove addebiti ci sono anche due punti molto delicati dal punto di vista dell'affidabilità. Il punto 5 e il punto 6. Ma in particolare il punto 5 relativo a documenti in possesso del solo presidente.

Tre ore per la sfiducia - Il Cda si è riunito alle 14, o pochi minuti più tardi, per discutere, tra le altre cose, della governance dell'Istituto. L'incontro si è tenuto negli uffici dell'Istituto, in inglese come da abitudine. Tutti i membri del consiglio erano presenti. «Durante l'incontro Lei di sua sponte ha deciso di affrontare la questione della governance e le è stata data l'opportunità di parlare liberamente su questa e gli altri temi in agenda. La sua dichiarazione è durata 70 minuti. E non è mai stata interrotta. Subito dopo le è stato chiesto se aveva qualcosa di altro da aggiungere. Poi le è stato chiesto di lasciare il consiglio». Verso le 15.40 è stata presentata una mozione di sfiducia nei confronti di Gotti. Intorno alle 17 il consiglio ha votato le motivazioni e deciso per la sfiducia: «Il consiglio di amministrazione dell'Istituto per le opere religiose non ha più fiducia nel presidente Ettore Gotti Tedeschi e raccomanda la discontinuità del suo mandato come presidente e membro di questo consiglio».

 

Pag 6 Il filosofo Reale: la Chiesa perde sempre quando si occupa di politica spicciola di Armando Torno

 

Cosa sta succedendo nella Chiesa? Sembrano tornati i tempi degli intrighi e delle congiure. Forse dei veleni. Si narra di corvi. Si percepiscono regolamenti di conti. Ne parliamo con Giovanni Reale, filosofo cattolico, che è stato amico di Giovanni Paolo II e tra i suoi allievi ha avuto studenti poi diventati cardinali. Non è turbato più del solito, anzi fa spallucce dinanzi a domande cariche di cronaca. Ha incontrato i grandi pensatori del nostro tempo, ha visto i maestri di ateismo dell'ex Unione Sovietica convertirsi e accendere candele. Insomma, è allenato ad affrontare fatti e cose, oltre che idee. Ci confida: «Tempo fa lessi una frase sulla storia della Chiesa che non dimentico: se in duemila anni, con tutto quello che è successo, non è crollata ma riesce a sopravvivere, e bene, significa che è un riferimento vero. Rimane insomma importante quanto ha ricordato il Papa, ovvero che è una costruzione che ha i suoi fondamenti sulla roccia; venti e flutti non la possono distruggere». Sorride. Aggiunge: «Queste parole le proferisco con la mia cara e vecchia fede. Vorrei però sottolineare che la Chiesa dovrebbe sempre di più spogliarsi di quanto le è rimasto del potere temporale. Ogni volta che entra nelle questioni di politica spicciola, perde anziché guadagnare. La frase di Cristo "Il mio regno non è di questo mondo" va ripetuta oggi con maggior frequenza e praticata continuamente». Ma cosa dovrebbero fare i vertici vaticani? Reale non ha dubbi: «Entrare il meno possibile in quei problemi che alimentano i pettegolezzi e ricordarsi che sono i testimoni del Vangelo, il quale è nato dalla scandalo della Croce e da tutto ciò che ne consegue». Una pausa e ancora: «Fatti come quelli venuti alla luce in queste ore moltiplicano i giudizi negativi, alimentano il chiacchiericcio e fanno credere a molti che la Chiesa assomigli a un partito o a qualcosa del genere. Non si deve dimenticare la testimonianza di Cristo, il mistero che avvolge la sua incarnazione, la salvezza che annuncia». E, incalza Reale, non vanno confuse le cronache con un altro aspetto del suo messaggio: «Cristo aveva annunciato le persecuzioni che avrebbero avuto i suoi seguaci nella storia: così come colpirono lui direttamente, allo stesso modo sarebbe capitato a loro. Anche se questo riguarda la testimonianza del Vangelo, non certo altre questioni». L'immagine della Chiesa? Come ne uscirà da fatti del genere? Già la politica, soprattutto in Italia, non se la passa bene. Reale sottolinea: «I fedeli sanno che ci sono altri valori. Alcuni sostengono che quelli della Chiesa sono da tempo caduti, ma la verità è che molte persone (forse anche tra certi ecclesiastici) hanno perso la capacità di comprenderli e proprio la Chiesa ha il compito di continuare a testimoniarli. Si sono attraversati anche periodi peggiori di questo. La Rivoluzione francese, per esempio, aveva quasi cancellato le parrocchie, ghigliottinato religiosi, issato la dea ragione sugli altari. Ma il messaggio di Cristo non si cancella con la violenza, caso mai lo si fortifica». Forse c'è un modo nuovo di diffonderlo? Reale sceglie la via indicata dal caro Kierkegaard: «Vivere come se Cristo fosse qui, presente tra di noi, oggi. La contemporaneità di Cristo è la condizione della fede o più esattamente è la definizione della fede». Poi, dopo aver ricordato che quanto è venuto alla luce non va però sottovalutato, aggiunge: «È il momento di guardare oltre, al di là dei fatti che accadono. Il vero cristiano vive in questo mondo ma non secondo la logica di questo mondo. L'errore più grave che possa commettere è cercare di introdurre il regno di Dio in questo mondo ma seguendo la logica di questo mondo». E ancora: «I media mettono in evidenza soltanto le parti esteriori e mondane, non entrano nella sostanza dei problemi della Chiesa. Nicolás Gomez Dávila, scrittore e moralista morto a Bogotá nel 1994, ci avverte che quel che si pensa contro la Chiesa, se non lo si pensa dentro la Chiesa, è privo di interesse perché non coglie il cuore del problema». E infine un colpo di fioretto: «Nella cultura di oggi prevalgono sostanzialmente, per dirla ancora con Dávila, varie forme di nichilismo, relativismo, cinismo e anche - affermiamolo chiaramente- stupidità». Già, stupidità. Ce n'è anche in ambienti non sospetti e crediamo che essa sia un ingrediente essenziale di questi scandali. Con corvi e intrighi.

 

LA REPUBBLICA di domenica 27 maggio 2012

Pag 1 Da Pacelli a Ratzinger la lunga crisi della Chiesa di Eugenio Scalfari

 

La vecchia Italia affondò durante una giornata gonfia di tempesta e di presagi, nell'autunno del 1958: Papa Pio XII moriva in mezzo a una corte disfatta di cardinali decrepiti, di astuti procacciatori d'affari, di monache fanatiche, di nipoti parassiti. Nel palazzo papale di Castel Gandolfo, mentre il temporale gonfiava le acque del lago e lo scirocco spalancava le imposte e si ingolfava tra le tende e nei corridoi, dignitari laici ed ecclesiastici si preparavano a sgombrare. Ciascuno cercava di portar via, anche fisicamente, quanto più poteva; ma soprattutto ciascuno brigava per conservare qualche beneficio; una carica lucrosa, una fetta, per piccola che fosse, di quel potere che fino a quel momento da oltre dieci anni era stato amministrato senza scrupoli e senza concorrenze. L'affanno era visibile dovunque, nelle sale di ricevimento, nelle anticamere e fino intorno al letto del moribondo che, già in agonia, veniva impudicamente fotografato dal suo medico e dalla sua suora assistente, con la cannula dell'ossigeno in bocca, e i tratti del volto devastati dalle ombre della morte. Non era l'affanno della pietà; era l'affanno della cupidigia e della paura perché tutti sapevano, entro il palazzo, che non moriva un Papa ma finiva un regno. Nel salotto privato del Papa, circondato dai porporati più anziani e potenti, dai capi del Sant'Uffizio, delle Missioni, del Tesoro, dei Seminari, il Camerlengo della Chiesa rappresentava l'ultimo anello d'una continuità che stava per spezzarsi definitivamente. Aveva, come sempre, un volto assolutamente inespressivo; non era un uomo ma una carica, una funzione, una pausa del cerimoniale. Ma intorno a quella carica e all'uomo che ci stava dentro si andava tessendo proprio in quelle ore e in quel luogo la trama del conclave. Aloisi Masella, il Camerlengo, fu il primo e forse decisivo mediatore insieme ad Agagianian, il prefetto di propaganda Fide, tra il gruppo dei cardinali stranieri e i curiali. Cominciò di lì la ricerca che si sarebbe conclusa qualche settimana dopo sotto le volte della Sistina con un risultato che avrebbe sconvolto tutti i programmi, di un terzo uomo, un Papa che avrebbe dovuto essere al tempo stesso abbastanza pastorale per assorbire le irrequietezze della cattolicità, abbastanza diplomatico per non dimenticare le leggi del potere, abbastanza umile per restituire al Collegio e agli Episcopati le prerogative che Pacelli aveva confiscato. E abbastanza vecchio per non durare troppo a lungo. Quando in quell'alba di tuoni e di vento il medico del Papa, Galeazzi Lisi, ne ebbe dichiarato la morte clinica, dignitari, curiali, camerieri segreti, banchieri, politici, fuggirono verso Roma su grandi automobili nere per preparare l'incerto avvenire. Uno stuolo di corvi abbandonava le strutture corrose d'un luogo dal quale una monarchia assoluta aveva governato un paese.

Il brano che avete letto è tratto da un mio libro intitolato L'autunno della Repubblica del 1969, nel pieno del movimento studentesco. Il capitolo qui citato s'intitola "La fine d'un regno" e racconta appunto la morte di Papa Pacelli, Pio XII, che impersonò per lunghi anni la Chiesa trionfante e combattente che conteneva però fin da allora quella crisi sistemica di cui parla il cattolico Alberto Melloni, uno degli storici della Chiesa più accreditati in questa materia. Gli avvenimenti in corso segnano il momento culminate di questa crisi: la destituzione di Gotti Tedeschi dalla guida dello Ior, l'arresto del maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele, la sorda lotta in corso tra le diverse fazioni curiali e anticuriali, la posizione sempre più traballante del Segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Infine, la disperazione di Papa Ratzinger, chiuso nelle sue stanze e manifestamente incapace di tener ferma la barra in un mondo pervaso da cupidigie, ambizioni, complotti e contrastanti visioni della Chiesa futura. Non mi occuperò tuttavia delle inchieste in corso, che il nostro giornale ha già ampiamente trattato in questi giorni e ancora oggi con tutti gli aggiornamenti di cronaca. Mi interessa invece - e spero interessi i nostri lettori - di dare un'occhiata di insieme ai pontificati che si sono susseguiti da Pacelli a Ratzinger. Sono stati attraversati tutti dal filo rosso del confronto tra la Chiesa e la modernità. Perciò questi pontificati meritano una speciale attenzione per capire quale sia l'essenza di questa crisi sistemica che avviene sotto i nostri occhi.

Il conclave che elesse Giovanni XXIII venne dopo la monarchia assoluta ma molto avveduta di Pio XII, un diplomatico per eccellenza che governò la Chiesa in tempi durissimi, con la guerra in corso e poi a guerra finita con la ricostruzione della democrazia e il governo della Dc degasperiana. Pacelli ebbe tutti i difetti e tutte le qualità dei grandi pontefici. Abbiamo detto che eccelse nelle capacità diplomatiche e lo dimostrò ampiamente, soprattutto nel tormentatissimo periodo dell'occupazione nazista di Roma. Ma non mancava di pastoralità e neppure di grandi capacità sceniche. È ancora negli occhi di tutti i suoi contemporanei la sua visita al quartiere di San Lorenzo in Roma distrutto dal bombardamento americano, dove la sua veste bianca fu macchiata di sangue quando s'inoltrò tra le rovine per benedire i morti e soccorrere i feriti ancora distesi nelle strade devastate. Il partito conservatore era anche allora asserragliato in Curia. Il Papa si guardò bene dal disperderlo, anzi lo rafforzò purché si sottomettesse. Decideva lui quando era il caso di farlo emergere o di farlo tacere. Del resto chi parlava per lui era il gesuita padre Lombardi, detto "il microfono di Dio" che combatteva i socialcomunisti a spada sguainata. Un'altra spada era nelle mani di Gedda e dei comitati civici che sconfessavano addirittura la politica di De Gasperi che non fu più ricevuto in Vaticano in udienza privata. Ma Pacelli era anche nepotista nel senso classico e familista del termine. Era un principe e come tale si comportò e come tutti i principi indulse anche al populismo: riceveva ogni sorta di categorie della società civile: medici, avvocati, giornalisti cattolici, ciclisti e calciatori, casalinghe, poliziotti e militari, attori e operai, imprenditori e barbieri. Il populismo di Berlusconi fa ridere rispetto a quello di Pio XII che ora è in predicato di santità.

Papa Giovanni fu l'esatto contrario sia pure con alcuni condizionamenti. Fu eletto con una condizione: che restituisse alla Curia la sua indipendenza funzionale. A questo mandato si tenne fedele ma i curiali non avevano messo in conto che il Papa era comunque in grado di procedere a nuove nomine quando la morte avesse aperto vuoti nella gerarchia. C'era bisogno d'un Papa soprattutto pastorale e lo ebbero nel senso più pieno della parola. Giovanni fu molto più pastore che Romano Pontefice. Il fisico lo aiutava e l'eloquio anche ma soprattutto lo aiutò l'anima sua o se volete lo Spirito Santo. Amava i bimbi, le mamme, la famiglia, i poveri, gli esclusi. Richiamò Montini alla Segreteria di Stato e convocò il Concilio Vaticano II dove affluirono i vescovi di tutto il mondo cattolico. Era passato un secolo dal Vaticano I che si radunò a poca distanza di tempo dalla fine del potere temporale dei Papi. Lì fu proclamato il Papa-Re, infallibile quando parla dalla cattedra, e fu elevata a dogma la verginità di Maria. Il Vaticano II proclamò invece la necessità che la Chiesa si confrontasse con la modernità. Fu una rivoluzione, avviata ma ovviamente non compiuta. Fu la scelta d'un tema che doveva essere portato avanti a cominciare dalla modernizzazione della Chiesa, lo sconvolgimento della liturgia, la messa recitata nelle lingue correnti e non più in latino, col sacerdote rivolto ai fedeli e non più di spalle; l'apertura del dibattito sul ruolo dei laici e delle donne. Infine, il disinteresse del Vaticano nei confronti della politica italiana e quindi l'autonomia dei cattolici impegnati. Ma su un punto i curiali avevano visto giusto: nel suo quarto anno di pontificato il Papa si ammalò, nel quinto anno morì. Ricordo ancora i funerali: una folla immensa che dalla piazza arrivava al Tevere ed oltre, tutte le vie gremite da piazza Cavour e da Villa Pamphili, tutto Borgo Pio. Un Papa come lui non si era visto da gran tempo e non s'è più visto da allora.

Poi venne Montini. Di dire che ebbe qualità pastorali sarebbe dir troppo. Diplomatico, certo. Di populismo neppure l'ombra. Fu un politico, forse fin troppo. Ma non conservatore. Il confronto con la modernità non lo portò avanti ma impedì che ci fossero ulteriori arretramenti. Fu un pontificato con fasi drammatiche in quegli anni di piombo culminati con l'assassinio di Aldo Moro, del quale officiò la messa funebre in Laterano. Fu un Papa di interregno. Forse Papa Luciani aveva con Papa Giovanni qualche lontana somiglianza ma morì dopo appena un mese. Dopo di lui salì in cattedra un cavallo di razza, un grande, grandissimo attore. Non so se la Chiesa avesse bisogno d'un attore, ma lui lo fu dalla testa ai piedi, nel momento dell'elezione, nel momento dell'attentato, nel momento della rivoluzione in Polonia, nel momento della caduta del Muro, nei suoi viaggi continui intorno al globo, nel Giubileo del 2000 e nella lunga fase della malattia e poi della morte. Quando il Camerlengo pronunciò il suo nome dopo la fumata bianca dal camino della Sistina, tutta la piazza pensò che avessero eletto un Papa africano. Solo quando si affacciò si capì che era un bianco ma non italiano. "Se mi sbaglio mi corrigerete" ricevette un'ovazione da stadio e così cominciò. Fino a Solidarnosc e poi alla caduta del Muro di Berlino, Wojtyla fu il Papa della libertà religiosa contro il totalitarismo comunista. In Occidente ebbe l'appoggio dei conservatori, dei liberali, dei democratici. Caduto il comunismo accentuò la sua critica verso il capitalismo ma contemporaneamente represse la "nuova teologia" e l'esperienza dei preti operai. L'indifferenza nei confronti dell'assassinio del vescovo Romero mentre officiava la messa in Salvador fu una delle pagine sgradevoli del suo pontificato, compensata tuttavia dalla sua peregrinazione ininterrotta in tutti gli angoli del mondo dove gli fu possibile arrivare. Tentò d'avviare la riunificazione delle Chiese cristiane senza tuttavia compiere passi avanti significativi. Riconobbe le colpe storiche della Chiesa a cominciare dall'accusa di deicidio contro gli ebrei e dalla condanna di Galileo e di Giordano Bruno.  L'agonia fu molto lunga e scenicamente grandiosa. Non certo per calcolo ma per autentica vocazione. "Santo subito" fu l'invocazione della folla immensa che anche per lui occupò mezza città. Un bilancio? I problemi della Chiesa alla sua morte erano gli stessi: potere della gerarchia, emarginazione del popolo di Dio, crisi delle vocazioni, crisi della fede in tutto l'Occidente, nessuna modernizzazione all'interno della Chiesa. Ma una modifica sì, si era nel frattempo verificata: il messaggio del Vaticano II non solo non aveva fatto passi avanti, ma li aveva fatti all'indietro. Non a caso al Conclave i martiniani furono marginalizzati fin dalla prima votazione e dalla seconda emerse Ratzinger mentre Ruini era pronto a intervenire se Ratzinger fosse stato battuto.

Benedetto XVI non è un grande Papa anche se l'ingegno e la dottrina non gli mancano. Non è un attore, anzi è il suo contrario. Wojtyla aveva un guardaroba grandioso perché tutto era grandioso in lui. Il guardaroba di Ratzinger è invece lezioso perché è il Papa stesso ad esser lezioso, come si veste, come parla, come cammina. Scrive bene, questo sì, i suoi libri sul Cristo si fanno leggere, le sue encicliche non sono prive di aperture ed anche alcuni suoi discorsi. La sua rivalutazione di Lutero ha suscitato sorpresa e qualche speranza di progresso verso la modernità, contraddetto però dalle sue scelte operative, dalla conferma di Sodano in segreteria e poi all'avvicendamento con Bertone: dal mediocre al peggio. Bertone: un Ruini senza l'intelligenza e la duttilità dell'ex vicario ed ex presidente della Cei. La gerarchia è ridiventata onnipotente ma spaccata in molti pezzi. L'ecumenismo è ormai è un fiore appassito anzitempo. Benedetto XVI ha riesumato in pieno la tomistica di Tommaso d'Aquino con tanti saluti ad Origene, Anselmo d'Aosta e Bernardo. Agostino sembrava uno degli ispiratori di Ratzinger, ma quale Agostino? Il manicheo, il coadiutore di Ambrogio o l'autore delle Confessioni?  Agostino fu molte cose insieme arrivando fino a Calvino, a Giansenio e a Pascal. Se volesse dire qualche cosa di veramente attuale Papa Ratzinger dovrebbe dare inizio alla beatificazione di Pascal ma mi rendo conto che nel mondo dei Bertone, della Curia romana e delle attuali Congregazioni, questo sì, sarebbe un gesto radicale verso la modernità. Non lo faranno mai. Il pontificato lezioso andrà avanti finché potrà, poi non ci sarà il diluvio ma una pioggia da palude piena di rane, zanzare e qualche anitra selvatica. Quanto di peggio per tutti.

 

LA STAMPA di domenica 27 maggio 2012

Il collante perduto di Franco Garelli

 

Che cosa si nasconde dietro le vicende che si stanno consumando in Vaticano? Qual è la radice di veleni e scandali che coinvolgono quell’alta Sede che oggi appare più profana che «santa»? Perché si nascondono dei corvi in quelle sacre mura che nell’immagine collettiva dovrebbero ospitare soltanto colombe? Interrogativi come questi non sono frutto di una visione ingenua delle dinamiche religiose e dei rapporti interni al centro della cattolicità. La lunga storia del cristianesimo e delle religioni ci ha reso edotti dei molti conflitti e misfatti che si possono perpetuare «in nomine Domini» e del rischio che corrono gli uomini di chiesa di cedere alle lusinghe del potere e della gloria mondana. Insomma: anche la chiesa, in quanto istituzione umana è segnata dal limite e dal peccato, tratti questi che per i credenti non mettono in discussione la sua natura e missione salvifica. Eppure ci sono almeno due buone ragioni che creano sconcerto per ciò che sta avvenendo di questi tempi tra le mura del Vaticano e nei dintorni. Ragioni che colpiscono non solo i cattolici ferventi e praticanti, ma anche una vasta opinione pubblica, che ha spesso accreditato la chiesa cattolica universale di un modo del tutto particolare di gestire il potere - ad un tempo vetusto ed efficace - capace di contenere al proprio interno i conflitti, di presentarsi in termini unitari all’esterno, in nome di un’autorità centrale (il Papa) e di un ideale (l’evangelizzazione e la promozione umana) che univa le anime religiose più diverse: i liberal e i conservatori, i pensatori e gli uomini di azione, la chiesa delle parrocchie e quella dei movimenti ecc. Il primo fattore di turbamento è che la crisi in atto nella Curia romana avvenga con Papa Ratzinger «regnante», con un pontefice che nel suo programma di governo ha messo al primo posto sia l’integrità dottrinale sia la voglia di pulizia dentro la chiesa. Su questi temi Benedetto XVI si è si è sempre espresso con grande fermezza, denunciando a più riprese la «sporcizia» presente nella chiesa, prendendo di petto la questione della pedofilia del clero cattolico, lanciando continui moniti ai vescovi e ai preti di non lasciarsi irretire in una logica di potere religioso o profano del tutto estranea alla missione apostolica. Ciò che sta avvenendo nei Sacri Palazzi sembra dunque non rispecchiare gli indirizzi di fondo d’un pontificato che pure coltiva un’idea di chiesa trasparente e non compromessa. Un altro elemento di sconcerto riguarda l'immagine pubblica dei vertici della chiesa cattolica, che esce certamente indebolita dai report di questi giorni; manifestando divisioni e frammentazioni interne non diverse da quelle di cui oggi sono affette molte altre istituzioni. La società liquida e instabile ha intaccato anche la chiesa cattolica? Come comporre i messaggi di speranza religiosa e umana veicolati (e attesi) dal Papa e dai Vescovi con l’immagine di una chiesa segnata al suo interno da non pochi conflitti e steccati? In effetti il mondo ecclesiale (sia nei piani alti sia a livello di base) si presenta oggi particolarmente frammentato. Ce lo ricordano il caso Boffo; le tensioni tra il Segretario di Stato Vaticano e il Presidente della Cei per come interpretare il rapporto tra la chiesa e la politica in Italia; la vicenda dell’arcivescovo Viganò (già segretario del Governatorato del Vaticano) e del presidente della banca vaticana Gotti Tedeschi, entrambi rimossi per le loro divergenze col primo ministro del Papa sui temi della trasparenza finanziaria della Santa Sede. Ma il malessere coinvolge anche i rapporti tra diverse anime ecclesiali, com’è emerso dalla lettera (resa pubblica di recente) inviata un anno fa al Papa dal successore di don Giussani in cui si stigmatizzava l’azione dei cardinali Martini e Tettamanzi a Milano e si proponeva un cambio di indirizzo pastorale. Come si è giunti a questa situazione complicata? C’è chi chiama in causa la carenza di leadership nella chiesa, che si manifesterebbe non tanto nel suo vertice alto, quanto in dirigenti poco qualificati rispetto alle sfide del tempo presente; altri evocano l’idea che negli ultimi decenni (da Giovanni Paolo II in poi) il reclutamento dei vescovi e del personale della curia abbia privilegiato più i criteri della «fedeltà» e dell’omogeneità di pensiero che quello della rappresentanza delle diverse e migliori componenti del cattolicesimo mondiale. Ma su tutto credo che la chiesa d’oggi abbia problemi di governance. Fors’anche per un Pontefice che per il suo tratto di grande teologo e uomo di cultura è meno propenso a dar rilevanza al carattere «politico» del suo alto ruolo. Non si può chiedere alla chiesa di cambiare la sua forma gerarchica, anche se la corresponsabilità è lo stile affermato dal Concilio. Ma in questo quadro occorre mettere tutti in rete e far sì che le migliori risorse (anche di sensibilità diversa) siano unite in un progetto comune. Oggi questo collante sembra essersi indebolito, per cui ogni enclave può fare la sua battaglia convinta che sia quella della chiesa.

 

IL GIORNALE di domenica 27 maggio 2012

Bertone, il "marziano" in bilico fra la pensione e la riconferma di Paolo Rodari

Estraneo alla curia e poco diplomatico, il Segretario di Stato è dato in uscita entro dicembre, quando compirà 78 anni. Ma finora Ratzinger gli ha sempre dato fiducia

 

Molti osservatori lo danno «in uscita» entro il 2012. «Compirà 78 anni a inizio dicembre prossimo e poi se ne andrà» dicono. Ma dentro il Vaticano c’è chi dice «no». «Tarcisio Bertone è saldamente in sella al governo della Chiesa al fianco del Papa e lì rimarrà ancora per molto tempo». Ma, al di là delle previsioni, la verità è una: Bertone, col suo stile così anti curiale e diacronico rispetto ai tempi e ai modi lenti e paludati della diplomazia vaticana, divide la curia romana e le gerarchie rimanendo un unicum nella recente storia della segreteria di stato vaticana. È vero, anche Jean-Marie Villot, segretario di stato dal 1970, non aveva una formazione diplomatica. Ma a differenza di Bertone venne scelto da un Papa super diplomatico come era Paolo VI, e non da un Pontefice scrittore e insieme teologo come è Benedetto XVI. Insomma, alla carenza di dimestichezza diplomatica di Villot suppliva la formazione di Papa Montini. Mentre a quella di Bertone non può, per forza di cose, supplire Joseph Ratzinger. I dissidi di Bertone con la scuola diplomatica ci sono da quando egli è arrivato da Genova a fianco del Papa. Suo fedele collaboratore all’ex Sant’Uffizio, una volta tornato a Roma ha dovuto non per colpa sua fronteggiare un fronte interno che fin dall’inizio, quasi a priori, l’ha avversato. Poi, certo, ci ha messo un po’ del suo, inizialmente più con fuori programma bizzarri che con altro. Il 6 febbraio 2007, di buon mattino, stupì tutti, si dice anche il Papa, alzando la cornetta del telefono e chiamando in diretta la seguita trasmissione radiofonica «Prima Pagina». E parlò di tutto, di quando giocava a calcio, del sogno di avere una squadra del Vaticano alle Olimpiadi di Pechino, di Franz Beckenbauer riavvicinatosi alla Chiesa grazie al Papa tedesco. Parole innocue, beninteso, ma atipiche per delle orecchie, quelle dei monsignori di curia, restie a uscite del genere. Quando il 22 giugno 2006 Benedetto XVI ha chiesto a Bertone di prendere in mano la segreteria di stato l’ha fatto perché conosceva bene il cardinale salesiano e si fidava di lui. «Una rivoluzione copernicana», fu il commento che poche ore dopo la nomina rilasciò lo stesso Bertone, stupito forse anch’egli del fatto che per la prima volta, a parte l’eccezione Villot, un Papa puntasse su un non diplomatico. «Ho scelto Bertone per le sue grandi doti e qualità» ha spiegato il Papa riferendosi anche al passato meno prossimo di Bertone, quello della lunga esperienza in ambito universitario e della guida (dal 1991) della diocesi di Vercelli interpretata con l’intraprendenza figlia dello slancio missionario che contraddistingue il suo ordine d’appartenenza. E poi c’è quella storia che i salesiani amano ricordare per suffragare la decisione presa dal Papa di chiamare al proprio fianco un salesiano: Papa Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti, si fidava ciecamente di don Giovanni Bosco tanto che al santo chiedeva spesso consigli su quali sacerdoti portare all’episcopato e con quali incarichi. Da quando Bertone è in segreteria di stato vaticana molte cose sono capitate. Il suo governo è stato attraversato da crisi importanti: dal caso Boffo al caso Richard Williamson, il vescovo negazionista sulla Shoah. Ma al di là dei singoli episodi è la sua modalità d’azione così poco diplomatica ad aver creato le principali ostilità. Senz’altro i suoi predecessori, Agostino Casaroli con la sua Ostpolitik vaticana, e Angelo Sodano, agivano con tempi e modi diversi. Ma la verità da non dimenticare è anche che il Papa lo ha sempre lasciato al proprio posto, anzi rinnovandogli sempre la propria fiducia. Sarà ancora così nei prossimi mesi? L’ipotesi dell’avvicendamento col «diplomatico» e di poche, pochissime parole Dominique Mamberti resta in piedi, ma nessuno può dire quale soluzione Benedetto XVI abbia in mente. Né se ne abbia in mente qualcuna. Le ferite sono sintomo di lotta tra fazioni diverse, certo. Ma sono anche fisiologiche per una corte da sempre attraversata da venti contrari. Paolo VI li chiamava «fumo di Satana». «Ho la sensazione che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio» disse Paolo VI il 29 giugno 1972.

 

Ma se il Papa si ritirasse... di Giuliano Ferrara

Il Pontefice è un grande teologo, ma non è abituato a sguazzare fra complotti e trame oscure

 

Tutti sanno o dovrebbero sapere che Ratzinger è un mostro di intelligenza, una mente moderna e anticipatrice, un formidabile interprete della verità del mondo alla luce non solo della fede e dello spirito cristiano. È anche un uomo di profondo e severo equilibrio, coraggioso e prudente, e il suo servizio alla Chiesa di Roma si è innestato su un grande ciclo apostolico, di valore prezioso per il mondo di fuori, per noi laici, a partire dal risorgimento cristiano giovanpaolino. Detto questo, il Papa regnante è un professore tra le nuvole, detto nel senso migliore e più bello dell’espressione, e non fa nulla per nasconderlo. Il governo tecnico della Chiesa e della Curia romana non è il suo mestiere, è un impegno al quale si sarebbe volentieri sottratto e in qualche misura si sottrae, predicando la necessità di guidare una comunità universale di minoranza con la luce della fede e le risorse della ragione, prendendo le mosse dalle istruzioni di un suo maestro che è Bonaventura da Bagnoregio. Dunque? Dunque è inutile meravigliarsi per come vanno le cose in Vaticano, per come è ferito lo spirito gerarchico della burocrazia curiale, per quante e quali sono le trappole, i trabocchetti, e anche le follie striscianti nei sotterranei della Santa Sede. Il vento scuote la Chiesa, ha detto il Papa confidando nella sua rocciosità. E ha ragione. Il vento è maligno, mette in discussione tutto, la strategia dei movimenti carismatici di fine Novecento è insabbiata, l’eccezione italiana di una Conferenza episcopale capace di risultati è sepolta con la stagione irripetibile di Camillo Ruini, la segreteria di Stato è impaniata in guerre e guerricciole sui quattrini, sullo stile di governo, sulle scelte di nomi e cariche, trionfano piccole e grandi ambizioni che si presentano, e non sarà la prima volta ma lo spettacolo è impressionante nel tempo della mediatizzazione universale in diretta, nella forma più velenosa e svergognata. Di più: l’orizzonte in cui si iscrive oggi la vita apostolica a me sembra essere quello della reazione difensiva a una colpa percepita come dannazione di un’intera comunità di fede, quella legata allo scandalo dei peccati carnali dei preti, che in realtà è la trasformazione del peccato ordinario degli uomini, in particolare in un’era di pansessualità e di rigetto attivo e luciferino, orgoglioso, della castità, in uno scandalo secolare dai contorni statistici sospetti, che nasce dentro la lotta protestante contro l’ordine stesso, sacramentale, della Chiesa cattolica. Un’offensiva secolarista di proporzioni inaudite, incarognita, che è arrivata fino allo scoperchiamento delle tombe dei padri del Concilio alla ricerca di archivi della colpa, ha messo la Chiesa, per scelta anche lungimirante e comprensibile del suo massimo pastore, in una condizione di espiazione, di penitenza e di ricerca interiore che ha i suoi splendori ma richiederebbe una pace e un governo delle istituzioni che sotto la guida del segretario di Stato Bertone si sono rivelati impossibili. E sarebbero altrettanto controversi anche sotto altra guida istituzionale. A ciascuno il suo sogno, quindi, visto che la realtà offre loschi racconti intorno a oscuri scontri di potere. Il mio sogno è che il Papa si dimetta, prendendo atto della sua magnifica vecchiaia, di una straordinaria missione compiuta, della situazione di forza spirituale inconcussa del suo animo, ma insieme della necessità di un gesto di rinnovamento che sia centrato sul magistero e la decisione petrini, e che gli permetta di guidare una successione e un ricambio capaci, con l’assistenza del destino e dello spirito santo, di inaugurare un nuovo ciclo del cristianesimo moderno che faccia tesoro di quello oggi al tramonto. Se la Chiesa è semper reformanda, ciò di cui ha oggi bisogno è un grande trauma papocentrico, una soluzione di continuità e un nuovo inizio. Non per ballare il ballo del mondo, non per introdurre nella Chiesa, progetto grottesco, le procedure della democrazia secolare, ma per restituirsi un orizzonte, una presa sul futuro, una combattività spirituale e culturale che un nuovo pontificato, sotto l’onda di rottura di un grande ritiro, di un’abdicazione attiva e consapevole, può produrre. Se c’è una cosa che è tipica di questo Papa è l’assenza di ogni paura, la mobilità mentale e la capacità di leggere il mondo alla luce del suo stesso magistero, ed è da qui che si può ripartire, da un atto quasi metastorico, da un eremo in cui Ratzinger scrive tranquillo il proprio percorso e i suoi libri, e un nuovo Papa organizza il riscatto della fede e della ragione cristiana nella tempesta di un secolo che della Chiesa intende con ogni mezzo sbarazzarsi.

 

IL GAZZETTINO di domenica 27 maggio 2012

Pag 1 Il dolore del Papa: “La casa di Dio non cade, è fondata sulla roccia” di Franca Giansoldati

 

A tirargli su il morale, ieri mattina, ci hanno pensato 40 mila pellegrini del Rinnovamento dello Spirito. Gente comune arrivata da tutta Italia con abbondanti riserve di allegria. Un po' per festeggiare il quarantesimo anniversario del movimento, ma soprattutto per dare sostegno al Papa. «Forza Ratzinger siamo con te». Piazza san Pietro era un mosaico di bandiere al vento, cappellini variopinti, qua e là cartelli di incoraggiamento. Gli ultimi eventi hanno lasciato visibili segni sul volto dell'anziano pontefice. Pesanti occhiaie, forse per via della notte trascorsa insonne, lo sguardo malinconico, un portamento più incurvato del solito. Camminava in modo incerto tanto che don Georg, da dietro, non lo lasciava mai, accompagnando con lo sguardo ogni suo movimento. Poi fortunatamente quell'abbraccio ideale. L'affetto palpabile dei pellegrini ha avuto l'effetto di un balsamo su una ferita ancora aperta. La vitalità prorompente sprigionata da quella marea umana che cantava a squarciagola sotto il sole, alternando ai canti la preghiera, lo ha catturato. Benedetto XVI ha sfoderato un bel sorriso e davanti a quella iniezione di ottimismo ha messo da parte le angustie, riflettendo sul fatto che gli episodi poco edificanti avvenuti all'interno delle Mura Leonine forse non riescono ancora ad intaccare la fede genuina della gente. Nel discorso che ha rivolto alla folla solo un passaggio è sembrato fare un cenno, seppur indirettamente, ai fatti che hanno portato prima al defenestra mento del suo amico banchiere Gotti Tedeschi dalla presidenza dello Ior e, il giorno successivo, all'arresto del suo maggiordomo, Paolo Gabriele, attualmente rinchiuso in una cella di sicurezza in Vaticano. «Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde perché fondata sulla roccia». Come dire che ogni cosa, anche la più dolorosa che può capitare non ha effetti distruttivi se alla base c'è la consapevolezza che l'amore di Dio è più grande di tutto. Ai pellegrini ha anche parlato di come testimoniare la «gioia del cristianesimo» in un mondo che cambia. Si è raccomandato di non cedere «alla tentazione della mediocrità e dell'abitudine» ma, anzi, di dimostrare sempre «desideri alti e generosi». Solo così, ha aggiunto, si tiene alta la bandiera della Chiesa e si «cresce nella fiducia e nella fedeltà della vocazione» fino a «diventare adulti nella fede». Ma chi è un cristiano adulto? «E' una persona responsabile e matura, può essere solo colui che si fa piccolo, umile e servo davanti a Dio». In tutto un paio di pagine lette d'un fiato, interrotte ad un certo punto da applausi partiti spontaneamente da alcuni settori della piazza. Dall'alto del sagrato il Papa poteva benissimo intravedere due grandi cartelli. Sul primo c'era scritto: «Grazie Padre Santo siamo tutti con te», e sul secondo, ancora più grosso del primo, con la vernice verde, qualcuno aveva scritto: «Che tu sia benedetto». Al momento del baciamano una lunga fila di volontari del Rinnovamento dello Spirito si è ordinatamente messa in fila indiana per avere la possibilità di scambiare una parola con lui e salutarlo. Accanto a Benedetto XVI c'erano il cardinale Angelo Bagnasco e Salvatore Martinez. Quest'ultimo pensava a presentare uno ad uno gli ospiti. Per una quarantina di volte il Papa ha stretto mani, ascoltato «l'incoraggiamento ad andare avanti, forte delle preghiere che il movimento ecclesiale gli assicura ogni giorno», toccando con mano l'affetto sincero che lo circonda. Verso mezzogiorno, una volta esauriti i saluti, don Georg lo ha fatto salire sulla giardinetta bianca decapottabile, per riportarlo a casa. Stavolta seduto accanto all'autista non c'era più Paolo Gabriele, il maggiordomo arrestato tre giorni fa. Al suo posto c'era un altro addetto all'anticamera pontificia. Un giovane serio in volto, ma forse era solo intimidito da quel ruolo, dalla folla, dalle guardie del corpo che camminavano accanto alla vettura scortandola fino all'Arco delle Campane per riportare il pontefice nel silenzio e nella solitudine del suo appartamento.

