RASSEGNA STAMPA di lunedì 8 novembre 2010

 

SOMMARIO

 

“E’ necessario che Dio torni a risuonare gioiosamente sotto i cieli d’Europa” e questa “deve aprirsi a Dio, uscire all’incontro con Lui senza paura”: partono dalla Spagna ma si rivolgono all’intero continente le forti parole di Benedetto XVI pronunciate sabato scorso a Santiago de Compostela. “Da qui - ha detto tra l’altro il Papa -, come messaggero del Vangelo che Pietro e Giacomo firmarono con il proprio sangue, desidero volgere lo sguardo all’Europa. Quali sono le sue grandi necessità, timori e speranze? Qual è il contributo specifico e fondamentale della Chiesa a questa Europa, che ha percorso nell’ultimo mezzo secolo un cammino verso nuove configurazioni e progetti? Il suo apporto è centrato in una realtà così semplice e decisiva come questa: che Dio esiste e che è Lui che ci ha dato la vita. Solo Lui è assoluto, amore fedele e immutabile, meta infinita che traspare dietro tutti i beni, verità e bellezze meravigliose di questo mondo; meravigliose ma insufficienti per il cuore dell’uomo. Lo comprese bene santa Teresa di Gesù quando scrisse: "Solo Dio basta". È una tragedia che in Europa, soprattutto nel XIX secolo, si affermasse e diffondesse la convinzione che Dio è l’antagonista dell’uomo e il nemico della sua libertà. Con questo si voleva mettere in ombra la vera fede biblica in Dio, che mandò nel mondo suo Figlio Gesù Cristo perché nessuno muoia, ma tutti abbiano la vita eterna. L’autore sacro afferma perentorio davanti a un paganesimo per il quale Dio è invidioso dell’uomo o lo disprezza: come Dio avrebbe creato tutte le cose se non le avesse amate, Lui che nella sua infinita pienezza non ha bisogno di nulla? Come si sarebbe rivelato agli uomini se non avesse voluto proteggerli? Dio è l’origine del nostro essere e il fondamento e culmine della nostra libertà, non il suo oppositore. Come l’uomo mortale si può fondare su se stesso e come l’uomo peccatore si può riconciliare con se stesso? Come è possibile che si sia fatto pubblico silenzio sulla realtà prima ed essenziale della vita umana? Come ciò che è più determinante in essa può essere rinchiuso nella mera intimità o relegato nella penombra? Noi uomini non possiamo vivere nelle tenebre, senza vedere la luce del sole. E, allora, com’è possibile che si neghi a Dio, sole delle intelligenze, forza delle volontà e calamita dei nostri cuori, il diritto di proporre questa luce che dissipa ogni tenebra? Perciò, è necessario che Dio torni a risuonare gioiosamente sotto i cieli dell’Europa; che questa parola santa non si pronunci mai invano; che non venga stravolta facendola servire a fini che non le sono propri. Occorre che venga proferita santamente. È necessario che la percepiamo così nella vita di ogni giorno, nel silenzio del lavoro, nell’amore fraterno e nelle difficoltà che gli anni portano con sé. L’Europa deve aprirsi a Dio, uscire all’incontro con Lui senza paura, lavorare con la sua grazia per quella dignità dell’uomo che avevano scoperto le migliori tradizioni: oltre a quella biblica, fondamentale a tale riguardo, quelle dell’epoca classica, medievale e moderna, dalle quali nacquero le grandi creazioni filosofiche e letterarie, culturali e sociali dell’Europa. Questo Dio e questo uomo sono quelli che si sono manifestati concretamente e storicamente in Cristo. Cristo che possiamo trovare nei cammini che conducono a Compostela, dato che in essi vi è una croce che accoglie e orienta ai crocicchi. Questa croce, segno supremo dell’amore portato fino all’estremo, e perciò dono e perdono allo stesso tempo, dev’essere la nostra stella polare nella notte del tempo. Croce e amore, croce e luce sono stati sinonimi nella nostra storia, perché Cristo si lasciò inchiodare in essa per darci la suprema testimonianza del suo amore, per invitarci al perdono e alla riconciliazione, per insegnarci a vincere il male con il bene. Non smettete di imparare le lezioni di questo Cristo dei crocicchi dei cammini e della vita, in lui ci viene incontro Dio come amico, padre e guida. O Croce benedetta, brilla sempre nelle terre dell’Europa! Lasciate che proclami da qui la gloria dell’uomo, che avverta delle minacce alla sua dignità per la privazione dei suoi valori e ricchezze originari, l’emarginazione o la morte inflitte ai più deboli e poveri. Non si può dar culto a Dio senza proteggere l’uomo suo figlio e non si serve l’uomo senza chiedersi chi è suo Padre e rispondere alla domanda su di lui. L’Europa della scienza e delle tecnologie, l’Europa della civilizzazione e della cultura, deve essere allo stesso tempo l’Europa aperta alla trascendenza e alla fraternità con altri continenti, al Dio vivo e vero a partire dall’uomo vivo e vero. Questo è ciò che la Chiesa desidera apportare all’Europa: avere cura di Dio e avere cura dell’uomo, a partire dalla comprensione che di entrambi ci viene offerta in Gesù Cristo” (a.p.)

 

1 - IL PATRIARCA

 

SIR

CARD. SCOLA, URGE “RIFLESSIONE SUL NOSTRO RAPPORTO CON L’AMBIENTE”

 

AVVENIRE di sabato 6 novembre 2010

Pag 11 “Serve solidarietà per la gente, ma anche più rispetto per il creato”

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 6 novembre 2010

Pag 1 Nel fango i segni della carità senza tregua di Angelo Scola

 

LA NUOVA di sabato 6 novembre 2010

Pag 3 Scola: «Sono vicino a chi ha perso tutto»

 

2 – DIOCESI E PARROCCHIE

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag VII Due nuovi giovani parroci per Marghera di gi.gim.

Da un paio di settimane don Luca insediato a Gesù Lavoratore e don Marco ai Santi Francesco e Chiara

 

SIR

VENEZIA, QUESTA SERA UN INCONTRO ECUMENICO INAUGURA GLI “APPUNTAMENTI CON GESU’”

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 7 novembre 2010

Pag XIII La Polifonica per il debutto dell’organo della “Goretti” di a.spe.

 

Pag XXXII Chiesa SS. Apostoli: restaurato l’organo dopo 45 anni di T.B.

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 14 Il Papa consacra la Sagrada Familia.La condanna di aborto e unioni gay di Gian Guido Vecchi e Elisabetta Rosaspina

Benedetto XVI a Barcellona chiede allo Stato di aiutare le famiglie

 

Pag 31 Sogni e ricchezze, le quattro età dell’uomo di Carlo Maria Martini

Il card. Martini riflette sulle tappe della vita: un percorso oltre i dati biografici

 

Pag 34 La sfida della Spagna dai due volti di Andrea Riccardi

Il Papa a Barcellona

 

IL GIORNALE

Il Papa sfida Zapatero sul matrimonio naturale di Andrea Tornielli

Il monito di Ratzinger nel cuore del Paese più progressista d’Europa: "Lo Stato tuteli la famiglia". Al suo passaggio 200 gay hanno protestato con un "bacio collettivo". A Barcellona Benedetto XVI consacra la Sagrada Familia

 

ZENIT di domenica 7 novembre 2010

Omelia del Papa nel tempio della Sagrada Familia di Barcellona

Durante il viaggio apostolico in Spagna

 

L’OSSERVATORE ROMANO di domenica 7 novembre 2010

Pag 1 In cammino di g.m.v.

 

AVVENIRE di domenica 7 novembre 2010

Pag 2 Il pellegrino che scuote l’Occidente smarrito di Francesco Ognibene

Fede, laicità, ragione: il Papa interpella la Spagna. E non solo

 

Pag 3 La Sagrada Familia, monumento di fede di Davide Rondoni

Oggi il Papa la consacra. Si “completa” la basilica, fatta anche del sangue dei costruttori

 

Pag 18 Comunità. La ricchezza del dono di sé di Enzo Bianchi

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 7 novembre 2010

Pag 16 Il Papa in Spagna: «Secolarismo aggressivo» di Gian Guido Vecchi

Il Pontefice paragona l’anticlericalismo che si è sviluppato nel Paese «a quello che abbiamo visto negli anni Trenta». Benedetto XVI a Santiago de Compostela invoca «l’incontro, non lo scontro, tra fede e laicità»

 

LA REPUBBLICA di domenica 7 novembre 2010

Pag 19 Benedetto XVI nei panni del pellegrino delude i vescovi più intransigenti di Giancarlo Zizola

 

LA STAMPA di domenica 7 novembre 2010

Con i perseguitati, non contro i persecutori di Enzo Bianchi

 

IL GAZZETTINO di domenica 7 novembre 2010

Pag 14 Il Papa all’Europa laica: la fede è luce dell’uomo di Franca Giansoldati

 

ZENIT di sabato 6 novembre 2010

Discorso del Papa nella Cattedrale di Santiago de Compostela

Dopo aver abbracciato la statua dell’Apostolo

 

Omelia del Papa a Plaza del Obradoiro di Santiago de Compostela

In occasione dell'Anno santo compostelano

 

Risposte di Benedetto XVI ai giornalisti sul volo per la Spagna

 

AVVENIRE di sabato 6 novembre 2010

Pag 1 L’arca di pietra che salva dal vuoto di Pierangelo Sequeri

Il Papa tra Finisterre e Gaudì

 

Pag 17 Aquileia 2012, la sfida di rinnovarsi insieme di Francesco Dal Mas

Presentato a Mestre da Mattiazzo e Soravito il secondo convegno ecclesiale del Triveneto che riunirà le 15 diocesi del Nord-Est. Domani l’annuncio nella chiese. La visita del Papa il 7 e 8 maggio 2011

 

Pag 23 Così la fede rinasce nella notte di Carlo Maria Martini

Una meditazione sulle ragioni del credere quando si sperimenta come Gesù il Getsemani e poi la Resurrezione

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 6 novembre 2010

Pag 8 Il Nord Est prepara la visita del Papa. Mattiazzo: «Veneti a rischio estinzione» di Gloria Bertasi

A maggio la due giorni. Le preoccupazioni della Chiesa: crisi non solo economica

 

LA NUOVA di sabato 6 novembre 2010

Pag 24 «Il Papa parlerà a tutta l’Europa» di Marta Artico

L’attesa delle 15 diocesi trivenete per la visita del prossimo 8 maggio. Presentato il cammino verso il secondo convegno ecclesiale delle chiese del Nordest nel 2012

 

IL GAZZETTINO di sabato 6 novembre 2010

Pag 17 Verso Aquileia: diocesi del Triveneto preparano l’arrivo del Papa di F.F.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 6 novembre 2010

Pag VII Il Papa in visita a Venezia. Inizia il conto alla rovescia di Fulvio Fenzo

I vescovi confermano le tappe della visita

 

ANSA di venerdì 5 novembre 2010

PAPA: AD AQUILEIA A MAGGIO CON VESCOVI DA 50 DIOCESI EUROPA

 

PAPA: 100 MILA FEDELI ATTESI PER VISITA MAGGIO A VENEZIA

 

CHIESA: ALLO STUDIO SFIDE NORDEST IN VISTA DI 'AQUILEIA2'

 

ASCA di venerdì 5 novembre 2010

PAPA: IL 7 MAGGIO INCONTRERA' AD AQUILEIA 53 DIOCESI

 

DEMOGRAFIA: VESCOVO PADOVA, VENETI A RISCHIO ESTINZIONE

 

POLITICA: VESCOVO ROVIGO, DA' UN PESSIMA IMMAGINE DI SE'

 

4 – MARCIANUM / ASSOCIAZIONI, MOVIMENTI, ISTITUTI E GRUPPI

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag IV Misericordia, gli attestati ai volontari di mts

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 7 novembre 2010

Pag V Il premio “San Teodoro” a Maria Francesca Tiepolo di Titta Bianchini

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 15 Famiglie numerose, il dilemma del sostegno equo di Gianpiero Dalla Zuanna

 

AVVENIRE di domenica 7 novembre 2010

Pag 1 La famiglia chiede ascolto e risposte di Francesco Riccardi

La Conferenza, il premier, le urgenze

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 6 novembre 2010

Pag 1 La vera emergenza di Barbara Stefanelli

 

Pag 5 Investimenti, merito, ricerca e sviluppo. La “meglio gioventù” se ne va di Gianpiero Dalla Zuanna

 

Pag 6 Senza posto fisso quasi 6 milioni. Il Paese si scopre più povero (e vecchio) di Enrico Marro

I precari sono 3,7 milioni. Ma 2 milioni di giovani non studiano e non lavorano

 

Pag 33 Sostegno agli alunni disabili. Il Nord ha meno insegnanti di Lorenzo Salvia

I dati del ministero. In Campania il rapporto scende a 1,71. La media di 2 studenti a docente. Non in Lombardia

 

LA STAMPA di sabato 6 novembre 2010

Governatore e ministro: le vite parallele di Luigi La Spina

 

LA NUOVA di sabato 6 novembre 2010

Pag 15 Porto Marghera, un nuovo sviluppo è possibile di Lino Gottardello

 

6 – SERVIZI SOCIALI / SANITÀ

 

LA NUOVA

Pag 12 Corsi gratuiti per l’assistenza rivolti a badanti e volontari

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 7 novembre 2010

Pag 15 Bimbi in provetta troppo costosi, negli ospedali pubblici è «vietato» di Serena Spinazzi Lucchesi

Le coppie della provincia costrette a migrare a Oderzo o Padova

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pagg II – III Mestre, si trova i ladri in cucina di Monica Andolfatto, Giuseppe Babbo e Maurizio Dianese

Cavallino, è allarme vero: i “colpi” all’ora di cena. Vincenzo Pipino, da svaligiatore di abitazioni a “consulente” anti furto e anti intrusione: “Vi spiego io come difendervi”

 

Pag V Stazione ostaggio del degrado di Marco Dori

Dopo tre mesi siamo tornati a verificare se Grandi Stazioni è intervenuta. Ovunque tanta sporcizia e guano, servo scala e ascensori ancora fermi

 

LA NUOVA

Pag 12 Il tram fa le prove anche di domenica. Prima corsa più vicina di Marta Artico

L’obiettivo è di essere pronti per l’inizio di dicembre

 

LA NUOVA di domenica 7 novembre 2010

Pag 19 Un Carnevale in stile Ottocento di Enrico Tantucci

Ecco il tema della festa curata da Davide Rampello, anche in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Costumi, cortei, rievocazioni storiche legate al secolo in laguna. Chiusura l’8 marzo nel segno della Festa della Donna 

 

Pag 22 L’addio del rabbino capo: «Venezia è aperta al mondo ma lo accolga in modo nuovo» di Nadia De Lazzari 

Elia Richetti se ne va in pensione e lascia la laguna: «Razzismo? Assente, però c’è qualche sacca da superare» 

 

Pag 32 Asilo di Asseggiano, il piatto piange di Maurizio Toso

La struttura paritaria ospita 50 bimbi: le rette potrebbero aumentare del 30%, don Marco preoccupato. Non arrivano i soldi dovuti per legge, la parrocchia esposta per 30 mila euro 

 

Pag 48 Due Tintoretto da San Rocco per la Biennale di Enrico Tantucci

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 7 novembre 2010

Pag 6 Ora si teme per l’acqua alta, da domani è codice arancio di Gloria Bertasi

Martedì previsti 125 centimetri. Il 2010 anno record per le maree

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 7 novembre 2010

Pag IV Cimitero “griffato” ma poco funzionale di Michele Fullin

San Michele, a marzo via all’ampliamento

 

LA NUOVA di sabato 6 novembre 2010

Pag 3 Emergenza rifiuti, Jesolo vuole lo stato di calamità di Giovanni Cagnassi e Francesco Macaluso

Litorale invaso dai detriti dopo le mareggiate, caccia ai contributi chiesti dalla Regione. Litorale di Cavallino ridotto a mal partito

 

Pag 17 «Subito la città metropolitana» di Alberto Vitucci

Legge Speciale, Brugnaro illustra le proposte di Confindustria. Riduzione degli enti e più attenzione al bacino scolante: «Non basta la città d’acqua. Vanno unite le forze»  

 

8 – VENETO / NORDEST

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Le ragioni del Veneto allagato (e ignorato) di Dario Di Vico

 

IL GAZZETTINO

Pag 16 Agricoltura, troppi morti

E’ il settore che uccide di più sul lavoro, a causa di macchinari spesso vecchi e di un eccesso di fiducia da parte dei più anziani

 

LA NUOVA

Pag 3 Imprese pronte alla rivolta fiscale di Filippo Tosatto

Confindustria Vicenza: lo Stato intervenga o non paghiamo più le tasse. L’assessore Manzato: “L’agricoltura è allo stremo, chiedo aiuto alle altre Regioni”

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 7 novembre 2010

Pag 1 Sogno che i veneti facciano da soli di Sergio Noto

 

Pag 1 Nessuna carità, è un diritto sudato di Alessandro Russello

 

LA NUOVA di domenica 7 novembre 2010

Pag 5 Il Veneto esige interventi straordinari. Non staremo con il cappello in mano di Luca Zaia

Prima la sicurezza, poi agevolazioni per mutui e tasse 

 

IL GAZZETTINO di domenica 7 novembre 2010

Pag 1 Il momento giusto per capire il senso della parola “italiani” di Ulderico Bernardi

 

LA REPUBBLICA di sabato 6 novembre 2010

Pag 1 L'alluvione a Vicenza, cronaca di una tragedia minore di Ilvo Diamanti

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 6 novembre 2010

Pag 1 L’orgoglio e l’alibi di Alessandro Russello

 

Pag 10 Vent’anni di messe (e confessioni). Ma padre Tommaso non era prete di Andrea Priante

Lo choc di un paese della Valpolicella: «Gli volevamo bene»

 

LA NUOVA di sabato 6 novembre 2010

Pag 1 Ecco cosa ci insegna l’inondazione di Ferdinando Camon

 

… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

PANORAMA di giovedì 11 novembre 2010

Pag 133 Il massacro dei cristiani in Iraq non è soltanto odio religioso, ma un lucido disegno politico per far fallire il piano americano di stabilità di Sergio Romano

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Strappo finale, ma poi? di Pierluigi Battista

 

Pag 1 Le trattative difficili per un’altra maggioranza di Francesco Verderami

 

Pag 6 Istituzioni, fiducia in calo. Si salva solo la Ue di Renato Mannheimer

Valori in crescita anche per sindacati e Parlamento: su del 4 per cento

 

Pag 34 Resistere o lasciare il Paese, il dramma dei cristiani in Iraq di Luigi Accattoli

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 E’ arrivato il 25 aprile di Massimo Giannini

 

Pag 1 Gli anni di amore - odio fra il leader e il delfino di Filippo Ceccarelli

 

Pag 1 Vizi e virtù del partito impersonale di Ilvo Diamanti

 

LA STAMPA

La crisi è aperta di Marcello Sorgi

 

Un giorno da leone di Michele Brambilla

 

IL GIORNALE

E ora Gianfranco è ai piedi di Casini di Marcello Veneziani

 

Diamo a Pompei i soldi regalati alle sagre di Giorgio Israel

 

Crisi da Prima Repubblica: ecco cosa succederà

Con il Fli che annuncia il ritiro della delegazione dal governo una via d’uscita è possibile: Berlusconi può provvedere a un rimpasto flash, come fece Andreotti nel ’90. E la responsabilità di una sfiducia in Parlamento spetterebbe a Fini

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 Gli ultimi giorni di Pompei di Paolo Pombeni

 

Pag 1 Ma Gianfranco vuole evitare l’incognita – urne di Claudio Rizza

 

LA NUOVA

Pag 1 Fini, Berlusconi e l’Italia che naufraga di Renzo Guolo

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 7 novembre 2010

Pag 1 Legge elettorale, che cosa fare di Giovanni Sartori

Il superpremio di maggioranza

 

Pag 1 La cultura in polvere di Sergio Rizzo

 

Pag 1 Tutti i beni malati di Paolo Conti

La mappa dei patrimoni a rischio non riguarda solo il Sud

 

Pag 32 Questa politica della perfidia che sta stancando i cittadini di Giuseppe De Rita

 

Pag 32 Ma Obama resta una grande speranza di Bernard-Henri Lévy

 

LA REPUBBLICA di domenica 7 novembre 2010

Pag 1 L’ultima partita a scacchi del Cavaliere di Eugenio Scalfari

 

Pag 1 L’abuso di potere / 10 di Adriano Sofri

 

LA STAMPA di domenica 7 novembre 2010

Il lungo autunno del Cavaliere di Marcello Sorgi

Il premier Silvio Berlusconi prova a reagire alla fase più complessa della sua vita pubblica. Tormentato dagli scandali, con un governo diviso da feroci rivalità, stanco e malinconico, «Beati voi che andate a dormire», ha detto Berlusconi ai ministri. Lui sembra quasi non riuscirci più

 

IL MESSAGGERO di domenica 7 novembre 2010

Pag 1 Se al tavolo dei nuovi grandi l’Europa non conta niente di Romano Prodi

Come cambia il mondo

 

AVVENIRE di domenica 7 novembre 2010

Pag 2 Dietro il sorpasso cinese il fascino del modello autoritario di Giorgio Ferrari

La crescita senza democrazia pericolosa tentazione

 

Pag 2 I tornanti dell’integrazione di Carla Collicelli

I fallimenti di multiculturalismo e assimilazionismo, la sfida interculturale

 

Pag 11 La rottamazione del senso comune. E del senso morale di Paola Binetti

Talk show, educazione ed epitaffi alla Lele Mora

 

IL GAZZETTINO di domenica 7 novembre 2010

Pag 1 Gianfranco lo sa, con le spallate non si va lontano di Mario Ajello

 

LA NUOVA di domenica 7 novembre 2010

Pag 1 Il partito liberale di Fini di Francesco Jori

 

Pag 8 La tradizione della sinistra e la voglia di fare a cornate di Luigi Irdi

 

Pag 13 Insieme al patrimonio artistico si è sfaldato anche il Ministero di Vittorio Emiliani

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 6 novembre 2010

Pag 8 Un inciampo inatteso che scopre le tensioni tra governo e Vaticano di Massimo Franco

 

Pag 58 Ma è possibile un bipolarismo senza Silvio Berlusconi in campo? di Paolo Franchi

 

LA STAMPA di sabato 6 novembre 2010

Ma le escort sono salve di Elena Loewenthal

 

AVVENIRE di sabato 6 novembre 2010

Pag 2 Quel laido epitaffio e il desiderio di bene di Marina Corradi

C’è un’altra Italia / 1

 

Pag 2 Gente con la pala e politici senza coltello di Gabriella Sartori

C’è un’altra Italia / 2

 

Pag 2 Un voto per sperare di Gerolamo Fazzini

 

Pag 3 Libertà per i naviganti, il wi-fi non fa più paura di Pietro Saccò

Bar, parchi e metrò: la connessione non avrà ostacoli

 

IL GAZZETTINO di sabato 6 novembre 2010

Pag 1 Ma nessuno ha una chiara strategia politica di Bruno Vespa

 

 

Torna al sommario

 

1 - IL PATRIARCA

 

SIR

CARD. SCOLA, URGE “RIFLESSIONE SUL NOSTRO RAPPORTO CON L’AMBIENTE”

 

Una “più approfondita riflessione sul nostro rapporto con l’ambiente”. La chiede il cardinale patriarca di Venezia Angelo Scola, a seguito delle alluvioni che nei giorni scorsi hanno messo in ginocchio il Veneto provocando due vittime e colpendo in particolare le province di Padova, Verona e Vicenza, mentre si teme una nuova piena del Po. “Davanti alle immagini delle nostre città e campagne venete devastate dall’acqua e ferite dal fango – scrive il patriarca in una nota pubblicata ieri sul sito della diocesi -, esprimo la mia vicinanza alle persone che a causa delle alluvioni e inondazioni hanno perso i propri cari e hanno visto le loro case, le loro attività e imprese distrutte o gravemente danneggiate”. “Mentre l’acqua si ritira – prosegue il card. Scola -, colgo con i segni della morte e del disastro anche l’emergere di un’espressione autentica di carità operosa che caratterizza l’azione di tante persone, che a diversi livelli, si stanno spendendo senza tregua per aiutare chi è in difficoltà”. Secondo il patriarca, “con l’aiuto di Dio l’esperienza di dolore e di impotenza, come quella che sta provando la nostra Regione, può trasformarsi nell’occasione per riscoprire il valore irrinunciabile delle buone relazioni per la vita in comune e per favorire una più approfondita riflessione sul nostro rapporto con l’ambiente, con il creato”. Occorre, ammonisce il card. Scola, “andare oltre due concezioni inadeguate del rapporto uomo-ambiente, inadeguate perché incapaci di rendere conto pienamente dell’esperienza umana: da una parte la pretesa dell’uomo di essere padrone assoluto del cosmo. Dall’altra il concepire la terra solo come qualcosa da conservare”. Di qui l’esortazione a “reimparare la natura come creato. Essa non è solo un puro insieme di cose, ma ci comunica un preciso significato: l’invito del Creatore a partecipare alla sua stessa attività finché, per il dono del Crocifisso Risorto, entreremo in ‘cieli nuovi e terra nuova’”.

 

AVVENIRE di sabato 6 novembre 2010

Pag 11 “Serve solidarietà per la gente, ma anche più rispetto per il creato”

 

Venezia. Più rispetto per il creato, che ha bisogno di una custodia attiva. Lo raccomandano i vescovi, a cominciare dal patriarca di Venezia, Angelo Scola, assicurando vicinanza e solidarietà con quanti sono stati colpiti dalle alluvioni. Più rispetto per l’ambiente. «Davanti alle immagini delle nostre città e campagne venete devastate dall’acqua e ferite dal fango, esprimo la mia vicinanza alle persone che a causa delle alluvioni e inondazioni hanno perso i propri cari e hanno visto le loro case, le loro attività e imprese distrutte o gravemente danneggiate. Questa sofferenza non può lasciarci quieti, ci riguarda tutti, ci chiama a una solidarietà concreta» insiste Scola, per altro rincuorando. «Mentre l’acqua si ritira, colgo con i segni della morte e del disastro anche l’emergere di un’espressione autentica di carità operosa». Dopo aver sottolineato che «con l’aiuto di Dio, l’esperienza di dolore e di impotenza, come quella che sta provando la nostra Regione, può trasformarsi nell’occasione per riscoprire il valore irrinunciabile delle buone relazioni per la vita in comune e per favorire una più approfondita riflessione sul nostro rapporto con l’ambiente, con il creato», Scola sollecita ad «andare oltre due concezioni inadeguate del rapporto uomo-ambiente. Da una parte la pretesa dell’uomo di essere padrone assoluto del cosmo. Dall’altra il concepire la terra solo come qualcosa da conservare». 'Dobbiamo reimparare la natura come creato». Il vescovo di Padova, Antonio Mattiazzo, che ha lanciato una raccolta di fondi per aiutare gli alluvionati nelle diocesi di Vicenza e Padova, e che da giorni visita le comunità colpite, sottolinea che in giro «ho visto troppa cementazione» e che pertanto «bisognerà fare un’analisi di quanto accaduto», per intervenire più adeguatamente a protezione del territorio e di chi lo abita. Il vescovo di Adria-Rovigo Lucio Soravito de Franceschi, ricorda l’alluvione in Polesine. «Quell’esperienza drammatica ha fatto si che si costruissero degli argini del Po molto solidi e che questi siano continuamente vigilati. In Veneto abbiamo ottime strutture e amministratori che hanno lavorato bene nella prevenzione, però dobbiamo avere un’attenzione ancora più oculata al territorio».

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 6 novembre 2010

Pag 1 Nel fango i segni della carità senza tregua di Angelo Scola

 

Davanti alle immagini delle nostre città e campagne venete devastate dall’acqua e ferite dal fango, esprimo la mia vicinanza alle persone che a causa delle alluvioni e inondazioni hanno perso i propri cari e hanno visto le loro case, le loro attività e imprese distrutte o gravemente danneggiate. Questa sofferenza non può lasciarci quieti. Davanti alle immagini delle nostre città e campagne venete devastate dall'acqua e ferite dal fango, esprimo la mia vicinanza alle persone che a causa delle alluvioni e inondazioni hanno perso i propri cari e hanno visto le loro case, le loro attività e imprese distrutte o gravemente danneggiate. Questa sofferenza non può lasciarci quieti, ci riguarda tutti, ci chiama a una solidarietà concreta. Mentre l’acqua si ritira, colgo con i segni della morte e del disastro anche l'emergere di un'espressione autentica di carità operosa che caratterizza l’azione di tante persone, che a diversi livelli, si stanno spendendo senza tregua per aiutare chi è in difficoltà. Con l'aiuto di Dio l'esperienza di dolore e di impotenza, come quella che sta provando la nostra Regione, può trasformarsi nell'occasione per riscoprire il valore irrinunciabile delle buone relazioni per la vita in comune e per favorire una più approfondita riflessione sul nostro rapporto con l'ambiente, con il creato. Occorre andare oltre due concezioni inadeguate del rapporto uomo-ambiente, inadeguate perché incapaci di rendere conto pienamente dell’esperienza umana: da una parte la pretesa dell'uomo di essere padrone assoluto del cosmo. Dall'altra il concepire la terra solo come qualcosa da conservare. Dobbiamo reimparare la natura come creato. Essa non è solo un puro insieme di cose, ma ci comunica un preciso significato: l'invito del Creatore a partecipare alla sua stessa attività finché, per il dono del Crocifisso Risorto, entreremo in «cieli nuovi e terra nuova».

 

LA NUOVA di sabato 6 novembre 2010

Pag 3 Scola: «Sono vicino a chi ha perso tutto»

 

Venezia. «Occorre andare oltre due concezioni inadeguate del rapporto uomo-ambiente: da una parte la pretesa dell’uomo di essere padrone assoluto del cosmo, dall’altra il concepire la terra solo come qualcosa da conservare». E’ il messaggio del Patriarca di Venezia cardinale Angelo Scola. «Davanti alle immagini delle nostre città e campagne venete devastate dall’acqua e ferite dal fango - sottolinea Scola - esprimo la mia vicinanza alle persone che hanno perso i propri cari e hanno visto le loro case, le loro attività e imprese distrutte o gravemente danneggiate. Questa sofferenza non può lasciarci quieti, ci riguarda tutti, ci chiama a una solidarietà concreta. Mentre l’acqua si ritira, colgo con i segni della morte e del disastro anche l’emergere di un’espressione autentica di carità operosa che caratterizza l’azione di tante persone, che a diversi livelli, si stanno spendendo senza tregua per aiutare chi è in difficolta».

 

Torna al sommario

 

2 – DIOCESI E PARROCCHIE

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag VII Due nuovi giovani parroci per Marghera di gi.gim.

Da un paio di settimane don Luca insediato a Gesù Lavoratore e don Marco ai Santi Francesco e Chiara

 

Due giovani parroci per Marghera. Settant'anni in due, don Luca Biancafior e don Marco De Rossi, da un paio di settimane guidano le parrocchie di «Gesù Lavoratore» e dei «Santi Francesco e Chiara» nella città giardino. Per don Luca si è trattato di una conferma dal momento che, due anni fa quando i Salesiani avevano lasciato la guida della parrocchia, gli era stato conferito l'incarico di amministratore parrocchiale nella comunità di CA’ Emiliani, mentre don Marco è subentrato a don Ottavio Trevisanato, parroco per 22 anni ai «Santi Francesco e Chiara» e ora guida alla Gazzera. «I doni accumulati da questi due giovani sacerdoti, don Luca, che era anche vicedirettore della Caritas e don Marco (che è stato vicedirettore dell'ufficio della pastorale sociale, ndr.) - aveva sottolineato il vescovo ausiliare, mons. Beniamino Pizziol nella messa di insediamento dei parroci - dovranno essere profusi nelle comunità parrocchiali di Marghera che, per questo, devono rendere grazie a Dio». I due sacerdoti si sono distinti in altri quartieri della città: don Luca, 34 anni, proviene dalla parrocchia di S. Trovaso al Lido, guidata negli anni Ottanta dallo stesso vescovo ausiliare, ed è stato cappellano della parrocchia di S. Michele di Quarto d'Altino. È impegnato, da sempre, nel mondo scout dell'Agesci. Don Marco, invece, proviene dalla parroCchia di «S. Maria Immacolata e S. Vigilio» di Zelarino, ed è stato vicario parrocchiale di S. Maria di Lourdes a Mestre.

 

SIR

VENEZIA, QUESTA SERA UN INCONTRO ECUMENICO INAUGURA GLI “APPUNTAMENTI CON GESU’”

 

Da questa sera tornano una volta al mese nella chiesa parrocchiale di Gesù Lavoratore di Marghera (Venezia), gli "Appuntamenti con Gesù” promossi dalla Caritas diocesana. “Una serie di incontri liturgici con valenza formativa – spiegano gli organizzatori -, nei quali si intende proporre a tutti l’esperienza dell’unità fondamentale tra le dimensioni del ministero e della missione della Chiesa: l’ascolto della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la testimonianza della carità con una particolare attenzione anche all’incontro e alla preghiera comune con le altre chiese cristiane”. Quest’anno ad accompagnare e curare la preghiera interverranno di volta in volta alcune realtà ecclesiali (associazioni e movimenti) del Patriarcato di Venezia. Appuntamento questa sera alle 20.30 sul tema “Gli apostoli dissero al Signore: Aumenta la nostra fede”, con una meditazione proposta da padre Avram Matei che guida la locale comunità ortodossa romena. Le date dei successivi “appuntamenti” dell’anno pastorale 2010/2011 (sempre di lunedì) sono: 6 dicembre (accompagnerà la preghiera la Fraternità di Comunione e Liberazione); 3 gennaio 2011 (Movimento dei Focolari); 7 febbraio (Pax Christi); 7 marzo (Azione cattolica veneziana); 4 aprile (Cammino neocatecumenale) e 2 maggio (Rinnovamento nello Spirito Santo).

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 7 novembre 2010

Pag XIII La Polifonica per il debutto dell’organo della “Goretti” di a.spe.

 

Festa grande, ieri, nella chiesa di Santa Maria Goretti, tra Carpenedo e Favaro, per il concerto della Polifonica Benedetto Marcello anticipato dalle note del nuovo organo, fresco di realizzazione e prossimo al completamento. In apertura di serata grande protagonista alla consolle è stata Paola Talamini, organista titolare della Basilica della Salute, che ha suonato la toccata e fuga in re min. BWV 565 di Bach. Quindi il coro diretto dal maestro Alessandro Toffolo, con solisti Carlotta Gomiero, Alice Katia Stefani (soprani), Eduardo Hurtado Rampolli e Michele Concato (tenore), ha proposto brani tratti dal Vespro della Beata Vergine di Monteverdi e dal Sanson e Messiah di Haendel, con grande apprezzamento del pubblico. L'attenzione è andata soprattutto al nuovo organo, opera di Bartolomeo Formentelli, commissionato dal parroco don Narciso Danieli due anni e mezzo fa e già in parte conosciuto lo scorso marzo in occasione della festa del primo 50esimo della parrocchia, con l'arrivo dell'urna con le spoglie della santa. Consta di 27 registri e 1403 canne, di cui 800 e recuperate da uno strumento precedente, ed è stato finanziato dalla comunità con qualche contributo del Comune e della Curia. Verrà inaugurato ufficialmente la prossima primavera.

 

Pag XXXII Chiesa SS. Apostoli: restaurato l’organo dopo 45 anni di T.B.

 

Venezia - È stato restaurato, dopo 45 anni, lo storico organo "Callido", della chiesa dei Santi Apostoli, che nei giorni scorsi, a conclusione dei lavori, era stato benedetto dal Patriarca Angelo Scola. L’inaugurazione ufficiale, oggi domenica alle 18, presenti il Vescovo ausiliare mons. Beniamino Pizziol e autorità cittadine, oltre alla Soprintendente per i Beni Architettonici, Renata Codello. Nella circostanza il maestro Davide Zamattio, esperto di musica antica e curatore di restauri d’organi storici, illustrerà la lunga e delicata fase dei lavori di ripristino, eseguiti da Barthelémy Formentelli, costruttore e restauratore di strumenti storici. All’inizio della cerimonia, il parroco don Luigi Battaggia ringrazierà ufficialmente quanti hanno contribuito all’esecuzione del restauro, tra cui il Senato della Repubblica e la Regione del Veneto. Seguirà poi il primo concerto, con il maestro Edoardo Bellotti, uno tra gli interpreti organistici più importanti, e musiche di Pasquini, Vivaldi, Bach, Platti, Haydn e Mendelssohn.

 

Torna al sommario

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 14 Il Papa consacra la Sagrada Familia. La condanna di aborto e unioni gay di Gian Guido Vecchi e Elisabetta Rosaspina

Benedetto XVI a Barcellona chiede allo Stato di aiutare le famiglie

 

Barcellona - Nel 1883 aveva appena trentun anni quando gli fu affidata la costruzione della Sagrada Familia, dal 1914 non si dedicò ad altro, viveva in una stanzetta del cantiere, il 7 giugno del ’26 fu investito da un tram e lo presero per un barbone, venne portato all’ospizio dei medicanti dove morì tre giorni più tardi. Antoni Gaudí sapeva che la sua opera sarebbe andata avanti, «San Giuseppe completerà il tempio», ma non poteva immaginare che proprio un Papa di nome Giuseppe, ha ricordato «commosso» Joseph Ratzinger, avrebbe consacrato il suo capolavoro dedicato alla Santa Famiglia, da ieri proclamato Basilica: il «miracolo» artistico di «un architetto geniale e cristiano coerente» che riassume i due temi fondamentali del viaggio di Benedetto XVI i n Spagna, la necessità di aprirsi a Dio e «superare la scissione tra coscienza umana e coscienza cristiana» e insieme «la protezione e l’aiuto alla famiglia» come «amore generoso e indissolubile fra un uomo e una donna» e «fondamento della vita umana».  Per la famiglia, ha scandito il Papa nell’omelia, «la Chiesa invoca adeguate misure economiche e sociali», perché «la donna possa trovare la sua piena realizzazione in casa e nel lavoro» e l’uomo e la donna «che si uniscono in matrimonio» siano «decisamente sostenuti dallo Stato», e ancora perché, contro l’aborto, «si difenda come sacra e inviolabile la vita dei figli dal concepimento» e «la natalità sia sostenuta sul piano giuridico, sociale e legislativo». Insomma, «la Chiesa si oppone a qualsiasi forma di negazione della vita umana» e «sostiene ciò che promuove l’ordine naturale nell’istituzione familiare». Lungo il percorso del Papa, ieri mattina, è andato in scena come annunciato il «bacio gay», la protesta di cento coppie omosessuali. Tutt’intorno alla Sagrada Familia c’erano più di 50 mila fedeli, 250 mila lungo le strade, più i 6.500 che assieme ai reali di Spagna sono entrati nella cattedrale. La prima cosa che si vede è la luce che scende a fiotti dalle vetrate policrome e illumina la foresta di pietra delle colonne slanciate come tronchi verso l’alto, Benedetto XVI ha alzato lo sguardo stupefatto per questo «segno visibile del Dio invisibile». Gaudí, prossimo beato, ha saputo «unire la realtà del mondo e la storia della salvezza». E quell’opera densa di simboli biblici è a sua volta simbolo della «prima priorità» che Ratzinger si è dato, «annunciare Dio» in un'epoca, ha sospirato ieri, «nella quale l'uomo pretende di edificare la sua vita alle spalle di Dio». L'incontro all'aeroporto con il premier spagnolo Zapatero ha chiuso un viaggio nel quale il Papa ha invocato per l'Europa «l’'incontro, non lo scontro, tra la fede e la laicità». Benedetto ha di nuovo esclamato: «Che la fede trovi nuovo vigore in questo Continente!». Ha insistito sull'«aiuto ai più piccoli e bisognosi» visitando l'opera di suore francescane «Niño Dios» che accoglie persone disabili e dove una ragazza Down («sono sempre meno, oggi vengono eliminati prima di nascere» diceva la Chiesa spagnola) lo ha salutato emozionata: «Il nostro cuore ama come tutti i cuori; vogliamo essere amati».  E ha ricordato le posizioni della Chiesa, ma evitando asprezze polemiche. «La Chiesa non ha consistenza in se stessa, è chiamata ad essere segno e strumento di Cristo», aveva detto nella basilica. «E' così mostrare al mondo il volto di Dio: che è di pace e non di violenza, di libertà e non di costrizione, di concordia e non di discordia».

 

Barcellona - Schiocchi di baci gay al passaggio della Papamobile, provocanti «Benedictas» in borchie, lustrini e parrucche, satira e musica da una parte e ventimila agenti dall’altra, in una città tutto sommato piuttosto fredda con l’ospite venuto dal Vaticano. Più caricature che cariche di polizia hanno movimentato le retrovie attorno alla Sagrada Familia. I 250 mila fedeli accorsi invece a vedere il Papa non sono rimasti delusi: oltre alla sua immagine sui maxischermi, sono riusciti senza troppe difficoltà a scorgere il pontefice durante l’andirivieni della Papamobile tra la Sagrada Familia e l’Arcivescovado. Non hanno avuto problemi a farsi notare da lui neppure i duecento omosessuali che avevano organizzato un bacio collettivo, e non precisamente fraterno, da esibire in prima fila dietro le transenne che arginavano una folla meno straripante del previsto. Benedetto XVI ha distolto lo sguardo dalle effusioni gay alla sua sinistra, per salutare i giovani cattolici che sventolavano i colori della Santa Sede alla sua destra. Non ha potuto vedere invece, alla confluenza tra il Passeig de Grácia e la Gran Via, sei o sette isolati più in là, la concentrazione di anarchici, femministe e omosessuali confluiti in un’unica manifestazione attorno a Manuela Trasovares, platinata transessuale catalana e, per l’occasione, esuberante «Mamà» degli antagonisti del Papa: «Todas somos benedictas», siamo tutte benedette, motteggiava lo striscione alternativo. Molto folklore, poco daffare, per i poliziotti, schierati con i loro blindati blu sullo sfondo dell’improvvisato teatrino. Ma il prevedibile gioco delle parti è stato rispettato da tutti. Anche i politici hanno tirato acqua al loro mulino: i nazionalisti catalani hanno applaudito l’impegno linguistico di Sua Santità nell’esprimersi in catalano. «Un Papa tedesco ha fatto di più per il catalano e per la sua ripercussione internazionale di qualunque presidente spagnolo in cinque secoli», ha rimarcato il vice-presidente della Generalitat, Josep-Lluis Carod-Rovira. Non si può dire l’inverso: Barcellona è diventata ormai la capitale delle nozze civili spagnole, dall’anno scorso, per la prima volta, più numerose dei matrimoni religiosi. Nel 2009 si sono celebrate nel paese 94.993 unioni davanti al sindaco, contro le 80.174 suggellate in chiesa: erano state più del doppio, 163.636, nel 2000. E se, negli ultimi 14 anni, le coppie spagnole passate per l’altare sono diminuite del 46%, a Barcellona la «diserzione» ha raggiunto già il 72%.

 

Pag 31 Sogni e ricchezze, le quattro età dell’uomo di Carlo Maria Martini

Il card. Martini riflette sulle tappe della vita: un percorso oltre i dati biografici

 

Quante sono le età della vita umana? Carlo Maria Martini, cardinale, gesuita, biblista di fama mondiale ne ricorda quattro. Alla fanciullezza e adolescenza (tempo dell’apprendere), segue la giovinezza; poi il tempo si fa adulto e i nostri giorni si chiudono con l’anzianità, «quando si impara a mendicare». Quattro momenti della condizione umana che Martini analizza nel suo nuovo libro «Le età della vita», che sarà domani in libreria (Mondadori, pp. 192, 18). È opera che e medita sul tempo della nostra esistenza: di essa anticipiamo in questa pagina quattro estratti.

 

BAMBINI - I fanciulli si pongono tante domande che nascono dalla curiosità e dalla meraviglia che suscita in loro l’esperienza dell’essere. Spesso queste domande non vengono prese sul serio dagli adulti; invece emergono dal profondo e sono da tenere in considerazione: il continuo interrogare dei più giovani è indice di una capacità spontanea e innata di vedere a fondo le cose. Mi pare che anche per questo i bambini siano lodati da Gesù e proposti come modelli. L’episodio in cui tali domande emergono con particolare vigore, e sono fondate, valutate e accolte, è quello che narra la permanenza di Gesù al tempio all’insaputa dei suoi genitori. Qui Gesù sperimenta la forza che lo lega al Padre e che si esprime anche nelle istituzioni del tempio. Ma tale presenza del divino è spesso ostacolata: Gesù nella sua vita pubblica si scontrerà sovente con questo ostacolo, che emergerà anche nel rapporto con la classe sacerdotale, e sarà una delle cause che lo porteranno alla crocifissione. L’atteggiamento di Gesù mostra l’importanza che può assumere la decisione di un dodicenne. Di fronte a tale scelta noi abbiamo la sensazione di procedere su un terreno sacro, a cui bisogna avvicinarsi con rispetto. Anche i fanciulli sono quindi capaci di conoscere Dio spontaneamente e di avvicinarsi a lui. Essi sono abilitati a essere uditori della Parola e sono capaci di compiere scelte coraggiose.

GIOVANI - La giovinezza è l’età dei grandi sogni, che presentano un quadro ideale della vita dell’uomo, ed è per questo che i giovani sono di solito molto critici del mondo così com’è. Bisogna saperli aiutare rispettando le loro esigenze di perfezionismo e condurli, nello stesso tempo, a non spaventarsi di fronte alle realtà della vita. La giovinezza è anche il tempo dei grandi amori e delle grandi speranze. È necessario non deludere le attese dei ragazzi, saperne sfruttare l’idealità e insegnare loro che la realizzazione di un ideale di solito richiede tempi lunghi. Bisogna inoltre accompagnarli verso l’accettazione del fatto che noi non siamo perfetti. La figura concreta di questa idealità è Gesù che si reca nel tempio a pregare e scaccia i mercanti, che rendono quel luogo una spelonca di ladri. La giovinezza può pure essere il tempo della contestazione, della ribellione e del rifiuto, come è normale che sia. Ma secondo un proverbio indiano, questa è anche un’età in cui si è chiamati a insegnare: ciò comporta una responsabilità che fa da contrappeso alla voglia di respingere la tradizione. Tale responsabilità ha un grande valore per sostenere le persone nella vita.

ADULTI - L’età adulta viene definita da quello stesso proverbio indiano come un ritirarsi nel bosco. L’adulto deve saper riconoscere i suoi limiti e fare anche un passo indietro, se necessario. L’adulto ha una visione complessiva di come vanno le cose in questo mondo. Ciò, però, non deve diventare motivo per limitare gli ideali, ma deve essere stimolo per giungere a una visione esatta della realtà. Bisogna considerare che ci sono almeno due tipi di adulti: quelli che si lasciano trascinare dal vortice degli impegni e quelli che sanno prendere tempo per far maturare i propri principi. Solo quest’ultimi meritano in pieno il titolo di adulto. Quanto più uno cresce in responsabilità, tanto più sono necessari momenti di ritiro e silenzio. L’adulto è in grado di riflettere su di sé e ciò gli dà la possibilità di confrontarsi con la propria fede. È difficile uscire del tutto da sé per effettuare quella che è chiamata la «conversione», perché essa comporta un totale rivolgimento della visione della realtà. Ci si domanda quanti uomini giungano alla piena conoscenza di sé. Secondo gli psicologi tale conoscenza non può aversi prima dei trentacinque/ quarant’anni, ma non molti giungono a un simile punto di maturazione. È questo il motivo per cui si diffondono visioni semplicistiche del mondo e dell’uomo. Perciò il parere della maggioranza non è senz’altro una garanzia per la verità.

ANZIANI - Per la spiritualità indù la rinunzia ai propri beni significa la capacità di presentarsi con la mano destra aperta per ricevere umilmente il pane quotidiano. Tradotto nel linguaggio della cultura occidentale significa che occorre sempre più riconoscere che la nostra vita dipende dagli altri e godere di questo fatto. È certamente difficile per i ricchi sopportare di diventare poveri, come dimostrano gli esempi evangelici di Nicodemo e del giovane ricco, ma in questo si può gustare una partecipazione più autentica al Vangelo. Fa parte di tale impoverimento anche l’indebolimento fisico cui si va incontro con il passare degli anni. Perciò il Vangelo di Giovanni, che esemplifica il cammino del cristiano ed è un Vangelo segnato dalla profondità mistica, riduce tutto all’essenziale. I vecchi devono imparare a ritirarsi dalle loro responsabilità e contemplare maggiormente l’unità delle cose. In questo senso l’anzianità può durare molto meno delle altre fasi della vita e non dipende dall’età anagrafica. Ciò significa che le età della vita non possono ridursi solamente alla biografia. Esse hanno una durata diversa che non è possibile determinare a priori. Bisogna interpretare ciascuno alla luce di un cammino spirituale che tenga conto della maturità raggiunta. Anche lo stile di preghiera varia nelle diverse età della vita. È molto importante vedere se la nostra preghiera corrisponde o meno alla nostra età. La preghiera, infatti, matura via via con la ricchezza interiore, ma nel tempo della vecchiaia può tornare a essere semplice e spontanea come quella dei fanciulli.

 

Pag 34 La sfida della Spagna dai due volti di Andrea Riccardi

Il Papa a Barcellona

 

Il viaggio di Benedetto XVI in Spagna sembrava una combinazione occasionale tra due inviti. Invece è stato un messaggio unitario: la visita alle due Spagne (quella cattolica e quella moderna e laica). Santiago rappresenta la prima. Barcellona, città europea in sviluppo e di grande turismo, esprime la Spagna laica. Le due Spagne si fronteggiano sulla visione del futuro, sulla famiglia, sulla religione. Dietro di loro sta la memoria della guerra civile. Nel sistema politico spagnolo o vince l’una o l’altra. La sfida è irriducibile e più profonda della politica. In aereo, il Papa ha definito la Spagna come «Paese originario del cristianesimo». Ma ha aggiunto correttamente: «In Spagna è nata anche una laicità, un secolarismo, forte e aggressivo, come abbiamo visto negli anni Trenta». Il Papa non si è gettato nel conflitto. Non ha nemmeno adattato irenicamente il suo messaggio. Ha confermato però il passo lieve, non incerto, con cui venne a Valencia nel 2006, quando Zapatero era quasi agli inizi. Si è presentato con ingenuità sapiente. Sa che «questo scontro tra fede e modernità, ambedue molto vivaci, si realizza anche oggi di nuovo in Spagna». Eppure gli europei - come diceva Benedetto Croce - non possono non dirsi cristiani; ma sono anche figli di una storia «laica». Per Benedetto XVI la tragedia europea è «la convinzione che Dio è l’antagonista dell’uomo e il nemico della libertà», ha detto. Di questo antagonismo il Papa misura tutta la profondità culturale, antropologica e politica. Con ingenuità, non da antagonista, ha parlato della bellezza del cristianesimo. Lo ha fatto con un modo che sfugge all’autoreferenzialità di tanti discorsi ecclesiastici in Europa, incapaci di superare le soglie delle chiese. Proprio nella moderna Barcellona, la città spagnola più lanciatasi dopo il franchismo nella sfida della crescita, è venuto in aiuto al Papa il genio laico e credente di Antoni Gaudí. Il grande architetto catalano ha gettato le basi del più importante monumento religioso dell’Europa contemporanea, la Sagrada Familia. Morto nel 1926, ha lasciato alle generazioni successive l’impegno di completare una chiesa che, a un pensiero utilitaristico, appariva interminabile e grandiosa. Fortunatamente la passione catalana ha perseverato nella costruzione. Benedetto XVI ha individuato nell’opera «carismatica» di Gaudí il superamento della «scissione tra coscienza umana e coscienza cristiana… tra la bellezza delle cose e Dio come Bellezza». La basilica parla della Sacra Famiglia, tema caro ai cattolici per la difesa della famiglia, ma anche emblematico per esprimere i legami nella comunità nazionale e tra i popoli. Benedetto XVI ha invitato a difendere famiglia, vita, natalità. Ha chiesto «che in questa terra catalana si moltiplichino e consolidino nuovi testimoni di santità». Anche all’autonoma Catalogna ha additato un futuro cristiano. Benedetto XVI non vuole adattare la Chiesa all’agenda della modernità. Ma non ci si può solo combattere. In qualche modo bisogna varcare le frontiere e compenetrarsi. Non è storia di un giorno o un accordo politico. Il «grande disegno» di papa Ratzinger sembra come la Sagrada Familia, iniziata nel 1883: non solo per i tempi lunghi della costruzione, ma per la convinzione che la bellezza sia decisiva nel cristianesimo. L’idea di bellezza parla di una Chiesa non minimalista e alla rincorsa dei tempi, ma nemmeno arcigna e antagonista. Nel quadro solenne della consacrazione della chiesa, Benedetto XVI è stato chiaro: «Questo è il grande compito, mostrare a tutti che Dio è Dio di pace e non di violenza, di libertà e non di costrizione, di concordia e non di discordia». La Chiesa dev’essere bella, come la Sagrada Familia, «in un’epoca in cui - ha detto - l’uomo pretende di edificare la sua vita alle spalle di Dio, come se non avesse più niente da dirgli». C’è un messaggio al mondo, ma ce n’è un altro esigente per la Chiesa: che sia «icona della bellezza divina». Sono due sfide in una Spagna divisa in due, per un Papa tenace.

 

IL GIORNALE

Il Papa sfida Zapatero sul matrimonio naturale di Andrea Tornielli

Il monito di Ratzinger nel cuore del Paese più progressista d’Europa: "Lo Stato tuteli la famiglia". Al suo passaggio 200 gay hanno protestato con un "bacio collettivo". A Barcellona Benedetto XVI consacra la Sagrada Familia

 

«L’uomo e la donna che si uniscono in matrimonio» vanno «sostenuti dallo Stato, la vita «inviolabile e sacra» dei figli va difesa «fin dal momento del concepimento». Servono «adeguate misure economiche e sociali» perché la donna possa trovare «la sua piena realizzazione in casa e al lavoro». Dal cuore del Paese di José Luis Zapatero, di quella che Spagna che ha introdotto i matrimoni gay, il divorzio veloce e – da un anno – l’aborto per le minorenni senza la necessità del consenso dei genitori, Benedetto XVI fa sentire la voce della Chiesa. È un pronunciamento quasi obbligato, quello del Papa, che ieri, nella seconda e ultima giornata del suo viaggio, ha consacrato la cattedrale della Sagrada Familia progettata dall’architetto Antonio Gaudì, per il quale si è aperto il processo di beatificazione. Un’opera straordinaria, unica, ammirata dai visitatori di tutto il mondo, che da ieri è diventata una chiesa officiata a tutti gli effetti. Essendo dedicata alla sacra famiglia di Nazaret, ha offerto l’occasione a Ratzinger per ripetere, con parole gentili ma al tempo stesso inequivocabili, un appello per la difesa della famiglia e della vita, legando il perdurare di una «vera libertà» proprio all’esistenza dell’amore e della fedeltà. Mentre la papamobile, stava arrivando alla Sagrada Familia, un gruppo di duecento gay e lesbiche hanno inscenato al suo passaggio una protesta, consistita in un «bacio collettivo» durato circa cinque minuti e scandito da slogan e invettive contro il Pontefice. Benedetto XVI è stato accolto davanti alla cattedrale in costruzione da 128 anni, dal re Juan Carlos di Borbone e dalla regina Sofia, con i quali si è brevemente intrattenuto prima dell’inizio della messa. Nell’omelia del rito di consacrazione della nuova chiesa, il Papa, ha ricordato che oggi «si è progredito enormemente in ambiti tecnici, sociali e culturali». Ma «non possiamo accontentarci di questi progressi». Con essi, ha detto ancora Ratzinger, «devono essere sempre presenti i progressi morali, come l’attenzione, la protezione e l’aiuto alla famiglia, poiché l’amore generoso e indissolubile di un uomo e una donna è il quadro efficace e il fondamento della vita umana nella sua gestazione, nella sua nascita, nella sua crescita e nel suo termine naturale». «Solo laddove esistono l’amore e la fedeltà – ha ribadito il Papa – nasce e perdura la vera libertà. Perciò, la Chiesa invoca adeguate misure economiche e sociali affinché la donna possa trovare la sua piena realizzazione in casa e nel lavoro, affinché l’uomo e la donna che si uniscono in matrimonio e formano una famiglia siano decisamente sostenuti dallo Stato, affinché si difenda come sacra e inviolabile la vita dei figli dal momento del loro concepimento, affinché la natalità sia stimata, valorizzata e sostenuta sul piano giuridico, sociale e legislativo». «Per questo – ha concluso – la Chiesa si oppone a qualsiasi forma di negazione della vita umana e sostiene ciò che promuove l’ordine naturale nell’ambito dell’istituzione familiare». Il Papa è tornato a parlare della «dignità» e del «valore primordiale del matrimonio e della famiglia, speranza dell’umanità, nella quale la vita riceve accoglienza, dal suo concepimento fino al suo termine naturale», anche all’Angelus. Poi, nel pomeriggio, Benedetto XVI ha visitato l’Istituto «Obra Benéfico-Social del Nen Déu», istituto per bambini malati e bisognosi creato nel 1892 dalla beata Madre Carmen del Niño Jesús per accogliere e aiutare i bambini down. Da quando è stato introdotto l’aborto, nascono sempre meno bambini con questo handicap e oggi l’istituto aiuta anche piccoli con altri problemi. Nel suo discorso, il Papa ha invitato le autorità «a prodigarsi perché i più svantaggiati siano sempre raggiunti dai servizi sociali, e a coloro che sostengono con il loro generoso aiuto entità assistenziali di iniziativa privata, come questa scuola». E ha chiesto «che i nuovi sviluppi tecnologici nel campo medico non vadano mai a detrimento del rispetto per la vita e la dignità umana». All’aeroporto, prima di ripartire per Roma, il Papa ha incontrato brevemente il premier spagnolo Zapatero appena rientrato dall’Afghanistan. Al colloquio ha assistito il Segretario di Stato Tarcisio Bertone.

 

ZENIT di domenica 7 novembre 2010

Omelia del Papa nel tempio della Sagrada Familia di Barcellona

Durante il viaggio apostolico in Spagna

 

Riportiamo di seguito il testo dell'omelia che Papa Benedetto XVI ha pronunciato domenica durante la Messa di dedicazione della chiesa e dell'altare della Sagrada Familia di Barcellona, che da oggi è Basilica minore.

 

In catalano: Amatissimi fratelli e sorelle nel Signore. "Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete… La gioia del Signore è la vostra forza" (Ne 8,9-11). Con queste parole della prima lettura che abbiamo proclamato desidero salutare tutti voi che siete qui presenti per partecipare a questa celebrazione. Rivolgo un affettuoso saluto alle Loro Maestà i Reali di Spagna, che hanno voluto cordialmente unirsi a noi. Il mio grato saluto va al Signor Cardinale Lluís Martínez Sistach, Arcivescovo di Barcellona, per le parole di benvenuto e il suo invito per la dedicazione di questa chiesa della Sacra Famiglia, meravigliosa sintesi di tecnica, di arte e di fede. Saluto anche il Cardinale Ricardo María Carles Gordó, Arcivescovo emerito di Barcellona, gli altri Signori Cardinali e Fratelli nell’Episcopato, specialmente il Vescovo ausiliare di questa Chiesa particolare, così come i numerosi sacerdoti, diaconi, seminaristi, religiosi e fedeli che partecipano a questa solenne celebrazione. Nello stesso tempo, rivolgo il mio deferente saluto alle Autorità Nazionali, Regionali e Locali, così come ai membri di altre comunità cristiane, che si uniscono alla nostra gioia e lode grata a Dio.

