RASSEGNA STAMPA di lunedì 3 ottobre 2011

 

SOMMARIO

 

“La politica riscopra i valori cristiani” è il titolo dell’intervento di Enzo Bianchi sull’edizione domenicale della Stampa. “Non è mai stato facile - scrive - essere un cattolico impegnato in politica se si prendono sul serio i tre termini: «cattolico», «impegnato» e «politica». Ma nella ormai lunga stagione della cosiddetta Seconda Repubblica tutto è sembrato complicarsi ancor di più: non perché è venuto meno il partito dei cattolici, ma perché da quasi due decenni sono stati dimenticati o contraddetti alcuni dati fondamentali che avevano guidato i laici cattolici nel loro servizio alla polis, almeno a partire dalla feconda stagione costituzionale repubblicana. Penso all’autonomia delle scelte politiche, da assumersi rispondendo alla propria coscienza, formatasi alla scuola della dottrina sociale cattolica e alle indicazioni provenienti dai documenti conciliari; o alla perdita di eloquenza dei cristiani adulti, ignorati quando non zittiti o irrisi da chi non perdeva occasione per esprimersi in loro vece; o ancora alla messa in discussione del concetto stesso di attività politica: la mediazione, la negoziazione, la convergenza verso il bene comune che sovente deve accontentarsi di denunciare il male e porvi un limite, scegliendo il bene possibile sempre in obbedienza ai principi della democrazia e della pluralità della società che può esprimersi solo con il criterio della maggioranza. Ora che le chiare parole della presidenza della Conferenza episcopale italiana - ancora una volta accolte da alcuni come tardive, considerate da altri come interferenze indebite, strumentalizzate a proprio beneficio da altri ancora - hanno aperto scenari più movimentati, il pensiero di molti commentatori è parso appiattirsi su una sola domanda: si va o no verso un nuovo partito cattolico? Credo che a insistere solo su questo interrogativo si faccia un torto sia ai vescovi, che hanno volutamente mantenuto il discorso in termini prepolitici, sia ad alcuni, pochi invero, laici cattolici che in tutti questi anni non hanno smesso di ricercare una sintesi concreta e affidabile tra la loro fede cristiana e le scelte politiche ed economiche da proporre al Paese intero per una migliore convivenza civile. Questo non nega un’afonia di molti cattolici, incapaci di esprimersi e di mostrarsi come ispirati dal vangelo, non nega la grave incoerenza tra vita politica ed etica cristiana mostrata da altri cattolici, e soprattutto non nega che molti di essi avrebbero potuto già da tempo uscire dal silenzio con eloquente parresia. Che tristezza sentir confessare solo in questi giorni: «Tre parole in più forse noi cattolici avremmo potuto dirle!». Il problema è ben più ampio di una scelta di schieramento o di alleanze strategiche: si tratta di una rinnovata assunzione di responsabilità verso la collettività, che tenga conto delle mutate condizioni sociali, economiche, demografiche e storiche in Italia e in occidente, ben lontane dall’essersi stabilizzate. Di fronte alle nuove sfide che la politica in senso alto - cioè la gestione della polis nel presente con lo sguardo proteso alle future generazioni e la mente memore delle lezioni del passato - pone non solo al nostro Paese ma al villaggio globale di cui ormai siamo parte consapevole, pare necessario più che mai uno spazio organico di confronto tra cristiani - magari anche non solo cattolici... - in cui cercare di discernere come coniugare le istanze evangeliche con il vissuto quotidiano di una società che ormai è ben lungi dall’essere cristiana nella sua totalità. Un luogo in cui quanti hanno a cuore il bene comune e ritengono di avere delle capacità per servirlo, possano formarsi in vista dell’indispensabile dialogo con chi non condivide le stesse convinzione di fede e dell’altrettanto ineludibile azione comune nella società e per il suo benessere morale e materiale. Quando il cardinal Bagnasco auspica «un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica che - coniugando strettamente l’etica sociale con l’etica della vita - sia promettente grembo di futuro, senza nostalgie né ingenue illusioni», dovrebbe essere abbastanza chiaro dalle sue stesse parole che non sta propugnando un partito tanto meno progettando un governo ma, appunto, un interlocutore con la politica: una voce cristiana che, come tale, possa anche manifestarsi articolata e modulata, farsi voce dei senza voce, porre parole e gesti profetici, anche a costo di risultare sgradita a molti. Da anni segnalo l’esigenza sempre più diffusa tra molti laici cattolici di un «forum», di uno strumento organico dei credenti in cui fare insieme opera di discernimento di problemi, situazioni critiche e urgenze presenti nella polis, per verificarle alla luce del vangelo e per smascherare al contempo gli «idoli» che sovente seducono anche i cristiani. Una riflessione che resti tuttavia nell’ambito pre-politico, pre-economico, pre-giuridico: tradurre poi gli aneliti evangelici - realtà ben più esigente dei «valori», a volte così mutevoli nelle loro priorità - in concrete opzioni attraverso leggi e norme spetterà a quanti si impegnano all’interno delle diverse forze politiche, in modo conforme alla propria coscienza, alla storia personale e alla lettura delle vicende che hanno contribuito a rendere il nostro Paese quello che oggi è. Forse in questo dovremmo essere anche più attenti alle esperienze di altri paesi, europei in particolare, dove la presenza e l’influenza dei cristiani in politica è meno preoccupata di etichette o di certificati di garanzia e più sollecita nell’esprimere i propri convincimenti con un linguaggio e un’azione capaci di essere compresi e condivisi anche al di fuori delle mura confessionali. Non si tratta di ricreare le scuole-quadri, ma di fornire opportunità di riflessione e di formazione di un’opinione il più possibile aderente al messaggio evangelico e al suo farsi carico di ogni essere umano, a partire dal più debole, povero e indifeso. Sì, per tornare ai tre termini da cui abbiamo preso spunto, il rapporto tra un cattolico e la politica - basato sull’imprescindibile riconoscimento della laicità dello stato - comporta l’impegno, l’assunzione di responsabilità, la scelta consapevole di non ricercare successi o vantaggi personali, di non perseguire privilegi di sorta, nemmeno per conto terzi, ma piuttosto di percorrere giorno dopo giorno, magari mutando il passo e scegliendo nuovi sentieri, il faticoso eppur appassionante «camminare insieme» con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, per il bene anche di chi volontà buona ne ha poca o nulla” (a.p.)

 

2 – DIOCESI E PARROCCHIE

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 2 ottobre 2011

Pag XI Lido: le sei parrocchie si incontrano al pattinodromo di L.M.

 

Pag XVIII Ad Altino torna la Festa del creato di a.spe.

L’edizione di quest’anno è dedicata al tema dell’ospitalità e dell’accoglienza

 

LA NUOVA di domenica 2 ottobre 2011

Pag 28 Altino. Festa del Creato

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 1 ottobre 2011

Pag XIII Burano stasera in festa per il camilliano padre Contarin di Titta Bianchini

 

Pag XVIII Cipressina: grande festa oggi per l’arrivo di don Andrea di a.spe.

 

LA NUOVA di sabato 1 ottobre 2011

Pag 28 La Festa del Creato nel segno dell’ecumenismo e del meticciato di Marta Artico

E’ in programma domani ad Altino per tutta la giornata

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 22 “L’angelo custode esiste e ci protegge sempre” di Gian Guido Vecchi e Luigi Accattoli

Benedetto XVI: così il Signore ci accompagna. Dai miti greci all’Islam quelle guide invisibili riscoperte da Clemente V

 

ZENIT di domenica 2 ottobre 2011

Il Papa: gli angeli, "incessante protezione" nella vita umana

Intervento in occasione dell'Angelus domenicale

 

AVVENIRE di domenica 2 ottobre 2011

Pag 2 Il vento dei giovani nelle vele della missione di Francesco Pierpaoli

Il mese di ottobre e la nuova mappa dell’evangelizzazione

 

Pag 26 Annunciare il Vangelo nel Nordest che cambia di Bruno Desidera, Renato Marangoni e Sara Melchiori

Il sussidio per le diocesi in cammino verso Aquileia. Nelle 15 testimonianze il vissuto delle Chiese locali. Verso un cristianesimo di «elezione». Attivo da oggi il sito pensato per gli smartphone: www.aquileia2.it

 

AVVENIRE di sabato 1 ottobre 2011

Pag 20 Chiesa in Italia vicina alla vita della gente

Comunicato finale del Consiglio permanente Cei

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 1 ottobre 2011

Pag 25 Da Malachia al cardinale Vallini. Quando i «corvi» sono in Vaticano di Armando Torno

 

LA REPUBBLICA di sabato 1 ottobre 2011

Pag 1 Il manifesto di Küng: “Ratzinger ha fallito” di Hans Küng

 

IL FOGLIO di sabato 1 ottobre 2011

Pag 1 Io sto col Papa di Walter Veltroni

Grande il Papa su politica e diritto. Tracce per una nuova stagione italiana liberata da faziosità e populismi, e per un serio dialogo (laici e cattolici) nel reciproco riconoscimento

 

4 – MARCIANUM, ASSOCIAZIONI, ISTITUTI, MOVIMENTI E GRUPPI

 

AVVENIRE di sabato 1 ottobre 2011

Pag 21 “Mercati, senza etica le regole non bastano” di Francesco Dal Mas

La lectio di Anna Maria Tarantola a Venezia: la mano invisibile ha bisogno di valori

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 1 ottobre 2011

Pag XII Agesci: oggi e domani convegno di zona dei capi scout di L.M.

 

Pag XII “La finanza ha urgente bisogno di una scelta etica”

La vicedirettrice di Bankitalia alla Fondazione Cini

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Uscire dal pantano disoccupazione di Giulio Sapelli

Ecco i dati mondiali

 

Pag 1 Che cosa ci insegnano i bambini disabili di Isabella Bossi Fedrigotti

Le loro storie e noi

 

LA STAMPA

Non c'è lotta se non vanno giù le aliquote di Luca Ricolfi

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 2 ottobre 2011

Pag 1 Che errore quell'idea di imposta patrimoniale di Marcello Messori

 

LA STAMPA di domenica 2 ottobre 2011

Fisco, gli obblighi non negoziabili di Franco Bruni

 

AVVENIRE di domenica 2 ottobre 2011

Pag 1 Creare torte di Luigino Bruni

Imprenditori, non speculatori

 

Pag 11 Quello strano virus al ministero

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 2 ottobre 2011

Pag 5 Il governo sbaglia, decreto da rifare. Bloccati i fondi alle scuole cattoliche di Marco Bonet

Relazione di Giorgetti, errore nella ripartizione dei soldi alle materne

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 1 ottobre 2011

Pag 1 La pazienza finita dei produttori di Dario Di Vico

 

AVVENIRE di sabato 1 ottobre 2011

Pag 2 Foto di classe con problema di Ferdinando Camon

Bimba down esclusa? Ma è lei la bimba più importante di tutte

 

IL GAZZETTINO di sabato 1 ottobre 2011

Pag 1 Meglio il ritorno dell’Ici che la patrimoniale di Oscar Giannino

 

6 – SERVIZI SOCIALI / SANITÀ

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 2 ottobre 2011

Pag XI San Camillo. Cambio al vertice, Pietrobon al posto di Gonella di Lorenzo Mayer

 

LA NUOVA di sabato 1 ottobre 2011

Pag 18 Cardiologia perde il primario di Alberto Vitucci e Simone Bianchi

Gabriele Risica in pensione da oggi, sospesi alcuni servizi. Cardiologia perde il primario. Al San Camillo arriva Pietrobon, succede a Gonella

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag I Un’altra domenica di tutto esaurito sulle spiagge di Giuseppe Babbo

 

LA NUOVA

Pag 8 Mestre merita un sindaco (lettera di Enrico – Mestre)

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 2 ottobre 2011

Pag 1 Lo sfratto non può essere etnico di Claudia Fornasier

Gli alloggi sinti e il caso Mestre

 

Pag 6 Mare d'autunno, è boom a Jesolo: 8 mila prenotazioni di Mauro Zanutto

Gli albergatori: «Ma niente ombrelloni e pochi locali aperti»

 

Pag 9 Ducale finito, giù le maxi pubblicità di Gloria Bertasi

Scende il «cielo» di Toscani. La Piazza «riapre» restaurata nel 2014. Renata Codello: «Restyling in 6 anni, dopo un secolo fermi»

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 2 ottobre 2011

Pag XIV Per Villa Elena arriva il via libera dal Comune di Alvise Sperandio

Sbloccati gli ultimi permessi per il completamento dei lavori, struttura prona a inizio 2012. L’hospice potrà ospitare 20 posti letto

 

Pag XXXIX Mestre & dintorni. Come riconquistare la propria identità (lettera di Gianni Ferruzzi – Mestre)

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 1 ottobre 2011

Pag 8 «Se sono colpevoli pagheranno il loro conto, ma non siamo tutti così» di Alessio Antonini

Al campo dei sinti, il giorno dopo

 

Pag 19 Venezia e l'Egitto: intrecci e scambi millenari di Andrea M. Campo

 

LA NUOVA di sabato 1 ottobre 2011

Pag 5 Trevisiol: «Cacciari sbagliò» di m.a.

 

Pag 36 Festa di San Francesco, tutti gli appuntamenti di Francesco Macaluso

Cavallino. Domani una corsa e una regata

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 1 ottobre 2011

Pag XIII Ca’ Savio, si festeggia San Francesco di Giuseppe Babbo

Da stasera le celebrazioni religiose, domani si parte con gli appuntamenti sportivi

 

8 – VENETO / NORDEST

 

IL GAZZETTINO

Pagg 16 – 17 Nell’inferno del carcere di Giuseppe Pietrobelli

Scoppiano i penitenziari del Nordest: tre metri quadrati a testa invece di nove, 4443 persone negli spazi previsti per tremila

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 1 ottobre 2011

Pag 1 Ricordiamoci chi eravamo di Vittorio Filippi

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 1 ottobre 2011

Pag I La storia di mamma Elda, che allevò otto figli non suoi di Paolo Favaretto

 

… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 La nave sbanda. Chi c’è al timone? di Giovanni Sartori

Sistemi di voto e naufragio delle idee

 

Pag 8 Olmi e quel “no” a tutte le Chiese di Armando Torno

 

IL GIORNALE

Via all'assalto giudiziario. Le mani in tasca a Silvio di Alessandro Sallusti

Riprende il processo numero 26 nei confronti di Berlusconi. Le condanne? Zero. In aula 132 testimoni, 100mila intercettazioni. Le vittime? Zero. Equivalente al guadagno di 25 anni del suo lavoro

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 Referendum, la paura di perdere la poltrona di Marco Conti

 

Pag 1 Meredith, un processo trasformato in show di Vincenzo Cerami

 

LA NUOVA

Pag 1 L’informazione senza divieti è un diritto di Giovanni Palombarini

 

Pag 4 Una Confederazione europea per salvare il continente di Lucio Caracciolo

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 2 ottobre 2011

Pag 1 Il quadro incerto del dopo Cavaliere di Sergio Romano

 

Pag 1 La campagna è già iniziata di Massimo Franco

 

Pag 6 Centrosinistra 10 punti avanti di Renato Mannheimer

Pd al 27-28%, Pdl al 26. Terzo polo decisivo

 

LA REPUBBLICA di domenica 2 ottobre 2011

Pag 1 La repubblica del presidente di Ilvo Diamanti

 

LA STAMPA di domenica 2 ottobre 2011

Eminenza, che bello vivere nella mia Milano invivibile di Giacomo Poretti

Consigli al cardinale: «Giri in bici, ma non dimentichi il lucchetto»

 

La politica riscopra i valori cristiani di Enzo Bianchi

 

IL GIORNALE di domenica 2 ottobre 2011

Ora Mister Tod's vuole fare le scarpe all'Italia di Giuliano Ferrara

Pubblica inserzioni sui quotidiani per fare l’anticasta. Ma ignora la storia politica degli ultimi vent’anni

 

AVVENIRE di domenica 2 ottobre 2011

Pag 2 E Obama «scoprì» la crisi di Vittorio E. Parsi

Non basta più il “sogno americano”. Spera nella debolezza dei repubblicani

 

Pag 17 Arabia. Cristiani sommersi di Chiara Zappa

Al-Naimi: “Dialoghiamo intorno ai valori condivisi”

 

Pag 18 Arte, croce e delizia del Belpaese di Antonio Paolucci a colloquio con Carolina Drago

 

Pag 33 Regole, rispetto e stile da ritrovare (lettere al direttore)

 

L’OSSERVATORE ROMANO di domenica 2 ottobre 2011

Pag 5 Vuoi il successo? Parla male di Benedetto XVI di Milo Yannoupoulos

Consigli del «Catholic Herald» ai giornalisti

 

IL GAZZETTINO di domenica 2 ottobre 2011

Pag 1 Quando si deve cambiare il timoniere di Romano Prodi

 

Pag 1 Referendum, una bomba contro la casta di Mario Ajello

 

Pag 3 Lega, scoppia il caso Gentilini di Paolo Calia

L’ex sindaco si schiera con Napolitano: “L’Italia non si divide”. Stiffoni: “Va cacciato dal partito”

 

LA NUOVA di domenica 2 ottobre 2011

Pag 1 L’indifendibile difeso dai padani di Francesco Jori

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 1 ottobre 2011

Pag 1 Amari inganni di Michele Ainis

 

Pag 2 Dal Quirinale un richiamo senza precedenti di Marzio Breda

Un durissimo altolà ai lumbard evocando la carta costituzionale

 

Pag 9 L'unità ritrovata dei cattolici, in campo 16 milioni di iscritti di Paolo Conti

La sfida delle associazioni, insieme per la prima volta dopo il Concilio

 

Pag 9 Bersani: con la Chiesa per ricostruire, non per arruolarla di Pier Luigi Bersani

 

Pag 60 Il mondo cattolico alle prese con il nuovo di Marco Follini

 

LA REPUBBLICA di sabato 1 ottobre 2011

Pag 1 La coscienza dello Stato di Ezio Mauro

 

LA STAMPA di sabato 1 ottobre 2011

Un fossato tra il Paese e il governo di Luigi La Spina

 

IL GIORNALE di sabato 1 ottobre 2011

Se la spara grossa l’obiettivo è altro di Alessandro Sallusti

Forse Napolitano ha voluto soltanto dare uno sberlone alla Lega in risposta alle punzecchiature ricevute nei giorni scorsi da esponenti del Carroccio. Oppure gli obiettivi sono diversi. Lo sapremo nelle prossime settimane

 

I sospetti di Berlusconi sull’attivismo del Colle di Adalberto Signore

Per il Cavaliere l’affondo contro il Carroccio è eccessivo. Il dubbio è che Napolitano stia lavorando a un governo tecnico

 

AVVENIRE di sabato 1 ottobre 2011

Pag 1 Questione di futuro di Francesco Riccardi

 

Pag 1 Voltare pagina di Marco Tarquinio

 

Pag 9 “La Chiesa non fa governi e non li manda a casa” di Gianni Cardinale

Crociata: i cattolici non fuggano le responsabilità

 

Pag 25 Processo al Gender di Andrea Galli

Una teoria che si sta diffondendo e che rifiuta la differenza fra maschio e femmina. Esperti cattolici oggi al contrattacco a Piacenza

 

IL GAZZETTINO di sabato 1 ottobre 2011

Pag 1 “Sindaci zitti o fuori”. La “circolare Breznev” scuote il Carroccio di Alvise Fontanella

 

LA NUOVA di sabato 1 ottobre 2011

Pag 1 La tentazione del partito cattolico di Luigi Vicinanza

 

 

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2 – DIOCESI E PARROCCHIE

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 2 ottobre 2011

Pag XI Lido: le sei parrocchie si incontrano al pattinodromo di L.M.

 

Questo incontro è stato uno dei tanti segni lasciati dalla presenza del patriarca Angelo. Oggi le sei parrocchie del Lido si incontreranno per una "Domenica a tempo pieno" al pattinodromo delle Quattro Fontane. Obiettivo della giornata riconoscersi parte di una comunità cristiana ricca di doni e tradizioni. "Dove due o tre" è il titolo dato alla proposta. Il programma prevede questa mattina dalle 9.30 l'accoglienza dei partecipanti, poi alle 10.30 la santa messa solenne, presieduta dal delegato apostolico, monsignor Valter Perini con don Giancarlo Iannotta, responsabile della Comunità pastorale del Lido e tutti i sacerdoti dell'isola. Intorno a mezzogiorno spazio ad un aperitivo comunitario, dalle 13 pic nic delle famiglie nel parco pubblico delle Quattro Fontane. Dalle 14.30 alle 16.30 pomeriggio di festa in comunità con concerti al pattinodromo e giochi per bimbi al parco. Alle 17 preghiera comunitaria e conclusione.

 

Pag XVIII Ad Altino torna la Festa del creato di a.spe.

L’edizione di quest’anno è dedicata al tema dell’ospitalità e dell’accoglienza

 

«Per una terra ospitale educhiamoci all'accoglienza». È il titolo dell'edizione di quest'anno della Festa del creato che si tiene domenica ad Altino. A promuovere l'evento sono il servizio diocesano per gli Stili di vita, l'ufficio catechistico, l'ufficio missionario, la Caritas diocesana e la pastorale sociale e del lavoro. «Nella nostra riflessione siamo partiti dal senso di paura e dalla sensazione d'invasione che avvertiamo in tante persone, anche nelle comunità cristiane, sul fenomeno della presenza crescente degli stranieri nel nostro territorio - dice il primo promotore della giornata, don Gianni Fazzini - Discuteremo di meticciato di civiltà, per riprendere l'espressione del card. Angelo Scola, e della necessità di assumere uno sguardo aperto e adottare atteggiamenti e comportamenti quotidiani di ospitalità e accoglienza, perché solo superando i timori e impegnandosi nel dialogo e nella conoscenza è possibile incontrare l'altro». Questo il programma: alle 11 la messa celebrata dal moderatore di Curia monsignor Danilo Barlese; alle 12.45 il pranzo; alle 14 l'animazione per bambini e ragazzi; alle 15 una tavola rotonda sul tema della giornata con i rappresentanti delle grandi religioni; infine, alle 17.30 la preghiera ecumenica con il pastore luterano Berndt Prigge e la conclusione della festa. Per raggiungere facilmente Altino sono a disposizione 2 pullman, in partenza da piazzale Roma alle 10 e alle 14 e con tappa in piazza Barche, su prenotazione (tel. 329 7188628). La Festa del creato ha il patrocinio della Regione, della Provincia, dell'assessorato all'Ambiente e Città sostenibile del Comune di Venezia nonché dell'amministrazione comunale di Quarto d'Altino.

 

LA NUOVA di domenica 2 ottobre 2011

Pag 28 Altino. Festa del Creato

 

Oggi la Festa del Creato: appuntamento alle 11 con la messa nella chiesa parrocchiale di Altino presieduta da don Danilo Barlese e don Nandino Capovilla. Alle 12.45 il pranzo «in condivisione». Alle 15 la tavola rotonda moderata da don Fazzini nel parco archeologico: interverranno la pastora valdese Elisabetta Ribet, Vittorio Robiati Bendaud (assistente del presidente dei rabbini italiani), il presidente della comunità islamica di Venezia Bach Abdallah, Gabriele Risica (medico di Emergency) e Domenico Maffeo (volontario con i «senza fissa dimora» nella stazione di Mestre). Alle 17.30 la preghiera ecumenica assieme al pastore luterano Berndt Prigge.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 1 ottobre 2011

Pag XIII Burano stasera in festa per il camilliano padre Contarin di Titta Bianchini

 

Per il 5. anno consecutivo il missionario camilliano padre Giovanni Contarin, 55 anni, da Castelfranco sarà a Burano, la comunità che lo ha adottato e che contribuisce generosamente a sostenere il Camillian Home, un importante centro per bambini orfani, disabili e bisognosi di ogni assistenza, fondato dallo stesso Contarin alla periferia di Bangkok in Thailandia, dove opera da alcuni decenni. Il religioso è entrato nel cuore dei buranelli grazie a Gian Mario Tagliapietra, titolare del ristorante Galuppi, che ha sposato una ragazza thailandese. La cerimonia di accoglienza a padre Contarin si svolgerà oggi alle 18,30 con la messa che il missionario officerà a San Martino insieme al parroco don Renzo Mazzuia, preceduta da un concerto di musica classica. Al termine una grande tavolata e i festeggiamenti per l’ospite.

 

Pag XVIII Cipressina: grande festa oggi per l’arrivo di don Andrea di a.spe.

 

Grande festa, oggi, alla Cipressina per l'ingresso del nuovo parroco don Andrea Favaretto. Alle 16 è in programma nella chiesa di San Lorenzo Giustiniani, nell'omonimo piazzale, la messa dell'insediamento, alla presenza del delegato episcopale monsignor Valter Perini. Il sacerdote è al primo incarico di parroco e sostituisce don Gianni Antoniazzi, trasferito ai Santi Gervasio e Protasio di Carpenedo. Nato il 23 agosto 1972 a Mestre, originario del quartiere Favorita, don Favaretto è stato ordinato il 21 giugno 1997 dall'allora patriarca card. Marco Cè. Ha svolto il primo incarico di vicario parrocchiale a Santa Maria Goretti, tra Carpenedo e Favaro, per sette anni. Nel 2003 è stato incaricato della responsabilità di vicerettore del Seminario patriarcale alla Salute, dove è rimasto per tre anni. Quindi dal 2006 fino a oggi, è stato di nuovo cappellano nella parrocchia di Santa Barbara alla Giustizia. Don Andrea Favaretto è il terzo parroco nella storia della Cipressina dopo don Antonio Moro e don Gianni Antoniazzi, il cui recente spostamento ha generato vibranti proteste tra i fedeli.

 

LA NUOVA di sabato 1 ottobre 2011

Pag 28 La Festa del Creato nel segno dell’ecumenismo e del meticciato di Marta Artico

E’ in programma domani ad Altino per tutta la giornata

 

La Festa del Creato nel segno dell’Ecumenismo e del meticciato. Ritorna puntuale l’edizione 2011 dell’iniziativa che si tiene da qualche anno nella splendida cornice di Altino, quest’anno più che mai attuale grazie allo slogan «Per una terra ospitale educhiamoci all’accoglienza». Slogan lanciato per promuovere l’evento dal Servizio diocesano per gli Stili di Vita ma anche l’Ufficio catechistico e quello missionario, la Caritas diocesana e la Pastorale sociale e del lavoro. «Siamo partiti - spiega don Gianni Fazzini, incaricato diocesano per gli Stili di Vita - dal senso di paura e dalla sensazione di invasione che avvertiamo in tante persone, anche all’interno delle comunità cristiane, per la crescente presenza di stranieri nel nostro territorio. Riprendendo il tema del «meticciato» vogliamo leggere la realtà di oggi in termini di fede, anche se ci rendiamo conto che è impegnativo: come cristiani ci siamo spesso adattati ad una certa mentalità della gente mentre siamo chiamati ad essere altro».  La Festa del Creato si aprirà alle 11 con la messa nella chiesa parrocchiale di Altino presieduta da don Danilo Barlese (moderatore di curia) e don Nandino Capovilla (coordinatore nazionale di Pax Christi). Alle 12.45 ci sarà il pranzo svolto interamente «in condivisione» e dalle 14 inizierà l’animazione per bambini e ragazzi che, guidati dagli animatori di «Prospettiva Creativa» proveranno a realizzare, con materiali di riciclo, «il giardino dell’accoglienza» e «il grande albero delle differenze». Alle 15 la tavola rotonda moderata da don Fazzini nel suggestivo scenario del Parco Archeologico: interverranno sul tema «Una terra ospitale» la pastora valdese Elisabetta Ribet (“L’ospitalità nel Nuovo Testamento”), Vittorio Robiati Bendaud (assistente del presidente dei rabbini italiani), il presidente della comunità islamica di Venezia Bach Abdallah (tema dell’accoglienza nel Corano), Gabriele Risica (che racconterà la sua esperienza da primario di cardiologia a Venezia e il suo servizio, come medico, di Emergency) e Domenico Maffeo (volontario con i «senza fissa dimora» nella stazione di Mestre). La conclusione alle 17.30 con la preghiera ecumenica assieme al pastore luterano Berndt Prigge, e un «segno collettivo»: i partecipanti sono invitati a portare ad Altino un po’ di terra (raccolta vicino alla propria casa, in giardino o in parrocchia) per poi, insieme, «piantare il seme della pace».

 

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3 – VITA DELLA CHIESA

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 22 “L’angelo custode esiste e ci protegge sempre” di Gian Guido Vecchi e Luigi Accattoli

Benedetto XVI: così il Signore ci accompagna. Dai miti greci all’Islam quelle guide invisibili riscoperte da Clemente V

 

Città del Vaticano - «Cari amici, il Signore è sempre vicino e operante nella storia dell'umanità, e ci accompagna anche con la singolare presenza dei suoi angeli». Benedetto XVI si rivolge ai fedeli nella festa degli angeli custodi, «ministri della divina premura per ogni uomo», e ne riafferma l'esistenza: «Dall'inizio fino all'ora della morte, la vita umana è circondata dalla loro incessante protezione». Il Papa, del resto, ha parlato ieri prima della tradizionale preghiera mariana dell'Angelus - che ricorda l'Annunciazione fatta dall'angelo Gabriele a Maria, nel Vangelo di Luca - e ricordato una figura che in sé è definita nello stesso catechismo della Chiesa cattolica: «L'esistenza degli esseri spirituali, incorporei, che la Sacra Scrittura chiama abitualmente angeli, è una verità di fede», si legge. Lo attestano i testi sacri: dalla Genesi alla racconto della risurrezione di Gesù con l'angelo al sepolcro fino all'Apocalisse. Per la Chiesa sono «creature puramente spirituali», dotate di «intelligenza e volontà», nonché «personali e immortali». E «ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore». Alla lettera significa «messaggero», una parola che, ricordava il cardinale biblista Gianfranco Ravasi, compare 215 volte nell'Antico e 175 nel Nuovo Testamento: in ebraico malak, da cui il nome del profeta Malachia, nel greco dei vangeli anghelos, in italiano «angelo». Una figura, aggiungeva Ravasi, «affermata ripetutamente dalla tradizione giudaica e cristiana, confermata dal magistero della Chiesa nei documenti conciliari - a partire dal Credo di Nicea del IV secolo - e papali, e accolta nella liturgia e nella pietà popolare». Sono gli angeli che «fanno corona» alla Vergine, ha aggiunto ieri il Papa. Benedetto XVI ne ha parlato più volte. E in particolare nel 2009, alla fine delle sue vacanze in montagna a Les Combes, durante le quali gli era capitato di scivolare e fratturarsi il polso destro: «Purtroppo il mio angelo custode non ha impedito il mio infortunio, certamente per ordine superiore», sorrise. «Forse il Signore voleva insegnarmi più pazienza e più umiltà e darmi più tempo per la preghiera e per la meditazione...».

 

«Nessuno è obbligato a crederci» disse una volta il cardinale Ratzinger degli angeli custodi. Egli è un teologo tedesco abituato a fare i conti con colleghi «demitizzatori», portato a limitare all'essenziale le «verità» da credere. Ma ora che è Papa deve fare i conti con la pietà popolare e con quanti, tra i cattolici, ritengono come «sicura» la fede nell'angelo custode che - secondo la tradizione - verrebbe assegnato a ogni bambino fin dalla nascita. Che non c'era l'obbligo di credere agli angeli custodi il cardinale l'ebbe a dire nel libro intervista Dio e il Mondo (San Paolo 2001, pagina 109) in risposta al giornalista Peter Seewald che «stentava» a crederci. Chiariva il cardinale che si trattava di una «convinzione» che si era sviluppata «con l'esperienza cristiana» e che era «fondata» seppure non necessaria. Ma l'intervistatore pervicacemente insisteva a chiedere se lui - Ratzinger - conoscesse «personalmente» il suo angelo e questa era la sobria risposta del custode della fede: «No. Sono grato di poter credere nella presenza dell'angelo custode, ma poi mi confronto direttamente con Dio». La cautela del cardinale e del Papa si spiega con il fatto che molti, anche oggi, credono molto all'angelo custode e si racconta di santi che «sostavano un secondo» quando passavano per una porta in modo da dare precedenza all'angelo. L'ultimo che attestò questo esercizio di «pietà» è Josè Maria Escrivà de Balaguer (1902-1975) che scelse la data del 2 ottobre, festa degli angeli custodi, per la fondazione dell'Opus Dei. Degli angeli custodi non parlano le Scritture, ma c'è un passo di Matteo su cui la tradizione fonda la «fede» in loro: in esso Gesù invita a non «disprezzare» i «piccoli» perché «i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio» (18,10). La festa degli angeli custodi fu stabilita nel 1670 da Clemente X e tutt'oggi la preghiera che viene loro rivolta è una delle più diffuse tra i cattolici praticanti. Gli angeli custodi sono propri della tradizione cattolica ma gli angeli affollano anche le Scritture dell'ebraismo e dell'islam. Un angelo guida Tobia nel suo rischioso viaggio in cerca di un medicamento per gli occhi del padre Tobiolo. L'arcangelo Gabriele detta il Corano a Maometto. Ma angeli simili a quelli dei tre monoteismi si incontrano anche nello zoroastrismo e in altri filoni religiosi del vicino Oriente antico. Figure a loro simili - i geni - si rintracciano nella mitologia greco-romana. Nei Vangeli gli angeli sono tanti e molto attivi. Annunciano la nascita di Gesù con apparizioni a Maria, a Giuseppe e ai pastori. «Si accostano a Gesù e lo servono» dopo il digiuno di 40 giorni nel deserto. Un angelo lo «conforta» nell'Orto degli Ulivi. Due angeli ne annunciano la risurrezione alla donne presso il sepolcro la mattina di Pasqua. La frequenza degli angeli nei Vangeli è all'origine dell'affollamento di ali angeliche nell'iconografia orientale e occidentale di tutti i secoli. Il più innamorato degli angeli tra i nostri pittori è il Guariento (attivo a Padova tra il 1338 e il 1367), conosciuto come il «Maestro degli angeli». La mostra della scorsa primavera ne presentò al pubblico 57, uno diverso dall'altro. Di angeli e arcangeli è pieno l'immaginario laico oltre che quello religioso, e non solo nei secoli passati, dal neoplatonismo a Hobbes e Spinoza, ma anche oggi. Gli elfi di Tolkien sono imparentati con gli angeli ebraico-cristiani. Il poeta americano Wallace Stevens (1879-1955) con la lirica L'angelo necessario ha provocato il nostro Massimo Cacciari a un'impegnativa rivisitazione della figura angelica con il saggio L'angelo necessario (Adelphi 1986) dov'è affermato che «l'Angelo testimonia il mistero in quanto mistero, trasmette l'invisibile in quanto invisibile, non lo "tradisce" per i sensi». In viaggio con l'Arcangelo è un libro di Grazia Francescato (IdeaLibri 2000), esponente dei Verdi, che laicamente narra di una continua e protettrice presenza dell'arcangelo Michele nella sua vita.

 

ZENIT di domenica 2 ottobre 2011

Il Papa: gli angeli, "incessante protezione" nella vita umana

Intervento in occasione dell'Angelus domenicale

 

Riportiamo le parole pronunciate questa domenica da Papa Benedetto XVI affacciandosi alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l'Angelus insieme ai fedeli e ai pellegrini giunti per l'occasione in Piazza San Pietro in Vaticano.

 

Cari fratelli e sorelle! Il Vangelo di questa domenica si chiude con un monito di Gesù, particolarmente severo, rivolto ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: "A voi sarà tolto il Regno di Dio e sarà dato ad un popolo che ne produca i frutti" (Mt 21,43). Sono parole che fanno pensare alla grande responsabilità di chi, in ogni epoca, è chiamato a lavorare nella vigna del Signore, specialmente con ruolo di autorità, e spingono a rinnovare la piena fedeltà a Cristo. Egli è "la pietra che i costruttori hanno scartato" (cfr Mt 21,42), perché l’hanno giudicato nemico della legge e pericoloso per l’ordine pubblico; ma Lui stesso, rifiutato e crocifisso, è risorto, diventando la "pietra d’angolo" su cui possono poggiare con assoluta sicurezza le fondamenta di ogni esistenza umana e del mondo intero. Di tale verità parla la parabola dei vignaioli infedeli, ai quali un uomo ha affidato la propria vigna, perché la coltivino e ne raccolgano i frutti. Il proprietario della vigna rappresenta Dio stesso, mentre la vigna simboleggia il suo popolo, come pure la vita che Egli ci dona affinché, con la sua grazia e il nostro impegno, operiamo il bene. Sant’Agostino commenta che "Dio ci coltiva come un campo per renderci migliori" (Sermo 87, 1, 2: PL 38, 531). Dio ha un progetto per i suoi amici, ma purtroppo la risposta dell’uomo è spesso orientata all’infedeltà, che si traduce in rifiuto. L’orgoglio e l’egoismo impediscono di riconoscere e di accogliere persino il dono più prezioso di Dio: il suo Figlio unigenito. Quando, infatti, "mandò loro il proprio figlio – scrive l’evangelista Matteo – … [i vignaioli] lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero" (Mt 21,37.39). Dio consegna se stesso nelle nostre mani, accetta di farsi mistero insondabile di debolezza e manifesta la sua onnipotenza nella fedeltà ad un disegno d’amore che, alla fine, prevede però anche la giusta punizione per i malvagi (cfr Mt 21,41). Saldamente ancorati nella fede alla pietra angolare che è Cristo, rimaniamo in Lui come il tralcio che non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite. Solamente in Lui, per Lui e con Lui si edifica la Chiesa, popolo della nuova Alleanza. Ha scritto in proposito il Servo di Dio Paolo VI: "Il primo frutto dell’approfondita coscienza della Chiesa su se stessa è la rinnovata scoperta del suo vitale rapporto con Cristo. Notissima cosa, ma fondamentale, ma indispensabile, ma non mai abbastanza conosciuta, meditata, celebrata" (Enc. Ecclesiam suam, 6 agosto 1964: AAS 56 [1964], 622). Cari amici, il Signore è sempre vicino e operante nella storia dell’umanità, e ci accompagna anche con la singolare presenza dei suoi Angeli, che oggi la Chiesa venera quali "Custodi", cioè ministri della divina premura per ogni uomo. Dall’inizio fino all’ora della morte, la vita umana è circondata dalla loro incessante protezione. E gli Angeli fanno corona all’Augusta Regina delle Vittorie, la Beata Vergine Maria del Rosario, che nella prima domenica di ottobre, proprio a quest’ora, dal Santuario di Pompei e dal mondo intero, accoglie la fervida Supplica, affinché sia sconfitto il male e si riveli, in pienezza, la bontà di Dio.

 

AVVENIRE di domenica 2 ottobre 2011

Pag 2 Il vento dei giovani nelle vele della missione di Francesco Pierpaoli

Il mese di ottobre e la nuova mappa dell’evangelizzazione

 

«Grazie perché ci avete ridato la gioia della fede, la gioia di credere». Sono le parole con cui gli abitanti di Madrid salutavano i giovani di tutto il mondo durante la Giornata della gioventù, in agosto. Un grido che nasceva non dalla perfezione con cui venivano trasmessi chissà quali contenuti ma dall’incontro di chi aveva fatto migliaia di chilometri con quanti avevano aperto la propria casa. Azioni entrambe coraggiose per la distanza che oggi, più che mai, ci separa dall’altro. Ma forse la strada più lunga l’hanno fatta loro, i giovani. Mossi dai più diversi impulsi, certo, capaci però di cambiamento vero quando, davanti a ciò che vivevano e vedevano accadere, le domande sul senso arrivavano dritte all’essenziale e i perché che salivano dal cuore imitavano il vento d’autunno quando pulisce gli alberi dalle foglie secche. Senza toccare le radici, che a primavera riempiranno ancora di verdi speranze tutta la pianta. In questo ottobre la Chiesa, provocata come ogni anno dalla celebrazione della Giornata mondiale (domenica 23), si ritrova a vivere il suo «mese missionario». Un’iniziativa tradizionale e consolidata, ma anche – teme più d’uno – forse un po’ stanca, opacizzata dalla routine, o dalla insufficiente vitalità missionaria di tante comunità. Può la Chiesa essere affaticata nel compiere ciò che la rende bella e preziosa? È dalla missione che essa nasce e rinasce continuamente, lo sappiamo bene. La missione non è l’impegno che ci assumiamo quando decidiamo, da adulti, che cosa fare della vita, né lo slancio del battezzato perfetto, ma l’oggi della vita ordinaria. È nella missione che la fede cresce e si purifica. È nella missione che comprendo il valore profondo del dialogo con la diversità come unica via perché Dio faccia breccia nella vita dell’uomo e appaia a tutti come Padre. Forse giustifichiamo la nostra poca ansia missionaria con il fatto che oggi l’altro lo troviamo sotto casa nostra: perché andare, allora? Sono sempre più convinto che le nostre parrocchie abbiano bisogno dei giovani per ritrovare il loro slancio missionario. Prima di tutto perché per primi essi si sentono attraversati dall’inquietudine di questo nostro tempo. La Gmg di Madrid ci ha offerto nuovamente lo spettacolo di una fede giovanile aperta, che non ha paura del confronto e non vive alcun complesso di inferiorità davanti ad altri modelli di vita. I giovani non si difendono chiudendosi nel loro gruppetto ma rispondono alle provocazioni con le domande, con il silenzio, con l’adorazione. Sempre guardandoti negli occhi. Sono loro che oggi possono insegnare alle nostre parrocchie a non abbandonare il coraggio del primo passo e a rilanciare davanti a ogni sconfitta. Qualcuno dice che sono fragili. Per quel che mi riguarda, seguendoli da vicino ormai da tempo, ho visto che messi davanti alla crudezza della vita tirano fuori doti impensabili. Non sarà, forse, che oggi i giovani si trovano a vivere stretti nella morsa di una società che li ubriaca e li rende dipendenti da bisogni indotti e superflui e di una comunità ecclesiale che spesso continua a trattarli come bambini senza responsabilità? La missione è giovane perché osa strade nuove, perché non si arrocca in paludamenti e abitudini ma avvicina mondi distanti quanto il cielo e la terra. Perché la missione torni a far correre la nave della Chiesa con il vento dei giovani bisogna sciogliere le vele anche quando la barca ci sembra ancora non perfettamente costruita. Ciò che incontreremo nella navigazione non saranno domande scritte a tavolino ma la necessità di ogni uomo di avere qualcuno che incroci il suo sguardo, e si prenda cura di lui.

 

Pag 26 Annunciare il Vangelo nel Nordest che cambia di Bruno Desidera, Renato Marangoni e Sara Melchiori

Il sussidio per le diocesi in cammino verso Aquileia. Nelle 15 testimonianze il vissuto delle Chiese locali. Verso un cristianesimo di «elezione». Attivo da oggi il sito pensato per gli smartphone: www.aquileia2.it

 

Era il 1990, oltre vent’anni fa, quando i rappresentanti delle 15 diocesi trivenete (Adria-Rovigo, Belluno-Feltre, Bolzano-Bressanone, Chioggia, Concordia-Pordenone, Gorizia, Padova, Trento, Treviso, Trieste, Udine, Venezia, Verona, Vicenza, Vittorio Veneto) si riunirono dal 28 aprile al 1° maggio ad Aquileia e Grado per il loro primo convegno ecclesiale. Il muro di Berlino era caduto solo da qualche mese. L’immigrazione era un fenomeno agli albori. Nelle nostre comunità ecclesiali si iniziava ad avvertire l’esigenza di una nuova evangelizzazione, di fronte all’avanzare della secolarizzazione. Da quel convegno scaturì un comune sentire delle Chiese del Nordest. E si costituirono le basi per iniziative importanti, come la nascita di Telechiara, la costituzione della Facoltà teologica del Triveneto, la missione in Thailandia. Dentro una situazione sociale ed ecclesiale assai mutata in questo ventennio, i vescovi del Triveneto hanno ritenuto opportuno convocare un secondo convegno ecclesiale – Aquileia 2 – che si terrà dal 13 al 15 aprile 2012. Sullo sfondo c’è l’esigenza di capire come continuare a trasmettere la fede in un contesto secolarizzato e multiculturale. Il cammino verso il Convegno (coordinato da un comitato nel quale sono rappresentate le diocesi e altre realtà ecclesiali), è iniziato un anno fa, con la predisposizione di una prima traccia di lavoro per le diocesi. Ora, con la preparazione più immediata al convegno, una seconda traccia di lavoro invita le «Chiese sorelle» del Nordest a confrontare il loro vissuto, le realizzazioni positive e «scoprire» i fermenti, le attese ma anche i punti di domanda emergenti. Successivamente viene loro proposto di individuare possibili collaborazioni pastorali: «È chiesto a ciascuna diocesi – si legge nella seconda traccia – di indicare i problemi pastorali di fondo e di formulare quelle proposte di collaborazione pastorale che ritiene adeguate per concretizzare la sinodalità tra le Chiese del Nordest. Può trattarsi di esperienze, iniziative, orientamenti, stili di vita, strumenti, strutture, eventi… Sarà, poi, il Convegno a operare il necessario discernimento su tali proposte per manifestare e far crescere la comunione tra le Chiese del Nordest, affinché l’annuncio di Cristo e l’'educare alla vita buona del Vangelo' siano ancora possibili ed efficaci nel contesto del Nordest, in attenzione al territorio e con i cambiamenti sopravvenuti». In questo tempo di preparazione sono previsti ulteriori momenti di approfondimento sociale, culturale e pastorale, in collaborazione con la Fondazione Nordest, l’Osservatorio socio religioso del Triveneto e la Facoltà teologica del Triveneto. Saranno incontri in cui le Chiese si confronteranno con diverse realtà rappresentative del territorio.

