RASSEGNA STAMPA di venerdì 2 marzo 2012

 

SOMMARIO

 

Tra i molti pezzi scritti in ricordo di Lucio Dalla - colto improvvisamente ieri mattina dalla morte che lui definiva semplicemente “solo la fine del primo tempo” - segnaliamo quello affidato da alle pagine dell’Osservatore Romano: “È stato spudoratamente se stesso, nel bene e nel male, in un’epoca in cui si cerca di apparire e basta, prima ancora di essere. Lucio Dalla fa parte di una generazione di artisti che sembra non lasciare eredi. Non sono in molti ad avere la stessa voglia di cercare la verità, magari anche sbagliando strada. Ma cercarla distillando la proprie zone segrete per condividerle con la gente. Non lo conoscevo così bene da poter tracciare un suo profilo. Sicuramente in queste ore quanti gli sono stati vicini, e con lui hanno collaborato, possono contribuire, in modo più preciso, a ricordarlo come merita. Nel mio piccolo posso però condividere qualche ricordo. Di Dalla porto sempre con me due lampi spirituali. Il primo ha come cornice il sagrato di una chiesa di Bologna. Ci conoscevamo, ma non così bene. Un rapporto iniziato con un’intervista sulle ragioni della fede e poi proseguito proprio perché il tema di quel colloquio non si esaurisce certo con una manciata di domande. Insomma, siamo nel centro di Bologna: mi afferra il braccio, resta un attimo in silenzio, come fosse sospeso in attesa che qualcosa arrivasse da chissà dove, e poi se ne esce con quel «Dio è il più grande regista di tutti i tempi, è insuperabile perché ha ispirato i Salmi, cioè un nuovo modo di comunicare la religiosità che affascina anche chi non crede». Sorpreso, gli chiedo la ragione del suo interesse per i Salmi. La sua risposta rivela che non si tratta della passione di un momento; c’è un lavorìo interiore: «Sono i primi video-clip della storia, sono sceneggiature, come sempre il Signore è avanti». Così mi è sembrato naturale che Dalla abbia messo in musica proprio i Salmi. Ci teneva a dire, lo ricordo bene, che si era accostato a quel lavoro «in maniera laica senza dimenticare di essere credente». Prevenendo l’inevitabile richiesta di chiarimenti, con quel suo fare sempre un po’ clownesco, ma con un fondo di fine sensibilità e di spessore umano, mi dice che per lui «sotto ogni forma d’arte c’è Dio e l’arte stessa è un dono divino che unisce la gente e la fa vibrare». L’incontro davanti alla chiesa bolognese sta per terminare. Dalla ha fretta, lo sta aspettando un impegno di lavoro ed è già in ritardo. Butto là una domanda, solo per strappargli ancora qualche idea: ma i Salmi oggi servono ancora o sono datati? Domanda non da premio giornalistico, ma almeno ha il merito di interessarlo. Ci siamo già dati la mano per congedarci ma si blocca. Guarda l’orologio. Ha fretta ma vince per un istante la voglia di parlare di spiritualità: «Dio non lascia mai indifferenti. I Salmi ti cambiano, non sei più come prima di averli letti. Noi musicisti siamo antenne in una società che sta divenendo sempre più immagine e sempre meno parola. Assistiamo, impotenti, allo svilimento della parola. I Salmi non corrono questo rischio perché sono parola e immagini, un mix che è energia. Dinamite pura». Secondo lampo. Sempre a Bologna, settembre 1997. Mancano pochi minuti all’esibizione davanti a Giovanni Paolo II, nell’ambito del Congresso eucaristico italiano. Ci sono artisti di prim’ordine, Bob Dylan sopra tutti. Non è un novellino, eppure Dalla è emozionato. Lo si vede. Lo riconosce. «Il Papa è il Papa, non è mica uno scherzo». Ha ragione. Afferro l’occasione per parlare ancora insieme di Dio. E in quel contesto Dalla tira fuori una professione di fede chiara e disarmante: «Sono credente. Credo in tutto ciò in cui si può credere, in Dio come nell’arte, nel mare, nella vita. Credo in Dio perché è il mio Dio. Lo riconosco negli uomini, nei poveri soprattutto, in tutti coloro che hanno bisogno di aiuto. Mi ha sempre colpito la decisione di Cristo di nascere povero. Lui, povero, è il futuro. La fede cristiana è il mio unico punto fermo, è l’unica certezza che ho». Ricordo il suo sguardo e poi un gesto che rivela il suo essere grande uomo di palcoscenico: sicuro di avermi scosso mi fa un inchino, come a dirmi «ecco, era questo lampo di verità che volevi da me, no?». Credo di non andare troppo lontano dal vero indicando nella figura di Gesù il suo interesse più alto. Ogni volta che l’ho incontrato, era il nome che più ripeteva: «Gesù capiva la gente, i suoi amici erano pescatori, prostitute, persone semplici e povere». Come i personaggi delle tue canzoni, azzardai una volta. Nella sua risposta, sono certo, c’era anche un autoritratto in chiaroscuro: «Non siamo fatti tutti di sacro e profano? Non capita di guardare il cielo e di avere i piedi nel fango? Ma Gesù è un’altra cosa. Mi ha sempre emozionato il fatto che la persona guarita da Lui stava bene non perché finalmente poteva camminare o vedere ma perché, finalmente, aveva trovato qualcuno che si era identificato con lei, l’aveva capito fino in fondo». La fede, che ho in comune con Dalla, mi porta a credere che la sua speranza oggi sia già certezza” (a.p.)

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

AVVENIRE

Pag 2 Indagini sulla fede di Gianfranco Amato

Un emblematico caso irlandese

 

Pag 18 Un “nuovo inizio” per la Facoltà teologica del Triveneto di Sara Melchiori

 

IL FOGLIO

Pag 2 Il peso del “Vescovo” Martini sulla diocesi affidata al cardinale Scola di Paolo Rodari

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

AVVENIRE

Pag 1 La grande priorità di Giancarlo Galli

Prima di tutto la gente

 

Pag 9 Disoccupazione record. Mai così dal 2001: 9,2% di Giuseppe Matarazzo

Per i giovani 5° mese oltre la soglia d’allarme: a gennaio senza lavoro 31,1%

 

Pag 15 “Cognome allargato? No, l’identità è a rischio” di Paolo Ferrario

Il giurista Gambino: molti dubbi sulla legge che, dopo il divorzio, permette di assegnare al figlio anche il nome del nuovo marito

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 I numeri (veri) sui giovani disoccupati di Gianpiero Dalla Zuanna

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 5 Un pensionato su due sotto i mille euro al mese. La Cgil: “Misure urgenti” di Giovanni Viafora

Oltre 133 mila in Veneto non superano la soglia di povertà

 

LA NUOVA

Pag 25 Le mamme si licenziano: “Dimissioni in bianco” di Marta Artico

L’anno scorso 469 donne nella provincia di Venezia hanno lasciato il lavoro poco dopo la nascita del bimbo. Il sindacato: “Va fatta chiarezza”. Crescono le chiamate al Telefono Donna

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

IL GAZZETTINO

Pag XIV “Don Vecchi 5”, spunta l’ipotesi del Terraglio di Alvise Sperandio

Il Comune è prossimo all’accordo per ottenere un’area da 11mila metri per la struttura destinata agli anziani

 

Pag XIV L’asilo “sfrattato” andrà all’ex scuola di inglese di Raffaele Rosa

C’è l’ok della Curia

 

Pag XXI Staccano la mano a Sant’Antonio di Gianluigi Dal Corso

Furto nella notte della chiesa di Gambarare: presa di mira l’antica statua. I malviventi fuggono con due parti dell’opera: il Bambin Gesù e il Vangelo

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 8 Stop alle grandi navi a San Marco ma solo quando ci sarà l’alternativa di Alberto Zorzi

Approvato il decreto anti-inchini: in laguna una sola nave per volta

 

LA NUOVA

Pag 23 Segre: “M9, un unico grande cantiere” di Mitia Chiarin

“Certi di poterlo realizzare, basta che non sia visto come un’aggressione. Prima i negozi? Leggenda metropolitana”

 

8 – VENETO / NORDEST

 

LA NUOVA

Pag 1 Tesorerie, la protesta è fondata di Gilberto Muraro

 

Pag 11 L’assessore senza quattrini bussa al mondo del sociale di Renzo Mazzaro

Remo Sernagiotto propone alle Case di riposo la gestione dell’assistenza sia residenziale che domiciliare: è la prima apertura dopo un anno di litigi

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 1 Quei “demoni” del focolare di Gabriella Imperatori

Gli uomini e le violenze in casa

 

10 – GENTE VENETA

 

Tutti gli articoli segnalati di seguito sono pubblicati sul n. 9 di Gente Veneta in uscita sabato 3 marzo 2012:

 

Pagg 1, 4 – 5 Schiavi di un videogioco online di Paolo Fusco

Storie di ragazzi e adulti (di casa nostra) strappati alla vita reale da un passatempo in internet. Sono più di quanto di pensi: le regole per non cascarci

 

Pag 1 Tra streghe e folletti: il magico regno di Economia di Sandro Vigani

 

Pag 3 “Che io sia il vescovo di tutti i veneziani” di Serena Spinazzi Lucchesi

Primo incontro del Patriarca Moraglia a Venezia con sacerdoti, religiosi e laici della diocesi

 

Pag 7 “Le primarie? Convengono a tutti” di Marco Andriolo

Il politologo Valbruzzi alla Scuola sociopolitica del Patriarcato: “Attivano la partecipazione dei cittadini riavvicinandoli alla politica. E se è vero che i partiti prima si dividono, una volta decisi i candidati si ricompattano per il voto”

 

Pag 11 Laboratori Caritas: un’esperienza da diffondere di Daniela Ghio

Sono presenti in sei dei tredici vicariati, per offrire alle singole Caritas parrocchiali un’attività di collegamento, scambio ed elaborazione comune delle iniziative. Servizi caritativi: cresce la fame di volontari e risorse economiche

 

Pag 13 Grest 2012: la protagonista sarà Stella di Laura Campaci

Preparato anche quest’anno a livello veneto, il sussidio sarà presentato venerdì 9 marzo alle 20.30 a Zelarino. La colonna sonora dell’estate: ecco le musiche del Grest

 

Pag 14 Nasce Tiberiade, negozio per la carità e la sobrietà di Francesca Catalano

A Venezia, grazie all’impegno del gruppo sposi di S. Silvestro e S. Canciano, è stato aperto un locale in cui si vendono abiti, utensili per la casa e oggetti vari, usati e in buono stato. Il ricavato va alle missioni di strada e alle famiglie in difficoltà economica

 

Pag 17 Cresce (anche in mattoni) l’Università salesiana di Paolo Fusco

Aumentato il numero di iscritti (che oggi toccano i 1.200), c’era bisogno di nuove aule e nuovi uffici. L’inaugurazione ufficiale avrà luogo a fine maggio. I corsi Iusve: da Psicologia dello sport a Criminologia

 

Pag 19 I Comuni incontrano i giovani: “Progettiamo il da farsi” di Silvia Tessari

Convegno sabato scorso a Mira tra amministratori e associazioni giovanili per avviare iniziative nate dal reciproco confronto. Agesci e patronati, i giovani cattolici vogliono avere a che fare con la politica

 

Pag 24 Angela, il politico di Laura Campaci

Il papà di Superquark a Ca’ Foscari: “La riforma? Introdurre il merito. Il timore? Che la tecnologia sia troppo veloce”

 

Pag 25 Oasis: la primavera araba ha molte cose da dire all’Occidente di Giorgio Malavasi

Il nuovo numero della rivista analizza l’idea di uomo che sta dietro i moti d’Africa. Nuova sede a Mestre e Comitato scientifico, in giugno, a Tunisi

 

11 – TELECHIARA

 

La nuova puntata di Camper Venezia – in onda venerdì 2 marzo su Telechiara (canale 14 del digitale terrestre) alle ore 18.50 e alle 23.30 (con replica il sabato mattina alle 9.10) – contiene un’intervista al priore della comunità di Bose Enzo Bianchi, in questi giorni a Venezia, ed una conversazione con suor Eugenia Bonetti (responsabile Usmi nazionale dell’ambito “tratta donne e minori”, invitata la settimana scorsa a Jesolo) sul tema della dignità ferita e spezzata delle donne. In programma, inoltre, le consuete anticipazioni dal nuovo numero del settimanale diocesano Gente Veneta. “Camper Venezia” va sempre in onda, poi, su Bluradio Veneto (fm 88.7 – 94.6) ogni domenica alle ore 9.30.

 

… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 La polveriera iraniana di Angelo Panebianco

I rischi di guerra e l’assenza dell’Europa

 

Pag 1 Troppe timidezze, lo Stato batta un colpo di Marco Imarisio

Isolare i violenti

 

Pag 1 “So di essere un omino buffo” di Aldo Cazzullo

Lucio Dalla, genio e ironia. Addio al poeta della musica

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 L’Opa ostile sul Professore di Massimo Giannini

 

Pag 1 Nella dacia di Putin: “Io, l’opposizione e la nuova Russia” di Ezio Mauro

Intervista al leader alla vigilia del voto: non userò la forza con gli avversari

 

LA STAMPA

La coalizione che uccide il bipolarismo di Luigi La Spina

 

Un penoso déjà-vu di Lucia Annunziata

 

IL FOGLIO

Pag 3 Tutti per l’Italia

Il Cav. pensa a un rilancio di idee e a un cartello elettorale nuovo

 

AVVENIRE

Pag 2 Myanmar si avvicina alla libertà dalla paura di Gerolamo Fazzini

Il lento cammino a 50 anni dal golpe

 

Pag 2 Un clown raffinato che ha acceso una luce nuova di Gigio Rancilio

La morte di Dalla, imprevedibile funambolo

 

Pag 24 Neonati di scarto, filosofi contro di Viviana Daloiso

 

Pag 26 “Ho ancora tanti dubbi ma Dio è una certezza” di Angela Calvini e Stefano Andrini

Dalla, quella fede nata tra i domenicani. Di sé diceva: “E’ Gesù il mio unico punto fermo”

 

L’OSSERVATORE ROMANO

Pag 5 Davanti al regista più grande di Giampaolo Mattei

Ricordo di Lucio Dalla

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 Questa Tav s’ha da fare di Paolo Graldi

 

Pag 1 Genio innovatore della tradizione italiana di Giò Alajmo

Addio a Lucio Dalla, poeta di parole e musica

 

 

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3 – VITA DELLA CHIESA

 

AVVENIRE

Pag 2 Indagini sulla fede di Gianfranco Amato

Un emblematico caso irlandese

 

Monsignor Philip Boyce, vescovo di Raphoe, antica diocesi irlandese fondata da sant’Adamnano, è ufficialmente inquisito per alcune parole recentemente pronunciate durante un’omelia nel santuario di Nostra Signora di Knock. L’accusa è di incitamento all’odio e conseguente violazione del Prohibition of Incitement to Hatred Act del 1989, la legge irlandese che regola la materia. A denunciarlo è stato un attivista ateo, John Colgan, noto come dirigente del movimento Campaign to Separate Church and State, dopo che il sermone di Boyce, intitolato «Confidare in Dio», è stato rilanciato dalla stampa locale, tra cui l’Irish Times che alla vicenda ha dedicato un articolo. Nella denuncia presentata alla Garda Síochána, la polizia irlandese, John Colgan ha rinfacciato al vescovo due frasi dell’omelia: quella in cui monsignor Boyce ha sostenuto che la «Chiesa cattolica irlandese è aggredita dalle frecce di una cultura laicista e senza Dio», e quella in cui ha affermato che «il segno distintivo dei credenti cristiani sta nel fatto che essi hanno una prospettiva futura, nel senso che, pur non sapendo in dettaglio cosa aspetta loro dopo la morte, essi sanno che la loro vita non finirà nel vuoto». Nella denuncia Colgan ha specificato che le affermazioni del vescovo «rappresentano un incitamento all’odio nei confronti dei dissidenti, degli outsider, dei laici, che sono in realtà ottimi cittadini secondo la legge civile». «Quelle affermazioni – secondo Colgan – sono sintomatiche della cronica avversione nei confronti dei laici, degli atei, eccetera, che si è concretizzata nell’ostracismo di tutti gli altri bravi cittadini irlandesi che non condividono gli obiettivi della pastorale ecclesiastica irlandese diretta dal Vaticano». A supporto della denuncia, lo stesso Colgan ha citato studi che mostrerebbero «l’esistenza di un vero e proprio pregiudizio dei cattolici e dei cristiani in generale nei confronti di agnostici e atei», pregiudizio che, sempre secondo Colgan, sarebbe «imputabile alla propaganda ostile diffusa nelle scuole e nei luoghi di culto dalle Chiese istituzionali». Dal canto suo, Boyce si è limitato a precisare che nel pronunciare l’omelia incriminata non ha mai inteso disprezzare nessuno, tantomeno coloro che non sono illuminati dalla fede. «Nutro il più profondo rispetto per ogni singola persona – ha ribadito il vescovo – poiché credo che tutti siamo stati creati a immagine di Dio. Al santuario di Knock ho desiderato incoraggiare e confermare la speranza dei credenti, anche in questi tempi tribolati, visto che la fiducia nel Signore era il tema di cui stavo trattando». Nel frattempo, il magistrato (Director of public prosecutions), cui la polizia ha trasmesso gli atti, sta ufficialmente indagando se il fatto di sostenere che la Chiesa cattolica è attaccata dalla cultura laicista possa configurare violazione del Prohibition of Incitement to Hatred Act. Questo episodio, incredibile ma reale, accaduto in un Paese di antica e salda tradizione cattolica, dovrebbe allarmare tutti, credenti e non credenti. In gioco, infatti, non vi è soltanto la libertà religiosa – che di per sé rappresenta un diritto inalienabile e fondamentale dell’uomo – ma anche la semplice libertà di parola. Vengono in mente le parole del presidente americano Roosevelt pronunciate nel suo celebre messaggio al Congresso del 6 gennaio 1941, noto come il discorso delle 'quattro libertà': «Nel futuro che noi cerchiamo di rendere sicuro, desideriamo ardentemente un mondo fondato su quattro libertà fondamentali dell’uomo. La prima è la libertà di parola e di espressione, ovunque nel mondo. La seconda è la libertà religiosa per qualunque credo, ovunque nel mondo. La terza è la libertà dal bisogno, ovunque nel mondo. La quarta è la libertà dalla paura, ovunque nel mondo». In quel lontano 1941 Roosevelt pensava alla tragica situazione degli oppressi da nazismo e comunismo. Non avrebbe mai potuto immaginare che le sue parole sarebbero servite anche per l’Europa del 2012.

 

Pag 18 Un “nuovo inizio” per la Facoltà teologica del Triveneto di Sara Melchiori

 

Al settimo anno di attività la Facoltà Teologica del Triveneto ha «osato un nuovo inizio». Il titolo della prolusione del Dies academicus (Osare un nuovo inizio. Prospettive neotestamentarie sulla nuova evangelizzazione), affidata a Thomas Söding, docente di Studi sul Nuovo Testamento all’Università di Bochüm ha trovato risonanze durante tutta l’inaugurazione dell’anno accademico. È stato il primo Dies senza il cardinale Angelo Scola - oggi arcivescovo di Milano - a cui il preside Andrea Toniolo, da poche settimane responsabile del Servizio nazionale per gli Studi superiori di Teologia e di Scienze religiose della Conferenza episcopale italiana, ha rivolto parole di riconoscenza e annunciato l’invito a svolgere una lezione in Facoltà. E per la prima volta, in questo contesto, è stata data voce agli studenti. Stefania Finali, a nome dei 2620 studenti (2150 sono laici), ha ricordato qualità di motivazione e formazione di quanti studiano teologia, sottolineando che è tempo di «interrogarsi in merito al tipo di contributo che una formazione di carattere teologico apporterebbe all’interno di ambienti ecclesiali o civili». Invocando una maggiore collaborazione tra facoltà teologiche e diocesi, ha anche auspicato che si acceleri «il processo di omologazione dei crediti formativi e il riconoscimento civile dei titoli». Temi ripresi dal preside: «Paesi laici come la Francia e la Spagna ci hanno preceduto, ottenendo già l’accreditamento e il riconoscimento civile». Toniolo ha evidenziato poi la necessità di una «valorizzazione della teologia nel mondo del lavoro», e constatato «la poca valorizzazione anche nel mondo pastorale dei nostri laureati in teologia e scienze religiose». Dobbiamo «reiniziare sempre» ha ricordato il vice gran cancelliere, l’arcivescovo di Padova Antonio Mattiazzo, a cui ha fatto eco il Gran Cancelliere, l’arcivescovo di Gorizia Dino De Antoni, rilanciando l’attenzione sul prossimo convegno di Aquileia: «a cui le Chiese del Nordest guardano con attesa e consapevolezza di cambiamenti sulla Chiesa e della Chiesa, necessari a 50 anni dal Concilio Vaticano II». In quest’ottica la Facoltà Triveneta rappresenta «una risorsa per la Chiesa e una promessa di novità per laici nella società attuale e nelle chiese locali». Sul tema della «nuova evangelizzazione», prioritario per la Chiesa del 21° secolo, Söding, partendo dall’esempio paradigmatico della Lettera agli Ebrei, ha ricordato che «ogni evangelizzazione è una nuova evangelizzazione», e sempre nuove sono la fede e «la vita che essa ispira». «È tempo di osare un nuovo inizio» in cui non vengano meno missione e catechesi ma in cui ci sia attenzione per il luogo della fede, là dove la vita della gente si fa concreta, in particolare la città: «il cristianesimo urbano deve determinare le forme della nuova evangelizzazione, i suoi mezzi e i suoi soggetti. Quale luogo della fede la città risulta particolarmente di sfida e di ispirazione, perché vi sta di casa la pluralità e la mobilità della modernità». Così intesa – ha concluso – la nuova evangelizzazione è una possibilità di riforma non solo per la Chiesa, ma anche per il mondo.