 

In spagnolo: Questo giorno è un punto significativo in una lunga storia di aspirazioni, di lavoro e di generosità, che dura da più di un secolo. In questi momenti, vorrei ricordare ciascuna delle persone che hanno reso possibile la gioia che oggi pervade tutti noi: dai promotori fino agli esecutori di quest’opera; dagli architetti e muratori della stessa, a tutti quelli che hanno offerto, in un modo o nell’altro, il loro insostituibile contributo per rendere possibile la progressiva costruzione di questo edificio. E ricordiamo, soprattutto, colui che fu anima e artefice di questo progetto: Antoni Gaudí, architetto geniale e cristiano coerente, la cui fiaccola della fede arse fino al termine della sua vita, vissuta con dignità e austerità assoluta. Quest’evento è anche, in qualche modo, il punto culminante e lo sbocco di una storia di questa terra catalana che, soprattutto a partire dalla fine del XIX secolo, diede una moltitudine di santi e di fondatori, di martiri e di poeti cristiani. Storia di santità, di creazioni artistiche e poetiche, nate dalla fede, che oggi raccogliamo e presentiamo come offerta a Dio in questa Eucaristia. La gioia che provo nel poter presiedere questa celebrazione si è accresciuta quando ho saputo che questo edificio sacro, fin dalle sue origini, è strettamente legato alla figura di san Giuseppe. Mi ha commosso specialmente la sicurezza con la quale Gaudí, di fronte alle innumerevoli difficoltà che dovette affrontare, esclamava pieno di fiducia nella divina Provvidenza: "San Giuseppe completerà il tempio". Per questo ora non è privo di significato il fatto che sia un Papa il cui nome di battesimo è Giuseppe a dedicarlo. Cosa significa dedicare questa chiesa? Nel cuore del mondo, di fronte allo sguardo di Dio e degli uomini, in un umile e gioioso atto di fede, abbiamo innalzato un’immensa mole di materia, frutto della natura e di un incalcolabile sforzo dell’intelligenza umana, costruttrice di quest’opera d’arte. Essa è un segno visibile del Dio invisibile, alla cui gloria svettano queste torri, frecce che indicano l’assoluto della luce e di colui che è la Luce, l’Altezza e la Bellezza medesime. In questo ambiente, Gaudí volle unire l’ispirazione che gli veniva dai tre grandi libri dei quali si nutriva come uomo, come credente e come architetto: il libro della natura, il libro della Sacra Scrittura e il libro della Liturgia. Così unì la realtà del mondo e la storia della salvezza, come ci è narrata nella Bibbia e resa presente nella Liturgia. Introdusse dentro l’edificio sacro pietre, alberi e vita umana, affinché tutta la creazione convergesse nella lode divina, ma, allo stesso tempo, portò fuori i "retabli", per porre davanti agli uomini il mistero di Dio rivelato nella nascita, passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo. In questo modo, collaborò in maniera geniale all’edificazione di una coscienza umana ancorata nel mondo, aperta a Dio, illuminata e santificata da Cristo. E realizzò ciò che oggi è uno dei compiti più importanti: superare la scissione tra coscienza umana e coscienza cristiana, tra esistenza in questo mondo temporale e apertura alla vita eterna, tra la bellezza delle cose e Dio come Bellezza. Antoni Gaudí non realizzò tutto questo con parole, ma con pietre, linee, superfici e vertici. In realtà, la bellezza è la grande necessità dell’uomo; è la radice dalla quale sorgono il tronco della nostra pace e i frutti della nostra speranza. La bellezza è anche rivelatrice di Dio perché, come Lui, l’opera bella è pura gratuità, invita alla libertà e strappa dall’egoismo. Abbiamo dedicato questo spazio sacro a Dio, che si è rivelato e donato a noi in Cristo per essere definitivamente Dio con gli uomini. La Parola rivelata, l’umanità di Cristo e la sua Chiesa sono le tre espressioni massime della sua manifestazione e del suo dono agli uomini. "Ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo" (1Cor 3, 10-11), dice san Paolo nella seconda lettura. Il Signore Gesù è la pietra che sostiene il peso del mondo, che mantiene la coesione della Chiesa e che raccoglie in ultima unità tutte le conquiste dell’umanità. In Lui abbiamo la Parola e la Presenza di Dio, e da Lui la Chiesa riceve la propria vita, la propria dottrina e la propria missione. La Chiesa non ha consistenza da se stessa; è chiamata ad essere segno e strumento di Cristo, in pura docilità alla sua autorità e in totale servizio al suo mandato. L’unico Cristo fonda l’unica Chiesa; Egli è la roccia sulla quale si fonda la nostra fede. Basati su questa fede, cerchiamo insieme di mostrare al mondo il volto di Dio, che è amore ed è l’unico che può rispondere all’anelito di pienezza dell’uomo. Questo è il grande compito, mostrare a tutti che Dio è Dio di pace e non di violenza, di libertà e non di costrizione, di concordia e non di discordia. In questo senso, credo che la dedicazione di questa chiesa della Sacra Famiglia, in un’epoca nella quale l’uomo pretende di edificare la sua vita alle spalle di Dio, come se non avesse più niente da dirgli, è un avvenimento di grande significato. Gaudí, con la sua opera, ci mostra che Dio è la vera misura dell’uomo, che il segreto della vera originalità consiste, come egli diceva, nel tornare all’origine che è Dio. Lui stesso, aprendo in questo modo il suo spirito a Dio, è stato capace di creare in questa città uno spazio di bellezza, di fede e di speranza, che conduce l’uomo all’incontro con colui che è la verità e la bellezza stessa. Così l’architetto esprimeva i suoi sentimenti: "Una chiesa [è] l’unica cosa degna di rappresentare il sentire di un popolo, poiché la religione è la cosa più elevata nell’uomo". Quest’affermare Dio porta con sé la suprema affermazione e tutela della dignità di ogni uomo e di tutti gli uomini: "Non sapete che siete tempio di Dio?... Santo è il tempio di Dio, che siete voi" (1Cor 3, 16-17). Ecco qui unite la verità e la dignità di Dio con la verità e la dignità dell’uomo. Nel consacrare l’altare di questa chiesa, tenendo presente che Cristo è il suo fondamento, noi presentiamo al mondo Dio che è amico degli uomini, e invitiamo gli uomini ad essere amici di Dio. Come insegna l’episodio di Zaccheo, di cui parla il Vangelo odierno (cfr Lc 19,1-10), se l’uomo lascia entrare Dio nella sua vita e nel suo mondo, se lascia che Cristo viva nel suo cuore, non si pentirà, ma anzi sperimenterà la gioia di condividere la sua stessa vita, essendo destinatario del suo amore infinito. L’iniziativa della costruzione di questa chiesa si deve all’Associazione degli Amici di san Giuseppe, che vollero dedicarla alla Sacra Famiglia di Nazaret. Da sempre, il focolare formato da Gesù, Maria e Giuseppe è stato considerato una scuola di amore, preghiera e lavoro. I patrocinatori di questa chiesa volevano mostrare al mondo l’amore, il lavoro e il servizio vissuti davanti a Dio, così come li visse la Sacra Famiglia di Nazaret. Le condizioni di vita sono profondamente cambiate e con esse si è progredito enormemente in ambiti tecnici, sociali e culturali. Non possiamo accontentarci di questi progressi. Con essi devono essere sempre presenti i progressi morali, come l’attenzione, la protezione e l’aiuto alla famiglia, poiché l’amore generoso e indissolubile di un uomo e una donna è il quadro efficace e il fondamento della vita umana nella sua gestazione, nella sua nascita, nella sua crescita e nel suo termine naturale. Solo laddove esistono l’amore e la fedeltà, nasce e perdura la vera libertà. Perciò, la Chiesa invoca adeguate misure economiche e sociali affinché la donna possa trovare la sua piena realizzazione in casa e nel lavoro, affinché l’uomo e la donna che si uniscono in matrimonio e formano una famiglia siano decisamente sostenuti dallo Stato, affinché si difenda come sacra e inviolabile la vita dei figli dal momento del loro concepimento, affinché la natalità sia stimata, valorizzata e sostenuta sul piano giuridico, sociale e legislativo. Per questo, la Chiesa si oppone a qualsiasi forma di negazione della vita umana e sostiene ciò che promuove l’ordine naturale nell’ambito dell’istituzione familiare. Contemplando ammirato questo ambiente santo di incantevole bellezza, con tanta storia di fede, chiedo a Dio che in questa terra catalana si moltiplichino e consolidino nuovi testimoni di santità, che offrano al mondo il grande servizio che la Chiesa può e deve prestare all’umanità: essere icona della bellezza divina, fiamma ardente di carità, canale perché il mondo creda in Colui che Dio ha mandato (cfr Gv 6,29). Cari fratelli, nel dedicare questa splendida chiesa, supplico, al tempo stesso, il Signore delle nostre vite che da questo altare, che ora verrà unto con olio santo e sopra il quale si consumerà il sacrificio d’amore di Cristo, sgorghi un fiume continuo di grazia e di carità su questa città di Barcellona e sui suoi abitanti, e sul mondo intero. Che queste acque feconde riempiano di fede e di vitalità apostolica questa Chiesa arcidiocesana, i suoi Pastori e fedeli.

 

In catalano: Desidero, infine, affidare all’amorosa protezione della Madre di Dio, Maria Santissima, "Rosa di aprile", "Madre della Mercede", tutti voi qui presenti e tutti coloro che con parole e opere, con il silenzio o la preghiera, hanno reso possibile questo miracolo architettonico. Che Ella presenti al suo divin Figlio anche le gioie e le sofferenze di coloro che giungeranno in futuro in questo luogo sacro, perché, come prega la Liturgia della dedicazione delle chiese, i poveri possano trovare misericordia, gli oppressi conseguire la vera libertà e tutti gli uomini rivestirsi della dignità di figli di Dio. Amen.

 

L’OSSERVATORE ROMANO di domenica 7 novembre 2010

Pag 1 In cammino di g.m.v.

 

Il viaggio in Spagna di Benedetto XVI esprime simbolicamente la realtà più profonda degli itinerari che il vescovo di Roma compie nel mondo. A dirlo è stato il Papa  stesso, nel consueto incontro con i giornalisti, durante il volo che l'ha portato a Santiago de Compostela, quando ha ricordato che il cammino - iscritto nella sua biografia personale già con le tappe in diverse università tedesche - rappresenta l'esperienza di ogni credente. Nell'instabilità inevitabile della vita e nel passaggio su questo mondo, la fede è infatti innanzi tutto pellegrinaggio, espresso, per chi crede, dalla figura esemplare di Abramo. Nel medioevo, i diversi cammini di Compostela - quella «via lattea» sulla terra indicata in cielo dal biancore delle stelle - hanno formato spiritualmente l'Europa. E anche oggi il camino è percorso da chi affronta il pellegrinaggio (o semplicemente la via) per dare il rituale abbraccio al señor Santiago e così lasciarsi abbracciare da Dio stesso. Come ha fatto il Pontefice nella meravigliosa cattedrale romanica e barocca profumata dall'incenso del botafumeiro, pellegrino insieme a tantissimi altri nella storia e nell'attualità, in un continente e in un mondo che tante volte sembrano dimentichi di Dio ma in realtà ne hanno nostalgia. Nella visione del Papa infatti il cammino indica proprio questo: l'uscita dalla quotidianità e dalla logica dell'utile, per trascenderle e trovare una nuova libertà. Tra Santiago e Barcellona - dove svettano le guglie della Sagrada Familia - il nuovo itinerario di Benedetto XVI si muove fra tradizione e rinnovamento creativo, tra verità e bellezza, secondo la dinamica espressa in modo mirabile e visionario da Antoni Gaudí nel tempio espiatorio a cui lavorò per tutta la vita. L'edificio, la cui consacrazione è all'origine dell'itinerario papale, è nato dalla devozione ottocentesca a san Giuseppe (il patrono di Joseph Ratzinger) e alla Sacra Famiglia, e anche oggi esprime nell'arte la centralità e l'importanza dell'istituzione familiare, realtà importante non solo per i cattolici, ma per l'intera società, che su di essa si fonda. Se la ricerca dell'incontro tra fede e arte, parallelo a quello tra fede e ragione, segna la storia cristiana sin dai primi secoli, restando urgente nel tormentato panorama della contemporaneità, a un altro incontro - ha detto il Papa ai giornalisti - deve guardare oggi la Chiesa nel mondo occidentale caratterizzato dal secolarismo: è quello tra fede e laicità. In molti Paesi europei, come nella Spagna di oggi, superando la logica dello scontro prevalsa in alcuni periodi dell'Ottocento e del Novecento e che talvolta si riaccende nell'intolleranza. Ha naturalmente colpito la circostanza di questo ritorno in Spagna di Benedetto XVI dopo la visita a Valencia nel 2006, e mentre già si prepara la giornata mondiale della gioventù di Madrid. Un segno di amore per il Paese lo ha definito il Papa, sottolineando che le circostanze di questi viaggi mostrano una realtà più profonda: la forza e il dinamismo attuali della fede in una terra storicamente cristiana. Il Paese, che nel Cinquecento con «una pleiade di grandi santi» ha saputo rinnovare e dare forma al cattolicesimo moderno, vuole oggi continuare a proporre la via di Cristo,  nell'ottica di una «universalità senza confini» rappresentata da Compostela, che nel medioevo era alle sponde dell'oceano, finis terrae. Per questo il vescovo di Roma, accolto da un calore che ha dissipato la nebbia autunnale, prosegue nella comunione della Chiesa il suo cammino.

 

AVVENIRE di domenica 7 novembre 2010

Pag 2 Il pellegrino che scuote l’Occidente smarrito di Francesco Ognibene

Fede, laicità, ragione: il Papa interpella la Spagna. E non solo

 

Si è scomodato solo per criticare lo zapaterismo? Tutto qua? Due giorni di appuntamenti liturgici – il pellegrinaggio compostelano, la consacrazione della Sagrada Familia – al solo scopo di cantarle chiare al premier laicista? Era questa, ieri sera, la sbrigativa lettura che il quotidiano progressista e filogovernativo El Pais offriva sul suo sito web della due giorni del Papa in Spagna. Un riduzionismo che, prendendo spunto dalle prime parole di Benedetto XVI sul volo che lo stava conducendo sulla punta occidentale della penisola iberica, stride in modo imbarazzante con la levatura del ragionamento sviluppato dal Papa nel corso della giornata, fino all’omelia di ieri sera nel santuario agli estremi confini del continente: una grandiosa esortazione all’Europa perché si levi di dosso la sclerosi culturale che la rende vecchia e inadeguata a seguire il filo della contemporaneità, ad abitare un’epoca nella quale l’uomo – dall’economia alla vita sociale, dalla tecnica alle domande sul futuro – in realtà sta chiedendo a gran voce di essere restituito a quella verità su se stesso che oggi, negata alla radice, è nelle mani di una cultura utilitarista e spietata. Il respiro della visita in Spagna è lo stesso dei viaggi in Inghilterra e in Francia, in Germania e in Repubblica Ceca: ovunque Papa Benedetto semina con dolcezza e tenacia parole franche per incoraggiare l’Europa a fidarsi di Dio, a non temerlo come «l’antagonista dell’uomo e il nemico della sua libertà», secondo il pregiudizio che dall’800 si è trascinato sino a quest’avvio di terzo millennio. Un’idea rivelatasi per quello che è: una «tragedia». Benedetto appare spinto, quasi dominato da un’urgenza, ed è quella che reca incisa nel suo stesso nome e nella conchiglia del pellegrino giacobeo dentro lo stemma: andare al cuore dell’Occidente, cogliere ogni occasione per fargli ricordare dove si origina la sua grandezza. «È necessario che Dio torni a risuonare gioiosamente sotto i cieli d’Europa», ha esclamato ieri sera, ed è una frase che può ben sintetizzare il suo magistero sulla dignità della ragione quand’è aperta alla fede. L’uomo europeo, ci ripete il Pontefice, deve sciogliere il laccio di un’ideologia nichilista che lo vuole asservito a ogni suo desiderio, promosso a diritto perché non sia riconoscibile per quella miseria che è; deve poter tornare ad assaporare la libertà a la bellezza di proferire «santamente» il nome di Dio «nella vita di ogni giorno, nel silenzio del lavoro, nell’amore fraterno e nelle difficoltà che gli anni portano con sé». Deve guardare con gratitudine e speranza alla Croce – «segno supremo dell’amore portato fino all’estremo, stella polare nella notte del tempo» –, l’aratro che ha reso fertile l’Europa consentendole di far germogliare una civiltà che onora ogni singolo uomo e non lo conta a dozzine. Il laicismo vorrebbe Dio invisibile, nascosto, un idoletto privato impresentabile sulla pubblica piazza. Ma lo sbandamento cui l’Occidente si va consegnando – come fosse approdato sull’oceano del nulla senza saper che fare – dovrebbe aprire la laicità all’ascolto di un Papa che con l’umiltà del pellegrino offre alle «grandi necessità, timori e speranze» dell’Europa l’apporto della Chiesa, ovvero una «realtà semplice e decisiva come questa: che Dio esiste e che è Lui che ci ha dato la vita. Solo Lui è assoluto, amore fedele e immutabile, meta infinita che traspare dietro tutti i beni, verità e bellezze meravigliose di questo mondo; meravigliose ma insufficienti per il cuore dell’uomo». La ragione incontra la fede, trovando le risposte che da sola non riuscirà mai a darsi davvero. Vale per tutto il mondo, ma è l’Europa la cattedrale di questa verità.

 

Pag 3 La Sagrada Familia, monumento di fede di Davide Rondoni

Oggi il Papa la consacra. Si “completa” la basilica, fatta anche del sangue dei costruttori

 

Barcellona ha una luce di Napoli, di Genova, di Pisa. Affollata, sorridente. Ma non è un posto tranquillo. Ha grandi ombre, e rapide serpi di nervosismo filano sulle tempie e sugli occhi. La storia della Sagrada Familia è un inno dove il dolore e la bellezza salgono insieme. La croce è segno totale per Gaudí, fonda il cosmo nella unità di dolore e resurrezione. Barcellona è piena di gente che viene qui per la fiera nautica, per il 'mito' della città sul mare. Per visitare il museo e i negozi del Barça al Camp Nou. Anche mio figlio Bartolomeo di quindici anni ci si infila dentro, e io con lui. Dicono che il museo di Messi e co. è uno dei monumenti più visitati di Spagna. Carlotta, invece, non vede l’ora di percorrere le ramblas. Le immagina come viali pieni di maghi, artisti, giocolieri. Barcellona ha pensato bene di fare sciopero in alcune linee importanti di metropolitana. Sarà più chiassosa e intasata che mai. C’è il Papa e c’è la festa per la Sagrada Familia. Ci sono state polemiche, magliette idiote, offensive, lo stanco corteo di polemiche che non sa più come fare a rendere odioso una persona, il Papa, che non lo è. Qui, in mezzo al traffico di Barcellona, io a occhi chiusi penso che se non ci fosse stata Isabel non ci sarebbe stata la Sagrada Familia. Isabel è il nome di una ancora non precisata benefattrice che mise in grado Gaudí di fare quel che aveva in cuore. Senza di lei e la iniziale, decisiva sua donazione pudica e maestosa, il giovane architetto di 31 anni non avrebbe potuto deviare dal corso tracciato dal primo incaricato di costruire sul terreno dove sorgeva un ippodromo questa cattedrale della pietà e della espiazione. Grazie alla fede e al gesto di Isabel, Gaudí deviò nei cieli della sua immaginazione. Poté farlo perché i catalani riconoscevano in questa opera una opera comune. Davano soldi le ricche dame come Isabel, le vedove di possidenti latinoamericani, o poveracci che venivano a muovere pietre e a fare da modelli gratis. Il movimento di cui Gaudí è stato fiore e interprete ha radici profonde. Un vescovo come De Urquinaoma e altri esponenti di un cattolicesimo attento ai bisogni dei nuovi poveri vollero questa opera corale, che mentre cresceva dava da lavorare, faceva sorgere accanto a sé scuole per i figli degli operai, costituiva un centro propulsore di devozione e una casa di carità e di bellezza. Gaudí a 31 anni era già nel giro degli architetti che contano. Da allora non cessa di mettere a disagio – tra ammirazione e polemiche – gli architetti di ogni parte del mondo. Barcellona aveva anche allora questa luce da Napoli, da Genova, da Pisa. E aveva come ora grandi ombre. Un libro appena edito da Jaca Book – curato, tra gli altri, da Maria Antonietta Crippa – ci racconta e ci fa vedere la vicenda della Sagrada Familia che è molto più di un romanzo. Ci fu l’impeto iniziale, la polemica rinuncia del primo architetto (avevano in mente una cosa tipo il Sacro Cuore di Montmartre, a Parigi, sorta pochi anni prima con lo stesso metodo di sottoscrizione popolare e per espiazione in un’epoca dura per la fede). E poi ci fu il genio rampicante, vegetale e arioso di Gaudí. Uno che mai separò la fede dall’ispirazione. Che finì la vita dormendo nel ventre della sua creatura che stava crescendo. E morì per le ferite che gli procurò una carrozza di tram investendolo una sera, mentre andava a Messa. Lo cercavano, lo avevano ricoverato in una corsia affollata di poveracci, andava in giro con una vestaglia e in ciabatte. Il mondo era la sua casa. Era il ’26. Aveva chiesto soldi a tutti, c’era crisi. I suoi amici si diedero un gran daffare. Dopo furono incendi, persecuzioni. Durante la guerra civile tra repubblicani e franchisti – il regime poi provò a usare la Sagrada Familia, ma di fatto non ne favoriva la edificazione – negli anni ’37-’39 ci furono dodici uccisi tra le file dei continuatori e aiutanti di Gaudí. Insieme a Isabel e a Antoni, oggi fanno festa an­che don Gil, Consol, Clodomir, don Anton, Ramon suo fratello, Ramon B., Frances Xavier, Francese de Paula, don August J, Francese e Mercé Dieguez e altri di cui nessuno sa il nome, ma il cui destino, il cui sangue e la cui possibile santità è legata a questa supplica di pietra e di luce che oggi grida nel lembo estremo d’Europa. Anche il successore di Gaudí nella guida della fabbrica, Dominich Sugranyes fu di fatto vittima della violenza. Di fronte all’incendio che i gruppi di comunisti e di anarchici avevano compiuto nella Sagrada Familia mormorò: «Ormai tutto è perduto», e morì di crepacuore qualche settimana dopo. Ma nella luce di Barcellona, invece, la chiesa ha continuato a salire. I catalani hanno ridato soldi. Il popolo e i signori. I fedeli e quelli con una fede così così. A dispetto di intellettuali alla moda e di polemiche. Un esempio di arte totale. Quella che negli stessi anni di Gaudí un altro testimone cristiano, Pavel Florenskij, di cui arrivano nuovi scritti ora in Italia per Mondadori grazie alla bella cura di Natalino Valentini, metteva al centro della sua riflessione. Anche lui vedeva nel Monastero della Trinità e di San Sergio quel che è diventata la Sagrada Familia: «Una sorta di stazione sperimentale, di laboratorio per lo studio dei problemi più importanti dell’estetica contemporanea». Barcellona ha una luce da Napoli, da Genova. Da fine del mondo. Ha molte ombre. E ora la sua Sagrada Familia – monumento e simbolo – viene abitato dalla Messa. Dall’evento del Dio che ci fa carne. Benedetto XVI è venuto a deporre al centro della chiesa e della sua storia di luci e di ombre il corpo di Dio che si fa cibo. Lo scandalo e la tenerezza cristiana. Fino a ieri e per sempre l’opera di Gaudì, di Isabel e dei loro amici sarà uno spettacolare monumento di bellezza tra le luci e le ombre di Barcellona e del mondo. Ma oggi la Sagrada Familia è anche una cesta, una tavola, quasi una gavetta, panierino, un fazzoletto annodato, un sacchetto di carta. Oggi qui non solo si ammira con sgomento e umiltà lo slancio dell’uomo all’infinito e la fioritura dei simboli cristiani, ma ci si nutre. Ora è un posto dove l’infinito diviene corpo, e Dio si fa pasto per ogni nostra sperduta e profondissima fame.

 

Pag 18 Comunità. La ricchezza del dono di sé di Enzo Bianchi

 

Uno degli elementi che possono spiegare il successo anche di pubblico per un film impegnativo come Uomini di Dio è l’efficacia e il realismo con cui riesce a rappresentare la vita di una comunità, umana prima ancora che monastica. La vita comunitaria, intesa in profondità e in ogni sua forma, può infatti ricordare a tutti gli uomini e le donne in quanto tali alcune istanze fondamentali, nonostante la nostra cultura dominante, privilegiando l’individualismo e tutto ciò che lo nutre (il possesso, la proprietà, la cura degli interessi privati…), sembri congiurare contro la comunità. Anni fa Zygmunt Bauman scrisse un libro intitolato significativamente Voglia di comunità, ma questo desiderio di comunità, almeno nel nostro Occidente, è poco attestato, perché manca l’elemento indispensabile per il suo dispiegarsi: l’aspirazione a una convergenza, alla ricerca di un orizzonte comune nella società e nella polis, sulla quale prevalgono invece altre logiche. Del resto, vi è anche qualche rischio insito nell’uso del termine 'comunità', quando è inteso in riferimento a una realtà animata da interessi identitari: si cerca cioè una comunità di simili o di uguali, nella quale non si privilegia la pluralità, la differenza, l’alterità, ma piuttosto la somiglianza, o meglio l’identità. In questo caso dietro il paravento del discorso comunitario si cela una realtà assai pericolosa, che si nutre di fondamentalismo, di integralismo, di intolleranza nei confronti del diverso: tutto ciò conduce a derive settarie, non all’ampio orizzonte della comunità. Ora, quando usiamo la parola 'comune' e il sostantivo 'comunità', affermiamo una realtà che è il contrario di 'proprio', di 'proprietà', di appartenenza individuale. Se riandiamo alle origini della questione come la si è impostata nella cultura occidentale, possiamo notare che la koinonía della cultura greca e poi del Nuovo Testamento è una realtà in cui tutto è messo in comune: tutti partecipano a una realtà che appunto è comune, e in cui ognuno è koinonós, partecipante, comunicante con altri, è parte di un tutto del quale gli altri pure sono parte, in una logica di scambio, di accoglienza reciproca, di edificazione di un progetto comune. Ma la parola 'comunità', communitas, può essere fatta risalire anche a cum-munus, nel doppio significato di 'dono' e, nel contempo, di 'dovere' comune: la comunità come condivisione del dono, del dovere, della responsabilità. Come ricorda Roberto Esposito, la communitas non fa accedere a una proprietà, ma anzi espropria i membri della comunità della loro proprietà più propria: essi devono uscire da se stessi, devono sentirsi mancanti, 'donati a', aperti alla comunione. Nessuna appropriazione, perché prendere parte, entrare nella communitas significa condividere con gli altri, esporsi all’altro: movimento che immette in un circuito di gratuità in cui vi sono e permangono virtù della dipendenza riconosciuta e virtù di un agire razionale indipendente. Insomma, la comunità – da quella più ristretta di una condivisione totale di vita, a quella famigliare, a quella a dimensione nazionale, fino alla grande comunità umana costituita dall’intera umanità – è l’insieme di persone unite non tanto da un possesso, da una proprietà, da un di più, ma da un di meno, da un debito che ciascuno vive verso gli altri. Ora, questo debito, che è anche sempre un dono, non è un debito di qualcosa innanzitutto, bensì un debito che comporta un dare se stessi. Se si vuole comprendere in profondità che cos’è e come si origina una comunità, occorre essere consapevoli che in primo luogo occorre dare la propria presenza agli altri, fino a dare loro la propria vita. Detto altrimenti: se una comunità non vuole incorrere in derive patologiche - alle quali è esposta, essendo un corpo vivente, come ogni corpo individuale - deve porre come suo principio fondamentale un movimento in cui ciascuno si dispone a donare all’altro la propria presenza. Ci sono due affermazioni del Nuovo Testamento illuminanti in proposito: «Non abbiate alcun debito verso nessuno, se non quello dell’amore reciproco» (Rm 13,8) e «Non c’è amore più grande che dare la propria vita per quelli che si amano» (Gv 15,13). Per entrare nella communitas occorre sentire la propria presenza tra gli altri come un debito e un dono nello stesso tempo. Io sono nella comunità per l’altro, soprattutto la mia presenza, l’essere là concretamente è per l’altro, per gli altri. La domanda posta come essenziale sull’architrave della porta della comunità è sempre quella che troviamo nelle prime pagine del 'grande codice' della Bibbia, là dove si dice che l’umanità ha avuto inizio attraverso legami e relazioni, all’interno dei quali vi è anche la possibilità dell’omicidio del fratello. Dopo che Caino ha ucciso Abele, si sente chiedere da Dio: «Dov’è tuo fratello?» (Gen 4,9). Questa domanda interroga ciascuno di noi sulla sua capacità di essere custode, responsabile dell’altro. Ovvero, ogni uomo deve sempre sapere dove si trova l’altro, deve sapere dove egli si colloca rispetto all’altro, se in un rapporto di vicinanza oppure di estraneità. Chiedere: «Dov’è tuo fratello?», equivale a chiedere: «Tu hai il volto rivolto verso di lui, per sapere dove sta? Tu guardi l’altro?». Ecco uno dei punti cruciali per capire da dove può nascere la comunità: essa nasce da questa responsabilità dell’altro. L’altro è altro e tale deve rimanere, l’altro è unico, tra io e tu c’è un’irrimediabile distanza; nel contempo, però, io e l’altro, io e tu siamo chiamati alla relazione, al dialogo, all’accoglienza reciproca, e questo richiede una grande responsabilità dell’uno verso l’altro: di fronte all’altro devo deporre la sovranità del mio io per poterlo incontrare e con lui poter dire 'noi'. L’altro con la sua alterità crea in me un timore, la relazione con lui è sempre un rischio e la sua presenza si impone accanto a me. Ma io posso incontrarlo o rifiutarlo, posso avvicinarlo o escluderlo: se lo avvicino gli riconosco la vita, se lo escludo è come se lo dichiarassi morto. È in questo senso che va compresa l’importanza, per la dinamica di qualunque tipo di comunità, del donare la propria presenza. Dalla mancanza di presenza nascono invece le patologie di ogni forma di vita comunitaria, a partire da quella famigliare: dove viene meno la disponibilità a dare la propria presenza, la dinamica comunitaria è incapace di fecondità, resta sterile e debole. All’interno di questo dare la propria presenza sta il dare ascolto all’altro. Dare ascolto è più pregnante del semplice ascoltare, è fare dono all’altro dell’accoglienza decisiva: lascio che l’altro sia accanto a me, di fronte a me, lascio che lui/lei mi parli attraverso tutta la sua persona. Questo essere presente all’altro è inoltre sempre anche dono del tempo: attendere l’altro, 'sacrificare', 'fare sacrificio' del proprio tempo, il che in ultima analisi significa fare sacrificio della propria vita. Questa responsabilità, questa apertura all’altro che accende la fraternità è necessaria perché l’altro ci impone di avere cura di lui in virtù della sua presenza, del suo volto che è segnato dalla morte come il nostro. L’altro che mi sta di fronte ha questa comunione radicale, originaria con me: siamo esseri umani, provvisori, mortali, siamo piccola cosa, ma proprio per questo abbiamo bisogno gli uni degli altri, abbiamo bisogno di senso, di quel senso minacciato dalla morte. E solo la relazione, la comunione, la fraternità, l’amore possono lottare contro la morte e dare senso a ciascuno di noi… Fëdor Dostoevskij ha avuto il coraggio di scrivere: «Ognuno di noi è responsabile di tutto e di tutti davanti a tutti, e io sono più responsabile degli altri». Ecco la vera via dell’umanizzazione, quella 'responsabilità' per l’altro – ci ha insegnato Emmanuel Lévinas – che è «la struttura essenziale, primaria e fondamentale della soggettività». Io sono in quanto sono per gli altri ed 'essere' ed 'essere per gli altri' sono in pratica sinonimi. Io non esisto senza un tu, un voi: sono un volto e un nome, sono ciò che l’altro vede e chiama. Ciò che è più mio è detto dall’altro, riconosciuto dall’altro, sicché io ho bisogno dell’altro per vivere: mai senza l’altro! Ecco dove nasce la communitas: «Io ho bisogno di te», e quando dico di non avere bisogno dell’altro lo uccido e, nello stesso tempo, uccido la communitas. Servendoci del linguaggio neotestamentario, potremmo fare nostre le parole usate dall’Apostolo nella Prima lettera ai Corinzi, quando egli afferma che nessun membro del corpo comunitario può dire di non avere bisogno di un altro membro (1Cor 12,21): ciò equivarrebbe a sancire la propria non appartenenza al corpo; anzi, sarebbe la negazione del corpo vivo, di ciò che si è. E Giovanni si spingerà addirittura fino a dichiarare che chi non ama il proprio fratello è un omicida (1Gv 3,15). Nell’attuale contesto culturale, in cui si è perso il senso fisico della prossimità, a maggior ragione va smarrendosi anche la prossimità intesa come responsabilità, come responsabilità fino all’estremo, come «responsabilità della responsabilità altrui». Oggi all’interno della cultura dominante si assiste invece al culto dell’io autarchico, vige una vera e propria egolatria, in cui tutti i desideri individuali diventano bisogni da soddisfare immediatamente, a ogni costo. In questa situazione si finisce per negare ogni convergenza sociale, si è incapaci di elaborare un progetto politico finalizzato al bene comune: vige la legge dell’«ognuno i propri interessi». Dopo la fine di quelle ideologie che portavano con sé un carico di morte e di negazione di libertà, per la quale abbiamo giustamente esultato, che cosa abbiamo costruito? Non tanto e non solo la 'società liquida' così ben descritta da Bauman, ma una società segnata da concorrenza, da disgregazione, da opposizione, nella quale non siamo nemmeno più capaci di parlarci senza ricorrere ai toni della barbarie… Allora il cammino della comunità, così controcorrente rispetto alla cultura dominante, è sì un cammino cristiano – e monastico, come ci ricordano i fratelli di Tibhirine – ma in radice è un cammino al quale sono chiamati tutti gli uomini: l’umanità infatti è una, e ogni essere umano o si colloca in una comunità, in relazione con altri, e allora si 'umanizza', oppure sperimenta quel cammino individualistico che ha come unico esito possibile la barbarie. Né si dimentichi che l’orizzonte della communitas è sempre aperto al futuro: ogni essere umano prima o poi se ne va, ma dopo di lui restano i figli, resta quella comunità costituita dalle nuove generazioni. Ecco perché pensare e costruire la comunità significa lavorare per la qualità della vita di chi verrà dopo di noi. E un giovane che comprende il suo essere debitore verso chi lo ha preceduto, sente a sua volta di avere una responsabilità nei confronti degli altri e del futuro collettivo della società e dell’umanità intera. Questa è una via attraverso cui è possibile scoprire e assumere l’etica, che è sempre un costruire insieme la communitas, in modo da vivere con gli altri nel rispetto, nella giustizia, nella collaborazione, nella solidarietà; in modo da godere insieme della pace e della vita piena, fino a poter sperare insieme.

 

Torna al sommario

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 7 novembre 2010

Pag 16 Il Papa in Spagna: «Secolarismo aggressivo» di Gian Guido Vecchi

Il Pontefice paragona l’anticlericalismo che si è sviluppato nel Paese «a quello che abbiamo visto negli anni Trenta». Benedetto XVI a Santiago de Compostela invoca «l’incontro, non lo scontro, tra fede e laicità»

 

Santiago de Compostela - Oggi si assiste a uno «scontro tra fede e modernità» che vede i contendenti «molto vivaci», in un Paese come la Spagna ci sono «una laicità, un anticlericalismo, un secolarismo forte e aggressivo» che il Papa paragona «a quello che abbiamo visto negli Anni Trenta» della guerra civile, però il futuro non può che essere «nell’incontro, non lo scontro!, tra la fede e la laicità». La nebbia padana che accoglie Benedetto XVI in Galizia è più densa degli sbuffi d’incenso dell’«alcachofa», ovvero il carciofo, l’immenso incensiere che qui chiamano botafumeiro e oscilla come un pendolo dalla cupola della cattedrale romanica dell’Apostolo Giacomo. Ma il Papa che da qui desidera «volgere lo sguardo all’Europa» si preoccupa di ben altra oscurità, un nuovo «paganesimo» che soprattutto in Occidente «nega a Dio» il «diritto» di «proporre la luce che dissipa ogni tenebra», la Croce «come stella polare nella notte del tempo», e si chiede: «Com’è possibile si sia fatto pubblico silenzio sulla realtà prima ed essenziale della vita umana?». Dio come «il Grande Sconosciuto» di oggi è il tema centrale del suo pontificato, non solo del viaggio tra Santiago e Barcellona: «L’Europa deve aprirsi a Dio, senza paura». Non per niente il Papa ha appena creato un dicastero per la «nuova evangelizzazione» del «primo mondo» occidentale. E ora spiega che la fede, per «rispondere alla sfida della laicità», deve fare come Gaudí con la cattedrale che il Papa consacrerà stamattina: trovare «una creatività nuova che rinnova la tradizione», mostrare la sua «bellezza». Ma è qui, fin dal volo verso Santiago - dove lo hanno atteso duecentomila fedeli - che Benedetto XVI dispiega la grande questione: «I cammini di san Giacomo sono un elemento nella formazione dell’unità spirituale del Continente», dice. Qui i pellegrini «si sono trovati e hanno trovato l’identità comune europea». Così all’aeroporto, accolto dal principe Felipe e dalla moglie Letizia, il Papa ricorda l’appello di Wojtyla al Vecchio Continente nell’89, «ravviva le tue radici!», e aggiunge: «Anch’io vorrei esortare la Spagna e l'Europa a edificare il loro presente e a progettare il futuro a partire dalla verità autentica dell’uomo, dalla libertà che rispetta questa verità e mai la ferisce, e dalla giustizia per tutti, iniziando dai più poveri e derelitti». Più tardi, nella messa in piazza, Benedetto XVI affronta il nodo del pensiero moderno: «È una tragedia che in Europa, soprattutto nel XIX secolo, si affermasse e diffondesse la convinzione che Dio è l’antagonista dell’uomo e il nemico della sua libertà». Oggi è il giorno della Sagrada Familia e dell’incontro con il premier spagnolo Zapatero. Non a caso, il governo ha fatto sapere che la legge sulla «libertà religiosa», che prevedeva la rimozione dei Crocifissi dalle scuole, «non è una priorità». All’Europa il Papa indica «il problema della famiglia» come «cellula fondamentale della società»: è questo, dice, «il grande tema del presente» e «ci indica dove possiamo andare sia nella costruzione della società sia nella unità tra fede e vita, tra religione e società». A Barcellona visiterà anche l’opera «Niño Dios» che accoglie persone disabili. Un tempo si dedicava ai bimbi Down, ha spiegato la Chiesa spagnola: «Oggi non ce ne sono quasi più, vengono eliminati prima della nascita».

 

LA REPUBBLICA di domenica 7 novembre 2010

Pag 19 Benedetto XVI nei panni del pellegrino delude i vescovi più intransigenti di Giancarlo Zizola

 

Testo non disponibile

 

LA STAMPA di domenica 7 novembre 2010

Con i perseguitati, non contro i persecutori di Enzo Bianchi

 

«Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia... sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato. La mia vita non ha più valore di un'altra. Non ne ha neanche meno». Queste parole - che aprono il testamento spirituale di fr. Christian, il priore del monastero trappista in Algeria, rapito e ucciso assieme a sei confratelli - mi ritornano alla mente ogni volta che i riflettori si posano su una tragedia che colpisce i cristiani in tante parti del mondo sfigurate dalla violenza. Nei nostri Paesi occidentali, un tempo caratterizzati dalla cristianità, solo recentemente riecheggiano con maggior forza e impatto drammatiche notizie di massacri di inermi e innocenti quando questi sono perpetrati contro i cristiani, ma non possiamo dimenticare l'immenso carico di sofferenze che in situazioni di guerra e di terrorismo si riversa sull'insieme della popolazione, in particolare la più povera e indifesa, di qualunque fede essa sia. Analogamente provo disagio nel leggere un malcelato compiacimento in chi commenta drammatiche notizie - come la strage di cristiani all'interno di una chiesa di Baghdad - con accenti più di odio verso il «nemico» che di compassione e di dolore nei confronti di «correligionari» dei quali fino al giorno prima ignorava addirittura l'esistenza. Anche qui le parole di fr. Christian possono aiutarci a un maggiore discernimento: «So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell'islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti». Non dovremmo dimenticare che ci sono musulmani che soffrono per la situazione politica e sociale attuale e che riconoscono il valore della presenza dei cristiani, chiedendo loro di restare perché la loro permanenza è memoria attiva di un passato non solo di tolleranza ma a volte di convivenza feconda. Basterebbe rileggere gli interventi degli osservatori musulmani al recente Sinodo sul Medio Oriente tenutosi in Vaticano, un sunnita e uno sciita, provenienti dal Libano e dall'Iran: l'intolleranza verso i cristiani «è un tentativo di lacerare il tessuto delle nostre società nazionali costruito da molti secoli... l'emigrazione dei cristiani è un impoverimento dell'identità araba, della sua cultura e della sua autenticità». La situazione dei cristiani in alcuni Paesi del Medio Oriente si fa sempre più drammatica e non serve più di tanto interrogarsi con il senno di poi sull'opportunità e le modalità con cui sono stati smantellati poteri dittatoriali che tuttavia riuscivano a garantire un minimo di vivibilità alle minoranze presenti: evidentemente le tragedie susseguitesi nei territori dell'ex-Jugoslavia non hanno insegnato nulla. Il dilemma che affligge queste comunità, emerso con forza e lucidità anche durante i lavori del Sinodo, è proprio quello tra il restare - sempre più deboli e indifesi in mezzo a rischi enormi - oppure il partire, abbandonando non solo la terra dei propri padri e delle radici della propria fede, ma anche le persone di altri fedi con le quali si sono trascorsi esistenze di quotidiana e spesso pacifica convivenza e fraternità. Dilemma atroce che nessuno dovrebbe essere obbligato ad affrontare, ma anche alternativa che nessuno può dirimere al posto di chi la vive sulla propria pelle e su quella dei propri cari. Dilemma che tuttavia pone anche a noi alcune questioni, a cominciare dalla liceità o no di usare termini come «persecuzione» per definire la perdita di alcuni privilegi di cui godono i cristiani nei Paesi occidentali. Le sofferenze e le angosce dei cristiani d'Oriente ci inducono a riflettere a nostra volta sul prezzo che siamo disposti a pagare per testimoniare la nostra fede, sulla qualità dei nostri rapporti quotidiani con chi professa un credo diverso dal nostro, sul significato del restare fedeli a un luogo e una terra che siamo chiamati ad amare anche quando presenta un volto ostile. Occorre anche riflettere su una dinamica storica inedita che da alcuni anni sta aprendo nuovi scenari nella penisola arabica: in quei Paesi in cui è vietata ai cristiani ogni attività missionaria perché ritenuta proselitismo sono ormai presenti più di tre milioni di cristiani giunti con i consistenti flussi migratori legati alle attività economiche e lavorative. Non si può più parlare quindi di sparute minoranze, ma di una presenza viva e operosa. C'è infine un ulteriore elemento che dovrebbe interpellare i cristiani dei Paesi dove si può serenamente professare il proprio credo: per gli avversari della fede cristiana - che sono alcuni estremisti e non l'insieme dei credenti musulmani - non vi è differenza tra siro-cattolici o copti ortodossi, tra protestanti americani o cattolici europei... per loro è chiara l'appartenenza a un'unica comunità religiosa, nella quale spariscono la differenze confessionali. È quanto i cristiani hanno già sperimentato in altre situazioni di oppressione e persecuzione: dai Gulag sovietici ai Lager nazisti, la sofferenza e il martirio subiti in nome di Cristo hanno portato a superare barriere che le rispettive istituzioni ecclesiali e le secolari divergenze teologiche avevano eretto. Quando i cristiani sono ricondotti al «caso serio» della loro fede - il testimoniare fino al dono della vita che si ha una ragione per vivere tanto forte da diventare anche ragione per morire - dimenticano quanto li divide e li contrappone e riscoprono l'essenziale che li unisce: il loro credere nella morte e resurrezione del loro Signore, il giusto che in un mondo ingiusto ha pagato con la vita la sua passione per la fraternità umana. Questo non significa affatto augurarsi la persecuzione né compiacersi di essa, ma capire dall'interno il tormento che affligge tanti fratelli e sorelle nella fede e, nel contempo, rendersi conto di come chi è perseguitato sappia trovare in sé e nella comunità energie spirituali inimmaginabili in altre situazioni. Un aiuto alla loro drammatica situazione non verrà allora dal nostro accanirci verbalmente contro un nemico collettivo, ma dal condividere il loro sforzo ostinato e quotidiano di riconciliazione, il loro rifiuto a rispondere alla violenza con la violenza, la loro faticosa ricerca di una rinnovata capacità di perdono, anche per i persecutori. Un aiuto verrà se sapremo costantemente ricordare l'esistenza di questi cristiani e il loro ruolo di minoranze attive e feconde, se sapremo far sì che i nostri governi uniscano alle febbrili relazioni commerciali la risoluta richiesta ai loro interlocutori istituzionali del rispetto dei diritti e la fine di ogni discriminazione religiosa. Come diceva ancora il priore di Tibhirine a proposito dell'Algeria e dell'islam che apparivano preda dell'integralismo estremista, «per me sono un'altra cosa: sono un'anima e un corpo». Forse il doloroso restare là dove si è sempre vissuta la propria fede significa anche credere e testimoniare che anche la comunità religiosa del tuo vicino e diverso sono «un corpo e un'anima» da conoscere e amare.

 

IL GAZZETTINO di domenica 7 novembre 2010

Pag 14 Il Papa all’Europa laica: la fede è luce dell’uomo di Franca Giansoldati

 

Varca la cattedrale gotica indossando la mantellina marrone dei pellegrini medievali. Simbolo di penitenza, cammino interiore, ricerca di Dio. Nella cattedrale il gigantesco turibolo sbuffa senza sosta nuvole pungenti di incenso. Una volta serviva per ripulire l’aria dagli umori dei coraggiosi viaggiatori che attraversavano a piedi, per giorni e giorni, intere nazioni per rendere omaggio alla grandezza di Dio. Santiago di Compostela evoca un passato che l’Europa sembra voler dimenticare. Benedetto XVI lo sa, è il suo grande cruccio, e non a caso inizia la visita in terra iberica (ma tornerà per la terza volta nel 2011 per aprire la Giornata Mondiale della Gioventù) denunciando la deriva pagana, la visione anticristiana che non fa sconti alla famiglia, alla vita, alla dignità umana. La "cellula fondamentale della società" è minacciata dal varo di leggi che tendono a negarle la sua sacralità. Nei parlamenti si promuovono progetti eutanasici, pratiche abortive, ricerche embrionali, e la dignità dell’uomo è schiacciata da obiettivi economici. L’appello di Ratzinger è per "una Spagna e una Europa non solo preoccupate dalle necessità materiali degli uomini, ma anche di quelle morali, sociali, spirituali e religiose, perché queste – dice - sono esigenze autentiche dell’unico uomo, e solo così si opera in modo fecondo per il suo bene". L’omelia nella messa, affollatissima, davanti al santuario compostelano, presenti i principi delle Asturie Felipe e Letizia, mette a nudo la sua forte preoccupazione: quale futuro di un’Europa senza Dio? Si rivolge alla Spagna di Zapatero ma è chiaro che il messaggio è estendibile all’intera Ue. Le radici di quella che considera una deviazione, affondano nella diffusione di idee filosofiche ottocentesche: marxismo, liberalismo, nichilismo. Ma ancora prima l’illuminismo, quando si ruppe il "dialogo fecondo tra fede e ragione". Da allora si è fatta strada l’idea che la religione è nemica del progresso umano e della libertà stessa dell’uomo. "Ed è una tragedia che in Europa, soprattutto nel XIX Secolo, si sia affermata la convinzione che Dio sia l’antagonista dell’uomo e della sua libertà". Il paganesimo imperante, dunque, sembrerebbe frutto del pensiero dei filosofi che argomentavano la morte di Dio (Nietsche) o ritenevano la religione l’oppio dei popoli (Marx). "Ma Dio come si sarebbe rivelato agli uomini, se non avesse voluto proteggerli?" si chiede il Papa teologo che pone all’Europa laicista la domanda: "Com’è possibile che si neghi a Dio, sole delle intelligenze, forza e calamita dei nostri cuori, il diritto di proporre la luce che dissipa ogni tenebra?". L’anno compostelano si chiude così, con l’immagine di un Papa anziano che prega, in solitudine, davanti alla teca di cristallo con le reliquie dell’apostolo Giacomo.

 

ZENIT di sabato 6 novembre 2010

Discorso del Papa nella Cattedrale di Santiago de Compostela

Dopo aver abbracciato la statua dell’Apostolo

 

Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo sabato da Benedetto XVI nella Cattedrale di Santiago de Compostela, dove si trovavano riuniti religiosi e religiose spagnoli, assieme ad una rappresentanza di anziani e malati.

 

In spagnolo: Signori Cardinali, Cari Fratelli nell’Episcopato, Distinte Autorità, Cari sacerdoti, seminaristi, religiosi e religiose, Cari fratelli e sorelle, Amici tutti.

 

In gallego: Ringrazio Monsignor Julián Barrio Barrio, Arcivescovo di Santiago di Compostela, per le cortesi parole che mi ha appena rivolto e alle quali rispondo con piacere, salutando tutti con affetto nel Signore e ringraziandovi per la vostra presenza in questo luogo così significativo.

 

In spagnolo:  Andare in pellegrinaggio non è semplicemente visitare un luogo qualsiasi per ammirare i suoi tesori di natura, arte o storia. Andare in pellegrinaggio significa, piuttosto, uscire da noi stessi per andare incontro a Dio là dove Egli si è manifestato, là dove la grazia divina si è mostrata con particolare splendore e ha prodotto abbondanti frutti di conversione e santità tra i credenti. I cristiani andarono in pellegrinaggio, anzitutto, nei luoghi legati alla passione, morte e resurrezione del Signore, in Terra Santa. Poi a Roma, città del martirio di Pietro e Paolo, e anche a Compostela, che, unita alla memoria di san Giacomo, ha accolto pellegrini di tutto il mondo, desiderosi di rafforzare il loro spirito con la testimonianza di fede e amore dell’Apostolo. In questo Anno Santo Compostelano, come Successore di Pietro, ho voluto anch’io venire in pellegrinaggio alla Casa del "Señor Santiago" [san Giacomo ndt.], che si appresta a celebrare l’anniversario degli ottocento anni dalla sua consacrazione, per confermare la vostra fede e ravvivare la vostra speranza, e per affidare all’intercessione dell’Apostolo i vostri aneliti, fatiche e opere per il Vangelo. Nell’abbracciare la sua venerata immagine, ho pregato anche per tutti i figli della Chiesa, che ha la sua origine nel mistero di comunione che è Dio. Mediante la fede, siamo introdotti nel mistero di amore che è la Santissima Trinità. Siamo, in un certo modo, abbracciati da Dio, trasformati dal suo amore. La Chiesa è questo abbraccio di Dio nel quale gli uomini imparano anche ad abbracciare i propri fratelli, scoprendo in essi l’immagine e somiglianza divina, che costituisce la verità più profonda del loro essere, e che è origine della vera libertà. Tra verità e libertà vi è una relazione stretta e necessaria. La ricerca onesta della verità, l’aspirazione ad essa, è la condizione per un’autentica libertà. Non si può vivere l’una senza l’altra. La Chiesa, che desidera servire con tutte le sue forze la persona umana e la sua dignità, è al servizio di entrambe, della verità e della libertà. Non può rinunciare ad esse, perché è in gioco l’essere umano, perché la spinge l’amore all’uomo, "il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stessa" (Gaudium et spes, 24), e perché senza tale aspirazione alla verità, alla giustizia e alla libertà, l’uomo si perderebbe esso stesso. Permettetemi che da Compostela, cuore spirituale della Galizia e, allo stesso tempo, scuola di universalità senza confini, esorti tutti i fedeli di questa cara Arcidiocesi, e tutti quelli della Chiesa in Spagna, a vivere illuminati dalla verità di Cristo, professando la fede con gioia, coerenza e semplicità, in casa, nel lavoro e nell’impegno come cittadini. Che la gioia di sentirvi figli amati di Dio vi spinga anche ad una amore sempre più profondo per la Chiesa, collaborando con essa nella sua opera di portare Cristo a tutti gli uomini. Pregate il Padrone della messe, perché molti giovani si consacrino a questa missione nel ministero sacerdotale e nella vita consacrata: oggi, come sempre, vale la pena dedicarsi per tutta la vita a proporre la novità del Vangelo. Non voglio concludere senza prima esprimere felicitazione e ringraziamento a tutti i cattolici spagnoli per la generosità con la quale sostengono tante istituzioni di carità e di promozione umana. Non stancatevi di mantenere queste opere, che apportano beneficio a tutta la società, e la cui efficacia si è manifestata in modo speciale nell’attuale crisi economica, così come in occasione delle gravi calamità naturali che hanno colpito vari Paesi.

 

In gallego: Con questi sentimenti, prego l’Altissimo che conceda a tutta l’audacia che ebbe san Giacomo per essere testimone di Cristo Risorto, e così rimaniate fedeli nei cammini della santità e vi spendiate per la gloria di Dio e il bene dei fratelli più abbandonati. Molte grazie.

 

Omelia del Papa a Plaza del Obradoiro di Santiago de Compostela

In occasione dell'Anno santo compostelano

 

Pubblichiamo di seguito l'omelia pronunciata questo sabato da Benedetto XVI a Plaza del Obradoiro di Santiago de Compostela, dove ha presieduto la Santa Messa in occasione dell’Anno giubilare compostelano.

 

In gallego: Amatissimi fratelli in Gesù Cristo. Rendo grazie a Dio per il dono di poter essere qui, in questa splendida piazza ricolma di arte, cultura e significato spirituale. In questo Anno Santo, giungo come pellegrino tra i pellegrini, accompagnando tanti che vengono fin qui assetati della fede in Cristo risorto. Fede annunciata e trasmessa fedelmente dagli Apostoli, come san Giacomo il Maggiore, che si venera a Compostela da tempo immemorabile.

 

In spagnolo: Sono grato per le gentili parole di benvenuto di Monsignor Julián Barrio Barrio, Arcivescovo di questa Chiesa particolare, e per la cortese presenza delle Loro Altezze Reali i Principi delle Asturie, dei Signori Cardinali, così come dei numerosi Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio. Il mio saluto cordiale giunga anche ai Parlamentari Europei, membri dell’intergruppo "Camino de Santiago", come pure alle Autorità Nazionali, Regionali e Locali che hanno voluto essere presenti a questa celebrazione. Tutto ciò è segno di deferenza verso il Successore di Pietro e anche del profondo sentimento che san Giacomo di Compostela risveglia in Galizia e negli altri luoghi della Spagna, la quale riconosce l’Apostolo come suo Patrono e protettore. Un caloroso saluto anche alle persone consacrate, seminaristi e fedeli che partecipano a questa Eucaristia e, con un’emozione particolare, ai pellegrini, costruttori del genuino spirito giacobeo, senza il quale si capirebbe poco o nulla di quello che qui si svolge. Una frase della prima lettura afferma con ammirevole semplicità: "Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù" (At 4,33). In effetti, al punto di partenza di tutto ciò che il cristianesimo è stato e continua ad essere non si trova un’iniziativa o un progetto umano, ma Dio, che dichiara Gesù giusto e santo di fronte alla sentenza del tribunale umano che lo condannò come blasfemo e sovversivo; Dio, che ha strappato Gesù Cristo dalla morte; Dio, che farà giustizia a tutti quelli che sono ingiustamente gli umiliati della storia. "Di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono" (At5,32), dicono gli apostoli. Così infatti essi diedero testimonianza della vita, morte e resurrezione di Cristo Gesù, che conobbero mentre predicava e compiva miracoli. A noi, cari fratelli, spetta oggi seguire l’esempio degli apostoli, conoscendo il Signore ogni giorno di più e dando una testimonianza chiara e valida del suo Vangelo. Non vi è maggior tesoro che possiamo offrire ai nostri contemporanei. Così imiteremo anche san Paolo che, in mezzo a tante tribolazioni, naufragi e solitudini, proclamava esultante: "Noi […] abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi" (2Cor 4,7). Insieme a queste parole dell’Apostolo dei gentili, vi sono le parole stesse del Vangelo che abbiamo appena ascoltato, e che invitano a vivere secondo l’umiltà di Cristo, il quale, seguendo in tutto la volontà del Padre, è venuto per servire, "e dare la propria vita in riscatto per molti" (Mt 20, 28). Per i discepoli che vogliono seguire e imitare Cristo, servire il fratello non è più una mera opzione, ma parte essenziale del proprio essere. Un servizio che non si misura in base ai criteri mondani dell’immediato, del materiale e dell’apparente, ma perché rende presente l’amore di Dio per tutti gli uomini e in tutte le loro dimensioni, e dà testimonianza di Lui, anche con i gesti più semplici. Nel proporre questo nuovo modo di relazionarsi nella comunità, basato sulla logica dell’amore e del servizio, Gesù si rivolge anche ai "capi dei popoli", perché dove non vi è impegno per gli altri sorgono forme di prepotenza e sfruttamento che non lasciano spazio a un’autentica promozione umana integrale. E vorrei che questo messaggio giungesse soprattutto ai giovani: proprio a voi, questo contenuto essenziale del Vangelo indica la via perché, rinunciando a un modo di pensare egoistico, di breve portata, come tante volte vi si propone, e assumendo quello di Gesù, possiate realizzarvi pienamente ed essere seme di speranza. Questo è ciò che ci ricorda anche la celebrazione di questo Anno Santo Compostelano. E questo è quello che nel segreto del cuore, sapendolo esplicitamente o sentendolo senza saperlo esprimere a parole, vivono tanti pellegrini che camminano fino a Santiago di Compostela per abbracciare l’Apostolo. La stanchezza dell’andare, la varietà dei paesaggi, l’incontro con persone di altra nazionalità, li aprono a ciò che di più profondo e comune ci unisce agli uomini: esseri in ricerca, esseri che hanno bisogno di verità e di bellezza, di un’esperienza di grazia, di carità e di pace, di perdono e di redenzione. E nel più nascosto di tutti questi uomini risuona la presenza di Dio e l’azione dello Spirito Santo. Sì, ogni uomo che fa silenzio dentro di sé e prende le distanze dalle brame, desideri e faccende immediati, l’uomo che prega, Dio lo illumina affinché lo incontri e riconosca Cristo. Chi compie il pellegrinaggio a Santiago, in fondo, lo fa per incontrarsi soprattutto con Dio, che, riflesso nella maestà di Cristo, lo accoglie e benedice nell’arrivare al Portico della Gloria. Da qui, come messaggero del Vangelo che Pietro e Giacomo firmarono con il proprio sangue, desidero volgere lo sguardo all’Europa che andò in pellegrinaggio a Compostela. Quali sono le sue grandi necessità, timori e speranze? Qual è il contributo specifico e fondamentale della Chiesa a questa Europa, che ha percorso nell’ultimo mezzo secolo un cammino verso nuove configurazioni e progetti? Il suo apporto è centrato in una realtà così semplice e decisiva come questa: che Dio esiste e che è Lui che ci ha dato la vita. Solo Lui è assoluto, amore fedele e immutabile, meta infinita che traspare dietro tutti i beni, verità e bellezze meravigliose di questo mondo; meravigliose ma insufficienti per il cuore dell’uomo. Lo comprese bene santa Teresa di Gesù quando scrisse: "Solo Dio basta". È una tragedia che in Europa, soprattutto nel XIX secolo, si affermasse e diffondesse la convinzione che Dio è l’antagonista dell’uomo e il nemico della sua libertà. Con questo si voleva mettere in ombra la vera fede biblica in Dio, che mandò nel mondo suo Figlio Gesù Cristo perché nessuno muoia, ma tutti abbiano la vita eterna (cfr Gv 3,16). L’autore sacro afferma perentorio davanti a un paganesimo per il quale Dio è invidioso dell’uomo o lo disprezza: come Dio avrebbe creato tutte le cose se non le avesse amate, Lui che nella sua infinita pienezza non ha bisogno di nulla? (cfr Sap 11,24-26). Come si sarebbe rivelato agli uomini se non avesse voluto proteggerli? Dio è l’origine del nostro essere e il fondamento e culmine della nostra libertà, non il suo oppositore. Come l’uomo mortale si può fondare su se stesso e come l’uomo peccatore si può riconciliare con se stesso? Come è possibile che si sia fatto pubblico silenzio sulla realtà prima ed essenziale della vita umana? Come ciò che è più determinante in essa può essere rinchiuso nella mera intimità o relegato nella penombra? Noi uomini non possiamo vivere nelle tenebre, senza vedere la luce del sole. E, allora, com’è possibile che si neghi a Dio, sole delle intelligenze, forza delle volontà e calamita dei nostri cuori, il diritto di proporre questa luce che dissipa ogni tenebra? Perciò, è necessario che Dio torni a risuonare gioiosamente sotto i cieli dell’Europa; che questa parola santa non si pronunci mai invano; che non venga stravolta facendola servire a fini che non le sono propri. Occorre che venga proferita santamente. È necessario che la percepiamo così nella vita di ogni giorno, nel silenzio del lavoro, nell’amore fraterno e nelle difficoltà che gli anni portano con sé. L’Europa deve aprirsi a Dio, uscire all’incontro con Lui senza paura, lavorare con la sua grazia per quella dignità dell’uomo che avevano scoperto le migliori tradizioni: oltre a quella biblica, fondamentale a tale riguardo, quelle dell’epoca classica, medievale e moderna, dalle quali nacquero le grandi creazioni filosofiche e letterarie, culturali e sociali dell’Europa. Questo Dio e questo uomo sono quelli che si sono manifestati concretamente e storicamente in Cristo. Cristo che possiamo trovare nei cammini che conducono a Compostela, dato che in essi vi è una croce che accoglie e orienta ai crocicchi. Questa croce, segno supremo dell’amore portato fino all’estremo, e perciò dono e perdono allo stesso tempo, dev’essere la nostra stella polare nella notte del tempo. Croce e amore, croce e luce sono stati sinonimi nella nostra storia, perché Cristo si lasciò inchiodare in essa per darci la suprema testimonianza del suo amore, per invitarci al perdono e alla riconciliazione, per insegnarci a vincere il male con il bene. Non smettete di imparare le lezioni di questo Cristo dei crocicchi dei cammini e della vita, in lui ci viene incontro Dio come amico, padre e guida. O Croce benedetta, brilla sempre nelle terre dell’Europa! Lasciate che proclami da qui la gloria dell’uomo, che avverta delle minacce alla sua dignità per la privazione dei suoi valori e ricchezze originari, l’emarginazione o la morte inflitte ai più deboli e poveri. Non si può dar culto a Dio senza proteggere l’uomo suo figlio e non si serve l’uomo senza chiedersi chi è suo Padre e rispondere alla domanda su di lui. L’Europa della scienza e delle tecnologie, l’Europa della civilizzazione e della cultura, deve essere allo stesso tempo l’Europa aperta alla trascendenza e alla fraternità con altri continenti, al Dio vivo e vero a partire dall’uomo vivo e vero. Questo è ciò che la Chiesa desidera apportare all’Europa: avere cura di Dio e avere cura dell’uomo, a partire dalla comprensione che di entrambi ci viene offerta in Gesù Cristo. Cari amici, eleviamo uno sguardo di speranza a tutto ciò che Dio ci ha promesso e ci offre. Che Egli ci doni la sua forza, rinvigorisca quest’Arcidiocesi compostelana, vivifichi la fede dei suoi figli e li aiuti a mantenersi fedeli alla loro vocazione di seminare e dare vigore al Vangelo, anche in altre terre.

