RASSEGNA STAMPA di lunedì 11 ottobre 2010

 

SOMMARIO

 

Si è aperta ieri mattina a Roma, con la messa solenne presieduta da Benedetto XVI nella basilica vaticana con i padri sinodali, l’Assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi sul tema: «La Chiesa Cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza. "La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un’anima sola" (At 4, 32)». Ecco alcuni passaggi dell’omelia del Papa: “Tale singolare evento dimostra l’interesse dell’intera Chiesa per la preziosa e amata porzione del Popolo di Dio che vive in Terra Santa e in tutto il Medio Oriente. Anzitutto eleviamo il nostro ringraziamento al Signore della storia, perché ha permesso che, nonostante vicende spesso difficili e tormentate, il Medio Oriente vedesse sempre, dai tempi di Gesù fino ad oggi, la continuità della presenza dei cristiani... In questa domenica la Parola di Dio offre un tema di meditazione che si accosta in modo significativo all’evento sinodale che oggi inauguriamo… La salvezza è universale, ma passa attraverso una mediazione determinata, storica: la mediazione del popolo di Israele, che diventa poi quella di Gesù Cristo e della Chiesa. La porta della vita è aperta per tutti, ma, appunto, è una "porta", cioè un passaggio definito e necessario. E’ il mistero dell’universalità della salvezza e al tempo stesso del suo necessario legame con la mediazione storica di Gesù Cristo, preceduta da quella del popolo di Israele e prolungata da quella della Chiesa. Dio è amore e vuole che tutti gli uomini abbiano parte alla sua vita; per realizzare questo disegno Egli, che è Uno e Trino, crea nel mondo un mistero di comunione umano e divino, storico e trascendente: lo crea con il "metodo" – per così dire – dell’alleanza, legandosi con amore fedele e inesauribile agli uomini, formandosi un popolo santo, che diventi una benedizione per tutte le famiglie della terra. Si rivela così come il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, che vuole condurre il suo popolo alla "terra" della libertà e della pace. Questa "terra" non è di questo mondo; tutto il disegno divino eccede la storia, ma il Signore lo vuole costruire con gli uomini, per gli uomini e negli uomini, a partire dalle coordinate di spazio e di tempo in cui essi vivono e che Lui stesso ha dato. Di tali coordinate fa parte, con una sua specificità, quello che noi chiamiamo il "Medio Oriente". Anche questa regione del mondo Dio la vede da una prospettiva diversa, si direbbe "dall’alto": è la terra di Abramo, di Isacco e di Giacobbe; la terra dell’esodo e del ritorno dall’esilio; la terra del tempio e dei profeti; la terra in cui il Figlio Unigenito è nato da Maria, dove ha vissuto, è morto ed è risorto; la culla della Chiesa, costituita per portare il Vangelo di Cristo sino ai confini del mondo. E noi pure, come credenti, guardiamo al Medio Oriente con questo sguardo, nella prospettiva della storia della salvezza... Guardare quella parte del mondo nella prospettiva di Dio significa riconoscere in essa la "culla" di un disegno universale di salvezza nell’amore, un mistero di comunione che si attua nella libertà e perciò chiede agli uomini una risposta. Abramo, i profeti, la Vergine Maria sono i protagonisti di questa risposta, che però ha il suo compimento in Gesù Cristo, figlio di quella stessa terra, ma disceso dal Cielo. Da Lui, dal suo Cuore e dal suo Spirito, è nata la Chiesa, che è pellegrina in questo mondo, ma gli appartiene. La Chiesa è costituita per essere, in mezzo agli uomini, segno e strumento dell’unico e universale progetto salvifico di Dio; essa adempie questa missione semplicemente essendo se stessa, cioè "comunione e testimonianza", come recita il tema dell’Assemblea sinodale che oggi si apre, e che fa riferimento alla celebre definizione lucana della prima comunità cristiana: "La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola". Senza comunione non può esserci testimonianza: la grande testimonianza è proprio la vita di comunione. Lo disse chiaramente Gesù: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri". Questa comunione è la vita stessa di Dio che si comunica nello Spirito Santo, mediante Gesù Cristo. E’ dunque un dono, non qualcosa che dobbiamo anzitutto costruire noi con le nostre forze. Ed è proprio per questo che interpella la nostra libertà e attende la nostra risposta: la comunione ci chiede sempre conversione, come dono che va sempre meglio accolto e realizzato. I primi cristiani, a Gerusalemme, erano pochi. Nessuno avrebbe potuto immaginare ciò che poi è accaduto. E la Chiesa vive sempre di quella medesima forza che l’ha fatta partire e crescere. La Pentecoste è l’evento originario ma è anche un dinamismo permanente, e il Sinodo dei Vescovi è un momento privilegiato in cui si può rinnovare nel cammino della Chiesa la grazia della Pentecoste, affinché la Buona Novella sia annunciata con franchezza e possa essere accolta da tutte le genti… Tutti auspichiamo che i fedeli sentano la gioia di vivere in Terra Santa, terra benedetta dalla presenza e dal glorioso mistero pasquale del Signore Gesù Cristo. Lungo i secoli quei luoghi hanno attirato moltitudini di pellegrini ed anche comunità religiose maschili e femminili, che hanno considerato un grande privilegio il poter vivere e rendere testimonianza nella Terra di Gesù. Nonostante le difficoltà, i cristiani di Terra Santa sono chiamati a ravvivare la coscienza di essere pietre vive della Chiesa in Medio Oriente, presso i Luoghi santi della nostra salvezza. Ma quello di vivere dignitosamente nella propria patria è anzitutto un diritto umano fondamentale: perciò occorre favorire condizioni di pace e di giustizia, indispensabili per uno sviluppo armonioso di tutti gli abitanti della regione. Tutti dunque sono chiamati a dare il proprio contributo: la comunità internazionale, sostenendo un cammino affidabile, leale e costruttivo verso la pace; le religioni maggiormente presenti nella regione, nel promuovere i valori spirituali e culturali che uniscono gli uomini ed escludono ogni espressione di violenza. I cristiani continueranno a dare il loro contributo non soltanto con le opere di promozione sociale, quali gli istituti di educazione e di sanità, ma soprattutto con lo spirito delle beatitudini evangeliche, che anima la pratica del perdono e della riconciliazione” (a.p.)

 

1 - IL PATRIARCA

 

IL GAZZETTINO di sabato 9 ottobre 2010

Pag 24 I tre temi del Patriarca (lettera al giornale di Antonio Tenderini)

Riflessioni sul libro

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 9 ottobre 2010

Pag VII Visita pastorale del Patriarca a San Canciano di Titta Bianchini

 

LA NUOVA di sabato 9 ottobre 2010

Pag 23 Visita pastorale: il patriarca Scola incontra i gondolieri

 

2 – DIOCESI E PARROCCHIE

 

LA NUOVA

Pag 11 Nasce il comitato per l’accoglienza di Nadia De Lazzari

Il pontefice alloggerà a San Marco, nelle stanze dell’allora patriarca Sarto. Gruppo di coordinamento fra Diocesi, Comune e altre istituzioni. Pizziol, piccolo infortunio. E suor Giuliana studia il tedesco

 

Pag 11 San Giacomo dall’Orio, festa per il nuovo parroco di n.d.l.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 9 ottobre 2010

Pag XVI Dopo 22 anni don Ottavio lascia Marghera per la Gazzera di Giacinta Gimma

Da Ss. Francesco e Chiara a S. Maria Ausiliatrice

 

Pag XVI Al centro Urbani convegno sulla scuola cattolica

 

LA NUOVA di sabato 9 ottobre 2010

Pag 19 Campane a distesa per Benedetto XVI di Nadia De Lazzari

La città ha accolto con entusiasmo l’annuncio del suo arrivo il 7 e 8 maggio. La Curia e le suore si stanno già mobilitando. Ognuno vorrebbe averlo per un minuto nella sua parrocchia 

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 36 Il Papa e la “laicità positiva” per i cristiani del Medio Oriente di Gian Guido Vecchi

 

LA REPUBBLICA

Pag 17 Il Papa: "Vivere in Medio Oriente è un diritto dei cristiani" di Marco Ansaldo

L´apertura del Sinodo

 

ZENIT di domenica 10 ottobre 2010

Omelia del Papa per l'apertura del Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente

Cristiani di Terra Santa, siate pietre vive della Chiesa in Medio Oriente

 

Benedetto XVI: in Medio Oriente la Chiesa sia “strumento di unità”

Intervento in occasione dell'Angelus domenicale

 

AVVENIRE di domenica 10 ottobre 2010

Pag 1 Voce che va ascoltata di Luigi Geninazzi

Le chiese mediorientali a Roma

 

Pag 7 Medio Oriente: Sinodo al via «Chiese antiche, sete di futuro» di Camille Eid

Il patriarca d’Alessandria dei Copti: «Guerre e fondamentalismo chiedono impegno per i diritti e la democrazia. Varietà di spiritualità e riti, ricchezza per tutti». Le sfide che attendono il «piccolo gregge»

 

4 – MARCIANUM / ASSOCIAZIONI, MOVIMENTI, ISTITUTI E GRUPPI

 

IL GAZZETTINO

Pag 18 Chiesa e Stato in Cina, la lunga storia di un dialogo difficile

Un libro

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 10 ottobre 2010

Pag XXXIII “Note d’autunno” in duomo a Mestre di a.spe.

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Chi è ostaggio dell’euro forte di Francesco Giavazzi

Se vince solo la Germania

 

IL GAZZETTINO

Pag 16 Università, i vantaggi della riforma di Giovanni Sabbatucci

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 10 ottobre 2010

Pag 1 La piazza conquistata e gli slogan retrò di Dario Di Vico

La manifestazione romana di Cisl e Uil

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 10 ottobre 2010

Pag 9 Suore a scuola di manager per imparare a trovare sponsor e finanziamenti di M.P.S.

 

LA STAMPA di domenica 10 ottobre 2010

Gite scolastiche, rinunciare si può di Lorenzo Mondo

 

IL GIORNALE di domenica 10 ottobre 2010

Adesso la famiglia fa più paura del mondo di Luca Doninelli

Dall'adolescente massacrata e violentata dallo zio alla piccina abusata da un partner: l'errore si nasconde spesso dietro le persone più care a una "normalità" recitata anche in televisione

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 9 ottobre 2010

Pag 1 Gli espatriati della scuola di Ernesto Galli della Loggia

Ragazzi italiani, insegnanti stranieri

 

6 – SERVIZI SOCIALI / SANITÀ

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 10 ottobre 2010

Pag 2 Visite urgenti, ma non per le Usl. I tempi di attesa si allungano di Michela Nicolussi Moro

Oculistica, Radiologia, Cardiologia e Ginecologia i settori più problematici. Tra le aziende, male Bussolengo, Belluno e Venezia. Ok Rovigo e Padova

 

Pag 9 Ospedali religiosi, debito di 40 milioni a rischio le tredicesime del personale di S.S.L. Monsignor Pizziol: siamo molto preoccupati per le quattro strutture. Da Villa Salus al San Camillo, Asl e Regione non saldano i conti

 

IL GAZZETTINO di domenica 10 ottobre 2010

Pag 11 La rivoluzione in farmacia

Le novità dei decreti attuativi trasmessi alle Regioni: il via libera a fine mese

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 10 ottobre 2010

Pag XIII Cardiochirurgia perde il primario di Maurizio Dianese

Un altro medico “scappa” dall’ospedale dell’Angelo. Il dottor Polesel emigra a Treviso

 

LA NUOVA di sabato 9 ottobre 2010

Pag 11 Più soldi alle Usl di Treviso e Vicenza di Simonetta Zanetti 

Il riparto avrà durata biennale. Fondi ridotti per Venezia, Belluno e Rovigo 

 

Pag 11 Troppi costi, ai medici di base l’ordine di contenere la corsa dei malati a medicine e analisi di Emilio Randon 

Esautorato, frustrato, mal pagato e senza poteri. Le Usl vogliono che contengano le ospedalizzazioni 

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 9 ottobre 2010

Pag V La Pietà “congela” la comunità dei bimbi di Raffaella Vittadello

In attesa che si definiscano le linee politiche regionali

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

LA NUOVA

Pag 11 Cerimonia per il ritorno della statua di Simone Bianchi

La Madonna Nicopeia ricollocata sul Tempio Votivo del Lido

 

Pag 13 In 1.500 con la Madonna del Don di Carlo Mion

Dopo la tragedia afghana cerimonia mesta in Piazza Ferretto con gli alpini

 

Pag 13 Domani in Regione il Tavolo sulla crisi di Porto Marghera di mi.bu.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag IV Tempio Votivo, la Madonna è tornata di Lorenzo Mayer

Cinquecento persone hanno assistito alla posa della statua. Il patriarca: “I lidensi riscoprano questo punto d’incontro”

 

LA NUOVA di domenica 10 ottobre 2010

Pag 13 Sfregio rosso sulla colonna di Marco di Roberta De Rossi 

Nella notte vandali indisturbati vergano con lo spray la scritta «Berlin» 

 

Pag 15 Campanili a rischio in città ma a San Marco lavori avanti di Enrico Tantucci

Cantiere finito a maggio 2011. In un rapporto la «foto» delle torri. Anche la chiesa di Sant’Agnese in offerta: la usa l’Istituto Cavanis, il Demanio l’ha inserita tra i beni cedibili 

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 10 ottobre 2010

Pag 19 «I Musei civici veneziani? Li ho trovati nel degrado» di F.B.

Landau: tesori mai esposti, le strutture sono fatiscenti

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 9 ottobre 2010

Pag IV I gondolieri: “Il Papa venga in barca con noi” di Tullio Cardona

L’arrivo di Benedetto XVI. Mobilitate anche le Scuole grandi

 

Pag XI Cappuccini, il sagrato chiuso dal cancello di Alvise Sperandio

Completati i lavori

 

Pag XVII Dipinti all’asta per aiutare don Armando e il Don Vecchi IV

Esposizione ad Asolo

 

Pag XXXVII Poeti veneziani celebrano il campanile di San Nicolò di L.M.

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 9 ottobre 2010

Pag 11 Trecentomila fedeli attesi per il Pontefice la macchina del turismo si mette in moto di Al.A.

Prime riunioni informali, da Jesolo a Cavallino disponibilità all’ospitalità. Pacchetti «Papa-Venezia». Ava: vogliamo dimostrarci all’altezza

 

LA NUOVA di sabato 9 ottobre 2010

Pag 30 Chiesa ortodossa, il Pd apre al trasloco di Maurizio Toso 

Incontro tra consiglieri comunali e comitato contrario al progetto 

 

8 – VENETO / NORDEST

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 10 ottobre 2010

Pag 1 La recessione demografica di Vittorio Filippi

 

Pag 4 Il consenso (ridotto) e lo scontro tra culture politiche di Umberto Curi

 

IL GAZZETTINO di domenica 10 ottobre 2010

Pag 17 Veneto a scuola di adozioni di Federica Cappellato

La Regione investe nelle 26 équipe dei consultori familiari contro gli enormi problemi burocratici delle “nuove famiglie”

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 9 ottobre 2010

Pag 3 I veneti promuovono Zaia. Ma con riserva di Marco Bonet

Panel Data per il Corriere del Veneto a poco più di sei mesi dall’elezione. «Carente la politica per le famiglie e per le imprese». Fiducia dal 54%: «Lotta per l’autonomia». I critici: «Promesse non mantenute»

 

Pag 21 Immigrati buoni e cattivi. Le bugie della politica di Massimiliano Melilli

 

IL GAZZETTINO di sabato 9 ottobre 2010

Pag 8 Scuola, proteste ed eccessi

Venezia: due ragazzi in coma etilico dopo il corteo. Treviso: violenta rissa tra studenti ubriachi

 

… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 I fantasmi dei partiti di Paolo Franchi

 

Pag 33 Le ultime parole di Maometto di Ranieri Polese

Un thriller sul (falso) testamento del Profeta che sconfessa la violenza

 

Pag 36 Giornali, pm e questioni di principio. Se gli italiani non s’indignano di Piero Ostellino

Il caso Marcegaglia

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 Così colpisce la fabbrica dei dossier al servizio del Cavaliere di Giuseppe D’Avanzo

 

Pag 1 Cara tv, dacci la nostra ansia quotidiana di Ilvo Diamanti

La cronaca nera è il traino dei tg. Una tendenza che fa dell’Italia un caso unico in Europa

 

Pag 22 Il ritorno dei valori in politica di Joaquìn Navarro-Valls

 

LA STAMPA

Il rumore del silenzio di Marco Ansaldo

 

La giustizia "sotto il trono" di Carlo Federico Grosso

 

IL GIORNALE

Dopo 34 morti il Pd ammette che c’è la guerra di Giuseppe De Bellis

I democratici tornano alla realtà: forse hanno capito che servono nuove regole di ingaggio. Più volte in passato la sinistra era scivolata nella battaglia ideologica contro Berlusconi anche nel lutto

 

IL FOGLIO

Pag 1 Via da Kabul, se bisogna starci con il riluttante Obama di Giuliano Ferrara

 

IL GAZZETTINO

Pag 17 La morte di Sarah e il dovere (per tutti) di capire i più deboli di Alessandra Graziottin

Passioni e solitudini

 

LA NUOVA

Pag 1 Afghanistan, si cerca la vita d’uscita di Alberto Flores d’Arcais

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 10 ottobre 2010

Pag 1 Il dolore e la ragione di Sergio Romano

 

Pag 1 Diretta dall’orrore di Aldo Grasso

 

Pag 6 Colpire duro e trattare, la strategia per andare via di Davide Frattini

 

Pag 11 Operato del governo, consensi solo dal 30% di Renato Mannheimer

Le priorità: dei cinque punti, il fisco è quello più sentito dagli elettori. Ultimo il federalismo

 

Pag 30 I perché della svolta francese verso una laicità più «tranquilla» di Francesco Margotta Broglio

 

LA REPUBBLICA di domenica 10 ottobre 2010

Pag 1 Da Cavour e Garibaldi a Bossi e Berlusconi di Eugenio Scalfari

 

LA STAMPA di domenica 10 ottobre 2010

Il giornalismo davanti a un incrocio di Barbara Spinelli

 

La guerra e i veri obiettivi di Vittorio Emanuele Parsi

 

IL MESSAGGERO di domenica 10 ottobre 2010

Pag 1 La via stretta per togliere la castagne dal fuoco di Carlo Jean

 

IL GIORNALE di domenica 10 ottobre 2010

Accettiamo che la guerra è dolore di Andrea Nativi

Impariamo a convivere con i morti in guerra

 

AVVENIRE di domenica 10 ottobre 2010

Pag 2 Quei colpi mirati a chi vuole dare futuro di Fulvio Scaglione

La strategia dei taleban contro gli italiani in Afghanistan

 

Pag 6 La croce nel cuore di Chiara Zappa

Con l’immigrazione crescono i cristiani nella Penisola Arabica

 

Pag 17 Europa, un revival cristiano? di George Weigel

Dagli usa l’analisi dell’intellettuale Weigel

 

Pag 35 La retta coscienza protegge tutti (lettere al direttore)

 

LA NUOVA di domenica 10 ottobre 2010

Pag 1 La guerra perduta di Renzo Guolo

Italiani a Kabul

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 9 ottobre 2010

Pag 1 Una scelta da applausi. Basta vigliaccherie di André Glucksmann

Il Nobel una sfida alla Cina

 

Pag 1 Il docente trasformato dalle notti di Tienanmen di Marco Del Corona

 

Pag 1 Il sondaggio su Dio: più severo che buono di Armando Torno

Sondaggi e interviste: solo per il 22% è benevolente (come crede anche Obama)

 

Pag 13 Una tregua tesa con l’incognita della giustizia di Massimo Franco

 

LA REPUBBLICA di sabato 9 ottobre 2010

Pag 1 Xiaobo, l'attivista senza paura nato dal sangue di Tienanmen di Giampaolo Visetti

Dopo 20 anni di persecuzioni è diventato uno dei simboli dell'opposizione. "Mi hanno candidato al premio Nobel? Mi sento indegno ma sono onorato" 

 

Pag 1 La firma del Cavaliere di Giuseppe D’Avanzo

 

LA STAMPA di sabato 9 ottobre 2010

Una scelta coraggiosa di Bill Emmott

 

"Mi vietate di parlare però io non vi odio" di Liu Xiaobo

 

IL MESSAGGERO di sabato 9 ottobre 2010

Pag 1 Quei fuochi che l’Italia non può più permettersi di Paolo Pombeni

Veleni e Paese fermo

 

AVVENIRE di sabato 9 ottobre 2010

Pag 1 La coscienza di Michele di Marina Corradi

L’inferno è fare male ed essere soli

 

Pag 2 Oslo ha trovato al via del coraggio di Gerolamo Fazzini

Finalmente il Nobel per la pace a Liu Xiaobo

 

Pag 2 Il silenzio degli incoscienti di Gianfranco Marcelli

Dopo la decisione del Consiglio d’Europa sull’obiezione all’aborto

 

LA NUOVA di sabato 9 ottobre 2010

Pag 1 Il mostro, la coscienza, il codice di Ferdinando Camon

 

 

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1 - IL PATRIARCA

 

IL GAZZETTINO di sabato 9 ottobre 2010

Pag 24 I tre temi del Patriarca (lettera al giornale di Antonio Tenderini)

Riflessioni sul libro

 

Il recente libro del Patriarca Scola "Buone ragioni per la vita in comune", fa particolarmente riflettere su tre punti: libertà religiosa, privilegi, giustizia. Penso che la "libertà religiosa" si possa riferire a tutti i "credo" professati oggi sulla Terra. Necessario quindi il dialogo, esaltato dai Convegni interreligiosi di preghiera di Assisi promossi da Giovanni Paolo II. Un dialogo, quindi che allontani per sempre, dalla "purificazione della memoria", lo "spettro funesto delle guerre religiose" (Nove Millennio adveniente p. 6 e 55) e, conseguentemente, ogni loro strumentale commemorazione, come la battaglia di Lepanto. Il Card. Scola ammonisce poi: "Le religioni non devono esprimersi nella società in forza dei privilegi concessi". È un po’ ricordare quanto diceva sull’argomento il Concilio nella "Gaudium et Spes" (1965): "La Chiesa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatare che il loro uso potesse far dubitare della sincerità della sua testimonianza" (p. 76). Ma allora, come la mettiamo con le ricorrenti querimonie ecclesiali in merito a finanziamenti, esenzioni fiscali, sussidi, oltre a quelli già concessi dal Concordato, rivolte a Stato ed Enti Locali, specie in periodi, come questi, di gravi crisi economiche e sociali? Altro punto del libro parla di giustizia. Ciò richiama alla mente uno specifico documento, datato 1971, del III Sinodo dei Vescovi, in cui, tra l’altro, leggiamo: "L’agire per la giustizia è dimensione costitutiva della missione della Chiesa per la redenzione del genere umano e la liberazione da ogni stato di cose oppressivo... Se la Chiesa si presenta come uno dei ricchi e dei potenti di questo mondo, risulta diminuita la sua credibilità". Tutti appelli per la la "nuova laicità", che deve vedersela però col più subdolo e pericoloso nemico, di questi tempi: l’indifferenza. Chissà se questo ulteriore messaggio sarà letto, approfondito ma soprattutto possa tradursi in coerenti azioni profetiche e concrete? Perché, ricordiamo, che "L’Uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri" (Paolo VI-2/10/1974).