 

IL FOGLIO

Pag 2 Il peso del “Vescovo” Martini sulla diocesi affidata al cardinale Scola di Paolo Rodari

 

Roma. L’arcivescovo emerito di Milano Carlo Maria Martini trascorre le sue giornate ritirato a Gallarate, presso l'Istituto Aloisianum che ora ospita molti gesuiti anziani. Ma la sua personalità si fa sentire ancora, e parecchio, in diocesi, dove lo scorso 9 settembre si è insediato quale nuovo arcivescovo il cardinale Angelo Scola, chiamato dal Papa anche con l'intento di portare una linea diversa dopo gli anni del "cattolicesimo democratico" di Martini prima e Dionigi Tettamanzi poi. Le notizie che giungono da Milano, tuttavia, dicono che Scola deve lavorare ancora molto per fare sua la diocesi. La curia, in particolare, è saldamente in mano ai "martiniani" i quali, come è logico che sia, aspettano non senza una certa apprensione la prossima Pasqua, quando il nuovo arcivescovo comunicherà a tutti il "giro del fieno" (cioè il cambio degli incarichi di responsabilità della stessa curia). Martini, per Milano, è ancora oggi una figura di riferimento. Lo è per i cittadini, per molti fedeli e gioco forza anche per Scola. E anche se è difficile che possa influenzare il nuovo arcivescovo nelle sue scelte di comando, riesce a far sentire la sua voce in altro modo, ad esempio con uno dei suoi ultimi lavori editoriali: "Il vescovo" (Rosenberg & Sellier) un libro diretto in qualche modo anche al successore suo e di Tettamanzi. In poche pagine, infatti, Martini spiega "come si fa il vescovo", quali sono le prime decisioni che un nuovo presule di una diocesi deve prendere, quali sono le prime e le più importanti nomine da fare nel governo di una chiesa locale. Martini non si esime dal tornare sui cavalli sui quali è salito a lungo durante la permanenza a Milano, in particolare sul bisogno di maggiore collegialità e sinodalità nel governo della chiesa, la necessità di ridare voce alle chiese locali nel momento della scelta del nuovo vescovo riprendendo, tra l'altro, una proposta del cardinale Pompedda, scomparso nel 2006, canonista ritenuto di rango della curia romana. Martini non torna a riproporre un'idea a lui cara, quella di un Concilio Vaticano III dove discutere il tema dell'esercizio del potere nella chiesa, unti chiesa dove offrire maggiore poteri ai vescovi e meno al Papa, ma una sorta di monarchia collegiale, che comunque ricorda il metodo usato nei primi secoli. Allora influenti, nell'elezione dei vescovi non erano soltanto i presbiteri ma anche i laici con tutti i rischi e i pericoli del caso. Oggi non è più cosi. Il vescovo viene in qualche modo calato in diocesi dall'alto, una prassi che non soddisfa appieno Martini: “Il sistema perfetto è ancora da inventare" anche perché "occorre tenere conto che tra gli uomini esiste una debolezza chiamata 'ambizione', dalla quale è importante sapersi difendere il più possibile". L’ambizione come anche il carrierismo sono mali contro i quali più volte ha usato parole dure anche Benedetto XVI. Martini non dice la sua soltanto sull'elezione dei vescovi; ma anche sulle loro dimissioni. Forse non tutti lo ricordano, ma era una sua convinzione che si potesse introdurre una sorta di ministero episcopale "a tempo": lui stesso lo chiese a Giovanni Paolo II: nel 1990 voleva lasciare la guida della diocesi di Milano dopo appena dieci anni da arcivescovo. Ma il Papa lo obbligò a restare perché gli argomenti che Martini gli espose avrebbero rappresentato un precedente esplosivo per i poteri di tutti i capi della chiesa, a cominciare dal successore di Pietro. Martini voleva lasciare perché non riteneva giusto che un vescovo si legasse a vita a una diocesi. E spiegò che la cosa avrebbe giovato alla chiesa. Ma li problema era principalmente uno: quando Martini parlava di "tutti'" i pastori, probabilmente intendeva anche il Papa. Nel "Vescovo" Martini torna ancora a parlare della cosa. Ma anche qui il suo non è altro che un accenno laddove spiega che almeno oltre l'età pensionabile nessuno dovrebbe rimanere in sella a una diocesi. Scola è ancora lontano da questa data, ma senz'altro ha annotato li punto di vista del suo anziano predecessore.

 

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5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

AVVENIRE

Pag 1 La grande priorità di Giancarlo Galli

Prima di tutto la gente

 

Clima euforico nel mondo finanziario. Non tanto per il rimbalzo del mercato borsistico quanto per la manna distribuita, con una generosità che ha superato ogni previsione, dalla Banca centrale europea, guidata dall’italiano Mario Draghi, agli istituti di credito del Vecchio Continente. Ben 529 miliardi di euro che vanno a sommarsi ai 489 dello scorso dicembre. In pratica un migliaio tondo di miliardi con i quali le banche (incluse le nostre) si garantiscono per un triennio un’enorme liquidità. Pagando «appena», l’avverbio va sottolineato, l’1 per cento di interesse annuo. Scongiurando così ogni pericolo di fallimento. Che ne faranno le banche della pioggia mi­racolosa? In teoria, oltre a rimpolpare bilanci scarnificati da crediti di dubbia solvibilità, dovrebbero favorire il rilancio di un’economia zoppicante, concedendo prestiti alle aziende e ai consumatori. Dando benzina a un motore che batte in testa. In realtà, spiace rilevarlo, in prima battu­ta le banche paiono guardare ai propri interessi di bottega. Con i soldi piovuti da Francoforte vanno facendo incetta di titoli del debito pubblico sul quale, nel caso italiano, lucreranno robusti, sebbene calanti, tassi di interesse. Pagando insomma l’1 per cento su capitali che renderanno il triplo, il quadruplo. A goderne, non sono solo le banche. Anche gli Stati. Esemplifichiamo con l’Italia. Fino a inizio febbraio, per collocare i Btp decennali il Tesoro doveva garantire una cedola attorno al 7 per cento, con un differenziale (il famoso spread) di oltre 500; ovvero il 5 per cento in più rispetto agli analoghi titoli tedeschi. Ora, a spread dimezzato, il Tesoro non dovrà più svenarsi per collocare Btp, Cct, Bot. Per i risparmiatori (peraltro diradatisi) sarà quaresima; per le banche festa grande. Faville in Borsa. Intendiamoci, che le banche siano in sicurezza conforta. Ma, adesso, ci si attende che facciano la loro parte, agevolando con la manna piovuta dal cielo della Bce una ripresa altrimenti improbabile. Occorre dunque un supplemento di responsabilità del sistema creditizio, dopo stagioni di incertezza, di lesina nei confronti dell’economia reale. L’Italia che progetta e lavora non può attendere oltre, a meno di rischiare l’asfissia. Chiuso il capitolo delle buone notizie, s’apre quello delle cattive. La scorsa settimana, una sconfortante previsione: nel 2012, il Pil nazionale (Prodotto interno lordo), calerà fra l’1,2 e l’1,5 per cento rispetto al 2011. Ieri, le raggelanti statistiche sulla disoccupazione che ha toccato il record negativo del 9,2 per cento della forza lavoro, con una punta del 31,1 per cento fra i giovani. Le aziende ridimensionano, licenziano, e non assumono nell’attesa venga sciolto da governo, Parlamento e parti sociali, il nodo della riforma del lavoro. Vi è poi un terzo fattore ad angustiare le famiglie: l’inflazione. Fonte Istat, a febbraio il «carrello della spesa» ha subito un’impennata del 4,5 per cento su base annua. Trascinato da benzina, riscaldamento, alimentari, elettricità. All’opposto il potere d’acquisto è stato falcidiato dai nuovi prelievi fiscali, dal quasi azzeramento degli aumenti sulle pensioni. Mentre all’orizzonte si delinea una grandinata di imposte regionali e municipali. Deflazione nei redditi, inflazione nei prezzi. Gli esperti la definiscono stagflation, stagnazione dell’economia a prezzi crescenti. Brutto nome per un oscuro fenomeno che divide politici ed economisti: gli ottimisti pretendono sia «congiunturale», di breve periodo; i pessimisti paventano la gran crisi degli anni Trenta del secolo passato, annate di bibliche vacche magre. Un obiettivo è stato comunque raggiunto, e ne va dato atto al premier Mario Monti: il contagio greco è stato scongiurato, con i conti pubblici ormai quasi in sicurezza. Bene, se non fosse che milioni di famiglie boccheggiano. E a loro urge pensare, offrendo prospettive che non siano solo di lacrime e fragilità sempre più diffusa. Salvate le banche, che fanno pure il viso dell’arme per una norma andata loro di traverso, oc­corre insomma ridare speranza agli italiani. Alla gente comune, alle famiglie. La priorità è questa.

 

Pag 9 Disoccupazione record. Mai così dal 2001: 9,2% di Giuseppe Matarazzo

Per i giovani 5° mese oltre la soglia d’allarme: a gennaio senza lavoro 31,1%

 

Record su record. E non certo positivi quelli che sta macinando il mondo del lavoro in Italia. La crisi che continua, la ripresa che non arriva e le imprese che soffrono la mancanza di risorse per poter investire e svilupparsi: è un circolo vizioso che rallenta in maniera drammatica l’occupazione. Così la serie continua negativamente raggiungendo il livello più preoccupante dal 2001 (se guardiamo le rilevazioni trimestrali): il tasso di disoccupazione – secondo le stime provvisorie diffuse ieri dall’Istat – a gennaio è salito al 9,2%, in rialzo di 0,2 punti percentuali su dicembre e di un punto su base annua. Il numero dei disoccupati è stato pari a 2 milioni 312 mila, in aumento del 2,8% rispetto a dicembre (64 mila unità). Su base annua si registra una crescita del 14,1% (286 mila unità). L’allargamento dell’area della disoccupazione riguarda sia gli uomini sia le donne. In particolare il tasso di disoccupazione maschile a gennaio tocca quota 8,7%: il record storico toccato nel quarto trimestre del 1998. Il numero di donne disoccupate aumenta del 3,2% rispetto a dicembre 2011 e dell’8,9% in termini tendenziali. L’inattività diminuisce invece dello 0,4% in confronto al mese precedente e del 2,1% su base annua. Salgono gli occupati: in lieve aumento dello 0,1% (+18 mila unità) su dicembre 2011, mentre su base annua segnala una crescita pari allo 0,2% (+40 mila unità). Un recupero dietro a cui, con tutta probabilità, si nasconde la mancata uscita degli over 55, che, sopratutto a causa del cosiddetto effetto finestra, sono costretti a restare più a lungo sul posto di lavoro. Resta su livelli allarmanti il dato sui giovani, autentica piaga per l’Italia, anche nel confronto con le altre realtà europee. Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) ormai si colloca sopra quota 30% da 5 mesi. A gennaio è stato del 31,1%, appena sotto il record raggiunto a novembre 2011 (31,2%). Un giovane su tre senza lavoro. Statistiche che preoccupano, ma che, nello stesso tempo, vanno lette con occhio critico. Soprattutto se ci spostiamo al Sud, dove incide in maniera forte il lavoro nero, falsando i dati. Oltre a considerare gli aspetti legati all’inattività, in cui rientrano anche gli studenti. Proprio argomentando su questo aspetto la Cgia di Mestre, stima che a gennaio 2012 la disoccupazione giovanile «reale» si attesterebbe all’8,7%. «Secondo l’Istituto di statistica – afferma il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi – la disoccupazione giovanile è al 31,1%; ciò non vuol dire che in Italia 31 giovani su 100 sono disoccupati. Infatti, la base di calcolo non è rappresentata da tutti i giovani, ma solo da quelli disponibili a lavorare, cioè gli occupati e i disoccupati, ovvero la cosiddetta forza-lavoro. Ricordando che, a differenza delle altre fasce di età, in quella tra i 15 ed i 24 anni, gli inattivi sono quasi esclusivamente giovani impegnati nell’attività scolastica, crediamo sia opportuno includere anche questi ultimi nel calcolo della disoccupazione». «Sia chiaro – aggiunge – l’Istat calcola correttamente il numero dei senza lavoro, ma, secondo la Cgia, in questa fascia di età è giusto tener conto anche degli studenti che costituiscono la quasi totalità degli inattivi. Pertanto, se in termini assoluti, al terzo trimestre 2011 la disoccupazione ufficiale tra i 15 e i 24 anni era al 26,5%, includendo nella forza lavoro anche agli inattivi, 'solo' 7 giovani su 100 erano 'realmente' disoccupati». Ma non è solo l’Italia a soffrire di mal di lavoro. A gennaio il tasso di disoccupazione nell’Eurozona è salito al 10,7%. E in questo caso il «mal comune» non «consola».

 

«Fare è meglio del non fare. La rotta si inverte se si cambia mentalità». La professoressa Giovanna Dossena, docente di Economia e gestione delle imprese all’Università di Bergamo, dà la carica. In una ricerca che ha condotto con il centro di ricerca Elab, in collaborazione con Aidea, fra 2.100 studenti di otto università, sullo «spirito imprenditoriale» è emerso che per «più di metà degli intervistati la principale ambizione lavorativa è ottenere un impiego come dipendenti con funzioni manageriali. L’attività imprenditoriale è l’aspirazione di solo due studenti su dieci».

Il risultato è una disoccupazione record...

Dovuta in larga parte alla congiuntura, ma anche al rapporto fra le aspettative e le opportunità. Come in tutti i momenti complicati, le opportunità non vengono alla luce da sole. La situazione richiede un atteggiamento diverso. Gli studenti in economia in linea di principio sono più attenti ed elastici rispetto al mondo del lavoro. Eppure, nonostante questa deformazione che falsa il campione in modo positivo, si percepisce un forte disorientamento, il timore del mondo imprenditoriale, come se fosse ostile, mentre si sente l’esigenza di guardare al lavoro identificandolo con qualcosa di stabile e sicuro.

Ha ragione allora Monti sul posto fisso?

Il posto fisso può esserci o no. Ma il mercato del lavoro non è fatto di posti fissi, è fatto di tante e diverse opportunità. L’aspettativa di un posto che non c’è, è un’aspettativa che distorce il comportamento e l’approccio al mondo del lavoro. Fare è sempre meglio del non fare.

Anche se non è il nostro sogno lavorativo?

Esattamente. Sottovalutiamo la circostanza che le nostre capacità possono essere utilizzate in condizioni di lavoro non definitive. Accettare un’esperienza anche diversa da quella che desideriamo è meglio che aspettarne una ideale che in questo momento non può arrivare. I nostri disoccupati mancano di elasticità, di flessibilità. Non tanto contrattuale, quanto mentale.

Il livello di disoccupazione giovanile al 31% resta un dato allarmante, non crede?

È un campanello d’allarme da non sottovalutare. Ma credo davvero che sia innanzitutto una questione di mentalità. Anche dalle famiglie che continuano a proteggere i ragazzi invece di in­coraggiarli a buttarsi nella mischia. Educhiamoli al lavoro come percorso di valorizzazione di sé, che alla fine premia. Non come una meta ideale.

Cosa serve per fare «impresa»?

Conosco tanti imprenditori. E quando chiedo loro qual è il segreto della riuscita, il 99% mi dice: «Non rifiutare nessuna occasione e non considerarla come definitiva». La molla è questa. I giovani vanno invogliati in questa direzione. Il mercato va scalato dall’interno, non dall’esterno. Con tenacia e coraggio.

Eppure in pochi accettano questo percorso. Perché?

I giovani che abbiamo intervistato considerano la figura dell’imprenditore non come un mestiere che puoi imparare. Ma uno status. La percezione è che imprenditori si nasce: figli di papà, ricchi e con una vita da gossip. Invece la storia del nostro Paese insegna che il sistema imprenditoriale è fatto per lo più da piccole e medie imprese che lavorano con grande impegno ogni giorno e senza clamore.

A parte gli stereotipi, ci sono difficoltà oggettive nel fare impresa in Italia?

Dove le risorse non ci sono è evidente che le risorse occorre reperirle. Ma sono convinta che ci siano segmenti del mercato finanziario che favoriscono e sostengono le idee, per non parlare di incubatori e venture capital. È vero, oggi il finanziamento del «genio» non è facilissimo. Ma spesso tante iniziative si fermano non per la forza dell’opposizione ma per la debolezza del proponente.

Ma i nostri giovani sono sfiduciati…

Perché per troppo tempo sono state precluse le strade. Per questo gli attori della nostra società dovrebbero riaprire gli accessi e favorire i ricambi. I giovani, però, facciano la loro parte e siano pronti a cogliere le opportunità che ci sono.

 

Pag 15 “Cognome allargato? No, l’identità è a rischio” di Paolo Ferrario

Il giurista Gambino: molti dubbi sulla legge che, dopo il divorzio, permette di assegnare al figlio anche il nome del nuovo marito

 

«Questo provvedimento risponde a un’idea di famiglia tutta sociale, legata al pragmatismo quotidiano, che però dimentica totalmente l’origine della persona e la sua identità». Il professor Alberto Gambino, docente di Diritto privato all’Università europea di Roma, considera «molto grave» il recente provvedimento del governo che, oltre a consentire di cambiare il cognome o aggiungere quello della madre con una semplice domanda al prefetto, permette alle donne divorziate di dare ai propri figli anche il cognome del nuovo compagno. «Spero che si tratti di una svista e sia corretta quanto prima», aggiunge Gambino che, Codice civile alla mano, spiega la propria contrarietà alla norma varata la scorsa settimana dal Consiglio dei ministri. «Il cognome – spiega – è un tratto identificativo della persona. Il Codice civile, all’articolo 6 “Diritto al nome”, dice che “Ogni persona ha diritto al nome che le è per legge attribuito”. Ciò significa che la legge individua nel nome, che comprende anche il cognome, un tratto identitario della persona. Identità che, a sua volta, deriva dal fatto di essere stato generato». In altre parole, il padre, attribuendo il proprio cognome al figlio, gli conferisce identità soggettiva. «Ora – aggiunge Gambino – si può anche decidere di aggiungere il cognome materno perché in linea con il diritto naturale della procreazione. Ma altro è, invece, aggiungere il cognome del nuovo marito in caso di divorzio». Questa situazione, secondo l’analisi del giurista, andrebbe a intaccare proprio l’aspetto identitario del figlio della donna risposata. «A quel punto – sottolinea Gambino – il figlio si ritroverebbe il cognome di un perfetto estraneo, di un uomo con cui non ha alcun legame e dal quale, soprattutto, non è stato generato. L’identità genetica del figlio non ha infatti nulla a che fare con il nuovo marito della madre e, di conseguenza, anche il cognome di quest’uomo gli è totalmente estraneo». Se è vero che, per lo Stato, la nuova unione costituisce comunque una famiglia a tutti gli effetti e che quindi, «per motivi sociali», ragiona Gambino, si è ritenuto di dare questa possibilità, è altrettanto vero che, in caso di divorzio e nuova unione, «il figlio è legato soltanto alla madre». «Se il nuovo marito vuole un legame giuridico con il figlio della nuova moglie – aggiunge – deve a tutti gli effetti adottare il figlio di lei». Conferire semplicemente il cognome, invece, potrebbe «creare confusione nell’identificazione del figlio» e dare vita a un «vortice senza fine». «Immaginiamo che una donna divorzi e si risposi più volte. Che facciamo, continuano ad aggiungere cognomi? Mi sembra una strada che, anziché semplificare le procedure le complica». Quando meno, ipotizza Gambino, si dovrebbe dare la possibilità al figlio di dare o meno l’assenso all’aggiunta del nuovo cognome. Anche se, ricorda il giurista, «l’identità è un diritto oggettivo, non disponibile», per cui «nessuno può decidere il proprio nome». Allo stesso modo, allora, «nessuno deve subire un’identità che non gli appartiene», né «ritrovarsi dentro il proprio percorso storico, un perfetto sconosciuto, che non lo ha generato e con cui non ha, in definitiva, nulla a che fare».