 

In gallego: Che san Giacomo, l’amico del Signore, ottenga abbondanti benedizioni per la Galizia, per le altre genti della Spagna, dell’Europa e di tanti altri luoghi al di là dei mari, dove l’Apostolo è segno di identità cristiana e promotore dell’annuncio di Cristo.

Risposte di Benedetto XVI ai giornalisti sul volo per la Spagna

 

Pubblichiamo il testo del colloquio tenutosi sabato tra Benedetto XVI e i giornalisti presenti sul volo papale diretto a Santiago de Compostela. Le domande sono state poste a nome dei giornalisti da padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede.

 

Padre Lombardi: Santità, benvenuto per questo abituale incontro con i colleghi giornalisti all'inizio di questo bel viaggio. E' un viaggio breve, un viaggio che suscita molto interesse. Posso dire che secondo le informazioni dei giorni scorsi, in Spagna ci sono più di 3.000 giornalisti accreditati per seguire, tra Santiago e Barcellona, di oltre 300 testate diverse. Quindi, è veramente molto interesse. E qui, nel volo, con lei, abbiamo 61 giornalisti, 61 colleghi, e c'è una grossa rappresentanza spagnola, naturalmente: otto sono i colleghi spagnoli accreditati a Roma, che viaggiano con lei, e otto sono i colleghi spagnoli venuti apposta dalla Spagna per fare tutto il viaggio, compreso questo volo, con lei. Voglio segnalare la presenza della televisione di Galizia, della televisione di Catalogna che garantiranno la copertura completa degli eventi di questo viaggio, anche con il loro lavoro, e ne siamo molto grati. Allora, come al solito, le propongo alcune domande che sono state formulate dai colleghi in questi giorni e che poi abbiamo scelto con un criterio di interesse comune per illuminare il significato di questo viaggio. Partiamo naturalmente da Santiago. Santità, nel messaggio per il recente Congresso dei Santuari che si svolgeva proprio a Santiago de Compostela, Lei ha detto di vivere il suo pontificato "con i sentimenti del pellegrino". Anche nel Suo stemma, c'è la conchiglia del pellegrino. Vuole dirci qualcosa sulla prospettiva del pellegrinaggio, anche nella Sua vita personale e nella Sua spiritualità, e sui sentimenti con cui si reca come pellegrino a Santiago?

 

Benedetto XVI: Buongiorno! Potrei dire che l'essere in cammino è già iscritto nella mia biografia - Marktl, Tittmoning, Aschau, Traunstein, München, Freising, Bonn, Münster, Tübingen, Regensburg, München, Roma - ma forse questa è una cosa esteriore. Tuttavia, mi ha fatto pensare all'instabilità di questa vita, l'essere in cammino ... Naturalmente, contro il pellegrinaggio uno potrebbe dire: Dio è dappertutto, non c'è bisogno di andare in un altro luogo. Ma è anche vero che la fede, secondo la sua essenza, è un essere pellegrino. La Lettera agli Ebrei dimostra che cosa è fede nella figura di Abramo che esce nella sua terra e rimane un pellegrino verso il futuro per tutta la vita, e questo movimento abramico rimane nell'atto della fede, è un essere pellegrino soprattutto interiormente, ma deve anche esprimersi esteriormente. Qualche volta, uscire dalla quotidianità, dal mondo dell'utile, dell'utilitarismo, uscire solo per essere realmente in cammino verso la trascendenza, trascendere se stesso, trascendere la quotidianità e così trovare anche una nuova libertà, un tempo di ripensamento interiore, di identificazione di se stesso, di vedere l'altro, Dio, e così è anche il pellegrinaggio sempre: non solo un uscire da se stesso verso il più grande ma anche un andare insieme. Il pellegrinaggio riunisce: andiamo insieme verso l'altro e così ci troviamo reciprocamente. Basta dire che i cammini di San Giacomo sono un elemento nella formazione dell'unità spirituale del Continente europeo. Qui peregrinando si sono trovati, hanno trovato l'identità comune europea, e anche oggi rinasce questo movimento, questo bisogno di essere in movimento spiritualmente e fisicamente, di trovarsi l'un l'altro e di trovare così silenzio, libertà, rinnovamento, e di trovare Dio.

 

Quale significato può avere la consacrazione di un tempio come la Sagrada Familia all'inizio del secolo XXI? E c'è qualche aspetto specifico della visione di Gaudí che L'ha colpita in particolare?

 

Benedetto XVI: In realtà, questa cattedrale è un anche segno proprio per il nostro tempo. Trovo nella visione di Gaudí soprattutto tre elementi. Il primo, questa sintesi tra continuità e novità, tradizione e creatività. Gaudí ha avuto questo coraggio di inserirsi nella grande tradizione delle cattedrali, di osare nel suo secolo, con una visione totalmente nuova, di nuovo questa realtà: cattedrale luogo dell'incontro tra Dio e l'uomo in una grande solennità, e questo coraggio di stare nella tradizione, ma di un creatività nuova che rinnova la tradizione e dimostra così l'unità e il progresso della storia, è una cosa bella. Secondo, Gaudí voleva questo trinomio: libro della Natura, libro della Scrittura, libro della Liturgia. E questa sintesi è proprio oggi di grande importanza. Nella liturgia, la Scrittura diventa presente, diventa realtà oggi, non è più una Scrittura di duemila anni fa ma va celebrata, realizzata. E nella celebrazione della Scrittura parla la creazione, parla il creato e trova la sua vera risposta perché, come ci dice San Paolo, la creatura soffre, e invece di essere distrutta, disprezzata, aspetta i figli di Dio, cioè quelli che la vedono nella luce di Dio. E così questa sintesi tra senso del creato, Scrittura e adorazione è proprio un messaggio molto importante per l'oggi. E finalmente, terzo punto, è nata questa cattedrale da una devozione tipica dell'Ottocento: San Giuseppe, la Sacra Famiglia di Nazareth, il mistero di Nazareth, ma proprio questa devozione di ieri, si potrebbe dire, è di grandissima attualità perché il problema della famiglia, del rinnovamento della famiglia come cellula fondamentale della società è il grande tema di oggi e ci indica dove possiamo andare sia nella costruzione della società sia nella unità tra fede e vita, tra religione e società. Famiglia è il tema fondamentale che si esprime qui, dicendo che Dio stesso si è fatto figlio in una famiglia e ci chiama a costruire e vivere la famiglia.

 

Gaudí e la Sagrada Familia rappresentano con particolare efficacia il binomio fede-arte. Come può la fede ritrovare oggi il suo posto nel mondo dell'arte e della cultura? E' questo uno dei temi importanti del Suo pontificato?

 

Benedetto XVI: E' così. Voi sapete che io insisto molto sulla relazione tra fede e ragione, che la fede, e la fede cristiana, ha la sua identità solo nell'apertura alla ragione, e che la ragione diventa se stessa se si trascende verso la fede. Ma ugualmente importante è la relazione tra fede e arte, perché la verità, scopo e meta della ragione, si esprime nella bellezza e diventa se stessa nella bellezza, si prova come verità. E quindi dove c'è la verità deve nascere la bellezza, dove l'essere umano si realizza in modo corretto, buono, si esprime nella bellezza. La relazione tra verità e bellezza è inscindibile e perciò abbiamo bisogno della bellezza. Nella Chiesa, dall'inizio, anche nella grande modestia e povertà del tempo delle persecuzioni, l'arte, la pittura, l'esprimersi della salvezza di Dio nelle immagini del mondo, il canto, e poi anche l'edificio, tutto questo è costitutivo per la Chiesa e rimane costitutivo per sempre. Così la Chiesa è stata madre delle arti per secoli e secoli: il grande tesoro dell'arte occidentale - sia musica sia architettura sia pittura - è nato dalla fede nella Chiesa. Oggi c'è un certo dissenso, ma questo fa male sia all'arte sia alla fede: l'arte che perdesse la radice della trascendenza, non andrebbe più verso Dio, sarebbe un'arte dimezzata, perderebbe la radice viva; e una fede che avesse l'arte solo nel passato, non sarebbe più fede nel presente, ed oggi deve esprimersi di nuovo come verità che è sempre presente. Perciò il dialogo o l'incontro, direi, l'insieme tra arte fede è inscritto nella più profonda essenza della fede; dobbiamo fare di tutto perché anche oggi la fede si esprima in autentica arte, come Gaudí, nella continuità e della novità, e perché l'arte non perda il contatto con la fede.

 

Padre Lombardi: In questi mesi si sta avviando il nuovo Dicastero per la "nuova evangelizzazione". E molti si sono domandati se proprio la Spagna, con gli sviluppi della secolarizzazione e della diminuzione rapida della pratica religiosa, sia uno dei Paesi a cui lei ha pensato come obiettivo per questo nuovo Dicastero, o addirittura se non ne sia l'obiettivo principale.

 

Benedetto XVI: Con questo dicastero ho pensato, di per sé, al mondo intero perché la novità del pensiero, la difficoltà di pensare nei concetti della Scrittura e della teologia, è universale, ma c'è naturalmente un centro e questo è il mondo occidentale con il suo secolarismo, la sua laicità, e la continuità della fede che deve cercare di rinnovarsi per essere fede, oggi, e per rispondere alla sfida della laicità. Nell'Occidente, tutti i grandi Paesi hanno il loro proprio modo di vivere questo problema: abbiamo avuto ad esempio i viaggi in Francia, nella Repubblica Ceca, nel Regno Unito, dove dappertutto è presente in modo specifico per ciascuna nazione, per ciascuna storia, lo stesso problema, e questo vale anche in modo forte per la Spagna. La Spagna era sempre da una parte un Paese originario della fede: pensiamo che la rinascita del cattolicesimo nell'epoca moderna avviene soprattutto grazie alla Spagna. Figure come Sant'Ignazio di Loyola, Santa Teresa e San Giovanni d'Avila, sono figure che hanno realmente rinnovato il cattolicesimo e formato la fisionomia del cattolicesimo moderno. Ma è ugualmente vero che in Spagna è nata anche una laicità, un anticlericalismo, un secolarismo forte e aggressivo come abbiamo visto proprio negli anni Trenta, e questa disputa, più questo scontro tra fede e modernità, ambedue molto vivaci, si realizza anche oggi di nuovo in Spagna: perciò per il futuro della fede e dell'incontro - non scontro, ma incontro - tra fede e laicità, ha un punto centrale anche proprio nella cultura spagnola. In questo senso, ho pensato a tutti i grandi Paesi dell'Occidente ma soprattutto anche alla Spagna.

 

Padre Lombardi: Con il viaggio a Madrid dell'anno prossimo per la Giornata Mondiale della Gioventù, Lei avrà fatto tre viaggi in Spagna, cosa che non avviene per nessun altro Paese. Come mai questo privilegio? E' un segno di amore o di particolare preoccupazione?

 

Benedetto XVI: Naturalmente è un segno di amore. Si potrebbe dire che è per caso che vengo tre volte in Spagna. La prima, è stata per il grande Incontro internazionale delle famiglie, a Valencia: come il Papa potrebbe essere assente, se le famiglie del mondo si incontrano? Il prossimo anno c'è la Gmg, l'incontro della gioventù del mondo a Madrid: il Papa non può essere assente in questa occasione. E in fine abbiamo l'Anno Santo di San Giacomo, abbiamo la consacrazione - dopo più di cento anni di lavoro - della cattedrale della Sagrada Familia di Barcellona: come potrebbe non venire il Papa? Di per sé, quindi, le occasioni sono delle sfide, quasi una necessità di andarci. Ma proprio il fatto che proprio in Spagna si concentrino tante occasioni, mostra anche che è realmente un Paese pieno di dinamismo, pieno di forza della fede, e la fede risponde alle sfide che sono ugualmente presenti in Spagna. Perciò, diciamo il caso ha fatto sì che venga, ma questo caso dimostra una realtà più profonda: la forza della fede e la forza della sfida per la fede.

 

Padre Lombardi: C'è un messaggio particolare che Lei spera di dare alla Spagna e al mondo di oggi con questo viaggio?

 

Bendetto XVI: Io direi che questo viaggio ha due temi. Ha il tema del pellegrinaggio, dell'essere in cammino, e ha il tema della bellezza, della espressione della verità nella bellezza, della continuità tra tradizione e rinnovamento. Io penso che questi due temi del viaggio siano anche un messaggio: essere in cammino, non perdere il cammino della fede, cercare la bellezza della fede, la novità e la tradizione della fede che sa esprimersi e sa incontrarsi con la bellezza moderna, con il mondo di oggi. Grazie.

 

Padre Lombardi: Grazie a Lei, Santità, per avere passato questo tempo con noi e per averci dato queste risposte così belle. Credo che questo viaggio sia, in particolare, un bel viaggio per i temi che affronta, per le circostanze che andremo a vivere insieme e credo che tutti noi che siamo qui presenti come comunicatori, cercheremo di accompagnare e di collaborare nel mondo migliore perché Lei possa dare il Suo messaggio di gioia e di speranza. Grazie, Santità!

 

AVVENIRE di sabato 6 novembre 2010

Pag 1 L’arca di pietra che salva dal vuoto di Pierangelo Sequeri

Il Papa tra Finisterre e Gaudì

 

Tra la Palestina e Finisterre. La dimensione più ampia del Cammino di Santiago apre il suo arco fra questi due estremi, all’interno dei quali si è scritta la storia cristiana dell’Europa. È l’apostolo Giacomo, qui, la cruna dell’ago. Fece la spola fra i due estremi in vita e in morte. Da secoli, un filo ininterrotto passa attraverso la cruna dell’ago, in mille modi e per mille ragioni, con un essenziale obiettivo: riconciliare la vita con la propria destinazione. Per essere all’altezza della propria origine, la vita non ha che un’ultima possibile destinazione. Dio. Mettetela come volete, ma quando abbiamo trovato il nostro finisterre, nessuno di noi cade nel vuoto. Perché, anche se non te lo ricordi, e ti prende l’estro di darGli dei nomi di fantasia, agli estremi del cammino è nel grembo di Dio che muovi il primo e l’ultimo passo. Non spunti dal vuoto, in questo mondo. E per quanto ti spingano allo smarrimento, i lavacervelli di qui, quando poi ti mollano (perché poi, quando il gioco si fa duro, ti mollano) non rimbalzi nel vuoto. È il Cammino, figlio bello. È per gente che sfida il vuoto della chiacchiera, e vuole vedere le carte. Anzi, percorre la strada fisicamente: perché, a volte, capita che ti passino carte truccate. Noi, in Europa, siamo i figli dei figli dei figli di quelli che hanno fatto il cammino fra Betlemme e Finisterre. È fra questi due estremi che abbiamo imparato il Cammino. E ognuno, poi, ne cerca i segni sulla strada di casa. Ciascuno la sua. Le cose essenziali del cammino fra Betlemme e Finisterre sono scritte nella pie­tra di due cattedrali della memoria, attraverso le quali il Papa Benedetto traccia da oggi il suo filo, anche per noi. La basilica di Santiago de Compostela e quella della Sagrada Familia di Barcellona, che domani sarà consacrata basilica proprio dal passaggio del Papa. Una scintilla del lampo che viaggia da Oriente a Occidente, annunciando ogni volta il passaggio del Figlio dell’Uomo, si accenderà di nuovo. Le pietre focaie sono quelle del tempo delle cattedrali: quando la memoria del passaggio del Figlio consacrava il giunto del cielo e della terra, che impediva alla città di cadere nel vuoto. Lo sapevano tutti, questo: anche quelli che in chiesa non ci andavano. È una di quelle verità cosmiche, di cui tutti sono certi, dentro la quale il Cammino del Signore del Vangelo si è scavato il suo solco. Le cattedrali hanno questo di singolare: le loro fondamenta sono assicurate al cielo (è per questo che le loro guglie si spingono fin lì). Le fondamenta che stanno sottoterra sono di complemento: necessarie, ma non sufficienti. Il filo che unisce le cattedrali impedisce alla terra di diventare piatta. Un santo antico (l’apostolo Giacomo) ha indicato – dall’alto – il luogo giusto della prima: la tomba del testimone, come è accaduto all’inizio di tutto, quando le chiese proprio lì nascevano. Un 'santo' moderno (Antoni Gaudì) ha fatto germogliare dalla terra il seme della nuova creazione: ci sono anche paperi e gufi nell’arca della Sacra Famiglia, con gli Apostoli e i Santi. È dall’intenerimento di Dio per la sorte del pulcino e del pesciolino che capisci la fantasia d’amore della quale parla la religione dell’incarnazione. L’uomo moderno, malinconico com’è, fa lo spiritoso. Dice, con tono leggero e saputo, che staremo tutti meglio senza i segni del Cammino che custodisce i cammini dal vuoto. Il Papa proprio lì va, a infilare la fune nella cruna dell’ago. E benedice l’Arca dell’alleanza tra cielo e terra. Quella che, quando la terra finisce, salva anche i pulcini spiritosi.

 

Pag 17 Aquileia 2012, la sfida di rinnovarsi insieme di Francesco Dal Mas

Presentato a Mestre da Mattiazzo e Soravito il secondo convegno ecclesiale del Triveneto che riunirà le 15 diocesi del Nord-Est. Domani l’annuncio nella chiese. La visita del Papa il 7 e 8 maggio 2011

 

Una fede vissuta sempre più nel privato, la relativizzazione etica, l’incapacità di credere nella vita («senza gli immigrati i veneti corrono il rischio dell’estinzione »), la disgregazione della famiglia. Sono le sfide, come hanno spie­gato ieri a Mestre i vescovi di Padova, Antonio Mattiazzo e quello di Adria-Rovigo, Lucio Soravito, a cui i presuli e le loro comunità intendono dare risposta con il secondo convegno ecclesiale di Aquileia che si terrà nel 2012, a 20 anni dal primo e la cui preparazione inizia domani, con l’annuncio in tutte le chiese delle 15 diocesi del Nordest. I presupposti per una reazione non mancano: sono quelli della fede che infonde speranza, una fede ancora profondamente radicata in larga parte della popolazione del Triveneto. «Dall’evento del primo Convegno – tenutosi ad Aquileia nel 1990 – ad oggi sono intervenute rapide e profonde trasformazioni sul piano culturale, politico, socio-economico, della mentalità e degli stili di vita, che hanno avuto parecchie ripercussioni sulla vita di fede delle nostre comunità cristiane, pensiamo in particolare alle famiglie, ai giovani, agli immigrati – scrivono i 15 vescovi nel messaggio –. Ci è parso, quindi, opportuno riunire i rappresentanti delle diocesi: per riconoscere quello che il Signore ha operato in questi anni e condividerlo; per discernere ciò che 'lo Spirito dice alle Chiese' attraverso le sfide e i cambiamenti in atto nel nostro Triveneto; per delineare un cammino di rinnovamento e di rilancio dell’azione pastorale da proseguire insieme; per assumere con di­sponibilità e passione l’impegno di operare per il bene comune nel territorio del Nordest». Due gli anni di preparazione che si articoleranno, diocesi per diocesi, con i programmi pastorali di ciascuna Chiesa. C’è una traccia comune, «un aiuto – come è stato definito – per promuovere ed attivare lo stile ecclesiale della sinodalità ed il metodo pastorale del discernimento. In particolare il primo anno servirà a «riconoscere le proprie risorse, rilevare le difficoltà, le fatiche incontrate, i propri limiti, le sfide, le domande, le aspettative, le priorità e le scelte». Mattiazzo e Soravito hanno spiegato che il Convegno intende aiutare le Chiese ad affrontare insieme soprattutto alcune sfide che travalicano i confini delle singole diocesi. Ed ecco, appunto, la sempre più grave denatalità che sta portando i veneti, piuttosto che i friulani, a quella che i vescovi hanno definito l’«estinzione» fra non più di qualche decennio. La famiglia 'vacilla' anche in queste aree. Le recenti alluvioni, secondo i due presuli, dimostrano che l’ambiente non riceve una custodia attiva, come esige il creato. L’accoglienza dell’altro è avvertita come un pericolo, anziché come una risorsa. E poi l’emergenza educativa e l’aumento delle droghe. La fede è ancora molto radicata, ma c’è il rischio della sua privatizzazione e del conseguente disimpegno pubblico. Diventa vivissima, a questo punto, l’attesa visita di Benedetto XVI, ad Aquileia il 7 maggio prossimo e a Venezia, il giorno successivo per confortare in questa ricerca. Che si risolverà in un cammino singolare: ciascuna Chiesa narrerà il proprio vissuto e dalla condivisione delle diverse narrazioni si convergerà verso una rinnovata missione. Di fronte alle tante difficoltà che attraversano le nostre terre, hanno concluso Mattiazzo e Soravito, vogliamo dimostrare che la fede non è un peso, ma una grande opportunità, uno straordinario aiuto.

 

Sarà Benedetto XVI a dare avvio, il 7 maggio prossimo, al secondo anno di preparazione del Convegno ecclesiale di Aquileia. Come puntualizzano i vescovi del Nordest nel messaggio per la giornata dell’annuncio, che sarà reso noto domani in tutte le chiese del Triveneto, il Papa sarà ad Aquileia nel pomeriggio del 7 maggio, dove incontrerà, fra gli altri, i vescovi delle 53 diocesi dell’antico patriarcato: dal Nord Italia alla Baviera, dall’Austria alla Repubblica Ceca, dalla Slovenia alla Croazia. È la prima volta che in tempi moderni si ricompone quel patriarcato per ascoltare la parola del Papa, che con ogni probabilità - come è stato anticipato ieri a Mestre - sarà rivolta a tutta Europa. Presenti per la circostanza i consigli pastorali delle 15 diocesi del Nordest. L’8 maggio, Benedetto XVI sarà a Mestre, per una concelebrazione al parco di San Giuliano, presenti prevedibilmente 100 mila pellegrini dal Triveneto e dalla Mitteleuropa. Nel pomeriggio l’incontro con il mondo culturale, al Marcianum, dove il pontefice benedirà la restaurata biblioteca del patriarcato.

 

Pag 23 Così la fede rinasce nella notte di Carlo Maria Martini

Una meditazione sulle ragioni del credere quando si sperimenta come Gesù il Getsemani e poi la Resurrezione

 

Queste parole mi fanno sempre molta impressione, perché non mi è mai capitato di dire: «La mia anima è triste fino alla morte»; ci sono stati momenti di tristezza, ma proprio di essere schiacciato, di essere stritolato non mi è mai successo. Penso quindi che a Gesù sia accaduto qualcosa di terribile. Che cosa sarà stato? Probabilmente la previsione imminente della passione; forse Gesù non sapeva tutti i particolari, ma sapeva che gli uomini ce l’avevano con lui, volevano eliminarlo nella maniera più crudele possibile. Sapeva di essere in mano a uomini cattivi: questo è già un motivo di paura e di angoscia. Ma poi probabilmente sentiva su di sé tutta l’ingiustizia del mondo e questo è qualcosa che non si può sopportare; l’ingiustizia del mondo che si esprime nelle guerre, nelle carestie, nelle oppressioni, nelle forme di schiavitù, che è immensa e percorre tutta la storia. E quando noi ci fermiamo a considerare questa ingiustizia, siamo come senza fiato, siamo schiacciati. Però Gesù ha voluto essere quasi schiacciato da queste cose per poterle prendere su di sé. Quindi dobbiamo dire che da una parte le ingiustizie del mondo, della storia, della storia della Chiesa ci fanno soffrire, ma che insieme siamo certi che Gesù le ha accolte in sé, e quindi le ha riscattate. Non sappiamo come, ma questa è una certezza che ci deve accompagnare, e ci deve accompagnare in tutte le notti della sofferenza, del dolore, quando uno si trova di fronte a una notizia che lo riguarda e che è infausta. Per esempio un tumore, pochi mesi di vita. Allora succede come una sorta di ribellione, di non accettazione. C’è una lotta interiore. Notte della sofferenza, notte della fede in cui non si sente più la presenza di Dio. Questo è molto duro, soprattutto quando si è impegnati. Notte della fede per cui sono passati san Giovanni della Croce e, recentemente, Madre Teresa di Calcutta, la quale diceva che fino a verso i cinquant’anni le pareva che Dio le fosse vicino, poi più niente. Avendola conosciuta, vedevo questo suo rigore, questa sua fedeltà, questa sua tensione, ma non immaginavo che dietro ci fosse il buio completo sull’esistenza di Dio, del Dio rimuneratore. Anche santa Teresa di Gesù Bambino è passata per questa notte. Possiamo dire che tutte queste notti sono riassunte nella notte del Getsèmani e in essa Gesù riceve tutte le nostre ingiustizie e le fa sue, le accoglie per poterle offrire e purificarle. Questa è una prima immagine che vi lascio. Una seconda immagine è quella della tomba. Che cosa sia avvenuto il giorno di Pasqua, noi non lo sappiamo. La liturgia romana dice: «Beata notte, che non hai saputo il giorno e l’ora»; e noi non sappiamo niente, nessuno è stato presente, nessuno ce l’ha raccontato; però possiamo immaginarne le conseguenze. Lo descriverei così: un grande scoppio di luce, di pace e di gioia nella notte della tomba. Scoppio di luce, di pace e di gioia che è potenza dello Spirito, che prende prima di tutto il corpo di Gesù e lo vivifica, lo rende capace di essere intercessione per il mondo. Ma poi continua in ciascuno dei viventi suscitando in lui le disposizioni di Gesù. Mi pare quindi che sia troppo riduttivo dire: lo Spirito Santo è il segno dell’amore di Dio per me. Lo Spirito Santo è segno delle scelte di Gesù fatte mie. È quella forza, quel dinamismo, quella capacità di amare il povero, di amare il sofferente, di amare colui che si trova in situazione di ingiustizia perché così lo Spirito compie la sua opera. E noi possiamo dire che quest’opera si compie sempre quando Gesù dice: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,26). Vuol dire la sua presenza anche con il suo Spirito, con la sua capacità di vedere le cose, di reagire alle cose, di giudicare le cose. Certo, occorre per questo un grande spirito di fede, perché molta gente dirà: «Io non vedo niente, io vedo le cose andare di male in peggio». Occorre l’occhio della fede per leggere negli eventi miei e intorno a me questa presenza dello Spirito Santo che costruisce il mondo nuovo, la Gerusalemme celeste, che non è una città nel cielo separata da qui, ma una città che viene dal cielo, cioè dalla forza di Dio e trasforma tutti i rapporti di questa terra. Nessuno meglio di Teilhard de Chardin ha descritto questa Gerusalemme celeste in cui vedeva appunto il termine finale, il punto omega della redenzione nel Cristo, dove tutta l’umanità era riunita e salvata, una e trasparente gli uni agli altri, e tutti noi verso Dio. Occorre tenere presente questo fine della storia, perché altrimenti siamo banalizzati dalle vicende quotidiane, oppure siamo sofferenti quando ci sono grandi calamità e non abbiamo nessuna chiave per interpretarle. E questa che vi ho detto non è una chiave logica, è una chiave mistica spirituale data dallo Spirito Santo: cercare di vedere in tutto l’azione dello Spirito che opera incessantemente.

 

Torna al sommario

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 6 novembre 2010

Pag 8 Il Nord Est prepara la visita del Papa. Mattiazzo: «Veneti a rischio estinzione» di Gloria Bertasi

A maggio la due giorni. Le preoccupazioni della Chiesa: crisi non solo economica

 

Venezia - Centomila fedeli in marcia da tutte le 15 diocesi nordestine per incontrare il papa a Mestre l’8 maggio. Sono le stime di monsignor Antonio Mattiazzo, vescovo di Padova e monsignor Lucio Soravito, vescovo di Rovigo e Adria. «L’arrivo del santo padre è un evento straordinario, darà slancio al nostro lavoro verso il convegno di Aquilea», hanno spiegato ieri i due porporati alla presentazione dell’appuntamento sinodale del 2012. La visita di Benedetto XVI cade a metà dei due anni di percorso che porteranno le diocesi del Triveneto ad Aquileia. Per la seconda volta, dopo il convegno del ’90 all’indomani della caduta del muro di Berlino, l’ecclesia del nostro territorio ha scelto di riunirsi e affrontare temi scottanti della contemporaneità, dalla crisi economica e morale all’immigrazione, fino alla gestione del turismo. «In vent’anni sono accadute molte cose - ha spiegato Mattiazzo - e siamo convinti che il papa ci aiuterà a capire come intervenire». Il 7 maggio il papa sarà proprio ad Aquileia, luogo simbolo dell’ecclesia nordestina, e l’8, dopo la celebrazione della messa al parco di San Giuliano a Mestre, benedirà la nuova biblioteca del Marcianum a Venezia, dove contribuirà al dibattito sinodale con un suo intervento. «La due giorni di papa Benedetto XVI è ancora più straordinario se si considera che era previsto che le visite italiane fossero tutte di una sola giornata», hanno continuato i vescovi che domani, insieme a tutte le parrocchie nordestine, iniziano il cammino verso Aquileia 2012. E l’organizzazione della visita papale ne è appunto tappa fondamentale. «Il Veneto, come tutta l’Italia, è chiamato a un’inversione di tendenza rispetto all’attuale crisi della società», ha detto Mattiazzo. Droga, disgregazione delle famiglie, denatalità, disoccupazione, immigrazione, cementificazione del territorio («sono stato tra gli alluvionati, guardate cosa è successo al nostro ambiente», è il lamento di Mattiazzo) hanno modificato, fisicamente e spiritualmente, le nostre comunità. Al punto che il vescovo di Padova lancia un grido d’allarme: «So che la Chiesa andrà sempre avanti, ma i veneti? Nessuno fa più figli, siamo a rischio estinzione. E come potrebbe essere altrimenti, se il 25% dei giovani è senza lavoro?». In una società sempre più laica, infine, «oggi si è cristiani per scelta e non per tradizione - hanno concluso i vescovi - per il futuro crediamo che le comunità di fedeli godranno di maggior libertà e speranze della società secolarizzata».

 

LA NUOVA di sabato 6 novembre 2010

Pag 24 «Il Papa parlerà a tutta l’Europa» di Marta Artico

L’attesa delle 15 diocesi trivenete per la visita del prossimo 8 maggio. Presentato il cammino verso il secondo convegno ecclesiale delle chiese del Nordest nel 2012

 

Zelarino. «La visita di Benedetto XVI rappresenta per noi un evento straordinario soprattutto per la grandezza di questo Papa, che ci aiuterà a leggere i problemi, le responsabilità e le sfide e fornirà lo slancio a tutte le 15 diocesi del Triveneto per prepararsi al grande evento». «Vale a dire il secondo Convegno ecclesiale delle Chiese del Nordest ad Aquileia». È carica di aspettative da parte della Conferenza episcopale triveneta la visita pastorale di papa Ratzinger ad Aquileia e Venezia il 7 e l’8 maggio. Ieri mattina al Centro cardinal Urbani di Zelarino, l’arcivescovo di Padova, Antonio Mattiazzo, e il vescovo di Rovigo, Lucio Soravito De Franceschi, hanno illustrato l’appuntamento che coinvolgerà le 15 diocesi sorelle del Triveneto nel 2012. Il Convegno sarà annunciato formalmente domani in tutte le parrocchie, le comunità e i vicariati, chiamati durante il 2011 a gettare le basi del grande evento. «Sabato 7 maggio - spiega Soravito - il Papa sarà ad Aquileia nel pomeriggio per l’inaugurazione dell’anno di preparazione al Convegno: si riuniranno non solo i rappresentanti delle diocesi del Triveneto, ma anche di quelle che un tempo facevano parte del Patriarcato della chiesa madre di Aquileia». In tutto 53, tra le quali l’Austria, la Baviera, la Slovenia, la Croazia, parte dell’antica Cechia, della Romania e non solo. «Sarà l’occasione per il Papa di lanciare un messaggio a tutta l’Europa». Domenica 8 maggio la celebrazione dell’eucarestia al parco di San Giuliano, unico sito che possa ospitare i 200 mila fedeli attesi da tutto il Veneto e dagli stati confinanti. Nel pomeriggio l’inaugurazione della biblioteca del Marcianum a Venezia e un intervento di Benedetto XVI che i vescovi si attendono di grande rilevanza socio-culturale e religiosa. I particolari della visita ancora non si conoscono, anche perché - come spiegato ieri - la Conferenza episcopale triveneta, in questo caso, è legata alla macchina organizzativa della Prefettura Apostolica. «La crisi della fede - ha concluso l’arcivescovo di Padova - è connessa con la crisi della società, io sono più preoccupato della seconda. Anche perché la Chiesa andrà comunque avanti, ma i Veneti? Penso all’immigrazione, ai giovani senza lavoro che non riescono a formarsi una famiglia, al calo delle nascite. Noi cristiani abbiamo un supplemento dello spirito, mentre la società secolarizzata non risponderà ai grandi interrogativi dell’uomo».

 

IL GAZZETTINO di sabato 6 novembre 2010

Pag 17 Verso Aquileia: diocesi del Triveneto preparano l’arrivo del Papa di F.F.

 

Venezia - Di nuovo ad Aquileia, 22 anni dopo. Parte domani in tutte le parrocchie trivenete il cammino di preparazione verso il secondo convegno delle 15 diocesi del Nordest, in programma nel maggio 2012, «e che il 7 e l’8 maggio 2011 sarà illuminato dalla visita di Papa Benedetto XVI» sottolineano i vescovi di Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia nella lettera rivolta a tutte le comunità cristiane del territorio. «Abbiamo deciso di convocare un secondo convegno delle diocesi dopo quello del 1990, sempre ad Aquileia, per discernere le rapide e profonde trasformazioni sociali, politiche, culturali e socio-economiche intervenute nel nostro territorio, per delineare un cammino di rinnovamento e rilancio dell’azione pastorale», spiegano Antonio Mattiazzo e Lucio Soravito, vescovi di Padova e di Adria-Rovigo, vicepresidenti del Comitato triveneto di preparazione ad "Aquileia 2". E il cammino preparatorio, affidato ad ogni diocesi, verterà appunto su tre aspetti: il racconto dei cambiamenti avvenuti e delle esperienze maturate in ogni singola comunità cristiana; le risorse, i problemi e le sfide del presente; come la chiesa vive il rapporto con il territorio. «L’arrivo del Papa ci darà degli input e ci aiuterà in questo percorso di riflessione su passato, presente e futuro - riprendono i vescovi - e per la prossima primavera inizieremo già a raccogliere i lavori e le riflessioni di ogni diocesi».

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 6 novembre 2010

Pag VII Il Papa in visita a Venezia. Inizia il conto alla rovescia di Fulvio Fenzo

I vescovi confermano le tappe della visita

 

La conferma ora è più che ufficiale, anche sul programma della visita. Papa Benedetto XVI passerà l’intera giornata di domenica 8 maggio 2011 tra Mestre e Venezia: nella mattinata al Parco San Giuliano per la messa alla quale sono invitati tutti i fedeli delle 15 diocesi trivenete, e nel pomeriggio al Marcianum, per la benedizione della nuova biblioteca del Patriarcato e per tenere un discorso che si preannuncia già attesissimo. E, intanto, i vescovi del Nordest fanno i primi numeri sulle presenze attese per l’eccezionale evento di San Giuliano. «Ci aspettiamo non meno di 100mila persone - dicono i vescovi di Padova e di Adria-Rovigo, Antonio Mattiazzo e Lucio Soravito, vicepresidenti del comitato formato dalle 15 diocesi di Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia in preparazione del convegno ecclesiale "Aquileia 2", in programma nel maggio 2012. «Momento culminante di questo cammino che porterà le nostre diocesi ad interrogarsi sui mutamenti del territorio sarà, appunto, la visita di Papa Benedetto XVI, il 7 maggio prossimo ad Aquileia e l’8 a Venezia», spiegano i vescovi. Ad Aquileia, però, l’incontro con Papa Ratzinger sarà (in un certo senso) "a porte chiuse", visto che l’appuntamento nella Chiesa Madre di Aquileia (quella, cioè, che diede vita a tutte le chiede non solo del Nordest, ma anche di Austria, Slovenia e Croazia) sarà riservato ai Consigli pastorali delle diocesi trivenete, degli Stati confinanti fino alla Baviera e ad alcune regioni rumene e cecoslovacche. È probabile, dunque, che alla messa di San Giuliano arriverà un numero ben maggiore di fedeli anche da mezza Europa, arrivando anche a raddoppiare la previsione anticipata ieri dai vescovi. «Il Papa darà un messaggio all’Europa intera» afferma Soravito che, tra l’altro, sottolinea come la visita tra Aquileia e Venezia sia "un fatto straordinario" visto che in Italia le visite ufficiali del Papa non sono mai durate più di un solo giorno. «Il Papa ci aiuterà a trovare le risposte per le sfide del presente e del futuro della chiesa» concludono i vescovi. E domani, in tutte le chiese della città e delle diocesi del Nordest, sarà letta una loro lettera che darà il via ai lavori preparatori di "Aquileia 2", facendo partire anche il conto alla rovescia per la visita di Papa Benedetto XVI.

 

ANSA di venerdì 5 novembre 2010

PAPA: AD AQUILEIA A MAGGIO CON VESCOVI DA 50 DIOCESI EUROPA

 

Venezia - Papa Benedetto XVI, il 7 maggio ad Aquileia, incontrerà i vescovi di 50 diocesi che, oltre dal nordest d'Italia, giungeranno da Slovenia, Croazia, Austria, Germania, Cechia e Romania. Lo hanno detto oggi a Mestre mons. Antonio Mattiazzo e mons. Lucio Soravito, rispettivamente vescovi di Padova e Rovigo e Adria. I due prelati ne hanno parlato a margine della presentazione di "Aquileia2", il raduno dei vescovi delle 15 diocesi del Nordest che si terrà nell'aprile del 2012. L'incontro con il papa il 7 maggio, è stato detto, sarà parte integrante del percorso socio culturale e religioso che i vescovi, con le loro diocesi, stanno per intraprendere per giungere all'appuntamento del 2012, che affronterà le sfide future delle chiese del nordest.

 

PAPA: 100 MILA FEDELI ATTESI PER VISITA MAGGIO A VENEZIA

 

Venezia - Per la messa che papa Benedetto XVI officerà l'8 maggio prossimo al parco di San Giuliano di Mestre sono attesi 100 mila fedeli da tutto il nord est d'Italia. Lo hanno detto mons. Antonio Mattiazzo e mons. Lucio Soravito, rispettivamente vescovi di Padova e Rovigo e Adria, oggi a Mestre, a margine dell'incontro di presentazione di "Aquileia2", l'incontro tra i vescovi delle 15 diocesi del triveneto che si terrà nell'aprile del 2012 ad Aquileia. Il papa, oltre alla messa a San Giuliano - è stato detto - presenzierà all'inaugurazione del Marcianum, la biblioteca della diocesi di Venezia attualmente in fase di restauro. Nell'occasione - hanno rilevato i due prelati – Papa Benedetto XVI benedirà il Marcianum e farà un discorso su temi sociali e culturali.

 

CHIESA: ALLO STUDIO SFIDE NORDEST IN VISTA DI 'AQUILEIA2'

 

Venezia - La società triveneta del recente passato ma soprattutto quella delle sfide future, in chiave religiosa, sarà uno dei temi di "Aquileia2", la tre giorni di studio che i vescovi del Nordest stanno preparando per il 13-14-15 aprile del 2012 ad Aquileia. La manifestazione sarà annunciata ai fedeli domenica prossima in tutte le messe. L'appuntamento è stato presentato oggi da mons. Antonio Mattiazzo e mons. Lucio Soravito, rispettivamente vescovi di Padova e Rovigo-Adria a Mestre. I due prelati hanno sottolineato che la composizione dei temi su cui si confronteranno i vescovi della 15 diocesi del nordest avverrà partendo dalla base; poi gli argomenti saranno affinati nei prossimi mesi per contemperare le diverse realtà che compongono la macro area. Al centro del dibattito - è stato detto - ci saranno temi come l'immigrazione e l'islam in chiave globalizzazione, ma anche la crescente secolarizzazione che ormai rasenta la negazione della religiosità. Sempre in chiave triveneta, si discuterà del benessere e dei suoi mali, l'educazione dei giovani, la caduta dei valori della società e la denatalità. Il tutto - è stato detto - per mantenere innervata la chiesa nella società.

 

ASCA di venerdì 5 novembre 2010

PAPA: IL 7 MAGGIO INCONTRERA' AD AQUILEIA 53 DIOCESI

 

Benedetto XVI visiterà la basilica di Aquileia, in Friuli, nel pomeriggio del 7 maggio e incontrerà i vescovi di cinquantatre diocesi dell'antico patriarcato di Aquileia, dal Nord-Est alla Croazia, alla Slovenia, all'Austria, alla Cechia e alla Baviera. Lo hanno confermato i vescovi di Padova, Mons. Antonio Mattiazzo, e di Adria-Rovigo, Mons. Lucio Soravito, presentando oggi il secondo convegno ecclesiale di Aquileia che le diocesi del triveneto terranno nel 2012 e la cui preparazione sara' introdotta dal Papa un anno prima. L'8 maggio Papa Ratzinger sara' a Venezia, per una solenne concelebrazione al Parco di San Giuliano, a Mestre, presenti non meno di 100 mila fedeli e per un incontro al ''Marcianum'' con il mondo della cultura. Domenica 7 novembre in tutte le chiese del Nord-Est sarà data lettura di un messaggio dei vescovi del triveneto per annunciare la visita del Papa e il raduno di Aquileia.

 

DEMOGRAFIA: VESCOVO PADOVA, VENETI A RISCHIO ESTINZIONE

 

Dobbiamo ringraziare gli immigrati perché soltanto loro ci stanno salvando dal punto di vista demografico''. Lo ha detto l'arcivescovo mons. Antonio Mattiazzo, vescovo di Padova, presentando a Venezia il secondo convegno ecclesiale delle diocesi del Nord-Est ad Aquileia. ''A vent'anni dal primo convegno di Aquileia sono molte le sfide che dobbiamo raccogliere - ha spiegato il vescovo -, la principale è quella della denatalità, seguita immediatamente dalla sfida che ci pone la disgregazione della famiglia. Se facciamo un po' di conti, in questi vent'anni la situazione si è aggravata, sotto questo punto di vista. Dobbiamo prendere atto che senza gli immigrati e la loro disponibilità verso la vita il Veneto non si salverebbe''. Una sfida ulteriore mons. Mattiazzo l'ha indicata nell'ambiente e in particolare nella necessitò di tutelarlo, come dimostra anche l'emergenza-alluvioni di questi giorni. ''Il territorio - sottolinea Mattiazzo - è stato fin troppo cementificato''.

 

POLITICA: VESCOVO ROVIGO, DA' UN PESSIMA IMMAGINE DI SE'

 

''La politica in questi mesi ha dato una pessima immagine di sé in ambito nazionale''. Lo afferma il vescovo di Adria-Rovigo, mons. Lucio Soravito. ''Io capisco la buona volontà di alcuni politici, non voglio screditarli, ma a me è sembrato, almeno da quello che i mass media hanno riferito, che ci fossero al centro della loro attenzioni più le loro tensioni che i problemi della gente - ha spiegato il vescovo a margine di un incontro con i giornalisti per la presentazione del secondo convegno di Aquileia -. Io a tutti quelli che incontro sto dicendo continuamente: non dovete mettere al centro il vostro partito, la vostra persona, al centro ci sono i problemi della gente, siete al servizio della gente. Questa è una cosa che dico continuamente anche a me e che bisogna ripetere anche ai nostri politici: bisogna mettere al centro i problemi della comunità civile''.

 

Torna al sommario

 

4 – MARCIANUM / ASSOCIAZIONI, MOVIMENTI, ISTITUTI E GRUPPI

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag IV Misericordia, gli attestati ai volontari di mts

 

Cinque, dieci, quindici anni di attività di volontariato negli ospedali, con gli anziani, nelle carceri, con chi ha bisogno. Sono i volontari e volontarie dell’Arciconfratenita della Misericordia di Venezia (Presidente Giuseppe Mazzariol). A queste persone sono state consegnate nella Chiesa di San Giacometto gli attestati di benemerenza, in occasione della ricorrenza del XVII anno della sezione “Filo d’argento” e del XII sella sezione “Arcobaleno”. Gratuità, solidarietà, disponibilità, condividere la vita con chi è in difficoltà. Gli attestati sono stati consegnati dal presidente della Municipalità Enrico Viero. Con soddisfazione Mazzariol ha annunciato che l’Asl 12 ha deliberato la stipula con la Misericordia in modo che i volontari possano essere di aiuto al Pronto Soccorso dell’Ospedale Civile di Venezia e, in futuro, anche all’Angelo di Mestre. Infine, una targa di benemerenza è stata data a Paolo Ruzza, sacrista della chiesa da 40 anni, e che fra l’altro recentemente, ha bloccato un ladro che stava rubando in chiesa.

    

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 7 novembre 2010

Pag V Il premio “San Teodoro” a Maria Francesca Tiepolo di Titta Bianchini

 

È stato assegnato a Maria Francesca Tiepolo, già direttore dell’Archivio di Stato di Venezia, il premio "San Teodoro 2010", promosso dalla Scuola Grande che ne porta il nome. La cerimonia domani nella sala della Scuola in campo San Salvador. La Tiepolo, socia di numerose istituzioni culturali, è cavaliere di Gran Croce della Repubblica, "Veneziana dell’anno", medaglia d’oro per la scuola, la cultura e l’arte e premio per la "Fedeltà alla professione", conferitole nel 1994 dalla Confederazione Artigiani di Venezia. Di notevole rilievo anche la sua bibliografia con oltre ventidue "titoli" che trattano gli argomenti più diversi. La consegna alle 18 con la Messa a San Salvador, officiante il Vicario episcopale mons. Orlando Barbaro e, subito dopo, nel salone della Scuola, la consegna di borse di studio e della prestigiosa statuetta da parte del Guardian Grande della Scuola, Piero Menegazzi. Abbinato al premio, anche un assegno in denaro che la Tiepolo ha deciso di devolvere alla Comunità delle Suore Carmelitane di Sant’Alvise.

 

Torna al sommario

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 15 Famiglie numerose, il dilemma del sostegno equo di Gianpiero Dalla Zuanna

 

Facendo lezione sulle politiche familiari, pongo sempre due domande ai miei studenti. Prima chiedo: è giusto che lo Stato aiuti fiscalmente le famiglie con più di due figli? Quasi tutti rispondono di sì. Poi chiedo: è giusto che lo Stato penalizzi fiscalmente chi non ha figli, o chi ne ha uno? Quasi tutti rispondono di no. Ovviamente, una di queste risposte è sbagliata. Se lo Stato destina soldi e risorse alle famiglie più numerose, sottrae necessariamente soldi e risorse alle famiglie meno numerose. Questo gioco aiuta a comprendere perché è così difficile trasferire risorse pubbliche a vantaggio delle famiglie con tre o più figli. Per aiutarle in misura significativa, sarebbe infatti necessario sottrarre risorse alle famiglie meno numerose, modificando alla radice gli attuali principi di politica fiscale e di welfare. In Francia, con il quoziente familiare, si fa proprio così. A parità di reddito - e con l’esclusione dei più ricchi - chi non ha figli o ne ha solo uno, ha un carico fiscale sensibilmente più elevato di chi ha tre, quattro o cinque figli. Ci sono motivazioni condivisibili da molti, che potrebbero spingere il governo a favorire il 10-15% di giovani appartenenti a classi sociali medie e basse, che hanno più di un fratello? Sì, se si adotta il punto di vista dei bambini. I giovani con due o più fratelli sono penalizzati rispetto ai coetanei figli unici o con un solo fratello: sono a rischio molto maggiore di povertà; a parità di condizione economica e culturale dei genitori, vanno meno frequentemente al liceo o all’università, vanno più raramente a corsi di lingua o di musica, fanno meno vacanze studio all’estero, eccetera. Un bambino non ha scelto di appartenere a una famiglia numerosa. Quindi non è giusto che egli debba sopportare le conseguenze di scelte non sue. Gli interventi a favore delle famiglie con tre o più figli sono quindi essenzialmente politiche di pari opportunità, per ristabilire fra i bambini condizioni di partenza eque, a prescindere dal numero di fratelli. Con gli attuali chiari di luna della finanza pubblica, per modificare la situazione economica dei bambini con due o più fratelli, sarebbe inevitabile sottrarre risorse a chi ha un figlio solo o non ne ha nessuno. Ma l’Italia (dove oggi, a Milano, si apre la seconda Conferenza nazionale della famiglia) vuole veramente seguire altri Paesi europei - come la Francia e la Germania - camminando in questa direzione? Neppure le associazioni cattoliche che offrono servizi ai bambini fanno pagare tariffe sensibilmente inferiori a chi ha più fratelli, e sensibilmente superiori ai figli unici. Alla fin fine, il sentimento profondo della grande maggioranza degli italiani è simile a quello dei miei studenti. Le famiglie con tanti bambini suscitano simpatia, ma non a sufficienza per convincere gli altri a metter mano al portafoglio. Perché efficaci politiche favorevoli alle famiglie numerose (o meglio, ai bambini con più fratelli) dovrebbero togliere poco a molti, per dare molto a pochi. Servirebbe una presa di coscienza della classe dirigente, che dovrebbe mettere davanti a tutto le pari opportunità fra i suoi giovani cittadini, a costo di rischiare l’impopolarità.

 

AVVENIRE di domenica 7 novembre 2010

Pag 1 La famiglia chiede ascolto e risposte di Francesco Riccardi

La Conferenza, il premier, le urgenze

 

Di famiglia si parla davvero tanto, molto anche a sproposito. È sempre al centro dei programmi politici e non c’è chi non si riprometta di difenderla e promuoverla. Non manca neppure chi vorrebbe cambiarla, chi s’improvvisa ingegnere sociale e perciò la declina sempre al plurale, assecondando mode e desideri incostanti. Ma se ne parla così tanto, qui in Italia, che si è persa la capacità di ascoltarla. E quindi di aiutarla davvero. La seconda Conferenza nazionale della famiglia, che si apre domani a Milano, è perciò un’occasione fondamentale, che non si può sprecare, anzitutto per recuperare il senso autentico del "fare famiglia" nella nostra società e individuare finalmente non solo strumenti concreti d’intervento, ma una politica organica che abbia la valorizzazione della famiglia come matrice sottostante. Inutile nascondersi che questo appuntamento atteso e importante rischia di risolversi invece in una vuota kermesse o, peggio, di cadere vittima di un deragliamento di senso. Le ultime vicende che hanno riguardato il presidente del Consiglio, le polemiche che ne sono seguite, hanno già pesato sulla vigilia della Conferenza. Fino a far decidere a chi l’ha organizzata, cioè il governo, cioè – in ultima analisi e per prima responsabilità – il premier, di compiere un mezzo passo indietro, anzi un passo di lato. Ad aprire le assise sarà, perciò, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega alle Politiche per la famiglia, Carlo Giovanardi. Un depotenziamento della conferenza stessa? Non è detto, dipende. Dipende dai partecipanti e dipende dagli uomini di governo che li hanno invitati e che ne sono gli interlocutori. Già, è proprio necessario ribadirlo, visti gli equivoci che si ripetono anche nei mass media: la Conferenza nazionale non è stata organizzata da un’associazione o «dal mondo cattolico», come pure è stato detto e scritto. È un’iniziativa della Presidenza del Consiglio. Il cui esito è appeso ovviamente alle parole e ai gesti che la caratterizzeranno e alle decisioni che contribuirà a preparare. E che riguardano non una polemica dell’oggi, ma il concreto futuro delle politiche per la famiglia, e dunque il futuro del Paese. Ha preso a circolare, nelle ultime ore, la voce che Silvio Berlusconi, nonostante la scelta di non pronunciare il saluto introduttivo, potrebbe partecipare all’evento, sedendosi in platea «ad ascoltare». Non sappiamo se andrà così. Certo, sarebbe un gesto assai significativo, persino esemplare. Quasi a dire: ho evitato strumentalizzazioni, non evito i problemi. Ma se anche ciò non dovesse fisicamente accadere, è importante che questa volontà di ascolto ci sia e si manifesti, e appartenga visibilmente al premier, all’intero governo e – per quanto possibile, sappiamo bene che ci sono diverse sensibilità e non poche insensibilità nei confronti della famiglia costituzionalmente definita: uomo-donna – dell’intero Parlamento. Prima di lanciare slogan, di far sfilare modelli preconfezionati, occorre infatti piegarsi sulla realtà, prendere atto dei problemi concreti che attanagliano la famiglia nel nostro Paese. Difficoltà a "metter su famiglia" a causa della precarietà del lavoro e dei valori, di cui soffrono soprattutto i più giovani. Impossibilità – troppo spesso – di conciliare attività di cura e professionali, così coartando di fatto le scelte procreative. Deficit di un sistema fiscale e di welfare tarato sull’individuo e non sul nucleo familiare. Già in passato la prima Conferenza nazionale sulla famiglia, con un’altra maggioranza di governo, fallì il suo obiettivo risolvendosi in un nulla di fatto: un’interessante sfilata d’esperti e ricette abbozzate solo per essere riposte subito nel cassetto. Oggi, più che mai, è invece necessaria una svolta decisa: occorre aprire alle famiglie la consultazione sulla riforma del sistema fiscale, senza riservare il confronto a sindacati e imprese; ci sono da rivedere strumenti applicativi come l’Isee; è necessario puntare con decisione sulla sussidiarietà per migliorare l’offerta dei servizi di assistenza, cura ed educazione di bambini e anziani. Non si tratta, insomma, di individuare qualche bonus o un paio di agevolazioni. Il drammatico calo demografico, la sfiducia nel futuro che segnala dicono che la famiglia deve diventare finalmente il perno di un’azione politica tesa al bene comune.

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 6 novembre 2010

Pag 1 La vera emergenza di Barbara Stefanelli

 

C’è un paradosso tutto italiano. Parliamo tanto di famiglia - nel bene e, sempre più spesso, nel male - ma pochissimo di famiglie: di come aiutarle ad attraversare una fase che incrocia crisi economica e disagio sociale. La famiglia è un ottimo slogan, crea sempre consenso in un Paese di cui sinora ha costituito il più importante ammortizzatore sociale e una fonte mai esaurita di identità. Non può essere un caso se molti tra i migliori film italiani degli ultimi anni hanno al centro la famiglia, ne raccontano il valore e le trasformazioni: pensate solo a Happy Family di Salvatores, Le mine vaganti di Ozpetek, La prima cosa bella di Virzì, Genitori e figli di Veronesi. E, accanto al cinema, scrittori giovani come Paolo Giordano con i suoi numeri primi e Alessandro Piperno con le sue persecuzioni. In sintesi: la famiglia è una formidabile trincea naturale contro il declino. Eppure è la grande assente nel dibattito pubblico e politico, tende a svaporare quando si passa agli atti concreti. I contenuti dell’agenda del governo sono poco riconoscibili, il confronto fiacco, le risorse scarse: in Italia la spesa pubblica complessiva per trasferimenti alla famiglia è pari all’1,36 per cento del Prodotto interno lordo (dati Ocse 2009), una delle ultimissime posizioni nell’Europa a 27 dove la media supera il 2 per cento. Come ha scritto Maurizio Ferrera su questo giornale, quello che colpisce ora è «la nuova vulnerabilità» delle famiglie italiane che due anni di crisi hanno reso più insicure. Che cos’altro deve succedere, quale altro dato statistico deve arrivare perché l’Italia decida di ripartire da quello che è il soggetto essenziale del proprio tessuto sociale e scelga finalmente di farne «un fattore per il successo», secondo una felice espressione usata dal governo tedesco? In Italia la precarietà e l’assenza di un modello di «crescita inclusiva» - che garantisca cioè opportunità e sicurezza allo stesso tempo - ritardano le nuove convivenze, sospendono l’emancipazione dei maggiorenni, rendono l’assistenza agli anziani non autosufficienti una sfida quotidiana. Fare un figlio non è più visto come una scommessa di vita ma come un fattore di rischio: l’incidenza di povertà relativa sale dal 10,8 al 12,1% con il primo figlio; arriva al 26,1 con il terzo. Si legge nel documento della Conferenza dei vescovi per il 2010-2020, presentato a fine ottobre, che la famiglia «è stata lasciata sola a fronteggiare compiti enormi nella formazione della persona, senza un contesto favorevole e adeguati sostegni culturali, sociali ed economici. Lo sforzo grava soprattutto sulle donne». La crisi ha spronato molti Paesi a fare di più. La Francia - che già spende circa il 4% del Pil tra servizi, trasferimenti e sgravi fiscali - ha studiato un insieme di sussidi straordinari per acquistare «prestazioni di cura» a bambini e anziani. Esiste un’occasione italiana da non vanificare. Lunedì, a Milano, si apre la Conferenza nazionale della famiglia organizzata dal governo a cui partecipano istituzioni nazionali e locali, imprese, rappresentanti del privato sociale. Il presidente del Forum delle associazioni ha detto - tra una dichiarazione di imbarazzo e una smentita - di augurarsi che il dibattito sullo stile di vita del premier non costituisca «una distrazione» rispetto ai contenuti degli incontri. È forse questo il momento di cominciare a riproporre un’agenda politica che abbia qualche punto di credibilità. La famiglia può costituire uno di questi punti. E ci sono almeno tre dossier aperti: il sostegno alle giovani coppie; le iniziative per conciliare casa e lavoro; l’equità fiscale. Un sistema di agevolazioni e bonus è una leva fondamentale che la politica può attivare subito per investire sulle persone. E una vera equità fiscale può cominciare proprio da qui.

 

Pag 5 Investimenti, merito, ricerca e sviluppo. La “meglio gioventù” se ne va di Gianpiero Dalla Zuanna

 

Il Governatore Draghi è sempre molto attento a mettere in luce gli aspetti positivi dell'economia italiana, e a non generare allarmi ingiustificati. Preoccupa quindi questa parte del suo intervento all'Università di Ancona: «La mobilità sociale persistentemente bassa che si osserva in Italia deve allarmarci. Studi da noi condotti mostrano come, nel determinare il successo professionale di un giovane, il luogo di nascita e le caratteristiche dei genitori continuino a pesare molto di più delle caratteristiche personali, come il livello di istruzione. Il legame tra risultati economici dei genitori e dei figli appare in Italia fra i più stretti nel confronto internazionale». È proprio parlando dei giovani che le preoccupazioni del Governatore diventano più evidenti. Gli studi della Banca d'Italia e di altri economisti mettono in evidenza un paradosso. Trent'anni fa i giovani in Italia erano tanti, 13 milioni in età 15-29. Oggi sono meno di 10 milioni. Quindi le aziende dovrebbero fare a gara per accaparrarsi i nuovi lavoratori, e la loro scarsità dovrebbe fare aumentare il loro salario. Questo accade effettivamente in alcuni comparti dell'economia. La recente indagine Agorà dell'Università di Padova ha mostrato che, un anno dopo la laurea triennale o magistrale, l'80% dei neo-economisti, statistici e ingegneri lavora, in gran maggioranza con mansioni congruenti a quanto studiato. Le indagini delle associazioni artigiane continuano a mostrare il deficit di alcune figure professionali (montatori d'infissi, parrucchieri, panettieri, piastrellisti, idraulici…). Ma - in generale - i giovani sono stati i più penalizzati dalla crisi. Faticano a trovare lavoro, e se lo trovano sono spesso precari e poco pagati. Oggi, in Italia, ogni cento potenziali giovani lavoratori, venticinque sono disoccupati. Quindi, c'è certamente un problema di mancato incontro fra domanda e offerta di lavoro, ossia un problema di giovani che preferiscono non lavorare piuttosto che fare i piastrellisti o gli idraulici, o che si iscrivono a corsi di laurea con pochi sbocchi professionali. Ma ciò non basta a spiegare l'enorme numero di disoccupati e di precari. Le cause profonde sono quelle indicate dal Governatore Draghi: bassa crescita, bassi investimenti in settori ad alta produttività, bassa spesa in ricerca, scarsa concorrenza. Tutto ciò in un'economia profondamente diversa da trent'anni fa, molto più variegata e terziarizzata, non più fondata sul tradizionale lavoro operaio e impiegatizio. Un'economia - quella post-industriale - che può funzionare e svilupparsi solo se il merito individuale prevale sull'età e sui privilegi familiari e corporativi, che in Italia - purtroppo - sembrano inossidabili. Così, la meglio gioventù se ne va. Il 95% degli studenti diplomati nel 2010 nella classe scientifica della Scuola Galileiana (la crème dei laureati dell'Università di Padova) proseguirà la carriera fuori dai confini nazionali (in Francia, Germania, Regno Unito). E nello stesso tempo - con poche eccezioni - nessun francese, tedesco o inglese viene a fare il Master o il Dottorato in Italia. Come afferma Draghi, cambiare quest'ordine di cose sarebbe il compito precipuo della politica economica. Ma oggi di questi cambiamenti non si vede traccia alcuna.