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 9 ottobre 2010

Pag VII Visita pastorale del Patriarca a San Canciano di Titta Bianchini

 

Per la prima volta il Patriarca di Venezia sarà accolto nella sala di un teatro, il Malibran, in occasione della visita pastorale che compirà nella comunità di San Canciano - nel cui territorio è collocato il Malibran - oggi e domani. "Invito tutti, ha letto il parroco don Cesare Maddalena, credenti e non credenti e cercatori di verità impegnati nella realtà civica, per salutarlo e incontrarlo in questo particolare momento qualitativo della visita". L’appuntamento al Malibran è fissato per le 15.30 e a seguire, nella vicina chiesa di San Giovanni Crisostomo, il saluto agli infermi e anziani. Quindi incontro con i gruppi di ascolto e il consiglio pastorale a San Canciano, dove l’indomani alle 10.30 Angelo Scola officerà la Messa solenne, seguita dalla benedizione al restaurato organo, grazie alla ditta Mascioni. Altri incontri, con le coppie di genitori e le religiose delle suore "Imeldine". Sempre domenica, con inizio alle 16, primo concerto con l’organista Margherita Gianola, Fabiano Maniero, tromba, e Julio Fellor, mezzosoprano. In occasione della visita, Scola lascerà in dono ad ogni famiglia una riproduzione del mosaico "Deesis", il cui originale è situato sopra l’ingresso principale della basilica di San Marco.

 

LA NUOVA di sabato 9 ottobre 2010

Pag 23 Visita pastorale: il patriarca Scola incontra i gondolieri

 

Venezia. Lunedì, il patriarca Scola incontrerà i gondolieri, accogliendo l’invito rivoltogli dal presidente dei bancali Aldo Reato: l’appuntamento è per le 9, nella nuova sala Apollonia. Il patriarca parlerà della figura di papa Roncalli (già patriarca dal 1958 al 1963), indicandolo come «patrono» dei gondolieri. Ogni anno, i gondolieri omaggiano il patriarca di Venezia con il «bocolo» nella festa di San Marco, accompagnandolo a Roma in occasioni solenni, come la nomina a cardinale. Intanto, oggi e domani, la visita pastorale di Scola farà tappa nella parrocchia di San Canciano.

 

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2 – DIOCESI E PARROCCHIE

 

LA NUOVA

Pag 11 Nasce il comitato per l’accoglienza di Nadia De Lazzari

Il pontefice alloggerà a San Marco, nelle stanze dell’allora patriarca Sarto. Gruppo di coordinamento fra Diocesi, Comune e altre istituzioni. Pizziol, piccolo infortunio. E suor Giuliana studia il tedesco

 

Si è messa in moto la macchina organizzativa per l’accoglienza al Papa, il cui arrivo in città è previsto il 7-8 maggio prossimi. «In settimana il Comune e la Curia si incontreranno per costituire il comitato organizzatore per la visita di papa Benedetto XVI». Marco Agostini, direttore generale del Comune, aggiunge subito: «Per l’amministrazione io sarò il referente, per la Diocesi lo sarà il vescovo ausiliare monsignor Beniamino Pizziol. A partire da Prefettura, Questura, Regione e Provincia, chiederemo ai vari enti il nominativo di un rappresentante per diventare operativi quanto prima». Sulla designazione del referente provinciale la presidente Francesca Zaccariotto è colta di sorpresa: «Non so cosa dire, sono passati solo due giorni da quando ce l’hanno comunicato. Dateci il tempo di organizzarci. La stampa ne aveva già parlato, ma la comunicazione ufficiale dalla segreteria della Curia è arrivata due giorni fa. Dateci il tempo». Dunque, dopo le campane suonate a distesa, la macchina organizzativa per l’accoglienza al pontefice ha preso avvio. Fermento in Comune e commozione del primo cittadino Giorgio Orsoni. In Curia il patriarca Angelo Scola con i suoi collaboratori ha già individuato dove alloggerà il Pontefice. Sarà ospitato in palazzo patriarcale, con affaccio in Piazzetta dei Leoncini. Papa Benedetto XVI occuperà le stanze che furono del patriarca Giuseppe Melchiorre Sarto, dal 1893. Il cardinale vi rimase vent’anni. Successivamente, nel 1903, fu eletto Papa con il nome di Pio X, nel 1914 morì di crepacuore, nel 1951 fu beatificato e nel 1954 proclamato santo. Il patriarca Scola, che ha definito la visita del Pontefice «dono al Patriarcato di Venezia», ha ricevuto la comunicazione ufficiale la sera di mercoledì 6 ottobre. Il Vaticano suggeriva di diffondere la notizia dal prossimo gennaio, tenendo conto che il Santo Padre compirà 84 anni il 16 aprile. Ma l’evento è mondiale e Venezia, «città dell’umanità», vuole arrivare preparata all’appuntamento con papa Ratzinger. Pensando alle sfide che stanno segnando il cammino della Chiesa alcuni sacerdoti annotano che il pontefice sta attraversando momenti difficili. Monsignor Valter Perini, vicario episcopale, conclude: «Ma tutta Venezia lo accoglierà piena di fede». Contemporaneamente il prelato segnala che nella tarda mattinata di sabato il vescovo ausiliare monsignor Beniamino Pizziol ha subito un piccolo incidente: «Ora è risolto. E’ successo nella porta d’acqua del Patriarcato. Monsignor Pizziol è scivolato mentre saliva in motoscafo privato. Ha battuto la tempia ed è ricorso alle cure pronto soccorso». Un piccolo infortunio, dalle conseguenze minime per chi - come monsignor Pizziol - in questo momento si sta dedicando con passione alla preparazione del grande evento.

 

Per l’arrivo in laguna e in terraferma del Santo Padre c’è gratitudine e mobilitazione. Ma anche studio e attesa. Ieri mattina suor Giuliana Mion, dell’ordine di Maria Bambina, detto della Carità, ha espresso il desiderio di poter studiare i primi elementi di tedesco. «Ho sette mesi di tempo - dice sorridente la religiosa - vorrei potere salutare papa Benedetto XVI nella sua lingua madre». E’ anche questo un modo per prepararsi all’evento. Nel sestiere di Cannaregio vivono una ventina di suore, maestre di Santa Dorotea di Venezia. Le religiose hanno una casa madre e una scuola materna. Il loro fondatore è don Luca Passi, già proclamato venerabile. La superiora, suor Carmen Ciccioni, auspica: «Sarebbe nostro desiderio che il Pontefice arrivasse a Venezia con la bella notizia della beatificazione del nostro padre fondatore. C’è stato un miracolo e la verifica diocesana si è già conclusa». Stessa speranza anche per una trentina di suore francescane di Cristo Re del sestiere di Castello. Una suora confida: «Il miracolo è accaduto a Tarzo. Anche noi stiamo attendendo la beatificazione di una nostra consorella. Si chiama Serafina Gregoris degli Angeli. Sarebbe bello ricevere l’annuncio nel mese di maggio in occasione della visita del Papa».

 

Pag 11 San Giacomo dall’Orio, festa per il nuovo parroco di n.d.l.

 

«Benvenuto tra noi don Paolo». Così ieri la parrocchia di San Giacomo dall’Orio ha accolto la nuova guida: don Paolo Ferrazzo proveniente dalla parrocchia dell’Addolorata, una delle più popolose di Mestre. L’incardinazione è avvenuta alle 11 alla presenza del vicario episcopale monsignor Valter Perini, compagno di ordinazione, e del vicario foraneo San Polo-Santa Croce-Dorsoduro, don Antonio Biancotto. In campo si è snodata la solenne processione con i bambini in tunica bianca, una decina di sacerdoti e la comunità parrocchiale. Venezia è una novità assoluta per il 52enne don Paolo, nato a San Donà e ordinato nel 1982. Il sacerdote infatti ha trascorso vent’anni di esperienze pastorali a Mestre: cappellano a Catene di Marghera, Santa Maria Maddalena di Oriago San Lorenzo di Mestre. Per 15 anni è stato assistente scout, dal 2007 è direttore dell’Ufficio missionario diocesano. Monsignor Perini ne ha tracciato un breve profilo: «E’ intelligente, colto, appassionato di liturgia e spiritualità monastica, amante dell’arte. Ha sempre promosso con convinzione il laicato». Poi l’intervento del parrocchiano Lucio Malfi: «Oggi si realizza un sogno. C’era il timore che la tradizione più che millenaria della parrocchia si interrompesse». Nell’omelia don Paolo ha spiegato: «La Parola è la mia vita, il mio servizio. Oggi partiamo tutti insieme per una nuova avventura, nessuno deve sentirsi diverso o lontano». A conclusione momenti di simpatica amicizia. Fiori alla mamma del sacerdote, Loredana, detta Ivana, e stivali per l’acqua alta a don Paolo: «E’ un dono utile, ora reciterò una novena a San Mosè». Applausi e festa in patronato.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 9 ottobre 2010

Pag XVI Dopo 22 anni don Ottavio lascia Marghera per la Gazzera di Giacinta Gimma

Da Ss. Francesco e Chiara a S. Maria Ausiliatrice

 

Per 22 anni è stato parroco a Marghera. E oggi, sabato 9, alle 16, don Ottavio Trevisanato si insedierà come nuova guida della parrocchia di S. Maria Ausiliatrice della Gazzera durante una messa presieduta dal vescovo ausiliare mons. Beniamino Pizziol. «Quando sono arrivato a Marghera nel 1988, avevo un'immagine stampata in mente: quella delle ciminiere. Qui, invece, - ricorda don Ottavio - ho incontrato una realtà più complessa che, nella maggior parte delle situazioni, non aveva riferimenti con le fabbriche e ho incontrato delle persone che sono diventate "pietre vive" della comunità». Una comunità di oltre 3mila anime che, proprio nell’88, è stata costituita come parrocchia dei Santi Francesco e Chiara, l'ultima nata tra le otto di Marghera. Queste «pietre vive», poi, insieme allo stesso parroco, hanno lavorato per costruire, su uno dei campi di allenamento di via Carrara, la nuova chiesa - la prima pietra è stata posta nel dicembre del 2002 - che ha affiancato una chiesetta troppo piccola per accogliere i fedeli. «Lascio Marghera, portando via con me - aggiunge don Ottavio che, alla Gazzera, subentra a mons. Luigi Stecca, parroco per 33 anni - la sensazione di essere stato accolto, mi sono sempre sentito a casa. Un senso di condivisione che ho provato anche nei cinque anni di impegno come vicario di Marghera: oltre alla "Domenica a tempo pieno", ovvero la messa che viene celebrata da tutti i sacerdoti in piazza, vi sono molte occasioni di lavoro comune tra parrocchie». Negli ultimi mesi, intanto, sono state molte le occasioni, promosse da don Ottavio, per preparare i parrocchiani all'arrivo del nuovo parroco, don Marco De Rossi che celebrerà la sua prima messa nella chiesa di via Carrara, domenica 17 ottobre alle 16. «Ogni parroco partecipa di un progetto diocesano: la comunità si è dimostrata matura e - conclude - sono felice di lasciarla nelle mani di un giovane sacerdote che, sono sicuro, si sentirà come me a casa».

 

Pag XVI Al centro Urbani convegno sulla scuola cattolica

 

«Per una scuola di qualità. La gestione innovativa delle scuole cattoliche»: è il titolo del convegno che l'agenzia patriarcale «La Fontaine» promuove oggi al centro pastorale «Urbani» di via Visinoni, a Zelarino, dalle 9.30 alle 12.30, nel tradizionale incontro di inizio anno dedicato agli istituti paritari diocesani. Si discuterà, in particolare, della precarietà economica che stanno vivendo parecchie scuole a causa della minore considerazione da parte dello Stato e degli enti locali e dei crescenti ritardi nel trasferimento dei contributi annuali. All'appuntamento interverrà il vescovo ausiliare monsignor Beniamino Pizziol.

 

LA NUOVA di sabato 9 ottobre 2010

Pag 19 Campane a distesa per Benedetto XVI di Nadia De Lazzari

La città ha accolto con entusiasmo l’annuncio del suo arrivo il 7 e 8 maggio. La Curia e le suore si stanno già mobilitando. Ognuno vorrebbe averlo per un minuto nella sua parrocchia 

 

Campane a festa in tutta la città e nel patriarcato, ieri alle 17 in punto, per annunciare lo sbarco in laguna e in terraferma di papa Benedetto XVI il prossimo 8 maggio. Il clero e le suore si stanno già mobilitando. Sorride don Antonio Biancotto, vicario di San Polo-Santa Croce-Dorsoduro: «Mi auguro che la venuta del Papa sia di auspicio per il nostro patriarca. L’evento non è una visita staccata ma dentro un percorso, arriva infatti a conclusione della visita pastorale. Lo scorso giovedì in Basilica il cardinale Scola ha spiegato a noi presbiteri che il programma non sarà calato dall’alto ma coinvolgerà tutte le strutture comunionali. I giovani potrebbero incontrare il Santo Padre. Da parte mia proporrò una breve sosta nel carcere maschile. Una benedizione per gli agenti e i detenuti. Nel 1985 papa Giovanni Paolo II (in foto con il cardinale Marco Cè) si era recato nel penitenziario femminile». «Se passa a Caorle abbiamo un buon pesce», esordisce don Antonio Gusso della parrocchia Beato Giovanni XXIII. Per me è stata una notizia improvvisa, appresa dagli organi di informazione. E’ bello che il Papa venga a portare una parola nuova ad Aquileia e a Venezia. Hanno dato vita al cristianesimo. Domani lo dirò a messa e lo scriverò nel giornaletto parrocchiale». Gioia tra le religiose. Anche loro hanno appreso la notizia dai quotidiani. Suor Gianna dell’Istituto Caburlotto: «Papa Benedetto XVI, uomo di Dio, riempie il cuore e lascia serenità. Nella Casa siamo otto religiose, non perdiamo un Angelus, leggiamo i suoi libri e seguiamo viaggi e veglie». La religiosa confida: «Speriamo ci porti la notizia della beatificazione del nostro fondatore, il veneziano monsignor Caburlotto. Il processo, diocesano e romano, si è già concluso. Due anni fa a Roma c’è stato un miracolo. Un mattino un’orfanella, salvata da una vita difficile e bloccata in carrozzella da una malattia inguaribile, si è messa improvvisamente a camminare. Nella notte aveva pregato il nostro fondatore. Sbalordite le religiose, increduli i medici». La notizia dell’arrivo del Santo Padre ha destato entusiasmo anche tra le altre confessioni cristiane. Campane a distesa nella comunità dei greci-ortodossi. Mentre dall’isola di San Lazzaro questo il commento dell’abate armeno Elia: «Accoglieremo papa Benedetto XVI a braccia aperte».

 

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3 – VITA DELLA CHIESA

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 36 Il Papa e la “laicità positiva” per i cristiani del Medio Oriente di Gian Guido Vecchi

 

È la prima volta che tutti i vescovi e i patriarchi delle sei Chiese cattoliche orientali, oltre ai latini, si ritrovano assieme in Vaticano, «radunati presso il sepolcro di Pietro», ha scandito ieri mattina Benedetto XVI. Ed è la prima volta che un’assemblea è dedicata non a un tema, un Paese o un continente, ma a una regione del mondo, come ricordava padre Federico Lombardi. Il sinodo sul Medio Oriente che si apre oggi per due settimane segna la volontà del Papa di non lasciare che la condizione della sparuta minoranza cristiana «nella culla della Chiesa» sia oscurata o dimenticata, come quasi sempre accade. E vuole richiamare l’attenzione sia della comunità internazionale sia dei cristiani d’Occidente. Su 356 milioni di abitanti, in Medio Oriente ci sono sei milioni di cattolici (1,6 per cento) e 20 milioni di cristiani (5,6). Presenti da duemila anni, in tanti Paesi stanno fuggendo. A volte perseguitati e uccisi come in Iraq, spesso ridotti a cittadini in sedicesimo. Ma «vivere dignitosamente nella propria patria è un diritto umano fondamentale», ammonisce Benedetto XVI. Che invoca libertà religiosa, diritti umani e di cittadinanza, pace, giustizia: «Laicità positiva». Tra gli ospiti del sinodo ci saranno un rabbino e due musulmani: un sunnita e un ayatollah iraniano. Più che una speranza ingenua, è realismo vero: solo con «il dialogo con ebrei e musulmani» se ne può uscire. Per questo il Papa si appella alla responsabilità «delle religioni maggiormente presenti nella regione» affinché promuovano «i valori spirituali e culturali che uniscono gli uomini ed escludono ogni violenza». I toni da crociata dall’Occidente peggiorano le cose, anzitutto per i cristiani locali. Ai cattolici è chiesto d’essere «segno di unità e riconciliazione». Come sempre, il Papa richiama all’essenziale, la fede: «I primi cristiani, a Gerusalemme, erano pochi. Nessuno avrebbe potuto immaginare ciò che poi è accaduto».

 

LA REPUBBLICA

Pag 17 Il Papa: "Vivere in Medio Oriente è un diritto dei cristiani" di Marco Ansaldo

L´apertura del Sinodo

 

Città del Vaticano - Invocazioni e preghiere in turco, ebraico e farsi. E l´arabo ammesso come lingua ufficiale. Contornato da una babele linguistica che ha fatto da significativo sfondo all´evento, Benedetto XVI ha aperto ieri con solennità il Sinodo per il Medio Oriente, la grande assemblea di tutti i vescovi cattolici della travagliata regione, i cui lavori cominceranno oggi per continuare in Vaticano per due settimane. Con il rito di apertura svoltosi nella liturgia latina, letture in greco e latino, e le preghiere dei fedeli in inglese, il Papa ha spiegato che la Chiesa è chiamata a «essere segno e strumento di unità e riconciliazione» in paesi «purtroppo segnati da profonde divisioni e lacerati da annosi conflitti». Un compito arduo - ha osservato - dal momento «che i cristiani in Medio Oriente si trovano spesso a sopportare condizioni di vita difficile». È la prima volta che convergono a Roma tutti i leader cattolici della regione. Fino al 24 ottobre, l´assemblea affronterà la situazione dei circa 6 milioni di cattolici appartenenti sia alla tradizione latina sia a quella di antiche chiese orientali (armena, copta, caldea, siriaca, melchita), su una popolazione totale di oltre 356 milioni di persone che vivono nei luoghi dell´Antico e del Nuovo testamento. «Vivere dignitosamente nella propria patria - ha continuato Joseph Ratzinger dopo la processione di 180 tra vescovi e patriarchi - è anzitutto un diritto umano fondamentale». E tutti, leader politici e religiosi, sono chiamati a dare il loro contributo per «favorire condizioni di pace e giustizia, indispensabili per uno sviluppo armonioso di tutti gli abitanti della regione». In particolare, il Papa ha lanciato un appello alle «maggiori religioni» mediorientali (Islam, Cristianesimo ed Ebraismo) a «escludere ogni espressione di violenza» e a «promuovere valori culturali e spirituali che uniscano gli uomini». E il Sinodo - ha osservato - «è un´occasione propizia per proseguire costruttivamente il dialogo con gli ebrei, ai quali ci lega in modo indissolubile la lunga storia dell´Alleanza, come pure con i musulmani». L´invocazione in turco letta invece durante le preghiere dei fedeli pronunciate da sacerdoti e diaconi mediorientali, ha riguardato «lo sviluppo della laicità positiva degli Stati e la promozione dei diritti umani». Il documento preparatorio dei lavori rilevava che in Turchia «il concetto attuale di laicità pone ancora dei problemi alla piena libertà religiosa del Paese». Ieri intanto, in tutt´altra latitudine, in Canada, sfidando le ire del Vaticano e la possibile scomunica, una donna è stata «ordinata» simbolicamente sacerdote cattolica. Secondo il gruppo Donne prete cattoliche Romane, Linda Spear, insegnante in pensione del Quebec, ha preso i voti in una chiesa anglicana. È la sesta canadese a diventare prete cattolico. Le prime lo fecero nel 2002, da allora per l´organizzazione, sarebbero in totale 100 le donne sacerdote nel mondo.

 

ZENIT di domenica 10 ottobre 2010

Omelia del Papa per l'apertura del Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente

Cristiani di Terra Santa, siate pietre vive della Chiesa in Medio Oriente

 

Pubblichiamo di seguito l'omelia pronunciata questa domenica da Benedetto XVI nel presiedere nella Basilica Vaticana la celebrazione dell’Eucaristia con i Padri Sinodali, in occasione dell’apertura dell’Assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi sul tema: «La Chiesa Cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza. "La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un’anima sola" (At 4, 32)».

 