 

LA NUOVA di domenica 27 maggio 2012

Pag 49 Diritto di cronaca sugli intrighi del Vaticano

Parla l’autore di «Sua Santità», il libro che sta facendo tremare la Curia Romana

 

Pubblichiamo, per gentile concessione di Micromega,bimestrale diretto da Paolo Flores d’Arcais, una parte dell’intervista a Gianluigi Nuzzi, autore de libro Sua Santità che tanto sta facendo discutere in questi giorni, soprattutto dopo l’arresto del “maggiordomo del Papa” Paolo Gabriele. Il testo completo dell’intervista è visibile sul sito temi.repubblica.it/micromega-online/ di Mariagloria Fontana.

 

Gianluigi Nuzzi, firma del quotidiano “Libero” e volto del programma televisivo in onda la scorsa stagione su la7 “Gli intoccabili”, dopo le inchieste Vaticano Spa e Metastasi, torna a raccontare i segreti del Vaticano. Questa volta lo fa con il libro Sua Santità (ed. Chiarelettere) in cui svela intrighi di potere, corruzione e intrecci tra il Governo italiano e la Chiesa, attraverso carte segrete di Papa Benedetto XVI, inedite e private. Immediatamente dopo la pubblicazione del suo libro «Sua Santità», il Vaticano ha comunicato che agirà per vie legali. Questa è una risposta oscurantista da parte del Vaticano. Il giornalista ha il dovere deontologico di rendere pubbliche le notizie che trova. Io ho fatto solo il mio mestiere. Mi fa ridere pensare che il Vaticano chieda aiuto ai magistrati italiani dopo che non ha mai risposto alle rogatorie che ha ricevuto su tante vicende. Gliene indico solo una: l'omicidio del banchiere Roberto Calvi. Lo stesso pm del caso Calvi ha detto che alcune rogatorie sono rimaste del tutto inevase. Da una parte, sulle vicende di sangue, il Vaticano non risponde. Dall'altra, dopo l'uscita del mio libro, ricorre alla magistratura italiana per stanare le mie fonti. Non c'è stata nessuna violazione della privacy? Ma sta scherzando? Qui si tratta di dovere di cronaca. Quando si entra in possesso di un memorandum del Papa in occasione dell'incontro con il Presidente Napolitano, credo che il dovere di cronaca sia preminente. Capire chi sono stati i congiurati che hanno fatto fuori Boffo, secondo le sue stesse parole, è prioritario. Sapere che c'è stato un lavoro diplomatico che si è sviluppato tra l'Italia e il Vaticano per evitare che il Vaticano pagasse una multa sugli arretrati della tassa dell'Ici e che questa trattativa si è sviluppata in incontri tra Tremonti e l'ex presidente della Banca dello Ior Gotti Tedeschi, interessa tutti gli italiani che pagano le tasse. Come pure il memorandum sulle leggi da modificare che finisce nelle mani del Santo Padre alla vigilia dell'incontro con il Presidente Giorgio Napolitano. Nel suo libro sostiene che una delle priorità del papato attuale è di tenere unita la Chiesa. Fino a che punto? È un tentativo dal Santo Padre rispetto alla crisi dei fedeli, che, certo, di questi tempi non aumentano. C'è l'impegno di tenere unite le varie anime della chiesa, tutti i movimenti interni: da Comunione e Liberazione all'Opus Dei e altri. C'è anche un tentativo di dialogo con la chiesa ufficiale cinese. Poi c'è stata un'apertura anche quando il Papa ha revocato la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Benedetto XVI cerca di recuperare lo scisma che c'è stato con tutti i gruppi, anche con i Legionari di Cristo emerge in maniera forte il tentativo di non criminalizzarli. Peccato che poi ci sia molto subbuglio all'interno di questi movimenti. Quali sono le differenze tra il papato di Benedetto XVI e quello del suo predecessore Giovanni Paolo II? Benedetto XVI cerca di cambiare le cose, al contrario del precedente pontificato, però incontra tante resistenze. La priorità per Giovanni Paolo II era soprattutto far cadere il comunismo nei Paesi dell'Est e liberare la sua Polonia con qualsiasi mezzo, anche finanziario. Benedetto XVI è molto meno simpatico, mediaticamente parlando. Però ha compiuto dei cambiamenti importanti. Durante il papato di Giovanni Paolo II, la pedofilia non era perseguita come oggi. Questo papa ha rimosso cinquanta vescovi, Giovanni Paolo II ha coperto la pedofilia. Inoltre, ho notato da questi documenti che nel precedente papato rivolgersi a Giovanni Paolo II era un fatto raro ed eccezionale, ci si rivolgeva alla Segreteria di Stato. Oggi invece molti scavalcano la Segreteria di Stato e si rivolgono direttamente al Santo Padre. Anzi, indicano nella Segreteria di Stato una sorta di “problema”. C'è un'ipoteca sulla Segreteria di Stato da parte di diversi cardinali. Tant'è che andarono a Castel Gandolfo per chiedere al Papa di dimettere Bertone. Il Segretario di Stato Tarcisio Bertone è una figura chiave. È Il numero due del Vaticano. La Digos scandaglia anche il rapporto tra lui e Benedetto XVI, è interessante capirne le radici e comprendere che tipo di rapporto c'è tra il Papa e lui. Benedetto XVI lo ha voluto fortemente, si fida di lui, lo ha avuto con sé dal 1995 al 2003 come segretario della Congregazione per la Dottrina di Fede, quando il Papa era ancora prefetto. Bertone è fondamentale per i suoi legami e i contatti con il mondo della politica italiana. Il “caso Boffo” rivela scuole di pensiero distinte, all'interno del Vaticano, nei confronti della politica dell'ex governo Berlusconi. Non riduciamo la questione a pro e contro Berlusconi. Ci sono davvero tante individualità all'interno del Vaticano. Sicuramente c'è Dino Boffo che afferisce alla scuola di Ruini e di Bagnasco, i quali sostengono che la Chiesa deve avere un ruolo attivo nei confronti della politica italiana perché la missione politica e sociale fa parte del compito della Chiesa stessa. Dall'altra parte, c'è una scuola più tradizionale che dice il contrario, cioè che non ci deve essere questa “ingerenza”. In realtà, vediamo che i rapporti sono strettissimi. In Vaticano ci sono tante anime che si sovrappongono, non è una partita di calcio. Il caso Boffo è stata un'operazione partita all'interno del Vaticano che è finita sul tavolo di Vittorio Feltri con tanto di documenti. Ma io credo che Feltri fosse in buona fede, aveva verificato la sua 'fonte', non aveva motivo di dubitarne. Ha fatto il suo 'scoop' in una logica per taluni discutibile: Boffo criticava di malcostume Berlusconi, poi lo stesso Boffo era condannato per molestie omosessuali. Essendo il giornale di Feltri di proprietà di Berlusconi, è evidente che questa cosa ha assunto un rilievo politico tutto italiano. Si è detto: Berlusconi e Feltri attaccano Boffo, da lì “il metodo Boffo” e si è vissuta questa vicenda nel solito dramma agrodolce all'italiana, senza chiedersi chi avesse portato questo documento a Feltri e perché. Oggi Boffo indica dei nomi, sono quelli veri? Non lo so, lo dice Boffo. Di certo, lui è stato riammesso all'interno della Chiesa e gli è stato dato un altro ruolo di grande rilievo, la direzione della tv della Cei, Tv 2000. Se io dico delle falsità il mio datore di lavoro non mi promuove, ma nemmeno mi riassume. Dall'altra parte anche le persone che accusa Boffo sono rimaste tutte ai loro posti. È una situazione gemella a quella di Viganò e troviamo le stesse persone coinvolte nella faccenda. I congiurati sono sempre gli stessi. Il Vaticano ha paura di essere delegittimato dalle rivelazioni contenute nel suo libro? Ma scusi, sono io che delegittimo le Sacre Istituzioni o sono loro che si autodelegittimano con l'omicidio Calvi, con Emanuela Orlandi, con la strage delle guardie svizzere, con la banca dello Ior.

 

AVVENIRE di sabato 26 maggio 2012

Pag 1 Qualcuno e noi tutti di Marco Tarquinio

Il nostro affetto al Papa

 

Oggi scriviamo su questa prima pagina di un dolore e di un peccato. E poche cose al mondo vanno maneggiate con altrettanto pudore e altrettanta delicatezza. Il dolore è serio e profondo, perché è quello del nostro Papa e di tutti coloro che gli vogliono bene. Il peccato è grave, perché anche stavolta – come sempre, ma più di altre volte – è segno amaro e oscuro di divisione, di presunzione, di dissimulato o, al contrario, enfatico abbandono a una logica maligna. Sapevamo già da mesi che qualcuno, tra coloro che per lavoro e servizio più gli sono vicini, stava miseramente tradendo la fiducia del Santo Padre. Sapevamo che qualcuno frugava nella sua corrispondenza, tra le sue carte. Sapevamo che qualcuno era arrivato a cedere ad altre persone documenti del Papa. E sapevamo che qualcuno aveva operato perché venissero pubblicati. Oggi sappiamo che qualcuno è stato trovato in possesso di carte riservate. Nulla più di questo sappiamo, come nulla sappiamo – checché, ieri, si sia subito sentenziato e scritto – di 'corvi' e di altri animali da titolo di giornale e di tg. Sappiamo però che il dolore di Papa Benedetto è un dolore lento e lungo, come lento e lungo è il dolore di ogni svelato tradimento. Non l’unico dolore né il più grande che il Papa porta su di sé, lui che ogni giorno vive la Croce – e come sa dircelo, e come ce lo dimostra – accettato «luogo autentico» del Vicario di Cristo. E allora, e ancora, noi tutti gli siamo vicini. Con semplicità, nella preghiera, con la povera e tenace fedeltà del nostro affetto di figli.

 

Pag 2 Una solida nave di Giacomo Samek Lodovici

Ricerca e desiderio di Dio, le parole del Papa e di Bagnasco

 

C’è un forte tema comune nella recente prolusione del cardinal Bagnasco all’Assemblea della Cei e nella catechesi tenuta dal Papa mercoledì: quello dell’homo naturaliter religiosus. Per il Papa «da quando esiste, l’homo sapiens è sempre in ricerca di Dio, cerca di parlare con Dio, perché Dio ha inscritto se stesso nei nostri cuori» e, così, è «iscritto nei nostri cuori il desiderio di Dio». Effettivamente, è tipico dell’uomo interrogarsi su una propria eventuale continuazione dopo la morte biologica, e Platone diceva che, circa i destini umani ultimi, si può «accettare tra i ragionamenti umani, quello migliore e meno facile da confutare, e su quello, come su una zattera, affrontare il rischio del mare della vita […]. A meno che non si possa fare il viaggio in modo più sicuro e con minor rischio su una più solida nave, cioè affidandosi ad una divina rivelazione». In effetti, qualunque uomo di qualsiasi tempo e cultura, prima o poi, si pone intimamente la domanda sull’esistenza di Dio, fosse anche solo per un istante. È proprio dell’uomo, infatti, interrogarsi su Dio, su un Amore che non deluda mai, su un Essere Sommamente Giusto, Sapiente, ecc., come in fondo rilevano anche quei teorici dell’ateismo che ritengono che l’uomo inventi Dio attraverso una proiezione immaginativa. Nel cuore umano alberga un desiderio di un Bene Infinito, anzi di relazione con una Persona Infinita, e solo quest’ultima, se esiste, può essergli cor-rispondente. Così, come documentano molti etnologi ed antropologi, dalla prima comparsa dell’uomo sulla scena del mondo, in tutte le tribù e in tutte le popolazioni di qualsivoglia livello culturale si rileva qualche forma di attività religiosa. Come dunque spiegare l’ateismo? Intanto va detto che in certi casi esso svolge una funzione benefica promuovendo un processo di purificazione da false immagini di Dio, che giustamente ripugnano alla ragione. Le sue cause sono molteplici e sono correlate ai peculiarissimi percorsi personali di ognuno, agli incontri avvenuti, talvolta alla pochezza di certi credenti che danno scandalo, ecc. D’altro canto, la non credenza assoluta anche oggi è un fenomeno percentualmente modesto e, considerando l’umanità nel suo complesso, secondo diverse indagini la fede religiosa è in crescita, tanto che dopo aver sentito proclamare che «Dio è morto», alla luce di alcuni monitoraggi c’è chi afferma che Dio sta tornando. Inoltre, diversi non credenti avvertono una profonda delusione per i molti falsi dèi che vengono spesso proposti e con animo inquieto cercano Altro. Alcuni, poi, sono vicini a pervenire alla fede e senza esserne consapevoli hanno una qualche familiarità con Dio, nella misura in cui si spendono per la verità e per la giustizia, coltivano l’amore, la misericordia, l’amicizia, ecc.: tutte cose che rinviano, in qualche modo, a Dio. E per Bagnasco è vero che l’uomo contemporaneo ha imparato a «dimenticare ciò che era stato un giorno deposto nel cuore, ha presto appreso a vivere come se Dio non esistesse», ma, «prima o poi, nella vita di ciascuno succede qualcosa: un lutto, una nascita, un amore che comincia o finisce, una malattia, un incontro […]. Ed ecco che il tema rimosso viene all’improvviso riaperto». Nel solco del motto di questo giornale, «per amare quelli che non credono», auguriamo loro affettuosamente di trovare quella solida nave anelata da Platone, e che Agostino individuò alcuni secoli più tardi dicendo: «Nessuno […] può attraversare il mare di questa vita, se non è portato dalla croce di Cristo».

 

Pag 21 Adulti nella fede, testimoni di umanità

Il lavoro, l’impegno educativo, lo scandalo degli abusi sui minori tra i temi del documento finale dell’Assemblea generale della Cei

 

L’intervento del Santo Padre alla 64ª Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana – riunita nell’Aula del Sinodo della Città del Vaticano dal 21 al 25 maggio 2012 – da una parte ha contribuito a evidenziare la piena sintonia tra il Magistero pontificio e i contenuti della Prolusione offerta dal Card. Angelo Bagnasco; dall’altra, per molti aspetti ha costituito un’ampia sintesi del confronto che ha animato il complesso dei lavori assembleari e che trova nel primato della fede la sua cifra essenziale. Seguendo la scansione programmata dal Consiglio Episcopale Permanente per una recezione ordinata degli Orientamenti pastorali del decennio, i Vescovi hanno approfondito nei gruppi di studio, nel dibattito e nelle conclusioni assembleari il tema dell’anno in corso, legato alla formazione degli adulti e della famiglia. Tale lavoro di discernimento è stato introdotto da una relazione magistrale, avente come oggetto “Gli adulti nella comunità: maturi nella fede e testimoni di umanità”. Nel quadro del cammino che la Presidenza della CEI ha promosso nel corso di quest’anno su temi inerenti la Dottrina sociale della Chiesa, un secondo momento di riflessione ne ha messo a fuoco attualità e importanza. Completando l’opera condotta nelle ultime due Assemblee Generali (Assisi, novembre 2010 e Roma, maggio 2011), i Vescovi hanno esaminato e approvato l’ultima parte dei materiali della terza edizione italiana del Messale Romano, giungendo anche alla sua approvazione complessiva. In Assemblea sono state presentate e rese pubbliche le “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici”, in sintonia con quanto indicato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Si è quindi dato spazio ad alcune determinazioni in materia giuridico-amministrativa: la presentazione e l’approvazione del bilancio consuntivo della CEI per l’anno 2011, nonché delle ripartizioni e assegnazioni delle somme derivanti dall’8 per mille per l’anno 2012; la presentazione del bilancio consuntivo dell’Istituto Centrale per il Sostentamento del Clero per l’anno 2011. Distinte comunicazioni hanno illustrato la pastorale delle migrazioni, la comunicazione pubblica e il Seminario di studio per i Vescovi nell’Anno della Fede. Inoltre, sono stati presentati alcuni appuntamenti di rilievo: l’Incontro Mondiale delle Famiglie, la Giornata della carità del Papa e la Giornata Mondiale della Gioventù. È stato presentato e approvato il calendario delle attività della CEI per l’anno 2012-2013. L’Assemblea ha anche eletto il Vice Presidente per l’area Sud, mentre il Consiglio Episcopale Permanente – riunito nella sessione del 23 maggio – ha provveduto a una serie di nomine e ha fissato la data della prossima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani. Ai lavori assembleari hanno preso parte 232 membri, 17 Vescovi emeriti, 21 delegati di Conferenze Episcopali Europee, rappresentanti di presbiteri, religiosi, consacrati e della Consulta Nazionale delle Aggregazioni Laicali, nonché esperti in ragione degli argomenti trattati. Tra i momenti più significativi vi è stata la Concelebrazione Eucaristica nella Basilica di San Pietro, presieduta da S.Em. il Card. Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi.

 

1. Per un ripensamento culturale collettivo - Angustia per una condizione sociale di crisi assai più ampia di ogni previsione e volontà di farsi prossimo con parole non scontate di incoraggiamento e di sostegno. Il Cardinale Presidente, con una lettura apprezzata per coraggio e prospettiva, ha costruito la sua prolusione assumendo come filo conduttore il cuore del pastore che avverte la responsabilità di farsi voce ad un tempo realistica ed equilibrata di quanto vive fra il suo popolo. I Vescovi ne hanno condiviso l’impianto, riprendendolo e approfondendolo ulteriormente, convinti che le sfide del tempo presente non possono essere affrontate con risposte semplicistiche. Al riguardo, tra le priorità rimarcate c’è l’obiettivo dell’accesso al lavoro e, quindi, di segnali che consentano soprattutto ai giovani di andare oltre l’attuale precarietà. Nel contempo, l’Assemblea ha evidenziato che, prima ancora del pur reale bisogno di riforme economiche, c’è quello di un autentico ripensamento culturale collettivo: “ad una crisi epocale si deve rispondere con un cambiamento altrettanto epocale”, innanzitutto di mentalità. L’episcopato ha sottolineato come questo comporti il superamento della cifra dell’individualismo e della logica dell’utilitarismo: se un ciclo si è definitivamente interrotto, “il nuovo sarà comunque diverso” e richiederà “idee, progetti e comportamenti adeguati alla nuova condizione”. Nella consapevolezza che “ci vuole intelligenza, coraggio e perseveranza per proporre strade concrete, efficaci e percorribili”, i pastori della Chiesa che vive in Italia hanno rinnovato l’impegno a fare fino in fondo la loro parte. È parte essenziale di questo impegno la tutela e la promozione della famiglia: ogni “distrazione” su questo fronte ferisce l’intera società, che “indebolisce il suo più rilevante cespite di vitalità, di coesione e di futuro” e rischia di perdere quella “bussola irrinunciabile che orienta ogni dimensione del vivere comune”. Di qui il forte appello dei Vescovi a liberare la domenica dal lavoro, a tutela della dignità delle persone – della donna, soprattutto – e dei tempi della famiglia. Rientrano in questo compito anche il sostegno formativo, alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, di quanti si impegnano in politica, nonché, più in generale, l’opera educativa, attenta a far gustare come la gioia del servizio non ammetta confronti “con il gusto acre dell’avere a scapito del prossimo”.

 

2. Quella speranza che nasce dalla fede - L’ampia analisi del Cardinale Presidente è stata apprezzata perché riconosciuta innervata da quella speranza che nasce dalla fede e che, anche nelle difficoltà del presente, sa far emergere le risorse e la vita buona dei credenti. Tale ricchezza è stata unanimemente riconosciuta nel valore della pastorale ordinaria, che fa della parrocchia “il miracolo di Dio dispiegato sul territorio”. Ripartire da questa esperienza significa affrontare con “la compagnia buona degli altri” quella solitudine che è “la madre di tutte le crisi”. Più ancora, significa lavorare per superare quella crisi di fede, che non tocca soltanto i lontani: oggi la stessa Chiesa, infatti, – è stato evidenziato in Assemblea – non è segnata da un deficit organizzativo, ma da una preoccupante crisi di fede. Per affrontarla i Vescovi hanno sottolineato la necessità di favorire la formazione, valorizzando i contenuti del Catechismo della Chiesa Cattolica, quale via per riprendere con forza anche l’insegnamento conciliare. Fa parte di questa priorità anche l’indicazione di rimettere al centro della vita ecclesiale il Magistero pontificio, facendone uno strumento essenziale per ricostruire un’identità nel popolo cristiano.

 

3. Atteggiamenti, contenuti e scelte di maturità - La maturità della vita di fede – ossia vivere l’esperienza di Dio nella sequela di Gesù Cristo e nell’appartenenza ecclesiale – è ciò che fa passare da una religiosità puramente ereditata a una convinzione acquisita in maniera personale. Oltre ogni mediocrità, questa prospettiva richiede, secondo i Vescovi, di saper assumere e proporre un orizzonte di santità. Nel decennio che la Conferenza Episcopale Italiana dedica al primato dell’educazione, la missione più alta consiste così nel formare coscienze attente ad ascoltare la chiamata divina e a scoprire in essa la propria identità, la via per diventare testimoni di umanità compiuta fra gli uomini di oggi. Attorno a  questo orizzonte – che nella scansione degli Orientamenti pastorali declina il tema dell’anno in corso – si è sviluppato un ampio confronto tra i Vescovi, approfondito anche nei lavori di gruppo. Le stesse parole del Santo Padre, nell’intervento di giovedì 24 maggio in  Assemblea, sono andate in questa direzione: Benedetto XVI ha esortato l’episcopato a “vegliare e operare perché la comunità cristiana sappia formare persone adulte nella fede perché hanno incontrato Gesù Cristo, che è diventato il riferimento fondamentale della loro vita; persone che lo conoscono perché lo amano e lo amano perché l’hanno conosciuto; persone capaci di offrire ragioni solide e credibili di vita”. Muovendo dalla consapevolezza di come oggi la maturità umana e credente sia tutt’altro che scontata o acquisita una volta per tutte, i Vescovi si sono interrogati su come favorire la formazione, tanto a livello di atteggiamenti, che di contenuti e di scelte. Tra gli atteggiamenti, che una Chiesa orante e accogliente può sviluppare, hanno indicato il servizio, la comunione, la coerenza tra fede e vita; atteggiamenti da promuovere anche aiutando a riscoprire il valore del silenzio, la meraviglia verso i doni ricevuti, la libertà dalle diverse forme di dipendenza, la sobrietà. Quanto ai contenuti di una formazione adeguata agli adulti, la centralità riporta a Gesù Cristo e alla realtà ecclesiale, in un impegno che porti a superare il diffuso analfabetismo dottrinale, con la proposta anche di figure e di esperienza vive, esigenti, fraterne. Solo a queste condivisioni l’adulto sarà in grado di assumere quelle scelte che traducono la libertà in opzioni di fondo e in decisioni precise, rendendolo autenticamente uomo.

 

4. Una Chiesa esperta in umanità - La quaestio fidei, posta nell’attuale cultura, ha caratterizzato l’apprezzato intervento del Segretario Generale e l’ampio dibattito che ne è seguito, attorno alla scelta del tema e delle modalità di preparazione del Convegno ecclesiale nazionale del 2015. Dopo aver riconosciuto come proprio la fede cristiana oggi rischi di diventare evanescente, i Vescovi hanno condiviso la necessità di trovare le forme con cui testimoniare che l’essere credenti crea le condizioni migliori di una vita piena e riuscita, nonché integrata in una prospettiva elevante ed eterna. Qui si radica la ricchezza della vocazione battesimale di ogni credente – è stata rimarcato – come delle vocazioni di speciale consacrazione. La fede, dunque, come risposta che ricrea l’umano, capace di fondare un nuovo umanesimo, una nuova umanità, aperta alla bellezza, all’arte, a uno sguardo che sa riconoscere i segni del Regno già presenti e operanti nella storia. Del resto, la Chiesa è esperta in umanità (Paolo VI), proprio perché vive in relazione con Dio; l’icona evangelica in cui si specchia è l’incontro al pozzo di Gesù con la donna samaritana (Gv 4), da cui nascono la conversione e la gioia dell’intera città. Sono tornate puntuali le parole rivolte ai Vescovi da Benedetto XVI: “Gli uomini vivono di Dio, di Colui che spesso inconsapevolmente o solo a tentoni ricercano per dare pieno significato all’esistenza”. Il Papa ha quindi aggiunto: “La missione antica e nuova che ci sta innanzi è quella di introdurre gli uomini e le donne del nostro tempo alla relazione con Dio, aiutarli ad aprire la mente e il cuore a quel Dio che li cerca e vuole farsi loro vicino, guidarli a comprendere che compiere la sua volontà non è un limite alla libertà, ma è essere veramente liberi, realizzare il vero bene della vita”. La ricchezza degli interventi in Assemblea sarà ripresa dal Consiglio Episcopale Permanente del prossimo settembre, chiamato a eleggere il Comitato preparatorio del Convegno e a definire anche una proposta di titolo che sarà infine sottoposta all’Assemblea Generale del 2013.

 

5. Messale Romano, la parola alla Santa Sede - L’Assemblea Generale ha approvato pressoché all’unanimità sia i testi propri dell’edizione italiana, concernenti il corpus delle collette poste in Appendice del Messale Romano, sia la terza edizione italiana dello stesso nel suo insieme. È giunto così a conclusione l’iter per la sua approvazione definitiva da parte della Conferenza Episcopale Italiana, dopo che la prima parte era stata esaminata e approvata dalla 62ª Assemblea Generale (Assisi, novembre 2010) e una seconda parte nel corso della 63ª Assemblea Generale (Roma, maggio 2011). Il materiale complessivo può essere ora presentato alla Santa Sede per la necessaria recognitio, i cui esiti saranno vincolanti.

 

6. Abusi sessuali, le Linee guida - In Assemblea sono state presentate le Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici. Il testo – sollecitato a ogni Conferenza Episcopale dalla “Lettera Circolare” della Congregazione per la Dottrina della Fede (maggio 2011) e approvato dal Consiglio Episcopale Permanente nella sessione del scorso 23 - 26 gennaio 2012 – è finalizzato a facilitare la retta applicazione delle norme circa i delicta graviora in questo ambito, alla luce anche della legislazione italiana. La protezione dei minori e la premura verso le vittime degli abusi rimangono la priorità assoluta; ad essa si accompagna la cura per la formazione di sacerdoti e religiosi. Le Linee guida si articolano in una Premessa e in tre successivi paragrafi, dedicati rispettivamente a delineare Profili canonistici, Profili penalistici e rapporti con l’autorità civile, nonché Il servizio della Segreteria Generale della Conferenza Episcopale Italiana.

 

7. Adempimenti in materia giuridico-amministrativa - Come ogni anno, i Vescovi hanno provveduto ad alcuni adempimenti di carattere giuridico-amministrativo. È così stato presentato e approvato il bilancio consuntivo della CEI per l’anno 2011, sono stati definiti e approvati i criteri per la ripartizione delle somme derivanti dall’otto per mille per l’anno 2012 ed è stato illustrato il bilancio consuntivo dell’Istituto Centrale per il Sostentamento del Clero per l’anno 2011.

 

8. Comunicazioni e informazioni - Ai Vescovi è stato presentato il nuovo Statuto della Fondazione Migrantes – che recepisce le nuove indicazioni normative della Santa Sede e della CEI – e l’attenzione pastorale nel mondo delle migrazioni e della mobilità umana, profondamente mutato negli ultimi decenni anche in Italia. Una comunicazione è stata dedicata all’imminente Incontro Mondiale delle Famiglie (Milano, 30 maggio – 3 giugno 2012), dedicato al tema “La famiglia: il lavoro e la festa” e impreziosito dalla presenza del Santo Padre. È stata presentata in Assemblea una riflessione volta a condividere alcune linee operative per migliorare la qualità comunicativa e quindi l’immagine della Chiesa veicolata dai media. Si sono forniti, inoltre, ragguagli sul Seminario di studio per i Vescovi nell’Anno della Fede (Roma, 12-14 novembre 2012). Altre informazioni hanno riguardato la Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro (23 – 28 luglio 2013) e la Giornata per la Carità del Papa (24 giugno 2012), appuntamento annuale che esprime il profondo vincolo che unisce le Chiese in Italia con il successore di Pietro: ne è segno il fatto che, pur nel perdurare degli effetti della crisi economica, i dati relativi al 2011 attestano un ulteriore incremento (+ 1,2%). Infine, è stato presentato e approvato il calendario delle attività della CEI per l’anno pastorale 2012-2013.

 

9. Nomine - Nel corso dei lavori, l’Assemblea Generale ha eletto Vice Presidente della CEI per l’area Sud S.E. Mons. Angelo Spinillo, Vescovo di Aversa.

Il Consiglio Episcopale Permanente, nella sessione del 23 maggio, ha provveduto alle seguenti nomine:

-   Presidente del Comitato per i Congressi Eucaristici Nazionali: S.Em. Card. Angelo BAGNASCO (Arcivescovo di Genova).

-   Delegato della CEI presso la Commissione degli Episcopati della Comunità Europea (COMECE): S.E. Mons. Gianni AMBROSIO (Vescovo di Piacenza-Bobbio), per un ulteriore triennio.

-   Assistente ecclesiastico della Confederazione delle Confraternite delle Diocesi d’Italia: S.E. Mons. Mauro PARMEGGIANI (Vescovo di Tivoli), per un quinquennio.

-   Coordinatore nazionale della pastorale per le comunità cattoliche malgasce in Italia: Padre Pierre Emile RAKOTOARISOA, SJ, per un quinquennio.

-   Coordinatore nazionale della pastorale per le comunità cattoliche romene di rito latino in Italia: Mons. Anton LUCACI (Iaşi – Romania), per un ulteriore quinquennio.

-   Presidente Nazionale Maschile della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI): Sig. Stefano NANNINI, per un biennio.

Infine, ha fissato la data della prossima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani (Torino, 12 – 15 settembre 2013).

 

Roma, 25 maggio 2012

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 26 maggio 2012

Pag 2 Maggiordomo in cella. Il Papa «addolorato» di M. Antonietta Calabrò

Accusato di aver rubato documenti. Schmitz allo Ior

 

Roma - Per il maggiordomo infedele di Benedetto XVI, Paolo Gabriele, quella appena passata è stata la seconda notte trascorsa nella camera di sicurezza della Caserma della Gendarmeria vaticana. Gabriele, accusato di essere uno dei corvi che hanno sottratto documenti riservati del Papa e della Santa Sede all'origine della cosiddetta Vatileaks, è stato «fermato» giovedì pomeriggio. I sospetti sul maggiordomo sono stati raccolti dalla Commissione, presieduta dal Cardinale Herranz. La sua abitazione è stata perquisita e vi è stata trovata «una mole ingente di documenti che non avrebbero dovuto essere in suo possesso». Più che indizi, quindi, la prova della «canna fumante», cioè prove assolutamente inoppugnabili. Del resto nessuna approssimazione investigativa sarebbe stata possibile nei confronti di un componente della famiglia pontificia. Così ieri mattina presto, il capo della Gendarmeria vaticana, Domenico Giani, ha avvisato il segretario personale del Pontefice monsignor Georg Gänswein, di quando stava accadendo. L'assistente di camera di sua Santità, è stato sottoposto ad interrogatorio da Nicola Picardi, il Promotore di Giustizia (l'equivalente di un Procuratore generale), l'arresto è stato confermato. E poco dopo le 13 di ieri la notizia è diventata una «breaking news» mondiale, quando il portavoce vaticano, padre Lombardi ha annunciato «che la Gendarmeria aveva individuato il Corvo». Dopo qualche ora il Vaticano ha fatto sapere che il Papa è «addolorato e colpito» per l'arresto della presunta «talpa». Adesso Gabriele, che è cittadino vaticano, rischia un processo (con tre gradi di giudizio, compreso quello di Cassazione) che potrebbe costargli 30 anni di carcere. I reati dei quali è accusato sono infatti molto gravi: la violazione della corrispondenza di un Capo di Stato, equivale infatti ad attentato alla sicurezza dello Stato. Anche nel determinare la pena, la legislazione vaticana recepisce quella italiana. Giovedì 24 maggio rimarrà, dunque, negli annali della Città Stato come una giornata, a suo modo storica, segnata da due eventi traumatici: la destituzione del presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, e l'arresto di uno dei corvi che si sono macchiatati di una orchestrata fuga di notizie. Quanto allo Ior, ieri la Commissione cardinalizia di sorveglianza si è riunita, ma senza nominare un nuovo presidente. Ad interim è subentrato il vice presidente Ronaldo Hermann Schmitz, ex ad della Deutsche Bank. Ma non è stato diramato alcun comunicato. Quanto ai corvi, per tutto il giorno si sono rincorse voci di nuovi imminenti arresti. Perché Gabriele poteva accedere alla corrispondenza del Papa, ma non sicuramente a documentazione finanziaria, né alle relazioni di servizio della Gendarmeria. Né infine alla corrispondenza diplomatica cifrata tra la Segreteria di Stato e le Nunziature in tutto il mondo, compresa quella in Italia, come risulta dagli atti pubblicati nel libro «Sua Santità» di Gianluigi Nuzzi. Per questo le indagini continuano «a tutto campo» per appurare se l'uomo abbia avuto complici. E se ci sono mandanti. Del resto, il presunto «Capo» dei corvi (la fonte principale, nome in codice «Maria»), il 22 febbraio scorso intervistato in tv aveva affermato che almeno un'altra ventina di «gole profonde» erano in azione, mentre lui stesso aveva spiegato «di essere attualmente in forza alla Segreteria di Stato».

 

Pag 2 Quelle 3 camere di sicurezza quasi sempre disabitate di Luigi Accattoli

 

Non si chiamano carceri ma «camere di sicurezza», sono tre e sono quasi sempre vuote: insomma le «carceri» del Vaticano sono le meno affollate al mondo. Le tre camere di sicurezza si trovano accanto alla sede del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, all'interno dello stesso edificio che ha il nome di Palazzo del Tribunale. Lo si incontra sul retro della Basilica di San Pietro, a sinistra per chi dia le spalle alla Basilica, tra la Scuola del Restauro e la Casa Santa Marta (una specie di albergo dove alloggiano i cardinali durante il Conclave). A memoria d'uomo si ricorda un solo caso in cui le tre camere sia state occupate tutte e tre in contemporanea e fu nel 1971, quando ospitarono quattro dipendenti vaticani, tecnici della Centrale telefonica, accusati di furto nell'appartamento privato del Papa: avevano rubato una buona quantità di «medaglie del Pontificato», un fattaccio simile - per il luogo del reato - a quello per cui ora è detenuto l'«aiutante di camera» del Papa. Il «colpo» era stato compiuto il 31 luglio 1969, essendo il Papa a Castel Gandolfo. Davanti all'appartamento non c'erano le due Guardie svizzere che sempre vi stazionano perché il Papa era fuori. Il capo della «banda dei telefoni» è Giancarlo Casale, 45 anni, caposquadra della Centrale telefonica vaticana e i tre correi sono un installatore della Centrale telefonica, Raffaele Saliani, e due dipendenti della stessa Centrale, Giovanni Cimaomo e Giovanni Manupelli. Come tecnici dei telefoni conoscono l'appartamento papale, i turni delle guardie, che cosa si può trovare nelle diverse stanze. In quei giorni che il Papa è fuori vengono incaricati di verificare la funzionalità degli apparecchi telefonici, fanno duplicare le chiavi di cui vengono provvisti e con quelle, di notte, tornano nell'appartamento. «Abbiamo attraversato lo studio del Papa e non ricordo quali altre stanze, per raggiungere lo studio del segretario privato del Pontefice, don Pasquale Macchi», diranno in Tribunale. La vendita delle medaglie aveva fruttato ai quattro circa 400.000 lire a testa. Durante la detenzione uno di loro - Giovanni Manupelli - si dice disperato e tentato dal suicidio: «Ero deciso ad uccidermi con una forchettata al cuore. Per questo mi tolsero tutte le posate». Il processo dura sei giorni. Dopo due ore di camera di consiglio, il presidente del Tribunale legge la sentenza che condanna Casale e Manupelli a tre anni di reclusione. Viene assolto per non aver commesso il furto ma dichiarato colpevole di ricettazione Raffaele Saliani. Nei suoi confronti il tribunale pronuncia una condanna a nove mesi con la sospensione della pena. A Giovanni Cimaomo viene riconosciuto il reato di ricettazione e di detenzione di arma da fuoco: si scopre così che almeno uno degli uomini della banda era entrato armato di pistola nell'appartamento pontificio: viene punito con un'ammenda di 250.000 lire, ma anche per lui viene concessa la sospensione della pena. Paolo VI grazierà tutti, pago della lezione che i quattro avevano avuto da quello straordinario e unico processo con detenzione dei «rinviati a giudizio». Per lo più i «reati» che si compiono in Vaticano sono furti delle offerte in San Pietro o di qualche articolo in vendita nei negozi e tutto si risolve rapidamente con l'identificazione del colpevole e una multa. E' raro che vengano usate le «camere di sicurezza». Per i casi più seri, come quelli dell'attentatore alla vita di Giovanni Paolo II Alì Agca e di Lazlo Toth, l'ungherese che negli anni 70 del secolo scorso prese a martellate la Pietà di Michelangelo, la detenzione fu affidata alle forze di sicurezza italiane che fanno servizio presso il Vaticano. Era stato Pio XI a volere che venissero predisposte le tre «camere di sicurezza» accanto ai locali del Tribunale. Il vaticanista storico del Corriere della Sera Silvio Negro racconta in «Vaticano minore» (1959) che Papa Ratti abbia voluto vederle, quand'erano ultimate, e che abbia commentato: «Ci siamo voluti assicurare che non ci siano strumenti di tortura».