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 I numeri (veri) sui giovani disoccupati di Gianpiero Dalla Zuanna

 

Nel 1993 in Italia c'erano un milione di giovani di età tra i 15 e i 24 anni disoccupati, metà nel Centro-Nord e metà nel Mezzogiorno. Nei quindici anni successivi nel Centro-Nord i giovani disoccupati si erano drasticamente ridotti, diventando appena 160 mila nel 2007, e anche nel Mezzogiorno si erano più che dimezzati, diventando 214 mila. Eppure ancora ieri la notizia sembrava essere che oggi un giovane su tre è disoccupato. L'Istat ha fornito le cifre. A gennaio il 31,2% delle persone fino a 25 anni risultava senza un lavoro. Il problema è che quel dato si riferisce ai giovani attivi, cioè a quelli occupati o in cerca di impiego. E quindi non alla totalità dei giovani. La percentuale altrimenti sarebbe drasticamente ridotta ben sotto il 10%. Il rapido calo del quale si diceva all'inizio è dovuto infatti al forte incremento di studenti superiori e universitari, oltre che all'istituzione e alla diffusione di contratti di lavoro flessibile, che hanno permesso una crescita dell'occupazione maggiore dell'aumento del prodotto. Questo non significa che il problema sia risolto. Anche perché con la crisi le cose cambiano. I giovani disoccupati sono comunque più di mezzo milione, e rispetto al 2007 sono aumentati soprattutto nel Centro-Nord. Nello stesso tempo, il problema affligge anche i loro fratelli maggiori. I disoccupati di età tra i 25 e 34 anni - fra cui anche molti laureati - sono oggi un milione e 200 mila, ossia 300 mila in più rispetto al 2007. Quindi, neanche contratti di ingresso assai favorevoli per le imprese riescono più a garantire un numero sufficiente di nuovi occupati. Il problema perciò resta e suggerisce due riflessioni. I giovani proprio in questi mesi stanno scegliendo la scuola superiore e l'università. Forse in questi tempi difficili conviene privilegiare buone scuole e buone università, e indirizzi più appetiti dal mercato del lavoro, mettendo in secondo piano inclinazioni personali. Perché oggi - a differenza di qualche anno fa - una laurea qualsiasi non basta per trovare un buon lavoro. In secondo luogo non sembra ragionevole pensare che una riforma del mercato del lavoro - per quanto ben costruita e lungimirante - possa spingere verso l'alto l'occupazione. Quanto sta accadendo in Europa durante questi mesi dimostra che solo una sostenuta crescita economica può garantire nuovi posti di lavoro. Perché solo se le prospettive di profitto diventano concrete, alle imprese conviene investire su nuovi occupati, perché ricaveranno dal loro lavoro un profitto maggiore del costo. Le imprese italiane che continuano ad assumere sono quelle che sono riuscite a cogliere il vento di ripresa che soffia sul mondo, ma fatica a varcare i confini dello stivale. Se e quando il refolo di vento si irrobustirà, i giovani lavoratori diventeranno una «merce rara», e la disoccupazione diminuirà.

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 5 Un pensionato su due sotto i mille euro al mese. La Cgil: “Misure urgenti” di Giovanni Viafora

Oltre 133 mila in Veneto non superano la soglia di povertà

 

Padova - In Veneto quasi un pensionato su due vive con meno di mille euro al mese. Il dato (impietoso) è del sindacato pensionati della Cgil, lo Spi, che ieri a Padova ha radunato la propria assemblea regionale. Le cifre parlano chiaro: su un totale di circa 1,2 milioni di pensionati, oltre 568 mila rientrano nella classe di reddito compresa tra zero e mille euro. Si tratta del 43,95%. Di questi ben 133 mila vivono meno di 500 euro al mese (sono il 10,31%), cioè sotto la soglia di povertà. Mentre oltre 255 mila (cioè quasi il 20%) galleggiano tra 500 e 700 euro mensili. Il quadro di difficoltà è più acuto in alcune aree della regione. A Rovigo, per esempio, i pensionati con reddito inferiore ai mille euro sono oltre il 47,32%; a Verona il 45,31%; a Padova il 44,35%. Ma chi sono questi pensionati? «Si tratta soprattutto di persone molto anziane che vengono dalla campagna o che hanno una bassa istruzione - spiega la segretaria regionale dello Spi Cgil, Rita Turati -. Tuttavia all'interno di questo grande calderone, troviamo anche tanti autonomi che hanno lavorato in nero o, cosa ancora più grave, lavoratori a cui non sono stati versati correttamente i contributi. Non sono pochi, infatti, coloro che si accorgono, solo quando hanno concluso l'impiego, di essere stati letteralmente fregati dalle aziende». Inutile dire, invece, che le pensioni «grasse» sono molto poche. Chi vive con più di 3 mila euro al mese è soltanto il 3,67% della popolazione pensionata (47.465 persone). Mentre la somma dei pensionati, che godono di un reddito superiore ai 150o euro a testa non arriva nemmeno al 30% del totale. Di fronte a questi dati il sindacato lancia un allarme forte. «Le difficoltà - afferma ancora la segretaria regionale Turati - vanno ripianate subito. Tra gli anziani, l'alta incidenza dei suicidi (quasi il 30% di quelli che si consumano in Veneto in un anno) e degli incidenti domestici sono la spia di un disagio che potrebbe sfociare in un forte problema sociale se non si mettono in campo subito risposte positive, sia sul piano dei redditi, che dei servizi». Per la Cgil, però, la giunta Zaia non starebbe facendo abbastanza. «La legge regionale sulla non autosufficienza è complessivamente inapplicata e non ha nemmeno trovato collocazione nel piano socio-sanitario - aggiunge Turati -. Inoltre si assiste ad un nuovo taglio di risorse. Tra l'altro, per il 2012 mancano all'appello 49 milioni di euro di spesa sanitaria utilizzati per gli assegni di cura. La Regione deve dire da dove intende tirarli fuori e deve anche fare di più perché quei soldi già non bastano a fronte del ritmo di crescita degli anziani, che nel Veneto è mediamente di 15 mila unità all'anno». E non è tutto. La segretaria regionale dello Spi accusa: «Ho l'impressione che la Regione ci stia raccontando cose non vere sul bilancio - sottolinea -. Le poste di bilancio sugli anziani apparentemente ci sono, poi scopriamo che i soldi se ne vanno in altro modo. Insomma, i conti non tornano e siamo molto preoccupati». Anche per questo la Cgil, assieme alle altre sigle sindacali, Cisl e Uil, ha deciso di lanciare a partire dal prossimo 6 marzo un «presidio permanente» davanti la sede della Regione. «Attraverso questa iniziativa - chiude Turati - chiederemo ai vertici di Palazzo Balbi l'istituzione di un tavolo di confronto serio. Come risulta dai numeri, la questione dei pensionati in Veneto ormai rappresenta una vera emergenza».

 

LA NUOVA

Pag 25 Le mamme si licenziano: “Dimissioni in bianco” di Marta Artico

L’anno scorso 469 donne nella provincia di Venezia hanno lasciato il lavoro poco dopo la nascita del bimbo. Il sindacato: “Va fatta chiarezza”. Crescono le chiamate al Telefono Donna

 

Sono 469 solo nel 2011 nella provincia di Venezia, le donne che hanno lasciato il lavoro nell’arco del primo anno di vita del figlio. Un dato che la Camera del Lavoro Metropolitano di Venezia non ha ancora analizzato nel dettaglio, ma che ritiene sia riconducibile per grande parte, ai cosiddetti licenziamenti in bianco, cioè quelli che si presume siano avvenuti con una lettera di dimissioni senza data. A lanciare l’allarme, ieri mattina, la segreteria della Camera del Lavoro, Teresa Dal Borgo, assieme a Katia Dal Gesso, responsabile del Telefono Donna, il servizio nato nel 1997 proprio per dare una mano alle donne in difficoltà, sia nell’ambito lavorativo che in quello famigliare. L’occasione di fare il punto della situazione, è l’avvicinarsi di una data importante per l’universo dei diritti al femminile, quella dell’8 marzo. Nel 2009 i licenziamenti spontanei dopo una gravidanza o situazioni simili, sono stati 539, 488 nel 2010. A questo proposito, nei giorni scorsi, il sindacato ha chiesto un incontro con il prefetto, proprio per informarlo su questa realtà. «Il dato però – spiega Dal Borgo – a nostro avviso è un po’ in flessione non tanto perché ci sono meno casi, ma perché con la crisi che avanza, ci sono meno donne che lavorano. E’ difficile interpretare questi numeri, stiamo cercando di fare più chiarezza, ma si tratta comunque di un dato significativo». Ieri sono stati snocciolati anche i dati relativi alle telefonate ricevute dalle operatrici del Telefono Rosa, che risponde al numero verde 800200288. 103 le donne che, durante l’anno scorso, si sono rivolte alle operatrici, che a seconda della gravità del caso le hanno indirizzate al Centro Antiviolenza piuttosto che ad uffici in grado di aiutarle. Sebbene la fascia di età sia, nel complesso, abbastanza ampia (va dai 24 ai 65 anni), si evidenzia un picco di richieste d’aiuto proveniente da donne di età compresa tra i 35 e i 50 anni. Queste ultime, infatti, rappresentano da sole quasi la metà del totale delle telefonate. «Intorno ai 40 anni – spiega Dal Gesso – si riscontrano le problematiche maggiori legate, in massima parte, all’uscita dal mercato del lavoro, che spesso si rileva come una vera e propria espulsione e conseguente esclusione sociale». La maggior parte sono italiane, il che sta a significare che le italiane hanno una maggiore consapevolezza dei propri diritti. Le problematiche più riscontrate riguardano la maternità, le molestie, il mobbing, la violenza in famiglia, la separazione e il disagio psicologico. «Abbiamo avuto un caso – proseguono – in cui protagonista era una domestica che subiva molestie dalla persona per la quale lavorava, il padrone di casa, quando non c’era la moglie. Un caso non isolato perché proprio qualche giorno fa – continua Teresa Dal Borgo – siamo state contattate da un’operatrice che lavora per una ditta d’appalto e che ci ha presentato un caso simile. Le donne dell’Est si aprono, mentre spesso nel caso di altre nazionalità, sono più restie». «C’è infine da rilevare – aggiunge la responsabile Dal Gesso – che tropo spesso le donne si rivolgono a noi quando non ce la fanno più, denunciando il problema quando è tardi».

 

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7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

IL GAZZETTINO

Pag XIV “Don Vecchi 5”, spunta l’ipotesi del Terraglio di Alvise Sperandio

Il Comune è prossimo all’accordo per ottenere un’area da 11mila metri per la struttura destinata agli anziani

 

Il "Don Vecchi 5" potrebbe finire nella zona del Terraglio. È l'ipotesi che il Comune sta studiando per collocare la nuova struttura protetta per anziani in perdita di autonomia, che sarà realizzata dalla Fondazione Carpinetum. L'assessore all'Urbanistica, Ezio Micelli, ha chiuso l'istruttoria e d'accordo con il vicesindaco Sandro Simionato sta per indicare alla Giunta un terreno da 11 mila metri quadrati, collocato a nord degli Arzeroni, tra via Bacchion, via Marsala e via Pionara. È un'area che possiede già una destinazione a opere d'interesse collettivo e che l'Amministrazione è prossima ad acquisire. «Mi sembra una soluzione estremamente soddisfacente - spiega Micelli - Quest'area è praticamente già disponibile, ha le condizioni giuste e, anche per la tipologia di persone che ospiterà, presenta il vantaggio di essere vicina all'ospedale Dell'Angelo». La risposta spetta ora alla Carpinetum di don Armando Trevisiol e don Gianni Antoniazzi, che notoriamente preferirebbero collocare la struttura nei pressi di un "Don Vecchi" già esistente per motivi di comodità e di economie di scala nella gestione. In questo senso, l'unica ipotesi ancora in ballo sarebbe il parco tra viale Don Sturzo e via Pasqualigo a Carpenedo, dove ci sono il primo e il secondo centro, visto che in via Carrara a Marghera, nella zona del terzo, sussiste un problema con la proprietà e in via Orlanda a Campalto, del quarto, c'è la difficoltà legata alla realizzazione del by pass stradale. In viale Don Sturzo, però, il comitato dei residenti si oppone al sacrificio del verde e chiede di trovare un'alternativa con tanto di 350 firme raccolte in calce a una petizione e inviate al Comune. Proprio ieri sera don Antoniazzi ha incontrato i cittadini avanzando un ultimo tentativo per avere il benestare a utilizzare il terreno che attualmente è adibito a giardino pubblico. Il nuovo centro per anziani è progettato dagli architetti Francesca Cecchi e Anna Casaril e finanziato con 2,8 milioni dalla Regione. Tra iter burocratico e costruzione, per vederlo bisognerà attendere un anno e mezzo.

 

Pag XIV L’asilo “sfrattato” andrà all’ex scuola di inglese di Raffaele Rosa

C’è l’ok della Curia

 

La Curia ha detto sì. Ora manca solo la firma del contratto, che probabilmente non arriverà prima dell'insediamento del nuovo Patriarca, ma i 70 bimbi della scuola materna paritaria Madonna della Salute a partire da settembre potranno contare su una nuova sede. «La nostra proposta di verificare l'utilizzo dell'ex istituto per la lingua inglese sul Terraglio di proprietà di un privato - spiega Veronica Marchiori, nel suo ruolo di mamma e avvocato, portavoce dei genitori - è piaciuta a don Perini e don Scattolin, i due incaricati della Curia di trattare con noi una soluzione. Abbiamo effettuato assieme un sopralluogo e l'esito è stato più che positivo. Noi a questo punto, però, vogliamo che al più presto le promesse e le parole si traducano in fatti, cioè nella firma del contratto». Per la messa a norma dei locali dell'ex istituto inglese verranno utilizzati, come previsto, parte dei soldi incassati dalla cessione della ex materna all'Istituto Santa Maria dei Battuti. «Serviranno alcuni lavori di ordinaria manutenzione più l'allestimento delle cucine per la mensa che già attualmente esiste nella struttura di Santa Maria dei Battuti - aggiunge Marchiori - Ci è stato garantito un anno di canone coperto dai soldi della parrocchia poi si vedrà. Siamo soddisfatti perchè si tratta comunque di un cambio di sede migliorativo, più grande e dove poter svolgere non solo le attività scolastiche ma anche quelle ricreative. Inoltre potrà essere utilizzato comodamente anche per le attività della parrocchia».

 

Pag XXI Staccano la mano a Sant’Antonio di Gianluigi Dal Corso

Furto nella notte della chiesa di Gambarare: presa di mira l’antica statua. I malviventi fuggono con due parti dell’opera: il Bambin Gesù e il Vangelo

 

Due parti di un’antica statua sono state trafugate da ignoti dalla chiesa di Gambarare di Mira. Il fatto è accaduto quasi due settimane fa, ma è salito alla ribalta delle cronache soltanto ieri. È da giorni, ormai, che nella popolosa frazione mirese non si parla d'altro. All'inizio sembrava la classica «leggenda metropolitana», ma ieri monsignor Luigi Casarin ha confermato il fatto. Da quanto ricostruito i ladri avrebbero asportato il Bambin Gesù ed il libro sorretti dalla mano destra di Sant'Antonio, staccata di netto. Un lavorato risalente al 1500-1600 e adorato dai fedeli miresi e non solo. Cosa sia accaduto è ancora al vaglio dei carabinieri. Ciò che è certo è che i malviventi sarebbero entrati nella chiesa, che sorge nell'omonima via, in orario pomeridiano. Magari sfruttando un momento in cui al suo interno non vi era nessuno. Un colpo da professionisti del crimine, comunque. I ladri, una volta entrati nella chiesa di San Giovanni Battista, si sarebbero diretti immediatamente verso la statua del Santo. Arrivati al suo cospetto, hanno tranciato di netto la sua mano destra: sosteneva il Gesù Bambino e il Vangelo. Due sacri simboli della cristianità, che però non hanno fermato i malviventi. Preso quanto si erano prefissati, i ladri hanno lasciato la zona in tutta fretta. Ad accorgersene sarebbe stato proprio monsignor Casarin, che ha immediatamente lanciato l'allarme. Sul posto sono arrivati i carabinieri della locale tenenza. I militari hanno subito dato avvio alle indagini, cercando ogni possibile elemento che possa portarli agli autori del furto. Un colpo che fa temere possa essere stato fatto su commissione, vista la tipologia di refurtiva, difficile da piazzare nel normale mercato nero. Non è da escludere che gli autori possano aver già inviato all'estero la refurtiva. Ora rimane da capire, se a colpire sia stata la stessa banda che agli inizi di febbraio ha asportato dalla chiesa di San Michele Arcangelo a Marghera due sculture lignee, dorate al momento del dono alla chiesa, raffiguranti altrettanti angeli, risalenti all'Ottocento e posate su di un basamento del Settecento. Anche in quel caso, si tratta di un bottino difficile da piazzare. Ciò che ora preoccupa è che potrebbe esserci una banda specializzata in questo genere di furti che opera tra Mestre e la terraferma.

     

CORRIERE DEL VENETO

Pag 8 Stop alle grandi navi a San Marco ma solo quando ci sarà l’alternativa di Alberto Zorzi

Approvato il decreto anti-inchini: in laguna una sola nave per volta

 

Venezia - Chi ha ragione? Il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni che parla di «segnale dell'attenzione del governo per questo problema, molto sentito dai cittadini» o i comitati contro le grandi navi, secondo cui «la montagna ha partorito un topolino, anzi nemmeno quello» e «il governo si è dimostrato debole e arrendevole anche alla lobby del crocerismo»? Ieri il tanto atteso decreto contro gli «inchini» delle navi da crociera è stato firmato dai ministri Corrado Clini (Ambiente) e Corrado Passera (Trasporti). Ma se per difendere le aree protette nel resto d'Italia viene introdotto un limite di 2 miglia di distanza dalla costa, per Venezia in realtà è tutto rinviato. «Il divieto di transito nel bacino di San Marco e nel canale della Giudecca per le navi superiori a 40 mila tonnellate - dice il comunicato stampa del ministero dell'Ambiente - scatterà non appena le autorità marittime avranno individuato vie alternative di transito». Cioè quel canale Contorta-Sant'Angelo su cui sono in corso progetti e studi. «E' stata una scelta di buon senso», si difende Clini. Ma anche per quello che riguarda la distanza tra una nave e l'altra in laguna il decreto non dà indicazioni precise: «L'autorità marittima, sentita l'autorità portuale, definirà all'interno di tutte le acque lagunari la distanza minima di sicurezza per le navi», continua la nota del ministero. I tecnici dell'Autorità portuale e della Capitaneria di Porto stanno già lavorando su un'ipotesi che prevede una distanza di almeno due miglia e mezzo per le navi sopra le 50 mila tonnellate e un miglio e mezzo per quelle di stazza inferiore: il che significa che quando una nave entra in laguna, nessun'altra può varcare la bocca di porto del Lido finché la prima non sia attraccata al terminal della Marittima. «Sarebbe stato inutile mettere un limite se non ci sono già le alternative pronte - è il commento di Clini - questo decreto dice che l'argomento va affrontato e gestito e dunque responsabilizza tutti. Il mio pensiero è sempre stato chiaro: quei "condomini" in piazza San Marco vanno tolti di mezzo il più in fretta possibile». Proprio su quella «fretta» scatta la polemica. I comitati sono furibondi: «Per i due ministri Venezia e la laguna non sono a rischio tanto che per esse non è previsto alcun provvedimento immediato come per le aree marine protette - attacca il portavoce Silvio Testa - Il governo lascia per anni, nessuno può dire per quanti, Venezia alla mercè degli "inchini"». Deluso anche Felice Casson, il senatore del Pd che insieme al collega Roberto Della Seta ha protocollato mercoledì un'interrogazione sul nuovo canale, ma soprattutto un disegno di legge che mira a bloccare il passaggio in bacino alle navi sopra le 30 mila tonnellate, sebbene subordinato a una «adeguata valutazione ambientale e socio-economica»: «E' un inizio insufficiente», afferma. Ma Orsoni e Clini tirano dritti. «Ora bisogna fare in fretta per le alternative, gli effetti del decreto si potranno vedere solo allora», dice il sindaco, il quale ricorda da un lato che più volte ha ribadito l'importanza di mantenere la portualità di quel tipo a Venezia, dall'altro che il giudizio tecnico sul nuovo canale non spetta a Ca' Farsetti, ma al Magistrato alle Acque. Il provvedimento più immediato sarà però quello delle distanze. «Il governo non può entrare nel merito del traffico lagunare, la competenza è in capo alle autorità marittima e portuale ed entrambe hanno già dato segnali precisi in questo senso», dice Clini. «Al più presto ci troveremo a un tavolo ed emaneremo un'ordinanza», conferma l'ammiraglio Tiberio Piattelli, comandante della Capitaneria di Porto di Venezia. Esulta anche Sandro Trevisanato, presidente di Venezia terminal passeggeri, che si toglie anche qualche sassolino. «L'intervento del ministro Passera è stato decisivo, viste le premesse da cui era partito Clini - dice - il blocco immediato sarebbe stato un disastro, avrebbe ridotto del 96 per cento il traffico». Trevisanato non nasconde la sua contrarietà al futuro blocco in bacino. «La navigazione è assolutamente sicura, purtroppo la protesta di pochi ha influenzato la scelta governativa - continua - invece sono d'accordo sul discorso delle distanze, anche se parlare di miglia mi pare un po' esagerato».