 

«La nostra Chiesa locale in questi anni non è 'rimasta a guardare', ma ha attraversato, con ritmi, passi e intensità diverse le vicende del nostro tempo». Inizia così una delle 15 testimonianze che le diocesi del Nordest hanno elaborato in preparazione al II Convegno ecclesiale triveneto. Dal 7 novembre 2010, ogni diocesi ha rivisitato il proprio vissuto, impegnando soprattutto il Consiglio pastorale diocesano, il Consiglio presbiterale e la Consulta delle aggregazioni laicali. Sentita e coinvolgente la modalità suggerita: la narrazione della propria esperienza di Chiesa. Ne è risultato un racconto variegato e palpitante di vissuti ecclesiali dell’ultimo ventennio, in cui si riconoscono tratti significativi e convergenti. Non sono nascoste fatiche, a volte sofferenze. Questo ventennio «ci ha trasformati» è detto in tutti i racconti. Si è trattato di una crescita non facile: «È maturata la figura di una Chiesa che accompagna, ascolta, accoglie, fatica con e per l’uomo». Sul volto della Chiesa del Nordest si può riconoscere un tratto di «sogno» che la apre sul futuro di questo territorio di cui si riconosce la complessità: è rinnovata la promessa del servizio al «bene comune». Si desidera e ci si impegna in un dialogo con i mondi della scuola, della cultura, del lavoro, perché si riconosce che la pastorale non vi ha ancora investito abbastanza. Ritorna la categoria di «sfida» per esprimere il rapporto con l’oggi del Nordest. In particolare si segnala il fenomeno dell’immigrazione che ha sorpreso, inquietato e arricchito il «nostro» mondo. Le Chiese si sentono interpellate dal pluralismo religioso oltre che culturale fino a dover ripensare l’insieme della pastorale. Si parla di «nuova evangelizzazione», di «primo annuncio», di «dialogo interreligioso». Ma emergono alcune necessità: occorrono nuove progettualità ma anche cambiare metodologia pastorale, formare gli operatori pastorali, rinnovare anche strutture e strategie di azione. Ritorna in ogni testimonianza l’urgenza della formazione specie degli adulti. Ma tale esigenza è confortata dall’emergere di un nuovo protagonismo: le comunità cristiane stanno riscoprendo infatti le «competenze» e la «professionalità» di laici preparati. Si tratta di comunità in divenire, che accettano il cambiamento e si lasciano trasformare. Con questo sguardo sul futuro, le fatiche e le resistenze sembrano non spaventare: «Pur dovendo costatare lentezze, ritardi e limiti, uno sguardo complessivo sulla Chiesa locale induce non a un sentimento di avvilimento e di rinuncia, ma di positiva speranza». Assumere e comunicare «la vita buona del Vangelo» appare così la strategia missionaria che le Chiese del Nordest intendono assumere per essere all’altezza di questo tempo, carico di inquietudini ed urgenze, ma anche in attesa di segni di speranza. Tutte le testimonianze delle Chiese hanno narrato i «frutti dello Spirito» goduti in questi anni di cambiamento. È una vera e propria «professione di fede»: si riconosce che lo Spirito ha parlato alle Chiese del Nordest. Su questo tema si è impostata la preparazione al II Convegno ecclesiale triveneto: Aquileia 2. Ora le 15 diocesi sono chiamate a un discernimento che le renda coraggiose nell’assumere impegni e iniziative di collaborazione per «una nuova evangelizzazione del Nordest», «in dialogo con la cultura del nostro tempo», «impegnate per il bene comune».

 

«In cammino verso Aquileia 2» è il secondo sussidio proposto alle diocesi del Nordest dal Comitato preparatorio triveneto per accompagnare la preparazione al convegno ecclesiale che si svolgerà nell’aprile 2012. Il libretto, pubblicato dalle Edizioni Messaggero Padova, è uno strumento di supporto metodologico e di riflessione e contiene la «Seconda traccia di lavoro per le diocesi», le testimonianze delle 15 diocesi del Nordest (frutto del primo anno di preparazione), i discorsi di Benedetto XVI in visita nelle «terre di Marco» lo scorso maggio, un contributo di religiosi e religiose e uno della Consulta triveneta delle aggregazioni laicali. Il tutto accompagnato da una lettera firmata dai vescovi delle 15 diocesi che, salutando «con gioia le nostre Chiese del Nordest», introducono il lavoro che attende le Chiese locali alla luce del cammino fatto: «Abbiamo percorso insieme nello scorso anno pastorale un tratto di strada nel cammino verso il II Convegno ecclesiale che celebreremo ad Aquileia dal 13 al 15 aprile 2012. Con questa lettera intendiamo presentare e consegnare la Seconda traccia di lavoro per le diocesi» con le indicazioni per la preparazione immediata di Aquileia 2. Una «traccia» che i vescovi in particolare affidano «agli organismi diocesani di comunione, affinché sia programmato e attuato nelle diocesi l’impegno di proseguire a camminare insieme in questa ulteriore fase di preparazione. Nell’anno trascorso – ricordano – le nostre comunità ecclesiali hanno cercato di riconoscere quanto il Signore ha fatto per noi. Abbiamo narrato nelle testimonianze i 'frutti dello Spirito', ma anche le nostre fatiche e difficoltà. Ci siamo posti in atteggiamento di conversione per 'ascoltare ciò che lo Spirito dice alle Chiese' (Ap 2,7 ss.) oggi. Ora ci attende un discernimento orientato a scoprire le esigenze per annunciare in forma rinnovata il Vangelo di Gesù Cristo nelle terre del Nordest». Ad aiutare il discernimento saranno in particolare le parole pronunciate da Benedetto XVI ad Aquileia e a Venezia; alla luce delle sue sollecitazioni si muoverà il lavoro degli organismi diocesani chiamati, da qui a febbraio, a rileggere il vissuto delle 15 diocesi attraverso le loro testimonianze, per scoprire le strade verso quella che Papa Benedetto ha chiamato «la solidarietà fra le vostre diocesi del Nordest». I vescovi ribadiscono inoltre la necessità dell’impegno intenso di preghiera: «Noi vescovi esortiamo le Chiese del Nordest ad esercitare assiduamente il ministero della preghiera, coinvolgendo tutte le componenti della comunità cristiana» e affidano alle comunità «un’invocazione allo Spirito Santo».

 

Secolarismo e cristianesimo di elezione: sembrano questi i due piatti della bilancia per quanto riguarda la situazione religiosa del Triveneto. Una fede che in poco più di vent’anni (il primo convegno di Aquileia, che ha visto riunirsi le 15 chiese del Nordest, risale al 1990) ha dovuto confrontarsi con sostanziali variazioni del tessuto sociale e con repentini cambi di marcia sui fronti imprenditoriali e finanziari, complici le crisi economiche di questi ultimi anni. Il sistema Nordest si è dovuto confrontare prima con i grandi flussi migratori, che hanno spaventato ma contemporaneamente sostenuto l’economia e lo stato sociale del territorio, poi con un crescente impoverimento della classe media che ha fatto da contraltare a parole come super-lavoro e benessere. Il risultato è stato un clima di incertezza diffusa che ha investito anche il piano dei valori e della religiosità. La secolarizzazione ha avanzato da est (investendo prima il Friuli Venezia Giulia e successivamente Veneto e Trentino Alto Adige), la pratica religiosa ha visto una progressiva flessione, portando negli ultimi anni tra il 26 e il 28% la percentuale di quanti celebrano la domenica. A fronte di una fede tradizionale (e tramandata) si sta evidenziando una scelta religiosa – il cosiddetto cristianesimo di elezione – che vede una pluralità di forme di appartenenza alla Chiesa. La religiosità è cambiata, i sociologi parlano di coesistenza di «molti cattolicesimi», di un prevalere della fede vissuta e connotata personalmente. Tra i dati significativi la disaffezione dalle pratiche religiose da parte dell’universo femminile, da sempre lo zoccolo duro di una fede radicata nel territorio triveneto. A mettere in crisi ulteriormente il panorama c’è un difficile rapporto con la Chiesa, da un lato riconosciuta custode di grandi insegnamenti universali, dall’altra vista con diffidenza per la complessità burocratica e normativa.

 

Il sito Internet che accompagnerà il cammino di avvicinamento al convegno di Aquileia 2 è in linea da oggi, all’indirizzo www.aquileia2.it. Si tratta di una proposta realizzata con la logica mobile first, è cioè progettato innanzitutto per gli smartphone, ma si adatta anche allo schermo del pc. Oltre alle 15 testimonianze che indicano il convergere della Chiesa triveneta verso il convegno, le pagine del sito integrano notizie, audio e video provenienti dai media diocesani. Il sito sarà aggiornato con sussidi e approfondimenti.

 

AVVENIRE di sabato 1 ottobre 2011

Pag 20 Chiesa in Italia vicina alla vita della gente

Comunicato finale del Consiglio permanente Cei

 

Piena consonanza e sincera gratitudine ha raccolto la prolusione con cui il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Card. Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova, ha aperto i lavori della sessione autunnale del Consiglio Episcopale Permanente (Roma, 26-29 settembre 2011). Egli ha offerto una riflessione a tutto campo, caratterizzata dalla preoccupazione per le conseguenze della crisi economica e sociale che colpisce soprattutto le fasce deboli, ma anche animata dalla ferma volontà di offrire all’Italia il contributo specifico dell’esperienza cristiana. Consapevoli dell’impossibilità di rimanere “spettatori intimiditi” e rassegnati a subire una sorta di “oscuramento della speranza collettiva”, i membri del Consiglio Permanente – riprendendo e approfondendo l’analisi “severa, coraggiosa e pacata” del Presidente – non si sono sottratti alla responsabilità di un ascolto attento del presente, volto a favorire il discernimento e il giudizio. L’orizzonte ermeneutico della Giornata Mondiale della Gioventù (Madrid, 16-21 agosto 2011) e del Congresso Eucaristico Nazionale (Ancona, 3-11 settembre 2011) ha fornito gli elementi per una lettura di fede anche di questo tempo. Nelle “fotografie” emerse dal confronto appare un Occidente scosso da una globalizzazione non governata e da un generale calo demografico e, nel contempo, incapace di correggere abitudini di vita che lo pongono al di sopra delle proprie possibilità. Di qui la questione etica, che investe la cultura in molti ambiti, e il rischio diffuso di un progressivo impoverimento delle famiglie, a fronte di provvedimenti economici che stentano a contenere la gravità della crisi. I Vescovi hanno dato voce alle molteplici iniziative con cui la Chiesa sostiene il bene comune, da quelle caritative a quelle formative, educative e culturali, volte anche a favorire l’adesione ai valori dell’umanizzazione – o valori irrinunciabili, per cui l’etica della vita è fondamento dell’etica sociale – e la partecipazione attiva dei cattolici alla vita pubblica. Nello specifico, ha preso forma l’urgenza di “concorrere alla rigenerazione del soggetto cristiano”, ossia alla riproposta in chiave sociale dell’esperienza di fede, riconosciuta come questione decisiva. In questa prospettiva, il Consiglio Permanente ha formulato il programma di lavoro della CEI per il quadriennio 2012-2015, mettendo a fuoco soggetti e metodi dell’educazione cristiana; ha approvato il proprio contributo di studio sui Lineamenta della prossima Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dedicata al tema della nuova evangelizzazione; ha esaminato la bozza del testo esplicativo, per la situazione italiana, delle Linee-guida della Congregazione della dottrina della fede circa gli abusi sessuali su minori compiuti da chierici; ha discusso una prima ipotesi di lavoro in vista della prossima Settimana Sociale dei cattolici italiani. Si è inoltre proceduto alla verifica dell’andamento del Prestito della speranza, all’approvazione del messaggio per la Giornata per la vita del 2012 e al vaglio della proposta di un sussidio pastorale per l’accompagnamento dei fidanzati. Infine, è stata presentata la relazione finale dell’attività della commissione di studio sulle piccole diocesi e si è nuovamente affrontata la questione della cura pastorale dei fedeli cattolici orientali provenienti dall’estero.

 

1. Con la sapienza della dottrina sociale

Il clima di insicurezza diffuso nel corpo sociale, e rafforzato dal disorientamento culturale e morale, ha trovato nei Vescovi interlocutori attenti, partecipi e consapevoli della responsabilità a contribuire per farvi fronte con quella speranza certa che ha il volto di Gesù Cristo. Consapevoli del loro ruolo di pastori, essi hanno espresso preoccupazione per la situazione in cui versa il Paese e che colpisce pesantemente il mondo del lavoro e, quindi, le famiglie; hanno lamentato la fatica a reagire adeguatamente alla crisi, purtroppo accompagnata dal deterioramento del senso civico e della vita pubblica; hanno messo in guardia dall’incidenza che la questione morale ha sull’educazione e sulla cultura del Paese, veicolando una visione individualistica dell’esistenza tanto più superficiale, quanto più irresponsabile e fuorviante. Questa crisi complessiva – hanno rilevato – infrange i legami di solidarietà, scatena aggressività e diffonde indifferenza e cinismo. I dinamismi in atto, se letti con la sapienza della dottrina sociale della Chiesa, richiedono il recupero di un respiro di speranza, che passa attraverso la riaffermazione del primato della persona e della famiglia e necessita di percorsi culturali e politici innovativi, all’interno dei quali la responsabilità dei cattolici è chiamata a spendersi con ritrovato vigore. Riprendendo i contenuti della prolusione, i Vescovi hanno sottolineato come la Chiesa non si limiti a generici richiami, ma viva nel territorio – a partire dal tessuto parrocchiale – un’effettiva prossimità alla vita della gente. Ne sono espressione le molteplici iniziative solidali promosse dalla Caritas e da Migrantes a livello nazionale e diocesano, come pure il Prestito della speranza – la cui utilità è stata ribadita –, senza dimenticare la generosa disponibilità di tanti sacerdoti, diaconi, consacrati e consacrate, la presenza operosa dei laici nel mondo della sanità e dell’assistenza, l’impegno oneroso – spesso nemmeno sufficiente ad assicurarne la sopravvivenza – nella scuola paritaria.

 

2. Una Chiesa eucaristica, dal volto giovane

La missione prioritaria a cui la Chiesa avverte di essere chiamata – hanno sottolineato i Vescovi – non può che essere l’educazione alla fede, a pensare la fede e a pensare nella fede. Da essa, infatti, sgorga la speranza: perciò la questione di Dio rimane la questione decisiva. Il Consiglio Permanente ha espresso questa convinzione riprendendo a più riprese il Magistero di Papa Benedetto XVI, in particolare quello espresso nella recente visita in Germania (22-25 settembre). Anche l’esito positivo della Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid e del Congresso Eucaristico Nazionale di Ancona – è stato rilevato da più voci in seno al Consiglio – confermano ampiamente tale prospettiva. Per entrambi gli eventi, i Vescovi hanno espresso apprezzamento per il servizio svolto dai media ecclesiali (Avvenire, Tv2000, Radio InBlu, l’agenzia Sir, Radio Vaticana) e dall’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali. In particolare, si è evidenziato come la partecipazione di circa centodiecimila giovani italiani all’evento madrileno sia stata caratterizzata dall’ascolto attento delle catechesi, dalla disponibilità all’approfondimento, da una partecipazione vivace ai momenti sacramentali e di preghiera, non disgiunti dalla capacità di sopportare qualche disagio logistico. Analogamente il volto di popolo di Dio emerso in occasione del Congresso Eucaristico ha svelato la presenza di una Chiesa viva, per la quale il culto eucaristico ha una rilevanza sostanziale; una Chiesa innervata dalla vita buona del Vangelo, costantemente alimentata dalla fedeltà al mandato originario del suo Signore: “Fate questo in memoria di me”. All’interno di questo orizzonte, il Consiglio Permanente ha definito il programma di lavoro della CEI per la prima metà del decennio 2011-2020, dedicato all’educazione. Assodata la necessità di superare un’impostazione “puerocentrica”, sulla scorta degli Orientamenti pastorali i Vescovi hanno collocato il compito educativo nell’odierna stagione culturale, evidenziando il ruolo che sono chiamati ad assumere soggetti istituzionali quali la famiglia, la parrocchia e la scuola, e quindi la condizione degli educatori e degli adulti in genere. Ribadita la scelta di dedicare la prima metà del decennio al rapporto tra educazione cristiana e comunità ecclesiale, mentre la seconda metà volgerà l’attenzione alla relazione tra educazione cristiana e città, è stata confermata la centralità del ruolo della comunità e l’obiettivo di puntare alla maturità della fede, assumendo un concetto integrale di iniziazione cristiana, che si compie nel contesto di una comunità che celebra e vive secondo verità. Questa visione complessiva si è sposata con la proposta di articolare i prossimi anni attorno ad alcuni temi di fondo: la formazione cristiana degli adulti e della famiglia (2012); gli educatori nella comunità cristiana (2013); i destinatari dell’iniziazione cristiana (2014); gli itinerari e gli strumenti dell’iniziazione cristiana (2015). In Italia la Chiesa continua a essere percepita come un’istituzione affidabile, perché vive in mezzo alla gente. Questo non riduce, tuttavia, il rischio che l’esperienza religiosa sia sperimentata in maniera privatistica: ciò è stato rilevato nel contributo preparato sui Lineamenta della XIII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dedicati alla nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Tra i punti di forza del caso italiano, è stata sottolineata l’esperienza del progetto culturale, la revisione dell’impostazione dell’iniziazione cristiana e la ricerca di una pastorale marcatamente missionaria. Dando attuazione alle direttive della Santa Sede, il Consiglio Permanente ha esaminato la bozza del testo che mira a esplicare, in rapporto alla realtà italiana, le Linee-guida pubblicate nel mesi scorsi dalla Congregazione della dottrina della fede circa gli abusi sessuali su minori compiuti da chierici. Il dibattito ha dato voce alla necessità di un sempre più rigoroso percorso formativo nei seminari, luogo di preparazione dei sacerdoti di domani; alla piena disponibilità nel porsi in ascolto delle vittime; all’accompagnamento dei sacerdoti coinvolti, ferma restando l’assunzione delle conseguenze penali dei comportamenti di ciascuno. Il testo sarà perfezionato alla luce delle osservazioni emerse, per essere approvato in una prossima sessione di lavoro.

 

3. Nel nome della famiglia

La premura per la famiglia ha trovato espressione anche nella scelta di dedicare a tale tema la XLVII Settimana Sociale dei cattolici italiani, che è in programma nell’autunno del 2013. È stata così accolta la proposta del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali di far convergere l’attenzione sulla famiglia, in relazione all’importanza determinante che essa ha per la crescita del Paese, esplicitando quanto già emerso nella Settimana Sociale di Reggio Calabria. L’intento è quello di approfondirne i fondamenti antropologici, teologici e giuridico-costituzionali; gli aspetti educativi, sociali ed economici; il rapporto tra famiglia e lavoro; il confronto con la situazione legislativa di altri Paesi europei. A tale proposito, il Consiglio ha apprezzato la volontà di promuovere – in continuità con la tradizione delle precedenti edizioni – quattro seminari, che si svolgeranno tra l’autunno 2011 e la primavera 2012 nelle diverse aree del Paese. Con particolare interesse verrà seguito il VII Incontro mondiale delle famiglie (Milano, 30 maggio – 3 giugno 2012), alla luce del quale saranno precisati i contenuti della prossima Settimana Sociale. Nella linea dell’attenzione alla famiglia, il Consiglio Permanente ha accolto la proposta della competente Commissione Episcopale di elaborare un vademecum che accompagni la preparazione dei fidanzati al matrimonio e ha licenziato il testo del Messaggio per la Giornata per la vita, che sarà celebrata il 5 febbraio 2012.

 

4. Nomine

Nel corso dei lavori, il Consiglio Permanente ha proceduto alle seguenti nomine:

- Membro della Commissione Episcopale per l’ecumenismo e il dialogo: S.E. mons. Beniamino PIZZIOL, Vescovo di Vicenza.

- Presidente del Comitato per la valutazione dei progetti di intervento a favore dei beni culturali ecclesiastici: S.E. mons. Simone GIUSTI, Vescovo di Livorno.

- Economo della Conferenza Episcopale Italiana: don Rocco PENNACCHIO (Matera – Irsina).

- Coordinatore Nazionale della pastorale per gli immigrati indiani siro-malabaresi: don Paul Stephen CHIRAPPANATH (Irinjalakuda dei Siro-Malabaresi).

- Coordinatore Nazionale della pastorale per gli immigrati cinesi: don Pietro CUI XINGANG (Baoding).

- Coordinatore Nazionale della pastorale per gli immigrati sri-lankesi-cingalesi: don Joe Neville PERERA (Colombo).

- Coordinatore Nazionale della pastorale per gli immigrati ungheresi: mons. László NEMÉTH (Esztergom-Budapest).

- Assistente Ecclesiastico Nazionale dell’Azione Cattolica Italiana per il Settore Giovani: don Vito PICCINONNA (Bari – Bitonto).

- Assistente Ecclesiastico Nazionale dell’Azione Cattolica Italiana per l’Azione Cattolica Ragazzi: don Dino PIRRI (San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto).

- Assistente Ecclesiastico Generale dell’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (AGESCI): padre Alessandro SALUCCI, OP.

- Assistente Ecclesiastico Generale della Branca Lupetti/Coccinelle dell’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (AGESCI): don Andrea DELLA BIANCA (Concordia - Pordenone).

- Assistente Ecclesiastico Generale della Branca Esploratori/Guide dell’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (AGESCI): don Andrea MEREGALLI (Milano).

- Assistente Ecclesiastico Nazionale del Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani (MASCI): padre Francesco COMPAGNONI, OP.

- Incaricato presso la Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontariato (FOCSIV): mons. Alessandro GRECO (Taranto).

- Presidente Nazionale del Movimento di Impegno Educativo dell’Azione Cattolica (MIEAC): prof.ssa Elisabetta BRUGÈ.

- Conferma del presbitero membro del “team pastore” nazionale dell’Associazione Incontro Matrimoniale: don Giuseppe GRECO (Salerno – Campagna – Acerno).

 

La Presidenza, nella riunione del 26 settembre, ha proceduto alle seguenti nomine:

- Membri del Comitato per la valutazione dei progetti di intervento a favore dei beni culturali ecclesiastici: don Gaetano COVIELLO (Bari – Bitonto); padre Gabriele INGEGNERI, OFM Cap.; don Federico PELLEGRINI (Brescia); don Valerio PENNASSO (Alba); mons. Stefano RUSSO, Direttore dell’Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici; don Francesco VALENTINI (Orvieto – Todi).

- Direttore del Centro Studi per la scuola cattolica: prof. Sergio CICATELLI.

- Assistente Ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Milano: don Pier Luigi GALLI STAMPINO (Milano).

- Assistente Ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Roma: don Luciano Oronzo SCARPINA (Nardò - Gallipoli).

- Assistente Ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Piacenza: don Stefano FUMAGALLI (Porto – Santa Rufina).

- Assistente Ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Brescia: don Roberto LOMBARDI (Brescia).

 

Roma, 30 settembre 2011

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 1 ottobre 2011

Pag 25 Da Malachia al cardinale Vallini. Quando i «corvi» sono in Vaticano di Armando Torno

 

L'anonimo alla Santa Sede continua il suo lavoro. Anzi, lo sta intensificando. Dopo le missive di un mese fa al cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, con riferimenti offensivi e minacce di morte, ora è toccato a un altro porporato, Agostino Vallini, vicario della diocesi capitolina. La firma «Sacerdoti di Roma» non aiuterà certamente la Gendarmeria, che ha avuto l'incarico di scovare il corvo. Nome inevitabile da attribuire alla penna senza volto da una settantina d'anni, dopo il film drammatico Le Corbeau (1943) diretto da Henri-Georges Clouzot. La denuncia o l'illazione in mala fede anonima sembrano ormai caratteristica di molteplici episodi di cronaca passati, per una ragione o per l'altra, tra le mura del Vaticano. Se ne registrarono di tutti i toni, mescolati anche a pettegolezzi, alla fine del secolo scorso allorché il vicecaporale Cedric Tournay uccise il comandante delle Guardie Svizzere Alois Estermann e sua moglie Gladys Meza. Si vide poi al lavoro un anonimo particolarmente motivato per eliminare Dino Boffo: era l'agosto 2009. Altri corvi apparvero durante i mesi dello scandalo dei preti pedofili. Questi uccellacci non saranno coraggiosi ma sanno il fatto loro. Si prendano, per esempio, le minacce al cardinale Bertone (a spedirle, come trapelò, pare sia stato un anziano monsignore di curia). Lo scritto si apre con una locuzione che ricalca quella di San Giovanni Bosco il quale, nel 1854, mentre era in discussione la legge per sopprimere gli ordini religiosi, fece pervenire a Vittorio Emanuele II la trascrizione di antichi documenti ritrovati a Hautecombe, culla e tomba di Casa Savoia. In essi gli antenati dei re dell'Italietta maledicevano i loro discendenti che avessero agito contro la Chiesa. Tra l'altro, il futuro santo confidò al sovrano un incubo: «Ho sognato un bambino che mi affidava un messaggio per voi: un funerale a corte!». E a Bertone, salesiano con noviziato a Pinerolo, il corvo ha rammentato: «Grandi funerali a corte!». Non è il caso di scandalizzarsi per qualche lettera anonima, ché la storia della Chiesa è gremita di documenti in calce ai quali manca il nome. Forse non sono frequenti come ai giorni di Stalin o nell'epoca maccartista, quando le denuncie riguardanti presunti comunisti diventarono una moda, ma non mancarono in ogni tempo. Del resto, le Profezie di Malachia, pubblicate per la prima volta nel 1595, più che illuminazioni sui futuri pontefici romani vanno considerate un arguto falso senza certo autore. Lo scopo? Ipotecare o influenzare qualche elezione dei successori di Pietro. Il grande storico von Pastor, tra gli altri, asseverò che tali vaticini nacquero durante un conclave e non dalle visioni di San Malachia, vescovo di Armagh nel XII secolo. Ciò non toglie che l'anonimo riuscì a mietere vittime illustri, tra le quali il cardinale statunitense Francis Joseph Spellman. Sarà stata anche una diceria, ma le cronache registrarono una mossa di sua eminenza — fiducioso in quella patacca — per forzare gli eventi e diventare papa dopo la dipartita di Pio XII. Siccome il successore avrebbe dovuto essere «Pastor et nauta», il porporato si sarebbe fatto portare in battello sul Tevere con alcune pecore a bordo. Epistole anonime arrivarono agli inquisitori (molte sono conservate nell'Archivio Vaticano) e agli esorcisti piccoli e grandi; missive senza nome non mancarono per secoli alla corte pontificia e furono, tra l'altro, la fonte privilegiata dei Procuratori della Bestemmia di Venezia. Quegli stessi che causarono la cacciata dalla città del povero abate Lorenzo da Ponte, librettista di Mozart, giacché fidanzati e mariti becchi decisero di liberarsi facendo piovere lettere non identificabili su quel rapace di alcove. Il quale, nelle Memorie, ne rise di buona maniera. Scrisse il fellone che il suo esilio venne causato non dai dolori delle corna ma dall'aver mangiato prosciutto il venerdì.

 

LA REPUBBLICA di sabato 1 ottobre 2011

Pag 1 Il manifesto di Küng: “Ratzinger ha fallito” di Hans Küng

 

Nella situazione attuale non posso assumermi la responsabilità di tacere: da decenni, con successo alterno e, nell'ambito della gerarchia cattolica, modesto, richiamo l'attenzione sulla grande crisi che si è sviluppata all'interno della Chiesa, di fatto una crisi di leadership. È stato necessario che emergessero i numerosi casi di abusi sessuali in seno al clero cattolico. Abusi occultati per decenni da Roma e dai vescovi in tutto il mondo, perché questa crisi si palesasse agli occhi di tutti come una crisi sistemica che richiede una risposta su basi teologiche. La straordinaria messinscena delle grandi manifestazioni e dei viaggi papali (organizzati di volta in volta come "pellegrinaggi" o "visite di Stato"), tutte le circolari e le offensive mediatiche non riescono a creare l'illusione che non si tratti di una crisi durevole. Lo rivelano le centinaia di migliaia di persone che solo in Germania nel corso degli ultimi tre anni hanno abbandonato la Chiesa cattolica, e in genere la distanza sempre maggiore della popolazione rispetto all'istituzione ecclesiastica. Lo ripeto: avrei preferito non scrivere questo testo. E non l'avrei scritto:

1) se si fosse avverata la speranza che papa Benedetto avrebbe indicato alla Chiesa e a tutti i cristiani la strada per proseguire nello spirito del concilio Vaticano. L'idea era nata in me durante l'amichevole colloquio di quattro ore avuto con il mio ex collega di Tubinga a Castel Gandolfo, nel 2005. Ma Benedetto XVI ha continuato con testardaggine sulla via della restaurazione tracciata dal suo predecessore, prendendo le distanze dal concilio e dalla maggioranza del popolo della Chiesa in punti importanti e ha fallito riguardo agli abusi sessuali dei membri del clero in tutto il mondo;

2) se i vescovi si fossero davvero fatti carico della responsabilità collegiale nei confronti dell'intera Chiesa conferita loro dal concilio e si fossero espressi in questo senso con le parole e con i fatti. Ma sotto il pontificato di Wojtyla e Ratzinger la maggior parte di loro è tornata al ruolo di funzionari, semplici destinatari degli ordini vaticani, senza dimostrare un profilo autonomo e un'assunzione di responsabilità: anche le loro risposte ai recenti sviluppi all'interno della Chiesa sono state titubanti e poco convincenti;

3) se la categoria dei teologi si fosse opposta con forza, pubblicamente e facendo fronte comune, come accadeva un tempo, alla nuova repressione e all'influsso romano sulla scelta delle nuove generazioni di studiosi nelle facoltà universitarie e nei seminari. Ma la maggior parte dei teologi cattolici nutre il fondato timore che, a trattare criticamente in modo imparziale i temi divenuti tabù nell'ambito della dogmatica e della morale, si venga censurati e marginalizzati. Solo pochi osano sostenere la KirchenVolksBewegung, il Movimento popolare per la riforma della Chiesa cattolica diffuso a livello internazionale. E non ricevono sufficiente sostegno nemmeno dai teologi luterani e dai capi di quella Chiesa perché molti di loro liquidano le domande di riforma come problemi interni al cattolicesimo e nella prassi qualcuno talvolta antepone i buoni rapporti con Roma alla libertà del cristiano.

Come in altre discussioni pubbliche, anche nei più recenti dibattiti sulla Chiesa cattolica e le altre Chiese la teologia ha avuto un ruolo ridotto e si è lasciata sfuggire la possibilità di reclamare in modo deciso le necessarie riforme.

Da più parti mi pregano e mi incoraggiano di continuo a prendere una posizione chiara sul presente e il futuro della Chiesa cattolica. Così, alla fine, invece di pubblicare articoli sparsi sulla stampa, mi sono deciso a redigere uno scritto coeso ed esauriente per illustrare e motivare ciò che, dopo un'attenta analisi, considero il nocciolo della crisi: la Chiesa cattolica, questa grande comunità di credenti, è seriamente malata e la causa della sua malattia è il sistema di governo romano che si è affermato nel corso del secondo millennio superando tutte le opposizioni e regge ancora oggi. I suoi tratti salienti sono, come sarà dimostrato, il monopolio del potere e della verità, il giuridismo e il clericalismo, la sessuofobia e la misoginia e un uso della forza religioso e anche profano. Il papato non deve essere abolito, bensì rinnovato nel senso di un servizio petrino orientato alla Bibbia. Quello che deve essere abolito, invece, è il sistema di governo medievale romano. La mia "distruzione" critica è perciò al servizio della "costruzione", della riforma e del rinnovamento, nella speranza che la Chiesa cattolica, contro ogni apparenza, si mantenga vitale nel terzo millennio.

Certamente alcuni sacerdoti vivono la loro condizione di celibato apparentemente senza grossi problemi e molti, a causa dell'enorme carico di lavoro che grava su di loro, non sarebbero quasi in grado di preoccuparsi di una vita di coppia o di una famiglia. Viceversa, il celibato obbligatorio porta anche a vivere situazioni insostenibili: parecchi sacerdoti desiderano ardentemente l'amore e il calore di una famiglia, ma nel migliore dei casi possono solo tenere nascosta un'eventuale relazione, che in molti luoghi diventa un "segreto" più o meno pubblico. Se poi da una relazione nascono dei figli, le pressioni provenienti dall'alto inducono a tenerli nascosti con conseguenze devastanti sulla vita degli interessati. La correlazione tra gli abusi sessuali dei membri del clero a danno di minori e la legge sul celibato è continuamente negata, ma non si può fare a meno di notarla: la Chiesa monosessuale che ha imposto l'obbligo del celibato ha potuto allontanare le donne da tutti i ministeri, ma non può bandire la sessualità dalle persone accettando così, come spiega il sociologo cattolico della religione Franz-Xaver Kaufmann, il rischio della pedofilia. Le sue parole sono confermate da numerosi psicoterapeuti e psicanalisti. È auspicabile che sia reintrodotto il diaconato femminile, ma tale misura, da sola, è insufficiente: se non viene accompagnata dal permesso di accedere al presbiterato (sacerdozio), non condurrebbe a una equiparazione dei ruoli bensì a un differimento dell'ordinazione femminile. Un servizio che dà loro la stessa dignità degli uomini, completamente diverso dalla posizione e dalla funzione subalterna che recentemente ricoprono numerose donne dei "movimenti" nell'ambito della curia romana. Che in seno alla Chiesa cattolica la resistenza, e in determinate circostanze anche la disobbedienza, possano pagare, è dimostrato dall'esempio delle chierichette. Anni fa, il Vaticano vietò a bambine e ragazze di servir messa. L'indignazione del clero e del popolo cattolico fu grande e in molte parrocchie si continuò semplicemente a tenerle. A Roma la situazione venne da principio tollerata, infine accettata. Così cambiano i tempi. Anzi, un articolo uscito il 7 agosto 2010 sull'Osservatore Romano ha elogiato questa evoluzione come il superamento di un'importante frontiera poiché oggi non si può più ascrivere alla donna alcuna "impurità" e in questo modo è stata eliminata una "disuguaglianza profonda". Quanto tempo ci vorrà ancora perché in Vaticano capiscano che lo stesso argomento vale per la consacrazione sacerdotale, meglio l'ordinazione femminile? Molto dipende dalla posizione e dall'impegno dei vescovi.

 

IL FOGLIO di sabato 1 ottobre 2011

Pag 1 Io sto col Papa di Walter Veltroni

Grande il Papa su politica e diritto. Tracce per una nuova stagione italiana liberata da faziosità e populismi, e per un serio dialogo (laici e cattolici) nel reciproco riconoscimento

 

1. Cosa è diventato il discorso pubblico nel nostro tempo? A quali altezze ci conducono oggi le parole di chi viene ascoltato, perché considerato degno di esserlo? Con Martin Luther King abbiamo scalato montagne che apparivano impervie, con Franklin Delano Roosevelt siamo stati capaci di sconfiggere la bestia della paura e della disperazione collettiva, con Giovanni XXIII abbiamo capito che non è la guerra, ma la pace, la dimensione in cui far esprimere conflitti e differenze. Ma ora? Ora tutto sembra al filo della terra, parole spaventate, senza forza, senza ispirazione, senza anima. Parole corte, per una società corta, Odio, populismo di quart'ordine, rimozione sistematica e deliberata di quel "senso delle cose" senza il quale ogni avventura umana, compresa la stessa esistenza individuale, sembra. uno straccio abbandonato. Cosi il mondo della comunicazione ovunque, della rete che ci avvolge fino a stritolarci, del successo a portata di mano, dell'Io ipertrofico e tronfio ci riempie di molto per portarci al nulla. La frammentazione sociale, la perdita della linearità del ciclo di vita conquistata nel Novecento dell'occidente - studio, lavoro, pensione - ci rende fragili e insicuri. E cosi ci rinchiudiamo in identità spesso auto-rappresentative, come una coperta da stendere sul capo, per ripararsi dalla globalizzazione del mondo. Insegne religiose usate come spade e carte d'identità brandite come scudi. Nuove ideologie, senza i recinti delle quali, l'uomo sembra sentirsi nudo e solo. Ma nel brodo di coltura delle ideologie sono nati Auschwitz e i Gulag, Pol Pot e i Desaparecidos. Il nuovo millennio, il discorso pubblico, troveranno una via d'uscita alla alternativa secca tra il tutto delle ideologie e il nulla della vita ridotta a merce, a campione senza valore? La politica ha, per me, questo compito precipuo. Insieme con la soluzione concreta dei problemi concreti degli esseri umani. Ha il compito di fornire un senso "laico" alla domanda di ragione dell'esistenza che mai, nella storia, è stata risolta dalla contemplazione di sé in uno specchio. Nel bel dialogo tra Aldo Bonomi e Eugenio Borgna, pubblicato da Einaudi in questi giorni, ci si interroga sulle ragioni sociali e psicologiche del dilagare della depressione come malattia contemporanea. E se ne indicano le cause, in primo luogo lo sfarinamento del sistema delle relazioni sociali e umane. E se ne indicano però anche le soluzioni, in primo luogo la ricostruzione di quella coscienza della comunità di destino, senza la quale ogni inciampo è un precipizio. Alla comunità delle anime ferite bisogna indicare un poliforme orizzonte di senso. Bisogna passare dalla "egologia", Zeitgeist del tempo, alla ecologia di un corretto rapporto tra sé e gli altri, tra sé e la natura, tra sé e il tempo, in fondo tra sé e il senso della vita. Nella presentazione del suo libro a Roma, Eugenio Scalfari ha ricordato la definizione di Kant dell'uomo come "legno storto" e ha giustamente ragionato sulla pericolosità e difficoltà del proposito di raddrizzarlo e dei fallimenti storici di chi se lo è proposto. Accettare i miliardi di "legni storti" spinge a creare un ambiente dove essi possano riconoscersi e rispettarsi e, per questa via, creare un contesto "laicamente" diritto. Avremo bisogno urgente di ritrovare il senso di comunità, perché alla depressione individuale sta per saldarsi anche quella dell'economia. E, se vorremo uscirne, dovremo sfidare la paura e ritrovare la speranza. Per questo io che non credo o che, come' ho detto sinceramente "credo di non credere", ho ascoltato con enorme interesse l'affascinante discorso al Parlamento tedesco di Benedetto XVI nel quale ha lanciato un invito che non può non essere raccolto. E' necessaria, ha detto Papa Ratzinger, una "discussione pubblica", in particolare in Europa, sul rapporto tra politica, diritto e ragione: "Invitare urgentemente ad essa - ha aggiunto - è un'intenzione essenziale di questo' discorso". Non si può non raccogliere l'invito, innanzi tutto perché di una discussione pubblica sul senso della politica, sui suoi compiti e i suoi limiti, si avverte. un bisogno drammatico, in un passaggio storico come quello che stiamo vivendo, segnato da una crisi profondissima, che come è evidente a tutti non è solo economica e finanziaria, ma anche politica e culturale. Ma c'è una seconda ragione che va evidenziata: l'invito del Papa è, per l'appunto, a una "discussione pubblica", alla quale ciascuno partecipa, secondo un metodo critico e non dogmatico, con la sola forza dei suoi argomenti. E gli argomenti di Ratzinger sono forti, proprio perché aperti. Gli stessi punti solidamente fermi, nella mente e nel cuore del Papa-teologo, colpiscono in modo tanto più penetrante, in quanto emergono, quasi si fanno largo, tra interrogativi radicali, che non solo non vengono elusi, ma vengono problematizzati in modo non esplicito. Già questa è una indicazione, non solo metodologica: c'è una sola via, sembra dire Papa Benedetto, per affrontare la crisi con spirito costruttivo. Ed è la via del dialogo aperto, del confronto trasparente, a partire dalla comune passione per l'umanità e il suo destino,

2. La riflessione proposta da Ratzinger è ormai largamente nota, soprattutto ai lettori di questo giornale. Essa ha al centro l'affermazione che la buona politica, la politica che vuole essere impegno per la giustizia e costruzione delle condizioni di fondo per la pace, è una politica su-bordinata al diritto, una politica che conosce il suo limite e riconosce la supremazia del diritto, secondo una visione liberale, pluralista, poliarchica. "Togli il diritto - dice il Papa citando sant'Agostino - e allora cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?". Una politica ridotta a volontà di potenza, a mera risultante dei rapporti di forza, o anche solo ad arte e tecnica della conquista e della conservazione del potere, è la minaccia più grande per l'umanità: nella migliore delle ipotesi, avremo cattiva politica, malgoverno, corruzione. Ma il Novecento, per altri versi il secolo delle lotte per la libertà e degli spettacolari progressi della scienza e della tecnica, ci ha anche insegnato, in modo definitivo, che una politica che perde il senso del limite è capace di spalancare davanti all'umanità l'abisso del male assoluto, di generare il mostro totalitario, la scientifica e sistematica, intenzionale e organizzata distruzione della dignità e della stessa vita umana. Nessuno lo sa meglio di noi tedeschi, ricorda Ratzinger. E tuttavia, dire che la politica deve fondarsi sul diritto e non viceversa, significa dire che il principio di maggioranza, che in gran parte della materia da regolare giuridicamente "può essere un criterio sufficiente", "nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell'uomo e dell'umanità" non può bastare. E allora? Come riconoscere ciò che è giusto? Di fronte al male assoluto dei regimi totalitari, c'è il diritto-dovere alla resistenza. "Ma nelle decisioni di un politico democratico, la domanda su che cosa ora corrisponda alla legge della verità, che cosa sia veramente giusto e possa diventare legge non è altrettanto evidente". Ratzinger vuole essere ancora più chiaro: "Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé". Anni di discussioni, spesso laceranti, sulle questioni cosiddette "eticamente sensibili", sono li a dimostrarlo. Come sono lì a dimostrarlo le non meno dure contrapposizioni, in tutte le sedi multilaterali, cominciare dalle Nazioni Unite, tra il principio di sovranità degli stati e i diritti inviolabili della persona. La risposta all'interrogativo radicale "come si riconosce ciò che è giusto?" non può venire, secondo Ratzinger, né dal "diritto rivelato", dalla pretesa di imporre una legge sulla base di un riferimento alla religione, uno dei pericoli più grandi che minacciano l'umanità contemporanea, né dal "positivismo giuridico", che relega nella sfera della irrazionalità qualunque dimensione della razionalità umana non riconducibile a ciò che è verificabile o falsificabile: un riduzionismo scientista, che è stato contestato, dice Ratzinger in uno dei passaggi più sorprendenti del discorso, dal movimento ambientalista. Quel movimento, ha detto con coraggio, ci ha aiutato a capire che "nei nostri rapporti con la natura c'è qualcosa che non va; che la materia non è soltanto un materiale per il nostro fare, ma che la terra stessa porta in sé la propria dignità e noi dobbiamo seguire le sue indicazioni". La via proposta dal Papa è piuttosto quella di una riscoperta dell'idea di "diritto naturale", per la quale sono la natura e la ragione le vere fonti del diritto: una linea di pensiero che da Atene e Roma, attraverso l'incontro col pensiero giudaico e cristiano e poi il filtro dell'Illuminismo, giunge fino alla dichiarazione universale dei diritti umani e alle grandi costituzioni democratiche del dopoguerra. Non si tratta, come è chiaro, di una formula magica, che garantisce l'evidenza delle soluzioni e l'infallibilità delle decisioni politiche e legislative, ma piuttosto di un orizzonte nel quale collocare il dialogo tra visioni diverse, sul piano politico, filosofico, religioso, per consentire loro di collaborare per la giustizia nella pace. Una collaborazione, beninteso, che non elimina il conflitto, la dialettica, la competizione, ma le colloca su un terreno di comunicazione, di condivisione di un patrimonio di principi e di valori che possono tenere insieme la società: un'esigenza tanto più forte in società aperte, libere, secolarizzate, non gerarchiche, come quelle moderne.

3. La riflessione e la proposta di Papa Ratzinger, entrambe aperte e problematiche, pur attorno a un nucleo di convinzioni forti e radicate, a me paiono di straordinario interesse e suggestione sul piano intellettuale e di potenziale fecondità sul piano politico. Tanto più in un paese come il nostro, profondamente segnato dal dialogo, ma anche dalla contrapposizione, tra laici e cattolici, tra credenti e non credenti. Una discussione pubblica, orientata alla riscoperta e alla attualizzazione di un nucleo di principi e valori fondamentali come quelli che sostengono la nostra Carta 'costituzionale, non a caso anch'essa figlia di uno dei più alti momenti di dialogo che la nostra storia nazionale abbia conosciuto, aiuterebbe a rafforzare l'unità dialettica del paese, tanto più necessaria in una fase delicata e per molti versi drammatica, come quella che stiamo vivendo. La traccia proposta da Papa Benedetto a Berlino può risultare preziosa per dar vita, nel nostro paese, a una nuova stagione di dialogo tra credenti e non credenti e a scongiurare invece dannose e fuorvianti contrapposizioni. Preziosa è innanzi tutto la "pars destruens" del ragionamento ratzingeriano, quel doppio no, da una parte all'integralismo fondamentalista, alla pretesa di dedurre da una fede religiosa criteri normativi validi per tutta la società; e dall'altro alla concezione speculare e in definitiva subalterna allo stesso integralismo religioso, secondo la quale la libertà vive solo nella negazione di qualunque principio e valore che non sia l'arbitrio individuale. Si tratta, come è evidente, di due posizioni estreme, tanto presenti nell'auto rappresentazione pubblica, quanto poco rappresentative sia dell'universo dei credenti, cattolici e non solo, irriducibili allo stereotipo del fanatismo integrali sta e invece da tempo allenati e appassionati al dialogo, al confronto, alla contaminazione; sia di quello dei non credenti, che a ragione rivendicano la loro capacità di pensare e vivere sulla base di principi e valori che pur non avendo, dal loro punto di vista, un fondamento trascendente, pur non ponendosi in una, prospettiva metastorica, non per questo sono meno meta politici, capaci cioè di dare fondamento non effimero ad una vita etica e ad una politica fondata sul diritto. Penso che sia vitale, per il futuro del nostro paese, incoraggiare e favorire una comune capacità, da parte di credenti e non credenti, di coltivazione dei valori comuni, sulla base di una comune fiducia nella ragione. La prima condizione perché ciò accada è che i credenti imparino sempre meglio a pensare il diritto, fondamento della politica, confidando nella ragione, che del resto, nella loro fede, è essa stessa dono di Dio, logos umano che partecipa del logos divino. La sistematica applicazione di questa regola eviterebbe il cortocircuito integralista, che rende il dialogo impossibile. La seconda, speculare condizione, è che i non credenti, a loro volta, imparino a rispettare fino in fondo i convincimenti religiosi e sempre meglio a pensare il diritto, fondamento della politica, come una condizione di possibilità della libertà degli individui. Attraverso questa regola, la libertà come principio di autodeterminazione si apre alla responsabilità ed evita di ridursi ad egoismo individualistico.