 

Pag 6 Senza posto fisso quasi 6 milioni. Il Paese si scopre più povero (e vecchio) di Enrico Marro

I precari sono 3,7 milioni. Ma 2 milioni di giovani non studiano e non lavorano

 

Roma - La crisi economica si è scaricata negli ultimi due anni sui giovani (e sulle donne) facendo vedere chiaramente che in Italia c’è una questione giovanile (e femminile) di cui la precarietà è forse solo la manifestazione più evidente. I lavoratori dipendenti che non hanno il posto fisso (contratto a tempo indeterminato) sono più di 3,7 milioni, pari al 16% circa degli occupati. Secondo le elaborazioni della Cgia di Mestre su dati Istat, che confermano i risultati cui sono giunte anche altre ricerche, a questa cifra si arriva sommando i lavoratori con contratto a termine «involontari» (cioè perché non hanno trovato di meglio), quelli a part time «involontari», i collaboratori e le partite Iva con un unico committente. Ma per avere un’idea del potenziale economico sprecato, a questi 3,7 milioni, in gran parte giovani, si potrebbero tranquillamente aggiungere gli oltre due milioni di ragazzi (tra i 15 e 29 anni) Neet (Not in education, employment or training), cioè che non studiano e non lavorano, denunciati dallo stesso governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, nelle sue «Considerazioni finali» del 31 maggio scorso. Certo un conto sono quelli che comunque lavorano, sia pure da precari, e un altro i Neet, dove dentro ci sono anche un po’ di quelli che l’ex ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa aveva definito «bamboccioni», facendo arrabbiare tanti giovani che stanno ancora a casa dei genitori solo perché non riescono a trovare un lavoro decente. Tuttavia anche i precari non è che rappresentino una grande spinta per l’economia. Il grosso infatti e concentrato in lavori scarsamente qualificati, a bassa produttività e discontinui: dai servizi domestici alla ristorazione, dal bracciantato all’edilizia. E non è un caso che, come dice la Cgia, «quasi un precario su due non ha più della licenza media». Il problema diventa serio per l’economia se il precariato si allarga rispetto a questo bacino fisiologico, abbracciando lavori che dovrebbero essere per loro natura più stabili e qualificati, solo perché il sistema incentiva la flessibilità facendola costare meno alle aziende in termini economici (contributi) e normativi (licenziamento). E si aggrava anche quando scatta la «trappola della precarietà», quando cioè i precari non riescono a migliorare la loro posizione e a sistemarsi in un lavoro, dipendente o autonomo che sia, con una ragionevole prospettiva di stabilità e carriera. Ovviamente molto dipende dal grado di istruzione e formazione e, in una società a scarsissima mobilità e corporativa come la nostra, dagli aiuti della famiglia e degli amici. Fatto sta che in un recente intervento al convegno di Genova della Confindustria, il vicedirettore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, ha osservato che «solo un quarto circa dei giovani tra 25 e 34 anni occupati nel 2008 con un contratto a tempo determinato o di collaborazione aveva trovato dopo 12 mesi un lavoro a tempo indeterminato o era occupato come lavoratore autonomo, mentre oltre un quinto era transitato verso la disoccupazione o era uscito dalle forze di lavoro». Non c’è da stupirsi allora se in Italia, dice l’Istat, più di un giovane su quattro (26,4%) sia disoccupato, sei punti in più della media europea. Del resto, ancora Draghi aveva ricordato che «la riduzione rispetto al 2008 della quota di occupati fra i giovani è stata quasi sette volte quella fra i più anziani». Sottolineando che a pesare sono state «la maggiore diffusione tra i giovani dei contratti a termine e la contrazione delle nuove assunzioni, del 20%». I precari non solo guadagnano poco, ma se non trovano un lavoro stabile hanno difficoltà a sposarsi e a ottenere un mutuo per la casa. Arrivano quindi più tardi alla paternità o alla maternità e fanno meno figli. E questo accresce l’invecchiamento della società. Che ne favorisce l’impoverimento. Insomma un circolo vizioso. Ne risente l’economia reale, ma anche i conti pubblici. Basti pensare alle pensioni. Quelle dei parasubordinati, cioè dei precari, si rischia che spesso non abbiano un livello sufficiente, a meno che, appunto, la persona non trovi un lavoro stabile. Con i bassi contributi pagati dai lavoratori atipici (aliquote e retribuzioni inferiori a quelle dei dipendenti) in molti casi si potrebbero maturare trattamenti previdenziali non superiori all’assegno sociale (oggi 411 euro al mese). Situazione che richiederebbe appunto interventi assistenziali, cioè più spesa pubblica.

 

Pag 33 Sostegno agli alunni disabili. Il Nord ha meno insegnanti di Lorenzo Salvia

I dati del ministero. In Campania il rapporto scende a 1,71. La media di 2 studenti a docente. Non in Lombardia

 

Di solito quando si allarga la forbice Nord-Sud vuol dire che le cose migliorano al Nord e peggiorano al Sud. Per gli alunni disabili, le loro famiglie e gli insegnanti di sostegno accade l’esatto contrario. Le tabelle che il ministero dell’Istruzione ha consegnato due giorni fa ai sindacati dicono che a livello nazionale la situazione non è cambiata rispetto all’anno scorso. Sono aumentati gli studenti che hanno diritto al sostegno, 7.272 in più, ma sono aumentati anche gli insegnanti che li devono seguire, 4.339 in più. Il risultato è che in media ci sono ancora due studenti per ogni insegnante. Ma la fotografia scattata dall’alto non dice tutto e bisogna scendere di quota per capire come stanno le cose. Da sempre gli insegnanti di sostegno sono più numerosi al Sud. La sorpresa è che le cose peggiorano, di poco ma peggiorano, proprio dove la situazione era già più pesante. Qualche esempio. Già l’anno scorso la Lombardia aveva un quadro più difficile rispetto alla media nazionale, 2,31 studenti per insegnante. Quest’anno il rapporto è salito a 2,34, cioè ci sono meno insegnanti rispetto agli studenti. Stesso discorso in Piemonte, in Liguria e, di poco, anche in Emilia Romagna. Dall’altra parte dello Stivale succede l’esatto contrario. Già l’anno scorso la Campania aveva una situazione molto migliore rispetto alla media nazionale, 1,75 studenti per insegnante. Quest’anno il rapporto è migliorato ancora, scendendo a 1,71. Stessa tendenza in Basilicata, dove siamo arrivati a 1,55, o in Sicilia e in Puglia. Ma come sanno bene gli statistici, e pure Trilussa con il suo pollo, la media non dice tutto. Anzi, sono tante le voci da aggiungere al conto. Il 30% degli insegnanti di sostegno sono precari: un problema per loro ma soprattutto per gli studenti che dovrebbero seguire, costretti ogni anno a veder cambiare quella figura di riferimento. Come dice Francesco Scrima, segretario della Cisl scuola, la «continuità didattica è ancora più importante per loro. Se dobbiamo risolvere la questione dei precari è proprio da qui che bisogna cominciare». Non solo. Dall’anno scorso non c’è più il tetto alle presenze dei disabili per ogni classe. «Prima - ricorda Evelina Chiocca, presidente del Coordinamento insegnanti di sostegno - non potevano essere più di uno nelle classi da 25 e più di due nelle classi da 20. Adesso non ci sono limiti. E ci può essere la tentazione di concentrarli in una solo classe, alleggerendo le altre». E qui arriviamo ad un altro tema caldo, l’affollamento generale delle classi. Le stesse tabelle consegnate dal ministero ci dicono che, considerando tutti gli studenti, siamo passati da 21,1 a 21,3 per classe. «Così - dice Domenico Pantaleo, segretario della Flc Cgil - l’integrazione degli studenti disabili diventa ancora più difficile». Scendiamo ancora di quota ed entriamo nelle scuole. Riccardo Badino dirige il primo circolo didattico di Albenga, ed è rappresentante regionale della Cgil: «Nella mia scuola due alunni sono stati certificati come disabili solo poche settimane fa. Loro in queste statistiche non vengono conteggiati e per avere il sostegno dovranno aspettare l’anno prossimo». Brunella Maiolini, invece, è la dirigente della materna Pistelli di Roma: «L’anno scorso avevamo 6 bambini disabili e quattro insegnanti di sostegno, adesso abbiamo 8 bambini e tre insegnanti». Come è possibile che situazioni di questo tipo portino a una media nazionale stabile? Lo spiega di nuovo Evelina Chiocca, la presidente del coordinamento degli insegnanti di sostegno: «Dipende da come i docenti vengono distribuiti nelle singole scuole. Se ne può assegnare uno fisso ad un disabile grave e per questo essere costretti a diminuire le ore ad altri che ne hanno bisogno. La media non cambia, il risultato sì».

 

LA STAMPA di sabato 6 novembre 2010

Governatore e ministro: le vite parallele di Luigi La Spina

 

Qualche volta le occasioni capitano. Ma, più spesso, si scelgono. L’ultima applicazione di questa regola l’ha dimostrata, ieri, il governatore della Banca d’Italia, con la sua lezione magistrale all’università di Ancona. Mario Draghi, infatti, ha approfittato del convegno in onore di Giorgio Fuà, il grande studioso italiano dedicatosi soprattutto ai problemi dello sviluppo, per un discorso che ha superato i tradizionali limiti dell’economia, suggerendo una ampia strategia politica per il futuro dell’Italia. Con la consueta stringatezza, il governatore è riuscito a condensare in tredici cartelle quasi un programma di governo, di cui l’invito finale, citato per intero, basta a fare capire l’ambizione e la difficoltà della sua proposta: «Dobbiamo tornare a ragionare sulle scelte strategiche collettive, con una visione lunga. Cultura, conoscenza, spirito innovativo sono i volani che proiettano nel futuro. La sfida, oggi e nei prossimi anni, è creare un ambiente istituzionale e normativo, un contesto civile, che coltivino quei valori, al tempo stesso rafforzando la coesione sociale». Il profilo di queste parole, cadute, occasionalmente ma significativamente, in un clima di polemiche dominate da temi che, con un eufemismo, potremmo definire «di minore impegno», fanno pensare che la vera futura partita politica si giocherà, probabilmente, sul campo dell’economia. Con due protagonisti, Draghi, appunto, e il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che, finora, hanno costruito la loro immagine con certosina sapienza e prudenza. In un duello a distanza che è riuscito in una miracolosa impresa, anzi in due. Quella di tenerli lontani da qualsiasi schizzo di fango proveniente dalle cronache politiche d’oggi, sfruttando con abilità silenzi istituzionali quanto mai opportuni. E quella, forse ancor più difficile, di ingaggiare una tenzone cultural-diplomatica che dura da anni, ma i cui altalenanti andamenti non li hanno, come capita spesso, immiseriti reciprocamente. La competizione tra via Nazionale, sede della Banca d’Italia, e via XX Settembre, dove è collocato il ministero dell’Economia, è riuscita a svolgersi ben fuori dal ristretto perimetro romano in cui gravitano i due palazzoni. Si è proiettata, infatti, su un palcoscenico mondiale che ha assistito, con divertita ma rispettosa curiosità e, magari, con un pizzico di malizia, al balletto di freddi sorrisi e di gelide battute da parte di due personaggi che, nel frattempo, crescevano nella considerazione internazionale. Le plutarchiane «vite parallele» di Draghi e di Tremonti si sono fronteggiate anche in una sfida culturale che ha fatto uscire l’economia dal suo tradizionale ambito, fatto di aride cifre e di previsioni statistiche spesso smentite dai fatti. Il governatore, assumendo una carica che l’ha costretto a uscire dagli elitari circuiti finanziari tra i quali era più conosciuto, ha progressivamente allargato il suo sguardo all’interesse per i grandi mutamenti demografici, culturali, sociali, tecnologici avvenuti a cavallo dei due secoli nelle nostre società. Il ministro ha pubblicato una serie di pamphlet filosofico-politici sugli effetti della globalizzazione, culminati, l’anno scorso, con il fortunato saggio «La paura e la speranza» che ha suscitato un acceso dibattito, sia in Italia, sia all’estero. A questa comune propensione di Draghi e di Tremonti all’allargamento delle relative iniziali competenze culturali e professionali verso i campi più vasti dell’intera scienza umana si è unita una bizzarra inversione di ruoli nella pratica quotidiana del loro lavoro. Il governatore, pur non abdicando, naturalmente, ai compiti di severità nel giudizio sul controllo dei conti dello Stato ha sollecitato spesso il ministero dell’Economia e, in generale, il governo nel suo complesso a una maggiore sensibilità e attenzione per i problemi della crescita e della modernizzazione della struttura produttiva italiana. Con una particolare preoccupazione per i giovani, angustiati dalla disoccupazione e della precarietà del lavoro. Appello fondamentale, del resto, anche nella lezione anconetana di ieri. In questa seconda esperienza ministeriale in via XX Settembre, Tremonti, invece, si è caratterizzato soprattutto come un duro custode della contabilità nazionale, fino al punto di diventare il ministro più inviso e temuto dai suoi colleghi, costretti a dolorosi tagli nei loro budget di spesa. Insomma, Draghi sembra aver invaso i compiti del ministro dell’Economia e dell’Industria (quando non era vacante). Tremonti ha indossato i panni del più arcigno banchiere centrale. Il risultato di questi curiosi intrecci tra due personaggi diversissimi per indole, propensioni culturali, stili di vita, storie professionali e umane li pone, così, in prima fila per la candidatura alla guida del futuro politico della nazione. Per meriti loro, naturalmente. Per demeriti altrui, vista la debolezza della nostra attuale classe politica, anche. Soprattutto perché i tempi di crisi sollecitano un vigoroso e coraggioso piano di riforme economiche. Chissà se sarà proprio dalla scienza che Carlyle definiva «triste» che potrà arrivare ai cittadini italiani, nel prossimo decennio, un po’ di felicità.

 

LA NUOVA di sabato 6 novembre 2010

Pag 15 Porto Marghera, un nuovo sviluppo è possibile di Lino Gottardello

 

Il tavolo di concertazione sul futuro di Porto Marghera che vede riuniti Regione, Provincia, Comune di Venezia e associazioni di rappresentanza delle imprese e dei lavoratori, assume un rilievo strategico che va ben oltre l’obiettivo di un Accordo di Programma che riconosca lo stato di crisi a Porto Marghera e Murano. Nella sostanza, la ripresa del confronto che già aveva portato all’Accordo del 2007 sul futuro di Porto Marghera, è una occasione unica per affrontare i nodi irrisolti di quell’Accordo e quelli emersi a causa del mancato rispetto degli impegni sottoscritti da Ineos, Montefibre e Vinyls, cui si sommano le conseguenze, su produzione e occupazione, della crisi economica e finanziaria internazionale. I nodi irrisolti per poter avviare una nuova fase di sviluppo di questo Territorio sono noti: assenza di aree immediatamente disponibili per nuovi investimenti, tempi burocratici lunghissimi e incompatibili con le logiche degli investitori, norme cavillose, tempi incerti per le bonifiche ecc. Come rispondere a questi interrogativi, evitando che le logiche speculative paralizzino qualsiasi possibilità di rilancio di un’area strategica non solo per il territorio veneziano ma per tutto il Nord-Est? Anzitutto facendo chiarezza, evitando strumentalizzazioni pretestuose. L’amministratore Delegato di Eni, Paolo Scaroni, ha ragione quando afferma che in Italia e a Porto Marghera c’è bisogno di attrarre nuovi investitori, invertendo una tendenza ormai decennale che sta impoverendo, non solo il territorio veneziano, ma l’intero Paese. Ma allo stesso tempo Scaroni, quando elenca le possibili cause del declino di Porto Marghera si dimostra ingeneroso con questo territorio e con i tanti lavoratori che hanno pagato, nei decenni, un prezzo pesantissimo sul piano della salute e delle prospettive professionali e di vita a causa delle promesse disattese da Eni. Infatti, se fosse vero quanto afferma Scaroni la chimica di base non sarebbe in crisi in tutta Italia ma solo a Marghera, ed è invece vero il contrario! Chi è venuto meno agli impegni, dopo aver spremuto fino in fondo gli impianti, sono state proprio le aziende che hanno ritenuto conveniente andarsene! In verità c’è proprio da chiedersi cosa impedisca ad una multinazionale come l’Eni, a forte partecipazione pubblica, di impegnarsi direttamente a Porto Marghera se ritiene che nella chimica ci siano ancora margini di remunerazione del capitale. Diversamente, se le produzioni chimiche in cui l’Eni è presente non sono più remunerative, magari a causa dell’elevato costo dell’energia e del ritardo tecnologico dell’Italia conseguente al blocco degli investimenti in ricerca e innovazione (su cui peraltro Eni porta una responsabilità diretta), eviti i giudizi tanto pretestuosi quanto nocivi all’immagine di questo Territorio, e dica con chiarezza quali impegni concreti è disposta ad assumersi! Eni potrebbe, infatti, impegnarsi direttamente e maggiormente sul piano industriale per rendere competitive e rilanciare le aziende chimiche ancora attive; mettendo a disposizione di una Autorità o soggetto pubblico le aree di sua proprietà già dismesse, la quale Autorità, effettuate le necessarie bonifiche, dovrebbe metterle a disposizione dei nuovi investitori a prezzi comparabili con aree industriali similari, remunerando a quel punto la stessa Eni. Ad oggi, come ripete l’Autorità Portuale, eventuali investitori interessati all’area non troverebbero immediatamente disponibile nemmeno un mq di terreno (nonostante siano censiti 170 ettari di aree dismesse) e chi fosse nelle condizioni di attendere dovrebbe comunque fare i conti con la speculazione che, sempre a detta dell’Autorità Portuale, ha portato i prezzi delle aree ad oscillare tra 250 e 1.350 euro a mq. Quanto alla vocazione di Porto Marghera e ai settori di potenziale sviluppo sono ben elencati nell’Accordo del 30 novembre 2007 che detta le linee strategiche per la riqualificazione e lo sviluppo di Porto Marghera che prevedono sia lo sviluppo delle imprese già insediate, sia le nuove attività di logistica e dell’innovazione. Il nuovo Accordo di Programma e la nuova Legge Speciale sono un’occasione straordinaria per una svolta positiva; le organizzazioni sindacali sono pronti a fare la loro parte se l’insieme del «Sistema economico e Istituzionale» saprà farsi carico delle loro giuste attese di un lavoro dignitoso per quanti hanno perso il lavoro e per i tanti giovani che hanno diritto di sapere su quali prospettive costruire la loro formazione e il loro futuro.

 

Torna al sommario

 

6 – SERVIZI SOCIALI / SANITÀ

 

LA NUOVA

Pag 12 Corsi gratuiti per l’assistenza rivolti a badanti e volontari

 

Inizia questo mese il corso «Tecniche assistenziali di base» pensato per insegnare a badanti, volontari e familiari i metodi per prendersi cura di persone non autosufficienti. L’iniziativa, promossa dalla Caritas veneziana, è organizzata in collaborazione con l’Unità operativa Città solidale, l’Ufficio diocesano della Pastorale della salute e il Collegio provinciale Ipasvi, con il contributo della Regione Veneto. Il corso - la cui partecipazione è gratuita - si articola in tre lezioni pomeridiane, che si svolgeranno dalle 14.30 alle 19.30 nelle sedi Caritas di Mestre (via Querini 19/A) e di Venezia (fondamenta S. Chiara); a Mestre si terranno il martedì 15, 23 e 30 novembre; a Venezia il mercoledì 17 e 24 novembre e il 1º dicembre. Info e iscrizioni: Sportello Spazio solidale, Casa del volontariato del Comune, via Brenta Vecchia 41, aperto dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 12 e, sempre il lunedì, anche dalle 15 alle 17.

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 7 novembre 2010

Pag 15 Bimbi in provetta troppo costosi, negli ospedali pubblici è «vietato» di Serena Spinazzi Lucchesi

Le coppie della provincia costrette a migrare a Oderzo o Padova

 

Venezia - Figli in provetta, ma solo privata. O a costo di lunghe attese lontano da casa. In provincia di Venezia la fecondazione assistita è bandita dagli ospedali. La mappa dei centri che si occupano delle varie tecniche di procreazione artificiale nelle Asl della provincia è presto fatta: zero centri, zero assistenza «mutuabile», cioè rimborsata dal Sistema sanitario nazionale. Troppo costoso il servizio per i bilanci traballanti delle aziende sanitarie, specie ora che la Regione ha imposto una stretta decisa ai conti. E così chi aveva una struttura dedicata, come l'ospedale dell'Angelo a Mestre, l'ha chiusa, mentre chi vorrebbe aprirne una, come è il caso di Dolo, rinuncia: d'altra parte la procreazione medicalmente assistita (Pma) è un trattamento considerato «aggiuntivo» rispetto ai livelli essenziali di assistenza, i cosiddetti « Lea » , che stabiliscono lo standard minimo di servizi che la struttura pubblica deve garantire. E aiutare una coppia con problemi ad avere un figlio, evidentemente, non è considerato un servizio così essenziale. Il risultato è che in questo momento le coppie sono costrette a migrare altrove (Oderzo e Padova i centri più vicini) oppure devono rivolgersi al privato. Pagando, naturalmente. La chiusura del Centro di procreazione medica assistita dell'Ospedale dell'Angelo è emblematica, perché è l'effetto immediato del deficit in cui versa l'Asl 12, che la Regione non intende più coprire. Il Centro di Pma dell'Angelo era aperto dal 1999 (allora era l’Umberto I) e praticava le tecniche di primo e di secondo livello, dunque anche la Fivet e la Icsi, cioè le più complesse. Lo scorso giugno il servizio è stato sospeso, senza ulteriori spiegazioni. Ora la soppressione per ragioni economiche. «Dobbiamo tagliare i costi - spiega il direttore generale Antonio Padoan - In Regione non sono molte le strutture pubbliche che lo fanno. Se uno desidera un figlio è disposto anche a muoversi, non deve necessariamente avere il servizio sotto casa. E' un momento difficile per la sanità e dobbiamo pensare a difendere quello che c'è». Costi di gestione che stanno alla base anche delle scelte di altre aziende, come l'Asl 13 di Mirano. «Pratichiamo tutte le indagini preliminari, che iniziano in ambulatorio con una fase molto importante di ascolto», spiega il direttore dell'Unità di Ginecologia Franco Garbin. Ma poi le coppie vengono dirottate altrove. «Ci sono i centri pubblici di Oderzo e Padova, oppure c'è il privato - spiega ancora il primario - La Pma richiede organizzazione e risorse. Eppure sono convinto che la fecondazione assistita faccia parte delle nostre conquiste di civiltà». Lo pensa anche il responsabile del reparto di Ostetricia e diagnosi prenatale dell'ospedale di Dolo Michele Cacco. «Abbiamo attivato di recente un ambulatorio per le indagini preliminari, con tre medici dedicati. Arriviamo fino all'inseminazione intercervicale, non alla Fivet e alla Icsi. Avremmo le risorse umane, con medici molto bravi e preparati, ma non ci sono fondi. E’ già difficile garantire i livelli essenziali, impossibile andare all'eccellenza». Stesso discorso per l'Asl 10 di San Donà di Piave e per l'Asl 14 di Chioggia. E così le liste d'attesa si ingrossano: come minimo passa un anno prima che una coppia inizi il trattamento. E avere un figlio diventa un miraggio.

 

Torna al sommario

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pagg II – III Mestre, si trova i ladri in cucina di Monica Andolfatto, Giuseppe Babbo e Maurizio Dianese

Cavallino, è allarme vero: i “colpi” all’ora di cena. Vincenzo Pipino, da svaligiatore di abitazioni a “consulente” anti furto e anti intrusione: “Vi spiego io come difendervi”

 

Sta guardando la televisione in cucina quando in un tono che non ammette repliche si sente ordinare: «Dacci soldi e oro, non ti succederà nulla». Passamontagna calati sul volto, abbigliamento sportivo, fisico atletico, italiano che tradisce un’inflessione dell’Est Europa, forse albanese: non hanno bisogno di armi per terrorizzare la signora di 82 anni che hanno sorpreso nell’appartamento al secondo piano di una palazzina di Riviera Marco Polo. Due ladri acrobati, che arrampicatisi sulla grondaia che affaccia sul giardino interno, hanno forzato una delle finestre della camera da letto penetrando all’interno dell’abitazione. Molto probabilmente non si aspettavano di trovare qualcuno in casa, forse perché le luci erano spente, trasformandosi quindi in rapinatori che per fortuna non hanno usato violenza alla loro vittima. A impressionare e turbare è la zona in cui hanno colpito e soprattutto l’ora: le sei e mezza di sabato pomeriggio, quando il buio è calato da poco e comunque di gente in giro ce n’è ancora molta. Nessuno ha visto o notato nulla. Da sola l’anziana ha vissuto l’esperienza terribile di confrontarsi con la paura e lo spavento di trovarsi di fronte all’improvviso fra le proprie pareti domestiche degli sconosciuti tutt’altro che benintenzionati. Una situazione allucinante che metterebbe alla prova la tenuta dei nervi di chiunque. Ma lei, pur spaventata a morte, ha reagito in maniera intelligente, cercando di non provocare i banditi in nessun modo e di assecondarli per quanto possibile. L’incubo è durato il tempo necessario ai due di ottenere ciò che volevano e scappare stavolta per la porta. Oltre alla tranquillità perduta per sempre dell’ottantaduenne, con sé hanno portato via 400 euro in contanti e diversi gioielli di famiglia, collane, braccialetti, anelli, spille, ricordi di una vita. Ad avvertire il 113 è stato il vicino al quale la signora si è rivolta per chiedere aiuto appena ripreso fiato e coraggio. Sul posto le volanti e quindi gli investigatori della Squadra mobile della questura di Venezia con i colleghi dalla scientifica per i rilievi. I poliziotti si sono assicurati per prima cosa che la padrona di casa non avesse subìto alcun tipo di maltrattamento o prepotenza, rassicurandola e confortandola, avvisando come da sua richiesta la figlia che si è precipitata dalla madre col cuore in gola. Dei delinquenti finora nessuna traccia ma si ipotizza possano essere gli autori di altri furti messi a segno in città nelle ultime settimane. La caccia è a tutto campo.

 

Furti in serie in villette e appartamenti ma anche spaccate nei locali pubblici. È una vera e propria emergenza quella che sta vivendo da due settimane Cavallino-Treporti. Fra i bersagli varie abitazioni di Lio Grando, due appartamenti vicino al municipio di Ca’ Savio, il bar "Banana" di Treporti, alcuni appartamenti di Ca’ Vio mare, di via Baracca e di viale Tevere. Tra gli episodi più eclatanti il furto in casa dell'assessore Claudio Castelli e quello nella villetta di un gioielliere, che ha fruttato un bottino di circa 70mila euro tra contanti e monili. Sempre lo stesso il modus operandi: i ladri entrano in azione tra le 18 e le 20. Mettono a soqquadro le stanze, rovesciando quadri e mobilio. In breve tempo fanno perdere le proprie tacce non prima però di aver arraffato denaro in contante, preziosi e tutto ciò che può essere rivenduto. Una situazione che sembra dunque non risparmiare nessuno e che sta creando una certa preoccupazione tra i residenti. Il sindaco Claudio Orazio, che nei giorni scorsi ha anche incontrato un gruppo di cittadini, ha scritto e incontrato il prefetto, Luciana Lamorgese, che ha assicurato più controlli nel territorio ma anche l'arrivo di rinforzi nella caserma dei carabinieri di Ca’ Savio. Proprio le forze dell'ordine ora sono impegnate a raccogliere tutti gli elementi utili per poter incastrare i topi di appartamento. Il capogruppo di "Patto con Cavallino-Treporti", Roberta Nesto ha chiesto invece l'utilizzo dell'Esercito. Una proposta rivolta al ministro degli Interni e che non manca di far discutere: «Non serve l'esercito - dice il presidente di Assocamping Armando Ballarin - ma un incremento dei carabinieri nei mesi invernali in modo da garantire controlli anche in questa parte dell'anno. Un potenziamento di questo tipo verrebbe ben visto dai turisti, il presidio militare invece rischia invece di dare un'immagine di militarizzazione del territorio». Immediata la replica: «Nella nostra interrogazione l'aumento delle forze dell'ordine è uno dei punti più importanti - dice Roberta Nesto - mentre il presidio militare è dovuto solo per la situazione contingente: non creerebbe danni d'immagine, rafforzerebbe l'offerta turistica».

 

Da ladro a consulente anti-ladri. Possibile? Di sicuro c’è solo il fatto che in tanti, dopo aver letto il suo libro di memorie "Rubare ai ricchi non è peccato", lo hanno contattato. Così Vincenzo Pipino, tra un consiglio agli amici carcerati e la consultazione di qualche libro d’arte, si è pure scoperto consulente anti-ladri. Del resto il re dei ladri, l’uomo che ha svuotato gioiellerie e case, banche e musei, sui sistemi di allarme ne sa una più del diavolo.

Esiste un sistema per evitare di farsi svuotare la casa dal Vincenzo Pipino di turno?

«Sì, basta guardarsi in casa. Il furto nasce spesso da un basista. Occhio a chi gira per casa vostra».

I sistemi d’allarme?

«Tutti i sistemi hanno qualche falla. Diciamo che si può tenere lontani i ladri più sprovveduti, che sono la stragrande maggioranza. I professionisti non li ferma nessuno. I ladri esisteranno sempre, solo che una cosa è rubare solo e un’altra è improvvisarsi ladri e usare la violenza. Quella non mi va giù. Non si entra in casa a picchiare una povera donna che non ha nessuna colpa».

Torniamo ai consigli per gli onesti. Ha senso installare l'allarme volumetrico e alle finestre?

«Può funzionare per i ladri inesperti. Esistono mille modi per evitare gli allarmi. Il più utilizzato è quello di scaricare le batterie dell’allarme. Non posso spiegare come si fa, ma si fa».

Le finestre. E’ meglio installare quelle anti intrusione?

«No. Le finestre anti intrusione si aprono con molta facilità. Un ladro fa più fatica a "domare" una vecchia finestra, quella di vetro normale, per capirci».

E la porta blindata?

«Non esiste al mondo una porta blindata sicura. Diciamo che serve a scoraggiare i ladri inesperti. Il mio consiglio, se si è in casa, è quello di dare mandate dispari. Una o tre. La chiave deve restare a rovescio. Così il ladro non riesce a far girare la serratura da fuori».

Se ci si sveglia all’improvviso e si scopre il ladro in casa, che cosa bisogna fare?

«Mi è capitato una volta. A Venezia. Stavo uscendo con due valigie piene di refurtiva. In quello stesso momento la padrona di casa stava rientrando. Le ho detto: "Non si preoccupi signora, siamo ladri, ecco le sue valigie". Il mio complice è scappato e io ho dovuto riportare le valigie all’ultimo piano, perché la derubata aveva il terrore di trovare altri ladri in casa. Dunque, bisogna sapere che i ladri hanno più paura dei padroni di casa che i padroni di casa dei ladri. I ladri pensano sempre di trovarsi di fronte a persone armate e quindi se possono scappano. Il consiglio, dunque, è quello di lasciare una via di fuga. Appena il ladro vede la porta aperta o la finestra, scappa. E così nessuno si fa male».

 

Pag V Stazione ostaggio del degrado di Marco Dori

Dopo tre mesi siamo tornati a verificare se Grandi Stazioni è intervenuta. Ovunque tanta sporcizia e guano, servo scala e ascensori ancora fermi

 

Guano, guano, fortissimamente guano. A tre mesi di distanza dall'impegno di Grandi Stazioni di migliorare la pulizia e l'accessibilità della stazione di Mestre, il Gazzettino è tornato sul posto per verificare che alle parole fossero seguiti i fatti. Che dire, piccioni e colombi se ne stanno ancora belli appollaiati sulle canaline del sistema di sorveglianza e, da veri maleducati, continuano ad imbrattare marciapiedi, cestini e obliteratrici. Insomma, a nulla è valso il tentativo dissuasivo di Grandi Stazioni di appiccicare un Po’ dovunque cartelli che ricordano il divieto di gettare rifiuti a terra. Evidentemente i volatili sono insensibili alle pene pecuniarie e cacano che è un piacere: il pavimento è un mosaico di deiezioni, per non parlare di obliteratrici e cestini, letteralmente ricoperte da strati uniformi di guano. Insomma, sembra proprio che la situazione sia addirittura peggiorata rispetto al mese di agosto e che le pulizie aggiuntive annunciate da Grandi Stazioni si siano rivelate quantomeno insufficienti. Disattese anche le aspettative per migliorare l'accessibilità dello scalo ferroviario: i tanto attesi ascensori ai binari 8-9 e 5-6 sono ancora fermi. Secondo Grandi Stazioni mancava poco, solo i collaudi finali. Tutto sarebbe stato pronto per settembre e invece eccoli lì, fermi e inutilizzabili. Per non parlare dei servoscala che aiuterebbero i disabili a scendere nel sottopassaggio che conduce ai binari: montati da tempo immemorabile, tuttora non sono ancora stati messi in funzione. Si dirà: come fa un diversamente abile a prendere un treno che parte, ad esempio, dal binario 5? Bisogna rivolgersi alla cooperativa che si occupa dei bagagli: sarà lei a trasportare il disabile al binario concordato. Ecco, in attesa della tecnologia, l'accessibilità della stazione è garantita da chi si occupa dei bagagli. Buone notizie invece per quanto riguarda la sicurezza della stazione. Sono da poco entrate in funzione le telecamere del servizio di videosorveglianza. In questo caso i tempi sono stati rispettati e le telecamere sono entrate in funzione. Assieme a Mestre, presto entreranno in funzione anche i sistemi di videosorveglianza delle stazioni di Venezia Santa Lucia e Verona Porta Nuova. A conti fatti, Grandi Stazioni ha centrato un obiettivo su tre: ha migliorato la sicurezza, mentre pulizia e accessibilità sono rimaste al binario morto di tre mesi fa. Un peccato, perché il rilancio della stazione di Mestre dovrebbe partire proprio da questi ultimi due punti, mentre allo stato attuale lo scalo mestrino rimane al palo, come i piccioni.

 

LA NUOVA

Pag 12 Il tram fa le prove anche di domenica. Prima corsa più vicina di Marta Artico

L’obiettivo è di essere pronti per l’inizio di dicembre

 

Il tram fa gli straordinari. E da ieri, per la prima volta, corre anche di domenica. Sei mezzi in funzione durante il giorno festivo (quattro durante la settimana), nonostante il pre-esercizio sia finito. Sono prove aggiuntive, per essere pronti a fine mese-inizio di dicembre. Data nella quale dovrebbe partire la prima vera corsa del tram. Il via libera da Roma è atteso verso la metà di novembre. Non solo corse di giorno e di sera (dalle 18 alle 23), ma anche di domenica, quindi. C’è bisogno di testare gli orari nelle fermate e il percorso anche nei giorni festivi. Abbiamo provato a correre in auto dietro al tram, durante tutto il tragitto Favaro-Sernaglia. Alle 8.25 del mattino la carrozza rosso fiammante esce dal deposito di via Monte Celo per «provare» il suo percorso. Un’altra identica è partita qualche minuto prima. A Favaro la gente è oramai abituata a vederla scivolare sui binari, gli automobilisti un po’ meno. Tanto che chi si trova esattamente dietro il tram, non è poi così felice. La maggior parte tiene una sorta di distanza di sicurezza, dettata da un po’ di timore referenziale per quel mezzo così moderno e lungo, difficile da sorpassare, nonostante il divieto. La corsa procede tranquilla in via Triestina, dove il tram passa in mezzo alle due corsie automobilistiche, avendo la sua corsia preferenziale. Davanti al municipio, tocca alla fermata Pastrello. Superato l’incrocio con via San Donà, c’è qualche rallentamento al mattino presto. E in questo caso il convoglio non ha scelta, deve rimanere in fila dietro le auto, gli autobus, gli scooter. Questi ultimi, però, azzardano egualmente improbabili sorpassi, incuranti del pericolo. Arrivati all’altezza dello snack bar «Arlecchino Tre», è la volta della fermata «Cervino». Dopodiché il tram dà nuovamente la birra alle auto, si stacca dalla fila e prosegue diritto in mezzo alle due corsie automobilistiche. Le auto devono attendere i tempi del semaforo che diventa rosso al passaggio delle carrozze, il tram invece fila via diritto, ritrovandosi ad aver oltrepassato la regionale 14. Siamo in territorio di Mestre, in via San Donà. Lo stacco, però, non è poi così notevole, si tratta di poche centinaia di metri. E qui il convoglio trova un autobus e deve attendere i tempi di fermata del mezzo pubblico. Prosegue il suo percorso, stoppandosi davanti alla Coop e ancora di fronte a Giara Viaggi. Alle 8.40, un quarto d’ora circa dopo la sua partenza, si ritrova all’incrocio con via Ca’ Rossa, dove svolta lasciandosi alle spalle la trafficata via San Donà. All’interno gli autisti e i tecnici, muniti di gran pazienza, sono pronti a tutto, specialmente agli ostacoli che possono incontrare lungo il percorso, come un’auto lasciata in divieto ai bordi della strada, che impedisce al tram di passare. Tanto da dover scendere e spostare di peso il veicolo a motore spento in un punto in cui non dia fastidio. Prima o poi gli automobilisti mestrini si dovranno abituare al fatto che non possono continuare a commettere infrazioni come se nulla fosse, abbandonando le auto con le quattro frecce dove capita. In via Ca’ Rossa il tragitto è più snello, perché il traffico non è intenso. 8.38 fermata Serravalle, subito dopo Oberdan, alle 8.43 la carrozza 005 raggiunge via Colombo, e anche in questo caso si lascia dietro le auto, che non possono seguirla pena incorrere in una multa. Alle 8.47 scarse, meno di 25 minuti dopo la partenza, raggiunge Piazza Barche. Da qui a via Cappuccina, la strada è breve e alle 9 meno qualche minuto il nostro tram ha già fatto inversione e sta tornando indietro. Per un’auto che vuole andare da Favaro a Mestre non è poi così semplice, ancora meno per un automobilista che deve raggiungere il centro. Il tram ci mette circa 25 minuti, in auto ci vuole sicuramente più tempo. Ma lo spaesamento per gli autisti del tram arriva in via Colombo. Se le auto cambiano strada quando vedono la «X» rossa del tabellone che segna le telecamere, motorini e scooter si guardano negli occhi ai semafori, domandandosi l’un l’altro se loro possono o meno passare. Non parliamo di via Cappuccina incrocio con via Tasso, di sera passa chiunque, la maggior parte non ha ancora ben compreso cosa deve fare, o forse fa orecchie da mercante.

 

LA NUOVA di domenica 7 novembre 2010

Pag 19 Un Carnevale in stile Ottocento di Enrico Tantucci

Ecco il tema della festa curata da Davide Rampello, anche in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Costumi, cortei, rievocazioni storiche legate al secolo in laguna. Chiusura l’8 marzo nel segno della Festa della Donna 

 

Il Carnevale di Venezia ricomincia dall’Ottocento, legando la celebrazione del secolo in laguna, a quella per i 150 anni dell’Unità d’Italia che cadranno appunto il prossimo anno, con rievocazioni in maschera e un’attenzione particolare ai costumi dell’epoca. E’ questo il tema che il nuovo direttore artistico Davide Rampello vorrebbe dare all’edizione del prossimo anno della festa, che sarà presentata nei prossimi giorni e che si dal 26 febbraio all’8 marzo. «La cosa che mi sta più a cuore - spiega Rampello - è il coinvolgimento dei veneziani, che devono tornare a partecipare alla festa e poi il fatto che il Carnevale viva anche e soprattutto di sera, coinvolgendo non solo la Piazza ma anche i musei e le chiese che potrebbero aprirsi anche di sera». Dopo il format Sensation imposto da Marco Balich nel suo triennio di direzione artistica per “spalmare” il Carnevale su tutti i sestieri, senza particolari vincoli di programma, si torna invece a un Carnevale a tema, attorno cui il nuovo direttore artistico con Venezia Marketing & Eventi - che curerà con lui la parte organizzativa - spera di aggregare altre associazioni e istituzioni culturali. Si studierà quindi l’iconografia dell’Ottocento - a Venezia ma non solo per proporre sfilate storiche, anche andando alla caccia di costumi originali dell’Ottocento da esporre e sfoggiare. Una collaborazione che secondo Rampello dovrebbe allargarsi non solo ai musei - a cominciare da quello di storia del Tessuto di Palazzo Mocenigo - ma anche alle università veneziane e alla stessa Accademia di Belle Arti per curare costumi e scenografie. Ma ci saranno anche feste in costume ispirate appunto all’Ottocento e concorsi a tema, sfruttando anche la rete Internet anche per trasmettere suggerimenti su come mascherarsi. Proprio la collaborazione di altre istituzioni e associazioni veneziane sarà per Rampello essenziale per la riuscita della festa, anche per i limiti di budget della manifestazione che non potrà superare il milione di euro della scorsa edizione. La biennale ha già confermato il ritorno del Carnevale dei ragazzi ai Giardini, ma anche Fenice e Teatro Stabile faranno anche quest’anno la propria parte. «Il programma partirò “tarato” su quella cifra - spiega Rampello, che è anche presidente della Triennale di Milano - ma speriamo di allargarlo in corso d’opera con l’arrivo di possibili sponsor che stiamo cercando». La chiusura del Carnevale dell’8 marzo, il giorno della Festa della Donna, sarà sfruttato per una giornata di festa tutta al femminile, mentre non verrà toccato - se non per qualche aspetto organizzativo - l’impianto tradizionale legato al Volo dell’Angelo, alla Festa delle Marie e anche al corteo delle remiere, che però Rampello pensa di valorizzare legandolo alla conoscenza della tradizione veneziana anche da parte dei turisti. Sarà curato anche l’aspetto gastronomico e quello della tradizione dei Carnevali, ricollegandosi a quelli di altre regioni italiane.

 

Pag 22 L’addio del rabbino capo: «Venezia è aperta al mondo ma lo accolga in modo nuovo» di Nadia De Lazzari 

Elia Richetti se ne va in pensione e lascia la laguna: «Razzismo? Assente, però c’è qualche sacca da superare» 

 

Vedi file allegato

 

Pag 32 Asilo di Asseggiano, il piatto piange di Maurizio Toso

La struttura paritaria ospita 50 bimbi: le rette potrebbero aumentare del 30%, don Marco preoccupato. Non arrivano i soldi dovuti per legge, la parrocchia esposta per 30 mila euro 

 

Asseggiano. Il piatto piange all’asilo di Asseggiano, una struttura paritaria collegata alla parrocchia. A evidenziare la situazione è don Marco, che segnala i ritardi nel pagamento delle somme che sono dovute per legge alla struttura educativa, un problema che potrebbe portare a un innalzamento delle rette versate mensilmente dai genitori. E a una catena di reazioni nel tempo. A dovere «sganciare», sempre secondo il sacerdote, sono tre soggetti, ovvero il Ministero dell’Istruzione, la Regione e il Comune. E gli arretrati non sono di poco conto, visto che l’asilo di Asseggiano è ancora in attesa di somme riguardanti il 2009 e parte dell’anno in corso. «Difficile quantificare quanto dobbiamo ricevere», spiega don Marco. Quello che sono sicure, però, sono le spese che la parrocchia ha dovuto sostenere in questi ultimi due anni, con un’esposizione di circa 30.000 euro. E il fatto che per pagare gli stipendi di luglio e agosto ai dipendenti dell’asilo don Marco abbia dovuto attingere per oltre diecimila euro al conto della parrocchia. La situazione è dunque difficile, con il serissimo rischio che per fare quadrare i conti l’asilo sia costretto ad aumentare le rette: le famiglie della cinquantina di bambini che frequentano la scuola materna paritaria ora pagano 145 euro al mese per ogni figlio, ora è possibile che questa retta venga aumentata del 30 per cento, arrivando così a superare la soglia dei 180 euro. A questo punto potrebbe succedere che molti genitori decidano di portare i loro pargoli in strutture che costano meno, con il rischio che a lungo termine l’asilo parrocchiale chiuda i battenti. Pericolo che, a catena, potrebbe creare non pochi problemi, fino ad arrivare alla temuta chiusura della scuola elementare di Asseggiano, che già in passato è stata a un passo dal chiudere i battenti a causa della difficoltà di raggiungere il numero minimo di bambini iscritti alla classe prima. «Se togliamo i servizi ad Asseggiano - conclude preoccupato don Marco - rischiamo davvero di trasformare questo quartiere in un dormitorio». La situazione dell’asilo parrocchiale di Asseggiano è conosciuta anche dal presidente della Municipalità di Chirignago-Zelarino, Maurizio Enzo, e da parte sua il consigliere comunale Emanuele Rosteghin evidenzia la necessità di preservare la presenza dell’asilo. In ogni caso, il problema resta. E tutto questo succede in una delle zone della municipalità che nei prossimi anni sarà interessata da una forte crescita demografica e urbanistica, con molti nuovi cittadini con la conseguente nascita di bambini.

 

Pag 48 Due Tintoretto da San Rocco per la Biennale di Enrico Tantucci

 

La Biennale «chiama» Tintoretto. Arriveranno dalla Scuola Grande di San Rocco due delle tre grandi opere del periodo tardo di Jacopo Tintoretto che saranno al centro di «Illuminazioni», la 53ª Mostra internazionale d’arte - in programma dal 4 giugno al 27 novembre del prossimo anno, tra i Giardini e l’Arsenale - diretta dalla critica svizzera Bice Curiger. C’è già l’assenso da parte della Scuola per portare ai Giardini la Santa Maria Egiziaca e la Santa Maria Maddalena. «Sono due “Sogni” - commenta il Guardian Grando della Scuola Grande di San Rocco, l’architetto Franco Posocco - che per l’uso straordinario della luce, hanno ispirato generazioni di artisti, che sono venuti qui a contemplarli. Da Renoir, a Turner, a Emilio Vedova, allo stesso Anselm Kiefer, per citare un grande artista contemporaneo, che quando è a Venezia non perde occasione per tornare ad ammirarli a lungo. Per questo siamo stati felici di accogliere la richiesta della Biennale e della curatrice della Mostra Internazionale d’Arte Bice Curiger di portarli ai Giardini, per metterli a confronto con opere di artisti contemporanei dove l’elemento luministico sia permanente, anche per l’assoluta modernità di questi capolavori». «Trovo in molti artisti, quelli che mi interessano di più, dell’arte contemporanea - ha dichiarato Bice Curiger - quella stessa ricerca della luce, a un tempo razionale e febbrile, che anima alcune opere del tardo Tintoretto, e l’ansia di un rapporto forte con lo spettatore. Anche Tintoretto aveva la forte preoccupazione di andare al di là delle convenzioni del proprio tempo, puntando diretto alla mente e all’emotività. Mi interessa la luce di quei quadri, che non è una luce razionale, ma è una luce estatica. La presenza di Tintoretto servirà anche a stabilire una connessione artistica, storica ed emotiva con Venezia». C’è già il sostanziale assenso al trasferimento da San Rocco ai Giardini di due grandi Tintoretto - di oltre quattro metri per due - anche da parte del soprintendente del Polo museale veneziano Anna Maria Spiazzi - che regge ad interim l’ufficio in attesa che si decida la questione sul probabile ritorno di Vittorio Sgarbi in laguna - proprio per il valore culturale dell’iniziativa. «La Biennale, d’intesa con la Soprintendenza - spiega ancora il Guardian Grando di San Rocco - si è impegnata anche a finanziare con l’occasione la pulitura e il restauro di questi due dipinti, che da circa quarant’anni non sono più stati toccati e mostrano qualche segno di sofferenza». Tintoretto concepì e realizzò questi teleri, come gli altri che ornano le tre sale della Scuola Grande di San Rocco, tra il 1564 e il 1588 come un ciclo unitario, facendo appunto della luce l’elemento principale di questo ciclo di opere, con sublimi effetti chiaroscurali che il pittore studiava attentamente anche attraverso l’uso di manichini di cera variamente illuminati proprio per studiarne ombreggiature e contorni. «Tutto quanto l’insieme - scriveva ad esempio un grande critico veneziano come Rofolfo Pallucchini a proposito della Santa Maria Egiziaca - sembra trasformarsi in un pulviscolo luminoso, come se ogni elemento si scorporasse in innumerevoli particelle vibranti. E la piccola santa naufraga nella contemplazione». Ma le opere di Tintoretto che la Biennale vorrebbe esporre alla Mostra di Arti Visive sono tre. La terza sarebbe la monumentale Ultima Cena conservata nella chiesa di San Marcuola, realizzata nel 1547, all’età di 29 anni, in cui il pittore prende già le distanze dal tonalismo tizianesco e si avvia appunto alla svolta luministica che troverà compiuta realizzazione nel ciclo della Scuola Grande di San Rocco. Ma, in questo caso, difficilmente la Soprintendenza acconsentirà allo spostamento di un’opera di tali dimensioni e dunque il direttore della Biennale arte Bice Curiger dovrà trovare un valido «sostituto», per completare il trittico tintorettiano dei Giardini.

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 7 novembre 2010

Pag 6 Ora si teme per l’acqua alta, da domani è codice arancio di Gloria Bertasi

Martedì previsti 125 centimetri. Il 2010 anno record per le maree

 

Venezia - Adesso il timore è tutto per l’acqua alta a Venezia. Non bastasse il ritorno della pioggia dopo nemmeno 5 giorni di tregua, ci si mette l’allarme per un’alta marea da codice arancio: 110 centimetri lunedì alle 10.50 ma soprattutto 125 martedì alle 11.25. Allerta anche a Chioggia, dove già oggi si rischiano 120 centimetri. «Maltempo dal Tirreno e scirocco dall’Adriatico creano una situazione perfetta per l’acqua alta che prevediamo molto sostenuta», spiega il direttore del Centro maree del Comune di Venezia Paolo Canestrelli. Eppure nessuno si fida a dare indicazioni precise. Serviranno altre 24 ore per delineare il quadro del maltempo in laguna. I principali centri meteorologici segnalano infatti che cadranno tra i 30 e i 40 millimetri di pioggia. Fino a qualche anno fa precipitazioni di questa portata sarebbero state definite intense, oggi però i meteorologi, dati delle piogge alla mano, le hanno declassate a contenute. I volontari della Protezione civile di Venezia sono stati pre-allertati. Significa cioè che sono pronti a entrare in azione a qualsiasi ora del giorno e della notte. «La situazione è molto delicata», spiega Maurizio Calligaro, delegato del sindaco di Venezia per la Protezione civile. Il Veneto è ancora sott’acqua da lunedì scorso, corsi d’acqua e canali consortili sono quasi tutti rientrati nella norma ma non è facile prevedere come reagiranno alle sollecitazioni di altri due giorni di pioggia battente. «Non possiamo che attendere, non ci sono ulteriori interventi di prevenzione da fare», dice Chiara Fastelli, responsabile della Protezione civile della Provincia di Venezia. E se il Comune capoluogo ha fatto scattare la reperibilità tra i volontari, in Provincia non è necessario alcun avviso. «Le squadre stanno operando nel padovano e nel vicentino - informa l’assessore alla Protezione civile Giuseppe Canali - qualora servisse in meno di mezz’ora sarebbero tutti pronti». Sul fronte fiumi, dal Centro funzionale della Protezione civile regionale arrivano comunque rassicurazioni, almeno per domani. Le criticità idrauliche di Piave, Sile, Bacino scolante della Laguna, Livenza, Lemene e Tagliamento sono infatti moderate.

L’allarme - Dopo gli allagamenti è arrivato il momento dell’acqua alta. La marea prevista lunedì è di 110 centimetri, 125 martedì. Allerta anche a Chioggia. Quello che preoccupa piuttosto a Venezia è l’acqua alta sempre più frequente. « Il 2010 è l’anno dei record», ricorda Canestrelli. Nel 2009 le maree sopra gli 80 centimetri sono state 125, se i prossimi giorni confermeranno i livelli previsti nel 2010 saremo già arrivati a 145 giorni sopra gli 80 com. E devono ancora passare i due mesi più critici dell’anno. I 110 centimetri di domani allagheranno solo il 14 per cento del centro storico ma con i 125 di martedì si arriverà al 43.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 7 novembre 2010

Pag IV Cimitero “griffato” ma poco funzionale di Michele Fullin

San Michele, a marzo via all’ampliamento

 

Non sempre il fatto che un progetto sia di un grande architetto significa automaticamente che lo stesso sia improntato alla praticità e alla semplicità di utilizzo. Lasciando perdere le polemiche ormai decennali suscitate dal ponte di Santiago Calatrava, nell’ala nuova del cimitero firmata David Chipperfield, c’è un problema abbastanza serio. E a denunciarlo è un’impresa funebre tra le più note a Venezia. «Il nuovo blocco, chiamato "i Quattro evangelisti" - spiega Cesare Fanello - esteticamente non conforme al resto del cimitero monumentale, ha già esaurito in brevissimo tempo i pochi ossari costruiti solo alle quattro estremità della struttura. La maggior parte dello spazio è stata infatti dedicata ai loculi per salme (più costosi) e a scritte applicate in rilievo alle pareti. Cosa, questa, che sottolinea come gli spazi siano stati poco sfruttati». Per Fanello esisterebbe il pericolo concreto di infortuni ai visitatori, quasi sempre persone anziane. «Le esumazioni ordinarie - continua - sono ferme da diverso tempo e a disposizione per la tumulazione ci sono solo ossari di decima (ancora per poco), denominati dagli stessi uffici cimiteriali "colombai", poiché sono dei piccoli spazi ricavati sotto le tettoie in un recinto vecchio con parti pericolose e a rischio crollo, irraggiungibili anche con le scale più grandi messe a disposizione. Al termine di questi spazi ricavati, anche San Michele sarà esaurito. Mi chiedo se tutto questo è possibile dopo tutti i milioni che sono stati spesi, e perché il Comune non prende in mano questa grave situazione». Veritas non nega che il problema esista, ma declina ogni responsabilità in merito allo sfruttamento degli spazi. «Non è compito nostro costruire - spiegano alla direzione servizi cimiteriali - noi gestiamo solo la struttura. In ogni caso, non esiste un problema di esaurimento imminente degli ossari, in quanto c’è un turn-over continuo». «Non conosco i numeri della vicenda- aggiunge l’assessore ai Lavori pubblici, Alessandro Maggioni - e per questo mi rifaccio a ciò che dice veritas. Col nuovo intervento il cimitero sarà ampliato e anche questi problemi saranno risolti. Venerdì - conclude - sarò a Murano e San Michele e verificherò di persona. Se le imprese funebri vogliono essere presenti saranno benvenute».

 

Con un investimento di 8 milioni partiranno a marzo i lavori per l’ampliamento del cimitero di San Michele, secondo lotto. Si tratta di un’opera molto importante perché risolverà, per molto tempo almeno, i problemi di spazio della struttura. Il progetto, come quello del primo stralcio, è firmato dall’archistar inglese David Alan Chipperfield e si estende su una superficie di 6mila 600 metri quadrati. «È un intervento importantissimo - spiega l’assessore ai Lavori pubblici, Alessandro Maggioni - che dà nuova qualità architettonica all’isola. I lavori cominceranno a febbraio e l’importo è disponibile perché si tratta di un progetto già finanziato». Il progetto prevede una corte per tumulazione con tre sub-corti con tumulazioni, giardini e fontane. Poi ci saranno una corte ossario e dei magazzini per gli operatori, oltre ad un’area adibita a darsena. In tutto, i nuovi loculi per tumulazione saranno 710 mentre 2mila 197 saranno gli ossari individuali. Un numero che dovrebbe risolvere il problema di cui alcune imprese di onoranze funebri si lamentano nell’articolo qui sopra. Secondo gli uffici dei Lavori pubblici, i lavori saranno presumibilmente ultimati per dicembre 2012, in 650 giorni.

 

LA NUOVA di sabato 6 novembre 2010

Pag 3 Emergenza rifiuti, Jesolo vuole lo stato di calamità di Giovanni Cagnassi e Francesco Macaluso

Litorale invaso dai detriti dopo le mareggiate, caccia ai contributi chiesti dalla Regione. Litorale di Cavallino ridotto a mal partito

 

Jesolo. Spiagge coperte dai detriti, Jesolo è la prima a chiedere lo stato di calamità. Dal Consiglio comunale, Fabio Visentin del Pdl ora si rivolge alla Regione per chiedere un contributo a non far gravare sul Comune e gli operatori tutte le spese. Intanto nel Basso Piave torna la tranquillità dopo i giorni delle esondazioni. Resta chiusa solo la conca di Intestadura alla Piave Vecchia, quindi le paratie al varco arginale di Noventa ancora per qualche giorno. A Jesolo la pulizia della spiaggia preoccupa le istituzioni per i costi a carico del Comune. «Quanto accaduto il primo di novembre nelle province di Verona, Vicenza, Padova, Treviso e Belluno e noto a tutti - spiega Visentin - 121 sono i Comuni colpiti dalla devastazione dell’ondata di maltempo, ma nessuno parla di tutto il materiale spiaggiato che con eventi di tale portata si deposita lungo tutto il litorale jesolano. Visti i proclami del presidente della Regione Luca Zaia e la successiva firma del decreto sullo stato di calamità e aver avviato la richiesta di risarcimento di almeno 100 milioni di euro per i danni provocati in tutto il Veneto a Roma, riteniamo sia doveroso che il sindaco Calzavara e l’amministrazione si attivino affinché anche Jesolo rientri in quei Comuni che potranno beneficiare di un contributo per i costi sostenuti da Alisea Spa per recuperare tutti i detriti lungo l’arenile». Lungo la costa veneziana si calcola un costo di 1 milione di euro per pulire le spiagge di Cavallino Treporti, Eraclea, Caorle e Bibione. «Si tratta, purtroppo - spiega il Presidente di Alisea Renato Meneghel - dell’ennesimo episodio nel corso del 2010. Dall’inizio dell’anno sono state già smaltite, presso la discarica di «Piave Nuovo», oltre 4.000 tonnellate di rifiuto spiaggiato per un costo complessivo di oltre 700 mila euro, cui andranno ad aggiungersi quelle che verranno raccolte in questi giorni. Un calcolo preciso delle quantità sarà possibile solo al termine delle operazioni di raccolta, ma le stime non sono confortanti». Il maltempo, le mareggiate e le esondazioni dei fiumi saranno al centro di un convegno organizzato a Caorle mercoledì prossimo alle 15 al centro civico dal Vegal. Una proiezione del Veneto Orientale da qui a 20 anni. Si avvia verso la fase conclusiva il progetto «Futuri Scenari, politiche di sviluppo del Veneto Orientale», promosso da VeGal e dalla Regione. «L’alluvione che ha colpito il Veneto nei giorni scorsi è stata un vero e proprio disastro - dice il presidente di Vegal, Carlo Miollo - nella zona del Veneto Orientale i problemi, creati dal maltempo, evidenziano la necessità di interventi nel sistema di assetto idrologico. Interventi che, a mio avviso, devono essere anche l’occasione per rivalutare tutta l’area del Piave. La storia del nostro territorio racconta, invece, di come nel passato, i nostri avi, siano riusciti ad intervenire sul sistema idrologico in maniera a loro favorevole».

 

Cavallino. Ha perso ben 15 ettari di superficie a causa della mareggiata di quest’ultima settimana, l’arenile di Cavallino-Treporti. In più la spiaggia è ricoperta di tronchi e altri detriti in tutta la sua lunghezza da Cavallino a Punta Sabbioni. E’ emerso dal sopralluogo effettuato ieri pomeriggio dall’assessore al demanio marittimo Claudio Castelli sotto la supervisione del sindaco Claudio Orazio. «Serve una pulizia immediata - spiega l’assessore Castelli - che fatta ora ci costerà 50 mila euro e fatta in aprile, quando la sabbia coprirà i tronchi e i detriti, ci potrebbe arrivare costare almeno il doppio».