 

Pag 3 Il «corvo» aiutante che era primo e ultimo a vedere il Pontefice di Gian Guido Vecchi

Tra i laici più introdotti, ha 46 anni e tre figli

 

Città del Vaticano - Le versioni variano da Dan Brown a Daniel Pennac, nel senso che al profilo fosco del «corvo» infedele e traditore nel cuore dell'Appartamento pontificio, nei commenti Oltretevere, si contrappone l'immagine speculare di chi lo conosce e non riesce a crederci e magari lo vede come un capro espiatorio, un Malaussène vaticano. Certo la faccenda è clamorosa, perché Paolo Gabriele, 46 anni, sposato e con tre figli, non è un dipendente qualsiasi. E le indagini fino all'arresto «sono state serie, non scherziamo», spiegano ai piani alti della Santa Sede. «Maggiordomo» non rende l'idea, anche se ad essere servito è Benedetto XVI. Perché l'«aiutante di Camera» è definito come uno dei «familiari» del Papa, la cerchia più intima della cosiddetta «famiglia pontificia». E i «familiari» sono pochissimi: dai due segretari particolari, monsignor Georg Gänswein e monsignor Alfred Xuereb, alle quattro «Memores Domini» che si occupano dell'appartamento e della cucina, Carmela, Loredana, Cristina e Rossella. Assistito da due domestici, il «maggiordomo» è la prima persona che vede il Papa all'alba e lo aiuta a vestirsi. Con il resto della «famiglia» , fino a ieri, Paolo Gabriele assisteva ogni mattina alla messa che il pontefice celebra intorno alle 7 nella cappella privata dell'Appartamento. Dopodiché serve a tavola la colazione delle 8, il pranzo dopo le 13, la cena intorno alle 19,30 e segue il pontefice durante le udienze pubbliche e private. La sera, dopo cena, cura che la camera da letto del Papa sia pronta mentre il pontefice si ritira per qualche ora nel suo studio privato prima di andare a riposare. In buona sostanza, con le Memores Domini, è il «laico» più vicino al pontefice, gli vive accanto ogni giorno dalle sei del mattino alle nove di sera. O, almeno gli viveva accanto, fino a giovedì pomeriggio. Ed è qui che la faccenda si fa difficile da capire, «al limite dell'incomprensibile», per gli stessi uomini che hanno seguito le indagini. Allo stupore addolorato del Papa si aggiunge lo «sconcerto» delle persone che per tanti anni hanno lavorato accanto a lui. Introdotto in Vaticano, si racconta, dall'allora segretario di Papa Wojtyla Stanislaw Dziwisz - oggi cardinale di Cracovia -, era già al servizio di Giovanni Paolo II quando «aiutante» di camera era Angelo Gugel, maggiordomo storico del pontefice. Paolo Gabriele divenne «aiutante di Camera» nel 2006, un anno dopo l'elezione di Benedetto XVI. È cittadino vaticano e vive con la sua famiglia in una palazzina nella zona residenziale del piccolo Stato. Distinto, riservato, è descritto da tutti come una persona seria, semplice e per bene, cattolicissimo e devoto di Santa Faustina Kowalska, soprattutto «devoto e fedele al Papa», insomma l'esatto contrario del «corvo»: uno che «vuole così bene al Papa che mai potrebbe tradirlo», confida un amico «perplesso». Eppure la decisione di arrestare il maggiordomo del Papa non è stata facile, le prove sono considerate schiaccianti. Nel libro di Gianluigi Nuzzi Sua Santità, dove sono pubblicate le «carte segrete» di Benedetto XVI, la cosiddetta «fonte Maria» e le altre «gole profonde» vengono presentati come animate da un desiderio di «verità» e di trasparenza per il bene del Papa e della Chiesa. Il commento ufficiale dal Vaticano era stato durissimo: «La Santa Sede continuerà ad approfondire i diversi risvolti di questi atti di violazione della privacy e della dignità del Santo Padre - come persona e come suprema Autorità della Chiesa e dello Stato della Città del Vaticano - e compirà i passi opportuni, affinché gli attori del furto, della ricettazione e della divulgazione di notizie segrete, nonché dell'uso anche commerciale di documenti privati, illegittimamente appresi e detenuti, rispondano dei loro atti davanti alla giustizia». Ma ancora più dura era suonata, come un presagio, la reazione ufficiosa: «Qualcosa succederà, per forza, non si può continuare a far passare ladri e ricettatori come difensori della libertà o idealisti che vogliono purificare la Chiesa».

 

Pag 3 Da Pio IX a Wojtyla, le notti insonni dei camerieri di Armando Torno

 

Quando si parla di cameriere o di maggiordomo del Papa, ovvero di una persona che lavora a stretto contatto con il Santo Padre, inevitabilmente si pensa alla Famiglia pontificia. Questa istituzione venne riformata con il motu proprio Pontificalis Domus del 28 marzo 1968 da Paolo VI. È composta da ecclesiastici e da laici. A questi ultimi appartiene - è il suo titolo - l'«aiutante di camera» del Papa. Tale incarico, ricoperto da Paolo Gabriele ora allo stato di fermo, è delicato: si tratta di uno dei laici più vicini al pontefice. Ha sostituito lo «storico» Angelo Gugel. Risiede nella Città del Vaticano e il suo compito è proprio quello di assistere Sua Santità nei vari momenti della giornata, dal mattino quando lo aiuta ad abbigliarsi alle udienze, dai pasti che gli serve ai viaggi, via via sino all'ora del sonno. La storia degli aiutanti di camera è complessa e a volte non facile da ricostruire. Certo, un nome che subito salta alla mente è legato all'unità d'Italia: è quello di Giuseppe Zangolini. Il poverino vegliò tutta la notte il pontefice nell'anticamera, perché Pio IX era agitato. Quella volta non erano gli attacchi epilettici a turbarlo ma l'esercito italiano ormai alle porte di Roma. L'aiutante ricordò che il pontefice si era alzato più volte, che si dibatteva continuamente nel letto non riuscendo a prendere sonno, tanto che non attese i colpi dell'artiglieria per svegliarsi. Alle 5 di quel fatidico 20 settembre 1870, allorché Zangolini entrò nella camera del Santo Padre, lo trovò in piedi, vestito di tutto punto. Non riuscì nemmeno a raderlo. Ma se si torna indietro nel tempo, la qualifica di «aiutante di camera» non rispecchia quel che noi intendiamo. La famiglia pontificia si ingrossò molto durante il periodo avignonese (1306-1376) e Innocenzo VI respinse non poche persone che desideravano servire: erano troppe. Dalla collezione dei registri pontifici (è completa da Paolo IV, dall'anno 1555 in poi) conosciamo, tra l'altro, la situazione esistente durante i giorni del ricordato Papa. Nella sua «famiglia» vi erano - a prescindere da prelati, segretari, confessore eccetera - il maestro di camera, 5 camerieri di rango superiore, 12 altri camerieri con 2 domestici ciascuno, 24 ulteriori camerieri appartenenti alla nobiltà con un servitore ciascuno, 5 aiutanti di camera. Certo, c'erano anche 7 medici e un farmacista, oltre 50 palafrenieri: ma questo è un organico del Rinascimento, quando si poteva scialare. Del resto, erano pagati in natura e soltanto con Urbano VIII (morto nel 1644) ci fu una parziale retribuzione in denaro, che diventò esclusiva soltanto con Pio VI (morto nel 1799). Vale inoltre la pena ricordare la figura dei «camerieri segreti partecipanti», in vigore sino a qualche decennio fa. Alcuni di essi ricoprivano le tre cariche stabili: coppiere, segretario d'ambasciate e guardaroba. Il primo assisteva ai pranzi solenni il Papa e gli porgeva le bevande; teneva la palma e la candela di Sua Santità nelle funzioni e, in mancanza del maestro di camera, ne faceva le veci. Al secondo, il segretario d'ambasciate, spettava presentare i doni che il pontefice inviava ai sovrani (residenti a Roma), ai cardinali e agli ambasciatori in partenza. Il terzo, legato al guardaroba, custodiva le cose del Papa e, solitamente, recava il cappello rosso ai cardinali. V'era anche una quarta figura di «cameriere segreto partecipante», senza funzione pubblica ma a disposizione del Santo Padre. Essi potevano diventare «segretari intimi» (accadde con Pio XI) o bibliotecari domestici; altre volte esercitavano l'ufficio di «scalchi segreti», ovvero soprintendevano alle cucine. E siccome qualcuno, come Alessandro VI, pare sia passato a miglior vita con l'aiuto del veleno - destinato a un cardinale, ma capitò un errore - cuochi e inservienti era bene sorvegliarli con uomini di particolare fiducia.

 

Pag 5 La commissione ora cerca i complici di Gian Guido Vecchi

Gotti Tedeschi: disprezzo per chi ha fatto del male a Benedetto XVI

 

Città del Vaticano - Il compito forse più difficile è toccato a monsignor Georg Gänswein, è stato lui ad entrare nello studio di Benedetto XVI e annunciargli che il suo maggiordomo non sarebbe tornato nell'appartamento perché lo avrebbero arrestato. «Dolore» e «sconcerto» sono comuni all'Appartamento come a coloro che indagano. Però la commissione d'indagine voluta dal Papa e guidata dal cardinale Julián Herranz, la Gendarmeria del comandante Domenico Giani e il Promotore di Giustizia Nicola Picardi sono sicuri del fatto loro. Quella trovata in casa di Paolo Gabriele è «una documentazione riservata e sensibile», da studio del pontefice. Il maggiordomo è rimasto impetrito e ora, alla seconda notte di cella, «sta meditando sulla sua posizione». Gli hanno chiesto e continueranno a chiedergli dei complici. Perché due cose sono certe: nessuno ha mai pensato ci fosse un solo «corvo» e l'indagine «non è affatto chiusa, anzi, ci vorrà ancora un po' di tempo», è possibile se non probabile che ci siano presto altri arresti. Sono giorni difficili, in Vaticano. Indagini a tappeto, interrogatori. Si parla di computer, email e telefoni sotto controllo, in un clima nel quale non ci si rivolge quasi più la parola né al fisso né al cellulare e al massimo lo si fa di persona, ma anche lì con circospezione. L'arresto dell'«aiutante di Camera», giovedì, è arrivato nel giorno della sfiducia al presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi: i veleni Oltretevere sono arrivati ad insinuare che fosse uno dei corvi, a parlare di tabulati e di email partite dal suo pc. Ma Gotti Tedeschi non ci sta e scandisce: «Diffondere documenti riservati io? Non l'ho mai fatto, non lo farò mai e disprezzo chi lo ha fatto perché ha fatto del male al Papa». Ieri confidava: «Sono ancora dibattuto tra l'ansia di spiegare la verità e il non voler turbare il Santo Padre. Il mio amore per il Papa oggi prevale su ogni altro sentimento, persino di difesa della mia reputazione che vilmente viene messa in discussione». Però lo scontro con il segretario di Stato Tarcisio Bertone è stato durissimo, Gotti Tedeschi ritiene d'essere stato cacciato «per la difesa della legge antiriciclaggio e la vicenda del San Raffaele» e sta pensando di preparare una memoria da consegnare direttamente a Benedetto XVI. Quanto a Bertone, c'è chi gli è vicino e sostiene addirittura che non sapesse nulla della sfiducia, «ha deciso il board dello Ior», e chi invece assicura si sia messo in contatto con tutti i componenti, uno ad uno. Ieri comunque si è riunita la commissione cardinalizia, la guida ad interim dello Ior è andata come previsto al vice Ronaldo Hermann Schmitz ma per la presidenza si fa il nome del notaio torinese Antonio Maria Marocco, stimato dal Segretario di Stato e membro del consiglio di sovrintendenza dell'Istituto. In ogni caso ai piani alti del Vaticano si spiega che «le due cose sono completamente diverse» e non c'è rapporto, se non temporale, tra l'arresto del maggiordomo e la cacciata del presidente dello Ior. Già si diffondevano sospetti, c'è chi pensa che Gabriele sia una sorta di capro espiatorio e quanto è accaduto un modo per chiudere la questione. Deduzioni respinte con sdegno: «Tutto ciò è insensato e offensivo, stiamo lavorando seriamente da settimane». Certo i documenti trapelati ai media da gennaio sono usciti da diversi uffici in Vaticano, non è che fossero passati tutti dallo studio del Papa. E in ogni caso è impossibile, si spiega, che una sola persona, il maggiordomo, abbia architettato ed eseguito la fuga pilotata di notizie. La «mente» sta altrove assieme ad altri «corvi». Quanto al fatto che Gabriele custodisse documenti riservati, un rischio stupefacente se si considera tutto ciò che sta accadendo, si allargano le braccia: «Strano? Cosa vuole, purtroppo non è la sola delle cose incomprensibili che si stanno scoprendo».

 

Pag 50 Strategia della tensione in Vaticano. Tocca ai vescovi reagire di Alberto Melloni

 

Mai lo smarrimento era arrivato a questi livelli nella Chiesa cattolica. Certo nel Novecento non erano mancate lotte di potere condotte senza esclusione di colpi. Dal veto dell'imperatore d'Austria nel 1903 contro l'elezione al papato del cardinal Rampolla a quel novembre 1962 nel quale il Sant'Ufficio passò a Indro Montanelli accuse di modernismo per macchiare la giovinezza di Giovanni XXIII, dalla cacciata di Montini da Roma orchestrata dalla corte pacelliana nel 1954 alla lotta del torrido conclave del 1978 che convinse tutti a votare il Papa straniero, su su fino alla vicenda dell'Ambrosiano e di Marcinkus, nella quale toccò a un cattolico pulito come Nino Andreatta salvare la Chiesa dalle sue sozzure. Ma stavolta c'è qualcosa di più. Ed è il senso di un disordine sistemico: la sensazione che ci sia ancora altro che debba deflagrare in tutta la sua catastroficità. Quelle che ci sono state negli ultimi anni, negli ultimi mesi e negli ultimi giorni non sono state solo fughe di notizie e non si possono rubricare come tradimenti. Sono pezzi di una strategia della tensione. Un'orgia di vendette e di vendette preventive che è ormai sfuggita di mano a chi s'illudeva di orchestrarla o di giovarsene. L'origine di tutto ciò non è misteriosa ed è - il Papa lo sa - tutta italiana. Per anni s'è pensato che alla Chiesa non servisse il confronto libero e duro delle idee (si vedano i duelli Kasper-Ratzinger, per dire): ma che invece le giovasse un meccanismo denigratorio fatto di blog, di corsivi, di aggettivi allusivi coi quali colpire nella fedeltà alla Chiesa e al Papa altri cattolici - se mai recuperando qualche documentino, gratis o a pagamento. Questa tela di illazioni, pettegolezzi e calunnie ha prodotto liste di proscrizione recepite da autorità sempre più anemiche, ha legittimato ai massimi livelli un para-magistero fatto di risentimenti oltraggiosi (come quelli sparati dal sito dell'Espresso sull'invulnerabile priore di Bose, Enzo Bianchi) e ha alimentato la bacata morale dell'anonimato (come quella in cui finì il mandato di Boffo al Toniolo). Da qui ai dossier completi, come quello stampato in «Vaticano spa», il passo è stato breve: e poi è venuto tutto il resto, con una sequenza di colpi e contraccolpi sempre più desolanti. È evidente che la Chiesa cattolica (e non solo lei) ha patito del calo del livello intellettuale delle classi dirigenti che chiamiamo crisi: ma forse la Chiesa ne porta perfino qualche responsabilità. Lungo gli anni tremendi fra il 1914 e il 1945 (all'Est fino al 1989), la congiuntura politica o l'ingenua attesa di una cristianità restaurata hanno spinto la Chiesa a confidare in un lavoro di formazione intensa delle coscienze. Un capitale umano senza pari, fabbricato nelle canoniche e sulle riviste, è stato immesso senza troppe distinzioni dentro culture intransigenti, clericali, democratiche, confessionali, progressiste. Una riserva talora minoritaria (si pensi alle correnti Dc), ma sufficiente a tenere in equilibrio le cose o addirittura a sanarle con la propria limpidità interiore. Negli ultimi trent'anni, invece, s'è vissuto consumando quel capitale: lo si è speso per coprire politiche «contestuali» o per illudersi che giocare a scacchi col potere rendesse potenti. E quando tutto era ormai consumato è arrivato Benedetto XVI: la cui distanza ontologica da questi modi d'essere ha finito paradossalmente per agevolarli. E il mood conservatore del suo pontificato ha finito per eccitare quei suoi sostenitori reazionari delusi dal suo stile. La durezza dei passaggi di questi due giorni - Gotti Tedeschi ha avuto un trattamento peggiore di Marcinkus, il maggiordomo del Papa è stato preso come Agca - potrebbe dunque essere il segnale che l'investigazione tanto attesa s'è avviata o sviata, che voleranno stracci di diversi colori, che la «gente attuffata in uno sterco che da li uman privadi parea mosso» dovrà cambiar lavoro. Ma è certo che se non ci sarà una reazione spirituale il disastro sarà completo: anziché giocare all'amletico gioco dell'anno (crescita o rigore?) i vescovi su questo dovrebbero concentrarsi. Ne ha bisogno la Chiesa, se ne gioverebbe l'Europa.

 

LA REPUBBLICA di sabato 26 maggio 2012

Pag 1 Le faide in Curia dietro lo scandalo. "Bertone era pronto a dimettersi" di Marco Ansaldo

L'assalto al potere e le manovre per il prossimo conclave: "C'è chi ha tentato un colpo di Stato". La segreteria di Stato nel mirino: ora è caccia ai mandanti

 

Città del Vaticano - C'è un dettaglio illuminante nella vicenda che lega l'arresto del cameriere di Sua Santità, considerato il "corvo" che passava le carte segrete vaticane ai media, alla cacciata di Ettore Gotti Tedeschi dalla presidenza dello Ior. E tocca il Pontefice, il suo appartamento, unendosi alle dicerie sulla salute di Joseph Ratzinger, il quale invece sta bene per l'età che ha (85 anni), come risulta evidente a chi lo incontra e vede da vicino. Perché i documenti interni diffusi, e di recente pubblicati anche in un libro, non portano per la maggior parte il timbro della Segreteria di Stato vaticana. Non sono usciti, cioè, da quell'ufficio, al quale pure sono arrivate. Ma provengono direttamente dall'Appartamento papale, dove alcune erano ad esempio giunte al fax con il numero riservato di monsignor Georg Gaenswein, il segretario personale di Benedetto XVI. E vista l'assoluta fedeltà dell'assistente tedesco - il quale per ragioni di opportunità giovedì scorso ha addirittura rinunciato a una conferenza a Pordenone dal titolo "Vi racconto il Papa", eppure annunciata da due ampie pagine sull'Osservatore Romano e su Avvenire ("Es ist besser nicht", meglio di no, gli ha detto Ratzinger) - per quanto incredibile questo sia apparso agli inquirenti vaticani, le indagini sui diffusori delle carte si sono infine concentrate sulla casa di Benedetto. Nel cosiddetto Appartamento, con la A maiuscola, vive la Famiglia pontificia. Composta dalle persone che sono intorno al Papa. Chi ci abita rassetta, prepara e consuma i pasti con lui, tenendogli compagnia talvolta guardando la tv. Sono loro a festeggiarlo nei giorni comandati e nei compleanni. Loro ad accogliere i visitatori esterni, come il fratello del Pontefice, monsignor Georg Ratzinger. Nell'Appartamento circolano monsignor Gaenswein appunto, l'altro segretario, il maltese Alfred Xuereb, le quattro Memores domini, donne laiche che fanno vita consacrata, accudendo le stanze e preparando colazione, pranzo e cena. E il cameriere del Pontefice, Paolo Gabriele. Su di lui si sono appuntati i sospetti sia della Gendarmeria vaticana guidata dal comandante Domenico Giani, sia la commissione di indagine dei tre cardinali presieduta dal porporato spagnolo Julian Herranz Casado, allievo diretto del fondatore dell'Opus Dei, Josemaria Escrivà de Balaguer. I "corvi" che hanno passato le carte fuori dalla Santa Sede, com'è noto da tempo, sono più d'uno. Ieri la Segreteria di Stato è uscita allo scoperto, accusando addirittura Gotti ("era uno dei corvi" hanno detto), il quale però si è difeso contrattaccando ("li querelo") . Uno scontro al calor bianco che fa da sfondo alla cacciata dell'economista per "gestione insoddisfacente". La vicenda dei "Vatican leaks" si sta così allargando, scuotendo l'intero vertice della Santa Sede, con colpi feroci tra fazioni di cardinali, mentre il Papa assiste e si prepara a compiere, da qui a pochi mesi, passi decisivi. Monsignor Gaenswein è rimasto molto toccato dalle critiche arrivate al Pontefice attraverso le carte. E anche il segretario di Stato, Tarcisio Bertone - comunque lo si veda è però un fedelissimo di Joseph Ratzinger - è apparso provato dalla vicenda. Ha persino accarezzato l'idea, come già fatto in passato, di offrire il proprio posto e dimettersi. Ma il Papa gli ha fatto subito capire che non se ne parlava nemmeno. Alla destra di Benedetto, un gruppo di cardinali, arcivescovi e monsignori si è mosso in prospettiva futura con un obiettivo duplice e ambiziosissimo: la presa della Segreteria di Stato e, successivamente, addirittura la conquista del Conclave con un Papa scelto tra le proprie file. E' quello che un osservatore attentissimo di cose vaticane definisce "un vero e proprio colpo di Stato". E le menti che hanno concepito il piano sono le stesse che hanno foraggiato i media, attraverso i "corvi", di carte segrete al fine di portare scompiglio e far cadere il governo vaticano. Il progetto è fallito. La Santa Sede è attualmente sottoposta a dure critiche da parte dell'opinione pubblica internazionale, con un'immagine intaccata. Ma il golpe non è riuscito perché il Papa - che contrariamente a quel che si è vociferato è pienamente in salute - sa tutto, conosce i membri dell'una e dell'altra fazione, ed è deciso a regolare la faccenda al tempo dovuto e, com'è d'uso, senza clamori. Bertone a dicembre compirà 78 anni ed è possibile un suo passo indietro. Alcuni osservatori danno per favorito l'attuale prefetto della Congregazione per il clero, il cardinale Mauro Piacenza, che lo scorso anno ha ottenuto da Benedetto una doppia promozione: la berretta cardinalizia e la guida di un dicastero. Le strade che il Papa ha davanti sono più d'una: riconfermare Bertone; accettare infine le sue dimissioni e sostituirlo con Piacenza; oppure cambiare del tutto cavallo scegliendo un outsider per sgombrare il campo dai durissimi scontri interni. Questa terza ipotesi riguarda l'attuale ministro degli Esteri, il corso Dominique Mamberti, che gode della considerazione di Bertone e, allo stesso tempo, viene considerato un candidato debole per non ostacolare le ambizioni alla destra del Papa dei diretti interessati alla Segreteria di Stato. Si è cercato, da questo fronte, di accreditare l'idea che la Commissione cardinalizia di indagine fosse priva di mordente e di capacità operativa. In realtà, proprio quella composizione (Julian Herranz Casado, Jozef Tomko, Salvatore De Giorgi) è stata ed è la chiave del successo dell'inchiesta, non ancora conclusa, perché i tre anziani cardinali sono ben presenti a loro stessi. E soprattutto non hanno ambizioni proprie o per altri. Diversa la battaglia sul futuro Conclave. Nel Novecento, quasi sempre i Pontefici hanno informalmente indicato i propri successori, puntando i riflettori sui loro preferiti. È accaduto da Pio XI in poi. Benedetto XVI ha forse in mente il proprio successore. Ora gli osservatori si attendono da lui un segno. Le voci false diffuse sul suo stato di salute ("ha un tumore al fegato", "ha avuto due ischemie"), puntano a delegittimarlo. Ma il Papa per ora è saldo e guarda al proprio domani, pensando anche al futuro della Chiesa.

 

IL SOLE 24 ORE di sabato 26 maggio 2012

Pag 1 Le crisi-gemelle di Carlo Marroni

 

La Chiesa ha sempre vissuto di tempi lunghi. Ma ora si stanno accorciando, come mostrano le crisi-gemelle dello Ior e del presunto "corvo". Tuttavia è difficile capire se quanto sta accadendo è la coda di un processo di assestamento partito dopo l'inizio del pontificato di Ratzinger o l'assaggio degli assetti di quello futuro. E questo nonostante Benedetto XVI stia bene e conduca una vita misurata e controllata molto bene dallo staff medico, come si è visto nel duro viaggio in America Centrale. Sta di fatto che la guerra tutt'ora in corso consumata a colpi di dossier velenosi, nomine discutibili, trasferimenti forzati e licenziamenti improvvisi è il sintomo che ormai la governance vaticana mostra - e non da oggi - debolezze strutturali. All'insediamento di Ratzinger si parlò di una riforma, mirata soprattuto a snellire la pesante burocrazia, ma poi poco o nulla si è fatto, e anzi i dicasteri sono nati invece di scomparire. L'ultima riforma della Curia Romana è avvenuta sotto il pontificato di papa Giovanni Paolo II con la costituzione apostolica «Pastor Bonus», del 28 giugno 1988. Le congregazioni - cioè i singoli ministeri, guidati da cardinali - hanno perso, a favore della Segreteria di Stato, il primato curiale, pur restando l'asse portante del governo papale: il loro numero è stato portato a nove e molti dei loro compiti sono stati delegati ad organismi di nuova istituzione quali i Pontifici Consigli, le Commissioni e altri Uffici. Allora nacque la figura del "primo ministro", che trovò la sua espressione piena nel lungo periodo di Sodano sotto papa Wojtyla, e si è confermata poi, modalità nuove e diverse costituency, con Bertone. La concentrazione di un enorme potere di governo in un'unica mano, quindi, che risponde solo al Papa. Ma le molte crisi di questi anni hano mostrato come questa struttura di comando non sembra riuscire a rispondere con piena efficacia alle esigenze pastorali e diplomatiche. E soprattutto alle crisi, che sempre più spesso scoppiano più o meno all'improvviso. Sono noti e ben raccontati i fatti relativi alla scomunica dei lefebvriani, al caso Boffo, alla pedofilia, alla messa in latino, alla posizione sui preservativi e via discorrendo. Ma la scintilla recente è stata il caso-Viganò: il trasferimento del segretario del Governatorato in Usa a seguito di pressioni (denunciate con lettere al Papa) pare per l'opera di pulizia che stava facendo nelle casse vaticane. Il tutto provato da carte pubblicate sui giornali. E poi gli intrecci con la politica italiana, sia con le tradizionali pressioni indirette, sia con la tessitura di relazioni non sempre trasparenti con la finanza "bianca". Forse per il papa - dice un alto prelato, non al telefono (praticamente nessuno più lo usa Oltretevere) - è arrivato il momento di mettere da parte le bozze del terzo libro su Gesù e varare un riforma profonda della Curia.

 

IL FOGLIO di sabato 26 maggio 2012

Pag 1 Dietro la storia del “corvo” di Paolo Rodari

Governo papale, cambio in arrivo

 

Dunque il “corvo” sarebbe il cameriere del Papa, Paolo Gabriele. Sembra un giallo di Agatha Christie, con il solito maggiordomo colpevole, ma non lo è. Il “corvo” ha sottratto e trasmesso segretamente all’esterno i documenti e le lettere riservate del Papa e del suo segretario particolare monsignor Georg Gänswein. Paolo Gabriele, “aiutante di camera” della Famiglia pontificia, lavora ovviamente nell’appartamento papale. I cardinali Juliàn Herranz, Jozef Tomko e Salvatore De Giorgi che guidano la commissione d’inchiesta hanno stretto il cerchio attorno a lui, insospettiti principalmente dal fatto che molti leak usciti dal Vaticano sono lettere riservate inviate direttamente al Papa. Dopo Ettore Gotti Tedeschi, il banchiere sfiduciato dalla presidenza della banca vaticana (Ior), Gabriele è il secondo laico a entrare nel novero dei sospettati. E’ stato anche fermato, ma il processo è tuttora da istruire. Secondo alcuni esponenti autorevoli del Vaticano è “inverosimile” attribuire le colpe di Vatileaks a lui. Uomo di fede, devoto di santa Faustina Kowalska, già aiutante di camera di monsignor James Michael Harvey, Gabriele potrebbe essere vittima della volontà del Vaticano di trovare in tempi brevi un colpevole per ovviare a una crisi disperata di governance. C’è chi considera Gabriele – il quale è stato messo sotto chiave dagli uomini della gendarmeria vaticana – una vittima interna del cosiddetto “metodo Boffo”. Dino Boffo, ex direttore di Avvenire, nel settembre del 2009 venne messo alla gogna sulle pagine del Giornale con un falso casellario giudiziario che lo accusava di omosessualità, una velina anonima proveniente con ogni probabilità dagli ambienti vaticani. Il 23 gennaio del 2010 fu il Foglio a scrivere, dopo un’udienza privata tra il Papa e il cardinale Camillo Ruini dedicata al tema, che chi lavorò per far scoppiare il caso, ovvero chi accreditò e avvalorò all’allora direttore del Giornale Vittorio Feltri l’informativa anonima su Boffo poi rivelatasi non corrispondente agli atti processuali – “un informatore attendibile, direi insospettabile”, scrisse Feltri sul Giornale il 4 dicembre 2009 – era un ambiente lobbistico che si era avvalso di una certa “spregiudicatezza e ingenuità” del direttore dell’Osservatore Romano Gian Maria Vian per indirizzare la penna di Feltri contro Boffo. Seguirono settimane di fuoco. I media cercarono di districare la matassa tutta interna alla Santa Sede e quando il fuoco arrivò a lambire la tonaca del segretario di stato, il cardinale Tarcisio Bertone, il Vaticano reagì in maniera ufficiale con una nota vergata direttamente dalla segreteria di stato: le “notizie e ricostruzioni” apparse sulla stampa “non hanno alcun fondamento”. E ancora: “E’ falso che responsabili della gendarmeria vaticana o il direttore dell’Osservatore Romano abbiano trasmesso documenti che sono alla base delle dimissioni, il 3 settembre scorso, del direttore di Avvenire; è falso che il direttore dell’Osservatore Romano abbia dato – o comunque trasmesso o avallato in qualsiasi modo – informazioni su questi documenti, ed è falso che egli abbia scritto sotto pseudonimo, o ispirato, articoli su altre testate”. Fu aggiunta la notazione secondo cui questa smentita, che contrasta con la lettera poi resa nota dal “corvo” in cui Boffo faceva il nome del direttore dell’Osservatore e accusava anche Bertone, era approvata dal Papa in persona, che ne aveva ordinato la pubblicazione. Placate momentaneamente le acque, in curia romana c’è chi ha continuato a rimestare nel torbido. Bertone, la cui capacità di leadership era già stata messa in dubbio da scandali mediatici malamente gestiti e culminati con il “caso Williamson”, la revoca della scomunica concessa al vescovo lefebvriano Richard Williamson che senza informare preventivamente il Papa delle sue posizioni negazioniste sulla Shoah, ha continuato a governare senza tuttavia avere più il sostegno della vecchia guardia, le leve della segreteria di stato nate e cresciute alla prestigiosa scuola diplomatica di piazza della Minerva. Quella segreteria di stato che per anni, nel pontificato wojtiliano, aveva in Angelo Sodano un proprio faro. I diplomatici cercarono di convincere Bertone a non accettare l’incarico di segretario di stato che Benedetto XVI gli offrì nel giugno del 2006. Pare che a Genova, dove Bertone era arcivescovo, andò di persona monsignor Piero Pioppo, oggi nunzio in Camerun e in Guinea equatoriale ma ai tempi segretario di Sodano, per convincerlo a rifiutare. Bertone non ascoltò il consiglio e una volta arrivato in sella al “ministero” più importante del Vaticano dettò la sua linea “più Vangelo e meno diplomazia” che tanti malumori ha provocato soprattutto in curia romana. I diplomatici hanno in particolar modo mal sopportato la decisione di Bertone di portare in posti storicamente affidati a loro uomini con nessuna esperienza curiale. Tra questi: Domenico Calcagno da Savona all’Amministrazione apostolica della Santa Sede e Giuseppe Versaldi da Vercelli alla prefettura degli Affari economici. Dice non a caso lo storico Alberto Melloni a Vatican Insider: “A me sembra un attacco al Papa da parte di chi vuole dirgli: hai sbagliato a scegliere il segretario di stato e hai sbagliato a non cambiarlo…”. E ancora: “I retroscena vaticani del caso Boffo hanno tenuto banco sulla stampa per settimane. Le tensioni attorno alla figura dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò al Governatorato e il suo promoveatur ut amoveatur a Washington pure. L’opposizione del cardinale Angelo Scola all’operazione di salvataggio del San Raffaele da parte dello Ior era pure nota. Si possono fare altri esempi. La vera notizia è il messaggio che voleva mandare chi ha fatto uscire i documenti. Ed è: non siete in grado di proteggere il Papa”. Per il Vaticano, comunque, il corvo non è isolato. Anche su Gotti Tedeschi, sfiduciato due giorni fa, c’è un pesante sospetto. Ma anche qui sono in pochi coloro che credono che uno come lui possa aver passato delle carte riservate fuori dal Vaticano. In realtà Gotti paga l’opposizione all’approvazione della nuova legge vaticana sulla trasparenza finanziaria. Se per Bertone e i dirigenti della segreteria di stato la nuova versione della legge (una versione che avocava molti poteri alla stessa segreteria) segnava un passo in avanti nell’opera di ripulitura e riordino, per altri, tra questi Gotti, segnava un passo indietro. Secondo Gotti, infatti, la legge avrebbe depotenziato l’Autorità d’informazione finanziaria nei suoi compiti di controllo della trasparenza in favore della segreteria di stato. Insomma: due fazioni si sono fronteggiate oltre il Tevere nelle ultime settimane, uno scontro che ha avuto Gotti come vittima illustre. Da una parte coloro che ritengono che la trasparenza, la necessità di adeguarsi agli standard internazionali per entrare nel club dei più virtuosi, sia per il Vaticano un obbligo da non disattendere; dall’altra quella di coloro che ritengono (Bertone è tra questi) che questa stessa linea sia sì da perseguire ma con moderazione, avendo ben presente che il Vaticano ha una sua specificità che lo rende non del tutto paragonabile agli altri stati sovrani.

 

Bertone ancora in sella? Se la vicenda Vatileaks finirà qui nessuno può saperlo con certezza. Di certo c’è un fatto: finora l’unica vittima accertata, a parte il cameriere del Papa, è una personalità che fino a poche settimane fa era ritenuta un bertoniano di ferro, Ettore Gotti Tedeschi. Per l’aiutante di camera Paolo Gabriele, invece, il processo interno deve ancora avvenire, e anche in Vaticano vige la presunzione di innocenza. Ma in queste ore spasmodiche, è anzitutto la crisi di governo a risultare evidente, una crisi il cui principale responsabile resta secondo molti il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di stato. Oggi Bertone è difeso dall’appartamento papale su ogni punto. Benedetto XVI, che lo aveva fedele collaboratore alla Congregazione per la dottrina della fede, gli vuole bene e se ne fida. Ma in futuro può essere che la sua testa cada. Il problema principale del Pontefice è lenire i dissidi tra vecchia guardia (i diplomatici) e nuova leadership. L’idea di portare nel 2013 alla guida delle segreteria di stato monsignor Dominique Mamberti risponde a questa logica: Mamberti è diplomatico ma anche punta di diamante della nuova gestione. Ma da qui al 2013 altre ipotesi potrebbero essere prese in considerazione seppure tutte relative a esponenti appartenenti alla scuola diplomatica. Solo un ritorno alla normalità, infatti, sembra essere la soluzione. Non è soltanto gran parte della curia a richiederlo, ma anche le varie nunziature sparse nel mondo. Infine, sempre sullo sfondo, resta l’ipotesi del vaticanista americano John Allen: “Il Papa potrebbe prendere in considerazione l’idea di affiancare a Bertone – e qui ancora si fa il nome di Mamberti – una personalità di comprovata capacità di governo”, ha scritto recentemente sul National Catholic Reporter. Parole che, nella sostanza, dicono che per l’autorevole vaticanista americano l’ipotesi del “governo tecnico” – magari con Bertone ancora regnante e una sua uscita rinviata nel tempo – è percorribile.

 

IL GAZZETTINO di sabato 26 maggio 2012

Pag 1 Dallo Ior al “corvo” una salutare operazione verità di Francesco Paolo Casavola

 

Le notizie delle dimissioni di Gotti Tedeschi da presidente della Banca Vaticana e dell’arresto di un dipendente dei Sacri palazzi, trovato in possesso di documenti riservati, sembrano destinate ad arricchire quel genere letterario alla Dan Brown, in cui sacro e profano si mescolano nella trama di un romanzo poliziesco. I lettori comuni ne restano affascinati, come dimostra il successo editoriale di simili scritture. Ma nel caso particolare bisogna contrastare ogni velleità speculativa sulla curiosità del pubblico ad opera dei media. La prima ragione è che non si rinfocolino pregiudizi antireligiosi e antichiesastici, e conseguenti reazioni di autotutela. La posta in gioco è troppo alta perché si ricorra a modelli di comportamento usuali tra chi ha paura della verità. La Chiesa cattolica non è lo Stato Vaticano, non è la sola gerarchia fino alla sua vetta, non è Roma: è l’intera famiglia umana raggiunta dal Vangelo. E’ questa universale platea in ascolto che deve poter ricevere parole di verità. La verità non abita soltanto i dogmi della fede, ma tutta la storia degli uomini, e soprattutto quella in cui agiscono i credenti e i loro pastori. Se avessimo forte il sentimento della coestensione di fede e storia, non avremmo cautele di riservatezza, quando non di segretezza rispetto a tante vicende interne alla grande casa comune. I rapporti tra le persone non si sottraggono alla legittima diversità di convinzioni e di scelte dinanzi a modi di adempimento dei rispettivi compiti, ma perché lasciare che di queste diversità si parli come di contrasti, rivalità, conflitti? Non sarebbe più conforme alla sincerità evangelica dichiarare le ragioni di una linea piuttosto che di un’altra? Spesso la discrezione crea un cono d’ombra, in cui solo interessate fantasie intravedono contese inesistenti. Opporre ad esempio Segreteria di Stato e Conferenze episcopale italiana, per chi conosce i loro massimi responsabili, è ignorare la loro fedeltà al Papa, da cui ripetono le rispettive missioni. E’ possibile che a livelli minori si sottolineino peculiarità di comportamenti che si giustificherebbero se ne fossero conosciute le cause e le finalità. E’ un costume che va mutato, oltre le tradizioni, che il Concilio Vaticano II, avrebbe dovuto lasciare alle sue spalle? La Chiesa deve essere sempre riformata. Ma i riformatori devono non solo guardare ai suoi dogmi e alle sue leggi, ma ai propri cuori, che abbiano sentimenti quali li rivelò e insegnò il Signore. E questo vale per i pastori e per ogni umile e anonimo credente. Perché la Chiesa è una comunione di spiriti senza distinzione di gradi. Anzi, quelli più alti debbono servire gli ultimi. E tanto maggiore sarà la loro responsabilità quanto più gli ultimi saranno da essi confusi e turbati. E’ auspicabile che la verità si stia facendo strada in queste ore su tutti i due versanti, distinti e distanti, delle notizie sullo Ior e sul cameriere del Papa. Farà bene alla Chiesa e alla cattolicità universale. Ma farà bene anche alla società italiana e a qualunque società civile. Il marcio in Danimarca denunciato dall’Amleto di Shakespeare manda in putrefazione il mondo. Dovunque misteri taciuti, contro cui lottano gli Stati, i loro apparati, i cittadini onesti. Un esempio alto, di una comunità di fede che da sempre e in tutto si affida alla verità, può giovare a quel mondo, che dimentica il suo marciume, quando può indirizzare il giudizio moralistico fuori ed altrove. La Chiesa dimostri di essere nel mondo ma di non appartenervi, specie rifiutando i suoi principi ipocriti. Una vicenda amara, se vissuta nella fierezza della verità, può essere esemplare anche per chi è fuori della Chiesa. E la Chiesa continuerà la missione di convertire il mondo se saprà confessare sviamenti ed errori con una coscienza più esigente di qualunque giustizi umana. I fatti, i nudi e veri fatti, San Raffaele, lo Ior, la legge della trasparenza nella gestione bancaria, i comportamenti degli amministratori, da una parte, e da un’altra, ripetiamo distinta e distante, i documenti sulle divisioni tra le gerarchie, le infedeltà nell’appartamento stesso del Pontefice, lasciamoli a chi ha il dovere e la competenza per accertarli. Non facciamone materia di emozioni e di insinuazioni. Senza cessare di attendere, anche a nostra edificazione, il racconto della verità.