4. Una considerazione finale che ovviamente si allontana dalle riflessioni grandi del Papa per planare su questo passaggio, l'ennesima transizione, della storia italiana. Promuovere una nuova stagione di dialogo tra credenti e non credenti è indispensabile anche per scongiurare il rischio che, dopo la fine ormai conclamata del berlusconismo, il bipolarismo italiano si ristrutturi lungo una linea di frattura etico-religiosa, anziché politico-programmatica. Non ci si può dividere su ciò su cui ci si dovrebbe unire. Nel celebre dialogo con Habermas, quasi otto anni fa, l'allora cardinale Ratzinger definiva l'incontro dialogico tra credenti e non credenti come "ciò che tiene unito il mondo", che corre invece il rischio mortale di dividersi lungo una faglia che finirebbe per opporre una religiosità ridotta a fanatismo fondamentalista, a un razionalismo non meno dogmatico e intollerante. Per questo penso che il nuovo protagonismo dei credenti cattolici, delle loro associazioni, movimenti, opere, al servizio di un rilancio e di una ricostruzione di un paese che da decenni non era così fiaccato e umiliato, sarà tanto più fecondo, quanto più saprà in'orare tutto lo schieramento politico. Entrambi i poli di un nuovo bipolarismo, finalmente liberato dall'ipoteca populista e plebiscitaria del berlusconismo, finalmente articolato su schieramenti costruiti attorno a programmi per il governo e non sulla demonizzazione dell'avversario, capaci entrambi di reciproca legittimazione e di positiva collaborazione, nella distinzione dei ruoli tra maggioranza e opposizione, dovranno vedere presenti e protagonisti laici e cattolici, credenti e non credenti. Naturalmente, rendere questo possibile è compito innanzi tutto delle forze politiche. E sul versante del centrosinistra è compito innanzi tutto del Partito democratico, che mai come oggi può comprendere quanto la sua originaria vocazione a unire le diverse culture riformiste, guardando ben oltre i tradizionali confini della sinistra storica e dando vita ad una identità nuova, unitaria e plurale, l'identità democratica, sia condizione vitale per il suo stesso ruolo nel paese.

 

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4 – MARCIANUM, ASSOCIAZIONI, ISTITUTI, MOVIMENTI E GRUPPI

 

AVVENIRE di sabato 1 ottobre 2011

Pag 21 “Mercati, senza etica le regole non bastano” di Francesco Dal Mas

La lectio di Anna Maria Tarantola a Venezia: la mano invisibile ha bisogno di valori

 

Venezia. «La crisi finanziaria ha reso traumaticamente manifesta la complessità di regolare mercati sempre più interconnessi, la difficoltà di monitorarli e sanzionarvi i comportamenti devianti. Con pazienza e fermezza, dobbiamo continuare nell’opera di ricostruzione della fiducia reciproca, valorizzando il ruolo della concorrenza all’interno di un sistema di regole che evitino il prevalere di incentivi perversi». Così Anna Maria Tarantola, vicedirettore generale della Banca d’Italia, nel corso della lectio magistralis sul tema «Etica, mercati finanziari e ruolo del Regolatore» che si è svolta presso la Fondazione Cini all’Isola di S. Giorgio. L’incontro è stato promosso dalla Facoltà di Diritto canonico S. Pio X, inserita nello Studium Generale Marcianum di Venezia. «Tuttavia – ha proseguito la Tarantola – è difficile che le regole, per quanto ben disegnate, possano bastare. Resta fondamentale la responsabilità dei singoli nell’adottare comportamenti corretti, nella sostanza e non solo nella forma». La lectio della Tarantola è stata proposta nell’ambito dell’innovativo corso, appena istituito dalla Facoltà veneziana, di Finanza e diritto finanziario per la gestione dei Beni ecclesiastici. Al convegno sono intervenuti anche mons. Edwin B. Ferme (rettore della Facoltà di Diritto canonico S. Pio X) e il professor Alessandro Dri (docente di Trade Law alla China University of Political Science and Law di Pechino). Nel suo intervento Tarantola ha analizzato ed approfondito il tema dell’etica sociale e i fattori che influenzano i comportamenti etici nonché la possibile connessione tra etica e finanza per poi concludere che «lo stesso Adam Smith, il padre dell’economia, quando nel suo trattato del 1776 sulla Ricchezza delle nazioni aveva esaltato la bontà dell’agire per fini individuali e della 'mano invisibile del mercato', non pensava affatto che questo agire e questa mano invisibile dovessero ignorare l’etica e la morale. Anzi… I benefici della mano invisibile termini, non possono essere pienamente raggiunti se nel mercato non vi siano buone regole e comportamenti corretti». E ha ricordato, infine che «nell’enciclica Caritas in veritate Benedetto XVI ha indicato la via di valori umani più elevati come guida ai correttivi per un’economia più solida».

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 1 ottobre 2011

Pag XII Agesci: oggi e domani convegno di zona dei capi scout di L.M.

 

«Qualitativamente responsabili». Questo lo slogan che accompagnerà oggi e domani i lavori del Convegno di Zona di tutti i capi scout dell'Agesci di Venezia, centro storico e isole. L'appuntamento, a cadenza triennale, si svolgerà al Lido, nel patronato di Santa Maria Elisabetta, e sono attesi un centinaio di capi tra i partecipanti. Il titolo delle due giornate prende forma dal primo punto della Legge scout «Pongono il loro onore nel meritare fiducia». Insieme ai responsabili di zona Alvise Venuda, Angela Paveggio e don Paolo Bellio, saranno chiamati a tracciare le linee guida del prossimo Progetto di Zona e dunque ad esaminare risorse e problematiche educative dei ragazzi e giovani della città. Proprio a questo aspetto sono dedicati i gruppi di lavoro, collocati in tre punti diversi dal centro storico, ognuno dei quali sarà focalizzato su temi diversi. Tra le 19 e le 20 l'arrivo di tutti i partecipanti al Lido la raccolta delle iscrizioni e la presentazione delle candidature. Dovrà essere eletta la nuova incaricata alla formazione capi (candidata Roberta Lazzari del Venezia 1). La serata sarà poi animata in allegria da uno spettacolo teatrale. Domenica alzabandiera alle 8.45, santa messa alle 10.30 al pattinodromo, conclusione del convegno alle 17.

 

Pag XII “La finanza ha urgente bisogno di una scelta etica”

La vicedirettrice di Bankitalia alla Fondazione Cini

 

“Buone regole e comportamenti corretti”: è il mix ideale per garantire il funzionamento dei mercati finanziari e favorire il raggiungimento della crescita economica e di una più equa distribuzione delle risorse, “obiettivi necessari per la coesione sociale e la stabilità del sistema economico”. Lo ha affermato ieri Anna Maria Tarantola, vicedirettore generale della Banca d’Italia, nel corso della "lectio magistralis" sul tema “Etica, mercati finanziari e ruolo del Regolatore” che si è svolta alla Fondazione Cini. L’incontro è stato promosso dalla Facoltà di Diritto canonico S. Pio X, inserita nello Studium Marcianum. Sono intervenuti il rettore, mons. Edwin B. Ferme e il docente universitario Alessandro Dri. Nel suo intervento Anna Maria Tarantola ha analizzato ed approfondito il tema dell’etica sociale e i fattori che influenzano i comportamenti etici” nonché la possibile connessione tra etica e finanza. E ha ricordato, infine che “nell’enciclica Caritas in veritate", Benedetto XVI ha indicato la via di valori umani più elevati come guida ai correttivi per un'economia più solida. É questa un'indicazione che potrebbe assicurare uno sviluppo più "equo", più etico, che assicuri più benessere complessivo per tutti: per coloro che sono interessati anche al bene degli altri così come per coloro che nel proprio interesse trovano l'unico soddisfacimento”.

 

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5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Uscire dal pantano disoccupazione di Giulio Sapelli

Ecco i dati mondiali

 

I dati sulla disoccupazione diffusi all'inizio del 2011 dall'Istituto internazionale del lavoro erano preoccupanti (210 milioni), ma si inserivano in una visione ottimistica dell'andamento ciclico dell'economia mondiale. I disoccupati nel mondo, nel pieno della crisi, sono aumentati - in meno di sei mesi - di oltre 8 milioni. Quello che però conta è che ora essi si presentano in gran parte sotto l'aspetto di disoccupazione strutturale di lunga durata, ossia una condizione sociale destinata a modellare sotto il suo peso le stesse forme morali delle società mondiali. E questo va al di là del numero dei disoccupati Paese per Paese. Mi spiego. Se si guarda al rapporto tra disoccupati di lungo periodo e disoccupati in generale, si vedrà che la Spagna, con il numero di disoccupati più alto in Europa - il 21,2% - ha una percentuale di disoccupazione strutturale di lungo periodo - il 40% - che è minore del 47% della Germania, che pure è una delle nazioni che ha abbastanza resistito all'avvento della disoccupazione totale, facendo registrare un tasso del 7%. Questo peso specifico della disoccupazione strutturale segnala una divisione profondissima che può crearsi nelle carni stesse delle società al di là dei tassi di crescita: questo è il punto fondamentale. Gli ultimi rimangono sempre ultimi. Quando, poi, dilaga la disoccupazione giovanile, essa viene formando delle «isole sociali» che si autoriproducono e imprigionano i soggetti in un habitus morale impermeabile rispetto ai valori del lavoro e della speranza. Un fenomeno che si presenta in forme drammatiche in primo luogo nelle nazioni a capitalismo avanzato, ossia post o neoindustriale. Il 41,7% della disoccupazione tra i 15 e i 24 anni in Spagna si accompagna, sempre nella stessa fascia di età, al 27,9 dell'Irlanda e al 27,8 dell'Italia, al 23,3 della Francia, al 19,5 del Regno Unito, al 10,1 della Germania. Se guardiamo oltre l'Europa, ecco gli Usa con il 18,4 e il Brasile (che pure continua a essere un'economia in crescita) con 16,1 e il triste, stagnante, Giappone con il 9,3%. Gli Usa sono esemplari a questo riguardo. Anche Wall Street è stata invasa da disoccupati, lavoratori e sindacalisti: è l'inizio di un movimento che si svilupperà con effetti imprevedibili. Se si vuole avere un'idea di quale sia la situazione nei Paesi emergenti dei nuovi continenti di cui tanto si decanta la crescita, basterà guardare il Sud Africa, che pure è soggetto a una tenuta economica spettacolosa in questi ultimi anni, ma che registra una disoccupazione giovanile del 50,5%. È noto a tutti che questo dato è esemplificativo di una realtà che riguarda l'India come la Cina e molti Paesi dell'Africa Nera e ha una specifica versione in Egitto, Tunisia, Marocco, Siria, financo Israele. La spinta del sistema economico mondiale di creare occupazione sembra essersi esaurita. Se guardiamo alla forza lavoro globale, planetaria, il rapporto esistente su scala mondiale tra coloro che sono occupati a tempo pieno - 40% - e coloro che invece hanno creato occupazione da sé, ossia coloro che sono definiti self employed full time - 31% - è significativo: la stragrande maggioranza del self help lavorativo è relegato in occupazioni misere, precarie, umilianti e prossime alla condizione d'indigenza, come è dimostrato da tutte le analisi esistenti in proposito. Esso rappresenta in larga misura uno strumento che i poveri hanno nelle loro mani per auto-organizzare la loro vita e sfuggire alla marginalità (i fiori della speranza). Su tutto spicca, infatti, il dato allarmante del 7% della popolazione disoccupata rispetto alla forza lavoro globale. Se non vi fossero il self help e il part-time (che incide per il 22% degli occupati mondiali), i dati sarebbero molto più drammatici di quanto non siano. Se poniamo a confronto i dati con quelli della disuguaglianza sociale, infine, ben si comprende come questa situazione abbia generato ciò che io chiamo la scomparsa del senso di giustizia. Se consideriamo la disuguaglianza in base al reddito percepito indicando con l'indice zero la completa uguaglianza e con l'indice 1 la completa disuguaglianza, i risultati sono sconcertanti: Francia, Germania, Irlanda, Spagna si attestano tutte attorno al valore 3, mentre Giappone, Italia, Gran Bretagna lo superano abbondantemente, lasciando aperta la via agli Usa con circa il 3,8 e al Messico con il 4,8. Ma ciò non solleva alcuna rivolta morale degna di questo nome, anzi: più personalmente s'incarna la disuguaglianza, più si è socialmente premiati. La disoccupazione si rivela in tal modo una sorta di pantano morale in cui ci si abitua a vivere. E dal pantano non cresce il grano. Possono, però, spuntare i fiori: quelli della speranza. Nonostante tutto.

 

Pag 1 Che cosa ci insegnano i bambini disabili di Isabella Bossi Fedrigotti

Le loro storie e noi

 

Ci sono storie che vanno a toccare i nervi scoperti di una società, la nostra, all'apparenza così sicura di sé. In questo caso storie, tra loro opposte, di bambine down: una esclusa dalla fotografia di classe in una cittadina della Basilicata, l'altra invece fotografata e mostrata per amore dalla propria madre americana. Storie di handicap infantile. Ed ecco che la Rete si infiamma, s'indigna, soffre e gioisce. La discussione comincia con due articoli sul Corriere, di venerdì e sabato, poi continua con un intervento sul blog La 27esimaora. Ma presto tracima, moltiplicandosi, su altri forum. Il tema del dibattito è, appunto, l'handicap infantile, in particolare la sindrome di Down. Hanno scritto padri e madri, zii, fratelli, parenti, vicini di casa, narrando la vita con un bambino Down. Vita non facile, vita spesso faticosa. Ansie e angosce, riguardanti, sì, il presente, è cioè l'organizzazione quotidiana, la custodia e la salute, sovente malferma, dei piccoli «diversamente abili», nonché le reazioni non sempre garbatissime degli altri, però riguardanti assai di più il futuro lontano. Ansie e angosce che fanno porre ai genitori sempre la stessa, irrisolta domanda: «Cosa sarà di lui quando noi non ci saremo più?». Ma altrettanta gioia esce dai messaggi, altrettanta fiduciosa accettazione di quel bambino in qualche modo speciale e diverso, altrettante testimonianze di una vita non più immaginabile senza di lui, una vita che sarebbe stata infinitamente più triste senza di lui. È l'amore che induce a scrivere certe frasi, che si ostina a dipingere di rosa situazioni che, viste da fuori, da lontano, difficilmente sembrano davvero così rosa? Ovvio che è l'amore, miracoloso, ostinato e pieno di energia, fortunatamente mai del tutto oggettivo, capace non soltanto di fare sognare ma anche di risolvere i problemi e le esistenze. È l'amore che a molti genitori di figli handicappati, anche gravissimi, ha fatto dire: «Meglio un figlio così che niente figli del tutto». Tra l'altro, chi ha avuto un poco a che fare con l'handicap infantile, sa bene che la sindrome di Down è uno dei meno pesanti, che ha diversi gradi di gravità e che attenzione assidua, formazione e istruzione possono incidere molto sulle capacità di apprendimento e, dunque, sulla qualità della vita dei bambini e poi dei ragazzi Down peraltro notoriamente molto affettuosi e mai aggressivi. Ed è forse proprio questa la risposta che si dovrebbe dare ai non pochi lettori che ai forum del Corriere hanno scritto cose assai diverse: per esempio - la più dura di tutte - che chi mette al mondo, pur sapendolo in anticipo grazie alle indagini prenatali, un piccolo Down fa un torto grave alla collettività perché appesantisce in modo irresponsabile la spesa sanitaria. A parte il fatto che lo stesso rimprovero si potrebbe fare a chi mette volontariamente a rischio la propria salute ostinandosi a fumare o, anche, eventualmente, comprandosi una motocicletta superveloce, l'aborto «obbligatorio» nel caso che il bambino si preannunciasse Down non può non far pensare a programmi eugenetici di tragica memoria; oppure ad abbastanza tragiche notizie del giorno che ci informano di manager di cliniche private, nonché medici, sorpresi a rifiutare ai malati costose medicine anticancro perché, tanto, «quelli devono morire». Il vero e più grave torto che si possa fare alla collettività sarebbe proprio quello di obbligare, sia pure soltanto moralmente, due genitori a liberarsi prima della nascita di un figlio Down, per pura questione economica: negando non soltanto comprensione o compassione ma anche quel grado minimo di solidarietà fatto di tasse pagate per sostenere il prossimo - non viene in mente altro termine più adatto di quello cristiano - colpito da qualche disgrazia o malattia, davvero si negherebbe l'esistenza stessa della comunità, la si vuoterebbe di senso, lasciando avanzare ancora di più il deserto.

 

LA STAMPA

Non c'è lotta se non vanno giù le aliquote di Luca Ricolfi

 

Giusto una settimana fa avevo provato, con un articolo, a sollevare qualche interrogativo sulla crociata anti-evasione in corso in Italia. Oggi è giunto il momento di tornare sull’argomento, rispondendo ai commenti comparsi su questo giornale a firma Stefano Lepri, Alberto Bisin, Alberto Mingardi, Franco Bruni. Non è facilissimo, perché dopo averli letti e riletti non mi sembra di dissentire con nessuno. A parte Lepri, che non deve aver letto attentamente il mio articolo, visto che mi attribuisce l’idea che l’evasione fiscale non andrebbe repressa con maggior forza (io sostengo esattamente il contrario, aggiungo solo che i proventi dovrebbero essere usati per abbassare le aliquote), tutti paiono condividere il punto principale della mia analisi, e cioè che in Italia la pressione fiscale sulle imprese è eccessiva, e che se si vuole far ripartire la crescita le aliquote sui produttori devono scendere. Per il resto, vedo solo sfumature dettate da sensibilità politico-culturali. Alberto Mingardi, ad esempio, è preoccupato che l’Italia diventi uno «Stato di polizia tributaria», con un finanziere ad ogni angolo di strada. Tutto all’opposto, Franco Bruni se la sente di difendere lo Stato esattore anche se provoca il fallimento di molte imprese: «Non si deve lasciar intendere che il rispetto degli obblighi fiscali sia negoziabile, nemmeno per chi, se non evadesse, soccomberebbe e sparirebbe dal mercato». Questioni di punti di vista, c’è chi crede nel primato dell’individuo sullo Stato, e chi crede nel primato dello Stato sull’individuo. Solo Alberto Bisin resta sul terreno a me più congeniale, quello dell’analisi dei fatti e dei meccanismi di funzionamento del sistema economico-sociale. Bisin pare condividere i due punti fondamentali della mia analisi. Primo: le aliquote sui produttori sono troppo alte. Secondo: se non le abbassiamo, la lotta all’evasione fiscale rischia di produrre solo fallimenti (dove c’è concorrenza) e aumenti dei prezzi (dove la concorrenza manca). Però aggiunge un terzo punto molto importante, toccato anche da Lepri e Bruni: l’evasione è spesso associata a inefficienza, cattiva organizzazione, dimensioni troppo piccole. Sì, questo è un punto importante, che meriterebbe di essere approfondito dati alla mano. È possibile che una parte del problema stia proprio qui, e che sarebbe bene dare una robusta potatura al mondo delle piccole imprese, dei professionisti, degli artigiani, delle partite Iva in genere. E tuttavia anche questo argomento, a mio parere, andrebbe maneggiato con molta attenzione. Se la pensiamo così (e sono dispostissimo a pensarla così, se qualcuno mi presenta un’analisi empirica convincente) dobbiamo smetterla con le mitologie sul «ruolo della piccola impresa», sul «futuro artigiano» (titolo di un bel libro di Stefano Micelli sulle prospettive dell’artigianato), sulla flessibilità e il dinamismo dei «piccoli», come li chiama un altro libro, di Dario Di Vico. Dobbiamo avere il coraggio di favorire la scomparsa delle piccole unità produttive, puntando sulla nascita di grandi imprese e organizzazioni. Ma come? E con quali risultati? Da quel che capisco, qui le strade si dividono, e in qualche modo si torna al punto di partenza della mia analisi. Perché non è affatto chiaro come si dovrebbe fare per favorire un aumento di efficienza dell’apparato produttivo attraverso il taglio dei rami secchi (produttori inefficienti). C’è chi crede che il passaggio essenziale sia reprimere gli evasori. C’è chi crede sia invece di liberalizzare i mercati. E c’è chi, come me e Bisin, crede che la sacrosanta lotta all’evasione fiscale «senza una appropriata riduzione del carico fiscale avrebbe costi enormi sul sistema produttivo del Paese»: va bene far fallire le imprese inefficienti, ma siamo sicuri che - con le tasse che ci sono in Italia - ci saranno nuovi imprenditori pronti a sostituirle? Quel che vorrei fosse chiaro, comunque, è che il punto non è se l’evasione fiscale sia giustificata oppure no. Questa non è una questione empirica, ma una questione ideologica. Non mi interessa, almeno qui. A me interessa solo che cosa succede inasprendo la caccia agli evasori, e se l’Italia possa permettersi di condurla senza abbassare le aliquote. E quale sia la mia impressione (perché nessuno sa veramente come stanno le cose) riesco a spiegarlo meglio con una specie di apologo. C’è una gara di velocità. Dieci corridori sono ai blocchi di partenza. Parte la gara, e uno dei dieci corridori arriva ultimo, molto staccato dagli altri. La gara si ripete molte volte, ma quel corridore arriva sempre ultimo. E allora si comincia a discutere del perché. C’è chi dice che ha sbagliato scarpe, le sue sono con i tacchetti di gomma, quelle degli altri hanno i chiodi d’acciaio, che mordono molto di più sul terreno di gara. C’è chi nota che maglietta e calzoncini non sono aerodinamici, non aderiscono abbastanza al corpo. C’è chi osserva che il corridore rimasto indietro è leggermente sovrappeso, ha un paio di chili di troppo. C’è chi rivela che l’allenatore del corridore perdente si accontenta di due soli allenamenti la settimana. Stranamente, però, nessuno nota che il perdente corre con uno zaino sulle spalle, e che nello zaino sono stati messi dieci chilogrammi di zavorra. Ecco, a me pare questo lo stato del dibattito sulla crescita. Sono convinto anch’io che con scarpette migliori, calzoncini più aderenti, una dieta appropriata, un allenatore esigente, il nostro corridore potrebbe migliorare molto. Ma vorrei mettervi una pulce nell’orecchio: non pensate che, fino a che gli imporrete di correre con quello zaino di dieci chili sulle spalle, non riuscirà mai a vincere una gara?

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 2 ottobre 2011

Pag 1 Che errore quell'idea di imposta patrimoniale di Marcello Messori

 

Il programma per il governo dell'economia, redatto dalle principali associazioni delle imprese, denuncia l'incapacità del sistema politico italiano di adempiere ai suoi compiti fondamentali. Nel momento in cui il nostro Paese si trova al centro di tensioni economiche e finanziarie così gravi da minacciare la stessa sopravvivenza dell'Unione monetaria europea e da innescare una nuova recessione internazionale, il governo Berlusconi ha attuato - sotto dettatura della Bce e fra mille contraddizioni - un parziale aggiustamento del bilancio pubblico. L'esecutivo si è però dimostrato incapace di formulare proposte per la crescita che ridessero speranze per il futuro alle varie componenti della società. Per giunta, i membri del Parlamento hanno concentrato gli sforzi sulla difesa dei loro privilegi; e i partiti di opposizione hanno invocato cambi di leadership senza proporre adeguati contenuti alternativi. Il programma delle imprese, che rappresentano interessi di parte - anche se rilevanti - nella società italiana, ha quindi svolto una funzione di supplenza per colmare un vuoto inquietante. Molti aspetti di questo programma sono convincenti. È giusto denunciare che, nel primo decennio del Duemila, vi è stata una crescita incontrollata delle spese sanitarie e di quelle per gli acquisti di beni e servizi da parte della Pubblica amministrazione e che, quindi, è urgente procedere a tagli selettivi delle uscite pubbliche correnti. È vero che, nonostante i molti interventi già attuati, in materia previdenziale risulta urgente eliminare i privilegi residui e porre fine alla fase di transizione. È apprezzabile proporre interventi di liberalizzazione che erodano le rendite, di cui godono vari membri delle associazioni firmatarie, e che ridiano voce alle autorità di regolamentazione. È realistico prevedere che le dismissioni del patrimonio pubblico dovranno, innanzitutto, interessare gli immobili degli enti locali e basarsi, quindi, su un rinnovato «patto di stabilità» fra potere centrale e poteri locali. Tuttavia, per perdere lo stigma della parzialità, tale programma avrebbe dovuto evitare due cadute: la proposta di un'imposta patrimoniale sulle sole persone fisiche e l'analisi dei problemi di competitività e di produttività in termini di stimoli fiscali e di riduzione del costo del lavoro. In un Paese come l'Italia una patrimoniale, che escluda le società, peserebbe sulle sole famiglie che hanno una ricchezza troppo bassa per giustificare la creazione di scatole societarie; i detentori di patrimoni elevati, fra i quali vanno annoverati molti imprenditori e manager, non sarebbero toccati. In un sistema produttivo come quello italiano che accusa una produttività del lavoro stagnante da almeno quindici anni anche a causa dell'uso troppo flessibile delle risorse umane giovani e qualificate, che è rimasto ai margini delle innovazioni organizzative indotte dalle nuove tecnologie e che gode di un'intricata ragnatela di incentivi, è paradossale puntare ancora sulla compressione nel costo del lavoro e sull'aumento di capitale fisso. Si tratta, invece, di selezionare le imprese con potenziale innovativo e costruire una rete di ammortizzatori che minimizzi i costi sociali del cambiamento. L'interrogativo di fondo resta, comunque, un altro: introducendo queste e altre modifiche, è possibile spingere le varie componenti della società italiana a condividere alcune priorità per scommettere sul proprio futuro?

 

LA STAMPA di domenica 2 ottobre 2011

Fisco, gli obblighi non negoziabili di Franco Bruni

 

Luca Ricolfi è da sempre un nemico intelligente del troppo «politicamente corretto». Il suo articolo su La Stampa del 26 settembre ha messo in discussione la lotta all’evasione fiscale, quando la lotta è intesa, come dice lui, quale «strumento di agitazione politica universale» o addirittura, come esagera Alberto Mingardi nel suo commento di giovedì, come uno «Stato di polizia tributaria, con un finanziere ad ogni angolo di strada». Ricolfi ha osservato che, per ridurre l’evasione, più che generici proclami etico-populisti, serve conoscerne bene le cause e riconsiderare il livello delle aliquote. Non si deve però lasciar intendere che il rispetto degli obblighi fiscali sia negoziabile, nemmeno per chi, se non evadesse, soccomberebbe e scomparirebbe dal mercato. Evitare di giustificare la gara a nascondino per sopravvivere è cosa politicamente corretta ma è anche sacrosanta; e toglie un alibi all’autorità che da un lato tassa troppo e male e dall’altro tollera l'evasione. Inoltre, come nota bene Stefano Lepri e ribadisce Alberto Bisin, l’evasione è un sussidio a progetti imprenditoriali che sono inefficienti per le loro dimensioni, le fonti di finanziamento, le tecnologie e il management, un aiuto a un mondo dove i conti opachi si accompagnano a modelli di impresa ai quali non possiamo affidare la competitività del Paese. Sostiene Ricolfi che l’evasione ha due facce: quella di chi evade per guadagnare di più e quella di chi lo fa per sopravvivere. E’ vero, ma in pratica sono facce che spesso si sovrappongono: distinguerle, per meglio combatterle, è molto difficile. Anche perché c’è una terza faccia con cui a volte si mescolano e confondono: quella della criminalità pura e semplice. Il rapporto fra l’entità dell’evasione e il livello delle aliquote è complicato, ma è abbastanza studiato. E’ un rapporto più evidente quando si tratta di evasione parziale, o addirittura marginale: aliquote più basse fanno emergere più reddito di chi evade «un po’». Ma quando l’evasione è massiccia o totale, rimane quasi tutta anche se si abbassano le aliquote. Sottoscrivo però in pieno l’idea che sui proventi della lotta all’evasione, almeno nella situazione italiana, non si deve far conto per aumentare il gettito e ridurre il deficit pubblico. Il che è successo in una misura al limite del ridicolo in alcune delle diverse versioni delle «manovre» estive del nostro governo. I proventi dell’evasione sono tutti da prenotare per finanziare subito riforme fiscali che abbassino gli oneri fiscali e parafiscali che feriscono la competitività di chi vuol essere in regola. Un fattore di successo per ridurre l’evasione è la reputazione della politica e della pubblica amministrazione. Chi pecca va punito, ma va anche convinto a non farlo più. E per convincere chi evade non basta chiedere meno tasse: è essenziale dimostrargli che quel che paga va a buon fine. Deve vedere che i soldi sottratti al suo privato interesse finanziano bisogni pubblici che condivide con altri; e che la cura di quei bisogni è affidata ad amministratori con un decente grado di rispettabilità. Occorre anche informarlo, con continuità e dati credibili, sulla produttività della spesa pubblica, degli ospedali, dei tribunali, delle ferrovie, delle scuole: l’uso sistematico di indicatori di performance nei servizi pubblici è addirittura fra le misure urgenti che la famosa lettera di Trichet e Draghi chiede all’Italia per evitare il collasso. Ancor più che un ripensamento del livello generale delle aliquote, al nostro Paese servono riforme della struttura delle imposte e degli oneri sociali. Servono per favorire la produzione e l’occupazione, per ridurre l’elusione, per ridurre l’evasione. Servono grandi e ambiziose riforme, ma anche provvedimenti limitati, specifici e urgenti. Non ho ancora capito perché il governo non ha fatto quello che molti hanno chiesto con argomentazioni e dati convincenti: finanziare con l’Iva uno sgravio della fiscalità e parafiscalità sull’occupazione. Ciò avrebbe diversi effetti positivi, compresi quelli sulla competitività internazionale delle nostre produzioni. Per quanto riguarda l’evasione, è vero che quella stimata dell’Iva è impressionante ma le conseguenze dell’eccesso di tassazione del lavoro, in termini di maggior sommerso, oltre che di minore occupazione, sono quantitativamente, ma anche qualitativamente molto brutte. Un altro elemento importante è la cooperazione internazionale. Che è essenziale per colpire chi evade tramite operazioni con l’estero. Ma è anche fondamentale per combattere l’elusione, calmierando la parte inutile e distorsiva della concorrenza che gli Stati si fanno nell’abbassare le imposte per attirare capitali. Dopodiché bisogna saper collocare il Paese fra i diversi modelli che ci sono al mondo: tasse più alte e servizi pubblici migliori e più abbondanti, tasse più basse e meno servizi pubblici. Va ovviamente evitato il modello con tasse alte e pochi servizi. La scelta del modello va fatta con chiarezza e consapevole partecipazione democratica. Più chiara è la scelta, minore è l’incentivo e la scusa dell’evasore. Una volta fatta la scelta, a me sta bene che l’evasore abbia molta probabilità di trovare un finanziere al prossimo angolo della strada.

 

AVVENIRE di domenica 2 ottobre 2011

Pag 1 Creare torte di Luigino Bruni

Imprenditori, non speculatori

 

Non si esce da nessuna crisi con riduzioni, tagli e tasse. C’è un urgente bisogno che riparta la fabbrica civile, politica ed economica. E allora la domanda vera e seria diventa: come fare? L’operazione è complessa, ma all’Italia (e all’Occidente) servono soprattutto nuovi imprenditori e imprenditori nuovi. Imprenditore è oggi una parola abusata e fraintesa. Gli imprenditori sono spesso al centro delle nostre cronache, ma il sostantivo 'imprenditore' viene usato in modo improprio e offensivo per quelli che imprenditori lo sono davvero. Per tanti individui comunemente definiti imprenditori si dovrebbero usare altre parole, ad esempio faccendieri o speculatori. La differenza tra l’imprenditore e lo speculatore consiste nel ruolo che svolge in essi la ricerca del profitto. Lo speculatore è il soggetto, individuo o istituzione, che ha come scopo la massimizzazione del profitto: non è necessariamente un delinquente o un nemico del bene comune, ma è qualcuno per cui l’attività d’impresa è solo strumentale, è un mezzo come altri per far soldi. Lo speculatore apre una fabbrica di scarpe oggi, una di costruzioni domani, un ospedale dopodomani, con l’unico scopo di far soldi tramite quelle attività. L’imprenditore, come ci raccontano la vita vera di tutti i giorni e alcuni grandi economisti come Schumpeter, Einaudi o Becattini, è invece un soggetto diverso, perché il primo scopo della sua attività è realizzare un progetto. Il profitto è solo uno dei tanti elementi del suo progetto, soprattutto è un importante e fondamentale segnale che quel progetto funziona, è innovativo e cresce nel tempo. Quindi l’imprenditore è qualcuno che non 'strumentalizza' mai totalmente la sua impresa, perché le attribuisce un certo valore intrinseco, essendo quella impresa un’espressione di un progetto di vita individuale e collettivo. Ciò è vero al punto che tanti imprenditori, soprattutto di questi tempi, farebbero molti più denari cedendo l’azienda e investendo il ricavato in fondi speculativi. Ma non lo fanno, perché in quella impresa vedono qualcosa di più di una macchina per far soldi: ci scorgono la loro identità e storia. La crisi che viviamo è anche il frutto di un processo culturale che ha portato negli ultimi decenni tanti, troppi imprenditori a trasformarsi in speculatori, perdendo così il rapporto con il territorio, con la gente in carne e ossa, con i lavoratori­persone, contribuendo così a far ingigantire una finanza che oggi governa non solo le imprese, ma il mondo. Tuttavia senza imprenditori autentici non si dà bene comune. L’imprenditore-innovatore, a differenza dello speculatore, vede il mondo come un luogo popolato di opportunità da cogliere; non mira semplicemente ad aumentare la propria fetta di 'torta', ma per vocazione ama creare nuove torte. Dall’Umanesimo civile del Quattrocento ai distretti industriali del made in Italy, dagli artigiani-artisti ai cooperatori, l’Italia è stata capace di sviluppo economico e civile quando si sono create quelle condizioni culturali e istituzionali che hanno consentito la coltivazione delle virtù della creatività e dell’innovazione; abbiamo invece smesso di crescere come Paese quando è prevalsa la logica del piagnisteo, della ricerca e del mantenimento di rendite di posizione, come in questo ultimo quarto di secolo. Quando l’economia e la società funzionano, sono le persone il patrimonio più importante, prima dei capitali, della finanza o della tecnologia, perché solo le persone sanno essere creative e dar vita a quelle innovazioni grandi indispensabili nei tempi duri. Anche oggi, dopo decenni di sbornia per la crescita dei capitali tecnologici e finanziari, ci stiamo accorgendo che le imprese che riescono a crescere e a essere leader nell’economia globalizzata sono sempre più quelle dove c’è una o più persone capaci di vedere diversamente la realtà. È l’intelligenza delle persone la chiave di ogni vera innovazione e di ogni autentico valore economico, come ben sapeva l’economista e politico milanese Carlo Cattaneo: «Non v’è lavoro, non v’è capitale, che non cominci con un atto d’intelligenza. Prima d’ogni lavoro, prima d’ogni capitale è l’intelligenza che comincia l’opera, e imprime in esse per la prima volta il carattere di ricchezza». Oggi l’Italia non sta (ancora) sprofondando perché, nonostante tutto, ci sono milioni di persone, uomini e donne, lavoratori e imprenditori, che ogni mattina si alzano per fare il loro dovere, che cercano di risolvere i problemi loro e degli altri, di essere innovativi attingendo alla loro creatività. Se vogliamo uscire da questa crisi dobbiamo innanzitutto rendere possibile la vita a queste persone, e suscitare, soprattutto tra i giovani, un nuovo entusiasmo e nuove vocazioni imprenditoriali. Ma tutto ciò non accadrà finché non porremo al centro della scena la società civile, compreso quel brano di vita civile che chiamiamo impresa.

 

Pag 11 Quello strano virus al ministero

 

Per i corridoi e tra i funzionari del Ministero dell’Istruzione deve proprio girare uno strano virus. Qualche giorno fa si sono inventati un tunnel di 750 chilometri tra Ginevra e il Gran Sasso. Una trovata così originale da scatenare l’ilarità di tutto il web e l’attonita amarezza del ministro coinvolto. Visto il 'successo', qualcuno ha tentato subito il bis, inserendo le province di Trento e Bolzano nel decreto che avrebbe dovuto provvedere alla ripartizione dei fondi per la scuola paritaria. Un grave errore tecnico perché le province autonome - come gli addetti ai lavori sanno o dovrebbero sapere - non devono figurare in quel provvedimento. Così il decreto è stato bloccato e dovrà essere riscritto daccapo. Se tutto va bene gli istituti paritari riceveranno quei magri eppure essenziali finanziamenti fra altri tre o quattro mesi. Nonostante una legge che dal 2000 assicura la piena parità scolastica, nonostante i fondi per le paritarie siano rimasti congelati (e solo grazie a continui tira-e-molla) in questi dieci anni su livelli mortificanti, nonostante il dimezzamento già incredibilmente previsto per il prossimo anno, si è trovato un modo fantasioso per dilazionare ancora l’arrivo di quei soldi che allo Stato garantiscono risparmi annui per circa 6 miliardi di euro (tanto vale l’istruzione pubblica a cui provvedono le paritarie). Guarda caso, lo scorso anno fu commesso lo stesso, identico 'errore'. Più che una commedia, un desolante dejà vu. Nelle scuole paritarie, ormai con l’acqua alla gola, nessuno ha più voglia di ridere.

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 2 ottobre 2011

Pag 5 Il governo sbaglia, decreto da rifare. Bloccati i fondi alle scuole cattoliche di Marco Bonet

Relazione di Giorgetti, errore nella ripartizione dei soldi alle materne

 

Venezia - Scusateci tanto, ci siamo sbagliati. E intanto le materne chiudono, i Comuni non sanno più a che Santo votarsi, le liste d'attesa si allungano all'infinito e centinaia di mamme e papà veneti sono costretti ai salti mortali, perché i bambini da qualche parte dovranno pur stare, mentre loro vanno a lavorare. Il sottosegretario all'Economia Alberto Giorgetti si è presentato giovedì in commissione Bilancio alla Camera, per spiegare ai deputati che nel decreto del ministero dell'Istruzione che finalmente distribuisce i fondi alle scuole paritarie si annida un errore. Un errore capace di fare carta straccia dell'intero decreto, col risultato che il ministero dovrà riscriverlo e le materne, chissà per quanto, continueranno a non vedere il becco di un quattrino. Una pessima notizia, l'ennesima sul fronte, per il Veneto, che com'è noto accoglie nelle paritarie 93.850 bambini, ossia il 68% di quelli tra i 3 e i 6 anni, e che dal decreto a firma Gelmini attendeva la bellezza di 29,6 milioni di euro (su 245 milioni complessivamente stanziati), indispensabili per risollevare i conti in affanno. Il velo sul perché questi soldi, promessi e ripromessi, non arrivassero mai è stato strappato da un'interrogazione bipartisan, primo firmatario il pidiellino Gabriele Toccafondi, che vede tra i proponenti anche l'onorevole veneta del Pd Simonetta Rubinato. Giorgetti, come detto, s'è fatto portatore della risposta del governo, assai articolata tra commi di leggi varie che spaziano dal 1989 al maggio scorso, il cui sunto è: il decreto non tiene conto di quanto stabilito dalla legge finanziaria 2010, ovvero che i contributi spettanti alle istituzioni scolastiche non statali delle province autonome di Trento e Bolzano devono comunque essere conteggiati negli stanziamenti previsti dal ministero dell'Istruzione, anche se poi non verranno effettivamente erogati, dovendo tornare nelle casse dello Stato in virtù di una legge del 2009 che blocca alcuni trasferimenti a favore delle Province autonome. Dunque lo schema di decreto è stato bocciato dal ministero dell'Economia e va modificato, così come la tabella A, allegata al decreto interministeriale di attuazione, in cui dovranno essere inserite nell'importo totale anche le quote relative alle provincie autonome, con corrispondente riduzione delle quote previste per le altre Regioni, per una cifra che potrebbe aggirarsi attorno ai 5 milioni di euro). Dunque meno soldi per il Veneto, e pure in ritardo. Commenta amara l'onorevole Rubinato: «E' scandaloso che i ministeri non abbiano concertato l'applicazione di una norma della finanziaria 2010 che già lo scorso anno aveva creato problemi nell'assegnazione dei contributi. La notizia getterà nel panico i gestori delle scuole paritarie visto che, come accade nel Veneto, si sono già dovuti indebitare per poter continuare a garantire il servizio alle famiglie. E tutto questo significa un ulteriore allungamento dei tempi di erogazione dei contributi, poiché l'iter dovrà ripartire da zero. Penso che le nostre scuole dell'infanzia paritarie non meritino un simile trattamento e abbiano tutte le ragioni per protestare contro un governo insensibile e pasticcione».

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 1 ottobre 2011

Pag 1 La pazienza finita dei produttori di Dario Di Vico

 

Nel Novecento erano gli scioperi generali dei tre sindacati confederali a far vacillare i governi, a mettere in ambasce i primi ministri che in qualche occasione brigavano pur di farli saltare. Nell'epoca nuova, invece, sono i pronunciamenti dei rappresentanti delle imprese e delle banche a segnalare con maggiore efficacia il disagio di un Paese e a indicare il vuoto di autorità e di direzione politica. E' il segno di un cambiamento irreversibile degli equilibri della nostra società, il compromesso grande impresa-grande sindacato-grande politica è saltato da tempo e sulla scena si sono affacciati nuovi protagonisti. Senza di loro non è minimamente pensabile di poter riavviare il motore della crescita. Si spiega così lo straordinario impatto avuto dal Manifesto delle imprese redatto da Confindustria, Rete Imprese Italia, Alleanza delle Cooperative, Abi e Ania. Un testo la cui stesura ha seguito un iter assai differente dal passato, non ci si è limitati infatti a sommare le rivendicazioni (vecchia prassi!) ma i firmatari hanno individuato, insieme, delle priorità. Ognuno di essi ha rinunciato a una parte delle proprie istanze e in tema di lotta all'evasione fiscale e di riforma strutturale delle pensioni sono emerse persino disponibilità inedite da parte dei Piccoli. Pur non volendo esagerare la portata del Manifesto, si intravede però in quest'operazione un cambio di passo, una più netta assunzione di responsabilità e soprattutto una sintonia con lo spirito del tempo. Mentre infatti la politica guarda tutt'al più il suo ombelico molte cose stanno accadendo in Italia. Le aziende hanno imparato che bisogna ristrutturarsi di continuo, le famiglie hanno capito che occorre studiare strategie di adattamento alla crisi, i giovani guardano sempre più all'estero come via d'uscita. Sommato tutto ciò il Paese sembra avere la sensazione che questa volta davvero «niente sarà più come prima» e che oltre a chiedere discontinuità alla politica bisogna saperne anche offrire. Il Manifesto si colloca «dentro» questa presa di coscienza e ne è in qualche maniera il frutto più maturo. È evidente che un aggregato così vasto, un conglomerato della rappresentanza che va dall'industria alle assicurazioni passando per i commercianti e le banche, non poteva d'incanto risolvere tutte le contraddizioni interne, a cominciare dalla stretta creditizia che pone oggettivamente in contrasto le imprese con gli istituti di credito. Ma quel che è valido è soprattutto il metodo e i politici che si proclamano più attenti alla crescita e all'autogoverno della società dovrebbero essere i primi ad applaudire. La capacità di convergere da parte delle imprese e dei servizi è un valore in sé, a prescindere dalle ricadute contingenti che può avere sul quadro politico. Il Manifesto ci fa più sistemici, ci rende più simili ai nostri invidiati partner tedeschi. Il problema, come detto, è un altro e la pubblicazione della lettera della Bce al governo italiano lo ha reso palese. Viviamo in una condizione di vuoto politico, le indicazioni dei banchieri centrali di Francoforte non sono state né accolte né contestate, il governo di Roma ha preferito ignorarle. L'ignavia è diventata una cultura politica. Quindi ben venga il Manifesto delle imprese perché nel vuoto comunque rinsalda la società, parla agli scorati, costituisce un punto di riferimento programmatico dal quale sarà difficile prescindere. Stiamo dicendo che in questo caos industriali, artigiani e banche fanno supplenza? Sì, è così. Ma sia chiaro: un Paese ha diritto ad avere dei titolari di cattedra.

 

AVVENIRE di sabato 1 ottobre 2011

Pag 2 Foto di classe con problema di Ferdinando Camon

Bimba down esclusa? Ma è lei la bimba più importante di tutte

 

Non è detto che la notizia stia nei termini brutali in cui vien raccontata (bambina Down cancellata dalla foto­ricordo della sua classe, una quinta elementare, in provincia di Potenza), può anche darsi che la rettifica fornita dalla scuola sia fondata: la foto era venuta male, perciò è stata ripetuta, e nel giorno in cui è stata scattata di nuovo la bambina Down non era in aula. Ripeto: può darsi. Ma la domanda resta: che senso ha scattare la foto ricordo di un gruppo, con il gruppo incompleto? Non c’è sempre, sotto-sotto, l’idea che se il componente che manca è bruttino, o bassotto, o di un’altra razza (un nero fra tutti bianchi), il gruppo stia meglio così? E che, insomma, la quinta elementare di quel paese in provincia di Potenza sia effettivamente quella senza la bambina Down, perché la bambina Down era un elemento non del tutto accettato, e che insomma la macchina fotografica che scatta la fotografia in un giorno in cui lei non c’è sia semplicemente la protesi dei cervelli e delle menti dei genitori degli altri ragazzini? Pochi giorni fa correva la notizia che stanno per produrre un’auto che si fa guidare dal cervello del guidatore. Bene: qui abbiamo una macchina fotografica che scatta le fotografie come vogliono i cervelli dei committenti. Il progresso galoppa. A questo punto il lettore penserà: ecco un ennesimo articolo pietistico, che fa leva sui buoni sentimenti, per insegnare che bisogna amare anche i bambini meno fortunati. No, lo scopo di questo articolo non è quello. Non che quello si possa disapprovare o scartare. Ma lo si dà per scontato. Qui lo scopo è un altro, e cioè quello di porre una domanda e cercare di rispondere: quella bambina Down è meno importante degli altri nella scolaresca? O altrettanto importante? O di più? Ogni bambino impara dagli altri bambini. Da tutti in misura uguale, o dai bambini con problemi s’impara di più? E ancora: la foto-ricordo di una classe serve perché un domani, fra trent’anni o quarant’anni, si possa dire che in quella classe c’era il tale e la tale. Davvero fra trent’anni o quaranta, i ragazzini di questa classe, diventati padri, ricorderanno questo o quel compagno, ma nessuno ricorderà la compagna che ora si vuol cancellare? O non accadrà il contrario, cioè che quella compagna sarà veramente l’unica, l’indimenticabile? Se le cose sono andate veramente così come la notizia fa pensare, se cioè la compagna down è stata esclusa dalla foto-ricordo, un atto del genere non può essere stato pensato e voluto dai compagni, ma dai genitori oppure (non c’è fondo all’abisso) dagli insegnanti. Conosco bambini delle elementari che hanno in classe una compagna così, e a casa fanno gossip (anche i piccoli hanno il loro gossip) sulla classe, raccontandosi che il tale pensa alla tale, e non si accorge che c’è un’altra che pensa a lui. Ora, quest’altra è una bambinetta Down, ma i compagni non la chiamano mai così, per loro è una compagna e basta. Merita la stessa attenzione di tutti. E gli stessi commenti. Tra l’altro, i Down hanno molti pregi, per esempio sono affettuosissimi. L’anno scorso ero in vacanza in Alto Adige con due nipotine, tutt’e due delle elementari, e in albergo m’avvicina una signora con una domanda timida: se per cortesia accettavo che la sua bambina giocasse mezz’ora con le mie. «Perché – dice –, qua i genitori non la fanno giocare con le figlie». Quando la bambina arriva nella nostra stanza capisco: aveva delle malformazioni, in faccia e nel corpo. La mia nipotina maggiore si paralizza, la piccola invece si fa in quattro: mette i dvd nel computerino, le fa leggere una fiaba, le volta le pagine, gliele spiega... Come mai questa differenza di comportamento? Semplice: la piccola aveva in classe un compagno con problemi, aveva imparato a capirlo anche se non si esprimeva bene, ad aiutarlo, a parlargli, a spiegargli le lezioni. Era maturata molto. Aveva imparato più da lui più che da tutti gli altri. C’è una poesia su questo in Spoon River, parla il padre di un bambino con problemi e dice: Tu sei il vasaio, e io il vaso, nelle tue mani.