 

Pag 17 «Subito la città metropolitana» di Alberto Vitucci

Legge Speciale, Brugnaro illustra le proposte di Confindustria. Riduzione degli enti e più attenzione al bacino scolante: «Non basta la città d’acqua. Vanno unite le forze»  

 

«Ci vuole più coraggio. L’impianto è buono, ma mancano alcune cose fondamentali». Non è una critica, quella degli industriali veneziani alla bozza di nuova Legge Speciale del ministro Renato Brunetta. Ma nel linguaggio tradizionalmente prudente degli imprenditori significa che così non va. Ieri il presidente di Confindustria Venezia Luigi Brugnaro ha spiegato le proposte degli Industriali per la modifica della Legge. Città metropolitana e più attenzione ai problemi del bacino scolante, fiscalità di vantaggio, tempi certi (e rapidi) per le bonifiche di Marghera. E infine, la «semplificazione amministrativa». Perché la salvaguardia degli anni Duemila non può essere soltanto salvaguardia fisica, ma deve esserlo anche per lo sviluppo economico». E’ questo il concetto su cui Brugnaro insiste molto: «La perla Venezia non vive se non vive la conchiglia del suo bacino scolante», azzarda con metafora marina. Concetto di «grande attualità», ricorda il presidente. «I disastri degli ultimi giorni ci ricordano come sia stata trascurata la cura del territorio. E noi siamo a disposizione per interventi immediati a favore delle popolazioni colpite, diamo la nostra solidarietà, chiederemo al governo la calamità nazionale». La nuova legge Speciale, scandisce Brugnaro, «è un buon punto di partenza, le critiche non devono far svanire il buon lavoro fatto». Agli industriali piace molto, sottolinea Brugnaro, il fatto che la città si autosostenga dal punto di vista finanziario. Anche lo sviluppo logistico del porto e della cultura, Venezia città internazionale che produce ricchezza per tutto il Paese. Ma per far questo occorre «pensare in grande». «Non basta la città d’acqua, dobbiamo unire le forze. E varare finalmente la Città metropolitana, in un primo momento lo può fare la Provincia, ma poi occorre dare risposte alle esigenze di due milioni di cittadini. Le dieci Città metropolitane individuate dalla nuova legge e mai avviate raccolgono il 40 per cento di tutto il Pil italiano». Secondo punto, la fiscalità di vantaggio. «Solo se saremo insieme, Venezia Padova e Treviso, in accordo con la Regione», scandisce Brugnaro, «potremo convincere l’Europa». Infine le bonifiche. Che hanno bisogno di tempi certi. E le infrastrutture, a cominciare dalla Romea di cui abbiamo bisogno, la Tav anche se non sto qui a discutere di quale sia il percorso migliore. La sublagunare, meglio ancora il tram o una strada sott’acqua che possa sboccare al Lido, poi a Punta Sabbioni e Chioggia con tunnel». Per preparare le «integrazioni» alla bozza Brunetta, gli Industriali hanno convocato per mercoledì a Marghera tutte le categorie economiche, gli ordini professionali, le Università veneziane. «Facciamoci sentire», è ora di fare lobby tutti insieme per il nostro territorio», dice il presidente.

 

Sedici articoli e una trentina di pagine. E’ la nuova bozza del «Disegno di Legge Speciale per Venezia e la sua laguna» presentata dal ministro dell’Innovazione Renato Brunetta. Risultato secondo il proponente «dell’attività istruttoria di consultazione degli enti territoriali e delle istituzioni locali», Novità sostanziali sono l’introduzione di un «Distretto idrografico della laguna» composto da vari enti, l’allargamento del Comitatone ad altri due ministri (lo stesso Brunetta e il ministro dell’Agricoltura Galan), l’introduzione del Porto tra i soggetti attuatori della Legge. La nuova legge pone l’accento sull’aspetto dello sviluppo, con la previsione di reperire risorse «in loco», a cominciare da possibili ticket turistici e percentuali sugli introiti dei petroli e l’utilizzo della nuova piattaforma portuale prevista in Adriatico. Secondo il Comune la legge non è abbastanza chiara sulle modalità di finanziamenti e non attribuisce al sindaco nuovi poteri sul governo delle acque della laguna, come da tempo richiesti con il federalismo. Secondo Italia Nostra i tre punti di finanziamento previsti dalla nuova legge (porto, turismo e idrocarburi) sono proprio le attuali maggiori fonti di disagio per la laguna e i suoi abitanti, mentre molte questioni di tutela non sono ancora risolte.

 

Torna al sommario

 

8 – VENETO / NORDEST

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Le ragioni del Veneto allagato (e ignorato) di Dario Di Vico

 

Incrociando le dita e sperando che non si verifichino nuovi sconquassi il bilancio di una settimana di alluvione in Veneto è comunque pesantissimo. I danni più evidenti sono ovviamente di carattere materiale (tre morti, 4 mila famiglie coinvolte, 2 mila tra case e capannoni colpiti, 200-300 mila capi di bestiame annegati) ma si sta correndo il rischio di una nuova frattura politico-culturale tra il Nord Est e le élite di questo Paese. I veneti hanno la fondata percezione di essere stati lasciati soli persino nella rappresentazione fotografica del loro dramma. Come se l’Italia considerandoli ricchi ed egoisti si fosse girata dall’altra parte, non avesse voluto vedere nemmeno le immagini del diluvio, avesse stabilito un’ipotetica classifica dei «veri» bisognosi e avesse escluso coscientemente gli sfollati, gli agricoltori e gli artigiani di Vicenza, Padova e Verona. Come diceva il famoso refrain di Enzo Jannacci «no, tu no». Sarà un caso ma si sono tenute nel week end in Italia in città diverse tra loro tre importanti e appassionate kermesse politiche. Né da Gianfranco Fini (Perugia), né da Pierluigi Bersani (Roma) e nemmeno dai rottamatori di Matteo Renzi (Firenze) è venuto un segnale politico, un gesto di solidarietà, l’apertura di una sottoscrizione, l’invio di squadre di volontari. Sembra quasi che il Veneto non meriti empatia e questo perché le élite nazionali in fondo continuano a considerare quella del Nord Est una società chiusa, brulicante di intolleranti ed evasori. La minaccia avanzata ieri dagli industriali vicentini di mettere in atto lo sciopero delle tasse è figlia di questo risentimento, è la constatazione di una ferita che si pensava in via di sutura e che invece l’inondazione ha addirittura allargato. I veneti sanno che in passato, in tanti casi analoghi, la solidarietà «centrale» verso le popolazioni colpite era arrivata a istituire tasse di scopo, magari caricate sul prezzo della benzina. È evidente che l’opinione pubblica nordestina si ribella davanti all’ipotesi di aumentare la pressione fiscale nazionale anche se a fin di bene, mentre è decisamente favorevole a una mini secessione fiscale, una sorta di anticipo del federalismo. È presto per dire se questa proposta avrà un seguito concreto, di sicuro un’Italia che volesse continuare a considerare il Veneto alla stregua di un figliastro si darebbe la zappa sui piedi. Perciò già dai prossimi giorni, sperando nel frattempo di non dover raccontare nuovi disastri, c’è bisogno di un gesto di riconciliazione che riconosca apertis verbis i meriti e le sofferenze di una comunità.

 

IL GAZZETTINO

Pag 16 Agricoltura, troppi morti

E’ il settore che uccide di più sul lavoro, a causa di macchinari spesso vecchi e di un eccesso di fiducia da parte dei più anziani

 

Mestre - L’agricoltura uccide. Più di qualunque altro mestiere. E il Veneto è fra le prime regioni a pagarne le conseguenze. A sostenere questa tesi è l'Osservatorio sicurezza sul lavoro di Vega Engineering di Mestre (Venezia) che in una propria indagine ha dimostrato come sia ancora il settore primario (agricoltura, caccia, pesca, silvicoltura) che colpisce più duramente la vita dei lavoratori nonostante molte morti potrebbero essere evitate. Sono stati 146 i decessi registrati sui campi solo nei primi nove mesi di quest’anno pari al 35 per cento circa di tutte le morti bianche rilevate in Italia, più del settore edile che si ferma al 25 per cento. Un bilancio drammatico, che è causato il più delle volte da incidenti con le macchine agricole e che per oltre la metà colpisce agricoltori esperti e non più giovani. La Lombardia è la prima in graduatoria con 20 vittime seguita da Veneto e Trentino Alto Adige (15), Puglia, Abruzzo ed Emilia Romagna (10). Oltre il 52 per cento degli incidenti mortali accade per colpa del trattore (77 le vittime). E spesso si tratta - come si è detto - di agricoltori d'esperienza con un'età compresa tra i 60 e i 69 anni (il 28 per cento delle morti bianche nei campi). L'indice è puntato anche sul "parco" macchine: l'80 per cento dei mezzi agricoli in funzione ha infatti più di dieci anni; tra questi i trattori che denunciano una scarsa manutenzione. È necessario invertire la rotta, dichiara il presidente dell’Osservatorio sicurezza sul lavoro, l’ingegnere Mauro Rossato, e non sarebbe difficile dal momento che le ragioni che conducono alla morte dei lavoratori, soprattutto in agricoltura, sono sempre le stesse. «Il rischio viene sottovalutato – conferma Rossato – spesso (oltre che per la scarsa efficienza delle macchine) per la esagerata fiducia nelle proprie capacità e nella propria esperienza, tant’è che sono soprattutto gli agricoltori dai capelli grigi a perdere la vita». Il venti per cento delle vittime è ucciso investito da mezzi semoventi, o schiacciato da un trattore o da oggetti e attrezzature pesanti. «Sono morti terribili - commenta ancora Rossato - ma potrebbero essere tutte evitate con una maggiore diffusione della cultura della sicurezza da parte di tutti i possibili attori, in primis il mondo dell’istruzione». Positivo in questo senso - per Rossato - il recente intervento del neoministro dello sviluppo economico Paolo Romani che ha siglato un decreto che assegna al settore agricolo e alla questione sicurezza 110 milioni e segue l’iniziativa del ministro del welfare Sacconi che ha annunciato in agosto un investimento di 50 milioni di euro da destinare a informazione e formazione con l’obiettivo di ridurre gli infortuni almeno del 25 per cento.

    

LA NUOVA

Pag 3 Imprese pronte alla rivolta fiscale di Filippo Tosatto

Confindustria Vicenza: lo Stato intervenga o non paghiamo più le tasse. L’assessore Manzato: “L’agricoltura è allo stremo, chiedo aiuto alle altre Regioni”

 

Venezia. E’ Luca Zaia il commissario di Governo chiamato ad affrontare l’emergenza alluvione e a coordinare la successiva fase di ricostruzione delle aree devastate dalla valanga d’acqua. La nomina avverrà domani a Palazzo Chigi e il governatore del Veneto sarà dotato di poteri in deroga rispetto alla legislazione corrente: «Avrà la responsabilità di quantificare i danni e di stanziare le risorse sia per le spese urgenti che per gli interventi che dovranno essere eseguiti in futuro», ha fatto sapere il sottosegretario Guido Bertolaso dopo un sopralluogo aereo nelle zone allagate concluso da tre riunioni operative nelle prefetture di Padova, Vicenza e Verona. Sull’entità dei danni, il capo della Protezione Civile è parso prudente: «Forse un miliardo è una valutazione in eccesso, certo la stima è di diverse centinaia di milioni». «Rispetto alle tasse che abbiamo versato in questi anni, un miliardo è un’inezia, se lo Stato ci desse anche l’1% di ciò che abbiamo pagato, qui potremmo avere le maniglie d’oro», gli ribatterà in serata Zaia. Certo, è impressionante la mappa del disastro: case, strade, scuole e attività produttive sommerse; vastissime superfici coltivate distrutte; interi distretti - la Bassa Padovana, Vicenza col suo hinterland, l’est veronese - in ginocchio. Migliaia di famiglie sfollate che hanno perso tutto e non sanno quando potranno tornare nelle loro abitazioni. E polemiche sempre più accese sulle responsabilità nella mancata prevenzione e sui tempi dei risarcimenti: «C’è esasperazione e dolore, lo so, ma vorrei fare appello a tutti», replica Guido Bertolaso ai sindaci delle zone allagate «in questi anni non abbiamo mai politicizzato l’emergenza, evitiamo di farlo in questo caso. Nessuno deve temere di chiudere a causa di quello che è successo, è un impegno che prendo a nome dello Stato. Dite ai vostri cittadini di continuare a comportarsi da veneti, gente concreta con la volontà di ripartire: i soldi arriveranno al più presto, se non saranno 60 giorni saranno 90, ma intanto potranno scattare tutti i meccanismi di anticipazioni e ricorsi al credito agevolato per dare respiro a chi è stato colpito». I nervi però restano a fior di pelle. Soprattutto a Vicenza, dove Confindustria aderisce all’ultimatum lanciato sabato da Giancarlo Gobbo, sindaco di Treviso e leader del Carroccio veneto: «Se il sostegno alle imprese e ai cittadini vicentini non ci sarà da parte dello Stato, noi non pagheremo le tasse», scandisce Luciano Vescovi, vicepresidente dell’associazione imprenditori «e una critica voglio farla anche a Zaia che ancora non si è fatto vedere qui: il manifatturiero è in ginocchio, dobbiamo ricomprare le macchine e la produzione è ferma. Se le istituzioni non ci aiutano, verrà mutilata una parte sana dell’economia che esporta più della Grecia e tiene in piedi una buona parte del sistema Italia». Ancora: «Se venendo qui lo Stato vedrà le strade ripulite dal fango e dirà “bravi vi siete arrangiati”, ebbene noi ci arrangeremo con le tasse. Perché questa volta siamo veramente stufi e la considerazione che faccio è apolitica e non leghista». Parole come pietre, che incontrano un sostegno - forse inatteso - dal numero uno della Cisl: «Credo che gli industriali di Vicenza abbiano ragione», commenta Raffaele Bonanni. «i lavoratori e le imprese del Nordest sono la realtà più pulsante di questo Paese e lo Stato deve aiutarli attraverso una vera e propria tassa di scopo sulle transazioni finanziarie o sui grandi patrimoni». Tant’è. I giorni di passione continuano, né il meteo autorizza l’ottimismo: stanotte c’è allerta per il Po nel Polesine e a fugare i timori di una piena non basta il rafforzamento degli argini che procede a ritmo febbrile.

 

Padova. «Chiedo la solidarietà delle altre regioni e di tutto il mondo agricolo organizzato: in questo momento le nostre aziende hanno soprattutto bisogno di braccia, pale, badili, varecchina, stracci». E’ accorato l’appello dell’assessore all’agricoltura del Veneto Franco Manzato. «Dobbiamo ripulire, ripristinare, seppellire 200-300 mila capi di bestiame morti in prevalenza avicoli e conigli, ma anche bovini e maiali», prosegue «e sgomberare ciò che l’acqua ha portato nei campi, nelle aie, nelle stalle e nelle case. Vogliamo tornare alla normalità». L’assessore sottolinea che «Gli agricoltori veneti hanno bisogno subito di una mano, anzi di mille mani, diecimila. Il Veneto si è rimboccato le maniche da subito, stiamo lavorando ininterrottamente da una settimana per ripristinare una situazione ancora critica, con migliaia di ettari allagati: un nuovo mare a nord dell’Adige che centinaia di potenti idrovore non riescono ad asciugare con la rapidità che tutti avvertono, animali morti, scorte marcescenti, strutture danneggiate». «Chiedo alle altre Regioni, al mondo agricolo organizzato di aiutarci subito a superare lo shock le regioni si mettano d’accordo con le nostre strutture, le organizzazioni agricole con quelle venete, chi vuole spalare fango e carogne e ripulire ambienti dal fango, rimettere in funzione macchinari, può passare attraverso la Protezione Civile, oppure chiedere ai Sindaci o anche alle Parrocchie, che già si sono messe a disposizione per questo tipo di risposta». «Ci serviranno anche sostanziosi interventi finanziari, un alleggerimento della fiscalità in un momento in cui i soldi servono ad altro, il reddito è azzerato e il pensiero corre al futuro, per compensare i danni che si valutano anche in campagna a centinaia di milioni». «Ma questo - conclude», è il momento della solidarietà che il mondo contadino ha nel suo Dna e sa esprimere con generosità, perché questa è la sua cultura». Un quadro devastato, un’economia in ginocchio. Occorre reagire e serve un contributo straordinario da parte di più soggetti: «Abbiamo bisogno di gente che sappia cosa serve in questa situazione, magari proprio coloro che hanno già patito simili calamità, e che sanno bene cosa significhi un paio di braccia in più in questo momento», aggiunge Franco Manzato, che oggi sarà nel municipio di Ospedaletto Euganeo per incontrare amministratori e imprenditori agricoli delle province segnate dall’alluvione: Vicenza, Verona, Padova e Treviso.

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 7 novembre 2010

Pag 1 Sogno che i veneti facciano da soli di Sergio Noto

 

Caro Direttore, già il tuo editoriale «L’orgoglio e l’alibi » fin dal titolo è su questa strada, però vorrei aggiungere qualcosa, andare oltre, arrivare fino in fondo. Anch’io avevo un sogno. Molto più modesto di quello di Martin Luther King e perfino più limitato di quello di Walter Veltroni. Sognavo, speravo, desideravo intensamente che davanti a una disgrazia naturale, davanti a un evento eccezionale che stravolge il nostro territorio, che fa danni per miliardi a cose e persone, la nostra reazione - come veneti - fosse diversa dal solito. Dal ritornello delle richieste di interventi straordinari, di aiuti. Dall’implorazione dello stato di emergenza, misto di accuse, preghiere e blandizie. Insomma da quello che già abbiamo visto e vediamo ogni volta per un’alluvione in Val di Sangro o per un terremoto da qualsiasi altra parte. Grande dignità nei comportamenti della gente, ma poi mano tesa dei politici, richieste, aiuti, perché « da soli non ce la possiamo fare». Ebbene - caro Direttore - ho sognato che qualcuno avesse la forza di dire a Bertolaso o ai vari ministri e sottopancia accorsi rapidamente in «aiuto» (l’elezioni sono alle porte!) che noi vogliamo farcela da soli, che gli aiuti sono graditi, non implorati. Che il Veneto vuole cavarsela da solo e ha i mezzi, anche se il momento è bruttissimo per tutti. Che se il territorio è così martoriato ci prendiamo le nostre responsabilità e in ogni caso, noi abbiamo un altro stile. Non vogliamo piangere, vogliamo solo rimboccarci le maniche e ce la faremo da soli. Grazie, ma non vogliamo pesare sul bilancio dello stato, non vogliamo più rientrare nella carità pubblica, anche se con validissimi motivi. Questo, sono convinto è il pensiero di gran parte della nostra gente. Sfortunatamente non è quello delle istituzioni pubbliche e dei politici, che con gli aiuti ci campano più della gente senza casa. Ho visto, ad esempio, le banche venete muoversi senza bisogno di essere sollecitate e come loro molti altri, sono certo, andrebbero su quella strada, che si chiama solidarietà e sussidiarietà, dove, mi sia permesso, abbiamo una bella tradizione. C'è poi un'altra cosa sgradevole, ma vera che dobbiamo dirci e che aumenta l’orgoglio di fare da soli. Se il territorio è così devastato non è solo colpa delle autorità, dei controlli carenti, dell'incuria pubblica. Un po’ tutti abbiamo responsabilità precise nello sfruttamento e negli abusi su un territorio che ora ci ha presentato il conto. Nessuno è senza colpe, anzi spesso la trascuratezza delle istituzioni pubbliche non è altro che la copia diminuita degli appetiti privati, ai quali nessuno si è sottratto. Non siamo tromboni (speriamo) se sogniamo un Veneto che abbia uno scatto d'orgoglio. Ma non nelle richieste, solo nell’assunzione delle sue responsabilità.

 

Pag 1 Nessuna carità, è un diritto sudato di Alessandro Russello

 

Caro Sergio, grazie per l’intensa e sobria lettera, fotografia di una gente che da sempre, fra l’acqua e la terra, fra la Serenissima e la Repubblica della Fatica - quella che sulla civiltà della villa ha costruito un Pil infilato non solo nei capannoni - ha sempre fatto da sola. «Fasin di besoi», dissero altrettanto orgogliosamente i friulani già poche ore dopo il terremoto che alle nove e sei minuti della sera del 6 maggio 1976 si portò appresso migliaia di morti e rase al suolo i paesi crepando le vite dei superstiti. E così fecero - anche se non tutto «di besoi» - rialzando i campanili, ricostruendo le case e i paesi com’erano e dov’erano. E così nel passato e oggi stanno facendo i veneti, campioni invisibili di autosufficienza e generosità, volto di un volontariato atomizzato in ogni dove e forse per questo mai unitariamente percepito come un manifesto di civiltà. I veneti e anche i nuovi veneti, quei ragazzi di colore ritratti nei reportage dei giornali con vanga e pettorina che scavano nel fango e soffrono della stessa crisi degli italiani disoccupati, corsi anch’essi a dare una mano a Vicenza e Caldogno, a Casalserugo e Bovolenta, nella geografia disastrata dalla furia dell’acqua scesa esagerata in poche ore e in tanta terra. Ma il chiedere attenzione all’Italia rilanciando la sfida dello sviluppo compatibile, chiedere risorse magari con la mano che si batte sul petto per aver capito che la ricchezza della crescita repentina (i cui dividendi sono abbondantemente finiti anche fuori dal Veneto,) ha prodotto guasti che hanno scatenato la natura, non è chiedere la carità. Non è chiedere aiuti da regione sottosviluppata che ha demandato ad altre latitudini il problema della sussistenza e del benessere, non è elemosinare ad uno Stato generoso una mancia offerta dalla mano benevola dell'oligarchia politica trasversalmente regnante. E' chiedere, al netto del popolo degli evasori che anche qui furbescamente dimora, ciò che ha diritto di pretendere una regione che produce ogni anno 11 miliardi di gettito fiscale con un saldo attivo di sei. Ancor più chiaramente: di quegli undici miliardi, cinque tornano qui e sei restano a Roma. Non è e non vuole essere una rivendicazione di matrice leghista. La dignità della fatica e della redistribuzione di quanto una terra produce non va confusa con il marketing politico (lecito e giudicabile) del «Prima i veneti» o con litanie antisolidaristiche che a questo giornale non appartengono. Fuor da ipocrisie, non è sconcio pronunciare l’«anche i veneti», considerati laterali non solo da Roma ma perfino da parte della nomenclatura nordista. Non è sconcio ritenere che a questa terra, alla bisogna, torni una piccolissima parte di quanto regalato alle regioni sorelle. Quella lanciata dal Veneto attraverso la lettera-appello di imprenditori, rettori, uomini di scienza e di cultura pubblicata dal Corriere, non è una richiesta di elemosine ma di attenzione politica per un regione il cui «stato di salute» può influire su quella di un intero Paese. Se già il sistema veneto della solidarietà si è autonomamente mosso con le braccia della gente e la disponibilità delle banche, con la rete delle organizzazioni di categoria e quella del volontariato, è evidente che non basta il «fasin di besoi» di cui sopra. Non basta il grande gesto di un volontario e nemmeno bastano i proventi di una banca più o meno territoriale e più o meno generosa. L’«anche i veneti» non va inteso come il grido dei neo-ricchi che piangono per aver perso il salvadanaio pieno delle pepite dell'oro del Nord Est. Centinaia di negozi distrutti, aziende in cassa integrazione, infrastrutture da ricostruire, case e appartamenti devastati dall’acqua sono il bollettino di una guerra che oggi paga il fronte dello sviluppo; un fronte che non si può «autoricostruire» con la buona volontà del grande spirito alpino o il mito di una civiltà macha che non chiede mai. Se l’Italia o noi veneti stessi abbiamo la sensazione che questo sia un grido contro «Roma ladrona» non solo significa che non abbiamo capito quale partita sia in gioco ma che la vogliamo lasciare alla possibile strumentalizzazione politica di chi della partita si vuole appropriare o di chi, per converso, ritenendola solo «giocata» da una parte condanna questa terra all’isolamento politico e culturale.

 

LA NUOVA di domenica 7 novembre 2010

Pag 5 Il Veneto esige interventi straordinari. Non staremo con il cappello in mano di Luca Zaia

Prima la sicurezza, poi agevolazioni per mutui e tasse 

 

È una ferita profonda quella che l’acqua ha aperto nel Veneto: mezzo metro d’acqua per metro quadro. Nel ’66, annus horribilis per la regione, furono venti centimetri. Ci vorrà tempo per sanare quella ferita e riportare tutto com’era prima. Eppure un’alluvione che ha colpito 121 Comuni, con 500 mila persone coinvolte e tremila sfollati, in cui sono morte due persone e che ha provocato danni per almeno un miliardo di euro, una catastrofe di questa portata è stata snobbata dalle grosse testate nazionali. Evidentemente, ancora, fa più notizia la camera da letto, Ruby, Montecarlo, l’ennesima emergenza spazzatura. Un territorio tra i più ricchi e popolosi d’Italia deve ammettere, oggi, di aver bisogno dell’aiuto di tutti, anche se ha sempre fatto da sé. Dopo aver dato e dato per decenni all’Italia intera, non accettiamo di essere trattati come cittadini di serie B, come la periferia dell’Impero. Che dai palazzi romani ci si faccia sentire forte e chiaro. Che l’unità nazionale di cui ci si riempie la bocca, si dimostri nella solidarietà concreta ai veneti, prima ancora che nei discorsi su celebrazioni, inni e tricolore, da brandire come clave per dare mazzate alla Lega. Che lo spirito unitario venga fuori quando c’è da prestare soccorso oltre che quando c’è da pretendere aiuto, senza pensare che “tanto i veneti se la sanno cavare da soli”. E’ vero, il popolo veneto è abituato a rimboccarsi le maniche. E se potessimo, se fossimo già un Veneto autonomo in un’Italia federale, ci risparmieremmo volentieri gli appelli e le richieste. Faremmo da noi, come abbiamo sempre fatto, usando i nostri soldi per ricostruire come e meglio di prima. Intanto, stiamo ragionando su quello che si sta facendo e su tutto quello - ed è molto - che si dovrà fare. Gli uomini della Protezione civile, insieme ai militari, ai vigili del fuoco e alle forze dell’ordine, si sono impegnati fin da subito per mettere in salvo la popolazione, gestire i centri di accoglienza, prosciugare le aree inondate, rimuovere il fango e verificare gli eventuali danni ambientali. Poi c’è il fronte idraulico. La massima urgenza è riparare i punti in cui gli argini si sono rotti. Le tre rotture in provincia di Padova sono state già chiuse, e si sta lavorando sulle falle di Verona e di Vicenza. Dopo si dovranno mettere in sicurezza i fiumi, poiché gli argini hanno subito danni strutturali. E questo secondo passo impiegherà, tempo permettendo, un paio di mesi. Una volta superata l’emergenza, potremo riflettere sugli interventi strutturali per potenziare la sicurezza delle strutture idrauliche e ammodernarle, valutando l’opportunità di creare bacini idrici, casse di espansione e altri strumenti utili. Ma c’è bisogno di fondi. Il Consiglio dei Ministri ha accolto la nostra richiesta dichiarando lo stato di emergenza per il Veneto e stanziando un primo aiuto finanziario, un segnale importante che però non basta. E’ una situazione straordinaria, quindi abbiamo bisogno di interventi straordinari. E’ un diritto sacrosanto del Veneto. Ci vogliono inoltre misure ad hoc per aiutare i cittadini e le imprese. Diversi istituti di credito, anche non veneti, hanno già risposto al nostro appello e alcune municipalizzate venete hanno posticipato di un anno il pagamento delle bollette. Bisogna congelare i mutui per le famiglie, prevedere moratorie sui vari tipi di tasse e di canoni, garantire prestiti iperagevolati. Come per il Piemonte due anni fa, lo Stato deve posticipare i pagamenti per tutti coloro che sono stati coinvolti dall’alluvione. La Regione, nel frattempo, ha messo a disposizione un primissimo sostegno di due milioni di euro e creato un conto corrente presso Unicredit, dove chiunque può versare una donazione a favore degli alluvionati. E anche dall’Unione europea è arrivato un segnale positivo: il commissario Tajani ha espresso la volontà di avviare per il Veneto le stesse procedure speciali usate per il terremoto de L’Aquila rispetto all’ottenimento di fondi Ue. Ma aspettiamo che dalle parole si passi ai fatti. Quel che chiedo è che i veneti, che già raccolgono i cocci e vanno avanti, non si vedano relegati in un trafiletto nelle cronache della stampa nazionale, non si sentano abbandonati da un Paese a cui hanno dato tanto, buoni soltanto quando c’è da spremere soldi. Pretendere giustizia da parte dello Stato è un impegno che assumo in prima persona e a nome delle forze politiche di questa regione, che ha dimostrato un grande senso di responsabilità. Non stiamo e non staremo col cappello in mano: rappresenteremo la dignità di una terra ferita. Con buone ragioni e con senso dello Stato. Ma senza indietreggiare neanche di un millimetro. I veneti sono con noi e chiedono giustizia.

 

IL GAZZETTINO di domenica 7 novembre 2010

Pag 1 Il momento giusto per capire il senso della parola “italiani” di Ulderico Bernardi

 

E’ buona regola consolidata dalla tradizione di temere l’ira dei buoni. Che sono consapevoli di quanta forza possa sprigionare la natura per cui la affrontano a muso duro, mentre disprezzano chi non la previene e soprattutto non sopportano quanti non mantengono i patti. I veneti sono da sempre rispettosi delle istituzioni. Lo devono alla loro memoria collettiva che ha assimilato l’esperienza di una repubblica durata mille anni, dove le leggi e il valore della moneta restavano gli stessi per secoli. E, oltretutto, rispondeva ad una capitale costruita sull’acqua. Figurarsi se non aveva cura dei fiumi, delle maree, di erosioni e piene. Venezia spendeva per governare le acque quanto per la guerra permanente con il Turco. E in materia di regime idraulico era inflessibile. Non tollerava nemmeno una rete fissa da pesca sulle lagune. Il governo nazionale farebbe bene a considerare questo retroterra di identità, nel valutare gli atteggiamenti da tenere in questi giorni di disgrazia. L’alluvione ha colpito chi per anni e anni ha fornito grandi risorse per far fronte alle tante catastrofi nella Penisola. Ora, una regione che contribuisce alla ricchezza del Paese con il 18% del prodotto interno lordo, avendo una popolazione pari all’8% degli italiani, davanti a tanta calamità ha diritto di vedersi ritornare, una volta tanto, quanto le è di necessità. Ma il vecchio vezzo di prendere a gabbo i veneti con gli stereotipi della manipolazione delle notizie, continua ad operare. Si è già visto dall’infima attenzione che i media nazionali hanno riservato ai gravissimi fatti di questi giorni, con gente ridotta sul lastrico dopo una vita di lavoro, con morti, con migliaia di migliaia di capi di bestiame annegati, con migliaia di ettari sommersi. Non ci fossero stati i giornali veneti, le televisioni locali a far da antenne comunitarie, i veneti avrebbero dovuto contare solo sul passa parola. Ora, come risposta ai bisogni immediati, elementari, che riguardano famiglie, imprese, allevatori, agricoltori, artigiani, tutti gli attori dello sviluppo straordinario di questi anni, orgoglio dell’Italia, la risposta del Governo sembra un gesto beffardo. Chi nei confronti del fisco è sempre in largo credito, dati alla mano: nel 2007 il gettito fiscale veneto è stato di 67,6 miliardi di euro e i trasferimenti da Roma il 48,7 miliardi, con un saldo negativo di ben 18,8 miliardi. Può ricevere come risposta solidale un’elemosina? E gli operai forzatamente a casa? E gli agricoltori, gli allevatori, spogliati di tutto? Rassicuratevi, la gente è già con le pale e le carriole in mano. Volontari e la benemerita Protezione civile, i militari, i Vigili del fuoco sono qui. Ma per ricostruire ciò che è andato distrutto e rimettere in produzione fabbriche e campi ci vorranno degli anni. L’importante però è che i cittadini veneti non perdano, con i risparmi e gli edifici, la fiducia nella nazione. Beffarli, trattarli da accattoni che alzano la voce per ricevere la carità, sarebbe pericoloso. Non sono tempi questi che consiglino di minare quanto resta dello spirito di unità nazionale. Qui non è questione di lagne ma di buone ragioni per vedere, finalmente, riconosciuto a queste terre italiane il merito e la dignità di chi ha sempre dato molto e ricevuto sempre poco. Prima che un’ondata di indignazione si trasformi in uno tsunami politico.

 

LA REPUBBLICA di sabato 6 novembre 2010

Pag 1 L'alluvione a Vicenza, cronaca di una tragedia minore di Ilvo Diamanti

 

Ancora non mi capacito. Di come il Bacchiglione abbia potuto allagare Cresole, località di Caldogno  -  casa mia. E le strade, le piazze del centro di Vicenza, proprio sotto al mio studio. Allagare, peraltro, è un eufemismo. Visto che si è trattato di un'alluvione disastrosa. Che ha provocato danni immensi. Alcune vittime. Migliaia di persone con la casa danneggiata, spesso in modo molto serio. Abitazioni affondate nel fango. Insieme a ciò che contenevano. E uffici, garage, automobili. Ieri, quando mi sono mosso da casa, un paio di chilometri dai luoghi alluvionati, ancora non me ne rendevo conto. Ma era impossibile circolare. Tutte le strade che percorro, quotidianamente, per recarmi a Vicenza oppure per raggiungere l'autostrada, a Dueville, bloccate. E ancora non mi rendo conto di come possa essere accaduto. Il Bacchiglione - il fiume  che ha travolto tutto, da Vivaro a Vicenza, passando per Cresole e Rettorgole, località di Caldogno - io lo conosco bene. Quando ho tempo e il tempo lo permette, lo risalgo in bici, lungo il greto. Vi entro al confine con Vicenza, il Ponte del Marchese, al confine con il Dal Molin, l'area dove, un giorno dopo l'altro, con rapidità sorprendente (e inquietudine immutata), vedo sorgere la base americana. Da lì risalgo. Da una parte il corso d'acqua, dall'altro la campagna. Arrivato a Cresole, attraverso la strada e proseguo ancora, fino a Vivaro. Poi, di nuovo, passo la strada e continuo, in mezzo ai campi, costeggiando il Bacchiglione. Che definire "fiume" è sicuramente esagerato. Lì è un torrente che puoi attraversare in molti, diversi punti. A piedi. Visto che l'acqua è poca. Consumata dai campi. Cambia nome spesso, il Bacchiglione. Quando si avvicina a Vicenza si chiama Livelòn. In alcuni punti, d'estate, diventa Livelòn Beach, dove molti vicentini vengono a bagnarsi - fare il bagno è un po' impegnativo. E a prendere il sole. Non riesco davvero a rendermi conto di come possa essere successo. Cosa abbia potuto trasformare il mio percorso salutista - che mi permette di stare per un poco solo con me stesso - in un fiume killer. Capace di travolgere tutto e tutti. Non è la valle del Nilo. Non ci sono colline che franano, intorno. Anche se sotto c'è un bacino di falde acquifere fra i più ampi d'Europa. Due giorni di pioggia improvvisa, battente e ininterrotta, insieme allo sciogliersi rapido delle nevi nelle montagne vicine (complici lo scirocco e un veloce rialzo della temperatura. Tutto ciò ha trasformato un torrente nel Nilo in piena. Inimmaginabile, per me. Anche se, in questi anni, ho visto - e raccontato - cose che voi umani... Un territorio verde: urbanizzato senza limiti e senza regole. Caldogno, da quando sono arrivato, negli anni Ottanta, è passato da 4 a oltre diecimila abitanti. Nei prossimi anni dovrebbe superare il 20 mila. È la previsione che orienta le scelte urbanistiche. (Forse si attende l'arrivo degli americani.) Le strade, punteggiate di rotatorie, sempre più numerose. Spesso in punti incomprensibili: in mezzo ai campi - indicano che lì nascerà, presto, una nuova entità immobiliare. Un nuovo non-luogo abitato da stranieri. (Perlopiù "italiani"; ma stranieri perché estranei l'un l'altro.) E poi capannoni, zone artigianali e commerciali. E piscine, centri sportivi. Il territorio scompare, o comunque si nasconde. Non per caso avevo scelto quel torrente per i miei giri in bici. Ormai si tratta dell'unico percorso sicuro e tranquillo. Poche le piste ciclabili e sulle strade normali, anche le più periferiche, andare in bici è da pazzi. Io stesso, quando viaggio in auto, ne ho paura. E li "investo" ... di male parole. Difficile chiedere troppo ai fiumi - e alle loro imitazioni. Difficile chiedere ai torrenti di fare gli straordinari, di affrontare prove e sfide straordinarie. Di domare l'irruzione di piene improvvise e imprevedibili. Gli argini, spesso, non ci sono più. E, comunque, i campi intorno non tengono. Anche perché, in molti casi, "livellati" dai cavatori. Le case sono lì a due passi. Sempre più vicine. L'acqua, uscita dagli argini, arriva in un attimo. E quando scende verso Vicenza, sempre più tumultuosa, non incontra più l'ultimo rifugio, l'ultimo sfogo. Il Dal Molin. È  impermeabilizzato, messo in sicurezza. Oggi più che mai. Così l'onda scivola via. Prosegue sempre più grossa. E si abbatte su Vicenza senza ostacoli, senza freni, senza limiti. Gli amici di Vicenza che abitano presso Ponte degli Angeli dicono che tutto è avvenuto in fretta. Troppo in fretta. Quando hanno capito che l'acqua stava davvero uscendo dall'argine, scavalcava il ponte, invadeva piazza Matteotti, Santa Lucia e i dintorni. Era troppo tardi. Troppo tardi. Così come troppo tardi avevano capito quel che stava succedendo. Ora tutti cercano i colpevoli e si rimpallano la responsabilità,  ma nessuno poteva immaginare l'inimmaginabile. E nessuno poteva immaginare che l'ambiente era lì, pronto a chiedere il conto di tanti decenni di incuria. In modo tanto clamoroso e violento. L'inimmaginabile, peraltro, resta ancora oscuro per gran parte degli italiani che abitano altrove. Perché i giornali "nazionali" ne hanno parlato poco - a pagina 20 della cronaca. Perché le tv "nazionali" hanno guardato la catastrofe con un certo stupore. Ma senza rendere l'effettiva drammaticità degli avvenimenti. Tanto che i miei amici, i miei colleghi che abitano nel mondo - e ancor più in Italia - non si sono resi conto di quel che è successo. Non saprei dirne la ragione vera. Forse perché, in fondo, si lamentano sempre, quelli del Nordest. Così, quando ce n'è davvero il motivo, non vengono presi sul serio. Se te la prendi sempre con Roma ladrona, Roma si vendica.  E quando chiami non ti sente. Forse perché resiste il mito del post-terremoto friulano; o del Vajont. Quelli abituati a fare da soli. Ad aggiustare i propri conti con le sfide del mondo e della natura senza chiedere aiuto agli altri. Così gli altri, quando ci capita qualcosa di grosso, non si accorgono di noi. Tanto siamo campioni dell'arte di arrangiarci. Forse perché Vicenza, il Veneto, il Nordest sono terre lontane. Da Roma, ma anche da Torino e Milano. Periferia romana e padana. E poi, vuoi mettere i rifiuti di Napoli? Così, le grida si sentono poco. Echi lontani. E qualche ripresa. Qualche immagine. Persa tra le foto di Ruby, le avventure erotiche e le barzellette sconce di Berlusconi, le polemiche dell'opposizione, le inchieste infinite da Avetrana. L'alluvione di Vicenza. Un servizio a pagina 20 sui quotidiani e una notizia dopo dieci minuti di tigì, il giorno in cui avviene. Poi sparisce. In fondo si tratta di una tragedia minore che si consuma in una provincia minore. Non merita un'inchiesta. Al massimo una cronaca. Minore.

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 6 novembre 2010

Pag 1 L’orgoglio e l’alibi di Alessandro Russello

 

Un miliardo di euro di danni. E dietro l'immensità di una cifra da dieci Superenalotti le cui fortune non si sa mai dove si fermino, l’immensità del dolore. Che è definitivo per una morte, enorme per la perdita della casa, struggente come un lutto della memoria quando il vortice dell’acqua che ritirandosi scopre sempre pavimenti di fango si porta via la foto dei genitori, le vecchie lettere alla morosa, i disegni dei bambini. Le tragedie non sono mai solo materiali ma la furia dell’acqua rovesciata addosso al Veneto ha aperto con questa regione un grande conto in avere. Un credito che al di qua e al di là delle colpe fa sparire qualsiasi alibi e restare le chiacchiere a zero chiamando chiunque non solo e non tanto ad assumersi delle responsabilità sui fatti ma a far sì che «quei fatti» - salvo il libero arbitrio della natura che si fa caso e tragedia - non accadano più. Lo hanno ben detto i firmatari della lettera-appello partita dal Veneto e pubblicata ieri dal Corriere della Sera: la voce di imprenditori, rettori universitari, intellettuali, storici e uomini di spettacolo si è dignitosamente alzata non col tono lamentoso di chi pretende a prescindere ma di chi assumendo la sfida di continuare a innovare salvaguardando (stavolta) la propria terra chiede all’Italia, per quanto umanamente possibile, una exit strategy dai disastri ambientali e uno sforzo nazionale per porre rimedio ai mali di una regione che il Paese lo traina. Una voce che da una parte ha fissato l’impegno dei veneti a rimboccarsi le maniche ma che ha chiesto anche una speciale attenzione finanziaria per una terra non istituzionalmente speciale (come Trentino Alto Adige e Friuli) dalla quale ogni anno partono alla volta dello Stato - attraverso un attivissimo saldo fiscale - 6 miliardi di euro. Nell’appello agli italiani, contenuta fra orgoglio e anti-pregiudizio, c’è «infine» la richiesta di considerare il Nord Est non più laterale ma - come si rilevava in un recente editoriale del Corriere del Veneto nel quale si condannavano gli stereotipi nei quali questa terra è rinchiusa - centro del «fare» di millanta intelligenze e di piccoli-grandi miracoli economico scientifici meno visibili di una velina. Una invisibilità confermata anche in questi giorni della grande alluvione dall’assenza quasi totale di «racconto» da parte dei media televisivi nazionali, riusciti a dipingere una regione in ginocchio e spezzata in due dalla chiusura dell’A4 come l’allagamento di uno scantinato. Allora, se gli alibi sono finiti e vogliamo che le chiacchiere stiano davvero a zero, e se insomma vogliamo che lo spirito di questo appello non cada nel vuoto, c’è un interlocutore naturale che avrà l’onere di dimostrare il proprio valore. L’interlocutore scelto dagli elettori e che in Veneto, trasversalmente, raccoglie un esercito di tre ministri, quattro sottosegretari, sessanta consiglieri regionali e oltre settanta parlamentari. Certo, nel Veneto dell’egemonia del centrodestra abbiamo a che fare col litigio ormai quasi strutturale e le divisioni di Lega e Pdl, male partite del futuro - a cominciare da quella contingente della grande alluvione - non si possono più giocare fra sterili contrapposizioni e strategie di fin troppo facile contesa del consenso. E se una lobby della politica dei veneti è difficile da concepire o perfino ingenuamente peregrina, si trovi una valida alternativa per portare non solo a casa le risorse ma anche per portare lo stesso Veneto da «emergenza nazionale» a «regione nazionale». Regione che deve imparare ad autorappresentarsi meglio a tutti i livelli in un gioco di squadra dove la politica non può continuare a far melina o ancor peggio catenaccio per la paura di dover rendere visibile l’autore del possibile gol. Chi nell’acqua ha perso la vita, la casa o una semplice foto ha diritto ad uno spettacolo che risarcisca la dignità del suo invisibile dolore.

 

Pag 10 Vent’anni di messe (e confessioni). Ma padre Tommaso non era prete di Andrea Priante

Lo choc di un paese della Valpolicella: «Gli volevamo bene»

 

Negrar (Verona) - A padre Tommaso piacciono la grappa, le sigarette e i pranzi nelle case dei parrocchiani. E, soprattutto, le offerte dei fedeli. «Tutti quanti, qui in paese, gli abbiamo dato qualcosa», assicurano a Fane, una piccola comunità arroccata sulle colline di Negrar. A qualcuno diceva che i soldi servivano per gli anziani, ad altri per la chiesa, ad altri ancora per i poveri. Più probabilmente servivano a lui. Perché padre Tommaso non esiste. Il suo vero nome è Italo Galleni, 84 anni. Di lui, ne sanno qualcosa al Comune di Perugia, dove risulta risiedere e dove fino al 2009 compariva nelle liste di coloro ai quali viene assegnato un contributo assistenziale. Il povero era lui, insomma. Da vent’anni, d’estate, Galleni indossava l’abito da frate (francescano, dicono alcuni), una croce al collo, e si presentava alla parrocchia di Fane «per dare una mano». In passato era diventato una sorta di assistente per don Giovanni Bertagna, l’ex parroco del quale aveva conquistato la fiducia, e negli ultimi anni lo si vedeva al fianco di don Adrian Cristinel Bulai, il giovane sacerdote di origini romene che ha ereditato la guida della comunità. «Un bravo frate, tutti gli volevamo bene. Per questo lo si aiutava: c’è chi gli comprava le sigarette, chi la grappa, chi gli pagava la spesa... », raccontano. «Sempre gentile disponibile», aggiunge Alba Guardini, che gestisce l’edicola del paese. La maschera è caduta domenica, quando don Adrian ha letto un comunicato, dopo la messa: padre Tommaso non è un vero religioso. Uno choc, per il paese dove quel finto prete celebrava messa, somministrava l’eucarestia e confessava. «Sacramenti non validi », precisano oggi dalla diocesi. La verità è saltata fuori solo per caso: Galleni è andato all’ospedale Sacro Cuore di Negrar per alcuni accertamenti medici e, quando il parroco di Fane ha tentato di mettersi in contatto con i suoi superiori, il castello di carte è crollato. In paese non si discute d’altro, ma di fronte ai giornalisti si preferisce l’anonimato. Perché a parlar male di un uomo di Chiesa si fa peccato e, anche se Italo Galleni non è un prete, meglio non rischiare. E così si scopre che c’era perfino chi lo riteneva un guaritore, come racconta una signora: « Quando è arrivato qui, molti anni fa, l’ho invitato a pranzo. Si diceva che guarisse le malattie imponendo le mani, e mio marito era gravemente malato. Lui è venuto e l’ha benedetto. Ma quando mio marito è morto non l’ho invitato al funerale e padre Tommaso s’è infuriato: da quel giorno mi ha tolto il saluto». Tra i « truffati » anche l’assessore di Negrar, Federico Marangoni: «Ha deluso tutti. E pensare che ero andato a confessarmi da lui...». Il sindaco Giorgio Dal Negro, invece, ricorda di averlo incontrato solo una volta. « Ma ci sono rimasto ugualmente molto male, non credo sia mai capitato nulla del genere. Il parroco don Adrian, è giusto sottolinearlo, ha dimostrato molto coraggio nel dire pubblicamente la verità». A Fane c’è un detto popolare: «Bastardi e ladri, ma giusti». Come a dire che la lealtà conta più di tutto. E forse è per questo che ora c’è tanta rabbia nei confronti di padre Tommaso. «Sono rimasta allibita: per anni gli abbiamo offerto ospitalità e sostegno. Non avrei mai immaginato che le sue fossero tutte bugie», dice suor Paola. «Non ho mai sospettato » , assicura pure don Giovanni, l’ex parroco. Intanto di Italo Galleni si sono perse le tracce. Il cellulare è spento e il telefono della sua abitazione suona a vuoto. Dicono sia scappato a Perugia. E in effetti è lì che l’ha rintracciato una negoziante di Mazzano che era molto legata a padre Tommaso. «L’ho chiamato domenica, appena tornata dalla messa. Gli ho detto che giravano delle voci strane sul suo conto e lui non mi ha neppure lasciato finire di parlare. Mi ha detto: " Sono tutte menzogne, stanno dicendo soltanto bugie". Ma è proprio in quel momento che ho smesso di credergli. Non voglio più saperne di lui».

 

LA NUOVA di sabato 6 novembre 2010

Pag 1 Ecco cosa ci insegna l’inondazione di Ferdinando Camon

 

Leggo gli appelli dal Nordest («Tutta l’Italia s’impegni per il disastro del Nord»), sento il lamento del governatore Zaia e del ministro Galan («I media nazionali si occupano di escort e ignorano il dramma del Veneto»), condivido la riflessione di Zaia («Dovremmo mutuare l’esperienza dell’alluvione in Piemonte») e la rabbia della gente veneta («L’immondizia di Napoli sempre in prima pagina e nei tg, e noi trascurati»), e capisco la protesta che vien fuori: il Veneto ha bisogno subito di un miliardo di euro, lo Stato deve intervenire. Uno Stato è una famiglia, se un membro della famiglia sta male, gli altri devono aiutarlo. Altrimenti la famiglia non c’è. Ma si può dire oggi, agli italiani, «aiutateci», se fino a ieri si diceva, parlando della politica economica della regione: «Prima i veneti», intendendo: «Gli altri si arrangino»? Questa è una buona occasione per far capire che, in uno Stato, deve valere il principio «ci si salva insieme». E che nell’atteggiamento della nazione, che dei mali del Veneto non si preoccupa, pesa la separatezza che gli altri italiani sentono verso di noi, che è la restituzione di una separatezza che noi nordestini sentiamo verso gli altri italiani. L’informazione nazionale si occupa dell’immondizia di Napoli e poco dell’inondazione nel Nord. Ma noi del Nord abbiamo sempre avuto verso l’immondizia di Napoli un atteggiamento del tipo: «Si arrangino, se non ce la fanno è un problema loro». Ci fu un momento in cui per lo smaltimento di una parte dei rifiuti di Napoli fu chiesto aiuto al Veneto. E il Veneto rifiutò con male parole: «La vostra immondizia puzza». Questa separatezza del Nordest pesa sulla disattenzione della stampa nazionale e dei tg. Noi ci lamentiamo, giustamente, che l’informazione che arriva a Roma e nei centri del comando non porti il nostro dramma. E diciamo che dobbiamo mutuare l’esperienza del Piemonte. Ma il Piemonte portò lui, direttamente, con i suoi media, il suo dramma nei ministeri. Noi abbiamo media ottimi, capillari, dettagliati, ma collegano le città a se stesse o alla Regione, non a Roma. Ci lamentiamo che la nazione ci conosce poco, ma noi non ci facciamo conoscere. Certo, la nazione dovrebbe supplire, e seguire di più quella parte d’Italia da cui riceve di più. E’ un principio morale. Ma l’economia e la politica non sono morali, è stato un italiano a insegnarlo al mondo. E così s’impianta l’idea che i problemi di Napoli sono problemi della nazione, mentre i problemi del Nordest sono problemi del Nordest. E’ un concetto che lo scrittore di Pordenone Gian Mario Villalta esprime in altro modo: «Siamo antipatici». E non si aiuta un antipatico. Sulla gente del Nordest l’apocalisse scuote nervi e cervello con due messaggi: non siamo onnipotenti, e poiché non lo sapevamo, cadiamo nel panico. Nel programma di governo delle nostre Regioni manca una voce: la sicurezza contro la natura. La davamo per scontata. Non lo è: costa 5 miliardi. Sono i 5 miliardi di debito perenne che il Veneto si trascina da sempre. Nel dopoguerra eravamo miserabili ed emigranti come il Sud e le isole. Abbiamo vinto la guerra contro la miseria. Ma non abbiamo mai neanche impostato la guerra contro la Natura. Abbiamo sorpassato il resto della nazione e l’abbiamo fatto pesare, minacciando la secessione. Il risultato è che la nazione dice: «Ci hanno sorpassato, si arrangino». Votiamo Lega. La Lega è un collante interno, ma verso l’esterno è una separazione. Bisognerebbe ricucire la separazione. Se abbiamo ogni anno con lo Stato un saldo fiscale di 6 miliardi, adesso è il momento: o lo Stato risponde, o la separazione diventa incolmabile. Il disastro ambientale è un test.

 

Torna al sommario

 

… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

PANORAMA di giovedì 11 novembre 2010

Pag 133 Il massacro dei cristiani in Iraq non è soltanto odio religioso, ma un lucido disegno politico per far fallire il piano americano di stabilità di Sergio Romano

 

L’assalto alla cattedrale caldea di Baghdad non segna l'inizio di una svolta ancora più radicale nella tattica dei movimenti che appartengono alla galassia di Al Qaeda. La persecuzione dei cristiani cominciò dopo l'insurrezione antiamericana, alla fine del 2003, e continuò sistematicamente con qualche pausa ingannevolmente rassicurante nei mesi in cui la strategia del generale David Petraeus suscitava qualche speranza. Due anni fa, a Damasco ho parlato con alcuni profughi che avevano lasciato l'Iraq precipitosamente con le poche cose che potevano portare con sé. Mi hanno raccontato che le milizie sunnite e sciite entravano nelle loro case e annunciavano minacciosamente che sarebbero tornate il giorno dopo per punire con la morte quelli che non avessero accettato di convertirsi all'Islam. All'epoca di Saddam Hussein i cristiani (soprattutto caldei, ma anche assiri, ortodossi, armeni) erano circa 1 milione e avevano chiese, parroci, istituzioni comunitarie. Non so se Tareq Aziz fosse credente e praticante, ma il fatto che potesse ostentare la sua fede serviva ci dimostrare la natura laica e religiosamente tollerante del regime. Oggi il numero dei cristiani è dimezzato. Come scrive Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, è probabile che di questo passo rimarranno in Iraq soltanto piccoli gruppi, composti da persone troppo vecchie per tentare la via dell'esilio. La guerra irachena è stata voluta da un presidente degli Stati Uniti «rinato» che iniziava la prima riunione del mattino recitando con i suoi collaboratori la preghiera del Signore. Per un crudele paradosso l'evangelico George W. Bush passerà alla storia come l'uomo che ha decristianizzato l'Iraq. Resta da comprendere perché i gruppi terroristici abbiano deciso di alzare la mira e di colpire clamorosamente una comunità di credenti nella cattedrale di Baghdad. Un atto dettato dal fanatismo religioso? Senza dubbio, ma con motivazioni politiche che suggeriscono qualche riflessione sullo stato del paese. Le elezioni hanno avuto luogo più di 7 mesi fa. La coalizione sciita del prernier Nuri al-Maliki ha conquistato due seggi meno di quella sunnita-sciita del suo avversario Ayad Allawi. Ma cerca di formare un nuovo governo con gli intransigenti di un altro leader sciita, Moktada al Sadr, e ricerca apertamente il sostegno del regime iraniano, divenuto ormai l'arbitro della politica irachena. Gli Usa, impotenti, stanno a guardare. Le loro truppe hanno fatto un passo indietro e si limitano a sorvegliare la situazione da lontano. Barack Obama contempla con preoccupazione la deriva filoiraniana della politica irachena, ma considera la formazione del govemo un passaggio fondamentale per la stabilità del paese ed è disposto a tollerare ciò che qualche anno fa sarebbe stato difficilmente immaginabile. La stabilità, per l'appunto, è il principale bersaglio dei ribelli. Al Qaeda, i nostalgici di Saddam, le frange fanatiche della Shia vogliono impedire la formazione del governo e hanno inscenato nelle scorse settimane massacri non meno sanguinosi di quello della cattedrale caldea di Baghdad. Ma quello della cattedrale presenta ai loro occhi alcuni vantaggi. Rende l'avvenimento molto più visibile sulla scena mediatica internazionale, dimostra che gli americani e le autorità irachene non possono proteggere le minoranze religiose, suscita l'indignazione del mondo non soltanto cristiano e persuade molti occidentali che quello a cui stiamo assistendo è uno «scontro di civiltà». Perché questo, per l'appunto, è quello che le frange dell'islamismo desiderano: lo scontro di civiltà.

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Strappo finale, ma poi? di Pierluigi Battista

 

«Futuro e libertà» nasce con un traguardo così ambizioso da sembrare velleitario e irrealistico: costruire un centrodestra che non abbia più Berlusconi come suo indiscusso e carismatico leader. È questa rilevante ambizione che rende differente la creatura di Gianfranco Fini dalla miriade di partitini che nascono e prosperano esclusivamente nei corridoi affollati delle manovre di palazzo. Si dà il caso però che Berlusconi non sia (ancora) il passato perché è e continua a essere il leader del centrodestra, il capo del governo, il leader del partito maggiore della coalizione. Perciò lo scontro tra le ambizioni di Fini e la realtà della leadership berlusconiana non può che essere la fonte di un conflitto durissimo, violento, irriducibile, ultimativo. Una stagione politica lunga ormai più di quindici anni si sta chiudendo drammaticamente. È, deve essere, compito e responsabilità dei leader in conflitto evitare che il loro dramma non si trasformi nel dramma dell'Italia, di un Paese in crisi che rischia seriamente di sprofondare nel caos. Ponendo una condizione pressoché irricevibile da Berlusconi, Fini ha messo la parola fine al governo nato dal risultato elettorale del 2008. Ha chiesto ai ministri suoi seguaci di rimettere il mandato. Ha rovesciato l'agenda politica suggerita da Berlusconi come base per un eventuale «patto di legislatura». Ha sottolineato una diversità radicale e inconciliabile con la Lega, principale alleato del premier (pur aprendo al Senato federale). Bisogna dire con chiarezza che non è affatto normale che un presidente della Camera dia il benservito ufficiale al presidente del Consiglio. Ma perché a questo punto non si aggiunga anomalia ad anomalia, Fini deve prendere un impegno: da presidente della Camera, faccia in modo che non ci sia una crisi extraparlamentare, ciò che stonerebbe in modo troppo stridente con il ruolo istituzionale che ricopre. Fini ha tutto il diritto di indicare a «Futuro e libertà» la via della sfiducia al governo, ma non al di fuori del Parlamento, fuori e contro le procedure che ogni crisi di governo esige. Ma se ha a cuore l'interesse della Nazione, se davvero, come ha ripetutamente detto a Perugia, vuole restituire alla politica quella dignità, quella decenza, quel «rispetto delle istituzioni» che si sono smarriti in questi anni, allora non metta a repentaglio il rango internazionale dell'Italia ed eviti almeno che la sfiducia venga esercitata sulla Legge di stabilità. Sarebbe un gioco troppo pericoloso, troppo irrispettoso per gli interessi italiani. Esporrebbe l'Italia a una pessima figura internazionale. Se sfiducia ha da essere, che sia su altri provvedimenti, non su leggi su cui l'Italia intera può giocarsi ciò che resta della sua credibilità. Ma oramai lo strappo si è consumato, la rottura appare irreversibile. A Perugia si è misurato il drammatico errore di Berlusconi, alimentato da consiglieri rancorosi e miopi, di voler liquidare le posizioni di Gianfranco Fini come una molesta questione personale da eliminare con un provvedimento disciplinare (il deferimento ai probiviri, nientemeno). Il partito che Fini ha fatto nascere a Perugia appare invece come una forza politica vera, proiezione di un'anima autentica del centrodestra italiano. È stato lo stesso Fini a sottolinearlo più volte. Non vuole che Futuro e libertà esca culturalmente e politicamente dal «perimetro del centrodestra». Non vuole che la rottura con Berlusconi possa preludere a una «subalternità» nei confronti della sinistra. Vuole andare «oltre» Berlusconi e non «contro» il Pdl. Ora, a rottura consumata, Fini dovrà dimostrare di essere conseguente con queste premesse. Non prestarsi a maggioranze abborracciate e precarie che, fatte salve le prerogative del Quirinale, suonino come un oltraggio alla volontà popolare espressa nel 2008. Non cedere alla tentazione di governi dai nomi più fantasiosi («tecnici», «istituzionali», «di larghe intese») che assomiglierebbero a un ribaltone e che tra l'altro regalerebbero a Berlusconi la fantastica chance di presentarsi come vittima di una manovra oligarchica e ostile al popolo che ha vinto le elezioni. Se la rottura è una cosa seria, allora Fini deve accettare di misurarsi con nuove elezioni, anche in presenza di una legge elettorale orribile. Dovrà contribuire a tracciare un percorso di uscita da una stagione politica oramai tramontata avendo come stella polare gli interessi dell'Italia, la sua credibilità internazionale, la sua stabilità finanziaria. È una porta strettissima. Ma non ce ne sono altre. È la scelta più seria, ma anche la prova della serietà con cui nasce un nuovo partito. Il resto è scorciatoia, giochino politicista, furbizia effimera. Tocca a Fini, non solo a lui, ma soprattutto a lui, imboccare la strada giusta.