 

Torna al sommario

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 26 maggio 2012

Pag 6 Premi ai ragazzi e alle scuole eccellenti. I migliori su Internet, stage nelle aziende di Lorenzo Salvia

La riforma del merito: tasse universitarie scontate per i più preparati

 

Roma - La mossa a effetto arriva all'articolo 3. Ogni scuola superiore sceglierà il proprio «studente dell'anno» tra quelli che hanno superato la Maturità con il massimo dei voti, 100 e lode. Ogni «studente dell'anno» avrà diritto a una «borsa di studio aggiuntiva» e alla «riduzione di almeno il trenta per cento delle tasse universitarie» per il primo anno accademico. Ma ci sono anche altre modifiche, come i test d'accesso per tutti i ragazzi che si iscrivono all'università. Non per estendere il numero chiuso a tutte le facoltà ma come strumento di «autovalutazione», per aiutare gli studenti a trovare il corso giusto lasciandoli liberi di iscriversi dove vogliono. Il «pacchetto merito» dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri venerdì prossimo. Quindici articoli, alcuni passaggi ancora da limare, qualche punto che farà discutere, il disegno di legge è stato illustrato dal ministro dell'Istruzione Francesco Profumo al capo dello Stato e agli esperti di alcuni partiti, a partire dall'Udc.

Studente dell'anno - Oltre allo sconto sulle tasse universitarie e alla borsa di studio, lo studente dell'anno avrà diritto alla carta «IoMerito», con sconti per musei, mostre e mezzi pubblici. Resta da capire chi, in ogni scuola, sceglierà il ragazzo più meritevole e quali criteri userà. Ma tutto questo sarà definito con un successivo decreto del ministero che dovrà fissare anche l'importo della borsa, che verrà assegnata indipendentemente dal reddito.

Corsi premio - Per gli studenti migliori ci sarà anche un altro premio: le master class, i corsi estivi gratuiti. Saranno riservati ai ragazzi che arriveranno ai primi tre posti nelle olimpiadi scolastiche organizzate tutti gli anni per ogni materia, dalla matematica all'italiano.

Curriculum pubblici - Sarà messo sul sito Internet del ministero il «portfolio dello studente», un curriculum nel quale inserire solo i titoli di merito, come quello di studente dell'anno o la partecipazione alle master class. Con il consenso dell'interessato, il curriculum potrà essere consultato dalle imprese che offrono stage e tirocini.

Premi alle scuole - Viene poi lanciato un piano per la valorizzazione del sistema scolastico che farà sicuramente discutere. Saranno premiate con la possibilità di partecipare all'Organizzazione internazionale del baccellierato, una rete di istituti d'eccellenza, le scuole che avranno migliorato i loro risultati di «performance organizzativa». Si terrà conto, ad esempio, del numero degli studenti che arrivano al diploma senza essere bocciati e di quanto i ragazzi seguono le indicazioni degli insegnanti nel proseguire gli studi, se ad esempio dopo le medie scelgono il liceo oppure un istituto tecnico.

Test universitari - Molti i cambiamenti anche per le università. Primo fra tutti il cosiddetto «test diagnostico» per tutte le matricole. Il numero chiuso resterà solo per le facoltà che già oggi lo prevedono, come Medicina o Architettura. Ma a settembre tutti gli studenti dovranno rispondere a una serie di domande per vedere se sono tagliati oppure no per il corso che hanno scelto, restando liberi di iscriversi dove vogliono. L'obiettivo è ridurre il numero dei ragazzi, uno su cinque, che abbandona l'università dopo il primo anno.

Concorsi - Cambiano di nuovo le regole dei concorsi universitari, per ricercatori, professori associati e ordinari. Nelle singole università le commissioni saranno composte da cinque professori. Quelli interni all'ateneo scendono a due mentre altri due saranno esterni scelti per sorteggio e il quinto verrà da un'università straniera dell'area Ocse, sempre scelto per sorteggio. L'obiettivo è quello di sempre, rendere più complicati gli accordi sotto banco.

E i soldi? - Il costo del pacchetto merito non viene quantificato. Bisognerà aspettare i provvedimenti attuativi, come il decreto che fisserà l'importo delle borse di studio aggiuntive, per capire quanti soldi serviranno. Ma l'ultimo articolo del disegno di legge dice fin da ora che le risorse andranno prese dal fondo per l'ampliamento dell'offerta formativa e gli interventi perequativi. Sono 87 milioni di euro, in continuo calo rispetto al passato, e solo in parte assegnati davvero alle scuole. Sono stati usati, ad esempio, per incentivare l'accoglienza degli studenti stranieri o per promuovere l'insegnamento di Cittadinanza e Costituzione (la versione aggiornata della vecchia educazione civica). Non sempre al meglio, è vero. Ma dopo il prelievo per il «pacchetto merito» quanti soldi resteranno?

Commenti - Al di là degli aspetti tecnici è il principio che fa discutere, un approccio che viene fissato nel primo articolo del disegno di legge quando si dice che la scuola «valorizza il merito e l'eccellenza in base a sistemi premiali e selettivi». «Sì al merito — dice perplessa Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd - ma non c'è merito senza equità, senza uguaglianza delle opportunità. Perché selezionare a scuola significa promuovere l'immobilismo sociale che affligge il nostro Paese». Di parere opposto l'ex ministro Mariastella Gelmini, Pdl, che nella riforma vede una «linea di continuità con il precedente governo, per affermare un valore cruciale e troppo spesso dimenticato».

 

Forse è una scelta che faranno solo pochi coraggiosi. Ma il pacchetto merito introduce la possibilità di iscriversi contemporaneamente a due corsi universitari diversi e quindi di prendere due lauree in parallelo. Con le regole oggi in vigore non si può. Naturalmente l'apertura riguarda solo i corsi dello stesso livello: si potranno frequentare allo stesso tempo due lauree triennali, due lauree specialistiche o anche due master. Perché una modifica del genere? Il titolo dell'articolo 11, che la prevede, si intitola «ampliamento dell'offerta formativa». L'obiettivo è «favorire una formazione a spettro integrato nei vari livelli di studio».

 

Dai test d'accesso all'università dovrebbero definitivamente sparire le domande di cultura generale. È la parte dei test più temuta, più discussa, quella dove l'anno scorso era stata infilata la strepitosa domanda sulla grattachecca della sora Maria per gli aspiranti infermieri alla Sapienza di Roma. I quesiti di cultura generale saranno sostituiti da una serie di quiz di logica e comprensione del testo. Le domande sulle materie fondamentali, invece, dovrebbero mantenere lo stesso spirito. Dice il disegno di legge che saranno «finalizzate all'accertamento della predisposizione per le discipline oggetto dei corsi medesimi».

 

AVVENIRE di sabato 26 maggio 2012

Pag 1 I panni del lavoro di Luigino Bruni

Quelle quattro morti, la nostra vita

 

Quattro dei morti nel terremoto emiliano stavano lavorando. Lavoravano alle quattro del mattino, lavoravano di domenica. C’è qualcosa di diverso quando si muore nei luoghi di lavoro. In questi tempi di crisi e di sofferenza del lavoro, queste morti di operai ci dicono molte cose, ci lanciano più messaggi. Innanzitutto, ci dicono con la forza delle tragedie che in questa nostra età, tutta incentrata su consumi e finanza, le fabbriche esistono ancora, ed esistono ancora persino i turnisti, lavoratori di turni che questa crisi ha inasprito e reso ancora più duri; turni di cittadini e di imprese che, con la fatica del lavoro, tengono ancora a galla il nostro Paese, e che offrono ragioni serie per sperare di potercela fare. Quei lavoratori sono morti alle quattro, di una domenica mattina. Morire lavorando di domenica, e di notte, invece di profanare o compromettere il valore e il significato della domenica e della festa, paradossalmente lo innalza e lo nobilita. Avremmo avuto parole e sentimenti diversi, sempre tragici ma diversi, se questi lavoratori, italiani e stranieri, fossero morti sommersi dalle macerie divertendosi in una discoteca o facendo shopping negli ipermercati aperti 24 ore al giorno. Qualcuno avrebbe aggiunto alcuni 'se' e alcuni 'ma' a quelle ipotetiche morti; ma morire lavorando di domenica e di notte ha solo aumentato il dolore, e il valore, di quelle vite, di quelle morti, di quella notte, e anche di quella domenica. Nella nostra società non sono la fatica e il lavoro umano i nemici della festa e della domenica, non lo sono mai stati. I loro veri avversari sono stili di vita fondati sempre più sul consumo e sulla ricerca dei profitti e delle rendite, che poi asserviscono anche lavoratori ai quali viene rubata sia la domenica, sia la festa. Chi vive e ama il lavoro, vive e ama anche la festa e i tempi della festa. La stessa parola festa proviene infatti da fesia, che è la radice anche di feria, cioè i giorni lavorativi. E una società che nega e rende troppo fragile il lavoro, finisce per negare anche la festa e la domenica. Non dimentichiamoci che la prima ladra della domenica, e della festa, è la disoccupazione, non il lavoro, poiché quando si è disoccupati o sottooccupati non ci viene tolto solo il lavoro, ma anche la festa: la festa senza lavoro non è mai vera e piena festa. E viceversa. Se chi lavora non conosce la festa non lavora più, ma fa l’esperienza dello schiavo, anche quando è superpagato. Invece è ormai sempre più normale che le grandi imprese capitalistiche assumano giovani, con ottimi stipendi, auto di lusso e prospettive di rapida carriera, ma ad un prezzo (invisibile eppure realissimo) troppo alto, quello di rinunciare ai tempi della festa, e alla lunga della vita. Se saltano i tempi della festa, e quindi quelli della famiglia e della vita, magari lasciando qualche spazio solo alla distrazione e al divertimento, in questi lavoratori si essiccano progressivamente i pozzi dai quali attingono anche le energie lavorative, per ritrovarsi, così, dopo pochi anni spremuti ed esausti come persone, e come lavoratori. La vita individuale e collettiva funziona solo quando la festa e il lavoro sono alleati tra di loro, quando i tempi dell’uno scandiscono e preparano i tempi dell’altra, anche negli stessi luoghi – lo sapeva molto bene la cultura contadina e artigiana. C’è invece troppa poca festa oggi nella società e nei luoghi di lavoro, che senza la sua forza simbolica non sanno creare quel vero senso di appartenenza a un destino comune e quei legami che tengono assieme ogni comunità umana. E occorre far festa soprattutto quando si soffre, e i tempi sono duri. Ecco perché dobbiamo reimparare tutti a fare festa nella società e nell’economia tardo-moderne, anche dentro i luoghi del lavoro. Dove se non si è capaci di 'sprecare' ogni tanto un po’ di tempo per la festa, è tutto il tempo lavorativo che si impoverisce e si spreca davvero. Chi lavora sa, per un esempio, che smettere di festeggiare nascite e matrimoni dei colleghi è un segnale forte e nitido che quella comunità lavorativa si sta intristendo. Se in questa età di crisi vogliamo vincere il cinismo e il pessimismo, che sono le vere malattie di ogni crisi, dobbiamo riscoprire, anche politicamente, la grande forza simbolica e di legame della vera festa, anche nei luoghi del lavoro, nelle scuole, negli uffici, negli altiforni, nei reparti e con i panni impolverati: «Il lavoro non insudicia. Non dir mai d’un operaio che vien dal lavoro: 'è sporco'. Devi dire: ’ha su i panni i segni, le tracce del suo lavoro’. Ricordatene». (Edmondo De Amicis, Cuore).

 

Torna al sommario

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

LA NUOVA

Pag 19 La spiaggia si riempie solo di “pendolari”, i turisti non arrivano di Giovanni Cagnassi

Jesolo: un week end al di sotto delle aspettative lungo il litorale. Mancano gli italiani e anche i tedeschi sono in calo

 

Jesolo. Un'altra domenica di tempo instabile, Pentecoste ben al di sotto delle aspettative sulla costa veneziana. Ma non sono le previsioni meteo a impensierire di più il litorale, quanto le richieste di prenotazioni al ribasso anche per il prossimo mese. La settimana verso il Corpus Domini è all'insegna delle prenotazioni in calo degli stranieri, anche austriaci e tedeschi, mentre sono quasi assenti gli italiani. Solo tanti pendolari che ieri al primo pallido sole della tarda mattinata o del pomeriggio di sono riversati sulla spiagge provocando code all'ingresso di Jesolo, Caorle e Bibione. Lo stesso al rientro serale, in particolare all'uscita di Bibione e poi al nodo della rotatoria Picchi di Jesolo dove confluisce anche il traffico da e per Cavallino. Le principali spiagge della costa sono attrezzate con lettini, ombrelloni e assistenza ai bagnanti per il salvataggio. Molti hotels hanno lavorato solo nel fine settimana e tenendo i prezzi molto bassi. Tanti hanno puntato addirittura sui gruppi per non rimanere vuoti. Non è un bel momento e infatti l'associazione jesolana albergatori, Aja, ha lanciato l'allarme. Un cambio di rotta maturo e sensato, dopo gli anni del "tutto va sempre bene". A Jesolo, la preoccupazione è altissima: aprile e maggio sono finiti e la maggior parte degli alberghi non stanno chiudendo il mese di giugno con prenotazioni che stentano ad arrivare. Sta mancando il pubblico italiano che, sempre secondo le stime del booking online, è passato dal 48% dell'anno scorso al 39% di quest'anno. Tra oggi e domani partiranno i turisti che sono arrivati a Jesolo e sul litorale nel fine settimana. Praticamente la Pentecoste se ne è andata senza spiagge e strade affollate, come avveniva fino a non più di un lustro fa. I tedeschi hanno scelto altre mete, ad esempio la Turchia che con 400 euro offre volo, albergo tutto compreso, ottime spiagge e servizi, con prezzi sempre bassi anche in bar e ristoranti. Bisogna vedere se le nostre località possono offrire altrettanto, alla luce della pressione fiscale e contributiva che è una almeno parziale giustificazione.

 

LA NUOVA di domenica 27 maggio 2012

Pag 15 I lamenti dei tanti veneziani a cui non va bene quasi nulla di Roberto Bianchin

Una cosa è protestare per un obbrobrio (le navi, le maxi pubblicità, il “buco” del Palacinema, la terrazza del Fontego) un’altra prendersela con tutto e con tutti

 

Il ragazzo sul vaporetto, all’improvviso, comincia a cantare, in portoghese. Una canzone semplice dal sapore antico, un poco triste, quasi una nenia. Un altro ragazzo, vestito uguale, una maglietta bianca sfilacciata, si mette a danzare nel mezzo, tra le due fila di sedili. Con lui c’è una ragazza vestita di bianco con una lunga treccia rossa. Il ragazzo canta e i due ragazzi ballano. È una danza lenta, sensuale, dolcissima. I passeggeri, molti stranieri, guardano stupiti, curiosi. In silenzio. Parla solo una donna, seduta in fondo al vaporetto. Parla a voce alta, quasi grida. È una signora di una certa età. Dal dialetto, e dalle borse della spesa, si capisce che è veneziana. E che quella danza a bordo del battello non le piace proprio. Non si rivolge a qualcuno in particolare, la signora, nemmeno ai danzatori. Parla a tutti, parla al mondo, a voce sempre più alta, gli occhi buttati in giro. E ce l’ha con tutti, ce l’ha col mondo. Con quei ballerini che «sarà mica arte quella», con «chissà chi avrà dato loro il permesso», con «questa povera città che ne inventano sempre una e non si sta mai quieti», con «tutti questi turisti zoticoni che abbiamo tra i piedi, che rovinano e sporcano, e vogliono comandare a casa nostra». Tranquillo, compassato, Ismail Ivo, il direttore della Biennale Danza che ha avuto l’idea di ballare sui vaporetti, siede tra i passeggeri. Con calma, cerca di spiegare alla signora che si tratta di un’iniziativa della Biennale, che i giornali ne hanno parlato, che la danza è cultura, che i permessi ci sono tutti. Niente da fare. La signora, sempre più agitata, non lo ascolta nemmeno, continua a protestare, ormai grida da sola, abbaia alla luna. È solo un fatterello, per carità. Ma è significativo. Perché nel suo piccolo è l’emblema di come molti veneziani la pensino sul mondo. Mai contenti. Sempre contro tutto e contro tutti. L’altro giorno, su un altro vaporetto, c’era un’altra signora che blaterava. Questa inveiva contro la Coppa America, che pure è stata una manifestazione riuscitissima, perfettamente in sintonia con la città. Protestava perché i vaporetti avevano sospeso le corse in bacino durante le regate, e perché in città era arrivata «troppa gente». Non è che i veneziani abbiano torto, intendiamoci – anzi – le volte che brontolano contro l’assalto turistico che ha stravolto i connotati della città e l’ha resa, almeno nelle zone del centro, invivibile. Ma una cosa è protestare contro un obbrobrio – le grandi navi, le pubblicità giganti, il “buco” del Pala cinema, la terrazza del Fontego dei Tedeschi – e un’altra è prendersela con tutto e con tutti, come se non andasse mai bene nulla. In effetti a molti veneziani (la maggioranza?), non va mai bene quasi nulla. Non va bene che i giovani facciano confusione la sera in campo Santa Margherita, o in Erbaria, o in via Garibaldi, perché i vecchi, e non solo i vecchi, devono dormire. Non va bene, per lo stesso motivo, che si faccia musica dal vivo nei locali, perché anche se la musica finisce presto, alle 23 come da regolamento, è così alta che non si sente la tivù. Non va bene che si facciano spettacoli in Gran Viale, al Lido, perché l’isola pedonale impedisce ai lidensi di andare in centro in Suv a farsi lo spritz. Non va bene che si facciano le grandi mostre perché ci vanno solo gli stranieri. Non va bene che si facciano le feste perché ci vanno solo i ricchi. Non va bene che si faccia il Carnevale perché attira orribili carovane di avvinazzati che scambiano la città per una latrina. Quest’ultimo punto merita una riflessione. Verissimo, il Carnevale, così come l’hanno lasciato degradare, non ha più alcun senso, al pessimo livello cui è giunto. Meglio cancellarlo e sostituirlo con la Coppa America.

 

Pag 24 La festa nazionale dei filippini

 

Fotonotizia: Decine di famiglie filippine che vivono a Venezia, Mestre e Marghera hanno festeggiato ieri la loro festa nazionale con una processione festosa dal parco di San Giuliano alla chiesa parrocchiale di S. Marco per la messa presieduta da don Dino Pistolato.

 

Pag 25 Università salesiana: inaugurata la nuova sede

 

Duecento persone hanno partecipato ieri mattina alle 10 in via dei Salesiani 15 all’inaugurazione della nuova sede dell’Università Isve, l’Istituto universitario salesiano veneziano che conta oggi 1.200 iscritti e che offre nuovi e moderni spazi per docenti e studenti con 11 nuove sale e 21 uffici e sale incontri oltre alla cappella universitaria. L’università salesiana a Mestre apre la sua nuova sede con una velocità tale da arrivare prima del trasloco di Scienze ambientali di Ca’ Foscari in via Torino. Il progetto della nuova sede universitaria è stato curato dagli architetti Aurelio Chinellato e Claudio Noventa dello studio Arkitettura di Venezia. La posa della prima trave d’acciaio risale all’11 luglio 2011, e in sette mesi si è completata tutta la parte edilizia. La nuova sede si è resa necessaria per il boom di iscrizioni all’Isve: mille studenti sono iscritti nei diversi corsi di laurea, altri 200 partecipano ai master universitari. Dal 2004, anno dell’arrivo dell’università a Mestre, sono circa 650 gli studenti laureati all’istituto universitario salesiano veneziano che offre corsi di laurea in educatore sociale, psicologia e comunicazione e master e corsi di formazione che riguardano anche il wine and food marketing, la psicologia dello sport, criminologia e psicologia investigativa, counselling psicologico e altro ancora. Alla cerimonia di inaugurazione ieri il saluto agli ospiti è stato dato dall’ispettore dei Salesiani del Nordest, don Eugenio Riva e dal rettore magnifico dell’Università pontificia Salesiana di Roma, il professor Carlo Nanni. Tra i duecento ospiti anche assessori della Provincia e del Comune di Venezia. A tracciare la storia dell’Istituto ci ha pensato il segretario generale Renzo Barduca mentre il preside Arduino Salatin ha tracciato i piani di sviluppo futuro dell’università salesiana. Alle 12 il taglio del nastro e poi la festa con gli studenti e gli ospiti.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 27 maggio 2012

Pag XIII Acqua azzurra, acqua cara di Maurizio Dianese, Alberto Francesconi e a.spe.

Per riportare alla luce del sole il ramo delle Muneghe ci vogliono 6 milioni di euro. Tanti favorevoli, contrario don Bonini

 

Aprire si può, ma costa quasi il doppio. A spannoni si passa dai 3 milioni di euro messi in conto oggi per tornare a via Poerio com’era prima ai 6milioni necessari a tenere aperto il ramo delle Muneghe che passa sotto via Poerio. Perché bisogna rinforzare le rive e intercettare gli scarichi fognari. L’assessore ai Lavori pubblici Alessandro Maggioni si sta preparando alla riunione pubblica di lunedì al Candiani. «Senza preconcetti perché anche a me piace la suggestione di rivedere l’acqua in via Poerio. Certo la passeggiata sarebbe più bella, l’area pedonale più completa, più da città. Ma se finora ho detto di no è per due motivi. Il primo è che non mi preoccupa il colore dell’acqua, ma gli odori che può emanare un ramo del Marzenego che è stato sotterrato per 50 anni e che non ha gli scarichi delle fognature intercettati. Il secondo motivo è che voglio scegliere una soluzione percorribile. Dunque, se si apre, si deve avere i quattrini per aprire bene, altrimenti non si apre. Ora, fatti i conti a spanne - il dettaglio lo daremo assieme al sindaco nella riunione di lunedì sera - adesso spendiamo 3 milioni di euro per tornare alla via Poerio di prima, cioè coperta. Se tenessimo aperto il fiume ne dovremmo aggiungere altri 2, più probabilmente 3. E’ vero che si risparmierà sui costi dell’arredo della strada, che sono quantificati oggi in 2 milioni e mezzo dal momento che la superficie da trattare sarà molto ridotta. Dunque, se adesso conto di spendere, a lavoro finito 5 milioni e mezzo, potrei spendere circa il 40 per cento in più per tenere aperto e rifare l’arredo. Sempre che non metta mano alla qualità dell’acqua. L’intervento a monte per far diventare l’acqua del Marzenego decente costa almeno 4 milioni di euro più altri 4 milioni per gli espropri.» Dunque, 6milioni per tenerlo aperto, un milione e mezzo di arredo, 1 milione più o meno per intercettare gli scarichi., operazione che comunque sarebbe il caso di mettere in cantiere Con 8, massimo 9 milioni si fa un intervento completo, senza però intervenire sulla qualità dell’acqua, che resterà del colore "caratteristico" del Marzenego, tipo verde sporco. Se si vuole intervenire sull’acqua e renderla (quasi) cristallina bisogna spendere 4-8 milioni (dipende di costi degli espropri). «Comunque, bisogna decidere in fretta - dice Maggioni - Fra una settimana è previsto che si inizi a chiudere e dunque dobbiamo vedere se conviene fermare il progetto adesso o se non ha senso perché non ci sono i soldi. Diciamo che non accetto soluzioni a metà. Cioè se mi si dice che si vuole acqua più pulita e tutto rimesso a nuovo dico che non troveremo mai 8 milioni di euro in più, 2 o 3 invece possiamo trovarli se ci accontentiamo di tenere aperto il fiume e rimandiamo a non so quando la sanificazione del Marzenego».

 

Riportare alla luce il Marzenego non solo è possibile ma addirittura auspicabile. Almeno in teoria, come spiega il direttore del Consorzio Acque Risorgive Carlo Bendoricchio. Il quale riprende quanto già comunicato a Ca’ Farsetti nel 2006 da parte del suo predecessore, Lorenzo Del Rizzo. L’apertura del tratto tombinato del Ramo Campagna del Marzenego (o ramo delle Muneghe, ndr), secondo il Consorzio, «risulterebbe più funzionale in termini di gestione e manutenzione ed inoltre più rispondente alle attuali normative in materia di acque», che prediligono i corsi a cielo aperto se non ci sono problemi di pubblica incolumità. «Vi sono però alcune ragioni che fanno propendere per il contrario – prosegue l’ingegner Bendoricchio – come la presenza diffusa di scarichi, difficilmente quantificabili, le caratteristiche statiche, poco note, del manufatto attuale, lo stato generale di conservazione e le caratteristiche degli edifici» che si affacciano sul Marzenego. In ogni caso, per il direttore del Consorzio, per "ripulire" le acque bisognerebbe intervenire a monte delle paratoie all’altezza della tangenziale in modo da «favorire il più possibile la sedimentazione dei solidi sospesi e la "depurazione naturale" delle acque». Il risultato, in ogni caso, difficilmente darebbe un risultato paragonabile a quello delle acque del Sile che attraversano il centro di Treviso. Il Consorzio, in ogni caso «conferma la disponibilità ad una valutazione in merito ai costi per la realizzazione di un sistema di depurazione che garantisca la limpidezza dell’acqua». «È chiaro - conclude Bendoricchio - che il Consorzio non può però farsi carico di tale onere finanziario, ma sarà necessario reperire le risorse diversamente». Un particolare che potrebbe di fatto chiudere il dibattito in corso.

 

Domani, alle 19 al Candiani, la città discute riaprire o meno il Marzenego in via Poerio. Tra i favorevoli c’è di sicuro Mario Berengo, presidente dell’associazione DifendiamoMestre: «Abbiamo la possibilità di rivedere uno scorcio di Mestre bella di cui non ci ricordavamo più. E’ un’occasione da non perdere». Anche il consigliere comunale dell'Italia dei valori Giacomo Guzzo è di questo parere: «Per questo intervento passa il recupero della nostra storia e del nostro passato. Occorre, però, una programmazione dei lavori di pulizia dell'acqua, di concerto con il Consorzio di bonifica e la Regione che potrebbe accedere fondo europeo». Chi, invece, non vuole che il corso d'acqua sia riaperto è la vicina parrocchia del Duomo che lo ribadisce nell'editoriale del nuovo numero del periodico «Piazza Maggiore». «Non è tardi per chiedere il parere ai cittadini?», s'intitola l'articolo in cui si legge: «Siamo a favore di tutti i progetti che intendono riportare l'acqua al centro dello spazio urbano. Ci stupisce, però, che la decisione su via Poerio possa essere presa con una specie di consultazione referendaria tra i cittadini. Noi non siamo contrari all'idea che l'acqua scorra di nuovo tra il Laurentianum e il centro le Grazie. Ma crediamo che la decisione vada presa - anzi, che sia stata già presa - a partire da questioni più importanti ancora del nostro parere, cioè da un'analisi dei costi dell'intervento, dell'impatto delle due soluzioni sulla viabilità e la vivibilità della zona, dallo studio sulla qualità dell'acqua e ricordando che su quell'area si affaccerà il nuovo M9».

 

Pag XV Diventa più grande l’università dei Salesiani di Giampaolo Criscione

Inaugurate le aule e gli spazi didattici per i 1.400 studenti

 

Inaugurata ieri mattina la sede dell'Università Iusve (Istituto Universitario Salesiano Venezia) che ha sede in via dei Salesiani 15. Il nuovo edificio, realizzato in tempi record, offrirà agli oltre 1400 studenti (tra corsi di laurea e master) nuovi e moderni spazi di accoglienza, 11 aule, 21 uffici e sale incontri e una cappella. Durante la cerimonia, all'interno di un'aula magna affollata, si sono susseguiti i saluti delle autorità civili e religiose, la relazione del rettore magnifico dell'Università Pontificia Salesiana di Roma Carlo Nanni, gli interventi del preside dello Iusve Arduino Salatin, dei rappresentanti degli studenti e dei progettisti della nuova sede, gli architetti Aurelio Chinellato e Claudio Noventa, L'Istituto Universitario Salesiano Venezia è promosso e gestito dai Salesiani di don Bosco dell'Italia Nordest ed è aggregato alla Facoltà di Scienze dell'Educazione dell'Università Pontificia Salesiana di Roma. Le sue origini risalgono al 1990 quando, all’Isola di San Giorgio Maggiore in Venezia, veniva fondato l'Istituto Superiore Internazionale Salesiano di Ricerca Educativa (ISRE). Nel 1994 veniva istituita al suo interno la Scuola superiore Internazionale di Scienze della Formazione (SISF). Nel 2004, 10 anni dopo, la SISF si trasferiva a Mestre e apriva la sua offerta formativa ai Corsi di baccalaureato (Laurea Triennale) e Licenza (Laurea Magistrale) Negli indirizzi di Psicologia, Pedagogia e Comunicazione. A partire dall'anno accademico 2011/2012 la SISF cambia il suo acronimo in IUSVE. Sono attualmente disponibili tre percorsi di laurea (pedagogia, psicologia e comunicazione) e numerosi master universitari e corsi d'eccellenza (coordinatori psicopedagogici, consulenti dei servizi della prima infanzia, counselling educativo, criminologia, psicologia investigativa, psicopedagogia forense, mediazione familiare e sociale, pedagogia della complessità e gestione dell'emergenza educativa, prevenzione e riabilitazione dei disturbi alimentari nell'adolescenza, psicologia dello sport, wine and food marketing e multimedia). Una ricca offerta formativa destinata a creare nuovi talenti.

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 27 maggio 2012

Pag 15 Un corteo di fiori e colori centinaia di filippini in festa di Alice D’Este

 

Mestre - Bambine con candele quasi più grandi di loro e vestiti sgargianti. Ragazze adolescenti, vestite a festa, con coroncine di fiori e di pietre. Donne, con vesti elegantissime e fasce con il loro nome scritto sopra. E poi uomini, giovani e non. Bambini con i capelli sparati in aria col gel, giacchina e cravatta per essere eleganti e sguardo dritto e compito davanti a loro. Saranno stati in tutto circa 300, ieri. Una «invasione pacifica», quella della numerosa comunità filippina che vive in città e dintorni e che si è riunita in festa. I filippini hanno percorso le vie di Mestre a partire dal Parco di San Giuliano e fino al centro della città. Una processione mariana, con la Madonna «a tenere le fila» della processione, e dietro di lei i Padri redentoristi e i fedeli. Un'occasione speciale, la loro, che a questo livello di partecipazione non era finora mai arrivata. «C'erano state altre celebrazioni simili negli scorsi anni - spiegano dal Patriarcato - ma non erano mai state così partecipate». La processione, cominciata alle 18, è durata fino alle 20 e si è conclusa con una messa, celebrata da don Dino Pistolato, direttore della Caritas di Venezia e responsabile pastorale della salute per le diocesi del Triveneto, nella parrocchia di San Marco a Mestre.

 

Pag 15 Salesiani, aule nuove per 1200 studenti di G.B.

 

Mestre - Forse in pochi lo sanno ma in città non ci sono solo Iuav e Ca’ Foscari. Dal 2004 c'è anche l'Istituto universitario salesiano. E siccome gli studenti non mancano (gli iscritti quest'anno sono 1.200) è arrivata una nuova sede per l'università all'interno del campus dei salesiani ad Asseggiano. Ieri l'inaugurazione delle 25 aule, con 165 postazioni computer, palestra e biblioteche alla presenza di Carlo Nanni, rettore dell'Università pontificia salesiana di Roma, di cui Venezia è un aggregato e dell'assessore alle Politiche educative Andrea Ferrazzi. Allo Iusve gli studenti si specializzano in tre settori: comunicazione, pedagogia e psicologia. Ci sono lauree triennali in scienze della comunicazione, grafica e multimedia, in pedagogia sociale e psicologia dell'educazione. E per le magistrali si passa dalla comunicazione integrata e al design alla psicologia clinica e dello sviluppo. «La nostra università è in rete con le due sedi di Verona e con altre 57 università partner in tutto il mondo», ha spiegato ieri il preside Arduino Salatin. Prima del taglio del nastro del nuovo edificio universitario, è stata illustrata la storia dell'università, nata nel 1994 a San Giorgio) a Venezia) ed è stato presentato il progetto degli architetti Aurelio Chinellato e Claudio Noventa. Tra master, lauree triennali e specialistiche lavorano 129 docenti. Gli iscritti possono vivere nel convitto ad Asseggiano e entrare in contatto con oltre 400 aziende italiane e straniere grazia a tirocini, seminari e soggiorni culturali all'estero.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 26 maggio 2012

Pag VII La crisi fa crescere i furti di alimentari di Monica Andolfatto

Polizia: il bilancio di un anno di attività. Aumentano anche i colpi nelle abitazioni private

 

Numero dei reati nella sostanza invariati nel raffronto fra il 2011 e il 2010. A cambiare, piuttosto è la tipologia, con un netto incremento, legato alla crisi economica, dei taccheggi nei negozi con il furto di genere alimentari, e un contestuale aumento dei furti in abitazione. Le persone arrestate passano da 427 a 436, sempre con la netta prevalenza di cittadini extracomunitari (199 e 178), mentre quelle denunciate risultano nell’ordine 2.862 e 2.520. Stabile l’impegno sul fronte dell’ordine pubblico con una media al giorno di dodici servizi di routine (4.443 in totale) e di due di controllo straordinario (745). Un bilancio più che di cifre, quello presentato ieri da Giovanni Battista Scali, capo di gabinetto della questura di Venezia e da Marco Odorisio dirigente della Mobile, fatto di uomini e di donne che hanno saputo, tra mille difficoltà - in primis i tagli continui tanto degli organici quanto delle risorse economiche come più volte stigmatizzato dai vari sindacati di polizia - dar vita a un grande lavoro di squadra. Merito di tutti, ma in particolare del "regista" di una struttura tanto complessa quanto articolata come è Santa Chiara, un unicum nel panorama italiano per le sostanziali differenze territoriali in cui si trova a operare: dal centro storico con le sue intrinseche fragilità e gli eventi di richiamo internazionale, al profilo metropolitano di Mestre, al litorale, a Chioggia, al Veneto Orientale, alla Riviera, al Miranese, aree ognuna con peculiarità proprie. A tre anni dal suo arrivo in laguna, il questore Fulvio Della Rocca ha saputo infondere un modello operativo che mai come in questi ultimi sei mesi si è dimostrato vincente con le operazioni concluse dalla Squadra Mobile, dai commissariati, dalle Volanti con un’azione costante e incisiva contro ogni forma di illegalità, piccola o grande che si ritenga: dal commercio abusivo ambulante, alla contraffazione dei prodotti, allo spaccio di droga (in laguna come a Mestre), alle truffe agli anziani, alla criminalità organizzata (di marca italiana e/o straniera, è di qualche giorno fa l’operazione "Millionaire" che ha confermato la presenza di soggetti contigui ai casalesi nella zona di Eraclea), alle batterie di ladri, alle bande di rapinatori senza scrupoli come quella responsabile del sanguinoso blitz nella villa di un imprenditore di Blessaglia, pronta a colpire altri obiettivi se non veniva individuata e bloccata. Successi che confermano la conoscenza, il monitoraggio e il presidio del territorio. Da una parte la professionalità dei poliziotti, dall’altra la capacità del vertice di fare rete, di radicare sinergie anche con le varie istituzioni locali, l’autorità giudiziaria, le altre forze dell’ordine, e non ultimi i cittadini in nome di quella "sicurezza partecipata" che è stato un vero e proprio must dell’azione targata Della Rocca. E che trova espressione più compiuta in quello che Odorisio ha definito "Laboratorio Piave" a significare la restituzione di un quartiere ai suoi residenti con interventi mirati e chirurgici: pattuglie su auto e a piedi, ascolto degli input suggeriti da abitanti e associazioni, tolleranza zero contro ogni tipo di condotta illecita, potenziamento della guerra preventiva con la chiusura coatta degli esercizi pubblici rivelatisi indulgenti con pusher e clandestini o di attività abusive (13 nel 2010, 23 nel 2011) e la sottrazione progressiva di spazi-covi alla malavita con la sollecitazione ad abbattere gli edifici abbandonati o per lo meno ad adottare misure atte a impedire accesso e agibilità.

 

Pag VIII Insulta il prete durante la messa di L.M.

