RASSEGNA STAMPA di giovedì 5 gennaio 2012

 

SOMMARIO

 

Sull’editoriale pubblicato nel primo numero dell’anno di Gente Veneta il direttore don Sandro Vigani parla del “Patriarca che vorrei” e scrive così: “Vorrei un Vescovo pastore, vicino alla gente.... Vorrei un Vescovo colto, che non ci faccia perdere quella ricchezza di predicazione e di parola alle quali il Patriarca Angelo ci aveva abituati... Anzi no, vorrei un Vescovo semplice, che non ami fare conferenze, non scriva libri e sia soprattutto santo... Vorrei un Vescovo che sappia parlare al mondo della politica, ai giornali... che faccia sentire la voce della Chiesa e dei cattolici in un contesto culturale che spesso è a loro avverso... No, meglio un Vescovo che pensi soprattutto al proprio gregge, che parli al cuore delle persone e prenda le distanze dal mondo della politica, dal bailamme dei massmedia... Vorrei... Vorrei... Il tempo dell'attesa del nuovo Patriarca si fa lungo: è normale che preti e laici immaginino la fisionomia spirituale e pastorale del Patriarca che vorrebbero. In ogni circostanza che prevede l'attesa di qualcuno o qualcosa di importante, infatti, l'uomo si lascia condurre dalla speranza di vedere premiate le proprie aspettative. C'è chi, perfino, si spinge a tratteggiare la figura del Patriarca che vorrebbe nel foglio parrocchiale. Credo che questo sia legittimo e non appartenga necessariamente all'universo delle chiacchiere che, come si sa, abbondano anche nella comunità cristiana. Se dunque le aspettative legate alla figura del nuovo Patriarca sono comprensibili, esse vanno tuttavia collocate nel loro contesto autentico: la storia della salvezza che il Signore costruisce ancora oggi con la nostra Chiesa e con ciascuno di noi. Il primo protagonista di questa storia è proprio Lui, il Signore, che nei segni e nelle parole della Chiesa continua a far vivere nelle nostre vite il mistero dell'incarnazione. La nostra partecipazione a questa storia si caratterizza come “risposta” libera e responsabile ad un'iniziativa sua: non come frutto di una sorta di “conquista”, bensì come qualcosa che ci è dato, gratuitamente, e che, in modo egualmente gratuito, siamo chiamati ad accogliere. Ciò vale anche per il Patriarca che papa Benedetto ci darà, speriamo presto. In fondo in fondo vorremmo tutti un Vescovo che somigli molto al nostro modo di pensarlo. Il Vescovo che verrà, invece, sarà inevitabilmente lontano da molte delle nostre attese. Forse sarà diverso da come quasi tutti noi l'abbiamo atteso, pensato e sperato. Per questo, se è legittimo avere aspettative, è doveroso prepararci ad accogliere il nuovo Patriarca soprattutto come un dono che ci è dato dal Signore e dalla Chiesa. Accoglierlo nella fede, cioè nel nome del Signore. Con quell'atteggiamento spirituale che il Patriarca Angelo ha più volte chiamato “simpatia a priori”, perché radicata appunto nella fede. Guai se le nostre aspettative, anche buone, si annidassero nell'animo come una sorta di pregiudizio che, quando conosceremo il nome del nuovo Patriarca di Venezia, ci farà da filtro nell'accoglierlo” (a.p.)

 

2 – DIOCESI E PARROCCHIE

 

LA NUOVA

Pag 16 Epifania: Pizziol alla Giudecca e domani pomeriggio a S. Maria Maggiore

 

Pag 27 Trivignano, mostra d’arte sacra

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag V Viaggio nei presepi: a San Francesco della Vigna atmosfera e tanto calore di Titta Bianchini

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

L’OSSERVATORE ROMANO

Pag 8 Quel mirabile scambio tra divino e umano

All’udienza generale il Papa parla della celebrazione del Natale

 

AVVENIRE

Pag 27 Il Bambino contro gli idoli di Franco Cardini

Dai pochi versetti di Matteo sino alla “fiaba” degli apocrifi, l’episodio della fuga in Egitto nasconde un tesoro di significati spirituali

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

AVVENIRE

Pag 2 Lavoro, tentare una semplificazione significa soltanto complicare di Francesco Riccardi

Ridurre a cinque i tipi di contratto? Un passo rischioso

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 10 I Panevin leggono il 2012, la befana va in gondola di Elisa Lorenzini

Da Noale a Jesolo la festa della “vecchia” e dei Magi

 

Pag 10 Tutti in fila per la “scalata” della chiesa di Alice D’Este

Gesù Lavoratore

 

LA NUOVA

Pag 37 Sarto: “Finisco il mandato e abbandono la politica” di Marta Camerotto

Caorle, a pochi mesi dalle amministrative il sindaco annuncia il suo ritiro

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag XXII Messa di Natale a Mira: “Don Gino ha fatto bene” di L.Gia.

 

8 – VENETO / NORDEST

 

IL GAZZETTINO

Pag 17 Regione, regali da 3 milioni al turismo di Alda Vanzan

Dai megaprogetti per la promozione all’estero ai contributi alla Confraternita del baccalà

 

9 – BLURADIOVENETO

 

La mattina dell’Epifania - venerdì 6 gennaio, alle ore 10.30 - Bluradio Veneto (fm 88.7 e 94.6) trasmette in diretta la messa solenne presieduta nella basilica di S. Marco a Venezia dall’Amministratore apostolico del Patriarcato mons. Beniamino Pizziol. Nel corso della celebrazione è prevista, tra l’altro, la consegna del crocifisso al diacono Tiziano Scatto che si accinge a partire, nelle prossime settimane, per un’esperienza missionaria “fidei donum” in Bolivia.

 

10 – GENTE VENETA

 

Tutti gli articoli segnalati di seguito sono pubblicati sul n. 1 di Gente Veneta in uscita sabato 7 gennaio 2012:

 

Pag 1 Il Patriarca che vorrei di Sandro Vigani

 

Pagg 1, 4 – 5 Tiziano porterà Venezia in Bolivia di Alessandro Polet

Il diacono Scatto seguirà la nuova missione diocesana. Il 6 gennaio la consegna del crocifisso missionario da parte di mons. Beniamino Pizziol. A S. Maria de los Angeles (diocesi Santa Cruz de la Sierra) sarà “padre” di 80 ragazzi dai 5 ai 18 anni

 

Pagg 2 – 3 Primavera araba, un fenomeno già appassito?

Il 2011 anno delle rivolte nei paesi affacciati sul Mediterraneo. Ma il movimento non è sfociato nella piena democrazia. L’islamologo gesuita Samir: “Quelli che hanno fatto la rivoluzione hanno perso, oggi prevalgono comunque gli islamisti”. E in Nigeria ultimatum ai cristiani

 

Pag 7 Brasile emergente, povertà resistente di Giorgio Malavasi

Il domenicano veneziano padre Mariano Foralosso: “Nel Paese c’è euforia per la crescita. Ma restano enormi disparità fra ricchi e poveri e alcune riforme di base sono ancora nell’aria”. Colonia Venezia, “profezia” che cresce. Un libro su padre Giorgio Callegari all’Ateneo Veneto

 

Pag 11 Povertà, Betania costretta al doppio turno di Daniela Ghio

La crisi colpisce duramente e la mensa Caritas deve sdoppiare il servizio. Tra gli ospiti anche un’intera famiglia, la mamma è stata aiutata dai volontari di Betania a trovare un lavoro. Il 60% degli utenti sono immigrati stranieri, il 40% italiani senza più lavoro, sfrattati o separati

 

Pag 12 Venezia, perso un altro 1% di residenti di Giorgio Malavasi

Il 2011 si è chiuso con la popolazione a quota 58.990 unità. Nel Comune gli stranieri sono l’11,6%. E i moldavi fanno il sorpasso: sono più dei bengalesi

 

Pag 17 I licei veneziani investono in globalità e solidità di Vittorio Tonon

Panoramica sulle novità più recenti. Emerge una tendenza: diversificare badando però a irrobustire la formazione culturale di base, spendibile poi all’università

 

Pag 23 Reyer, è tempo di derby di Serena Spinazzi Lucchesi

A quasi 20 anni dall’ultima volta, torna la sfida con la Benetton Treviso

 

All’interno del giornale “I volti della Natività”, lo speciale presepi con le creazioni delle parrocchie della diocesi

 

… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Non lasciamo solo chi subisce la crisi di Dario Di Vico

I cambiamenti e la fiducia necessaria

 

Pag 4 Rischio di cortocircuito per un governo proiettato sull’Unione di Massimo Franco

 

Pag 13 Vacanze di Natale. E questa volta non è un film di Pierluigi Battista

 

Pag 17 Pragmatici contro ideologici, la destra Usa si è spaccata di Massimo Gaggi

Per gli avversari di Obama lo spettro di uno stallo

 

LA STAMPA

E ora difendiamo chi produce di Luca Ricolfi

 

Adesso si dimetta il leghista di Cesare Martinetti

 

Ungheria, prova di diritto per l'Ue di Vladimiro Zagrebelsky

 

IL GIORNALE

Quei finti poveri a Cortina in Mercedes... di Nicola Porro

 

AVVENIRE

Pag 1 Tre segnali da dare di Arturo Celletti e Eugenio Fatigante

Equità e crescita

 

Pag 2 Niente Down in Danimarca. Quando è la follia ad essere perfetta di Gianfranco Amato

Avanza il progetto choc di eliminazione dei nascituri “difettosi”

 

IL FOGLIO

Pag 3 I sepolcri dei bambini non nati

Foscolo e l’ottima idea del comune di Roma di seppellire gli abortiti

 

LA NUOVA

Pag 1 Finti ricchi e infedeli per ostentare di Diego Cason

 

Pag 3 Se sparisce l’ombrello politico di Luigi Irdi

 

 

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2 – DIOCESI E PARROCCHIE

 

LA NUOVA

Pag 16 Epifania: Pizziol alla Giudecca e domani pomeriggio a S. Maria Maggiore

 

Monsignor Pizziol, vescovo di Vicenza e attuale amministratore apostolico del Patriarcato, oggi pomeriggio alle 17 è in visita al carcere femminile della Giudecca. Nel pomeriggio di domani, giorno dell’Epifania, monsignor Pizziol si recherà quindi nel carcere maschile veneziano di S. Maria Maggiore: anche in tal caso presiederà la celebrazione della messa ed avrà un incontro con i detenuti e gli operatori del carcere. Domattina alle 10.30 il vescovo Pizziol presiederà la messa solenne a San Marco, durante la quale consegnerà il crocifisso al diacono Tiziano Scatto che si accinge a partire, nelle prossime settimane, per un’esperienza missionaria “fidei donum” in Bolivia. Domani a San Marco, per sottolineare il legame di cooperazione ecclesiale ufficialmente avviato con il Patriarcato di Venezia - sarà presente anche l’arcivescovo coadiutore di Santa Cruz de la Sierra, il bergamasco mons. Sergio Alfredo Gualberti. Come da consolidata tradizione, inoltre, la messa solenne dell’Epifania celebrata nella cattedrale marciana rappresenterà un particolare momento di preghiera “simultanea” in unione e comunione con i tanti missionari veneziani (sacerdoti, religiosi e laici) oggi presenti nelle varie parti del mondo.

 

Pag 27 Trivignano, mostra d’arte sacra

 

Ultimi giorni per visitare, nella canonica della parrocchia di San Pietro Apostolo a Trivignano (via della Chiesa), la mostra di arte sacra di Trivignano. Orari: festivi al mattino, feriali dalle 17 alle 18. Ingresso libero.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag V Viaggio nei presepi: a San Francesco della Vigna atmosfera e tanto calore di Titta Bianchini

 

All’inizio della messa di mezzanotte, come ogni anno, a San Franceco della Vigna, si è materializzato un presepio vivente, con i ragazzi del catechismo, «allenati» dalle insegnanti, che sono sfilati compatti con il loro Gesù appena nato: un neonato vero, Samuele, figlio di una giovane coppia del posto. E al loro arrivo in chiesa, è arrivato anche l’applauso dei fedeli. È un presepio a misura naturale, quello allestito, come ogni anno, dall’inossidabile Luigi Franzini, con la casetta in legno dove nasce il Redentore, fratello tra fratelli. Una rappresentazione della natività raccolta e variopinta al tempo stesso, con le luci soffuse a distanza, che sembra esortare il visitatore al raccoglimento sul mistero della natività.