 

IL GAZZETTINO di sabato 1 ottobre 2011

Pag 1 Meglio il ritorno dell’Ici che la patrimoniale di Oscar Giannino

 

Dei cinque capitoli in cui si articola il manifesto per la crescita presentato ieri dal fronte delle imprese, con qualche sorpresa uno dei più delicati - quello fiscale - si basa integralmente sulla proposta di un’imposta patrimoniale. A partire dal 2012, per aumentare il tasso di crescita le imprese propongono infatti sgravi Irap, abbattimenti del cuneo fiscale, più incentivi all’investimento con l’inizio di un piano decennale, e un iniziale abbattimento delle aliquote Irpef solo sui redditi più bassi. Per neutralizzare i 6 miliardi di oneri stimati per tali interventi, le imprese sono favorevoli a una modesta patrimoniale ordinaria con soglie di esenzione. Il governo ha subito mostrato di non gradire. In effetti, è abbastanza singolare che la disponibilità alla patrimoniale ottenga la vidimazione preventiva delle imprese, senza impegni cogenti a una svolta nella politica di spesa. Una volta introdotta nell’ordinamento semplicemente aggiungendola alle altre imposte, per esempio senza drastico riequilibrio tra redditi delle persone fisiche e tassazione sulle cose, essa rischia semplicemente di essere un nuovo rubinetto azionabile a discrezione, a seconda delle esigenze di cassa e di copertura del fabbisogno, incrementando le entrate. La strada sbagliata sin qui seguita. Ma c’è anche un’altra obiezione. Siamo proprio sicuri che, prima di introdurre una patrimoniale, non avrebbe molto più senso reintrodurre l’Ici sulla prima casa? Da 17 milioni di soggetti interessati scese a 10 con Prodi, esentando i redditi più bassi, per poi arrivare all’abbattimento degli altri 10 milioni di proprietari con l’attuale governo. È restata solo per poco più di 40 mila soggetti titolari di abitazioni «signorili». L’equivalente dell’Ici nella stragrande maggioranza delle nazioni avanzate è il pilastro dell’autonomia impositiva locale, venuto meno da noi in questi anni di difficile transizione mentre lo Stato centrale taglia intanto i trasferimenti alle autonomie locali. Il gettito a cui il governo rinunciò per una promessa elettorale non è poi così lontano da quanto le imprese indicano per la patrimoniale. Il ritorno dell’Ici sarebbe per molti versi più logico.

 

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6 – SERVIZI SOCIALI / SANITÀ

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 2 ottobre 2011

Pag XI San Camillo. Cambio al vertice, Pietrobon al posto di Gonella di Lorenzo Mayer

 

«Sono onorato della proposta ricevuta: intendo dare continuità al lavoro svolto dal mio predecessore e di proseguire nell'impegno per sviluppare il potenziale di questo ospedale. Vorrei contribuire a rinforzare le relazioni con l'assessorato e con le strutture sanitarie di riferimento del territorio, nella convinzione che l'Irccs sia un bene della Regione». Queste le prime parole di Francesco Pietrobon, nuovo direttore generale della Fondazione San Camillo. Pietrobon, trevigiano, è laureato in medicina, con diploma di specializzazione in «Igiene e Medicina Preventiva» proviene dall'Ulss 9. Tra le sue esperienze professionali dal 2008 al 2010 è stato dirigente regionale della direzione per i Servizi Sanitari della Regione Veneto; per cinque anni, fino al 2008 direttore sanitario dell'Ulss 3 di Bassano del Grappa. Ha lavorato all'azienda ospedaliera Santa Maria degli Angeli di Pordenone, e, fino a pochi giorni fa, è stato componente dell'Organo di Indirizzo dell'azienda ospedaliera universitaria Integrata di Verona. Dopo due anni lascia la guida dell'ospedale neuroriabilitativo Pietro Gonella che ha svolto il ruolo di commissario straordinario, «traghettatore» della struttura nel delicato passaggio della Fondazione. "Sono soddisfatto di quello che ho fatto in questi due anni - ha commentato Gonella -. Mi auguro che la nuova gestione consolidi e rafforzi il ruolo e la funzione dell'Irccs all'interno del nostro sistema sanitario nazionale". Risultati importanti sul fronte scientifico con un aumento di produzione nella ricerca straordinario nel 2010 rispetto al 2009, con un Impact Factor (valore scientifico che si attribuisce agli studi prodotti) che ha superato i 300 punti. L'apertura dello Stella Maris con 125 posti letto per non autosufficienti e l'avvio delle procedure di assunzione di personale attraverso il sistema del pubblico concorso.

 

LA NUOVA di sabato 1 ottobre 2011

Pag 18 Cardiologia perde il primario di Alberto Vitucci e Simone Bianchi

Gabriele Risica in pensione da oggi, sospesi alcuni servizi. Cardiologia perde il primario. Al San Camillo arriva Pietrobon, succede a Gonella

 

Lido. Francesco Pietrobon è il nuovo Direttore generale della Fondazione Ospedale San Camillo. Succede a Pietro Gonella, commissario straordinario nell’ultimo biennio all’Irccs degli Alberoni. La nomina di Pietrobon risale al 16 settembre, ma solo oggi si insedierà. «Sono onorato della proposta ricevuta - spiega Pietrobon - Intendo dare continuità al lavoro svolto da Gonella e proseguire nell’impegno per sviluppare il potenziale di questo ospedale. Vorrei contribuire a rinforzare le relazioni con assessorato e strutture sanitarie di riferimento, nella convinzione che l’Irccs San Camillo sia un bene della Regione». Francesco Pietrobon, trevigiano, laureato in Medicina con diploma di specializzazione in «Igiene e Medicina Preventiva», proviene dall’Asl 9 di Treviso. Dal 2008 al 2010 è stato dirigente regionale alla Direzione per i Servizi Sanitari come responsabile dell’assistenza ospedaliera e ambulatoriale. «Sono soddisfatto di quanto ho fatto in questi due anni con lo spirito di totale dedizione che credo di aver dimostrato quotidianamente - afferma Pietro Gonella - Mi auguro che la gestione Pietrobon consolidi e rafforzi il ruolo e la funzione dell’Irccs nel nostro sistema sanitario nazionale».

 

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7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag I Un’altra domenica di tutto esaurito sulle spiagge di Giuseppe Babbo

 

Ancora una domenica da tutto esaurito. Anche ieri la Costa veneziana ha vissuto una giornata di autentico pienone. A partire da Jesolo presa letteralmente d'assalto dai pendolari dell'entroterra, oltre che dai turisti austriaci e tedeschi. Esattamente come se fosse piena estate. Fino a sera sono rimasti pieni gli 80 alberghi ancora aperti. La spiaggia, ormai in gran parte libera senza ombrelloni e lettini, si è trasformata così in un grande arenile libero, con migliaia di turisti distesi al sole e pronti a fare l'ennesimo tuffo in mare. Gran lavoro per i chioschi aperti, molti dei quali in serata avevano addirittura finito le scorte. Del resto difficilmente poteva essere il contrario con le temperature rimaste attorno ai 28 gradi anche ieri. «Secondo le nostre stime - ha detto il presidente dell'associazione jesolana albergatori, Massimiliano Schiavon - questo finale di stagione così positivo, dovrebbe comportare un aumento delle presenze di circa il 30%». Sullo sfondo le polemiche per l'assenza dei servizi, come il salvataggio, gli ombrelloni e i lettini e la promessa di migliorare l'organizzazione per il futuro. In serata non sono mancati i rallentamenti e qualche coda in uscita. Forse le ultime della stagione.

 

LA NUOVA

Pag 8 Mestre merita un sindaco (lettera di Enrico – Mestre)

 

Ero in Duomo a Mestre per la ricorrenza del santo patrono della mia città san Michele, e ho ascoltato molto attentamente l’omelia di don Fausto Bonini. Mestre è stata descritta in modo perfetto da don Fausto che ha analizzato problemi, pregi, sbagli del passato e prospettive per il futuro della città; il Duomo strapieno di gente è poi la conferma di un rinato bisogno d identità mestrina, e la frase «mestrini si diventa non si nasce», fa capire che don Fausto quest’identità ce l’ha nel cuore e in poco tempo è diventato cittadino di Mestre a tutti gli effetti, innamorandosene. Tuttavia non è stato affrontato il vero problema della città, ovvero l’amministrazione della stessa, forse perché in prima fila c’era il sindaco di Venezia (lo stesso che voleva abbattere l’ex emeroteca attigua al Duomo magari per farci fare delle righe blu dal suo assessore), o forse perché c’era il vice sindaco che è l’unico mestrino della giunta ma che non può decidere nulla. Io come migliaia di mestrini sostengo che una città può crescere solo se è amministrata da gente che ne conosce bene il territorio, e il Duomo pieno del 29 settembre sembrava proprio chiedere al sindaco di continuare ad amministrare la sua città, consegnando Mestre ad amministratori più adatti. Le quattro municipalità di Mestre hanno già un parroco che le rappresenta, adesso a questi 180 mila cittadini manca un sindaco.

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 2 ottobre 2011

Pag 1 Lo sfratto non può essere etnico di Claudia Fornasier

Gli alloggi sinti e il caso Mestre

 

L'arresto di nove residenti (su 150) del campo sinti di Mestre e di dodici loro ospiti accusati di quaranta furti in un anno, ha riaperto la polemica attorno all'esistenza del villaggio e ai 2,8 milioni di euro spesi dal Comune per realizzarlo. Lega e Pdl chiedono oggi di sfrattare gli assegnatari delle casette arrestati e tutti quelli che non pagano affitto e bollette. E' una richiesta politicamente comprensibile, ma perché sia anche legittima sul piano del diritto e dell'uguaglianza dei cittadini - e se vogliamo fare distinzioni care al Carroccio, almeno di quelli di cittadinanza italiana - Lega e Pdl che governano il Paese e il Veneto, devono far cambiare le leggi dello Stato e della Regione. Il Comune e l'Ater di Venezia, oggi guidato da un presidente leghista, hanno avuto tra i loro inquilini affiliati della banda Maniero, motoscafisti abusivi, motoscafisti regolari con dichiarazioni dei redditi da poveri e hanno tuttora (anche, non solo) ladri, spacciatori, rapinatori, sfruttatori, violentatori. Nessuno di questi è mai stato cacciato dalla casa pubblica per i reati commessi. E non vengono messe tutte alla porta le centinaia di famiglie che non pagano affitto e bollette e che fanno accumulare oggi, solo all'Ater di Venezia, 9 milioni di crediti in provincia. Il motivo è semplice: non è previsto dalla legge e quando è previsto (come nel caso della morosità) i distinguo sociali e economici sono tanti. Se così non fosse, se cioè tra casette al campo e alloggi pubblici ci fosse una differenza di regole, a tutti i sinti malavitosi converrebbe chiedere un alloggio comunale, per avere la certezza che nessuno li sfratterà mai, qualsiasi reato commettano. Se il Comune di Venezia avesse lasciato le quaranta famiglie nel vecchio campo in condizioni igieniche e di sicurezza precarie, con i bambini che faticavano ad andare a scuola dignitosi, avrebbe evitato i furti? No, visto che molti dei sinti arrestati giovedì hanno precedenti per gli stessi reati. Avrebbe risparmiato tre milioni è vero, ma questo è il prezzo della democrazia: quei soldi sono stati spesi per tutte le quaranta famiglie, la maggior parte delle quali è onesta, fino a prova contraria. Senza contare il fatto che i sinti sono stati spostati dall'area assegnata loro dalla parrocchia cinquant'anni fa, perché su quel terreno pregiato Ca' Farsetti ha un piano di recupero. Il Comune non deve fare sconti ai sinti - cittadini italiani, con una cultura diversa ma che fanno il servizio militare, entrano nell'esercito, votano - su pagamento degli affitti, bollette, rispetto delle regole. E deve far decadere le assegnazioni se risulteranno titolari di beni di lusso e proprietà in altri comuni, come fa con gli altri suoi inquilini. Se Lega e Pdl vogliono che i cittadini italiani - sinti e non - colpevoli di furto siano sfrattati dagli alloggi pubblici, hanno la possibilità e i numeri per far cambiare le leggi. Altri Paesi ne stanno già discutendo. Il leader del Labour party inglese Ed Miliband nel suo discorso al congresso di Liverpool, pochi giorni fa, ha sostenuto che il diritto all'assistenza e ai sostegni garantiti dallo Stato deve essere collegato al comportamento di chi ne beneficia. Una sorta di questione morale legata al welfare. E non parlava dei sinti inglesi, ma di tutti i cittadini britannici.

 

Pag 6 Mare d'autunno, è boom a Jesolo: 8 mila prenotazioni di Mauro Zanutto

Gli albergatori: «Ma niente ombrelloni e pochi locali aperti»

 

Jesolo - Ormai non c'è dubbio: a Jesolo è scoppiato il boom del mare d'autunno. L'ondata di bel tempo che i meteorologi non registravano al Nord da almeno 150 anni in questo fine settimana ha sortito il tutto esaurito. Pienone nei circa 80 alberghi ancora aperti sul litorale, ciò significa che la scorsa notte almeno 8 mila persone hanno dormito a Jesolo, ripopolata di tedeschi e austriaci, a cui oggi si aggiunge una prevedibile ondata di pendolari. Scene mai viste ad inizio ottobre, tanto che il presidente degli albergatori jesolani Massimiliano Schiavon è costretto a puntare il dito contro i gestori della spiaggia, colpevoli di non aver colto questa «coda» di stagione. Siamo ancora lontani dalla Versilia, dove Forte dei Marmi ha deciso di allungare l'estate fino al 30 ottobre, ma sulla costa veneziana qualcosa si sta muovendo. Punto nevralgico dunque Jesolo, dove ieri alle 14 il termometro segnava 31 gradi. Qui non c'è dubbio sull'appeal della spiaggia in autunno: grandi e piccoli che sguazzano in mare, arenile affollato come a maggio, chioschi presi d'assalto e nelle zone centrali di via Bafile negozi aperti. Unico neo la mancanza di servizi in spiaggia: gli ombrelloni sono aperti solo in poche zone centrali del litorale e il servizio di salvataggio ha chiuso il 20 settembre. «Tra operatori - argomenta Schiavon - dovremmo fare dell'autocritica: se ci fosse stato più dialogo saremmo riusciti ad offrire ai nostri clienti e ai pendolari una città più preparata. Dove siamo intervenuti in prima persona, siamo riusciti a riattivare alcuni servizi, ma qualche stabilimento e qualche chiosco avrebbe dovuto tenere aperto. Facciamo tesoro di questa esperienza ed auspichiamo che la chiusura dei servizi a metà settembre non si ripeta più in futuro». Sull'arenile, locali di punta come la «Capannina beach» nella centrale piazza Mazzini sono già chiusi: non è certo un buon biglietto da visita per una località che da sempre si professa pronta a cogliere al volo le nuove mode e opportunità. L'ondata di turisti d'ottobre, a cui si aggiungono i pendolari e proprietari di seconde case, ha così assalito i pochi chioschi aperti in spiaggia. «Questo bel tempo è decisamente un evento eccezionale - commenta il vicepresidente di «Veneto Chioschi», Federico Marchesin - voglio però precisare che non tutti hanno chiuso. Nelle zone centrali siamo aperti, e tra l'altro chi è ancora in attività sta lavorando molto bene il fine settimana». I commercianti sorridono sornioni. Se il non alimentare (abbigliamento e bazar) questa estate ha risentito della diffusa crisi economica, il prolungamento della stagione calda li sta aiutando. Conferma Angelo Faloppa di Confcommercio: «Il turista di settembre e ottobre non è quello più povero ma quello che cerca più tranquillità. Gran parte dei negozi di via Bafile sono ancora aperti, come d'estate. Prevedo che ristoranti e pizzerie questo weekend lavoreranno molto bene». Ma Bibione ha praticamente chiuso i battenti da una decina di giorni invece a Caorle qualche albergo è ancora aperto e, a conferma del trend, è stato preso d'assalto dagli amanti della tintarella. Il vicesindaco Gianni Stival non accusa gli operatori di aver chiuso troppo presto: «Nessuno poteva prevedere una simile situazione, ma il comparto balneare potrà fare il salto di qualità solo se la Regione posticiperà l'inizio dell'anno scolastico di due settimane. In questo modo si eviterebbe il crollo fisiologico di famiglie venete dal primo giorno di scuola e noi potremmo riformulare un nuovo calendario stagionale». Alberghi pieni anche a Cortina, ma non per il caldo che sta interessando anche le Dolomiti bensì per lo staff di «Vacanze di Natale», il cinepanettone diretto (28 anni dopo) da Neri Parenti e co-sceneggiato dai fratelli Vanzina.

 

Pag 9 Ducale finito, giù le maxi pubblicità di Gloria Bertasi

Scende il «cielo» di Toscani. La Piazza «riapre» restaurata nel 2014. Renata Codello: «Restyling in 6 anni, dopo un secolo fermi»

 

Venezia - Il conto alla rovescia è partito. Via le impalcature dal Ducale, il restauro targato Dottor Group è quasi finito e tra meno di tre settimane il Palazzo sarà restituita alla città dopo tre anni esatti di cantieri. «Il 20 ottobre si inizia a scartare il Ducale», annuncia la soprintendente Renata Codello. E' una data che i veneziani attendono da tempo, il «Cielo dei sospiri» di Oliviero Toscani che ha permesso di finanziare i lavori, ha scatenato ogni tipo di polemica tra chi non ha mai digerito le maxi-affissioni. E anche se ora sembra quasi che quelle pubblicità ci siano da sempre, tale è stato il loro impatto (tanto che lo stesso Toscani, escluso dagli allestimenti successivi, le ha ripudiate dicendo «ne è stato fatto un uso improprio»), la presenza dei grandi spot colorati è cominciata soltanto tre anni fa, nell'agosto del 2008. Come era stato programmato dall'inizio, tra fine ottobre e l'inizio di novembre il Ducale tornerà a campeggiare «nudo» e restaurato sulle foto di milioni di turisti. In area Marciana le pubblicità che resteranno saranno quelle della Biblioteca (dimezzata) e del Correr, fino al primo semestre del 2014. Non è l'unico restauro in dirittura d'arrivo. Attorno al 30 dicembre gli operai saranno impegnati in un altro smantellamento di cantiere, alla chiesa di San Simeon Piccolo a due passi da piazzale Roma lungo il Canal Grande. Se ne andrà dunque un altro cartellone pubblicitario al centro di polemiche, per le immagini delle modelle di Roccobarocco che nel 2009 risultarono poco gradite alla Curia. Piano piano dunque la città inizia a liberarsi di una parte delle maxi-affissioni, il metodo però sarà riutilizzato anche in futuro. Se andrà in porto, ad esempio, il rifacimento del ponte dell'Accademia l'impresa Schiavina disporrà di totem pubblicitari nei luoghi più frequentati della città e se il patron di Diesel, Renzo Rosso, sponsorizzerà i restauri di Rialto è facile che insieme ai soldi arrivi in città anche il logo del brand. Nell'attesa di capire come si evolverà la questione degli interventi con sponsor privati, a San Marco i lavori procedono e entro luglio 2014 la piazza sarà liberata da tutti i cantieri in corso e la si potrà ammirare nel suo antico splendore. Solo in un punto si continuerà a lavorare, le Procuratie Nuove. La presidenza del consiglio dei ministri ha finanziato il progetto di restauro presentato dalla Soprintendenza. I fondi, 2,3 milioni di euro, non sono ancora arrivati a Venezia ma sulla carta il finanziamento c'è ed è fuori da qualsiasi forma di convenzione, ossia non è legato alla necessità di reperire fondi da pubblicità. Sempre a San Marco si stanno ultimando i lavori alla Biblioteca marciana, si tratta del terzo lotto di interventi iniziato ancora nel 2006 e che a fine mese - la data di chiusura cantieri è stata fissata per il 30 ottobre - sarà ultimato. Fare un calcolo esatto di quanto è stato speso e si sta ancora spendendo per sistemare il salotto buono della città non è un'operazione semplice. Nel 2014, quando la piazza sarà liberata, sarà anche il decennale dell'avvio dei lavori e in corso d'opera - Ducale a parte che è costato come da preventivo 2,7 milioni di euro - progetti e finanziamenti sono cambiati. In teoria però, scalinata del Ducale compresa, le spese di aggirano sui 10 milioni di euro.

 

Escludendo la Basilica di San Marco, l'area Marciana non ha avuto interventi di restauro per oltre 100 anni con le conseguenze di uno stato di degrado diffuso e pericoloso. Nel 1999-2001 l'ufficio aveva fatto un intervento di restauro su parte della facciata della Biblioteca Marciana riscontrando molte alterazioni. Da allora vennero chiesti, a più riprese, fondi al Ministero per continuare i lavori, assolutamente necessari, anche sul fronte delle Procuratie Nuove che hanno goduto di fondi ordinari nel 2003, nel 2004 e nel 2008. Ma, dal 2005 in diverse occasioni erano cadute in calle dell'Ascension porzioni di pietra d'Istria, fino al distacco improvviso, nel 2007, di un intero concio di pietra dalla facciata di Palazzo Ducale con il ferimento di un turista. Ancora, la caduta di un pezzo di cornicione sopra i tavolini del Gran Caffè Chioggia, la puntellazione d'urgenza della Bocca di piazza nell'angolo del Correr ancora oggi visibile e il riscontro di un quadro fessurativo importante sulla parte centrale della facciata dell'Ala Napoleonica hanno dimostrato la fragilità dei monumenti. I tempi e l'entità dei finanziamenti ministeriali hanno le regole della programmazione che non sempre possono essere piegate all'urgenza. Anche le guglie di Palazzo Ducale (alte 3.5 m e molto sottili) hanno subito destato preoccupazione e, in questo caso, la Soprintendenza ha chiesto alla Direzione Regionale per i Beni Culturali un pronto intervento, finanziato nel 2008 e concluso nel 2009. L'impegno dello Stato nella tutela e conservazione è dunque ben evidente. Ma un secolo di uso e trascuratezza non si recupera facilmente. La necessità di disporre subito di ponteggi per la messa in sicurezza della Marciana (dopo il crollo sul Caffè Chioggia) e della parte centrale dell'Ala Napoleonica ha fatto accettare, per ragioni di evidente rischio della pubblica incolumità, urgenza e responsabilità diretta, la disponibilità della società Remedia con sede a Londra, che si avvaleva della collaborazione della ditta Gerso aggiudicataria del 1° lotto di lavori. Gli articoli 49 e 120 del Codice dei Beni Culturali disciplinano la sponsorizzazione di beni culturali individuando «ogni contributo, anche in beni o servizi, erogato per la progettazione o l'attuazione di iniziative in ordine alla tutela ovvero alla valorizzazione del patrimonio culturale». La Soprintendenza di Venezia non gestisce alcuna pubblicità né introiti. Sulla base delle proprie competenze tecniche ha individuato i lotti d'intervento - completamento della Marciana, facciata della Zecca, facciata dell'ala Napoleonica — stimato i costi, assumendo a riferimento il proprio intervento sulla Marciana e sull'Ala Napoleonica e deciso il cronoprogramma dei lavori. L'ufficio disciplina gli accordi tramite una convenzione aperta, non esclusiva, periodicamente sottoposta a verifiche tecniche e temporali. Senza contare il tavolo permanente sulle attività e sui cantieri gestito dal Comune con tutti i soggetti coinvolti. Ad oggi sono già stati conclusi 2 lotti di lavori sulla Marciana, il 3° lotto è imminente così come la chiusura del 1° lotto dell'ala Napoleonica. E in questi giorni è stato completato il 3° lotto dei lavori delle Procuratie Nuove, progettati e diretti dalla Soprintendenza. Palazzo Ducale, il restauro del negozio Olivetti di Carlo Scarpa come parte dell'intervento sulle Procuratie Vecchie, il consolidamento del Campanile: sono tutti tasselli di un piano-programma di ampio respiro che coinvolge istituzioni pubbliche e privati. Quanto alle sponsorizzazioni pubblicitarie occorre ricordare che grazie a queste il 5 agosto 2011 è stata inaugurata la facciata del Longhena di palazzo Giustinian-Lolin, fatiscente da 20 anni; il 7 settembre è stato inaugurato dal patriarca Angelo Scola il nuovo seminario patriarcale; a dicembre toccherà alla chiesa di San Simeon Piccolo - da anni transennata - che ha goduto anche di un finanziamento ordinario del Mibac; nel marzo 2012 si concluderà il delicato restauro della sagrestia della chiesa di San Bartolomio. Tutto ciò è sotto gli occhi di chi vuol vedere.              (Renata Codello - Soprintendente per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia e Laguna)

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 2 ottobre 2011

Pag XIV Per Villa Elena arriva il via libera dal Comune di Alvise Sperandio

Sbloccati gli ultimi permessi per il completamento dei lavori, struttura prona a inizio 2012. L’hospice potrà ospitare 20 posti letto

 

Il Comune sblocca Villa Elena. Con l'arrivo degli ultimi permessi, si fa finalmente in discesa la strada per il nuovo hospice che l'Opera Santa Maria della carità, proprietaria della struttura, vuole realizzare nell'ex quartier generale di terraferma del Patriarcato, in via Castellana, alla Cipressina. L'assessore all'Urbanistica, Ezio Micelli, è intervenuto in prima persona per risolvere l'empasse sul progetto che di fatto impediva la conclusione dei lavori necessari per arrivare all'inaugurazione nei primi mesi del prossimo anno. «L'amministrazione non solo non hai mai messo i bastoni tra le ruote, ma ha anche fatto quanto poteva per sciogliere i nodi e per raggiungere il traguardo. Noi riteniamo che il nuovo servizio previsto serva moltissimo a questa città e sin dal primo momento ci siamo impegnati a fondo per chiudere la partita», dice Micelli. L'assessore ha fatto da mediatore tra la proprietà del complesso e la commissione consigliare competente che nelle scorse settimane aveva negato le autorizzazioni richieste. I problemi riguardavano l'intervento su una pavimentazione esterna, la trasformazione di alcuni abbaini in terrazza e la costruzione del monta lettighe esterne presso un corpo estraneo alla villa, come aveva segnalato esattamente un mese fa proprio questo giornale. Giunto il via libera, ora manca un ultimo passaggio con la Soprintendenza, ma sarà una semplice formalità visto che già aveva espresso il benestare a restaurare il bene vincolato. Dal canto suo anche la Regione ha già accordato l'accreditamento dei 20 posti letto per malati terminali a disposizione dei quali saranno costruite delle stanze singole immerse nel verde e nella massima tranquillità, con la possibilità di essere assistiti 24 ore su 24 da un parente. Spiega don Corrado Cannizzaro, presidente dell'Opera Santa Maria della carità: «Per finire i lavori ci servono ancora alcuni mesi, ma finalmente possiamo agire con la consapevolezza certa che stiamo per consegnare la struttura alla città, che la aspetta ormai da quattro anni». Villa Elena è stata acquistata dalla Curia per 4 milioni di euro, la prima fase del cantiere ha richiesto un investimento di altri 2 e adesso ne servono altrettanti per finire quant'è necessario, compreso il recupero completo della devastazione subita lo scorso inverno a seguito dell'incursione di alcuni vandali, costata 700 mila euro. I nuovi posti letto che qui saranno ospitati appannaggio dei pazienti oncologici andranno a sostituire gli 8 oggi gestiti al centro Nazaret a Zelarino, che a loro volta saranno trasformati in degenza intermedia.

 

Pag XXXIX Mestre & dintorni. Come riconquistare la propria identità (lettera di Gianni Ferruzzi – Mestre)

 

Monsignor Bonini fa bene a spronare i mestrini a riappropriarsi della loro identità. Solo sentendosi parte di una comunità si può sperare in una ripresa della voglia di rifondare Mestre dopo il sacco perpetrato nei suoi confronti, per oltre 86 anni, durante l'amministrazione veneziana. Monsignor Bonini deve però chiarire il significato che da alla parola identità. Più volte è sembrato volesse pungolare i mestrini affinché si riappropriassero dell'autonomia amministrativa per poter scegliere come progettare il proprio futuro. Altre volte si dimostra acquiescente ad omologare Mestre a Venezia magari sulla scia di discutibili impostazioni filosofiche che favoleggiano di una "città duale" o di due facce di una stessa medaglia. Le potenzialità che si attribuiscono a Mestre potranno svilupparsi solo se si potrà liberamente ed autonomamente decidere da Piazza Ferretto quali siano veramente le cose utili per la città. Deve però cominciare a dimostrarlo con i fatti, per esempio operando il cambio della presidenza della Fondazione del Duomo sostituendo il veneziano Paolo Costa, notoriamente antimestrino, con una personalità sicuramente espressione della città di Mestre. Oppure chieda che a seguire una comunità religiosa di 200.000 persone sia almeno il vescovo ausiliare insediato a Mestre se il Patriarca che verrà dovesse ancora privilegiare la politica e il palcoscenico di Venezia.

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 1 ottobre 2011

Pag 8 «Se sono colpevoli pagheranno il loro conto, ma non siamo tutti così» di Alessio Antonini

Al campo dei sinti, il giorno dopo

 

Mestre - La strada che porta alle case di via del Granturco è polverosa. A pochi metri dalle trentotto casette in cui vivono circa centocinquanta sinti veneziani sono in corso i lavori della Vallenari bis. «Fanno rumore, ma non ci lamentiamo». Tra i sinti non c'è l'abitudine di lamentarsi. Prima stavano nelle roulotte fatiscenti di via Vallenari e il passaggio nelle casette a un piano del villaggio è già un lusso che due anni fa non potevano ancora immaginarsi. «Qualcuno di noi ha fatto qualche cazzata in passato, siamo tutti cresciuti per strada. Adesso però non è più così, i nostri figli vanno a scuola e alcuni hanno iniziato ad andare anche alle superiori», racconta uno di loro chiedendo espressamente che non siano citati i nomi di chi parla. C'è diffidenza di fronte ai giornalisti. La maggior parte dei sinti che vive nel villaggio di via del Granturco porta a casa la giornata comprando e vendendo ferro, altri lavorano come uomini di fatica per ditte di traslochi e la paura è che l'arresto di nove Braidic si abbatta su tutti i residenti del villaggio. «Qui c'è anche chi ha la partita Iva e lavora regolarmente - puntualizza un altro residente - Siamo persone oneste, non bisogna fare di tutta un'erba un fascio». Tutti onesti? «Io sì - interviene subito l'amico - non garantisco per gli altri». Nel villaggio i sinti si conoscono tutti. Si conoscono come si conoscono i vicini di casa in un grande condominio. «Poi c'è quello che ti sta simpatico e quello che ti saluta e basta - spiega un altro - non è che sappiamo tutto di tutti». Come dire che non era possibile sapere se Gaetano Braidic e i suoi familiari avessero più disponibilità economica degli altri. Nel campo entrano ed escono continuamente macchine di grossa cilindrata e gli uomini non nascondono i loro orologi o le collane d'oro. «Quando abbiamo qualche soldo in tasca compriamo macchine di lusso perché fa parte della cultura del nomadismo», spiega uno di loro. «Compriamo auto usate, incidentate, con segni sulla carrozzeria - dice un anziano - poi le mettiamo a posto. Molti hanno l'auto grossa e pochi soldi in tasca. Va tu a sapere se uno ha l'auto grossa e tanti soldi in tasca...». Nel campo la tensione per quello che è successo è palpabile: il giorno dopo il blitz dei carabinieri il timore è quello di tornare al clima di due anni fa, quando i sinti sono finiti al centro della bufera politica e della campagna elettorale. Qualcuno di loro ieri ha dovuto fare finta di nulla di fronte alle occhiatacce dei clienti di un bar o dei venditori di ferro con cui sono abituati a lavorare. «Qui stiamo parlando di indagati - frenano - anche il presidente del Consiglio è indagato. Nessuno lo ha mandato via dal governo». E se fossero condannati tutti e nove? «Allora pagheranno il conto con la giustizia come è giusto che sia - continua l'amico - ma non li mandiamo via noi, mica sono lebbrosi». La presunzione di innocenza vale per tutti, anche per uno che avrebbe rubato un milione di euro. «Ma chi vuoi che resti qua con tutti quei soldi - sorride un altro sinto - siamo realisti dai...». Non è del blitz di ieri però che i residenti di via del Granturco vogliono parlare. Piuttosto vogliono raccontare come vivono, cosa fanno, ora che si tornano a sentire la frase «via di qui». «Siamo italiani, abbiamo fatto quasi tutti il militare - spiega uno degli uomini - io sono stato in Libano per difendere la patria. Non si dica che non sono italiano. Sono povero, quello sì. Ma non credo che questo sia un crimine». Anche le tensioni sorte intorno al mancato pagamento delle bollette sono risolte. «Qualcuno era in ritardo, è vero. E che ci vuoi fare?». Nulla. E infatti dopo qualche mese, i sinti hanno pagato per non rimanere senza luce e gas come tutti gli altri residenti del veneziano. Tutto normale insomma? «Tutto normale gaggio, tutto normale». Gaggio? «Sì certo. Mica sei sinto tu...».

 

Pag 19 Venezia e l'Egitto: intrecci e scambi millenari di Andrea M. Campo

 

Venezia fu «porta d'oriente» nell'età d'oro di Bisanzio, all'apice della sua espansione e al crollo del suo impero. Ugualmente fu approdo della «Via della seta», che ne permise l'interazione con i popoli del Sol Levante, dell'Asia Minore e del Medio Oriente. Ma fu anche, già agli albori della nascita della Serenissima, una «Venetia marittima» che guardava verso il mondo arabo in espansione e con cui intraprese un lungo e proficuo rapporto di commerci e di cultura; un intreccio che la condusse a una duratura relazione con il territorio «sentinella» tra il blocco asiatico e il blocco africano: l'Egitto. Sul millenario rapporto di scambi tra le due porte, nasce Venezia e l'Egitto, mostra a cura Enrico Maria Dal Pozzolo, Rosella Dorigo e Maria Pia Pedani (catalogo Skira) fino al 22 Gennaio a Palazzo Ducale di Venezia. Si tratta di 300 opere per narrare «un lungo percorso storico che comprende un ampio arco temporale, toccando diverse tematiche che spaziano dalle relazioni commerciale, a quelle diplomatiche e a quelle artistiche». «Questa mostra vuol essere un racconto- spiegano i curatori nell'introduzione - per presentare la più che millenaria storia dei rapporti tra Venezia e la terra d'Egitto utilizzando reperti, immagini, suggestioni provenienti dagli ambienti più vari e studiati in ambiti disciplinari diversi». Il percorso espositivo è diviso in nove sezioni in cui viene ricostruito, seguendo il filo della composizione narrativa classica, ogni aspetto condiviso dai due popoli: in Testimonianze egizie nel veneto romano alcuni coni risalenti ai primi tre secoli avanti Cristo (monete quali il Denario Antonio-Cleopatra, del 32 a.C. realizzato dalla zecca al seguito di Marco Antonio) nonché alcuni reperti ( come la Statuetta di Iside in marmo bianco o la Testa di Sfinge in sienite delle cave di Assuan); nella seconda sezione Le storie di San Marco, che si apre con una Pala feriale realizzata da Paolo Veneziano e figli, l' incidenza della figura del santo patrono e del suo simbolo alato nella vita cittadina (Raffigurazione e iscrizione commemorativi del rinvenimento del corpo di San Marco nella basilica marciana di Venezia del XVI secolo); la terza, intitolato Il viaggio raccoglie cartografie nautiche, strumenti e documenti che raccontano la rotta del Levante. In Tesori, commerci, politica si apre una finestra sul quotidiano in antitesi con L'Egitto immaginato della sezione successiva in cui i grandi artisti veneti si avvicinano le grandi storie bibliche (Mosè alla prova del fuoco di Giorgione, la xilografia di Tiziano Vecellio dal titolo La sommersione del Faraone nel Mar Rosso, due oli del Tintoretto Giuseppe e la moglie Putifarre e Santa Caterina disputa con i dottori di Alessandria. E ancora due acqueforti di Giovanni Battista Piranesi e una di Giandomenico Tiepolo). Nella sezione Intrecci culturali la mummia di un neonato apre a I viaggiatori dell'Ottocento con documenti (tra cui Viaggi in Egitto ed in Nubia contenenti il racconto delle ricerche e scoperte archeologiche fatte nelle piramidi nei templi nelle rovine e nelle tombe di quei paesi seguiti da un altro viaggio lungo la costa del Mar Rosso e all'oasi de Giove Ammone di G.B. Belzoni), ritrovamenti dei navigatori e una seconda mummia (Mummia di Nemenkhetamon). La settima sezione Le avventure ottocentesche di Belzoni e Miani è dedicata a due «antenati di Indiana Jones», dicono scherzosamente i curatori, di grande fama: l'acrobata, avventuriero, appassionato di viaggi e antichità Giovanni Battista Belzoni e uno dei padri dell'archeologia italiana Giovanni Miani. L'ottava sezione è un omaggio all'arte di un pittore spesso trascurato Ippolito Caffi, un Canaletto sul Nilo e infine la nona dal titolo Il sogno di Suez è dedicata alla realizzazione del canale.

 

LA NUOVA di sabato 1 ottobre 2011

Pag 5 Trevisiol: «Cacciari sbagliò» di m.a.

 

Mestre. «Ho sempre avuto un buon rapporto con l’ex sindaco Massimo Cacciari, ma come ho avuto modo dire in più di un’occasione, sono sempre stato contrario alla soluzione del villaggio sinti». Don Armando Trevisiol, protagonista di tante opere di carità nel Veneziano, non nasconde il suo pensiero. «Il fatto di aver realizzato un nuovo villaggio - spiega - ha ghettizzato i sinti ancora più di prima, sappiamo che taluni non pagano l’affitto, sappiamo che in alcune cose mancano». Non è però questo il punto: «Non sono contro i sinti ma vanno aiutati a crescere e a superare la loro cultura, a spezzare alcune tradizioni e ad interagire con gli altri, per questo sarebbe stato opportuno inserirli in appartamenti e magari utilizzare le casette in altro modo, per far sì che con pazienza e nel tempo, si integrassero con la società». «Come persone - prosegue don Trevisiol - ovvio che la Chiesa li sostiene con pazienza, umiltà e impegno come fa con tutti: le intenzioni di Cacciari erano sicuramente ottime, ma sbagliate. Il tema è difficile ma va ricordato anche che tra i sinti ci sono state persone che sono diventate deputati e pure un santo».

 

Pag 36 Festa di San Francesco, tutti gli appuntamenti di Francesco Macaluso

Cavallino. Domani una corsa e una regata

 

Cavallino. La festa di San Francesco, patrono di Cavallino-Treporti, durerà una settimana a partire da oggi e prevede domani due manifestazioni sportive. Dalle 9.30 di domani avrà luogo la terza edizione della «Corsa di San Francesco», organizzata dall’Atletica Jolly. Il percorso è stato modificato: confermata la partenza dalla piazza del municipio a Ca’ Savio, il tracciato di 12 chilometri si svilupperà in via Julia, Lungomare San Felice, via degli Armeni e via Pordelio. L’arrivo è fissato nella piazza S.M. Elisabetta a Cavallino. Proprio qui, contemporaneamente alla corsa, su un circuito di 400 metri da ripetere più volte, avrà luogo una gara riservata alle categorie giovanili e alle scolaresche. Numerosi anche quest’anno i premi che saranno assegnati ai primi classificati, tra cui un soggiorno a Roma per due persone. Le iscrizioni al costo di 7 euro sono aperte e lo saranno fino a mezz’ora prima della partenza della gara prevista per le 9.30. Per informazioni: tel. 335.275927 o 347.3580144. Toccherà poi alla regata di San Francesco, organizzata dalla Canottieri Treporti in collaborazione con l’Anmi Marinai d’Italia. Si tratterà di una regata su mascarete a due remi con partenza alle 11 davanti alla sede della Canottieri-Treporti. Fra le celebrazioni religiose oggi alle 18 ci sarà l’arrivo della venerata icona di San Francesco, mentre alle 18.30 è prevista la messa. Domani alle 18.30 ci sarà la messa nel secondo giorno di Triduo, mentre lunedì alle 18.30 la messa con accompagnamento dell’icona all’approdo in Pordelio. Martedì messa alle 18.30 celebrata dal delegato patriarcale monsignor Valter Perini e dai parroci del Comune.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 1 ottobre 2011

Pag XIII Ca’ Savio, si festeggia San Francesco di Giuseppe Babbo

Da stasera le celebrazioni religiose, domani si parte con gli appuntamenti sportivi

 

Festa di San Francesco, Cavallino-Treporti celebra il Santo Patrono con momenti religiosi e sportivi. Le celebrazioni religiose inizieranno questa sera nella chiesa di Cà Savio, alle 18 con l'arrivo della venerata icona di San Francesco e la successiva santa messa alle 18.30. Le messe verranno ripetute con lo stesso orario fino a martedì 4. Quest'ultima messa sarà celebrata dal delegato Patriarcale monsignor Valter Perini e dai parroci del Comune. Per la parte sportiva, domani, domenica ci sarà la seconda regata di San Francesco su mascarete a due remi, organizzata dalla società Canottieri Treporti in collaborazione con l'associazione Anmi Marinai d'Italia. Partenza alle 11 davanti alla sede della Canottieri. Sempre domani si svolgerà anche la terza corsa di San Francesco organizzata dall'«Asd Jolly». Si tratta di una corsa podistica competitiva di 12 chilometri da Ca’ Savio (Piazza Papa Giovanni Paolo II) a Cavallino (Piazza S.M. Elisabetta) e una gara podistica competitiva per le categorie giovanili, riservata alle società affiliate alla Fidal e alle scolaresche, di 2 chilometri su un circuito di 400 metri con partenza e arrivo da Cavallino. Entrambe le competizioni partiranno alle 9.30 sono valide anche per l'assegnazione del titolo di campione provinciale di corsa su strada della categoria Fidal.

    

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8 – VENETO / NORDEST

 

IL GAZZETTINO

Pagg 16 – 17 Nell’inferno del carcere di Giuseppe Pietrobelli

Scoppiano i penitenziari del Nordest: tre metri quadrati a testa invece di nove, 4443 persone negli spazi previsti per tremila

 

L’inquilino del terzo piano-letto del carcere di Santa Maria Maggiore deve dormire legato. Perché cadendo da quell’altezza potrebbe farsi davvero male, anche se in qualche caso il volo verrebbe paradossalmente attutito da altri detenuti, costretti a dormire sul pavimento. Il recluso non può restare sempre in piedi, nella propria cella, ma deve farlo a turno con gli altri occupanti, perché non c’è spazio a sufficienza per consentire a tutti - e contemporaneamente - di usufruire del sacrosanto diritto di sgranchirsi le gambe. Che sia o meno in attesa di giudizio, il detenuto non può lavorare né andare in biblioteca, non può occupare il proprio tempo con qualche attività, ma è costretto a restare per 22 ore della giornata nello stesso luogo dove mangia, dorme, fa i propri bisogni. Il mondo di chi occupa una cella è uno spazio individuale di meno di tre metri quadrati, quando per legge dovrebbe essere tre volte maggiore. Significa che la popolazione carceraria vive ammassata, accatastata, dentro un formicaio di ferro e cemento senza speranza. Si è concluso da poco il dibattito in Senato sulle condizioni di vita dei detenuti italiani, innescato dagli scioperi della fame di Marco Pannella, dalle iniziative dei radicali italiani e dalle proteste degli avvocati penalisti. Nel pianeta-carcere si vive e si muore in condizioni disumane. Lo dimostra anche la situazione dei 16 istituti di pena del Nordest, al collasso. Perché a fronte di una capienza di circa 3 mila posti, le persone presenti sono oltre 4400. Ogni due detenuti ce n’è uno in più che divide lo stesso spazio angusto, respira la stessa aria viziata e usa l’unico servizio sanitario della cella. Le tabelle di questa pagine forniscono solo i numeri, impersonali, seppur eloquenti. Ci sono carceri come Vicenza (più 144 per cento), Treviso (più 112 per cento) e Tolmezzo (più 104 per cento) dove le presenze sono più del doppio di quelle previste. Ci sono la casa di reclusione di Padova (più 95 per cento), Santa Maria Maggiore a Venezia (più 89 per cento) e Udine (più 95 per cento) dove si sfiora il raddoppio del numero di persone. Dietro le cifre ci sono le storie, le sofferenze di chi - condannato a espiare pene o detenuto in attesa di giudizio - si trova in una situazione ambientale disumana. Allo sciopero della fame hanno aderito perfino alcuni direttori di istituti penitenziari e questo la dice lunga su quanto gli operatori carcerari si rendano conto del dramma quotidiano in cui anche loro sono immersi. «La tensione nelle carceri quest’estate è cresciuta in maniera esponenziale, perché il caldo e l’afa hanno acuito i problemi connessi alla detenzione e alla promiscuità». spiega Donato Capece, segretario generale del Sappe, il sindacato autonomo di Polizia Penitenziaria. Che aggiunge: «Il governo e il Parlamento devono mettere concretamente mano a uno stato delle cose giunto a un livello di emergenza». Cosa fare? «Serve una nuova politica della pena, non più differibile, che ripensi organicamente il carcere. L’unica via d’uscita è il ricorrere alle misure alternative alla detenzione che - come dimostrano i numeri - sono lo strumento migliore per garantire la vera sicurezza per i cittadini». Chi si allontana dal carcere per una seria prospettiva di lavoro all’esterno, quasi sempre non tenta di commettere altri reati.