Lido: momenti di tensione nella chiesa di S. Maria Elisabetta

 

È entrato in chiesa per chiedere soldi durante una funzione. E alla risposta, ovviamente negativa, del parroco che in quel momento non poteva certo interrompere, ha reagito in malo modo. Con insulti e minacce verbali. Momenti di tensione l'altra sera nella chiesa di Santa Maria Elisabetta al Lido. Le parrocchie dell'isola quotidianamente vengono fatte oggetto di richieste, anche piuttosto pressanti, di soldi ed aiuti, da parte di persone, senza fissa dimora, che chiedono un po’ di tutto ai sacerdoti. L'altra sera, è stata fondamentale l'esperienza del parroco, don Giancarlo Iannotta, che è stato bravo a ricondurre nei binari, un episodio che, vista l'insistenza di chi chiedeva i soldi, avrebbe potuto sfociare in azioni ben più gravi. Invece tutto è stato riportato nella normalità. L'autore della richiesta è una persona già conosciuta in parrocchia. Nonostante alcuni attimi di tensione, tutto si è poi risolto nel migliore dei modi e la persona ha desistito. Il parroco, poi, non ha voluto sporgere denuncia, per evitare alla persona, ulteriori problemi. Don Iannotta ha preferito tenere la cosa per sé, minimizzando l'episodio e cercando di distendere l'atmosfera. Questo, però, non ha evitato alla notizia di circolare, visto che alcune persone erano presenti. Fortunatamente non si è mai oltrepassato il limite della tensione. Non è la prima volta, purtroppo, che la parrocchia di Santa Maria Elisabetta, forse anche per il suo punto di passaggio della gente, viene fatta oggetto di gesti inconsulti o sopra le righe.

 

Pag XXV Crollano le prenotazioni. Gli italiani stanno a casa di Giuseppe Babbo

Jesolo: l’allarme degli albergatori sui primi mesi del 2012. Turismo interno in calo del 39%, pessimi dati per giugno

 

Prenotazioni in calo, l'Associazione jesolana albergatori lancia l'allarme. La località sta soffrendo la difficile situazione economica internazionale, ma anche per l'arrivo dell'Imu che sta paralizzando il mercato italiano. E, come se non bastasse, a peggiorare il quadro ci si è messo pure il meteo non certo clemente. Secondo le prime proiezioni che si basano sul dato del booking online, le prenotazioni nel periodo gennaio-maggio sono calate del 28%. La diminuzione più forte riguarda però il mercato italiano che, rispetto all'incremento registrato lo scorso anno, ora è crollato del 39%. «Non si tratta di essere pessimisti – commenta Massimiliano Schiavon, presidente dell'Aja – vogliamo solo evidenziare una situazione che ormai è evidente e sotto gli occhi di tutti. Tra gennaio e maggio il calo dei pernottamenti è del 10%, un dato che rischia di aumentare a giugno. Basta pensare che in questo fine settimana di Pentecoste c'è ancora disponibilità di camere». A preoccupare è soprattutto il mercato italiano: «Il 92,7% dei turisti presenti nella nostra località in questi mesi è straniero - continua Schiavon -. L'Imu purtroppo sta facendo sentire tutto il suo peso sulle tasche degli italiani. Avanti di questo passo luglio e agosto non basteranno a garantire la redditività delle aziende, anche perché le prenotazioni per giugno, mese generalmente dedicato agli italiani, sono bloccate». A rischio ci sono dunque anche le migliaia di posti di lavoro stagionale, per circa 6-7mila persone: «Siamo disponibili a dialogare con tutti e vigileremo sulle scelte che saranno prese - conclude Schiavon -. Siamo convinti che servono azioni concrete per rilanciare la situazione, ma non riusciamo nemmeno relazionarci con gli altri soggetti visto che l'Apt si trova in una situazione di crisi, il Consorzio Jesolo Eraclea è senza presidente e in Comune si deve insediare la nuova giunta, senza dimenticare che le nuove normative per la circolazione del denaro contante si stanno rivelando addirittura imbarazzanti con i turisti stranieri». Il presidente di Fiditurismo, Alessandro Rizzante, sottolinea invece la possibilità di diminuzione degli investimenti nelle strutture, con un conseguente rischio di perdita di competitività. Proprio ieri mattina, intanto, Federconsorzi ha deliberato lo stanziamento di cinquemila euro all'Apt per la stampa dei listini prezzi: «Vista l'urgenza del momento - spiega il presidente Renato Cattai - abbiamo deciso di farci carico anche di questa spesa non prevista».

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 26 maggio 2012

Pag 10 La Regione «affonda» Actv. «Turisti, ticket a 7,50 euro» di Gloria Bertasi

Scontro sui trasporti. Chisso: inaccettabili 21 milioni al Comune L'azienda: da noi due veneti su tre. Bergamo: in pasto ai privati

 

Mestre - Biglietto turistico a 7,50 euro a corsa e stop ai trasferimenti al Comune di Venezia, quest'anno arrivati a 21 milioni di euro. E' la ricetta della Regione per evitare il crack di Actv. Ormai tra Venezia e Palazzo Balbi è scontro frontale e ieri - mentre la giunta comunale dava l'ok al ricorso al Tar contro la delibera che priva Actv del 13,8 per cento di finanziamenti pubblici - nel corso di un convegno di Uil trasporti l'assessore regionale alla Mobilità Renato Chisso si è «tolto un paio di sassolini dalle scarpe», come lui stesso aveva annunciato. «E' inaccettabile che Venezia si lamenti quando ottiene il 40 per cento dei fondi - ha detto Chisso - ed è altrettanto inaccettabile che il Comune abbia incassato 18 milioni di euro nel 2010 e 21 nel 2011 dai biglietti turistici». Se eliminasse quel versamento di un euro e mezzo per ogni titolo di viaggio a Ca' Farsetti, l'azienda del trasporto pubblico oggi, per Chisso, non sarebbe in difficoltà. Venezia poi si deve scordare, in futuro, di ricevere soldi per i biglietti turistici. «Massimo Cacciari ebbe un'idea giusta: differenziare il trasporto tra residenti e turisti (la linea 3 per veneziani, ndr), è questa la strada da seguire», ha aggiunto. Nemmeno i dati snocciolati dal direttore di Actv, Maurizio Castagna, hanno fatto cambiare idea all'assessore. «Trasportiamo oltre il 62 per cento dei passeggeri del Veneto - ha spiegato Castagna - dei quasi 178 milioni di utenti il 24 per cento sono turisti, solo una politica tariffaria lungimirante e coraggiosa come quella di Venezia permette la sostenibilità di servizi capillari, ma oggi queste scelte rischiano di penalizzarci». Dal 2009 i passeggeri sono cresciuti di 8 milioni (da 169 a 178 milioni): meno di 33 milioni sono visitatori. «Nel 2011 abbiamo eseguito tagli per 8,5 milioni di euro, più di così non si comprime - ha concluso Castagna - se la situazione non cambia tutti devono fare la propria parte, anche il mondo del lavoro: è in gioco il livello occupazionale». Apriti cielo, a quest'affermazione Chisso è sbottato: «Mi sono rotto dei ricatti sindacali, i lavoratori non si licenziano, non tratto con aziende che fanno sciacallaggio». La prossima settimana in giunta regionale Chisso istituirà una nuova commissione composta da Comuni e Province per definire i servizi minimi e a settembre sarà ultimato il lavoro sui criteri di riparto. Martedì il consiglio comunale si riunisce per discutere dei tagli ad Actv e poi si avvierà la revisione dei servizi. L'assessore alla Mobilità Ugo Bergamo ha tacciato la Regione di «una politica sconsiderata che mette in ginocchio Actv perché altri alle gare ne facciano un sol boccone». La proposta di Bergamo è che la Regione assuma la regia per la riforma nel lungo periodo del servizio pubblico, unendo gomma e ferro. «Senza penalizzare oggi una città virtuosa come Venezia», ha aggiunto. I sindacalisti ieri hanno assistito stupiti al battibecco tra amministratori. Per la Uil, il trasporto pubblico va incentivato non tagliato. «I sistemi vanno integrati», ha detto il segretario regionale Brunero Zachei. Su questo punto Chisso ieri ha spiegato che c'è ancora molto lavoro da fare, ma c'è la volontà della Regione di interfacciare treni, bus e tram. Sulle gare invece l'assessore ha smentito categoricamente di favorire i privati. «Vogliamo favorire le nostre aziende contro la calata degli Unni», ha detto.

 

Pag 21 Destini intrecciati e fantasia: la cinquina del Campiello di Francesca Visentin

In finale il veneziano Montanaro. Cacciari: «Cultura anticrisi»

 

Il premio letterario Campiello ha i suoi cinque finalisti. Nessun tentennamento nella votazione pubblica della giuria dei letterati presieduta da Massimo Cacciari, ieri nell'aula Magna del Palazzo del Bo a Padova. Accordo quasi unanime sulla rosa dei prescelti, tra i 64 libri esaminati. Sono nella cinquina, che ora passerà al vaglio dei trecento lettori (rigorosamente anonimi): Francesca Melandri Più alto del mare (Rizzoli), Carmine Abate La collina del vento (Mondadori), il giovane talento veneziano Giovanni Montanaro Tutti i colori del mondo (Feltrinelli), Marco Missiroli Il senso dell'elefante (Guanda). Al secondo giro di consultazioni è entrato anche Marcello Fois Nel tempo di mezzo (Einaudi). Il riconoscimento per l'opera prima è andato a Roberto Andò Il trono vuoto (Bompiani). La 50°edizione del premio di Confindustria punta quest'anno sulla generazione degli scrittori giovani, trenta-quarantenni. Quello che si era augurato anche Massimo Cacciari, nell'introduzione: «Bisogna investire nella formazione e nei giovani - ha detto -. Anche il Campiello può aiutare a superare la crisi di sistema che stiamo passando, promuovendo creatività e cultura, le grandi risorse di questo paese. Facciamo quello di cui si predica da tempo, passiamo dalle chiacchiere ai fatti». E se Silvio Ramat ha tracciato le linee di tendenza di quest'annata letteraria, «caratterizzata dal gusto dell'intreccio e della trama, mentre invece la scelta stilistica sembra secondaria», Ermanno Paccagnini non ha risparmiato qualche strale ai «libri scritti dai giornalisti», invitando a «dare spazio alla letteratura vera». Sollecitazione raccolta, visto che tra i finalisti non c'è nessun libro (nemmeno i titoli ai vertici delle classifiche di questi giorni) dei «giornalisti-scrittori». Unico veneto selezionato, il giovane veneziano Giovanni Montanaro (Tutti i colori del mondo, Feltrinelli editore), collaboratore del Corriere del Veneto e del Corriere di Verona: «Sono emozionato e incredulo - commenta Montanaro - . Una grande opportunità per il mio libro, speravo molto che piacesse alla giuria dei letterati. Non mi hanno votato i due veneziani, Calimani e Cacciari, pazienza. Adesso però saranno i lettori il vero banco di prova. Spero che la storia che ho raccontato sia gradita soprattutto a loro». Il presidente della Fondazione Campiello (e di Confindustria) Andrea Tomat, ha ribadito «il momento economico difficile», sottolineando che «questo ci rende ancora più orgogliosi di celebrare i 50 anni del premio, aumentato in autorevolezza e prestigio». Il nuovo presidente del Comitato di Gestione Piero Luxardo, che succede ad Alessandra Pivato (affiancato da Luca Fiorini, Gaetano Marangoni, Bruno Giordano), ha evidenziato «rigore, serietà, trasparenza e autonomia del Campiello». Affollata di pubblico più degli altri anni l'aula Magna dell'Università di Padova, segno tangibile dell'ottima salute della manifestazione. E del grande seguito veneto di appassionati del Campiello, cresciuto ulteriormente in questa 50°edizione. Per i cinque finalisti si apre adesso un'estate «in tour»: incontri e dibattiti in molte località d'Italia. Impennata sicura di popolarità per i cinque libri finalisti, definiti «di ottima qualità» da tutti i giurati. Nell'analisi di Silvio Ramat, lo stato di salute del romanzo italiano è buono. «C'è una forte tenuta delle storie familiari che investono i destini di più generazioni, di trame elaborate e riletture fantastiche di fatti attuali o del passato». L'anno scorso aveva vinto il premio Campiello un veneziano, Andrea Molesini con Non tutti i bastardi sono di Vienna (Sellerio). Variegati e fantasiosi i romanzi di quest'anno, tra destini intrecciati e saghe familiari: Nel tempo di mezzo di Marcello Fois narra di amori e sconfitte in una Sardegna cruda e realistica, Il senso dell'elefante di Marco Missiroli si snoda attraverso il segreto che lega un padre e un figlio e scava nel loro rapporto, Più alto del mare di Francesca Melandri sviscera emozioni e sentimenti di un uomo e una donna, con i loro affetti chiusi nel carcere di un'isola, dove si troveranno bloccati, Tutti i colori del mondo di Giovanni Montanaro è la lunga lettera, appassionata e straziante a Vincent Van Gogh, in cui Teresa Senzasogni rivela il mistero che ha sconvolto per sempre la sua esistenza, La collina del vento di Carmine Abate segue le vicende di una famiglia e della loro straordinaria resistenza ai soprusi, dalla Prima guerra mondiale, al fascismo, dalla liberazione alla rinascita, nel sogno di un benessere illusorio. Dopo la fatica della giuria dei letterati, che in pochi mesi ha letto e giudicato 64 libri, adesso è tutto nelle mani dei trecento lettori. La serata finale con i cinque scrittori si svolgerà quest'anno in una sede inconsueta, al Casinò di Venezia, il 31 agosto. La cerimonia di premiazione, sarà come da tradizione al Gran Teatro La Fenice, l'1 settembre.

 

LA NUOVA di sabato 26 maggio 2012

Pag 41 La cinquina dei 50 anni e il coraggio del Campiello di Paolo Coltro e Nicolò Menniti-Ippolito

Vanno in finale Abate, Melandri, Missiroli, il giovane veneziano Giovanni Montanaro e Fois. Da Cacciari un imperativo: «Bisogna investire in cultura». I finalisti: Abate e Fois due veterani ma irrompono tre giovani

 

Padova. È la cinquina del cinquantenario. Per questo il Premio Campiello la sente di più, guardandosi allo specchio con autocoscienza, più che con orgoglio. Sarà che di questi tempi di cultura c’è maledettamente bisogno, visto che per gli ultimi vent’anni è stata reietta, relegata a categoria fuori moda e fuori produzione. Ora la crisi fa cercare salvagenti ovunque, e la cultura riemerge come necessità, se non come istinto. Ma insomma il Premio Campiello può gonfiare il petto, e dire, con Andrea Tomat presidente degli industriali veneti, e con Massimo Pavin capo di Confindustria Padova, che loro c’erano, che fin dal 1962 hanno avuto l’idea che impresa e cultura non fossero antitetici, anzi. Dice Tomat: «Gli industriali non sono gente che sa solo produrre e far di conto». Dice Pavin: «Cultura e impresa è un binomio che può funzionare. Ma ci vogliono anche programmazione, e scelte politiche. E soprattutto coraggio». Affiora, com’è ovvio quel termine così amato - defiscalizzazione - ma anche la voglia di osmosi tra la ricerca nel pubblico e nel privato, e il manifesto per la cultura che proprio gli industriali hanno promosso. Ecco a cosa serve decidere che i cinque libri di altrettanti scrittori vadano in finale: ad aprire gli occhi, e soprattutto a togliere la benda da cui erano coperti. La funzione della giuria presieduta da Massimo Cacciari non è stata quindi solo quella di affidare Carmine Abate, Francesca Melandri, Marco Missiroli, Giovanni Montanaro e Marcello Fois, i finalisti, alla giuria popolare di trecento lettori che il primo settembre decreterà il vincitore del SuperCampiello. Cacciari e giurati hanno letto pagine e pagine («Una prova destabilizzante - ha confessato Anna Maria Testa - Come la prova tortura delle poltrone Ikea») per dare un senso al fare cultura dei nostri giorni, perché le idee escano e si diffondano, perché si legga e ci si arricchisca e si ragioni meglio. Perché, citando sempre Pavin, «la peggiore delle malattie è la mancanza di idee e di senso critico». Il Campiello dei cinquant’anni si ritrova in una situazione non troppo dissimile da quella del 1962. Anche allora c’era bisogno di far capire che la cultura era un ingrediente della società, perfino della produzione. Oggi occorre ripeterlo, e realizzarlo in concreto. Ha detto chiaro Cacciari: «È fondamentale investire in cultura e in formazione. Se non è successo non è colpa solo della politica ma anche di tutto il ceto dirigente». E basta con la retorica delle solite parole dette ridette e rimasticate: giovani, futuro, cultura: se non si fa nulla restano vuote, ci vogliono fatti. Appunto, il Campiello è qualcosa che muove. Soprattutto, parlando di libri e di scrittori, si dà voce ad un mondo che può contare, che può aiutare ad uscire dalla «crisi di sistema». Insomma. il Campiello è un bel megafono per suggerire e strigliare, e non solo per dire che ci sono cinque buoni libri da leggere. Ieri, nell’aula magna del Bo, a Padova, le votazioni hanno delineato subito un quartetto in pole position, per aggiungere Marcello Fois c’è stata la suspence di un voto supplementare. Già assegnato il Premio Opera Prima: a Il trono vuoto di Roberto Andò, edito da Bompiani. La giuria dei letterati ha lavorato su 217 libri: una settantina individuati dagli stessi giurati, gli altri arrivati da scrittori e case editrici. Sullo stato dell’arte della nostra produzione letteraria pareri diversi, Silvio Ramat nota come «lo stile e la lingua non sembrano preoccupare troppo» gli autori. Nicoletta Maraschi, dell’Accademia della Crusca, legge «lingue reinventate, manipolate, non realistiche». Insomma, fantasiose. È l’ingrediente decisivo, perché la cultura si trasformi in investimento necessario. Cacciari insiste: «Ci vuole creatività. Così si passa dalle chiacchiere alle opere».

 

Vincitori e vinti del Campiello. Più dello Strega, il Campiello si propone non solo di premiare cinque libri, ma anche di fare ricognizione nella produzione letteraria dell’anno, segnalando promossi e rimandati. Tra i promossi tre scrittori abbastanza giovani e due semiveterani. Cominciamo dai veterani. Il primo è Carmine Abate, calabrese trasferito nel Trentino, che ha sfiorato la vittoria del Supercampiello una decina di anni fa. Autore solido, di quelli che non scalano mai le classifiche ma romanzo dopo romanzo si impongono al pubblico dei lettori, Carmine Abate è il cantore di una Calabria sospesa tra mito, storia e attualità della emigrazione. Con La collina del vento (Mondadori) firma una saga familiare, dal taglio epico, perfettamente inserita in una tradizione narrativa meridionale di cui Abate si è fatto erede. Secondo veterano, anche se un po’ più giovane è Marcello Fois, sardo trapiantato a Bologna, anche lui narratore del paese di origine con romanzi di buon successo nel genere giallo (in particolare quelli storici ambientati nel nuorese a fine ottocento) e poi nel romanzo tradizionale. Nel tempo di mezzo (Einaudi) riprende la narrazione già cominciata nel romanzo precedente, Stirpe, anche qui con l’intento di dare spazio ad una storia familiare, ad un affresco dedicato all’Italia e alla Sardegna che sono state, quelle tra il 1943 e il 1978. E veniamo ai più giovani. Al suo secondo romanzo è Francesca Melandri, a lungo sceneggiatrice, che ha esordito nella letteratura solo nel 2010 con Eva dorme dedicato agli anni del terrorismo tirolese. Buon successo, anche fra i lettori, ed ora l’opera seconda, Più alto del mare (Rizzoli)che torna sul tema del terrorismo politico, raccontato questa volta dalla parte di un padre che va a visitare il figlio terrorista in una carcere di massima sicurezza, in un’isola che è quella dell’Asinara. Ancora più giovani anche se con altri due libri già alle spalle sono gli ultimi due autori in cinquina. Marco Missiroli, poco più che trentenne, ha esordito nel 2005 con Senza coda vincitore del Campiello opera prima. Con Bianco ha invece vinto il Comisso e il premio Tondelli. Ora è in gara con Il senso dell’elefante (Guanda), anomala storia di condominio, che potrebbe anche ricordare il fortunato L’eleganza del riccio per l’impianto (e forse anche per il titolo) ma poi segue piste assolutamente proprie, indagando i rapporti familiari e i segreti racchiusi tra le pareti degli appartamenti. Ultimo per età, non ancora trent’anni, è Giovanni Montanaro, che ha esordito nel 2007 con il sorprendente La croce Honnifijord e continua a ricostruire con la fantasia pezzi di storia possibili in Tutti i colori del mondo (Feltrinelli), che reinventa l’anno di vita di Van Gogh che le biografie sono costrette a saltare.

 

Torna al sommario

 

8 – VENETO / NORDEST

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 Capitale della cultura: le scelte da fare, gli errori da evitare di Maurizio Cecconi

 

Le domande che più spesso mi trovo di fronte nel lavoro di costruzione della candidatura di Venezia con il Nordest a Capitale Europea della Cultura per il 2019 sono semplici. La prima è: “Perché?” e la seconda chiede: “Abbiamo delle possibilità?”. Entrambe sono ragionevoli e motivate. Vale quindi la pena, ed è doveroso, rispondervi. Venezia è certamente già oggi una delle grandi Capitali della Cultura a livello internazionale. Ma la candidatura europea è di Venezia con il Nord Est. Più complessa quindi, diversa. Essa propone di affrontare nuove sfide e nuove opportunità. In sostanza fa piazza pulita di un vecchio immaginario che raccontava di un Nord Est produttivo, pieno di imprese e di opportunità competitive nell’economia contrapposto ad una bella e antica città ridotta alla marginalità dal suo destino di pura vetrina. Questa alleanza Ripropone una visione nuova e particolarmente impegnativa. Da una parte Venezia individua l’indispensabilità dei territori e delle terre che la circondano e che sono divenute così importanti e qualificate. Venezia riconosce in sintesi che il suo essere città viva, produttiva e reale dipende fortemente da come la città stessa insiste e fa i conti con le Regioni (in Europa si direbbe la Macro Regione) che la circondano. Dall’altra le stesse Regioni appena citate non solo riconoscono la funzione fondamentale di Venezia nell’immaginario collettivo ma le assegnano un ruolo determinante che nella cultura può essere riscontrato esplicitamente. Allora la prima domanda trova puntuale risposta. Vogliamo percorrere una strada di ridefinizione delle relazioni e delle opportunità che legano la città d’acqua e le terre che con essa dialogano. Si vuole lavorare sul sistema reticolare che collega nella cultura i teatri, il cinema, il design, le università, i centri di ricerca, la musica, le biblioteche, i musei di ogni ordine e grado e ancora gli altri beni che sono presenti. La ricchezza di produzione e di attività che nel campo culturale contraddistingue Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige (queste sono le tre regioni che con Venezia si presentano alla candidatura) è straordinaria e merita nuove forme di interrelazione, infostrutture, economie di scala, relazioni, incroci, produttività e consumi che spesso sono approssimativi. È quindi un lavoro strategico per il significato delle relazioni e per i suoi contenuti. Se poi aggiungiamo che il tema prescelto dal Comitato dei Fondatori e dal suo Presidente Giorgio Orsoni è quello relativo alla relazione tra economia e cultura vista in tutte le sue sfaccettature e opportunità possiamo rafforzare ancor di più le nostre convinzioni. La nostra “Macro Regione” si contraddistingue per essere quella che ha più fortemente e per certi versi più violentemente cambiato i propri destini negli ultimi sessanta anni divenendo punto fondamentale dell’economia produttiva, in particolare nelle piccole e medie aziende, in Italia ed in Europa. E tutto ciò è avvenuto senza sacrificare, anzi, tenendo profondamente conto della cultura e del suo radicamento. Se facciamo riferimento alle discussioni e agli interventi che pongono le basi per un superamento della crisi che attanaglia il nostro Paese ed anche le nostre terre leggiamo che si richiede un nuovo manifatturiero con alte capacità culturali nella qualità produttiva, e ancora si valuta fondamentale che la cultura divenga uno degli assi dell’economia per la consistenza del settore e per i suoi indotti tra cui il turismo, infine si pone la necessità di un balzo in avanti nella formazione ed il tutto è dentro un sistema ampio che travalica i confini classici e arriva all’idea definita di Macro Regione che l’Europa aveva già in passato posto e prefigurato. Allora in questo quadro si ha il senso di come potrebbe essere il futuro e quindi si risponde anche alla seconda domanda. Certo che abbiamo delle possibilità. Le abbiamo perché la strada è giusta a prescindere dall’obbiettivo, le abbiamo perché è un lavoro che in ogni caso dovremo fare. Le abbiamo perché possiamo presentare all’Europa un progetto originale, nuovo, di grande respiro e che può essere di riferimento per la politica europea.

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 27 maggio 2012

Pag 6 Una regione fondata sul mattone. In dieci anni 250mila case in più di Renato Piva

La fotografia dell'Istat: crescono gli abitanti ma soprattutto le abitazioni

 

Venezia - Undici anni fa, mentre la radio cantava con le tre parole di Valeria Rossi (sole cuore amore), Totti regalava alla Roma il terzo scudetto e Al Quaeda progettava l'attentato alle Twin Towers, il Veneto dava casa (più bottega e companatico) a 4.374.620 individui. I veneti di quell'anno erano raccolti (o divisi) in famiglie abbastanza grandi da contenere oltre due unità e mezzo (2,6 componenti la media). Tante famiglie, sancite con unioni civili, religiose e anche di fatto, ma ben sotto ai due milioni: 1.714.341 raccontava il censimento Istat del 2001. Fedeli alla linea come al refrain della «terra dei campanili», più di un terzo di quei veneti aveva scelto di vivere in piccoli centri, diciamo da cinque a quindicinila mila abitanti sommando due categorie statistiche. «Tot capita, tot sententiae» scriveva Terenzio, che i veneti di allora traducevano liberamente «tante famiglie, tante case»: 1.698.739 le abitazioni occupate dai residenti in regione un decennio (abbondante) fa. Gli stessi che, oltre a forzare il latino, si confrontavano ogni giorno con poco più di 135 mila stranieri dotati di regolare residenza. Questi erano arrivati in massa tra 1992 e '99, chiamati dal lavoro della «locomotiva d'Italia» (era davvero un altro secolo) e, presto, avevano fatto da calamita per familiari e parenti. Tutto questo è stato fotografato 11 anni fa, dal già citato censimento dell'Istituto nazionale di statistica. Istat che, il 27 aprile scorso, ha diffuso i risultati del censimento 2011. Sono dati ancora parziali, già elaborati e commentati a livello nazionale. I numeri del Veneto, per ora, sono ancora solamente numeri. Qualcosa però dicono, anche d'acchito. Intanto che c'è più gente. A dispetto degli annunci, il mitico muro dei cinque milioni è ancora inviolato ma i veneti residenti sono comunque saliti a quota 4.866.324. Merito di tante mamme ma soprattutto dell'immigrazione, che ha quadruplicato gli stranieri qui viventi e lavoranti. E' stata un'accelerazione forte. L'Italia in undici anni ha finito per assomigliare sempre più a Francia e Inghilterra, paesi in cui il melting pot è realtà vecchia di decenni. Ma se nella Penisola il numero degli «ospiti» è triplicato, in regione il moltiplicatore è il quattro. In Veneto ci sono 446.353 stranieri regolarmente residenti. Le esperienze di Padova, il «parlamentino» dei migranti votato qualche mese fa, e il sindaco Achille Variati che, a Vicenza, ha già deciso di «copiare» quell'esempio, sono fari ben puntati sulla nuova realtà. Per altri aspetti, la decade (sempre abbondante) pare essere passata senza scalfire l'equivalenza «tot famiglie, tot case». Le prime adesso sfiorano davvero i due milioni (1.988.013), mentre le abitazioni occupate da residenti sono 1.945.910. Una perplessità, almeno. Con meno di mezzo milione di teste in più si conta una crescita di 250mila abitazioni. Trattandosi di cemento, dire che è tanto pare il minimo. La crisi del settore edilizio forse nasce anche da qui: quel che c'era da fare si è fatto, con abbondanza. Un mare di case e una pianura di famiglie, ma più piccole che in passato. I componenti dei nuclei familiari sono scesi, in media, da 2,61 a 2,4. Altro specchio per le difficoltà economiche: meno impieghi, meno soldi e meno figli. L'altra costante, ma vera stavolta, viene dal «paese dei campanili». Nei centri da cinque a diecimila mila residenti vivono oltre un milione di veneti. Sommati agli 839.742 che abitano nei comuni della fascia 10-15 mila, sono ben più di un terzo della popolazione. Tutto come 11 anni fa. Altre due istantanee, le ultime, sulla fatica di Venezia, Belluno e Rovigo. Secondo l'Istat, in questo arco di anni le province di Padova, Vicenza, Verona e Treviso hanno guadagnato tutte oltre 100 mila residenti. Nei medesimi due lustri, il Bellunese è passato 204.710 a 210.277 residenti; 238.734 contro 242.409 per il Rodigino. E in Laguna? Ai 794.410 residenti del 2001 se ne sono aggiunti 46 mila. Tanti? Pochi? La metà rispetto ai primi quattro: qui zero dubbi.

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 26 maggio 2012

Pag 1 Siamo diventati lettori di Vittorio Filippi

 

Diceva lo scrittore per l'infanzia Gianni Rodari che leggere è un verbo che non sopporta l'imperativo. Perché la lettura deve essere esclusivamente un piacere. Una ricerca dell'Istat sulla produzione e la lettura di libri in Italia quantifica oggi la diffusione di questo piacere. E smentisce anche - una volta di più - la visione stereotipata di un Veneto tradizionalmente molto pratico e vocato alla sola cultura del fare ma lontano da ogni propensione per lo studio, la riflessione teorica ed il pensiero astratto. E quindi poco amante dei libri. Una immagine fasulla, probabilmente valida qualche decennio fa ma oggi fugata sia dai raggiunti livelli di scolarizzazione della regione sia dai risultati (davvero eccellenti) dei quindicenni veneti alle prove di lettura, scienze e matematica (la cosiddetta indagine Pisa dell'Ocse). Infatti il Veneto è una delle regioni dove si legge di più, occupando una onorevole quarta posizione dopo Trentino, Friuli e Liguria (in coda la Campania). Lo scorso anno il 54% dei veneti (sopra i sei anni) ha letto almeno un libro nel tempo libero (esclusi quindi quelli scolastici o similari), con punte nelle fasce giovani ed adulte, tra le donne e tra i laureati. Per essere più precisi il 43% del lettori si è accontentato di consumare tre libri all'anno, una percentuale eguale è oscillata tra i 4 e gli 11 volumi mentre c'è un 145 di accaniti che ha letto 12 o più libri all'anno. Va aggiunto che rispetto a due anni prima i lettori sono cresciuti. Il libro, alla faccia della digitalizzazione, rimane un oggetto diffuso e familiare: solo il 7% dei veneti vive senza libri in casa, mentre un terzo ha una biblioteca con almeno un centinaio di volumi e non manca un 8,5 per cento che possiede più di 400 tomi. Sappiamo che, un tempo, «Venezia ha fatto leggere il mondo» (come sottotitola il bel libro dello storico Alessandro Marzo Magno, Garzanti 2012), dato che nel Cinquecento proprio a Venezia si stampavano ben metà delle edizioni prodotte in tutta Europa. Oggi purtroppo - ma comprensibilmente - facciamo leggere ben poco, dato che in Veneto abbiamo 117 case editrici, solo il 7% di tutta l'editoria italiana, di cui solo nove definibili come grandi. Qui forte è la presenza della piccola editoria, che è anche però quella più in sofferenza. Non deve sorprendere quindi che più di due libri su tre siano stampati e pubblicati a Milano (soprattutto), Roma e Torino. Al di là di questo «triangolo librario» rimangono le briciole. In Veneto infatti si produce solo un risicatissimo 3,6% di tutto il pubblicato del Paese. Ma consoliamoci: più che stampare l'importante è il piacere di leggere. Un piacere che ci aiuti anche a vivere meglio questi tempi depressivi.

 

Torna al sommario

 

… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Le sciocchezze e le riforme di Giovanni Sartori

La proposta semipresidenzialista

 

In questo momento gli italiani si interessano poco o anche punto del sistema elettorale. Si interessano di sopravvivere. Eppure il sistema elettorale resta importante. Costruisce il sistema politico «vivente», i partiti (quanti e quali) e la governabilità. Finora abbiamo avuto, specie nel corso della Seconda Repubblica, cattivi sistemi elettorali, e anche per questo cattivi governi e cattivo governare. E ci teniamo ancora il peggiore di tutti, il Porcellum, impudicamente inventato per consentire all'alleanza Berlusconi-Bossi di stravincere con una maggioranza assoluta in Parlamento. Ma ora quest'alleanza che pareva inossidabile non c'è più, e le stesse sorti della Lega bossiana sono in forse. Il Porcellum resta così come una mina vagante che tutti a parole sconfessano. E allora? Improvvisamente Berlusconi (che di fiuto ne ha da vendere e che non si rassegna certo a stare in panchina) tira fuori dal cappello il modello francese: un sistema elettorale a doppio turno coronato da un semipresidenzialismo (bisogna sempre specificare così, perché il presidenzialismo americano è tutt'altra cosa). Questa volta Berlusconi fa sul serio? Nessuno lo sa, forse nemmeno lui. Certo è che del modello in questione sa poco, visto che ci ha infilato dentro anche le primarie, che non c'entrano per niente ma che oggi suonano bene all'orecchio del colto e dell'inclita. Il doppio turno è già, a suo modo, una primaria. È anche uno dei pochissimi sistemi nei quali l'elettore è davvero messo in grado di scegliere con cognizione di causa. Al primo turno gli elettori esprimono liberamente la loro prima preferenza. Ma al secondo turno i candidati potrebbero essere soltanto quattro (è la proposta che feci anni fa per evitare il tira e molla sulla soglia di esclusione che è oggi, in Francia, del 12,5 per cento; una soglia che scatenerebbe in Italia una furibonda reazione dei partitini). Ma è prematuro entrare in questo dibattito. Il punto è che con due settimane di tempo e pochissimi candidati, l'elettore serio ha tempo e modo di studiarli. E se non lo fa, peggio per lui: è un cattivo elettore. Primarie e consimili sciocchezze a parte, quali sono gli inconvenienti del semipresidenzialismo? Il più citato è che se il presidente non vince anche la maggioranza in Parlamento, allora il «maggior potere» passa a un primo ministro che, appunto, ha la maggioranza in Parlamento. Questa eventualità viene detta «coabitazione»; e viene demonizzata da chi non vuole il sistema francese. Ma questa coabitazione è avvenuta, in Francia, due volte; e non è successo niente di tragico. D'altro canto anche i presidenti Usa si trovano sempre più spesso in minoranza nel Congresso (è il cosiddetto devided government) e anche lì il sistema funziona lo stesso. D'altronde se la coabitazione del semipresidenzialismo spaventa, per renderla altamente improbabile basta far coincidere l'elezione del corpo legislativo con quella del presidente. Ma aspettiamo a vedere se Berlusconi è serio e se Bersani non vorrà fare troppo il furbo (il premio di maggioranza del Porcellum sembra tentarlo). Forse è vero che non c'è più tempo per riforme costituzionali. Ma c'è abbondantemente tempo per una riforma elettorale che adotti il doppio turno.

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 Il dovere della verità di Massimo Giannini

 

Corvi in Vaticano, talpe a Palazzo Chigi? Il giallo del disegno di legge sulla riforma dell'organismo disciplinare per l'operato dei magistrati è molto più di un incidente di percorso. Forzatura burocratica, manovra politica. Qualunque sia il movente, è un episodio grave e inquietante, che si verifica nel cuore della struttura di governo e si traduce nella sconfessione pubblica di uno dei suoi uomini più rappresentativi: Antonio Catricalà. La smentita della presidenza del Consiglio è netta: quel testo, anticipato ieri da Repubblica, esiste ed è stato all'attenzione del governo. Ma il premier Monti "aveva già da tempo ritenuto tale iniziativa inopportuna e non percorribile". E il guardasigilli Severino l'aveva bocciato, considerando "impossibile una simile riforma attraverso legge ordinaria anziché costituzionale". A questo punto una domanda si impone: chi e perché lo ha promosso e lo ha portato avanti? La portata tecnicamente eversiva di quel disegno di legge è sotto gli occhi di tutti. Come hanno scritto ieri sul nostro giornale Liana Milella e Gianluigi Pellegrino, con quelle norme si sarebbe stravolto, per via legislativa, un principio di autonomia funzionale garantito dalla Costituzione attraverso il Consiglio superiore della magistratura. Attraverso l'istituzione di un nuovo organismo "misto" di valutazione dell'operato delle toghe, il lavoro dei magistrati sarebbe stato di fatto riportato sotto il controllo della politica. Un obiettivo perseguito per anni dal Cavaliere, nella fase più rovente del berlusconismo da combattimento, e per fortuna scongiurato dalla resistenza del Capo dello Stato e delle opposizioni. Ma ora silenziosamente e misteriosamente rilanciato dalla tecnostruttura di Palazzo Chigi. All'insaputa o addirittura contro la volontà del presidente del Consiglio. Qui sta la straordinaria gravità del fatto. Come dimostrano i documenti che pubblichiamo oggi in esclusiva, a sponsorizzare il provvedimento non è stato un funzionario qualsiasi, ma il sottosegretario di Palazzo Chigi. Monti e la Severino, come recita il comunicato ufficiale, avevano "già da tempo" respinto e archiviato l'iniziativa. Tuttavia, Catricalà in persona ha trasmesso quel testo agli organi istituzionali preposti alla formulazione di un parere giuridico. Catricalà in persona ha firmato di suo pugno la lettera di accompagnamento, inviata il 2 maggio alla Corte dei conti e il 14 maggio al Consiglio di Stato. E appena quattro giorni fa, come dimostra il verbale che riproduciamo a pagina 11, il Consiglio di Stato si è riunito per formulare il suo parere, su un disegno di legge che "già da tempo" il capo del governo aveva considerato politicamente insostenibile e giuridicamente impraticabile. Come può essere accaduto un simile cortocircuito? Il sottosegretario è stato ispirato da qualcuno, o ha fatto di testa sua? E poi: ha agito autonomamente, senza sapere che il suo presidente del Consiglio e il ministro competente erano contrari all'iniziativa? Oppure sapeva di questa contrarietà, e nonostante questo è andato avanti lo stesso? In tutti e due i casi, si tratta di un serio strappo istituzionale. Nella prima ipotesi, è un atto pericoloso: un sottosegretario non può assumersi una responsabilità così grande, senza informare i suoi "superiori", su un tema nevralgico per la vita democratica, come la giustizia e i rapporti tra politica e magistratura. Nella seconda ipotesi, è un atto sedizioso: un sottosegretario non può prendere decisioni sottobanco, meno che mai se contrarie alla volontà del presidente del suo Consiglio. Gli interrogativi sono tanti. I punti oscuri da chiarire sono ancora di più. Il comunicato di Palazzo Chigi risponde a una metà del problema: quello che riguarda l'orientamento di Monti, per fortuna fermo sul principio dell'indipendenza della magistratura. Ma l'altra metà della questione rimane in ombra: e questa tocca a Catricalà portarla alla luce del sole. Il "Gianni Letta" del governo tecnico, come viene spesso definito, non può essere sospettato di ruoli impropri, né può apparire come la "talpa" che scava il terreno sotto i piedi di Monti. È un servitore dello Stato, e deve rispondere di ciò che fa al capo del governo (che lo ha scelto) e ai cittadini (anche se non lo hanno eletto). L'unica cosa che non può fare, dopo quello che è successo, è tacere. Il suo predecessore sapeva farlo benissimo, e per tanti, troppi anni gli è stato concesso questo "privilegio". Ma Catricalà, oggi, non se lo può più permettere.