 

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3 – VITA DELLA CHIESA

 

L’OSSERVATORE ROMANO

Pag 8 Quel mirabile scambio tra divino e umano

All’udienza generale il Papa parla della celebrazione del Natale

 

Natale è «il punto in cui Cielo e terra si uniscono» dando vita a quello che sant’Atanasio di Alessandria descrive come «mirabile scambio» tra divinità e umanità. Lo ha ricordato il Papa durante la prima udienza generale del 2012, svoltasi nella mattina di mercoledì 4 gennaio, nell’Aula Paolo VI.

 

Cari fratelli e sorelle, sono lieto di accogliervi in questa prima Udienza generale del nuovo anno e di tutto cuore porgo a voi e alle vostre famiglie i miei affettuosi voti augurali: Dio, che nella nascita di Cristo suo Figlio ha inondato di gioia il mondo intero, disponga opere e giorni nella sua pace. Siamo nel tempo liturgico del Natale, che inizia la sera del 24 dicembre con la vigilia e si conclude con la celebrazione del Battesimo del Signore. L’arco dei giorni è breve, ma denso di celebrazioni e di misteri e si raccoglie tutto intorno alle due grandi solennità del Signore: Natale ed Epifania. Il nome stesso di queste due feste ne indica la rispettiva fisionomia. Il Natale celebra il fatto storico della nascita di Gesù a Betlemme. L’Epifania, nata come festa in Oriente, indica un fatto, ma soprattutto un aspetto del Mistero: Dio si rivela nella natura umana di Cristo e questo è il senso del verbo greco epiphaino, farsi visibile. In tale prospettiva, l’Epifania richiama una pluralità di eventi che hanno come oggetto la manifestazione del Signore: in modo particolare l’adorazione dei Magi, che riconoscono in Gesù il Messia atteso, ma anche il Battesimo nel fiume Giordano con la sua teofania - la voce di Dio dall’alto - e il miracolo alle Nozze di Cana, come primo «segno» operato da Cristo. Una bellissima antifona della Liturgia delle Ore unifica questi tre avvenimenti intorno al tema delle nozze tra Cristo e la Chiesa: «Oggi la Chiesa si unisce al suo Sposo celeste, perché nel Giordano Cristo ha lavato i suoi peccati; i Magi corrono con doni alle nozze regali, e i convitati gioiscono vedendo l’acqua mutata in vino» (Antifona delle Lodi). Possiamo quasi dire che nella festa del Natale si sottolinea il nascondimento di Dio nell’umiltà della condizione umana, nel Bambino di Betlemme. Nell’Epifania, invece, si evidenzia il suo manifestarsi, l’apparire di Dio attraverso questa stessa umanità. In questa Catechesi, vorrei richiamare brevemente qualche tema proprio della celebrazione del Natale del Signore affinché ciascuno di noi possa abbeverarsi alla fonte inesauribile di questo Mistero e portare frutti di vita. Anzitutto, ci domandiamo: qual è la prima reazione davanti a questa straordinaria azione di Dio che si fa bambino, si fa uomo? Penso che la prima reazione non può essere altro che gioia. «Rallegriamoci tutti nel Signore, perché è nato nel mondo il Salvatore»: così inizia la Messa della notte di Natale, e abbiamo appena sentito le parole dell’Angelo ai pastori: «Ecco. Io vi annuncio una grande gioia» (Lc 2, 10). È il tema che apre il Vangelo, ed è il tema che lo chiude perché Gesù Risorto rimprovererà agli Apostoli proprio di essere tristi (cfr. Lc 24, 17) – incompatibile con il fatto che Lui rimane Uomo in eterno. Ma facciamo un passo avanti: da dove nasce questa gioia? Direi che nasce dallo stupore del cuore nel vedere come Dio ci è vicino, come Dio pensa a noi, come Dio agisce nella storia; è una gioia, quindi, che nasce dal contemplare il volto di quell’umile bambino perché sappiamo che è il Volto di Dio presente per sempre nell’umanità, per noi e con noi. Il Natale è gioia perché vediamo e siamo finalmente sicuri che Dio è il bene, la vita, la verità dell’uomo e si abbassa fino all’uomo, per innalzarlo a Sé: Dio diventa così vicino da poterlo vedere e toccare. La Chiesa contempla questo ineffabile mistero e i testi della liturgia di questo tempo sono pervasi dallo stupore e dalla gioia; tutti i canti di Natale esprimo questa gioia. Natale è il punto in cui Cielo e terra si uniscono, e varie espressioni che sentiamo in questi giorni sottolineano la grandezza di quanto è avvenuto: il lontano - Dio sembra lontanissimo - è diventato vicino; «l’inaccessibile volle essere raggiungibile, Lui che esiste prima del tempo cominciò ad essere nel tempo, il Signore dell’universo, velando la grandezza della sua maestà, prese la natura di servo» - esclama san Leone Magno (Sermone 2 sul Natale, 2.1). In quel Bambino, bisognoso di tutto come lo sono i bambini, ciò che Dio è: eternità, forza, santità, vita, gioia, si unisce a ciò che siamo noi: debolezza, peccato, sofferenza, morte. La teologia e la spiritualità del Natale usano un’espressione per descrivere questo fatto, parlano di admirabile commercium, cioè di un mirabile scambio tra la divinità e l’umanità. Sant’Atanasio di Alessandria afferma: «Il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio» (De Incarnatione, 54, 3: PG 25, 192), ma è soprattutto con san Leone Magno e le sue celebri Omelie sul Natale che questa realtà diventa oggetto di profonda meditazione. Afferma, infatti, il santo Pontefice: «Se noi ci appelliamo alla inesprimibile condiscendenza della divina misericordia che ha indotto il Creatore degli uomini a farsi uomo, essa ci eleverà alla natura di Colui che noi adoriamo nella nostra» (Sermone 8 sul Natale: CCL 138, 139). Il primo atto di questo meraviglioso scambio si opera nell’umanità stessa del Cristo. Il Verbo ha assunto la nostra umanità e, in cambio, la natura umana è stata elevata alla dignità divina. Il secondo atto dello scambio consiste nella nostra reale ed intima partecipazione alla divina natura del Verbo. Dice San Paolo: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4, 4-5). Il Natale è pertanto la festa in cui Dio si fa così vicino all’uomo da condividere il suo stesso atto di nascere, per rivelargli la sua dignità più profonda: quella di essere figlio di Dio. E così il sogno dell’umanità cominciando in Paradiso - vorremmo essere come Dio - si realizza in modo inaspettato non per la grandezza dell’uomo che non può farsi Dio, ma per l’umiltà di Dio che scende e così entra in noi nella sua umiltà e ci eleva alla vera grandezza del suo essere. Il Concilio Vaticano II in proposito ha detto così: «In realtà, soltanto nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo» (Gaudium et spes, 22); altrimenti rimane un enigma: che cosa vuole dire questa creatura uomo? Solo vedendo che Dio è con noi possiamo vedere luce per il nostro essere, essere felici di essere uomini e vivere con fiducia e gioia. E dove si rende presente in modo reale questo meraviglioso scambio, perché operi nella nostra vita e la renda un’esistenza di veri figli di Dio? Diventa molto concreta nell’Eucaristia. Quando partecipiamo alla Santa Messa noi presentiamo a Dio ciò che è nostro: il pane e il vino, frutto della terra, perché Egli li accetti e li trasformi donandoci Se stesso e facendosi nostro cibo, affinché ricevendo il suo Corpo e il suo Sangue partecipiamo alla sua vita divina. Vorrei soffermarmi, infine, su un altro aspetto del Natale. Quando l’Angelo del Signore si presenta ai pastori nella notte della Nascita di Gesù, l’Evangelista Luca annota che «la gloria del Signore li avvolse di luce» (2, 9); e il Prologo del Vangelo di Giovanni parla del Verbo fatto carne come della luce vera che viene nel mondo, la luce capace di illuminare ogni uomo (cfr. Gv 1, 9). La liturgia natalizia è pervasa di luce. La venuta di Cristo dirada le tenebre del mondo, riempie la Notte santa di un fulgore celeste e diffonde sul volto degli uomini lo splendore di Dio Padre. Anche oggi. Avvolti dalla luce di Cristo, siamo invitati con insistenza dalla liturgia natalizia a farci illuminare la mente e il cuore dal Dio che ha mostrato il fulgore del suo Volto. Il primo Prefazio di Natale proclama: «Nel mistero del Verbo incarnato è apparsa agli occhi della nostra mente la luce nuova del tuo fulgore, perché conoscendo Dio visibilmente, per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle realtà invisibili». Nel Mistero dell’Incarnazione Dio, dopo aver parlato ed essere intervenuto nella storia mediante messaggeri e con segni, «è apparso», è uscito dalla sua luce inaccessibile per illuminare il mondo. Nella Solennità dell’Epifania, 6 gennaio, che celebreremo tra pochi giorni, la Chiesa propone un brano molto significativo del profeta Isaia: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te splende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere» (60, 1-3). È un invito rivolto alla Chiesa, la Comunità di Cristo, ma anche a ciascuno di noi, a prendere ancora più viva coscienza della missione e della responsabilità verso il mondo nel testimoniare e portare la luce nuova del Vangelo. All’inizio della Costituzione Lumen gentium del Concilio Vaticano II troviamo le seguenti parole: «Essendo Cristo la luce delle genti, questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, ardentemente desidera con la luce di Lui, splendente sul volto della Chiesa, illuminare tutti gli uomini annunziando il Vangelo a ogni creatura» (n. 1). Il Vangelo è la luce da non nascondere, da mettere sulla lucerna. La Chiesa non è la luce, ma riceve la luce di Cristo, la accoglie per esserne illuminata e per diffonderla in tutto il suo splendore. E questo deve avvenire anche nella nostra vita personale. Ancora una volta cito san Leone Magno che ha detto nella Notte Santa: «Riconosci, cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler ricadere alla condizione spregevole di un tempo con una condotta indegna. Ricordati chi è il tuo Capo e di quale Corpo sei membro. Ricordati che, strappato dal potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce e nel Regno di Dio» (Sermone 1 sul Natale, 3, 2: CCL 138, 88). Cari fratelli e sorelle, il Natale è fermarsi a contemplare quel Bambino, il Mistero di Dio che si fa uomo nell’umiltà e nella povertà, ma è soprattutto accogliere ancora di nuovo in noi stessi quel Bambino, che è Cristo Signore, per vivere della sua stessa vita, per far sì che i suoi sentimenti, i suoi pensieri, le sue azioni, siano i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre azioni. Celebrare il Natale è quindi manifestare la gioia, la novità, la luce che questa Nascita ha portato in tutta la nostra esistenza, per essere anche noi portatori della gioia, della vera novità, della luce di Dio agli altri. Ancora a tutti l’augurio di un tempo natalizio benedetto dalla presenza di Dio!