 

Venezia - Neanche gli avvocati sono riusciti a configgere l’apatia istituzionale che circonda il pianeta carcere. Risale al 2006 il primo esposto che la Camera Penale di Venezia depositò in Procura per denunciare le scandalose condizioni di vita a Santa Maria Maggiore e chiedere una «verifica urgente» sulla situazione logistica e igienico-sanitaria da parte dell’Ulss 12. «Non abbiamo avuto alcun risultato...» allarga sconfortato le braccia l’avvocato Antonio Franchini, presidente della Camere Penale.

Cosa scrivevate nell’esposto?

«Dati che oggi risultano perfino aggravati: 270 detenuti presenti a fronte di 160 posti letto regolamentari, insopportabili livelli minimi di vivibilità nelle celle, stipate di letti e dagli spazi ridottissimi. Il fatto che il "reparto lavorazione" fosse impiegato come dormitorio. L’impossibilità di avere spazi di socialità».

Poco spazio cosa significa?

«Che le celle, già anguste, con gli attuali livelli di occupazione assegnano uno spazio di 3 metri quadrati per detenuto, quando dovrebbero avere una superficie minima di 9 metri per una persona e 14 metri per due persone, poi 5 metri quadrati per ogni persona in più».

Lo spazio è ridotto a meno della metà.

«Infatti, ma l’Ordinamento Penitenziario prevede anche che i locali debbano permettere il lavoro e la lettura e che gli spazi destinati al trattamento debbano essere distinti da quelli destinati al pernottamento. Questa situazione è da Quarto Mondo. E ciò è ancor più grave se si pensa che metà dei detenuti sono in attesa di giudizio e che il 60 per cento sarà poi assolto. Bene ha fatto il ministro a dire che va ridotta la custodia cautelare».

Voi avete organizzato manifestazioni, qualche mese fa un dibattito sul nuovo carcere. Che cosa si può fare?

«Una strada percorribile da subito c’è e l’abbiamo indicata. Il vero problema è la turnazione dei detenuti, il via vai di chi resta in cella pochi giorni, perchè ha il processo per direttissima, o viene scarcerato dopo l’udienza di convalida. Queste persone non dovrebbero entrare neppure in carcere».

Dovrebbero stare in cella di sicurezza?

«Certo, nelle strutture di Polizia. L’allora procuratore di Vicenza, Salvarani, aveva dimostrato che la soluzione era possibile e funzionava. Perchè riduce la burocrazia penitenziaria e diminuisce il numero di persone che entrano ed escono».

Cosa dite del progetto di nuovo carcere?

«Che il ministero deve farsi carico di decidere il luogo dove costruirlo, altrimenti si rimane tutti ostaggio degli egoismi localistici».

I penalisti aderiscono alla catena dello sciopero della fame promossa dall’Unione delle Camere Penali in appoggio alle iniziative di Marco Pannella e dei radicali. Un avvocato al giorno beve solo liquidi senza zucchero. La prima toga veneta è stata Carmela Parziale. Ad ottobre è il turno di altri undici: Ravagnan, Simonetti, Zampieron, Cagnin, De Biasi, Vassallo, Andreatta, Bortolotto, Marin, Stocco, Pauro.

 

Venezia - «La situazione? Un disastro. Lo Stato dimostra il vero volto dell’illegalità proprio nel luogo dove la gente finisce per aver violato la legge. E dove dovrebbe redimersi». Il veneziano Franco Fois, dei Radicali Italiani, conosce molto bene la realtà del Nordest.

Cosa denunciate?

«Il sovraffollamento, ma non solo. Il mancato rispetto dei livelli minimi di spazio per persona. La mancanza di attività lavorative o di locali per attività culturali. Personale sotto organico e costretto a ritmi massacranti».

Ministri e sottosegretari dicono che si sta lavorando per realizzare nuove strutture.

«Si può replicare con qualche esempio. A maggio la direzione di Santa Maria Maggiore a Venezia aveva già esaurito il fondo di 5 mila euro per la manutenzione del carcere. Se si rompe una lampadina non ci sono soldi per sostituirla. E sempre a Venezia i fondi sono stati ridotti nella previsione che venga costruito un nuovo carcere che è appena sulla carta. E non usano dal 2008 una struttura come il Sat alla Giudecca che è vuoto perchè manca il personale».

A Rovigo dovrebbe essere pronto il nuovo carcere tra un anno.

«La situazione dei detenuti di Rovigo è indegna, costituisce la riprova di quanto le carceri siano una discarica umana. Stanno costruendo dal 2003 e i lavori sono ancora in corso. Siccome non ci sono più soldi non faranno nemmeno gli alloggi delle guardie».

La sicurezza?

«Entri nella sala di regia a Venezia con i monitor vecchi di trent’anni, senza zoom, in parte inutilizzabili. E poi ne riparliamo in quanto a sicurezza».

  

Il Nordest è disseminato di croci per suicidio in galera. Lo segnala "Ristretti orizzonti" in un dossier agghiacciante (dal 2000 ad oggi). A Venezia si sono uccisi Mohamed, un marocchino e Ilie. A Padova Circondariale: Mihai, Artur, Jed e Mehedi; in casa di Reclusione Salvatore, Anacleto, Bayrem, Sergio, Pietro, Walid, Giuseppe, Santino. A Vicenza Simon, Carlo, Abdelmijd, Plinio. A Udine, Ramon. A Verona Domenico e Giacomo. A Tolmezzo, Renzo, Bruno, un rumeno. A Rovigo, Giuliano. A Gorizia, Davide. A Belluno, Ferruccio, Massimo, Mohamed e Mirco.

    

CORRIERE DEL VENETO di sabato 1 ottobre 2011

Pag 1 Ricordiamoci chi eravamo di Vittorio Filippi

 

Il Mezzogiorno sta affondando. Letteralmente. L'analisi viene dal Rapporto Svimez 2011, che fotografa in modo impietoso (forse perché non c'è proprio più spazio per la pietà) un pezzo d'Italia che sta andando alla deriva. In tutti i sensi. La ricchezza, ad esempio, segna una frattura tra la Lombardia, la regione italiana più ricca, e la Campania, in cui la prima ha un Pil procapite che è esattamente il doppio della seconda. E nel 2011 il divario si va accentuando: il quadrilatero delle regioni forti, cioè Lombardia, Veneto, Friuli ed Emilia, crescerà attorno all'1 per cento, il Sud di un misero 0,1. La deindustrializzazione e la continua emorragia di posti di lavoro non solo esalta la disoccupazione giovanile - al Sud lavora meno di un giovane su tre - ma rilancia quel triste déja vu che si chiama emigrazione (soprattutto giovanile e scolarizzata), soprattutto verso il Nordest. Dal 2000 al 2009 quasi 600 mila meridionali se ne sono andati via, con speranze simili a quelle che ebbero i loro conterranei mezzo secolo fa. Anche la demografia ci mette la sua: un perverso cocktail di bassa natalità, ridotta attrazione di stranieri ed emigrazione sta desertificando la società meridionale nelle sue forze più giovani. A leggere l'analisi dello Svimez in questo freddo centocinquantesimo di Unità del paese sembra che l'Italia unita si divenuta solo un concetto dovuto, buono per i discorsi ufficiali o per patriottismi ingenui. I numeri presentano un paese dalle fratture socioeconomiche - ma anche culturali, da antropologie differenti - talmente rilevanti e crescenti da far pensare all'inevitabilità di future faglie sismiche disastrose. In altre parole occorre chiedersi con franchezza quanto rischia questo Paese tanto dis-unito e quanto sia recuperabile, concretamente, una omogeneità compatibile anche con la tenuta politica. Una comprensione particolare dovrebbe venire proprio dal Veneto e dalla sua capacità di memoria storica. Dovrebbe ricordarsi, il Veneto, di quando era (alla metà degli anni Cinquanta) il «Sud del Nord» che emigrava anche verso il ricco Nordovest, quel «triangolo industriale» che ormai ha spostato il suo epicentro produttivo. Ma soprattutto dovrebbe chiedersi, il Veneto, se comprende che lo sfacelo del Sud è anche un problema per il Veneto stesso o se - a parte il pensare di tirar su i ponti levatoi del fiero castello padano contro i neosaraceni - preferisce ritrarsi infastidito in una rancorosa, ostile diffidenza. Avendo alle spalle un percorso di successo (pur fragile, come dimostra la crisi) che ha prodotto la vincente antropologia dell'«individualismo piccolo-proprietario», i problemi sempre più arruffati del Mezzogiorno vorremmo riporli sbrigativamente nella categoria dell'«Europa selvaggia», come nel passato i viaggiatori etichettavano i Balcani. Una «Italia selvaggia» insomma, da isolare se non da amputare. Ma se è così, e se la questione che conta è solo quella settentrionale, allora è l'Italia stessa che si dilegua. Come il Mezzogiorno.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 1 ottobre 2011

Pag I La storia di mamma Elda, che allevò otto figli non suoi di Paolo Favaretto

 

Lacrime di commozione a "Family net". E’ quanto accaduto al convegno organizzato dal Comune di Spinea sul tema delle politiche familiari sabato scorso 24 settembre. Gli organizzatori avevano chiesto alla cittadinanza di segnalare storie di impegno e coraggio in ambito famigliare. Tra tutte quelle pervenute è stata scelta la storia della signora Elda Trabacchin in Coldebella. Una storia di amore, coraggio, fatica che ha commosso tutti i presenti. Elda sposa Giannino, quarantaseienne vedovo con otto figli da crescere, nel 1970. Lei ha otto anni di meno, non si è mai sposata ed ha un lavoro che le garantisce una vita tranquilla. Entra in casa come una vera mamma e conquista subito l’affetto di Paolo (nato nel 1953), Lucio (nel ’54), Daniela (’58), Carla (’60), Renzo (’62), Fabio (’64), Annamaria (’67) e Patrizia (’69). All’inizio della loro unione Patrizia ha meno di un anno, Paolo sedici. Giannino proviene da una famiglia numerosa e profondamente religiosa ed egli stesso è molto religioso. E’ il più anziano di dodici fratelli di cui tre sono diventati sacerdoti e due suore. Quando cerca una nuova moglie lo fa perché pensa soprattutto ai suoi figli.

 

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… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 La nave sbanda. Chi c’è al timone? di Giovanni Sartori

Sistemi di voto e naufragio delle idee

 

La notizia è che la richiesta di referendum sulla riforma del sistema elettorale ha trionfato con un milione e duecentomila firme (ne bastavano 500.000). Se verrà accettato dalla Corte costituzionale, molti dicono e scrivono che così «si tornerebbe al sistema precedente, al Mattarellum». Ma non è vero o comunque non è detto. L'articolo 75 della Costituzione dice così: «È indetto referendum popolare per deliberare l'abrogazione totale o parziale di una legge». Il testo dice chiaramente, dunque, che il nostro referendum è soltanto abrogativo e quindi che consente soltanto cancellazioni, non aggiunte e modificazioni. Inoltre, la prassi della Corte costituzionale è, di regola, di richiedere che il testo «tagliato» risulti immediatamente applicabile. Come è ovvio, perché nessun sistema politico può restare senza sistema elettorale. Ma il discorso finisce qui. Nessun referendum può ripescare una precedente legge elettorale (in questo caso il Mattarellum). Io, per esempio, ho combattuto il Porcellum, ma ho anche avversato il Mattarellum. E forse non sono il solo. Proseguendo, anche Bossi, oramai, dà i numeri. Le sue truppe sono stanche e scontente. Così Bossi le ha galvanizzate, a Pontida, ripescando dal suo vecchio repertorio la secessione. L'Italia rischia la bancarotta e Bossi sa solo sguainare la sua sciabolina di latta. E vuole Grilli come nuovo governatore della Banca d'Italia perché lui, Grilli, è milanese. Siamo al limite del ridicolo. Ma se la destra non ride, la sinistra dovrebbe piangere. A dispetto di tutto, il centrodestra di Berlusconi nei sondaggi regge. Lui, Berlusconi, è in calo di popolarità; ma il suo partito, inclusi comprati e alleati, tutto sommato tiene. Ogni settimana il tg di Mentana ci presenta lo stato dell'opinione rilevato dal suo aruspice e le variazioni sono piccole, pressoché insignificanti: mezzo punto più, mezzo punto meno o giù di lì. Eppure, come scrive Ostellino, per Berlusconi «il tempo è scaduto» visto che «non è stato la soluzione dei problemi del Paese ed è diventato lui stesso il problema». Non si potrebbe sintetizzare meglio. Eppure, le opposizioni e la sinistra restano dove sono. I loro guadagni sono magrissimi. Perché? È ovvio: perché non hanno trovato un vero leader, perché Di Pietro e Vendola sono controproducenti per la sinistra riformista e moderata che ha perduto la sua vecchia ideologia senza riuscire a rifondarsi, come invece è riuscito a quasi tutte le altre socialdemocrazie europee. Le nostre sinistre si esaltano, oggi, con le primarie e con i voti che riescono a mobilitare per un referendum. Ma non sono nemmeno capaci di decidere quale sia il buon sistema elettorale che propongono. Io ho conosciuto bene, data la mia età, la Prima Repubblica. Allora protestavo. Ma la Seconda Repubblica è stata incomparabilmente peggiore. È il momento di dirlo a chiare lettere.

 

Pag 8 Olmi e quel “no” a tutte le Chiese di Armando Torno

 

All'anteprima milanese del film di Ermanno Olmi Il villaggio di cartone, ieri sera al Piccolo Teatro, è seguito un confronto sulle tematiche dell'opera, «densa di emozioni e di magia» (ha notato Ferruccio de Bortoli), nella quale non mancano domande politiche. Cominciamo dall'ultimo intervento, dello stesso Olmi. Dopo aver ricordato che «a ottant'anni non ho più prudenza», ha proferito una frase accolta con entusiasmo: «Non credo più alle chiese religiose, laiche e culturali». Perché «altro non sono se non il luogo in cui ci rassicuriamo, demandando a esse di occuparci di noi». E ancora: «Non avendo chiese sono solo, ma in questa solitudine ho capito il valore della libertà». Parole che accanto a quelle di Giovanni Bazoli, dette in apertura, indicano la natura dell'ultimo lavoro del regista: «Olmi non ha voluto realizzare un'opera poetica (L'albero degli zoccoli) o epica (II mestiere delle armi), ma propone agli spettatori degli interrogativi. Temi supremi, temerari». E poi, dopo un richiamo al Tolstoj di Resurrezione e alla tragedia greca: «La trama di Olmi è un pretesto che serve a sollevare domande che sono destinate a rimanere senza risposta». Che il film sia di «forte rilevanza politica e sociale» lo nota ancora Bazoli, ponendosi quesiti quali «l'accoglienza deve prevalere sulla legalità?». Si arriva in tal modo al nocciolo della questione. La pellicola di Olmi - noterà Sergio Escobar - «non è sull'immigrazione ma su di noi». O meglio, «sulla realtà che si è messa a bussare alle porte chiuse delle nostre certezze». Nell'edificio sacro non più adibito al culto de Il villaggio di cartone nasce un'accoglienza che rovescia le prospettive affrontate da molti programmi politici. Don Gino Rigoldi ribadisce che il sacerdote dovrebbe «leggere il Vangelo prendendolo concretamente sul serio». Sullo schermo, d'altra parte, questo regista innamorato (o ossessionato?) da Cristo ricorda - ha sottolineato de Bortoli - che «la chiesa dismessa è meglio di quella funzionante». E il laico Giulio Giorello si lascia sfuggire: «Forse ho capito grazie al film di Olmi il senso della preghiera». Dopo una lieve ma significativa pausa, ha ripetuto quanto si è sentito in quell'edificio ripopolato dagli immigrati: «Si prega per non sentirsi soli». In fondo, «la religione è strumento di liberazione»; Bazoli aveva già notato che l'«accoglienza ridà un senso al tempio sacro». Insomma, lo libera dai cavilli del mondo e lo riconsegna al messaggio di Cristo. E ancora Bazoli, individuando gli assi cartesiani di Olmi: «Preghiera da un lato, carità dall'altro». Ma la politica, con fatti e riti? Si è avvertita nel film grazie anche alle sirene della polizia o si è vista irrompere nella chiesa con gli uomini che controllano i documenti. Chi sono?, verrebbe da chiedersi. Si potrebbe dire del loro comportamento: «È quella stupidità che priva dell'umanità» (Escobar), ma sarebbe quasi fuori luogo. Stupida è una società che ignora i problemi e chiede alla politica di anestetizzarli. Dallo schermo urla il libero Olmi: «Il bene è più della fede».

 

IL GIORNALE

Via all'assalto giudiziario. Le mani in tasca a Silvio di Alessandro Sallusti

Riprende il processo numero 26 nei confronti di Berlusconi. Le condanne? Zero. In aula 132 testimoni, 100mila intercettazioni. Le vittime? Zero. Equivalente al guadagno di 25 anni del suo lavoro

 

Oggi entra nel vivo a Milano il processo a Silvio Berlusconi per il caso Ruby. Qui non si parla di inchieste ma della più grande operazione di spionaggio messa in piedi da un potere dello Stato, la magistratura, contro un premier in carica. Spionaggio illegale non sulla sua attività pubblica o imprenditoriale ma sul suo privato. Manca il reato, mancano le presunte vittime. Nessuno degli oltre cento ospiti della villa di Arcore chiamati a testimoniare dopo essere stati intercettati e schedati, si è mai lamentato di alcunché. Anzi, semmai dagli atti risulta che Silvio Berlusconi è uno squisito e generoso padrone di casa. Lo dice anche la famosa Ruby, unica minorenne agli atti, la quale ha aggiunto di aver mentito al premier e a tutti sulla sua età e sulle sue generalità. Quello che si apre è quindi uno spettacolo di giustizia mediatica, frutto del protagonismo e dell'odio di pm spregiudicati. Siamo al processo numero 26 in diciotto anni, senza che l'imputato sia mai stato condannato una sola volta. In compenso una condanna di fatto c’è stata eccome. Per difendersi Berlusconi ha dovuto sborsare oltre trecento milioni di euro ad avvocati e consulenti. Che se sommati al risarcimento-rapina di seicento milioni nella causa civile con De Benedetti, fanno un miliardo di euro (duemila miliardi di lire). È una cifra spaventosa - sarebbe un pezzo importante della manovra economica - pari a venticinque anni di utili che Berlusconi ha guadagnato come imprenditore. Mezza vita lavorativa bruciata per difendersi dall'accanimento giudiziario. Ma non paga di avergli messo pesantemente le mani in tasca e impunita per i suoi errori, oggi su Berlusconi la magistratura mette in scena il suo ultimo spettacolo. Un branco di guardoni in toga proveranno a farci entrare nel letto del presidente. Per poi dire, assieme ai loro soci dell'opposizione, che un Paese normale non può rimanere inchiodato ai fatti privati del premier. Appunto, non può. In un Paese normale nessun pm avrebbe potuto fare come la Boccassini e compagni. Li avrebbero cacciati con infamia dalla magistratura per attentato contro lo Stato.

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 Referendum, la paura di perdere la poltrona di Marco Conti

 

«La via maestra è quella di portare avanti la complessiva riforma costituzionale impostata dal ministro Calderoli». Preoccupato dei danni collaterali che il referendum elettorale rischia di produrre ancor prima venga ammesso, Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera, metteva ieri le mani avanti tentando - a differenza di un altro ministro leghista come Bobo Maroni - di non dare per spacciato il lavoro del ministro delle Riforme. Lo scetticismo di Berlusconi per la funzionalità della legge elettorale dopo il referendum, resta altissimo. Così come alta la voglia di modificare l'attuale legge elettorale trovando un punto d'intesa con il principale alleato, in modo da non compromettere la tenuta del governo. Inoltre, l'avvio a breve di un tavolo di lavoro, servirà per non far salire la pressione al cospicuo numero di ex Responsabili e peones che sinora si son dati da fare per tenere in piedi la maggioranza anche in vista di un posto sicuro in lista. Il timore che l'eventuale ritorno ai collegi del Mattarellum, possa far implodere in aula il centrodestra, è infatti tornato altissimo. «Io sono stato eletto in Europa con i miei voti, e non temo né i collegi, né le preferenze - sostiene l'ex Responsabile e ora Popolo e Territorio, Antonio Razzi - ma è ovvio che si sta aprendo un problema per molti e che nel centrodestra, come anche nel centrosinistra, si preferisca il Porcellum. Anche se non lo si ammette». Le fibrillazioni interne ai gruppi di maggioranza aumentano e si sommano a quelle scatenate dall'uscita di Versace dal Pdl e dalle ripetute cene di un gruppo di senatori che da tempo spingono affinché il Cavaliere si faccia da parte, favorendo un governo di larghe intese che metta mano alla legge elettorale. Se non fosse che il premier non ha nessuna intenzione di fare un passo indietro ed è convinto che il referendum «si possa «gestire», parallelamente alla crisi economica, solo avviando un tavolo per le riforme che riguardi anche il sistema di voto. L'avvio nel centrodestra di una commissione che si occupi della legge elettorale, nel quadro delle riforme proposte da Calderoli, sembra essere per ora la risposta che Berlusconi è pronto a dare in modo da frenare le crescenti tensioni. Una commissione che dovrà comunque lavorare, secondo il Cavaliere, su una legge che garantisca il bipolarismo e la scelta da parte degli elettori del premier. «Qualsiasi riforma della legge elettorale deve ripartire dalla consapevolezza che l'attuale assetto bipolare del Paese non potrà che uscire rafforzato», sostiene l'azzurro Osvaldo Napoli. Dopotutto nel Pdl si pensa che sarebbe un errore buttare a mare l'unica sicura eredità del berlusconismo: il sistema bipolare. Resta però il problema di come conciliare l'azione di governo con una trattativa che dovrà tenere conto della voglia crescente del Carroccio di smarcarsi dal Pdl nella prossima legislatura (tantopiù se sarà ancora una volta guidato da Berlusconi), anche a costo di tornare al Mattarellum. Preoccupato più della stesura del piano per la crescita e della ripresa del processo-Ruby, il Cavaliere continua ad essere ottimista e si dice sicuro che nessuno sarà tentato di staccare la spina pur di andare al voto con l'attuale sistema». «Ammesso che il Capo dello Stato sia d'accordo, sarebbe solo un modo di rinviare il problema alimentando il sentimento anticasta», spiegava rassegnato ieri sera un ministro.

 

Pag 1 Meredith, un processo trasformato in show di Vincenzo Cerami

 

Tutto è pronto: la scenografia, i costumi, le luci, gli attori. E la platea di oltre 400 giornalisti provenienti da mezzo mondo, con altrettante macchine fotografiche e telecamere. Oggi la Corte d’assise di Perugia si ritira in camera di consiglio per decidere il destino di due ragazzi, Amanda Knox e Raffaele Sollecito, già condannati in primo grado, rispettivamente a 26 e a 25 anni di reclusione. Con l’accusa di aver ucciso la loro collega di studi Meredith Kercher. Il sipario sta per alzarsi sul palcoscenico del Tribunale di Perugia per il finale della rappresentazione durata quattro anni. Gli obiettivi saranno puntati sul volto dei due imputati: esulteranno di gioia o scoppieranno in lacrime? Niente di più spettacolare perché non si tratta di finzione, in gioco ci sono l’inferno e il paradiso. Il melodramma può finire in tragedia e nel migliore dei casi in farsa tragica. Nelle scene e scenette messe in piedi dai processi televisivi, come sempre avviene in Italia quando i processi sono indiziari, l’opinione pubblica si è divisa in innocentisti e colpevolisti, con lo spirito di chi ama giocare alla lotteria. Sulla vittima e sui suoi famigliari cade puntualmente l’ombra, così come a pochi interessa il trionfo della giustizia, che è l’unico bene comune di ogni processo. In molti si chiedono come potranno avere obiettività di giudizio i giurati, frastornati dalle fanfare, quasi sempre stonate, dei guitti di ogni specie. In questo caso si sono scomodate anche le opinioni pubbliche straniere, diffidenti di quello che considerano un modo disinvolto ed estroverso di concepire il rituale giudiziario. Si è disturbata perfino Hillary Clinton, tifando implicitamente per l’assoluzione degli imputati. Pare che un jet privato sia parcheggiato all’aeroporto in attesa di fare uscire di scena il principale personaggio del dramma. Dai sacerdoti della giustizia ci si aspetterebbe austerità, discrezione, sensibilità e soprattutto serietà. Dovrebbero essere i primi a non dimenticare neanche per un istante che una ragazza è stata ferocemente trucidata, e che nella rete del processo sono finiti, comunque, giovani, vittime in ogni caso di un clima che si sono trovati a respirare ancor prima di capire in quale mondo erano capitati. Sarebbe stato più “giusto” e onorevole emettere la sentenza in un’aula in penombra, dove non viene rimosso il dolore di tutti. Invece nell’aula potranno entrare soltanto i cronisti. I normali cittadini restano fuori, perché non c’entrano. In verità il pubblico non va volentieri nel grande studio televisivo in cui è trasformata la sala degli Affreschi. I perugini sono stanchi dell’inesauribile messa in scena. Da troppo tempo in Italia, tutti i sacrosanti giorni, si sproloquia sui pubblici ministeri, sui processi, sulle aule di tribunale, sulle leggi più o meno ad personam, sulle competenze territoriali, sulle ispezioni, sui latitanti, eccetera. La giustizia sta diventando un grande carro di carnevale, con i pupazzoni che fanno sì con la testa. Poco si parla di quel che non si fa per renderla efficiente. Troppa luce è accesa su un settore così delicato della vita civile, dove sono indispensabili silenzio e meditazione. E credibilità del suo operato.

 

LA NUOVA

Pag 1 L’informazione senza divieti è un diritto di Giovanni Palombarini

 

L’attuale situazione sociale e politica è nota. Siamo arrivati al punto che le cronache internazionali parlano dell’Italia come di un Paese governato da un clown mentre quelle interne riferiscono non solo di scandali ma anche di un governo commissariato dalla Bce e di paralizzanti momenti di contrasto fra il presidente del Consiglio e il «superministro» dell’Economia; che la corruzione sta dilagando; che non solo i partiti di opposizione e la Cgil, ma addirittura la Confindustria dice che l’attuale governo è ormai arrivato al capolinea; che se il ministro alle Infrastrutture si azzarda a presentarsi a un’assemblea dell’associazione dei costruttori edili viene invitato ad andarsene (e con lui il governo in carica) con grida di «basta» e «vergogna»; che altrettanto capita al ministro del Welfare se si presenta all’assemblea delle Acli; che la gerarchia vaticana, che in passato non ha certo fatto mancare l’appoggio al governo, dice con chiarezza - richiamando fra l’altro l’esigenza del «retto vivere» - che bisogna cambiare. E così via. E però, secondo le destre e i loro sostenitori c’è un’importante questione «sotto traccia», quella del ruolo della magistratura. Ne ha parlato di recente sulle colonne del Corriere della Sera Angelo Panebianco. Non ha fatto alcun riferimento, per quel che concerne la giustizia, alle disfunzioni di un servizio che, nel civile come nel penale, non ce la fa più a far fronte alle istanze dei cittadini, o a questioni drammatiche come le condizioni di vita nelle carceri sovraffollate, al punto che in qualche sentenza europea che condanna il nostro Paese si utilizza anche il termine «tortura». I problemi, a suo giudizio, sono altri. Vi sarebbe la necessità di ricominciare a discutere del rapporto fra la politica e la magistratura, del «grave squilibrio che si è ormai da molto tempo determinato fra democrazia rappresentativa e potere giudiziario». Uno squilibrio che sarebbe maturato a partire dal 1985, quando, grazie a leggi favorevoli e al prestigio acquisito durante la lotta al terrorismo, i settori più politicizzati della magistratura «ritenevano ormai di essere così forti da poter andare allo scontro aperto con la politica; l’occasione arrivò, grazie alla fine della guerra fredda, con le inchieste sulla corruzione, con Mani Pulite». Che dire? Intanto vale la pena di ricordare che già nel 1983 Bettino Craxi, dopo una serie di iniziative giudiziarie per scandali vari, enunciò il suo programma di gestione dell’azione penale: l’ufficio del pubblico ministero andava ristrutturato a piramide, con un procuratore generale che ogni anno riceveva dal Parlamento (cioè dalla maggioranza di turno) le indicazioni sul che fare, e ogni anno doveva rendere conto al Parlamento di quanto era stato realizzato. All’ordine del giorno c’erano già l’obbligatorietà dell’azione penale e l’indipendenza del pm, proprio le questioni che oggi costituiscono il cuore della riforma costituzionale presentata da Silvio Berlusconi come «epocale», indispensabile - guarda caso - per riequilibrare il rapporto politica-magistratura. Ma poi, quale scontro e quali settori politicizzati lo avrebbero cercato, e perché? Il fatto è che a partire dall’inizio degli anni Ottanta la conflittualità potere politico/giurisdizione era andata continuamente crescendo, ben prima di Mani Pulite, per effetto del dilagare della criminalità politico-amministrativa e del consolidarsi dell’indipendenza dei magistrati, intesa come garanzia di tutela della legalità a 360 gradi. Solo questioni teoriche? Angelo Panebianco, a proposito del ruolo della magistratura da ridiscutere, non trascura l’attualità, cioè le questioni che proprio in questi giorni il Pdl propone all’attenzione del Parlamento. Si tratta «dell’uso politico delle intercettazioni, della tutela della privacy e della presunzione di non colpevolezza». Ecco, anche a voler trascurare la circostanza che ciò che la maggioranza vuole tutelare sono i personali interessi di Silvio Berlusconi e di alcune persone a lui vicine, va detto che in democrazia è la rilevanza sociale e politica degli avvenimenti che da un lato spinge i media a pubblicare le notizie, e dall’altro i cittadini a voler conoscere. Informare e essere informati sono diritti. Porre restrizioni, divieti e sanzioni su questo versante significa ridurre gli spazi della democrazia.

 

Pag 4 Una Confederazione europea per salvare il continente di Lucio Caracciolo

 

Alla Germania, colosso dell’economia continentale, gli europei chiedono di salvarli dal collasso dei loro debiti sovrani, che dalla Grecia minaccia di infettare l’intera Eurozona. E di qui il resto del mondo, ancora alle prese con la recessione del 2008-9 maturata nel sistema bancario americano, premessa dell’attuale eurocrisi. Non è pretesa logica, perché in bufere di tanto momento nessuno può caricarsi da solo sulle spalle i pesi altrui. Non più gli Stati Uniti, non ancora la Cina. Figuriamoci la Germania in solitario. Peggio: la spirale della crisi sembra avvitarsi all’infinito. La politica Achille rincorre la tartaruga mercato senza mai raggiungerla. Manovra dopo manovra, fondo di stabilità dopo fondo di stabilità, le scelte dei governi appaiono sempre insufficienti ai mercati. S’innesca un meccanismo perverso in cinque stadi: finanziario, economico, politico, sociale e geopolitico. L’austerità fiscale deprime l’economia che delegittima la politica che semina panico che scatena rivolte di piazza. E ritorno, in un carosello impazzito. Fenomeni che dovrebbero in teoria indurre una qualche forma di governo mondiale, in assenza del quale producono solo caos. Non sappiamo quando né come finirà questo terremoto. Se passeremo per una grande guerra o ne usciremo per via pacifica e concordata. Gli equilibri di potenza globali ne saranno comunque riscritti. In tale congiuntura, due paesi europei si trovano specialmente esposti a una responsabilità globale, onde evitare che il collasso dell’Eurozona produca una catastrofe su scala mondiale. Anzitutto, l’Italia. Se saltano Grecia e Portogallo, la falla può essere riparata e il vascello euro rimesso in linea di galleggiamento. Ma se falliamo noi, nessun Dio salva la nostra moneta. Morto l’euro, si disintegra quel poco o molto di mercato europeo che siamo riusciti ad allestire, e con esso va in picchiata l’economia del pianeta. Insieme, la Germania. Questa Germania tedesca, che non è più incondizionatamente europea né può o vuole dominare il resto del continente. Ma ha le dimensioni e forse può ancora trovare il coraggio di investirsi del rango di avanguardia di una rivoluzione geopolitica, quella che avremmo potuto rischiare nell’Ottantanove e che ci avrebbe risparmiato i dolori della moneta senza Stato. Solo se Berlino assume la leadership politica continentale, d’intesa con Parigi, con Roma e con tutti gli altri partner disponibili, sarà possibile edificare quell’”Europa politica” - in parole povere: la Confederazione Europea - che disporrebbe dell’autorità necessaria per gestire una politica economica e fiscale legittimata, coerente e dunque accettabile dalle piazze finanziarie in crisi di nervi. Ma non passando per l’ennesimo Trattato. Perché qui non si vuole inventare la politica attraverso l’economia, secondo l’esausto metodo Monnet. Qui si rovescia il ragionamento, per gestire l’economia (anche) con la politica, fissando i cardini istituzionali del governo della finanza e dell’economia di una nuova Eurozona, i cui confini saranno marcati da chi vorrà parteciparvi ed escluderanno chi non vorrà. Le rivoluzioni si fanno in una notte e si consolidano negli anni. Solo un vertice d’emergenza può dichiarare l’obiettivo della Confederazione Europea, installarne i pilastri provvisori e affidarne l’architettura finale a un’Assemblea costituente eletta dai cittadini degli Stati promotori. Vorranno Italia e Germania accollarsi tali responsabilità parallele? O non sono nemmeno in grado di concepirle? Il nostro futuro dipende dalla risposta a queste due domande.

 

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CORRIERE DELLA SERA di domenica 2 ottobre 2011

Pag 1 Il quadro incerto del dopo Cavaliere di Sergio Romano

 

Un referendum sulla legge elettorale, soprattutto se è firmato da più di un milione d'italiani, cambia il quadro politico. Tutti coloro che avrebbero preferito evitarlo (esistono a destra come a sinistra) sanno che non è possibile attendere il responso della Corte di cassazione sulla validità delle firme e quello della Corte costituzionale sulla sostanza del quesito. Le soluzioni alternative vanno preparate subito. Qualcuno sosterrà che è meglio anticipare la fine della legislatura e andare alle urne con l'attuale legge elettorale. Altri penseranno che il modo più giusto e decoroso, per evitare la consultazione referendaria, sia quello di cambiare in Parlamento la legge elettorale. Fermo restando che tutto, anche un voto con questa legge, mi sembra preferibile al prolungamento dell'agonia, credo che lo straordinario successo dell'iniziativa referendaria comporti un obbligo politico e morale: quello di dare una risposta positiva al desiderio di una legge diversa. La seconda soluzione, quindi, è preferibile. Ma migliorerà il pessimo clima italiano soltanto se questa nuova legge elettorale sarà il risultato di una intesa fra partiti di maggioranza e d'opposizione. Esistono due fronti che attraversano in diagonale il campo dei due schieramenti: i «bipolaristi» a cui preme conservare due grandi forze che si alternino alla guida del Paese, e i «proporzionalisti», ansiosi di tornare a un sistema in cui i negoziati per la formazione del governo cominciano dopo la chiusura delle urne e l'annuncio dei risultati. Se il Pdl, come ha detto il suo segretario, è risolutamente bipolarista, deve ricercare un'intesa con quella parte dell'opposizione che ha le stesse convinzioni. Naturalmente non basta accordarsi sul nuovo modo di votare. Una nuova legge elettorale avvicinerebbe la data del prossimo voto e dovrebbe costringere i partiti a uscire dal circolo vizioso delle reciproche accuse e dalla vaghezza con cui fanno abitualmente le loro proposte. L'opposizione non potrà limitarsi a sostenere che il governo è stato commissariato dalla Banca centrale europea. Dovrà dirci che cosa pensa delle raccomandazioni di Trichet e Draghi in materia di pensioni, contratti aziendali, riduzione degli stipendi della funzione pubblica. Il Partito democratico dovrà dirci come intende scegliere il candidato alla guida del governo. Proporrà il segretario del partito o sceglierà il metodo delle elezioni primarie? L'opposizione non potrà continuare a compiacersi delle censure pronunciate dal cardinale Bagnasco sui comportamenti del presidente del Consiglio senza dirci contemporaneamente come intende affrontare i problemi bioetici che interessano la Chiesa. L'opposizione dovrà dirci che cosa pensa dei conflitti che coinvolgono le truppe italiane e se le sue posizioni in materia di politica estera saranno condivise dai partiti con cui intende allearsi per vincere le elezioni. Sinora, per fare politica, bastava criticare l'avversario. D'ora in poi, con una nuova legge elettorale alle porte, occorrerà scendere dal pulpito delle denunce e delle indignazioni per formulare proposte precise e assumere impegni. Le stesse osservazioni, naturalmente, valgono per il governo, troppo incline a trarsi d'imbarazzo accusando l'opposizione di essere solo inutilmente polemica e pregiudizialmente ostile. Se il referendum avrà l'effetto di trasformare la rissa in dialogo e confronto, dovremo ringraziare non soltanto i suoi promotori, ma anche, uno per uno, quelli che lo hanno firmato.

 

Pag 1 La campagna è già iniziata di Massimo Franco

 

Il comandamento ufficiale del centrodestra è la stabilità. Eppure, il governo comincia a essere messo fra parentesi: dalla propria maggioranza, e non solo dall'opposizione. La prospet- tiva di elezioni anticipate prende corpo con dinamiche che sembrano quasi ineluttabili. Quando il segretario del Pdl, Alfano, chiede di dare una mano al premier che avrebbe «bisogno d'aiuto», senza volerlo ufficializza il tramonto politico del Cavaliere. Alfano spiega ai militanti lombardi che non ci sarà «diaspora» né «si salvi chi può». Ma per negare questo scenario lo evoca e gli dà consistenza. Anche perché il numero enorme di firme raccolte per il referendum elettorale di primavera si profila come una massa d'urto contro il sistema. Formalmente, sarà l'attuale presidente del Consiglio a decidere se candidarsi di nuovo o no. Ma ammesso e non concesso che avvenga, sarà in un contorno da fine di un'epoca. Non c'è più aria di trionfo e di futuro, ma di assedio e di resistenza. Si dirà che è stato così anche nel passato, e che Berlusconi ne ha tratto vantaggio. Stavolta, però, c'è una crisi economica che cambia lo sfondo, e mostra un capo del governo non con «il sole in tasca», ma con nuvole nere sulla testa. E c'è un partito che in alcuni settori lo mette in discussione apertamente. La richiesta di «primarie» da parte del governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, somiglia alla bocciatura preventiva di Berlusconi candidato a Palazzo Chigi. I distinguo e gli accenni al «dopo» di ministri ed esponenti storici del Pdl fanno apparire la difesa a oltranza da parte di Alfano come un tentativo affannoso di mantenere lo statu quo. E l'avvertimento del ministro dell'Interno, il leghista Roberto Maroni, secondo il quale qualunque riforma elettorale del Parlamento deve assecondare i quesiti referendari, implica un dubbio e una quasi certezza. Il dubbio è che si raggiunga un accordo in materia; la quasi certezza è che per evitare il referendum di primavera si finisca per tornare alle urne nel 2012. La convinzione diffusa è che la situazione non possa reggere ancora per un anno: a dispetto dei numeri parlamentari che permettono al governo, e con ragione, di sentirsi blindato; e della determinazione del presidente del Consiglio a prendere tempo, sperando che accada qualcosa alla quale appigliarsi fino al termine della legislatura. Per paradosso, a impressionare non è la virulenza sterile dell'opposizione. Non appaiono dirimenti nemmeno l'incalzare un po' confuso delle inchieste giudiziarie e lo smarcamento da Berlusconi dell'episcopato cattolico e degli industriali: quelli sono i sintomi di una rottura consumatasi nel retroterra del centrodestra. A colpire è l'aria cupa che domina nella coalizione, di fronte a uno schieramento di delusi che con semplicismo vengono definiti complottisti. Probabilmente ci saranno anche quelli. Ma bollare un governo tecnico come coalizione dei «gattopardi» che vogliono mantenere tutto com'è, fingendo di cambiare, serve solo a mobilitare, e sempre meno, il proprio elettorato. Non risolve la sensazione di inadeguatezza che trasmette all'Italia e proietta in Europa; né basta a restituirle credibilità. I contrasti su Bankitalia, apparentemente senza una logica che non sia quella del potere, fra Berlusconi e Giulio Tremonti; gli inviti a «credere nel Pdl» e insieme le richieste di cambiargli nome e slogan; la polifonia, Lega compresa, sul tipo di legge elettorale da proporre; e l'involuzione di un Carroccio lacerato fra i peggiori istinti «padani», la voglia di insultare Giorgio Napolitano per i suoi altolà contro la secessione e lo sforzo di mantenere un rapporto col Quirinale: sono tutti fotogrammi di una maggioranza priva di ancoraggio. Per fortuna, almeno i presidenti di Senato e Camera, Schifani e Fini, e lo stesso Alfano ieri si sono associati al capo dello Stato nel condannare la deriva della Lega. Ma gli scarti dei lumbard sono un pezzo dell'ondata antipolitica che l'immobilismo può nutrire e aggravare, e il referendum di primavera certificare. Napolitano è tornato a insistere sull'Unità d'Italia. Senza saremmo «ai margini dell'Europa». Ed ha voluto ricordare che, per quanto deprecata, «la politica siamo tutti noi»: in una fase come questa, le sue suonano come parole coraggiose e controcorrente.

 

Pag 6 Centrosinistra 10 punti avanti di Renato Mannheimer

Pd al 27-28%, Pdl al 26. Terzo polo decisivo

 

Ormai, la maggioranza relativa degli italiani auspica che si vada subito alle elezioni anticipate. Secondo gli ultimi studi, questa soluzione è auspicata dal 44% dei cittadini, compresa una quota, seppure contenuta, di elettori del centrodestra. Ma quale potrebbe essere l'esito di queste consultazioni se, per ipotesi, si votasse domenica prossima? Quasi tutti gli istituti di ricerca hanno divulgato di recente dati sulle intenzioni di voto. Questi ultimi non sembrano mutati granché nelle ultime settimane, salvo variazioni minime, spesso irrilevanti (uno spostamento dello 0,5% tra un sondaggio e l'altro può essere puramente casuale). Tra gli altri, appare mantenere bene il proprio consenso il Pd, con un seguito pari al 27-28%: un dato ancora inferiore a quello ottenuto alle ultime Politiche (33%), ma che supera quello delle Europee che si svolsero un anno dopo (26%). Sull'altro fronte, il Pdl continua a subire un lieve ma costante calo di voti virtuali e si attesta oggi poco sopra il 26%: circa 10 punti meno del risultato delle Politiche e delle Europee, segno della crisi che, specie in queste settimane, attraversa il partito del Cavaliere. La Lega è una delle poche forze che rimane stabile rispetto al passato: il suo consenso è infatti da molto tempo collocabile tra il 9 e il 10% (grossomodo il risultato delle Europee), senza che la crescente disaffezione verso il governo rilevabile anche nell'elettorato di centrodestra (e, specialmente, in quello della Lega) abbia minato significativamente il suo seguito elettorale. Nell'insieme, il complesso delle forze di centrosinistra sopravanza di gran lunga (all'incirca di 10 punti, anche senza considerare Grillo) quello dei partiti di governo. Solo se questi ultimi riuscissero a realizzare una alleanza con le forze di centro (che superano il 10%), potrebbero competere con il centrosinistra e, forse, anche in questo caso, soccomberebbero. Se poi, viceversa, Udc, Fli e Api si coalizzassero, anche solo in parte, con tutti o alcuni dei partiti di centrosinistra, la supremazia di questi ultimi verrebbe ancora più rafforzata. Ancora una volta, dunque, la posizione delle forze di centro - e le possibili alleanze - risultano determinanti per il risultato. Ma si tratta di un quadro puramente teorico. Per almeno due motivi. Anzitutto, la percentuale di indecisi rimane assai elevata, e le esperienze degli ultimi anni hanno mostrato come la campagna elettorale sia cruciale nel formare le opinioni di molti e, talvolta, anche a cambiare la decisione di quanti oggi dichiarano di avere già maturato una scelta. Infine, specie nel momento in cui c'è una crescente sfiducia verso il governo, ma anche verso l'opposizione e la politica in generale, l'eventuale discesa in campo di qualche leader capace di «accendere» l'elettorato può far mutare l'opinione a una quota significativa di cittadini. Il secondo motivo per cui i dati attuali rappresentano un'ipotesi puramente teorica è che è ancora incerto il sistema elettorale che sarà in vigore. Come si sa, il «Porcellum» è sgradito a molti e, non a caso, il referendum volto a cancellarlo ha raccolto un numero ampio di firme. D'altra parte questa pare essere la volontà di una quota crescente di popolazione. Anche nei sondaggi più recenti si incrementa infatti fortemente la percentuale che ritiene una priorità («da fare subito») la riforma elettorale: oggi è la maggioranza assoluta (51% a fronte del 36% di un anno fa). Malgrado questi limiti, i dati sulle intenzioni di voto mostrano la condizione di grande difficoltà vissuta oggi dal centrodestra. Alfano ha detto di recente che la coalizione di governo potrebbe prevalere anche nella prossima competizione elettorale: alla luce dei sondaggi attuali, la strada da percorrere è ancora molta.