Venerati Fratelli, illustri Signori e Signore, cari fratelli e sorelle! La Celebrazione eucaristica, rendimento di grazie a Dio per eccellenza, è segnata oggi per noi, radunati presso il Sepolcro di San Pietro, da un motivo straordinario: la grazia di vedere riuniti per la prima volta in un’Assemblea Sinodale, intorno al Vescovo di Roma e Pastore Universale, i Vescovi della regione mediorientale. Tale singolare evento dimostra l’interesse dell’intera Chiesa per la preziosa e amata porzione del Popolo di Dio che vive in Terra Santa e in tutto il Medio Oriente. Anzitutto eleviamo il nostro ringraziamento al Signore della storia, perché ha permesso che, nonostante vicende spesso difficili e tormentate, il Medio Oriente vedesse sempre, dai tempi di Gesù fino ad oggi, la continuità della presenza dei cristiani. In quelle terre l’unica Chiesa di Cristo si esprime nella varietà di Tradizioni liturgiche, spirituali, culturali e disciplinari delle sei venerande Chiese Orientali Cattoliche sui iuris, come pure nella Tradizione latina. Il fraterno saluto, che rivolgo con grande affetto ai Patriarchi di ognuna di esse, vuole estendersi in questo momento a tutti i fedeli affidati alle loro cure pastorali nei rispettivi Paesi e anche nella diaspora. In questa Domenica 28.ma del Tempo per annum, la Parola di Dio offre un tema di meditazione che si accosta in modo significativo all’evento sinodale che oggi inauguriamo. La lettura continua del Vangelo di Luca ci conduce all’episodio della guarigione dei dieci lebbrosi, dei quali uno solo, un samaritano, torna indietro a ringraziare Gesù. In connessione con questo testo, la prima lettura, tratta dal Secondo Libro dei Re, racconta la guarigione di Naaman, capo dell’esercito arameo, anch’egli lebbroso, che viene guarito immergendosi sette volte nelle acque del fiume Giordano, secondo l’ordine del profeta Eliseo. Anche Naaman ritorna dal profeta e, riconoscendo in lui il mediatore di Dio, professa la fede nell’unico Signore. Dunque, due malati di lebbra, due non ebrei, che guariscono perché credono alla parola dell’inviato di Dio. Guariscono nel corpo, ma si aprono alla fede, e questa li guarisce nell’anima, cioè li salva. Il Salmo responsoriale canta questa realtà: "Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, / agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia. / Egli si è ricordato del suo amore, / della sua fedeltà alla casa d’Israele" (Sal 98,2-3). Ecco allora il tema: la salvezza è universale, ma passa attraverso una mediazione determinata, storica: la mediazione del popolo di Israele, che diventa poi quella di Gesù Cristo e della Chiesa. La porta della vita è aperta per tutti, ma, appunto, è una "porta", cioè un passaggio definito e necessario. Lo afferma sinteticamente la formula paolina che abbiamo ascoltato nella Seconda Lettera a Timoteo: "la salvezza che è in Cristo Gesù" (2 Tm 2,10). E’ il mistero dell’universalità della salvezza e al tempo stesso del suo necessario legame con la mediazione storica di Gesù Cristo, preceduta da quella del popolo di Israele e prolungata da quella della Chiesa. Dio è amore e vuole che tutti gli uomini abbiano parte alla sua vita; per realizzare questo disegno Egli, che è Uno e Trino, crea nel mondo un mistero di comunione umano e divino, storico e trascendente: lo crea con il "metodo" – per così dire – dell’alleanza, legandosi con amore fedele e inesauribile agli uomini, formandosi un popolo santo, che diventi una benedizione per tutte le famiglie della terra (cfr Gen 12,3). Si rivela così come il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe (cfr Es 3,6), che vuole condurre il suo popolo alla "terra" della libertà e della pace. Questa "terra" non è di questo mondo; tutto il disegno divino eccede la storia, ma il Signore lo vuole costruire con gli uomini, per gli uomini e negli uomini, a partire dalle coordinate di spazio e di tempo in cui essi vivono e che Lui stesso ha dato. Di tali coordinate fa parte, con una sua specificità, quello che noi chiamiamo il "Medio Oriente". Anche questa regione del mondo Dio la vede da una prospettiva diversa, si direbbe "dall’alto": è la terra di Abramo, di Isacco e di Giacobbe; la terra dell’esodo e del ritorno dall’esilio; la terra del tempio e dei profeti; la terra in cui il Figlio Unigenito è nato da Maria, dove ha vissuto, è morto ed è risorto; la culla della Chiesa, costituita per portare il Vangelo di Cristo sino ai confini del mondo. E noi pure, come credenti, guardiamo al Medio Oriente con questo sguardo, nella prospettiva della storia della salvezza. E’ l’ottica interiore che mi ha guidato nei viaggi apostolici in Turchia, nella Terra Santa - Giordania, Israele, Palestina - e a Cipro, dove ho potuto conoscere da vicino le gioie e le preoccupazioni delle comunità cristiane. Anche per questo ho accolto volentieri la proposta di Patriarchi e Vescovi di convocare un’Assemblea sinodale per riflettere insieme, alla luce della Sacra Scrittura e della Tradizione della Chiesa, sul presente e sul futuro dei fedeli e delle popolazioni del Medio Oriente. Guardare quella parte del mondo nella prospettiva di Dio significa riconoscere in essa la "culla" di un disegno universale di salvezza nell’amore, un mistero di comunione che si attua nella libertà e perciò chiede agli uomini una risposta. Abramo, i profeti, la Vergine Maria sono i protagonisti di questa risposta, che però ha il suo compimento in Gesù Cristo, figlio di quella stessa terra, ma disceso dal Cielo. Da Lui, dal suo Cuore e dal suo Spirito, è nata la Chiesa, che è pellegrina in questo mondo, ma gli appartiene. La Chiesa è costituita per essere, in mezzo agli uomini, segno e strumento dell’unico e universale progetto salvifico di Dio; essa adempie questa missione semplicemente essendo se stessa, cioè "comunione e testimonianza", come recita il tema dell’Assemblea sinodale che oggi si apre, e che fa riferimento alla celebre definizione lucana della prima comunità cristiana: "La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola" (At 4,32). Senza comunione non può esserci testimonianza: la grande testimonianza è proprio la vita di comunione. Lo disse chiaramente Gesù: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri" (Gv 13,35). Questa comunione è la vita stessa di Dio che si comunica nello Spirito Santo, mediante Gesù Cristo. E’ dunque un dono, non qualcosa che dobbiamo anzitutto costruire noi con le nostre forze. Ed è proprio per questo che interpella la nostra libertà e attende la nostra risposta: la comunione ci chiede sempre conversione, come dono che va sempre meglio accolto e realizzato. I primi cristiani, a Gerusalemme, erano pochi. Nessuno avrebbe potuto immaginare ciò che poi è accaduto. E la Chiesa vive sempre di quella medesima forza che l’ha fatta partire e crescere. La Pentecoste è l’evento originario ma è anche un dinamismo permanente, e il Sinodo dei Vescovi è un momento privilegiato in cui si può rinnovare nel cammino della Chiesa la grazia della Pentecoste, affinché la Buona Novella sia annunciata con franchezza e possa essere accolta da tutte le genti. Pertanto, lo scopo di questa Assise sinodale è prevalentemente pastorale. Pur non potendo ignorare la delicata e a volte drammatica situazione sociale e politica di alcuni Paesi, i Pastori delle Chiese in Medio Oriente desiderano concentrarsi sugli aspetti propri della loro missione. Al riguardo, l’Instrumentum laboris, elaborato da un Consiglio Presinodale i cui Membri ringrazio vivamente per il lavoro svolto, ha sottolineato questa finalità ecclesiale dell’Assemblea, rilevando che essa intende, sotto la guida dello Spirito Santo, ravvivare la comunione della Chiesa Cattolica in Medio Oriente. Anzitutto all’interno di ciascuna Chiesa, tra tutti i suoi membri: Patriarca, Vescovi, sacerdoti, religiosi, persone di vita consacrata e laici. E, quindi, nei rapporti con le altre Chiese. La vita ecclesiale, così corroborata, vedrà svilupparsi frutti assai positivi nel cammino ecumenico con le altre Chiese e Comunità ecclesiali presenti in Medio Oriente. Questa occasione è poi propizia per proseguire costruttivamente il dialogo con gli ebrei, ai quali ci lega in modo indissolubile la lunga storia dell’Alleanza, come pure con i musulmani. I lavori dell’Assise sinodale sono, inoltre, orientati alla testimonianza dei cristiani a livello personale, familiare e sociale. Questo richiede di rafforzare la loro identità cristiana mediante la Parola di Dio e i Sacramenti. Tutti auspichiamo che i fedeli sentano la gioia di vivere in Terra Santa, terra benedetta dalla presenza e dal glorioso mistero pasquale del Signore Gesù Cristo. Lungo i secoli quei Luoghi hanno attirato moltitudini di pellegrini ed anche comunità religiose maschili e femminili, che hanno considerato un grande privilegio il poter vivere e rendere testimonianza nella Terra di Gesù. Nonostante le difficoltà, i cristiani di Terra Santa sono chiamati a ravvivare la coscienza di essere pietre vive della Chiesa in Medio Oriente, presso i Luoghi santi della nostra salvezza. Ma quello di vivere dignitosamente nella propria patria è anzitutto un diritto umano fondamentale: perciò occorre favorire condizioni di pace e di giustizia, indispensabili per uno sviluppo armonioso di tutti gli abitanti della regione. Tutti dunque sono chiamati a dare il proprio contributo: la comunità internazionale, sostenendo un cammino affidabile, leale e costruttivo verso la pace; le religioni maggiormente presenti nella regione, nel promuovere i valori spirituali e culturali che uniscono gli uomini ed escludono ogni espressione di violenza. I cristiani continueranno a dare il loro contributo non soltanto con le opere di promozione sociale, quali gli istituti di educazione e di sanità, ma soprattutto con lo spirito delle Beatitudini evangeliche, che anima la pratica del perdono e della riconciliazione. In tale impegno essi avranno sempre l’appoggio di tutta la Chiesa, come attesta solennemente la presenza qui dei Delegati degli Episcopati di altri continenti. Cari amici, affidiamo i lavori dell’Assemblea sinodale per il Medio Oriente ai numerosi Santi e Sante di quella terra benedetta; invochiamo su di essa la costante protezione della Beata Vergine Maria, affinché le prossime giornate di preghiera, di riflessione e di comunione fraterna siano portatrici di buoni frutti per il presente e il futuro delle care popolazioni mediorientali. Ad esse rivolgiamo con tutto il cuore il saluto augurale: "Pace a te e pace alla tua casa e pace a quanto ti appartiene!" (1Sam 25,6).

 

Benedetto XVI: in Medio Oriente la Chiesa sia “strumento di unità”

Intervento in occasione dell'Angelus domenicale

 

Pubblichiamo di seguito le parole pronunciate questa domenica da Benedetto XVI nell'introdurre la preghiera mariana dell'Angelus recitata insieme ai fedeli e ai pellegrini riuniti in piazza San Pietro.

 

Cari fratelli e sorelle! Vengo or ora dalla Basilica di San Pietro dove ho presieduto la Messa di apertura dell’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi. Questa straordinaria assise sinodale, che durerà due settimane, vede riuniti in Vaticano i Pastori della Chiesa che vive nella regione mediorientale, una realtà quanto mai variegata: in quelle terre, infatti, l’unica Chiesa di Cristo si esprime in tutta la ricchezza delle sue antiche Tradizioni. Il tema su cui rifletteremo è il seguente: "La Chiesa Cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza". Infatti, in quei Paesi, purtroppo segnati da profonde divisioni e lacerati da annosi conflitti, la Chiesa è chiamata ad essere segno e strumento di unità e di riconciliazione, sul modello della prima comunità di Gerusalemme, nella quale "la moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un’anima sola" (At 4,32). Questo compito è arduo, dal momento che i cristiani del Medio Oriente si trovano spesso a sopportare condizioni di vita difficili, sia a livello personale che familiare e di comunità. Ma ciò non deve scoraggiare: è proprio in quel contesto che risuona ancora più necessario e urgente il perenne messaggio di Cristo: "Convertitevi e credete nel Vangelo" (Mc 1,15). Nella mia recente visita a Cipro ho consegnato lo Strumento di Lavoro di questa Assemblea sinodale; ora che essa è iniziata, invito tutti a pregare invocando da Dio un’abbondante effusione dei doni dello Spirito Santo. Il mese di ottobre è detto il mese del Rosario. Si tratta, per così dire, di un’«intonazione spirituale» data dalla memoria liturgica della Beata Vergine Maria del Rosario, che si celebra il giorno 7. Siamo dunque invitati a lasciarci guidare da Maria in questa preghiera antica e sempre nuova, che a Lei è specialmente cara perché ci conduce direttamente a Gesù, contemplato nei suoi misteri di salvezza: gioiosi, luminosi, dolorosi e gloriosi. Sulle orme del Venerabile Giovanni Paolo II (cfr Lett. ap. Rosarium Virginis Mariae), vorrei ricordare che il Rosario è preghiera biblica, tutta intessuta di Sacra Scrittura. E’ preghiera del cuore, in cui la ripetizione dell’"Ave Maria" orienta il pensiero e l’affetto verso Cristo, e quindi si fa supplica fiduciosa alla Madre sua e nostra. E’ preghiera che aiuta a meditare la Parola di Dio e ad assimilare la Comunione eucaristica, sul modello di Maria che custodiva nel suo cuore tutto ciò che Gesù faceva e diceva, e la sua stessa presenza. Cari amici, sappiamo quanto la Vergine Maria sia amata e venerata dai nostri fratelli e sorelle del Medio Oriente. Tutti guardano a Lei quale Madre premurosa, vicina ad ogni sofferenza, e quale Stella di speranza. Alla sua intercessione affidiamo l’Assemblea sinodale che oggi si apre, affinché i cristiani di quella regione si rafforzino nella comunione e diano a tutti testimonianza del Vangelo dell’amore e della pace.

 

AVVENIRE di domenica 10 ottobre 2010

Pag 1 Voce che va ascoltata di Luigi Geninazzi

Le chiese mediorientali a Roma

 

È il cuore sanguinante del mondo i cui battiti scandiscono i ritmi convulsi della politica internazionale. È il Medio Oriente che quasi ogni giorno è sotto i nostri occhi, un dramma che dura da secoli e che spesso volge in tragedia. Ne parlano tutti in un coro rumoroso e cacofonico, ma fra tanti dibattiti e analisi manca spesso una voce. È quella dei cristiani che vivono in queste regione tormentata e più di ogni altro sono oggetto di discriminazioni e persecuzioni. Per tanto, troppo tempo, sono stati una sorta di angolo cieco della nostra visione del problema mediorientale. Come ha notato giustamente l’intellettuale laico francese Régis Debray, «la loro sventura è di essere troppo arabi per la destra liberal e troppo religiosi per la sinistra no-global». Trascurati, spesso ignorati anche dai cristiani occidentali. Ebbene da oggi, per due settimane, avranno una loro tribuna significativa e autorevole. Basta questo per capire l’importanza dell’assemblea che si apre questa mattina in Vaticano: un Sinodo dedicato al Medio Oriente, cui partecipano patriarchi, vescovi e figure di spicco delle Chiese cattoliche ma anche delegati fraterni delle altre Chiese cristiane presenti nella regione. È la prima volta che un Sinodo abbraccia l’intera area che va dall’Egitto all’Iran, dalla Turchia agli Emirati Arabi. La decisione di convocare un incontro sul Medio Oriente è stata presa da Benedetto XVI all’indomani del suo pellegrinaggio in Terra Santa, colpito profondamente dalle «sofferenze di questo piccolo gregge», erede della prima comunità cristiana. Una decisione coraggiosa con la quale il Santo Padre intende dare la massima visibilità a una fede eroica, che giunge a volte fino al martirio. Ma il Papa teologo guarda in profondità e vede in tutto questo un segno dei tempi, un’indicazione a riscoprire l’assoluta originalità di queste Chiese, radicate in tradizioni antichissime e con uno straordinario patrimonio culturale e spirituale. Non a caso, nota fin dalle prime pagine l’Instrumentum laboris, il testo-guida dei lavori sinodali, «la situazione attuale nel Medio Oriente è per non pochi versi simile a quella vissuta dalla primitiva comunità cristiana in Terra Santa». È un testo che non fa sconti a nessuno, con giudizi molto netti che vanno dalla condanna dell’occupazione israeliana dei Territori palestinesi alla denuncia del fondamentalismo islamico, fino all’esplicita richiesta nei confronti dei Paesi musulmani di rispettare il sacrosanto diritto della libertà religiosa. Sarà interessante il dibattito che su questi temi cruciali si aprirà con alcuni rappresentanti dell’ebraismo e dell’islam, invitati a prendere la parola nel corso dell’assemblea sinodale. Pesa l’inquietante interrogativo sul futuro della presenza cristiana in Medio Oriente, già drasticamente ridotta e minacciata di estinzione a causa dell’instabilità generale e dell’odio anticristiano che colpisce inermi credenti con violenza efferata. Dal Sinodo s’attendono parole di speranza e d’incoraggiamento ma soprattutto una testimonianza autentica di comunione tra le Chiese locali e con la Chiesa universale, così che ne esca rafforzata l’identità dei cristiani, spesso considerati come un gruppo etnico invece che una comunità di fede.Il Medio Oriente ha più che mai bisogno di loro, capaci di perdono, artefici di pace ed armonia sociale. Nonostante tutto ci sono ancora tante croci che brillano in questa martoriata regione. Ce n’è una, luminosissima, che abbiamo visto in un villaggio cristiano sul confine tra Siria, Turchia e Iraq. Segno commovente di una presenza che è interesse di tutti mantenere viva.

 

Pag 7 Medio Oriente: Sinodo al via «Chiese antiche, sete di futuro» di Camille Eid

Il patriarca d’Alessandria dei Copti: «Guerre e fondamentalismo chiedono impegno per i diritti e la democrazia. Varietà di spiritualità e riti, ricchezza per tutti». Le sfide che attendono il «piccolo gregge»

 

Oggi si apre l’Assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi che durerà fino al 24 ottobre. Avvenire ha intervistato il patriarca di Alessandria dei Copti Antonios Naguib, nominato relatore generale del Sinodo che si tiene sul tema La Chiesa cattolica nel Me­dio Oriente: comunione e testimonianza.

Beatitudine, perché un Sinodo speciale per il Medio Oriente?

I vescovi del Medio Oriente hanno espresso, in diverse occasioni, alla Santa Sede il desiderio di riunirsi insieme per elaborare una visione comune. E mi rallegro che Benedetto XVI abbia accolto questo desiderio. Tutte le Chiese orientali stanno affrontando sfide fondamentali e sentono l’esigenza di riflettere su quale sia oggi la loro missione e la loro testimonianza e su come rinnovare la loro comunione nel contesto che stanno vivendo.

Intende il difficile contesto politico?

Non solo. Nell’Instrumentum Laboris si parla certamente dei conflitti e guerre che accrescono le ansie dei cristiani, ma ci sono anche congiunture nuove, come la crescita del fondamentalismo, oltre alle questioni relative alle relazioni tra diverse Chiese.

In Occidente si fa fatica a cogliere la molteplicità delle Chiese orientali. Molti vi vedono il segno delle antiche divisioni tra cristiani...

Le divisioni che esistono ancora sono effettivamente un frutto amaro del passato e ciò ci pone delle sfide per cercare di far cadere gli ostacoli all’unità visibile dei cristiani. Tuttavia le Chiese d’Oriente e d’Occidente beneficiano reciprocamente delle loro rispettive tradizioni. La varietà di tradizioni e spiritualità è una grande ricchezza da conservare per tutta la Chiesa.

Uno dei punti cruciali è il rapporto con l’islam. Ha seguito le reazioni musulmane alla convocazione del Sinodo?

Dopo la pubblicazione dell’ Instrumentum Laboris ho letto sulla stampa alcuni commenti negativi, frasi estrapolate dal loro contesto, ma erano tutti firmati da giornalisti noti per la loro opposizione a tutto.

Quale punto contestavano di preciso?

Dicevano che il Vaticano lavora alla creazione di un fronte cristiano contro l’islam. Un giornalista ha lamentato davanti a me «l’insistenza» del Documento sul pericolo islamico. Gli ho risposto che noi ci siamo limitati a descrivere un fatto, l’islam politico, che ha finito per proporre lo slogan «l’islam è la soluzione». Si evoca un periodo in cui la voce di questo islam risultava più alta delle altre. Questo periodo, in verità, non si è concluso, ma questa tendenza non è più l’unica né la più forte. Bisogna fare in modo che nelle nostre società predominino i diritti dell’uomo, la democrazia e l’uguaglianza per scongiurare questo pericolo e il carattere teocratico di molti governi.

Un’altra questione è quella dell’emigrazione. C’è veramente il rischio di un’estinzione del cristianesimo nel Medio Oriente?

C’è una preoccupazione del ritmo inaudito del fenomeno in alcuni Paesi, come l’Iraq. Perciò i Padri sinodali esamineranno il modo di sostenere le comunità, anche attraverso una sensibilizzazione sul «dovere storico» dei cristiani di rimanere nella regione. Solo che non possiamo costringere nessuno a farlo; si tratta di una scelta personale. Fino a pochi decenni fa, le famiglie tentate dall’emigrazione venivano a chiedermi consiglio al patriarcato, mentre ora vengono solo per comunicarmi la loro decisione e chiedere la mia benedizione. Sanno che la Chiesa non incoraggia affatto tale scelta.

E così le Chiese orientali «inseguono» i loro fedeli in diaspora istituendo anche nuove diocesi...

Le Chiese hanno il dovere di assistere spiritualmente, secondo il proprio rito, le famiglie emigrate. Nei Paesi in cui il numero dei fedeli è esiguo lo possono certamente fare attraverso una coordinazione con le diocesi locali o con l’ordinario del luogo. Il punto è che, negli ultimi vent’anni, l’emigrazione si è talmente accelerata da ren­dere necessario, per alcune Chiese, la creazione di proprie diocesi. Tutto dipende da come viene vista questa molteplicità. Se, come dicevo prima, è una ricchezza per l’intera Chiesa, non vedo perché l’Occidente debba privarsene.

 

L’Assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi si apre ufficialmente oggi ma il suo cammino è iniziato il 19 settembre 2009. Quel giorno Benedetto XVI, durante l’incontro con i patriarchi e gli arcivescovi maggiori d’Oriente, annunciava l’avvio dell’iter di preparazione all’assise con la convocazione della prima riunione del Consiglio presinodale alcuni giorni più tardi. Le tappe successive sono state la presentazione dei Lineamenta (il 19 gennaio 2010) e, a partire dalle risposte al questionario che vi erano contenute, l’elaborazione dell’Instrumentum laboris. Un testo che può essere considerato la base di lavoro per l’Assemblea e che è stato pubblicato il 6 giugno di quest’anno. Il Papa in prima persona ha voluto consegnarlo durante il viaggio a Cipro, nel corso della liturgia di Nicosia con i patriarchi, i vescovi cattolici del Medio Oriente e le rappresentanze delle rispettive comunità. L’Instrumentum laboris si apre con un intervento firmato dall’arcivescovo Nikola Eterovic, segretario generale del Sinodo dei vescovi, prosegue con un’introduzione e si sviluppa in tre capitoli: «La Chiesa cattolica in Medio Oriente», «La comunione ecclesiale», «La testimonianza cristiana». Una struttura che riprende e amplia l’impostazione dei Lineamenta. Nell’introduzione il documento sottolinea la «preoccupazione» del Papa per la regione, come dimostrano i suoi viaggi apostolici in questi territori e i discorsi alle Chiese sui iuris (Chiese cattoliche di rito orientale). Quindi vengono presentati i due obiettivi dell’assemblea: «confermare e rafforzare i cristiani nella loro identità» e «ravvivare la comunione ecclesiale» per «offrire una testimonianza di vita cristiana autentica, gioiosa e attraente». A guidare la riflessione saranno le «Sacre Scritture che sono state redatte nelle nostre terre, nelle nostre lingue (ebraico, aramaico o greco)», si legge. Il testo si sofferma poi sulla situazione della Chiesa nei Paesi mediorientali che «sono stati la culla del cristianesimo ». «Terre benedette dalla presenza di Cristo stesso e delle prime generazioni cristiane», afferma il documento, in cui la comunità ecclesiale ha «la mis­sione particolare di portare il Vangelo in tutto il mondo ». Oggi, però, i cristiani sono una scarsa minoranza (ad eccezione del Libano) che va da meno dell’1% (Iran, Turchia) al 10% (Egitto). E «il pericolo sta nel ripiegamento su di sé e nella paura dell’altro». Non manca il peso dei conflitti politici e delle difficoltà a vivere la libertà di religione. Di fronte a questo quadro, i cristiani lasciano il territorio. Da qui l’invito a renderli «più consapevoli del senso della loro presenza» e a «limitare l’emigrazione». L’Instrumentum posa, quindi, lo sguardo su uno dei due pilastri al centro del Sinodo: la comunione. Il riferimento è la «comunione nell’Eucaristia » e con il Papa, che fa da snodo per quella fra vescovi, clero e fedeli. «Lo spirito di rivalità – avverte il testo – ci distrugge; l’emulazione spirituale e pastorale, al contrario, può stimolare la nostra creatività al servizio di tutti. È questa emulazione, per servire, che bisogna incoraggiare». Il modello è la prima comunità cristiana che «aveva un cuore solo e un’anima sola», secondo il versetto degli Atti degli Apostoli che fa da filo conduttore all’Assemblea. La terza parte ha al centro la testimonianza, altra 'bussola' del Sinodo. Per il documento, l’annuncio passa da catechesi improntate alla «luce del comandamento dell’amore» in una società segnata dagli scontri, dal «ruolo essenziale» dei laici, dalla conoscenza della «propria tradizione ecclesiale ». Poi devono essere rafforzati i legami tra la Chiesa cattolica e le altre Chiese. È la via maestra del confronto ecumenico. Quindi la sfida del dialogo interreligioso in cui vanno favoriti i «rapporti particolari» con l’ebraismo che sono definiti «la peculiarità delle Chiese di Gerusalemme» e gli scambi con i musulmani che hanno come «base di ogni dialogo» il «conoscersi reciprocamente ». Così in Medio Oriente il contributo che il cristiano è chiamato a offrire è « specifico e insostituibile». A lui spetta il compito di farsi portavoce della «pedagogia della pace» che «è la più realistica, anche se è respinta dalla maggior parte». «Come cittadini – prosegue il documento – condividiamo le responsabilità per costruire e risanare. Inoltre, come cristiani, ciò è per noi un impegno». E il testo aggiunge: «La forza dello Spirito Santo ci rende capaci di perdonare e chiedere perdono ». Nelle conclusioni si esorta il «piccolo gregge» a «non temere» e a coltivare la speranza «nata in Terra Santa, anima tutti i popoli e le persone in difficoltà del mondo da 2000 anni».