 

AVVENIRE

Pag 27 Il Bambino contro gli idoli di Franco Cardini

Dai pochi versetti di Matteo sino alla “fiaba” degli apocrifi, l’episodio della fuga in Egitto nasconde un tesoro di significati spirituali

 

Pezzi interi del nostro immaginario devozionale si vanno ormai staccando dalla nostra memoria comunitaria, o da quel che ne rimane. Se entrate in una chiesa medievale o in un museo, v’imbatterete in molte scene relative alla Natività e all’Infanzia del Signore, dipinte o scolpite, che stenterete a interpretare: e questo perché esse sono sovente ispirate ai Vangeli cosiddetti “apocrifi”. Prendiamo un passo enigmatico e spesso trascurato: la “fuga in Egitto”. Tra i Vangeli canonici, ne parla il solo Matteo (2,13-15 e 19-23), con l’intervallo della “strage degli Innocenti”. La Santa Famiglia vi è presentata come un vero gruppo di “rifugiati politici” che dalla Giudea, controllata dal tetrarca Erode III alleato ma non proprio suddito di Roma va a cercare un po’ di pace e di sicurezza in Egitto, provincia dell’impero romano direttamente dipendente dall’imperatore Ottaviano Augusto. È un episodio denso di significati: Gesù esule in Egitto al pari di Giuseppe figlio del patriarca Giacobbe – anch’egli perseguitato – e di tutto Israele che ripara nella Valle di Gessen; quindi ancora Gesù di ritorno nella Terra Promessa, passato il pericolo, al pari di Mosè; la Santa Famiglia come primizia dunque del Nuovo Israele ch’è la Chiesa. Poco tuttavia si ricava dal testo canonico. Diversa si presenta la situazione negli “apocrifi”. Giova al riguardo rammentare che il termine “apocrifo” (derivato da una parola greca che significa “nascosto”) non è per nulla sinonimo di “falso”, “errato”, “inventato”. Erano detti apocrifi, nella tradizione cristiana consolidatasi già tra I e II secolo, quei testi a carattere esoterico, di solito gnostico, che si rendevano noti ai soli iniziati e che per questo la Chiesa non ritenne di poter accogliere nel suo cànone delle Scritture sicuramente ispirate da Dio. Tuttavia, nonostante le riserve espressa da Padri come Ireneo o Tertulliano, le tradizioni da essi veicolate continuarono a circolare tra i fedeli. Tra quei testi si distingue per interesse filologico e antropologico, ma anche per bellezza letteraria, il cosiddetto “Vangelo dello Pseudomatteo”, conosciuto anche come Libro della Natività della Beata Maria e dell’Infanzia del Salvatore e quasi certamente appartenente alla seconda metà del VI secolo, narra molte cose su Anna, Gioacchino, la nascita e l’infanzia di Maria, le peripezie di Giuseppe, la Natività e la posteriore adorazione dei Magi; e, naturalmente, sull’ira di Erode, la strage degli innocenti e la fuga della Santa Famiglia in Egitto. Da questo testo hanno largamente attinto gli artisti medievali: ma talora vi si sono ispirati gli stessi teologi. Il testo ha sovente un andamento fiabesco: come nelle belle pagine in cui il piccolo Gesù ammansisce i draghi e viene scortato da leoni e leopardi che mansueti lo accompagnano, senza far male a nessuno. A un certo punto, Maria si sente stanca e prova il desiderio di riposare all’ombra di una palma: ed ecco che, a un comando del Bambino, l’altissimo albero si piega fino a lei consentendole di cibarsi dei suoi frutti, mentre dalle sue radici zampilla acqua purissima e fresca. Si arriva quindi in Egitto, dove Gesù entra in un tempio pagano: e, al suo ingresso, tutti gli idoli cadono al suolo. Informato di ciò e accorso sul posto, il governatore della città si prostra adorante di fronte al Bambino. Come dimenticare, dinanzi a questa “fiaba”, che Gesù venne davvero al mondo in un momento di grandi attese messianiche, delle quali sono prova tanto la ricerca astrologica del Saoshians mazdeo iniziatore del nuovo ciclo cosmico per la Persia e, per Roma e l’impero, la stessa Quarta Ecloga di Virgilio con la sua Virgo paritura che riporterà sulla terra l’aurea Proles? Su temi analoghi a quelli dello Pseudomatteo insiste anche il “Vangelo arabo dell’Infanzia”, un testo di ambiente a quel che pare monofisito-nestoriano risalente sembra ai secoli VI-VII e derivato dalla medesima fonte siriaca dei secoli IV-V da cui deriva l’intero ciclo apocrifo dell’infanzia nelle sue traduzioni greca, latina, persiana, copta, georgiana, slava, abissina. Qui, gli idoli pagani d’Egitto sono esplicitamente presentati come oggetti attraverso i quali è il diavolo stesso a parlare, e l’aspetto esorcistico diventa il principale durante al permanenza del Bambino in quella terra pagana. I temi “magici” sono particolarmente densi in questo bel testo, che fa di Gesù essenzialmente un grande taumaturgo. Meditando e discutendo sul valore e il significato di questi racconti, c’è chi ha parlato di “mitologia cristiana”. È un’espressione che non deve né meravigliare né scandalizzare. Esiste senza dubbio un corpus leggendario cristiano, che ha le sue radici proprio nei Vangeli apocrifi e che si prolunga poi in molte vite di santi e sante (quella raccolte alla fine del Duecento dal domenicano Giacomo da Varazze, vescovo di Genova, nella Legenda Aurea) che non sono evidentemente articolo di fede, ma che restano da indagare a fondo sotto il profilo filologico­antropologico. Il cristianesimo, che molti trattano alla leggera preferendo volgersi a culti estranei dei quali non sanno quasi nulla, raccoglie ancora tesori immensi seminesplorati. Colpa nostra se non riusciamo a riproporli e a valorizzarli. La letteratura evangelica apocrifa ha avuto una straordinaria importanza anche nell’elaborazione della dottrina musulmana, che riconosce a Gesù i ruoli di nabi (profeta), di rasul Allah (inviato di Dio), nonché la qualifica straordinaria di Rukh’ullah (Spirito di Dio). I biografi di Muhammad sottolineano come il Profeta dell’islam e Gesù parlino e preghino difatti appena nati o addirittura nel ventre della madre, come Gesù operi già fanciullo molti miracoli e addirittura come impari l’alfabeto arabo e ne spieghi il significato segreto al suo steso maestro. La devozione dei musulmani per Gesù e per Maria, ritenuta secondo il dogma cristiano vergine prima, durante e dopo il parto, si esprime splendidamente nella XIX sura del Corano, la Sura Maryam.

 

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5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

AVVENIRE

Pag 2 Lavoro, tentare una semplificazione significa soltanto complicare di Francesco Riccardi

Ridurre a cinque i tipi di contratto? Un passo rischioso

 

Ma davvero la Cgil, il Pd e perfino alcuni esponenti del governo pensano che l’intero mondo del lavoro possa essere racchiuso in 4, o al massimo 5, forme contrattuali? Se così fosse ci sarebbe da tremare, perché sparirebbero molte tipologie di occupazione non solo garantite da norme chiare e contratti nazionali, ma assolutamente necessarie. Chi insiste, come la Cgil e alcuni giuslavoristi, a sottolineare che attualmente esistono 46 forme contrattuali, gridando allo scandalo, in realtà gioca coi termini e mette nel conto anche le 'varianti' di uno stesso contratto. Così, ad esempio, di contratto dipendente a tempo indeterminato ne conteggia 4 tipologie (standard, part-time orizzontale, part-time verticale, part-time misto) e altrettante per quello a tempo determinato, altre 5 sotto­categorie invece per il contratto a chiamata, quello utilizzato in particolare da alberghi e ristoranti per le esigenze occasionali. Così facendo si fa presto ad arrivare a «46 contratti diversi». L’altra bufala propalata dalla Cgil e da studiosi poco studiosi è che questa proliferazione sia stata provocata dalla legge Biagi. In realtà la norma che porta il nome del giuslavorista ucciso dalle Brigate Rosse non ha aggiunto alcuna forma contrattuale che già non esistesse (magari con altro nome) regolandole semmai in maniera più stringente, come non si stanca di testimoniare lo stesso senatore Pd Pietro Ichino. Se comunque si prova a scorrere l’elenco delle 46 forme, ci si accorge di come 26 riguardino il lavoro subordinato, solo 4 i parasubordinati, 5 i lavoratori autonomi mentre 11 sono i rapporti speciali. La Cgil e una parte del Pd non lo esplicitano mai, ma quando sostengono che le forme contrattuali vanno limitate a 5 intendono solo quelle subordinate e parasubordinate o intendono cancellare anche i regimi speciali e quelli autonomi? Perché nel caso dovrebbero spiegare con chiarezza che sarebbero intenzionati a far sparire gli agenti di commercio e tutte le partite Iva (genuine), oppure che verrebbero cancellati tutti gli stage (che peraltro non sono 'contratti di lavoro') e perfino i tirocini per disoccupati e categorie svantaggiate, che pure sono stati reclamati a gran voce proprio dalle parti sociali per favorire il reinserimento di questi soggetti deboli. E ancora, vogliono togliere la possibilità ai cassaintegrati di rimpolpare le entrate in modo legale attraverso il pagamento con voucher di lavori occasionali? Non lo crediamo e dunque alle «5 forme contrattuali» che propongono ne vanno aggiunte almeno altre 16. Non basta, perché come abbiamo visto il contratto da dipendente a tempo indeterminato ha 4 varianti solo per il part­time. Che neppure la Cgil nella sua furia iconoclasta pensa di abolire. Ma il part-time dovrà riguardare anche quella forma di contratto a termine che lo stesso sindacato e il Pd intendono conservare e così arriviamo già a 24 tipologie. E poi scusate, dopo gli ottimi risultati che ha prodotto, è impensabile cancellare il lavoro interinale che esiste in tutta Europa, così come il telelavoro oggi assai richiesto, le tre tipologie di apprendistato e un contratto di inserimento che la stessa Cgil dice di voler salvaguardare. E così siamo saliti già a 30 forme contrattuali. Potremmo proseguire, perché non siamo così sicuri che i lavoratori apprezzerebbero la scomparsa anche solo della possibilità di fare job sharing, cioè condividere con un altro (anche un familiare) lo stesso posto di lavoro. Non a caso il contratto integrativo della Luxottica lo promuove nelle sue fabbriche. Alla fine, se si vuole essere onesti fino in fondo, saremmo più vicini alla cancellazione di 5 o 6 forme contrattuali lasciandone in vita 40, che non al contrario. Ma, soprattutto, finora si è ragionato senza tener conto delle esigenze delle imprese, che pure di gran parte di quelle forme di lavoro evidentemente hanno bisogno. Anzitutto per questioni organizzative, dettate dall’evolversi della competizione. Il vero nodo sta qui: pensare di rispondere in maniera semplicistica a questioni complesse può rivelarsi un azzardo. Semplificare potrebbe, per paradosso, complicare ulteriormente e irrigidire il sistema. Col possibile risultato di limitare drasticamente le già scarse occasioni di lavoro. O, peggio, tornare ad allargare l’area del lavoro nero.

 

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7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 10 I Panevin leggono il 2012, la befana va in gondola di Elisa Lorenzini

Da Noale a Jesolo la festa della “vecchia” e dei Magi

 

Venezia - In laguna le befane si sfidano nella tradizionale regata, mentre in terraferma si brucia la vecchia, e dal fumo dei falò si leggeranno i pronostici per il nuovo anno al canto delle litanie. Sono numerose le feste in piazza per l'Epifania, accompagnate da spettacoli, leccornie, vin brulé e calze per i bambini. Domani alle 11 davanti a Palazzo Balbi le «maranteghe» a bordo di cinque mascarete «coa scoa» si sfideranno a colpi di remo nella 34esima edizione della regata delle befane, organizzata dalla Canottieri Bucintoro. L'arrivo sarà come al solito sotto il ponte di Rialto, dove sarà appesa una gigantesca calza, mentre in riva del Vin saranno distribuite cioccolata e vin brulé accompagnate dall'esibizione del Coro Serenissima. A Noale l'appuntamento è stasera alle 20.30 alla rocca dei Tempesta per la tradizionale «Pirola pirola». La Madonna, San Giuseppe e Gesù arriveranno a bordo di una barca a remi per ricevere la visita dei Re Magi. Si esibiranno il Corpo filarmonico Città di Noale e il gruppo di canti popolari «I Fioi del Fiò»: prima dell'accensione del grande rogo e l'annuncio del pronostico per il nuovo anno, il Vate e la Marantega reciteranno le antiche formule tramandate dal maestro Giacomo Dal Maistro e rivisitate da Dino Libralato. E sfileranno i carri allestiti dai cinque borghi di Noale, ma poi l'attenzione sarà tutta per il lamento ironico del capo borgo contro il governo locale e nazionale. A Mestre la festa inizia oggi quando (alle 17.30) una rappresentanza di giocatori dell'Unione Venezia assieme al direttore Oreste Cinquini, faranno visita alla Comunità Fatima di via Orlanda, portando dolci, palloni da gioco, divise ufficiali e alcuni abbonamenti per il cinema. Domani alle 11 arriveranno le Maranteghe in piazza Ferretto ma la festa proseguirà nel pomeriggio all'insegna della musica: dalle 17 alle 19 i ritardatari avranno ancora una possibilità di vedere dei presepi in Villa Erizzo prima della chiusura della mostra. Sempre a Mestre ci sarà la tradizionale Befana del poliziotto, (alle 14) all'Istituto Berna di via Bissuola, con animazioni, spettacoli, musica, l'elezione di Miss Befana e una ricca lotteria a premi. San Donà si prepara ad accogliere la «vecchia» tra concerti e roghi. Il pan e vin, il fuoco purificatore che cancella la mala sorte dell'anno passato, sarà acceso stasera a Golena del Piave, Grassaga e a San Donà (alle 16 in piazza Indipendenza il pomeriggio dedicato ai bambini). Falò anche Jesolo, in centro storico, a Sabbiadoro, piazza Torino, villaggio Pineta, Marina Alta, Ca' Fornera, mentre domani alle 17 nel parco del Boito di Malcontenta ci sarà il processo alla «vecchia». Domenica festa a Mira Porte (alle 14) con le gare di voga alla veneta su mascarete. La sera alle 17.30 la «piroea» sarà trainata sul Naviglio per il rogo finale.