 

LA REPUBBLICA di domenica 2 ottobre 2011

Pag 1 La repubblica del presidente di Ilvo Diamanti

 

Giorgio Napolitano non era mai stato così duro nei confronti della Lega Nord, prima. Ne aveva, anzi, sostenuto le rivendicazioni principali. In tema di federalismo ma anche di fisco e burocrazia. La Lega, d'altra parte, aveva offerto al Presidente una sponda utile, nella maggioranza, in occasione dei ricorrenti conflitti con il Premier, alla continua ricerca di vie di fuga dai propri guai giudiziari. Ieri questo rapporto si è spezzato, in modo difficilmente recuperabile. Perché la condanna di Napolitano ha colpito i miti e i riti dell'identità leghista, proprio nel momento in cui vengono rilanciati. La secessione, ma, soprattutto, il "popolo padano". Liquidato insieme alla manifestazione di Pontida. Un "prato", dove si alzano le grida di "una certa parte di elettori". Un intervento così esplicito si spiega con il drammatico momento che attraversa il Paese. E con il ruolo assunto da Napolitano, soprattutto nell'ultimo anno. Il garante e il portabandiera - tricolore - dell'Unità. Nazionale e Politica. Non molti avrebbero scommesso sul successo delle celebrazioni in occasione del 150enario dell'Unità d'Italia. D'altronde, l'Italia è un Paese di paesi, Regioni, città. Imprese e famiglie. Gli italiani. Orgogliosi del patrimonio artistico, della cucina, del paesaggio, delle tradizioni locali. Molto meno delle istituzioni. Per nulla della politica. La Lega ne aveva approfittato per rilanciare la Padania e la secessione. I miti fondativi. Ma anche per rispondere alla disaffezione degli elettori e dei militanti. Insoddisfatti della "Lega di governo" saldamente insediata a Roma. Delusi dagli esiti della riforma federalista, frustrata dalla pesante perdita di risorse e, quindi, di autonomia dei governi locali. Tuttavia, le celebrazioni del 150enario hanno reso visibile e, anzi, amplificato il sentimento nazionale. Mentre le minacce leghiste hanno contribuito a rinsaldarlo ulteriormente. Facendo emergere, anzi, significative divisioni nella stessa Lega. Visto che la maggioranza dei suoi elettori si sente "italiana" assai più che "padana". Come, d'altra parte, alcuni importanti dirigenti leghisti del Lombardo-Veneto. Per esempio: il sindaco di Verona, Tosi, e il vicesindaco di Treviso, Gentilini. Giorgio Napolitano ha, così, impersonato l'Unità nazionale e ne ha alimentato il sentimento, girando per l'Italia. Ne ha tratto, a sua volta, legittimazione e consenso. Oggi è la figura istituzionale che gode di maggiore fiducia tra gli italiani. Senza paragone, visto che oltre l'80% esprime grande stima nei suoi riguardi. Per questo ha deciso di rompere ogni indugio e ogni prudenza tattica. Proprio oggi. Mentre le celebrazioni del 150enario si avviano alla conclusione. Per delegittimare ogni accenno alla secessione e alla Padania. E sancire il valore condiviso dell'Unità nazionale, in modo indiscutibile. Tuttavia, l'intervento di Napolitano ha, indubbiamente, anche un significato politico. In primo luogo, come ha scritto ieri Ezio Mauro, perché costringe la Lega a uscire dall'ambiguità. Un partito di governo, che occupa ruoli di prioritaria importanza nelle istituzioni nazionali e locali: non può sostenere apertamente la secessione. L'inesistenza della Nazione italiana, in nome di altre Nazioni - inesistenti. Per proprie ragioni politiche. Deve, altrimenti, trarne le conseguenze. "Uscire dalla legalità costituzionale". E anzitutto dal governo. In secondo luogo, l'intervento di Napolitano riflette la preoccupazione - e una certa angoscia - nei confronti di questa crisi. Economica, finanziaria, sociale. E, ancora: istituzionale e politica. Una crisi di legittimità e di rappresentanza, che investe la classe politica e soprattutto il governo. Con pesanti e pericolose conseguenze, sul piano economico e finanziario internazionale. Visto che la sfiducia dei mercati è, in gran parte, prodotta dalla in-credibilità del nostro governo e del suo leader. Con pesanti e pericolose conseguenze anche sul piano interno, nel rapporto con la società civile. Non è un caso che l'intervento di Napolitano venga all'indomani delle aperte critiche espresse dalle associazioni imprenditoriali e dalla Cei. Nello stesso giorno in cui i promotori del referendum contro l'attuale sistema elettorale annunciavano che le firme avevano superato un milione e duecentomila. Ben oltre le previsioni più ottimistiche. Segnale inequivocabile, come ha sottolineato il Presidente, della sfiducia dei cittadini verso questo sistema elettorale, che "produce" un Parlamento e una classe politica "irresponsabili". Senza collegamento con il territorio e con gli elettori. Da ciò l'auspicio a favore di una nuova e diversa legge elettorale, che faciliti "il ritorno della fiducia nelle istituzioni". Difficile non trarre le implicazioni "politiche" di queste considerazioni "politiche". Il Presidente, infatti, teme il protrarsi ulteriore di una crisi ormai degenerata, ma che non trova sbocco. A causa di un sistema politico paralizzato e di un governo isolato e diviso. Troppo debole per governare, ma anche per cadere. Di un Parlamento a sua volta troppo debole per far cadere il governo. Di istituzioni delegittimate e sfiduciate dai cittadini. Napolitano. Spinge, da tempo, per una soluzione rapida. Ma teme una consultazione elettorale troppo ravvicinata. Perché avverrebbe in un clima avvelenato, che potrebbe produrre ulteriori lacerazioni nel tessuto civile. Mettere a rischio la stessa democrazia. Perché, inoltre, si svolgerebbe con questa legge elettorale, messa in mora dal referendum. Scomunicata da Napolitano, avversata da molti esponenti politici - di opposizione ma anche di governo. Il Presidente dell'Unità nazionale: vorrebbe un governo di Unità nazionale. Composto da tecnici autorevoli, sostenuta da una larga maggioranza - politicamente trasversale - del Parlamento. Guidato da una figura di prestigio, sopra le parti. Un governo a termine, per scrivere una nuova legge elettorale. Per restituire credibilità alle istituzioni e all'Italia. Presso i governi e i mercati internazionali. Presso i cittadini. Giorgio Napolitano, in nome dell'Unità nazionale, agisce come il Capo di una Repubblica presidenziale  di fatto. Per evitare il decomporsi di questa Repubblica preterintenzionale. Prima che sia troppo tardi.

 

LA STAMPA di domenica 2 ottobre 2011

Eminenza, che bello vivere nella mia Milano invivibile di Giacomo Poretti

Consigli al cardinale: «Giri in bici, ma non dimentichi il lucchetto»

 

Questo è il discorso con cui Giacomo Poretti (del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo) ha dato il benvenuto al nuovo arcivescovo Angelo Scola.

 

Due cose sono state fondamentali per la mia vita: Milano e i preti. Tra me e Milano è stato un amore a prima vista. Con i preti invece... ci ho messo un po’ di più. La prima volta che sono venuto a Milano avevo 5 anni ed ero alto 90 centimetri, ero in compagnia del mio papà, che benché ne avesse 30 di anni, superava di poco il metro; siamo entrati nello stadio di San Siro per vedere una partita di calcio e siccome all’epoca si stava in piedi (era il 1960!), né io né il mio papà riuscivamo a vedere niente, allora il papà mi ha messo sulle sue spalle ed io dovevo raccontargli che cosa succedeva, solo che non conoscevo le regole del gioco e nemmeno il nome dei giocatori, allora il papà mi ha preso in braccio e mi ha detto: «Va bene ci tornerai quando sarai più grande, ma almeno ti è piaciuto qualche cosa?». «Sì, ho risposto, mi è piaciuta quella squadra con le maglie nere e azzurre!». Quando siamo arrivati a casa il papà ha detto alla mamma: «Oggi a Milano questo bambino ha scoperto la fede!». Poi sentivo a tavola che i miei genitori dicevano che la fede andava coltivata, e per far questo mia madre mi mandava in chiesa e all’oratorio del paese, il mio papà invece mi portava a vedere l'Inter a San Siro. All’oratorio ci andavo tutti i giorni, allo stadio una domenica sì e una no. C’è stato un periodo che la mia squadra vinceva molti scudetti e allora il mio papà mi portava in piazza Duomo a festeggiare. Quando tornavamo a casa alla sera la mamma ci chiedeva dove eravamo stati, il papà diceva... siamo stati in Duomo perché il bimbo voleva dire una preghiera di ringraziamento alla Madonnina... La mamma commossa aggiungeva: vista la sua devozione questo bambino bisognerà mandarlo in seminario! Non saprei dire se malauguratamente o per fortuna, la mia squadra a un certo punto ha smesso di vincere, io ci rimanevo male, e anche la mamma non si dava pace di come io avevo smesso di pregare e ringraziare la Madonnina. Nel frattempo continuavo a frequentare l’oratorio del paese; un giorno il prete, don Giancarlo, che amava Pirandello e Shakespeare almeno quanto i santi Pietro e Paolo, decise di allestire uno spettacolo teatrale e siccome il cast prevedeva oltre agli adulti tre bambini, uno grassissimo, uno altissimo e uno bassissimo, io saltai direttamente il provino ed esordii a teatro come l’attore più basso che avesse mai calcato le scene. All’epoca ero affetto da un complesso di inferiorità per cui era una tragedia quando entravo in scena, mi collocavo di fianco al bimbo altissimo, e la gente rideva. Il prete mi disse che dovevo sfruttare i talenti che mi aveva regalato il Signore. A me sembrava crudele sia il Signore sia don Giancarlo. Ma il don insisteva: la tua bassezza ti regalerà un sacco di soddisfazioni. Che cosa!? Quel corpicino che non si decideva a crescere? Io intanto non mi fidavo del don e continuavo a chiedere nelle mie preghiere al Signore di portarmi un pallone di cuoio e di farmi diventare alto 1 metro e 85. Lei lo confermerà Eminenza, il Signore ti ascolta sempre ed esaudisce tutte le cose che chiedi, solo che devi essere abile nel distinguere la differenza tra alto e grande... finalmente un giorno ho capito, aveva ragione don Giancarlo, il teatro era il gioco più bello del mondo. Mi ricordo di essermi detto: io voglio fare l’attore. Solo che per fare certi mestieri ti tocca venire a Milano: per fare l’attore e l’Arcivescovo bisogna venire a Milano. Milano è molto diversa da quella degli Anni 60 ma è pur sempre bellissima e stranissima. Per esempio è una città dove ci sono più semafori che alberi, più discoteche che licei classici, più ritrovi per happy hours che librerie, i telefonini invece sono pari con le automobili: due per ogni milanese; se per caso le capiterà di andare a fare un giro di sera per la città nei mesi invernali non le sarà difficile incontrare dei cani con il piumino e degli uomini in canottiera. Milano è strana. A Milano i parchi sono merce rara e perciò affollatissimi: nonni che accompagnano i nipotini, badanti che accompagnano i nonni, tate che accompagnano i nipotini, amiche delle tate che fanno compagnia alle badanti, insomma, senza contare i genitori che sono da qualche parte della città ad alzare il Pil della nazione, ogni nucleo famigliare è composto da almeno 10 o 12 elementi, questo spiega, forse, l’enorme impulso dell’edilizia che ha avuto la nostra città recentemente. Milano è una città tutto sommato ordinata, non vedrà mai code, tranne che per i saldi in via Montenapoleone o fuori dalla Caritas per il pane quotidiano, si rassicuri Eminenza c’è più gente in coda per il pane che non per il prêt-à-porter, anche se a Milano, si tappi le orecchie, si vendono più maglioni di cachemire che non copie della Bibbia. A Milano poi c’è un’aria particolare: invece dell’ossigeno noi a Milano abbiamo il pm10, i tecnici assicurano che a Milano l’aria è sempre stata così, probabilmente fin dai tempi del Pleistocene. A parole tutti dicono che Milano è brutta e invivibile, che l’aria è irrespirabile, ma alla fine vengono tutti qua: han cominciato i barbari, gli spagnoli, i francesi, gli austriaci, i meridionali, adesso addirittura vengono da Paesi lontanissimi con lingue e dialetti difficilissimi, ma alla fine mi creda se siamo riusciti a capire i pugliesi e quelli della Basilicata riusciremo a comprendere anche quelli che vengono dalla Tunisia o dalle Filippine, dopotutto non credo che il couscous sia più difficile da digerire della caponata con le melanzane fritte. L’unico pericolo è che stando a Milano si diventa un po’ bauscia, ci si sente superiori rispetto agli altri. Mio papà quando mia sorella ha detto che aveva un fidanzato, lui le ha chiesto: «Sarà minga un terun?». Dopo una settimana di broncio gli è passata; ora ho saputo che mio cognato, il terun, quando sua figlia di 16 anni si è messa a frequentare un ragazzo, lui preoccupato le ha chiesto: «Sarà mica un extracomunitario?». C’è sempre qualcuno più a Sud di noi da farci sentire superiori; capita anche a quelli di Helsinki che considerano terroni quelli di Copenaghen, la stessa cosa capita tra quelli di Chiavenna e quelli di Malgrate (vero Eminenza?). A Milano chiude un cinema all’anno e ogni anno sorgono 10 sushi bar, anche i teatri non se la passano tanto bene: li abbattono per costruirci dei parcheggi o dei supermercati, poi prendono l’insegna e la mettono sopra un tendone di plastica, un teatro dentro un involucro di plastica si sente provvisorio, i teatri a Milano sono a rischio un po’ come la michetta, la nebbia e la cassoeula... ma Lei lo sa Eminenza che nella sua enorme parrocchia, nei suoi oratori, ci sono circa 120 sale per proiettare film e fare spettacoli teatrali? Io le prometto di non perdere di vista Dio, ma Lei cerchi di non perdere di vista gli oratori, raccomandi ai suoi preti di avere a cuore Sant’Ambrogio, San Carlo, ma anche Shakespeare, Pirandello, Dostoevskij, Clint Eastwood e Diego Milito, Lei non immagina che regalo che può fare ai ragazzi: uscire dall'oratorio con la consapevolezza di aver imparato i giochi più belli del mondo: il calcio, il cinema e il teatro! E poi le do un consiglio: Milano è di una struggente bellezza o al mattino presto o la sera molto tardi, quando quasi tutti dormono; prenda, se può, una bicicletta... (non ci scriva sopra proprietà dell'Arcivescovado, se no gliela fregano subito), una bici normale.... e vada in piazza dei Mercanti, si spinga fino nelle stradine del Carrobbio, passi davanti al palazzo degli Omenoni, continui fino davanti alla casa del Manzoni, faccia altre due pedalate fino piazza San Fedele, in quella chiesa abbiamo battezzato nostro figlio, continui, continui a pedalare... e poi capirà perché Milano ha affascinato Visconti, Olmi e perché due tipi straordinari come Zavattini e De Sica hanno raccontato di un Miracolo a Milano, pedali e poi si fermi dietro al Duomo dove c’è quell’albero bellissimo, di fronte alla libreria San Paolo, si sieda per terra e legga pure un libro, le assicuro che in quel silenzio e in quella magica pace tante cose diventano comprensibili, persino i passaggi più oscuri di Heidegger... e capirà che Milano le sarà entrata nel cuore. Prima di rientrare a casa si ricordi di chiudere la bicicletta con il lucchetto. E va bene, noi cercheremo di non perdere di vista Dio, ma lei, che, se posso dirlo, è un po’ come il Sindaco delle anime, ci aiuti a non perder la strada per la Madonnina. E che Dio non perda di vista il suo Vescovo e Milano!

 

La politica riscopra i valori cristiani di Enzo Bianchi

 

Non è mai stato facile essere un cattolico impegnato in politica se si prendono sul serio i tre termini: «cattolico», «impegnato» e «politica». Ma nella ormai lunga stagione della cosiddetta Seconda Repubblica tutto è sembrato complicarsi ancor di più: non perché è venuto meno il partito dei cattolici, ma perché da quasi due decenni sono stati dimenticati o contraddetti alcuni dati fondamentali che avevano guidato i laici cattolici nel loro servizio alla polis, almeno a partire dalla feconda stagione costituzionale repubblicana. Penso all’autonomia delle scelte politiche, da assumersi rispondendo alla propria coscienza, formatasi alla scuola della dottrina sociale cattolica e alle indicazioni provenienti dai documenti conciliari; o alla perdita di eloquenza dei cristiani adulti, ignorati quando non zittiti o irrisi da chi non perdeva occasione per esprimersi in loro vece; o ancora alla messa in discussione del concetto stesso di attività politica: la mediazione, la negoziazione, la convergenza verso il bene comune che sovente deve accontentarsi di denunciare il male e porvi un limite, scegliendo il bene possibile sempre in obbedienza ai principi della democrazia e della pluralità della società che può esprimersi solo con il criterio della maggioranza. Ora che le chiare parole della presidenza della Conferenza episcopale italiana - ancora una volta accolte da alcuni come tardive, considerate da altri come interferenze indebite, strumentalizzate a proprio beneficio da altri ancora - hanno aperto scenari più movimentati, il pensiero di molti commentatori è parso appiattirsi su una sola domanda: si va o no verso un nuovo partito cattolico? Credo che a insistere solo su questo interrogativo si faccia un torto sia ai vescovi, che hanno volutamente mantenuto il discorso in termini prepolitici, sia ad alcuni, pochi invero, laici cattolici che in tutti questi anni non hanno smesso di ricercare una sintesi concreta e affidabile tra la loro fede cristiana e le scelte politiche ed economiche da proporre al Paese intero per una migliore convivenza civile. Questo non nega un’afonia di molti cattolici, incapaci di esprimersi e di mostrarsi come ispirati dal vangelo, non nega la grave incoerenza tra vita politica ed etica cristiana mostrata da altri cattolici, e soprattutto non nega che molti di essi avrebbero potuto già da tempo uscire dal silenzio con eloquente parresia. Che tristezza sentir confessare solo in questi giorni: «Tre parole in più forse noi cattolici avremmo potuto dirle!». Il problema è ben più ampio di una scelta di schieramento o di alleanze strategiche: si tratta di una rinnovata assunzione di responsabilità verso la collettività, che tenga conto delle mutate condizioni sociali, economiche, demografiche e storiche in Italia e in occidente, ben lontane dall’essersi stabilizzate. Di fronte alle nuove sfide che la politica in senso alto - cioè la gestione della polis nel presente con lo sguardo proteso alle future generazioni e la mente memore delle lezioni del passato - pone non solo al nostro Paese ma al villaggio globale di cui ormai siamo parte consapevole, pare necessario più che mai uno spazio organico di confronto tra cristiani - magari anche non solo cattolici... - in cui cercare di discernere come coniugare le istanze evangeliche con il vissuto quotidiano di una società che ormai è ben lungi dall’essere cristiana nella sua totalità. Un luogo in cui quanti hanno a cuore il bene comune e ritengono di avere delle capacità per servirlo, possano formarsi in vista dell’indispensabile dialogo con chi non condivide le stesse convinzione di fede e dell’altrettanto ineludibile azione comune nella società e per il suo benessere morale e materiale. Quando il cardinal Bagnasco auspica «un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica che - coniugando strettamente l’etica sociale con l’etica della vita - sia promettente grembo di futuro, senza nostalgie né ingenue illusioni», dovrebbe essere abbastanza chiaro dalle sue stesse parole che non sta propugnando un partito tanto meno progettando un governo ma, appunto, un interlocutore con la politica: una voce cristiana che, come tale, possa anche manifestarsi articolata e modulata, farsi voce dei senza voce, porre parole e gesti profetici, anche a costo di risultare sgradita a molti. Da anni segnalo l’esigenza sempre più diffusa tra molti laici cattolici di un «forum», di uno strumento organico dei credenti in cui fare insieme opera di discernimento di problemi, situazioni critiche e urgenze presenti nella polis, per verificarle alla luce del vangelo e per smascherare al contempo gli «idoli» che sovente seducono anche i cristiani. Una riflessione che resti tuttavia nell’ambito pre-politico, pre-economico, pre-giuridico: tradurre poi gli aneliti evangelici - realtà ben più esigente dei «valori», a volte così mutevoli nelle loro priorità - in concrete opzioni attraverso leggi e norme spetterà a quanti si impegnano all’interno delle diverse forze politiche, in modo conforme alla propria coscienza, alla storia personale e alla lettura delle vicende che hanno contribuito a rendere il nostro Paese quello che oggi è. Forse in questo dovremmo essere anche più attenti alle esperienze di altri paesi, europei in particolare, dove la presenza e l’influenza dei cristiani in politica è meno preoccupata di etichette o di certificati di garanzia e più sollecita nell’esprimere i propri convincimenti con un linguaggio e un’azione capaci di essere compresi e condivisi anche al di fuori delle mura confessionali. Non si tratta di ricreare le scuole-quadri, ma di fornire opportunità di riflessione e di formazione di un’opinione il più possibile aderente al messaggio evangelico e al suo farsi carico di ogni essere umano, a partire dal più debole, povero e indifeso. Sì, per tornare ai tre termini da cui abbiamo preso spunto, il rapporto tra un cattolico e la politica - basato sull’imprescindibile riconoscimento della laicità dello stato - comporta l’impegno, l’assunzione di responsabilità, la scelta consapevole di non ricercare successi o vantaggi personali, di non perseguire privilegi di sorta, nemmeno per conto terzi, ma piuttosto di percorrere giorno dopo giorno, magari mutando il passo e scegliendo nuovi sentieri, il faticoso eppur appassionante «camminare insieme» con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, per il bene anche di chi volontà buona ne ha poca o nulla.

 

IL GIORNALE di domenica 2 ottobre 2011

Ora Mister Tod's vuole fare le scarpe all'Italia di Giuliano Ferrara

Pubblica inserzioni sui quotidiani per fare l’anticasta. Ma ignora la storia politica degli ultimi vent’anni

 

Caro Della Valle, non mi scandalizza che lei compri delle pagine di giornale per censurare il ceto politico. È uno sport nazionale. Direi che è un’abitudine un po’ abusata e una punta viziosa. La politica è messa all’angolo in vari modi, e in parte se lo merita perché non trova il modo di reagire come si deve. Molti cercano di liberarsi della loro appartenenza castale facendo roventi polemiche contro la casta. Approfittano della situazione, come si dice. Succede a giornalisti, magistrati, banchieri, diplomatici, alti funzionari, qualche prete di quelli mondani e solidali, e naturalmente tocca anche agli imprenditori. Lei è ricco di suo. Ha carattere e radici nell’umile Italia appenninica. Le scarpe che lei produce sono una bonanza per il nostro export e una diramazione di successo internazionale del marchio italiano. Lei è anche un finanziere intrusivo, che non la manda a dire, e le sue ambizioni sono notevoli. Vuole cose di un certo peso: le Generali, Mediobanca, il Corriere , la Confindustria, magari l’Italia, non si accontenta della Fiorentina, è tentato dalla politica. Legittimo. Perfino utile, a certe condizioni. Molti oggi le diranno, perché lei picchia per primo per picchiare due volte (ma non tutti le faranno da sparring partner), che uno scarparo deve fare il suo mestiere. Io no. Penso che chi fa scarpe, chi fa banca, chi fa acciaio e freni, chi è nel ciclo della chimica, tutti devono prima di tutto fare il loro mestiere, ovvio. Ma se c’è una lezione degli ultimi vent’anni è che quando crolla un sistema politico e istituzionale, quello dei vecchi partiti, nella società nascono tentazioni virtuose, movimenti di forza e trascinamento inauditi, tutto diventa possibile. Ha presente Berlusconi? Tutto questo è bene, finché l’anomalia di una politica che non sa più parlare altro che una lingua di legno persista. Ma a certe condizioni, come ho già detto. Fare l’anticasta va bene, è una ginnastica redditizia, tiene in forma oltretutto. Ma c’è poi la verità delle cose, che gli italiani conoscono e nessuna inserzione pubblicitaria può occultare. Da vent’anni in questo Paese, che ha conosciuto mezzo secolo di regime bloccato, nel bene e nel male, si alternano due governi diversi, la principale conquista di quel saggio matto che è Berlusconi. Dicono tutti di voler fare la stessa cosa. Riforme serie per la concorrenza, per le libertà economiche, per la riduzione del debito e dell’invadenza delle ideologie regolatrici, stataliste e fiscali, su un tessuto produttivo e del lavoro ingessati da vecchie incrostazioni corporative. Berlusconi è più credibile, nonostante errori madornali, dei suoi avversari, che sbagliano meno perché fanno poco o niente, il loro è spesso un chiacchiericcio vano, che non buca, non arriva. Le domando. Chi è che impedisce di sbloccare, liberare la patria ingrata? Ministri mafiosi, politici ladri, gli eletti del privilegio, i conflitti di interesse? Spero che lei non creda alle favole, e non voglia intraprendere la carriera del cantastorie. Quelli che sanno, e che hanno il coraggio di dire ciò che pensano, hanno stilato un referto definitivo. Parlo dei liberali veri, economisti e analisti politici come Giavazzi, Alesina, Panebianco, Ostellino e altri. Parlo di un Marchionne, che ha tanti difetti ma si è mosso e si è reso indipendente dai fattori di blocco. Dicono, all’unisono, che i sindacati classisti, le burocrazie confindustriali, le burocrazie togate che fanno della giustizia un casino fazioso, un pezzo della politica ben distribuito a destra e a sinistra, e molti complici di sistema della coalizione conservatrice, impediscono che le migliori intenzioni si realizzino, impongono ritardi fatali, rischi continui, automatismi viziosi. Siamo arrivati al punto che la Camusso e la Marcegaglia sembrano figurine interscambiabili, la grinta classista e corporativa è la stessa, a Capri si lotta come una volta alle Reggiane, solo che una vuole le pensioni a 58 anni, l’altra a 68. Una bella differenza, non crede? E significativa per far capire l’inganno in cui l’ipocrisia ci trascina tutti. Da Casette d’Ete, il suo borgo natio, l’Italia si vede. Non è affatto un Paese distrutto. La fola declinista è per i più piccoli e inesperti. Se uno riesca a superare in corsa i posti di blocco del sistema, come a lei è successo anche spericolatamente, i risultati si vedono, quattrini, lavoro, competitività, industriosità, distribuzione equa della ricchezza diventano varianti possibili del panorama italiano. Se lei desidera mettersi un po’ in mostra nella campagna generica e inconcludente contro la casta, la via dell’inserzione sui giornali è quella giusta. E non porta da nessuna parte. Se vuole dare una mano a sé stesso e al Paese che ha fatto della moda e delle scarpe un mito mondiale, tenendo d’occhio anche la storia e la natura degli italiani, rifletta su questi vent’anni, cerchi di capire dove stanno i guasti e i furbissimi rovesciatori di frittata, intercetti almeno un pezzo della verità, e si dia da fare con le idee giuste. Le sparate fanno bordello, ma non risolvono i problemi. Nemmeno il suo problema.

 

AVVENIRE di domenica 2 ottobre 2011

Pag 2 E Obama «scoprì» la crisi di Vittorio E. Parsi

Non basta più il “sogno americano”. Spera nella debolezza dei repubblicani

 

Non può certo destare sorpresa che Barack Obama sia perfettamente consapevole di quanto la grave crisi economica renda tutt’altro che scontato un suo nuovo quadriennio alla Casa Bianca. Il presidente Usa è un uomo intelligente e sa bene che la frase con cui Bill Clinton sintetizzò la ragione della sua vittoria su George Bush – «it’s the economy, stupid!» – vale come epitaffio per tutti i presidenti che hanno la sventura di governare il Paese e di andare alle elezioni per il secondo mandato in una fase negativa del ciclo economico. Bush padre era pur sempre il vincitore della Guerra del Golfo, l’architetto del nuovo ordine mondiale, il liquidatore dell’Unione Sovietica e del suo 'impero del male': ma tutto questo non gli valse la rielezione. Obama non ha un record così impressionante in politica estera: delle due guerre ereditate dalla precedente amministrazione è riuscita a chiudere la più impopolare, ma non la più antica. Ha eliminato Benladen, ha dato però l’impressione di avere una politica ondivaga in Medio Oriente, sia nei confronti dei regimi amici ma autocratici sia sulla questione israelo-palestinesi, dove la caute aperture alle ragioni dei palestinesi sono immediatamente rientrate non appena Netanyahu ha puntato i piedi. E la situazione economica e occupazionale dell’America di oggi è decisamente più buia di quella che costò a Bush la chance di un secondo mandato. Tuttavia, Obama è anche consapevole di qualcosa in più. E cioè che proprio alla crisi deve la sua prima elezione. Furono le gravi difficoltà economiche e ancor più la caduta di fiducia dei cittadini americani nei confronti di una classe politica troppo intimamente legata agli esponenti del grande capitalismo finanziario a rendere possibile l’elezione di un presidente nero per la prima volta nella storia degli Stati Uniti. Obama seppe convincere i suoi concittadini che 'il sogno americano', di cui egli rappresentava la nuova perfetta incarnazione – multietnica e multireligiosa – era ancora a disposizione di chiunque volesse davvero provare a realizzarlo. Paragonata a quella di oggi, la crisi ai suoi albori appare persino un tempo da rimpiangere. Nel frattempo si è acuita la sensazione che la frenata globale esprima una tensione sempre meno facilmente governabile tra democrazia e mercato, tra la politica della rappresentanza e l’economia iperfinanziarizzata del XXI secolo. 'We can do it' e 'hope' appaiono parole d’ordine spuntate, incapaci di mobilitare quell’elettorato obamiano che sta pagando a caro prezzo e più di altri la durissima situazione interna. Obama sa di aver provato a mettere tutto se stesso, tutta la sua carica di straordinaria energia, per cercare di rivitalizzare un sistema le cui difficoltà si palesano solo adesso nella loro reale dimensione. Ha provato a reagire 'da americano' alla crisi di leadership politica, economica e finanziaria degli Stati Uniti, alla prospettiva di una chiusura anticipata e inattesa del nuovo secolo a stelle e strisce. Ma non è così ingenuo da credere che una crisi strutturale possa essere risolta grazie alle doti personali di un individuo pur dalla apprezzabile levatura. Ha sperimentato come l’attuazione di politiche anticicliche sia estremamente ardua e come la loro efficacia sia sempre più dubbia. Venderà cara la pelle il presidente, e per farlo cercherà di tornare a mobilitare i suoi sostenitori sulla prospettiva di un cambio ancor più radicale rispetto a quello promesso nel 2008. Se tutto questo basterà, lo scopriremo non appena sarà chiaro il volto e il profilo dello sfidante. Normalmente un presidente debole nei sondaggi prima ancora che sia noto il nome del suo avversario è destinato a sicura sconfitta. Ma questa volta, a vedere i nomi che attualmente girano tra i repubblicani, le quotazioni di Obama potrebbero risalire proprio dopo le primarie. Chissà mai che il Grand Old Party non gli faccia un favore, magari scegliendo Sarah Palin o qualche altro personaggio di simile 'spessore'.

 

Pag 17 Arabia. Cristiani sommersi di Chiara Zappa

Al-Naimi: “Dialoghiamo intorno ai valori condivisi”

 

Il famoso poeta preislamico Labid, vissuto nella Penisola arabica tra il VI e il VII secolo, in un poema composto prima della sua conversione all’islam raccontava che, durante un viaggio dalla Mecca verso lo Yemen, avvicinandosi ad alcuni villaggi lungo la costa veniva sempre salutato dal canto del gallo e dal suono di speciali nacchere di legno usate al posto delle campane per chiamare i fedeli alla preghiera. Nei primi secoli dell’era cristiana, la fede in Gesù era ampiamente diffusa fra le tribù nomadi d’Arabia. Dalla Siria, i fedeli che percorrevano le rotte carovaniere trasmisero il loro credo fra le tribù che incontrarono costeggiando il Mar Rosso. Le vie del Vangelo seguirono l’annuncio di discepoli e mercanti, vescovi e re. Nel cuore della Penisola arabica – e soprattutto nello Yemen, nell’attuale Oman e nei paesi e nelle isole del Golfo Persico – vivevano numerose e ferventi comunità, sorgevano monasteri ed erano state istituite diocesi. Testimonianze di questa vita cristiana, coperte per secoli dalla sabbia del deserto, sono giunte fino a noi. Nel 1986, in una duna a ovest di Jubail, città industriale sulla costa orientale dell’Arabia Saudita, fu scoperta per caso una chiesa ben conservata, datata all’era preislamica. Fino a oggi, tuttavia, il ritrovamento è stato tenuto quasi sotto silenzio e il sito esatto, inaccessibile persino agli archeologi, non è stato reso noto dalle autorità del regno ultraconservatore islamico, anche per paura di vandalismi da parte dei fondamentalisti. È stato invece aperto al pubblico alla fine del 2010 il complesso archeologico cristiano scoperto sull’isola di Sir Bani Yas, negli Emirati Arabi: un monastero risalente al 600 d.C. (che comprendeva anche una chiesa, una cappella e una torre) in cui vivevano dai trenta ai quaranta monaci e che, secondo gli esperti, fu costruito da pellegrini provenienti dall’India. Il complesso accoglieva infatti un flusso continuo di fedeli, che probabilmente erano attratti sull’isola dalla presenza della tomba di un santo locale. L’aspetto più interessante della straordinaria scoperta è che il monastero restò attivo fino intorno al 750, nel periodo della dinastia Omayyade, quando l’islam si era ormai diffuso anche negli stati del Golfo: una testimonianza di un’iniziale convivenza armonica tra le due religioni, che si verificò in alcune zone ma, purtroppo, ebbe vita breve. Per oltre mille anni, la presenza di cristiani nella regione fu limitatissima, e le strutture ecclesiastiche inesistenti. Fu solo a metà del XIX secolo che la storia della Chiesa tornò a incrociare quella di queste terre, ormai considerate “la culla dell’islam”. I cristiani affidati alla responsabilità del primo vicario d’Arabia, il cappuccino francese monsignor Luis Lasserre, erano circa quindicimila su una popolazione di dodici milioni di abitanti. Oggi, nella stessa area, si calcola che solo i cattolici abbiano raggiunto i tre milioni, a cui va aggiunto il mezzo milione di cristiani del Kuwait, che ha rappresentato un vicariato a sé dal 1954 al 2011. Mentre tutto il Medio Oriente assiste a un più o meno drammatico esodo dei cristiani, in queste terre, sacre per l’islam, il numero dei fedeli di Gesù cresce senza sosta. Nel vicariato d’Arabia, che con i suoi oltre tre milioni di chilometri quadrati e sessanta milioni di abitanti è il più esteso al mondo, i cristiani secondo le stime ufficiali rappresentano, nei diversi Paesi, tra il sette e il dieci per cento della popolazione, ma semplici calcoli empirici suggeriscono che negli Emirati essi superano addirittura il trenta per cento. A fianco a loro una sessantina di preti e una settantina di suore, che fanno riferimento a sette parrocchie negli Emirati Arabi Uniti, quattro in Oman, altrettante piccolissime nello Yemen, una in Qatar, due in Bahrein e quattro in Kuwait (mentre in Arabia Saudita non esistono parrocchie). Che cosa è successo, allora, negli ultimi cento anni? Padre Eugenio Mattioli mi accoglie calorosamente nella parrocchia di San Francesco, a Jebel Ali. Siamo alla periferia di Dubai. «Tutto iniziò con la scoperta del petrolio e con quello che viene chiamato il boom petrolifero, negli anni Cinquanta, quando il Qatar e gli Emirati iniziarono l’estrazione», ricorda padre Mattioli. I primi lavoratori stranieri, da tutto il mondo, arrivarono nel Golfo Persico. Di questo flusso facevano parte anche molti cristiani e cattolici: europei, americani ma soprattutto indiani. I pochi sacerdoti a disposizione facevano la spola tra le comunità sparse nel Golfo, usando piccoli e instabili aerei. «La grande svolta, poi, fu all’inizio degli anni Settanta, con il balzo nel prezzo del petrolio: da due dollari al barile si passò a trentacinque dollari. Allora la febbre dell’oro nero salì alle stelle, le multinazionali arrivarono in massa e da allora l’ondata dei lavoratori stranieri, in larga parte cristiani, non si è più arrestata». Al venerdì, il colpo d’occhio fuori dalla cattedrale di San Giuseppe, ad Abu Dhabi, è straordinario. Fin dal primo mattino, intorno al complesso parrocchiale del quartiere di Al Mushrif, all’intersezione tra una larga via residenziale e la possente Airport Road bordata di grattacieli luccicanti, il via vai è continuo. Dai taxi che accostano fuori dal cancello scendono donne avvolte in sgargianti sari indiani, che si accodano a gruppetti di africani e a ragazze dai tratti asiatici che si riparano dal sole sotto degli ombrellini. All’interno del complesso, centinaia di parrocchiani si avviano in fila sui gradini della cattedrale mentre, a pochi metri, giovani filippini appena usciti dalla celebrazione precedente si fermano a chiacchierare davanti a un minuscolo ristoro. Il grande cortile della parrocchia è invaso da migliaia di bambini appena usciti dal catechismo settimanale. In un angolo, davanti alla grotta della Madonna di Lourdes decorata con fiori e luminarie, sostano in preghiera fedeli di ogni etnia. Il venerdì è la domenica per i cristiani del Golfo Persico. Qui il precetto settimanale si adatta ai ritmi dell’islam. Ma, anche se le campane non suonano e i canti dei fedeli sono a tratti sovrastati dall’adhan del muezzin che richiama i musulmani alla preghiera, il giorno di festa non si celebra certo in tono minore. Le messe elencate sulla bacheca della cattedrale sono dieci: si comincia alle sei e mezza di mattina mentre l’ultima celebrazione della giornata, quella in arabo, è alle 20.15. In mezzo, messe in inglese e tagalog, malayalam e urdu, tamil e singalese, seguite spesso da gruppi di preghiera carismatici che si tengono contemporaneamente nei vari saloni dello stabile. Per farsi un’idea di che cosa sia la vita in una grande parrocchia del Golfo, basta scorrere lo schema usato da padre Savariumuthu per calcolare il numero di ostie da preparare per le celebrazioni: la media è di trentamila particole alla settimana.

 

Divincolatosi dal vivace e trafficato centro storico di Doha, il taxi sfreccia sullo stradone lungo la corniche, diretto verso il quartiere della ambasciate della capitale, dove, tra i grattacieli sinuosi, sorgono le rappresentanze straniere e le sedi di alcuni ministeri. Qui ho fissato il mio prossimo appuntamento, per cercare di mettere a punto una delle questioni più cruciali che riguardano il ruolo del Golfo come eventuale laboratorio di convivenza, cioè la possibilità di dialogo tra fedi diverse. Nel corso del mio viaggio, chiedendo a innumerevoli interlocutori cristiani un punto di vista sull’argomento, spesso mi sono sentita dare la stessa risposta: «Dialogare con gli abitanti del posto? A dire il vero non ne conosco…». Nelle case, negli uffici, sui cantieri di lavoro: dappertutto, nelle terre del Golfo, cristianesimo e islam vivono fianco a fianco. Ma che si incrocino, questa è un’altra storia. Se tra la gente comune, dunque, l’incontro tra fedi è solo embrionale, a livello di rappresentanti religiosi esistono invece iniziative significative di confronto e avvicinamento. Quello tra le fedi è dunque un dialogo fra sordi? È questa la domanda che ho in mente entrando nella sede del Consiglio supremo dell’educazione, dove lavora Ibrahim Saleh al-Naimi, presidente del Doha International Center for Interfaith Dialogue (Centro internazionale per il dialogo interreligioso di Doha, Dicid). Si tratta della più importante realtà di questo tipo nella regione, nata per iniziativa degli stessi organizzatori dell’annuale conferenza di dialogo interreligioso che si tiene dal 2003 nella capitale del Qatar. Al-Naimi, con i suoi modi cortesi e insieme decisamente appassionati, inizia subito capovolgendo totalmente il punto di vista: «Non dobbiamo partire dai dogmi, già sappiamo che quelli sono diversi! Ma è necessario che ci uniamo in nome dei valori comuni, per fare fronte alle tantissime sfide che oggi ci si presentano: i disastri naturali, la povertà, le malattie che flagellano soprattutto il Sud del mondo. Queste sono grandi questioni che non possiamo affrontare separati! Dopo l’11 settembre è stato molto chiaro che gli occhi del mondo erano puntati su questa regione», spiega al-Naimi spostandosi più avanti sul divanetto del suo ufficio, come per far capire che sta entrando nel vivo del discorso. «Noi continuavamo a ripetere che la nostra religione, e le nostre tradizioni, non incoraggiano certo l’estremismo e la violenza, eppure ci rendevamo conto di non essere convincenti. Da parte dell’Occidente percepivamo sospetto, diffidenza, ma vedevamo anche che, come reazione ad alcune ingiustizie, alcuni settori del mondo musulmano sembravano portati a credere che la violenza fosse l’unico modo per farsi ascoltare. È stato allora che abbiamo capito che bisognava fare un passo avanti, che non potevamo più nasconderci in nome della consapevolezza che la nostra è una fede di pace: dovevamo esporci al confronto». Per farmi capire che cosa intende, al-Naimi fa un esempio concreto: «Prendiamo la crisi economica globale, che tanti danni ha creato a popoli interi da un capo all’altro del mondo, i quali non avevano alcuna colpa in ciò che è successo. Intere società hanno visto impennarsi il livello della disoccupazione, mentre in certe regioni del globo la gente muore di fame. Chiediamoci allora quale sia stato il ruolo dei leader religiosi di fronte a una crisi creata da uomini disonesti: perché non hanno alzato la voce contro chi ha preso certe decisioni? Non voglio vedere gente che soffre nelle strade mentre le banche dicono bugie e si salvano! Perché i vari leader religiosi non hanno richiamato gli avidi, i responsabili dell’attuale tragedia, per ricordare loro i principi delle proprie religioni? E noi, come uomini di fede, non possiamo tacere, dobbiamo fare sentire alta la nostra voce sulle implicazioni dei valori che professiamo. E dobbiamo farlo insieme».

 

Pag 18 Arte, croce e delizia del Belpaese di Antonio Paolucci a colloquio con Carolina Drago

 

Professor Paolucci, spesso si sostiene che il nostro Paese ospiti la gran parte, anche il 60%, del patrimonio artistico mondiale. Un dato che lei ha negato più volte. Perché è una mitologia?

«Si tratta di uno stereotipo molto caro ai cattivi giornalisti e ai cattivi politici. È un’emerita stupidaggine perché prima di tutto non conosciamo la consistenza numerica del patrimonio culturale italiano e ancora meno quella degli altri Paesi del mondo. Confrontare quantità incognite per ottenere un dato statistico è una sciocchezza dal punto di vista matematico prima ancora che da quello storico-culturale. È vero invece, ed è scientificamente dimostrabile, che in Italia il museo esce dai propri confini, occupa le piazze, le strade, si moltiplica all’ombra di ogni campanile. Questo ci rende unici e invidiati nel mondo. Il quadro del Pontormo più bello non si trova agli Uffizi ma a Santa Felicita, una chiesa a qualche centinaia di metri dal museo. È qui la famosa Deposizione che affascinò il Pasolini della Ricotta. Il Tiziano più bello in assoluto è a Santa Maria Gloriosa dei Frari, a Venezia: lo splendido quadro dell’Assunzione della Vergine. Se si vuole conoscere Carlo Crivelli o Lorenzo Lotto occorre girare per le parrocchie della Bergamasca o delle Marche. Il museo diffuso è il vero carattere distintivo dell’Italia. Il fatto cioè che qui da noi, il patrimonio sia presente dappertutto».

Sempre in tema di luoghi comuni, spesso si evidenzia che nelle statistiche dei musei il Louvre o l’Ermitage sono più visitati degli Uffizi. Benché l’Italia sia una meta prediletta del turismo culturale. Come mai?

«Questa è un’altra stupidaggine ed è molto cara, più che ai politici e ai giornalisti, agli economisti che guardano alla fruttuosità economica dei beni culturali. Di recente Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, donna intelligente e simpatica, ha chiesto: “Ma com’è possibile che nell’elenco dei grandi musei del mondo, l’Italia sia solo al diciottesimo posto?”. È vero: gli Uffizi sono al diciottesimo posto per numero di visitatori. Ma è anche vero che agli Uffizi più di un milione e mezzo di persone l’anno non possono entrare perché non ci stanno. Per la semplice ragione che Giorgio Vasari e Bernardo Buontalenti, alla fine del Cinquecento, hanno dato a questo museo le dimensioni che conosciamo. Quello che è importante sapere, invece, è che accanto agli Uffizi c’è il Museo del Bargello, e poi quelli di Palazzo Pitti e che, usciti da Firenze, ci sono i musei civici e i musei diocesani di San Casciano, di Montespertoli, di Empoli, di Montalcino e poi di Colle Val d’Elsa fino ad arrivare ai musei di Siena e continuare per Castiglion d’Orcia e Bolsena e oltre, fino alle porte di Roma. Non dobbiamo obbedire al solito stereotipo che si limita a confrontare la capienza dei grandi musei del mondo. Certo che all’Ermitage ci va più gente, certo che al Louvre ci vanno otto milioni e mezzo di persone e che non c’è partita rispetto al milione e mezzo degli Uffizi. Ma è pur vero che in nessun altro Paese della vecchia Europa e del mondo il patrimonio è minuziosamente presente e universalmente distribuito come da noi».

Da cosa dipende la diversa configurazione del nostro patrimonio culturale rispetto a quello degli altri Paesi?

«L’Italia ha avuto un’altra storia. Lo Stato centrale è recente. Prima c’erano le capitali preunitarie, ognuna con la sua gloriosa storia artistica, i suoi maestri, i suoi capolavori. In Italia la modernizzazione è arrivata relativamente più tardi che altrove. Il nostro Paese non ha conosciuto le dirompenti rivoluzioni che hanno modernizzato gli altri Stati, ma hanno anche distrutto tanta parte del patrimonio, come la Riforma luterana in Germania o la rivoluzione borghese in Francia».

Molti economisti e manager sostengono che per rendere più dinamico il sistema museale del nostro Paese occorre guardare al modello americano delle grandi fondazioni. Qual è la sua posizione?

«Sono le certezze universali che Francesco Bacone chiamava gli idola fori . Quello della fondazione museale è tra questi e ha a che fare con il sogno americano, l’inguaribile esterofilia degli italiani, la mitizzazione dell’America e dei suoi modelli. Insieme a quella della redditività della cultura. Molti economisti poi non capiscono che se c’è una fruttuosità nel patrimonio culturale italiano, questa è indotta. Quando una persona, per esempio, a Johannesburg compra vestiti, scarpe, olio e vino italiani, l’apprezzamento è l’immediata conseguenza delle colline di Siena, dei dipinti di Leonardo o di Michelangelo. È l’artisticità italiana che si riverbera anche in senso economico nei prodotti del Made in Italy. Questo è un valore incommensurabile. Per questo quando si rovina e si oltraggia il paesaggio italiano si fa un danno anche all’economia».