 

Pag 1 L’appuntamento mancato di Montezemolo di Ilvo Diamanti

 

Mai come oggi lo spazio politico, in Italia, è apparso tanto aperto. Almeno dai primi anni Novanta, quando la Prima Repubblica affondò. travolta dalla caduta del Muro di Berlino e da Tangentopoli. Così, mentre si consuma il declino di Berlusconi, molti soggetti politici premono alle porte, per fare il loro ingresso ufficiale sulla scena politica. Tra essi, Luca Cordero di Montezemolo. Una novità relativa, perché la sua "discesa in campo", in effetti, era attesa e annunciata da tempo. Da 5-6 anni almeno. Montezemolo, da parte sua, non aveva mai negato. Anzi. D'altronde, erano in tanti ad attenderlo. Da (centro) destra a (centro) sinistra. Oltre che, ovviamente, al centro (senza parentesi). La questione, mai chiarita, era se sarebbe sceso in campo da solo, come leader, al servizio di un governo o di una coalizione. Oppure alla guida di una formazione. Ha sempre rinviato. Per prudenza o per tattica. O per entrambi i motivi. Ha valutato che i tempi non fossero maturi. Che il rischio fosse troppo elevato. Nel frattempo, ha promosso un'associazione, Italia Futura, attraverso cui ha espresso - e marcato - la propria presenza sulla scena politica nazionale. Ora, però, la (lunga) attesa sembra finita. Berlusconi si è spostato ai margini del gioco. Per scelta e, prima ancora, per costrizione. A centro-destra, così, si è creato un vuoto simile a quello del 1992. Perché nessuno, nel Pdl, è in grado di rimpiazzare Berlusconi. Mentre a centro-sinistra il territorio è, comunque, controllato dal Pd. E più in là non c'è spazio, per la sua offerta. Visto che, francamente, non ce lo vedo Montezemolo a contendere i voti a Vendola e Diliberto. Il centro, infine, resta uno spazio elettorale angusto. Peraltro, presidiato da leader politici - Casini e Fini su tutti - ben decisi a non cedere il comando a qualcun altro. Per quanto popolare, come Montezemolo. Il quale guarda, anzitutto, agli orfani del Pdl. Dispersi e sperduti, dopo il declino di Berlusconi. Ma anche ai "disorientati" di centro e agli insoddisfatti del Pd. Conta, dunque, sull'inadeguatezza di un sistema partitico imperniato su "imprenditori politici" incapaci di soddisfare la domanda del mercato elettorale. Come hanno dimostrato le recenti elezioni amministrative, segnate da alti tassi di astensione. Come, peraltro, segnalano, da tempo, i sondaggi, che rivelano l'esistenza di una quota di indecisi molto ampia. Pari a quasi metà degli elettori. Perlopiù, ma non solo, di centrodestra. Tuttavia, ho l'impressione che l'annuncio di Montezemolo - peraltro non ancora ufficiale - arrivi comunque tardi. Non perché i concorrenti, nei settori del mercato elettorale a cui intende rivolgersi, siano più credibili di lui. Non è così, a mio avviso. Il problema è un altro. È finito il tempo dei "politici imprenditori". E degli "imprenditori politici" come alternativa ai "politici di professione". I quali sono, sicuramente, fuori gioco, in questa fase. Delegittimati dalla pessima immagine che hanno dato - e continuano a dare - di sé. Mai tanto impopolari fra gli elettori. Tuttavia, mi pare conclusa anche l'era degli imprenditori a capo dell'Azienda-Italia. Mito e modello di un Paese che aveva conquistato il benessere, ma anche un ruolo importante sui mercati internazionali. Berlusconi, prima e meglio di tutti, ha interpretato quella fase. Per quasi vent'anni. Il Signore dei media e dei sondaggi: si è rivolto agli italiani - molti, moltissimi - che sognavano di diventare come lui. Titolari di imprese, piccole e piccolissime. Oppure di partita Iva. Lavoratori autonomi e lavoratori tout-court. Ha attratto il consenso della gente "comune", che si identificava in lui. Nelle virtù ma anche - forse soprattutto - nei suoi vizi. Guardati, comunque, con indulgenza. (Perché siamo tutti peccatori...). Quei tempi sono finiti. Non è solo una questione di stile. Ma di rappresentanza. Ho l'impressione, infatti, che l'imprenditore non costituisca più un modello sociale - praticabile e realista. Ma neppure un riferimento, com'era nel passato recente, in tempi di economia affluente. Perché il tempo della crescita e delle attese di crescita infinita è finito. La crisi ha azzerato ogni attesa. E chi le aveva alimentate e incarnate contro ogni evidenza. Fino all'ultimo. Il declino di Berlusconi si spiega anzitutto così. Prima e più ancora che per motivi politici (e) personali. Perché è finita l'era delle promesse e dei partiti personali, guidata dagli Imprenditori Politici. Questo è il tempo degli imprenditori im-politici. È l'epoca degli "esperti". Dei governi tecnici e "senza passione". Come Monti. Algido interprete dell'emergenza dettata dai Mercati. Ma è anche l'epoca dei "Tribuni". Non in senso spregiativo, ma letterale (e storico): coloro che esercitano la rappresentanza delle domande - e delle insoddisfazioni - popolari. Che mobilitano le passioni "contro" i poteri politici ed economici. Come ha fatto Beppe Grillo. Il quale ha aggiunto, di proprio, una grande competenza nella comunicazione - nuova, ma anche tradizionale. Fra i primi ad andare nella Rete. Fra i più efficaci nel mobilitare le piazze e nel riempire i teatri. Grillo, infatti, non ha replicato la "forma partito" tradizionale. Ma neppure quella, recente, del "partito personale". Ha, invece, "personalizzato" e messo in comunicazione gruppi, esperienze e leader locali, attivi sulla rete e sul territorio. (Certo, per lui le difficoltà cominciano ora. Ma, intanto, ha imposto un marchio e un modello). Certo, Montezemolo è un imprenditore atipico. Alla guida di un'azienda storica e innovativa, al tempo stesso, come la Ferrari. Di grande appeal. Per non parlare della sua ultima impresa: Italo. Il treno ad alta velocità che sfida il Monopolio dello Stato. Egli, tuttavia, mi pare legato all'epoca precedente, quando ha fatto il presidente di Confindustria. Al tempo di Berlusconi. Di cui è apparso - di fronte agli imprenditori, ma anche agli elettori - un'alternativa possibile e verosimile. Per stile e retroterra economico. Montezemolo. Poco Pop. Legato alla tradizione della grande impresa industriale torinese. L'Anti-Berlusconi. Venne spiazzato dallo showdown di Vicenza, al convegno del 18 marzo 2006, vigilia del voto. Quando Berlusconi tornò ad essere il Caimano. E si riprese la piazza. Contro Prodi. Ma anche contro chi, come Montezemolo, pensava di isolarlo dal "suo" popolo. Gli imprenditori. Ecco: penso che Montezemolo fosse adatto a interpretare, al meglio, l'alter-berlusconismo al tempo del berlusconismo. Ma al tempo del post-berlusconismo: mi sembra fuori tempo.

 

LA STAMPA

Una strada per evitare la tragedia di Gianni Riotta

 

Il diplomatico veterano Brian Urquhart, a lungo sottosegretario alle Nazioni Unite, ripeteva che troppo spesso l’opinione pubblica guarda alla politica internazionale cercando «Una Buona soluzione da opporre alla Cattiva. Purtroppo sul campo i diplomatici lavorano tra una Cattiva soluzione e una Pessima, cercando di scampare alla Tragica». La saggezza amara di Urquhart è d’attualità in Siria, davanti alla strage di bambini a Hula, nei pressi di Homs. Il piano di pace rabberciato dall’ex segretario generale Onu Kofi Annan, se mai ha avuto qualche credibilità, è in pezzi. Le speranze che il regime alawita di Bashar al Assad non bari nel negoziato si sono confermate per quel che sempre sono state, ingenuità o maliziose furbizie. I ribelli non riescono a rasserenare i settori della popolazione siriana a loro ostili, compresi i cristiani. Il mondo sta a guardare i filmati rudimentali che la rete diffonde, il papà con il figlio inerte in braccio, violenza contro l’innocenza. Le agenzie registrano dichiarazioni dei potenti, a Washington, Londra e Parigi, roboanti e senza effetto. Jihad Makdissi, un portavoce del regime di Damasco, getta la responsabilità sull’opposizione, per confondere, come facevano gli sgherri di Milosevic ai tempi dei bombardamenti di Sarajevo. L’impotenza domina. Il Cremlino del neo, ed eterno, presidente Putin blocca con abilità ogni tentativo di pacificazione, pur di non perdere un fedele cliente russo nel Mediterraneo, una base per la flotta e i servizi segreti in Medio Oriente, un ricco mercato di armi. I morti bambini svelano lo scarso peso strategico dell’onnipotente web, quando sferragliano i carri armati. Tocca quindi al presidente Barack Obama, come ai suoi predecessori, Bush padre nella prima Guerra nel Golfo e Clinton nella Guerra nei Balcani, provare a costruire una coalizione e una soluzione: sapendo che si tratta di scegliere la Cattiva sulla Pessima, mentre la Tragica incombe. Obama è in aspra campagna presidenziale, i sondaggi lo danno poco avanti Mitt Romney, con troppi indecisi, e già il rivale repubblicano lo incalza, accusandolo di inerzia. Fosse alla Casa Bianca, Romney avrebbe il duro teorema di Urquhart sul tavolo, dall’opposizione può far chiasso. Obama gioca allora la carta Yemen, dove il presidente Ali Abdullah Saleh ha accettato di passare la mano al vicepresidente Abdu Rabbu Masour Hadi, dopo mesi di violente repressioni. Malgrado Hadi abbia affrontato un primo turno elettorale, l’opposizione sa che infine passerà la mano. Si punta quindi a riprodurre in Siria questo processo, con l’addio di Assad, una parte del regime che rimane in sella a garantire la popolazione ostile ai ribelli, partecipi del passaggio graduale di poteri. Strada ardua. Obama ne ha parlato all’enigmatico alter ego di Putin, Medvedev, che non s’è detto contrario - secondo fonti della Casa Bianca -, ma potrebbe trattarsi dell’ennesimo prender tempo del Cremlino a favore di Assad. L’Onu ha sbagliato a atteggiarsi a super partes tra dittatura e ribelli, la Lega Araba conferma la storica ambiguità, in Siria il Tragico prende il sopravvento sul Cattivo. Kofi Annan, non brillante segretario generale Onu dai controversi business, ha permesso ad Assad di ostinarsi nella trattativa, chiazzata da aggressioni e stragi. I caduti di Hula sono 90, i bambini 32, la guerra semina 10.000 morti. Ora si temono rappresaglie dei ribelli sunniti sui vicini villaggi alawiti, nella faida ancestrale che li oppone. Il governo Assad nega le colpe dell’esercito, malgrado le munizioni e le schegge di artiglieria ritrovate sul campo lo inchiodino: le atrocità peggiori vengono delegate, per confondere gli osservatori internazionali, ai miliziani shabiha, truppe irregolari e feroci. Annan torna oggi a Damasco, ma i leader dell’opposizione sono ormai disperati sul suo «piano». Da Parigi il ministro degli Esteri socialista, Laurent Fabius, alza il tono, la Francia sembra decisa a dar man forte a Obama in giorni difficili. Lo stop alla guerra civile nell’ex Jugoslavia, che aveva diviso l’impotente Unione Europea, diede al giovane presidente Clinton occasione di rinnovare l’egemonia americana, con un intervento cui infine presero parte gli europei, con un ruolo strategico per l’Italia. Barack Obama è allo stesso, difficile, passo. Sarebbe nobile che i repubblicani si ricordassero che, nelle emergenze della Guerra Fredda, la politica estera era «National interest», interesse comune della nazione. Nell’epoca del web populista, di Occupy Wall Street, Tea Party e talk show arrabbiati in tv, non c’è da sperare in questi sentimenti da statisti austeri, come Harriman o Acheson. L’Europa di Merkel, Cameron e Hollande - ipnotizzata dalla crisi euro - potrebbe tornare partner forte di una Washington che il Pacifico distrae da Atlantico e Mediterraneo. Il governo di Mario Monti, che al G8 ha condotto con autorevolezza la discussione sull’economia, può mediare con altrettanta sagacia. Le chiacchiere stanno a zero quando i bambini muoiono. Dibattiti sul declino americano, egemonia cinese, Brics e piani di pace strampalati, vanno bene per tesi di laurea o litigi su twitter, ma non fermano il sangue. La Storia assegna a Barack Obama, oggi, il compito di scongiurare la Tragedia, fugare la soluzione Pessima e dare ai siriani una soluzione «Cattiva» che non sia solo una maschera come il piano Onu. Gli elettori americani lo giudicheranno anche su questo, con equanimità. Bruxelles e Roma conteranno, se agiscono con lungimiranza. Nei Balcani l’operazione è riuscita, chiamatela ora «Soluzione Yemen», o se preferite «Yemenskii Variant» come fanno i russi al Cremlino. Basta che Assad, figlio dell’uomo che sterminò 40.000 siriani a Hama, lasci Damasco, che l’antico popolo di Siria si avvii verso una pacifica transizione, imponendo anche ai ribelli di non indulgere in faide contro i loro avversari. Un’esile, cattiva, strada ma l’alternativa è cambiare canale, rassegnati, quando al telegiornale appariranno i filmati web con i bambini fatti a pezzi dalle bombe alawite.

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 La scure di Bondi e le tagliole dei partiti di Marco Conti

 

Affamare la «bestia» centralizzando acquisti e controlli. Una cura dimagrante devastante che, se la «strana maggioranza» lo consentirà, investirà ogni comparto della spesa pubblica nazionale e locale. Una tagliola che punta a mettere a stecchetto la politica e coloro che si nutrono dalla sua mammella. I «consigli sulla spesa» da tagliare, che in settimana darà il supertecnico Enrico Bondi illustrando al comitato interministeriale presieduto da Monti il lavoro fatto in venti giorni, non risparmiano nessun comparto e ministero. Si va dal taglio delle auto blu alle forniture sanitarie, dalle consulenze di ministeri e amministrazioni locali, ai distacchi sindacali e ministeriali. Dal taglio delle circoscrizioni giudiziarie, alle sedi all'estero di comuni, regioni e amministrazioni centrali. Dagli affitti pagati da ministeri, presidenza del Consiglio e amministrazioni pubbliche, alle spese di rappresentanza. Tagli, ma anche riorganizzazione di procedure e un massiccio rigurgito centralista che archivia la stagione federalista dei ministeri al Nord e permetterà di dare un nuovo ruolo alla Consip e all'Agenzia del Demanio. La prima società è destinata ad avere più poteri di controllo sugli acquisti della pubblica amministrazione, mentre al Demanio spetterà il compito di razionalizzare superfici e affitti e di gestire il patrimonio immobiliare inutilizzato. Una scure potente che ieri il ministro Giarda quantificava ben oltre il gettito necessario per evitare ad ottobre l'aumento dell'Iva. Tagli drastici che alla fine i ministeri interessati accetteranno di mettere nero su bianco in provvedimenti che dovranno poi passar il vaglio del Parlamento. E qui è facile prevedere che arriveranno i dolori e si scateneranno le lobby. Non basterà quindi il plauso di Osvaldo Napoli che, ricordando ai suoi lo spirito liberista del Pdl, incita il governo «a fare in fretta». Tantomeno l'augurio di Enrico Morando (Pd) affinché «i ministri collaborino» ai tagli, altrimenti ci toccheranno altre tasse e «l'Italia si avviterà nella recessione». Il ministro Giarda e lo stesso Monti, non nascondono però la loro preoccupazione. I partiti della «strana maggioranza» da mesi invitano il governo a tagliare le spese e a non aumentare le tasse, ma il timore del governo è che quando i testi dei provvedimenti che ristruttureranno la spesa arriveranno in aula, si riproporrà la musica suonata dalla «strana maggioranza» al momento delle tanto attese liberalizzazioni. Ovvio, quindi, che Daniela Santanchè si chieda a che serviva reintrodurre l'Imu «se il governo si appresta a fare tagli di spese inutili per cento miliardi a breve, e oltre trecento a medio termine». Domanda legittima e un po' retorica perché Enrico Bondi fornirà un lungo elenco di «suggerimenti» dai quali il governo dovrà rapidamente estrarre un pacchetto di interventi immediatamente spendibili e in grado di fare risparmiare entro l'anno i 4,2 miliardi che eviteranno l'aumento dell'Iva a ottobre. La Confindustria di Squinzi si è subito schierata a fianco del governo che, ovviamente, userà lo strumento del decreto in modo da rendere effettivi i risparmi entro il mese di giugno. Dalla sua il governo avrà la valanga di email inviate dai cittadini e girate al supertecnico avendole prima divise per genere e capitoli. Restano fuori, per mancata competenza, la valutazione delle spese di Camera, Senato e presidenza della Repubblica.

 

LA NUOVA

Pag 1 Paesi cicala tra rigore e crescita di Maurizio Mistri

 

Sul giornale del 25 maggio Gilberto Muraro ha ben messo in rilievo le difficoltà che l’Ue incontra nel determinare una seria linea di politica economica che non sia in contraddizione con gli impegni presi con il Tratto di Maastricht. Così, l’ultimo summit europeo si è tradotto in un sostanziale nulla di fatto, riproducendo uno scontro, che è da tempo nella logica dei fatti, tra i paesi “formica”, rappresentati soprattutto dalla Germania, e i paesi “cicala”, a più forte propensione inflazionistica, rappresentati dalla Spagna, dal Portogallo, dall’Italia e ora anche dalla Francia. La vittoria di Hollande in Francia incoraggia le attese dei paesi “cicala” che alzando la bandiera della crescita rischiano di rimettere in moto la corsa al debito pubblico. Ho l’impressione che nell’immaginario collettivo europeo il concetto di crescita si associ a quello di spesa pubblica e non a caso nei paesi “cicala” si accusa la Germania di egoismo, contrapponendo il presunto egoismo dei teutonici al “solidarismo” dei latini. Si leggono, ora, non pochi articoli nei quali si afferma che l’Europa non può consistere solo nella logica dei mercati, ma deve tener conto dei vincoli di solidarietà tra i paesi europei. In altri termini che i paesi “formica” trasferiscano risorse finanziarie ai paesi “cicala”. Quello che si dimentica è che l’attuale Ue non nasce da un disegno basato sul concetto di solidarietà politica, ma da un disegno basato sul concetto di “interesse reciproco”. Tale secondo concetto si è affermato dopo il naufragio della Comunità europea di difesa (Ced) e dopo che la Francia gollista prese posizione contro una effettiva integrazione politica dell’Europa. Il concetto gollista di “Europa delle patrie” non fu ripreso dai socialisti francesi (che avevano contribuito ad affossare la Ced) e fu il leader socialista Mitterrand a volere di fatto la creazione dell’euro. Lo fece non per un afflato europeistico, ma per una sostanziale diffidenza, e gelosia, nei confronti di una Germania che chiedeva di riunificarsi. Non va dimenticato che Mitterrand fin dalla caduta del muro di Berlino era ostile alla riunificazione tedesca. Così, Mitterrand chiese che la Germania cedesse il marco all’Europa perché temeva l’egemonia economica di Berlino sul resto dell’Europa.Insomma, da tempo l’Ue era diventata una Europa degli interessi e non dei valori condivisi, tale fatto è testimoniato dalla volontà della tecno-burocrazia di Bruxelles a inglobare nei confini della stessa Ue anche a paesi che non condividono i valori storici dell’europeismo. Naturalmente l’euro nacque nel nome della stabilità monetaria, stabilità che tutti osannarono ritenendo che con la moneta unica anche i paesi “cicala” avrebbero acquisito comportamenti tipici dei paesi “formica”. Si trattò di un grave errore commesso da una casta di tecno-burocrati che nessuna conoscenza avevano delle logiche che reggono i comportamenti collettivi. Oggi, da questa stessa casta giunge la richiesta di creare gli eurobonds affinché, essi dicono, il costo del denaro che soprattutto i paesi “cicala” debbono pagare per finanziare la loro spesa pubblica, diminuirebbe rendendo meno gravoso il rapporto fra deficit e Pil. Peccato che a loro volta i paesi “formica” si vedrebbero aumentare il costo del denaro e sarebbero scoraggiati dall’applicare politiche di rigore nei bilanci. Con gli eurobonds si aprirebbero molti problemi, se non altro perché si farebbe via via più forte la spinta ad aumentare i debiti pubblici dei paesi “cicala”. Di fatto nulla impedirebbe che accanto ai debiti pubblici nazionali crescesse una massa di debiti pubblici “europei” e non saranno certo gli impegni che i singoli paesi prenderanno a fermare tale deriva debitoria. Lo dimostra la crescita dei debiti pubblici che si è avuta negli ultimi anni, malgrado il Trattato di Maastricht e i suoi impegni sulla carta. Si dirà che tale crescita è dovuta alla crisi finanziaria mondiale. Rimane il fatto che a essere in crisi, oggi, è la sola area dell’Ue e stiamo attenti a dire che la crisi economica dell’Ue è dovuta alle politiche restrittive in materia di bilancio. Se lo diciamo, apriamo il vaso di pandora della corsa all’indebitamento pubblico, che diventerebbe europeo e nel quale affogherebbe anche l’economia tedesca. Eppoi, lasciamo in pace le politiche keynesiane, perché non dobbiamo dimenticare che l’analisi di Keynes si riferiva a un contesto nel quale le economie dei paesi industrializzati erano abbastanza chiuse. Francamente non so cosa potrebbe accadere con una politica di spesa pubblica facile e di crescita dell’inflazione in una situazione di mercati fortemente aperti.

 

Torna al sommario

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 27 maggio 2012

Pag 1 Una dannosa concorrenza di Ernesto Galli della Loggia

Caso Brindisi e Procure divise

 

«Strage semplice» o «strage a scopo terroristico»? Procura della Repubblica di Brindisi o Direzione distrettuale antimafia (e antiterrorismo) di Lecce? E dunque a dirigere le indagini quale dei due magistrati responsabili dei due organismi, Marco Dinapoli o Cataldo Motta? Per 48 ore le cronache sull'attentato di cui è rimasta vittima la povera Melissa Bassi hanno ruotato intorno a questa disputa tra le suddette sedi giudiziarie pugliesi, risoltasi alla fine solo per l'intervento deciso del ministro Severino. Una disputa che ha reso evidente a tutto il Paese alcuni dei mali gravi di cui soffre l'apparato giudiziario italiano. Innanzi tutto un'estrema, talora parossistica, tendenza alla personalizzazione, che prende la forma della corsa dei singoli magistrati ad accaparrarsi l'inchiesta che «conta». La quale, poi, è sempre e soltanto una: e cioè quella che più colpisce l'opinione pubblica, vale a dire che riguarda clamorosi fatti di sangue o personaggi importanti, e/o ha addentellati con la politica; e di cui perciò si occupano con il massimo risalto giornali e tv. La grande maggioranza dei magistrati italiani, ma come è ovvio in modo specialissimo quelli delle procure, non sembrano quasi mai capaci di resistere alla tentazione della «visibilità», ne sono avidi, la cercano in ogni modo. Più di una volta, ahimè, subordinando ad essa i propri atti istruttori, a cominciare dai provvedimenti di custodia cautelare, vale a dire l'ordine di arresto e di detenzione in carcere a carico dei cittadini. La visibilità significa principalmente visibilità per la propria inchiesta: da alimentare per esempio anche con l'accorta somministrazione alla stampa di verbali di intercettazioni telefoniche. Somministrazione che sarebbe vietata dalla legge, naturalmente, in quanto quei verbali, come si sa, sono coperti dal segreto istruttorio, ma della quale mai, in anni e anni, a mia conoscenza alcuna procura della Repubblica si è preoccupata di individuare e tanto meno di punire i responsabili. La visibilità peraltro non serve solo a soddisfare una più o meno ingenua vanità personale. Per chi viene a goderne, essa, infatti, ha conseguenze ben più importanti e concrete. Serve molto, infatti, al proprio futuro professionale e no. È utile, ad esempio, per costruirsi una posizione di forza in occasione delle assegnazioni di sedi e di incarichi da parte del Consiglio superiore della magistratura. Per essere appoggiato in tali richieste dai propri colleghi di «corrente»; per mettere il Csm stesso nella condizione di «non poter dire di no» alla richiesta del «celebre» procuratore, del noto castigamatti del potere, del famoso inquirente che ha dimostrato di non guardare in faccia a nessuno. Ma non solo. La visibilità è utilissima per fare il salto, da molti ambito, fuori dalla carriera: per essere corteggiati dai giornali e dagli editori, per essere invitati ai talk show, a festival e convegni d'ogni tipo. E va da sé per entrare in politica. La quale politica può essere quella vera e propria che si fa in Parlamento o alla testa di un Comune, ovvero quella diversa ma egualmente importante che si fa negli innumerevoli gabinetti ministeriali, in enti e organismi dalle denominazioni più impensate, ricoprendo incarichi per solito assai ben remunerati (tutti posti assegnati per l'appunto dalla politica): in cambio di nulla? Infine essendo eletti dai propri colleghi nel Csm di cui sopra. Curiosamente, infatti, nessuna corporazione come quella dei magistrati a parole rifiuta con tenacia ogni rapporto con la politica, proclama a ogni piè sospinto la necessaria lontananza, che dico estraneità, da essa, ma al tempo stesso quasi nessun'altra come quella annovera tanti membri ansiosi, ansiosissimi, di avervi a che fare in un modo o nell'altro. Le polemiche tra i magistrati pugliesi di questi giorni - comprese le conseguenze negative che esse potrebbero avere avuto sulle indagini (vedi la divulgazione delle immagini televisive del supposto colpevole) sono solo l'ultimo capitolo di questa patologia personalistica del sistema giudiziario italiano. Nei cui confronti la classe politica e di governo nasconde la testa sotto la sabbia e non fa niente, nell'evidente paura di dispiacere alle toghe: in parte nella speranza che i propri avversari incappino prima o poi in qualche inchiesta della magistratura; in altra terrorizzata dall'idea che i suoi molti scheletri nell'armadio vengano prima o poi tirati fuori da qualche procura. Mentre ai comuni cittadini - che non hanno né avversari né scheletri nascosti - si continua ancora a chiedere, come se nulla fosse, di votare comunque per coloro che da decenni, anche in questo campo, lasciano andare le cose come vanno.

 

Pag 1 Le riserve (fondate) sulla sinistra al governo di Antonio Polito

 

C'è una forte irritazione ai vertici del Pd e nella stampa democratica per l'emergere di nuovi potenziali soggetti politici, da Grillo a Montezemolo a Passera: tutti ritenuti, pur nella loro diversità, in grado di sabotare la marcia elettorale della sinistra verso il governo. Con la consueta chiarezza Massimo D'Alema, in un'intervista all'Espresso, ha esplicitato questo timore accusando «una parte della borghesia italiana» di essere pronta a sostenere «tutto purché non si esca a sinistra dalla crisi del berlusconismo». D'Alema segnala un'indiscutibile anomalia italiana. Nel resto d'Europa, infatti, non bisogna inventarsi nuovi partiti e movimenti ogni qualvolta la classe dirigente al governo fallisce o finisce: basta votare per l'opposizione. Se i tedeschi sono stanchi della Merkel avranno la socialdemocrazia, quando gli inglesi non ne potranno più di Cameron passeranno la mano ai laburisti, e in Francia pur di non tenersi Sarkozy hanno appena eletto il socialista Hollande. Non so se in Italia sia l'establishment a non consentire questa naturale alternanza, scegliendo di volta in volta il «pifferaio» che la può impedire; ma di certo l'elettorato mostra qualche renitenza a trasferirsi da un centrodestra in disfacimento a una sinistra di governo, e dovunque trovi un outsider sembra preferirlo, come è stato chiaro alle ultime amministrative. Chi si ribella a questa anomalia deve dunque analizzarne la causa e indicarne il rimedio. Il sospetto che circonda la sinistra in Italia è infatti pienamente giustificato dal fatto che essa ha fallito la prova del governo entrambe le volte in cui l'ha conquistato. Gli italiani diedero la maggioranza al governo Prodi nel 1996, ma in poco più di due anni la coalizione si sfasciò, un pezzo di sinistra se ne andò, e D'Alema lo ricorda bene perché toccò a lui arrabattare un'altra maggioranza che comprendeva pezzi di centrodestra. Nel 2008 gli italiani ridiedero la maggioranza, anche se molto risicata, all'Unione di Prodi; e anche quella volta tutto finì nel giro di due anni. D'altra parte, se è vero che i governi di sinistra tennero sotto controllo il deficit, è pur vero che lo fecero ricorrendo a una forte pressione fiscale e senza riavviare la crescita, esattamente ciò che la sinistra rimprovera oggi a Monti. Insomma: è quantomeno legittimo non fidarsi, visti i precedenti. A questo passato si potrebbe ovviare offrendo una garanzia per il futuro. La sinistra potrebbe cioè convincere gli italiani che la prossima volta non sarà come le due precedenti. Però, a differenza che in tribunale, in politica l'onere della prova incombe sul sospettato. Non sono gli elettori a doverci credere, ma la sinistra a doverlo dimostrare. Per ora, a dire la verità, né le possibili alleanze, né il personale politico, né i contenuti programmatici sembrano discostarsi significativamente da quelli che furono alla base degli insuccessi precedenti. Non è che se c'è Vendola al posto di Bertinotti e Di Pietro al posto di...Di Pietro, le cose cambino molto. Per giunta, stavolta non c'è neanche un Prodi. Di qui alle elezioni la sinistra ha certamente il tempo e l'opportunità di dimostrare che non è quella di sempre. Spetta però a lei passare questo esame, e non c'è alcuna buona ragione per pretendere un sei politico preventivo da parte di establishment e popolo.

 

Pag 3 Quel padre che parla anche a noi: come fate a tollerare questo crimine? di Mauro Covacich

Siria: il dolore disumano del combattente che mostra alla telecamera i figli uccisi

 

Una mano solleva il lembo di una coperta e la telecamera inquadra un cervello. Un cervello umano. La mano è di un uomo che impreca e urla e piange aggirandosi tra i corpi allineati dei bambini. Parla in arabo, ma si capisce benissimo cosa dice. A parte l'invocazione di Allah, diremmo tutti la stessa cosa, la stiamo dicendo insieme a lui. Com'è possibile tutto questo? Come potremmo mai essere perdonati per questo? È un padre e probabilmente un combattente. Insieme a lui ci sono altri padri seminascosti sullo sfondo di questa casa trasformata in obitorio, con morti sui divani, sui tavoli, e l'esposizione dei figlioletti-pesce appena usciti dalla mattanza. L'uomo vaga tra i corpi e li solleva. Alcuni li raccoglie con cautela affinché dai crani aperti non tracimi altra materia cerebrale. Non si preoccupa dell'oscenità del gesto, l'oscenità non lo preoccupa più. Altri li afferra per un braccio e li tiene sospesi per il tempo necessario alla telecamera di stringere sul dettaglio. Sono leggeri, piccoli tonni umani offerti all'asta del nostro pudore, della nostra capacità di resistenza. Pare che dica: Quanto sai resistere? Qual è il tuo limite? A questo, a lui sai resistere? Allora guarda quest'altra, guardala bene - una bambina di quattro anni al massimo, il vestitino, il collo, i bei capelli sciolti attorno a un buco - scommetto che con quest'altra non ce la fai. E continua portandoci con lui quasi per mano in un territorio nuovo, a un nuovo livello di conoscenza, perché il viaggio verso gli abissi non finisce mai. Pensavamo di aver visto tutto - bambini senza pelle ripresi negli ospedali palestinesi, una studentessa ribelle che agonizza nel centro di Teheran, uomini che precipitano in camicia bianca dalle Torri gemelle, dittatori giustiziati live - e ogni volta arriva una visione più sconvolgente. È anche un fatto positivo: forse l'anestesia non ha ancora vinto, forse siamo ancora vivi. Ma come possiamo evitare che l'indignazione defluisca anche stavolta nell'invaso mai colmo della retorica? È possibile che esseri umani adulti, sani di mente, uccidano volontariamente dei bambini? Sembrerebbe di sì, se il gesto è giustificato da un progetto politico. Nessuna aberrazione è sufficiente per fermare l'ideologia. La nostra storia è piena di vittime innocenti: tanti bambini appesi agli alberi, come nell'opera di Maurizio Cattelan, che ci sorprendono mentre passeggiamo tranquilli per la nostra coscienza. Migliaia di bambini sono finiti nei forni nazisti. Ma si può fare anche di più: per un progetto politico si possono uccidere (o brutalizzare) perfino i propri figli, non solo quelli del nemico. Nel film Apocalypse Now il colonnello Kurtz racconta il seguente apologo. Una squadra di marine entra in un villaggio nella giungla del Vietnam e vaccina i bambini contro la poliomelite. Qualche giorno dopo, nel villaggio arrivano i Vietcong, scoprono che i bambini sono stati vaccinati e tagliano a ognuno il braccio «oltraggiato». Il messaggio è fin troppo chiaro: non vogliamo niente da voi americani, voi siete il nemico e noi al nemico non permettiamo neppure di curare i nostri figli, preferiamo tagliare loro il braccio con i nostri stessi coltelli piuttosto che sopravvivano sani grazie alle vostre cure. Per l'ideologia l'uomo è disposto ad automutilarsi. Nel video di una canzone dei RadioHead intitolata Paranoid Android un pupazzo animato di forma umana fa a pezzi il proprio corpo a colpi di accetta: mi sembra un'immagine perfetta del Progetto uomo. Il testo dice qualcosa tipo: non appena diventerò re, tu sarai il primo che metterò al muro. E noi non sappiamo che fare: da un canto, siamo occidentali smaliziati che riconoscono dietro ogni intervento della Nato un nuovo atto imperialista - la Libia liberata da Sarkozy per il petrolio, ad esempio - dall'altro abbiamo la sensazione che l'autodeterminazione dei popoli debba avere dei limiti (come non appellarsi alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo?). Da un canto, difendiamo i diritti di sovranità culturale (prima ancora che nazionale) dei singoli Paesi, dall'altro pensiamo con un certo imbarazzo agli ossari di Srebrenica o all'eccidio dei tutsi in Ruanda. Guardiamo questo video sconvolti e impotenti come dovevano essere i caschi blu olandesi mentre vedevano tutte quelle madri bosniache strapparsi i capelli davanti ai corpi massacrati dei loro figli. Non interveniamo per rispetto - rispettiamo le istanze dei ribelli e rispettiamo la ragion di Stato del presidente Assad - siamo bravissimi a rispettare, ma forse non si possono uccidere trentadue bambini. Forse quel padre combattente ci sta dicendo semplicemente questo. Non c'è ragione, non c'è giustificazione, nessuno potrà perdonarti di essere rimasto a guardare.

 

Pag 3 Ma l'intervento non è vicino, le priorità Nato restano altre di Franco Venturini

 

Fino a che punto si può razionalizzare l'orrore? È questo l'angoscioso interrogativo che ci viene posto dai 32 bambini siriani massacrati a Hula dalle forze governative. Corpicini devastati come bambole rotte, le loro immagini raccapriccianti diffuse su YouTube, e poi, come una atroce presa in giro, la notizia che «gli osservatori dell'ONU si sono recati sul posto». A questo dobbiamo abituarci, o forse siamo già abituati? Siamo pronti a digerire tutto con l'aiuto di qualche comunicato di indignata protesta? Oppure, come avvenne nella Somalia che moriva di fame e di anarchia nel '92, come avvenne dopo la strage del mercato a Sarajevo nel '95, il bombardamento più pesante è quello che mira alle nostre coscienze collettive e prima o poi diventerà impossibile voltarsi dall'altra parte? Il domani della guerra civile in Siria è appeso a questi tormenti che, c'è da giurarlo, riceveranno dall'una e dall'altra parte nuovi stimoli grondanti sangue. Dopo le bombe dei «terroristi» a Damasco erano brandelli di cadaveri adulti a essere esibiti. Ora ci si colpisce al cuore, tocca ai bambini. E la vera tragedia dietro la guerra anche mediatica in corso è che le stragi sono reali, che il sangue scorre davvero, che quelle creature sono al di là di ogni dubbio le vittime più innocenti e perciò più fortemente emblematiche di una strage ormai generalizzata. Sarebbe miope sottovalutare la forza terribile di una simile dinamica. Sarebbe sciocco giurare che un intervento armato in Siria non ci sarà mai. Se vogliamo rispondere alla nostra stessa domanda, l'orrore che ci entra in casa (gli altri purtroppo non contano) lo si può razionalizzare fino a un certo punto, esiste sempre il momento in cui il prezzo della passività e dell'impotenza prevale sui calcoli prudenziali. Ma se non vogliamo essere ipocriti, dobbiamo anche dire che quel momento non è vicino. I ricchi (si fa per dire) e i potenti della terra si sono appena riuniti al G8 e al vertice della Nato. Qualche frase alla Siria è stata dedicata, per ripetere l'appoggio al sempre più paradossale piano Annan. Ma chi ha seguito quelle riunioni da vicino sa che la vera preoccupazione riguardava la pericolante stabilità del vicino Libano. Assieme ad altre priorità politiche, se così si può dire senza vergogna: la campagna elettorale di Obama, che non si vuole turbare con nuove guerre; i negoziati nucleari con l'Iran, perché in caso di insuccesso l'ipotesi di un attacco israeliano riprenderebbe quota e, subito dopo un peggioramento della crisi finanziaria, questa sarebbe la minaccia più grave per la strategia attendista della Casa Bianca; le pesanti incognite sul piano di disimpegno dall'Afghanistan, visibili a tutti benché spinte sotto il tappeto. C'è già troppa carne al fuoco, insomma. E poi voi resistenti siete divisi al vostro interno, e comincia a risultare che qualche gruppo lavora con Al Qaeda. E l'ostruzionismo russo e cinese, vogliamo dimenticarlo? Con quel tanto di cinismo che è inseparabile dalla realtà, la strage dei bambini, per ora, non cambierà le carte in tavola. Per ora.