 

Pag 10 Tutti in fila per la “scalata” della chiesa di Alice D’Este

Gesù Lavoratore

 

Marghera - Una palestra di roccia all'aperto, da qualche giorno ancora più grande, sul muro di una chiesa. L'idea nasce (e si realizza) una decina di anni fa, nella chiesa di Gesù Lavoratore a Marghera. Tre le «vie» aperte all'inizio, tra le mattonelle per dare ai ragazzi, soprattutto a quelli più grandi, un'alternativa di svago. «L'idea è nata da Renzo Cavalletto uno dei soci fondatori - spiega Luigino Tormen di Sgraffamasegni, l'associazione che ha in gestione lo spazio - prima c'erano solo tre vie, poi sono arrivate anche le scuole». Scolaresche intere nell'ora di educazione fisica, ma anche (d'estate) i ragazzini delle parrocchie e dei Grest. «L'anno scorso sono passati almeno mille bambini - spiega Tormen - alla festa dedicata ai ragazzi, Arrampilandia, abbiamo montato otto ponti tibetanti e tre teleferiche e gli iscritti, a fine anno, erano 115». Conosciuta e da quest'anno anche molto più ampia perché le «vie» sono diventate 34. Dice don Luca Biancafior, parroco di Gesù Lavoratore: «La palestra è stata totalmente rinnovata, sarà molto più sicura». E infatti, pronti per la nuova «stagione» che partirà a marzo, proprio in questi giorni i responsabili di Sgraffamasegni stanno sistemando i particolari. Nuovo il sistema delle protezioni, nuovo il posizionamento delle prese.

 

LA NUOVA

Pag 37 Sarto: “Finisco il mandato e abbandono la politica” di Marta Camerotto

Caorle, a pochi mesi dalle amministrative il sindaco annuncia il suo ritiro

 

Caorle - Marco Sarto dà le dimissioni dalla politica. Lo ha annunciato ieri in vista delle prossime elezioni amministrative che si svolgeranno in primavera e dando praticamente il via alla campagna elettorale che sarà senza di lui. Che Sarto non potesse più candidarsi alla carica di sindaco era già scontato per tutti visto che per legge non potrebbe più farlo. Con quest’ultima legislatura infatti per lui fanno 10 anni da sindaco senza contare altri 4 e mezzo da vice a fianco di Luigino Moro, un altro sindaco di lunga carriera. Sta di fatto che in molti a Caorle contano sulla sua presenza in lista, almeno in qualità di consigliere o, nel caso di vittoria, come uno dei principali assessori. Nonostante il fermento politico che si sta respirando a Caorle in queste settimane per l’avvicinarsi della campagna elettorale, Sarto non ha cambiato opinione. L’aveva già annunciato in tempi non sospetti ed ora lo riconferma: «Non ho nessunissima intenzione di candidarmi, - ha confermato ieri - io credo che dopo dieci anni di sindaco e parecchi altri anni in politica, sia giunta l’ora di dare spazio ai giovani del paese. Io –dice Sarto - ho fatto il mio tempo, è stata un’esperienza positiva però è giusto che ci sia il ricambio generazionale». Anche se Sarto ha solo 45 anni, da un punto di vista politico è uno dei «vecchi» politici della zona che ha iniziato ad amministrare da giovanissimo. Intanto a Caorle si respira un clima elettorale molto acceso. Da una parte i giovani leghisti si stanno muovendo per costruire una lista con un proprio candidato, pur non escludendo alleanze e intese con altre parti politiche. Dall’altra stanno nascendo dei gruppi spontanei di riflessione per cercare di offrire idee e nuovi progetti per Caorle. «A Caorle c’è fermento - ha continuato Sarto - quello che mi stupisce è che fino a poco tempo fa nessuno si interessava di niente, fare il sindaco è una bella responsabilità, di certo proporremo anche noi un candidato che rappresenti le nostre idee che continui i progetti pensati per il futuro di Caorle fino ad oggi». Quindi per Caorle sarà un bel punto interrogativo. I giochi sono aperti e per questa volta non c’è nessun sindaco che si ripropone alla carica. Saranno mesi intensi di lavoro alla caccia di una nuova fiducia da parte dei caorlotti. Stanno nascendo anche i primi slogan elettorali. La nuova associazione denominata «Nuovi Orizzonti» garantisce l’ascolto dei problemi dei cittadini. Ancora prematuro è il confronto sulle idee. Di certo la campagna elettorale si giocherà sul vasto campo del piano di assetto del territorio e dei progetti sull’edilizia e sull’ambiente incontaminato di Valevecchia.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag XXII Messa di Natale a Mira: “Don Gino ha fatto bene” di L.Gia.

 

Mira - «Don Gino ha fatto bene a invitare il sindaco all'altare a Natale non deve esistere la differenza tra sacro e profano, ma solo amore, fratellanza e rispetto». I consiglieri comunali Mario Morara, Eugenio Pasqual e Vincenzo Pernorio prendono le difese del parroco di Mira Taglio Don Gino Ciccutto che alla messa di mezzanotte ha invitato, dopo la celebrazione e prima della benedizione, il sindaco all'altare per fare gli auguri alla cittadinanza. «Non troviamo nulla di incoerente che, don Gino abbia consentito al sindaco di fare gli auguri di un Buon Natale ai presenti alla Santa Messa - dichiarano i tre consiglieri - in certe ricorrenze ad esempio: come il Santo Natale bisogna andare oltre. Le critiche mosse da alcuni cittadini e da alcuni esponenti politici sono fuori luogo». Per la verità le critiche, più che a don Gino, erano giunte al sindaco per l'inopportunità di intervenire in un momento particolare come la messa di Natale.

 

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8 – VENETO / NORDEST

 

IL GAZZETTINO

Pag 17 Regione, regali da 3 milioni al turismo di Alda Vanzan

Dai megaprogetti per la promozione all’estero ai contributi alla Confraternita del baccalà

 

Ci sono tanti modi per promuovere il turismo in Veneto. E non è detto che servano sempre grandi cifre. Possono bastare anche piccoli contributi, come quello dato a una associazione di Bassano del Grappa, la Pro Ring, che ha portato al palazzetto dello sport di Padova una manifestazione che era stata programmata a Londra e che poi è stata spostata in Veneto. Così, tra una gara di combattimento e l’altra, è stato diffuso un video promozionale sulle bellezze di Venezia. Anche quella è promozione turistica. Almeno per la Regione Veneto che ha aperto i cordoni della borsa: 5mila euro di contributo. E che dire di "Fabbriche aperte"? Non è detto che i turisti siano sempre attratti da mari e monti o da musei e mostre, quindi perché non proporre un tour tra i capannoni? Appunto: 5mila euro al Consorzio Vicenza per la seconda edizione di "Fabbriche aperte", «innovativa proposta di aprire, su esempio di quanto è avvenuto per le cantine, le fabbriche alla visita dei consumatori e dei turisti per far scoprire il "saper fare" del territorio". Dopodiché, per attirare i turisti, il Veneto va anche esportato, bisogna andare all’estero e lì fare promozione. Per la Regione Veneto è promozione anche quella della Confraternita del Baccalà alla Vicentina: per il venticinquennale di fondazione, infatti, la Confraternita ripropone il viaggio della nave mercantile veneziana di Piero Querini che, partendo da Venezia, approdò nelle isole dell’arcipelago Lofoten. E siccome l’imbarcazione del baccalà si fermerà nei principali porti del Nord Europa e lì ci saranno «incontri culturali», si parlerà delle «destinazioni turistiche venete e delle eccellenze agroalimentari venete», per la Regione è sicuramente promozione: 30mila euro alla Confraternita del baccalà alla vicentina. Sono solo alcuni dei contributi portati all’esame della giunta regionale nell’ultima seduta dell’anno, assieme a quelli per i libri, le sagre, le fortezze, le processioni. Marino Finozzi, assessore al Turismo, è riuscito a mettere assieme quasi 3 milioni di euro per la promozione del turismo, variamente motivati. C’era il pacchetto per la promozione delle coste e dei litorali veneti (600mila euro), quello per il sostegno delle Dolomiti (350mila euro) e per il Cai e le Comunità montane (228mila euro). C’erano progetti di promozione all’estero mirati: uno solo per il bacino della Gran Bretagna (80mila euro), un altro più corposo per il bacino tedesco (620mila euro). Non è stato trascurato il sistema congressuale (oltre 557mila euro). E nemmeno l’immenso patrimonio di ville venete (circa quattromila edifici) che meritano di essere sostenute, valorizzate, "vendute" ai turisti: un progetto da 420mila euro, compresi 250mila euro da fondi statali per una campagna pubblicitaria con inserzione nelle riviste di settore. Buona parte di tutta questa promozione è affidata a Veneto Promozione, la nuova società costituita dalla Regione con sede a Marghera: vale sia per le ville che per i congressi, ma anche per i 620mila euro del pacchetto tedesco. Dopodiché, non sono state trascurate le "piccole" manifestazioni, gli eventi organizzati da enti pubblici o da privati e che la Regione ha ritenuto di particolare interesse turistico e culturale. Come, appunto, il viaggio alle Lofoten o il sostegno al Consorzio Marca Treviso per promuovere il golf in Veneto. In tutto 113.500 euro.

 

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… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Non lasciamo solo chi subisce la crisi di Dario Di Vico

I cambiamenti e la fiducia necessaria

 

Una volta lo si chiamava Paese reale. Poi si convenne che sapeva troppo di vetero-sinistra e il termine è caduto in disuso. Ma in questi giorni convulsi e difficili vale forse la pena di rispolverare quel concetto perché indica il protagonista della nuova fase della vita politico-sociale italiana. Se fino a poco tempo fa interrogati dai sondaggisti i nostri connazionali rispondevano che l'Italia andava malissimo ma loro tutto sommato se la cavavano, oggi sta subentrando una percezione più realistica. E anche più drammatica. Pur senza aver frequentato la Bocconi gli italiani hanno capito che si stanno modificando i meccanismi di fondo del funzionamento della nostra società e tutto ciò sta avvenendo con inedita velocità. Anche noi cronisti della crisi ci stiamo convincendo di vivere un pezzo della storia patria che in un secondo tempo rimasticheremo e studieremo a lungo perché avrà segnato profondamente il paesaggio sociale. Proprio perché il cambiamento è così profondo non bisogna però lasciare soli coloro che lo subiscono. Storicamente in Italia, e per tanti motivi che non è il caso di affrontare in questa sede, la cultura del mercato è stata minoritaria, confinata all'approvazione da parte di élite lungimiranti. Oggi per di più il mercato si presenta alla stregua di un abito rigido, confezionato a Bruxelles e non nelle nostre sartorie politiche, e che per giunta dobbiamo indossare in tempi di recessione e non di larghezza. Purtroppo i governi di ogni colore che hanno sostato a Palazzo Chigi negli anni della crescita hanno sempre rinviato le riforme strutturali e così siamo costretti a realizzarle nelle condizioni di contesto più difficili che ci potessero capitare. Per tutte queste ragioni bisogna evitare che dalla paura del cambiamento, di per sé legittima, si sviluppi un sentimento di estraneità e di rivolta, bisogna scongiurare che gli italiani maturino un convincimento antieuropeo e coltivino l'improbabile sogno di tornare ai tempi della liretta. Su chi sta guidando, tra grandi difficoltà, il processo di modernizzazione (forzosa) dell'Italia ricade dunque la responsabilità di costruire attorno a quegli obiettivi l'indispensabile clima di fiducia. Non stiamo parlando di qualcosa di impalpabile ma chiediamo, ad esempio, che le banche sviluppino una policy amichevole nei confronti delle piccole e medie imprese bisognose di credito. Vorremmo anche che lo Stato per non apparire patrigno affronti una volta per tutte lo scandalo dei mancati pagamenti della pubblica amministrazione e definisca una formula per incominciare a restituire quel dovuto che altrimenti si trasforma in maltolto. Il Paese reale in quasi tutte le sue componenti sta affrontando uno stress senza precedenti, ma finora lo sta facendo in maniera composta. In risposta a una riforma delle pensioni incisiva e di standard europeo abbiamo registrato solo tre ore di sciopero generale. È vero che diverse categorie minacciano blocchi e azioni clamorose, però fin qui abbiamo letto per lo più appelli pubblicati sui giornali. Gli episodi più inquietanti di queste settimane riguardano la campagna terroristica di cui è bersaglio Equitalia ma in questo caso non si tratta di un'azione di lobby bensì di un fenomeno eversivo. Pur soffrendo, dunque, il Paese mostra di avere i nervi a posto e merita di avere un governo per amico.