 

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4 – MARCIANUM / ASSOCIAZIONI, MOVIMENTI, ISTITUTI E GRUPPI

 

IL GAZZETTINO

Pag 18 Chiesa e Stato in Cina, la lunga storia di un dialogo difficile

Un libro

 

La Cina era vicina. Adesso forse ancora di più. Almeno con la Chiesa cattolica. Con il resto del mondo, soprattutto con i suoi mercati, lo è da tempo. È d’altronde una Cina che guarda al nuovo millennio con uno spirito del tutto nuovo: ha ospitato le Olimpiadi estive nel 2008 e l’Expo 2010, il suo sviluppo vive una crescita esponenziale, quanto la sua popolazione: economia, cultura, sport, niente è lasciato a margine. Proprio nei giorni della visita in Italia del primo ministro cinese Wen Jiabao, è stato presentato ieri, all’Ambasciata italiana in Vaticano, il volume "Chiesa e Stato in Cina - Dalle imprese di Costantini alle svolte attuali", a cura di mons. Bruno Fabio Pighin, edito dalla Marcianum Press, che ripercorre dall’arrivo del cardinale Costantini in Asia, nel 1922, fino a oggi, i rapporti tra i due stati. Il volume, diviso in due parti, inizia dalle svolte epocali del suddetto cardinale, promotore del dialogo tra culture diverse, alla ricerca della collaborazione fattiva tra i popoli, per arrivare, nella parte finale, alla situazione attuale e alle nuove prospettive di relazione. Mons. Pighin non si limita a descrivere le relazioni in una cronologia didattica, ma offre anche spunti per la continuazione di un dialogo non sempre semplice, offrendo soluzioni agli snodi ancora oggetto di ampia discussione e captando segnali importanti verso un’apertura della Cina anche in campo religioso.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 10 ottobre 2010

Pag XXXIII “Note d’autunno” in duomo a Mestre di a.spe.

 

Mestre - Torna «Note d'autunno», la rassegna dei concerti d'organo in duomo a Mestre le domeniche di ottobre (giorni 10, 17, 24 e 31). L'appuntamento con le note del grande strumento realizzato due secoli fa da Gaetano Callido, è oggi alle 17. La proposta, già sperimentata negli anni scorsi, rientra nell'Autunno mestrino e in piccolo fa somigliare la città a Parigi dove nella cattedrale di Notre Dame i passanti possono fermarsi per ascoltare un'ora di buona musica. I concerti, come di consueto, verranno introdotti e commentati dal curatore, il maestro Omar Ruffato organista della stessa chiesa di San Lorenzo martire in piazza Ferretto, il quale offrirà una guida all'ascolto dei singoli brani per il pubblico. Inoltre, un grande schermo collocato nella zona del presbiterio permetterà di ammirare i dettagli dell'esecuzione dei singoli organisti impegnati alla tastiera. Questo il programma dei concerti: oggi domenica si esibirà il maestro Manuel Tomadin; il 17 Giacomo Aduso; il 24 Filippio Pedrocco; il 31 Giovanni Feltrin. «Note d'autunno» è una proposta della Fondazione del Duomo di Mestre.

 

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5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Chi è ostaggio dell’euro forte di Francesco Giavazzi

Se vince solo la Germania

 

Da qualche giorno il problema più grave non sembra essere la disoccupazione, o un’economia americana sull’orlo di una nuova recessione, ma i tassi di cambio fra le monete. I ministri finanziari del G7 hanno dedicato gran parte della giornata di venerdì al problema di che fare per «stabilizzare» i cambi, senza concludere alcunché. Qual è il tasso di cambio «giusto» fra l’euro e il dollaro? La parità cui le due monete si stavano avvicinando prima dell’estate, o 1,4 dollari per un euro, il cambio della scorsa settimana? Nessuno lo sa. I tassi di cambio non sono il toccasana che può sostituirsi alla politica economica: sono prezzi che riflettono le scelte dei governi e i loro limiti. Ogni giorno sui mercati si scambiano valute per 4 mila miliardi di dollari, un quarto di quanto produce l’America in un anno. La debolezza del dollaro è il riflesso dell’impotenza di Obama che non riesce a convincere le famiglie americane a spendere. Se i consumi interni non riprendono, l’unico modo per evitare una nuova recessione è aumentare le esportazioni: il dollaro debole serve proprio a questo. Cercare di arrestarne la caduta sarebbe una sciocchezza. L’euro forte è il riflesso del dilemma in cui si dibatte la Banca centrale europea (Bce). La ripresa dell’economia tedesca consiglierebbe di aumentare i tassi. Ma la debolezza di molte banche non consente di farlo. L’euro forte risolve il dilemma della Bce: rallenta la Germania e non obbliga Trichet a tagliare i finanziamenti alle banche. Anche in questo caso intervenire sarebbe, oltre che inutile, sciocco. Il guaio è che l’euro forte risolve il dilemma tedesco ma condanna la periferia dell’Europa. I sub-fornitori della Germania oggi si trovano a Est e sempre meno in Italia. A Varsavia la qualità del lavoro è simile a quella di Modena, ma il costo è una frazione di quello italiano. Sempre meno la crescita tedesca si tramuta in ordini per le nostre aziende. Per recuperare i livelli di produzione pre-crisi (siamo ancora 15% sotto) possiamo contare solo su noi stessi. Poiché da anni i consumi ristagnano, avremmo bisogno, come l’America, di un euro debole. Ma siamo troppo piccoli ed è la Germania a determinare il valore della moneta comune. Come risolvere il nostro dilemma? Riducendo le tasse sul lavoro per far crescere il potere d’acquisto delle famiglie; tagliando le rendite con una «botta di concorrenza» per ridurre i prezzi; aumentando la produttività per ridurre il costo del lavoro senza tagliare i salari. Servirebbe un governo pienamente impegnato sullo sviluppo e l’occupazione ma questi punti non appaiono al centro del programma di Berlusconi. Da tre anni la Federal Reserve, la banca centrale americana, e la Bce creano un’enorme quantità di liquidità: questo consente alle banche di riprendere a concedere prestiti, ma è anche una miccia che può da un giorno all’altro alimentare la speculazione, soprattutto verso i Paesi dove il debito è elevato. Non fare nulla, confidare sulla nostra «buona stella» e sperare di averla fatta franca mi pare una scelta azzardata.

 

IL GAZZETTINO

Pag 16 Università, i vantaggi della riforma di Giovanni Sabbatucci

 

Per tutto il corso del suo non breve iter parlamentare, la riforma universitaria che porta il nome del ministro Gelmini è stata duramente contestata nelle piazze e aspramente criticata da molti operatori del settore. Quando però è storia delle ultime settimane si è parlato di un possibile rinvio della sua definitiva approvazione alla Camera e, in prospettiva, di un suo probabile affossamento in caso di interruzione della legislatura, la reazione più diffusa, soprattutto fra le categorie più direttamente interessate (a cominciare dai rettori), è stata di forte preoccupazione. Tant’è che la riforma ha prontamente ritrovato il suo posto nel calendario di Montecitorio e sarà discussa, come originariamente previsto, a partire dal 14 ottobre. Questo non vuol dire, naturalmente, che critiche e proteste fossero del tutto immotivate o inventate a fini propagandistici. Significa però che a favore di una rapida approvazione della legge, per quanto imperfetta e per certi versi insoddisfacente essa possa apparire, agiscono spinte importanti, sia di carattere “tecnico” sia di carattere politico. Cominciamo da queste ultime. È evidente che un governo impegnato proprio in questi giorni a valorizzare il proprio impegno sul terreno del “fare” non poteva permettersi di lasciar cadere per strada una riforma altamente qualificante, oltre che strategica, già oggetto di ampia discussione pubblica e in molte sue parti già assimilata dalla comunità accademica. E va notato che la stessa opposizione, assai severa su alcuni aspetti del provvedimento (e pronta a battagliare sugli emendamenti), non ne ha contestato radicalmente le linee-guida. Per una volta, la logica delle grandi scelte sembra aver prevalso (ma la prudenza è d’obbligo, fino all’approvazione definitiva) sui microinteressi e sulle logiche corporative che tendono in genere a bloccare qualsiasi innovazione. E questa sarebbe di per sé una buona notizia, anche a prescindere dal giudizio sui contenuti. Ma veniamo al merito delle misure che andranno in discussione. Tre sono quelle che collocherei senza esitazione in una colonna contrassegnata dal segno positivo. Il riordinamento e riaccorpamento di facoltà, dipartimenti e corsi di laurea, che in parte è già stato anticipato in molti atenei (fra cui la Sapienza) e che dovrebbe porre fine a fenomeni tante volte deplorati di frammentazione eccessiva e di proliferazione incontrollata. La fine di un meccanismo di reclutamento dei docenti basato su logiche localistiche e deresponsabilizzanti, che tanti danni ha prodotto dal ‘97 a oggi (promozioni indiscriminate, intasamento dei ruoli) e che sarebbe sostituito da un sistema basato su commissioni nazionali e su liste di idonei a cui attingere per le chiamate: ovvero un ragionevole compromesso fra le legittime istanze di autonomia delle sedi e la necessità di un controllo complessivo della comunità scientifica. Terzo, e forse più importante, l’introduzione a tutti i livelli (dai singoli docenti agli atenei) di criteri di valutazione a cui ancorare l’erogazione dei fondi: un percorso non privo di incognite e di insidie, che occorre però imboccare con decisione per uscire dalla logica perversa degli automatismi e dei finanziamenti a pioggia. Fin qui le note positive. Non mancano naturalmente i motivi di perplessità, i punti da inserire nella colonna col segno meno. Uno su tutti: l’assenza di interventi forti atti a riaprire il reclutamento dei giovani, ad allargare la base di una piramide che sempre più appare rovesciata per l’effetto congiunto degli accessi difficili e della relativa accelerazione delle promozioni interne. Oggi, soprattutto nelle facoltà umanistiche, si diventa ricercatori mediamente a trentacinque-quarant’anni, con effetti disastrosi non solo sulle prospettive di carriera (e di pensione) degli interessati, ma anche sul livello della ricerca e della didattica. Aprire indiscriminatamente le porte della docenza e assicurare a tutti un posto a vita è ovviamente impossibile, oltre che dannoso. Ma finestre di opportunità e canali di ricambio vanno comunque garantiti, e in tempi ragionevoli. Si dirà che su questo terreno una riforma universitaria può fare poco, in presenza di duri e ineludibili vincoli di bilancio. Ma proprio per questo occorre ricordare che quanto più le risorse sono scarse tanto più dobbiamo impegnarci per usarle al meglio.

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 10 ottobre 2010

Pag 1 La piazza conquistata e gli slogan retrò di Dario Di Vico

La manifestazione romana di Cisl e Uil

 

Cisl e Uil ieri hanno superato la prova della piazza. Hanno dimostrato che la mobilitazione sindacale di massa in Italia non è una prerogativa della sola Cgil, che pure per numero di iscritti e per capacità organizzativa vanta un primato, forse non solo nazionale. Il valore della manifestazione romana è doppio se dalle modalità si passa ad esaminare i contenuti. Aver rimesso al centro dell’attenzione pubblica il tema del fisco è un merito non da poco. Serve a premere sul governo Berlusconi perché la riforma più volte promessa da Giulio Tremonti non sia rinviata alle calende greche e chiarisce come la ripresa delle nostre imprese non possa essere esclusivamente affidata alle esportazioni. Dobbiamo far di tutto per mettere in condizione il made in Italy di tenere le posizioni sui mercati tradizionali e nel contempo sfondare nei Paesi emergenti, ma non basta. Bisognerà pur rilanciare i consumi interni se vogliamo venire incontro alle piccole aziende (che non esportano) e delineare così un modello più equilibrato di crescita. Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti hanno dunque dato prova di coraggio e anche di lungimiranza facendosi carico di una rivendicazione che soddisfa gli interessi dei loro iscritti, ma che al contempo individua un blocco sociale dello sviluppo più ampio dei soli lavoratori dipendenti. Meno convincente è, invece, lo slogan ripetuto anche ieri dal leader della Cisl che alla maniera delle mobilitazioni pro Vietnam e antiamericane degli anni 70 recita «dieci, cento, mille Pomigliano». Sicuramente l’intesa delineatasi in Campania per favorire gli investimenti e garantire l’occupazione è stata frutto di saggezza e intelligenza politica, ha senso però farla diventare un refrain? È così certo che quell’esperienza sia replicabile sempre e ovunque? Le vie della contrattazione in realtà sono infinite ed è stata questa la grande lezione che la Cisl ha saputo dare in diverse stagioni all’intero movimento sindacale. Ci sono in Italia molte altri casi di collaborazione virtuosa tra sindacati e aziende, a cominciare da due agguerrite multinazionali come la Ferrero o la Luxottica. Viva, dunque, «i cento fiori» - per dirla con un altro slogan retrò - anche perché se si vuol combattere con efficacia l’ideologia dei «nuovi» cattivi maestri la cosa più ragionevole da fare è non crearne dell’altra.

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 10 ottobre 2010

Pag 9 Suore a scuola di manager per imparare a trovare sponsor e finanziamenti di M.P.S.

 

Mestre - Se la festa di fine anno non basta per rifare il tetto dell'asilo parrocchiale, se si è già raschiato il fondo e con l'asta delle torte non si va lontano? C’è il corso di fund raising. Suore a scuola di comunicazione e raccolta fondi, ma soprattutto maestre, dirigenti e coordinatori, di quelle decine e decine di asili parrocchiali che accolgono 94 mila dei 120 mila piccoli alunni veneti delle scuole d'infanzia, e che visti i tagli lottano con strutture fatiscenti e risorse al lumicino per continuare l'attività. Questa l’idea lanciata ieri alle scuole parrocchiali veneziane dall'Agenzia patriarcale La Fontaine al convegno «Per una scuola di qualità. La gestione innovativa: amministrazione e sviluppo delle scuole cattoliche». Come andare a caccia di sponsor e presentare i progetti da finanziare, come interagire con banche e istituti di credito, vincendo magari le diffidenze dell'anziana superiora o le ritrosie del malandato computer del patronato, come ringraziare e rendicontare i progetti di fronte al sostegno di grandi o piccole aziende del quartiere. Insomma come chiedere con celeste pacatezza, ma senza arrendersi: «Perché il fund raising non è una questione di soldi, ma di cuore. Comunica il bisogno, chiedi con gentilezza, ma ricorda: non otterrai ciò che non chiedi», spiega Enrico Albertini, direttore di Rete Sicomoro, tra i relatori del prossimo corso di formazione sull'amministrazione e la gestione delle scuole paritarie cattoliche. Un progetto formativo, quello previsto dall'Agenzia patriarcale e dalla Fism che raccoglie le scuole d'infanzia paritarie, in cui non si parlerà soltanto di raccolta fondi. «E’ vero, abbiamo scuole in difficoltà, costrette ad indebitarsi con le banche o ad usufruire di risorse che potrebbero essere spese per la carità. Ma abbiamo anche scuole con liste d'attesa di 4 o 5 anni - afferma il presidente dell'Agenzia Patriarcale don Renzo Barduca - o coppie che si presentano al parroco per battezzare i bambini e prenotano tre anni prima l'ingresso del proprio figlio alla scuola della parrocchia. Sappiamo di avere strutture che spesso vengono scelte più per la quantità che per la qualità del tempo che offrono all'educazione dei più piccoli, ma la nostra è soprattutto una proposta educativa». Nel progetto di riorganizzazione scolastica gestionale del patriarcato c'è dunque anche il reclutamento del personale docente, che la stessa agenzia propone di selezionare attraverso non solo l'esame dei titoli di studio e delle competenze ma anche di test attitudinali, tirocini e prove di dinamica di gruppo. Tra le lezioni rivolte invece ai dirigenti delle scuole, religiosi ma soprattutto laici, la diocesi veneziana punta sulle competenze manageriali: la gestione amministrativa, l'organizzazione della segreteria, la privacy e le tecnologie informatiche. Per divincolarsi dai morsi della crisi e far fronte al futuro che avanza

 

LA STAMPA di domenica 10 ottobre 2010

Gite scolastiche, rinunciare si può di Lorenzo Mondo

 

Tra le tante proteste, più e meno motivate, degli insegnanti contro i tagli del governo sul sistema scolastico, si affaccia la minaccia di non prestarsi più ad accompagnare gli allievi nelle gite o, detto con parole più impegnative, viaggi di istruzione. I malumori sono comprensibili, si tratta per loro di ore perse e non retribuite, di un superlavoro faticoso che comporta notevoli responsabilità. Meno comprensibile, senz’altro eccessivo, il lamento sul danno che soffrirebbero i ragazzi se fossero privati di questa forma di vacanza. In realtà, è il caso di dire, non tutto il male vien per nuocere. C’è da considerare, innanzitutto, il profilo etico della questione. Si è affermato infatti nelle scuole italiane un andazzo che prevede trasferimenti per più giorni in luoghi lontani e di forte richiamo turistico, a costi piuttosto elevati. È una scelta che diventa discriminatoria per i non abbienti, penalizzante anche se i loro genitori, per evitare frustrazioni, devono sottoporsi a sensibili sacrifici. Mentre le famiglie con maggiori disponibilità potrebbero provvedere da sole, senza il supporto della scuola, a «istruire» i loro rampolli. Basterebbe semmai, a stimolare sensibilità e intelligenza, scandagliare la regione di provenienza, facilmente accessibile da ogni punto di vista. Non c’è territorio, in qualunque plaga d’Italia, che sia avaro di offerte paesaggistiche, artistiche e storiche. Con le dovute eccezioni, appare dubbioso anche il profitto che si trae da siffatte spedizioni. I docenti si trovano sovente alle prese con allievi indisciplinati e tardi, devono contrastare (parlo di ragazzi delle scuole superiori) le loro pulsioni trasgressive, tra amoreggiamenti e soste in birreria. L’ultimo pensiero dei discenti sono i musei, le cattedrali, le testimonianze storiche che dovrebbero essere l’obbiettivo primario del viaggio. Assistono annoiati alle spiegazioni, riservate di solito a una piccola covata di resistenti; rumoreggiano disturbando i visitatori e bisogna stare attenti - professori e custodi di musei - perché non facciano danno. Rabbrividisco ancora al ricordo di uno zaino strusciato ribaldamente contro un affresco in quel di Ferrara. Insomma, il «viaggio di istruzione» si risolve spesso in pura perdita sotto il profilo conoscitivo. E non sarà la minacciata sospensione, o un più sobrio contenimento - se ne persuadano gli insegnanti protestatari - a turbare la nostra coscienza.

 

IL GIORNALE di domenica 10 ottobre 2010

Adesso la famiglia fa più paura del mondo di Luca Doninelli

Dall'adolescente massacrata e violentata dallo zio alla piccina abusata da un partner: l'errore si nasconde spesso dietro le persone più care a una "normalità" recitata anche in televisione

 

Il ragazzo l'ha chiamata «propensione sessuale». È il ventunenne studente universitario di Cairo Montenotte (Sv) che ha, sembra, ripetutamente abusato di una bambina di due anni. Se lo zio di Sara Scazzi può apparire un mostro (il cinismo, per esempio, da «consumato attore», come ha detto un commentatore tv, con cui ha recitato per giorni davanti alle telecamere), questo ragazzo è così normale, così uguale ai nostri figli da lasciare poco spazio alla ricerca di patologie. E noi, qui, a commentare. Siamo diventati tutti moralisti «di nessuna morale», come scrisse una volta Leonardo Sciascia. Preti, giornalisti, medici, intellettuali, politici: tutti con la faccia preoccupata, tutti pronti a condannare, a trarre conseguenze, moniti, timori. Qualcuno, poi - psicologi, neurologi, psichiatri - possono cavarsela nascondendosi dietro le loro competenze professionali. Ma almeno uno scrittore dovrebbe evitare questa deriva che porta dritta all'ipocrisia, visto che in questi casi tutti sappiamo da che parte stare. Uno scrittore dovrebbe provare a rimanere all'altezza delle cose, senza protezioni, senza sponde. Se c'è un buco nero, lo scrittore ci deve entrare. Tutti noi abbiamo i nostri bravi vizietti, le nostre amabili debolezze, le nostre «propensioni sessuali» (o d'altra natura), e commettiamo i nostri peccatucci sotto cui spesso si aprono voragini che cerchiamo di non guardare. Tutti abbiamo i nostri scheletri nell'armadio. Però - finché non ci scoprono con le mani nella marmellata - possiamo permetterci di condannare o - che forse è peggio - di «capire». Allora, a che serve uno scrittore? A trattenere, forse, qualche immagine, magari per paragonarla a qualche altra immagine che conserva in sé. La prima immagine è fatta di solitudine. Quella dei vivi, come la povera bambina di Cairo Montenotte, che forse sa balbettare qualche piccola parola, ma che non può avere le parole per dire quello che le accade, mentre si trova in balia di questo ragazzo. Quella dei morti, come la povera Sara, gettata in un pozzo pieno d'acqua mentre la madre si domanda dove sarà mai, e mille fotografie orribili le passano davanti agli occhi della mente. Ho conosciuto una madre che ha perso il figlio diciassettenne nel lago, urtato accidentalmente da un motoscafo e poi perso in quelle acque, morto, per tre giorni prima che fosse ritrovato. Perché è vero che sono corpi senza vita, ma è del corpo che noi abbiamo bisogno, è il corpo che desideriamo stringere, per questo ai cristiani l'immortalità dell'anima interessa molto meno della resurrezione della carne. Che m'importa se la tua anima vive, papà, che m'importa, zio Gianni, zia Iose, Marcello, che m'importa, nonni miei carissimi, se non potrò più stringervi tra le mie braccia? Ma stringere tra le braccia una persona... questo sì è il problema. Ci hanno insegnato che possiamo avere qualunque cosa desideriamo, che la felicità è la soddisfazione dei propri desideri e che tutti ne abbiamo diritto. Ma ci hanno insegnato anche che il nostro desiderio coincide con il nostro istinto, e questo falsifica tutto. Quel farabutto dello zio di Sara, quel mentecatto del ragazzo di Cairo Montenotte hanno cercato proprio questo: di possedere quello che credevano di desiderare. E hanno visto dissolversi nel nulla quello che credevano di possedere - di stringere, appunto, tra le braccia -: quello che avrebbe dovuto essere amato, rispettato, curato. Tutto ridotto a nulla. Qualche intellettuale coraggioso, molti anni fa, l'ha scritto: per affermare la propria felicità, un uomo deve annullare gli altri, ridurli a zero. Non so se questo sia vero, ma credo di no. Quello che credo è che le azioni di quei due criminali sono dentro di noi come una possibilità continua. Se identifichiamo il desiderio con l'istinto, come potremo conoscere noi stessi, sapere quello che c'è realmente nel nostro cuore? Da questi casi orribili, specchiandomi in essi, imparo una cosa semplice: che noi, oggi, niente conosciamo meno dei nostri desideri. Non sappiamo più che cos'è un desiderio. Ci crediamo realisti perché pensiamo che uno possa desiderare stuprare una bambina o violentare la propria nipote, e non ci rendiamo conto che, dicendo queste cose, scegliamo solo la via più comoda. Crimini come questi nascono dal «non» fare i conti con il proprio desiderio. Se facessimo i conti con il nostro desiderio, faremmo i conti anche con Dio, perché questa voglia di amore e di bellezza che ci stringe il cuore non è opera nostra. Ma questo è il passo più duro per tutti. «Gli uomini non hanno paura del male» mi disse una volta un amico psicanalista «ma del bene». Ed è così.