 

LA NUOVA

Pag 23 Segre: “M9, un unico grande cantiere” di Mitia Chiarin

“Certi di poterlo realizzare, basta che non sia visto come un’aggressione. Prima i negozi? Leggenda metropolitana”

 

Un capitale (valori di mercato di febbraio 2012) di 315 milioni di euro. Di questi quasi 40 milioni sono della società Polymnia che ha acquistato dal 2007 gli edifici dove sorgerà il nuovo centro museale M9 (valore edifici 32,8 milioni). Parte dai numeri di bilancio e dalla legge Amato del 1990 che ha fatto nascere le fondazioni bancarie, il presidente della Fondazione di Venezia Giuliano Segre per la sua relazione davanti alla sesta commissione comunale (Cultura) per presentare il progetto M9. Una relazione scritta consegnata ai consiglieri e un discorso a braccio del presidente al Municipio di via Palazzo per chiarire le criticità segnalate più volte dal sindaco Giorgio Orsoni, il grande scettico su questa operazione culturale da cui tutti si attendono il rilancio di Mestre. Il primo cittadino, assente ieri all’incontro come i suoi assessori, è stato criticato dai consiglieri di tutti i partiti. Segre conferma l’investimento da 90 milioni di euro sul museo di Mestre non prima di ricordare la lunga collaborazione con il Comune, il milione di euro l’anno garantito alla Fenice, i 129 milioni spesi in dieci anni per ricerca, attività culturali e formazione. Ricorda l’indagine Ocse sulla metropoli Venezia e i centomila passaggi la settimana in piazza Ferretto per spiegare ai consiglieri comunali la genesi del progetto M9 nato dalla collaborazione con Cacciari e l’ex assessore Vecchiato. «Io dico che siamo certi di poterlo realizzare il museo, basta che sia visto in città come qualcosa di positivo, non una aggressione a Mestre, non un luogo di speculazione immobiliare. Noi i progetti li presentiamo ma non vanno letti in modo capovolto – dice – Capisco tutte le preoccupazioni del sindaco ma non si è mai detto al Comune che si tolga dai piedi». Sui ritardi stimati in 15 mesi, scrive nella relazione: «Non è vero, semplicemente la fase iniziale ha trovato alcuni imprevisti non dovuti alla Fondazione: i lavori della giuria per il concorso che si sono prolungati di tre mesi, i confronti tra progettisti e soprintendenza hanno richiesto più tempi». E poi i rallentamenti per le questioni patrimoniali nel confronto con il Comune. Poi Segre taccia come «leggenda metropolitana» il timore, rilanciato da Orsoni, che venga realizzata prima l’ala commerciale nel chiostro del museo. «Chi lo dice? Il museo nasce da una nuova edificazione, la galleria commerciale da un restauro ma il cantiere sarà unico». L’area commerciale con prodotti «rari per Mestre ma non di lusso» servirà a coprire i costi di gestione del museo. Ci si attende un margine di 1 milione e 800 mila euro per coprire il deficit del museo stimato in 1 milione e 200 mila euro. Gestire l’M9 costerà 3.6 milioni. I ricavi sono stimati in 2,4 milioni. La galleria commerciale vetrata verso piazza Ferretto e coperta, come una nuova piazza urbana avrà cantieri in contemporanea con i due edifici del museo, conferma anche il vicepresidente Marino Folin che ha illustrato le tappe. Per aprile il progetto esecutivo sarà pronto. «Allora saremo virtualmente in grado di partire con la gara», dice. Per ottenere il permesso a costruire e dare il via alla gara europea, la Fondazione necessita della firma della convenzione che deve passare al vaglio della giunta, delle Municipalità e del Consiglio comunale. Insomma Ca’ Farsetti si deve muovere. «Se si firma la convenzione velocemente potremo partire con la gara nel giro di sei, sette mesi; l’avvio dei lavori può essere previsto nel primo trimestre 2013 e l’ultimazione del primo e secondo lotto, che procederanno assieme, entro il secondo trimestre 2015. Poi ci vorranno un altro paio di trimestri per l’allestimento e l’arredo vero e proprio del museo».

 

«Viste le critiche del sindaco a questo progetto, sono preoccupato per l’assenza della giunta e visto che la firma della convenzione è decisiva non c’è tempo da perdere. Ma con l’attenzione che ha la giunta perderemo un altro anno», dice polemico il pdl Saverio Centenaro. In commissione Cultura, ieri, praticamente tutti i partiti hanno rilevato con preoccupazione e critiche l’assenza della giunta comunale alla commissione convocata da Camilla Seibezzi che aveva invitato il sindaco e gli assessori Micelli e Agostini. Il portavoce del sindaco spiega che erano tutti in giunta, dalle 9 alle 12. Ma in via Palazzo si è visto passare Andrea Ferrazzi, per una conferenza stampa. Critico il Pdl, critica la maggioranza. Emanuele Rosteghin ( Pd ) rileva: «Trovo sbagliato che la giunta non sia qui ad ascoltare». Ennio Fortuna (Udc) rincara la dose: «La ritengo una mancanza imperdonabile verso un progetto che può dare un ruolo importante a Mestre». E Claudio Borghello, capogruppo Pd: «La proposta della fondazione invita ad elevare la proposta per Mestre. Ma c’è molto da fare se forte Marghera oggi è considerata area per picnic e del museo del forte mentre in banchina Molini arrivano gli artisti della Biennale. I tempi urbanistici sono vergognosi per la loro lunghezza e la città deve svegliarsi, anche la politica. Spero che questa commissione dia vita ad un grande dibattito sui contenuti». Sul ruolo marginale della cultura si sofferma Sebastiano Bonzio (Fds):«In due anni in commissione abbiamo esaminato una sola delibera, sull’albo delle bande. Qualcosa che non funziona c’è».

 

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8 – VENETO / NORDEST

 

LA NUOVA

Pag 1 Tesorerie, la protesta è fondata di Gilberto Muraro

 

Nella controversia sulla Tesoreria, anche se ormai i soldi sono stati versati, è giusto sostenere il Veneto che vuole continuare a gestire con le banche la propria liquidità, ottenendo una remunerazione liberamente pattuita, anziché riversarla, gratis o con l’1% di interessi, nel conto unico gestito dallo Stato. Non perché valga il comandamento “prima i veneti” che il Governatore Zaia predica sempre, ma perché il Veneto ha ragione. Forse ha ragione anche sul piano strettamente formale, nonostante i precedenti storici di Tesoreria unica. Il federalismo introdotto con la riforma costituzionale del 2011 ha infatti creato una sfera rafforzata di autonomia locale che ora il Governo deve rispettare. Su questo si pronuncerà il giudice amministrativo, al quale il Veneto e l’Associazione dei comuni hanno fatto ricorso. Sicuramente ha ragione il Veneto sul piano sostanziale, perché, per quanto nei guai , non siamo al punto da dover infrangere i contratti stipulati. Regioni ed enti locali ottengono una serie di benefici collaterali nelle gare per la Tesoreria che magari le banche aggiudicatrici hanno in buona parte già pagato e che l’ente pubblico non è certo in grado di restituire. Se anche questo Governo , che pure ha salvato il Paese, adotta la filosofia del «chi ha dato ha dato e chi avuto ha avuto, non parliamone più», diventa anch’esso colpevole di quel degrado del costume politico, dove il potere vince sul buon diritto, che sotto tanti profili abbiamo subito nell’epoca berlusconiana. Ed è invece di una rinnovata fiducia nelle regole e nelle istituzioni che abbiamo bisogno, prima ancora delle manovre economiche. Da questo punto di vista, si poteva almeno imporre la regola a partire dalla scadenza dei contratti in essere. A ben vedere, la pretesa governativa non è neanche una mossa lungimirante sul piano strettamente politico. In ogni tempo e luogo e regime, infatti, il modo di applicare le leggi esistenti e di formulare le leggi future dipende, in concreto, anche dalle reazioni di coloro che a tali leggi sono soggetti. Se si creano troppe resistenze, l’inasprimento formale di una legge diventa una vittoria di Pirro, con un maggior risultato a breve che prepara un ben peggiore risultato successivo. Nel caso specifico bisogna ricordare la già forte opposizione degli enti periferici a quel patto di stabilità che li chiama a concorrere al risanamento della finanza pubblica e li sottopone a vincoli di spesa anche in presenza di risorse disponibili. Sono ovviamente i comuni virtuosi che vengono così sacrificati, con risultati negativi per le comunità locali. Perciò è stata benvenuta la norma che ha consentito di elevare a livello regionale i vincoli del patto, consolidando a livello contabile le diverse situazioni degli enti locali e quindi consentendo a un comune di effettuare spese urgenti grazie alla disponibilità di un altro comune ad attendere. Permettere queste compensazioni interne a livello infraregionale e consentire i vantaggi della gestione autonoma di tesoreria appaiono in questa ottica le attenuazioni necessarie per consentire al patto di stabilità di sopravvivere. D’altro lato, si dirà, bisogna riconoscere il vantaggio per il Paese di abbattere il fabbisogno statale di 8,6 miliardi di euro, perché a tanto ammonta la partita in gioco. Certamente, ma come non si possono introdurre imposte che colpiscano in modo incoerente i contribuenti solo perché serve il gettito, così non si possono punire solo gli enti locali “colpevoli” di avere liquidità e di gestirla con contratti locali vantaggiosi. E’ in questi casi che occorre immaginazione al potere, secondo un vecchio slogan, per rendere conciliabili legittimi interessi diversi. Lasciare la tesoreria locale, imponendo però di investirne una quota in titoli pubblici, o accentrare solo una quota dei fondi locali con una remunerazione meno penalizzante, potrebbe essere una soluzione accettabile. E poi, in questi casi si parla prima con Regioni ed enti locali, non li si tratta come sudditi privi anche del diritto di parola.

 

Pag 11 L’assessore senza quattrini bussa al mondo del sociale di Renzo Mazzaro

Remo Sernagiotto propone alle Case di riposo la gestione dell’assistenza sia residenziale che domiciliare: è la prima apertura dopo un anno di litigi

 

Venezia. Dopo 13 mesi anche l’assessore Remo Sernagiotto ha capito che non si mastica il brodo. O se preferite che per fare il vino è meglio adoperare l’uva: viene più buono. Lui, che a gennaio 2011 si definiva «il manager del sociale» e aveva tagliato i ponti con tutti per fare un repulisti nel mondo della cooperazione al grido di «basta soldi a fondo perduto», ha dovuto riunire le associazioni e proporre un armistizio. Il governo gli ha tagliato i fondi per l’assegno di cura, cioè il sussidio che la Regione passa alle Usl e queste ai Comuni e viene erogato - su domanda - alle famiglie che hanno anziani non autosufficienti in casa e li assistono direttamente o con la badante. Piccole cifre, duecento euro, trecento euro per singolo caso, o giù di lì. Ma non sono da considerarsi spesa sociosanitaria, ha stabilito il governo dei professori. Per dimostrare il contrario, l’astuto Remo ha pensato di far gestire il fondo alle Case di riposo, enti preposti alla spesa sociosanitaria: almeno questo convincerà quei testoni (riferito alla massa cerebrale certamente superiore) dei professori. Naturalmente bisognava mascherare la marcia indietro: così l’assessore dice di aver riunito ieri al Balbi i rappresentanti degli enti istituzionali, uno per provincia. Non le associazioni. Più un esperto del settore privato, Roberto Volpe. Si dà il caso che Volpe sia più conosciuto come presidente dell’Uripa, l’associazione che rappresenta il 90% delle strutture pubbliche e del privato no profit, mentre i rappresentanti delle 7 province sono tutti componenti del Cda dell’Uripa. Per farla breve c’era l’intero stato maggiore della più grossa associazione che da un anno e mezzo subisce il boicottaggio di Sernagiotto. Ma tutti hanno fatto finta di non accorgersene, anche perché nella successiva conferenza stampa Remo si è presentato trionfante a dire: «Ho riscontrato una grande condivisione sulla mia proposta, l’incontro è stato estremamente positivo, puntiamo a presentare entro un mese e mezzo un progetto che trasformi le Case di Riposo in Centri di Servizi (le Case di Risposo si sono già nominate così!, ndr) e si prendano in carico sia le persone non autosufficienti che autosufficienti accudite a casa». Sernagiotto aggiunge di ispirarsi al modello del Friuli Venezia Giulia e dell’Emilia Romagna, dove l’assistenza residenziale agli anziani e disabili (Case di riposo e Centri diurni) è inferiore a quella domiciliare (abitazioni proprie). Nel Veneto è fifty-fifty. «L’ideale sarebbe raggiungere anche noi il 65% di domiciliarietà, il che permetterebbe di servire 35.000 persone». «Mio nonno mi ha insegnato che se uno mi corre dietro per regalarmi qualcosa – dice Roberto Volpe - è meglio essere prudenti. Abbiamo ascoltato con interesse la proposta dell’assessore, ma prima di dire qualunque cosa vogliamo vedere i numeri. A consuntivo: quanti soldi spende nei quattro livelli di assistenza, dalle famiglie, ai Comuni, alle Usl, ai Centri diurni. Noi Case di Riposo siamo il quinto livello di un mondo gestito da cinque soggetti diversi. Sarebbe l’ideale unificarlo, sia per gli assistiti che per il personale che impieghiamo. Ma questa operazione non si fa con gli spot». Insomma Remo ha fatto solo il primo passo. Adesso deve fare gli altri, prima di invecchiare e aver bisogno di assistenza anche lui, sai tu se domiciliare o residenziale e pagata con cosa.

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 1 Quei “demoni” del focolare di Gabriella Imperatori

Gli uomini e le violenze in casa

 

«Finché morte non vi separi»: è una formula che, se viene ancora ripetuta in occasione di matrimoni, è sempre più ambigua. E sempre meno tien conto della crisi della famiglia. Che da solida, almeno formalmente, sta diventando «liquida». Si sta insieme finché dura (l'innamoramento, l'intesa sessuale, lo stile di vita). Poi, sempre più spesso, ci si separa. Con la percezione di un fallimento, di uno scacco da elaborare come un lutto. C'è chi ci riesce e chi non ce la fa. Soprattutto gli uomini non ce la fanno. A sopportare abbandoni e separazioni che li impoveriscono, che spesso gli sottraggono la quotidianità coi figli. Allora alcuni reagiscono. Con lo stalking, le botte, l'omicidio tentato o realizzato, a volte seguito da suicidio. Perfino con la strage. Il sesso forte in questi casi sembra aver concentrato la forza nella violenza. Ma già prima di quella conclamata c'è spesso, e proprio entro le mura della «casa dolce casa», una violenza meno esplicita: psicologica, sessuale, poi gradualmente fisica in un'escalation spesso imprevedibile. Esce adesso una ricerca sulla violenza domestica in Veneto nell'ultimo triennio, ideata dalla Commissione regionale Pari Opportunità e resa pubblica nel convegno veneziano del 29 febbraio. Interessante, utile, allarmante. I dati principali tratteggiano un omicidio-tipo, se così si può definire: commesso da un 30-50enne ai danni di una donna, moglie o compagna o ex. In lui si riscontra spesso uno stato di depressione o paranoia, cioè il pensiero ossessivo della vendetta. La sua fascia economica e sociale è trasversale. La nazionalità soprattutto italiana, anche se non mancano gli immigrati. Così smentendo in parte uno degli stereotipi più accreditati. Il teatro è la casa, il giardino, il garage. La maggior parte degli eventi criminali è preceduta da scosse premonitrici. Ora la prima domanda è: come mai il Veneto ricco ed evoluto ha una frequenza di delitti domestici (sei casi al giorno) assai superiore a quella del Sud d'Italia? La risposta può essere duplice. Nel Sud c'è quasi un'identificazione fra individuo e famiglia, la violenza è tutta extramoenia. Al Nord, dove i cambiamenti sociali sono più evidenti, le radici antiche ancora presenti nell'inconscio maschile non sempre reggono al rapido cammino delle donne, al superamento di valori obsoleti e a nuovi modelli relazionali ancora da costruire. Ma la donna è solo vittima? No di certo. Gli infanticidi sono in genere opera sua, così come gli omicidi generati da pietà (o sfinimento proprio?) nei confronti di malati senza speranza affidati alle sue cure. Insomma è l'isolamento nella sofferenza unito allo stress a innescare aggressività. Si tratta di un fenomeno da percepire al più presto e da prevenire. Nelle agenzie educative come la scuola (più che, ovviamente, nel bailamme di un pronto soccorso). Con l'ascolto delle vittime nei centri antiviolenza, nei consultori, attraverso i telefoni rosa. Ma i numeri e gli indirizzi non devono essere affidati solo a medici di base: costerebbe troppo ai comuni un volantino da spedire a tutte le donne? Infine, si potrebbe cercar di dialogare anche con i potenziali assassini, quando già hanno evidenziato sintomi preoccupanti. E' un tema arduo e delicato, ma non credo bastino le mediazioni penali, le diffide, gli ammonimenti. Penso piuttosto che gli uomini in crisi debbano imparare a chiedere aiuto, a dialogare, a leggere dentro sé stessi, così come le donne in crisi devono cercar di uscire dall'isolamento che può essere fonte di aggressività. Prima che gli uni e le altre diventino, o tornino a essere, «demoni del focolare».

 

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… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 La polveriera iraniana di Angelo Panebianco

I rischi di guerra e l’assenza dell’Europa

 

Fare i conti senza l'oste. L'Europa appare ormai da tempo ripiegata su se stessa. La crisi dell'euro, il fallimento di fatto della Grecia, i rischi corsi dall'Italia, le imminenti elezioni francesi, i gravi problemi della maggioranza di governo in Germania favoriscono l'introversione europea. L'Europa sembra cieca e sorda rispetto a ciò che si muove intorno a lei, ai pericoli incombenti e alle conseguenze che possono derivare da eventi esterni al perimetro dell'Unione. Organismo debilitato e in crisi l'Unione, e anche i suoi Stati più importanti, Germania in testa, sembrano rassegnati a un ruolo passivo e secondario nelle crisi esterne all'Europa. Come se parole quali «interdipendenza» o «globalizzazione», a forza di ripeterle, avessero perso il loro significato originario, come se fosse possibile isolare l'Europa dalle onde d'urto che provengono dall'esterno. Le divisioni che attraversano oggi il Vecchio continente hanno di mira solo i suoi equilibri interni: ad esempio, la lettera con cui dodici leader europei hanno chiesto vigorose misure per la crescita segnala il debutto di una coalizione contraria alle rigidità tedesche, alla politica di rigore senza sviluppo che la Germania sta imponendo all'Unione. Ciò è spiegabile alla luce della crisi che ha investito l'Europa. Meno spiegabile è invece la latitanza europea dagli scacchieri esterni nei quali si giocano partite che possono avere un grandissimo impatto sulla evoluzione della crisi europea. Meno spiegabile è il fatto che i capi di governo europei non abbiano ancora trovato tempo e modo per una presa di posizione collettiva su ciò che sta accadendo in Medio Oriente. Come se l'Europa potesse disinteressarsene. In Medio Oriente i venti di guerra stanno soffiando con sempre maggior forza. È probabile che Israele, sul quale pesa una minaccia esistenziale, una minaccia alla sua sopravvivenza, decida entro pochi mesi di attaccare l'Iran, di colpirlo prima che esso si doti di armamenti nucleari. La guerra è resa ancor più probabile per il fatto che in Iran è in corso una lotta senza esclusione di colpi fra due fazioni, entrambe nemiche di Israele ed entrambe sostenitrici del programma nucleare, quella che fa capo alla Guida suprema Khamenei e quella che fa capo al presidente Ahmadinejad. Come spesso accade in queste circostanze, la fazione più in difficoltà potrebbe scegliere di aggravare ulteriormente la crisi con Israele, innescando così il conflitto armato, nel tentativo di prevalere sulla fazione rivale. Si aggiunga il fatto che l'Iran corre il rischio, nei prossimi mesi, di vedere indebolita la propria posizione internazionale a causa della crisi, quasi certamente irreversibile, del suo principale alleato mediorientale, il regime siriano. E ciò può accrescere nei suoi governanti la tentazione dell'avventurismo. L'ondata che la guerra solleverebbe sarebbe gigantesca. Il prezzo del petrolio volerebbe alle stelle con un fortissimo impatto recessivo sull'economia internazionale. Negli scenari più cupi, però, il costo stimato del petrolio in caso di conflitto sarebbe addirittura il problema minore. Perché si aprirebbero, soprattutto per l'Europa, anche gravissimi problemi di sicurezza. L'estremismo islamico sciita-iraniano potrebbe avere interesse a colpire l'Europa per costringerla a esercitare pressioni su Israele. E troverebbe alleati, probabilmente, fra gli estremisti sunniti, anch'essi nemici di Israele. Si noti che l'evoluzione in Medio Oriente sarebbe negativa per noi europei sia nel caso che la guerra scoppiasse a breve termine sia nel caso che venisse rinviata nel tempo. Nella prima eventualità, ci sarebbe una immediata onda d'urto. E, inoltre, le conseguenze di medio-lungo termine sarebbero altrettanto gravi. Se la guerra scoppiasse ora e Israele vincesse allontanando da sé la minaccia nucleare, ciò sarebbe ottenuto al prezzo di un drastico indebolimento della potenza iraniana in Medio Oriente. Tolto di mezzo il loro storico nemico politico-religioso, i fondamentalisti sunniti, veri vincitori, fino ad oggi, delle cosiddette rivoluzioni arabe, diventerebbero molto più aggressivi. E con la loro accresciuta aggressività non solo Israele ma anche l'Europa dovrebbero fare i conti. Se invece la guerra non scoppiasse subito e l'Iran diventasse una potenza nucleare, la conseguenza non sarebbe solo un rischio permanente per la sopravvivenza di Israele: i regimi sunniti, Arabia Saudita in testa, dovrebbero a loro volta rapidamente dotarsi di armi nucleari per riequilibrare l'Iran. Un Medio Oriente interamente nuclearizzato sarebbe un incubo per il mondo e per l'Europa in primo luogo. Ciò che davvero servirebbe a tutti, ma non c'è speranza di ottenerlo a breve termine, è un cambiamento di regime in Iran. Rassicurando così sia Israele che gli arabi sunniti. Obama e gli europei persero un'occasione d'oro quando, per miopia politica, non appoggiarono attivamente la rivolta antiregime in Iran del 2009. Fu l'unica buona occasione per rovesciare il regime teocratico nato dalla rivoluzione del 1979. E venne sprecata. Sarebbe stato più utile per tutti se gli occidentali avessero fatto per l'Iran in quella occasione ciò che hanno fatto (forse con eccessivo entusiasmo) per la Libia nel 2011, o almeno, senza arrivare all'intervento diretto, ciò che sta facendo oggi la Turchia a sostegno dei rivoltosi in Siria. Che i medici si diano da fare intorno al capezzale dell'euro va benissimo. Ma senza dimenticare che i pericoli che corriamo sono di varia natura. Dal Medio Oriente, come sempre, arrivano i più insidiosi.