 

Pag 4 Rischio di cortocircuito per un governo proiettato sull’Unione di Massimo Franco

 

La tensione politica non si placa. Spunta in modo disordinato, provocando focolai improvvisi che magari si spengono rapidamente; oppure si spostano da un problema all'altro. E l'impressione finale è quella di un governo vittima di strani cortocircuiti, quando non veri e propri errori, destinati a suscitare resistenze e malcontento: a torto o a ragione. È come se galleggiasse su un mare di inquietudini sempre pronte a scatenarsi; e alimentate dall'eterogeneità di una maggioranza che riflette blocchi sociali e dunque interessi diversi; dal timore che le misure prese finora non bastino a vincere una crisi economica dolorosa; e dalla difficoltà di palazzo Chigi a offrire all'opinione pubblica un obiettivo condiviso da tutti. È un problema che qualcuno definirebbe di «narrativa». Spiegare quanto si sta facendo, perché e con quali obiettivi. Sembra che a palazzo Chigi se ne stiano rendendo conto. «Il Piano nazionale per le riforme» che dovrebbe essere presentato entro marzo, nelle intenzioni servirà a chiarirlo. Il problema è che cosa succederà di qui ad allora: soprattutto in una fase in cui la politica si sente aggredita e delegittimata. Le polemiche sui costi della nomenklatura sono un moltiplicatore di questo nervosismo. Ieri Monti ha ricevuto il presidente dell'Istat, Enrico Giovannini, per parlare del suo rapporto in materia. Ma stando molto attento a non alimentare polemiche. Anzi, dice di voler rilanciare l'economia e riconciliare «cittadini e partiti» ai quali rende omaggio. D'altronde, il tentativo maldestro del leghista Roberto Calderoli di schizzare fango sul premier con la «festa» in famiglia di Capodanno a palazzo Chigi, dimostra i rischi di un'offensiva strumentale. Ma il risultato dei veleni è di mettere in ombra quanto il governo sta cercando di conseguire sul piano internazionale. I colloqui del 6 gennaio con il presidente francese Nicolas Sarkozy, poi l'11 con il Cancelliere tedesco Angela Merkel, e il 18 col primo ministro inglese David Cameron serviranno a misurare la credibilità italiana. In un'intervista al Figaro di Parigi, Monti dice che «l'Europa non deve più avere paura dell'Italia». Esalta «la flemma britannica» della popolazione di fronte alle «pesanti misure loro imposte» e l'«ammirevole senso di responsabilità» degli italiani. Insomma, prepara il terreno per strappare maggiori garanzie dagli alleati. Ma non sarà facile mettere il nostro Paese al riparo da un «rischio euro» che Monti vede come uno dei motivi delle nostre difficoltà: insieme anche al fatto che il governo precedente, guidato da Silvio Berlusconi, «non ha voluto ammettere» un grave difetto di crescita, fino a lasciare rotolare l'Italia dentro la recessione. Il tentativo del premier sarà quello di ottenere che il «fondo salva-Stati» europeo sia rimpolpato, in modo da ridurre gli effetti dell'offensiva contro la moneta unica. È una difficoltà evidenziata dalla differenza fra titoli italiani e tedeschi, sempre intorno ai 500 punti: un livello insostenibile, nel medio periodo. Sottolinea ed esaspera difficoltà obiettive, tra inflazione in crescita e tensioni sociali vistose. Il fronte sindacale rimane uno dei più difficili, sebbene i contrasti di palazzo Chigi con la Cgil siano meno radicali di quanto appaiano: e non soltanto grazie ai contatti informali fra Susanna Camusso e il ministro del Welfare, Elsa Fornero. Ma l'incognita è la tenuta del Paese in vista di mesi che si preannunciano a dir poco difficili. Monti sembra convinto che i partiti ci penseranno bene, prima di provocare una crisi in una fase del genere. È consapevole che la propria popolarità possa arrivare «vicina allo zero, visti i sacrifici che chiedo agli italiani». Eppure assicura che non proverà a sopravvivere, ma a governare. Sempre che i mercati, prima dei partiti, glielo permettano.

 

Pag 13 Vacanze di Natale. E questa volta non è un film di Pierluigi Battista

 

Ecco, se invece dei bombardamenti a tappeto, ci fossero tanti blitz precisi e intelligenti come quello di Cortina, la lotta all'evasione fiscale ne avrebbe tutto da guadagnare. Anche in simpatia, risorsa di cui le sentinelle del Fisco sinora non hanno abbondato. Chi ha concepito l'operazione antievasori di Cortina è stato un regista perfetto, e non solo per aver scelto come scenario il set di un cinepanettone (in declino). Non era difficile immaginare che tra quelle splendide montagne si sarebbero concentrati durante le vacanze invernali proprietari di Suv che risultano nullatenenti, possessori di macchine di lusso intestate a società ufficialmente in crisi, acquirenti di beni di lusso non avvezzi all'uso dello scontrino fiscale. L'Agenzia delle entrate ha semplicemente messo in atto ciò che tutti pensavano: complimenti. Adesso però, una volta svelati i segreti che già tutti conoscevano, evitiamo l'inquisizione nei confronti del ceto medio, il terrore di massa verso tutti i correntisti, lo choc psicologico nei confronti dei pensionati che non hanno mai conosciuto una carta di credito. Il successo del blitz di Cortina è anche il frutto della sua selettività. Ha colpito un target preciso. Ha agito con meticolosità chirurgica. Non ha esibito un rastrellamento in una spiaggia affollata o in località sciistiche meno rinomate. Ha snidato la ricchezza occulta dove era prevedibile che la ricchezza occulta si fosse rifugiata. Lo stesso tono un po' beffardo e ironico che ha illustrato i risultati dell'operazione antievasione sta a dimostrare che non è la guerra santa l'arma decisiva per scovare gli evasori e per creare un minimo di consenso attorno ai controllori del Fisco. È l'intelligenza. La cura nei particolari. Persino il buon senso. Il buon senso di non colpire chi non ha pagato cifre di piccole entità con una severità sproporzionata e crudele, come spesso accade con le cartelle Equitalia, ma di screditare gli evasori veri, convinti di farla franca per sempre. E che da domani saranno un po' meno spavaldi, un po' meno spudorati. Sapranno che la sproporzione tra le loro macchine lussuose e la loro miserabile dichiarazione dei redditi è diventata impossibile da custodire. Sapranno di non avere più la solidarietà del ceto medio tartassato e devastato dall'aumento di tributi e balzelli e che si sente criminalizzato ogni volta che dalle proprie tasche estrae una banconota. Sapranno che il loro nemico è diventato intelligente, duttile, sarcastico, con un senso della messinscena spettacolare che trasmette un messaggio infinite volte più efficace di qualunque violazione della privacy bancaria dei lavoratori a reddito fisso. Ora naturalmente si attende qualche replica, nei posti più esclusivi, al mare o in montagna, anche per non demonizzare inutilmente Cortina, che è una località meravigliosa, anche senza finti poveri con Suv e regali di lusso. Nei momenti più imprevisti, ma nei luoghi che tutti prevedono potrebbero dare risultati analoghi ai signori che sono stati colti in flagrante a Cortina, nella vita vera e non in un cinepanettone. Blitz intelligenti e spiritosi: la lotta all'evasione fiscale si fa così. Altro che terrore.

 

Pag 17 Pragmatici contro ideologici, la destra Usa si è spaccata di Massimo Gaggi

Per gli avversari di Obama lo spettro di uno stallo

 

Mitt Romney la spunta di un soffio sul sorprendente Rick Santorum, ma senza la «spallata» che gli sarebbe stata necessaria per convincere subito gli elettori repubblicani di essere l'uomo giusto per la scalata alla Casa Bianca. Per questo avrebbe avuto bisogno di una vittoria sonante tra gli arci conservatori dell'Iowa oltre a quella, scontata, che otterrà la prossima settimana in un New Hampshire molto più moderato. Riparte, invece, da questo Stato delle pianure centrali con un'immagine che ricorda sempre più l'impostazione «base» di un computer: sicura ma senza carattere. Dal «caucus» dell'Iowa esce un fronte conservatore più che mai spaccato. Da un lato i pragmatici che puntano sulla «eleggibilità» dell'ex governatore del Massachusetts, unico tra i leader in campo capace di rassicurare centristi e indipendenti. Dall'altro una base conservatrice più ideologica che vuole mandare avanti un «crociato»: sia esso l'antiabortista omofobo Rick Santorum, campione dell'integralismo religioso o il libertario antimilitarista Ron Paul, campione dell'antistatalismo fino al punto di promettere, se eletto, di radere al suolo la Federal Reserve, ripristinare la convertibilità del dollaro in oro e spingere l'America verso l'isolazionismo, smantellando flotte e basi all'estero. Adesso Romney può anche dirsi, a parole, soddisfatto del voto dell'altra notte: mormone, con un passato di finanziere, radicato nel sofisticato New England, vince, sia pure per soli 8 voti, in uno Stato agricolo ed evangelico che certamente non poteva innamorarsi di lui. Quella dell'Iowa è, in fondo, una consultazione anomala: «Non serve a scegliere il vincitore ma a eliminare i sicuri perdenti» spiega Chris Stirewalt, analista della Fox, la tv dei conservatori. E, in effetti, qui quattro anni fa vinse il governatore-pastore Mike Huckabee, mentre il candidato che poi ottenne la nomination repubblicana, John McCain, nemmeno si candidò in Iowa, considerandolo uno Stato troppo conservatore. E, col ritiro degli sconfitti Michele Bachmann e Rick Perry (per ora ufficialmente in pausa di riflessione), il «caucus» ha svolto la sua azione di «scrematura». Proprio questo passaggio, però, può cambiare il percorso delle primarie concentrando su uno o due candidati il voto ideologico fin qui disperso tra cinque personaggi. Adesso, dopo il New Hampshire «cortile di casa» per Romney (siamo alle porte del «suo» Massachusetts, l'ultimo sondaggio Cnn di ieri lo dà in vantaggio di 30 punti percentuali sugli inseguitori) arrivano Stati del Sud conservatori ma meno ideologici dell'Iowa: il South Carolina la cui governatrice Nikki Haley è apertamente schierata con Romney e la Florida di Jeb Bush che non è certo un integralista. Ma la Haley è stata contestata per questa scelta e Jeb, potenziale candidato «di riserva» per la Casa Bianca, non ha fatto alcun endorsement (solo il padre, George senior, ha parlato di Romney come di una «persona in gamba»). Certo, come nota il sondaggista Scott Rasmussen, che considera anche lui Romney una soluzione di ripiego, è difficile che questo vuoto di personalità venga riempito da candidati estremi come Santorum e Paul. Ora, con grande sollievo degli strateghi elettorali di Barack Obama, i repubblicani devono fronteggiare lo spettro di uno stallo tra i pragmatici e l'ala ideologica. Probabilmente l'establishment del partito stringerà i ranghi attorno a Romney (ieri ha avuto l'appoggio ufficiale di McCain), che, però, deve fronteggiare varie incognite, compresa quella del morso velenoso del «cobra» Newt Gingrich. Nettamente sconfitto dopo essere stato in testa nei sondaggi, l'ex speaker della Camera non può risorgere, ma per ora rimane in corsa: non per vincere ma con l'obiettivo, ormai dichiarato, di danneggiare il più possibile un Romney che considera il mandante occulto della campagna di messaggi «negativi» che l'ha distrutto. Il primo assaggio già ieri: prima dell'apertura delle urne Newt ha dato a Romney del bugiardo. E dopo la chiusura ha elogiato con enfasi il «limpido» Santorum. Tre considerazioni dopo questa prima tornata elettorale: 1) Santorum e Paul quasi certamente non saranno gli sfidanti di Obama, ma possono ancora «dissanguare» Romney fino al punto di far emergere, «in extremis», un altro candidato, anche se tutti i nomi che circolano (Christie, Huckabee, Daniels, Ryan, lo stesso Jeb Bush) hanno le loro controindicazioni. 2) I dibattiti televisivi, che sembravano l'arma decisiva di questa campagna, lo sono stati solo in negativo: hanno demolito Perry, vittima delle sue gaffe e delle amnesie davanti alle telecamere, mentre Santorum, che in tv è stato relegato al ruolo di comparsa, è emerso «consumando le suole delle scarpe» come i politici di vecchia scuola: è l'unico candidato che ha battuto tutte le 99 contee dell'Iowa tenendo ben 381 comizi. 3) Altro mito infranto è quello della forza finanziaria. Certo, un candidato squattrinato non può fare molta strada, ma in Iowa Santorum ha investito appena 73 centesimi di dollaro per ogni voto ottenuto, mentre a Romney ogni suffragio è costato ben 49 dollari. Il record è di Perry: per ogni scheda col suo nome (12 mila) ha speso addirittura 364 dollari. Ieri se n'è tornato in Texas a «riordinare le idee».