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 9 ottobre 2010

Pag 1 Gli espatriati della scuola di Ernesto Galli della Loggia

Ragazzi italiani, insegnanti stranieri

 

Nella crisi italiana non c'è solo l'economia. Qua e là affiorano sintomi di altra natura che hanno un significato forse ancora più grave: sintomi di un domani alle porte nel quale ad essere colpiti finiranno per essere la nostra stessa identità collettiva, il senso del nostro stare insieme come Paese. Tra questi uno mi appare più inquietante degli altri: da qualche tempo le élites italiane non mandano più i figli alle scuole italiane. Non sto dicendo che non li mandano più nelle scuole pubbliche, preferendo quelle private. Accade massicciamente anche questo, ma ormai accade che non li mandino più nelle scuole in cui comunque si parla italiano e dove s'impartiscono programmi italiani. Perlomeno nelle grandi città un numero sempre maggiore di persone agiate sceglie per i propri figli scuole francesi, tedesche, o perlopiù anglo-americane. Fino a qualche anno fa il fenomeno riguardava essenzialmente l'università. Chi poteva permetterselo mandava i figli a studiare, o almeno a specializzarsi, fuori d'Italia. Ora invece questa scelta riguarda sempre più spesso anche la scuola superiore e ormai, sembra di capire, la stessa scuola elementare. Cifre non ne conosco, ma ho l'impressione che la cosa coinvolga già migliaia di giovani delle classi superiori. È impossibile non vedere che cosa tutto ciò significhi. È la prova certamente del decadimento del nostro sistema d'istruzione, vittima di un marasma organizzativo e di uno sfilacciamento culturale grazie ai quali hanno avuto sempre più spazio prepotenze corporative di ogni tipo: da quelle dei professori universitari a quelle dei sindacati degli insegnanti. Ma tutto ciò non può impedire di vedere che dietro la diserzione dei giovani figli delle élites dalla scuola del proprio Paese c'è ben altro; e non certo il desiderio di imparare bene una lingua straniera. C'è in generale il progressivo, profondo, sentimento di dissociazione psicologica e spirituale degli italiani dalla dimensione della collettività nazionale. Che si esprime soprattutto nella convinzione che per la propria identità, per il proprio modo di essere e di sentire, per ciò che si è, e dunque per quella dei propri discendenti, la storia, la letteratura, l'arte italiane - per l'appunto ciò che si apprende (o si apprendeva) nella scuola - non hanno più alcun valore particolare. Questa repulsa del nostro passato esprime la convinzione che ormai questo Paese come tale non ha più alcun futuro: intendo un futuro in qualche modo specificamente suo, che porti impressi le caratteristiche, le vocazioni, la storia, il genio, suoi propri, se così posso dire. La convinzione che tutte queste cose, se mai esistono, tuttavia sono ormai fuori gioco, e dunque inutili. Come fuori gioco e inutile appare la nostra lingua; che nel Mondo Nuovo globale, com'è ossessivamente definito, l'Italia in quanto tale non ha più molto da dire. Ecco perché, allora, è meglio cercare di diventare belle o brutte copie degli inglesi o degli americani che restare italiani condannati per sempre alla serie B. In altri tempi si sarebbe detto che proprio, se non soprattutto di queste cose, una classe politica degna del nome dovrebbe preoccuparsi ed occuparsi. Ma erano altri tempi, per l'appunto. Adesso, il solo parlarne suona perfettamente inutile. Certi discorsi e il loro oggetto appaiono destinati irrimediabilmente a finire nel malinconico mare dei ricordi.

 

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6 – SERVIZI SOCIALI / SANITÀ

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 10 ottobre 2010

Pag 2 Visite urgenti, ma non per le Usl. I tempi di attesa si allungano di Michela Nicolussi Moro

Oculistica, Radiologia, Cardiologia e Ginecologia i settori più problematici. Tra le aziende, male Bussolengo, Belluno e Venezia. Ok Rovigo e Padova

 

Venezia - Se è vero che la priorità indicata sulla ricetta dal medico di famiglia e la precedenza ai residenti imposte dalla delibera 600 del 2005 hanno eliminato i tempi biblici di una volta (spariti gli 8/12 mesi di anticamera per accertamenti odontoiatrici e radiologici), è altrettanto innegabile che dal 2009 al 2010 le liste d’attesa sono di nuovo peggiorate. Forse, compiuto il «grosso» del lavoro, le Usl hanno un po’ rallentato i ritmi. Nel primo semestre 2010 la media veneta delle prestazioni erogate nei tempi imposti dalla Regione per la classe A (quelle che devono essere garantite entro 10 giorni) è scesa dal 93% dell’anno scorso all’82% attuale e per la classe B (entro 30 giorni se visita ed entro 60 se esame strumentale) è passata dall’81% al 77%. Solo la classe C (entro 180 giorni) è leggermente migliorata, dall’83% all’86%. Una battuta d’arresto che stride con la promessa di abbattere le liste d’attesa pronunciata dal governatore Luca Zaia appena insediato. «C’è tanto da lavorare - ammette l’assessore alla Sanità, Luca Coletto - in un settore così delicato bisogna sempre mantenere la tensione al massimo. Le liste sono piene, quindi i vertici delle Usl devono costantemente monitorare l’organizzazione, stare attenti alle criticità e chiedere a primari e convenzionati di aggiungere sedute nelle specialità maggiormente richieste, soprattutto per la classe A. Non è un problema di risorse, ma di gestione, di attivazione dei Cup provinciali, di coordinamento tra medici di base e specialisti, di screening che evitino alle donne di mettersi in coda per la mammografia, ai diabetici e ai malati cronici di rifare la fila a ogni controllo». La Regione ha autorizzato le 24 aziende sanitarie a spendere complessivamente 21 milioni di euro in più per comprare prestazioni supplementari da professionisti del pubblico e dai privati accreditati, proprio per snellire le attese. Ogni ora di lavoro aggiuntiva costa 60 euro lordi. Il rispetto dei tempi d’attesa è uno degli obiettivi imposti dalla Regione ai direttori generali, che però fino al 2010 vale 5 dei 100 punti di valutazione complessiva, ma per il 2011 acquisterà molto più peso. I manager inadempienti subiranno un richiamo, inoltre su tale ambito verranno plasmati l’eventuale incentivo (ora bloccato) degli stessi dg e il giudizio sui direttori sanitario e amministrativo e sui capi dipartimento. I tecnici della Sanità stanno compiendo un check sull’operato delle Usl, che entro fine mese saranno convocate a Montecchio Precalcino dal segretario Domenico Mantoan. «Voglio introdurre un software uguale per tutte, che ci consenta di monitorarne le liste in tempo reale - rivela Coletto - ma anche di mettere l’anamnesi dei pazienti consenzienti a disposizione dei dottori che li seguono: basterà un click».

Il quadro - Le aree critiche sono l’Oculistica (alle visite specialistiche si sommano quelle per la patente, per il lavoro, per i diabetici, per gli ipertesi), la Radiologia (con i picchi delle risonanze magnetiche e degli ecodoppler), la Cardiologia e l’area «femminile» (Ginecologia e Senologia). Tra le aziende, la più in difficoltà risulta l’Usl 22 di Bussolengo: 49% di prestazioni erogate nei tempi prefissati nella classe A, 36% nella B e 28% nella C. Problemi per i controlli entro i 10 giorni li evidenzia l’Usl 1 di Belluno (46% di soddisfacimento, contro l’85% del 2009), mentre zoppicano nella classe B la 12 di Venezia (24% invece del 97% del 2009) e la 2 di Feltre (43% al posto del 58%). Faticano infine nella classe C l’Usl 13 di Mirano (26% contro il 44% del 2009) e la 17 di Este (43% invece del 96%). Le migliori sono l’Usl 18 di Rovigo - finita nel mirino della Regione per i conti in rosso -, che vanta un 100% in tutte e tre le classi, e la 16 di Padova: 98% nella A e 100% nella B e nella C.

I direttori generali - «Costiamo di più proprio perché offriamo 21 prestazioni all’anno pro capite invece delle 14 standard, e senza lunghe attese - spiega Adriano Marcolongo, dg dell’Usl di Rovigo -. E’ il frutto di sei anni di lavoro, durante i quali abbiamo cambiato l’organizzazione, sviluppato protocolli condivisi tra medici di famiglia e specialisti, attivato il Cup provinciale, che gestisce 1850 agende e offre un’ampia gamma di ambulatori al cittadino. Si può prenotare la visita in quello preferito e leggere subito i tempi di attesa sul sito www.adisanrovigo.it». «Contiamo il più alto numero di convenzionati, un centinaio - gli fa eco Fortunato Rao, a capo dell’Usl di Padova - ma la svolta è stata di modificare del 30% le prestazioni a seconda del fabbisogno, così da plasmare l’offerta sulla domanda. E poi abbiamo lavorato sulla qualità, trasformando in ambulatoriali fattispecie prima erogate in regime di ricovero e chiedendo ai medici di base di prescrivere subito l’esame più sofisticato piuttosto che tre meno precisi». Non si spiega invece l’ultimo posto Alessandro Dall’Ora, dg dell’Usl 22 di Bussolengo: «Abbiamo cinque punti di erogazione, cioè Bussolengo, Caprino, Malcesine, Villafranca, e Isola della Scala, più i distretti di Bardolino, Negrar, Peschiera e Domegliara: l’offerta c’è. E ci risulta dentro i parametri, che però potrebbero essere stati falsati dalla scelta di tanti pazienti di aspettare di più pur di non spostarsi da Bussolengo». Imputa al turismo il risultato sottotono dell’Usl di Belluno il direttore generale Ermanno Angonese: «In alcuni periodi dell’anno, come l’estate che vede l’Agordino preso d’assalto da 1 milione di presenze, le liste sono intasate, in altri non hanno attese. La nostra capacità di rispondere è costante, ma gli utenti non sono sempre e solo i 129 mila residenti».

 

Pag 9 Ospedali religiosi, debito di 40 milioni a rischio le tredicesime del personale di S.S.L. Monsignor Pizziol: siamo molto preoccupati per le quattro strutture. Da Villa Salus al San Camillo, Asl e Regione non saldano i conti

 

Venezia - «Siamo molto preoccupati per le strutture convenzionate con l'Asl 12 a causa del ritardo dei pagamenti: Villa Salus, l'Ospedale San Camillo, il Fatebenefratelli e le strutture dell'Opera S. Maria della Carità hanno un credito di diversi milioni di euro nei confronti dell'azienda sanitaria e della Regione. Tutta la nostra società sta attraversando una crisi economico-finanziaria fortissima e in queste condizioni anche queste realtà rischiano di non farcela». L’appello accorato in difesa delle strutture sanitarie gestite da ordini religiosi all'interno della diocesi di Venezia è arrivato ieri direttamente dal vescovo ausiliare di Venezia monsignor Beniamino Pizziol, che al convegno sulle scuole paritarie al Centro Urbani di Zelarino, ha confermato che il buco della sanità veneta ha contagiato anche i conti delle strutture confessionali. Il debito per le prestazioni sanitarie delle strutture convenzionate, case di riposo e ospedali in capo alla Curia sarebbe di 44 milioni di euro. Un debito che, lo dice anche Pizziol, non dipende solo dai conti dell'Asl 12, ma dall'intero panorama della sanità veneta già avviata verso il superamento del mezzo miliardo di buco. «Sono convinto che le amministrazioni pubbliche abbiano tutta l'intenzione di arrivare al finanziamento di queste strutture che sono a servizio di tutti - ha continuato il vescovo - l’aspetto che ci sta più a cuore è la cura dei malati e l’attenzione per le persone che lavorano all'interno delle stesse, come il personale medico, infermieristico e tecnico. Le conseguenze di questo ritardo nei pagamenti si manifestano nella gestione dell'ordinario, si rischiano ritardi nel pagamento delle forniture come delle tredicesime dei dipendenti. Siamo molto preoccupati». Una tensione confermata dalle strutture citate dal vescovo veneziano, a partire dalla realtà più consistente di Villa Salus, l'ospedale mestrino creditore da solo di circa del debito: «Noi siamo creditori di circa la metà, venti milioni. Fino al 2009 i tempi di pagamento dell'Asl erano di quattro o cinque mesi, diciamo lente ma regolari - afferma il direttore amministrativo della struttura convenzionata, Mauro Vitacca - a gennaio hanno cominciato col saltare una mensilità nel pagamento delle fatture, poi è stato pagato regolarmente solo l'80 per cento dell'importo mensile, in seguito un'altra mensilità è saltata e infine, nell'ultimi due mesi, sono stati pagati solo il 50 per cento delle fatture. Questo ha comportato la necessità di rivolgerci alle banche per allargare i fidi a disposizione, cosa che può andare avanti solo fino ad un certo punto». Nemmeno la prospettiva di tagli ai servizi per il risanamento dei conti potrebbe in realtà risolvere la situazione. Le prestazioni ambulatoriali e ospedaliere, quelle cioè in deficit a causa del mancato pagamento, sono direttamente stabilite da budget e tariffe regionali e sancite da altrettante delibere. Per questo la direzione amministrativa della struttura non può nemmeno pensare a tagli sul fronte del personale: «Per ora gli stipendi abbiamo continuato a pagarli e abbiamo chiesto la collaborazione dei fornitori», continua il direttore Vitacca. «La situazione è difficile per tutti, dirigenti compresi - dice il direttore sanitario, Massimo Forte - ma siamo all'interno di strutture religiose, l'ultima cosa che possiamo fare è danneggiare le persone». Il direttore dell’Asl Antonio Padoan conferma le difficoltà: «L'Asl ha un forte indebitamento storico nei confronti dei fornitori. Il che significa un indebitamento verso chi ci fornisce materiali, ma anche chi offre servizi e prestazioni in convenzione con l'azienda sanitaria. C'è una reale difficoltà di cassa, in questo momento, che riguarda noi e di conseguenza tutti i nostri fornitori».

 

IL GAZZETTINO di domenica 10 ottobre 2010

Pag 11 La rivoluzione in farmacia

Le novità dei decreti attuativi trasmessi alle Regioni: il via libera a fine mese

 

Roma - Un altro passo in avanti per la farmacia dei servizi, che a breve si trasformerà anche in un presidio sanitario e in un centro di primo soccorso. Il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, ha infatti trasmesso alla conferenza Stato-Regioni 3 dei 4 decreti attuativi che specificano i contenuti della riforma sulle farmacie prevista dalla legge 69 del 2009. Tra le novità, peraltro già annunciate in precedenza, l'entrata in farmacia di infermieri (che potranno fornire prestazioni anche a domicilio) e fisioterapisti, che potranno effettuare massaggi, la possibilità di prenotare, pagare e ritirare referti relativi alle visite specialistiche, e di eseguire analisi direttamente sul posto, come il test di gravidanza o le analisi per la glicemia e il colesterolo. Manca ancora all'appello, invece, il quarto decreto attuativo, relativo alle farmacie comunali. In questo caso si aspetta il via libera «tecnico» da parte del ministero dell'Economia, che prima vuole essere certo che l'introduzione dei nuovi servizi non vada a incidere sul bilancio degli Enti locali. Ecco nel dettaglio le principali novità.

INFERMIERI E FISIOTERAPISTI: l'erogazione dei servizi aggiuntivi presso le farmacie, o a domicilio, potrà essere effettuata esclusivamente dagli infermieri e dai fisioterapisti, in possesso di titolo abilitante. Sarà il farmacista titolare o il direttore ad accertare, sotto la propria responsabilità, il possesso dei requisiti. Le prestazioni potranno essere erogate in tutte le farmacie sia a carico del Ssn, previa prescrizione dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta, che su prescrizione medica in regime privato con onere a carico del cittadino.

PRESTAZIONI INFERMIERI: a) supporto alle determinazioni analitiche di prima istanza, rientranti nell'ambito dell'autocontrollo; b) effettuazione di medicazioni e di cicli iniettivi intramuscolo; c) attività concernenti l'educazione sanitaria, e la partecipazione a programmi di consulting, anche personalizzato; d) iniziative finalizzate a favorire l'aderenza dei malati alle terapie.

PRESTAZIONI FISIOTERAPISTI: a) definizione del programma prestazionale per gli aspetti di propria competenza, volto alla prevenzione, all'individuazione ed al superamento del bisogno riabilitativo; b) attività terapeutica per la rieducazione funzionale delle disabilità motorie, psicomotorie e cognitive e viscerali utilizzando terapie manuali, massoterapiche ed occupazionali; c) verifica delle rispondenze della metodologia riabilitativa attuata agli obiettivi di recupero funzionale.

ANALISI IN FARMACIA: a) test per glicemia, colesterolo e trigliceridi; b) test per misurazione in tempo reale di emoglobina, emoglobina glicata, creatinina,transaminasi, ematocrito, tempo di Quick e INR; c) test per la misurazione di componenti delle urine; d) test ovulazione, test gravidanza, e test menopausa per la misura dei livelli dell'ormone Fsa nelle urine; e) test prostata per la misura dei livelli di antigene prostatico specifico (PSA); f) test colon-retto per la rilevazione di sangue occulto nelle feci; Viene invece espressamente vietato l'utilizzo di apparecchiature che prevedano attività di prelievo di sangue.

PRENOTAZIONE VISITE SPECIALISTICHE: le farmacie, attraverso la postazione dedicata, possono operare quali canali di accesso al Sistema Cup per prenotare prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale presso le strutture sanitarie pubbliche e private accreditate e provvedere al pagamento delle relative quote di partecipazione alla spesa a carico del cittadino e ritirare i relativi referti. Dai servizi sono escluse le prestazioni prescritte su ricettario non del Ssn; gli esami di laboratorio ad accesso diretto; le urgenze di primo e secondo livello.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 10 ottobre 2010

Pag XIII Cardiochirurgia perde il primario di Maurizio Dianese

Un altro medico “scappa” dall’ospedale dell’Angelo. Il dottor Polesel emigra a Treviso

 

L’ospedale di Mestre perde anche il primario di Cardiochirurgia. Meno di una settimana fa aveva preso cappello Giuseppe Trincia, primario di Neurochirurgia. Due reparti di prestigio, uno meglio dell’altro, che perdono il capo. Un disastro. Il dottor Elvio Polesel, 52 anni, va a Treviso, a sostituire il professor Carlo Valfrè. Era già stato chiamato parecchi mesi fa proprio da Valfrè e Polesel aveva preso tempo. Non perché non lo allettasse l’idea di andare a prendere il posto del suo maestro, per di più chiamato proprio da Valfrè, ma perché a Mestre Polesel è affezionato visto che Cardiochirurgia è una creatura sua e del dott. Claudio Zussa, il suo predecessore. Insieme l’hanno messa in piedi dal nulla nel 1996. Mestre, stritolata tra Treviso e Padova iniziava così a correre con le sue gambe e nel giro di pochi anni diventava una delle strutture più importanti del Veneto. Al pari delle altre. Nel 2006 il primo strappo, quando c’era ancora l’Umberto I. Il primario, Claudio Zussa decideva di andarsene. Non ne poteva più di essere trattato come l’ultima ruota del carro. Cardiochirurgia, se funziona bene e a Mestre ha sempre funzionato benissimo, è un reparto che "fa" l’ospedale, assieme alle altre chirurgie d’elezione. Ma Zussa era stanco di celebrare le nozze con i fichi secchi e ad un certo punto ha deciso di mollare. Dopo un attimo di sbandamento, Elvio Polesel aveva preso in mano le redini del reparto, d’accordo con tutti i colleghi, che lo avevano proposto come primario. Si erano stretti tutti attorno a lui, il più bravo, per salvare Cardiochirurgia. Da allora e per 4 anni per Polesel è stata una guerra continua per ottenere quel che in qualsiasi altra Ulss - a cominciare da Treviso - gli darebbero senza nemmeno chiedere. E cioè più sedute operatorie, più infermieri, più medici. Perché questo è il dramma, che Polesel chiedeva solo di lavorare di più, di operare più pazienti, di visitarne di più, di assisterne di più. E invece lo hanno messo nelle condizioni di lottare per sopravvivere. E se Polesel getta la spugna, lui che è un entusiasta, vuol dire che per l’ospedale dell’Angelo è arrivato il punto del non ritorno. Se non si cambia subito marcia, il nuovo ospedale resterà un bell’involucro, del tutto vuoto. Suona profetica l’intervista che fece Gregorio Babighian, forse il più grande Otorino d’Italia quando lasciò Venezia, nel 2000, dopo 12 anni di primariato. «Non basta avere una macchina da corsa fiammante, ci vogliono anche i piloti». Ecco, l’ospedale dell’Angelo è una Ferrari alla quale stanno togliendo pilota e meccanici, ruote e benzina. L’ospedale si è impoverito proprio perché la Direzione strategica pensa che uno valga l’altro. Non è così, tant’è che gli ospedali pubblici e privati di mezzo Veneto si stanno accaparrando tutti coloro che se ne vanno dall’Angelo. Tutti. E purtroppo sono tanti. Troppi.

 

LA NUOVA di sabato 9 ottobre 2010

Pag 11 Più soldi alle Usl di Treviso e Vicenza di Simonetta Zanetti 

Il riparto avrà durata biennale. Fondi ridotti per Venezia, Belluno e Rovigo 

 

Venezia. Più soldi alle Usl di Treviso, Pieve di Soligo, Thiene e Cittadella. Meno a quelle di Venezia, Belluno e Rovigo. Sono questi i primi effetti del riparto del fondo sanitario realizzato, per la prima volta, tenendo conto dei costi standard, sia nazionali che regionali. Il primo passo, l’avvio di un percorso ancora lungi all’essere ultimato, che comincia a sganciare i finanziamenti alle Usl dai costi storici. Non solo: il riparto, che verrà presentato verosimilmente nella giunta del 19 ottobre, avrà valenza biennale, ovvero anche per il 2011. «Pur tenendo conto delle peculiarità dei territori - sostiene l’assessore alla Sanità Luca Coletto - abbiamo cominciato a ridurre la forbice tra le aziende più costose e quelle meno dispendiose, innescando un meccanismo premiale per queste ultime». Al momento, in mancanza di un sistema matematicamente comprovato, la Regione ha cercato di tracciare una «linea mediana» di massima, su cui poi hanno inciso variabili come gli sprechi (ricoveri e spesa farmaceutica inappropriati) e le realtà virtuose: «Nel giro di qualche anno il meccanismo sarà completamente autosufficiente e sganciato dalla spesa storica» garantisce Coletto. Ed ecco quindi che si prospetta un incremento del riparto per le aziende di Vicenza e Treviso, a partire dall’Usl 4 (Alto Vicentino) dell’ex dg, ora segretario regionale Domenico Mantoan, della 9 (Treviso) di Claudio Dario - per cui si parla di un aumento di oltre il 4% -, ma anche della 7 (Pieve di Soligo) di Angelo Lino Del Favero e della 15 (Cittadella) di Francesco Benazzi. Verso il ridimensionamento, invece l’Usl 12 (Veneziana) di Antonio Padoan, l’Usl 1 (Belluno) di Ermanno Angonese e la 18 (Rovigo) di Adriano Marcolongo, ovvero le tre aziende più onerose. «Chi è stato all’interno dei costi medi riceverà un premio» precisa l’assessore smentendo le voci che vorrebbero privilegiate le realtà vicine alla Lega «La salute non c’entra nulla con la politica, i cittadini vanno trattati tutti allo stesso modo, ci mancherebbe». Nel frattempo, i direttori generali si augurano che con la delibera di riparto la giunta fornisca anche gli «indicatori di prestazione», annunciati qualche giorno fa dal segretario Mantoan. Questi diventeranno il punto di riferimento della spesa dei manager della sanità. «So che l’assessore ha elaborato una bozza che tuttavia non ho ancora visto - commenta il presidente della commissione Sanità Leonardo Padrin - per cui sarà importante capire da quali principi parte. Certo, a questo punto dell’anno, o fai un riparto biennale o tanto vale che la giunta - legittimamente, data la piena fiducia del Consiglio regionale - gestisca direttamente i fondi, cioè come una grande holding che amministra le risorse delle sue aziende che erogano servizi, finanziandole a seconda delle sue linee programmatiche. Dopodiché, per i prossimi anni, a partire dal 2011, è necessario cominciare a programmare le necessità attuando scelte di politica sanitaria che disegnino gli scenari futuri. Questo significa domandarsi se i servizi erogati ad oggi sono tutti necessari, ovvero se ha senso che esistano due ospedali per acuti nel raggio di 10 chilometri e quali siano i doppioni tra reparti e chirurgie. Dimostrare di aver speso meno dell’anno precedente non è sufficiente se prima si è sprecato molto».