Professore, tra la terminologia che proprio non le va giù c’è quella dei “beni culturali” e quella di “territorio”. Cosa c’è di sbagliato in queste parole?

«“Territorio” è una parola inventata nell’ultimo mezzo secolo. È un termine che piace ai sindaci, agli architetti e ai geometri perché veicola l’idea che si tratti di qualcosa che deve essere trasformato, utilizzato. Bisogna costruirci sopra l’ipermercato, le villette a schiera, le piscine, gli outlet. Io voglio invece la parola “paesaggio”, che è qualcosa di intangibile, un termine sacro che obbliga alla conservazione e alla contemplazione. Così vorrei che si parlasse di “belle arti”. L’espressione “beni culturali e demoantropologici” è semplicemente orrenda ed è frutto di un mix nefasto di aziendalismo e marxismo. In questo senso credo si debba essere lucidamente e consapevolmente reazionari. Chiamare il territorio paesaggio e cestinare per sempre l’espressione beni culturali per sostituirla con quella di belle arti».

Questa differenza semantica è anche un cambio di prospettiva rispetto alla politica dei beni culturali?

«Quello che nessuno dice mai (è una cosa difficile da far capire ai politici perché probabilmente è impopolare) è che il vero rendimento dei beni culturali, più dell’indotto economico, è l’investimento immateriale. I capolavori che sono nei musei, il paesaggio incontaminato, i centri storici di Todi, di Narni, tutte queste cose servono a rendere la gente più civile, a trasformarla in cittadini. Così pensavano Leone X de’ Medici, il ministro di Mussolini Giuseppe Bottai, il cardinale Bartolomeo Pacca. Tutta gente che si è battuta con successo per la tutela dell’arte e del paesaggio».

Il crollo a Pompei della Casa dei gladiatori e gli altri che ne sono seguiti, oltre a essere eventi tristi, sono anche metafora dello stato in cui versano i nostri beni culturali. Cosa ne pensa?

«La questione Pompei è un problema di contesto. Se il sito si trovasse a Firenze o a Zurigo forse non saremmo qui a parlarne. È invece in una delle aree d’Europa più degradate dal punto di vista civile, amministrativo, politico, sindacale. Non serve aver letto Gomorra. “Un Paradiso abitato da diavoli”, così Goethe definiva questa parte d’Italia. Oggi il “Paradiso” è stato in larga misura devastato dall’abusivismo edilizio, dall’inquinamento, dalla spazzatura. La Campania felix descritta nei dorati dipinti di Hackert sopravvive soltanto per disarticolati frammenti. Il resto è in gran parte orrore edilizio, malapolitica, comuni commissariati per infiltrazioni camorristiche. Provate a girare per l’Agro Casertano e capirete tutto. Restano i “diavoli”, che oggi vogliono dire amministratori collusi, politici inaffidabili, aziende controllate o ricattate dalla criminalità organizzata. In questo contesto devono lavorare chi ha in carica l’area archeologica vesuviana. Bisogna ammettere che non è facile».

Una soluzione possibile?

«La nomina di un commissario con pieni poteri poteva sembrare la soluzione migliore eppure non ha dato gli esiti sperati e per tante ragioni. Il mio amico Philippe Daverio ha detto, una volta, che a Pompei ci vorrebbero i caschi blu dell’Onu. È una battuta provocatoria che tuttavia fotografa bene l’eccezionalità del sito e la sua oggettiva, sperimentata ingovernabilità. La disavventura capitata al ministro Bondi sarebbe potuta capitare a qualsiasi suo predecessore, anche a me che ho tenuto fra il 1995 e il 1996 la poltrona del Collegio romano. Per conservare Pompei ci vorrebbero soprintendenti bravi come Guzzo o De Caro. Questi ci sono e ci sono stati. Ci vorrebbero commissari, manager efficienti, intelligenti, duri e incorruttibili. Si possono trovare. Ci vorrebbe uno statuto di reale autonomia amministrativa e contabile. Ci vorrebbe una pratica di manutenzione costante e competente. Ci vorrebbe, ma questa è la cosa più difficile, temo impossibile da realizzare, un contesto ambientale diverso».

Lei sostiene che in Italia, là dove non ci sono risorse statali per i beni culturali, si supplisce con l’intervento dei privati.

«Sì. Bisogna tenere conto che l’Italia è il Paese delle cento capitali, che in Italia c’è una banca per ogni campanile, che gli italiani non hanno molto il senso dello Stato, poco forse anche quello della nazione, ma hanno fortissimo il senso della piazza. Alla quota governativa per i beni culturali bisognerebbe aggiungere quella che viene dalle banche di credito cooperativo e popolari, dalle fondazioni delle casse di risparmio. Le risorse per la cultura hanno meccanismi molto diversi. In Italia si trova il piccolo imprenditore del piccolo paese che tira fuori l’assegno per il restauro di un polittico. Magari non gli interessa gran che dell’arte ma sentimentalmente è legato alla chiesa dove la mamma lo portava a pregare da piccolo ed è orgoglioso di far sapere agli amici che il restauro l’ha pagato lui. Io credo poco alla cultura di Stato: la cultura ha bisogno di talento, non di soldi. Credo di più invece a questa forma, tipica dell’Italia per ragioni storiche di municipalismo, che mette in campo numerose risorse provenienti dalle pieghe profonde del Paese. Altra cosa è il taglio di fondi alla scuola, all’università, agli istituti di ricerca. Questo è inaccettabile perché compromette il futuro».

Di quali figure professionali c’è bisogno per i nostri tesori artistici?

«Di storici dell’arte, che ci sono, ma sono sempre più disoccupati perché il mercato non riesce ad assorbirli. A chi vuole intraprendere la carriera consiglio la formazione in Italia dove si può vedere e apprendere tutto e poi... andare altrove. I restauratori italiani, poi, godono di eccellente prestigio in tutto il mondo. La teoria del restauro è nata in Italia con Cesare Brandi, con Giovanni Urbani. E l’italiano è il linguaggio universale del restauro. Ovunque trovo restauratori italiani o che hanno studiato in Italia. Ma qui da noi restauratori anche eccellenti non riescono a tirare avanti perché mancano le risorse. Un autentico spreco».

Un fatto che non fa ben sperare per il futuro.

«Io sono testimone di una sconfitta. Posso dire “noi credevamo”: nell’autonomia del ministero dei Beni culturali, ma ci sbagliavamo. I beni culturali dovevano rimanere parte integrante di un più generale ministero della Cultura. Ci doveva essere un interscambio tra i musei, le università e la ricerca. Averlo isolato significa avere interrotto o quanto meno reso difficili i rapporti con il mondo della scuola e dell’università. Quando lo abbiamo capito ormai era tardi per rimediare. Un nobile errore per carità, degno della grande personalità di Giovanni Spadolini fondatore del ministero dei Beni culturali, ma un errore. E credo che stiamo andando verso una sorta di rottamazione del ministero nella sua struttura storica, fatta dalle soprintendenze e dagli istituti centrali».

Una polemica si è accesa sulla quantità di mostre nel nostro Paese. Molte esposizioni con pochi capolavori e spesso male allestite. Cosa ne pensa?

«Penso che in questo caso giochi anche una buona percentuale di ipocrisia perché quelli che scrivono contro le mostre sono gli stessi che, se devono organizzarne una, pretendono che si chiuda un occhio su tutto. Lo dico un po’ per scherzo e un po’ perché da marinaio di lungo corso nel settore ne ho viste tante. Penso che le mostre si dividano in due categorie: quelle che fanno gli altri – e sulle quali occorre esercitare la tutela più vigile e rigorosa – e quelle che facciamo noi e i nostri amici e allora ci vuole la giusta tolleranza ed è bene chiudere un occhio. Di fatto è così che funziona. La mostra è oggettivamente un business. Fa guadagnare, dà la visibilità a sindaci, a storici dell’arte, ad architetti. E in fondo è una cosa facile».

Però le mostre sono un’occasione di far conoscere l’arte. In questo senso sono un grande veicolo educativo, non crede?

«In Italia non ci sarebbe neppure bisogno di mostre, non d’arte almeno. Basterebbe che la gente guardasse quello che ha sotto casa. C’è gente di Viterbo, e sembra incredibile, che ha viaggiato fino a New York per visitare il Moma ma non ha mai messo piede nel suo museo civico per vedere la Deposizione di Sebastiano dal Piombo dove si vede quella luna shakespeariana, indimenticabile. Allora io dico: prima vedi la Deposizione , guardala e riguardala molte volte, e poi sarai intellettualmente attrezzato per capire il Moma».

Come far conoscere queste realtà al turismo culturale di massa?

«Basterebbe far sapere che l’Italia ne è piena e andarle a cercare. Proviamo a fare l’esempio della Puglia. Un luogo straordinario è il duomo di Altamura con un bellissimo portale e il paesaggio della Murgia intorno. Eppure quanti ci vanno? La gente va lì per farsi il bagno a Ostuni, ma non certo per vedere il duomo. Un altro luogo mirabile è la cattedrale di Troia, dell’XI secolo, in mezzo a un deserto giallo di grano bruciato dal sole. Il rosone è scolpito con fantastici decori dove si mescolano suggestioni bizantine, normanne, arabe. In cima al Gargano si trova il santuario dell’Arcangelo Michele. Qui, a 800 metri d’altezza, finiva l’Europa cristiana, era davvero il finis terrae , oltre c’era il mondo arabo e greco. Questo è il fascino dell’Italia!».

Venendo invece all’arte contemporanea, sembra che oggi più che opere belle si producano provocazioni. E più queste sono violente più muovono un mercato miliardario.

«Io ho un’idea molto precisa in merito. C’è una discontinuità radicale e non colmabile tra l’arte che i manuali ordinano cronologicamente da Fidia a Picasso e quella contemporanea. Viviamo in un momento di decomposizione linguistica. Gli alfabeti si sono frammentati e non ci sono messaggi da veicolare se non quelli della provocazione. Ma questo lo sostenevano già i dadaisti: ed era ormai un secolo fa».

Quindi lei non ama l’arte contemporanea?

«Non è che non la ami. Mi incuriosisce, mi stupisce, qualche volta mi affascina. Come quando vedo, a Firenze in Palazzo Vecchio, nello studiolo esoterico di Francesco I de’ Medici, il teschio tempestato di diamanti di Damien Hirst. Provocazione e meditazione, vanitas e lusso estremo; tutto tenuto insieme per un effetto che vuole essere (ed è in effetti) scioccante. Ma proprio questo è oggi, nei suoi esiti migliori, l’arte. I codici di riferimento, l’idea stessa di arte, sono irreversibilmente mutati. Di fronte agli eventi contemporanei gli strumenti tradizionali dello storico dell’arte non hanno più ragione di essere. Sono inutili, patetici. Ci vogliono altre chiavi di lettura, altri strumenti esegetici; che però non sono i miei».

È dai tempi di Hegel che si discute di “morte dell’arte”. Eppure l’arte non muore, le opere contemporanee si vendono a prezzi strabilianti.

«Io credo che tutto questo sia concime per l’arte che verrà. Oggi il nostro è un sistema di segni in decomposizione e servirà come materiale di partenza per il Dante Alighieri, il Mozart, il Michelangelo del futuro. Quando? Ventunesimo, ventiduesimo secolo? Non lo so. E non so neanche dove. In Cile piuttosto che in Australia, ma io non dubito che ci sarà e che verrà fuori in modo totalmente imprevedibile. È già successo nella storia. Pensiamo all’Italia alla fine del XIII secolo quando si scriveva nel latino ossificato delle università e della Chiesa o in linguaggi d’élite come la lingua d’oc. Una generazione dopo, all’inizio del Trecento, è arrivato un italiano che si chiamava Dante Alighieri. Nessuno poteva immaginarlo, ma è accaduto ed è accaduto in una forma non prevista, grazie a uno di quei provvidenziali “deragliamenti” della storia, che succedono e che è sciocco cercare di prevedere».

 

Pag 33 Regole, rispetto e stile da ritrovare (lettere al direttore)

 

Gentile direttore, ai tempi dell’inchiesta Mani Pulite io, come la maggior parte degli italiani, plaudimmo. Finalmente la giustizia faceva il suo ingresso fra gli intoccabili: i politici. Ci sentimmo un poco più italiani, perché la giustizia era uguale per tutti. Quella storica pulizia sembrò nettare le mani della politica e porre le basi di un Paese più civile. Io personalmente non feci caso al fatto che non tutte le mani sporche erano state lavate, e che il secondo partito italiano, il Partito comunista era stato appena lambito dall’inchiesta, e ne era stato fatto uscire senza troppo clamore; il 'compagno Greganti' non parlò e non si insistette più di tanto. L’odierna atmosfera politica sembrerebbe riecheggiare quella di venti anni fa. Un presidente del Consiglio al centro di molteplici inchieste giudiziarie che promettono di infilzarlo come un pollo. Intorno, i media legati alla sinistra che ne gridano le nefandezze. Mancano solo le monetine di craxiana memoria. C’è tuttavia qualche differenza: allora si trattava della sottrazione di fondi pubblici per uso personale e dei partiti, oggi la giustizia cerca di guardare soprattutto nel buco della serratura di un uomo politico per metterne alla berlina le deprecabili umane debolezze. Questa operazione che dovrebbe avere lo scopo di pretendere una maggiore moralità personale da parte dei politici, che dovrebbero essere di esempio per tutta la popolazione, ha, a mio parere, una debolezza di fondo. La platea di accusatori che lanciano invettive moralizzatrici è costituita fondamentalmente da individui che hanno combattuto e vinto per introdurre l’aborto e il divorzio in Italia, che attaccano continuamente la famiglia tradizionale, che plaudono a una vita sessuale senza condizionamenti e obblighi di responsabilità. Sono gli stessi che venti anni fa restarono fuori da Mani Pulite. In tutto ciò si tenta di arruolare la Chiesa cattolica, per altro in altri contesti continuamente dileggiata e accusata di interferenze, nel tentativo di pubblica lapidazione. Bisognerebbe ricordare a costoro, gentile direttore, che i governi, in democrazia, li eleggono i cittadini tramite elezioni. Cordiali saluti.           (Giuseppe Cacioppo, Sciacca / Ag)

 

Risponde Marco Tarquinio: Già fatto, gentile signor Cacioppo. Già richiamata più volte quella straordinaria ovvietà – forse per tanti non più tale, nonostante proclami retorici e libretti sventolati ai riflettori – che è l’esistenza e la piena vigenza, in Italia, di una legge fondamentale che si chiama Costituzione della Repubblica. Già ricordato, gentile lettore, che i governi dipendono dal voto del Parlamento, legittimato a esercitare questo potere dal popolo che lo ha eletto (male purtroppo, viste e considerate le attuali regole, ma pur sempre in modo democratico). Già invocato a più riprese, caro amico lettore, il ritorno a un pieno rispetto di ogni ruolo e potere pubblico (anche da parte di chi lo riveste...) nonché dell’essenziale equilibrio tra quegli stessi poteri. E, prendendo spunto dalle pacate e ferme riflessioni del cardinal Bagnasco, abbiamo già avvertito sulle nostre pagine – mi permetta un’autocitazione – che «chi vive da cattolico» e vede ciò che è accaduto, e che ancora sta accadendo in un teatro della politica che mescola pubblico e privato, ne è certamente «indignato» e messo in allerta, senza con ciò essere «rassegnato (o anche solo disposto) ad accodarsi agli acuti del moralismo amorale o ai cori a bocca chiusa del non è successo niente». Quanto alla pretesa di 'usare' la Chiesa, so che è antica come la politica e che – nella nostra Italia – si è persino accentuata nell’era dello spettacolo mediatico della politica. Ma so anche che la Chiesa non si fa usare. «Forse che davvero è mancata in questi anni la voce responsabile del Magistero ecclesiale che chiedeva e chiede orizzonti di vita buona, libera dal pansessualismo e dal relativismo amorale?», ha scandito lunedì sera il cardinale presidente della Conferenza episcopale. E venerdì il vescovo segretario generale della Cei lo ha chiarito in modo definitivo. Qualcuno ha finto – e ancora finge – di non sentire e, comunque, non vuol capire. Ma i nostri vescovi – per amore di verità e della persona umana – parlano chiaro. Sia quando segnalano le ferite inferte al comune sentire sia quando danno voce ai concreti problemi e alle pressanti attese della gente. Il vangelo di Cristo e i valori fondamentali della civiltà umana – quelli su cui, come diciamo noi cattolici, «non si negozia» e che ci accomunano anche a tanti che cattolici non sono (o non si sentono in senso pieno) – aiutano più che mai a leggere la realtà presente e spingono a lavorare per un futuro diverso e migliore. Una spinta sana a «purificare l’aria». Che rischia di essere frustrata come avvenne – lei lo fa capire – al tempo di Mani Pulite? Vedremo. Ormai da mesi e mesi, sento e registro una voglia di impegno e di partecipazione 'dal basso' assai forti, sento e registro – dopo il tempo dei conflitti d’interesse di ogni tipo e del conflitto permanente tipico del bipolarismo furioso – la ripresa di una idealità generosa e pulita e l’attesa anzi la 'pretesa' di una politica fatta all’insegna di uno stile che quand’ero ragazzo era indicato a modello: la gratuità. Tutto questo mi riporta a una verità elementare: la storia non si ripete, ma qualche volta ci restituisce in forme nuove ciò che era buono e che sembrava perso. E questo, gentile signor Cacioppo, mi dà speranza.

 

L’OSSERVATORE ROMANO di domenica 2 ottobre 2011

Pag 5 Vuoi il successo? Parla male di Benedetto XVI di Milo Yannoupoulos

Consigli del «Catholic Herald» ai giornalisti

 

Pubblichiamo, quasi per intero e in una nostra traduzione, un articolo apparso sul «Catholic Herald».

 

Immaginate di essere un nuovo giornalista della Bbc News. È il primo giorno in ufficio, freschi di laurea in comunicazioni sociali e produzione digitale conseguita dell’università di Salford che vi brucia in tasca tanto da provocare un buco. Ci siete riusciti! Avete raggiunto le vette vertiginose della redazione della televisione di Stato. Siete pronti a conquistare il mondo. Tuttavia, incombe il disastro: il direttore vi affida il vostro primo compito e si tratta di un articolo sulla Chiesa cattolica. Papa «Benedetto qualche cosa» è andato da qualche parte per fare un discorso su Dio e argomenti simili. Volete fare una buona impressione, ma siete completamente spaesati. Che cosa fare? A chi rivolgersi? Bene, qui al «Catholic Herald» sappiamo quanto arcano e particolare deve apparire il mondo del cattolicesimo a corrispondenti nuovi del campo. Per questo abbiamo esaminato gli archivi dei più importanti giornali e delle maggiori emittenti per trasmettervi gli insegnamenti di colleghi più anziani. Condividendo queste linee guida di buona prassi speriamo di poter aiutare i corrispondenti a tenere alta la tradizione del giornalismo equilibrato e corretto su questioni cattoliche per cui la stampa britannica è giustamente nota. Ecco allora i nostri principali consigli per il successo. Qualunque sia l’evento a cui il Papa partecipa, gonfiate sempre le cifre di quanti protestano. Quest’anno, in occasione della Giornata mondiale della gioventù a Madrid, il numero di persone che protestavano era meno dello 0,04 per cento di quello dei sostenitori (cinquemila contro un milione e mezzo), ma questo non ha impedito alle teste pensanti della Bbc di concentrarsi quasi esclusivamente sui contestatori e di ignorare la dimensione e il successo della gioiosa celebrazione dei giovani cattolici. Nello stesso modo, la scorsa settimana, in un altro servizio della Bbc sul viaggio del Papa in Germania, un paio di centinaia di contestatori sono diventati «diverse migliaia». Parole come «diverse» sono utili perché sono più evasive delle cifre vere. Se siete in dubbio, siate vaghi e approssimativi sul motivo di qualsiasi contestazione, in particolare se sembra che non ce ne sia nessuna, tanto quei simpatici cristiani «porgono sempre l’altra guancia», non come i contestatori che, se non ottengono i doverosi omaggi e la dovuta copertura mediatica, vi bombardano il centralino di lamentele angosciose e inondano la blogsfera di speciose contumelie per la vostra mancanza di precisione. Qualsiasi voce su possibili disaccordi da parte di politici o di altri leader religiosi su una visita del Papa deve essere raccontata come un fatto, in altre parole come se fosse già accaduto. Non correggete la storia se poi viene fuori che solo una piccola parte di rappresentanti del Governo non ha partecipato all’evento. Non spaccate il capello in quattro! Usate la triade «divisa», «dividente» e «divisione». Abbiate queste parole sempre sulla punta della lingua. Ricordate che le opinioni del Papa sono sempre pericolose e allarmanti. Non permettete che la passi liscia ed esprima un’opinione senza che voi inseriate nel vostro pezzo una fulminante invettiva. È anche utile mischiare vari tipi di cristianesimo, tanto i lettori non conoscono la differenza fra l’arcivescovo Rowan Williams e l’arcivescovo Vincent Nichols, e questo contribuisce a trasmettere l’immagine di una Chiesa divisa e malridotta. Ci sono molti aggettivi che si possono usare in modo suggestivo. Esagerate pure. Il vostro professore di giornalismo vi avrà insegnato a essere cauti con gli aggettivi, ma non si riferiva alle cronache religiose. Non fa niente se la vostra prosa elaborata rende il titolo sgraziato e nemmeno se non potete provare le accuse. Prendete in giro e sminuite la posizione della Chiesa su questioni morali definendola «la politica della Chiesa», implicando così in modo erroneo che per esempio, come le politiche di un qualsiasi Governo, anche quelle della Chiesa potrebbero essere cambiate da un momento all’altro, se solo quei tizi in tonaca si preoccupassero veramente della gente comune. Assicuratevi di far notare come gli insegnamenti della Chiesa contrastino con la morale di moda oggi, che si tratti di contraccezione, di cambiamento climatico o di immigrazione. Se potete, cercate di impadronirvi del linguaggio della Chiesa, leggete i discorsi dei vescovi e subordinateli al vostro lessico urbano e politicamente corretto di uguaglianza, correttezza e «giustizia sociale». Non affidatevi solo alle tensioni percepite, ma fomentate attivamente il malcontento cercando su Google quante più storie negative riuscite a trovare sulla Chiesa e sintetizzate le lamentele che vi sono contenute. I paragrafi dal nono al diciottesimo del vostro articolo sono perfetti per infervorarvi, rivangando qualunque risibile tirata di Johann Hari o qualsiasi infantile e rozza trovata di Richard Dawkins abbiate a disposizione. Se non avete tempo per approfondire il senso di alcuni passaggi più significativi del discorso del Papa, dite semplicemente che esso «ha virato verso il tono accademico». Nessuno vi accuserà di non prestare attenzione perché c’era qualcosa di meglio da un’altra parte e in più potrete dare l’impressione che il Papa è un oratore noioso. Goal! Raccogliere dichiarazioni può essere difficile. La regola aurea è non raccogliere mai e poi mai dichiarazioni dai sostenitori, ma solo da chi protesta. Andate dalla femminista più arrabbiata che potete trovare e provocatela sull’egemonia patriarcale e sul sacerdozio solo maschile. Se includerete soltanto dichiarazioni negative, sembrerà che tutte le persone corrette si oppongono alla presenza del Papa. Faticate a dimostrare abbastanza falsa indignazione? Provate questa nuova tattica, sperimentata dal «Guardian»: insinuate che sia i cattolici sia i non cattolici sono stufi di baracca e burattini. Se possibile, usate foto con il Papa di schiena. Sono fantastiche perché implicano che è isolato e impopolare. Non lasciatevi convincere dalle testimonianze oculari che lo descrivono come una persona energica e circondata da migliaia di sostenitori. Infine, ed è molto importante, usate generosamente Adolf Hitler. Hitler è un ingrediente principale della dieta di qualsiasi moderno corrispondente di cronache religiose. Nessuna cronaca su Benedetto XVI o sulla Chiesa cattolica è completa senza un riferimento ai nazisti, e soprattutto al fatto che il Papa è stato membro della Gioventù hitleriana. Non perdete tempo a leggere le sue dichiarazioni in proposito o a chiedere a qualcuno che conosca bene la storia di quel periodo. Potreste scoprire che Ratzinger era un giovane riluttante, obbligato a far parte di quel gruppo equivalente a un servizio militare in un periodo in cui tutti i giovani erano costretti a far parte di qualche organizzazione statale. Cosa avreste fatto voi? No, ricordatevi soltanto che ne faceva parte. Otterrete un bonus se riuscirete a nominare Hitler o i nazisti due volte nello stesso paragrafo.

 

IL GAZZETTINO di domenica 2 ottobre 2011

Pag 1 Quando si deve cambiare il timoniere di Romano Prodi

 

Prima dell’inizio delle ferie estive avevo scritto, con una certa sorpresa per molti, che in presenza di fortissime tensioni economiche e finanziarie della zona Euro, una crisi di governo sarebbe stata inopportuna. Mi sembrava infatti pericoloso restare senza un timoniere nel mezzo della tempesta. Poi è arrivato agosto. La speculazione e le incertezze politiche sono aumentate di intensità e, in aggiunta, le previsioni e i dati sulla crescita sono stati ovunque corretti al ribasso. Il deterioramento della situazione e il peggioramento delle previsioni hanno toccato in particolar modo l’Italia, che si trova ora al fondo delle classifiche mondiali. La reazione del governo italiano non è stata, sotto alcun aspetto, all’altezza della situazione. Le successive manovre economiche si sono distinte per la loro insufficienza, frammentarietà e contraddittorietà. Proposte di aumenti fiscali si sono susseguite in modo confuso e, nella maggior parte dei casi, sono state cambiate non solo in conseguenza della reazione delle categorie interessate ma anche per effetto di interessi contrapposti nell’ambito della coalizione di governo. Anche lasciando da parte i danni di tali comportamenti sulle quotazioni azionarie delle nostre imprese, questi eventi hanno provocato un enorme imprevisto e ingiustificato aumento dello “spread” dei nostri titoli pubblici rispetto al parametro di riferimento, che è il c.d. “Bund” tedesco. Per un paese con un debito pari al 120% del Pil come è il caso italiano, una differenza di 3-4 punti nel tasso di interesse si trasforma in peso insostenibile. Anche se la durata media del nostro debito è intorno ai 6-7 anni, ogni volta in cui il Tesoro è obbligato a rinnovare una quota di questo debito, il crescente costo degli interessi diventa una corda al collo che strozza la nostra economia. Anche una severa manovra di aggiustamento delle finanze pubbliche sarebbe infatti vanificata dall’aumento degli interessi sul debito pubblico. Una delle motivazioni più forti della nostra volontà di entrare nell’Euro era stata infatti quella dell’abbassamento di tassi di interesse sia a carico dello Stato che dei debitori privati. Ricordo a questo proposito come fosse stata accolta con sufficienza (e in molti casi con derisione) la previsione, poi puntualmente avveratasi, di una diminuzione al di sotto del 5% dei tassi per l’acquisto dell’abitazione in conseguenza dell’entrata dell’Italia nell’Euro. Questo stato di grazia è durato non un giorno ma otto anni. Poi è arrivata la crisi finanziaria, quindi il caso greco ha messo in rilievo che le economie europee non sono tutte uguali e i tassi dei diversi paesi, senza una politica europea, hanno cominciato a divergere. Ben pochi tuttavia pensavano che l’Italia sarebbe stata la vittima più illustre di questa tempesta e nessuna pensava che il nostro “spread” potesse superare anche quello della Spagna, paese economicamente più debole. Su tutto questo sono arrivate le nostre incertezze e le nostre liti di agosto con la quotidiana disputa fra il Presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia e fra quest’ultimo e tutti gli altri Ministri. Il che ha prodotto un ulteriore drammatico deterioramento dell’immagine dei nostri vertici governativi. Questa cacofonia, unita a comportamenti personali del tutto singolari, ha provocato, all’interno del paese, il distacco dall’esecutivo di molti dei pilastri che lo avevano sostenuto, a partire dalle associazioni di piccoli imprenditori e della Confindustria e a un raffreddamento di quella parte delle gerarchie ecclesiastiche e di quei sindacati che, finora, avevano sostenuto il governo. Il giudizio negativo è ancora peggiore all’estero dove, a livello di classe dirigente, non vi è più fiducia che vengano prese le decisioni necessarie mentre, a livello popolare, l’Italia è oggetto di ironia, scherno e derisione. I media di tutto il mondo ci considerano come una realtà imbarazzante mentre la gente comune si chiede come si possa essere giunti a questo punto e come l’Italia possa essere caduta così in basso. Questa domanda viene insistentemente posta non solo in Europa ma in tutto il mondo, negli Stati Uniti, in Asia e in Africa. È un giudizio ormai universalmente condiviso, che pesa ancora di più di quello delle agenzie di rating perché umilia l’anima più profonda del Paese proprio quando in occasione del 150 anniversario dell’Unità, l’Italia sta riflettendo sulla sua storia e sta cercando di ritrovare un suo ruolo e una sua missione nel mondo globalizzato. Dopo la drammatica estate che abbiamo passato bisogna perciò giungere alla conclusione che, pur navigando in un mare in tempesta, qualsiasi nuovo timoniere è meglio di quello esistente e che il rischio di un cambiamento è certamente preferibile alla certezza che la nostra nave vada a schiantarsi contro gli scogli.

 

Pag 1 Referendum, una bomba contro la casta di Mario Ajello

 

Si può dirlo in modo felpato, come fa Angelino Alfano: «La consultazione referendaria cambierebbe lo scenario politico». Oppure si può dirlo in maniera brutale: il referendum elettorale del ’93 sancì di fatto la fine della Prima Repubblica. E il referendum elettorale del 2012, se com’è probabile la Corte Costituzionale lo giudicherà ammissibile, seppellirà quasi sicuramente la Seconda Repubblica. Sotto una valanga di sì all’abolizione del Porcellum che significa - più che la scelta di un altro sistema elettorale, e il Mattarellum non è molto meglio del metodo a cui subentrerebbe - il rifiuto della politica dei nominati; della politica che non sa darsi da sola delle regole giuste; della politica chiusa nella propria autoreferenzialità; della politica che se ne infischia della rappresentanza territoriale e verticizza e romanizza la selezione del personale parlamentare. Una bomba contro la casta: ecco che cos’è, piaccia o non piaccia, il referendum. Ma è anche l’ultimo appello ai partiti: se sapete riformare il sistema, bene; sennò, la parola passa al popolo. E il Pdl e la Lega, loro più degli altri, verrebbero travolti dall’ondata referendaria. Come evitare il cataclisma? Fare una nuova legge è la via più ovvia e naturale: quindi la più impervia, considerando le divisioni a tutti i livelli interni alla maggioranza e dentro ognuno dei partiti della coalizione. La seconda strada è hard. Portare tutti alle urne anticipatamente, scacciando l’incubo del referendum e riconsegnando la candidatura alla premiership a Berlusconi, assai malmesso ma già dimostratosi in grado di incredibili rimonte. Come quella su Romano Prodi, che nel 2066 partì con quindici punti di vantaggio sul Cavaliere e poi la spuntò, anche per effetto dell’introduzione tardiva e strumentale del Porcellum, per un pugno di voti. E’ passato tanto tempo da allora, Berlusconi è più anziano e molto più logorato, ma i falchi sempre falchi sono e quelli del Pdl coltivano la speranza di un colpo di reni del Cavaliere, ovvero credono nella sua resurrezione appena sente l’odore delle cabine elettorali. La strada numero tre appare più praticabile della numero due, ma è a sua volta piena d’incognite. E’ la via della staffetta. Funziona così: come Margaret Thatcher cedette il passo a John Major nel ’90, per evitare che i conservatori inglesi si spaccassero, così il Cavaliere potrebbe abdicare in favore di Alfano. Ossia deberlusconizzerebbe il suo governo pur di salvare il berlusconismo e pur di guadagnare al centrodestra un anno in più di legislatura e soprattutto nuove sponde capaci di allargare il campo. Insomma, col passo indietro di Silvio, la maggioranza potrebbe aspirare al sostegno dell’Udc e lavorare a una nuova legge elettorale, che vanifichi il referendum. Prevarrà l’opzione numero uno, la numero due o la numero tre? La meno rischiosa, per il centrodestra il cui attuale leader ha nei sondaggi un gradimento inferiore a quello della sua coalizione, sarebbe la strada numero tre. Ma spesso negli ultimi tempi la follia erasmiana, di cui Berlusconi s’è sempre considerato seguace, non ha brillato per lucidità.

 

Pag 3 Lega, scoppia il caso Gentilini di Paolo Calia

L’ex sindaco si schiera con Napolitano: “L’Italia non si divide”. Stiffoni: “Va cacciato dal partito”

 

Qualcuno, ieri mattina, più che infuriarsi ha sorriso esclamando: «te pareva». Chi poteva essere il primo leghista a fregarsene del diktat diramato dal consiglio federale del Carroccio? Chi poteva essere il primo a parlare di governo, Padania, crisi facendosi un baffo dell'ordine di rimanere nei ranghi ed evitare escursioni in campi non propri impartito a tutti i tesserati leghisti? Ovvio: lo Sceriffo per definizione, il vice sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini. C'è da giurare che, tra le sezioni della Marca, è girata pure qualche scommessa. E lui, Genty, non ha tradito le aspettative. Fedele fino in fondo alla sua fama di «bastian contrario» - come lo ha scherzosamente definito un sempre più esasperato segretario nazionale Gian Paolo Gobbo - ieri, in un colpo solo, ha: smantellato l'idea di Padania proprio quando i leader del Carroccio avevano iniziato a ritirare fuori bandieroni verdi solleticando l'orgoglio di una base sempre più depressa; dato ragione al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano quando dice che «non esiste un popolo padano» e, tanto per cambiare, criticato il governo. Di conseguenza ha mandato in fibrillazione tutto il mondo leghista al punto che, cosa mai accaduta prima, c'è chi come il senatore Piergiorgio Stiffoni ne ha chiesto l'espulsione. Insomma, lo Sceriffo non si è fatto mancare niente. E la direttiva bavaglio? «Non mi interessa», risponde con una mezza risata.

Gentilini, che fa? Il consiglio federale della Lega ordina a tutti i militanti di non parlare di cose che non gli competono, tra cui governo e politica nazionale, e lei è il primo a disubbidire.

«Ma per favore! Non mi interessano queste cose. Io ho sempre parlato e continuo a farlo. Oggi (ieri ndr) l'ho fatto con tutti: televisioni, agenzie, giornali».

Ma i vertici della Lega vi hanno chiesto silenzio e profilo basso.

«Io devo dare conto ai miei cittadini, parlare dei loro bisogni. Non ho mai voluto fare il politico».

Allora andiamo con ordine. La Padania: esiste?

«Ma la Padania è un simbolo. Questioni come questa sono un diversivo. Per noi leghisti è sempre stato un sogno, un'aspirazione e resterà tale».

Quindi nella diatriba tra Napolitano e la Lega lei sta con il Presidente della Repubblica.

«Dobbiamo fare i conti con la realtà: l'Italia è una e indivisibile e Napolitano ha fatto un richiamo all'ordine. Però dovrebbe fare di più».

Faccia un esempio.

«Un Presidente della Repubblica dovrebbe poter mandare a casa un governo quando non rispetta il programma e non mantiene le promesse. Napolitano dovrebbe sciogliere le Camere se vede che la scaletta degli impegni governativi non viene rispettata».

Parole pericolose se dette, di questi tempi, da un leghista.

«Dico quello che penso, come sempre».

Quindi quando si parla di Padania, secondo lei, si cerca solo di distrarre la gente dai problemi di ogni giorno.

«Lo ripeto: i veri problemi sono ben altri e i miei cittadini me lo ricordano ogni giorno. Sono il lavoro che manca, la difficoltà di arrivare a fine mese. L'ho detto anche Gobbo e a Bossi».

Cosa ha detto?

«Che bisogna pensare al futuro dei giovani, che il popolo vuole certezze. Anche oggi ho parlato con ragazzi appena laureati che non sanno cosa fare».

Altro che Padania, insomma.

«Prima ci sono argomenti come questi. Di altro si potrà discutere quando la Lega avrà il cinquanta per cento più uno dei voti. Come in battaglia: per vincere ci vogliono i numeri. Se non li hai sei destinato a crollare».

Sa che più di qualcuno, dopo queste uscite, la vorrebbe fuori dalla Lega?

«Non credo proprio che questo possa avvenire: io sono un leghista e ho migliaia di elettori che mi vogliono sempre presente. Ed è a loro che devo rendere conto. Non sono un politico, io. Non ho mai voluto cariche: potevo diventare presidente della Regione, andare in Senato o al Parlamento Europeo. Ma ho sempre rifiutato perché il mio dovere è stare qui, assieme ai miei cittadini».

 

Treviso - «L'autodeterminazione dei popoli è nel nostro Dna; ridicolizzarla significa che il suo di Dna ha subito una mutazione. Forse leghista non lo è mai stato, democristiano invece sempre». Il senatore Piergiorgio Stiffoni, falco per eccellenza del Carroccio e grande avversario di Gentilini, questa volta va giù durissimo, fino a chiederne l'allontanamento dalla Lega: «Confido che venga immediatamente estirpato dalla rappresentativa del movimento, sia come militante che come amministratore». Il senatore è un fiume in piena e mette alla gogna il vice sindaco di Treviso: «Potrei solamente dire che spesso i vecchi subiscono l'ingiuria del tempo, ma con le ultime, ennesime, dichiarazioni, ha confermato di essere un virus tossico dentro la Lega Nord Padania». Parole che lasceranno il segno. Tra i due, da anni ormai, non scorre buon sangue al punto che, a ogni attacco di Stiffoni, Gentilini replica: «Cosa vuole Stiffoni, che ha sì e no tre voti...». Più cauto, ma ugualmente irritato, è il segretario provinciale Gianantonio Da Re: «Non c'è bisogno di espulsioni, ma non condivido quello che dice Gentilini. Se vuole stare con Napolitano, vuol dire che si è dimenticato chi è stato e da dove proviene. Se per il Presidente della Repubblica la Padania non esiste, allora non ha niente di cui preoccuparsi. Sarebbe bene invece che iniziasse veramente a unificare questo Paese avviando una vera riforma federalista».

 

LA NUOVA di domenica 2 ottobre 2011

Pag 1 L’indifendibile difeso dai padani di Francesco Jori

 

«Presidente, ho paura che si sia spinto troppo in là», suggeriva 48 anni fa a John Kennedy il suo consigliere per la sicurezza nazionale McGeorge Bundy. Davanti al municipio di Berlino Ovest, il capo degli Usa aveva appena pronunciato la memorabile frase «Ich bin ein berliner», io sono un berlinese. Interpretava il sentimento di decine di milioni di uomini liberi. E apriva una prima crepa destinata a far cadere, molto più tardi, il muro che aveva a lungo diviso due mondi. Quando “La Padania” titola a tutta pagina “Io esisto e sono padano”, fa un percorso alla rovescia, per erigere un muro anziché demolirlo; e soprattutto, dà voce al pensiero di una ristretta minoranza di quel nord di cui si fa paladina. Dove la Lega, è bene ricordarlo, raccoglie l’adesione di meno di due persone su dieci, pur nel momento del massimo successo elettorale. Non si è spinto troppo in là neppure Giorgio Napolitano, nel suo richiamo sulla Padania che non c’è; e “parlano a schiovere”, come direbbero a Napoli, tutti coloro che si esercitano nella dietrologia sulle parole del presidente. Non si vede perché Bossi possa ripetere da anni che la secessione è la strada maestra, condendo il tutto a base di dita medie e pernacchie; e perché invece il Capo dello Stato debba destare scandalo quando esercita il suo diritto, ma soprattutto il suo dovere, di ricordare e difendere la Costituzione. Che al riguardo è chiarissima. Miglio disse un giorno, con una certa perfidia, che a suo avviso Bossi non aveva mai letto un libro in vita sua; ma si può sperare che prima di giurare di difendere la Carta costituzionale, come ha fatto quand’è diventato ministro, si sia spinto almeno fino all’articolo 5.

 Naturalmente, un movimento politico può benissimo battersi per la secessione. Ma in tal caso non va a governare lo Stato da cui vuole separarsi, non siede nelle sue istituzioni, non usufruisce dei relativi benefici; in altre parole, come dicono sempre a Napoli, non recita la parte di “chillo che fa’o pecoraro e’o lupo”. Oppure può, altrettanto legittimamente, porsi l’obiettivo di tutelare gli interessi del territorio che si propone di rappresentare. In tal caso, fa la sua battaglia dentro le istituzioni per trasformarle in profondità, rispondendo così agli interessi degli abitanti di quel territorio: tutti, non solo una parte. «Non può decidere lui per me e la mia famiglia», ha mandato a dire a Napolitano una blogger padana. Verissimo. Ma neppure Bossi può decidere per gli otto settentrionali su dieci che continuano a non votarlo. Ed è in questa chiave, soprattutto, che va letto il richiamo del Capo dello Stato: la Lega si misuri con i problemi quotidiani, non coltivi evanescenti fughe. Che senso ha evocare anacronistici strappi proprio nel momento in cui la crisi globale mette a rischio le fondamenta stesse della casa comune europea? Nella Spagna delle rivendicazioni autonomistiche più spinte, dalla Catalogna ai Paesi Baschi, nessuno parla di smembrare il Paese. Perché dovrebbe farlo un territorio privo di un’analoga identità? Sono altre le battaglie che contano. Come non sembra rendersi conto Radio Padania, che ha riaperto i microfoni per dare sfogo alle reazioni contro Napolitano, dopo averli tenuti spenti per mesi, per evitare di dar voce alle non meno violente critiche della sua base contro Berlusconi. Si difendono così gli interessi del nord, tutelando un politico che li ha subordinati ai propri e attaccandone invece uno che richiama quelli dell’intero Paese? Se questa è l’alternativa, saranno in tanti a sottoscrivere una ben diversa frase: «Io non sono padano».

 

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CORRIERE DELLA SERA di sabato 1 ottobre 2011

Pag 1 Amari inganni di Michele Ainis

 

In Italia capita che l'ovvio suoni come una bestemmia in chiesa. O perlomeno nella chiesa in cui dice messa la politica, certa politica. Quella che a sua volta contrabbanda come verità lapalissiane il diritto a battersi per il libero Stato di Padania (Bossi) o le virtù mirabolanti d'una legge elettorale definita addirittura Porcellum. Ha fatto male il capo dello Stato a smascherare questo doppio inganno? No, ha fatto bene: a lungo andare il silenzio si trasforma in connivenza. Costituzione alla mano, l'inganno vale innanzitutto per la presunta secessione del presunto popolo padano. Perché l'Italia è «indivisibile», dice l'articolo 5; e quindi l'unità del nostro territorio rappresenta un limite assoluto alla revisione costituzionale. Significa che non possiamo cambiare la Costituzione per dividere il Paese in due come una mela, nemmeno usando le procedure dettate dalla Costituzione. A meno che non decidessimo di gettare nel cestino dei rifiuti l'intera Carta del 1947, sostituendovi delle cartoline, tante quanti gli staterelli che precedettero l'Unità. Ma allora servirebbe una guerra, una rivoluzione. E soprattutto servirebbe il responso della storia, l'unica che può trasformare il bandito in un eroe, il criminale politico in un padre della Patria, come diceva Vezio Crisafulli. Ma fin qui la Lega ha sparato soltanto proiettili verbali, ed è assai dubbio che alla prova dei fatti troverebbe qualche soldatino. Meglio così, naturalmente. Tuttavia le parole pesano, specie quando s'avvalgono del mantello del diritto. C'è un principio di sovranità popolare, affermano in coro gli esponenti della Lega: conta o non conta l'articolo 1? Certo che sì, ma la sovranità s'esercita «nelle forme e nei limiti» della Costituzione, stabilisce quella stessa norma. E infatti l'articolo 5 pone un limite testuale. Vabbé, allora c'è il principio di autodeterminazione dei popoli, aggiunge la Lega volgendo gli occhi al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite. Peccato che nel nostro caso l'autodeterminazione non c'entri un fico secco. Perché quest'ultimo principio vincola i governi stranieri a liberare i territori occupati con la forza, tanto che ispirò l'intero processo di decolonizzazione. Ma né la Lombardia né il Veneto sono colonie dell'Italia. Se lo fossero, i ministri della Repubblica italiana Bossi, Maroni e Calderoli sarebbero i colonizzatori. E c'è poi il secondo guaio su cui ieri ha puntato l'indice Napolitano: la legge elettorale. Sempre ieri, il comitato promotore ha depositato in Cassazione un milione e 200 mila firme per l'abrogazione del Porcellum. In un paio di mesi, senza tv e senza quattrini, una sorta di miracolo. Ma forse è un miracolo il nostro risveglio collettivo, dopo un decennio passato a spiare la politica dal buco della serratura. Perché gli italiani stanno ritrovando la voglia di far politica in prima persona, senza delegarla. Perché attraverso il cambiamento delle regole del gioco vogliono cambiare pure i giocatori. Logori e acciaccati. E non solo al governo.