 

LA STAMPA

E ora difendiamo chi produce di Luca Ricolfi

 

Lo so, ci sono cose che oggi non si possono dire. Non si può parlare dell'articolo 18, non si può dire quel che ha detto Grillo, non ci si può sottrarre alla guerra santa contro gli evasori e gli speculatori, non si possono difendere i ricchi (un clima così pesante e antiliberale da indurre Alesina e Giavazzi a ricordare che la ricchezza non è una colpa). Abbiamo bisogno di certezze e di capri espiatori. La certezza di non perdere quel che abbiamo. I capri espiatori su cui scaricare ogni responsabilità per i tempi duri che viviamo. Così, una plumbea nuvola di cecità e di conformismo sta lentamente avvolgendo un po’ tutto e tutti. Il governo sta finalmente, faticosamente e meritoriamente aprendo il dossier delle liberalizzazioni, ma il clima che si respira è di prudenza e di sospetto, specie in materia di mercato del lavoro. Gli altolà e gli avvertimenti scattano automatici, non per quel che uno ha fatto effettivamente, ma già solo per quello che potrebbe aver pensato, o avere in animo di pensare (vedi quel che è successo al ministro Elsa Fornero, rea di aver osato dire che si doveva parlare di mercato del lavoro «senza tabù»). In un clima siffatto, io vedo il pericolo che, nel dibattito pubblico dei prossimi mesi, si mettano da parte alcuni dati di fondo, che sono cruciali per prendere decisioni sagge, ma appaiono urticanti o «politically taboo» a quasi tutti i soggetti in campo. Quali dati? Il primo dato è che la pressione fiscale sull'economia regolare è la più alta del mondo sviluppato (intorno al 60%), e così il livello di tassazione sulle imprese, il cosiddetto Total Tax Rate (68.6%). Questo è un handicap di fondo dell'Italia, che è stato ulteriormente aggravato dalle manovre finanziarie di Berlusconi, e in misura ancora maggiore da quella di Monti. Questo livello abnorme di tassazione si accompagna da sempre a norme vessatorie nei confronti di qualsiasi violazione (anche solo formale, o di entità irrisoria) delle regole fiscali, per non parlare dei comportamenti arroganti, intimidatori, o semplicemente umilianti degli emissari del fisco, che ovviamente non sono la regola ma di cui esistono purtroppo innumerevoli testimonianze, talora drammatiche e commoventi. Mi spiace doverlo dire, ma mi sono convinto che oggi in Italia un sentimento di paura verso l'Amministrazione pubblica sia ampiamente giustificato anche quando non si sia commesso alcun errore, reato o violazione. E tutto mi fa pensare che, affamato da decenni di spesa pubblica in deficit, lo Stato stia in questi anni accentuando il suo volto rapace e intimidatorio. Il secondo dato di fondo è la strabica selettività della repressione dell'evasione. Ci sono intere zone del Paese in cui quasi tutto è in nero, si sa perfettamente dove si annidano gli abusi più clamorosi (compreso il caporalato e varie forme di sfruttamento del lavoro degli immigrati che ricordano i tempi della schiavitù), ma si preferisce chiudere ipocritamente un occhio, concentrando l'azione sulle porzioni del Paese in cui l'evasione c'è, ma è molto più contenuta. Pur di salvare il principio astratto che il lavoro deve essere pagato decentemente e iperprotetto, Stato e sindacati tollerano di buon grado che in un quarto del territorio nazionale si possa operare in modo del tutto irregolare, non solo sul versante dei salari ma su quasi tutto il resto (dal mancato pagamento del canone Rai alla violazione di ogni norma igienica, di sicurezza, antinfortunistica, etc.). Il fatto è che se volesse intervenire contro l'illegalità, lo Stato dovrebbe militarizzare circa un quarto del territorio nazionale, e distruggere un paio di milioni di posti di lavoro, che si reggono sui bassi salari. C'è un terzo dato di fondo, che mi pare fondamentale ora che si sta per aprire lo spinoso capitolo del mercato del lavoro: da un paio di anni l'Italia sta riducendo la sua base produttiva. Fallimenti, chiusure volontarie di attività, bassi investimenti, distruzione di posti di lavoro, si stanno susseguendo senza interruzione dal 2008. Un po' dipende da un fatto nuovissimo, e cioè che questa crisi è, dal 1945, la prima in cui si prende in considerazione non solo l'eventualità di un double dip (doppia recessione, la prima nel 2009, la seconda nel 2012), ma anche l'ipotesi che la crescita non tornerà mai più, come ha già tristemente sperimentato il Giappone negli ultimi due decenni. In queste condizioni a molti pare inutile resistere in attesa di una ripresa che forse non ci sarà né l'anno prossimo né mai. Un po', però, dipende anche da un altro dato che ci si rifiuta di vedere, e cioè che lavorare e produrre in Italia sta diventando sempre più proibitivo sul piano dei costi di produzione. Quando dico costi di produzione, però, non intendo solo le voci che sono al centro della prossima trattativa governo-Confindustria-sindacati. E' chiaro che salari e profitti sono troppo tassati, è chiaro che le imprese medio-grandi hanno troppi vincoli, è chiaro che in Italia si fa troppo poca ricerca, è chiaro che c'è troppo poca concorrenza sul mercato interno, è chiaro che bisogna aumentare la produttività del lavoro. E tuttavia, attenzione, non possiamo esagerare con la colpevolizzazione dei produttori, siano essi le imprese (cui si rimprovera cattiva organizzazione e scarsa innovazione), i lavoratori autonomi (cui si rimprovera di evadere le tasse), o i lavoratori dipendenti (cui si rimprovera di non essere abbastanza produttivi). Come tutti, vedo anch'io diversi furbi e farabutti che evadono spudoratamente il fisco, ma sempre più frequentemente mi capita di incontrare persone per bene, che gestiscono in modo efficiente un'attività, ma si trovano ormai di fronte al dilemma se chiudere o «fare del nero», e per lo più - proprio perché sono persone oneste - scelgono di chiudere. Il tasso di occupazione, la produttività e la competitività non dipendono solo dai rapporti fra capitale e lavoro, come sembra suggerire l'attuale enfasi sulle relazioni industriali, ma anche da alcune fondamentali condizioni esterne all'impresa: il costo dell'energia, il costo del credito, i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, il costo degli adempimenti burocratico-fiscali, l'efficienza della giustizia civile. E' ingenuo pensare che l'operaio tedesco, che guadagna di più di quello italiano, sia più produttivo essenzialmente perché più stakanovista o meglio attrezzato dal suo datore di lavoro. Il valore aggiunto di un'impresa è la differenza fra il valore della sua produzione e i suoi costi, e lo svantaggio dell'Italia su questi ultimi è abissale. Fatti 100 i costi unitari dei Paesi a noi più comparabili (Germania, Francia, Regno Unito, Spagna), i costi dell'Italia sono circa 120 per la benzina, 170 per il gasolio, 250 per l'energia elettrica, 300 per i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, 400 per il rispetto dei contratti (senza contare gli ulteriori aggravi prodotti dalle recenti manovre «salva Italia»). Se poi a tutto questo aggiungiamo la tassazione più pesante del mondo sviluppato, la rigidità del nostro mercato del lavoro regolare, l'enorme prelievo sul reddito e sulla ricchezza operato con le ultime manovre, il quadro si capovolge: la domanda non è più perché l'Italia non cresce, ma perché i produttori non hanno ancora gettato la spugna. Da questo punto di vista i governi che si sono succeduti negli ultimi anni mi paiono tutti molto simili. Sotto la pressione dei mercati, non hanno mancato di chiederci dei sacrifici, per «rimettere a posto i conti pubblici». Ma ben poco hanno fatto per abbassare in modo apprezzabile i costi di chi produce ricchezza, quasi a lasciar intendere che il problema della produttività riguardi essenzialmente le parti sociali. Temo sia stato un errore, e che la chiusura di tanti negozi, attività, imprese, che osserviamo così spesso oggi nelle nostre città, ne sia l'amara conseguenza.

 

Adesso si dimetta il leghista di Cesare Martinetti

 

Va bene l’opposizione ci mancherebbe -, incalzante e persino beffarda. Va bene la denuncia che non deve esitare al cospetto di nessuno. Ma il leghista Calderoli ieri ha superato ogni limite: del buon gusto capita spesso - e dell’intelligenza politica. Denunciare come una «festa» la cena privata del professor Monti con i suoi famigliari a Palazzo Chigi la sera del 31 dicembre ed aver chiesto le dimissioni del presidente del Consiglio è semplicemente ridicolo. Calderoli ha trascorso anni in un governo il cui capo era lui sì un organizzatore di «feste» (mai denunciate dal moralizzatore leghista) e la Lega ha prodotto negli anni vere carnevalate come il trasferimento dei ministeri a Monza. E soprattutto la denuncia si è rivelata totalmente infondata. La misura e l’eleganza del professor Monti dovrebbero indurre Calderoli alle dimissioni. Temiamo non accada.