 

Pag 1 Le trattative difficili per un’altra maggioranza di Francesco Verderami

 

Chi ha l'asso in mano? Perché il gioco al rilancio sta per finire, e si vedrà se Berlusconi - grazie al sostegno della Lega e di Tremonti - eviterà l'Opa di Fini e di Casini, o se la legislatura sopravviverà a se stessa con un governo tecnico, fantasma che in queste ore viene evocato o temuto da quanti vedono avvicinarsi comunque lo spettro delle elezioni anticipate. Si può vivere da separati in casa, così hanno fatto per mesi il premier e il presidente della Camera, ma è impossibile restare sotto lo stesso tetto da divorziati. E ieri l'ex leader di An ha sancito lo strappo, sebbene abbia tentato di non assumersi la paternità della crisi, lasciando a Berlusconi la scelta di dimettersi prima di ritirare la delegazione di Fli dal governo. Era chiaro che il Cavaliere avrebbe respinto la proposta avanzatagli da Fini e da Casini: «Quei due pretendono le chiavi di casa, ma io non sono disposto a dargliele». È chiaro che toccherà ai futuristi l'ultima mossa. Il tema è cosa accadrà dopo. Sarà allora che si vedrà chi ha l'asso in mano. Il premier si mostra sicuro dopo essersi garantito la fedeltà di Bossi e di Tremonti, l'anello debole della sua linea di difesa fino a un mese fa, perché il ministro dell'Economia era considerato il potenziale successore del Cavaliere a palazzo Chigi. Ma Tremonti ha voluto per tempo allontanare da sé ogni sospetto: «È vero che io sarei l'unico a poter guidare un governo tecnico. Ma non intendo vivere il resto dei miei giorni passando per un traditore». Perciò Berlusconi sostiene di non temere un cambio in corsa, «e se in questa fase la mia irrisolutezza è percepita come debolezza, poco importa. Sto solo recitando una parte». Sarà, ma nel giro stretto dei suoi fedelissimi c'è chi teme che la «permeabilità» dei gruppi parlamentari possa portare a un drammatico smottamento, nel caso in cui si andasse alla prova di forza del voto anticipato per chiudere la partita con Fini. Anche perché il suo rilancio viene interpretato da una parte del Pdl come il gioco di chi può contare sul sostegno di Napolitano. Ecco quale sarebbe l'asso del leader di Fli, che ieri non solo ha rivelato di avere in mano già una coppia, cioè l'intesa con Casini, ma ha fatto pure intuire il possibile arco di forze politiche e sociali che starebbero nel mazzo per un possibile nuovo governo: oltre a un patto con Udc e Pd per modificare la «vergognosa» legge elettorale, non è un caso se Fini si è attardato a illustrare una sorta di piattaforma programmatica mutuata dall'accordo Confindustria-sindacati «per un nuovo patto sociale». Ma è un asso ancora ballerino, quello di Fini, se è vero che ancora giorni fa D'Alema spiegava a un compagno di partito che «non c'è nessun governo tecnico all'orizzonte, perché non è pronto nulla». E come D'Alema è scettico anche Casini. Non solo il leader centrista scommette da mesi con i dirigenti del suo partito che «se cade Berlusconi si voterà in primavera», ma si sta attrezzando alla bisogna, e ha già trovato persino il nome per il famoso terzo polo da tenere a battesimo con Fini e Rutelli: «Lo chiameremo Patto per la nazione». Chissà se ha cambiato idea da giovedì, da quando - appena rientrato dagli Stati Uniti - ha avuto un colloquio riservato con il capo dello Stato... Ma nel Pdl c'è chi ritiene che Fini bluffi, che l'asso non sia nelle sue mani, che il Colle voglia star fuori dal gioco del governo tecnico, a cui in queste ore vengono affibbiati tanti nomi pur di vestirlo di dignità politica: esecutivo di «emergenza nazionale», gabinetto «del presidente», governo di «responsabilità istituzionale», di «maggioranza per le riforme». A parte il fatto che non basta un nome a tramutare una carta in asso. Il gioco prevede che qualcuno chiami il banco. Potrà apparire surreale, ma da ieri le parti si sono rovesciate: per un presidente della Camera che in modo irrituale apre la strada a una crisi extraparlamentare, c'è un presidente del Consiglio che invoca il rispetto delle regole. Non gli bastano le eventuali dimissioni dal governo dei futuristi, vuole il voto di deputati e senatori: «E non avranno il coraggio di sfiduciarmi». Il vice capogruppo del Pdl a Palazzo Madama, Quagliariello, anticipa come si andrà a vedere il gioco di Fli: «Se Fini chiedesse ai suoi di lasciare l'esecutivo, Berlusconi li rimpiazzerebbe e verrebbe subito in Parlamento a chiedere la fiducia. Al Senato il voto è scontato. Se la Camera gli votasse contro, non credo che Napolitano si prenderebbe la responsabilità di far nascere un governo tecnico senza il Pdl e la Lega». È un bluff o un rischio calcolato? E se Berlusconi passasse indenne il voto di fiducia, con l'appoggio esterno di Fli, su quale provvedimento potrebbe cadere? Sgombrato il campo dalla giustizia, di qui a dicembre restano la Finanziaria e il decreto sullo sviluppo. Tremonti ha già dato la propria disponibilità al confronto con Fli sulla legge di Stabilità, pronto però a piazzare la fiducia se iniziasse l'assalto alla diligenza del partito della spesa: «Non permetterò che passi un solo euro senza copertura». Giocare l'asso mettendo a repentaglio i conti pubblici è cosa assai rischiosa, a meno di non porre proprio sull'economia le basi di un nuovo governo. Resta da capire chi ha quella carta in mano. Di sicuro nessuno la mostrerà prima di dicembre, quando la Consulta farà il suo gioco sul legittimo impedimento e la Lega si farà i conti sul federalismo.

 

Pag 6 Istituzioni, fiducia in calo. Si salva solo la Ue di Renato Mannheimer

Valori in crescita anche per sindacati e Parlamento: su del 4 per cento

 

Anche gli ultimi dati delle ricerche di opinione lo mostrano con chiarezza: gli italiani appaiono sempre più stanchi - e disillusi - dalla politica e dai suoi rappresentanti. È un fenomeno noto, già sottolineato dalla gran parte degli osservatori e dei commentatori del nostro Paese, ma che si è particolarmente accentuato in queste ultime settimane. Insomma, i cittadini si dichiarano in misura crescente sfiduciati. Sempre più delusi dal centrodestra (cui pure è stata assegnata tanta fiducia in passato) e, in particolare, dal governo. Quest’ultimo, già minato dalle polemiche sulla vita privata del premier, è accusato di immobilità e di eccessiva concentrazione sul tema della giustizia. Ma, come si sa, la disaffezione nei confronti dell’esecutivo non giova al centrosinistra. La maggioranza degli elettori pare, infatti al tempo stesso relativamente poco propensa a ritenere credibili le proposte dell’opposizione. La disillusione colpisce dunque entrambi i poli. Se ne ha conferma dal dato dell’astensionismo potenziale, più volte sottolineato in questi giorni, che ha superato il 40%. E lo si rileva anche dalla continua diminuzione di consensi, sia pure virtuali, per entrambi i partiti maggiori (Pdl e Pd), a favore di forze politiche di dimensioni minori, ma più caratterizzate da una logica di protesta verso la situazione attuale come lo sono Di Pietro, Grillo, sino, in qualche misura, allo stesso Fini. Questo calo di fiducia si ripercuote anche sul consenso nei confronti delle principali istituzioni. Nel senso che - è questa la novità emersa nelle ultime settimane - i cittadini tendono a «estendere» la loro disillusione anche agli ambiti non strettamente politici, ma comunque legati al funzionamento dello Stato. In altre parole, la sfiducia si dipana dal mondo della politica in quanto tale a tutte (o quasi) le istituzioni del paese. Si è già rilevata, su queste colonne, la caduta di popolarità del presidente del Consiglio (dal 36 al 34%). Ciò che oggi appare nuovo e, forse, sorprendente è che cade anche, pur restando a livelli molto più elevati, la popolarità delle istituzioni tradizionalmente più amate dagli italiani: la Polizia e i Carabinieri (ove la fiducia passa dall’85% di settembre all’82% di oggi), le Forze Armate (dall’81% all’80%) e, financo il Presidente della Repubblica (dall’84% al 79%, con una diminuzione rilevabile specialmente nel pubblico di centrodestra). Il trend di sfiducia investe anche la Chiesa cattolica, per la quale il consenso, in poco più di un mese, passa dal 66% al 64%. E non risparmia la Confindustria (dal 35 al 32%), mentre il sindacato si manifesta come una delle poche istituzioni in controtendenza, dato che registra una crescita di fiducia dal 30 al 34%. Le uniche due istituzioni politiche che mostrano un (lieve) incremento del consenso sono l’Unione europea e il Parlamento. I motivi di questa controtendenza sono intuibili. La Ue costituisce, da sempre, il rifugio e la speranza dei nostri concittadini: come se solo l’Europa possa tirarci fuori dal disastro attuale. Riguardo alla fiducia al Parlamento, che pure rimane bassa, sembrerebbe che i cittadini, pur manifestando la loro disaffezione per tutto ciò che riguarda la politica e, in una certa misura, anche lo Stato, vogliano preservare dalla loro crescente protesta l’istituzione che, secondo molti, maggiormente rappresenta la democrazia. Accusando, al tempo stesso, la politica di non preservarla abbastanza. E attendendo un mutamento di rotta da parte di quest’ultima, magari con un rinnovamento sia dell’offerta dei partiti (ad esempio, con la formazione del «terzo polo» di cui tanto si è parlato in questi giorni) sia del personale politico (anche con la discesa in campo di soggetti provenienti dalla società civile come, ad esempio, Montezemolo).

 

Pag 34 Resistere o lasciare il Paese, il dramma dei cristiani in Iraq di Luigi Accattoli

 

Il Sinodo per il Medio Oriente aveva chiesto il mese scorso ai cattolici di quei Paesi di «resistere» alla tentazione di emigrare, ma ecco che ieri un arcivescovo iracheno della Chiesa siro-ortodossa ha rivolto un appello ai cristiani suoi connazionali perché lascino il Paese: nulla meglio di questi inviti contrastanti segnala il dramma montante per la minoranza cristiana che vive in Iraq. L’appello a «lasciare l’Iraq per evitare di essere uccisi a uno a uno» è arrivato dall’arcivescovo Athanasios Dawood, che in un sermone pronunciato in una chiesa siro-ortodossa di Londra ha accusato il governo di Bagdad di non proteggere i cristiani e ha chiesto al governo britannico di concedere asilo ai cristiani iracheni che dovessero chiederlo. Ovviamente il riferimento è alla «strage» della messa di Ognissanti, quando un commando terrorista prese in ostaggio la folla di fedeli presente nella chiesa di Nostra Signora della Salvezza a Bagdad e un blitz delle forze di sicurezza irachene provocò la morte di 52 persone. Ma l’arcivescovo, che risiede in Gran Bretagna, ha citato anche le minacce contro i cristiani lanciate da Al Qaeda all’indomani di quella strage. Per cogliere appieno il dramma e anche il conflitto di posizioni all’interno delle comunità cristiane irachene conviene ricordare che l’arcivescovo siro-cattolico di Bagdad, Athanase Matti Shaba Matoka, tre giorni dopo la strage aveva riaffermato la posizione già formulata dal Sinodo: «Nonostante tutto questo noi incoraggiamo i nostri fedeli a rimanere». Si calcola che dal 2003 (cioè dalla guerra anglo-americana a Saddam Hussein) i cristiani iracheni siano scesi da oltre un milione a 550 mila. Il timore degli ambienti cristiani iracheni è che la situazione sia destinata a peggiorare con il completamento del ritiro delle forze americane. Timore condiviso dalla diplomazia vaticana, che si adopera per ottenere un maggiore impegno della comunità internazionale a protezione dei cristiani intenzionati a restare.

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 E’ arrivato il 25 aprile di Massimo Giannini

 

Sembra impossibile, eppure il 25 aprile è arrivato davvero. Gianfranco Fini chiude il sipario, su Berlusconi e sul berlusconismo. Scaduto il tempo delle segrete trame di palazzo, gli oscuri riti bizantini, i vecchi tatticismi da Prima Repubblica. Esaurito lo spazio per i giochi del cerino, le partite a scacchi, lo sfoglio dei tarocchi. Quello che va in scena non è più il solito "teatrino della politica" che il Cavaliere esecra abitualmente a parole, rappresentandolo quotidianamente nei fatti. È invece il dramma pubblico di una maggioranza che si dissolve. L'ultimo atto, esibito sul palcoscenico delle tv, di un governo che muore. La cerimonia degli addii collettivi ad un partito mai nato. Non sappiamo esattamente come e quando cadrà il Berlusconi IV. Stavolta sappiamo però che la fine è imminente. Questione di ore, tutt'al più di giorni. E il Paese si libererà anche di questa ennesima, fallita messinscena cesarista. Di questo ulteriore, disastroso esercizio di leaderismo populista. Dovrà ricredersi, chi da Perugia si aspettava un Fini ambiguo e attendista sul destino del governo, o prudente e possibilista sul futuro della maggioranza. Il presidente della Camera è stato netto e inequivoco, sul primo e sul secondo. Il famoso "Patto di legislatura" che Berlusconi gli ha riproposto mercoledì scorso durante la direzione del Pdl è una cambiale in bianco che nessuno potrebbe firmare, perché ormai palesemente scaduta. Era stato lo stesso Fini a fare al premier un'analoga offerta, a Mirabello, in un estremo tentativo di ricucire uno strappo che già allora si intuiva non più ricomponibile. Anche questo risibile ping pong, adesso, è finito. Il leader di Futuro e Libertà chiede al premier di prenderne atto. Di salire al Quirinale per rassegnare le dimissioni, di riconoscere di fronte all'Italia che il governo non ce l'ha fatta e che ne serve un altro, con una nuova agenda, un nuovo programma e soprattutto con una maggioranza più ampia e allargata all'Udc. Pena il ritiro della delegazione del Fli dall'esecutivo. Quello di Fini è stato, innanzi tutto, un atto di coraggio politico. Non era facile, per l'erede di Giorgio Almirante, consumare fino in fondo la rottura con l'alleato che, dal 1994, ha definitivamente sdoganato la destra post-missina nell'arco costituzionale, ha fatto entrare An nella stanza dei bottoni e il suo capo nell'ufficio di presidenza della Camera dei deputati. Non era scontato, per il co-fondatore del Pdl, decretarne unilateralmente la definitiva bancarotta politica, addebitandone tutta intera la responsabilità al fondatore. Era il 17 novembre di tre anni fa, a Piazza San Babila, quando il Cavaliere lanciava la Rivoluzione del Predellino. Non erano le "comiche finali", come le liquidò troppo frettolosamente lo stesso Fini. Era invece l'inizio di una "commedia politica" che lui stesso avrebbe contribuito a rappresentare nei molti mesi successivi, dentro il Partito del popolo delle Libertà. Ma oggi è proprio questo progetto che è fallito, perché non è stato capace di dare anima e corpo alla "rivoluzione liberale" che aveva promesso, e perché ha esaurito la sua missione nel momento in cui ha costruito se stesso sull'illusione che l'intera destra italiana potesse riflettersi e riassumersi in Silvio Berlusconi, e che tutto il resto fosse un orpello ridondante, quando produceva condivisione, o un intralcio ingombrante, quando esprimeva dissenso. Fini lo ha capito e lo ha detto, facendo mea culpa. L'uomo è il messaggio: su questa scorciatoia falsamente carismatica e smaccatamente populista è fallito il Pdl. E con il partito è fallito il governo. Non "governo del fare", piuttosto "governo del fare finta". Governo che "non ha più il polso del Paese", che galleggia sulle emergenze, che "vive alla giornata". Senza vedere, ma anzi spesso contribuendo a creare l'indebolimento dell'identità nazionale, la caduta della coesione sociale, il crollo di competitività dell'economia, la diffusione della cultura dell'arbitrio e dell'illegalità, il decadimento morale e la perdita di decoro delle istituzioni infangate dal Ruby-gate. Di nuovo: Fini lo ha capito e lo ha detto, denunciando lo scandalo pubblico che interroga e pregiudica la nostra democrazia. Raccontando agli italiani tutto quello che sta accadendo sotto i loro occhi, e che solo un sistema televisivo addomesticato dal regime finge di non vedere e si sforza di nascondere. E ha avuto la forza di dire basta. Ma quello di Fini è stato anche un atto di posizionamento strategico. Il leader futurista sapeva di correre un rischio mortale. Che il suo obiettivo di "staccare la spina" al governo, cioè, potesse esser letto come una banale manovra di palazzo. Una disinvolta forma di "intelligenza col nemico", per far fuori il "Tiranno" e sostituire il suo governo con una nuova e un po' spuria "macchina da guerra" guidata da molte, troppe mani: Fli e Pd, Udc e Idv, Mpa e Sinistra e Libertà. Una specie di "Cln", che desse effettivamente corso a un atteso 25 aprile, ma che avesse un respiro troppo corto e un orizzonte troppo confuso. Anche su questo, Fini ha mostrato coraggio, raccogliendo una sfida allo stesso tempo più circoscritta, ma più alta. La sfida è più circoscritta, perché il presidente della Camera ha tracciato con nettezza assoluta i confini di una forza politica, la sua, che nasce, cresce e si consolida rigorosamente nella metà campo del centrodestra. Certo, un centrodestra che si rifà al popolarismo europeo, e dunque costituzionale, repubblicano, laico. Ma pur sempre un centrodestra. Cioè una forza politica che rivendica i suoi valori fondativi, e che per questo non vuole essere né la zattera di tutti i naufraghi dell'indistinto anti-berlusconiano. Ma la sfida è anche più alta. Quando ripete che Futuro e Libertà è una formazione che punta a raccogliere il consenso dei moderati italiani, confermando che la sua costituency politica è e resta la destra italiana e che a quel mondo vuole parlare e in quel mondo vuole prendere voti, Fini osa l'inosabile. Si candida ad esserne il leader. Dunque il prudente Gianfranco, sempre incline all'attacco e poi al ripiegamento, stavolta rompe gli ormeggi. E si lancia subito, qui ed ora, "oltre Berlusconi". È un passaggio cruciale. Che lo vedrà in mare aperto, forse a navigare insieme ai Bersani e ai Di Pietro contro il "vascello fantasma" del Cavaliere. Ma è e resta pur sempre un passaggio provvisorio. Affondata la nave berlusconiana, Fini riprenderà la sua rotta, che è quella di dare forma e sostanza a "un'altra destra" italiana, finalmente risolta e compiutamente europea. Apertamente anti-leghista e naturalmente post-berlusconiana. È importante che il leader futurista l'abbia chiarito. Per sgombrare il campo dagli equivoci, sul durante e sul dopo crisi di governo. Ci potrà essere un nuovo esecutivo, tecnico, istituzionale, di salute pubblica, sostenuto da una maggioranza eterogenea che vari una nuova legge elettorale e tenga salda la barra del timone dell'economia. Ma sarà molto più difficile che, in caso di voto anticipato e sotto le stesse insegne multi-partitiche, nasca un "cartello elettorale" che veda insieme Fini da una parte, e i Vendola, i Ferrero e i Bonelli dall'altra. Vedremo ora come, quando e dove precipiterà la rottura. Il premier non può accettare l'ultimatum finiano, che lo inchioda ben al di là del "compitino dei cinque punti" richiesto in Parlamento agli "scolaretti" del centrodestra. Per questo ha già risposto picche. Sia pure chiedendo, com'è logico e giusto, che l'eutanasia del governo si realizzi comunque in Parlamento. Andreottianamente parlando: Berlusconi non può più tirare a campare, può solo tirare le cuoia. Capiremo presto se dopo la crisi arriveranno altri governi o elezioni anticipate. Nel frattempo ci sarebbe da brindare a champagne, a questo 25 aprile imminente. Ma c'è poco da festeggiare: il "conto" di questi rovinosi due anni e mezzo, purtroppo, li ha pagati e li pagherà l'Italia.

 

Pag 1 Gli anni di amore - odio fra il leader e il delfino di Filippo Ceccarelli

 

Chissà che idea di qui a vent'anni gli storici, ma anche i curiosi si saranno fatti di questa interminabile partita che tra furori e rappacificazioni, dietrologie addirittura geopolitiche e sgangheratezze da cinepanettone, sembra ieri finalmente avviata alla conclusione definitiva. Viene in testa un enigmatico, eppure anche emblematico appunto scritto da Fini su un bigliettino lasciato sul banco mesi orsono, dopo un intervento a un convegno: "Fare pace - diceva - e fare finta". Così come torna alla memoria, in questo caso per la sua grossolana linearità, quella specie di ultimatum rivolto da Berlusconi al suo più insidioso nemico: "O pianta la Tulliani e dice sì ai punti del programma, e in tal caso cancelliamo tutto e sparisce Montecarlo, oppure - continuava la "proposta" - non ne esce politicamente vivo". E se tutto in realtà è sempre inscritto nell'inesauribile immaginario del potere, ecco che a scartabellare negli archivi si trovano notizie e resoconti da cui si capisce che fin dal dicembre del 1994, ai tempi della crisi del primo governo Berlusconi, tra i due le cose potevano evolvere nel modo tempestoso che si è visto ieri. Per cui con beneficio d'inventario si segnala che richiesto di commentare quella sua condizione di futuro "perenne secondo", l'allora leader di An replicò con un sorrisetto altezzoso che questo problema non se l'era posto "nemmeno a nove anni". Ebbene, in questa  storia la questione anagrafica ha certo un peso assai rilevante. Tutto in effetti spinge a pensare che già allora l'ex "eterno gregario" si fosse fatto i suoi calcoli; ma oggi Berlusconi sa benissimo che Fini lo considera vecchio, anzi "un vecchio", e questo lo fa impazzire di rabbia. Dal che s'intuisce come tutta la vicenda non solo sia condizionata dalla biologia e dai sentimenti, ma avviene all'apice dei processi di personalizzazione, per cui i due leader si muovono sulla scena secondo i moduli del consumo e dello spettacolo e quindi in una fantasmagoria di chiacchiere, foto, video, mogli, cognati, dossier condominiali, scandali sessuali, vendette tribali e quant'altro graziosamente la regressiva politica di questo tempo sfarzoso e sudicio reca in dote all'emozione pubblica. Per cui sì, magari a giorni ci sarà la crisi di governo e in ogni caso ha preso il via un inedito passaggio istituzionale. Ma nel frattempo pare irrealistico che gli studiosi del domani possano osservare l'annunciatissima rottura attraverso le categorie non si dice qui delle culture politiche e delle ideologie, ma anche solo delle alleanze, degli schieramenti, degli interessi o degli insediamenti sociali e territoriali. È storia lunga, ormai, ma eminentemente post-politica. Ha detto Berlusconi di Fini, dopo lo scontro dell'aprile scorso in direzione, quella con il dito puntato (e finito in questi giorni sulle t-shirt): "È venuto a fare il Santoro a casa mia". Si badi: casa. È qualcosa di più di una concezione patrimoniale del potere: vuol dire la fine della polis, la città, il ritorno all'oikia, il luogo della famiglia. Non si approfitterà della situazione per richiamare un regolamento dei conti a destra. Ma lo strappo in realtà equivale a una separazione coniugale. Non stupisce che il Cavaliere abbia detto: "Mi sono tolto un peso, come quando ho divorziato". Ora, anche lì la causa va per le difficili e per le lunghe. Ancora: lui considerava Fini "un figlioccio". Comunque colpisce il groviglio a sfondo intimistico, ed è proprio ciò che assegna alla vicenda una valenza psicopatologica. Non c'è dubbio che abbiano giocato elementi per così dire di scontro tradizionale: il legame con la Lega, l'incertezza sulla successione di Berlusconi, la prepotenza dell'operazione predellino, l'ambiguità sotto il cui segno è nato il Pdl. Eppure è difficile togliersi dalla testa che la prima vera e seria faglia del terremoto a venire si sia verificata quando il leader di An ha cominciato a sospettare che il Cavaliere, o il mondo a lui prossimo, inzuppava il biscottino sui suoi fatti personali, per così dire, il divorzio con la prima moglie, la nuova e giovane donna incinta, il video fantastico e terrificante di lei con l'ex Gaucci. E allo stesso modo Berlusconi ha tratto la certezza dell'infedeltà di Fini quando questi non ha mosso un dito per difenderlo sugli impicci delle intercettazioni, di Noemi, delle foto in Sardegna e della D'Addario. Di questo, soprattutto, vive oggi il potere. È consolante pensare che i leader passino il loro tempo attorno ai tavoli sulle riforme istituzionali o si dedichino anima e corpo a quelli che nei talk-show vengono sventolati, ma solo per qualche istante, come: "I Veri Problemi del Paese". Però bisogna anche dire che prima della famosa direzione, prima che Feltri lo invitasse a "rientrare nei ranghi" e il Cavaliere a "rimettersi in linea" le batterie berlusconiane hanno concentrato il loro fuoco su Fini con argomenti del tutto pre-politici che tiravano in ballo gelosia, invidia, frustrazione, "malinconia aggressiva" per astinenza da sigarette. Prima della casa di Montecarlo, si potrebbe compilare un interessante prontuario di post-accuse a base di gomme da masticare, calzini bucati, nudismo fotografico. La domanda: come si poteva pensare di poter evitare in questo modo non tanto la rivolta, ma la più semplice dichiarazione di incompatibilità? Dalla cognateide off-shore di Rue Charlotte ai fasti di Ruby, Nadia e bunga bunga il passo era perfino obbligato. Che cosa porterà tutto questo, e da quale altezza si rispecchi nell'Italia di oggi, è al tempo stesso incognito e sotto gli occhi di ognuno. Il futuro del resto si scopre piano piano, il presente invece dura appena un attimo. 

 

Pag 1 Vizi e virtù del partito impersonale di Ilvo Diamanti

 

È il momento di maggiore debolezza per il Pdl e, in primo luogo, il suo leader. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Mai come oggi afflitti da un deficit di fiducia, che si traduce, per il Pdl, in stime di voto deludenti. Sotto il 30%. Mai come oggi fragile, il governo. Attraversato da tensioni interne, mentre la crisi economica incombe. Eppure il Pd non ne approfitta. Non solo, secondo i sondaggi delle ultime settimane, è scivolato intorno al 24-25%. A differenza di quel che avviene negli altri Paesi, dove l'opposizione ha approfittato delle difficoltà del governo. In Germania, in Spagna, in Inghilterra, negli Stati Uniti. La tentazione più facile è leggere in modo speculare le difficoltà dei due maggiori partiti. Pd e Pdl. Nel 2008, insieme, avevano raggiunto il 70%. Oggi, secondo i sondaggi, non arrivano al 55%. Segno del collasso del "bipolarismo bipartitico" su cui aveva scommesso Veltroni - ma anche Berlusconi. Tuttavia, le difficoltà dei due partiti hanno ragioni molto diverse. Nel Pdl tutto si riassume nella figura di Berlusconi. Inventore e artefice del "partito nuovo" del centrodestra. Sorto, più che per fusione, per "confluenza" (di An in Fi). Un percorso interrotto da Fini. Il cui partito, Fli, raccoglie, in buona parte, i consensi - non ancora i voti - degli insoddisfatti di An. Non è un caso che la misura del calo del Pdl coincida, largamente, con i voti attribuiti a Fli (5-7%). Il declino del Pdl e della coalizione di governo, però, riflette la crisi di legittimità e di autorità "personale" di Berlusconi. Il Pd, invece, non è nato in poche settimane, né per volontà "personale" di un leader. Ma da un percorso complesso, durato fin troppo: 13 anni o giù di lì. Avviato nel 1995 dall'Ulivo di Prodi e sfociato, nel 2007, nel Pd. Soggetto politico a vocazione maggioritaria, in una prospettiva, appunto, bipartitica. È il luogo di incontro fra post-comunisti, post-democristiani (di sinistra) e laici riformisti. Sostenuto da un larghissimo consenso popolare, certificato dalle primarie. Un "rito fondativo" (come lo ha definito Arturo Parisi), ripetuto tre volte, con la partecipazione di milioni di elettori.  Se il Pdl ha un'identità chiara e personalizzata, il Pd è rimasto un soggetto largamente "impersonale", con un'identità incerta. E ha sofferto - ancora soffre - di un deficit di autorità.  Almeno dopo l'esito deludente del governo Prodi. Da allora ad oggi,  in tre anni, sono stati eletti 3 segretari. Veltroni, Franceschini e, oggi, Bersani. Segno dell'incapacità di costruire - e imporre - una  leadership forte e riconosciuta. Da ciò l'impressione di un "partito provvisorio". A guida provvisoria. E per questo privo di autorità. Ciò ha spinto molti critici (interni ed esterni) a riassumere la "questione democratica" nell'assenza di ricambio del gruppo dirigente. Matteo Renzi ha invocato, per questo, (in modo provocatorio ma non troppo) la "rottamazione" del gruppo dirigente. La convention convocata a Firenze, nei giorni scorsi, dal sindaco (Renzi) e da Pippo Civati era, non a caso, affollata di militanti e amministratori "giovani". Specchio palese di un conflitto generazionale che cova da tempo. Giustificato ma insufficiente a spiegare la "questione democratica". In fondo, Nichi Vendola e Sergio Chiamparino, altri leader che ambiscono alla guida del centrosinistra, non sono molto più giovani di Bersani, Franceschini e Veltroni, dal punto di vista della generazione politica. La "questione democratica", a mio avviso, evoca invece e anzitutto l'identità. Perché il Pd non ha ancora deciso - né chiarito - chi sia e cosa voglia. I valori e i progetti con-divisi. Sin qui ha messo in evidenza quelli "divisi". E le divisioni interne appaiono ispirate da ragioni personali piuttosto che strategiche. Nel rapporto con il governo, anzitutto, dal 2008 ad oggi, ha oscillato fra dialogo e antagonismo. Sui temi economici, bioetici, sulla sicurezza: difficile trovare posizioni comuni. Così si è visto schiacciare tra centro e sinistra. A "centrosinistra", divenuto un non-luogo, indefinito e scomodo. Ne ha tratto vantaggio, non a caso, l'Idv di Antonio Di Pietro. Partito personalizzato, legalitario e antiberlusconiano. Da ciò la difficoltà di proporsi, fino ad oggi, come alternativa credibile. Perché non riesce ad avanzare una proposta politica chiara. Perché appare un partito oligarchico. Impermeabile alle domande sociali e - per dirla con Pareto - alla "circolazione delle èlites"  espresse dal territorio. Eppure gli avvenimenti degli ultimi mesi, degli ultimi giorni offrono al Pd nuove chance. Nuovi spazi. Intanto, il destino dei "partiti personali" resta appeso ai leader che li guidano. Come dimostra il Pdl, minato dalla perdita di credito di Berlusconi, sua principale, se non unica, ragione sociale. Ma, per citare Mauro Calise (nella nuova edizione de "Il partito personale", appena pubblicato da Laterza): "Il fenomeno ormai trascende i destini del suo Prometeo". E potrebbe coinvolgere - domani - altri partiti. L'Idv, Sel (la sua ascesa è legata direttamente a Vendola), lo stesso Fli (a cui Fini ha imposto il suo marchio personale nell'etichetta). Perfino la Lega, personalizzata da Bossi. (Anche se dispone di un ceto politico giovane, espresso da componenti sociali produttive e aggressive.)  Anche l'incertezza strategica, in questa fase, è meno evidente. La crisi del berlusconismo e del suo protagonista  traccia, da sola, l'agenda politica. Inoltre, la caduta del governo e della legislatura, più che una minaccia, appare una prospettiva incombente e imminente. Che rende il Pd un'alternativa incerta, ma necessaria. Insostituibile. Senza il Pd la Sinistra è ai margini, il Centro ha uno spazio angusto. D'altra parte, il Pd  dispone ancora di consensi potenziali ampi. Se nelle stime di voto è prossima al 25%, la quota di elettori potenziali, che si dicono vicini al Pd, supera il 30%. E l'immagine di Bersani, come leader, è migliorata, nelle ultime settimane. Solo che molti elettori faticano a riconoscersi in un partito che non si fa riconoscere. Che mobilita la base ma la consulta in modo intermittente. Dove la scelta dei candidati e del leader è affidata alle primarie. Ma il leader viene pre-stabilito dal gruppo dirigente nazionale. Che condiziona anche le nomine locali. Il Pd, quindi, resta un partito incompiuto. Non ha una missione riconoscibile e riconosciuta. E per questo non riesce a imporsi come un'alternativa vera. Ma nessuna alternativa - al governo e di governo - è possibile, senza il Pd. Riuscisse a chiarirlo a se stesso, potrebbe spiegarlo anche agli altri. Anzitutto, ai suoi elettori. Ai fedeli e agli incerti, agli esuli e ai delusi. Ma deve farlo oggi. Domani è già tardi. 

 

LA STAMPA

La crisi è aperta di Marcello Sorgi

 

La crisi di governo aperta a sorpresa da Fini, con l’intimazione a Berlusconi di dimettersi, era in realtà nell’aria da tempo. Sorprendenti semmai, dopo giorni in cui aveva sparso cautela anche tra i suoi, sono modi e toni con cui il presidente della Camera ha chiuso diciassette anni di collaborazione con il Cavaliere. Dopo quel che ha detto ieri, infatti, è veramente impossibile che Fini si ritrovi in futuro, e in qualsiasi modo, alleato di Berlusconi. Anche l’offerta, inaccettabile per il premier, di provare a mettere su un nuovo governo, con l’appoggio anche di Casini e dell’Udc, e a partire dalla riforma della legge elettorale, si inquadra nell’oltraggio che volutamente il leader di Futuro e libertà ha fatto alla stagione berlusconiana, chiudendola con una sorta di parricidio. In un modo o nell’altro, con o senza un passaggio parlamentare che certifichi la fine della sua maggioranza, per altro evidente, Berlusconi dovrà salire al Quirinale e rassegnare il mandato. Ma non è detto che, come sostiene da mesi, la fine del suo governo apra la strada automaticamente alle elezioni anticipate. Così come non è sicuro che per evitarle, e costringere il Cavaliere in un angolo, sia pronto a nascere un governo di emergenza, mirato alla stessa riforma elettorale, e sostenuto da una maggioranza di unità nazionale, da Fini a Di Pietro, passando per Casini, Rutelli e Bersani. Se l’alternativa sarà questa, va detto, le elezioni restano lo sbocco più probabile, e forse il più logico, nel momento in cui si tratta di decidere se chiudere veramente, o far proseguire, una stagione, come quella berlusconiana, che s’è sempre basata su un larghissimo consenso popolare, e non può essere archiviata con qualcosa che ricordi, pur non riproponendolo tale e quale, il ribaltone del 1994. Inoltre i leader dei partiti che dovrebbero ritrovarsi insieme - e perdipiù con il Pdl e la Lega all’opposizione -, in una sorta di Comitato di liberazione nazionale da Berlusconi, non fanno mistero che lo stato dei rapporti e delle trattative tra loro è appena iniziale. Ed esistono chiare riserve sulla prospettiva di cui discutono, legate all’accoglimento, che verrebbe dai rispettivi elettori, di un’iniziativa del genere, specie in presenza di una prevedibile e rumorosa reazione popolare della «gens Silvia». Ma se Berlusconi non riuscirà né a rifare il governo, né a ottenere le urne - è auspicabile, per inciso, che questi tentativi avvengano nel pieno rispetto delle istituzioni, già messe a dura prova dal tira e molla di questi mesi -, si aprirà molto probabilmente una terza strada. Quella di un governo di centrodestra senza Berlusconi, ma almeno formalmente non contro Berlusconi: guidato, cioè, da una personalità del Pdl scelta anche tra i componenti dell’esecutivo uscente, composto magari in buona parte dagli stessi ministri, sostenuto da una maggioranza come l’attuale o più larga, e legato a un programma non troppo dissimile da quello che dev’essere ancora realizzato e alle emergenze che fanno ancora dell’Italia, checché se ne dica, una sorta di sorvegliato speciale dell’Europa. Un governo come questo - del quale a essere sinceri si sentiva parlare dentro e fuori il centrodestra anche prima della convention finiana, di fronte al declino recente e crescente, causa scandali, dell’immagine di Berlusconi - potrebbe anche darsi l’orizzonte temporale del 2013. E potrebbe collocare alla fine del percorso, com’è logico, la riforma elettorale: legge che generalmente viene approvata alla fine della legislatura, e non nel bel mezzo. E la cui perentoria evocazione, nel giorno della crisi, salvo farla seguire da un classico rinvio, sarebbe servita, alla fine, solo a mettere in piedi l’ultimo, insormontabile, ostacolo per Berlusconi.

 

Un giorno da leone di Michele Brambilla

 

Ieri Fini ha avuto il suo giorno da leone. Non che prima abbia vissuto anni da pecora, ovvio: ma ieri è stato leader vero, amato e acclamato come non mai. Ancor più di quando a Roma il suo Msi diventò il primo partito e sui colli si risentì cantare, dopo quarant’anni, «sole che sorgi libero e giocondo»; e ancor più persino di quel giorno recente in cui osò alzare il dito in faccia a Berlusconi: «Che fai, mi cacci?». Un’ombra - quella del raccomandato, o quella del numero due, o perfino quella del traditore e opportunista - aveva sempre un po’ sporcato il rapporto tra Fini e il suo popolo. Leader del Fronte della Gioventù, ad esempio, il ventenne Gianfranco lo era diventato non per volontà degli iscritti, ma per imposizione del suo padrino politico Giorgio Almirante. Alle elezioni per il nuovo segretario del Fronte stravinse infatti Marco Tarchi, che portava finalmente libri e pensiero in un mondo di muscoli e teste rasate. Fini arrivò quinto, ma Almirante decise che il capo del Fronte l’avrebbe scelto il segretario del Msi, cioè lui, tra uno dei cinque più votati. I giovani camerati non hanno mai perdonato a Fini quella spintarella: lo chiamavano «dietro gli occhiali niente» e gli preferivano Rauti, che era vecchio ma volava più alto, parlava di Evola, di Brasillach, di Drieu La Rochelle, di Céline. Proprio Rauti, all’inizio degli Anni Novanta, strappò poi a Fini la segreteria del Msi, che al giovane «raccomandato» era stata lasciata in eredità da Almirante. Fini se la riprese poco dopo. Ma il suo destino pareva quello del liquidatore di un partito destinato all’estinzione. Poi, nel 1993, l’imprevedibile svolta: Fini si candidò sindaco della capitale e sfiorò l’elezione. Ma anche qui un’ombra, quella di Berlusconi, il Cavaliere nero che aveva fatto endorsement («Se fossi cittadino romano voterei per Fini») manifestando una potenza devastante perché con una battuta era riuscito a sdoganare un mondo che da quarant’anni stava chiuso in un ghetto. Certo: poi Fini è diventato vicepresidente del Consiglio, ministro degli Esteri e tante altre belle cose ancora. Ma sempre sotto l’ombrello di Berlusconi, il vero, indiscusso leader. Di Fini si diceva che parlava bene, anche se non quanto Almirante; e qualcuno ironizzava sul suo look da impiegato di banca o rappresentante. Anche quando ha sciolto il Msi e fondato Alleanza Nazionale, Fini non ha avuto tutto il consenso del suo popolo: in quanti gli hanno dato del rinnegato, dell’apostata. Ma ieri no. Anche se la grisaglia era sempre quella dell’uomo Facis, Fini ha parlato come un capo forte e coraggioso, e come un capo che non ha nessuno cui rendere conto. E’ vero: il suo è stato, più che un proporre, un opporre, nel senso che è stato soprattutto un parlare «contro» Berlusconi. Ma il leader di Futuro e Libertà - e qui sta forse il dato più significativo di ieri - ha parlato come un uomo di destra, non come un convertito al «politically correct» quale lo dipingono i giornali vicini al Cavaliere. Ha voluto dire che la destra può essere anche qualcosa di altro rispetto a quella incarnata dal berlusconismo e dalla Lega, lanciando così una sfida alla borghesia, soprattutto a quella del Nord. E’ come se avesse detto: vediamo se possiamo dimostrare che non è vero che essere di destra vuol dire soltanto difendere il proprio portafogli dai comunisti, dalle tasse, dagli immigrati. Vediamo se c’è davvero in Italia una borghesia conservatrice e liberale che sa guardare avanti e all’interesse collettivo. Fini ha così restituito a molti dei suoi l’orgoglio di essere di destra. Mirko Tremaglia ha detto dal palco che grazie a Fini è tornato giovane: e la giovinezza di Tremaglia è Salò, non la sinistra. Può darsi che tra qualche mese della giornata di ieri resterà solo un pallido ricordo. Fini rischia molto, forse tutto. Ma è anche per questo che, fosse anche solo per un giorno, è diventato leader come mai era stato prima.

 

IL GIORNALE

E ora Gianfranco è ai piedi di Casini di Marcello Veneziani

 

All'armi son sfascisti. La fanteria del Partito democratico, le truppe terrestri di Di Pietro, i siluratori subacquei di Fini, la flottiglia aerea dei pm, più i carri armati dei poteri forti, sono partiti per colpire in terra, in cielo e in mare Berlusconi, il suo governo e la maggioranza dell'Italia che lo sostiene. Non hanno un progetto comune e nemmeno progetti separati, ma un solo desiderio: sfasciare Berlusconi e il suo governo. Per la causa, ogni scusa è buona: giovani mignotte, scavi di Pompei, giudici d'assalto e gay indignati. Diventato ormai l'umbria di se stesso, un Fini inacidito compie lo storico strappo di Perugia, terra del suo precursore Gaucci. Gli fa eco un Bersani travestito da magazziniere delle Coop, con le maniche rimboccate come esige il copione della fiction di partito, che mobilita la piazza contro Berlusconi. La mattanza è fissata prima di Natale, l'11 dicembre. Ma dal suo partito, gli sfascisti più coerenti vogliono approfittare dello sfascio per rottamare pure lui, il Lenin del tortello. Insomma è tutto un fervore di buoni propositi da garage di Avetrana: chi vuole stringere alla gola di Berlusca una corda e chi una cinta, e chi vorrebbe approfittarne per seviziarlo. Non è bello vivere questo autunno italiano, scansare pugnali e veleni, respirare aria fetida e alluvioni, crolli e immondizie. Ormai si sono scavati fossati incolmabili, non ci sono più spazi di dialogo e di trattativa, non ci sono più punti in comune tra le forze in campo, eccetto uno. Sì, c'è un punto, un solo punto in comune tra i governativi e gli sfascisti, tra Berlusconi, Fini, Bersani, i poteri forti e la bella stampa: è l'invocazione di un santino miracoloso, un ragazzo di Bologna che fu adottato da una famiglia di palazzinari romani. Parlo di San Pierferdinando decollato, al secolo Casini, Unico Democristiano Corteggiato (in sigla Udc). Tutti, da sinistra a destra, invocano il ragazzo della Provvidenza. Perfino Berlusconi e Fini pur vivendo ormai agli antipodi e dicendo ormai sempre e solo cose opposte, arrivano sorprendentemente alla stessa conclusione: per uscire dalla crisi ci vuole Casini. Berlusconi dice: dai, Casini vieni con noi e subito dopo Fini dice: per svoltare nel Paese ci vuole Casini al governo. Vi dico nel dettaglio la sequenza del ragionamento di Fini: Berlusconi vai a casa, poi fai un altro governo, un Berlusconi bis. E quale sarebbe la differenza tra il primo e il secondo governo? L'innesto di Casini, appunto. Ma che avrà di così miracoloso questo Pierferdinando? Quali doti nascoste, quali virtù sfuggite agli italiani lo rendono oggi il Messia? Nessuna in particolare. Casini ha solo una fortuna: ha aperto un negozietto in pieno centro, anzi per la precisione occupa un sottano nel Palazzo che fu della Dc. La collocazione strategica di quel piccolo locale lo rende assai appetibile e prezioso per tutti. È vero che a volte il ragazzo di Bologna è solo un alibi, un modo per non dire che vogliono apertamente lo sfascio o le urne. Ma è vero che quel piccolo locale basterebbe a Berlusconi per governare; e dall'altra parte darebbe qualche margine d'azione a Fini, a Bersani, a Montezemolo, a Rutelli. Senza citarlo, anche il guru del Censis De Rita lo invocava ieri dalle colonne del Corriere della Sera a guidare una coalizione di colombe; ma anche il falco Maurizio Belpietro lo suggerisce a Berlusconi come suo successore. Eccolo, il ragazzo della Provvidenza, devoto alla Madonna di San Luca, che fece le scuole elementari da Forlani, poi le medie da Berlusca che lo nominò capoclasse alla Camera, ma andò nel frattempo a lezioni private dai Caltagirone. Ora che si è messo in proprio, viene tirato da tutte le parti, da sinistra, da destra, dal centro, dalla periferia, dalla Chiesa e dalla Confindustria. Si scelse come aiutante per i lavori ingrati il faccendiere politico Cesa e come cappellano don Rocco Buttiglione. Senza aver fatto nulla di significativo è diventato il centro dell'universo politico italiano, il sole del sistema planetario dei partiti. Per nessuno Casini è il Nemico o il Male, ma per tutti o per tanti è il Ripiego. Come Fini, anche lui è un politico di professione, cominciò nella Dc dalla prima comunione e da allora non smise più. Però è più accorto e meno astioso di Fini, fa i matrimoni giusti e non ha mai rinnegato le sue origini. E non ha mai tradito Berlusconi ma lo ha lasciato quando erano all'opposizione: sì, lo ha tormentato ai tempi dell'altro governo, ma non si è mai sfilato dalla maggioranza quando diventò presidente della Camera, non mise in ginocchio il governo. E poi, se permettete, fa più simpatia di Fini, non ha cognati invadenti e non gioca sui valori politici e immobiliari. Ha quell'aria da chierichetto discolo, che fa qualche marachella, scansa qualche scapaccione dal parroco ma nessuno lo vorrebbe cacciare dalla Chiesa. Così l'Italia è finita ai piedi di Casini. Madonna di San Luca, come ci siamo ridotti.

 

Diamo a Pompei i soldi regalati alle sagre di Giorgio Israel

 

Per una singolare coincidenza, mentre era da poco crollata la Casa dei Gladiatori di Pompei, ignaro dell’evento, stavo visitando gli scavi di Ostia Antica, non impressionanti come quelli di Pompei ma di grande suggestione e importanza, poiché offrono l’immagine di una città commerciale dell’antica Roma. Mi chiedevo come fosse possibile una tariffa d'ingresso così irrisoria: 6,50 euro, ridotti a 3,25 o a zero per numerose categorie. In cinque abbiamo pagato 6,50 euro. Somme simili non coprono il costo necessario a riscuoterle. Non sarebbe possibile pretendere molto di più e abolire certe assurde facilitazioni? Ma certo che sarebbe possibile. Figuriamoci se un turista, una volta venuto in Italia, si tirerebbe indietro di fronte a una spesa un po’ più consistente! E poi, perché mai nei musei esteri sono presenti negozi che offrono una profusione di oggetti e gadget fantasiosi e anche di qualità, mentre i nostri non vanno oltre una misera offerta di cartoline, matite o T-shirt? La fantasia non arriva neppure a mettere in vendita puzzle dei mosaici, costruzioni dei monumenti per bambini o riproduzioni dei dipinti. All’estero, sfruttano come limoni i quattro zeppi che possiedono, mentre noi, che rigurgitiamo di beni culturali, li esibiamo sciattamente, con la testa girata dall’altra parte, come se la conservazione di questo immenso patrimonio fosse un'incombenza fastidiosa, una condanna; e il suo sfruttamento fosse da lasciare in mano all’esercito dei ciceroni fasulli, dei camion di paninari e dei borseggiatori. Sappiamo bene che anche una gestione oculata di tariffe e negozi servirebbe al più a coprire le spese del personale. Servono investimenti rilevanti, rilevantissimi. Ma come si fa a non capire che questa è la risorsa che rende l’Italia unica al mondo? Pare che sia falsa la notizia che qualcuno nel governo abbia detto che la cultura non si mangia. Meno male, perché pur lasciando da parte la volgarità di una simile espressione, sarebbe stupefacente che non si capisca quale immenso valore economico rappresenta il patrimonio culturale italiano. Sia ben chiaro. Se vogliamo parlare il linguaggio della verità va detto che su questo tema può scagliare la prima pietra soltanto chi è senza peccati, cioè quasi nessuno. È indubbio che il governo e la maggioranza abbiano le loro colpe. Se il rigore finanziario si esercitasse in modo uniforme su tutti i fronti non vi sarebbe niente da dire. Ma non è così. Gli esempi sono tanti. Basti dire che non si può da un lato combattere il fenomeno dei falsi invalidi e poi approvare leggi che rischiano di estendere in modo sterminato la platea dei falsi disabili. Certamente le finanze del nostro Paese sono in bilico e il rigore è indispensabile in presenza di una crisi strutturale profonda che purtroppo non è ancora alle spalle. Ma questo è un Paese in cui, pur mettendo da parte l’evasione fiscale, si sperperano risorse in modo indecente. Nel nome della «cultura» scorrono torrenti di quattrini da ogni lato. Non c’è ente locale che non abbia la sua sagra letteraria, scientifica, filosofica, che non promuova un premio letterario, che non organizzi convegni sugli argomenti più inattesi. Tutto questo mobilita un’enorme quantità di risorse, per produrre spesso poco o niente di valido. Provate a constatare lo stupore con cui uno straniero accoglie la descrizione della mole incredibile di iniziative «culturali» che pullulano in ogni angolo del Bel Paese. Basterebbero le spese necessarie a sostenere un certo numero di queste iniziative per dare ossigeno alle nostre disastrate Biblioteche nazionali. Un minimo senso di responsabilità dovrebbe indurre gli enti locali a fare a gara nel dirottare i fondi impiegati nelle iniziative «culturali» effimere verso il compito di salvare un inestimabile patrimonio archeologico, artistico, architettonico, museale, culturale; invitando gli sponsor privati che intervengono in quelle iniziative a fare altrettanto. E, se tale senso di responsabilità non vi fosse, bisognerebbe esplorare tutte le vie per costringere a comportamenti virtuosi, come si richiede in circostanze di emergenza. Purtroppo, in barba alla verità che «nessuno può scagliare la prima pietra», stiamo assistendo alla solita sagra dell’ipocrisia nazionale. Difatti, se il governo non brilla per sensibilità nei confronti della cultura, chi lo attacca dall’opposizione fa la parte del bue che dà del cornuto all’asino. Chi, se non quasi tutte le amministrazioni locali di sinistra (ispirandosi all’ideologia della cultura dell’effimero), ha finanziato per anni lautamente feste su feste, festival su festival, le iniziative più fasulle, spesso appaltate a dilettanti il cui unico merito era quello di essere «amici», mentre i marciapiedi dei centri storici andavano in pezzi e i monumenti si ricoprivano di immondizia e di graffiti? L’ex sindaco di Roma Veltroni, invece di gridare allo scandalo, dovrebbe fare autocritica per aver favorito la cultura dell’effimero, mettendosi in gara con Venezia per duplicare il festival del cinema, invece di impegnarsi esclusivamente sul fronte del patrimonio archeologico, artistico e culturale della capitale. Il crollo della Casa dei Gladiatori di Pompei è frutto di un disastro che ha premesse lontane, è l’esito di un disinteresse scandaloso di cui tutti, nessuno escluso, dovrebbero fare ammenda e per il quale dovrebbero cospargersi il capo di cenere. Invece, si preferisce imbastire la sagra dell’ipocrisia e della strumentalizzazione politica e non mettere il dito sulla vera piaga: la necessità di cessare una volta per tutte di sparlarsi addosso dalla mattina alla sera di «cultura» in termini metodologici, ludici o spettacolari, mentre i fondamenti materiali della cultura - monumenti, musei, scavi, biblioteche, archivi - si sgretolano. Si tratta nientemeno che dei fondamenti della nostra civiltà, quelli che danno senso alla nostra identità storica. Ma sono sempre meno coloro che nutrono interesse per questi fondamenti. Siamo sempre più nelle mani di persone la cui sensibilità culturale è prossima allo zero. In fondo, è la stessa situazione che si verifica con l’istruzione. La prima preoccupazione non dovrebbe essere quella di plasmare la formazione dei giovani su quei valori e su quei contenuti culturali che sono il fondamento della nostra civiltà? Invece siamo sotto la ferula di personaggi che predicano che non deve contare nulla «cosa» si pensa, bensì soltanto «come» si pensa. In tal modo, il «cosa», ovvero la cultura propriamente detta, va a pezzi come la Casa dei Gladiatori. Perciò, con tutto il rispetto per i manager e il loro ausilio indispensabile, non bastano i tecnicismi. Il patrimonio culturale non si salva con il modello Asl o consegnando tutto ai privati. Occorre una presa di coscienza nazionale e una grande spinta morale per salvare ciò che rappresenta la nostra principale e unica ricchezza. Purtroppo, c’è seriamente da temere che nutrire la speranza di una simile presa di coscienza sia una grande ingenuità.

 

Crisi da Prima Repubblica: ecco cosa succederà

Con il Fli che annuncia il ritiro della delegazione dal governo una via d’uscita è possibile: Berlusconi può provvedere a un rimpasto flash, come fece Andreotti nel ’90. E la responsabilità di una sfiducia in Parlamento spetterebbe a Fini

 

Un salto all’indietro di vent’anni. Così la delegazione finiana al governo (il ministro Ronchi, il viceministro Urso, i sottosegretari Menia e Buonfiglio), che oggi annunciano di abbandonare la nave, riportano l’Italia al 1990. E proprio come allora, quando il presidente del Consiglio Andreotti rimpiazzò i cinque ministri della sinistra Dc dimissionari dopo la fiducia sulla legge Mammì, Berlusconi potrebbe provvedere al rimpasto di governo senza salire al Quirinale. Eppure Gianfranco Fini chiede al Cavaliere di dimettersi. Sapendo perfettamente che al di là dell’uscio c’è il buio. Anzi, tenebre ad alto rischio. Perché delle due ipotesi avanzate dal presidente della Camera - o meglio, dal presidente di Fli - non si vede che un solo esito: una crisi politica come da anni non c’era mai stata. Tutta da decifrare nella sua assoluta novità. Detto infatti che l’apertura formale di una crisi e la ridefinizione di un programma sotto dettatura di Futuro e libertà non è tanto diverso dal ritiro dei quattro finiani dal governo e dalla promessa di voler valutare ogni singolo provvedimento (i numeri della maggioranza sarebbero risicati, le assenze incidono e i mal di pancia possono montare anche nel Pdl dove qualcuno preferirebbe la prova di forza), non è che calcolando i rapporti di Camera e Senato si possa far finta di nulla. Crisi sarà, insomma: imminente o prossima ventura. Ma a quel punto? Ed ecco il paradosso. Chi al momento può volere un voto ravvicinato? Berlusconi sa che il rischio di trovarsi azzoppato pur solo a Palazzo Madama, è reale. Bossi, alla finestra, ha bisogno di arrivare almeno a febbraio-marzo per varare l’agognato federalismo. Il Pd non ne vuol sapere di andare alle urne quando i sondaggi continuano a volerlo in calo. E persino Di Pietro potrebbe avere i suoi problemi, tant’è che sfida Fini a presentare una mozione di sfiducia se davvero vuol rendersi credibile. Conviene al presidente della Camera allora andare al voto? Mica tanto. Potrebbe pur sempre trovare un’intesa con Casini, ma la diarchia è disegno che fin troppo spesso ha portato poi al tentativo di reciproco assassinio. Insomma, tranne chi è attualmente fuori dal Parlamento - come Sinistra Ecologia e Libertà, Rifondazione, i socialisti e sull’altro versante Storace - fugge al solo sentire la parola urne. Anche perché se ci si andasse, si finirebbe per votare col vecchio e deprecato «porcellum» che dona una corposa maggioranza di seggi al partito o all’intesa tra forze che prevale nel computo dei risultati della Camera. Non è dunque un caso che Fini, lanciando il suo ultimatum a Berlusconi tenga a spiegare che non sarà possibile nessun patto a meno che «non venga cancellata la legge vergogna». Cosa che, come sa perfettamente, Berlusconi non farà mai in questo momento se non avesse solide garanzie di andare avanti. Bersani, per superare l’impasse, ipotizza un governo tecnico. Ma i numeri non ci sono se Fini e Casini non sono disposti a fare i portatori d’acqua della sinistra. E allora? Di chiaro c’è solo che se il presidente della Camera vuole una crisi - come hanno fatto sapere dal Pdl - può ottenerla solo attraverso un voto delle Camere che si presenta più difficile della passeggiata settembrina fatta da Berlusconi. E dopo? Si rischia di andare a singhiozzo a discapito del paese, o a una crisi al buio. Come nei peggiori capitoli della prima Repubblica di cui non si auspicava certo il ritorno.

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 Gli ultimi giorni di Pompei di Paolo Pombeni

 

Era sin troppo facile assumere il crollo di un reperto archeologico a Pompei come simbolo della situazione in cui versa il Paese: una grande eredità lasciata in qualche modo andare in malora. L’angoscia del presidente Napolitano manifestata già due volte negli ultimi giorni per una politica inconcludente e rissosa fa il controcanto a quella immagine, mentre fioriscono i lamenti e le indignazioni per la vicenda rifiuti a Napoli e dintorni che non si riesce a risolvere, per il balletto dei provvedimenti spettacolari che non si sa mai appunto quanto siano spettacolo e quanto realtà. In questo scenario di disincanto dalla politica, eravamo appesi all’attesa di cosa avrebbe detto Gianfranco Fini alla grande riunione dei suoi sostenitori. Il nocciolo era, ovviamente, politico: cosa vuol fare Fini sul lungo periodo, e, cosa ancor più interessante, cosa intende fare nel breve. Al primo quesito la risposta è stata molto chiara: il presidente della Camera lancia la sua Opa (consentiteci una battuta) sul centrodestra. C’è bisogno di un centrodestra europeo, Berlusconi ha fallito nel provare a costruirlo, ed ora c’è lo spazio per riprendere il discorso con una nuova leadership e delle idee più “moderne”, cioè sganciate dalla ipoteca del passatismo leghista e della sua illusione di fermare la storia. Non è pura retorica politica. Fini sa che per questa operazione gli serve tempo, ma sa anche che in questo tempo non può stare fermo e “lasciar correre”, perché altrimenti arriva alla meta non con un partito, ma con un partitino. E allora lancia una sfida aperta a Berlusconi. Si dimetta - dice - e accetti, con un atto pubblico e simbolico, di consacrare la nuova fase che vede, se possiamo rovesciare una famosa battuta di Craxi verso il Pci, una “competizione a destra”. Fini non stacca esattamente la spina come gli chiedono le opposizioni, perché non vuol fare il loro gioco. Si aprono così tre scenari. Il primo vede Berlusconi che si arrocca su sé stesso: non considera significativo se lo lasceranno i componenti finiani del governo e prova ad andare avanti come se nulla fosse. Si mette nelle condizioni di non poter fare nulla di ciò che più gli interessa, perché non ha la maggioranza in Parlamento, ma può sempre far passare provvedimenti di interesse generale, ai quali i finiani farebbero fatica ad opporsi, intestandosene però l’iniziativa e il merito (esempio, finanziaria e riforma universitaria). È una soluzione molto rischiosa, che ha alta probabilità di impantanare tutto in una guerriglia parlamentare, perché né la Lega né i pasdaran del Pdl potrebbero star lì fermi. Secondo scenario: Berlusconi concede a Fini quel che non ha concesso un anno fa a Casini, cioè accetta di correre il rischio delle dimissioni e del varo di un nuovo governo sotto la sua guida. Vedendola in maniera fredda è l’unica soluzione che mostrerebbe ancora la forza politica di Berlusconi: in un primo momento sembrerebbe venire a patti con l’avversario, ma subito dopo potrebbe rendere palese che non ha paura di un gioco aperto. Scendere su questo terreno lo costringerebbe a mettere ordine nel suo partito. Se Berlusconi non avrà più il fiato per fare una politica in attacco, come sussurrano in molti, si profila il terzo scenario: si tira avanti come si può finché non si riesce a costruire un incidente per buttare il tavolo all’aria ed arrivare al grande scontro elettorale pubblico. Il gioco è però un risiko, perché nessuno può sapere come si arriverà a quel momento, ma è molto probabile che ci si arrivi male. Vogliamo dire che è facile accada con un Paese impantanato in diatribe politichesi, con gravi disfunzioni, in serie difficoltà sul piano internazionale. In una situazione del genere il male minore potrebbe essere quel governo di “responsabilità nazionale” che sarebbe spinto in avanti dalla preoccupazione generalizzata, almeno nei ceti dirigenti, di sprofondare il Paese in una crisi pesante. È però difficile immaginare che si possa arrivare ad una soluzione del genere dopo mesi di guerra. Per velleitario che possa sembrare, c’è da augurarsi che la “ragione politica” prevalga nell’affrontare questo passaggio sulla manìa di risolvere tutto con le cosiddette “narrazioni politiche”, che secondo certi osservatori farebbero la fortuna di un leader nella politica attuale: perché il Paese ha bisogno di risolvere dei problemi, non di sentirsi raccontare delle favole, per accattivanti che siano. Quelle servono al massimo per dare la buona notte.

 

Pag 1 Ma Gianfranco vuole evitare l’incognita – urne di Claudio Rizza

 

Il dilemma di Gianfranco Fini era trovare un equilibrio tra spinte diverse: rompere lo stallo con il berlusconismo senza proporre ribaltoni e farsi inquinare da spinte trasformiste. Dare retta alla sua base “rivoluzionaria”, questo Futuro e libertà che per la prima volta da anni, al contrario di quanto era diventata An, mostra di poter persino sopravanzare il suo leader nelle idee e nell’audacia della proposta politica. Delineare una prospettiva che porti «oltre» il Pdl, spazzando via lo stile e i difetti del berlusconismo ormai spompato. Ed infine, ed è certo la parte più importante e delicata, proporre un nuovo governo e una nuova, rinnovata alleanza di centro destra aprendo una crisi di governo ma evitando assolutamente di precipitare verso le elezioni. Elezioni per le quali nessuno è pronto, tranne la Lega. Elezioni che non vuole il Quirinale, e che in questo momento sarebbero difficilmente evitabili se si precipitasse nella crisi, non essendo affatto scontata la possibilità di ricorrere ad un governo d’emergenza che affrontasse le urgenze dell’economia e la necessità di cambiare la legge elettorale. Elezioni che l’establishment non vuole, non Confindustria e gli imprenditori, non le parti sociali, non il mondo della finanza e nemmeno la Chiesa. Tutti apertamente o implicitamente delusi da Berlusconi, ma tutti convinti che l’Italia non possa permettersi una nuova fase di instabilità in un momento delicato come questo. Gli “avvisi” di questi mondi sono arrivati a Fini sotto varie forme. Assieme al consiglio di stare attento, nel proporre il suo strappo, a non lacerare irrimediabilmente una maggioranza troppo debole per riuscire a governare l’ennesima crisi di nervi. E così ha fatto Fini. Ha confezionato un copione lineare, studiando tempi e mosse. Il ministro Ronchi e i sottosegretari hanno rimesso nelle sue mani il mandato di governo, per provare al mondo e ai berluscones che il Fli è unito, oltre i falchi e le colombe, dietro al suo leader. Ha rinforzato i confini del centro destra dichiarando che il Pdl «non è un avversario» ma che bisogna andare «oltre il Pdl» ricominciando dalla vecchia Casa delle Libertà con dentro i centristi. Ha allontanato ogni sirena e ogni inciucio a sinistra: «Non saremo mai subalterni alla cultura politica degli avversari di sinistra», convinto che nel Manifesto del Fli ci sia già tutto quanto serve ad una destra europea moderna e riformista. Il moderatismo cui Fini si ispira è assai più avanzato di quanto non sia il Pdl: «Non c’è movimento in Europa che sia così arretrato come il Pdl». E, per giustificare l’appoggio al governo nonostante tutte le critiche al premier ha sottolineato le cose buone e condivisibili: il pacchetto sicurezza, l’opera di Tremonti sulla spesa pubblica (criticando però i tagli uguali per tutti, senza distinguere); la riforma Gelmini che avrà i finanziamenti; l’azione di Maroni anti mafia, «ma soprattutto quella delle forze dell’ordine». Di qui la necessità di un nuovo patto di governo. “Il governo del fare” non basta più, è diventato quello del «fare finta che tutto vada bene», ironizza Fini. Dunque, un patto di legislatura e una nuova agenda politica, un programma rinnovato e un nuovo patto sociale per rilanciare il centro destra. Altrimenti? E’ qui che servono nervi saldi e fantasia. Se Berlusconi rifiuta il patto e la crisi, Fini ritirerà il suo ministro e i pochi sottosegretari. Crisi di governo, rimpastino, qualsiasi sarà l’epilogo il Fli avrà a quel punto mani più libere. Continuerà a votare per il governo, ma in Parlamento contratterà con più forza i suoi sì. Con il rischio dell’inciampo fatale che porta alle indesiderate urne. Ma a quel punto, chissà, il governo di unità nazionale o d’emergenza magari sarà più realistico.