 

Pag 10 La maschera del Celeste e la chiarezza che non c'è di Giangiacomo Schiavi

 

Di barca in barca (e di verbale in verbale) il caso Daccò spinge il presidente della Regione Lombardia verso un vicolo cieco più politico che giudiziario. Le risposte parziali, le smentite senza prove e le scuse tardive lasciano ombre non dissolte su un sistema di potere che dopo 17 anni sembra avviato al capolinea. Roberto Formigoni ha tutto il diritto di difendersi dalle accuse e di negare di aver favorito gli interessi dell'amico ciellino in carcere da sei mesi, il faccendiere e lobbista Pierangelo Daccò, ma l'intreccio pericoloso tra pubblico e privato nella destinazione dei fondi per la sanità alla clinica Maugeri rivela una superficialità e un'arroganza dell'apparato regionale che non si può archiviare come la trama di una qualche macchina del fango. Settanta milioni di parcella per aver portato una montagna di finanziamenti alla Maugeri, oltre ai sette per aver favorito il San Raffaele, sono un motivo d'allarme per ogni buon amministratore, la ragione per un'indagine interna su assessorati e dipartimenti, per verificare favori e omessi controlli nella destinazione dei fondi. In Regione Lombardia non succede niente di tutto questo. Nel palazzo dove chi conta risponde al governatore, dove sanità, appalti e infrastrutture fanno capo ad un centralismo senza contrappesi, il vero problema è aggirato con un semplicistico refrain: «Il presidente non sapeva, gli sbagli sono personali». Colpisce che un uomo di fede come Formigoni, con un profilo cattolico esibito come tratto distintivo, sia vittima del proprio narcisismo politico e non senta la necessità di un atto di chiarezza. Con chi brigava Daccò? Con l'assessore alla Sanità, con il dirigente capo del settore o con il segretario generale? E tutti all'insaputa del capo? Formigoni ha sempre fatto della dimensione popolare del sistema il suo punto di forza, le sue vittorie elettorali sono state una marcia trionfale, gli avversari (da Masi a Martinazzoli a Sarfatti a Penati) non li ha nemmeno visti. Ma l'eccesso di potere e la mancanza di competitori (l'ultimo, Filippo Penati, indagato per tangenti sull'area Falck, imbarazza oggi il Pd) gli hanno lasciato la strada spianata verso una gestione talmente personalistica da risultare sconveniente persino per una parte del suo mondo, Cl, che attraverso il leader spirituale del movimento, don Julian Carron, ne ha preso le distanze. Sullo sfondo c'è una Regione all'impasse, senza alternative credibili, con la Lega in surplace e gli assessori che cadono come birilli: Nicoli Cristiani e Ponzoni arrestati per tangenti; Buscemi sacrificato perché genero di Daccò; Maullu, rimosso per convenienza. Dieci consiglieri regionali indagati. Un ufficio di presidenza terremotato. E la Minetti che incombe. Nessuno mette in dubbio le capacità politiche, il piglio decisionista e la professionalità del presidente della Regione Lombardia, chiamato «Celeste» perché svetta nel cielo dall'alto dei suoi palazzi. In Lombardia in questi anni tante cose sono state fatte, e bene. Ma sulla gestione dei fondi della sanità, sulle risorse destinate ad ospedali e cliniche attraverso la dizione «funzioni aggiuntive» (un miliardo di euro sui 17 dell'intero bilancio sanitario), sui mille cavilli discrezionali che impediscono qualsiasi azione di trasparenza, il presidente Formigoni non può chiamarsi fuori, dire che qualcuno gli ha fatto passare sotto il naso Daccò e le sue pressioni. Sulla sanità e sugli appalti Cl in Lombardia ha costruito una rete di potere e in cima a questa rete non ci può essere un fantasma. Nelle leggerezze del caso Maugeri e nelle imbarazzanti vacanze in barca, Formigoni rischia di perdere quel ruolo politico conquistato sul campo o peggio, la faccia, e anche la reputazione, che per un cattolico vale forse di più. Il suo finale di partita giocato in una difesa che appare (fino a prova contraria) omissiva, rischia di diventare un suicidio politico. Le responsabilità sono personali, certo, ma di una disinvoltura o di un eccesso si deve render conto, soprattutto se si crede in certi valori.

 

Pag 15 Un italiano su tre simpatizza per i grillini di Renato Mannheimer

Il 31% spera in molti seggi alle Politiche. Ma per il 63% non saprebbero governare

 

Il successo del Movimento 5 Stelle ha sconvolto lo scenario politico italiano. Vale la pena, dunque, di approfondire ancora la natura del M5S e di comprendere i sentimenti che esso suscita nell'elettorato. Come si sa, il profilo dell'elettore del M5S è in larga parte diverso da quello degli altri partiti. Si tratta di cittadini in maggior misura residenti nelle regioni del Nord, tendenzialmente giovani, con titoli di studio medio-alti, più interessati alla politica, con una più intensa lettura dei giornali e, specialmente, frequentazione di internet. Se si domanda loro l'autocollocazione sul continuum sinistra-destra, più o meno metà si posiziona nel centrosinistra, ma una quota importante (più di un quarto) rifiuta di collocarsi, sostenendo la obsolescenza delle categorie politiche tradizionali. È un segnale della «alterità» del M5S dai canoni consueti, che suggerisce una sua collocazione «trasversale», come fu quella della Lega ai primi tempi della sua esistenza. D'altro canto, questa è anche l'immagine diffusa tra i cittadini. Infatti, anche la maggioranza relativa degli italiani colloca il M5S nel centrosinistra, ma quasi quattro su dieci non lo associano a nessuna categoria politica tradizionale. Anche uno degli indicatori più evidenti della differenza del M5S dagli altri partiti, vale a dire la scelta di non apparire in tv, è approvata da più di metà della popolazione. Come si è visto, anche in occasione delle elezioni, questa posizione del M5S è in grado di attrarre consensi diffusi. Non solo come espressione della protesta, ma anche come possibile attore di governo: all'affermazione «quelli del M5S sono capaci solo di protestare» solo il 38% degli italiani è d'accordo, mentre i restanti non lo sono. Anche se, per la maggior parte, gli si attribuisce un ruolo più incisivo a livello locale, ma si è scettici sulla sua capacità di assumere una responsabilità nazionale, tanto che secondo il 63% dei cittadini il M5S non sarebbe in grado di governare l'Italia. Ma ben il 22%, che corrisponde a un po' di più dell'attuale bacino elettorale virtuale del Movimento, la pensa al contrario. La platea di simpatizzanti, anche se non necessariamente votanti, per il M5S è ancora più ampia: quasi un italiano su tre, il 31%, dichiara «spero che il M5S ottenga molti seggi alle prossime elezioni politiche». Se non per governare, almeno per «denunciare le scorrettezze degli altri partiti»: lo auspica il 45% degli italiani. Un movimento che, dunque, suscita grandi simpatie. Ma destinato a durare? Forse sì, se si considerano le attuali condizioni dello scenario politico. Al riguardo, gli italiani si dividono. Se è vero infatti che la maggioranza relativa ritiene che il M5S sia un fenomeno passeggero e una percentuale simile preveda che finirà per essere un partito come tutti gli altri, sono molti (attorno al 40%) che la pensano all'opposto. A questo proposito, secondo molti osservatori, il M5S è assimilabile all'Uomo Qualunque di Giannini del dopoguerra, che scomparve dopo poco tempo, inglobato di fatto dalla Dc. Ma allora la crisi economica - che spiega in buona parte il sorgere di movimenti siffatti - era in via di superamento e, specialmente, si era prospettata un'alternativa credibile di partiti «veri»: uno scenario che oggi si fa fatica a rilevare. Insomma, come ha osservato lo stesso Grillo, le prospettive future del M5S dipendono non tanto da scelte sue, quanto da quelle degli altri partiti. Sino a quando questi ultimi (o altri nuovi attori che si presentassero sullo scenario politico) non riusciranno a proporsi come soluzione credibile e a sconfiggere il discredito che oggi li caratterizza (e questo è, come si è detto, ciò che stanno cercando di fare, per ora con scarso successo), lo spazio per movimenti populistici e demagogici (ma che raccolgono molti sentimenti profondi presenti nella popolazione) continuerà ad essere assai ampio.

 

LA STAMPA di domenica 27 maggio 2012

Un sanguinario "no" a ogni trattativa di Vittorio Emanuele Parsi

 

Una strage solo apparentemente senza senso quella compiuta a Hula molto probabilmente ad opera delle forze di sicurezza del regime di Assad. Almeno 90 morti, ma c’è chi parla di 110, tra cui oltre 30 bambini, vittime del brutale bombardamento da parte dell’artiglieria pesante sulla cittadina, «colpevole» di sostenere i ribelli. Non è il primo massacro del genere ascritto agli assadiani, e neppure tra i più efferati: nei mesi scorsi le immagini strazianti di bambini torturati a morte dal Mukabarat (la polizia segreta del regime) fecero il giro della rete. Ma questo di Hula avviene sotto gli occhi dei 250 osservatori inviati dall’Onu con il beneplacito del regime - per vigilare il mantenimento della tregua (fittizia) in atto da oltre un mese. Una tregua che, a seguito della diffusione di queste immagini, il «Libero Esercito Siriano», che controlla secondo l’Onu diverse località strategiche nel Paese, ha detto di non poter e voler più rispettare, mentre in Siria sono iniziati a comparire i primi striscioni di protesta contro gli osservatori dell’Onu «complici passivi» delle nefandezze del regime. Si fa allora più chiara la strategia di Assad: provocare la denuncia della tregua da parte dei ribelli, umiliare l’Onu frustrando le speranze di chi confidava nell’internazionalizzazione per una fuoriuscita pilotata dalla crisi, atterrire ancora di più i «neutrali» e i più «tiepidi» tra i propri sostenitori, ammonendoli su come il regime sia disposto a procedere senza pietà verso i suoi oppositori. Certo, a ogni massacro che viene rivelato, Assad rischia di irritare oltre misura la comunità internazionale, fino a provocarne un possibile intervento. Ma è un rischio calcolato. A ben guardare, coloro che a gran voce oggi chiedono all’Onu di fare qualcosa - i governi occidentali e la Lega araba - sono gli stessi che già da tempo hanno scaricato Assad, al quale hanno fatto sapere di non essere disposti a concedere nulla di diverso da una sostanziale resa incondizionata. Assad ha evidentemente deciso di correre questo rischio, nella convinzione (il tempo dirà quanto giusta o sbagliata) che il veto russo in sede di Consiglio di Sicurezza continuerà a proteggerlo da conseguenze troppo pesanti. E un intervento esterno al di fuori dell’egida dell’Onu sarebbe un azzardo che nessuno può semplicemente permettersi. L’internazionalizzazione che ha in mente Assad è un’altra: e passa attraverso il Libano, che è sempre più risucchiato dalla guerra civile del Paese vicino, a cui lo lega un rapporto di amore-odio. Le due società sono speculari in termini di mix confessionale (gli sciiti sono ormai maggioritari in Libano, mentre i sunniti lo sono in Siria) ma un precario equilibrio tra le diverse confessioni è garantito dalla Costituzione, sia pur con sempre maggior fatica. Da quando in Siria è scoppiata la rivoluzione, il Libano sta col fiato sospeso. Nei giorni scorsi gli incidenti tra sunniti e sciiti libanesi, finora confinati a Nord del Paese nella zona di Tripoli, sono tracimati a Beirut, facendo morti e feriti e vedendo la stessa Armée accusata di parteggiare per il regime di Assad (del quale il partito Hezbollah, che esprime la maggioranza di governo a Beirut, è peraltro ferreo alleato). Sul fronte interno, anche con questa ennesima strage, Assad ha chiarito che la trattativa coi ribelli non rientra nei suoi piani. Come molti osservatori di cose siriane sostengono, comunque questa guerra civile vada a finire, essa sarà caratterizzata da massacri spaventosi da entrambe le parti. Assad ha deliberatamente scelto la via della radicalizzazione e della polarizzazione del conflitto interno anche per impedire ai timidi e agli indecisi tra i suoi sostenitori di poter saltar dall’altra parte della barricata. La composita coalizione che lo appoggia, in parte controvoglia, non è fatta solo di alawiti ed esercito, ma anche di drusi, cristiani e sunniti «laici» che sono sempre più preoccupati della crescente egemonia dei fondamentalisti tra le file della resistenza. I massacri servono ad ampliare e consolidare il vallo di sangue tra le «due Sirie» che si contrappongono e che rappresentano già una forzata semplificazione rispetto all’eterogenea composizione della società siriana, che Assad scientemente continua ad usare a suo beneficio.

 

L'incapacità di ricambio di leader di Luca Ricolfi

 

C’è un pensiero, o meglio una domanda, che ultimamente mi perseguita quando penso alla politica italiana. Con tutto quel che è venuto fuori su Bossi, sua moglie, i suoi figli, compresa la laurea falsa del «trota» comprata in Albania, come è possibile che Bossi resti al comando? Come è possibile che anche quanti si ripromettono di ripulire e rifondare la Lega prendano seriamente in considerazione l’ipotesi di un partito con un segretario diverso (Maroni) ma con Bossi presidente della «nuova Lega»? Che cosa deve succedere perché un capo-partito venga non dico cacciato, espulso, punito, ma semplicemente archiviato? Che cosa fa sì che non si possa mai assistere a una battaglia politica che porti alla sostituzione di un vecchio gruppo dirigente con uno nuovo e diverso? Questo genere di domande me le ero già fatte molte volte a proposito di Berlusconi e del suo partito, ma lì avevo una risposta: Berlusconi ha i cordoni della borsa, e ha sempre fatto attenzione a non dare spazio a persone troppo capaci o indipendenti da lui. Che il Pdl senza Berlusconi rischiasse di implodere (come ora sta succedendo) è sempre stata per me una risposta soddisfacente alla mia istintiva e un po’ moralistica domanda: visto che ne combina di tutti i colori, perché i suoi non se ne liberano? Ma con la Lega è diverso. Bossi non ha risorse economiche proprie (tanto è vero che usa quelle della Lega a beneficio dei suoi familiari), e inoltre non è circondato da figure chiaramente minori rispetto a lui stesso. Se volessero, i suoi potrebbero benissimo dirgli: caro Umberto, hai abusato della tua posizione, hai 70 anni suonati, ora fatti da parte che la Lega la prediamo in mano noi. Mentre mi chiedevo perché non succede, ha cominciato però a ronzarmi un pensiero più radicale, una sorta di sospetto più generale. Mi sono venute in mente decine e decine di situazioni, non solo nella politica, ma anche al di fuori di essa in cui succede la stessa cosa. La resistenza dei vecchi capi al cambiamento, e soprattutto la rinuncia dei giovani a dare battaglia, va molto al di là del recinto del centrodestra. Anche nelle imprese, nelle università, nelle fondazioni bancarie, l’età media dei capi è prossima ai 60 anni, ma soprattutto - questo è il fatto interessante - i quarantenni non danno battaglia. Aspettano. Attendono fatalisticamente che venga la loro ora. Una sorta di «sindrome di Carlo d’Inghilterra», che ormai 65enne non sa ancora se mai ascenderà al trono. Con la differenza che una posizione dirigente nella politica, nell’economia, o nella società non si eredita come un trono, ma si dovrebbe conquistare in base ai meriti guadagnati sul campo. Ecco, i meriti. Forse questo è il punto. Forse la ragione per cui nessuno dà battaglia, anche quando avrebbe tutte le carte in regola per farlo, è che in Italia i capi beneficiano di un sovrappiù - di un anomalo e perverso sovrappiù - di deferenza, di rispetto, di gratitudine. Una sorta di intangibilità, che fa apparire tradimento quella che altrove sarebbe giudicata una normale e fisiologica competizione fra gruppi e generazioni. Ma da dove deriva tale sovrappiù? Come siamo arrivati, un po’ tutti, ad esitare di fronte all’eventualità di intraprendere certe battaglie? La risposta è che in Italia si va avanti per cooptazione. Anche chi va avanti con pieno merito, in genere può farlo solo perché qualcun altro - il «capo» - a un certo punto ha dato disco verde. Ha chiamato. Ha promosso. Ha coinvolto. Ha incluso. Ha ammesso nel clan, nel gruppo, nella rete, nel «cerchio magico». A quel punto è naturale per il cooptato maturare un senso di riconoscenza, di fedeltà, di lealtà, che gli fa percepire ogni possibile battaglia futura come un tradimento, una manifestazione di ingratitudine. Questo meccanismo è così diffuso, così endemico, quasi scolpito nel nostro modo di sentire, che finisce per coinvolgere anche chi - in realtà - avrebbe tutti i numeri per dare battaglia, per promuovere il ricambio, per liberarci di personaggi che, con il passare degli anni, diventano un peso, se non altro perché non possono più dare il meglio di sé. Una singolare incapacità di «uccidere il padre», nel senso freudiano di diventare grandi e maturi, inquina e intorbida la vita del nostro Paese. Il padre non viene ucciso semplicemente perché gli dobbiamo troppo, se non tutto; e chi ha grandi debiti non può essere libero, non solo in economia. Più che i padri che non lasciano il comando, colpisce il fenomeno dei figli che nulla fanno per prenderlo. Come se ereditare fosse l’unica modalità di successione che conoscono. E non si pensi che, in politica, il problema riguardi solo la destra. C’è una controprova clamorosa che non è così. Tu apri Radio Radicale e immancabilmente, quotidianamente, incappi in una esternazione di Marco Pannella. Un fiume di parole disordinato e sostanzialmente incomprensibile, almeno per persone normali. Perché? Perché nessun politico radicale ha mai seriamente conteso la leadership all’ultra-ottantenne Pannella? Qui non c’entrano i soldi, non credo che Pannella finanzi il suo movimento politico. Non credo che i radicali abbiano fatto particolare attenzione a escludere persone capaci. Non credo che, ad esempio, a Emma Bonino manchino le qualità per assumere la piena leadership dei radicali. Eppure non è mai successo. Non succede. Non succederà. La deferenza verso i capi, la sottomissione all’autorità dei cooptanti, è così profonda, in Italia, da coinvolgere persino i radicali, ovvero il più anti-autoritario, il più libertario, il più laico fra i gruppi politici italiani. Per non parlare del Pd, dove un gruppo di colonnelli 60enni controlla il partito da un quarto di secolo, i futuri premier vengono decisi a tavolino (ricordate le primarie finte per Prodi?), e i rarissimi casi anomali - come quello di Matteo Renzi, che ha sfidato apertamente il partito - sono visti con un misto di irritazione, insofferenza, fastidio. Né, forse, è solo un caso che le uniche novità importanti e relativamente giovani del panorama politico italiano - il movimento Cinque Stelle e Italia Futura - abbiano avuto bisogno, per venire al mondo, di due levatrici non precisamente giovanissime, ovvero il 64enne Beppe Grillo e il 65enne Luca Cordero di Montezemolo. Che cosa dobbiamo attenderci, dunque? Forse esattamente quel che potrebbe succedere in Inghilterra, dove ormai è più probabile che il trono della vecchissima regina Elisabetta (86 anni) passi al giovanissimo principe William (30) che non al vecchio Carlo (65), «principe del Galles». La generazione dei Fini, Casini, Maroni, Bonino ha atteso troppo a condurre le proprie battaglie. Quando ricambio ci sarà, è più facile che a imporlo siano i 30-40enni di oggi. Specie quelli che hanno meriti e capacità proprie, e non debbono ai vecchi le posizioni che occupano.

 

AVVENIRE di domenica 27 maggio 2012

Pag 2 Diritti sporcati di Francesco D’Agostino

Il dibattito (parziale) sui ginecologi obiettori

 

Due cose, tra le tante, mi hanno colpito nella lunga intervista contro i ginecologi che fanno obiezione di coscienza all’aborto che la ginecologa Giovanna Scassellati ha concesso ad Adriano Sofri, su Repubblica del 24 maggio. In primo luogo l’accenno alla «parte sporca dell’ostetricia, il lavoro sociale, quello che coinvolge le emozioni». Il riferimento alle pratiche di interruzione volontaria di gravidanza è palese. In secondo luogo (ma strettamente collegato al precedente) l’osservazione che mentre «la maternità ti fa diventare amica della donna che assisti, per sempre», con l’assistenza all’aborto, invece, succede il contrario. «Con l’aborto non ti fai clienti: succede che non abbiano più voglia di vederti, dopo». Tralasciamo quanto di ambiguo potrebbe esserci nel riferimento al 'farsi clienti': sicuramente Scassellati, dicendo quello che ha detto, non intendeva certo riferirsi all’aspetto puramente lucrativo della sua professione. Credo piuttosto che essa volesse alludere al fatto che la donna che abortisce volontariamente porta sempre dentro di sé la ferita, e in molti casi – perché no? – la vergogna, della decisione assunta, ancorché liberamente: ferita e vergogna proiettate inevitabilmente anche sul volto del ginecologo cui ci si è rivolti per essere aiutate ad abortire e che si è assunto il compito di farsi carico di questa pratica, della «parte sporca dell’ostetricia». Non è questo il luogo per valutazioni morali sull’aborto, che vanno certamente fatte, ma in altro contesto e partendo da altri riferimenti rispetto a quello da cui ho preso le mosse. Quello che mi dà da pensare è quanto sia difficile ricondurre le parole di Giovanna Scassellati all’ideologia oggi dominante quando si parla di interruzione volontaria della gravidanza. L’aborto volontario è ritenuto da molti un «diritto della donna» (e da alcuni addirittura un diritto riproduttivo «insindacabile»). Come sia possibile ipotizzare un diritto, quando la sua realizzazione effettuale che ci porta a parlare della «parte sporca dell’ostetricia», fuoriesce dalle mie capacità di comprensione. Ancor più: come si possa qualificare alla stregua di un diritto una pratica che cerca di essere radicalmente rimossa da coloro che l’hanno praticata, cioè dalle donne che sono ricorse all’aborto volontario, mi appare ancora più enigmatico. Per le donne che chiedono l’aborto volontario parliamo, se si vuole, di duro e violento condizionamento sociale, o di stato di necessità o di situazioni tragiche e laceranti; ma non parliamo di «diritto». La titolarità di un diritto, di un autentico diritto, non dovrebbe mai avere alcunché a che fare con la «sporcizia». Né meno che mai dovrebbe avere un senso il far di tutto per rimuovere la memoria di aver esercitato un diritto «insindacabile». Di qui una domanda semplicissima: perché i ginecologi che non si dichiarano obiettori, come appunto Scassellati, ma che nello stesso tempo avvertono con lucidità le difficoltà che ho appena citato e che giustamente considerano l’aborto «un enorme problema personale e sociale e culturale», non si fanno promotori a loro volta di forti e attive campagne di prevenzione, di campagne rivolte non tanto a rendere arduo l’esercizio di questo asserito 'diritto', ma solo ad aiutare quelle donne che sarebbero dispostissime ad accogliere un figlio, se avessero un minimo di supporto individuale o sociale? Perché i medici abortisti non riconoscono che il rilascio dei certificati che autorizzano l’interruzione volontaria di gravidanza ha il più delle volte un freddo carattere burocratico? Perché non aderiscono – senza per questo divenire obiettori – ai progetti di aiuto alla vita, che, anche se in un numero limitato di casi, aiutano davvero molte madri ad accettare la gestazione e a portarla a termine? Perché attivano campagne contro i medici che fanno obiezione all’aborto, accusandoli di malafede, e non riconoscono che il fatto stesso che la stragrande maggioranza dei ginecologi italiani (il 71%) faccia obiezione non può essere riduttivamente spiegato parlando di ipocrisia e di carrierismo? L’aborto non è soltanto un lacerante problema bioetico, è una piaga sociale aperta. Le piaghe, però, si risanano mettendo olio e non sale sulle ferite.

 

IL GAZZETTINO di domenica 27 maggio 2012

Pag 1 La crisi greca fa tremare anche la Cina di Romano Prodi

 

Vedendo quello che capita oggi nel mondo non è difficile capire che cos’è la globalizzazione. La spiegazione può essere racchiusa in un esempio del tutto elementare. Basta constatare come la Grecia, Paese di peso economico assai secondario e con una modesta base demografica anche se di antichissima tradizione culturale, abbia messo in crisi l’intera Europa, con il suo mezzo miliardo di abitanti. La crisi europea, aggravata da una cronica incapacità di prendere decisioni, ha a sua volta messo il freno all’economia americana, fino a provocare ripetute allarmate dichiarazioni nei confronti dei dirigenti europei da parte del presidente Obama. Anche perché essi, con le loro liti e le loro divisioni, rischiano di fargli perdere le elezioni. Fino a pochi giorni fa ci si fermava qui perché il nuovo protagonista dell’economia mondiale, cioè la Cina sembrava proseguire immutata ed immutabile nel proprio cammino di sviluppo. Arrivati a Pechino ci si accorge invece che le cose non stanno così: la globalizzazione colpisce anche qui. Le statistiche di aprile ci mostrano infatti che, improvvisamente, il contagio è arrivato anche nel celeste impero. Il flusso delle esportazioni si è improvvisamente rallentato per effetto del vistoso calo della domanda europea e americana. Da un aumento costantemente superiore a due cifre l’export cinese è cresciuto in aprile solo del 4 per cento e, di conseguenza si è ridotta la corsa della produzione industriale e dei consumi energetici, a cominciare dall’elettricità, indice dell’andamento dell’economia molto più credibile delle statistiche sul Prodotto nazionale lordo. In pochi giorni le autorità cinesi hanno dovuto correggere le previsioni sulla crescita dell’anno in corso. Non si tratta di una correzione enorme perché il governo cinese (di solito assai prudente nelle previsioni) stima che si avrà uno sviluppo del 7 per cento, mentre la Banca mondiale propende per un punto in più. Siamo tuttavia abbastanza al di sotto dei valori a due cifre a cui eravamo abituati. Ben più importante è tuttavia notare che le autorità cinesi, valutando che la crisi europea ed americana durino a lungo, hanno immediatamente provveduto a rettificare alcuni dei più importanti obiettivi e strumenti della politica economica nazionale. La strategia finora adottata prevedeva infatti di poter sostenere l’economia attraverso le esportazioni per il lungo periodo di tempo necessario a fare crescere la domanda interna. Un progetto che era previsto svilupparsi progressivamente nel tempo. Esso aveva in programma di dedicare una parte crescente di risorse per dare finalmente fiato ai consumi e alla costruzione dello stato sociale, ancora molto debole soprattutto nelle regioni periferiche. Di fronte ai nuovi dati di aprile, con la rapidità propria delle decisioni cinesi, si è ritornati ad incoraggiare gli investimenti, nella constatata impossibilità di far fronte alla crisi internazionale solo attraverso lo stimolo della domanda dei consumi interni. È stata perciò subito diminuita la riserva obbligatoria delle banche, che sono state inoltre incoraggiate ad allargare il credito agli investimenti delle piccole e medie imprese e delle grandi imprese pubbliche, mentre si è provveduto ad accelerare di nuovo i piani di costruzione delle grandi infrastrutture. Gli investimenti finiranno perciò con l’assorbire

 

Pag 1 Il palazzo crolla, grandi manovre per salvare la sedia di Mario Ajello

 

I moribondi di palazzo Carignano, come da titolo del celebre libro su un altro spappolamento parlamentare, nell’Ottocento. Anzi, i moribondi di Montecitorio. O le anime morte gogoliane, ma vaganti alla Camera. Oppure i deputati in questa fase di basso impero, sempre più liquido e andante, sembrano somigliare ai naufraghi della zattera della Medusa o alle figure di quella stupenda video-opera dell’artista Bill Viola, nella quale si vede un’onda fortissima che si abbatte su gente che non sa cosa fare e non sa dove andare. L’onda che si è riversata in questi giorni sui politici del Palazzo ha tante origini (non solo la firma di Grillo, anzi quella forse è il meno) e si riassume nella generale consapevolezza che sta crollando un sistema, che la crisi economica ha scompaginato tutto, che il quadro politico attuale non regge più e chissà quale sarà il prossimo. E insomma: ombre vaganti nel nulla, eccoli gli eletti del popolo (anche se il popolo non è un porcellum),mentre s’aggirano tra Transatlantico, commissioni parlamentari, aula, buvette (soprattutto quest’ultima). Vorrebbero tradire, molti di loro, ma non sanno che cosa tradire. Via dal Pdl per andare dove? Via dal terzo polo ma c’è ancora il terzo polo? Via dal Pd o restarci pur non trovando il senso del volerci o doverci restare? Può esserci perfino un uso geniale, creativo e addirittura virtuoso del tradimento, come hanno insegnato tipi insospettabili: da Machiavelli a Shakespeare, da Leopardi a Da Ponte e a Mozart. Ma per tradire bisogna sapere con chi tradire e qui, tra le macerie di Montecitorio e di una legislatura che sta finendo al buio perché tutto si è rotto e nulla resta in piedi se non la voglia di volerci riessere al prossimo giro, tutti cercano una bussola e nessuno la trova. I berlusconiani che fino all’altro ieri s’erano infatuati (o avevano finto) del proporzionale alla tedesca, da ieri al seguito del Cavaliere gridano: «Evviva il maggioritario alla francese!» (e il presidenzialismo). Come se gli interessasse qualcosa di modelli elettorali e non pensassero unicamente alla salvaguardia di sé «Tu finisci nella bad company o nella lista dei giovani e belli?», così s’interrogano vicendevolmente gli azzurri, convinti che Berlusconi voglia affiancare ai parrucconi del Pdl una nuova formazione fresca, anti-politica e grillante. Quelli del Pd, che si pensavano democrat, si sentono di nuovo vecchio Pci. I leghisti singhiozzano. I terzopolisti non hanno più il terzo polo. E davvero Fini e Rutelli stanno facendo un nuovo gruppo a due, ora che Casini li ha lasciati? E davvero è in cottura un brodo nel quale potrebbero confluire i delusi del Pdl e quelli del Pd, in un abbraccio o in un inciucio ormai inservibile? Le interviste o le lettere di Montezemolo, apparse sui giornali, vengono compulsate attentamente in ogni angolo di Montecitorio

e accompagnare dal dubbio che ci si scambia tra colleghi in maniera trasversale e senza timidezze: mi conviene andare con Luca? Il quale pensa ad altro e ad altri. Il Palazzo è in piedi. Ma dentro sembra svuotato di tutto, tranne che di un’ansiosa impotenza.

 

LA NUOVA di domenica 27 maggio 2012

Pag 1 Centrodestra, la sconfitta dei due leader di Ferdinando Camon

 

Anni fa, Verona organizzò uno scambio di studenti: trenta studenti veronesi andavano in famiglie catanesi, per una settimana, e trenta catanesi poi venivano qua. Verona mi ha chiamato a parlare agli ospiti. Ho chiesto: «Cosa vi han detto i genitori quando venivate qua?». Risposta: «Andate in bocca ai razzisti». E ai veronesi: «Cosa vi han detto in famiglia quando andavate al Sud?». Risposta: «Andate in bocca ai mafiosi». Da allora, sogno un’Italia in cui questa duplice accusa sia impossibile, non venga in mente. Credo che la fama di «razzisti» noi veneti ce l’abbiamo perché tra noi ci sono molti leghisti. Credo che la fama di mafiosi i siciliani ce l’abbiano perché la mafia non muore mai. La Lega non merita solo accuse. Il suo lamento di fondo è che se una regione dà di più, deve ricevere di più, per continuare a dare di più. Non è un principio abietto. Ma ora non è praticabile. E quel principio, presente nella Liga veneta, è stato sepolto dalla Lega lombarda sotto un cumulo di minacce anti-statali, anti-nazionali, anti-parlamentari, anti-fiscali, anti-romane, che davano alla Lega la maschera di partito sovversivo. Questa maschera l’ha costruita Bossi. La dichiarazione di Tosi, che «Bossi non è più accettabile come segretario della Lega», è una svolta epocale: spendendo soldi pubblici per comprare auto, ristrutturare la casa, pagare false lauree, eccetera, Bossi si è messo tra i “ladroni” di cui la Lega è nemica. La Lega è mezzo centrodestra. L’altra metà è il Pdl. Berlusconi ha dichiarato che non si candiderà più a premier. Come premier esce di scena. Ci sono due modi per un politico di uscire di scena: da vincitore o da sconfitto. Come esce Bossi? Non c’è dubbio: da sconfitto. Non può presentarsi al convegno di Pontida, che infatti non si fa più, e uno dei suoi luogotenenti lo ripudia. La Lega avrebbe anzi il diritto-dovere di portarlo in tribunale, perché è parte lesa. I bossiani di ferro lo difendono, ma con una formula insostenibile. Dicono: «Nessuno deve attaccare il nostro leader, perché se non ci fosse lui nessuno di noi sarebbe dov’è». Ma che significa? Stanno difendendo il posto di Bossi per difendere il proprio? La corruzione e la disonestà nel partito sono come la peste, tutto ciò che gli appestati hanno toccato dev’essere bruciato. La parola «secessione» diventa impronunciabile, prima significava che il Nord si separa dalle amministrazioni che lo derubano, ora il Nord scopre che anche i politici che lui ha eletto lo derubano. Il Norditalia dovrà ragionare o senza Lega o con una Lega profondamente diversa, rigenerata da zero. Ma vedo che Maroni parla di “Aventino”, vuole staccarsi da Roma. Punta su un odio separatista che sa tanto d’incultura. Roma è la nostra capitale, ed è una fortuna avere una capitale così carica di storia e di gloria. Per vent’anni la Lega l’ha insozzata. Per vent’anni i ragazzi del Nord sentivano uno scollamento fra ciò che studiavano sui libri di storia e ciò che sentivano dire dai leghisti. Per Berlusconi si pone la stessa domanda: esce da vincitore o da sconfitto? Non c’è dubbio: da sconfitto. Giuliano Ferrara dice, e Giuliano Ferrara è un uomo d’onore, che ha portato il bipolarismo. Ma non è vero. Berlusconi ha offerto se stesso come partito, portando a Roma gli uomini con cui lavorava a Milano. Il suo non è un partito. È difficile che gli sopravviva. A Milano quegli uomini lavoravano per l’interesse del capo dell’azienda, a Roma lavorano per l’interesse del capo del partito. Interesse che è stato a lungo affaristico, poi giudiziario, infine anche sessuale. C’è sempre stato un abisso tra la sofferenza del popolo, in basso, e il godimento del capo, in alto. L’Italia è costretta a una ripartenza e a una svolta. La speranza è che fra qualche anno, scambiandosi l’ospitalità, gli studenti siciliani e veneti si trovino come a casa propria. Sbaglierò, ma la definitiva uscita dell’Italia dalla crisi sarebbe proprio questa.

 

Torna al sommario

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 26 maggio 2012

Pag 1 Vedere le carte, senza pregiudizi di Michele Ainis

 

Lì per lì fai un salto sulla sedia. Ma come, ora che la legislatura sta per esalare l'ultimo respiro, mentre anche i partiti politici italiani hanno una flebo incollata all'avambraccio, il partito più ammalato se n'esce con un'idea potente come adrenalina? Il presidenzialismo, addirittura; e sia pure in salsa francese. Quando l'hanno concepita? E dove? Ma la notizia è che non c'è notizia. Sulla conversione della nostra forma di governo parlamentare in una di stampo presidenziale esistono tonnellate di libri, articoli, convegni. Vi si espressero con accenti favorevoli alcuni fra i maggiori costituzionalisti italiani, in un dibattito pubblicato dalla rivista «Gli Stati» nei primi anni Settanta: Crisafulli, Galeotti, Jemolo, Sandulli. Perfino Mortati, fra i padri della Carta del 1947. E soprattutto l'idea presidenzialista ha un vissuto politico che dura ormai da mezzo secolo. Anche se i primi a suggerire l'elezione diretta del capo dello Stato furono i monarchici, nel 1957. E a seguire i missini, all'alba degli anni Sessanta. Incrociando tuttavia il consenso di alcuni eminenti intellettuali: Salvemini a sinistra, Pacciardi e Maranini a destra. Insomma non è vero che la proposta di Berlusconi e Alfano sbuchi fuori come un coniglio dal cilindro del prestigiatore. Il coniglio razzola ormai da tempo nel nostro orticello pubblico. Nessuno può obiettare che manchi un'adeguata riflessione. Se è per questo, alla Camera c'è anche un progetto di legge, depositato dal Pdl il 16 dicembre 2011. Ma i testi sono tanti, come le iniziative fin qui regolarmente naufragate. Per esempio il documento presentato nel 1969 all'XI congresso della Democrazia cristiana, dalla corrente che aveva come capofila Zamberletti. Il congresso di Rimini del 1987, in cui i socialisti di Craxi sposarono il modello presidenziale. La Bicamerale di D'Alema, che nel giugno 1997 scelse la via semipresidenziale, con il voto decisivo della Lega. Sicché il punto di domanda è un altro: c'è davvero una volontà politica dietro quest'ultima proposta? O non sarà soltanto un bluff per alzare la posta, mettendo in fuga gli altri giocatori? Se è così, non resta che vedere le carte. Laicamente, senza pregiudizi. Ma soprattutto in tempi rapidi, perché di tempo non ne abbiamo. In teoria, l'offerta del Pdl coniuga un tema da sempre caro alla destra (l'elezione popolare di chi ha le chiavi del governo) con la legge elettorale che predilige la sinistra (il doppio turno). Dunque uno scambio che potrebbe convincere i partiti, e magari pure gli italiani. In caso contrario, tuttavia, il disaccordo non può trasformarsi in alibi per lasciare le cose come stanno. A cominciare dal Porcellum, una legge che è diventata una vergogna. Poi, certo, ci sarà da ragionare. Non è detto che l'abito francese calzi a puntino indosso agli italiani. Loro hanno fatto la Rivoluzione del 1789, noi la Controriforma. E negli anni Venti abbiamo consegnato il potere a un dittatore. Queste cose contano. Significa che in Italia c'è urgenza di governi forti ma anche di controlli, d'anticorpi per difendere la democrazia. Bisogna solo mettersi d'accordo sui dosaggi.