 

Ungheria, prova di diritto per l'Ue di Vladimiro Zagrebelsky

 

L’attenzione focalizzata sulle difficoltà economiche e finanziarie dell’Italia e dell’Europa e la discussione sulle misure prese o da prendere per uscire dalla crisi, rischia di mettere in ombra, sotto la pressione dell’urgenza, un tratto fondamentale dell’Unione europea. Da lungo tempo ormai l’iniziale esclusivo scopo di creare un mercato comune si è arricchito di componenti diverse, di natura culturale e politica. Di esse si dà conto in apertura del Trattato sull’Unione, dichiarando che essa «si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini». La coerenza con quei principi delle leggi e dei comportamenti di ciascuno dei ventisette Paesi membri è condizione per l’adesione all’Unione e per l’esercizio dei diritti che essa comporta. Tanto che la partecipazione di uno Stato membro può essere sospesa se gli organi dell’Unione constatano che esiste un rischio di violazione grave di quei valori. Le vicende in corso in Ungheria ci aiutano a ricordarcene. L’Ungheria ha aderito (ha chiesto di aderire ed è stata accolta) all’Unione europea nel 2004, superando i test di democraticità e di compatibilità del sistema economico. Da allora il Paese ha vissuto gravi crisi economiche e politiche, ora giunte a un punto che allarma gli organi dell’Unione e l’opinione pubblica ungherese ed europea. Alle critiche provenienti dall’Unione e da altri Stati, il primo ministro ungherese Orban reagisce proclamando che nessuno può dettare al suo Paese ciò che deve fare. Con ciò solletica il suo elettorato e il nazionalismo ungherese, ma nega in radice la logica dell’appartenenza a una comunità come l’Unione. In Europa le vicende interne agli Stati membri, siano esse economiche o relative alla democrazia e alle libertà civili, riguardano tutti, istituzioni europee e cittadini. Non è irrilevante che ogni cittadino di ciascuno Stato membro sia anche cittadino dell’Unione. Vinte le elezioni politiche e ottenuti, per il gioco della legge elettorale, più di due terzi dei seggi parlamentari, il governo ha introdotto modifiche alla Costituzione e alle leggi che confliggono con i valori propri dell’Unione. Sono stati fatti inquietanti richiami alla «ungheresità» etnica che urtano gli Stati confinanti in cui vivono minoranze magiare, è stata abolita la indipendenza della Banca centrale e sono state drasticamente ridotte l’indipendenza della magistratura e la libertà della stampa. Un’ampia epurazione è in corso. Il presidente della Corte suprema, già giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo, si è dimesso. Il reclutamento dei nuovi magistrati è ormai nelle mani di un organismo che risponde al governo. La composizione della Corte costituzionale è modificata per legarla alla maggioranza di governo. La stampa, le radio e televisioni sono sottoposte a limitazioni e controlli che hanno iniziato a produrre dimissioni e licenziamenti di giornalisti non in linea. Il quadro che deriva dal contemporaneo attacco alla magistratura e alla stampa, il terzo e il quarto potere in democrazia, è per un verso classico in ogni regime autoritario e per l’altro è in esplicita rotta di collisione con i principi di democrazia su cui l’Unione europea si fonda e che sono comuni a tutti gli Stati membri. Merita di essere particolarmente richiamato un aspetto delle riforme che il governo ungherese, forte della sua maggioranza, ha introdotto. Si tratta dell’attribuzione a un organo amministrativo legato al governo della possibilità di obbligare i giornalisti a svelare l’identità delle loro fonti di informazione. La Corte costituzionale, prima della modifica della sua composizione, ne ha constatato la incostituzionalità, rilevando che solo il giudice può obbligare in casi eccezionali il giornalista a rivelare le sue fonti. Un orientamento della Corte costituzionale in linea con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti umani e la pratica esistente negli altri Paesi dell’Unione. L’eccezionalità della violazione del segreto delle fonti, ammessa solo quando sia assolutamente necessaria per tutelare fondamentali interessi pubblici, è una regola indispensabile per consentire alla stampa di svolgere il suo ruolo di informazione e controllo nella società democratica. Per rimarcare la distanza tra le pretese del governo ungherese e la pratica negli altri Paesi si può ricordare la recente sentenza della Cassazione francese, che ha annullato un’indagine promossa dal pubblico ministero (che in Francia dipende dal ministro della giustizia), per individuare le fonti dei giornalisti che avevano ottenuto e pubblicato notizie da una istruttoria penale riguardante anche personaggi politici della maggioranza governativa. La Corte di Cassazione, richiamando la Convenzione europea dei diritti umani, ha osservato che le notizie pubblicate, da un lato avevano un notevole interesse per il pubblico e dall’altro non mettevano in pericolo essenziali esigenze di segretezza e ha annullato l’indagine. Proteggere le fonti delle notizie raccolte dai giornalisti, è necessario per evitare che esse si inaridiscano e per consentire alla società di far emergere notizie imbarazzanti per il potere, mantenendo vivo il dibattito democratico. Poiché la sola volontà della maggioranza non basta a dar linfa a una democrazia. L’indipendenza della magistratura, la libertà della stampa e la completezza dell’informazione della opinione pubblica, sono condizioni essenziali per la vitalità delle istituzioni della democrazia a garanzia dei diritti e delle libertà dei cittadini. Centottant’anni orsono Tocqueville, segnalando i pericoli della dittatura della maggioranza, scriveva che «quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte, poco m’importa di sapere chi mi opprime, e non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge».

 

IL GIORNALE

Quei finti poveri a Cortina in Mercedes... di Nicola Porro

 

Ieri l’Agenzia delle entrate ha reso noti con tempestività i risultati del suo blitz di Capodanno a Cortina. Ha individuato 42 persone alla guida di auto di lusso e con redditi bassi. Inoltre ha rilevato come alcuni esercizi commerciali abbiano fatto, proprio nel giorno dei controlli, un boom di fatturato. L’evasione fiscale è una brutta bestia e non solo per ragioni etiche. C’è un motivo affatto moralistico per combatterla. Chi ruba i soldi al fisco fa concorrenza sleale agli onesti. E soprattutto in momenti di crisi rischia di sopravvivere a danno dei galantuomini. La bottega o l’impresa che non paga il dovuto ha un vantaggio competitivo ingiusto nei confronti dei corretti. Vince chi truffa lo Stato con più abilità. E non chi lavora e produce meglio. L’evasione trucca la partita della libera concorrenza. Occorre però fare molta attenzione nel valutare lo scenografico blitz di Cortina. La ricchezza non è ancora un peccato dalle nostre parti. Avere un auto di lusso di per sé non vuol dire assolutamente nulla. Anche a reddito zero. In Italia non avere reddito non vuol dire non avere patrimonio. Le rendite finanziarie (dai Bot alle azioni) sono tassate separatamente dalla dichiarazione fiscale. E si potrebbero individuare decine di altre situazioni che giustifichino questa manifestazione di ricchezza. Tanto più che non si vede per quale dannato motivo si debbano scomodare gli uomini di Stato a Cortina. Essi potrebbero incrociare i dati sulle auto costose (presenti nel cervellone del Pra) con i redditi dei proprietari già in loro possesso. Diverso il discorso del boom degli scontrini dei 35 commercianti (sui mille della Perla delle Dolomiti). La crescita del fatturato rispetto al giorno prima è un chiaro indicatore del fatto che qualcuno ha fatto il furbetto. Ma anche in questo caso il blitz è servito a poco. L’agenzia non ci comunica i verbali che ha fatto. Probabilmente pochi, proprio perché gli evasori sono stati messi in guardia dagli 80 agenti dispiegati. Questo è il punto. Non riteniamo si faccia una seria lotta all’evasione con lo stato di polizia: un agente in ogni esercizio commerciale. L’evasione si deve combattere. Purtroppo i blitz servono a poco. Se non ad alimentare un indiscriminato pregiudizio verso gli «altri». Che non siamo mai noi.

 

AVVENIRE

Pag 1 Tre segnali da dare di Arturo Celletti e Eugenio Fatigante

Equità e crescita

 

C’è un Paese intero che attende le prossime mosse del governo. È un’Italia dove tanti non si consegnano allo smarrimento e alla logica del declino, ma dove si infittiscono i disagi e cresce l’allarme per lo scoramento, persino mortale, di imprenditori, disoccupati e pensionati stremati dalla crisi. È un’Italia che conta su segnali e scelte chiare di Mario Monti e dei suoi ministri. Viviamo un momento di svolta, in cui crescono il bisogno di certezze e la richiesta di un’equità palpabile, che non è stata del tutto garantita nella indispensabile manovra 'salva Italia' di dicembre. Il capo del governo dei tecnici ci ha strappato (per ora) dalle sabbie mobili create dai giochi senza frontiere (e purtroppo senza regole) in corso sui mercati finanziari. Lo ha fatto con una determinazione apprezzabile. E ora c’è da cambiare passo. Anche su queste colonne si è invocata a più riprese una 'fase due', un decisivo secondo tempo – tutto orientato alla crescita – nella partita per rimettere in carreggiata il nostro Paese. Ma forse bisogna cominciare a dire che non si può immaginare altro che una 'fase unica' nell’attività di questo governo: restiamo, infatti, in piena emergenza finanziaria, determinata dalla mole di un debito pubblico lasciato crescere in modo colpevole e ormai insopportabile. E, al di là delle rassicurazioni di prassi, non si può affatto escludere che i prossimi mesi possano riservarci altre dosi di sacrifici. Perciò la fase di emergenza è 'unica'. Perciò il 'coraggio' mostrato sinora dal governo verso lavoratori dipendenti, pensionati e risparmiatori va messo in campo assolutamente con tutti. È vero infatti che molto – e come mai prima – è stato chiesto con l’ultima manovra ai redditi più alti, ma è anche vero che parliamo sempre dei redditi alla luce del sole: quelli esposti senza giochetti, tracciati, tracciabili, comunque già tassati. Serve una dimostrazione – emblematica e, al tempo stesso, concreta – della volontà e della capacità di far partecipare proprio ogni cittadino allo sforzo, secondo possibilità e giustizia. La palude in cui ci troviamo è stata creata, in primo luogo, dai nostri stessi errori: quelli compiuti in anni in cui nel Belpaese – nonostante continue battaglie retoriche sui diversi temi – hanno proliferato conflitti di interesse, rendite parassitarie, privilegi ingiustificati, sprechi, elusioni ed evasioni assortite. Il gioco – il futuro nostro e dei nostri figli – vale la candela. Ma alla condizione che abbiamo appena accennato e che il premier Monti ha certamente ben chiara. Questo vuol dire che più ampio sarà il campo delle riforme di sistema portate a termine, più si lavorerà assieme con convin­zione e più si rafforzerà nell’opinione pubblica l’adesione positiva a quest’opera di ricostruzione. È così che si possono rendere ben percepibili i benefici generali della fatica comune, e si può far capire quanto essi prevalgano sugli interessi particolari compromessi da questa o quella norma, da questo o quel cambiamento. Nessuno è, e può sentirsi, escluso: magistrati e tassisti, avvocati e grandi imprese, super burocrati e aziende municipalizzate, farmacisti e sindacalisti, evasori fiscali e politici… Fa bene il premier ad aver riannodato i fili di un inclusivo dialogo con le parti sociali e fa altrettanto bene a evitare una politica di annunci e ballon d’essai. Eppure, a proposito di evasione, ci piacerebbe sentire presto una parola definitiva sull’ipotesi di concordato fiscale per chi 'tiene i soldi' in Svizzera e sul conseguente e stabile regime di tassazione di quei capitali, una sacrosanta rivoluzione all’insegna dell’equità non a caso già avviata con tempestività e successo da altri grandi Paesi europei come Germania e Gran Bretagna. Sarà anche un modo per dare un segnale di giustizia a chi evade perché s’è magari rassegnato all’idea che sia solo quella la strada per far sopravvivere la propria attività e per non distruggere posti di lavoro. All’Italia e agli italiani servono davvero messaggi interi e forti, come questo. E qui proviamo a suggerirne un altro paio: si attui e si anticipi al 2012 quel 'patto con i cittadini' (previsto sulla carta dalla manovra di Ferragosto, e solo a partire dal 2015) per cui ogni euro recuperato dalla lotta contro gli evasori fiscali è destinato alla riduzione immediata delle tasse. E si incida con rapidità, secondo l’intento già formalizzato dal presidente del Consiglio, sul bubbone della spesa pubblica (quella corrente, non la spesa per investimenti), che da 15 anni cresce più del Pil nazionale e che certo non è (non era…) alimentata solo dalle pensioni, ma da un’irrazionale pletora di impegni mal programmati e peggio – si fa per dire – onorati. Dire e dare queste cose al Paese è possibile, e que­sto è il tempo per farlo.