 

Pag 11 Troppi costi, ai medici di base l’ordine di contenere la corsa dei malati a medicine e analisi di Emilio Randon 

Esautorato, frustrato, mal pagato e senza poteri. Le Usl vogliono che contengano le ospedalizzazioni 

 

Vicenza. Messi in trincea per fermare i costi sanitari, i fanti della sanità con laurea dietro la scrivania sono chiamati a fare da frangiflutti contro la marea montante dei malati. L’ordine è resistere, negare, rinviare. I pazienti vanno scoraggiati. Per definizione, sono dei bulimici insaziabili di medicamenti, talvolta ipocondriaci, i loro mali vanno smascherati, le loro pretese rintuzzate. Per le direzioni sanitarie tutto possono fare i medici di base, fuorché mandare la gente in ospedale, il luogo più costoso per le casse dell’erario che si vuole riservare ai malati «veramente bisognosi». E chi sono i veramente bisognosi? Una volta erano loro a deciderlo, i medici di base. Ora non più. È finita, non sono in grado di farlo. Studio centrale in Vicenza - «niente nomi per piacere» - il medico ha tra i 50 e i 60 anni (sono tutti così, mancano i ricambi, con loro sparirà la professione), fuori una folla di umanità varia solo apparentemente composta, in realtà invelenita e occupata a montare la guardia in una drammatica gara di vigilanza democratica sulle precedenze. L’atmosfera è d’antan, quella dei film della Wertmuller con un po’ di ruvidezze da centro addestramento. Mi infilo dal medico. L’ira che lascio alle spalle lo mette di buonumore. Lì fuori più che malati sembrano incazzati, dico. «Dammi il cinque - fa lui - hai capito tutto, è così che va il mondo». In realtà il primo degli incazzati è proprio lui. Si siede, si alza, fruga in una risma di carte, ne esce trionfante con una. «Ecco qua, la curva dei buoni e dei cattivi, sono un ragiunatt della medicina, non faccio diagnosi, prescrivo ricette stabilite da altri. Qui è segnato quanto ho prescritto, come l’ho fatto, se ho sforato, se ho rispettato codici, modulistica, numero di ricette, numero dei farmaci. Se sbaglio l’Usl mi fa tu-tu». Alza uno sguardo assassino: «Chieda a quei signori com’è va la mortalità dei cardiopatici. Crede che gliene importi qualcosa delle persone là fuori? Crede che io faccia ancora il lavoro del medico? No, prescrivo diagnostica decisa dagli specialisti al 73%, farmaci decisi da altri al 37%. Il mio lavoro è monitorato dal grande fratello Usl numero 6». Medici della mutua. Avevano storia, prestigio, tradizione. Quando non c’erano ancora le cliniche private e i ricchi andavano al reparto «dozzinanti», la loro parola era vaticinio. Negli ambulatori la gente ci stava come in chiesa, il medico poi andava a far visita al malato ed era ricevuto meglio del prete, la biancheria cambiata per tempo, il corredo, il salotto in ordine. Il loro regno implose d’improvviso come gli imperi dopo un’eccezionale manifestazione di potenza, sei mesi di sciopero anticiparono la sconfitta come già successe agli operai della Fiat. Per i medico della mutua immortalato da Alberto Sordi non ci fu alcuna marcia dei 40 mila ad avvertirlo che era la fine, a determinarne la caduta non fu la «restaurazione», ma qualcosa di più inesorabile e profondo, l’onda lunga del’68, il diffondersi della cultura, l’affermarsi delle idee egalitarie. Quel tempo corrose l’indiscutibilità della loro figura, l’autorità paterna del medico era contestata, il suo diritto inappellabile nelle vicende di vita e di morte messo in discussione. E così, nel 1980, in mondo che era già cambiato, toccò anche a loro. Parabola lenta ed inarrestabile, «proletarizzazione» la chiamarono i sociologi, il prestigio, il lustro, persino i buoni stipendi migrarono da altri parti, venne creato il medico di seri B. Prima periferia cittadina, quasi campagna. Solo due pazienti in sala di attesa. Il dottore ci accoglie con una maledizione: «Muoia tutta la sanità e con loro la banda di politici che festeggia ogni mese con uno stipendio di 20 milioni. Io, dopo 30 anni di professione, sono ridotto a fare il loro lacchè, l’esecutore testamentario delle loro volontà. E non più di 8 esami per prescrizione e non più di due farmaci per ricetta e falle sul nuovo modello e attento che sbagli, prego solo per via telematica. Sono il terminale di un sistema che si chiama sanità pubblica, sono l’omino dei loro conti». Anche questo professionista lui viaggia intorno ai 60, dice che nel giro di un ventennio non ci saranno più medici di base, «i giovani hanno capito, e io capisco loro, tra un po’ su quel lettino non ci salirà più nessuno». Con i pazienti ha trovato un suo metodo: fa a loro quello che già gli fa l’ospedale, li mette in lista di attesa, «cerco di contingentarli, frenarne l’afflusso insomma. Li obbligo a prenotare». Spiega che non è per crudeltà, che anzi è l’unico modo per starci con la testa e fare bene il suo mestiere: «Se visiti 40 persone in una mattinata sei cotto come un caco, rischi che ti passi davanti un cancro e non lo vedi». Tra l’incudine della direzione Usl e il martello dei pazienti, questo del medico di base diventa un mestiere di mazziati: «Se non prescrivo un Aulin con la ricetta il paziente mi molla, è successo, se lo curo secondo coscienza la direzione dell’Usl trova da dire. E vogliono che faccia da frangiflutti? Sono io quello che devo contenere la spesa? Lo chiedono adesso che i buoi sono scappati, quando mi hanno completamente declassato, ora che mi hanno tolto i poteri del medico vogliono che faccia il loro impiegato. No cari. Faccio quello che mi resta da fare, argino la gente che viene in ambulatorio».

 

Vicenza. L’Usl numero 6 non è la più virtuosa ma è quella che si applica di più: in quattro anni ha ridotto il deficit di 12,4 milioni di euro. Nel 2006 era sotto di 48, ridotti a 42 nel 2007, a 39 nel 2008 e a 35,600 nel 2009. Quest’anno il trend sarà confermato. Come ha fatto? Tagliando una cinquantina di posti nei due ospedali di Vicenza e Noventa Vicentina, risparmiando sui costi e, attenzione, costringendo una quota crescente di cittadini a pagarsi da soli le visite specialisti. Le liste di attesa negli ambulatori ospedalieri si allungano a tutto beneficio degli specialisti della medicina privata, tanto che il ministro della salute Ferruccio Fazio ha annunciato un piano da discutere con le regioni per tagliare i tempi di attesa: «Liste interminabili per avere prestazioni sanitarie istituzionali in orario di lavoro - ha detto - abbreviate se l’attività è intramoenia». «Finalmente se ne sono accorti - spiega il dottor Ivan Danchielli, medico di base a Vicenza - non siamo noi i responsabili della spesa fuori controllo: una pletora di esami screening e di protocolli obbligatori, prescrizioni ospedaliere sulle quali noi mettiamo solo il bollo, il ping-pong tra ospedalieri e medici di base per ottenere ogni volta nuovi esami e nuove prescrizioni fanno del paziente una mucca da mungere e fa salire i costi sanitari. Ci sguazzano gli specialisti dell’intramoenia che si cambiano la giacca e da ospedalieri diventano privati e da pubblici tornano privati nella stessa giornata. Il paziente, ingenuamente chiede di essere visitato dalla stessa persona che l’ha visto la prima volta, così fa scattare la tariffa privata. È lo stesso medico, con due facce, è il Giano bifronte della sanità irresponsabile.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 9 ottobre 2010

Pag V La Pietà “congela” la comunità dei bimbi di Raffaella Vittadello

In attesa che si definiscano le linee politiche regionali

 

Da qualche mese all’Istituto di Santa Maria della Pietà è stata "sospesa" la Comunità Melograno, che ospitava bambini fino a 4 anni, in attesa che si chiariscano le linee politiche regionali su affidamenti e adozioni. L’istituzione fondata dalla Serenissima nel 14. secolo che raccoglieva i bambini abbandonati di Venezia e li ospitava in appartamenti donati da nobili veneziani rischia di perdere la peculiarità per cui era nata, al di là del fatto che il concetto dell’orfanotrofio è ormai superato. Se infatti la Repubblica Veneziana sosteneva la Pietà con il ricavato da sanzioni penali, redditi di traghetti, dei palchi dei teatri e lasciti immobiliari, oggi l’istituto riceve solo il contributo regionale per bambino che si aggira intorno ai 60 euro al giorno, un po’ di più se c’è anche la mamma. La comunità Melograno accoglieva al massimo 8 bambini affidati dai Servizi Sociali territoriali, in attesa della collocazione definitiva nella famiglia adottiva o del ritorno in quella di origine. «Abbiamo deciso di congelare i nuovi inserimenti - spiega la presidente Maria Laura Faccini Castaldini, in carica da meno di un anno - e di renderci disponibili ad accogliere soltanto le "emergenze"». Le esigenze del territorio sono mutate nel tempo. Nel 2007 sono stati assistiti complessivamente 11 bambini nel corso dell’anno (la capienza massima è comunque 8), nel 2008 i bimbi sono stati 9, nel 2009 ce n’erano 8, che sono stati quasi tutti adottati. Il 2010 si è aperto con un bambino, che è stato posto in affido il 2 agosto. «Da allora - rileva Renata Senigaglia, responsabile della Comunità Melograno - abbiamo preferito sospendere gli inserimenti, in attesa che si chiariscano le linee regionali. Abbiamo 15 dipendenti, che sono stati momentaneamente dirottati su altri servizi, ma la struttura in questo momento risulta sicuramente sovradimensionata». Dal Rimangono invece attivi la comunità educativa “Casa della Primavera” che accoglie gestanti e madri in difficoltà, la culla segreta, una linea telefonica di aiuto rivolto alle donne che decidono di non riconoscere i propri figli garantendo al bambino immediata assistenza ed una rapida procedura verso l’adozione (numero verde 848.849.849), l’Atélier Pedagogico "Giardino della Pietà" con una serie di servizi territoriali per la prevenzione e il sostegno alla genitorialità, lo Spazio neutro, un servizio rivolto ai genitori non conviventi, in particolare ai padri per stare qualche ora tranquilli. «Avendo alle spalle una storia secolare e degli standard qualitativi elevati, anche come personale che è tutto assunto e non volontario - conclude Maria Luisa Faccini - contiamo che la Regione ne tenga conto».

 

La Pietà fu fondata con decreto del Senato della Repubblica nel 1346. Il francescano Petruccio d’Assisi raccoglieva i bimbi abbandonati di Venezia e li ospitava in appartamenti donati da nobili. Gli fu consentito di questuare e chiedendo “pietà”, identificò per sempre l’Antico Ospedale della Pietà.

    

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7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

LA NUOVA

Pag 11 Cerimonia per il ritorno della statua di Simone Bianchi

La Madonna Nicopeia ricollocata sul Tempio Votivo del Lido

 

Dopo sette anni di attesa, alle 12.37 di ieri la statua della Madonna Nicopeia è tornata sulla cupola del Tempio Votivo di Santa Maria Elisabetta. Ci sono voluti trentadue minuti all’équipe guidata da Teodoro Russo per sollevare la statua da cinque quintali, in lega di alluminio, portarla a una quota di sessanta metri e quindi posarla sul perno del nuovo basamento in acciaio. Tantissimi i lidensi che si sono radunati nel piazzale del sacrario militare, che ospita oltre 3.100 salme di caduti dei due conflitti mondiali. Una giornata iniziata con un minuto di silenzio per ricordare i quattro alpini morti sabato in Afganistan, con la bandiera a mezz’asta e l’inno italiano intonato dal Coro Marmolada. Cerimonia ridimensionata, nella forma, per questo motivo. Dopo i discorsi di rito, il costruttore Teodoro Russo, che ha finanziato il recupero e il restauro della statua, ha ricordato come «il motore principale di questa operazione sia stato lo spirito di viva fede cristiana» che lo ha spinto in questa avventura durata oltre due anni. «Ringrazio tutti i tecnici che hanno permesso questo miracolo, perchè abbiamo anche corso il rischio di non farcela. L’augurio è che presto si possa completare il restauro dell’intero sacrario». Sacrario progettato nel 1925 dall’architetto Torres e completato nel 1938 con la posa della statua voluta dal cardinale La Fontaine quale simbolo di protezione della città dalle guerre, tanto che è rivolta verso la Basilica della Salute. E una statua «unico esempio italiano di realizzazione in lega di alluminio», ha ricordato la soprintendente Renata Codello, avvalorando il progetto di recupero. Una cerimonia iniziata alle 10 del 10/10/2010, elemento che in molti hanno sottolineato ieri quale coincidenza piuttosto curiosa. Al termine della posa, eseguita con dieci (!) nodi di vento che non hanno facilitato le cose agli operai, mentre Russo spiegava al microfono cosa stava avvenendo sulla cupola, è intervenuto via telefono anche il patriarca, Angelo Scola che aveva benedetto la statua il 26 settembre. «Sono lieto per questo evento - ha detto - Il Tempio Votivo deve diventare un punto di unità per tutti gli abitanti del Lido. La Fontaine aveva visto lontano: le guerre sono la peggiore peste, e questo tempio lo ha voluto quale voto per proteggere Venezia dai conflitti bellici».

 

Pag 13 In 1.500 con la Madonna del Don di Carlo Mion

Dopo la tragedia afghana cerimonia mesta in Piazza Ferretto con gli alpini

 

Circa millecinquecento persone - penne nere e mestrini - hanno partecipato ieri alla Festa per la Madonna del Don. Una celebrazione nel segno del lutto per la morte in Afghanistan dei quattro alpini appartenenti al 7º Reggimento Alpini. Una giornata scandita dal ricordo, dalla solidarietà e nell’attesa della prossima edizione che dovrebbe vedere sfilare gli alpini di Bergamo. I nomi dei quattro ragazzi saltati con il blindato sulla mina in Afghanistan sono stati pronunciati quando, alle 10, la bandiera in piazza Ferretto è stata messa a mezz’asta. Un minuto di silenzio e poi il Silenzio, suonato ogni qualvolta si apriva un singolo appuntamento previsto dalla celebrazione, giunta alla sua 44ª edizione. Così gli alpini dell’Ana hanno ricordato, durante una delle loro celebrazioni più sentite, gli ultimi quattro morti tra le penne nere. «In Afghanistan come in Russia», ha sottolineato il presidente dell’Ana di Mestre Franco Munarini. La manifestazione, al contempo religiosa e militare, è iniziata con lo scambio di doni fra le sezioni Ana di Brescia, Salò e Valcamonica e quella di Mestre, avvenuto nel Municipio alla presenza del sindaco Giorgio Orsoni che ha, tra l’altro, partecipato all’alzabandiera in piazza Ferretto. Con il sindaco c’erano anche gli assessori Tiziana Agostini e Gianfranco Bettin e il presidente della Municipalità di Mestre Centro Massimo Venturini. Gli Alpini hanno deposto due corone di alloro sulle lapidi ai caduti: nella chiesa dei Padri Cappuccini, dove è custodita l’icona della Madonna del Don e dove si è svolta la messa, con la cerimonia dell’offerta dell’olio votivo donato dalle sezioni bresciane. Il sindaco Orsoni ha sottolineato: «Do il benvenuto della città agli alpini delle sezioni di Brescia, Salò e Valcamonica che hanno voluto celebrare con Mestre la Madonna del Don. Lo spirito che muove gli alpini di oggi è ancora quello di padre Crosara, che portò l’icona della Madonna dal fronte russo sul quale si sacrificarono moltissimi nostri connazionali. Quello spirito di solidarietà e dedizione è lo stesso che muove gli alpini impiegati come forza di pace nel mondo. Lo stesso che caratterizza quelli applauditi oggi a Mestre, in questa giornata di cordoglio che ci vede partecipi al lutto dei quattro ragazzi della Julia che hanno perso la vita sul fronte afghano». Orsoni ha poi detto: «Alle famiglie dei ragazzi morti in Afghanistan va il nostro cordoglio e il nostro abbraccio come agli alpini che ringraziamo per quanto hanno fatto e fanno, dimostrando ogni giorno la loro solidarietà verso gli altri». Tutte le bandiere di Mestre sono rimaste a mezz’asta per tutto il giorno.

 

Pag 13 Domani in Regione il Tavolo sulla crisi di Porto Marghera di mi.bu.

 

Domani, alle 16 a Palazzo Balbi, si terrà la tanto attesa riunione del Tavolo per la crisi di Porto Marghera. Dopo gli appelli delle parti sociali (sindacati e Confindustria) e degli enti locali (Comune e Provincia) finalmente nei giorni scorsi è arrivata la tanto attesa convocazione in cui saranno esaminati i nodi della crisi della zona industriale di Porto Marghera e in via straordinaria anche delle vetrerie di Murano. Il Tavolo della crisi darà modo di fare il punto sulla crisi della chimica da Vinyls a Montefibre ma anche di affrontare i problemi di Fincantieri. La convocazione è arrivata pochi giorni dopo la firma della delibera con cui la Giunta regionale ha chiesto al ministero dello Sviluppo Economico il riconoscimento di «area di crisi industriale complessa» per Porto Marghera e anche per l’isola di Murano. Nella lista del ministero ci sono già un centinaio di aree industriali italiane in grave crisi. Il decreto, sottoscritto dall’ex ministro Scajola e pubblicato in Gazzetta Ufficiale nel giugno scorso, non è ancora stato dotato di fondi ma consente di allungare i tempi di applicazione degli ammortizzatori sociali in scadenza (cassa integrazione straordinaria e mobilità in deroga) e di ricorrere ad agevolazioni e incentivi di una legge dell’89 che però non è ancora stata finanziata dal Governo.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag IV Tempio Votivo, la Madonna è tornata di Lorenzo Mayer

Cinquecento persone hanno assistito alla posa della statua. Il patriarca: “I lidensi riscoprano questo punto d’incontro”

 

Dopo oltre sette anni di attesa, alle 12.37 di ieri la statua della Madonna è ritornata sulla cupola del Tempio votivo al Lido e da lì potrà tornare a "vegliare" sull'intera città guardando la Salute e il Redentore, come voluto dal patriarca La Fontaine. Oltre cinquecento persone si sono radunate ieri mattina dalla 10.30 in piazzale antistante al Tempio per assistere alla cerimonia che ha completato il restauro della statua, voluto dall'imprenditore Teodoro Russo con la "Dogale costruzioni", il supporto dell'associazione di volontariato Restauro e Conservazione, e il sostegno del Banco San Marco. La cerimonia è durata quasi tre ore, si è conclusa dopo che ci sono voluti trentadue minuti per riposizionare la statua sulla cupola, ad oltre sessanta metri di altezza. L'operazione, che aveva un margine di tolleranza di appena 2 millimetri per andare a buon fine, si è conclusa senza problemi nonostante un forte vento di oltre 10 nodi, che poteva complicare non poco il buon esito dell'intervento. Invece tutto si è svolto perfettamente e al termine c'è stata anche la sorpresa della telefonata del patriarca Angelo Scola, che in diretta ha voluto ribadire quanto già espresso il 26 settembre scorso in occasione della benedizione. Il cardinale ha dunque invitato nuovamente tutti i lidensi a riappropriarsi del senso del Tempio votivo, punto di incontro fondamentale per i fedeli dell'isola. Alla cerimonia sono intervenuti, con la fascia tricolore in rappresentanza del sindaco, l'assessore Ugo Bergamo, il presidente della Municipalità Giorgio Vianello, nonché l'assessore provinciale Pierangelo Del Zotto e un funzionario in rappresentanza della Prefettura. Nell'arco della giornata oltre un migliaio di persone hanno partecipato all'evento in programma. La giornata di festa per il Lido è iniziata ieri con l'alzabandiera solenne e l'esibizione del coro Marmolada. A seguire c'è stata l'inaugurazione della mostra storico fotografica nella cripta del Tempio votivo ed un rinfresco, oltre a vari festeggiamenti nel piazzale. La manifestazione è proseguita nel pomeriggio con l'allestimento di un mercatino, musica dal vivo con la "Venezia Cool Jazz Band", chiusa da una serata danzante con l'orchestra "Nuova origine". Entusiasta l'imprenditore Teodoro Russo e il comitato promotore coordinato da Ennio Boni Zeus, che si è mobilitato per rendere possibile l'iniziativa. «Riempie davvero di grande commozione - ha commentato Russo a lavori conclusi - rivedere la statua della Madonna collocata sul Tempio. Purtroppo c'eravamo abituati per troppo tempo a non rivederla più lì». Nell'entusiasmo generale non è comunque mancata una punta di polemica da parte dell'assessore Del Zotto: «Meritorio è stato l'intervento di Russo, ma dispiace che, in questi sette anni nessuna della istituzioni che potevano intervenire lo abbia fatto».

 

LA NUOVA di domenica 10 ottobre 2010

Pag 13 Sfregio rosso sulla colonna di Marco di Roberta De Rossi 

Nella notte vandali indisturbati vergano con lo spray la scritta «Berlin» 

 

«Berlin», scritto in vernice spray rosso fuoco: è il graffito che ha sfregiato nella notte la colonna di San Marco, sul Molo. Un atto vandalico messo a segno nel cuore della Piazza, gesto idiota di qualche sconsiderato, che ha scavalcato la recinzione che protegge il basamento in granito, lasciando la sua firma sguaiata, senza che nessuno - nella notte - lo incrociasse. Ora i vigili proveranno a rintracciarlo attraverso le telecamere in zona. «Di che colore è la scritta?», si preoccupa subito la soprintendente Renata Codello, «rossa? Un bel problema, ma nera sarebbe stato terribile: non solo ogni colore, ma anche ogni singolo tipo di vernice ha il suo solvente, dunque, per prima cosa bisognerà testare il colore». Le colonne di Marco e Todaro - in Piazzetta dal XII secolo - non sono trattate con la pellicola protettiva che avvolge dopo la pulitura le colonne dell’Ala Napoleonica, parte delle Procuratie Vecchie e i basamenti dei Pili delle bandiere, frutto di un accordo tra l’allora assessore Salvadori e il Colorificio San Marco. «Purtroppo», aggiunge la soprintendente, «non c’è modo per essere certi di fermare singoli idioti: Venezia è visitata da milioni di turisti all’anno e questo è il primo vero sfregio in Piazza. Non possiamo pensare di vivere in libertà vigilata: l’educazione è tutto, per questo mi compiaccio ogni volta che vedo gruppi di turisti che leggono i totem in Piazza con le regole di comportamento. Certo colpisce che un visitatore - per me non è stato un veneziano - abbia avuto così poco rispetto». «Purtroppo, di cretini in giro ce ne sono tanti», commenta amareggiato il sindaco Orsoni, «i controlli vanno garantiti il più puntualmente possibile, ma alla fine bisogna puntare sull’educazione delle persone. Certo, se lo prendiamo gli spiegheremo chiaramente cosa si faceva tra le due colonne della Piazza: solo per un fatto culturale, ovviamente». Esecuzioni capitali: in senso figurato, s’intende. «E’ un “sacrilegio” alla monumentalità veneziana: i responsabili vanno individuati e severamente sanzionati, risarcendo il danno alla città, visto che è molto delicato e costoso ripulire», s’infiamma l’ex assessore al decoro, Augusto Salvadori, «io lo sento come un gravissimo segno d’inciviltà, violenza e disprezzo verso la città, la sua storia e monumentalità. L’informazione e l’educazione sono importanti quanto la repressione, perciò non capisco perché siano spariti i manifesti e gli annunci nei battelli con gli inviti a tenere pulita la città o il ricorso agli “angeli” volontari per mantenere il decoro in Piazza».