 

Pag 2 Dal Quirinale un richiamo senza precedenti di Marzio Breda

Un durissimo altolà ai lumbard evocando la carta costituzionale

 

Napoli - E' un avvertimento proporzionato al livello della sfida lanciata da Bossi. Un durissimo altolà all'ipotesi, evocata ancora dieci giorni fa dal leader della Lega tra Pontida e Venezia, di staccare il Nord dal corpo della Nazione. Uno scenario sul quale il presidente della Repubblica racconta d'essersi interrogato, «cercando di capire da dove nascano quelle grida». Premette anzitutto che «il popolo padano non esiste», e «il messaggio è chiaro», sottolinea. Aggiunge poi, con interrogativo retorico, che gli sembra «grottesco» anche solo «proporsi di creare, che cosa?, uno Stato Lombardo-Veneto che magari calchi la scena mondiale competendo con Cina, Brasile, Stati Uniti, Russia?» E, concesso che si può «strillare in un prato ma non si può cambiare il corso della storia», spiega che, mentre è certo «lecito discutere del federalismo e delle autonomie», non c'è invece «spazio nelle leggi e nella Carta per una via democratica alla secessione». Così, incalza Giorgio Napolitano, «ove dalle chiacchiere, dalle grida, dalla propaganda, dallo sventolio delle bandiere si passasse ad atti preparatori di qualcosa che viene chiamata secessione, beh, allora tutto cambierebbe». Un esempio di che cosa potrebbe succedere nell'eventualità che si materializzasse «un simile pericolo» gli fa rievocare «il biennio 1943-44 in Sicilia, quando l'appena rinato Stato italiano, di fronte a un tentativo di organizzazione armata separatista, non esitò a intervenire in modo piuttosto pesante con la detenzione di Andrea Finocchiaro Aprile». Il quale - per inciso - fu confinato a Ponza nel 1945 (assieme a due altri esponenti del movimento, Nino Varvaro e Francesco Restuccia), mentre la guerriglia continuò fino al marzo '46. Il senso del richiamo ai capi leghisti è inequivocabile e minaccioso. Senza precedenti: non tirate troppo la corda, perché la Repubblica una e indivisibile sarebbe costretta a difendersi. Non aizzate la vostra gente a varcare una soglia proibita. Non provateci. Neppure invocando astratti principi di autodeterminazione o di sovranità del popolo perché «ci si dimentica sempre che l'articolo 1 della Carta, dopo aver detto che la sovranità appartiene al popolo, continua puntualizzando: "Che la esercita nei limiti della Costituzione"». Meglio restare dunque nei limiti della «evoluzione positiva» perseguita dalla Lega tra il 2006 e oggi, «accantonando le proposte del professor Miglio». La strada cioè del federalismo fiscale e di una costruzione federale dello Stato per cui «si discute del superamento del bicameralismo perfetto per far nascere una Camera delle Autonomie come quelle che esistono in Germania, Francia e altri Paesi». Non basta. All'aspro «de profundis» per le tentazioni secessioniste il capo dello Stato - che si lascia interrogare da professori e studenti di giurisprudenza dell'Università di Napoli - associa un esplicito «requiem» per l'attuale sistema di voto. E non sembra casuale che se lo conceda proprio nel giorno in cui è appena stato raccolto più di un milione di firme per cancellare il cosiddetto Porcellum. Dice il presidente: «Non tocca a me fare nuove leggi, ma mi pare che ci sia la necessità di una nuova legge elettorale», anche per determinare «un ritorno di fiducia». Quella di oggi, infatti, «ha interrotto un rapporto di responsabilità che esisteva tra elettore ed eletto... Non voglio idealizzare il sistema delle preferenze che c'era prima, perché tutti sappiamo quali limiti avesse, ma solo dire che prima c'era un sistema più diretto... Adesso non pare che sia tanto importante fare bene in Parlamento quanto tenere buoni rapporti con chi ti nomina deputato». Sarebbe un modo, conclude, per sgombrare il «velo oscuro» che incombe sulle istituzioni. In particolare su quelle «ai piani più alti», considerato che «più si va a livello di base, ad esempio nei comuni, più si avverte la vicinanza della gente a quella articolazione dello Stato, e la situazione per fortuna cambia».

 

Pag 9 L'unità ritrovata dei cattolici, in campo 16 milioni di iscritti di Paolo Conti

La sfida delle associazioni, insieme per la prima volta dopo il Concilio

 

Testo non disponibile

 

Pag 9 Bersani: con la Chiesa per ricostruire, non per arruolarla di Pier Luigi Bersani

 

Caro Direttore, si leggono cose paradossali su quale sarebbe il pensiero del Pd a proposito dei recenti pronunciamenti della Chiesa italiana. Non voglio qui andare a fondo della questione. Ho pubblicato io stesso qualche riflessione sui rapporti fra il Partito democratico, il mondo cattolico e la Chiesa italiana; vi sono stati peraltro recenti appuntamenti del Pd (ad esempio attorno alle Settimane sociali) che possono aiutare a capire. Altri ne verranno nelle prossime settimane. Sto dunque all'essenziale. I fermenti di responsabilità e partecipazione che emergono dal mondo cattolico sono un'importante novità positiva per l'Italia. Noi non cadremo mai nel ridicolo, che altri evidentemente non temono, di voler arruolare la Chiesa italiana. Semplicemente, il Pd è un partito di laici e di cattolici, è un partito che riconosce i propri valori in quelli di un umanesimo forte, è un partito che ascolta con rispetto e attenzione le preoccupazioni della Chiesa riguardo alla vita del Paese, nella peculiarità del suo magistero, come proprio ieri Monsignor Crociata ha voluto efficacemente chiarire. È qui che comincia il nostro lavoro. Vogliamo che il nostro progetto per l'Italia sia espressivo anche di tante energie positive e vitali che il mondo cattolico esprime, in particolare su un arco di temi che va dalle questioni sociali a quelle educative, a quelle antropologiche. Per noi l'ispirazione è quella dei grandi principi costituzionali che sentiamo vivi, attuali e operanti e assolutamente ospitali sia dell'autonoma responsabilità di mediazione della politica sia di quella convergenza di idealità e di valori che abbiamo promesso nascendo come partito. C'è un cambiamento davanti all'Italia. Noi chiameremo ricostruzione questo cambiamento. In nome della ricostruzione democratica e sociale di questo Paese sentiamo la responsabilità di aprire il nostro sguardo e le nostre disponibilità. È quello che tocca a noi ed è quello che stiamo facendo; fuori dai clamori, certamente, ma forse un po' più in profondità di quanto non ci venga riconosciuto.

 

Pag 60 Il mondo cattolico alle prese con il nuovo di Marco Follini

 

Caro direttore, come attesta anche il confronto avviato sulle colonne del Corriere della Sera i cattolici hanno avuto meriti straordinari nella storia repubblicana. Sono stati i democristiani a dare l'impronta più profonda alla nostra democrazia e ad incamminare il nostro Paese lungo un percorso di modernità. Meriti che le cronache non proprio esaltanti degli ultimi anni fanno rifulgere perfino di più. Tutti questi meriti bastano a far pensare che a una nuova generazione di politici cattolici sia riconosciuto, non dico un privilegio, ma qualche diritto in più in vista dell'opera di ricostruzione del nostro Paese? Non credo proprio. Non è scritto da nessuna parte che il nostro futuro debba somigliare al nostro passato, né che i discendenti di quella storia tanto gloriosa abbiano la strada spianata davanti a sé. Occorre semmai ricordare che l'affermazione del movimento politico dei cattolici avvenne nel dopoguerra sotto il segno di due condizioni assai particolari. La prima condizione fu che quel movimento si presentò con un'idea ben precisa di come il Paese dovesse modellarsi. Tutto il lavoro di elaborazione che quella generazione aveva svolto (il codice di Camaldoli) aveva dentro di sé un'anima, una visione. Era un progetto lungamente e profondamente pensato. La seconda condizione fu che la vittoria era tutt'altro che scontata, e direi neppure prevista. Era un'idea del Paese, appunto, e non un'agenda di governo. Una ricerca libera e sofferta, e non una passeggiata sul tappeto rosso. E quell'idea finì per mettere radici proprio perché il suo valore era nella sua convinzione e non nella sua utilità. O meglio, l'utilità fu resa possibile dalla profondità della convinzione. Qui sta oggi il punto debole. La nostra generazione non ha ancora prodotto la sua idea. Ci aggrappiamo con gratitudine (e una certa furbizia) ai ricordi che il passato ci lascia in eredità. Coltiviamo a grandi linee una sensibilità, un'attitudine verso una società inclusiva, verso un potere mite e limitato, verso un'economia sociale di mercato, verso politiche di coesione. Ma non c'è un progetto, non ancora. Direi che in una parola ci manca largamente la consapevolezza di quanto il mondo sia cambiato in questi ultimi anni, e di quanto il suo cambiamento abbia messo fuori gioco le formule di una volta. Comprese le nostre. È novità la globalizzazione, e con essa l'idea che il nostro Paese debba trovare nella divisione internazionale del lavoro una sua più specifica vocazione. È novità (di queste settimane, se così posso dire) il fatto che nell'economia globale possano fallire gli Stati, cosa mai neppure immaginata prima. È novità il declino di una politica munifica e generosa, di quella sorta di «democrazia della spesa» che ancora oggi fa parte dell'agenda della gran parte di noi. Tutte cose che il nostro stesso dibattito evoca di rado, semmai sfiora appena. E che invece decideranno del destino italiano, e anche del nostro. Dopo la guerra i cattolici si sono affacciati alla politica promettendo la libertà che il fascismo aveva violato e che il comunismo minacciava, offrendo solidarietà ai ceti più deboli, prospettando la crescita dell'economia e contando che il potere pubblico mettesse a disposizione le risorse per fare tutto questo. Oggi il potere ci garantisce molto meno. È qui la cruna dell'ago in cui dovremo cercare di passare.

 

LA REPUBBLICA di sabato 1 ottobre 2011

Pag 1 La coscienza dello Stato di Ezio Mauro

 

Ieri Giorgio Napolitano ha rotto un pezzo dell'incantesimo che blocca il Paese in questa lunga agonia del berlusconismo. Spazzando via false credenze, mitologie e leggende politiche che pure hanno imprigionato e condizionato l'attività di questo governo, il Capo dello Stato ha detto chiaramente quel che la politica (anche di opposizione) non riesce a spiegare: non esiste un popolo padano, pensare ad uno Stato lombardo-veneto che competa nella sfida della globalizzazione mondiale è semplicemente grottesco, e una via democratica alla secessione è fuori dalla realtà. Dopo queste parole, vivere nella finzione non sarà più possibile. Ci vuole coraggio istituzionale - quindi responsabilità - nel pronunciarle, perché l'Italia politica ha accettato per anni che crescesse dentro la cultura della destra berlusconiana questa leggenda nera della secessione possibile, della Padania immaginaria, fino alla buffonata delle false sedi ministeriali al Nord, col ritratto di Bossi appeso ai muri. Oggi, semplicemente e finalmente, lo Stato dimostra di avere coscienza e nozione di sé, e dice di essere uno e indivisibile, frutto di una vicenda nazionale e di una storia riconosciuta. È una frustata alla politica, Lega, governo e maggioranza in primo luogo: ma anche all'opposizione. Napolitano infatti denuncia la rottura del rapporto tra eletti ed elettori, come se la politica si sentisse irresponsabile. E proprio nel giorno in cui le firme per il referendum abrogativo hanno raggiunto un milione e duecentomila, chiama in causa per questo il Porcellum: voluto e votato da Berlusconi e dalla Lega, colpevole di aver spostato la scelta dei parlamentari nelle mani dei capi-partito, spezzando il collegamento tra i cittadini e i loro rappresentanti. Per questo il Presidente chiede espressamente una nuova legge elettorale per ripristinare la fiducia nelle istituzioni. Guai se le parole del Quirinale restassero inascoltate, al punto in cui è giunta la disaffezione dei cittadini verso il sistema politico-istituzionale. È un invito a dire la verità, a farla finita con gli inganni, a restituire la parola ai cittadini, a "cambiare aria" nel Palazzo. Se accadrà, anche la finzione di governo che si arrocca a Palazzo Chigi avrà vita breve.

 

LA STAMPA di sabato 1 ottobre 2011

Un fossato tra il Paese e il governo di Luigi La Spina

 

Ancora una volta, la grande sensibilità ed esperienza politica del Capo dello Stato ha individuato il problema più grave dell’Italia d’oggi: il distacco e la profonda sfiducia dei cittadini nei confronti di chi li governa. Così va intesa la sollecitazione di Giorgio Napolitano a una riforma elettorale che restituisca al popolo il giudizio sui propri rappresentanti alle Camere e tolga alle segreterie dei partiti il potere assoluto di nominarli in Parlamento. Ma anche la sua nuova, durissima condanna di chi, di fronte ai veri problemi del nostro mondo globalizzato, favoleggia soluzioni fuori dalla realtà, come quella della secessione padana. Quest’estate che sembra non voler più finire ha acuito l’impressione dell’assoluta solitudine degli italiani rispetto alla loro classe politica. Preoccupati per la sorte dei loro risparmi, per il futuro dei loro figli, per il clima di disorientamento che si diffonde, tra annunci di imminenti catastrofi e rassicurazioni assai poco credibili, avvertono la sconcertante sordità del loro governo e la desolante impotenza della loro opposizione. La sensazione è quella di un Paese abbandonato a se stesso, aggrappato alla speranza che la tutela interessata dei partner europei basti a salvarlo e la supplenza di autorevolezza e di credibilità del Presidente della Repubblica sia sufficiente per preservarne l’onore internazionale. Berlusconi, i suoi ministri e la sua coalizione partitica paiono racchiusi come in un bunker di totale isolamento rispetto a quello che avviene fuori dal perimetro della Roma politica. Questa specie di autismo governativo viene rafforzato ogni volta che, con il voto palese, le Camere ribadiscono, con puntualità sistematica, la quota di una sempiterna maggioranza. Una maggioranza che sfida con successo le accuse di connivenze mafiose nei confronti di uno dei suoi ministri, di corruzione nei riguardi di un suo rappresentante, stretto collaboratore del titolare dell’Economia, e che sostiene, a colpi di fiducia, i provvedimenti del suo governo. Vittorie che irridono i patetici tentativi dell’opposizione di ottenere un ribaltone parlamentare, aggravandone le divisioni ed esasperando i suoi caratteri litigiosi e inconcludenti. Ma che hanno soprattutto l’effetto di autorizzare la chiusura di ogni ascolto agli umori dell’opinione pubblica, con la ripetizione di quello che è ormai diventato un «mantra» autoassolutorio: «Finché i numeri alle Camere lo confortano, il governo ha sempre ragione». La più significativa conferma di questo fossato che si sta scavando tra il Paese e il governo è venuta ancora ieri, quando si sono registrate le stizzite repliche di alcuni esponenti della maggioranza al piano per la crescita proposto dalla Confindustria e da altre rappresentanze imprenditoriali. Le proposte della Marcegaglia, certo, possono e debbono essere discusse ed è naturale che suscitino consensi e dissensi. Quello che ha colpito, però, è il distacco che si è creato con un mondo, quello delle forze produttive della nostra società, che, per anni, ha costituito uno dei punti di riferimento del berlusconismo nel nostro Paese. Quanto è lontano l’entusiastico consenso di quell’assemblea confindustriale di Vicenza, nel 2006, che elesse l’attuale presidente del Consiglio suo paladino, dal secco ultimatum intimato dalla Marcegaglia al governo. Ma quanto è lontano, soprattutto, l’atteggiamento risentito e quasi sprezzante verso il presidente degli industriali italiani da parte di un ministro come Sacconi, da sempre beniamino di ogni platea confindustriale. Ecco perché sembra davvero che il fortino in cui si è chiuso il governo, nella sua orgogliosa autosufficienza parlamentare, abbia sollevato tutti i ponti levatoi. Anche quelli con i suoi tradizionali alleati e scambi pericolosamente la garanzia della sua esistenza con l’efficacia della sua azione. Dentro quelle mura si agitano duelli personali e politici, come quelli che combattono Tremonti e Berlusconi. Si sentono echi di battaglie infinite, come quelle tra la magistratura e il presidente del Consiglio. Risuonano nomi di donne e voci di allegri festini. Si percepiscono persino felpati avvertimenti, come quelli inviati dalla Chiesa italiana nei confronti di un certo «costume», chiamiamolo così, politico. Fuori, oltre il fossato, stanno gli italiani, osservatori smarriti di lotte furiose, ma lontanissime dalle loro più urgenti preoccupazioni. La sera, le tv, moderni cantastorie, raccontano le solite favole. Ma ormai non incantano più.

 

IL GIORNALE di sabato 1 ottobre 2011

Se la spara grossa l’obiettivo è altro di Alessandro Sallusti

Forse Napolitano ha voluto soltanto dare uno sberlone alla Lega in risposta alle punzecchiature ricevute nei giorni scorsi da esponenti del Carroccio. Oppure gli obiettivi sono diversi. Lo sapremo nelle prossime settimane

 

L’ipotesi di una secessione della Padania è talmente paradossale, qui al Nord lo sappiamo bene, da non meritare di uscire dai confini del folclore leghista. Ma se a portarcela è addirittura il Capo dello Stato, allora c’è da capire che diavolo sia successo, o stia per succedere. I casi sono due. O Napolitano è al corrente di trame eversive, e allora farebbe bene a denunciarle, oppure l’esternazione di ieri ha un altro scopo. Escludendo la prima ipotesi, bisogna allora chiedersi come mai, in un momento così delicato per gli equilibri e le alleanze, il Quirinale getti all’improvviso benzina sul fuoco delle polemiche. Perché è ovvio che avere evocato gli arresti per chi dovesse fare un altro passo in avanti contro l’unità del Paese, avere negato l’esistenza della Padania, innescherà infinite polemiche sul nulla. Essendo gratis, il nulla appassiona i politici più dei fatti concreti, per cui immaginiamo che nelle prossime ore ci sarà da divertirsi. È possibile che Napolitano abbia voluto soltanto dare uno sberlone alla Lega in risposta alle punzecchiature ricevute nei giorni scorsi da esponenti del Carroccio. Oppure gli obiettivi sono diversi. Seminare zizzania nella maggioranza che non dà sintomi di cedimento? C’entrano forse le divergenze tra Quirinale e Bossi sul nome del nuovo governatore della Banca d’Italia? Regalare altre frecce per l’arco dell’opposizione? Lo sapremo nelle prossime settimane.

 

I sospetti di Berlusconi sull’attivismo del Colle di Adalberto Signore

Per il Cavaliere l’affondo contro il Carroccio è eccessivo. Il dubbio è che Napolitano stia lavorando a un governo tecnico

 

Che da giorni il Quirinale fosse piuttosto irritato Silvio Berlusconi lo sapeva bene. E questa volta senza che servissero i buoni uffici di Gianni Letta. Il timore del Cavaliere, però, è che l’affondo arrivato ieri da Giorgio Napolitano non sia legato solo alle recenti frizioni sulla Banca d’Italia ma sia invece il segnale di una vera e propria «discesa in campo del Colle». Un’uscita «a gamba tesa destinata a destabilizzare il quadro politico». Perché - ragiona il premier con chi ha occasione di vederlo nel corso della giornata - che Napolitano fosse su tutte le furie per la frenata sulla nomina di Fabrizio Saccomanni alla guida della Banca d’Italia non è certo un mistero ma un «attacco» di queste proporzioni fa «presagire altro». Il tentativo, spiega più d’un ministro, di «dividere la maggioranza» in un momento già delicatissimo. Perché, racconta un importante dirigente del Pdl, «ormai il Quirinale ha fatto la sua scelte e nelle prossime settimane si muoverà direttamente sul governo». Per metterlo all’angolo e cercare di favorire la nascita di un esecutivo tecnico che arrivi a fine legislatura. Napolitano, insomma, avrebbe deciso che è arrivato il momento di staccare la spina. Ed è chiaro che se in una situazione così complicata si aggiunge anche la fronda del Colle per il Cavaliere la vita rischia di diventare davvero dura. Certo, la vicenda Bankitalia non ha aiutato affatto. Perché per Berlusconi il nome di Saccomanni (gradito anche al presidente in pectore della Bce Mario Draghi) non è mai stato un problema. Anzi, fosse stato per il premier il nodo sarebbe già stato sciolto giorni fa. Il punto, però, è che s’è messo di traverso Giulio Tremonti. Che ha alzato le barricate su tutti i fronti. Non solo quello interno alla maggioranza trovando la solita sponda di Umberto Bossi ma anche quello del mondo bancario. Già, perché a fare andare su tutte le furie il Colle sarebbe stato il giro di telefonate informali fatto qualche giorno fa ai vertici degli istituti di credito italiani per sondarli su Saccomanni. La risposta - a cominciare da Banca Intesa - sarebbe stata piuttosto freddina con rilancio sul nome di Vittorio Grilli, l’attuale direttore generale del Tesoro sponsorizzato dal ministro dell’Economia. Una risposta - questo pensano al Quirinale - che sarebbe stata «imposta» dallo stesso Tremonti dopo fortissime pressioni sulle banche. Di qui l’irritazione verso il ministro dell’Economia e verso la Lega. Ma in qualche modo anche verso Berlusconi che pur preferendo Saccomanni - se non altro per evitare che Tremonti controlli non solo la Consob ma pure la Banca d’Italia - non riesce a sbloccare l’impasse. Come detto, però, lo scontro su Bankitalia sembra essere solo la punta dell’iceberg. Perché l’affondo di Napolitano di ieri è stato durissimo. Con tanto d’invito a rivedere la legge elettorale che a Palazzo Grazioli interpretano come una spinta affinché la Consulta dichiari il referendum ammissibile. Altro elemento, questo, che per mille ragioni diverse contribuirebbe a rendere ancor più agitate le acque in cui navigano maggioranza e governo. Ecco perché sono in molti a pensare che Napolitano abbia deciso di «scendere in campo». Un’ipotesi concreta se sembra che il Pd abbia deciso di rompere ogni dialogo con la Lega sul federalismo. Francesco Boccia fa infatti sapere che lascerà la Bicamerale e sembra che Pier Luigi Bersani si stia preparando per un affondo in questo senso con l’obiettivo di «isolare» il Carroccio. Che se salta la Bicamerale sul federalismo perderebbe davanti al suo elettorato l’unica vera ragione per restare al governo con il Cavaliere.

 

AVVENIRE di sabato 1 ottobre 2011

Pag 1 Questione di futuro di Francesco Riccardi

 

I toni ultimativi nei confronti del governo sono stati accantonati. Nelle parole dei leader del mondo imprenditoriale, che ieri hanno presentato il loro 'Progetto per l’Italia', non si ritrova più quella sorta di preavviso di licenziamento che aveva caratterizzato alcuni interventi nei giorni scorsi. Ma solo perché la sfida è assai più profonda e decisiva «della credibilità del governo e della politica». Davvero, come si legge nel documento, «sono a rischio anni e anni di sacrifici. È a rischio la possibilità di garantire ai nostri figli un Paese con diritti, benessere e possibilità pari a quelli che abbiamo avuto fino ad oggi». Occorre partire da qui, dalla coscienza della posta in gioco, per analizzare la portata della proposta venuta ieri dalle rappresentanze imprenditoriali. Da tutto il complesso delle aziende italiane: grandi e piccole industrie, artigiani, commercianti, cooperative, banche e assicurazioni. Per la prima volta unite su una proposta, ovviamente opinabile e 'di parte', ma concreta e dettagliata. Che ha il merito di proporre all’esecutivo in carica, all’opposizione e alle altre forze sociali una possibile agenda di discussione per far uscire il Paese dalle secche dell’inazione, per sottrarlo a quel declino che molti osservatori oggi credono irreversibile. E al quale invece non vogliono, non vogliamo arrenderci. Nel merito, le cinque questioni prioritarie evidenziate dalle imprese – spesa pubblica e pensioni, fisco, dismissioni, liberalizzazioni, infrastrutture ed energia – sono i nodi individuati da tempo. E sono evidenti non pochi punti di contatto con alcune proposte politiche sia di maggioranza sia di opposizione. Manca, però, una maggiore disponibilità, diciamo così 'al sacrificio', da parte delle imprese stesse. Al di là dell’introduzione di una patrimoniale, infatti, non si fa alcun cenno al riordino degli incentivi (almeno 20 miliardi di euro) di cui godono. Né si spendono parole su come si possano conciliare l’(inevitabile) innalzamento dell’età pensionabile con la perdurante abitudine di buona parte delle aziende stesse a prepensionare o comunque a marginalizzare i lavoratori over-50. Soprattutto – ed è il deficit per noi più rilevante – manca una visione realmente prospettica sul fisco, che vada al di là dei bilanci aziendali. Limitarsi a scrivere che «andrà avviata la revisione dell’Irpef sui redditi più bassi» significa non aver compreso l’urgenza di una riforma assai più profonda ed equa, che promuova finalmente la famiglia, ne sostenga gli sforzi per allevare ed educare i figli, per curare gli anziani e i disabili. Il futuro del Paese e, dunque, lo stesso futuro delle imprese, in termini demografici e di coesione sociale, di capitale umano e di benessere, passa da quello snodo decisivo non certo meno che dall’alleggerimento delle imposte su lavoro e produzione pure necessario. Scrivono i portavoce del mondo imprenditoriale che «non intendono minimamente sostituirsi ai compiti che spettano al governo, alla politica, a chi rappresenta la sovranità popolare... ben sapendo di non rappresentare che una parte della società italiana». Corretto. È sempre più evidente, però, che solo il confronto e un’assunzione di maggiore responsabilità da parte delle rappresentanze di interessi collettivi può generare quello sforzo necessario all’Italia per risollevarsi. Il tempo degli uomini soli alle leve del comando e dei personalismi è davvero scaduto. La festa, per gli italiani, è finita da parecchio. E chi si attarda ancora col cappellino e la trombetta o rifiuta pregiudizialmente di discutere, evidentemente non ha compreso che il Paese chiede disponibilità, unità d’intenti e impegno concreto per uscire – insieme – da una crisi potenzialmente esiziale. Se si vuole evitare d’essere eterodiretti dai tecnocrati d’Europa – o peggio di doverne invocare interventi di salvataggio – occorre che torni la Politica. Quella che vaglia, media, media ancora e poi decide guardando al bene comune. Astenersi perditempo.

 

Pag 1 Voltare pagina di Marco Tarquinio

 

Servono nuove regole del voto. Ed è necessario farle bene, cioè in modo che torni a essere rispettato l’essenziale rapporto di fiducia (e di verifica) che deve legare gli eletti agli elettori. Un patrimonio che era stato messo in questione nell’amaro e fosco tramonto della Prima Repubblica e che nella cosiddetta Seconda Repubblica è stato purtroppo desolatamente dissipato. Ha perciò ragione il presidente Napolitano a mettere un accento prioritario sulla questione della legge elettorale. E chi segue questo giornale sa da quanti anni, e con quanta intensità, chiediamo che il nodo venga sciolto e venga sciolto in modo saggio e coraggioso ovvero facendo tesoro di tutti – ma proprio tutti – gli errori del passato, a cominciare da quelli del passato recente. Tra questi errori – o, meglio, tra questi pesanti condizionamenti – ci sono certamente le due leggi elettorali che hanno segnato il volto della stagione politica che si sta consumando: il sistema prevalentemente uninominale maggioritario che viene chiamato Mattarellum e il sistema maggioritario a base proporzionale e a liste bloccate detto Porcellum. Il primo ha dato il 'la' a un gioco politico all’insegna del frazionismo e del trasformismo più esasperati, tra alleanze ingovernabili nonché assai poco governanti e ribaltoni. Il secondo ha sancito, persino drammaticamente, il distacco tra gran parte del Palazzo e la società, i suoi problemi più veri e pressanti e le sue energie positive. Il momento di voltare pagina è arrivato. E voltare pagina vuol dire voltare pagina. Mattarellum e Porcellum? No, grazie. Errare è umano, perseverare è diabolico. E allora? Allora, altro che dilemma tra inazione colpevole e anche autolesionista o referendum d’incerta ammissibilità e di certo sapore di vecchio. Dateci una legge che consenta a tutto il Paese in ogni sua 'anima' di sentirsi rappresentato, che riconosca il diritto dei cittadini a sapere prima del voto da chi si can­dida a governare che cosa vuol fare e assieme a chi e, in ogni caso, che restituisca a chi va a votare il potere di 'preferire' il proprio parlamentare. Se è vero che nessuna regola elettorale può garantire mai il paradiso di una politica perfetta, almeno lasciamoci definitivamente alle spalle gli sbagli che ci hanno condotto in questo purgatorio.

 

Pag 9 “La Chiesa non fa governi e non li manda a casa” di Gianni Cardinale

Crociata: i cattolici non fuggano le responsabilità

 

La Conferenza episcopale italiana non ha partiti «da proporre o organizzare», «non fa i governi e non li manda a casa», mentre è «del tutto fuori luogo» l’interpretazione che abbia invitato il premier a fare un passo indietro. Lo ha sottolineato ieri il vescovo Mariano Crociata, segretario generale della Cei, il quale ha anche ribadito l’impegno della Chiesa in Italia nella difesa dei cosiddetti principii «non negoziabili», quelli cioè riguardanti la tutela della vita in tutte le sue fasi, il riconoscimento e la promozione della struttura naturale della famiglia, il diritto dei genitori di educare i propri figli. Monsignor Crociata ha fatto queste dichiarazioni nel corso della conferenza stampa di presentazione del Comunicato finale rilasciato al termine della riunione del Consiglio episcopale permanente che si è svolto a Roma da lunedì pomeriggio, con la prolusione del cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, fino a giovedì. «Non c’è nessuna iniziativa – ha detto il segretario Cei – volta alla costituzione, organizzazione, promozione di un partito. Non abbiamo partiti da promuovere o organizzare». La Chiesa italiana invita a una «rinnovata presa di coscienza di questa responsabilità» da parte dei cattolici. Monsignor Crociata ha fatto riferimento al «giacimento di valori» che deve essere «reinvestito per il bene del Paese. Ne sentiamo tutti la responsabilità, ciò che abbiamo non possiamo tenerlo per noi». E ha quindi specificato che il «soggetto» di cui parla la prolusione del cardinale Bagnasco è «un soggetto culturale e sociale, è un invito a convergere a partire da questo patrimonio condiviso, attorno ai valori fondamentali propri del mondo cattolico, mostrando l’importanza di uno sforzo condiviso, comune». A questo proposito monsignor Crociata ha voluto inoltre «raccogliere lo spunto» da chi in questi giorni ha «voluto scrivere» che «i valori non negoziabili» sarebbero spariti dall’orizzonte della prolusione e della discussione della Consiglio permanente. E ha spiegato che «la dottrina, il plesso di valori, come li ha chiamati il cardinale presidente della Cei in altre occasioni, non è un vestito stagionale che si mette secondo le mode o l’atmosfera della giornata, ci appartiene sempre». «Oltretutto – ha aggiunto – il cardinale ha parlato di etica della vita e di etica sociale strettamente connessa, integrata e, al proprio interno, ordinata gerarchicamente». Insomma: «L’etica della vita è il fondamento dell’etica sociale». Rispondendo a una domanda dei cronisti se si potesse adombrare nella prolusione del cardinale Bagnasco l’invito a Silvio Berlusconi a dimettersi provocando una crisi di governo, Crociata ha risposto: «La Cei notoriamente non fa i governi e nemmeno li manda a casa». E poi ha precisato: «Attribuire alla prolusione del presidente una intenzione del genere è del tutto fuori luogo». Alla richiesta di chiarimenti se la Cei sia più vicina a un tipo di governo piuttosto che a un altro, monsignor Crociata ha poi spiegato che «i vescovi non formulano giudizi 'complessivi' su questo o quel governo, perché così 'farebbero politica', quanto piuttosto esprimono giudizi su singole questioni e temi che mettono in gioco i valori di fondo della vita, della dignità della persona e delle esigenze sociali». Quanto all’attenzione dei vescovi per alcune strutture aggregative (“Retinopera” e il “Forum delle persone e associazioni per il lavoro”), ha precisato che «tale attenzione rientra nello sforzo di far convergere attorno a valori condivisi tutto il mondo cattolico e non soltanto quello, anche coloro che eventualmente dovessero condividere tali valori pur senza far parte della comunità cristiana». E sulla presenza del cardinale Bagnasco al prossimo incontro organizzato dal Forum a Todi monsignor Crociata ha spiegato che «esprime questo senso di responsabilità, indirizzo e presenza per il bene del Paese a partire dai movimenti cattolici, dai cattolici popolari». Ad una domanda sulla eventuale previa approvazione da parte del cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, della prolusione, il Segretario generale della Cei ha risposto che «non mi compete di parlare a nome della Santa Sede, ma posso ricordare che la prolusione è stata pubblicata sull’Osservatore Romano e che di solito il presidente della Cei conferisce previamente e personalmente con il Papa in occasioni così rilevanti». Riguardo alla “scuola cattolica”, monsignor Crociata ha rilevato che «purtroppo subisce condizioni di limitazione che provocano continue chiusure». E ha precisato che «è una falsità dire che i contributi pubblici ad essa sottraggano risorse alla scuola statale, perché in realtà per i conti pubblici la scuola cattolica ha un costo enormemente inferiore rispetto a quella statale».

 

Pag 25 Processo al Gender di Andrea Galli

Una teoria che si sta diffondendo e che rifiuta la differenza fra maschio e femmina. Esperti cattolici oggi al contrattacco a Piacenza

 

Da qualche anno a questa parte Piacenza ospita il Festival del Diritto ­l’ultimo si è tenuto dal 22 al 25 settembre - e contemporaneamente una sorta di 'contro-festival', organizzato dalla sezione piacentina dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani (Ugci). Il presidente dell’associazione, Livio Podrecca, spiega che questa situazione anomala si è creata nel 2008 quando il festival, che riceveva e riceve lauti contributi pubblici e che si annunciava pluralista nelle voci e negli orientamenti, rivelò invece un’impostazione definita rigidamente dalla direzione scientifica affidata al 'laicissimo' Stefano Rodotà. I rappresentanti dell’Ugci decisero di rispondere con un convegno che presentasse un punto di vista alternativo. L’iniziativa si ripete anche quest’anno e si tiene oggi, a partire dalle ore 9, alla Sala degli Arazzi della galleria Alberoni. «Il tema del Festival del diritto 2011 è stato 'Umanità e tecnica' – dice Podrecca – e Rodotà nella presentazione dell’evento ha scritto che 'l’umanità non è immutabile, non esprime una natura umana sempre identica a se stessa. L’umanità è artificiale, muta e si rinnova a seconda dei contesti e delle epoche'. Anche noi quest’anno parliamo di natura, di corpo, il tema è infatti 'Maschio e femmina Dio li creò'. Ma lo facciamo per affermare che esiste una grammatica della creazione, riconoscibile non per fede ma, come ha ricordato provvidenzialmente Benedetto XVI nel recente discorso al Bundestag, sul piano della natura e della ragione. E per mostrare come la riscoperta del diritto naturale sia necessaria per porre un argine a certe aberrazioni della cultura anche giuridica di questo tempo». Tra le voci che interverranno oggi figurano tra gli altri Mauro Ronco, docente di Diritto penale all’Università di Padova e presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino; Paolo Cavana, docente di Diritto ecclesiastico alla Lumsa di Roma; monsignor José Granados, del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli studi sul matrimonio e sulla famiglia; Costanza Miriano, giornalista del Tg3 e autrice del bestseller Sposati e sii sottomessa; il filosofo del diritto Francesco D’Agostino, ben noto ai lettori di 'Avvenire'. Sul tema specifico del convegno, che tocca il rapporto tra sessualità e diritto, D’Agostino sottolinea come si parta da presupposti forti: «Che l’identità umana sia sessuata in radice non lo dice solo la metafisica classica, lo dicono tutte le ricerche antropologiche e psicologiche che hanno per oggetto l’uomo. Quando il Papa a Berlino ha parlato di un’ecologia umana, ha voluto proprio richiamare l’attenzione di tutti su questo punto: l’ecologia difende la natura come ambito non manipolabile arbitrariamente, ma con una sua consistenza intrinseca; questo riconoscimento, questa attenzione dovrebbe andare a maggior ragione alla natura umana». Ciò non vuole dire ricadere nelle posizioni di alcuni «giusnaturalisti inveterati» che considerano il diritto naturale come un «codice a portata di mano per la rapida soluzione di qualsiasi problema». «A Piacenza – continua D’Agostino – siamo chiamati a riflettere sul fatto che l’uomo ha con la natura un rapporto difficile e complesso, perché a differenza degli animali, che sono totalmente immersi nella loro naturalità e non sono in grado di sfuggire ad essa, nell’uomo la natura diventa un problema». Partire dal riconoscimento del diritto naturale permette di proprio di cogliere la complessità dei fenomeni, evitando banalizzazioni correnti. «Oggi abbiamo dinamiche culturali di tipo libertario che insistono in maniera a volte incredibilmente ingenua sull’idea che l’uomo possa ricostruire se stesso senza limiti, a suo piacimento. La teoria del genere, secondo cui l’identità sessuale è una costruzione sociale, può sembrare affascinante perché tale da postulare la più completa realizzazione della libertà da parte degli individui, ma si scontra quotidianamente con la dura risposta della realtà: l’uomo, ogni uomo, vive la sua sessualità come un difficile equilibrio biologico e psicologico. Nessuno può trionfalmente controllare la propria sessualità e cambiarla come si cambia un abito, moltissime nevrosi e psicopatologie hanno un riferimento a una cattiva gestione umana dell’identità sessuale». In altre parole, sostiene D’Agostino, «l’uomo è l’unico animale che può soffrire di 'disforia di genere', cioè può non essere pacificato con la propria identità sessuale. Questo è un gravissimo problema psicologico, ma è anche il segnale che quando l’uomo cerca di ribellarsi alla natura ne esce sconfitto o comunque pieno di ferite». Su amore, famiglia e diritto naturale, a Piacenza ci sarà anche una lettura che partirà da un punto di vista economico – 'L’economia dell’amore' è il titolo dell’intervento – da parte di Ettore Gotti Tedeschi. Per l’attuale presidente dello Ior, che in diverse sedi negli ultimi mesi ha parlato del ruolo della denatalità nell’attuale crisi finanziaria, l’analisi dell’impasse presente deve spingersi anche sul terreno della cultura. «Senza un nichilismo, un relativismo di fondo non si sarebbe potuta creare una società dei consumi – commenta Gotti –, società dei consumi che a sua volta incentiva forme di egoismo diffuso. Perché uno sviluppo economico incentrato sui consumi ha bisogno di un uomo materialista e senza spirito, di un uomo visto semplicemente come animale intelligente».

 

IL GAZZETTINO di sabato 1 ottobre 2011

Pag 1 “Sindaci zitti o fuori”. La “circolare Breznev” scuote il Carroccio di Alvise Fontanella

 

In Lega, tutti la chiamano «circolare bavaglio». Ed è considerata un sintomo della forza, ma anche della debolezza attuale, di Bossi. Perché fino a un paio d’anni fa, diciamo, non ci sarebbe stato certo bisogno di una circolare del Consiglio Federale per convincere sindaci ed amministratori del partito ad allinearsi alle posizioni di Bossi oppure a star zitti. L’allineamento era automatico. Oggi, il Senatur deve esplicitamente minacciare gravissime sanzioni disciplinari a carico dei sindaci e degli esponenti del movimento che parlano troppo. Alla fine l’unità del partito, che è sempre stata una forza della Lega, viene garantita, ma a prezzo di disposizioni dal sapore alquanto sovietico, che prendono il posto dell’obbedienza spontanea. La circolare bavaglio è stata adottata con delibera del Consiglio federale il 29 luglio. Ma è stata resa nota soltanto il 13 settembre, all’indomani dei duri attacchi di vari sindaci leghisti, tra cui il veronese Flavio Tosi e Attilio Fontana di Varese, alle scelte della manovra e all’ostinata "resistenza" di Berlusconi al governo. Definirla "sovietica" non è un’esagerazione. Come nell’ordinato paese di Breznev, tutto è proibito se non quello che è esplicitamente permesso. Punto primo: «Prerogativa del Segretario Federale è redigere l’elenco degli esponenti politici autorizzati a rilasciare dichiarazioni pubbliche in nome e per conto della Lega». Quindi, chi può parlare lo decide Bossi. Tutti gli altri, zitti. Punto secondo e punto terzo: «I Segretari Nazionali, Provinciali, Cittadini» (punto secondo), nonché i Presidenti di Regione, Province e Sindaci (punto terzo) «sono autorizzati a rilasciare dichiarazioni, interviste e comunicati stampa di argomento politico, esclusivamente su temi afferenti al territorio di loro competenza e comunque sempre in modo conforme con la linea politica del Segretario Federale». Il mancato rispetto delle «precedenti disposizioni», minaccia il punto quattro, «comporta i provvedimenti disciplinari» fino all’espulsione. Nessun partito, oggi, in Italia, vieta il dissenso in maniera così rigida, pretendendo l’adesione totale non solo alle idee fondamentali del partito, ma persino alla linea politica di volta in volta espressa dal Segretario Federale. E in un partito come la Lega Nord, che è una federazione di Leghe, la disposizione fatica ad essere digerita. Naturalmente, nessuno ci vuol mettere la faccia: hanno tutti paura, temono l’espulsione. Raggiunti al cellulare, si fanno prudenti: «Non vorrai mica parlare della circolare bavaglio! Vuoi mettermi nei guai?». Ma a quattr’occhi, molti si lamentano: «Mai vista una cosa simile, che Bossi sia costretto a ricorrere a questi mezzi è un segno di grave debolezza». E sono in molti a far notare che «la Liga Veneta-Lega Nord è partito nazionale veneto, con un segretario nazionale: un partito federato nella Lega Nord, ma il cui capo deve essere libero di dire la sua sul mondo, al pari dei segretari di ogni altro partito». Flavio Tosi, il sindaco di Verona il cui invito a Berlusconi a farsi da parte ha scatenato la reazione autoritaria di Bossi, con i giornalisti per ora non parla, e non si può dargli torto. Ma alle feste padane dalle sue parti, a tu per tu con i militanti che gli gridano «Siamo con te», gli tocca spiegare. «Io parlo come sindaco - ha affermato l’altra sera - quando la manovra del governo mi impedisce di dare ai miei cittadini i servizi cui hanno diritto, se io critico quelle scelte non faccio che difendere la mia città. Ho il dovere di farlo, nessuno me lo può impedire». «Hanno imposto un passo indietro ai sindaci» commenta "Bobo" Miatello, battagliero sindaco leghista di San Giorgio in Bosco, fino a ieri assai critico sulla manovra e sul sostegno di Bossi a Berlusconi: «Ci hanno elegantemente detto di rimanere ciascuno nel proprio ambito - riconosce Miatello -. Obbedisco, ma non si può obbedire fino all’inverosimile. Obbedisco, ho fiducia, tiro la cinghia cercando di rispondere ai miei cittadini. Ma aspetto che qualcuno prima o poi mi mostri i risultati che saranno stati ottenuti». «La circolare non mi colpisce e mi sta bene - l’accoglie Leonardo Muraro, presidente della provincia di Treviso, anche lui tra i "dissidenti" - sul principio che ognuno parli del proprio ambito sono d’accordo. Il momento è difficile. Ma quando mi tocca aumentare l’Ipt, e i miei cittadini protestano, dovrò ben spiegare che l’ha aumentata il governo. O no?». No, se Bossi non vuole: lo dice la circolare Breznev, punto tre.

 

LA NUOVA di sabato 1 ottobre 2011

Pag 1 La tentazione del partito cattolico di Luigi Vicinanza

 

Il santo puttaniere è finito in purgatorio. Relegato a scontare le colpe di uno stile di vita che ammorba l’aria. Parola dei vescovi italiani. Condanna netta, attesa, forse tardiva. Il discorso del cardinal Bagnasco alla conferenza episcopale segna un punto di svolta nel complesso rapporto tra la Chiesa cattolica e il mondo impersonato da Silvio Berlusconi. La sinistra ha esultato, forte della constatazione che anche le gerarchie ecclesiastiche mollano il Cavaliere impenitente. Ma la posizione dei vescovi apre nuovi scenari politici il cui effetto è ancora tutto da valutare. E’ vero, il giudizio sul berlusconismo è durissimo; ma c’è anche tanta voglia di tornare ad essere protagonisti in prima persona dopo anni di bipolarismo imperfetto. Nostalgia della Democrazia Cristiana? Una nuova versione, aggiornata e corretta, del partito unico dei cattolici impegnati in politica viene negata dai protagonisti. «Non abbiamo partiti da promuovere o organizzare» ha precisato monsignor Crociata a conclusione del consiglio Cei. Semmai «partiamo dal senso di responsabilità come cattolici nel Paese». Più esplicito chi non ha incarichi ecclesiastici. «E’ venuto il momento di infrangere i già fragilissimi alibi dietro cui ci siamo nascosti. Il primo, che la Chiesa non può, non vuole, non deve far politica» scrive Francesco Paolo Casavola, presidente emerito della Corte Costituzionale, che ha avuto l’onore di essere citato come autorevole intellettuale di riferimento nella prolusione di Bagnasco. «Quasi che la Chiesa - aggiunge Casavola - non sia una parte, e quale parte, traverso i cittadini credenti e la cultura della intellighenzia cristiana, della società italiana. E’ come dire che deve tacere la Chiesa e con essa noi tutti, cittadini di questa Nazione». Come si manifesterà allora questa voglia di politica? L’Esercito Bianco finora si è sparpagliato tra i due poli e un po’ con l’Udc di Casini che sogna come un miracolo una percentuale elettorale a due cifre. Con un occhio benevolo rivolto ai governi di centrodestra sempre attenti ai desiderata d’Oltretevere, dalle esenzioni Ici ai finanziamenti per le scuole private. Ma questo schema ormai non regge più, se si assume come vera l’analisi sulla fine dell’era berlusconiana. Quando e come Silvio B uscirà di scena nulla resterà come prima. A destra come a sinistra. Ecco dunque che bisogna farsi trovare pronti. L’attuale opposizione sembra attestarsi su posizioni neo-frontiste con l’alleanza - sempre traballante e concorrenziale- tra Bersani, Vendola e Di Pietro con gli ex della Margherita (eredi di un pezzo di Dc) sempre più in sofferenza. Il terzo polo è quanto mai inconsistente. Nel centrodestra il Pdl è sul punto di implodere. Si può creare lo spazio per un partito moderato, collegato al Partito popolare europeo, in grado di affrontare le grandi sfide che la crisi impone all’Italia. Rileggiamo la lettera che Trichet e Draghi hanno inviato al governo italiano: la Banca europea ci commissaria dettando le regole di una politica del rigore che Berlusconi e Bossi non vogliono attuare, che la sinistra non può accettare. Un punto per tutti: il taglio per nulla indolore degli stipendi dei dipendenti pubblici. Provvedimento - già attuato in Spagna e Grecia - che solo un governo autorevole, forte di dignità morale, potrebbe pensare di introdurre fronteggiando le inevitabili tensioni sociali. Sembra una nemesi storica per i nostalgici della vecchia Dc. Il partito che fece della spesa pubblica allegra la leva principale per il consenso elettorale, se oggi rinascesse - sia pure in nuove forme - dovrebbe per prima cosa imporre rigore e nuovi stili. Sobrietà è la parola che ricorre sempre più spesso: poco praticata tanto nelle condotte private che nei comportamenti pubblici. La Casta sembra fregarsene. L’associazionismo cattolico - che secondo alcune stime conta su 5 milioni di militanti - è pronto per dire la sua e far contare i suoi voti. Il cardinale Angelo Bagnasco ha fatto cadere il tabù. E’ tutto in movimento: programmi, idee, valori, strategie. Manca solo il leader. E’ questione di tempo. La Chiesa non ha fretta.

 

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