 

LA NUOVA

Pag 1 Fini, Berlusconi e l’Italia che naufraga di Renzo Guolo

 

Il re è nudo. Fini non stacca la spina ma apre, di fatto, la crisi di governo. Non solo il presidente della Camera invita Berlusconi a salire al Colle e dimettersi, ma annuncia che senza un “colpo d’ala”, impossibile per un presidente del Consiglio zavorrato da problemi personali e dalla pesante catena della Lega, i ministri di Fli non potranno rimanere nell’esecutivo. Fini non dichiara formalmente chiusa l’alleanza col Pdl; ma, ribaltando la mossa di Berlusconi che gli offre tatticamente un patto di legislatura a cui non dice formalmente «no», pone tante e tali condizioni da renderne impossibile l’attuazione. Il leader del Fli condiziona la permanenza nella maggioranza non solo a un rilancio dell’economia che ricorda, più che la concertazione corporativa di antica memoria, la versione del «patto tra produttori» che rese possibile la «politica dei redditi» e che oggi dovrebbe reggersi sull’accordo di imprenditori e sindacato, Cgil compresa; ma anche a una fiscalità di vantaggio per il Sud e a un federalismo che non punisca il Mezzogiorno, prospettiva che il Carroccio non potrebbe accettare. L’altro punto indigeribile per il Pdl, ancor più che per la Lega, è la richiesta di modifica della legge elettorale, quel «Porcellum» di nefasta invenzione calderoliana, che consente ai capi di partito di nominare, con quale conseguenza per la qualità del ceto politico reclutato è ben visibile, i propri parlamentari. Con il risultato che Montecitorio e Palazzo Madama sono popolati in buona parte da persone che hanno come solo merito quello di dire sempre «sì» a chi ha regalato loro l’occasione della vita, o presentano determinati “requisiti” fisici. Parlamentari oggi apparentemente schierati in difesa di chi li ha inventati ma che, domani, potrebbero cambiare casacca, dal momento che non hanno alcuna idealità politica ma solo esigenze personali e carriere da tutelare. Una nuova legge elettorale che non consegni a un partito che ha la maggioranza relativa il controllo delle istituzioni. Richiesta impossibile da accogliere, dal momento che senza il «Porcellum», Berlusconi non potrebbe avere né il pieno controllo di deputati e senatori eletti da cittadini tornati pienamente sovrani, né la strada spianata per il Quirinale. E’, dunque, prevedibile che non vi sarà alcun nuovo patto di legislatura. Nessuna nuova maggioranza allargata all’Udc, che la Lega teme come la peste; né un governo, guidato da Berlusconi, che metta in primo piano la questione della legalità e abbandoni la strada di leggi ad personam che hanno come unico obiettivo quello di tramutare l’immunità in impunità. La richiesta di dimissioni, anche di fronte a un Fli che, insidiosamente, scinde i destini del Pdl da quelli del suo leader, è inaudita per chi, animato da una concezione proprietaria, pensa al partito e alle istituzioni come “cosa sua”. Il nuovo governo chiesto da Fini avrebbe come obiettivo portare il Paese a elezioni in cui dovrebbe competere un centrodestra assai diverso da quello attuale. Una prospettiva che segnerebbe la fine del berlusconismo, come avventura politica e biografia “antropologica” della nazione; e che per questo sarà osteggiata dal capo del governo, che pensa invece a un’intesa che allarghi la maggioranza all’Udc ma non muti l’asse preferenziale con la Lega. Un “accordicchio” che consenta di traccheggiare sino a quando emergenze politiche, economiche, giudiziarie saranno concluse e potrà salire al Quirinale. Anche per mettere in imbarazzo un presidente della Camera che sollecita l’apertura extraparlamentare della crisi, Berlusconi cercherà di provocare un voto negativo dei finiani in Parlamento. Per poi giocarsi tutto, destino politico e personale, in elezioni anticipate trasformate, nell’ennesima ordalia. Nel frattempo, in questo continuo tentativo di Fini e Berlusconi di lasciare il cerino in mano all’odiato alleato, l’Italia naufraga, purtroppo non solo metaforicamente, in acque cattive e non governate. Una situazione che richiederebbe una comune assunzione di responsabilità da parte di classi dirigenti degne di tal nome. A partire dalla constatazione che il Paese non può più restare appeso alle sorti personali di un capo del governo alle prese con preoccupazioni, e occupazioni, assai diverse da quelle della maggioranza dei suoi concittadini, che oltretutto minano la nostra credibilità internazionale.

 

Torna al sommario

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 7 novembre 2010

Pag 1 Legge elettorale, che cosa fare di Giovanni Sartori

Il superpremio di maggioranza

 

In uno Stato ben ordinato debbono esistere punti fermi e problemi risolti. Per esempio la Costituzione (la regola delle regole) e anche il sistema elettorale. Invece la nostra Costituzione viene sempre più stravolta da interpretazioni «materiali» di natura populistica che appunto la stravolgono. E ora torna prepotentemente in ballo il sistema elettorale. La Prima Repubblica adottò un sistema proporzionale che funzionò discretamente fino alla caduta del potere democristiano. Ma il proporzionalismo è esposto a due degenerazioni: la trasformazione del sistema parlamentare in un sistema assembleare ingovernabile perché troppo frantumato e anche perché troppo indisciplinato. In Italia queste degenerazioni furono bloccate sia dalla malfamata «partitocrazia», sia perché il pericolo comunista non consentiva voti sprecati. Così la proporzionale non moltiplicò il nostro sistema partitico oltre misura. La Prima Repubblica fu governata da più o meno cinque partiti, uno dei quali, la Dc, era dominante. Ma questo edificio crollò con la fine del comunismo sovietico. Io raccomandai, a quel tempo, un sistema maggioritario a doppio turno, come in Francia. Invano. Fu adottato, invece, il Mattarellum, un sistema per 3/4 maggioritario e per 1/4 proporzionale. Secondo i promotori di questa pensata il Mattarellum avrebbe prodotto anche in Italia un sistema bipartitico all’inglese. E quando il bipartitismo non arrivò (come si sapeva benissimo) la colpa fu addossata al «misto», al 25 per cento di proporzionale. Accusa ridicola, tanto più che se distribuita sulle due Camere la sua incidenza complessiva si riduceva a un misero 12,5 per cento. In realtà il Mattarellum produsse la frantumazione del nostro sistema partitico. Tanto vero che il secondo governo Prodi dovette imbarcare una sconnessa ammucchiata di partitini che lo fecero franare nell’inconcludenza. Riacciuffato il potere, il governo Berlusconi-Bossi inventò un sistema inedito, il Porcellum, fondato su uno smisurato e inaccettabile premio di maggioranza. Un premio in virtù del quale la maggiore minoranza (anche se fosse soltanto, per esempio, del 30 per cento dei voti) conquista il 55 per cento dei seggi in Parlamento. Si capisce che questo sistema piaccia al Cavaliere, che lo dichiara intoccabile. E siccome nuove elezioni potrebbero essere prossime, ecco che si moltiplicano le proposte per farlo saltare. Tra queste l’iniziativa di ieri (su questo giornale) del professor Stefano Passigli, già senatore, è quella che mi convince di più. Passigli preannunzia un referendum abrogativo della legge vigente, del Porcellum, che in sostanza ne cancella il premio di maggioranza. Si potrebbe fare di più e anche di meglio. Ma è già emerso dall’editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere del 12 ottobre che i nostri esperti continuano a essere in disaccordo e anche a proporre sistemi elettorali fantasiosi. So bene che il referendum è un grosso sforzo ma produrrebbe una soluzione accettabile e sensata per tutti. Sarebbe l’ora.

 

Pag 1 La cultura in polvere di Sergio Rizzo

 

Lo stato di Pompei è terribilmente serio e non si può liquidare facendo spallucce. Fa venire i brividi rileggere oggi quelle frasi. «Pompei», aveva scritto l’archeologo Andrea Carandini il 6 ottobre sul Corriere, «si trova nella situazione dell’Aquila, ma dal ’700. Le città senza coperture hanno un solo destino: ridursi in polvere. Quanti isolati siamo stati e saremo in grado di coprire? Certamente pochi, rispetto al centinaio di quelli scavati. E il resto? In polvere, pioggia dopo pioggia». Quel giorno, mentre infuriavano le polemiche sulle denunce per il degrado degli scavi, queste parole scivolarono via come l’acqua fresca. Eppure la situazione degli scavi è nota da anni. Come pure il problema delle coperture mancanti, delle infiltrazioni d’acqua, dei reperti ammassati a «Sing Sing». Per non parlare del resto. I numeri dicono tutto: alla manutenzione ordinaria della città - perché Pompei è una città - verranno destinati due milioni l’anno. Avete capito bene: due milioni. Leggo sempre dall’articolo di Carandini: «Nel passato sono stati spesi circa sette milioni di euro l’anno, su circa 20 di incassi annuali». Ancora: «Manca a Pompei un progetto, che parta da un’analisi imparziale di quel che è stato fatto nell’ultimo decennio, per arrivare a una proposta globale, che si concentri su un solo obbiettivo: come spendere gli ingenti fondi che Pompei incasserà nel prossimo decennio? Quali le parti da coprire, come realizzare le coperture, cosa fare per quelle che non si potranno proteggere...?». Appunto. Qualcuno ha mai dato risposta a queste domande, a parte mandare lì la Protezione civile (ripeto: ma che c’entra la Protezione civile a Pompei? Quella è roba per archeologi, storici, restauratori, architetti, ingegneri). I fatti di ieri dimostrano che lo stato di Pompei, a dispetto delle versioni ufficiali (o di comodo) è terribilmente serio. E non si può liquidare facendo spallucce, come purtroppo è stato fatto recentemente. Ma va bene anche questo, purché poi ci si renda conto della gravità della situazione e si intervenga. Lasciando da parte, per favore, la propaganda. Apprendiamo che dopo il crollo della casa dei Gladiatori lo stesso ministro denuncia la carenza di fondi e il disinteresse verso i Beni culturali. Meglio tardi che mai.

 

Pag 1 Tutti i beni malati di Paolo Conti

La mappa dei patrimoni a rischio non riguarda solo il Sud

 

No. Non esiste una vera e propria mappa del rischio per i nostri disastrati beni culturali, cioè quel patrimonio che la Costituzione (articolo 9) ci obbligherebbe a tutelare e valorizzare. Manca una lista che abbia il sigillo del dicastero fondato da Giovanni Spadolini. Spiega Gisella Capponi, direttore del prestigioso Istituto per la Conservazione e il restauro fondato da Cesare Brandi: «Un’idea delle priorità è nell’elenco degli interventi previsti, continuamente però oggetto di tagli e revisioni... Non abbiamo un monitoraggio reale». Si lamenta Alessandra Mottola Molfino, presidente di Italia Nostra: «Senza manutenzione e con i fondi inesistenti, tutta Italia è a rischio. Si salvano solo San Pietro a Roma e il Duomo di Milano che hanno due Fabbriche impegnate a seguire ogni piccola crepa e a intervenire subito». E la presidente dell’associazione fondata da personaggi che si chiamavano Elena Croce, Giorgio Bassani e Umberto Zanotti Bianco non rinuncia a una battuta: «Le responsabilità del ministero per Pompei sono enormi. Meno immagini virtuali e più finanziamenti concreti per la manutenzione». Poi, un sospiro: «Qui si sbriciola tutto, sembra che il Paese sia stato divorato da chi ha cercato il compromesso per il tornaconto personale dimenticando l’obbligo del bene collettivo»

L’allarme degli archeologi - E così, per avere un’idea di massima dei beni a rischio, occorre incrociare diverse banche dati e indicazioni. A maggio l’Associazione nazionale archeologi ha stilato una propria mappatura che, ovviamente, si limita ai beni più antichi: massima parte delle indicazioni riguardano inevitabilmente il centro-sud, ma non solo. Aquileia ad Udine, Megara Hyblaea a Siracusa, le colonne doriche di Taranto e l’acquedotto dell’Aqua Nymphalis nella stessa città, le mura greche di piazza Bellini a Napoli e sempre lì l’area archeologica dei Campi Flegrei. E poi tutta Pompei e tutta Ercolano. In quanto a Roma l’elenco è sterminato: le antiche e nobili Mura Serviane del VI secolo avanti Cristo (annotazione dell’Associazione nazionale archeologi) «che sembrano dimenticate», il circuito delle Mura Aureliane «interessate da almeno dieci crolli negli ultimi cinque anni», l’Acquedotto del Mandrione, i Castra Praetoria costruiti tra Nomentana e Tiburtina, la villa Gordiani sulla Prenestina.

Intemperie e degrado - Tutti beni, sostiene l’Associazione nazionale archeologi, «non protetti dagli agenti atmosferici» (ovvero piove nelle strutture) oppure oggetto di un degrado che nessuno controlla o monitora. Naturalmente il «caso romano» non può prescindere da almeno tre emergenze: il caso del Colosseo, che sarà oggetto presto di un mega-restauro da 25 milioni di euro. Ma a maggio si è staccato un metro quadrato di intonaco: colpa dello smog, del degrado, proprio della mancanza di manutenzione. Poi c’è la grandiosa Domus Aurea: a marzo si è aperta una voragine di cento e più metri, il crollo più consistente degli ultimi cinquant’anni. Come spiega l’insigne archeologo Andrea Carandini, le pareti della Domus sono friabilissime poiché ormai spogliate dalla struttura muraria vera e propria e quindi ridotte a nulla, al solo nucleo cementizio, in più dalle volte continua a piovere. Infine c’è l’intera area del Palatino, altra zona a rischio. Per esempio gli scavi della Domus Tiberiana, meravigliosa area (ricca di meravigliosi criptoportici) ancora riservata agli studiosi ma sottoposta a un rischio altissimo, e per questa ragione chiusa al grande pubblico. Pochi giorni fa proprio Carandini ha parlato di «emergenza perpetua», insistendo sulla necessità di un intervento costante e attento. Già: ma i fondi, le risorse?

Le due Torri - E siamo ancora a un parzialissimo, quasi sintetico elenco. Perché le preoccupazioni sono tante. Ancora Alessandra Mottola Molfino: «Italia Nostra non ha l’abitudine di privilegiare questo o quel luogo da salvare. Noi ci battiamo per la salvaguardia dell’Italia intera. Ma se dovessi rammentare due emergenze spettacolari indicherei sicuramente le Due Torri di Bologna, da tempo oggetto di ansia perché a rischio di stabilità, come ha ricordato giorno fa l’autorevole sismologo Enzo Boschi. E la stessa cupola di Santa Maria del Fiore, a Firenze, per fortuna costantemente monitorata, resta comunque al centro di autorevoli e motivate preoccupazioni circa la stabilità».

Non solo al Sud - Infine c’è la Uil Beni culturali, autentica rete di monitoraggio parallela e insieme alternativa a quella del ministero dei Beni culturali. Il segretario Gianfranco Cerasoli, grazie ai contatti costanti con funzionari e dipendenti, è a conoscenza di ciò che molti, nello stesso ministero, ignorano o ricordano con difficoltà. Cerasoli: «Ecco, se penso per esempio ai rischi di Firenze mi viene subito in mente lo sterminato complesso dell’ex convento di Sant’Orsola, di proprietà comunale, e da anni in stato di abbandono anche se c’è un progetto di riqualificazione. A Milano nessuno è tranquillo pensando alla sorte di villa Citterio e delle sue strutture. E lo stesso dico per la Villa Reale di Monza. In quanto al resto dell’Italia tra i mille possibili esempi citerei palazzo Giustiniani a Bassano Romano, dove si rischia seriamente il crollo del tetto, e lo stesso direi per la Certosa di Calci, a dieci chilometri da Pisa». Due tesori che a tanti italiani suggeriscono poco ma che invece fanno parte di quel Museo Diffuso-Italia descritto da Federico Zeri e, prima ancora, da Cesare Brandi.

 

Pag 32 Questa politica della perfidia che sta stancando i cittadini di Giuseppe De Rita

 

Può arrivare anche ai più attenti osservatori sociali la tentazione di un pur breve vagabondaggio intellettuale, magari partendo da una riflessione seria e ampiamente condivisa, cioè dalla valutazione, che un osservatore esterno alla politica attuale non può non fare, che i tanti governi di cui si parla e scrive (il governo tecnico, quello dell’emergenza, quello istituzionale, quello di responsabilità nazionale, ecc.) sembrano derivare da preoccupazioni serie ma di flebile percorribilità politica. Ma soprattutto non hanno il potere di disinnescare quella carica di aggressività, di cattiveria, spesso di perfidia, che caratterizza l’attuale tensione politica. Il bipolarismo - e l’antiberlusconismo che in questo periodo lo fa vivere - sta selezionando la propria classe dirigente attraverso un premio implicito a chi è più ferocemente in campo: con opere o parole, con gossip diffuso o mirati dossier. Il clima complessivo ne è avvelenato e i cittadini, tranne i casi in cui qualcuno diventa cattivo anche lui, ne sono stanchi. Serve probabilmente un periodo di decantazione e non sarebbe male fare un governo che scelga una linea di pacata ragionevolezza. E qui è scattato il vagabondaggio, con l’idea di immaginare un «governo dei miti», un’idea più o meno coscientemente introiettata dalla Messa del primo novembre, imperniata sul vangelo delle beatitudini, una delle quali suona «beati i miti, perché erediteranno la terra». Frase che mi ha particolarmente colpito, forse perché c’è in essa un intrigante intreccio fra virtù attuali e potere futuro e su cui i teologi avranno già speso migliaia di pagine. Immagino lo sghignazzo con cui i cultori della cattiveria a oltranza leggeranno questa uscita in controtendenza rispetto alla realtà mediatica su cui essi regnano. Ma chi voglia superare l’attuale crisi politica, e non sobbollire in essa, potrebbe anche cominciare a ritenere necessaria una inversione di clima. E visto che non è comunque un’idea destinata a immediato successo, si può proseguire il vagabondaggio pensando che un governo dei miti, per non apparire troppo imbelle, possa coniugarsi anche come «governo dei Miti», volto a rilanciare l’ambizione a perseguire traguardi non di puro appiattimento a un esistente non certo entusiasmante. L’attuale reciprocità della cattiveria sta infatti impoverendo quelle doti di immaginazione, di pensiero immaginale, di mente fervidamente operante, che fanno la ricchezza della psicologia di un Paese. Va detto cioè che il vuoto mentale, che sembra abitare la cultura collettiva e in parte anche individuale, non è dovuto solo alla nuda conclamata potenza della comunicazione di massa, ma anche e forse più alla mancanza di dialettica culturale che caratterizza una comunicazione ridotta a strumento di circolare aggressività. Ricordiamoci che siamo come italiani cresciuti, dal ’45 in poi, credendo in alcuni miti (la ricostruzione, lo sviluppo economico, l’industrializzazione, il made in Italy, la globalizzazione); e sforziamoci quindi di rilanciare un impegno comune di immaginazione e progettazione di nuove dinamiche di medio periodo. I pericolosi crinali del vagabondaggio mostrano in lontananza la prospettiva di un governo di miti e dei Miti; ma la vertigine che ne risulta consiglia di ritornare ad un tipo più serio e pragmatico di riflessione. Resta però il sospetto che in una realtà così piatta come la nostra si possa e si debba anche rischiare la vertigine.

 

Pag 32 Ma Obama resta una grande speranza di Bernard-Henri Lévy

 

Così dunque Obama ha perso. Come previsto, sebbene in maniera meno netta di quanto pronosticato e soprattutto di quanto speravano gli illuminati dei Tea Party, gli elettori americani gli hanno inflitto un voto-sanzione. Del resto, egli stesso l’ha immediatamente riconosciuto, con una semplicità, un’eleganza, un fair play degni di ammirazione. Detto questo, la campagna per le elezioni di medio termine è finita. Ci sono argomenti che, finché la battaglia impazzava, forse facevano parte del gioco (per quanto...) ma, ora che si è conclusa e si torna alle cose serie, ci piacerebbe non sentire più. Bisognerebbe smettere di dire, per esempio, che la politica economica di Obama ha «creato disoccupazione», mentre tutti gli studi scrupolosi (a cominciare da quello di fine agosto dei filo-repubblicani Mark Zandi e Alan Blinder) riconoscono che ha creato circa tre milioni di nuovi posti di lavoro e che il tasso di disoccupazione, senza di essa, si situerebbe fra l’11 e il 16%. Bisognerebbe smettere di raccontare che l’economia mondiale, con Obama e per sua colpa, stava correndo verso il fallimento, allorché è fortemente probabile (come scrive François David sul Figaro del 1˚novembre) che abbia cominciato a risollevarsi sotto l’impulso, certo, dei «Paesi emergenti», ma con l’appoggio - perché non ammetterlo? - di una politica monetaria statunitense, l’unica veramente possibile in un Paese i cui consumatori continuano a pesare, da soli, il 18% del Pil mondiale. In ogni modo, non si può ritenere un presidente eletto due anni fa responsabile del cattivo stato dell’America, della lenta distruzione delle infrastrutture, del declino del sistema educativo o della produttività, come fa Arianna Huffington nel suo libro (Third World America, Crown Publishing Group), poiché tale rovina è cominciata, lo dice bene lei stessa, quando Obama non era ancora entrato in politica. Non si può rimproverargli di agire al tempo stesso troppo velocemente e non abbastanza. Di preoccuparsi troppo dei consensi, di fare troppi compromessi con gli avversari, e di volersi imporre con la forza. Non ci si può impietosire sul suo 49% di opinioni favorevoli nei sondaggi, mentre altri - per esempio Sarkozy - sono fermi al 29%. Né sul «disincanto» dei suoi sostenitori, visto che due autori satirici - Jon Stewart e Stephen Colbert - sono riusciti, nelle ultime ore della campagna, a far manifestare sul National Mall 150.000 persone che gli erano furiosamente favorevoli. Non si può continuare a ripetere che un sisma minaccia Washington, quando a questo presidente accade quel che successe, a metà mandato, a tanti altri presidenti prima di lui: senza risalire fino a Eisenhower, Nixon o Johnson, Obama è più o meno nella stessa situazione di Reagan nel 1982, di Clinton nel 1994, di Bush nel 2006. Non è la fine del mondo. Bisogna smettere anche di farfugliare che Obama «non ha mantenuto le promesse». Di quali promesse si parla? Per quanto riguarda il sistema sanitario che, prima di lui, condannava 46 milioni di poveri alla mancanza di cure e, quindi, a una morte precoce, egli ha avviato la più grande rivoluzione che il Paese abbia conosciuto dall’epoca del movimento per i diritti civili: certo, bisogna portarla a termine, rimane cioè da votarne il bilancio. Ma su questo punto la palla è nel campo dei repubblicani e spetterà a loro dire se si comporteranno da sabotatori o da responsabili. Quanto all’Iraq, ha mantenuto la parola, poiché il ritiro, fin da ora, è avviato e alla fine del 2011 non ci sarà più un soldato americano a Bagdad o a Bassora. Quanto al Medio Oriente, ha fatto il contrario rispetto ai suoi predecessori, che aspettavano gli ultimi mesi dell’ultimo anno del loro ultimo mandato per accorgersi del problema e impegnarsi in una corsa contro il tempo, il cui principale scopo era di ottenere, strappandolo coi denti, come un trofeo, un vago accordo raffazzonato che, beninteso, in realtà non veniva mai raggiunto: Barack Obama, invece, si è reso conto dell’urgenza, e della complessità, dell’impresa fin dal primo giorno del primo anno del suo primo mandato. Già questo non è così male. Per quanto concerne, più in generale, quello che Samuel Huntington aveva incautamente chiamato lo «scontro delle civiltà», Obama ha calmato il gioco, ha teso la mano all’Islam moderato e - talora con un grande discorso (al Cairo), talora attraverso piccoli segnali (la vicenda della moschea di New York) - ha limitato i rischi di uno scontro, blocco contro blocco, da cui le democrazie, e la Democrazia, sarebbero uscite inevitabilmente perdenti. Ha cambiato il volto dell’America. Ha inventato un tono, e un brivido, nuovi. Nel braccio di ferro con Wall Street, ha evitato la trappola di un populismo che non risparmia né i democratici né i loro avversari. Ha reagito con sangue freddo, senza cedere alla tentazione di amplificare il proprio ruolo di «comandante in capo» in prima linea della «guerra contro il terrore», quando Al Qaeda si è invitata nella campagna delle elezioni di medio termine inviando, proprio negli ultimi giorni, due pacchi con esplosivo agli ebrei di Chicago. Anche questo testimonia un modo di fare politica con uno stile diverso da quello del suo predecessore. In poche parole, Barack Obama ha talvolta «deluso» (Guantanamo, l’Iran...), ma non ha «fallito». Possono parlare di «fallimento» solo coloro che, confondendo politica e magia, rimpiangono che egli non abbia trasformato, in un batter d’occhio, il proprio Paese e il mondo. Da parte mia, ritengo più che mai che la sua apparizione, poi la sua elezione, poi la sua azione siano fra le cose migliori accadute nell’epoca buia che, ovunque e sempre più spesso, è la nostra. Sono pronto a scommettere che questo presidente, sebbene indebolito ma con ancora e la maggioranza in Senato e la massima autorità sulla politica estera del Paese, non ha finito di sorprenderci, e che fra due anni si prenderà anche una clamorosa rivincita su chi, in fondo, non ha mai digerito che un Nero si insediasse alla Casa Bianca.

 

LA REPUBBLICA di domenica 7 novembre 2010

Pag 1 L’ultima partita a scacchi del Cavaliere di Eugenio Scalfari

 

Ma adesso che succede? Questa domanda se la rimpallano tutti, è addirittura diventata una domanda da bar, perfino tra persone che di solito non si occupano di politica e discutono semmai, ai bar dello sport, sulla formazione delle squadre e di Totti o di Cassano. Segno che qualche cosa di nuovo è accaduto, qualche cosa che è fuoriuscita dalla bolla del politichese ed ha raggiunto l'uomo comune, cioè la pancia del Paese. A conferma di quanto scrivo ci sono i più recenti sondaggi sugli umori del "popolo sovrano": il livello delle astensioni, quelli che non hanno alcuna intenzione di votare, oscilla tra il 15 e il 20 per cento come è sempre stato. Aumenta invece il numero degli indecisi che viaggia al di sopra del 30 per cento. Gli indecisi sono appunto quelli che ti chiedono: "E adesso che succede?". La domanda viene da sinistra, dal centro, da destra. Soprattutto da destra, dove è sempre più diffusa la sensazione che il ciclo berlusconiano sia concluso. È un ciclo che dura da almeno 25 anni, perciò è sbagliato pensare che sia cominciato nel '94, con il primo governo del Cavaliere. È cominciato molto prima, quando ebbe inizio l'ascesa televisiva della Fininvest e l'incubazione del berlusconismo nelle vene della nazione. Naturalmente anche altri fatti concorsero a cambiare radicalmente il profilo antropologico degli italiani: il ristagno dell'economia, la caduta della competitività nell'industria pubblica e privata, la corruzione diventata sistema di governo, il crescente distacco tra Nord e Sud, l'implosione del comunismo e la caduta del Muro di Berlino. In una società frastornata da questi traumi e dai conseguenti disagi, il berlusconismo arrivò con un'irruenza imprevista guidando quella mutazione antropologica che ha assunto le dimensioni d'una vera e propria metamorfosi. Scomparvero le classi tradizionali, crollò il modello Iri, la grande industria si ridusse a pochissime nicchie senza più forza propulsiva, aumentarono le diseguaglianze. Tra i ricchissimi e i poveri si frappose un ceto medio gelatinoso con una tendenza all'impoverimento, dominato dalla paura di retrocedere e bisognoso di appoggiarsi alla speranza del miracolo e a qualcuno che su quella speranza costruisse il suo mito. Appoggiati cioè alla favola che ogni sera veniva messa in onda sugli schermi della televisione. Quel ciclo è finito lasciando un paese pieno di guai materiali e di rovine morali, al punto che la parola "morale" è ormai oggetto di lazzi e sberleffi. Ogni discorso pubblico, da qualunque parte provenga, comincia sempre con la frase: "Non farò del moralismo", o con l'insulto: "Sei un moralista". Se si vuole una misura del degrado, sta tutta nell'impronunciabilità di quella parola. E adesso che succede?

Il cambiamento morale, culturale ed economico passa - piaccia o non piaccia - per l'imbuto della politica e si svolge intorno a due nomi, al massimo tre: Berlusconi, Fini, Bossi. Sullo sfondo naturalmente c'è tutta l'opposizione da Casini fino a Di Pietro. Senza l'opposizione nulla si potrà fare ma il suo comportamento è obbligato. Vendola per il momento sta fuori dal perimetro della partita, come pure i vari Chiamparino e Renzi. Entreranno semmai in campo quando si andrà a votare perché nell'agone parlamentare, dove per ora la partita si svolge, loro non ci sono. Berlusconi è finito, la coscienza nazionale che si sta lentamente risvegliando gli ha già notificato il cartellino giallo, ma il rosso dell'espulsione immediata ancora no; quindi è ancora in campo e giocherà molto duro proprio perché è consapevole che sarà fuori nei prossimi match. Se volessimo adottare a mo' d'esempio il gioco degli scacchi, direi che lui è il re che lotta per evitare lo scacco matto, Fini è la regina avversaria che può muovere in molte direzioni, Bossi gioca con una torre in difesa del re. Alfieri e cavalli distribuiteli come vi pare tra gli altri comprimari della partita, tenendo presente che molti di quei pezzi sono stati eliminati dalla scacchiera. Berlusconi tenta di riagganciare Fini proponendogli un patto di legislatura. Se Fini accettasse, Casini dovrebbe seguirlo perché da solo al centro non ha prospettive. Ma io credo che Fini non accetterà e la ragione è semplice: se rientrasse nell'alleanza lascerebbe al suo avversario due anni di tempo, spunterebbero altri delfini e soprattutto, con questa legge elettorale, nel 2013 Berlusconi potrebbe ancora sperare di scalare il Quirinale. Allora il cartellino rosso non verrebbe mai più. Fini parlerà oggi a Perugia. Per quello che penso io, e per ciò che abbiamo appreso ieri dalle parole durissime di Italo Bocchino, direi che tra lui e il presidente del Consiglio non c'è più terreno comune. Il nuovo partito finiano voterà i provvedimenti che riterrà utili al Paese e voterà contro per quelli che riterrà dannosi e quando venisse posto il problema della fiducia i finiani decideranno sul merito del provvedimento e non della fiducia. Questo io penso che Fini debba fare e credo che lo farà. Ma potrebbe anche cedere alle lusinghe e alla pressione di quelli dei suoi che non vogliono rompere. Se questo dovesse avvenire, Fini entrerà in un tritacarne e nel 2013 ne uscirà ridotto a una polpetta. Bossi. Poiché gioca con una torre, può andare soltanto in verticale o in orizzontale sulla scacchiera. Tradotto in termini politici: può sopportare a tempo indefinito che Fini faccia cuocere Berlusconi a fuoco lento e insieme con lui anche la Lega oppure può esser lui a staccare la spina tra gennaio e febbraio. La mia sensazione è che staccherà la spina o obbligherà Berlusconi a farlo. A quel punto (cioè tra tre mesi) che succede?

A quel punto il gioco si sposta nella mani del presidente della Repubblica che ha un diritto-dovere: prima di sciogliere le Camere deve verificare se esista una maggioranza alternativa. Si può star certi che Napolitano quella verifica la farà, crollasse il mondo. Ma esiste una maggioranza alternativa? C'è sicuramente alla Camera se Fini è pronto a dar vita insieme a Casini ad un governo che comprenda ovviamente anche il Pd e l'Italia dei valori. Al Senato questo schieramento non raggiunge la maggioranza ma è più che probabile che parecchi senatori del Pdl passino al centro di Fini-Casini. Questo sarà il punto più difficile della verifica di Napolitano. Molto dipenderà da chi sarà la persona incaricata di sondare i vari gruppi e gruppetti di Palazzo Madama. L'altra volta il sondaggio lo fece Marini e rispose negativamente, la maggioranza alternativa non c'era. Questa volta l'incaricato della verifica dovrebbe essere una personalità del centrodestra che riscuota anche la fiducia di Fini-Casini e dell'opposizione di sinistra affinché il Quirinale e le parti in causa siano sicuri dell'obiettività della verifica. Se la risposta sarà negativa Napolitano dovrà sciogliere le Camere, se sarà positiva si farà il nuovo governo con il centro e la sinistra. Domenica scorsa scrissi che il presidente di questo governo avrebbe dovuto essere una personalità al di sopra delle parti e dotata del massimo di autorevolezza e lo chiamai "Mister X". Ma potrebbe anche essere una personalità di centrodestra autorevole e accettata da tutti. Noi possiamo fare previsioni ma ad un certo punto dobbiamo fermarci quando entrano in gioco le prerogative del Capo dello Stato e qui siamo arrivati a quel punto e infatti ci fermiamo.

Possiamo però ipotizzare che quel nuovo governo si faccia e la legislatura non venga sciolta. Per quanto tempo? Con quale programma? Walter Veltroni, nella sua intervista a "Repubblica" di qualche giorno fa, ha ricordato il governo Ciampi quando in piena Tangentopoli il presidente Oscar Luigi Scalfaro incaricò il Governatore della Banca d'Italia di guidare la legislatura fuori dalle secche morali e politiche nelle quali era incappata. Il ricordo è pertinente, l'emergenza che stiamo attraversando è anche maggiore di quella di allora per la semplice ragione che allora al governo c'era una uomo di notevoli capacità, Giuliano Amato, il quale fu il primo a indicare Ciampi al Capo dello Stato. Oggi a Palazzo Chigi c'è un populista di pessimo conio che per di più da qualche tempo sembra anche piuttosto frastornato di testa. L'ultima uscita sugli omosessuali, se si pensa ai casi specifici, lo dimostra con evidenza. Un Ciampi è molto difficile trovarlo ma non impossibile. Oppure, come s'è detto, un personaggio del centrodestra che dia garanzie a tutti. È evidente che il Presidente della Repubblica ha l'interesse, anzi l'obbligo costituzionale di fare un governo senza limiti di tempo. L'ipotesi di un Ministero di cento giorni è fuori dal quadro. Quindi il programma. Non può che essere una nuova legge elettorale, un federalismo che rafforzi e non indebolisca l'unità nazionale, una gestione intelligentemente rigorosa della pubblica finanza, una nuova struttura del welfare che tuteli tutti i lavoratori e i giovani e le famiglie in particolare. Poi, quando si andrà alle elezioni politiche, avremo un centrodestra repubblicano e costituzionale il quale si opporrà ad un centrosinistra riformatore. Il primo batterà sul binomio libertà-eguaglianza e il secondo sul binomio eguaglianza-libertà. La fraternità va bene per tutti e due. Mi direte che questi sono sogni. Rispondo anzitutto che un po' di sogno ci vuole. E poi rispondo che una nazione è sempre lo specchio della sua classe dirigente. Se il presidente del Consiglio e i ministri si comportano sulla base d'una visione etico-politica del bene comune, anche la nazione non considererà più la morale come una parolaccia. Post scriptum. Molti lettori mi chiedono che cosa penso di Lupi e di Ghedini che molti di loro hanno visto nei vari salotti televisivi. Che cosa penso di loro e del racconto che fanno di quanto avviene. Io penso così: Ghedini è l'avvocato del presidente del Consiglio, Lupi è un esponente di primo piano del Pdl ed in più è anche un militante cattolico della cattolicissima Comunione e Liberazione. Ghedini è diventato patetico nelle sue performance televisive. Ripete costantemente: "Non è vero" anche quando gli leggono un verbale firmato dal questore o da un magistrato inquirente. Sull'aspetto morale delle azioni del suo cliente si limita a dire: "Non è reato". Del resto è lui l'inventore dell'"utilizzatore finale" una frase che da anni è entrata nel gergo comune. Il caso di Lupi è più complesso per via della sua militanza cattolica e della sua fede che lui dichiara (e noi gli crediamo) intensa e attuata nella pratica della sua vita. La sua narrazione dei fatti non differisce da quella di Ghedini e fin qui problema loro, anche se contrasta vistosamente con la realtà documentata. Ma ad un cattolico è lecito chiedere anche un giudizio morale. Ebbene, Lupi si rifiuta di darlo. Pubblicamente. Sostiene che il problema non è quello. Il problema non è morale ma di efficienza e lui sostiene che l'efficienza (di Berlusconi) c'è e questo basta perché la morale non ha ingresso nella politica. Questo non lo diceva neppure Machiavelli che da buon fiorentino era un anti-papista per eccellenza. Non lo diceva neppure il cardinale Mazarino. Lupi invece lo dice: l'efficienza per lui cattolico fa premio sulla morale. Mi pare il massimo. In realtà sia Lupi sia Ghedini sanno che quando Berlusconi uscirà di scena anche loro usciranno è dunque in gioco la loro sopravvivenza come uomini di potere. Perciò sono pronti a dire che l'asino vola e che Berlusconi riceve le "escort" perché ha buon cuore. La sopravvivenza è la sopravvivenza. La morale l'hanno smarrita da tempo, ma io ho scritto qualche anno fa un libro intitolato "Alla ricerca della morale perduta" perciò li perdono sperando che la ritrovino.

 

Pag 1 L’abuso di potere / 10 di Adriano Sofri

 

L'abuso di potere 10. Rovesciamo il tavolo. La versione della difesa è memorabile. C'è un uomo buono, e una ragazza - mille ragazze - sventata. Ha, ancora per poco, gli occhi coperti per legge. Ma il potere risiede sulla punta dei suoi seni. La ragazza approfitta dell'uomo buono, del suo affetto indefesso e prodigo. È un abuso di potere. Noi uomini capiamo. Scuotiamo la testa, deploriamo la nostra debolezza paterna, ci diciamo che valga da lezione: alla larga dal potere che nasce dalla punta rosata dei seni, che ci taglia i capelli durante il sonno e ci vende inermi al nemico. Sarebbe bello, eh? Le puntate precedenti 1 hanno riportato l'abuso di potere al suo significato essenziale, prima (e dopo) qualsiasi fattispecie penale. Il potere insidia pressoché ogni relazione, e l'abuso tenta pressoché ogni potere. Il rapporto fra uomo e donna è segnato dal principio da una disuguaglianza di potere. L'espressione lusinghiera e disgustosa, "un uomo di potere", può estendersi, salvo complicazioni, a qualunque uomo nei confronti di qualunque donna. La storia universale spalleggia l'uomo che si aggiusta il nodo della cravatta preparandosi a fare la sua offerta. La complicazione sta nell'esistenza di uomini che vi si sottraggono per indole o per consapevolezza (rari) e di donne che vi si rifiutano fino alla ribellione, meno rare. Alcune società rendono impervia la ribellione delle donne e la schiacciano ferocemente, facendo della forza pubblica la garante e complice della prepotenza patriarcale. Altre società imparano a favorirla, e lasciano progressivamente soli gli uomini che se ne sentano offesi e sopraffatti, e non di rado reagiscono esercitando la loro bruta forza privata. Se questo è vero, e una sproporzione di potere e una tentazione di abusarne accompagna in modo che vuol apparire naturale la relazione fra uomo e donna, figurarsi la relazione fra una ragazza di diciassette anni in fuga da famiglia, carta d'identità a rischio e clausura in comunità, e il vecchio uomo più ricco e potente del reame. È la favola di sempre mutata in caricatura grottesca. Il rospo bacia la bella e resta rospo, la bella finisce in questura fra la sezione furti e la buoncostume. Questa smisuratezza misura la miseria della questione. Non è infatti il signor B. a unirsi per una sera o due alla signorina R.: è l'ammontare del patrimonio intestato al signor B. ad afferrare il giro di vita della signorina R., farle fare un paio di piroette e rimetterla in strada con la mancia. Il signor B. è una funzione del suo reddito - e, in addizione, del suo rango, cioè il filmino in cui racconta quella dell'ebreo e dell'orso a un re e gioca allo schiaffo del soldato con un imperatore, da mostrare alle signorine all'acme della nottata - dunque è altrettanto triste e mortificato del ragioniere che materialmente gli prepara le buste a tariffa differenziata, nottata dietro nottata, e chissà che vita fantastica e sessuale ha il ragioniere, e su lui sì che un Gogol contemporaneo saprebbe scrivere un romanzo immortale (Nikolaj Gogol', il romano, non Google, l'americano), sul signor B. non ci proverebbe nemmeno il signor Balzac. Ora, in questa spropositatezza - una pretty woman cui invece di Richard Gere è toccato il nostro, e invece del delizioso direttore d'albergo Hector Elizondo è toccato un malinconico caposcorta scampato al Copasir - è facile immaginare che alle ragazze novissime che sognano il casting istigate dalle novissime mamme (ma già Anna Magnani in Bellissima, 1951: però lei alla fine s'incazza forte) giri la testa e batta il cuore. Macché. Non gli batte il cuore, si direbbe. Vanno lì e già nei furgoni si dicono che bisogna fotografare più che si può, un giorno potrebbe tornare utile. Si direbbe che non si innamorino del signor B. Già: provateci voi. Innamoratevi voi del signor B., o del signor Lele M. Provano un trasporto per i suoi record - al governo, nelle televisioni, nella classifica dei redditi - e sanno distinguere fra i record e lui. Abusano di lui? In un certo senso. Si potrebbe perfino compiangere la sorte di B., poiché tutto quello che tocca diventa euro e gli si ritorce contro. Ma non si può, non si riesce, non ancora, almeno. Forse fra poco, quando la muta di cani che divorano le briciole sotto il suo letto gli azzannerà le mani e scodinzolerà all'ufficiale giudiziario. Per ora lui sta completamente al gioco, convinto di poterselo permettere, di potersi pagare tutto, dunque permettere tutto. Ha rinunciato a essere amato, gli servono i surrogati, qualche piccola folla che applauda di giorno, qualche comitiva di femmine di notte, che facciano marchette ma, mi raccomando, non lo dicano a voce alta. Le ragazze pensano di usarlo, lui sa di abusarne. Poi non esita a dichiararsene vittima, della malavita o della ragazza R. che, sleale, gli ha fatto credere di essere maggiorenne e, dettaglio immortale, nipote di Mubarak. (In tutta questa storia nessuno ancora ha chiesto al signore o alla signora Mubarak - la zia - che cosa ne pensino; e nemmeno ai padri pachistani che sgozzano la figlia adolescente che vuole decidere della propria capigliatura, o agli sventurati padri italiani marescialli che la sparano, la figlia tredicenne, perché va su Facebook. Voglio proporre un confronto, per spiegarla bene la cosa, com'è davvero. Prendete il vecchio pensionato vedovo accudito da una badante o relegato a un ospizio cui si faccia sposare un fiore di ragazza bielorussa, così, per darle la cittadinanza e magari anche una reversibilità pensionistica. Uno di quei matrimoni combinati per denaro o per raggiro. Il vecchio pensionato ne avrà in cambio, chissà, un bacio sulla guancia da lei al momento della cerimonia, prima che i suoi papponi la portino via ridendo. Oppure prendete un uomo italiano anziano e benestante che vada a comprarsi un fiore di ragazza romena e se la porti in casa, vitto e alloggio e magari qualcosa da mandare ai suoi, in cambio di tutti i servizi, e con la corda corta, e se la tirasse troppo, botte. Chi abusa di chi? Ecco, il signor B. è anche lui benestante, ma molto di più, al punto che di questi matrimoni in saldo può permettersene una dozzina per notte, un numero di cellulare per certificato nuziale, il ragioniere che prepara la busta di liquidazione e la mattina dopo chi s'è visto s'è visto. Turismo sessuale, senza muoversi da Palazzo, parità da un milione a zero, furgoni che vengono furgoni che vanno. Avevo un amico tanti anni fa, operaio alla Dalmine, voleva far presa su una ragazza di fuori in una sala da ballo, le disse che si chiamava T. di nome e Dalmine di cognome. Non sapeva che era un paese. Figurarsi se vi chiamate davvero Dalmine. Lui però era un bel ragazzo. Veniamo al punto. La volgarità è sempre esistita, e siamo in tanti, noi uomini, a essere vissuti molto al di sopra delle nostre possibilità, in fatto di donne. Zeus l'immortale, altro che centovent'anni, e la sua immortalità la portava benino, si tramutava anche lui in una volgarissima pioggia di euro per prendersi senza precauzioni la disgraziata Danae, e la ingravidò, e non doveva aver raggiunto nemmeno lei la maggiore età. Ma la scoperta, salvo errore, che questi stuoli di signorine restano attaccate al signor B., o se lo vendono alla prima telecamera, ma comunque non si innamorano di lui - e vorrei vedere - ha una portata più generale. Ha a che fare con la persuasione, ennesimamente ripetuta, che B. sia "in sintonia col paese", che la gente si riconosca in lui, che "gli italiani" siano fatti così, che ogni scandalo rafforzi lo zoccolo durissimo dei suoi amatori e invidiatori. Non ci credo, non più, non abbastanza. B. era la malattia, ma ha cominciato a diventare il vaccino. "Gli italiani" non possono dividersi fra amanti della Costituzione e amanti della prostituzione. È di ieri la mirabolante riforma prostituzionale che vuole toglierle dalla strada e confinarle a Palazzo. E non c'è stato nemmeno bisogno dei due terzi dei voti, né della doppia lettura parlamentare. Un potere madornale, un abuso madornale. Se la ricorderà, il signor B. quella famosa barzelletta che, riadattata, suona così. "Papà, il signor B. è fatto come noi?" "No, mooolto di più".

 

LA STAMPA di domenica 7 novembre 2010

Il lungo autunno del Cavaliere di Marcello Sorgi

Il premier Silvio Berlusconi prova a reagire alla fase più complessa della sua vita pubblica. Tormentato dagli scandali, con un governo diviso da feroci rivalità, stanco e malinconico, «Beati voi che andate a dormire», ha detto Berlusconi ai ministri. Lui sembra quasi non riuscirci più

 

A vederlo così, come l’hanno visto all’ultimo Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi sembrava irriconoscibile. Curvo a vergare, quasi sotto dettatura di Tremonti, un richiamo scritto alla ribelle Prestigiacomo – obbligata a scusarsi con il responsabile dell’Economia -, il premier aveva l’aria rassegnata, lo sguardo velato dall’incurabile stanchezza che lo affligge e di tanto in tanto si scioglie cupamente in sonnolenza. L’autunno del Cavaliere sarà lungo, forse lunghissimo: ma il segno che è cominciato sta nella luce spenta degli occhi in cui tutti, finora, cercavano forza e incitamento. Il primo a saperlo, ovviamente è lui, anche se non si rassegna e prova a fingere come può. Battute, barzellette, complimenti galanti alle signore, all’inizio di ogni riunione, Silvio fa sempre Silvio. Poi arriva inevitabilmente il momento in cui ogni discussione svela gli incubi che lo accompagnano e gli ostacoli insormontabili da cui è circondato. Così che nel gruppo di quelli che lo frequentano più assiduamente – gruppo assai eterogeneo e diviso al suo interno da tremende rivalità – c’è chi si è sentito fare cento volte lo stesso discorso. Il complotto delle procure che puntano a farlo fuori, l’inutile ricerca di un appeasement con Fini che lo vuole morto, i poteri forti che non lo hanno mai digerito, e l’Italia, quest’Italia piena di gente che lo ama, che lui ama, e vorrebbe accontentare senza riuscirci. L’ossessione che gli uomini del governo e del partito confermano, tra mille cautele, ha avuto negli ultimi giorni un’escalation contro Italo Bocchino, il capogruppo del Fli che non perde occasione per attaccarlo in tv. Siccome, tra le altre accuse, Bocchino ripeteva da giorni che il premier aveva rinunciato alla lotta contro la prostituzione per evidenti motivi personali, il Cavaliere ha voluto che il ministro dell’interno inserisse anche questo capitolo nel pacchetto sicurezza varato venerdì scorso. La decisione, repentina, non è passata inosservata. Ed ha animato le chiacchiere che, non solo tra i ministri, hanno ormai sfatato il mito del leader senza contraddittorio. A questo punto nessuno può negare infatti che Berlusconi non sia più il Berlusconi vincente di due anni fa; che in modo angoscioso lo tormentino gli scandali, soprattutto gli ultimi, ancora aperti, con i verbali delle escort al vaglio dei giudici di Milano; che la rottura con i finiani, inaccettabile per lui alla stregua di una qualsiasi manovra di Palazzo, lo abbia reso insieme impotente e sospettoso, al punto che anche quelli che sono convinti che alla fine una ricomposizione con il Presidente della Camera sia possibile, si spaventano a parlargliene. Come ha detto Berlusconi stesso alla direzione del Pdl di giovedì, l’elaborazione del discorso d’apertura – una melassa, nella quale chiaramente non si riconosceva - è stata piuttosto laboriosa. Due giorni e due notti di lavoro, in cui al capezzale del premier in difficoltà si alternavano i ministri mediatori Alfano, Gelmini e Frattini, gli inossidabili coordinatori Verdini, Bondi e La Russa, Letta andava e veniva, Cicchitto rileggeva. Solo quando, finalmente, e faticosamente, alla vigilia, il testo è stato licenziato, verso le due di notte di giovedi, gli ultimi rimasti si sono alzati esausti per salutare. «Beati voi che andate a dormire – li ha congedati il premier, mentre ancora provava l’intonazione dei passaggi principali -. Io non so se ci andrò. E non so neanche dove». Oltre a tenere in allarme costante le scorte, richiamate continuamente per fuori programma, questa dell’erraticità notturna - per cui a Roma il premier per dormire alterna Palazzo Grazioli con il castello di Tor Crescenza, e fuori dalla Capitale si divide tra Arcore, la nuova villa sul lago di Como e la Sardegna -, è un ulteriore segnale di inquietudine che s’è fatto notare negli ultimi tempi. Non che Berlusconi sia mai stato un abitudinario, anche prima. Ma chi gli è stato vicino ricorda alcuni punti fermi immutabili della sua agenda settimanale, a cominciare dal lunedì dedicato alla ditta di famiglia e all’immancabile cena ad Arcore con i leghisti. Bene, con evidente sorpresa di tutto il vertice Mediaset, abituato a riceverlo con la familiarità di chi vuol sempre ricordargli quale sia la sua vera casa, Berlusconi negli ultimi mesi s’è visto meno accanto a Confalonieri e al ristretto gruppo di dirigenti ammessi alle riunioni con “il dottore”, come continuano a chiamarlo in azienda. E quando è andato, non è apparso brillante al solito, né pignolo, come quando ad esempio, ai tempi in cui Mediaset doveva decidere modi e tempi del passaggio al digitale, Berlusconi bruscamente aveva fatto sentire, anche ai suoi familiari, la sua autorità monarchica e il peso dell’esperienza imprenditoriale. Allo stesso modo, da mesi, lui che non s’era mai rassegnato a star fuori dalle sue tv, lui che chiamava continuamente anche per un dettaglio o per l’acconciatura di una conduttrice (una volta, di recente, s’era lamentato anche per le pose scomposte di una concorrente del Grande Fratello), è come se si fosse distratto. Negli studi di Cologno Monzese c’era perfino chi lo riconosceva, facendosi prendere dai rimpianti, quando a notte fonda lo sentivano irrompere con una telefonata a “Ballarò”: ciò che da mesi non accade. Girano un sacco di voci e di ipotesi su questa forma d’assenza e sulla strana malinconia che si sono impadronite di Berlusconi. Ma al dunque, la spiegazione che si impone sulle altre è quella della solitudine. Sì, incredibile a dirsi, l’uomo che tutti immaginano al centro dei suoi festini, con le escort, con le minorenni, tra le bolle nella piscina dell’idromassaggio, soffrirebbe questa sopravvenuta condizione di single. Berlusconi è sempre stato un briccone con le donne, spiegano gli amici dei tempi migliori, ma alla fine tornava sempre a casa: dalla mamma o da Veronica, che sapevano capirlo e perdonarlo, e rappresentavano per lui l’unica vera lente d’ingrandimento con cui guardava il mondo. Non a caso adesso che mamma Rosa se n’è andata, quando Berlusconi, e capita spesso, se la prende in privato con i magistrati: «Mi fanno sembrare un delinquente, chissà cosa avrebbe detto mia madre», si sfoga, con quel gesto, quasi un tic, di mettersi la mano sulla tasca posteriore dei pantaloni dove in genere si tiene il portafoglio. Quanto a Veronica, la sensazione delle persone più vicine è che dietro la corteccia di durezza che gli fa considerare chiusa una volta e per tutte la storia – e lo è sicuramente – sopravviva il sentimento di una vita, l’amore per i figli, l’immagine che ogni tanto salta fuori di loro due sul lettone con il piccolo Silvio, il nipotino adorato di cui al nonno capita di parlare con tenerezza nei momenti più disparati. Mai, proprio mai, Berlusconi si sarebbe aspettato l’attacco pubblico e diretto della moglie sui giornali, che per lui ha reso la rottura definitiva. E mai è riuscito a riflettere sulla spirale dei suoi inconfessabili svaghi privati, che lui stesso s’è stretta intorno, e a poco a poco ha scavato il solco incolmabile con Veronica. E’ in quest’insieme complicato, di affetti e risentimenti, di nostalgie familiari e solitudine, di vita di corte, nelle stanze dove si consuma giornalmente la commedia del potere, e di vita notturna fatta di escort e ruffiani, che Berlusconi s’è incamminato sul viale del tramonto. Certi giorni, sembra proprio non abbia più voglia. Certi altri, pare animato dalla voglia di riscossa. Procede a scatti, ha ancora qualche lampo, eppure si muove senza costrutto. Inutilmente il tempo interminabile delle sue notti insonni è scandito dall’eco dei suoi passi solitari, nei corridoi infiniti dei palazzi berlusconiani disabitati.

 

IL MESSAGGERO di domenica 7 novembre 2010

Pag 1 Se al tavolo dei nuovi grandi l’Europa non conta niente di Romano Prodi

Come cambia il mondo

 

Che il mondo stia cambiando a una velocità senza pari ce ne stiamo accorgendo tutti. Se ne accorgono i capi di stato e di governo, se ne accorgono gli uomini d’affari e ce ne accorgiamo anche noi, quando vediamo i prezzi dei beni e i salari dipendere pesantemente dai nuovi rapporti di potere fra i diversi paesi. Su questi temi l’attenzione maggiore è stata rivolta agli eventi più appariscenti, e cioè la fine dell’esercizio solitario del primato americano, l’ascesa dell’Asia e il tramonto dell’Europa. Si è invece rimasti molto più distratti su altre trasformazioni provocate, o almeno rese possibili, dal passaggio da un mondo monopolare (comandato in maniera quasi solitaria dagli Stati Uniti) a un mondo multipolare, nel quale gli Stati Uniti rimangono il paese più potente dal punto di vista militare ma non sono più in grado di controllare con questo solo strumento la politica mondiale. Grande è infatti la debolezza americana che deriva dall’enorme debito pubblico, anch’esso in buona parte generato dal costo di mantenere più di mille basi militari e oltre quattrocentomila soldati in tutti gli angoli del mondo. Tutti sappiamo come la Cina abbia potuto avvantaggiarsi di questa nuova realtà mettendo in atto una politica a livello globale praticamente senza costi. E conosciamo bene come l’India stia scalando le posizioni della gerarchia mondiale. Pochi si sono invece resi conto di come Brasile e Turchia abbiano approfittato di questo quadro molto più fluido per affermare un loro ruolo forte e autonomo nel mondo. Considero insieme questi due paesi perché, pur nella loro diversità, essi hanno messo in atto una strategia assai simile. Brasile e Turchia sono stati per decenni obbedienti ma indispensabili alleati degli Stati Uniti. Indispensabile il Brasile per impedire il dilagare di una deriva populistica di tipo cubano o venezuelano in tutta l’America Latina. Indispensabile in passato la Turchia come baluardo orientale della Nato nei confronti dell’Unione Sovietica e, nel presente, come elemento di stabilità del Medio Oriente. Entrambi questi paesi hanno fatto leva sulla loro indispensabilità per mettere in atto una politica di crescente indipendenza dagli Stati Uniti e diventare vere e proprie potenze regionali. Il Brasile ha esercitato una funzione di arbitro nelle controversie del Centro e del Sud America e Lula, nei suoi otto anni di presidenza, ha compiuto ben nove viaggi nel continente africano, visitando oltre venti paesi e rafforzando e moltiplicando ovunque le proprie rappresentanze diplomatiche. La Turchia, da baluardo dell’occidente, è diventato un giocatore a tutto campo adottando la dottrina di non avere alcun nemico tra le nazioni vicine. Non ci si deve perciò stupire se Brasile e Turchia abbiano finito col mettersi assieme per attenuare l’isolamento dell’Iran nella delicata controversia nucleare. Con queste decisioni questi due paesi non hanno abbandonato il campo occidentale per passare ad altre alleanze, come sostengono alcuni superficiali osservatori: hanno semplicemente approfittato dei cambiamenti nei rapporti di forza per affermare un loro ruolo sempre più autonomo nella nuova politica e nella nuova economia mondiale. Nel caso della Turchia la coscienza della propria autonomia sta anche affievolendo il desiderio dei cittadini e del governo di divenire membri dell’Unione Europea. Tutto questo potrà anche allentare le tensioni sorte in molti paesi europei sull’adesione della Turchia all’Unione ma, in mancanza di una qualsiasi nostra politica, non potrà che indebolire ulteriormente il ruolo dell’Europa nel Mediterraneo e in tutto il Medio Oriente. Nel caso del Brasile, uno dei grandi detentori di prodotti agricoli e di materie prime, ci dobbiamo anche aspettare una politica sempre più autonoma nelle già difficili trattative sulle nuove regole del commercio internazionale. Turchia e Brasile non sono casi isolati ma solo due esempi del grande terremoto nei rapporti di forza dell’economia e della politica mondiale. Questi movimenti tellurici si estenderanno ulteriormente, moltiplicando il numero degli attori sul palcoscenico mondiale. Peccato che tra loro difficilmente troveremo l’Europa, i cui i grandi paesi sono tutti dedicati a marcarsi a vicenda senza capire che la loro paralisi reciproca li obbligherà a scendere definitivamente dal palcoscenico.

 

AVVENIRE di domenica 7 novembre 2010

Pag 2 Dietro il sorpasso cinese il fascino del modello autoritario di Giorgio Ferrari

La crescita senza democrazia pericolosa tentazione

 

Nei giorni scorsi la rivista Forbes ha incoronato il presidente cinese Hu Jintao quale uomo più potente del mondo, togliendo così all’America il primato da sempre spettante al primo inquilino della Casa Bianca e confermando implicitamente che dopo aver superato il Pil del Giappone la Cina si appresta a breve a diventare la nazione più influente del Pianeta. Un segnale significativamente già colto dal Fondo monetario internazionale, il cui direttorio giusto l’altra notte ha approvato una riforma del proprio sistema di quote, assegnando ai Paesi emergenti maggiori poteri di voto e riconoscendo alla Cina il ruolo di terzo e più importante membro dell’istituto, subito dopo Washington e Tokyo. Non è difficile immaginare che – per dirla con il linguaggio della diplomazia internazionale – per sottoporre piani di austerità e ottenere prestiti dalla Banca mondiale tra non molto tempo non occorrerà più il Washington consensus, bensì il Beijing consensus. Per gli Stati Uniti, dunque, sembra profilarsi un lungo dorato tramonto in un secolo che fatalmente finirà con il parlare cinese e dove già il baricentro geopolitico, per non dire di quello economico, trasloca dalle sponde dell’Atlantico a quelle del Pacifico. Per molti americani il sorpasso cinese è uno choc. Ma per molti altri ancora è una cocente disillusione. La scoperta cioè del fatto che la grande modernizzazione cinese, la sua crescita vertiginosa sui mercati, i suoi appetiti attorno alle materie prime, la sua crescente influenza in vaste aree del mondo non hanno portato a un’evoluzione in senso democratico e liberale, quella cioè che ha guidato per almeno due secoli il progresso delle democrazie occidentali, ma viceversa hanno offerto un’impressionante dimostrazione di come la mancanza di democrazia, la latitanza di diritti umani e della più elementare libertà d’espressione non siano state affatto un handicap per l’affermarsi di una superpotenza politica, economica e militare, la cui somiglianza strategica con l’antico e millenario Impero Celeste è sotto gli occhi di tutti. Ed è questa forse, non tanto il primato assegnato da Forbes alla figura di Hu Jintao – uomo di apparato ed espressione diretta di quella granitica classe dirigente radunata attorno al Partito comunista cinese, di cui è segretario generale ma dal quale è affiancato e controllato e i cui poteri personali in realtà sono di gran lunga più limitati rispetto a quelli di Barack Obama –, la più insidiosa delle realtà. Quel modello cinese cioè che proprio in virtù di un’economia di mercato autoritaria garantisce stabilità, sviluppo, ricchezza e influenza. Una sirena che dall’Africa all’America Latina al subcontinente asiatico sta ammaliando molti Paesi emergenti, che nella crescita stentata delle economie americane, europea, giapponese intravedono la conferma di un modello superato. Non a caso Obama sta giocando in difesa. Il suo stesso viaggio nelle quattro principali democrazie asiatiche – Giappone, Indonesia, Corea del Sud e India – lo testimonia. La sua è una missione essenzialmente economica, il cui obbiettivo è raddoppiare in cinque anni l’export americano puntando soprattutto sui quei mercati, ma sotto traccia si indovina senza fatica quella che appropriatamente è stata definita la 'guerra dei cambi', i cui protagonisti principali sono – c’era da dubitarne? – proprio la Cina e gli Stati Uniti. Come leggere del resto l’'alleggerimento quantitativo' da 600 miliardi di dollari annunciato dalla Federal Reserve, se non in chiave di una robusta manipolazione dei cambi? E sarà proprio al G20 di Seul che si apre fra pochi giorni che verrà alla luce lo scontro fra Washington e Pechino, fra l’impaurita democrazia americana e la ruggente economia cinese, fra il tentativo americano di fissare un tetto ai surplus commerciali e – ironia della Storia – il 'no' di Pechino a ogni dirigismo di sapore sovietico. E già in quell’occasione occorrerà il Beijing consensus per approdare a qualche significativo risultato.