 

Pag 1 Troppe timidezze, lo Stato batta un colpo di Marco Imarisio

Isolare i violenti

 

La Val di Susa non è un luogo remoto e ostile, come potrebbe sembrare dalle cronache di questi giorni. Se gli avvenimenti recenti hanno rivelato la gravità di quello che sta accadendo, e non da ieri, a una trentina di chilometri da Torino, forse è arrivato il momento di una presa di coscienza collettiva. Lo Stato, deve dimostrare di esserci davvero; distinguendo quei che è ancora possibile discutere e ciò che invece è ormai deciso. A seguire, i protagonisti della nostra vita pubblica dovrebbero, per una buona volta, prendere le distanze dalla violenza. Con i fatti, non solo con le parole. La naturale simpatia per i movimenti: e la legittima avversione all'alta velocità non possono consentire la continua sottovalutazione della gravità di certi fatti solo perché contrari alla propria rappresentazione della realtà. Ognuno deve fare la sua parte. Dalla storia della Tav non si esce con i blindati di Polizia e Carabinieri. Non è neppure giusto lasciare questa responsabilità sulle spalle delle forze dell'ordine. Per troppo tempo si è guardato alle proteste contro l'Alta velocità e alla loro rapida degenerazione con occhi distanti, e opportunisti. La parola fermezza tanto evocata in questi giorni significa anche tutela del principio di legalità e rifiuto di ogni forma di giustificazione per atti inaccettabili. Il governo dovrebbe far sentire la sua voce in modo netto, cosa finora mai avvenuta a parte qualche intervista di prammatica. E magari farsi anche carico delle richieste provenienti da quella parte di territorio che da anni ha accettato di incamminarsi sulla strada del dialogo. Ma l'assunzione di responsabilità deve riguardare tutti. Troppe zone grigie, troppe ambiguità, hanno trasformato, una protesta locale in un magma che ribolle in molte parti d'Italia. Anche in questi brutti giorni abbiamo ascoltato parole scagliate come pietre da chi ha responsabilità istituzionali in valle, e non solo. I partiti di riferimento dovrebbero smetterla di baloccarsi con le loro alchimie. La legalità non è un principio flessibile a seconda delle esigenze. O dentro, o fuori, la Val di Susa insegna che il tempo degli opportunismi e del disimpegno è finito, dopo aver prodotto notevoli danni.

 

Pag 1 “So di essere un omino buffo” di Aldo Cazzullo

Lucio Dalla, genio e ironia. Addio al poeta della musica

 

Lo fermavano tutti, e lui si fermava con tutti. Non rifiutava mai una foto o un autografo. Quando la ressa si faceva troppo intensa, scappava via con la sua andatura da folletto, facendo ciao con le mani. Una sera, a Bologna, sotto i portici di piazza Santo Stefano, disse all'amico che lo accompagnava: «Vedi, tutte queste persone non sanno niente di me. In me vedono solo un piccolo omino buffo che canta. Ma a me non importa, perché sento che mi vogliono bene. Come io ne voglio a loro». Certo, Lucio Dalla sapeva di essere anche un piccolo omino buffo, e ci si divertiva. Si era pure fatto mettere il parrucchino da Cesare Ragazzi, di cui era diventato amico; e aveva voluto un parrucchino biondo, esplicito, dichiarato. Tra i suoi tanti, geniali video, il preferito era quello in cui diventava un fumetto; perché lui si sentiva anche un fumetto. In realtà, Lucio Dalla era molto più di ciò che tanti fan vedevano in lui. Era l'artista di dischi corrosivi fin dal titolo, come «Anidride solforosa». Era la voce dei testi di Roberto Roversi. Era a sua volta il poeta di «Com'è profondo il mare», in cui i clochard romantici di Piazza Grande - «Santi che pagano il mio pranzo non ce n'è…» - diventavano ombre disperate: «Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte… siamo i gatti neri, siamo pessimisti, siamo i cattivi pensieri; e non abbiamo da mangiare». Ci sono poi cose che lui stesso non voleva si sapessero. Della sua vita sentimentale non parlava mai. In gioventù aveva amato molto. In età matura, più che amante era diventato padre. Non avendo una famiglia sua - «una famiglia vera e propria non ce l'ho» -, se n'era costruita una, in cui ognuno aveva un ruolo. Il fratello maggiore era Tobia, cui era affidata la logistica, e la macchina. La madre, cui era affidata la casa, era la Tina, donna lombarda finita alle Tremiti per amore di Giacomo, cui era affidata la barca. Quando Giacomo divenne anziano, nella famiglia entrarono altri due marinai, che lui chiamava per soprannome (Lucio dava soprannomi a tutti): Furetto, per l'agilità, e Cumpé, «compare» in dialetto di Manfredonia (Lucio parlava il bolognese, il napoletano e il pugliese). Nella famiglia c'erano le sorella, Vittoria, cui erano affidati i cani; Piera Degli Esposti, l'attrice. E c'erano i figli. Prima Stefano, bravo artista, detto Brillo. Poi, quando Stefano si era fatto una famiglia sua, con una ragazza chiamata ovviamente Brilla, era arrivato Marco, bravo attore, detto Trìcchete per la rapidità di movimenti. Dalla era un rabdomante del talento. Lo riconosceva al volo. Lanciò Ron, Samuele Bersani, Luca Carboni, gli Stadio. Ora produceva Pierdavide Carone e un gruppo Indie, «Marta sui tubi», che ospitava nello studio di registrazione, in una cantina medievale nel cuore di Bologna. La sua casa era poco distante: cinque appartamenti comunicanti, pieni di crocefissi lignei e porte che davano sui tetti, dove fin da ragazzo usciva a sentire «le parole della gente, l'odore dei mangiari». Sui tetti gli capitava anche di addormentarsi. Era abituato a dormire dappertutto, fin da quando, arrivato a Roma, passava la notte sulle sedie dei bar di via Veneto, in tasca i soldi solo per il cappuccino che ordinava ai camerieri venuti a svegliarlo. Il padre non era «un bell'uomo venuto dal mare», come nella biografia immaginaria della canzone che di vero ha solo la data di nascita, «4 marzo '43», composta con un'amica in un villaggio turistico alle Tremiti, una canzone bellissima che lui si divertiva a sminuire: «Ma dai, pare uno stornello romanesco…». Il padre, quello vero, era il direttore del tiro a volo di Bologna, quindi assomiglia più al «grande cacciatore di quaglie e di fagiani» di «Com'è profondo il mare». Lucio lo conobbe appena. Quando la madre gli disse che papà era morto, lui pianse. Poi le rispose: «Quest'anno dove andiamo al mare?». Come a dirle che la vita doveva continuare. Fu Gino Paoli a convincere Dalla a cantare, e lui gli fu sempre riconoscente. Di Morandi era amico da cinquant'anni. Con Guccini invece si erano un po' persi, come con Venditti. Con Celentano non si amavano. Di Vasco Rossi si divertiva a raccontare di quando telefonò in piena notte per chiedergli: «Ma secondo te, Lucio, io sono intelligente?». «Intelligentissimo!», fu la risposta. L'incontro della vita, tra i colleghi, è stato con Francesco De Gregori, che lo considerava non solo un talento musicale straordinario ma anche un uomo di profonda moralità. Dalla sapeva di aver avuto molto, ed era come ansioso di ricambiare. Era un uomo ricco: la tournée interrotta dalla morte improvvisa l'avrebbe portato in tutta Europa, Caruso è tra le canzoni più tradotte al mondo (e lui si divertiva a sminuire anche quella); ma era soprattutto un uomo generoso. Potevi passare giorni interi con lui senza riuscire a pagargli un caffè. Soprattutto, era generoso di sé. Sotto casa sua a Bologna ci sono sempre musicisti di strada, da quando con la sua dote di rabdomante aveva sentito un gruppo e l'aveva ingaggiato. Un altro giorno notò un imbianchino che gli assomigliava e lo assunse come sosia. Lo mandava ai pranzi ufficiali, tipo una domenica al Diana, il ristorante della borghesia bolognese, con Moratti e Gazzoni Frascara. Lo mandò al suo posto anche al Festivalbar, all'Arena di Verona, per non perdere una partita di basket della Virtus. In cambio, un giorno Lucio andò a lavorare al posto dell'imbianchino. Anche le altre case erano spesso piene di gente. Quella di Milo, a metà strada tra l'Etna e il mare, accanto alla villa di Franco Battiato. Più ancora, la casa alle Tremiti, dove aveva messo uno specchio sul terrazzo perché anche chi sedeva di spalle potesse vedere l'abbazia medievale di San Nicola, sull'isola di fronte. In giardino teneva l'igloo del villaggio turistico dove aveva scritto «4 marzo». In barca gli piaceva distendersi sulla prora, come una polena, indossando certi strani costumi da donna. Profondamente bolognese, si sentiva anche un uomo del Sud; al festival che quasi ogni anno offriva agli abitanti delle Tremiti, che pur essendo pugliesi parlano napoletano in quanto discendenti dei carcerieri dei Borboni, fece venire Gigi D'Alessio, lui che aveva suonato con Chat Baker. Amava frequentare in alto e in basso, cenare con l'avvocato Agnelli e Berlinguer o con persone conosciute per strada. Era di sinistra ma detestava certa spocchia intellettuale. Suonava a casa di Craxi e votava Pci, criticava Berlusconi pur essendogli amico. Un giorno, mentre era in gommone, gli passarono sulla testa gli aerei che andavano a bombardare la Jugoslavia, e scrisse «Ciao»: «È stato come un lampo/ proprio in mezzo al cielo/ era blu cobalto, liscio/ liscio senza un pelo…». Poi la musica pop non gli bastò più. Riscrisse la Tosca di Puccini. Aprì una galleria, scoprendo giovani artisti e coltivando l'amicizia dei maestri: con Luigi Ontani erano cresciuti insieme, con Mimmo Paladino girarono un film in cui Lucio era Sancho Panza. Era attento allo stile di vita, non beveva, mangiava pochissimo, ma faticava a dire di no agli inviti, e viaggiava di continuo, forse troppo. Alla sua fine forse non è estraneo lo stress di Sanremo, e l'amarezza per il modo in cui l'orchestra e parte della critica avevano accolto una canzone in cui credeva. A Sanremo del resto non era mai andato volentieri, dall'anno della morte di Tenco, suo vicino di stanza; ma di quella notte non ricordava nulla. Quando cantò per Giovanni Paolo II, alla fine scambiò con lui qualche sussurro all'orecchio. «Le parole che mi ha detto il Papa le dirò solo a mia mamma», sorrise. Alla madre, scomparsa da tempo, Lucio era legatissimo. Aveva la sua foto sul comodino in ogni casa, anche in barca. E amava la poesia di Ungaretti intitolata appunto «La madre». Sapeva a memoria l'inizio - «E il cuore quando d'un ultimo battito / avrà fatto cadere il muro d'ombra / per condurmi, madre, davanti al Signore / come una volta mi darai la mano» - e la fine: «Ricorderai di avermi atteso tanto/ e avrai negli occhi un rapido sospiro».

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 L’Opa ostile sul Professore di Massimo Giannini

 

È partita l'Opa su Monti. Ed è più ostile di quanto non sembri. Dopo Casini, anche il Cavaliere lancia dunque la sua offerta pubblica d'acquisto sul Professore. Silvio Berlusconi ha avvelenato i pozzi per un quasi ventennio, costruendo un "bipolarismo di guerra" fondato sull'aggressione e la delegittimazione dell'avversario. E adesso, come per miracolo, si concede una folgorazione tardiva: la Grosse Koalition all'italiana, o all'amatriciana. Pdl, Pd e Terzo Polo, secondo l'ex premier, dovrebbero accordarsi per candidare Mario Monti a Palazzo Chigi anche per la prossima legislatura. Sulla carta, una proposta tutt'altro che peregrina. L'ipotesi di un "Monti bis" riflette un sentimento diffuso. Prima di tutto nella testa vuota di una politica che non ha più molto da offrire agli elettori, e che per questo si affida al governo tecnico come ad uno scudo dietro al quale ripararsi, in attesa di ricostruire una piattaforma programmatica accettabile e autosufficiente. E poi soprattutto nella pancia disillusa di un Paese che invece ha molto da chiedere, e che per questo guarda al governo tecnico come a un punto di non ritorno, una riserva imperdibile di competenza e di credibilità alla quale attingere finché si può. Letta in questa chiave, la mossa di Berlusconi è allo stesso tempo astuta e disperata. L'astuzia consiste nell'ennesima operazione di mimesi politica e di trasformismo mediatico. Il Cavaliere vuol far credere agli italiani che il governo montiano è la prosecuzione naturale, sia pure con altri mezzi, del governo berlusconiano. "Lo sosteniamo, perché sta portando avanti il nostro programma". Questo ripete l'uomo di Arcore, per spiegare il suo endorsement nei confronti del Professore. Per questo può restare a Palazzo Chigi altri cinque anni. "È uno di noi": questo è il messaggio implicito che la propaganda berlusconiana tenta di trasmettere all'opinione pubblica. Ma a dispetto della banale vulgata arcoriana, a muovere il Cavaliere non è un improbabile "spirito costituente". È invece la solita intenzione di confondere le acque e nascondere i problemi. Lo dicono i fatti. In questi lunghi anni di avventura cesarista e populista, Berlusconi non ha mai neanche provato a fare una seria riforma delle pensioni (che la Lega gli ha sempre bloccato) né un pacchetto serio di liberalizzazioni (che la ex An gli ha sempre avversato). Non ha mai neanche provato a far pagare le tasse agli evasori, né a far pagare l'Ici alla Chiesa. Dunque, non si vede proprio in cosa consista la presunta "continuità" di azione e di ideazione tra il governo forzaleghista di ieri e quello "di impegno nazionale" di oggi. Il "decisionismo" moderato di Monti non è in alcun modo assimilabile al radicalismo inconcludente di Berlusconi. Ma al Cavaliere, oggi, conviene azzardare l'Opa sul Professore per due ragioni. La prima ragione riguarda il centrodestra. Tutti i sondaggi lo dimostrano: senza la Persona che l'ha inventato e costruito a sua immagine e somiglianza, il partito personale si dissolve nel Paese, scivolando verso un drammatico 20% di consensi. Se le condizioni non mutano, il Pdl è condannato a una sconfitta sicura, sia alle amministrative di primavera sia alle politiche dell'anno prossimo. Non solo: senza il collante del leader onnipotente e carismatico, il partito si disgrega al suo interno, confermando il fallimento della Rivoluzione del Predellino e la natura "mercenaria" di una destra tenuta assieme non dagli ideali, ma solo dagli interessi. Con l'annessione unilaterale di Monti, il Cavaliere da un lato annega l'inevitabile disfatta elettorale dentro uno schema di Grande Coalizione dove non vince e non perde nessuno, e dall'altro lato rappattuma i cocci di un partito altrimenti destinato a una serie di scissioni a catena. La seconda ragione riguarda il centrosinistra. Con questo "audace colpo", Berlusconi cerca di rimandare la palla avvelenata nel campo di un Pd già diviso, costretto a dire no, per il 2013, ad un patto per un "governo di salute pubblica" di cui è oggi il principale contraente e garante. Qui, dunque, sta la disperazione della "svolta" berlusconiana. Una scelta imposta dall'istinto di sopravvivenza, e non certo dal "senso di responsabilità". Fa bene Bersani a sottrarsi immediatamente all'"alleanza innaturale". Farebbe bene Monti a sottrarsi gradualmente all'"abbraccio mortale". Il Professore deciderà tra un anno se e come "capitalizzare" la sua esperienza politico-istituzionale. Ma una cosa è certa: il "montismo", per come lo stiamo imparando a conoscere, non è e non sarà mai riducibile a una "variante mite" del berlusconismo.

 

Pag 1 Nella dacia di Putin: “Io, l’opposizione e la nuova Russia” di Ezio Mauro

Intervista al leader alla vigilia del voto: non userò la forza con gli avversari

 

Novo-Ogarevo (Mosca) - La terza candidatura alla presidenza della Russia, più un mandato da premier? "Perfettamente normale, io passo attraverso le elezioni, la gente decide". I brogli elettorali? "Non mi risulta, ma per questo ci sono i tribunali". La piazza in protesta che denuncia "Russia Unita" come un partito di malfattori? "Puri slogan elettorali, battute da comizio". Vladimir Putin risponde per due ore e mezza alle domande sui problemi di democrazia in Russia. Presenta il suo programma per i sei anni di presidenza se domenica sarà eletto, scioglie i dubbi e ricandida ancora una volta Dmitrij Medvedev come premier, si impegna a non usare il pugno di ferro con l'opposizione e affronta i grandi temi aperti in politica estera: la Siria ("Noi vogliamo evitare che succeda quel che è successo in Libia, con quell'esecuzione medievale di Gheddafi"), l'Iran ("Ha diritto di avere il suo programma nucleare civile, sotto il controllo internazionale"), gli Stati Uniti ("Quando l'ho incontrato Obama in questa stessa sala, mi sono riconosciuto nelle sue idee"). Infine, l'Italia: "Monti è un kamikaze, sta facendo tutto benissimo, me l'ha detto proprio ieri Silvio Berlusconi, di cui continuo ad essere un grande amico". Ci sono più poliziotti qui che nel centro di Mosca, anche nella zona del Cremlino. Si abbandona la Rubliovka (una volta circondata solo da dacie di legno e betulle, mentre adesso le vecchie case si trovano di fianco vetrine Ferrari e Maserati, il Luxury Village, addirittura un Billionaire) e si gira a destra per una strada silenziosa e vuota col divieto d'accesso in cima, in mezzo ad un bosco pieno di neve. In fondo un grande muro bianco sormontato dall'aquila imperiale della Russia. Quando si apre il gigantesco cancello di ferro si entra nella zona proibita di Novo-Ogarevo, il comprensorio del nuovo potere russo. A destra nel parco c'è la casa dove abita Putin, invisibile a tutti. A sinistra la pista per gli elicotteri. Davanti, adesso, un altro cancello con soldati di guardia in mimetica. Ed ecco la dacia dove Putin da dodici anni fa gli onori di casa a Capi di Stato e di governo e riceve i suoi ospiti ufficiali. Una grande costruzione gialla in stile moscovita virato al classico, con le colonne bianche sotto una piccola terrazza curva. Al primo piano, la sala da pranzo dove durante la cena si è svolta l'intervista con i direttori di alcuni tra i principali giornali internazionali: James Harding del Times, Gabor Steingart di Handelsblatt, John Stackhouse del Globe and Mail, Yoshibumi Wakamiya dell'Asahi Shimbun, Sylvie Kauffmann direttrice editoriale di Le Monde, e Repubblica. Ecco il testo dell'intervista.

Il giorno dopo il voto per la Duma, è rimasto sorpreso di vedere così tanta gente in piazza a protestare?

"Perché dovrei sorprendermi? Non c'è nulla di strano. Allora da voi, con migliaia di persone in strada per la crisi? Io sono contento, perché questo significa che le strutture del potere devono reagire, sono costrette a farsi venire delle idee per risolvere i problemi. Questa è una cosa costruttiva, una grande esperienza per la Russia".

Ma lei non dà ascolto agli oppositori, non parla mai con loro. Perché?

"Io parlo con tutti, anzi una volta ogni dieci giorni sono fuori da Mosca a incontrare dirigenti, operai, sindacati, gente della strada. Questa è la caratteristica della mia esperienza nel potere russo. L'altro giorno, quando è esplosa ad Astrakan una casa per il gas con morti, feriti e gente senza tetto, sono andato da loro, sono salito sull'autobus dove avevano trovato rifugio e ho pensato che questo è il mio dovere: il rapporto con la gente, di qualunque colore politico sia".

Ma lei non dialoga mai con la piazza e coi suoi leader. Come mai?

"Un momento, io li rispetto. Anche se molti di loro erano leader già in passato e non possono vantare grandi risultati per questo Paese. Per me, non sono i dibattiti o le promesse che fanno la differenza. La fiducia viene dai risultati raggiunti in questi anni".

I sondaggi dicono che lei può vincere le elezioni al primo turno. Ma come si sente quando ascolta gli slogan urlati in piazza che definiscono il suo partito, Russia Unita, come una formazione di ladri e malfattori?

"Queste sono frasi ad effetto, puri slogan. I loro capi sono stati al potere, hanno ricoperto cariche. Discutere in base a un linguaggio populista non è buona cosa. Non dicono mai niente che serva a risolvere i problemi".

Ma non crede che questo scambio ripetuto di incarichi al vertice tra lei e Medvedev dia vita ad una sorta di oligarchia politica e a un sistema bloccato?

"Senta, e allora Kohl, sedici anni al potere, cos'era? Di Berlusconi non parlo perché è un mio amico. Ma il Premier canadese, altri sedici anni. Perché solo noi diventiamo oligarchi? Penso che candidarci sia un nostro diritto purché si agisca nell'ambito della legge e della costituzione. Di che oligarchia andiamo parlando...".

Ma vediamo in concreto: lei nominerà Medvedev al suo posto come Primo Ministro?

"Sì, se sarò eletto, lui sarà il mio Premier".

Ma dove ha sbagliato Medvedev? Perché lei pensa di essere più adatto di lui alla presidenza della Russia, e di meritarsela di più?