 

Pag 1 Villa Adriana e la lezione sul paesaggio da salvare di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

 

Non poteva che finire così. Era una pazzia, l'idea di portare l'immondizia di Roma a settecento metri dal sito archeologico di Villa Adriana, tutelato dall'Unesco. Come avrebbe potuto Mario Monti, dopo aver tanto faticato per ricostruire l'immagine internazionale del nostro Paese, rischiare una figuraccia planetaria? Dal Palazzo di Vetro avevano già mandato un avvertimento chiaro. Esprimendo «forte preoccupazione» per il progetto di trasformare la ex cava di Corcolle in una enorme discarica. E lasciando intendere che in quel caso il bollino dell'Unesco poteva essere revocato. E non solo perché l'olezzo di migliaia di tonnellate di spazzatura avrebbe nauseato i turisti. E nemmeno perché la quiete del sito, fra ulivi e cipressi secolari, sarebbe stata lacerata dalle urla dei gabbiani, abituali e chiassosi frequentatori di ogni discarica. Più semplicemente, perché non si tratta così un Patrimonio dell'Umanità: ovvio. Sarebbe stata sufficiente questa banale considerazione per evitare di farci ridere dietro ancora una volta. Questo è successo. Ma se tutto è bene quel che finisce bene, dando per scontato che la questione Corcolle sia superata (guai se ci fossero delle sorprese: non ci provino), l'incredibile storia che ci ha inutilmente esposti all'umiliazione di una raccolta di firme internazionale contro la sventurata ipotesi, dice almeno due cose. La prima è che il pasticcio di Pompei (il crollo della scuola dei gladiatori, 103 mila euro spesi per censire 55 cani randagi, la scellerata mancanza di una manutenzione quotidiana dei mosaici...) non è servito proprio a nulla. E a nulla è servita la lezione delle durissime critiche piovuteci addosso da tutto il mondo. Per togliere di mezzo una disputa ridicola come quella su Corcolle che in un Paese normale non sarebbe mai neppure iniziata, si è dovuti arrivare a un passo dall'incidente internazionale con tutti gli studiosi che ci ricordavano che il nostro patrimonio non è soltanto nostro. Il fatto è che paesaggio e beni culturali, ovvero la «materia prima» nazionale che tutto il mondo ci invidia, sono in balia di un disinteresse pressoché totale da parte della nostra classe dirigente. Enti locali, Regioni, amministrazioni statali: con poche sfumature, hanno tutte lo stesso sconcertante atteggiamento di sufficienza. Come se i nostri tesori, anziché una risorsa, rappresentassero un problema. Certo che lo sono: per lo sfruttamento sconsiderato del suolo, per le violenze al paesaggio, per la cementificazione. Altrimenti i resti della villa dell'imperatore Adriano non potrebbero convivere con una orrenda distesa di edilizia sgangherata battezzata col nome, appunto, di Villa Adriana. Nella toponomastica ordinaria, niente altro che il nome di un disordinato sobborgo di Tivoli. Dove mancano perfino cartelli stradali ben visibili per indicare la strada ai turisti. Dice una ricerca resa nota da San Marino che mediamente il bollino Unesco fa aumentare i visitatori del 30%: a Villa Adriana, incredibile ma vero, è successo il contrario: ha avuto il prezioso riconoscimento, i turisti sono diminuiti del 42%. Scendendo fino, quelli paganti, a 109 mila l'anno, un trentesimo di quanti vanno a Gardaland. Ma non serve nemmeno andare fino a Villa Adriana per toccare con mano la sciatteria che ha massacrato l'Italia. Basta guardarsi intorno: dalle inquietanti periferie delle grandi città agli scempi delle coste calabresi, alla distesa di capannoni senza soluzione di continuità con cui è stata stuprata la meravigliosa Pianura padana. Anche l'Istat ha certificato con apprensione, nel suo ultimo rapporto annuale, che il 7,3% del nostro territorio ormai non è più naturale. In compenso, pieni di inutili palazzine e aree industriali deserte, siamo diventati il Paese europeo meno dotato di infrastrutture essenziali. Al disinteresse si aggiunge poi una confusione decisionale insensata, frutto di una situazione che ormai strozza l'Italia. Qui può accadere che si blocchi per anni una metropolitana per la scoperta di un resto archeologico magari di secondaria importanza e al tempo stesso che un prefetto possa pensare di fare una discarica accanto a un sito Unesco. E questa è la seconda lezione. Quello di Villa Adriana è un caso di scuola che dimostra le necessità assoluta, come già proposto ieri, di affidare le tre grandi ricchezze d'Italia a una direzione univoca. Un ministero del Patrimonio nel quale riunificare le competenze su ambiente, beni culturali e turismo, dotato di poteri concreti e gestito dai migliori: scelti sulla base di passioni e competenze. Siamo convinti, caro professor Monti, che si risparmierebbero anche un sacco di soldi.

 

LA STAMPA di sabato 26 maggio 2012

L'ultimo giro di valzer di Marcello Sorgi

 

Di tutte le sorprese di Berlusconi negli ultimi anni, questa del presidenzialismo alla francese, va detto, è senz’altro la più imprevedibile. E non perché la proposta non sia degna di considerazione: tutt’altro. Non a caso la Bicamerale l’aveva adottata già quindici anni fa: che il sistema francese funzioni meglio di quello italiano è evidente ed è stato messo in risalto dalla coincidenza delle tre elezioni - presidenziali in Francia, politiche in Grecia e amministrative in Italia -, e dal modo assai diverso in cui si sono concluse. Pur avendo in comune i tre Paesi la crisi economica europea, l’emergere del voto di protesta e la concentrazione alle estreme dell’elettorato, solo i cugini d’Oltralpe sono riusciti in breve a rinnovare il Presidente della Repubblica e il governo, e pochi giorni dopo le elezioni erano già pronti per rientrare nell’arena politica mondiale, con tutto il rispetto e l’invidia che si meritano. Berlusconi è il primo a sapere che una svolta del genere, destinata a toccare l’impianto della nostra Costituzione, non s’improvvisa dieci mesi prima della fine della legislatura. A parte le obiezioni tecniche poste ieri autorevolmente dal professor De Siervo sulla «Stampa», basti solo pensare che una riforma del genere difficilmente verrebbe approvata con i voti di due terzi dei parlamentari e dovrebbe essere sottoposta a referendum, come avvenne per le precedenti modifiche costituzionali varate dal centrodestra nel 2006 e successivamente bocciate dal voto popolare. Così per assurdo - un assurdo insopportabile da un Paese allo stremo come l’Italia - nella prossima primavera si potrebbe verificare il caso di un Presidente della Repubblica in scadenza, e del suo successore che non può essere scelto prima di aver consultato gli elettori sul metodo per votarlo: con l’incredibile conseguenza di una prima campagna referendaria, per stabilire se va bene o no che il popolo, e non più il Parlamento in seduta comune, scelga la più alta carica dello Stato. E subito dopo, in caso di approvazione, una seconda campagna alla francese, o meglio una versione italiana, un adattamento nostrano di quel che abbiamo appena visto a Parigi. Nell’attesa, Napolitano dovrebbe avere la cortesia di accordarsi a una proroga del suo settennato, per quella data già oltre il «semestre bianco» che ne limita i poteri. Se la proroga, per mancanza di accordo o per necessità di un nuovo voto del Parlamento, dovesse rivelarsi impraticabile, la Repubblica dovrebbe essere affidata a un «reggente», sperando che nel frattempo si siano potute rieleggere le Camere, sanando (nuovamente con due terzi, altrimenti occorre un altro referendum) la querelle sul numero di deputati e senatori, e nominando i presidenti della Camera e del Senato: quest’ultimo, appunto, delegato a «reggere» la Presidenza in caso di impedimento, o di prolungata assenza, del legittimo inquilino del Quirinale. Ora, poiché Berlusconi si avvale della collaborazione di ottimi esperti della materia, non è possibile che non abbia presenti le incognite di un percorso del genere. Perché allora si è spinto a proporlo all’indomani di una sconfitta elettorale che ha quasi cancellato il suo partito? Intanto, anche se continua a ripetere di non aver più ambizioni di governo, il Cavaliere potrebbe ancora riproporsi come candidato per le presidenziali. Lui ci ha scherzato su, ma ad Alfano in conferenza stampa, voce dal sen fuggita, è perfino scappato di dirlo, sia pure per correggersi subito dopo. E’ chiaro poi che la proposta ha un contenuto tattico. Berlusconi negli ultimi giorni ha cominciato a temere seriamente per la solitudine in cui è precipitato il Pdl. In molte città e comuni in cui ha tracollato, avrebbe potuto evitare di essere battuto se solo si fosse presentato con qualcuno dei suoi vecchi alleati. Invece, Fini lo ha perso per sempre dopo la lite e il divorzio di due anni fa; Bossi ha talmente affossato la Lega con lo scandalo dei suoi familiari e famigli che Maroni sta addirittura pensando di non presentare il partito alle elezioni nazionali; e Casini va da tempo per la sua strada. Ma a mettere in allarme il Cavaliere è stata soprattutto la perseveranza del leader centrista nella contrarietà ad ogni ipotesi di ritorno all’alleanza con il centrodestra, almeno fino a che Berlusconi non deciderà di farsi da parte. Prima di partire per il Sudamerica l’ex-amico Pierferdi ha anche aperto uno spiraglio a una legge elettorale a doppio turno, da sempre il cavallo di battaglia del Pd e di Bersani. Di qui la contromossa del Pdl. I centristi, non solo i seguaci di Casini, ma tutti quelli sparsi nei due schieramenti, sono tradizionalmente e democristianamente contrari al presidenzialismo. Anche quindici anni fa, quando la proposta passò in Bicamerale, fecero pesare questa loro posizione. Infatti D’Alema volle che accanto all’ipotesi del Presidente della Repubblica eletto direttamente, fosse prevista anche quella del cancellierato alla tedesca. In commissione il presidenzialismo alla fine la ebbe vinta perché - dettaglio non secondario a sorpresa la Lega lo sostenne. Se anche stavolta la Lega votasse a favore del presidenzialismo, Berlusconi e il centrodestra avrebbero da soli i voti per far passare la riforma al Senato. E’ da vedere come in questo scenario si comporterebbe il Pd, dal momento che D’Alema, per coerenza, s’è dichiarato a favore (anche se sa che Casini difficilmente potrebbe condividere), ma nel partito Bersani ha messo le mani avanti e gli scudi dell’antiberlusconismo e del centrismo post-democristiano si sono subito rialzati. Questo porta a pensare che Berlusconi, consapevole delle difficoltà che realmente la riforma vada in porto, punti intanto a dividere il centrosinistra, a tenerlo separato da Casini e a farlo apparire conservatore anche al costo di schierarsi contro quel che D’Alema e la Bicamerale avevano già approvato quindici anni fa. Che un disegno talmente articolato possa davvero prendere corpo, nel Parlamento dissanguato di questa conclusione di legislatura, è però molto difficile. Lo sbocco più probabile sarà dunque un nuovo scontro e un’altra sepoltura del presidenzialismo, insieme con le riforme istituzionali (riduzione dei parlamentari, rafforzamento del premier, compiti differenti per le Camere) che stavano per essere discusse in Senato, e con la nuova legge elettorale che doveva sostituire il Porcellum. Insomma un gran falò finale, che non segnerà certo il passaggio dalla Seconda alla Terza Repubblica, ma l’ennesimo rinvio, verso la transizione senza futuro in cui l’Italia è adagiata da vent’anni. Resta allora da chiedersi se Berlusconi sopravviverà a tutto ciò. E’ possibile, anche se mai come adesso il vecchio Silvio sembra all’ultimo giro. Diciamo la verità, a vederlo ieri in un grigio ambiente istituzionale, sullo sfondo di uno scaffale con l’enciclopedia, senza bandiere, né inni, né cori, non sembrava più lui. L’uomo che aveva sedotto l’Italia con i suoi sogni, le sue trovate, il suo entusiasmo, non può essere sincero con se stesso, se pensa di richiamare in servizio i suoi elettori delusi nientemeno che con il presidenzialismo alla francese.

 

La Primavera tradita dei giovani egiziani di Domenico Quirico

 

Piazza Tahrir: che tragico spreco di piccole vite eroiche, quanto scialo inutile di germinale sanguigna giovinezza! Una rivoluzione, tanta furia e tanto fuoco, le pietre, le barricate, la battaglie davanti al ministero dell’interno, il Palazzo imprendibile, i morti: in nome della dignità, della esigenza di essere liberi e del rifiuto della corruzione. Quegli occhi neri lucidi stupendi dei ribelli adolescenti, le risate di getto, argentine, insolenti, divine come una folgore fuor di un nuvolone, l’eco dei gemiti e singhiozzi del dolore umano prima che diventi urlo, rivolta disperazione e non resti eguale e sepolto nel cuore di tutti. C’era, è vero, in quel lampeggiare di vite di destini di speranze molto loglio ma , insieme, parecchio buon grano. Era, come sempre, una prova pericolosa di eccessiva felicità. Cosa resta? Alla fine a battersi per la presidenza dell’Egitto, se le prime indicazioni saranno confermate, il candidato (di riserva) dei Fratelli musulmani e un uomo del regime, la faccia del potere militare, il sosia del deposto Mubarak, sacrificato perché ingombrante e impresentabile, il passato che non passa, che non muore. «Far cadere il regime», lo slogan di tutte le rivoluzioni arabe, Internet, non bastava: senza un chiaro programma di quanto sarebbe dovuto venire dopo. Sono un’eco i discorsi che ci scaldavano allora, ancora nel primo anniversario di quel rinascere, tutto razzi e lampi e scatti e colori: i Paesi-gabbia dove vivono 300 milioni di musulmani sembravano spalancarsi per forza interna. Era, dicevano, la nuova «Nahda» l’ennesimo e finale rinascimento. Invece la Città, che arde e sfavilla, domani sarà vuota di forza come un cuore che si schianta, solo con un feroce orgoglio pieno di fiele e di noia. Sì, è difficile oggi esser ottimisti sulla rivoluzione egiziana, sulla primavera araba che un anno ha già fatto invecchiare, il rinnovamento svanisce nel buio, il Paese che nasce da quella stagione fiammeggiante sembra più vecchio del padre, più assuefatto al lato oscuro del Male arabo. Tutte le putrefazioni politiche sono messe in fermento. Nel parlamento eletto a gennaio (e che deve scrivere la nuova costituzione) dominano la frigida Fratellanza musulmana, l’islamismo di legulei e di burocrati. Trionfa la loro astuta gesuiteria che li ha tenuti, prima, lontani dalla piazza, e poi li ha guidati a rubare il Potere agli altri, ai ragazzi che avevano penato e si erano battuti. Alla fine ogni cosa è stata sistemata a modino. L’esercito, i birri di una mafia affaristica travestita dal patriottismo, controlleranno come prima il bottino miliardario. Nel patto, ormai evidente e infame, agli islamisti sono date in appalto la società e il potere. Potenze cariche di avarizia e di ingiustizia, i generali e i tartufi della Santa Politica, gli unici sopravvissuti alle «indipendenze confiscate», come diceva il politico algerino Ferhat Abbas. Certo: ognuno dei due è pronto a romperlo, quel patto, quando un giorno il vantaggio non sarà più reciproco. Era una alleanza inevitabile, coloro che agiscono per dissimularsi finiscono con l’imparare a fiutarsi. Ma per ora funziona, perché serve a schiacciare i detestati, scomodi ragazzi di Tahrir, la società civile, il Mondo nuovo. Ai tetri becchini islamisti, con la loro costola salafita, spetterà il lavoro sudicio e quotidiano di soffocare lentamente, senza far troppo chiasso (l’ipocrisia occidentale non vuol essere turbata nei suoi accomodamenti), quella rivoluzione pregna di altre rivoluzioni, il suo entusiasmo, la sua verginità spirituale, la virtù di sognare. Perché questo fu la Primavera araba, una sobillazione miracolosa di giovani, del quinto elemento del mondo, l’unica classe rivoluzionaria che ci è rimasta. Non sopravviverà a questa potatura atroce. Oggi è di nuovo il momento dei piccoli macchiavelli della moschea, a parole anche loro rivoluzionari, ma non come i ragazzi e le piazze: non per muovere la vita, ma per bloccarla. Il termidoro islamico avanza ovunque. Anche in Tunisia la gioia della primavera si appanna, ecco di nuovo l’aggrapparsi al passato; il doppiopetto e le cravatte esibite dai nuovi dirigenti davanti agli ospiti occidentali, non ingannino. Torna la favola della grandezza salafita o la compiutezza di un islam detentore della verità assoluta, l’uso del passato come identità, un museo di illusioni che interessa solo gli arabi. L’orizzonte si rinchiude. Ed è l’Egitto il tassello decisivo, perché è stata la duplicazione della rivolta nelle piazze del Cairo e di Alessandria che ha dato a un evento limitato la dimensione di un sisma generale. Vinceranno questi politicastri viscidi, con le loro vecchie terapie cincischiate rimesse fuori con una certa aria di pulitezza e di comodità? Ci sono cuori dove certe parole lasciano il bruciore per sempre. Erano liberi e nuovi. Lo spirito di rivolta è giovane, più che giovane è adolescente: sopra ogni mezzo, al di là di ogni mezzo.

 

AVVENIRE di sabato 26 maggio 2012

Pag 2 La democrazia d’Egitto, sorprese e inquietudini di Luigi Geninazzi

Al primo turno transizione incompleta

 

Il bello della democrazia è che non si conosce il nome del vincitore prima di andare a votare. Un’esperienza del tutto nuova per gli egiziani che si sono recati alle urne per le prime elezioni libere di un presidente nella storia del mondo arabo. Il brutto può arrivare dopo, con l’esito del voto. I risultati ufficiali saranno resi noti fra qualche giorno, ma sulla base dei primi dati sembra quasi certo che ad affrontarsi nel cruciale ballottaggio del 16 e 17 giugno saranno un rigido islamista come Mohammed Mursi, esponente dei Fratelli Musulmani, ed un militare legato al vecchio regime come Ahmed Shafiq, già capo dell’ultimo governo di Mubarak. A sorpresa hanno raccolto più voti dei candidati che risultavano in testa nei sondaggi della vigilia, i cui pronostici andavano a favore di Amr Moussa, l’ex segretario della Lega Araba che si presentava come garante della laicità, e di Abul Fotouh, islamista moderato, in aperta polemica con la Fratellanza di cui era autorevole membro fino ad un anno fa. Il vecchio diplomatico e il non più giovane professore si erano scontrati duramente in un faccia a faccia televisivo dando l’impressione di considerarsi reciprocamente come l’avversario da battere. A quanto pare gli elettori non hanno gradito la loro baldanzosa sicumera, ripiegando su candidati tipo 'usato sicuro'. La gran parte degli egiziani ha seguito le indicazioni dei Fratelli Musulmani che anche questa volta hanno messo in campo la potentissima macchina organizzativa con cui avevano ottenuto un grande successo nelle elezioni parlamentari. E così, sebbene Mursi fosse 'una ruota di scorta', un funzionario grigio chiamato a sostituire il ben più autorevole al-Shater, (escluso dalla gara presidenziale insieme a tanti altri aspiranti), ha finito con il raccogliere il più alto numero di consensi. Sul versante opposto coloro che non vogliono uno Stato teocratico all’insegna della sharia hanno preferito puntare sulla figura di un laico convinto, benché legato all’ex rais, come il generale Shafiq, uomo d’ordine sostenuto dai cristiani copti che si sentono minacciati dall’estremismo islamico. L’Egitto si trova ad un bivio drammatico. Se il nuovo Faraone destinato a succedere a Mubarak sarà l’islamista Mursi il mondo dovrà prendere atto che il movimento dei Fratelli Musulmani ha conquistato tutte le leve del potere nel più importante Paese arabo, pilastro fondamentale degli equilibri geo-politici in Medio Oriente. Un’eventualità cui la giunta militare di Tantawi, la sfinge che veglia sulla complicata transizione egiziana, potrebbe cercare di opporsi in tutti modi, anche con un golpe. Se invece dovesse trionfare il generale Shafiq, riesploderebbe la protesta di piazza Tahrir. I giovani rivoluzionari della primavera araba non sono riusciti a costituire un nuovo soggetto politico, ma non hanno perso la capacità di mobilitazione, soprattutto contro un felul, un residuato del vecchio regime che avesse l’ardire di sedersi sulla poltrona presidenziale. Ed è facile prevedere che a dare man forte alla protesta sarebbero i movimenti islamici, proprio come accadde quindici mesi fa. Scenari diversi, ma tutti inquietanti, aggravati dal fatto che l’Egitto non ha ancora una nuova Costituzione, perché l’Assemblea che dovrebbe redigerla è paralizzata dai veti incrociati dei suoi membri. Come ha fatto notare il giornale al-Ahram, eleggere un presidente prima di averne fissato le prerogative è lo stesso che celebrare le nozze in assenza di un codice matrimoniale. Votare non basta, ci vogliono delle regole. È il bello, e il difficile, della democrazia. Anche di quella che si vuole costruire all’ombra delle Piramidi.

 

Pag 27 La paura non canta di Riccardo Maccioni

Parla Roberto Vecchioni, che stasera terrà un concerto nell’ambito del Festival biblico: “Il Vangelo è ancora rivoluzionario”

 

Non una raccolta di successi ma un’antologia. Roberto Vecchioni ama definire così il disco e il tour, che riassumono quarant’anni di racconti di vita diventati canzoni. Da Luci a San Siro a Un lungo addio , dai grandi hit ai brani più recenti, la colonna sonora di un pezzo di storia del nostro Paese e insieme uno sguardo d’artista sull’infinità varietà di sfumature che rende unica ciascuna delle nostre esistenze. I colori del buio è un viaggio in 33 brani che stasera farà tappa a Vicenza, accendendo di suoni e parole l’VIII edizione del Festival biblico (alle 21.30 in piazza dei Signori). «Il tema scelto per questa edizione è bellissimo – spiega Vecchioni –. Di solito si punta sul “positivo”, sulle aperture, qui invece la riflessione è declinata in difesa, si parla del normalissimo atteggiamento di timore e meraviglia degli uomini di fronte a quello che si vedono intorno». La citazione del Vangelo di Marco intorno a cui si snoda la rassegna veneta – «Perché avete paura?» – sembra quanto mai adatta al momento che stiamo vivendo. «È un tema antichissimo, che sprofonda nella notte dei tempi – sottolinea Vecchioni –. Le religioni rivelate tentano di eliminare o di mettere in altra luce le paure delle creature, ma non possono sconfiggerle del tutto». In questo senso la scelta del quarto capitolo di Marco è quanto mai significativa. «È l’episodio della tempesta: il Signore dorme tranquillo a poppa mentre i suoi discepoli tremano di paura perché l’acqua arriva sulla barca. Gesù ci fa capire che, finché c’è lui, non dobbiamo temere nulla». «La speranza dalle Scritture» è in effetti il sottotitolo della rassegna. «Siamo dentro un disegno di cui Dio prima e suo Figlio poi ci hanno dato delle spiegazioni abbastanza chiare – aggiunge Vecchioni –, che ci parlano della sconfitta del dolore, della morte, della fatica. Il loro motivo no, perché al momento trascende la nostra facoltà di comprensione, un’incapacità che tuttavia la fede rintuzza».

In questo momento di che cosa dobbiamo avere maggiormente paura?

«Direi della confusione, cioè la situazione in cui per ragioni strettamente sociali e culturali i popoli non si trovano d’accordo sul concetto di Dio. Stiamo mischiando troppe idee, creando complicazioni che possono portare a conflitti, lotte, ribellioni. La temperanza e la pazienza, virtù che troppo spesso mancano, esprimono forza, non debolezza».

In questo senso la Bibbia è una risposta?

«Soprattutto il Vangelo perché non c’è niente di più universale, che sappia avvolgere tutti, senza differenza di caste o di sesso. L’Antico Testamento ha pagine e racconti bellissimi ma tutti orientati al cammino, alla salvezza di un popolo. Lo dico sapendo che Israele è metafora del mondo intero».

Lei non ha mai nascosto una grande amore per il Vangelo, per il Discorso della Montagna in particolare.

«È il vertice di ogni religione, di ogni confessione, di ogni fede. Con le Beatitudini, che non sono promesse gratis, Gesù ci dà la certezza che gli ultimi, i più malversati saranno i primi. Dona significato a situazioni del nostro mondo che altrimenti non avrebbero senso».

È la novità del Vangelo.

«Non credo esista nessun libro più rivoluzionario. Il comandamento unico che li compendia tutti, quello di amare chi non ci ama, non ha raffronti nella storia dell’umanità».

Passare dai principi alla pratica però non è facile. Credere implica un cammino, delle tappe.

«Io ho quasi pena per chi nasce con una fede eccezionale. Preferisco la ricerca più minuziosa, il porsi domande in modo più concreto. E poi nelle Scritture, se le sappiamo leggere, ci sono già tutte le risposte».

Una riflessione che, da parte sua, implica alcune sicurezze di fondo.

«C’è la certezza che nulla può essere casuale, tutto è causato. Il fondamento della fede è che c’è una ragione, che viviamo di emozioni, di sentimenti, di lacrime, di amori. E tutto questo non può nascere da un grande bang ».

Detto in altro modo, alla base di tutto c’è la vita, quella che, in tutte le sue infinite sfumature, Vecchioni ha cantato in quarant’anni di carriera. Un cammino che stasera farà tappa a Vicenza. «Con I colori del buio ripropongo le mie canzoni come sono nate, nelle loro versioni storiche, originali, con gli arrangiamenti di allora. Le propongo in versione in parte cantautorale e in parte sinfonica, per cui ci sarà anche un trio d’archi». Un concerto, un disco che è il racconto di una vita. «Voltandomi – conclude Vecchioni – ho visto tutti i colori che l’hanno accompagnata e di cui mentre li vivevo non mi rendevo conto. Adesso mi accorgo che erano importanti».

 

IL GAZZETTINO di sabato 26 maggio 2012

Pag 1 Così il Cavaliere cerca di rimettersi al centro dei giochi di Marco Conti

 

Se qualcuno aveva ancora qualche dubbio, forse ieri se lo è definitivamente tolto: Silvio Berlusconi non ha nessuna intenzione di farsi da parte. Tantomeno di godersi meritati riposi ad Antigua o nella villa sarda. Sicuro di possedere ancora uno zoccolo duro di consensi intorno al 15% e che «non possono che crescere», certo che senza il suo contributo non si possa fare nessuna riaggregazione dei moderati, il Cavaliere rovescia di nuovo il tavolo delle intese istituzionali, come fece nel '97 con la Bicamerale, e lancia una riforma presidenzialista alla francese. Sponsorizzare, tra le austere e noiose mura del Senato, un sistema istituzionale alla francese che obbligherebbe il Parlamento a riscrivere intere parti della Costituzione, ha come primo obiettivo quello di affossare quel pacchetto di riforme istituzionali che una pattuglia bipartisan di senatori aveva appena votato e che, oltre a dare più poteri al presidente del Consiglio e a introdurre la sfiducia costruttiva, si sarebbe dovuto concludere con una legge elettorale sostanzialmente proporzionale. Spinto dalle pressioni del partito, che dopo la batosta elettorale lo ha duramente invitato a prendere un'iniziativa o a lasciare Alfano più libero, Berlusconi parte all'attacco e propone a un sistema politico consumato e insidiato dal grillismo di cambiare completamente il campo da gioco e le regole del viver democratico. Una proposta che, di fatto, sorprende anche buona parte del Pdl che puntava su una riedizione del sistema proporzionale per salvare antiche e immarcescibili identità. Con l'annuncio di ieri Berlusconi pensa di aver fermato l'emorragia rimettendosi al centro del confronto politico, anche a costo di lasciare ancora una volta ad Alfano il ruolo di comparsa che legge un canovaccio scritto altrove e inciampa in lapsus freudiani. Il Pdl ieri si è schierato compatto sulla proposta presidenzialista del Cavaliere, ma la spaccatura tra falchi e colombe continua ad esserci sul «piano B». Ovvero su cosa fare qualora la proposta di riforma non dovesse decollare. Berlusconi anche su questo punto è stato chiaro difendendo l'attuale legge elettorale che si sarebbe beccata la definizione di Porcellum solo perché al Senato riparte il premio di maggioranza su scala regionale. Versione minimalista che punta a salvare il principale «pregio» che gratifica le oligarchiche classi dirigenti dei partiti: la scelta dei parlamentari da eleggere. Su questo «pregio» da conservare si schiera la pattuglia dei falchi del Pdl che da tempo punta sulla scomposizione del partito tra un'ala di fedelissimi e la nascita di una galassia di sigle che dovrebbero ripetere appartenenze da prima Repubblica. Queste due realtà, insieme ad un paio di liste civiche nazionali e all'eventuale apporto di movimenti come quello di Montezemolo (che il Cavaliere quota al 5%), dovrebbero comporre la nuova area moderata pronta alla sfida con il Pd, grazie anche ad un candidato premier che il Cavaliere spera di poter individuare nei report che riceverà dall'assemblea dei «formattatori del Pdl» che si riunirà oggi a Pavia. Mantenere il controllo sulle liste e, ovviamente sulla cassa del partito, resta per Berlusconi la garanzia sulla quale poggiare per avere un peso nella prossima legislatura anche in caso di vittoria del centrosinistra. Il Cavaliere non molla ed è convinto di poter ripartire da uno zoccolo duro che non lo abbandonerà mai. Restano però le incognite rappresentate da ben 16 milioni di voti ancora senza padrone e dai processi di Milano.

 

LA NUOVA di sabato 26 maggio 2012

Pag 1 Tranquilli, resterà tutto così di Luigi Vicinanza

 

Arieccolo. Scortato da Angelino senza-il-quid, il Cavaliere è ricomparso nell’agone politico. Tra le macerie. Il suo Pdl preso a schiaffi dagli elettori, la Lega affondata dal Trota, il beppegrillismo trionfante con quattro sindaci e il Pd mezzo vincitore e mezzo intronato come al solito. Lui ci prova: facciamolo alla francese. Il sistema elettorale, ovviamente. Semipresidenzialismo con doppio turno di voto che garantisce governabilità e alternanza, aggrega intorno ai partiti maggiori le forze consimili, esclude le ali estreme e, non per ultimo, dà grandi poteri al presidente della Repubblica eletto direttamente dal popolo. In teoria, insegnano i costituzionalisti, è un buon sistema. Nella pratica dei nostri tempi è ancor meglio. Osserviamo infatti la Grecia schiacciata dai suoi debiti e da una partitocrazia litigiosa fondata sul sistema proporzionale. Atene ha votato il 6 maggio nello stesso giorno in cui ha votato Parigi. Ma mentre i greci disperati sono senza governo e torneranno alle urne a metà giugno, i francesi hanno scelto Hollande e il suo socialismo spumeggiante. Effetto di una legge elettorale sperimentata: dopo il voto subito il governo. Ecco perché il doppio turno alla francese è una buona proposta. D’altra parte in Italia qualcosa di simile già c’è: è il sistema per scegliere i sindaci nei comuni con più di 15mila abitanti; elezione diretta, eventuale ballottaggio, vincolo dei due mandati. Introdotto nel 1993 da vent’anni ormai sta garantendo stabilità nei municipi, se non buona amministrazione. Fini, quando ancora era il leader di An, lanciò inascoltato l’immaginifica proposta di eleggere il “sindaco degli italiani”, un presidenzialismo ricalcato sull’esperienza dei primi cittadini delle tante capitali d’Italia. Per il doppio turno ha sempre tifato Veltroni ma non tutta la sinistra. La proposta di Berlusconi dunque ha speranze di successo? Tranquilli, non se ne farà nulla. Non ci sono le condizioni, ha detto Bersani stoppando subito la proposta. Che non ci siano i tempi per una riforma costituzionale così delicata lo sa bene pure Berlusconi. Manca meno di un anno alla fine della legislatura, non si è cambiata la legge quando c’era tutto il tempo a disposizione e un’ampia maggioranza parlamentare; figuriamoci adesso. Tuttavia Silvio il redivivo non rinuncia allo show: io vorrei cambiare questo paese ma come al solito i conservatori di sinistra mi bloccano. Recitando un copione di successo per quasi un ventennio ha incassato applausi. Ora il Cavaliere azzurro calcio sta proprio uscendo di scena incalzato dal Cavaliere rosso Ferrari. Chi intercetterà il consenso del popolo di centrodestra, circa 15 milioni di voti potenziali? Montezemolo, secondo alcuni sondaggisti, se trasformasse in lista civica la sua ItaliaFutura potrebbe arrivare tranquillamente al 20 per cento. Al risultato finale in termini di seggi però non è indifferente il sistema di voto scelto. Appena prima che si consumasse lo choc di Parma, la troika Quagliariello-Violante-Adornato stava lavorando al ritorno del proporzionale su mandato di ABC – Alfano, Bersani, Casini – ma la paura di un Parlamento geneticamente mutato dalla massiccia presenza di grillini ha bloccato l’accordo scellerato. Resta in piedi sempre e soltanto il “porcellum” la peggiore legge elettorale della storia repubblicana. Parlamentari nominati dalle oligarchie romane anziché selezionati dagli elettori. Una porcata, appunto. Il quotidiano del Pd, “l’Unità”, preannunciando ieri la mossa berlusconiana lamentava il timore che così potesse saltare il cosiddetto “tavolo delle riforme”. Quanta ipocrisia anche a sinistra. Alla fin fine il “porcellum” piace all’una come all’altra parte. La forma più pericolosa di antipolitica è questa. Purtroppo.

 

Pag 1 Questo fisco esoso è una bomba di Francesco Jori

 

Sarà che un pizzico di Goldoni ce l’abbiamo nel Dna; sta di fatto che in Veneto riusciamo a metterci del comico anche nelle cose serie. Le “milizie antifisco” raccontate da “L’Espresso” sono un po’ come il tanko dei Serenissimi all’assalto del campanile di San Marco: la rivendicazione federalista affidata a un misto tra un trattore e un carro allegorico travestito da blindato. Oggi, un tema ancor più scottante come le tasse filtrato attraverso un gruppetto in maschera di sedicenti miliziani capaci di sparare solo parole. Patetici, tra l’altro, nell’immancabile richiamo a San Marco: forse non hanno ben chiaro come e quanto la Serenissima torchiasse la gente di terraferma, arrivando a mettere in vendita le piccole botteghe dei modesti evasori; e usasse invece un occhio di riguardo per il notabilato locale, alleggerendo il prelievo in cambio di pace sociale e aiuto militare. I miliziani dell’odierno Veneto, tra l’altro, non hanno nemmeno il copyright della novità. Già nel maggio 1996 le cronache locali e nazionali si occupavano diffusamente del battagliero gruppetto della Life capeggiato da Fabio Padovan, che lanciava gli stessi slogan, cavalcava le stesse proteste, minacciava le stesse ritorsioni. Senza mai tirare nemmeno un petardo. E senza riuscire a modificare una virgola, anzi. Oggi la situazione è tutt’altro che goldoniana, specie in una fase di crisi come l’attuale. Anche perché si trascina dall’unità d’Italia. Era il 1870 quando Quintino Sella, mitico ministro delle Finanze, avvertiva (inutilmente) che «la corda della pazienza per le tasse e relative molestie è arcitesa, e ci vuole più poco a strapparla del tutto». E nel 1924 Piero Gobetti nella sua “Rivoluzione liberale” segnalava (inutilmente) che «in Italia il contribuente non ha mai sentito la sua dignità di partecipe della vita statale… paga bestemmiando lo Stato». Se in Veneto i nervi sono più scoperti che altrove, molto dipende dal fatto che il piccolo imprenditore nostrano si trova a dover pagare più del doppio delle tasse del suo concorrente vicino di casa, dall’Austria alla Slovenia, e a dover far fronte a molte tonnellate di burocrazia in più. Così investire all’estero diventa attraente, come dimostra la risposta alle periodiche incursioni ad esempio del Land e delle banche della Carinzia, impegnate in fruttuose campagne-acquisti. D’altra parte, è stato un industriale ed ex politico di vaglia come Riccardo Illy ad avvertire (pure lui inutilmente…) che si può votare anche con i piedi: nel senso che, sempre per fare un esempio, a Gorizia basta che un imprenditore attraversi la strada per trovare, in terra slovena, condizioni ben più vantaggiose. La realtà è chiarissima: abbiamo un Fisco esoso e pieno di complicazioni burocratiche, che castiga ferocemente chi non paga i debiti in poche settimane, ma che non onora i propri per mesi e anni; in cambio di queste entrate, lo Stato eroga servizi troppo spesso da terzo mondo. È una situazione critica soprattutto in un’emergenza come l’attuale, in cui il cittadino normale sopravvive con fatica, mentre il Fisco studia come spremerlo ancora di più, arrivando a ipotizzare perfino una tassa su cani e gatti. È una bomba potenziale, che si disinnesca solo con la prevenzione, cioè modificando questo iniquo sistema. Tenuto in vita per decenni, anzi aggravato, da soggetti e in luoghi ben più temibili delle cene in trattoria di presunti miliziani con lo schioppetto di legno caricato con un tappo in sughero.

 

Torna al sommario