 

Pag 2 I tornanti dell’integrazione di Carla Collicelli

I fallimenti di multiculturalismo e assimilazionismo, la sfida interculturale

 

Il Dossier Caritas 2010 sull’immigrazione in Italia ci ha ricordato ancora una volta che non è possibile chiudere gli occhi di fronte ad un fenomeno che cresce a vista d’occhio. Si tratta ormai di 5 milioni di persone, che vivono nelle nostre città in media da 7 anni, hanno titoli di studio paragonabili ai nostri, contribuiscono per il 4% al gettito contributivo e per quasi l’11% al nostro Pil, costituiscono più del 6% degli alunni delle nostre scuole, più dell’11% dei nuovi nati sul territorio italiano, più del 10% dei lavoratori dipendenti, e più del 70% degli assistenti familiari che accudiscono bambini e malati nelle nostre famiglie. Circa 400mila stranieri sono titolari d’impresa, amministratori e soci di aziende e ogni 30 imprenditori operanti in Italia, uno è immigrato. L’aumento è stato di circa 3 milioni di unità in 10 anni e di quasi un milione negli ultimi due anni, e più di mezzo milione di persone hanno acquisito la cittadinanza italiana al ritmo di oltre cinquantamila l’anno. Ma allora perché l’integrazione appare ancora per molti di loro di là da venire, come osserva uno straniero intervistato dal Censis, che ha detto: «Quando vediamo le persone che hanno vissuto qui per 15 anni ci viene paura e disperazione, perché si trovano nella stessa situazione in cui sono arrivate 15 anni fa, se non peggio». Due sono i fattori principali di cui tenere conto. Da un lato bisogna considerare che vi è una vasta area oscura di immigrazione soggetta a sfruttamenti e rischi di ogni genere. Il che si sposa con le tendenze allo sfarinamento del modello di lavoro e di produzione tradizionale, sostituito progressivamente da forme più fluide di interazione lavorativa e sociale, che significano anche però maggiore rischio di esclusione. Un mercato del lavoro flessibile e individualizzato non comporta automaticamente una riduzione delle possibilità di ascesa e delle opportunità sociali ed economiche per tutti, ma se il fenomeno tende a radicalizzarsi e si accompagna a un rigida tendenza alla tutela dei già garantiti il prezzo finiscono per pagarlo giovani e immigrati, cioè – ecco il paradosso – il futuro di quel mercato e della società che lo esprime. Anche la percezione indistinta del fenomeno migratorio, gli errori di valutazione, la residualità e la sfiducia, hanno a che fare in buona parte con questi processi contraddittori apertisi nel contesto economico e sociale, in Italia e altrove, nella seconda metà del ’900. Per cui non c’è da meravigliarsi se da un lato aumenta la stanzialità geografica, ma dall’altro rimangono scarse (o molto scarse) le possibilità di promozione e non procede l’integrazione. Non bisogna però sottovalutare, accanto a ciò, il peso della mancanza di un’idea chiara e di una vera politica di integrazione, che si evidenzia nella debolezza delle reti di protezione sociale, dei programmi pubblici di sostegno alla crescita professionale, della cooperazione con i Paesi di partenza, delle azioni volte a favorire lo scambio e la relazione costruttiva tra italiani e stranieri. E mentre da molte parti si dà per scontato che l’inclusione sia un qualcosa che scatta necessariamente, perché viviamo in una democrazia nella quale l’eguaglianza delle opportunità e il riconoscimento dei diritti sono sanciti da norme e direttive a tutti i livelli, dobbiamo registrare dai Paesi europei di più lunga tradizione migratoria del nostro quali fallimenti riservino i due modelli contrapposti dell’assimilazionismo, prevalente in Francia, e del multiculturalismo, variamente sostenuto in Germania dopo l’abbandono della vecchia politica di rotazione, secondo la quale i 'lavoratori ospiti' (questo il significato di Gastarbeiter dovevano tornare prima o poi alle regioni di origine e dunque non valeva la pena integrarli. Non funziona, in altre parole, né per gli immigrati stessi né per le società che li accolgono, il tentativo di piegarli forzatamente a una identità nazionale e a riferimenti a loro estranei; e non funziona nemmeno il pretendere di convivere sullo stesso territorio congelando le differenze tra gruppi etnici e nazionali, senza predisporre un terreno di confronto e di scambio; ma non funzionano neanche il 'laissez faire' all’italiana e la mancanza di una seria strategia d’integrazione che recuperi e attualizzi, su una scala oggettivamente senza precedenti, la storica vocazione interculturale di moltissime comunità locali della Penisola.

 

Pag 11 La rottamazione del senso comune. E del senso morale di Paola Binetti

Talk show, educazione ed epitaffi alla Lele Mora

 

Caro Direttore, chiedo ospitalità per esprimere da un lato profondo apprezzamento per la linea di grande equilibrio con cui Avvenire sta seguendo alcune vicende attuali - che pur avendo ben poco di politico in realtà stanno monopolizzando il dibattito politico - e dall’altro per commentare il disagio con cui ho partecipato ad una recente trasmissione televisiva in cui di fatto il ruolo di protagonista è stato affidato a Lele Mora. Lo spunto nasce dal bell’editoriale di ieri, sabato, in cui Marina Corradi affronta lo stesso argomento, pur riferendosi ad una trasmissione andata in onda qualche giorno prima ad Annozero e che io non avevo visto, per motivi facilmente intuibili. Ma la concomitanza delle due interviste in una stessa settimana merita forse qualche ulteriore riflessione. Marina Corradi incentra il suo articolo su di un epitaffio di pessimo gusto utilizzato da Lele Mora nella trasmissione di Santoro e lo fa per rivendicare la dignità e la serietà con cui vive l’Altra Italia, quella della gente che lavora, che studia, che si impegna nel sociale e che in ogni caso vive e desidera vivere in un ambiente non inquinato dalla volgarità, da una sensualità ostentata, da una affettività rarefatta, perché condannata a rapporti senza nessuna dimensione etica. Il mio disagio di ieri sera nasceva dal contrasto tra i fatti oggettivi che caratterizzano la vita di Mora, il suo lavoro, l’ambiguità di certe frequentazioni, le stesse vicende giudiziarie, e la cifra narrativa da cui emergeva quasi l’immagine del buon padre di famiglia che si intenerisce per le vicende di un’adolescente scapestrata, al punto di chiedere a sua figlia di prenderla in affido, con i risultati e le conseguenze che tutti abbiamo ben potuto conoscere in questi giorni. Per inciso le immagini della trasmissione mostravano una Ruby per cui anche un 'nonno' che l’ha, o l’ha avuta, in affido più che intenerirsi dovrebbe sdegnarsi e reagire. Immagini che a mio avviso non sarebbero neppure dovute andare in onda. Il contrasto diventava ancor più stridente se si pensa all’intervista conclusiva rivolta al sindaco che ha osato emettere un’ordinanza per chiedere ai suoi abitanti un maggior rispetto di quello che una volta si sarebbe chiamato il comune senso del pudore. Il sindaco, indubbiamente contro corrente, non può certo pretendere per legge quanto un’emergenza educativa sempre più drammatica ci rivela ogni giorno di più. Anche in questo caso occorrerebbe ripartire dalla famiglia per ricostruire il senso della dignità femminile e maschile nei nostri giovani e non saranno le multe a restituire senso ai valori smarriti! Ma la sensazione complessiva che nasceva dall’accostamento dei due profili era che il sindaco fosse un marziano, mentre Lele Mora rappresentava una cultura 'normale', in cui i valori principali sono lo spontaneismo che suggerisce di fare sempre e solo ciò che ci si sente di fare, l’urgenza nel soddisfare le proprie passioni perché si vive una volta sola, uno stile di vita che può condurre una ragazza a guadagnare moltissimo con il suo corpo, senza porsi interrogativi di nessun genere. Lele Mora protegge queste ragazze, le accoglie, le promuove, il sindaco alza la sua voce per sgridare, punire e tassare. Il primo sembra il positivo, il secondo paradossalmente il negativo. Io assisto con timore a questo processo di inversione di tendenza in cui un personaggio come Mora viene riproposto in una stessa settimana per ben due volte. In due diverse trasmissioni che – almeno a giudicare dai loro conduttori, che possono essere considerati uno di sinistra e uno di destra – sembrano voler normalizzare il lelemorismo, mentre invece certi atteggiamenti andrebbero indicati come una delle cause più esplicite di questa perdita dell’Ethos comune che sta corrompendo tanti giovani, dietro false promesse di un falso successo. Sembra che la televisione in questa settimana abbia voluto realizzare con una sorta di approccio bipartisan una vera e propria rottamazione del senso comune e del senso morale, con cui da sempre milioni di genitori cercano di educare i propri figli. Speriamo che anche di questo si parli nella prossima Conferenza sulla famiglia e si pongano delle richieste concrete ed esigenti non solo alla politica, ma anche alla televisione, in cui spesso con la scusa di mostrare i bassi livelli raggiunti dalla politica, si confondono i piani che pure dovrebbero distinguere chi fa informazione da chi fa spettacolo, sapendo che né l’uno né l’altro possono sottrarsi al comune senso della responsabilità, almeno nei confronti delle nuove generazioni.

 

IL GAZZETTINO di domenica 7 novembre 2010

Pag 1 Gianfranco lo sa, con le spallate non si va lontano di Mario Ajello

 

Le tre opzioni di Fini sono in campo, ma alla fine quale delle tre verrà scelta dal leader "futurista"? Opzione numero uno: tendere la mano a Berlusconi, ovvero rispondere di sì - senza condizioni - alla sua offerta di un «patto di legislatura» fra Pdl, Lega, Fli. Possibilità di realizzazione di questa soluzione, da uno a dieci? Due, cioè niente. Se non altro perché, dopo tanto scannarsi e dopo la bufera sulla casa monegasca, la mano tesa del Cavaliere arriva troppo tardi per essere ben accolta. Opzione numero due: rottura definitiva, a partire da oggi, con il governo, togliendogli la fiducia, concedendogli forse - «Ma solo se si comporta bene», come dice il "falco" finiano Briguglio - l'appoggio esterno o magari neppure quello. Possibilità di realizzazione di questa scelta cattivista, da uno a dieci? Cinque, cioè niente di che. Perché lo staccare la spina significherebbe, per il presidente della Camera, attirarsi addosso l'accusa di ribaltonismo e di tradimento del responso elettorale, aprirebbe la strada o alle elezioni anticipate (che il leader di Fli non vuole e teme) o a eventuali governi tecnici in cui Fini farebbe comunella anche col Pd e il suo elettorato di destra non gradirebbe. Quindi? L'opzione numero tre, quella del logoramento ai danni dell'esecutivo e del continuare a spezzare il governo Berlusconi ma senza rompere, appare di gran lunga la più probabile. Anche perché il compito, l'interesse e l'orizzonte di Fini - prima ancora che quello di abbattere il Cavaliere, facendo contenti per ora soltanto gli anti-berlusconiani di sinistra i quali non a caso tifano per lo "sfascismo" di Fli - dovrebbe essere quello di delineare, e ci vuole del tempo, una nuova destra. Di offrire al moderatismo italiano un'alternativa politicamente credibile, dopo il declino ormai galoppante del berlusconismo. Di costruire un ampio progetto innovativo per l'Italia, che risulti percepibile, convincente e poi votabile da parte dei cittadini. «Vaste programme», direbbe Charles De Gaulle. Ma la politica questa è, o almeno dovrebbe essere. Con giochi di Palazzo, scorciatoie e colpi di mano (fa pure rima) non si va lontano.    

 

LA NUOVA di domenica 7 novembre 2010

Pag 1 Il partito liberale di Fini di Francesco Jori

 

Ci aveva provato già un secolo fa Sidney Sonnino: quando all’inizio del 1900, da capo dell’opposizione a Giolitti, aveva puntato a superare il bipartitismo dell’epoca dando vita a una grande forza liberale, cui aveva messo il nome di Centro. Pure Silvio Berlusconi, dal ’94 a oggi, ha ripetutamente enunciato il proposito di far nascere un partito liberale di massa. Con quale risultato, lo suggerisce una micidiale battuta di un vecchio liberale storico come Alfredo Biondi: «Di Massa o di Carrara? Perché a me pare un po’ marmorizzato». Anche il soggetto che Gianfranco Fini sta tenendo a battesimo in questo fine settimana in Umbria si propone di andare a colmare il vuoto secolare rappresentato in Italia dalla mancanza di una grande e moderna forza liberale; ma c’è da credere che neppure questa sarà la volta buona. E che lo sgangherato bipolarismo attuale riuscirà ancora a tener botta, come il bipartitismo contro cui si batteva Sonnino, a dispetto dei tentativi di dar vita a un terzo polo, non meno raccogliticcio degli altri due. Al quale peraltro Fini ha già più volte chiarito di non voler aderire. Per assistere a qualche novità vera, bisognerà attendere in realtà l’uscita di Berlusconi dalla scena politica, volontaria o coatta che sia. Presto o tardi che avvenga, sarà comunque una caduta fragorosa, che avrà ripercussioni sull’intero quadro partitico: verosimilmente, a quel punto nessuna delle forze attualmente in campo manterrà l’attuale assetto e la stessa ragione sociale. Solo allora il Paese potrà forse approdare a un sistema maturo, come negli altri Stati occidentali. A condizione però che, come da loro, il personale politico di vertice cambi con ritmi fisiologici, anziché rimanere imbalsamato nella situazione, nelle facce, negli schemi mentali di trent’anni fa; praticando nel frattempo con grande disinvoltura quella tecnica di sopravvivenza che Agostino Depretis aveva codificato più di un secolo fa, il trasformismo. In un simile scenario, non ha in fondo grande importanza quello che Fini annuncerà oggi da Perugia: che Fli rompa (ma non c’è da crederci) o che conceda altro tempo al governo, il piano inclinato verso le elezioni è già operativo; si tratta solo di verificarne l’angolazione per stabilire la velocità della caduta. Che avverrà comunque al buio completo, con l’altissima probabilità che dalle urne esca una situazione ancora più debole e precaria di quella attuale. Ricominciando, un minuto dopo, a discutere di tutto tranne che di politica. Assistendo allo stucchevole comporsi e scomporsi di poli e partiti. Registrando la squallida trasmigrazione dall’uno o all’altro di singoli esponenti in cambio di briciole di potere. Continuando a rinviare le grandi riforme di sistema per non compromettere i piccoli interessi di bottega. E constatando, tra il divertito e l’amaro, che il numero di partiti, correnti, movimenti, associazioni che in Italia si proclamano a parole liberali è inversamente proporzionale a quello dei pochissimi liberali veri.

 

Pag 8 La tradizione della sinistra e la voglia di fare a cornate di Luigi Irdi

 

Non c’è nulla di peggio di due ragioni, entrambe sensate, che si scontrano, e questo è esattamente ciò che sta accadendo al Partito Democratico. Non si può dar torto al sindaco di Firenze Matteo Renzi quando invoca una ventata di aria fresca nel partito. Se si pensa che ancora poche settimane fa il super ex Walter Veltroni, polemizzando con il segretario Bersani, ha ripiantato la solita grana con la storia della «vocazione maggioritaria» del Pd, che non si capisce bene cosa sia, un po’ come il «bifidus actiregularis» di qualche yogurt, un elettore del Pd avrebbe tutti i motivi di farsi venire la depressione da gerontocomio. Però ha ragione anche il segretario Pierluigi Bersani che, non solo si è caricato sulle spalle il fardello di un partito in pieno esaurimento nervoso, ma ha cercato, concentrandosi sui problemi del lavoro e dei precari, di riportarlo a contatto con le questioni reali del Paese e di studiare le alleanze possibili per battere il centro destra, mentre Berlusconi si occupava della signorina Ruby. E ora, a vedere un giovanotto sveglio e di buone speranze che destabilizza un equilibrio interno già fragile, è ovvio che ci rimanga male. Proprio adesso che il momento è propizio per uno slancio di orgoglio e per tirare al governo il gancio del ko. Due ragioni possono correre insieme oppure prendersi a cornate e finora la tradizione della sinistra italiana è stata irrimediabilmente la seconda. Lo è stata, nel periodo più recente, con il secondo governo Prodi, quando a ogni decisione del consiglio dei ministri seguivano immancabilmente le voci di dissenso dei Verdi o di Rifondazione Comunista. Così minaccia di esserlo ora. In questi casi, la soluzione che funziona, ma solo per un po’, è quella del carisma. Solo un leader veramente carismatico è in grado di tenere insieme spinte centrifughe che diversamente tenderebbero ad allontanarsi. La storia di Berlusconi, fatta sicuramente di fascino e seriamente sostenuta da un bel pacco di miliardi e di Tv, sta lì a dimostrarlo. Con il suo passo lento da montanaro e la sua cravatta allentata, in maniche di camicia, Bersani punta sul carisma dell’uomo comune, mentre Renzi e i suoi supporter giocano con la suggestione della gioventù garibaldina del tutto e subito, ma nessuno dei due ha l’asso decisivo da calare davanti agli stanchi elettori del centrosinistra provati da mille frustrazioni. Così, la vera idea perdente è che una di queste due linee possa davvero prevalere sull’altra. Solo se gli uomini del maggiore partito della sinistra italiana saranno capace di capire questo, forse troveranno il modo di costruire un nuovo genere di leadership, profondamente diversa da quella berlusconiana, senza prepotenze o gelosie, senza rottamatori che finiscono per essere sfasciacarrozze e senza apparati che rischiano di diventare nomenclature ammuffite. Vale la pena di tentare.

 

Pag 13 Insieme al patrimonio artistico si è sfaldato anche il Ministero di Vittorio Emiliani

 

Il crollo clamoroso a Pompei della Casa dei gladiatori fa il paio (in peggio) col cedimento, recente, di un soffitto dell’ambulacro centrale del Colosseo. Sono i due siti archeologici più visitati d’Italia. Li si vuole spremere per sempre maggiori incassi. Ma li si lascia deteriorare, non si avviano gli indispensabili restauri (25 milioni di per il Colosseo), non si fa nemmeno manutenzione ordinaria. Una politica suicida. Questi guasti ci dicono che l’intero ministero voluto nel 1975 da Spadolini si sta sfaldando. 1) per i tagli feroci di Tremonti a Soprintendenze già boccheggianti, con un ministro, Bondi, più occupato a tamponare le falle del Pdl che quelle del suo dicastero. 2) per una dissennata politica dirigenziale: da un lato si assume con un contratto principesco un direttore generale alla valorizzazione come Mario Resca (ex McDonald’s e Casinò di Campione) che poco sa del nostro specialissimo sistema museale «a rete»; dall’altro si pensionano a soli 67 anni personaggi di rara competenza come il soprintendente di Pompei, Piero Guzzo e il direttore generale per l’archeologia, Stefano De Caro. Di più: un decreto Brunetta manda a casa alti dirigenti con 40 anni di carriera, entrati con merito a poco più di 20 anni ed ora poco oltre i 60. Uno scialo. Poiché non si sono fatti concorsi, dilagano gli interim: la stessa Pompei è ora gestita da una soprintendente che governa Napoli e si occupa pure del recupero dello opere d’arte rubate e d’altro. Una pazzia. Come il divieto per ispettori e soprintendenti di usare la propria auto per le missioni sul posto. Ci sono mezzi pubblici di cui servirsi? No. Quindi non si va a controllare gli scavi (e i tombaroli ringraziano), i siti già aperti, i cantieri esterni, favorendo speculazione e malaffare. Così va nel Paese degli oltre 2000 siti archeologici. Ricchezza enorme senza investimenti. A Pompei poi - dove esiste, come a Roma, una speciale Soprintendenza destinata a gestire i propri incassi - la diarchia fra soprintendente e city manager non ha mai funzionato granché. Il secondo, di nomina «politica», poteva pestare i piedi al primo quando voleva. E c’erano circa 700 dipendenti per tre quarti non assunti direttamente dalla Soprintendenza e organizzati per clan famigliari, centinaia di cani randagi che nessuno ricoverava né rendeva innocui, ecc. Guzzo ha chiamato a collaborare i migliori studiosi, lavorando sull’intero contesto urbano e sull’approfondimento del già scavato. A camorra, corruzione e clientele ha opposto regole e legalità. «Ma - mi diceva poco tempo fa - non ho mai avuto l’appoggio del vertice politico che tiene molto ai voti». Poi a Pompei è arrivato un commissario, Marcello Fiori, fedelissimo di Guido Bertolaso. Invece di concentrare i fondi sulla tutela più urgente, ha puntato a “spettacolarizzare” Pompei, dando al teatro romano una «cavea completamente costruita ex novo, con mattoni in tufo di moderna fattura» (denicia della Uil), O - come denuncia indignata l’Associazione nazionale Archeologi - ha speso in ologrammi virtuali e pannelli fotografici addirittura milioni. Che potevano evitare a Pompei di sfaldarsi. Al pari del ministero.

 

Torna al sommario

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 6 novembre 2010

Pag 8 Un inciampo inatteso che scopre le tensioni tra governo e Vaticano di Massimo Franco

 

La decisione di Silvio Berlusconi di delegare il sottosegretario Carlo Giovanardi ad aprire il Forum delle associazioni familiari lunedì a Milano segna un incidente forse prevedibile ma inatteso con il mondo cattolico. Il premier ha rinunciato a parlare dopo l’«imbarazzo» manifestato mercoledì dal presidente del Forum, Francesco Belletti, per le ultime rivelazioni sulla sua vita privata. Ufficialmente, il capo del governo vuole evitare strumentalizzazioni. Ma sembra che alla base della scelta ci siano l’irritazione e l’amarezza per quanto è stato detto e per le polemiche; ed il timore di lasciarsi sfuggire una replica dura di fronte ad eventuali contestazioni. Si tratta dell’ultima conferma dell’atteggiamento ambivalente che l’episcopato e l’associazionismo nutrono nei suoi confronti; e anche delle divisioni che li attraversano. Non è chiaro fino a che punto la Cei abbia condiviso le parole di Belletti: non molto, pare. Ma nella base cattolica gli ultimi scandali riguardanti Berlusconi si sono tradotti in uno sconcerto diffuso: tanto da scavalcare la prudenza delle gerarchie. Anche se i cosiddetti «Papa boys», i ragazzi che fanno il tifo per il pontefice, ieri hanno difeso il presidente del Consiglio. Non sarà l’«acqua santa», hanno detto, ma «non è il male assoluto». Si conferma un mondo a corto di sponde politiche; grato al governo per il sostegno che offre ad alcune leggi; ma insofferente per lo stile di vita berlusconiano. D’altronde, un interlocutore come Gianfranco Fini ormai è visto oltre Tevere come una sorta di cripto-radicale sui temi etici: al punto che una sua alleanza con l’Udc è valutata con apprensione. Nel Pd la componente cattolica è diventata residuale. Sono percepiti come alleati Berlusconi e la Lega. Per questo la crisi del centrodestra e le vicende berlusconiane vengono vissute con una miscela di inquietudine e di indignazione. Il Forum le amplifica, mentre il premier chiede a Giovanardi di rappresentarlo. È un gesto che si presta ad interpretazioni ambigue: dimostra il senso di responsabilità, e insieme la debolezza del governo. «Mi spiace che Berlusconi non ci sia ma apprezzo una decisione presa per evitare polemiche», commenta il governatore Roberto Formigoni. Conferma Giovanardi: il capo del governo deluderà «quei pochi faziosi che avrebbero voluto attaccarlo». È il tentativo di ridimensionare la portata di un inciampo vistoso; e in grado di riaprire le tensioni con il Vaticano e soprattutto con i vescovi italiani. Uno dei candidati del centrosinistra a sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, vede nella rinuncia «una vittoria del popolo delle Primarie, della società civile». Ma Berlusconi sa che l’avversario è più insidioso e meno politico. E le gerarchie cattoliche temono che la polemica cresca: finirebbe per sottolineare le opinioni diverse sul premier esistenti nell’episcopato e ultimamente, forse, nella stessa Santa Sede.

 

Pag 58 Ma è possibile un bipolarismo senza Silvio Berlusconi in campo? di Paolo Franchi

 

I raffronti con il 25 luglio e con il tracollo della Prima Repubblica sul piano storico e politico valgono quello che valgono. Ma il loro significato simbolico è evidente. Si rafforza la convinzione che non stiamo vivendo soltanto la crisi di un leader, di un partito, di una maggioranza, quanto piuttosto una crisi di regime. Con tutto quello di grottesco, sì, ma soprattutto di torbido e di pericoloso che ne consegue. La tesi è convincente. Anche agli occhi di chi si è sempre rifiutato di considerare il berlusconismo un regime, almeno nell’accezione consolidata del termine. Perché, come ha osservato Adriano Sofri nella sua «Piccola Posta» sul Foglio, caratteristica essenziale dei regimi, inclusi i più atipici, è quella di non prevedere fisiologici ricambi, «ma solo durata a oltranza o tracollo del Capo». È il nostro caso. E non solo, è appena il caso di aggiungere, per responsabilità di Silvio Berlusconi: gli si possono addossare tante colpe, non certo l’incapacità dell’opposizione di offrire agli elettori, proprio quando la sua leadership sembra così vistosamente declinare, una realistica (e appetibile) possibilità di alternativa. Qualcosa di non troppo dissimile è già capitato, a guardar bene, nel nostro passato relativamente recente. Lunghe, torbide, dense di pericoli e, se è per questo, anche lastricate di sangue furono le crisi del centrismo prima e del centro-sinistra (quello vero) poi. È vero. Non c’erano, allora, dei Capi: più semplicemente dei leader. Ma anch’esse rischiarono pesantemente di trascolorare in crisi di regime, soprattutto per l’assenza di alternative credibili a governi comunque fondati, in ultima analisi, sulla centralità della Democrazia cristiana. In primo luogo per via del «fattore K», dell’ipoteca cioè sull’opposizione del più grande partito comunista d’occidente. Di «fattore K», però, non è più lecito parlare in senso proprio dai tempi della svolta di Achille Occhetto e del tracollo dell’Unione Sovietica e del cosiddetto «socialismo reale», tra l’89 e il ’91: anche sull’onda di questo cambiamento epocale l’Italia si convinse che, per potersi scoprire finalmente bipolare, valeva la pena di buttare a mare il vecchio sistema dei partiti, a cominciare dalla sua frazione regnante (ancora una volta, una crisi di regime: almeno sino a oggi, la più fragorosa). Correva l’anno 1994. Delle cinque prove elettorali che si sono svolte da allora, tre le ha vinte Berlusconi, due (anche se la seconda per meno di un soffio) il centrosinistra. Probabilmente il fatidico osservatore marziano annoterebbe che il bipolarismo è ormai un dato di fatto, e l’alternanza, o quanto meno la concreta possibilità dell’alternanza, pure. Un osservatore terrestre, invece, deve segnalare, gli piaccia o no, l’esatto contrario, e chiedersi, piuttosto, se il bipolarismo italiano è solo gravemente malato o è già virtualmente defunto. Per la prima volta - non fu così con la crisi del centrismo, non fu così con la crisi del centro-sinistra storico e non fu così, quanto meno nelle intenzioni e nelle ambizioni, nemmeno all’inizio del decennio scorso - nessuno sa, può o vuole indicare uno sbocco realistico all’esaurimento (è un eufemismo) di un ciclo politico ormai quasi ventennale: né nel campo di un leader che pare essersi già inoltrato lungo il viale del tramonto né nel campo dei suoi avversari. La cosa magari non interessa troppo le contrapposte tifoserie, ma è lecito presumere che abbia parecchio da spartire con la propensione crescente a disertare le urne, segnalata da tutti i sondaggi, nei settori socialmente, culturalmente e politicamente più avvertiti dell’elettorato. Dai sondaggi, gli stessi che ci parlano, per paradosso solo apparente, di un calo del Pd più marcato ancora di quello del Pdl, apprendiamo pure che è in significativa crescita anche l’interesse per quello che si sta muovendo, e ancor più per quello che potrebbe muoversi, al centro: proprio in quel centro che, dal ’94 in poi, è sembrato uno dei luoghi politici meno frequentati e meno frequentabili per chiunque volesse azzardare una scommessa sul futuro. Non è affatto detto che il cosiddetto Terzo Polo riesca davvero (legge elettorale permettendo) a prendere corpo, è ancora meno certo che possa ottenere gli abbondanti consensi di cui si vocifera, ed è tutto da stabilire se possa trasformarsi da spazio residuale in forza politica capace di pensare in grande. Ma già il fatto che susciti tante attenzioni (e tanti timori) la dice lunga. Berlusconi, nel bene e nel male, è il Pdl: senza di lui, questo partito non partito con ogni probabilità deflagrerebbe. Sarebbe bene non dimenticare, però, che non solo il Pdl, ma tutto il bipolarismo all’italiana sin dalle origini porta, indelebile, la sua impronta. Chiedersi se questo bipolarismo abbia un futuro è, tutto sommato, una domanda ancora abbastanza astratta. Chiedersi se possa averlo senza Berlusconi è una domanda molto più concreta. E molto più attuale.

 

LA STAMPA di sabato 6 novembre 2010

Ma le escort sono salve di Elena Loewenthal

 

Da domani battere il marciapiede o il ciglio della provinciale sarà più difficile e soprattutto più rischioso. In strada, beninteso. Perché se si è professioniste del più antico mestiere del mondo al calduccio della casa propria o altrui, da domani non cambierà proprio nulla. Per non parlare di quella ormai larga fetta di prestazioni erotiche che si avvalgono della rete e che, in virtù della liberalizzazione di segno opposto per il web, saranno agevolate invece che intimidite dalla stretta governativa. La quasi ovvia considerazione che ne consegue è che tutto diventa più semplice se ci sono di mezzo i soldi. Bastano infatti un po’ di dimestichezza con il computer per «ottimizzare» il contatto con la clientela, un letto sotto e un tetto sopra la testa, per prostituirsi in santa pace. Senza dover temere quel foglio di via che da domani sarà elargito rigorosamente alle prostitute in flagranza di reato. Cioè, sempre che il reato ci sia. Cioè, solo se il mercimonio è esercitato in un Comune in cui il sindaco abbia emesso un’ordinanza che ne vieta l’esercizio – su strada. Se l’ordinanza c’è, da domani potrà partire il foglio di via. Ma mica per tutte, beninteso. Solo per le straniere. In primis extracomunitarie, poi anche le straniere d’Europa, per le quali l’espulsione è pressoché simbolica, vista la libera circolazione di merci e persone in vigore. In sostanza, il provvedimento è una bislacca sequenza di discriminazioni: è riservato ai Comuni provvisti di ordinanza (non è difficile prevedere una fulminea mappatura del nostro territorio, con indicazione dei Comuni sì e Comuni no). Riguarda solo la prostituzione di strada, quella che fa chi non ha le risorse per esercitare sotto un tetto. Punisce soltanto le prostitute straniere, e stabilisce una disparità di trattamento fra chi arriva da lontano e chi da vicino. Infine, ma non certo perché si tratti di una quisquilia, mette in secondo piano il cliente. Colui che, per dirla in parole povere, fa girare il mercato. Qui casca l’asino. A fagiolo e con un tempismo grottesco, vista la ribalta mediatica di cui in questi giorni gode (si fa per dire) l’«utilizzatore finale» (in senso astratto). Ma anche perché se nell’ormai arenato disegno di legge Carfagna le sanzioni contro la prostituzione prevedevano l’arresto o la multa per il cliente, nell’urgente provvedimento di oggi questo capitolo compare in secondo piano. Potrebbe diventare punibile sulla strada, ma non in quella comoda intimità del web di cui si avvalgono fornitrici di servizi provviste di casa e/o entrature in discoteche vip, e fantasmatici consumatori. Per loro, da domani sarà tutto ancor più facile di quanto già non fosse prima.

 

AVVENIRE di sabato 6 novembre 2010

Pag 2 Quel laido epitaffio e il desiderio di bene di Marina Corradi

C’è un’altra Italia / 1

 

L’altra sera su "Annozero" è passata un’intervista a Lele Mora, manager di artisti o aspiranti tali, che ha spiegato come funziona il mondo di vallette ed escort. Sono ragazze disposte a tutto, ha detto; la tv ha distrutto molte persone, e occorre ammettere che il mondo, ormai, gira così. «E tutto il mondo è paese – ha aggiunto pacatamente l’impresario; dunque – Paese che vai, zoccola che trovi». Nella sua brutalità è sembrato a chi ascoltava quasi un epitaffio, il motto di Mora. Dopo un’ennesima raffica di prime pagine su sempre nuove escort che affermano di frequentare il presidente del Consiglio, abbiamo incassato la crudezza di quella affermazione come pugili troppo suonati per reagire. Non stiamo parlando della verità o falsità delle denunce, né dello "stile di vita" di Berlusconi. Stiamo parlando dell’Italia, di ciò che leggiamo e vediamo tutti i giorni; di come viviamo, e di come ci fanno vivere. Di un’Italia in cui tua figlia di tredici anni si sente dire da uno in tv che ormai gira così, tutto si vende, e «Paese che vai…». È probabile, anzi quasi certo che dalla sua angolazione Mora abbia ragione. Senonché la sua angolazione è limitata. Dubitiamo che Mora prenda i treni dei pendolari alle cinque del mattino, o frequenti le corsie degli ospedali, o entri nelle scuole dove molti insegnanti si ostinano a cercare di educare. Immaginiamo che Mora conosca poco gli oratori, e le fatiche dei parroci; ma anche, laicamente, la vita quotidiana di tanti che studiano, lavorano e fanno andare avanti l’Italia. C’è un’ampia, oscura parte di questo Paese che non si merita quell’epitaffio. E questo non per dire che esiste una Italia "buona" e "onesta", giacché noi cristiani siamo stati autorevolmente messi in guardia dalla tentazione di dirci "a posto". Esiste, però, ancora, un’Italia diversa. È vero: già Pasolini aveva profetizzato che la televisione sarebbe passata «come un trattore sulla coscienza degli italiani»; è vero che ignoranza e abbandono educativo alimentano masse di ragazzi che hanno come dio il Grande Fratello e sono il nuovo Lumpenproletariat, i più poveri di tutti. Però, non possiamo non dire che c’è ancora, nelle nostre case, un desiderio di altro. Desiderio di lavorare, di fare, di crescere figli, di continuare in loro, di sperare; un desiderio grande e originario, che non può essere annientato dalla logica dell’apparenza, del successo a ogni costo, che col suo rumore ci domina. In un’omelia di diversi anni fa l’allora cardinale Ratzinger affrontava la questione. «Abbiamo sempre bisogno del coraggio di denunciare apertamente il male, per promuovere un miglioramento – diceva – ma forse oggi abbiamo ancora più bisogno del coraggio di fare emergere con chiarezza il bene che c’è in ogni persona e nel mondo». Il coraggio di dire il bene, sembra questo che oggi ci manca. Non nel senso di mostrare con orgoglio mani pulite e coscienze immacolate, in un esercizio da farisei; ma di affermare, almeno, sulla nostra vita un altro desiderio, più bello e umano di quello di entrare, almeno per un attimo, nel cono di luce dei riflettori. Noi, e come noi tanti, vogliamo un Paese diverso da quello raccontato da Lele Mora. Vogliamo che i nostri figli seguano altre speranze, più grandi; che le nostre figlie adolescenti non si aggreghino alle colonne di escort che mendicano un giorno almeno da star. Il fatto è che crediamo in altre cose, in un altro senso e orizzonte; ma è come se in tanto gridare su scandali e menzogne la nostra voce non si sentisse. «Paese che vai…», dicono i maestri del pensiero dominante, compiaciuti del loro crudo realismo. Ma c’è un realismo maggiore, che è affermare un altro sguardo e desiderio sulla vita, che pure abbiamo scritto addosso. («Il coraggio di dire il bene, sembra questo che oggi ci manca»).  

 

Pag 2 Gente con la pala e politici senza coltello di Gabriella Sartori

C’è un’altra Italia / 2

 

No, non solo desolazione nel Nord Est devastato dalla grande alluvione dei giorni scorsi. Non che l’evento non sia stato terribile, per proporzioni e conseguenze. E tuttavia, nel panorama generale, non c’è solo questo (che fa la parte del leone su tutti i mezzi di informazione). C’è anche l’altra faccia della medaglia, ed è la faccia migliore, che resta pesantemente oscurata dai mass media nazionali, specie televisivi. Cominciamo dalle dichiarazioni dei sindaci delle località colpite. Interrogato da Radio 24 su come andassero le cose nelle sua città, la bellissima Vicenza, il sindaco Variati ha risposto: metà della nostra città si è salvata, l’altra metà è invasa da un esercito di cittadini volontari, giovani e non giovani, tutti a spalare fango, a ripulire scantinati, a liberare tombini. A fare quello che c’è da fare, senza distinzione di età o di partito, lasciando da parte scuola, lavoro, necessità della famiglia, tutto. Sono vicentini che hanno risposto subito all’appello del primo cittadino consapevole che, quando il disastro è così grande, non bastano né i pur bravissimi volontari della Protezione Civile, né i pompieri, né gli uomini dell’esercito. Un giorno di scuola o di lavoro in meno, hanno replicato gli spalatori di ogni età, intervistati dai mass media locali, non sarà la fine del mondo. Il sindaco di Vicenza, che è a capo di una coalizione di centrosinistra, non ha detto altro: non una parola contro la regione Veneto, di colore politico diverso, non una contro il governo, pure politicamente avverso. Solo un "grazie" a tutti i suoi concittadini con la pala in mano, solo la consolazione e il legittimo orgoglio di stare a capo di una città che, di fronte alla comune sventura, supera ogni divisione, non si lascia trascinare nel gorgo della lamentela, dell’invettiva, della recriminazione e corre ad aiutare chi ha bisogno. Analogo il comportamento del sindaco Ceraolo di Sacile (Pordenone), cittadina anch’essa colpita come non accadeva da molti anni, dalla piena eccezionale del fiume che circonda tutto il centro storico. La nostra città, ha detto, ha un grandissimo debito di riconoscenza verso i volontari della Protezione civile, che, con grande perizia e grandi sacrifici anche personali, hanno fatto davvero miracoli, lavorando ininterrottamente giorno e notte pur di limitare i danni. A capo di una coalizione di centrodestra, Ceraolo ha aggiunto: sento il bisogno di ringraziare anche le amministrazioni, di colore politico diverso, che hanno preceduto la mia, che presiedo da solo un anno. Senza le misure di prevenzione da loro adottate, i danni sarebbero stati molto più gravi. E si potrebbe continuare con questi esempi. Quelle di questi sindaci, sono parole sagge, sono parole di grande civiltà: solo che non càpita mai di ascoltarne di simili nei notiziari o nei talk show nazionali. A quasi nessuno tra direttori di tg o conduttori famosi di salotti televisivi, passa mai per la testa l’idea che gli utenti, specie se pagano regolarmente il canone, avrebbero il desiderio e il diritto di conoscere questo "stile" e questi amministratori, almeno in occasioni eccezionali come questa. Avrebbero avuto il diritto, per esempio, di conoscere e apprezzare in tempo utile quel sindaco campano – Angelo Vassallo – che ha pagato con la vita la "colpa" di aver ben amministrato il suo paese. Invece no: ai notiziari e ai "salotti" televisivi nazionali accedono quasi esclusivamente i "soliti noti" della baruffa politica che, tutti i giorni, si scambiano le solite, vuote, accuse e offese reciproche. Accanto a loro trova le porte aperte un formicaio di "escort", spregiudicati lestofanti o, peggio, delinquenti di ogni genere: veri o presunti. Gente, insomma, dalla quale c’è ben poco da imparare. Eppure, l’Italia non è tutta lì: ce n’ è un’altra "colpevole" di essere per bene sulla quale quasi tutti i tg e i talk show stendono il silenzio. Quest’Italia c’è, solo che non si vede. Soprattutto, non la si vuol far vedere .Un vero, indecente autogol.

 

Pag 2 Un voto per sperare di Gerolamo Fazzini

 

Soltanto male informati e ingenui potrebbero attribuire alla consultazione elettorale in programma domenica in Myanmar il valore che hanno le elezioni politiche nei Paesi democratici. L’adozione recente di un nuovo nome (Repubblica dell’Unione del Myanmar), oltre che di bandiera e inno nazionale nuovi, maschera un’amara verità: l’ex Birmania è, oggi come ieri, nelle mani di un regime militare di stampo 'socialista'. E vi rimarrà anche all’indomani di quello di domenica, il primo voto 'libero' a oltre vent’anni di distanza da quello del 1988, che premiò Aung San Suu Kyi. Sarebbe però sbagliato archiviare l’appuntamento di domani come una data fra le tante. L’esito finale della consultazione - è vero ­sembra al riparo da sorprese: sebbene formalmente in lizza siano una quarantina di partiti, saranno le due formazioni legate alla giunta militare, ovvero l’Union Solidarity and Development Party e il National Unity Party, ad accaparrarsi la fetta maggiore del potere. E come potrebbe essere altrimenti, dopo che il 'Consiglio di Stato per la pace e lo sviluppo' (come si definisce la giunta militare) ha varato regole che garantiranno comunque la maggioranza dei seggi parlamentari ai militari o a uomini ad essi vicini? E che speranze potrebbe mai avere l’opposizione, dopo che la giunta, con leggi 'ad personam', ha escluso dall’arena elettorale proprio la leader più rappresentativa? Ancora. Quante probabilità esistono che le elezioni siano 'partecipate e trasparenti', come chiede l’Onu? Poche, pochissime. L’agenzia Asia News denuncia bustarelle e carte d’identità contraffatte, nonché minacce e intimidazioni ai danni di esponenti dell’opposizione. Esclusa la presenza di osservatori internazionali super partes e allontanati giornalisti e operatori umanitari potenzialmente scomodi, il regime ha inoltre dichiarato in anticipo che in alcune zone del Paese – dove più forti sono le minoranze etniche – le urne non verranno neppure aperte, per 'motivi di sicurezza'. Come nel referendum del 2008, il potere centrale gestirà conteggio dei voti e proclamazione dei risultati: i brogli, dunque, sono qualcosa di più di una mera eventualità. Se questa è la cornice generale, allora, che valore dare all’appuntamento di domani? Perché val la pena comunque di vedere come finirà quello che tanti hanno già bollato come un voto­farsa? Almeno per una buona ragione: per la prima volta, dal 1962, ai civili verrà offerto un piccolo spazio di partecipazione. E questo, anche a detta della dissidenza birmana, rappresenta 'un primo passo in avanti': la riprova è che un drappello di esponenti del disciolto partito della 'farfalla di ferro' hanno deciso di candidarsi. Sein Win, direttore di un influente organo d’informazione dell’opposizione birmana in esilio, ha dichiarato in un’intervista a MissiOnLine che «nonostante un percorso elettorale 'blindato' e una prevedibilmente bassa affluenza alle urne, le opposizioni potranno comunque giocare un ruolo». Ebbene, mai come oggi in Myanmar sembra valere l’antica massima di Lao Tse: «Un lungo viaggio comincia sempre con un primo passo». Non è pensabile assistere a cambiamenti radicali e improvvisi in un Paese, com’è il Myanmar oggi, tra i fanalini di coda al mondo per la mancanza di libertà di stampa e ai vertici assoluti nella poco onorevole della classifica mondiale per la corruzione. La democrazia chiede un lungo cammino. La speranza di chi ha cuore il bene del popolo del Myanmar è che domenica si compia almeno il primo di molti altri, necessari passi verso quel sognato traguardo.

 

Pag 3 Libertà per i naviganti, il wi-fi non fa più paura di Pietro Saccò

Bar, parchi e metrò: la connessione non avrà ostacoli

 

Da cinque anni l’Italia è probabilmente l’unico Paese al mondo dove per offrire ai clienti una connessione a internet un bar deve, nell’ordine: avvertire il ministero delle Comunicazioni, ottenere il permesso dal questore, chiedere la carta di identità ad ogni avventore interessato, fotocopiarla, metterla in un archivio, segnarsi il giorno, l’ora di inizio e di fine della navigazione, memorizzare i servizi utilizzati. Considerato che tra una fotocopia e un’archiviazione la legge italiana lascia ai baristi appena i secondi necessari a preparare un caffè decente, in Italia non abbiamo bar così pazzi da offrire connessioni internet wi-fi. Altrove non è così. Chi nell’ultimo decennio ha viaggiato in una qualsiasi nazione a uno stato di sviluppo economico vicino a quello dell’Italia si sarà imbattuto in connessioni wi-fi prive di simili scorze burocratiche offerte liberamente nei caffè, negli aeroporti, nelle piazze, nelle università, nei centri commerciali o in altri luoghi pubblici troppo numerosi per essere elencati. Ancora un mese e mezzo di pazienza e, forse, ci arriverà anche l’Italia. Il decreto legge approvato ieri dal Consiglio dei ministri prevede «il superamento delle restrizioni al libero accesso alla rete contenute nel cosiddetto “decreto Pisanu”, mantenendo tuttavia adeguati standard di sicurezza». Sarebbe ingiusto incolpare l’ex ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu della insostenibile struttura burocratica che ha ostacolato l’internet libera in Italia. Il suo decreto risale a luglio del 2005, le stragi terroristiche di Londra e Madrid erano ancora fresche, la Rete poteva essere sfruttata per organizzare altri attacchi. Identificare chi accedeva a internet tramite le reti pubbliche – in particolare negli internet point – poteva avere un senso, anche se qualcuno ha notato che neppure gli Stati Uniti o Israele hanno pensato che per combattere il terrorismo ci fosse bisogno di limitare così duramente il wi-fi. Comunque il decreto stesso prevedeva che l’emergenza non dovesse essere perpetua e quindi che l’articolo 7, quello sugli accessi a internet, scadesse alla fine del 2007. Il Parlamento ha rinviato la scadenza tre volte, l’ultima a pochi giorni dal capodanno scorso. Lo stesso Pisanu meno di un anno fa aveva ammesso che la norma era ormai «superata». Il 31 dicembre il decreto dovrebbe salutarci definitivamente per essere sostituito con qualcosa di più leggero. Nel frattempo la legge è stata aggirata senza che nessuno se ne sia lamentato. Il problema dell’i­dentificazione è stato risolto con soluzioni diverse: chi offre il wi-fi invita il cliente a comunicare il suo numero di telefono, che essendo registrato lo identifica, e quindi gli invia via sms un codice con la password per connettersi; altrimenti gli dà l’accesso a una pagina iniziale in cui inserire i dati personali. In questo modo oggi la connessione a internet gratuita è disponibile nei parchi di Roma, in quelli di Milano o nei fast food di McDonald’s. Non risulta che qualcuno di questi stratagemmi sia stato punito con le multe previste dal decreto Pisanu (si va da 516 a 3.098 euro). Tra le ipotesi che starebbe studiando il governo c’è quella di adattare la normativa a queste realtà già sperimentate, che permettono di mantenere un certo livello di identificazione di chi accede a internet rimuovendo nello stesso tempo i maggiori ostacoli burocratici alla diffusione del wi-fi libero. Per effetto dei limiti imposti cinque anni fa oggi in Italia abbiamo solo poco più di 4mila punti di accesso a internet pubblici e gratuiti. I francesi ne hanno più di 30 mila, gli inglesi 28 mila, gli svedesi 8 mila (e sono molti meno di noi). Con la liberalizzazione inizieremo ad abituarci ai computer accesi ai tavolini dei bar, nelle metropolitane o nei parchi con qualche anno di ritardo rispetto agli altri. Ma con i tempi rapidissimi della tecnologia poche decine di mesi sono un ritardo che pesa. L’internet 'mobile' proposta da tutti gli operatori telefonici – con le connessioni a pagamento attraverso i telefonini o le 'chiavette' – è ormai una realtà consolidata, così diffusa da rischiare di ridimensionare la novità ritardata del wi-fi liberalizzato.

 

Per qualcuno era un divertimento, quasi una sfida. Seduti in macchina, di sera, il pc acceso sulle ginocchia alla ricerca di una connessione wi-fi lasciata imprudentemente priva di protezione da cui poter scaricare (a costo zero) musica e film. Per altri, la caccia (illegale) a una connessione internet accessibile gratuitamente era una necessità. A chi non è mai capitato un momento di panico: dover inviare un’urgentissima mail di lavoro e scoprire che la connessione internet di casa (per motivi ignoti) è saltata. Non restava che incrociare le dita e sperare che nei dintorni ci fosse qualche vicino dotato di connessione wi-fi priva di protezione cui 'appoggiarsi' per pochi minuti. Poi, col passare degli anni, qualcosa si è mosso. Da un lato, sempre più persone hanno iniziato a proteggere le proprie connessioni wi-fi, rendendo impossibile l’accesso ai pirati improvvisati. Dall’altro hanno iniziato a spuntare, soprattutto nelle grandi città, i primi punti 'hot spot' che offrivano la possibilità di connettersi gratuitamente: bar, librerie, biblioteche, a Milano persino il parco delle Due Basiliche era dotato di 'hot-spot'. Era sufficiente avviare il browser e si veniva 'dirottati' all’home page di www.free-hotspot.com, qualche minuto per la registrazione e veniva inviato via sms un codice d’accesso personale. Roma, Milano, Torino e altre città hanno lanciato vari progetti per diffondere l’uso degli hot-spot gratuiti ma, complessivamente, in tutto il Paese sono circa 4.200 i punti di accesso gratuito alla rete. Numeri risibili se si cerca il paragone con quello che succede all’estero. Solo a New YorK i 'punti caldi', spesso gratuiti, sono oltre 70mila.

 

Puoi anche liberalizzare il wi-fi e dare la possibilità a chiunque di offrire connessioni a Internet gratuite in qualsiasi luogo pubblico. Ma se la tecnologia che usi è vecchia, allora la banda è stretta e le connessioni sono lente. Bastano quattro o cinque utenti che cercano di navigare in wi-fi agganciandosi a una connessione debole per mandare in stallo una rete a banda 'stretta'. Per questo il wi-fi libero e gratuito è una novità che, al momento, non conta niente per gli italiani che vivono in posti non ancora raggiunti dalla banda larga. Non sono pochi: le stime parlano di 7 milioni di persone, il 12% della popolazione. Sono gli esclusi della Rete, vivono nei paesini di provincia, spesso in zone di montagna, luoghi non ancora raggiunti né da cavi Dsl né da quelli in fibra ottica. Senza Dsl o fibra non è possibile connettersi a internet con velocità superiori a 1 megabit al secondo, che è la velocità minima per un uso accettabile del web. A queste condizioni è impossibile che un bar pensi di offrire la connessione ai suoi clienti. A quelle velocità è già molto se riesce a navigare il barista. La divisione della popolazione italiana tra cittadini a banda larga e cittadini a banda stretta però è destinata a scomparire in qualche anno. Si stanno facendo passi avanti importanti con le connessioni attraverso la rete mobile, quella di telefonini e chiavette. Oggi Internet 'mobile' è una realtà per l’80% della popolazione e la velocità delle connessioni in mobilità sta aumentando. La tecnologia Lte, che dovrebbe imporsi nel 2013, può garantire connessioni in mobilità con velocità attorno ai 30 Mbps, cioè superiori a quelle dell’attuale Dsl. Vodafone e Telecom hanno lanciato nelle scorse settimane il loro progetti per portare internet veloce in mobilità in tutte le aree non ancora coperte. Secondo i piani, nel 2015 la banda larga sarà davvero per tutti

 

La politica, al netto di qualche puntualizzazione, plaude alla liberalizzazione. I magistrati antimafia, invece, lanciano l’allarme sicurezza. Da Bari, il procuratore nazionale Piero Grasso mette in guardia dai rischi dell’accesso free: «Dietro gli internet point e le reti senza fili possono nascondersi utenti non identificabili, compresi terroristi, pedofili e mafiosi». Preoccupazioni che rimandano ai motivi per cui l’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu, nel 2005, introdusse l’obbligo di identificazione per chiunque accedesse al web da esercizi pubblici: evitare che l’internet libero diventasse la copertura dei delinquenti. Oggi, ha assicurato Maroni, ci sono tecnologie che permettono di «conciliare l’accesso al web con la sicurezza». E i suoi colleghi di governo, nonché i parlamentari di maggioranza e di opposizione, sono d’accordo. Esultano i ministri più interessati al provvedimento, quello dell’Innovazione Renato Brunetta e Giorgia Meloni, titolare del dicastero della Gioventù. Anche da Pd, Udc e Api arrivano parole di approvazione, accompagnate però da precisazioni sulla paternità della misura. «Alla fine è stata ascoltata la nostra voce», dicono in coro il democratico Gentiloni, il centrista Rao e la rutelliana Lanzillotta, annunciando però che non ritireranno l’iniziativa parlamentare che mira ad abrogare la norma-Pisanu. Anche i finiani Barbareschi e Della Vedova assegnano i meriti del provvedimento al forcing in Aula, e l’ex radicale auspica che «la libertà di wi-fi non si traduca in un aggravio di costi». Una coda di veleno in più ce la mette Antonio Di Pietro: «C’è poco da fidarsi di questo governo», scrive sul suo blog il leader Idv. La sua preoccupazione è che l’esecutivo possa introdurre nel testo definitivo altre forme di controllo sulla navigazione.

 

CHE COS’È IL WI-FI? La tecnologia wi-fi permette a un computer o a un telefonino di collegarsi attraverso un’antenna a una rete locale senza fili, chiamata Wlan (sigla che sta per «Wireless local area network», rete locale senza fili, in italiano). Se la rete è a sua volta agganciata a internet, allora chi ci si connette può a sua volta navigare nel web.Tutta l’area che circonda un punto di trasmissione senza fili del segnale Internet si chiama 'hotspot'. Se la rete locale non chiede parole chiave per l’accesso, allora il wi-fi è libero.

 

CHE COS’È LA LEGGE PISANU? Il decreto legge n. 155 del 31 luglio 2005, «Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale» è passato alle cronache come «Decreto Pisanu», dal nome dell’allora ministro dell’Interno. Convertito in legge il 31 luglio di quell’anno il dl prevede, all’articolo 7, che un esercizio pubblico o privato che voglia offrire connessioni wi-fi debba sottoporsi a diversi obblighi burocratici: comunicare l’attività al ministero delle Comunicazioni, registrarsi presso la Questura, identificare il cliente che si connette chiedendogli la carta di identità, fotocopiare il documento, tracciare i tempi della navigazione. Serviva a controllare possibili attività terroristiche in incognito. Lo stesso articolo si fissava una scadenza a fine 2007, ma è stato prorogato ripetutamente. Scadrà il 31 dicembre di quest’anno.

 

CHE COSA PUÒ CAMBIARE ORA? Non è ancora chiaro in che modo il governo intenda alleggerire la burocrazia sulle connessioni nei luoghi pubblici. È probabile però che il processo di identificazione sarà molto semplificato, forse basato sul numero di telefono dell’utente. In questo modo qualsiasi esercente, ma anche gli enti statali, potranno offrire connessioni libere e gratuite. In molti Paesi connessioni senza fili gratuite sono diffuse nei bar, negli aeroporti, nelle piazze e in moltissimi altri spazi pubblici.

 

CHE COSA CAMBIA PER GLI ESCLUSI DALLA BANDA LARGA? Per i territori nei quali non è ancora possibile attivare connessioni a banda larga, cioè avere internet veloce, in teoria non cambia nulla. Ma non è detto. Le nuove norme, infatti, riguardano solo la possibilità di connettersi a internet in aree pubbliche, come parchi e bar, senza dover fornire documenti. Ma se il collegamento veloce non è disponibile, c’è poco da rallegrarsi. Tuttavia, poiché nelle aree non coperte integralmente dalla banda larga è possibile che qualche esercizio pubblico possa essere abilitato ad avere internet veloce, allora in linea teorica questi soggetti possono offrire di loro iniziativa l’accesso ai cittadini.

 

IL GAZZETTINO di sabato 6 novembre 2010

Pag 1 Ma nessuno ha una chiara strategia politica di Bruno Vespa

 

Non era rivolta soltanto a Gianfranco Fini la proposta sul ‘patto di legislatura’ avanzata da Berlusconi. C’era un secondo destinatario occulto, ma non troppo: il capo dello Stato. Perché tutti continuano ad esorcizzare le elezioni anticipate nei superiori interessi del Paese, ma pochi si muovono davvero per evitarle. L’altro giorno Futuro e Libertà si è unito all’opposizione non per batterla sul processo breve, assai caro a Berlusconi e uscito da tempo dalla discussione. L’ha battuta su un delicato problema di bilancio, rafforzando così la tesi di Giulio Tremonti, da sempre favorevole al voto anticipato. Tremonti, infatti, non può presentarsi in Europa senza avere alle spalle una maggioranza che lo copra sui conti. Fin dal mese di agosto, Berlusconi aveva annunciato di rilanciare l’azione di governo su cinque punti essenziali: fisco, giustizia, federalismo, Mezzogiorno, sicurezza. Su questi punti ,alla fine di settembre, il governo ha ricevuto la fiducia più ampia dell’intera legislatura. Ma dal punto di vista politico si trattò di una fiction. Nel mese di ottobre, infatti, Fini disse tra l’altro che sarebbe stato inaccettabile mettere i pubblici ministeri alle dipendenze dell’esecutivo (come avviene peraltro, con formule diverse, in tutto il mondo occidentale). Opinione assolutamente legittima, viste le tradizioni italiane. Il problema è che Fini era l’unico ad avere in mano non la bozza del provvedimento che prima o poi dovrà essere portato in consiglio dei ministri, ma addirittura l’articolato nel quale non c’è una sillaba che faccia pensare a un orientamento del genere. Dunque? Perché accade questo? Perché dagli uomini più duri della sua cintura pretoriana non c’è sera in cui non arrivi nei telegiornali una dichiarazione di dissenso? Perché ‘Il Secolo’ batte ogni giorno contro il governo assai più dei giornali di opposizione? Quanto potrà durare una situazione del genere? La parola è a Fini, chiamato domani a Perugia a pronunciare un discorso fondativo del suo nuovo partito e al tempo stesso a rispondere a Berlusconi che ancora pochi giorni fa, a una mia domanda sulle prospettive future di alleanza tra il PdL e il Fli , ha risposto con un sorprendente ‘in politica mai dire mai’. I parlamentari che hanno scelto di andare con lui sono molto divisi: le ‘colombe’ dicono che più di tanto Berlusconi non poteva fare e dunque Fini dovrebbe approfittare della mano tesa, i ‘falchi’ vogliono invece la rottura. E’ probabile che Fini continui ancora a ‘picchiare senza uccidere’, come diceva ieri sera un alto dirigente di An rimasto con Berlusconi. Nei colloqui privati il presidente della Camera sostiene che il Cavaliere è finito e bisogna mandarlo a casa. Già, ma come? E con quale prospettiva? E’ vero che il terrore di elezioni anticipate potrebbe indurre al momento decisivo alcuni senatori del PdL a passare col Fli. Ma se la sentirebbe il capo dello Stato di autorizzare un governo retto da una fragile maggioranza numerica e non politica? Un governo d’emergenza senza i vincitori delle elezioni? Obiettivo primario del nuovo governo sarebbe una nuova legge elettorale. Già, ma i tecnici parlamentari sostengono che la nuova maggioranza non avrebbe l’agibilità politica per far passare al Senato la legge: anche depotenziato, il gruppo senatoriale del Pdl, insieme con quello della Lega, riuscirebbe a sabotarla, mentre l’Italia sarebbe invasa dalle manifestazioni di protesta contro il ribaltone. Si ha dunque la sensazione che la ‘fretta democratica’ di cacciare a ogni costo il Cavaliere da palazzo Chigi non sia sostenuta da una strategia politica chiara, coerente e lungimirante. Che Dio c’assista.

 

Torna al sommario