"Ma quando mai ho detto una cosa simile? Noi abbiamo un accordo preciso, che si basa su questo: se i risultati della nostra opera sono buoni e le cose migliorano, noi dobbiamo valutare insieme serenamente chi ha più chance di essere eletto, e gode di maggior fiducia tra i cittadini. Cosa c'è di strano? Alla fine di quest'anno abbiamo visto che toccava a me perché il mio consenso era più alto di due punti percentuali. E non poteva che essere così, visto che i poveri si sono dimezzati e il reddito è cresciuto di 2,4 volte, mentre abbiamo ripreso in mano un Paese a pezzi e abbiamo rianimato l'esercito, risollevando perfino l'indice di natalità, problema di tutta l'Europa. La gente sa che queste cose le ha fatte il governo. Ecco dove nasce la mia ricandidatura".

Ma lei pensa di ricandidarsi anche per il prossimo mandato, rimanendo al potere addirittura 24 anni?

"Se alla gente va bene, perché no? Ma in realtà non lo so, non ci ho proprio pensato".

Lei ha il consenso delle campagne e della periferia, ma la nuova classe media urbana, quella delle grandi città, aperta alle nuove tecnologie e alla modernizzazione del Paese vuole cambiare ed è contro di lei. Cosa risponde?

"Siete proprio sicuri che la classe media sia contro di me? Magari in questa fascia di popolazione il consenso per me si riduce, ma è sempre la maggioranza. E poi, bisogna essere obiettivi: loro sono la novità, la Russia moderna, ma il nuovo non sta tutto qui. Anche nell'agricoltura, ad esempio, è in atto un processo di modernizzazione tecnologica. Non facciamo errori, ci vuole equilibrio. Però, certo, ammetto che la classe media è più esigente, e si scontra direttamente coi problemi, la corruzione, il malfunzionamento della burocrazia. E noi dobbiamo dare risposte. Ma questo riguarda tutto il sistema politico".

Parlando con i leader degli oppositori, si avverte il timore che lei dopo il voto possa avere la tentazione di una prova di forza contro il dissenso. Cos'ha da dire?

"Ma di che hanno paura? Perché dovrei farlo, se stiamo agendo esattamente in senso contrario? La nostra strategia è quella del dialogo. Del resto anche Medvedev ha presentato una legge per rinnovare e aprire il sistema politico, rendendo più facile la nascita di nuovi partiti e introducendo nuovi criteri per le elezioni della Duma. Quindi non capisco da dove nascano questi timori".

Nascono dalle denunce di brogli e falsificazioni alle ultime elezioni politiche. Lei minimizza, ma non crede che questi episodi gettino un'ombra sul sistema di potere russo?

"Non so, ma esiste una legge: rivolgersi al tribunale. In passato è successo, gruppi di persone si sono rivolti alla giustizia e i risultati sono stati modificati. Ad esempio a San Pietroburgo".

Ma quando un leader dell'opposizione come Aleksej Navalnyj denuncia sul suo sito la marcia della corruzione attraverso la Russia, tema sensibilissimo, lei cosa ne pensa?

"Molte persone anche nelle alte sfere del potere sono stati inquisiti e processati. Però bisogna avere le prove, deve esserci un processo. Non faremo mettere in galera la gente se non esistono riscontri indiscutibili sulla loro colpevolezza. È uno sport che nel passato del nostro Paese si è praticato troppo, e ha fatto molte vittime innocenti coi processi sommari. Non lo ripeteremo".

La corruzione sembra dilagare soprattutto nei quadri intermedi, non nel vertice. Perché?

"Ripeto, ogni caso va dimostrato in un libero tribunale. Navalnyj? Anche un suo consigliere ha avuto problemi per abuso in atti d'ufficio. Ma voglio dire che scoprire casi di corruzione corrisponde sempre all'interesse dello Stato. Quello che non mi piace è che tutto questo venga usato a fine politico".

Perché non rivelate i vostri redditi come in Occidente? Negli Usa un candidato deve addirittura quasi calarsi i pantaloni. Da voi?

"Calarsi i pantaloni, forse, darebbe qualche impulso al voto. Ma non è necessario. Noi abbiamo tutto a posto, non vi preoccupate, e già diciamo quanto guadagniamo".

Lei pensa che il peggio della crisi economico-finanziaria sia passato? E appoggia l'austerità di Merkel e Sarkozy o crede più utile puntare sulla crescita?

"Non so rispondere. Ma penso che per superare davvero la crisi bisogna affrontare i fondamentali, che sono l'overproduzione e la saturazione dei mercati. Ci vuole un cambio di priorità, passare dalla finanza all'economia reale. Non voglio dare giudizi su Merkel e Sarkozy, so che la situazione è molto difficile, e al loro posto avrei forse scelto la stessa politica. Non si può superare un burrone in due balzi, bisogna farlo con un salto solo. Basta però non esagerare con l'imposizione della disciplina economica e della rigidità, se no si arriva al collasso e alla stagnazione. C'è una sottile frontiera che dobbiamo stare attenti a non varcare. Se i bond europei potranno aiutare, noi saremo d'accordo, così come se la Bce dovesse fare emissioni per contrastare il debito. Noi comunque daremo una mano, nel limite delle nostre possibilità".

Quale pensa sarà il futuro della Ue e dell'euro?

"Il nostro maggior partner commerciale è l'area euro, arriva al 50 per cento. Ecco perché siamo molto interessati alla crescita della Ue e al suo risanamento e ci auguriamo che l'euro mantenga le sue posizioni. Non dimenticate che il 40 per cento delle riserve della Russia è in euro".

C'è molta preoccupazione in Occidente per ciò che succede in Siria. Le armi usate sono russe, nell'ultimo mese sono morte centinaia di persone. Come si pone lei il problema di fermare questa violenza?

"La gente guarda la Siria coi vostri occhi, ciò che voi mostrate sui giornali e in tv. C'è un conflitto civile armato, e il nostro obiettivo non è di aiutare governo o opposizione armata, ma di arrivare ad una pacificazione. Non voglio che si ripeta la Libia. Ve la ricordate quell'esecuzione medievale di Gheddafi? E dopo? Donne violentate a centinaia, bambini che muoiono, gente che soffre. Lo avete scritto? Troppo poco. Noi non vogliamo che in Siria succeda niente di simile. Quanto alle armi, il nostro interesse non è più alto di quello che può avere la Gran Bretagna, Non abbiamo con la Siria nessun rapporto speciale, ma vogliamo costringere entrambe le parti a fermare la violenza".

Perché non avete firmato la risoluzione dell'Onu sulla Siria?

"Ma voi l'avete letta? Io sì. C'è scritto che bisogna portare via le truppe governative dai villaggi dove si trovano. Ma perché non dire che deve ritirarsi anche l'opposizione armata? Così Assad non avrebbe mai accettato. Facciamo sedere le parti ad un tavolo, apriamo le trattative, questa è la strada".

Ma lei crede che Assad dopo tutto questo possa restare al potere?

"Non lo so, sono le parti che si devono mettere d'accordo. Con gli sforzi congiunti di Unione Europea, Stati Uniti e Russia possiamo farcela. Una cattiva pace è sempre meglio di una buona guerra".

Cosa pensa delle minacce iraniane nei confronti di Israele?

"Stiamo parlando di una regione esplosiva, discorsi troppo bellicosi in quell'area possono essere molto pericolosi. Ma l'Iran ha diritto ad avere un suo nucleare civile, certo sotto il pieno controllo delle organizzazioni internazionali e dell'Aiea".

Se l'Iran verrà attaccato, che farà la Russia?

"Per anni, e negli ultimi dieci in particolare, la Russia ha avuto una posizione precisa. I nostri soldati non escono dalle frontiere della Russia, e questa è una impostazione ferma, di principio, per la pace. Negli ultimi dieci anni si è ricorsi troppo spesso all'uso della forza per risolvere i conflitti internazionali. E questo lascia un'impronta negativa nelle relazioni tra Stati, e spinge certi Paesi a cercare l'arma nucleare come strumento di difesa".

Come sono i rapporti con gli Usa?

"Proprio in questa sala ho visto Obama due anni fa. Mi è sembrato franco e sincero, e molte cose che diceva sono le stesse che penso io. Io non so se riuscirà nei suoi intenti, ma non si può dire che i nostri rapporti non siano buoni. Le discussioni sullo scudo stellare? Le ho avute anche con Bush. Noi non vogliamo che lo scudo ci minacci, loro dicono che è orientato solo verso sud, noi chiediamo che ce lo mettano per scritto: loro dicono che ci dobbiamo fidare. Ecco la questione".

Lei è stato amico molto stretto con Silvio Berlusconi, costretto a dimettersi dal calo di fiducia e di consenso. Cosa pensa dei primi mesi del suo successore Mario Monti?

"Di Berlusconi non 'ero' amico, lo sono sempre. Monti mi sembra che stia facendo tutto bene, assolutamente. Certo, il suo compito è molto difficile. Il primo ministro italiano è un kamikaze. I compiti che devono affrontare i leader dell'Italia e della Grecia possono essere svolti solo da persone che non hanno ambizioni politiche per il futuro, uomini responsabili, che amano il loro Paese, professionisti. Monti mi sembra una persona molto capace e tenace, me lo ha detto proprio Silvio ieri, aggiungendo di avere molto rispetto per lui. Ha aggiunto: lo aiuteremo".

Un'ultima domanda personale. Sua moglie non si vede da molto tempo: come mai?

"Mia moglie non è un personaggio pubblico. Quando lo sei, devi avere a che fare con i mass media, che non sono sempre delicati. Mia moglie e la mia famiglia non fanno politica, non fanno business, io voglio che le cose restino così, anche per la loro sicurezza".

Qualche grave errore che si rimprovera in questi dodici anni di potere?

"Sbagli sì, tanti errori di valutazione. Ma un errore veramente grave non riesco a vederlo".

L'intervista è finita. Putin guarda l'orologio, si fa portare due fette di pane dopo il dessert e il tè e saluta: il corteo di auto nere lo porta a giocare a hockey con le sue guardie del corpo, qui vicino, mentre ormai è notte intorno alla dacia del potere. 

 

LA STAMPA

La coalizione che uccide il bipolarismo di Luigi La Spina

 

In politica, specialmente in quella italiana, tutto può succedere. Ma il pronostico sulla continuazione dell’esperienza del «governo strano», con l’appoggio dei tre più grandi partiti, anche nella prossima legislatura è ormai generale. L’ha fatto intuire lo stesso Mario Monti, quando, mercoledì scorso, non lo ha più escluso, sia pure con quelle sue locuzioni allusive e un po’ criptiche. Lo ha confermato, ieri, Silvio Berlusconi, con il linguaggio alla sua maniera, diretto e senza sfumature. L’ipotesi di un governo di unità nazionale anche dopo le elezioni del 2013 si è rafforzata perché Pdl, Pd e Terzo Polo, o meglio, i leader di questi tre partiti, hanno trovato, nelle settimane scorse, un sostanziale accordo su una nuova legge elettorale, in senso proporzionalista. Al di là dei dettagli tecnici, ancora da definire, l’intesa su questo metodo per eleggere il nuovo Parlamento conviene un po’ a tutti. In un clima di discredito e di sfiducia da parte dei cittadini nei confronti dei politici e dei partiti, con la prospettiva di una riduzione generalizzata dei consensi e di alte astensioni dal voto, il sistema proporzionale, sia pure un po’ corretto, offre due fondamentali vantaggi: consente di rendere difficili i confronti col passato e, quindi, di mascherare meglio le prevedibili sconfitte. Com’era costume durante la prima Repubblica, tutti potrebbero sostenere, la sera dei risultati, se non di aver vinto, almeno di non aver perso. Il secondo vantaggio è quello di avere le «mani libere» per decidere la nuova maggioranza sulla quale fondare il nuovo governo e, magari, il nuovo presidente del Consiglio. È possibile che, nonostante la buona volontà di Berlusconi, Bersani e Casini non si riesca a varare, prima che questa legislatura finisca, una tale riforma della legge elettorale. Ma, anche se si andasse a votare, nella primavera del 2013, con quella attuale, l’ipotesi della grande alleanza, di un governo di unità nazionale non si indebolirebbe. Tutti i sondaggi e tutti gli esperti di alchimie elettorali convengono sulla scarsa probabilità che, con il sistema vigente, si riesca a trovare al Senato, dove non è previsto il cospicuo premio di maggioranza assegnato alla Camera, una maggioranza tale da poter governare con un certo margine di sicurezza. Ecco perché, pure se la nuova legge non fosse approvata in tempo, sarebbe necessaria un’ampia convergenza parlamentare, simile a quella che sostiene Monti. Quando si azzardano pronostici, bisogna avere il coraggio di andare, con sprezzo del pericolo, fino al fondo del rischio di una clamorosa smentita. Vediamo, perciò, chi potrebbe guidare il primo governo della prossima legislatura. È difficile che l’accordo tripartito Pdl, Pd e «Terzo Polo» preveda uno dei tre leader installato al piano nobile di Palazzo Chigi. Allora è naturale pensare che sia Monti, che non si presenterebbe in nessuna lista in coerenza col suo profilo di «tecnico» al di sopra delle parti, a continuare, ancora su indicazione del solo presidente della Repubblica, come il rispetto assoluto della Costituzione dovrebbe sempre prevedere, l’esperienza del suo governo «strano». Una variante a questa soluzione potrebbe consistere nel passaggio di testimone della presidenza del Consiglio a Corrado Passera, magari in vista, per Monti, di una salita a un colle molto prestigioso. Lo scenario prefigurato, in realtà, sembra prendere atto del fallimento del bipolarismo all’italiana, come si è realizzato nella seconda Repubblica. Se guardiamo al quasi ventennio 1994-2011, infatti, dobbiamo constatare che il periodo è contraddistinto, in una prospettiva storica, da due fenomeni negativi: il declino della posizione italiana sullo scenario internazionale, sia dal punto di vista del peso politico della sua presenza, sia da quello della sua competitività sui mercati del mondo, e da un sostanziale immobilismo riformatore. Una caratteristica, quest’ultima, che ha impedito, sia ai governi di centrosinistra, sia a quelli di centrodestra, di incidere in maniera significativa nella società italiana. Con l’eccezione, non a caso, del ministero Ciampi, anche lui tecnico «associato» alla politica in un momento di grave emergenza. È facile intuire la ragione di questa impotenza decisionale nella seconda Repubblica. La forza delle corporazioni italiane e le contrapposizioni degli interessi sono tali nel nostro Paese che solo grandissime maggioranze parlamentari possono sperare di superarle. Come dimostrano le fatiche dello stesso governo Monti nel tentativo di incominciare a scardinare la pietrificazione dell’Italia d’oggi in un così ostinato conservatorismo sociale e politico. Eppure in una situazione parlamentare, economica e internazionale che, dal punto di vista comparativo, lo favorisce così tanto rispetto ai precedenti ministeri. Le astuzie della storia, come al solito, sono beffarde. Fu Berlusconi, con la sua discesa in campo, a varare, circa vent’anni fa, il bipolarismo in Italia. Ieri, è stato lo stesso Berlusconi ad annunciarne il funerale.

 

Un penoso déjà-vu di Lucia Annunziata

 

La libertà di stampa che per la lunga stagione del berlusconismo è stata la bandiera della definizione della democrazia, può tornare ad essere tranquillamente stracciata? Da quella stessa area sociale che l’aveva impugnata? Finito Berlusconi, insomma, torneremo alle passate macerie? Alle vecchie diatribe sui giornalisti servi dei padroni? In Italia esponenti di un movimento che si richiama allo Stato di diritto, insultano poliziotti (quello del casco, di cui non abbiamo nome), magistrati (uno per tutti, Giancarlo Caselli) e attaccano i giornalisti (sappiamo della troupe del Corriere, e sappiamo anche di altre aggressioni che nell’ambiente dei media si evita di denunciare per non attizzare gli animi). Imbarbarimento, si dice. Ma quale? In questi gesti c’è un penoso déjà-vu, un nulla di nuovo, che risulta, alla fine, essere l’elemento più inquietante. Per il «confronto» fra celerini e manifestanti abbiamo sufficiente memoria collettiva da (iper)citare (come ricorda Adriano Sofri su Repubblica) Pasolini. Ma anche sul resto, le linee di connessione con il passato sono, a dir poco, sorprendenti. Basta riprendere in mano proprio il caso più discusso di queste settimane, quello del procuratore Caselli. Il magistrato che oggi è conosciuto soprattutto come il servitore dello Stato in prima linea a Palermo contro la mafia, negli Anni Settanta, in un’altra sua vita, era attaccato esattamente come oggi. Anche allora era un Servitore dello Stato, ma in quel caso in prima linea contro le Brigate Rosse. Ugualmente sorprendenti le somiglianze fra quegli anni e il rapporto che i vari movimenti hanno stabilito con i giornalisti, definiti oggi come allora «spie», «porci», «servi del padrone», espulsi dalle assemblee, ed eventualmente finiti nel mirino. Qualcuno ricorderà quella sfida raccolta a muso duro da alcuni di questi reporter, come il non dimenticato Carlo Rivolta, che per primo scrisse senza remore, per l’ancora nuovissima la Repubblica, delle minacce dei bulli della Sapienza. E nessuno certo ha mai dimenticato quello che maturò poi in quel clima: Montanelli, Casalegno e Tobagi. Tempo dopo, con qualche anno e qualche lettura in più sulle spalle (nonché qualche incarico pubblico), molti di coloro che avevano sostenuto quell’atteggiamento si fecero alfieri di un ripensamento, ammettendo che quel modo di trattare i giornalisti svelava tutto l’integralismo, il settarismo di una visione illiberale del mondo, secondo la quale il metro di misura della bontà dell’informazione è quanto sia dalla tua parte. L’opinione pubblica del Paese più in generale si è orientata nel corso degli ultimi decenni verso la riscoperta dei valori «anglosassoni» dell’indipendenza dei poteri – magistratura e media compresi. Che l’arrivo di Silvio Berlusconi al potere nella Seconda Repubblica sia stato combattuto dalla sua opposizione sotto la bandiera di «Libera stampa in libero Stato» è sembrato dunque solo una naturale evoluzione dei tempi, una crescita generale della società in una direzione diversa dal passato. Ma forse ci siamo ancora una volta sbagliati, viene da dire, osservando una nuova sorta di mutismo riemergere dalle macerie della Seconda Repubblica. L’area «democratica» così pronta ad indignarsi nell’epoca di Berlusconi, sembra accettare oggi senza emozione sommarie critiche alla giustizia: il giudizio sui giudici torna ad essere una variabile dipendente della sentenza. L’eroe Caselli torna nelle vesti del cattivo, così come il giudice che difende la Fiat e condanna Formigli, mentre va bene il giudice che condanna la Fiat e dà ragione alla Fiom. E come non considerare ancora ingarbugliatamente simbolico il caso Celentano? Un grande artista che davanti a una formidabile platea di quindici milioni (un numero che nessun premier si è mai sognato di radunare) chiede che chiudano dei giornali (Avvenire e Famiglia Cristiana), dà del deficiente a un giornalista del Corriere, e rincara poi la dose nella trasmissione di Santoro chiamando cretini quelli di Repubblica, e sostenendo, senza nessun intento ironico, che la «Corporazione della stampa si è unita per attaccarmi», parole molto care all’ex premier. Il diritto di Celentano a dire quello che vuole è stato difeso, giustamente. Ma quella stessa area democratica che lo ha difeso non ha avuto nessun sobbalzo etico di fronte a quei contenuti. Vero è che Celentano, come si è detto, «non ha il potere di chiudere i giornali». Ma ha quello – non di poco conto – di creare un clima culturale. Di questo clima vale la pena oggi parlare. La libertà di informazione, brandita come principio assoluto in quasi due decenni di berlusconismo, rischia di tornare esattamente come era prima: identificata solo con il proprio interesse?