 

Pag 2 Niente Down in Danimarca. Quando è la follia ad essere perfetta di Gianfranco Amato

Avanza il progetto choc di eliminazione dei nascituri “difettosi”

 

Nel suo prometeico tentativo di diventare una 'società perfetta', la Danimarca sembra procedere a tappe forzate nel progetto di eliminare tutti i soggetti affetti dalla sindrome di Down. Nel 2004 il governo danese ha impresso una possente spinta a questa battaglia eugenetica offrendo la possibilità di ricorrere gratuitamente alle diagnosi prenatali per l’identificazione, e la conseguente eliminazione a mezzo aborto, dei nascituri 'difettosi'. L’obiettivo pare sia quello di raggiungere il primato di unico Paese al mondo «Down Syndrome Free». Esiste anche una data entro cui realizzare il sogno: il 2030. A rivelarlo è stato, sul finire di quest’anno, un articolo del giornalista Nikolaj Rytgaard apparso sul quotidiano danese Berlingske, con l’inquietante affermazione che «presto nascerà l’ultimo bambino danese affetto dalla sindrome di Down». Se si considera, poi, che il mezzo da utilizzare per entrare nel Guinness dei primati è l’eliminazione fisica dei feti rischia di apparire alquanto sinistra l’entusiastica definizione di «impresa davvero straordinaria» data al progetto da Niels Uldbjerg, professore di Ginecologia e ostetricia all’Università di Aarhus. È l’eterna tentazione dell’uomo di raggiungere la perfezione senza Dio. Un sogno che è destinato – come la storia dimostra sempre – a trasformarsi in incubo. Quel campione di realismo cristiano che fu Agostino d’Ippona l’aveva capito già 1.600 anni fa, quando, nel suo scritto Contra Academicos, affermava che l’uomo non può essere perfetto se non raggiunge il suo fine, che è quello di cercare con tutto l’impegno la verità di Dio. Ma spiegava pure che per quanto l’uomo cerchi di essere perfetto, è tuttavia destinato a restare sempre 'umanamente uomo': «Perfectum, sed tamen hominem». Tornando al tentativo danese, risulta difficile sottrarsi a qualche interrogativo. Siamo davvero sicuri che possa considerarsi migliore una società composta da esseri umani geneticamente perfetti, in cui non ci sia più bisogno di sperimentare alcun sentimento di amore, di carità, di solidarietà nei confronti di soggetti deboli e indifesi, nella quale non sia più necessario comprendere e accogliere chi appare fisicamente diverso? In assenza di un valore etico, su cosa si fonda il criterio per stabilire chi debba far parte della razza geneticamente superiore autorizzata a eliminare quella geneticamente inferiore? Chi determina i requisiti per ammettere una persona nella 'società perfetta'? E chi garantisce i limiti di quei requisiti? Chi può escludere, ad esempio, che il prossimo passo in Danimarca non sia l’eliminazione dei nascituri affetti da diabete, da malattie cardiache, da cecità...? Siamo proprio sicuri che per raggiungere la perfezione occorra far prevalere la logica spartana del Monte Taigeto rispetto all’esortazione evangelica di amare il prossimo come se stessi? Molti hanno avuto la fortuna di ascoltare all’ultimo Meeting di Rimini la toccante testimonianza di Clara Gaymard, la figlia di Jérôme Lejeune, scopritore della sindrome di Down, detta anche trisomia 21. Parlando dei propri ricordi personali, Clara ha raccontato che un giorno un ragazzo trisomico di dieci anni si presentò allo studio di suo padre, piangendo convulsamente. La mamma di quel ragazzo spiegò che il figlio aveva visto un dibattito in televisione, in cui si discuteva della possibilità di eliminare i nascituri affetti da sindrome di Down. Il ragazzo gettò le braccia al collo di Lejeune, supplicandolo: «Dottore, vogliono ucciderci tutti; la prego ci protegga, siamo troppo deboli, non sappiamo farlo da soli!». Fu da allora che Lejeune decise di dedicare la sua vita alla difesa di quelle fragili esistenze. Oggi Lejeune, purtroppo, non c’è più. Ma gli sterminatori di quelli che lui definiva «i miei piccoli» sono ancora in circolazione, e invocano sempre lo stesso pretesto: la realizzazione di una società perfetta. Quella in cui, ovviamente, oltre all’imperfezione umana dev’essere bandito Dio.

 

IL FOGLIO

Pag 3 I sepolcri dei bambini non nati

Foscolo e l’ottima idea del comune di Roma di seppellire gli abortiti

 

Si può chiamarlo “Giardino degli Angeli", con un di più di sentimento, o "cimitero dei feti" per esorcizzare l'ingombro morale di doverle definire ''tombe dei bambini mai nati". In ogni caso, lo spazio per la sepoltura dei piccoli esseri umani morti "a causa di un'interruzione di gravidanza spontanea o terapeutica" che il comune di Roma ha meritoriamente inaugurato all'interno del cimitero Laurentino è un luogo che si iscrive in una tradizione di millenaria civiltà. Non è la "strumentalizzazione del momento difficile della scelta di un aborto", come pure qualche sventurato ha provato a dire. L'aborto infatti non c'entra, o giunti a questo punto non c'entra più. Da molti anni in Italia, come in tutto l'occidente, l'aborto è diventato un fatto moralmente indifferente e socialmente accettato, anche se lo scandalo non è estinto. La possibilità di annichilire l'essere umano prima della sua nascita è sancita dalla legge. Ma nemmeno il più accanito abortista ha mai negato lo statuto di materia umana, dunque persona, al prodotto di quell'annichilimento. E nessuno che conservi un tratto comune di con la civiltà che viene da Antigone ha mai negato la pietas della sepoltura a chi è appartenuto, anche se per molto poco, alla stirpe degli umani. Foscolo fa discendere la distinzione tra umano e ferino "dal di' che nozze e tribunali ed are / diero alle umane belve esser pietose / di se stesse e d'altrui", e con la sepoltura l'uso di sottrarre “i miserandi avanzi che Natura / con veci eterne a sensi altri destina”. Da quel dì, nulla che abbia fatto parte del genere umano può essere smaltito come un rifiuto. E nemmeno come un "rifiuto speciale ospedaliero”: la dizione con cui

vengono "smaltiti” i bambini non nati. E' questione di civiltà. O non è forse vero che la fossa comune o il forno, il destino senza nome della discarica, da sempre il simbolo dell'infamia privata, lo è stato ancor più dei totalitarismi? E la "non sepoltura" è un incubo della letteratura e del cinema che meglio hanno denunciato la disumanizzazione delle ideologie. Foscolo scriveva i suoi versi contro la "pur nuova legge" che, togliendo valore alla memoria della morte, iniziava a toglierlo alla vita. La sepoltura dei bambini non nati del comune di Roma fa parte di quel grido civile.

 

LA NUOVA

Pag 1 Finti ricchi e infedeli per ostentare di Diego Cason

 

Scrisse Tacito che «la speranza di diventare ricchi è una delle più diffuse cause di povertà». Se sostituite la speranza con l’ambizione o, peggio, la smania, l’affermazione appare ancora più vera. Nell’indignata reazione alle ispezioni della Guardia di Finanza a Cortina d’Ampezzo emergono due ordini di problemi. Il primo riguarda la ricchezza, il modo di ottenerla, mantenerla ed esibirla. Il secondo riguarda le funzioni e l’immagine dello Stato. Le due questioni sono universali ma, in Italia, hanno caratteri più vicini alla commedia dell’Arte che all’economia e al diritto. Ci sono tanti modi per diventare ed essere ricchi e altrettanti ce ne sono per diventare ed essere poveri. Su entrambi, però, il peso del pregiudizio è formidabile. Sui primi pesa l’anatema dell’avarizia e della superbia, sui secondi quello dell’invidia e dell’accidia. Sono quattro dei sette vizi capitali, sui quali la dottrina cattolica ha plasmato il costume e il sentire comune. Mettere d’accordo la condanna dell’avarizia con il capitalismo è stata dura (ci sono voluti otto secoli), ma alla fine s’è giunti a un tacito compromesso. È Bernard de Mandeville che, nel 1724, trova la soluzione affermando che «frode, lusso e orgoglio portano le nazioni allo splendore» e gli uomini, come le api egocentriche, producono il bene comune solo se perseguono con ogni mezzo il proprio. Così l’egocentrismo dei ricchi diventò una “quasi virtù” purché fosse volto a ottenere “la sostanza”, cioè il necessario, e non «l’abbondanza», ovvero il superfluo. Così i ricchi possono riscattare i loro vizi capitali con la carità (monetizzando senza scrupoli anche una virtù teologale). Lo splendore delle chiese rinascimentali è direttamente proporzionale alla estensione dell’avarizia intesa come bramosia d’arricchirsi. Da allora ogni ricchezza è ben accolta ma è guardata con sospetto, soprattutto se si manifesta nel lusso. I ricchi non sono tutti uguali. Chi ha prodotto con il proprio lavoro benessere per tutti, oltre che per sé, è molto diverso dallo speculatore o dall’approfittatore. Se una persona si arricchisce perché è capace, abile e onesta, non dovrebbe aver timori a esibire i frutti del suo talento. E, infatti, solitamente non ne ha. Ma chi ostenta il suo status e contemporaneamente ne vorrebbe nascondere l’origine lo fa perché il primo è incerto e la seconda ignobile. Per questo si ha l’impressione che a Cortina abbia prodotto più danni la presenza di Lele Mora che quella dei finanzieri. I ricchi senza merito non si sentono a loro agio a ostentare la ricchezza ma devono mostrarla perché il godimento del ricco sta nel mostrare di esserlo. Sta nell’esclusività del lusso e nel privilegio che assicura l’impunità. Essere ricchi, senza farlo notare è frustrante. In particolare a Cortina d’Ampezzo, dove si va solo per mostrare la ricchezza. O per far credere di averla. “Essere” a Cortina dà quest’ebbrezza. Bisogna capirli. Tutta una vita ad accumulare e poi non puoi nemmeno farti un Martini (pagandolo 60€) che ti trovi il finanziare che ti controlla. Ma è vita questa? Se poi, come Cicchitto, si è diventati ricchi per caso, perché ci si è messi al servizio di un munifico padrone, la rabbia è incontenibile. Quest’ambiguità rende complicati anche i rapporti con lo Stato. In particolare con la sua funzione essenziale di re-distributore della ricchezza. Il modello tributario europeo prevede che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Perciò i ricchi dovrebbero pagare più dei poveri. Sembra di sentirli: ma come, tutta una vita ad accumulare denaro e ottenere privilegi e poi dovrei pagare anche le imposte? Ci sono molte cose che possono essere migliorate nella pubblica amministrazione, anche in quella tributaria, ma il problema non sta nei controlli della Finanza. Il problema è che ci sono troppo pseudo-furbi in giro, che vivono da ricchi senza esserlo e, per permetterselo, vengono meno ai loro doveri, non rispettano le leggi e non hanno onore. Così il pregiudizio sulla ricchezza si consolida e, dopo 2400 anni trascorsi invano, dobbiamo concordare con Euripide che scrisse: meglio sopportare la povertà e la miseria che la superbia e l’insolenza dei ricchi.

 

Pag 3 Se sparisce l’ombrello politico di Luigi Irdi

 

Con il tuo ristorante dichiari un reddito di 15 mila euro l'anno? Tanta fatica per così poco? Ecco un buon rimedio. Lo Stato ti passa i 15 mila euro senza che tu debba muovere un dito. Contento? Il ristorante lo prende il governo e lo passa a un paio di ragazzi che hanno voglia di lavorare. I dati diffusi dall'Agenzia delle Entrate del Veneto a proposito dei controlli fiscali eseguiti a Cortina sono di quelli che suggeriscono le fantasie più crudeli per vendicarsi di quei bari che rubano nelle tasche di tutti i cittadini onesti e poi, non contenti, saccheggiano le casse dello Stato quando vanno in ospedale a farsi curare, mandano i figli alla scuola pubblica e chiedono per loro anche il presalario all'università. Questi imbroglioni hanno molti difensori in politica, tra cui spiccano i noti guerrieri padani. Né si possono dimenticare le occasioni in cui l'ex capo del governo ha manifestato la sua amorosa comprensione nei confronti dei lestofanti. Come al solito, quando il ladro è preso con le mani nella marmellata, si levano alte grida contro lo Stato di polizia, contro il giustizialismo e «la concezione ideologica del controllo fiscale» che colpisce i ricchi (parole, davvero straordinarie, di Fabrizio Cicchitto). I Cicchitti di tutto il mondo continuano infatti a chiedersi come mai quando bisogna cercare gli evasori fiscali li si va a cercare tra i ricchi col Suv, risparmiando gli straccioni o gli immigrati. La prova del complotto è ora anche nell'intenzione del governo Monti di diminuire la tassa da 200 euro sul rinnovo del permesso di soggiorno per i lavoratori immigrati, voluta a tutti i costi dalla Lega Nord. Ecco cosa dovrebbe fare il governo invece di perdere tempo nei negozi di Cortina. Mandare un bel controllino fiscale a tutti quei tipi dello Sri Lanka al semaforo che ti lavano il parabrezza e incassano la mancia in nero.

 

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