 

Pag 15 Campanili a rischio in città ma a San Marco lavori avanti di Enrico Tantucci

Cantiere finito a maggio 2011. In un rapporto la «foto» delle torri. Anche la chiesa di Sant’Agnese in offerta: la usa l’Istituto Cavanis, il Demanio l’ha inserita tra i beni cedibili 

 

Il Campanile di San Marco si avvia a essere messo in sicurezza con la doppia barra di titanio che cingerà il masso di fondazione per metterlo al riparo dai cedimenti statici anche se i lavori in corso si concluderanno solo nel maggio 2011. Ma a preoccupare sono gli altri campanili lagunari, a cominciare da quello di Torcello, chiuso da fine giugno perché a rischio crollo, come testimonia anche la pubblicazione «Sos Venezia», appena uscita anche con il contributo della Soprintendenza e della Curia, che fa il punto della situazione in città. Per i lavori del campanile di San Marco - condotti dalla Sacaim - ci sarà un lieve slittamento: dal febbraio al maggio del 2011, ma realizzato il consolidamento del terreno e realizzate le prime due”camere” di calcestruzzo destinate a ospitare due delle quattro barre di titanio, si lavora con prudenza verso il lato delle Procuratìe Nuove, per ricavare le altre due, perché è necessario rimuovere terreno in un’area monumentale particolarmente delicata. Più complessa - anche per la mancanza di finanziamenti - la situazione di altre torri campanarie cittadina descritta in «Sos Venezia», supplemento della rivista “Arte Documento“ curata da Giuseppe Maria Pilo. Drammatica l’analisi di monsignor Antonio Meneguolo, delegato patriarcale per i Beni culturali ecclesiastici a proposito della situazione dei luoghi di culto veneziani, a cominciare dal campanile di Torcello. «Da un momento all’altro, insomma - scrive monsignor Meneguolo - il campanile rischia di crollare. E non più tardi del mese di maggio era stata la chiesa di San Silvestro a dover chiudere i battenti ai fedeli per evitare che sulle loro teste potesse improvvisamente precipitare il controsoffitto». Servirebbero almeno 80 milioni di euro per salvare gli edifici di culto veneziani, secondo il prelato, garantendo almeno 2 l’anno per la manutenzione. Da parte sua la soprintendente ai Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia Renata Codello, con Alberto Lionello, fa il punto sugli altri campanili a rischio, parzialmente risolti i casi di Santo Stefano e dei Frari. «I campanili di san Geremia, di San Giacomo dall’Orio e di San Donato - scrive - presentano una elevata vulnerabilità per la scarsa qualità muraria, i quadri fessurativi presenti e la presenza di fenomeni in atto. Attenzione deve essere posta alle torri di San Martino a Burano e dei Greci per lo strapiombo che interessa anche i campanili di San Francesco della Vigna e di San Pietro di Castello; questi ultimi, unitamente alla torre di Madonna dell’Orto, sono ulteriormente sollecitati dalle rampe spingenti. Risultano da controllare i campanili di Sant’Aponal, di San Pantalon e di San Stae per le lesioni presenti. Infine, una particolare attenzione dovrà essere riservata al campanile dei Gesuitu, per le successive sopraelevazioni e l’interrelazione con la struttura della chiesa, e a quello di Santa Caterina a Mazzorbo».

 

Anche la chiesa di Sant’Agnese entra nel «calderone» dei beni dello Stato che potrebbero essere ceduti con il federalismo demaniale, fatte le opportune verifiche. L’edificio di culto dall’originaria struttura romanica - in parte mantenuta - ma poi completamente ristrutturata al suo interno all’inizio del Novecento, è stato infatti inserito anch’esso dall’Agenzia del Demanio nell’elenco dei beni teoricamente cedibili, con una valutazione inventariale di un milione 136.500 euro. «La chiesa - spiegano all’Agenzia del Demanio - è attualmente in usufrutto al Patriarcato di Venezia e bisognerà valutarne in base alla legislazione speciale sui beni ecclesiastici la futura destinazione, ma intanto è stata inserita in elenco». Lo stesso Patriarcato da oltre un secolo ha di fatto ceduto l’uso della chiesa all’adiacente convento dei frati Cavanis e all’annesso istituto scolastico, di cui costituisce la cappella privata, anche se le funzioni domenicali sono aperte al pubblico. La chiesa conserva anche le spoglie dei beati Marco e Antonio Cavanis, fondatori della congregazione. Si tratta di capire pertanto chi potrebbe essere interessato a rilevare l’edificio di culto che non è più parrocchia dal 1810, quando con le soppressioni napoleoniche, essa fu soppressa e le funzioni parrocchiali per la zona vennero tutte concentrate nella vicina chiesa dei Gesuati. Furono proprio i frati Cavanis ad acquistarla nel 1839, a restaurarla e a riaprirla alla metà dell’Ottocento. Ma una ventina di anni più tardi la chiesa fu nuovamente soppressa e passata nelle mani del Demanio, anche se qualche anno dopo fu appunto ceduta in usufrutto al Patriarcato che la restituì agli stessi padri Cavanis. Ora però il Demanio ha intenzione di rimetterla sul mercato, anche se non si capisce chi, al di là del Patriarcato e degli stessi padri Cavanis che attualmente la detengono, potrebbe essere interessato a un suo nuovo utilizzo. Si vedrà, comunque, verso la fine dell’anno, quando, con i decreti attuativi del federalismo demaniale, l’elenco dei beni cedibili diventerà, da provvisorio, definitivo e i soggetti interessati, a cominciare dal Comune potranno presentare i loro piani di valorizzazione.

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 10 ottobre 2010

Pag 19 «I Musei civici veneziani? Li ho trovati nel degrado» di F.B.

Landau: tesori mai esposti, le strutture sono fatiscenti

 

«Potrebbero essere uno dei più grandi patrimoni artistici del mondo». E invece a sentir David Landau i musei veneziani sono il simbolo del degrado culturale e fisico: macchie sulle pareti, scarsa illuminazione, assenza di inventario, collezioni nascoste, poca sicurezza per le opere. È un vero atto di accusa quello dell’ex presidente della Fondazione Musei civici di Venezia, raccolto da The Art Newspaper e pubblicato da Il giornale dell’arte in edicola in questi giorni. «È uno spreco terribile», dice. «Stavo sveglio alla notte» David Landau, imprenditore, studioso d’arte, ex presidente della Fondazione Musei Civici di Venezia. Landau è rimasto alla guida della Fondazione per poco più tre mesi (ma evidentemente più che sufficienti per notare la drammaticità della situazione): dalla nomina fatta dall’ex sindaco Massimo Cacciari alle dimissioni di settembre, dopo che il nuovo sindaco Giorgio Orsoni aveva preferito Sandro Parenzo come presidente «declassando» l’imprenditore - già membro del consiglio d’amministrazione della National Gallery di Londra e coautore di un saggio fondamentale sulle stampe del Rinascimento Italiano - al semplice ruolo di membro del cda, al pari di Carlo Fratta Pasini ed Emilio Ambasz. Avrebbe voluto avere la delega per il rilancio del museo del Vetro di Murano al quale avrebbe donato la sua collezione novecentesca, ma alla fine in contrasto con la nuova linea dettata da Orsoni e Parenzo (fra l’altro in procinto di passare dalla Fondazione alla presidenza del Casinò di Venezia) ha preferito lasciare, nonostante nel frattempo avesse abbandonato alcuni incarichi prestigiosi come l’università di Oxford. Nessuna polemica, non è nello stile di Landau che però non è riuscito a nascondere la propria amarezza per la conclusione dell’avventura in laguna. Adesso a un mese di distanza ha deciso di parlare: «Penso sia giusto che i veneziani conoscano le pessime condizioni dei musei della loro città», dice. Non vuole puntare il dito contro nessuno, ma è chiaro che il responsabile numero uno sembra essere Giandomenico Romanelli da oltre vent’anni direttore dei musei veneziani. «Mi sono reso subito conto che i musei erano in condizioni totalmente disastrose - dice -. Le gallerie di dipinti del Correr non sono state toccate da quando Carlo Scarpa le aveva allestite negli anni Settanta: ci sono le macchie sulle pareti, l’illuminazione è scarsa e le didascalie delle opere sono scritte a macchina». E ancora: «Veri e propri tesori come il servizio Pellipario, uno dei più importanti esemplari della maiolica rinascimentale, o la collezione di gioielli, o i diciassette Canova, non vengono mai esposti. I materiali tessili e i costumi di Palazzo Mocenigo sono eccezionalmente conservati e inventariati dai curatori ma l’allestimento è deprimente». L’ex presidente non a caso voleva rilanciare le attività espositive e ripensare le sedi museali, dopo aver notato sulle mostre l’assenza di qualsiasi politica. «La pratica adottata, che stavo cercando di cambiare, è quella degli affittacamere - aggiunge - La mancanza di criteri organizzativi vige anche per l’arte contemporanea. Una delle ultime mostre ad esempio è stata di un pittore croato che, per quanto gradevole, sarebbe parso superato già nel 1910». Ma sono due le cose che rattristano maggiormente David Landau: la biblioteca del Correr (100 mila volumi e ricca delle carte di archivio di molte delle grandi famiglie di Venezia raccolte nelle Procuratie Nuove) e il museo del Vetro. Sulla prima non ha mezze misure: «Mi teneva sveglio la notte, durante la mia permanenza ci sono stati due allagamenti e un incendio causato da un corto circuito». A sentire l’imprenditore i documenti non sono mai stati fotografati per cui un incendio più esteso avrebbe provocato la perdita totale del patrimonio. «Il pessimo stato di conservazione in cui versa è scandaloso, la giunta comunale potrebbe trasferirla portandola a standard moderni nell’edificio dell’ex Pilsen in Bacino Orseolo che ha acquistato, peccato che però ora voglia trasformarlo in un albergo (è in corsa la vendita dello stabile per «salvare» il bilancio, ndr) ». Discorso simile anche per il vetro: «Polvere ovunque, etichette così sbiadite da non potersi leggere. Murano è una sorta di marchio globale - dice Landau -. Le condizioni sono splendide con migliaia di pezzi in magazzino per i quali un museo americano costruirebbe un’ala apposta». E qui cominciano riferimenti diretti e indiretti al direttore Giandomenico Romanelli. L’ex presidente aveva istituito un comitato di esperti internazionali del vetro, organizzato un incontro con più di venti persone tra cui David Whitehouse direttore del Cornig Museum of Glass a cui è stato chiamato anche Romanelli, che però ha declinato l’invito. Poi c’è l’assenza di una cultura per il servizio pubblico. «Tutti i prestiti delle opere sono decisi da Romanelli - prosegue - ma se lui non è interessato raramente risponde alle richieste. Subito dopo la mia nomina, ho iniziato ad essere contattato da musei di tutto il mondo che avevano fatto domanda di prestito ma non avevano ottenuto alcuna risposta malgrado ripetute lettere». L’elenco potrebbe continuare, ma Landau preferisce fermarsi: «Ce ne sarebbero però cose da dire ancora...».

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 9 ottobre 2010

Pag IV I gondolieri: “Il Papa venga in barca con noi” di Tullio Cardona

L’arrivo di Benedetto XVI. Mobilitate anche le Scuole grandi

 

I gondolieri vogliono portare il Papa in gondola nel corso della visita che Benedetto XVI farà a Venezia e Mestre il 7 e 8 maggio prossimi. «Speriamo proprio che papa Ratzinger non voglia rinunciare a solcare il Canal Grande a bordo di una nostra gondola di lusso - dice Roberto Pellicciolli, del direttivo dell'associazione Gondolieri - in questi ultimi anni abbiamo vogato con a bordo presidenti di nazioni e personalità importantissime, e la sicurezza è stata sempre esemplare e garantita. Questa visita è un evento importantissimo e noi gondolieri vogliamo farne parte per devozione e tradizione». Nella storia del remo del dopoguerra, si ricorda che tutte le personalità importanti vennero accompagnate dai gondolieri della storica famiglia Fusato "Signoretti". Una volta, per la visita dell'ennesimo regnante, la sicurezza scelse il motoscafo. Ne nacque un putiferio cittadino tale, che regnanti e nobiltà furono "costretti" ad imbarcarsi sulla gondola da parata, fra la soddisfazione della categoria. «In occasione della visita del pontefice - conclude Nicola Falconi, presidente dell'ente Gondola - auspico una presenza solida e partecipata delle gondole, simbolo della città. Mi piacerebbe anche che per l'occasione fossero organizzate delle regate straordinarie, come avvenne per Giovanni Paolo II». Nel frattempo i gondolieri incontreranno il patriarca Angelo Scola domani alle 11 a Sant’Apollonia. L’arrivo del pontefice ha mobilitato anche altri settori della città. I ristoratori ad esempio hanno deciso di lanciare la formula "Piatto del Papa" per rendere omaggio al Pontefice. «Coinvolgeremo tutti i ristoratori di ogni ordine e grado - spiega il presidente Aepe, Elio Dazzo - Verranno selezionate alcune ricette e queste verranno sottoposte ad una giuria di esperti. Alla fine il piatto prescelto verrà proposto nei locali veneziani». E anche le Scuole Grandi prepareranno una degna accoglienza. Spiega Franco Posocco, Guardian Grande di San Rocco. «Il Papa viene in una città simbolo dell'accoglienza e della spiritualità. Noi, Scuole di Venezia, metteremo certamente a disposizione il nostro patrimonio artistico per chi verrà a partecipare all'evento, dimostrandoci, primi "inter pares", artefici proprio dell'accoglienza».

 

Pag XI Cappuccini, il sagrato chiuso dal cancello di Alvise Sperandio

Completati i lavori

 

Cappuccini, è pronta la cancellata. Da oggi, e in concomitanza con la festa della Madonna del Don, i frati mettono in funzione la nuova barriera che serve a chiudere il sagrato della chiesa di San Carlo, isolandolo i balordi che da mesi ci bivaccano giorno e notte, noncuranti di farci i propri bisogni fisiologici. Così, dopo la ripavimentazione della piazzetta, è arrivata anche la ringhiera, montata all'altezza della grande croce di bronzo che svetta all'entrata del luogo di culto, conferendo al contesto che guarda via Olivi un aspetto nuovo. «Stiamo sistemando gli ultimi dettagli - dice il priore della comunità dei religiosi padre Umberto Lunardi - Sentiamo soltanto commenti positivi, la gente è soddisfatta anche perché ora l'ambiente è più raccolto e accogliente». Negli ultimi tempi l'opera ha fatto molto discutere, assurgendo anche alle cronache nazionali perché nata come rimedio al degrado approdato davanti alla chiesa a causa di alcune presenze poco raccomandabili. I frati hanno sempre fatto di tutto per aiutare questi sbandati che adesso si sono spostati nel parcheggio di via Cà Savorgnan e nel giardino pubblico di via Costa, ma non c'è mai stato nulla da fare. Al momento alla nuova ringhiera manca ancora la serratura e la corrente elettrica, ma i due segmenti che la formano vengono già accostati chiudendo l'area dalle 19.30 alle 6.30. Nel passaggio dalla parte di via Cappuccina, invece, è stato installato un cancelletto dotato di campanello a disposizione in caso di esigenze notturne. I frati hanno pagato il materiale necessario mentre la manodopera è stati garantita da alcuni volontari. Sembra la volta buona per assicurare il decoro alla chiesa e al convento.

 

Pag XVII Dipinti all’asta per aiutare don Armando e il Don Vecchi IV

Esposizione ad Asolo

 

Dipinti all'asta per aiutare don Armando Trevisiol. E' l'iniziativa di un nutrito gruppi di pittori noalesi e mestrini, che per metterla in atto si sono ritrovati ad Asolo nella spendida cornice di Villa Contarini–Beggio, ospiti di Tina e Ivano Beggio, l'ex patron dell'Aprilia. Qui hanno avuto modo di dipingere “en plein air” sulle loro tele i suggestivi scorci del paesaggio collinare asolano. Scopo dell’iniziativa, come detto, quello di consegnare a Don Armando Trevisiol, il ricavato dell’asta dei dipinti eseguiti per collaborare alla realizzazione del nuovo centro “Don Vecchi”, il "quater" che sorgerà a Campalto. Il cantiere è stato aperto poco tempo fa in via Orlanda. Come gli altri già in funzione, è destinato a dare ospitalità ad anziani poveri del territorio in alloggi protetti e indipendenti. Hanno aderito alla manifestazione, coadiuvati da Adelina Rovedo e Bruna Bertol Martinelli i pittori Augusto Baratto, Luciana Boscaro, Ennio Cagnin, Silvia Favaro, Mario Maccatrozzo, Carlo Marconi, Giuseppe Nardi, Willy Pontin, Piero Slongo, Lucio Trabucco, Adriano Trevisan, Elvio Trevisan, Filippo Trevisan, Gianni Trevisan, Toni Trevisan, Walter Trevisanato. Le opere sono in esposizione sino a domani nella sale dell’Albergo al Sole di Asolo (Treviso).

 

Pag XXXVII Poeti veneziani celebrano il campanile di San Nicolò di L.M.

 

Venezia - Anche i poeti veneziani celebrano il campanile di San Nicolò tutto illuminato e il restauro delle campane di Lepanto. Oggi sabato al ristorante dell'aeroporto «Nicelli» lo staff di Michele Salmaso e del «Mabapa food» ha preparato un pranzo di festeggiamento. Dal maggio scorso il campanile di San Nicolò al Lido, anche di notte è ben visibile anche dal maree, da gran parte della laguna, e costituisce un bel punto di riferimento per navi e natanti. Ora il poeta Giacomo Bernasconi vi ha dedicato una sua bella poesia, e Attilio Carminati è al lavoro per una dedica speciale. Il merito è del nuovo impianto illuminotecnico, che funziona egregiamente con faretti a basso consumo energetico senza interferenze a qualsiasi sistema di navigazione. Il colpo d'occhio garantito è davvero suggestivo.

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 9 ottobre 2010

Pag 11 Trecentomila fedeli attesi per il Pontefice la macchina del turismo si mette in moto di Al.A.

Prime riunioni informali, da Jesolo a Cavallino disponibilità all’ospitalità. Pacchetti «Papa-Venezia». Ava: vogliamo dimostrarci all’altezza

 

Venezia - Papa+Venezia. Il pacchetto turistico è ancora in via di definizione perché otto mesi sono tanti anche per il settore dei viaggi, ma i tour operator si sono già messi all'opera da ieri mattina. E non da meno sono gli albergatori veneziani e mestrini che hanno iniziato ieri una serie di incontri informali per prepararsi con largo anticipo all'evento dell'8 maggio prossimo. Perché a sentire gli operatori del settore, la vista pastorale del pontefice Benedetto XIV potrebbe portare nel veneziano fino a trecentomila visitatori dai Paesi confinanti che si aggiungeranno alle fila delle migliaia di turisti che prenoteranno per la stagione primaverile finalmente in ripresa. «Non mi permetto di mescolare sacro e profano - dice il presidente di Federalberghi Marco Michielli - ma è evidente che la presenza del Santo Padre oltre a essere un momento di grande importanza per tutta la comunità sarà anche un evento che porterà respiro al settore alberghiero colpito da due anni di crisi». D'altro canto pare che le visite pastorali del papa si collochino per numero di presenze poco al di sotto di una partita dei mondiali di calcio o di una gara dell'America's Cup e potrebbero dunque agilmente riempire i circa sessantamila posti letto offerti dal veneziano a cui si aggiungono altre ventimila piazzole nei campeggi del litorale. I pellegrini che ogni anno si muovono per il mondo alla ricerca del sacro infatti sono oltre trecento milioni e solamente in Italia (a dire il vero sono Roma e il Vaticano a fare la parte del leone, ma anche Padova deve alla presenza del Santo un alto numero di visitatori) portano all'indotto turistico l'esorbitante cifra di tre miliardi e mezzo di euro. «La presenza del pontefice è un'esperienza straordinaria ma è anche un evento di grande importanza mediatica - spiega il vicepresidente dell'Ava Massimo Salviato - appena saranno noti i dettagli del viaggio organizzeremo un incontro con gli iscritti della nostra associazione per lanciare un appello al coordinamento: al di là del ritorno economico dei singoli imprenditori l'importante è dimostrarci all'altezza della presenza del santo padre o ne va dell'immagine di Venezia e dei veneziani». All'appello comunque pare siano disposti a rispondere tutti quanti i milleduecento albergatori del territorio provinciale (a cui si aggiungeranno anche gli altri duemila del resto della Regione perché senza dubbio l'evento coinvolgerà anche il padovano e il trevigiano) e anche tutti i campeggi sparsi nelle zone del litorale. Gli operatori in accordo con le varie agenzie di viaggio dei pellegrini a cui si appoggiano generalmente le diocesi daranno quindi precedenza ai gruppi parrocchiali rispetto ai normali turisti. E infatti così faranno i quattrocento alberghi di Jesolo, i campeggi del Cavallino e i quasi cento alberghi di Chioggia che potrebbero decidere, a seconda delle prenotazioni, di organizzare anche alcuni pullman o navette per il trasporto dei pellegrini al parco di San Giuliano dove probabilmente Benedetto XVI pronuncerà la messa domenicale per i fedeli. «Dobbiamo ancora capire quali saranno le disponibilità di sua santità in termini di orari e spostamenti - aggiunge l'assessore al Turismo Roberto Panciera - Il Comune si organizzerà per accogliere il pontefice nel migliore dei modi coinvolgendo anche gli operatori del settore perché sarà un evento di straordinaria tensione emotiva per tutti come in passato lo fu la visita di Giovanni Paolo II».

 

LA NUOVA di sabato 9 ottobre 2010

Pag 30 Chiesa ortodossa, il Pd apre al trasloco di Maurizio Toso 

Incontro tra consiglieri comunali e comitato contrario al progetto 

 

Zelarino. Per ora si tratta solo di un’apertura al dialogo. Ma una cosa è certa: anche il Partito Democratico comunale ha preso almeno in considerazione l’ipotesi che la chiesa ortodossa si possa costruire in un posto differente da via Marieschi a Zelarino. Nei giorni scorsi, infatti, si è tenuto un incontro tra il gruppo dei consiglieri comunali Pd e i rappresentanti di «Verde Futuro», il comitato di cittadini di Zelarino che si oppone alla realizzazione dell’edificio religioso in quella che, a loro dire, deve restare un’area verde utilizzabile dai residenti. Dietrofront del principale partito che sostiene Giorgio Orsoni? No, piuttosto una piccola apertura. «Abbiamo preso atto dei sentimenti di questo gruppo di cittadini - afferma Gianluca Trabucco, consigliere del Pd molto attivo a Zelarino - e abbiamo chiesto agli uffici comunali di valutare se esistano altre aree adatte a ospitare la chiesa ortodossa». Al momento la risposta non è ancora arrivata, ma quello che è certo è che la questione non solo tiene ancora banco ma pare destinata a essere argomento”caldo” ancora a lungo. La storia va ricordata almeno per sommi capi, visto che tutto nasce da uno degli ultimi atti della giunta Cacciari, quando l’allora presidente del consiglio comunale Renato Boraso, uomo del Pdl, riesce a fare approvare un atto che individua in via Marieschi il posto giusto per realizzare la chiesa ortodossa. Voto favorevole bipartisan, sorpresa della municipalità che negli ultimi giorni dell’esecutivo Dini si trova a dovere ratificare di fatto la decisione comunale. Il problema, però, è che sia i cittadini della zona, sia i genitori della vicina scuola non accettano l’idea che la chiesa debba essere costruita su un’area verde. E poco conta che, incartamenti alla mano, risulti che quell’area non è adibita a verde pubblico ma a opere di pubblica utilità. La polemica non si placa nemmeno quando la cubatura generale della chiesa viene ridotta. Nasce il comitato «Verde Futuro», sui cancelli delle case attorno al terreno spuntano striscioni polemici con l’intera operazione edilizia. Poi si parla di una possibile nuova location per l’edificio religioso, che dovrebbe sorgere nei pressi dell’ospedale dell’Angelo, ipotesi che però non è mai stata presentata ufficialmente. Ora questo incontro con il Pd, che ha accettato l’ipotesi di cercare un’area alternativa.