 

IL FOGLIO

Pag 3 Tutti per l’Italia

Il Cav. pensa a un rilancio di idee e a un cartello elettorale nuovo

 

Pare dunque che Berlusconi stia accarezzando con cautela un progetto: sciogliere il Pdl (Popolo della libertà) e chiedere all'Italia moderata, riformista e liberale sotto tutte le latitudini di unirsi in un cartello elettorale tra soggetti diversi e distinti per i! quale c'è già una proposta di nome: "Tutti per l'Italia", Il programma è il meglio che unisce, in una sottile linea di continuità e differenze, i tre cicli politici degli ultimi vent'anni, a partire dalla caduta rovinosa della Repubblica dei partiti: lo sviluppo e la riduzione delle pretese di tutela dello stato fiscale, le liberalizzazioni come chiave per una nuova cultura di impresa e lavoro, la modernizzazione costituzionale con al centro la questione della decisione politica efficace e di una democrazia seria dell'alternanza, che può anche prevedere come punto di passaggio un'esperienza di unità nazionale (il precedente della Germania docet). Noi pensiamo che la cosa non sia futile, che non sia una replica della svolta del predellino, quando fu lanciato i! progetto del partito unico del centrodestra, e che sia l'unico vero modo per seppellire definitivamente la strisciante guerra civile, sociale politica e culturale di cui l'Italia è rimasta vittima, con una finale sconfitta rigeneratrice di tutti i soggetti in campo, che nel tempo hanno dimostrato, di non riuscire a governare e di non riuscire a produrre un'alternativa di governo convincente. I cento giorni felici del governo Monti malgrado tutte le critiche possibili e l'obiezione di principio a un collegio tecnocratico senza legittimazione diretta nelle urne, dimostrano paradossalmente che alla fine, tolti dal campo i due elementi divisivi più devastanti (il berlusconismo e l'antiberlusconismo), è rimasta viva l'aspirazione a una democrazia che decide, a riforme modernizzanti, a un programma minimo di metamorfosi dello stesso status della nazione in cui si sono via via riconosciuti, senza reciproco riconoscimento di valori, i riformismi dell'ala moderata (destra e centro) e quelli dell'ala liberai o progressista (compreso ovviamente, il Partito democratico). Il senatore Monti può operare con qualche successo evidente, e addirittura alludere ironicamente alla possibilità che il suo ciclo raddoppi, perché non ha eccitato rancori contro il predecessore, ha scelto un decoroso profilo istituzionale legato all'emergenza, esprime una capacità di confronto e conflitto regolato, anche con le parti sociali e con i poteri finanziari (di ieri la rivolta delle banche), che non sa di concertazione o di consociativismo. E questo grazie alla resa bilaterale dei grandi partiti e alla loro convivenza, incredibile fino a poco tempo fa, in una maggioranza virtuale che consente l'attivazione del programma del governo del "Preside" e del presidente. C'è alla fine un solo modo di collegare la rivoluzione di sistema del 1994, le migliori intuizioni liberalizzanti e riformiste della stagione controversa dell'Ulivo, le culture del centro cattolico e popolare, l'irruzione della politica come tecnica e competenza della nuova contingenza: questo modo consiste nel convergere sulle idee, sul programma di riforma, e attuarlo superando la storia anche molto onorevole di partiti e movimenti che hanno fatto e disfatto il vecchio bipolarismo della paralisi reciproca. Questo, pensa Berlusconi, è il senso più profondo del suo gesto dimissionario in favore di una soluzione di emergenza e di unità, che non era di abbandono ma di costruzione di un futuro che abbia un significato liberatorio e di responsabilità per una o più generazioni di italiani. E non si può partorire un futuro promettente se non ci si liberi, escludendo ogni damnatio memoriae, dei fantasmi del passato.

 

AVVENIRE

Pag 2 Myanmar si avvicina alla libertà dalla paura di Gerolamo Fazzini

Il lento cammino a 50 anni dal golpe

 

«Ci stiamo avvicinando a essere liberi dalla paura». Così, di recente, si è pronunciata Aung San Suu Kyi, già leader della Lega nazionale per la democrazia e icona della resistenza birmana. Col voto dell’aprile prossimo la 'farfalla di ferro' si appresta a tornare sulla scena politica del Myanmar, dopo una lunghissima stagione di ostracismo e persecuzione, che l’ha vista trascorrere in stato di arresto o libertà vigilata 15 degli ultimi 21 anni. «Ci stiamo avvicinando a essere liberi dalla paura». Già, perché oggi, a 50 anni dal fatidico 2 marzo 1962 – giorno in cui, col golpe del generale Ne Win, i militari hanno assunto con la forza il timone del Paese – è quello il sentimento che ancora prevale nella popolazione. Paura nei confronti di un regime prepotente, che ha interrotto bruscamente il cammino democratico di un giovane Paese, indipendente da soli 14 anni. Un regime che ha calpestato la volontà popolare, osteggiando in tutti i modi la Suu Kyi, che aveva vinto clamorosamente il voto del 1990. Vero è che, con le ultime elezioni della primavera scorsa, la giunta militare ha cambiato atteggiamento, almeno in parte, dopo che anche alcuni suoi membri hanno lasciato la divisa per gli abiti civili. Ma mezzo secolo di potere non si smantella in quattro e quattr’otto, così come non si cancella una mentalità consolidata. Da alcuni mesi in qua, in Myanmar si stanno registrando una serie di fatti fino a poco tempo fa neppure ipotizzabili. Riavvolgiamo il film: a inizio anno la scarcerazione di centinaia di detenuti, tra i quali alcuni dei principali leader delle proteste popolari del 1988 e del 2007; in precedenza, a inizio dicembre, c’era stata la storica visita di Hillary Clinton, segretario di Stato Usa e, in parallelo, la promessa di imminenti riforme economiche. Più di un osservatore si era domandato se questi segnali fossero la prova di un cambiamento reale o semplici specchietti per le allodole utilizzati dal regime birmano per accreditarsi sullo scenario internazionale (a cominciare dall’Asean, di cui il Myanmar è riuscito ad assicurarsi la presidenza per il 2014). Altri si sono spinti a ipotizzare la cancellazione delle sanzioni economiche. Ma è la stessa Suu Kyi ad ammonire circa la necessità di mantenere il pressing internazionale sul governo birmano. E un’autorevole esperta, quale Cecilia Brighi, referente della Cisl internazionale per il Myanmar, che ha incontrato Suu Kyi pochi giorni dopo la Clinton nell’ex capitale birmana, insiste: «Perché possiamo chiamare tali i cambiamenti cui assistiamo in Myanmar, occorre che siano irreversibili». Solo allora, solo dopo una svolta democratica autentica e senza ripensamenti, il Paese potrà – oltre che il bene prezioso della libertà – riacquistare il pane dello sviluppo economico. «Abbiamo le potenzialità per superare tutti i Paesi vicini dell’Asean nel giro di dieci anni», dice Suu Kyi. Non è un rigurgito di sciovinismo né un sogno impossibile. Mezzo secolo fa, prima che i generali la stringessero nel loro abbraccio morale, la Birmania era quel che si dice una 'potenza regionale', agli antipodi della controfigura di oggi, sia in chiave politica sia economica (saccheggiata com’è dall’ingombrante vicino cinese). A mezzo secolo dall’inizio del tunnel, il Myanmar ha finalmente la possibilità di uscirne definitivamente. Ancora una volta, è la comunità internazionale a essere interpellata. Gli Stati Uniti hanno mostrato di voler fare sul serio (non foss’altro per evitare che il Paese cada completamente nelle fauci di Pechino). Saprà l’Europa cogliere l’occasione per aiutare il popolo birmano a completare il percorso del suo riscatto?

 

Pag 2 Un clown raffinato che ha acceso una luce nuova di Gigio Rancilio

La morte di Dalla, imprevedibile funambolo

 

«Guarda che è solo la fine del primo tempo». A noi, a tutti noi che oggi lo piangiamo e che facciamo a gara nel ricordare i suoi tanti successi, Lucio Dalla avrebbe detto così. Aggiungendo alla frase uno dei suoi sorrisi sghembi. Lucio amava la leggerezza. Amava scherzare. Amava stupire e, a volte, anche prendersi beffa dei suoi interlocutori. Era un clown. Raffinato, colto, timido e con punte di tristezza. Ma un clown. «Signorina, che piacere fare le interviste con te – ripeteva a una famosa deejay –, sei una delle poche più basse di me». Poi si aggiustava i suoi guanti da clochard, stringeva le spalle in una delle sue giacche sempre troppo grandi e usciva di scena. Su una cosa potevi stare certo, con Lucio non ti stancavi mai. Mentre finiva una cosa, ne aveva già in mente altre tre. Telefonava a Ligabue per predirgli il successo di una sua canzone e subito metteva giù (in fondo era un vero timido). E subito dopo metteva sotto contratto un giovane, al quale magari ghermiva qualche idea che faceva sua. «Lucio è un polipo – dicevano i colleghi –. Afferra tutto quello che gli capita a tiro». Appena conobbe l’allora arcivescovo Milingo, decise che doveva produrre un suo album. Anzi, due. E se qualcuno storceva il naso, lui alzava le spalle e sorrideva. Più lo criticavano e più si divertiva. «Era uno scopritore d’anime», dice Samuele Bersani, che lui lanciò. Una notte gli telefonò Ron. «Lucio, ho scritto un pezzo. L’ho proposto ad Antonacci ma lui ha detto che è orrendo. Mi dici cosa ne pensi?». Bastarono due minuti al telefono, con un audio che faceva pena, per far decidere a Dalla che doveva incidere quel brano «orrendo». Era «Attenti al lupo». Vendette 1.400.000 copie. Quasi a volersi far perdonare dagli impegnati, in chiusura di quell’album inserì «Comunista», una canzone, difficile e durissima, che gli era rimasta nel cassetto tra quelle scritte anni prima con Roberto Roversi. Il poeta con cui aveva realizzato capolavori come «Anidride Solforosa» e «Nuvolari». E che si era separato da Dalla nel 1977 con una polemica feroce: «Lucio ha voluto semplicemente essere lasciato in pace a cantare il niente». Quello che Roversi – e tanti impegnati di allora – non avevano capito, era che Dalla aveva intuito che la troppa ideologia soffocava la musica. Lui voleva parlare a tutti. Agli «Anna e Marco» di sempre. Ai fan di Ayrton Senna e a quelli della Tosca. E pazienza se certi suoi album restano degli autentici sbandamenti artistici in una carriera costellata di bellezza. Lui era un funanbolo. Un comunicatore. L’uomo che ti stupiva parlando – a 69 anni – di futuro tecnologico, «che ci cambierà la vita». E mentre lui parlava tu ti rivedevi bambino, davanti alla tv in attesa degli «Eroi di cartone» (con la sigla di Lucio, ovviamente; come più avanti i «Lunedì film») o mentre lui cantava «4/3/1943» a Sanremo. Tu crescevi. E lui c’era sempre. Da 50 anni e più sulla scena. Prima col jazz (con l’amico Pupi Avati), poi con i Flipper di Edoardo Vianello e poi da solo. Quando uscì il suo album «Henna», Lucio decise di presentarlo di persona, andando a casa dei critici. Con uno fece colazione, con l’altro merenda, con un alto pranzò e con l’ultimo consumò la cena. Sapeva che quelle tante parole sarebbero finite in poche righe, ma ci teneva a dirle lo stesso. Voleva esser capito. Per il suo album «Ciao», invece, portò tutti i giornalisti sulla spiaggia di Rimini. Consegnò a ognuno secchiello, paletta e rastrello, e poi si mise a parlare di argomenti serissimi. Provate voi a fare domande sulla guerra in Bosnia (uno dei temi del cd) rigirando tra le mani una paletta per la sabbia da bambini. Invece, aveva ragione lui. Lui che credeva davvero che questa vita andasse amata con un cuore bambino. Spremuta fino alla sua ultima goccia, tra un gioco (serissimo) e l’altro, allungando magari una mano all’amico Gianni Morandi caduto nell’oblio (e tornato grande nell’88 grazie al tour con Dalla). «Lucio credeva in Dio ed era praticante», ha ricordato ieri l’amico Michele, suo portavoce da 40 anni. Da bolognese amava la Madonna di San Luca. E da (quasi) pugliese, padre Pio. Spesso con Dio litigava e abusava della sua pazienza. Ma gli voleva bene, proprio come a quel padre che aveva perso troppo presto. A soli sette anni. Ora ha ritrovato tutti. Anche mamma Iole (che volle ritratta sulla copertina dell’album «Cambio») e zio Ariodante, «che negli anni 40 e 50 furoreggiava come cantante». Poco prima che arrivasse Lucio e accendesse una luce nuova nella musica italiana.

 

Pag 24 Neonati di scarto, filosofi contro di Viviana Daloiso

 

Prendi la tesi estremista di un filosofo (forse) sconosciuto all’uomo comune. Privala delle argomentazioni (forse) non necessarie in tempi “poveri” di un dibattito pubblico approfondito. Trova una rivista che (forse) non si accorga della mancanza di originalità del testo e lo pubblichi come una novità. Ed ecco che i due ricercatori italiani che hanno sostenuto la liceità morale dell’infanticidio sulla rivista accademica 'Journal of Medical Ethics' acquisiscono immeritata notorietà. E, ciò che più sorprende, grazie a un meccanismo più consono al mondo dei media che a quello universitario: il “polverone” della sparata ideologica che divide in fazioni, come nell’arena dei talk show. I due giovani (finora sconosciuti) studiosi sono Alberto Giubilini e Francesca Minerva. Mescolando ingredienti filosofici datati anni 70 (e acquistati nella bottega del filosofo utilitarista Michael Tooley) hanno cercato di dare consistenza quasi sillogistica a una teoria da far accapponare la pelle: quella per cui un neonato («proprio come un feto») non è davvero una persona, «non essendo ancora nelle condizioni di attribuire alcun valore alla propria esistenza». Di qui la conclusione choc: uccidere un bebè, o meglio, «abortire dopo la nascita» non è affatto «un atto immorale» e «dovrebbe essere possibile sempre», anche quando quel bebè è sano, ma i genitori non possono permettersi di crescerlo. Insomma, «non è sufficiente essere umani per ottenere il diritto inalienabile a vivere». Ci sono altre “priorità”. Contro le tesi sostenute nell’articolo è intervenuto il neurologo Gian Luigi Gigli, firmando su «Avvenire» del 28 febbraio un editoriale che abbiamo intitolato «Invasioni barbariche», seguito ieri da un articolo della scienziata e bioeticista Assuntina Morresi. Posizioni riprese (con qualche imprecisione su di noi...) dal quotidiano 'Post on line' e da 'Pagina3' di Radiotre Rai, a loro volta fortemente critici. La polemica ha travolto anche il sito della rivista, che ha ricevuto migliaia di interventi con­trariati e di protesta, tanto da spingere il direttore Julian Savulescu a difendere con un editoriale la decisione di pubblicare l’articolo. Qui proseguiamo il dibattito con alcuni dei maggiori filosofi italiani.

 

Qualche tempo fa il filosofo e direttore del Centro di bioetica dell’Università Cattolica, Adriano Pessina (che in queste ore ha fatto sentire la sua voce sull’articolo choc pubblicato sul Journal of Medical Ethics), aveva proposto una “moratoria” del concetto di persona. Troppa confusione, in merito. Troppa metafisica, anche. L’obiettivo – condivisibile – era quello di poter tornare a parlare e confrontarsi sui diritti dell’individuo (e di ogni individuo) evitando di “incappare” nelle trappole di certa filosofia morale. Come, ad esempio, quella di matrice radical-utilitarista che ha fatto capolino proprio dalle pagine del Journal of medical ethics qualche giorno fa. Il punto di partenza (citato solo in nota) è il pensiero del filosofo Michael Tooley, che per la prima volta nel 1972 sostenne come un organismo sia una persona (e dunque abbia «un serio diritto alla vita») solo se possiede anche «la capacità di porre scopi» e «il concetto del sé come soggetto continuo nel tempo». Feti e neonati, s’intende, sono esclusi. Di qui la tesi (tutt’altro che nuova, e per moltissimi aberrante) che aborto e infanticidio siano pratiche del tutto accettabili. «Niente di più assurdo», esordisce Salvatore Natoli, docente di Filosofia teoretica ed Etica sociale all’Università Milano Bicocca: «Non solo ritengo farneticante l’idea di un aborto post-nascita – spiega –, ma non condivido nemmeno alcune ragioni che consentono l’aborto in gravidanza, come per esempio quelle “contraccettive”, per cui cioè l’interruzione di gravidanza viene usata come strumento di contraccezione». Il punto di partenza di Natoli è una concezione precisa dell’essere umano come «individualità definita»: «Quando c’è un soggetto costituito con la forma uomo – precisa – c’è anche un essere umano. E quella forma c’è, come ci dice la scienza, a partire dalla strutturazione del sistema nervoso centrale, che come sappiamo avviene nello stadio fetale». Per il resto, l’articolo dei due ricercatori italiani è tutto «un formicolare di eugenetica» secondo Natoli, il cui vizio di coscienzialismo porterebbe all’assurdo che «quando stiamo dormendo, dal momento che 'non abbiamo coscienza di noi stessi nel tempo e non poniamo scopi', non siamo più uomini, e quindi potremmo essere uccisi». Assurdo su assurdo? «Il fatto che i due ricercatori – sottolinea un infastidito Giulio Giorello, docente di Filosofia della scienza all’Università statale di Milano – si guardino bene dal precisare quando l’infante potrebbe diventare una persona a pieno titolo e cessare d’essere oggetto di eventuale eliminazione. Avverrà a due mesi? A due anni? Oppure a 30, a 60 magari? È evidente quali cupi scenari evochi una simile visione del mondo». Il ragionamento di Giubilini e Minerva, secondo Giorello, è poi una mera perversione persino delle logiche utilitariste, «secondo cui ogni essere umano è una risorsa per il bene collettivo e mai un peso». Ma è sull’aborto che Giorello pone l’accento, spiegando come il dibattito innescato dai due ricercatori possa portare a confondere l’interruzione di gravidanza (giuridicamente regolamentata in Italia) con l’infanticidio: «Se è purtroppo vero che in alcune circostanze l’arrivo di un figlio possa costituire un evento insostenibile per una madre o per una coppia – precisa Giorello –, vero è anche che nel nostro Paese esiste una legge molto attenta a regolamentare le circostanze di un interruzione di gravidanza. E che quest’ultima dovrebbe essere sempre scongiurata precedentemente da un uso altrettanto attento delle terapie anticoncezionali, senza bisogno di ricorrere alla fantascienza degna dei peggiori incubi di Orwell o Huxley». Un appello alla responsabilità dunque (concetto assolutamente assente nell’articolo dei due ricercatori italiani), che Giorello accompagna a quello al mondo accademico, affinché «si riprenda un confronto razionale sulla vita tra studiosi che della vita hanno concezioni diverse ma che si guardano bene, come in questo caso, di dettare i loro dogmi autoritari». «Sulla tesi di Tooley – spiega Roberto Mordacci, docente di Filosofia morale all’Università Vita e Salute-San Raffaele – s’è discusso per quarant’anni in ambito accademico: le sue argomentazioni sono state analizzate, confutate, in certi casi riprese e ulteriormente estremizzate. Spiace notare come nel caso dell’articolo dei due italiani questo dibat­tito sia stato del tutto ignorato». C’è un vizio di metodo per Mordacci, prima che di contenuto, nell’articolo choc 'Aborto post-nascita: perché il neonato dovrebbe vivere?': «Quello di parlare per dogmi – continua Mordacci – dando per scontate tutte le affermazioni che si fanno. Niente di più sbagliato, in filosofia, dove si dovrebbe cercare sempre di argomentare e di trovare, a mio avviso, posizioni mediane per poter lasciare aperto e fecondo il dialogo e lo scambio di idee, su questi temi più che mai necessario». Entrando nel merito, le critiche a Giubilini e Minerva si fanno più dense. Per Mordacci è paradossale, per esempio, come nell’articolo venga completamente “azzerata” la figura della madre-donna: «La drammaticità dell’aborto non esiste qui. La madre agisce come un automa privo di coscienza morale, sia nell’aborto sia nell’eventuale infanticidio che, anzi, viene considerato anche meglio della possibile decisione di dare in adozione il figlio. Questo sì, un trauma, secondo gli autori». Ma l’aborto, dramma morale, è: «E che sia consentito giuridicamente non significa che moralmente sia innocuo», conclude Mordacci, secondo cui il feto è persona in quanto «inizio di una vita». Visione laica o cattolica dell’uomo, non importa. Di vita umana e di valore della vita umana, d’altronde, bisogna tornare a discutere, eccome. Affermando come queste prerogative «siano costitutive di ogni persona». Non ha dubbi nemmeno Remo Bodei, che insegna Filosofia alla Ucla di Los Angeles: «Se dovessimo prendere alla lettera il principio affermato da questi studiosi, potremmo estenderlo anche a molte altre categorie oltre a quella dei neonati – spiega –. Qui si parte dal folle presupposto che la vita umana sia disponibile, ma in questo modo larga parte della nostra civiltà potrebbe essere eliminata». Una provocazione, forse «un mero esercizio del paradosso»: Bodei non trova ragioni per la sparata di Giubilini e Minerva. Ma una certezza ce l’ha: «È sul concetto di cura che siamo chiamati tutti a riflettere. E non si tratta – anche qui – di un concetto laico o cristiano, ma universale». C’è terreno davvero, forse, per una nuova, inedita stagione di dialogo.

 

Pag 26 “Ho ancora tanti dubbi ma Dio è una certezza” di Angela Calvini e Stefano Andrini

Dalla, quella fede nata tra i domenicani. Di sé diceva: “E’ Gesù il mio unico punto fermo”

 

«Innanzitutto ringrazio Dio, perché sono stato fortunatissimo». Lucio Dalla così si raccontava con sincerità a Tv2000, nell’ultima intervista rilasciata il 21 febbraio scorso al programma A tu per tu. Un’esistenza complicata, la sua, fatta di chiaroscuri, animata però da una fede profonda e semplice. «Nelle mie canzoni canto l’umanità nella sua completezza, nei suoi lati meno spiegabili, anche nei suoi momenti di buio, li abbiamo tutti. La mia consolazione – aggiungeva – è che non sono solo io che cerco, è tutta l’umanità che cerca». E, sempre su Tv2000, volgeva lo sguardo al cielo. «Nella vita ho avuto una serie di coincidenze fortunate. C’è un destino, un disegno per tutti». E in tanti confermano le sue parole, ricordandolo con affetto. «È stato spudoratamente se stesso, nel bene e nel male», ricorda così Lucio Dalla l’Osservatore Romano. Il cantautore scomparso, per il quotidiano vaticano, «fa parte di una generazione di artisti che sembra non lasciare eredi: non sono molti ad avere la stessa voglia di cercare la verità, magari anche sbagliando strada». Il giornalista Giampaolo Mattei, riporta alcune sue frasi: «Dio è il più grande regista di tutti i tempi, è insuperabile – gli disse un giorno Lucio –. Dio non lascia mai indifferenti. Io sono credente, credo in tutto ciò in cui si può credere: in Dio, nell’arte, nel mare, nella vita. Credo in Dio perché è il mio Dio. La fede cristiana è il mio unico punto fermo, è l’unica certezza che ho». Quella di Dalla «era la fede di un uomo che, nonostante il successo, aveva fragilità personali vissute con dolore, sperimentava la fatica del vivere». A rivelarlo è don Idelfonso Chessa, monaco benedettino, da circa un anno «confessore fisso» del cantante che aveva fatto della basilica di Santo Stefano a Bologna. «Era uno dei luoghi dove si ritirava a pregare in silenzio», ricorda don Chessa. E quando i benedettini lanciarono un appello per il restauro del complesso monumentale, Dalla «rispose con uno spettacolo e finanziando direttamente il restauro di uno dei più importanti dipinti». Parole affettuose, attraverso Radio Vaticana, arrivano anche da Enzo Bianchi, Priore della Comunità Monastica di Bose. «Aveva una fede fortissima, saldissima, nell’aldilà, in Gesù Cristo che sentiva come una presenza che gli dava senso». «Gli artisti, come il fratello Lucio Dalla, riescono a esprimere con la musica la grande tensione spirituale presente in ogni uomo» sottolinea padre Enzo Fortunato, direttore della sala stampa del Sacro Convento di Assisi, citando il Francesco della poetessa Alda Merini musicato da Dalla e brani come Gesù Bambino, Se io fossi un Angelo e Henna. «La sua silenziosa ricerca interiore di Dio – ricorda ancora – ha ritrovato spesso rifugio nella basilica di San Francesco d’Assisi». E di un altro frate, padre Pio che incontrò da bambino grazie alla madre originaria di Manfredonia, Dalla era un fedele devoto. Lo ricordano i frati minori cappuccini, l’ospedale Casa sollievo della sofferenza e il comune di San Giovanni Rotondo: «Fu lo stesso cantautore a raccontarlo, il 23 giugno 2002, durante uno spettacolo per festeggiare la canonizzazione di padre Pio». «Lui diceva che la morte era solo la fine del primo tempo, che poi tutto sarebbe ricominciato da una parte o dall’altra » aggiunge Michele Mondella, ufficio stampa di Dalla da oltre 30 anni che aggiunge: «Aveva una visione della morte molto leggera, da uomo intelligente, colto e vicino alla religione. Lui pregava, si confessava, faceva la comunione, era un vero credente». Lo conferma anche Massimo Bernardini, conduttore di Tv Talk di Raitre e critico musicale. «Dalla aveva letto attentamente il primo volume su 'Gesù' scritto da Ratzinger. In Gesù ci credeva davvero. Anche nella sua vita complicata, si sentiva guardato da uno sguardo buono. E nelle sue canzoni tutto questo c’è».

 

Lucio Dalla era credente. A volte critico, spesso dubbioso, ma credente. Per la casa editrice salesiana Ldc mise in musica i Salmi. «Sono i primi video-clip della storia, sono sceneggiature. Come sempre il Signore è avanti» disse presentandoli. «La cosa che mi ha colpito dei Salmi è la grande forza dirompente delle parole (...) Mi sono avvicinato ai Salmi in maniera laica, da artista, per avere la conferma della grandissima esistenza, a livello di comunicazione, della forza del credere». Nel settembre 1997 si esibì davanti a Giovanni Paolo II nell’ambito del Congresso eucaristico nazionale, presenti altri grandi artisti come Bob Dylan. E nel 2007 all’Agorà dei Giovani di Loreto davanti a Benedetto XVI.

 

Dalla? Un contemplativo. Parola di padre Giuseppe Barzaghi, uno dei domenicani che l’artista bolognese amava frequentare. Un rapporto, quello con la chiesa di San Domenico e con l’annesso convento, iniziato al tempo dell’infanzia quando Lucio, giovanissimo scout, era seguito da padre Mariano Pilastro, allora assistente dell’associazione. Risale a quel periodo, la scelta del musicista per lo pseudonimo Domenico Sputo: per la devozione nei confronti del santo ma anche per la particolare abilità di Lucio che primeggiava nella gara per colpire, con gli sputi appunto, i piccioni della piazza. Un legame che Dalla ha ritrovato e rinforzato grazie all’amicizia con padre Michele Casali, ex impresario artistico, con la vocazione tardiva, inventore, insieme a Francesco Guccini della rinascita dell’Osteria delle Dame, una bettola che agli inizi degli anni’70 Casali rilanciò come palcoscenico ruspante per comicità e canzoni. Tanti gli artisti transitati nel locale. Tra questi Lucio Dalla, colpito, forse più di altri da un posto non legato alla Chiesa ma dove si poteva toccare con mano quella che Casali chiamava una presenza superiore al servizio di una vera opera di evangelizzazione. Ricordando il Dalla di quel periodo padre Michele ne parlava come di un musicista estemporaneo: solo alcune canzoni, mai un vero spettacolo. E poi la grande amicizia. Tanto che la famosissima L’anno che verrà racconta padre Giovanni Bertuzzi, direttore del Centro San Domenico «è nata nel parlatorio del nostro convento. Lucio l’aveva portata a padre Michele e gliela aveva proposta in anteprima». Bertuzzi conferma anche i segni esterni della fede del cantautore. «Da noi» racconta «si sentiva come a casa. Una volta partecipò anche ad una missione. La sua fede non la nascondeva di certo. Lui sentiva Dio nella natura e nelle cose: non so quanto abbia approfondito questo. Ma era sempre legato ai sacramenti». Sulla spiritualità di Dalla Barzaghi osserva: «Voleva a tutti i costi cercare degli agganci tra Cristo e l’universo. Ma aveva anche una grande attenzione per gli ultimi: a Capodanno riuniva i barboni della città in un noto ristorante e per un giorno li faceva mangiare da re». Il religioso racconta le sue discussioni filosofiche con l’artista: «Una volta abbiamo parlato del valore del silenzio nella musica che, lui diceva, genera una specie di attesa. Da parte mia gli ho risposto che questo è l’atteggiamento contemplativo, una tensione verso l’assente perché prenda consistenza ciò che è presente». Lucio, afferma Barzaghi «aveva un senso molto vivo della realtà. Un senso vitale della vita. Non è una banale tautologia. Avere un senso vitale della vita vuol dire percepire la vita nella sua drammaticità, cioè senza volersene astrarre. Per lui anche il dolore, anzi soprattutto il dolore è quell’elemento dinamico che determina il senso del coinvolgimento e della maturità del vivere la vita». «Per chiarirmi ciò che intendeva dire» conclude il domenicano «una volta mi ha fatto ascoltare Henna, una sua canzone, alla quale teneva tantissimo, e che vuole esprimere questo senso vitale del dolore che ci cambia». Dopo l’ascolto insieme il commento di Dalla fu lapidario: «Per me questo vuol dire abbracciare lo spettacolo degli avvenimenti, prima ancora di cercare le motivazioni di quello che è successo».

 

L’OSSERVATORE ROMANO

Pag 5 Davanti al regista più grande di Giampaolo Mattei

Ricordo di Lucio Dalla

 

È stato spudoratamente se stesso, nel bene e nel male, in un’epoca in cui si cerca di apparire e basta, prima ancora di essere. Lucio Dalla - scomparso improvvisamente in Svizzera nella mattina di giovedì 1° marzo, all’età di 69 anni - fa parte di una generazione di artisti che sembra non lasciare eredi. Non sono in molti ad avere la stessa voglia di cercare la verità, magari anche sbagliando strada. Ma cercarla distillando la proprie zone segrete per condividerle con la gente. Non lo conoscevo così bene da poter tracciare un suo profilo. Sicuramente in queste ore quanti gli sono stati vicini, e con lui hanno collaborato, possono contribuire, in modo più preciso, a ricordarlo come merita. Nel mio piccolo posso però condividere qualche ricordo. Di Dalla porto sempre con me due lampi spirituali. Il primo ha come cornice il sagrato di una chiesa di Bologna. Ci conoscevamo, ma non così bene. Un rapporto iniziato con un’intervista sulle ragioni della fede e poi proseguito proprio perché il tema di quel colloquio non si esaurisce certo con una manciata di domande. Insomma, siamo nel centro di Bologna: mi afferra il braccio, resta un attimo in silenzio, come fosse sospeso in attesa che qualcosa arrivasse da chissà dove, e poi se ne esce con quel «Dio è il più grande regista di tutti i tempi, è insuperabile perché ha ispirato i Salmi, cioè un nuovo modo di comunicare la religiosità che affascina anche chi non crede». Sorpreso, gli chiedo la ragione del suo interesse per i Salmi. La sua risposta rivela che non si tratta della passione di un momento; c’è un lavorìo interiore: «Sono i primi video-clip della storia, sono sceneggiature, come sempre il Signore è avanti». Così mi è sembrato naturale che, per la casa editrice salesiana Ldc, Dalla abbia messo in musica proprio i Salmi. Ci teneva a dire, lo ricordo bene, che si era accostato a quel lavoro «in maniera laica senza dimenticare di essere credente». Prevenendo l’inevitabile richiesta di chiarimenti, con quel suo fare sempre un po’ clownesco, ma con un fondo di fine sensibilità e di spessore umano, mi dice che per lui «sotto ogni forma d’arte c’è Dio e l’arte stessa è un dono divino che unisce la gente e la fa vibrare». L’incontro davanti alla chiesa bolognese sta per terminare. Dalla ha fretta, lo sta aspettando un impegno di lavoro ed è già in ritardo. Butto là una domanda, solo per strappargli ancora qualche idea: ma i Salmi oggi servono ancora o sono datati? Domanda non da premio giornalistico, ma almeno ha il merito di interessarlo. Ci siamo già dati la mano per congedarci ma si blocca. Guarda l’orologio. Ha fretta ma vince per un istante la voglia di parlare di spiritualità: «Dio non lascia mai indifferenti. I Salmi ti cambiano, non sei più come prima di averli letti. Noi musicisti siamo antenne in una società che sta divenendo sempre più immagine e sempre meno parola. Assistiamo, impotenti, allo svilimento della parola. I Salmi non corrono questo rischio perché sono parola e immagini, un mix che è energia. Dinamite pura». Secondo lampo. Sempre a Bologna, settembre 1997. Mancano pochi minuti all’esibizione davanti a Giovanni Paolo II, nell’ambito del Congresso eucaristico italiano. Ci sono artisti di prim’ordine, Bob Dylan sopra tutti. Non è un novellino, eppure Dalla è emozionato. Lo si vede. Lo riconosce. «Il Papa è il Papa, non è mica uno scherzo». Ha ragione. Afferro l’occasione per parlare ancora insieme di Dio. E in quel contesto Dalla tira fuori una professione di fede chiara e disarmante: «Sono credente. Credo in tutto ciò in cui si può credere, in Dio come nell’arte, nel mare, nella vita. Credo in Dio perché è il mio Dio. Lo riconosco negli uomini, nei poveri soprattutto, in tutti coloro che hanno bisogno di aiuto. Mi ha sempre colpito la decisione di Cristo di nascere povero. Lui, povero, è il futuro. La fede cristiana è il mio unico punto fermo, è l’unica certezza che ho». Ricordo il suo sguardo e poi un gesto che rivela il suo essere grande uomo di palcoscenico: sicuro di avermi scosso mi fa un inchino, come a dirmi «ecco, era questo lampo di verità che volevi da me, no?». Credo di non andare troppo lontano dal vero indicando nella figura di Gesù il suo interesse più alto. Ogni volta che l’ho incontrato, era il nome che più ripeteva: «Gesù capiva la gente, i suoi amici erano pescatori, prostitute, persone semplici e povere». Come i personaggi delle tue canzoni, azzardai una volta. Nella sua risposta, sono certo, c’era anche un autoritratto in chiaroscuro: «Non siamo fatti tutti di sacro e profano? Non capita di guardare il cielo e di avere i piedi nel fango? Ma Gesù è un’altra cosa. Mi ha sempre emozionato il fatto che la persona guarita da Lui stava bene non perché finalmente poteva camminare o vedere ma perché, finalmente, aveva trovato qualcuno che si era identificato con lei, l’aveva capito fino in fondo». La fede, che ho in comune con Dalla, mi porta a credere che la sua speranza oggi sia già certezza.

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 Questa Tav s’ha da fare di Paolo Graldi

 

Un fatto è certo e irreversibile, così almeno si spera: il tunnel ferroviario in Val di Susa si farà, la Torino-Lione è considerata un’opera strategica e dunque sarà consegnata al Paese. Ci vorrà tempo, costerà fatica, anche dispiaceri e dolori, la valle vivrà altri giorni immersa nel fumo dei copertoni in fiamme o avvolta nel fumo dei lacrimogeni, ma quella tratta che collega l’Italia alla Francia attraversando la montagna si farà. Al di là degli accordi internazionali stipulati e senza possibili dietrofront, dei costi e dei miliardi di euro già stanziati, con l’aggiunta di quelli che si dovranno spendere per la lievitazione naturale come d’abitudine cammin facendo, siamo a un punto di non ritorno. La politica ha sperato che le cose andassero a posto da sole, in questi mesi di tregua armata. Qualcuno ha immaginato che le falangi di irriducibili andassero sciogliendosi al sole di primavera, assieme alla neve. E che la riapertura dei cantieri e passasse quasi sotto silenzio. Altri hanno cercato di valorizzare, là dove ci sono, le buone ragioni dei valligiani, ma è accaduto l’esatto contrario. I lampi di guerriglia, attraverso una strategia flessibile di attacchi e di rinculi sono riapparsi più frequenti e virulenti e oggi gli interrogativi che pongono e impongono queste giornate di blocchi autostradali e ferroviari riguardano tutti, purtroppo. Il fenomeno è molto contagioso e preoccupante. Si moltiplicano le invasioni dei binari nelle diverse stazioni sparse su tutto il territorio nazionale: Milano, Bologna, Roma, Napoli. Un fatto inaccettabile socialmente, al quale la giurisdizione deve porre un immediato stop. La questione aperta è semplice: che piega prenderà la rabbia degli abitanti e quali intenzioni covano i malintenzionati venuti da ogni parte, pronti a giocarsi tutto purché l’ordine pubblico sia messo a durissima prova. S’avverte, diffuso, in quei paesi il senso di una sfida che si vorrebbe infinita, a gradoni, tendente ad alzare l’asticella dello scontro, utilizzando tutto quel che è possibile usare come benzina sul fuoco: lo sciagurato incidente della caduta dal traliccio di Abbà, l’assalto a sprangate ai cineoperatori, le provocazioni ai carabinieri che rispondono agli insulti comportandosi come statue di sale. Ora siamo al chiasso minaccioso sotto le sedi dei partiti: ieri è toccato al Pd e Bersani, disposto al dialogo «giorno e notte» ma ogni atto di violenza deve stare alla larga da noi. Antonio Manganelli, capo della polizia, parlando qualche giorno fa con lucida pacatezza alla commissione parlamentare competente ha disegnato un quadro tutt’altro che rassicurante: ha detto che tutto si collega, che i disordini sono organizzati da persone che s’infiltrano nelle pacifiche manifestazioni, le strumentalizzano e se ne fanno scudo, si mischiano ai cittadini pacifici che esercitano il sacrosanto diritto di manifestare e dunque di protestare e in questo modo si contano, si annusano, si selezionano, cercano di stabilire solidi legami tra le diverse componenti dell’antagonismo antisistema, cercano nuove leadership violente e desiderose si spingersi oltre, sempre più oltre e magari trovando appoggi all’estero, dove colonne in semiclandestinità sono già configurate come partito armato. In Grecia, per esempio. Gente per lo più tenuta d’occhio, conosciuta, ma anche molti giovanissimi, desiderosi di farsi avanti con la baldanza dei guerrieri con molotov. Molti erano in azione a Roma, il 15 ottobre dell’anno scorso allorché 80mila manifestanti furono infiltrati da frange mimetizzatissime e temibili. In Val di Susa la questione si fa terribilmente complicata. Vecchi e meno vecchi, donne, ragazzi, operai, sono determinati ad andare avanti nella protesta, intestarditi nel trasformare gli 80 chilometri della valle in un terreno di fuochi improvvisi che producono continui infarti alla circolazione e dunque all’economia e all’ordine pubblico. Tre-quattromila persone che ragionano solo e soltanto dentro due parole: No Tav, e che non vogliono sentire altro, che sono disposte a sdraiarsi sull’asfalto per giorni e perfino a farsi prendere a manganellate. A queste persone si devono aggiungere i gruppi di anarco-insurrezionalisti specialisti nel «mordi e fuggi» e una bella porzione di gente dei centri sociali che fa dello scontro con polizia e carabinieri una ragione di vita. L’idea di «isolare i violenti» che altrove funziona e sa evitare il peggio qui è messa a durissima prova e certo blocchi stradali da una parte, getti d’acqua e dall’altra creano una miscela pericolosa. E tuttavia la legalità a costo di una fermezza senza se e senza ma va imposta e tenuta ferma come un presidio invalicabile. Bloccare strade e ferrovie, va ricordato, è un reato grave, severamente punito dal codice penale. Accettare che la frontiera della legalità sia infranta sistematicamente come se fosse possibile imporne una propria è inaccettabile. Le autorità locali e ovviamente quelle di governo devono adoperarsi, stavolta sì giorno e notte, affinché questo principio sia rispettato da tutti, senza eccezioni. Occorre molta cautela nel pronosticare che si è di fronte a prove sul campo di guerriglia sistematica, capace di aprire, Dio non voglia, una nuova stagione di violenze e di spari. Gli anni di piombo devono restare sepolti nei libri di storia e nella memoria del Paese. Nessuno può permettere che, di assalto in assalto, si creino nella situazione sociale nella quale ci troviamo, le condizioni per una permanente instabilità su questo delicatissimo fronte. Anche qui va impiegata la forza e l’impatto dell’Alta velocità, vista come segno di progresso e di concordia sociale. Non dimenticando mai che chiudere le grandi vie di comunicazione con i fuochi di guerriglia ha anche il senso metaforico di una battaglia per l’immobilismo, contro il bisogno di crescere e di svilupparsi, in armonia con il resto del Continente...

 

Pag 1 Genio innovatore della tradizione italiana di Giò Alajmo

Addio a Lucio Dalla, poeta di parole e musica

 

Era piccolo, peloso, sbarbato male, spesso vestito in maniera trasandata o ironicamente elegante, con gli occhietti tondi che ti scrutavano da dietro gli occhiali alla John Lennon, divenuti con la coppoletta di lana uno dei suoi segni distintivi, prima che decidesse di coprire la pelata con un parrucchino tra il rosso e il fieno. Era un grande originale personaggio. E uno straordinario artista. Curioso, attento, provocatorio, aveva mostrato di avere più vite artistiche di un gatto cambiando e rigenerandosi più volte, e trascinando con sé gli amici in un vortice positivo che aveva coinvolto da Ron a Morandi a De Gregori e tanti giovani che aveva sostenuto, prodotto, aiutato, trascinato in palco, come Samuele Bersani che bussò alla sua porta con in mano la cassettina di "Il mostro" e Lucio ascoltò e gli disse: "Te la senti di salire sul palco stasera a cantarla?". Cominciò così. Sono tanti oggi a dargli credito di un’idea, un suggerimento, una ispirazione, e tanti quelli a cui lui ha preso l’idea, l’ispirazione, pronto ad assorbire come una spugna e a farsi strizzare, sempre consapevole di ogni gesto, di ogni scelta.      Era nato col jazz, suonicchiando in giro con il suo mai dismesso clarinetto, a volte col sassofono. Aveva girato con Pupi Avati, con i Flipper, litigando perché amava suonare scalzo e non era bello. Allora alla fine promise di rimediare e si presentò con le calze, nere, in realtà dipinte sulle caviglie con il lucido da scarpe. Sulla sua vita gli aneddoti si sprecano. Ognuno ha i suoi. Ma sulla musica nessuno può disconoscergli il dono di una voce unica e poderosa, che gorgogliava dalla gola trasformandosi in melodie o veloci scat. Lo volevano cantante soul all’americana, difeso da Gino Paoli, si scoprì raccontatore di storie. E quando il rock invase l’Italia mettendo da parte i "canzonettari" di casa, si nascose nella poesia pura, e assorbì la capacità di scrivere dal poeta Roversi. Rigeneratosi, Lucio Dalla diventò cantautore, atipico, capace di mescolare melodie, suoni, atmosfere e versi in un miscuglio originale e capace di arrivare al cuore della gente. Raccontava storie fotografando il mondo in brevi frasi, immagini semplici, dirette, che sapevano farti vagare con l’immaginazione e che riuscivano a farti toccare i protagonisti. In tanti anni di esperienza, curioso come pochi, Dalla ammetteva di aver imparato tutti i trucchi della canzone e della comunicazione: «Se volessi, saprei benissimo come costruire una canzone di successo», aveva detto una volta presentando "Henna" forse il suo disco meno accessibile. Ma sarebbe stato troppo facile. Preferiva sperimentare, giocare, a volte mettersi a disposizione di altri, con lo stesso spirito con cui, alto un soldo di cacio, aveva scelto di giocare a basket tra gli spilungoni. Ha lasciato tanto, forse troppo, per diversi palati. Non tutto viene apprezzato allo stesso modo, qualcosa è trascurabile, gran parte ha lasciato un segno indelebile nella storia della canzone italiana, per la quale ha saputo fondere modernità e tradizione, innovatore, non rivoluzionario, attento a tutti i temi, dalla società alla politica alla religione, senza mai trascurare l’universalità dell’amore l’amore e la cantabilità delle sue melodie. Un talento immenso. Che da vecchio marinaio a vela sapeva come prendere il vento e farsi trasportare dove voleva lui.

 

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