 

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8 – VENETO / NORDEST

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 10 ottobre 2010

Pag 1 La recessione demografica di Vittorio Filippi

 

Volendo rubare un termine agli economisti, diciamo che siamo in recessione. Una recessione piena, indiscutibile. Però questa volta non stiamo parlando di bilanci e di consumi, ma di bambini, di immigrati, di mortalità. In una parola di demografia, che oggi, nell’anno terzo dell’era della grande crisi, rivela un polso debole, debolissimo. Infatti i dati del primo trimestre del 2010, comparati con quelli di un anno prima, mostrano un Veneto in decisa frenata demografica, sotto tutti gli aspetti. Innanzitutto le nascite, con 276 bambini in meno; e poi gli immigrati, il cui saldo tra arrivati e partiti si è ridotto di più di tremila unità rispetto ad un anno fa. Curiosamente, e fortunatamente, cala anche il numero dei morti di ben 621 unità, segno di una longevità esemplificata dall’avere già di più di mille centenari nella regione. Insomma siamo nella stagnazione. Sarebbe da vedere quanto di queste tendenze derivi dalla crisi economica e quanto invece siano movimenti indipendenti, cioè strutturali o di lunga durata. Di sicuro la flessione migratoria dipende dall’andamento della domanda di lavoro, precipitata soprattutto nel 2009, mentre il calo della mortalità - e probabilmente anche quello delle nascite - non c’entra nulla con la cattiva congiuntura. Il problema è che, passata prima o poi la crisi economica, rimarrà quella demografica. Che si condensa su due soli numeri: 1,4 è il numero medio di figli per donna e 140 sono gli anziani che abbiamo ogni cento giovani. Il primo è un numero troppo basso per l’aritmetica del ricambio generazionale ed il secondo è troppo alto per un corretto equilibrio della popolazione. Ma consoliamoci. Un bambino su due tra quelli nati oggi avrà ottime probabilità di arrivare ai cent’anni mentre invece saranno pochini quelli che si sposeranno. Ma di sicuro siamo - e saremo - tutti giovanili, anche se non certo giovani (visti i numeri). Non importa. Stili di vita salutisti e tecnologici, abbigliamento, musica, fitness, trapianti, antiage e antirughe, lifting, liposuzione - e chi più ne ha più ne metta - compongono il fornitissimo bazar dell’eterna (o almeno lunghissima) giovinezza. D’altro canto se l’incertezza e la capricciosità costituiscono ontologicamente la giovinezza, allora siamo ormai tutti giovani(li), alla faccia dell’età anagrafica, un numerino ormai insignificante e predittivo di niente. Secondo i sondaggi, il termine vecchiaia andrebbe usato solo dopo gli ottant’anni, cioè in prossimità della morte. Insomma vecchio è impronunciabile, va fatto uscire dal vocabolario, meglio sostituirlo - come negli Stati Uniti - con maturo. In Italia solo un ultrasessantacinquenne su due si definisce anziano, mentre il 41 per cento si ritiene adulto ed il 5 per cento giovane! Viviamo un incantesimo di massa: mentre abbiamo più anziani che vivono più a lungo, mentre si diventa adulti sempre più tardi, mentre i bambini si riducono, nessuno invecchia più. Anzi, non c’è più nemmeno il verbo, ucciso e fatto sparire dal giovanilismo. Che rendendo tutti giovani(li) non ha più bisogno di giovani (veri).

 

Pag 4 Il consenso (ridotto) e lo scontro tra culture politiche di Umberto Curi

 

A distanza di sei mesi dall’insediamento, i dati relativi al «gradimento» dei veneti nei confronti di Zaia e della giunta da lui presieduta, risultanti dal sondaggio di Panel Data pubblicato ieri, sono molto significativi. Appena un po’ più della metà degli intervistati ha dichiarato una opinione positiva per quanto è stato fatto finora. Il che vuol dire che, nel periodo che va dallo scorso mese di aprile ad oggi, l’esecutivo regionale ha dilapidato una parte del consenso col quale era stato eletto, passando da una percentuale di ben oltre il 60%, a poco più del 50%. Non c’è da stupirsi. Anzi, i lettori potranno ricordare che, sulle pagine di questo giornale, già molti mesi fa avevo descritto uno scenario molto simile a quello che si sta ora manifestando. Non soltanto in diverse località stanno emergendo piccoli e grandi pasticci combinati da esponenti della Lega Nord, colti anch’essi con le mani nella marmellata nelle loro funzioni di amministratori locali. Ma, ciò che più conta, viene gradualmente a galla uno scarto sempre più netto fra gli annunci roboanti pronunciati durante la campagna elettorale, e la realtà ben più modesta delle realizzazioni pratiche. Difatti, se si guarda ai risultati concreti conseguiti in questi primi sei mesi di attività della giunta regionale, il bilancio è obbiettivamente molto deludente. Molte chiacchiere, certamente, tanti annunci e dichiarazioni di intenti, un uso assai smaliziato dei media, ma poi stringi stringi quasi nulla di minimamente significativo. Al contrario, come confermano i dati pubblicati nei giorni scorsi, relativi al numero dei provvedimenti approvati e alla frequenza delle sedute, il Consiglio regionale del Veneto brilla per la sua inefficienza, soprattutto a confronto col fatturato di altre regioni italiane, ivi comprese le tanto vituperate regioni del centro sud. Senza parlare di problemi ancora più gravi, sui quali grava anche l’ombra di possibili irregolarità amministrative, quali il «buco» della sanità. In ogni caso, anche sorvolando momentaneamente su questi ultimi aspetti, in attesa che venga fatta la necessaria chiarezza, il dato politico di fondo incontestabile è rappresentato da una maggioranza che si limita a vivacchiare, nel perfetto stile di tante amministrazioni democristiane del passato. Mentre vengono sempre più spesso al pettine i nodi di un governo regionale complessivamente latitante, almeno sulle grande questioni di questo territorio. Le ragioni di un avvio così balbettante sono numerose, e comunque non facili da sintetizzare. Vi è, certamente, la difficoltà di conservare a lungo l’identità che la Lega si è tenacemente costruita in questi anni, proponendosi come forza di governo e insieme anche come forza di opposizione, come soggetto politico che tuttavia strizza l’occhio all’antipolitica, come movimento radicato capillarmente nelle realtà locali, ma anche come protagonista della vita politica nazionale. Il giochetto, trascinatosi per anni soprattutto per l’evanescenza degli avversari politici, comincia a non reggere più. In particolare, il sostegno acritico costantemente ribadito alla persona di Berlusconi, più ancora che alla sua figura politica, entra troppo platealmente in contraddizione col moralismo predicato dal Carroccio. E’ difficile immaginare come potranno fare Zaia e gli altri dirigenti leghisti a spiegare ai loro militanti ed elettori perché la Lega continui ad avallare comportamenti personali del Cavaliere di Arcore (ma non era «il mafioso di Arcore», secondo la celebre definizione di Bossi?) e decisioni politiche come minimo imbarazzanti. Non solo le barzellette e le bestemmie, ma soprattutto un’azione di governo dominata dall’ossessione di tutelarsi dalle indagini della magistratura. Come se il Paese dovesse girare intorno a Berlusconi, anziché viceversa. Oltre a tutto ciò, e ad altro ancora, il punto più importante, abitualmente ignorato o minimizzato, è rappresentato dall’esplodere di una crisi, probabilmente irreversibile, non nella relazione personale tra Bossi e Berlusconi, insuperabili nell’arte di inventare compromessi, ma nel rapporto politico fra il Pdl e il Carroccio nel Veneto. La semiparalisi dell’amministrazione del Veneto scaturisce precisamente dallo stallo indotto da uno scontro che non viene allo scoperto, ma che non per questo è meno duro e costante. Uno scontro fra culture politiche e prospettive strategiche talmente diverse, da essere alla fine inconciliabili. Un dissidio che non riguarda dettagli trascurabili, ma l’impostazione di fondo e le finalità generali dell’azione di governo. Inutile dire che a patire le conseguenze di questo conflitto saranno i Veneti, proprio quei Veneti che, nel programma elettorale di Zaia, avrebbero dovuto essere i primi. E che ora saranno i primi a rimetterci.

 

IL GAZZETTINO di domenica 10 ottobre 2010

Pag 17 Veneto a scuola di adozioni di Federica Cappellato

La Regione investe nelle 26 équipe dei consultori familiari contro gli enormi problemi burocratici delle “nuove famiglie”

 

Trecento coppie venete all'anno tornano a casa allargando la famiglia. Portando con sé un bimbo straniero, soprattutto di nazionalità russa. Offrendogli il calore di una dimora, di una mamma e di un papà che lo accompagneranno nella crescita. È il pianeta adozioni che pone il Veneto, secondo solo alla Lombardia, tra le «terre dell'accoglienza», le regioni che più entusiasticamente spalancano le braccia ai figli non naturali. Orfani, abbandonati, soli. Ma c'è la necessità di velocizzare il percorso, troppo frammentato. «L'adozione - ricorda l'assessore per le politiche alla persona Remo Sernagiotto - è un fenomeno sociale e umano importante che sempre di più in questi anni, in modo particolare nel Veneto, ha coinvolto e continua a coinvolgere centinaia di coppie. Nella nostra regione sono attivi dei protocolli operativi che vedono in rete sia gli enti autorizzati del privato sociale sia il Tribunale per i minorenni di Venezia». É stato così inaugurato nei giorni scorsi a Padova il percorso formativo su «Il Sistema veneto adozioni» che coinvolgerà operatori dei servizi pubblici e privati, assistenti sociali, psicologi, rappresentanti delle 26 equipe adozioni che hanno sede nei consultori familiari veneti. «L'impegno di questa Regione su un tema così delicato è orientato a fornire le competenze e a formare in modo organico gli attori che sono chiamati in causa per sostenere, accompagnare ed aiutare le coppie aspiranti adottive a diventare una famiglia. Il patrimonio di »sapere" e di «saper fare» acquisito e maturato in questi anni dagli operatori regionali che lavorano nelle équipe adozioni consultoriali, permette - sostiene Sernagiotto - di portare a termine il percorso attingendo da un bagaglio di esperienze e competenze altamente qualificate. L'augurio e l'auspicio è che questa trasmissione di saperi si possa propagare, a cascata, su tutto il sistema regionale delle adozioni". Dal punto di vista strettamente operativo, l'iter formativo si sviluppa in quattro giornate di lavoro suddivise per aree tematiche: giuridico-normativa, psico-sociale e tecnico-metodologica. «Il valore di questa formazione non sarà solo misurato da quanto si riuscirà ad apprendere e da quanto si riuscirà a porre in rete, ma soprattutto - conclude - da quanto ciascuno riuscirà a mettere in pratica nel concreto, difficile quanto appagante, lavoro quotidiano per sostenere il miracolo della nascita di una nuova famiglia».

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 9 ottobre 2010

Pag 3 I veneti promuovono Zaia. Ma con riserva di Marco Bonet

Panel Data per il Corriere del Veneto a poco più di sei mesi dall’elezione. «Carente la politica per le famiglie e per le imprese». Fiducia dal 54%: «Lotta per l’autonomia». I critici: «Promesse non mantenute»

 

Venezia - Promosso, ma con riserva. A poco più di sei mesi dalle elezioni che con il 60% dei voti l’hanno issato sulla poltrona più alta del Veneto, Luca Zaia si conferma un campione del consenso ed il beniamino di buona parte dei veneti, dalle Dolomiti alla laguna. E però il governatore farebbe meglio a non appisolarsi sugli allori. I plebisciti portano con sé aspettative enormi ed in molti, specie tra gli imprenditori, sembrano aspettarlo al varco: le promesse delle elezioni vanno mantenute e non si può attendere in eterno. Il Corriere del Veneto-Corriere di Verona, attraverso un sondaggio commissionato all’istituto «Panel Data», ha bussato alle porte di ottocento veneti per una prima verifica sull’operato della giunta padano-pidiellina e sull’appeal del governatore (i risultati, che pubblichiamo nel grafico, sono consultabili anche sul sito www.agicom.it). Il dato di partenza è che, a sei mesi dal voto, oltre la metà degli intervistati considera positiva l’esperienza dell’amministrazione Zaia, mentre i «negativi» si fermano a poco più di un terzo. Uno su dieci, invece, preferisce non sbilanciarsi e attende l’esecutivo alla prova dei prossimi mesi, in particolare sui fronti caldi del lavoro e del sostegno alle famiglie, della scuola e degli aiuti all’imprese, che stanno in cima alle priorità dei veneti. Incuriosisce, poi, il dato disaggregato per età: i meno convinti da Zaia e i suoi sono infatti i giovani, che per il 18,6% restano indifferenti all’azione di governo mentre per il 39,4% ne danno un giudizio decisamente negativo. Il presidente «giovane», dunque, lascia con l’amaro in bocca uno dei suoi target di riferimento, mentre recupera alla grande tra gli ultra cinquantenni. I punti di forza dell’amministrazione sono stati l’impegno per una maggiore autonomia del Veneto, specie nella gestione di università, catasto, energia, sanità e polizia locale, e la riduzione dei costi della macchina regionale, in particolare per quel che riguarda il taglio agli stipendi della giunta ed il tentativo di snellire l’apparato burocratico del Palazzo. Una vittoria «di coalizione», a ben vedere, visto che il primo è uno dei cavalli di battaglia del Carroccio mentre la seconda porta la firma del vicegovernatore Pdl Marino Zorzato. Intanto si guarda con fiducia al nuovo statuto regionale sul modello della Catalogna, anche se i tempi di approvazione non sembrano immediati e nonostante alcune sconfitte, come quelle delle Olimpiadi del 2020 a Venezia e Miss Italia a Jesolo, fa breccia anche l’impegno profuso per dare maggior visibilità al Veneto. Ad incrinare il feeling tra Zaia e i veneti è invece la sensazione che molte delle promesse fatte in campagna elettorale non siano ancora state mantenute, a cominciare dal federalismo per arrivare alle infrastrutture passando per i servizi ai cittadini. La politica dell’annuncio, insomma, se non si accompagna ai fatti rischia alla lunga di trasformarsi in un autogol, perché carica di aspettative i cittadini che tendono poi a personalizzare con il governatore, star incontrastata sul palcoscenico politico, i fallimenti, oltre che le vittorie della giunta. Pesano poi i mancati sostegni alle famiglie e le politica economica di sostegno alle imprese, considerata «carente», poco propulsiva rispetto alla ripresa. Nel complesso, comunque, secondo gli intervistati i primi sei mesi del governo Zaia rispecchiano piuttosto fedelmente lo slogan «Prima i veneti» che ha contraddistinto la campagna elettorale del governatore e che, è innegabile, ha caratterizzato questa prima fase amministrativa. Una linea che però la Regione è chiamata ora a confermare, pur con una certa serenità: il 56% dei veneti, infatti, confermerebbe la fiducia data al presidente alla fine del marzo scorso.

 

Pag 21 Immigrati buoni e cattivi. Le bugie della politica di Massimiliano Melilli

 

Il duplice omicidio di Padova (due maghrebini uccisi) ha fatto travasare sulla città e sui migranti il solito carico di bile. La vulgata corrente esprime un’equazione ormai ricorrente: immigrazione uguale criminalità. L’altro abbaglio è inserire nello stesso contesto di sangue e sicurezza le ragioni del mondo del lavoro legate ai flussi migratori. Intanto dovrebbe farci riflettere un duplice omicidio in quanto tale e non perché su base etnica o per la nazionalità delle vittime. Il punto è che i tempi sono ormai maturi e il Veneto che storicamente accoglie e integra lo ha ampiamente dimostrato, per smetterla con inutili proclami e invettive a perdere, con tanto di chiusura delle frontiere, come auspicato dal Zaia. L’armonizzazione della società non è solo il tratto delle società aperte e moderne, come ragiona il sociologo Ulrich Bech. La variabile, riflette il Nobel per l’Economia Amartya Sen, è data dal livello di welfare e di politiche messe in campo sull’immigrazione. In un Paese come il nostro che spende 350 milioni di euro in politiche della sicurezza ma meno di 100 per welfare e integrazione, è normale che alla resa dei conti regni il caos. Peraltro, esercito, ronde, mezzi e atti speciali messi in campo dal Governo non solo non hanno evitato il duplice omicidio di Padova ma purtroppo non rappresentano alcun deterrente alla voce sicurezza. Sono welfare e patti sul lavoro che fanno la differenza, non le politiche di ordine pubblico. Su base europea, negli ultimi cinque anni, è cresciuta la richiesta di teste straniere mentre è calata quella di braccia, a testimonianza che i neuroni non sono solo di esclusiva proprietà di noi occidentali. Altro grande errore è dividere le comunità straniere in buone e cattive. «In ogni comunità è insito il bene e il male, la verità e la menzogna, l’onestà e la disonestà» ammoniva Martin Luther King. Ma a noi non piace armonizzare, aiutare, incentivare il ruolo dei migranti nella nostra società. Se lo facciamo, lo facciamo malvolentieri perché l’altra vulgata sempre più radicata vuole che «i migranti ci tolgono lavoro, case, serenità». A noi piace smarrirci in una melassa inutile di risse fra partiti, da sinistra al centro a sinistra sull’immigrazione, dimenticando che ormai è fenomeno globale. Il Veneto fa i conti con cinquecentomila stranieri di cui quasi cinquantamila irregolari. Sarebbe interessante capire, di quest’ultima quota, quanti ancora attendono il «contratto di soggiorno» chiesto mesi fa, con le questure intasate dal carico eccessivo di lavoro e da agenti di polizia costretti a rendere un servizio che potrebbero svolgere Comuni, Province, Regioni, Prefetture. E poi, siamo proprio sicuri che fra quei cinquantamila irregolari si nascondano pericolosi emuli di Bin Laden o piuttosto non si «annidino» muratori, badanti e colf che per nostra comodità è meglio far lavorare in nero, sotto la minaccia del licenziamento? Una recente ricerca della Fondazione Agnelli rivela una verità fin troppo trascurata: nove migranti irregolari su dieci vogliono emergere dalla clandestinità. Chiedono di diventare cittadini regolari. Il paradosso è che da anni lavorano spesso in condizioni di disagio e pericolo mentre il volume delle loro rimesse nei Paesi d’origine lievita di anno in anno. Parliamo di ricchezza che banche e società private gestiscono con profitto. I migranti che vivono fra noi sono ostaggi di una duplice sindrome: oneri e onori. Con un distinguo. I primi crescono a dismisura, i secondi si assottigliano a vista d’occhio. Tanto noi siamo italiani e loro stranieri.

 

IL GAZZETTINO di sabato 9 ottobre 2010

Pag 8 Scuola, proteste ed eccessi

Venezia: due ragazzi in coma etilico dopo il corteo. Treviso: violenta rissa tra studenti ubriachi

 

Venezia - Cortei ma anche risse. Proteste ed eccessi alcolici. La scuola ieri si è fermata per lo sciopero nazionale contro la riforma Gelmini, ma non sono mancati momenti di tensione. A Treviso a scatenarli sono stati gruppi di ragazzi ubriachi. Mentre a Venezia due manifestanti sono finiti in ospedale in coma etilico. Oltre 300mila studenti - secondo fonti di agenzia - sono scesi in piazza ieri in tutta Italia, in circa novanta cortei. Assieme ai liceali hanno sfilato in corteo anche tanti universitari, ricercatori e 'precari' dell'istruzione. Una saldatura che potrebbe non esaurirsi, a sentire le associazioni studentesche - Uds-Link, Udu, Rete degli studenti, Fds, Run - che hanno promosso la mobilitazione preannunciando un «autunno caldo» se il Governo persisterà nella sua sordità. A Roma la giornata di protesta è cominciata di buon'ora. Alle 6.30 due striscioni sono stati piazzati davanti al ministero dell'Istruzione: «Voi l'incubo, noi la sveglia» recitava uno, «La paura fa 90... cortei in tutta Italia» l'altro. In Veneto sono stati oltre 20mila, secondo la "rete", i ragazzi che hanno manifestato in tutti e sette i capoluoghi; i cortei più numerosi a Venezia (circa 5.000 persone), Treviso e Padova. Netto il giudizio del ministro Gelmini secondo la quale la protesta ripropone «vecchi slogan di chi vuole mantenere lo status quo».

ECCESSI ALCOLICI - Nei molti cortei non sono mancati anche momenti di tensione. A Milano un poliziotto è rimasto ferito a un occhio da spray urticante durante uno scontro nei pressi dell'università. A Torino quattro giovani sono stati denunciati dalla Questura: tre di loro di 15, 16 e 17 anni sono stati trovati con una mazza da baseball, sfollagente e bastone da carpenteria. Un quarto, di 17 anni, dovrà rispondere di essersi coperto il volto e di avere lanciato delle uova contro la sede del Miur. Decine di denunciati a Firenze per i disordini scoppiati tra collettivi di sinistra e giovani di destra. Durante la manifestazione sono stati lanciati fumogeni, bottiglie e uova contro un istituto privato. Poi i tafferugli tra giovani di sinistra e di destra. A Venezia due studenti si sono sentiti male ed è scattato l’allarme. Poco dopo mezzogiorno, la Volante e il Suem sono intervenuti vicino a campo San Rocco per soccorrere due quindicenni in coma etilico: erano in stato confusionale e non riuscivano a rispondere alle domande degli agenti. Poi sono trasferiti al pronto soccorso di Mestre. A Verona, a causa dell'intervento di tre facinorosi estranei alla manifestazione, si sono avuti momenti di tensione durante i quali un poliziotto è rimasto lievemente ferito. I tre hanno lanciato bengala, fumogeni e uova con all'interno vernice blu contro la filiale di una banca. Uno degli agenti intervenuti è stato colpito al volto dalla fiammata di un bengala riportando delle lievi ferite. I tre sono stati bloccati e portati in Questura. La manifestazione di Treviso, con l’inedita sfilata nello stesso corteo di studenti di estrema sinistra e destra, ha avuto per epilogo una violenta rissa. Non per motivi politici, bensì etilici. Poco dopo le 14.30, in via Lungosile Mattei ad accapigliarsi sono stati dei giovani in preda ai fumi dell’alcol. Uno dei coinvolti è stato centrato sulla testa da una bottiglia ed è stato necessario l’intervento del Suem.

IL MINISTRO - La protesta - ha commentato il ministro - «mi pare riproporre vecchi slogan di chi vuole mantenere lo status quo, di chi è aprioristicamente contro qualsiasi tipo di cambiamento e crede di usare la scuola come luogo di indottrinamento politico della sinistra». E ancora. «Non sono certo manifestazioni spontanee che uniscono studenti e professori ma si tratta di manifestazioni politiche organizzate da militanti contrari al governo e alle riforme». Critiche che hanno suscitato immediate repliche dal Pd, che ha invitato il ministro ad ascoltare e a non pontificare, e dalle associazioni studentesche: «Noi vogliamo cambiare, e subito, il nostro Paese e la nostra scuola! Cominciamo - ha risposto la Rete - con il cambiare questo ministro dell'Istruzione».

STUDENTI PDL - «Va in scena lo spettacolo imbarazzante che gli studenti di sinistra hanno organizzato, con il placet del sindacato rosso dei professori, contro una riforma della scuola che sceglie di valorizzare il merito e che razionalizza la spesa corrente della scuola italiana», ha dichiarato Virgilio Falco, dirigente nazionale di Alternativa studentesca, il movimento vicino ai giovani del Pdl. «Sappiamo anche - continua - che tra chi manifesta ci sono anche quei teppisti che tre giorni fa hanno sfondato il portone del provveditorato agli studi di Pisa e hanno aggredito fisicamente e verbalmente il presidente della Consulta provinciale degli studenti e un membro del Parlamento degli studenti della Toscana. Per questo chiediamo alle altre associazioni studentesche un confronto sulle proposte di riforma scolastica accantonando la violenza di matrice sessantottina tipica di certi ambienti estremisti».

 

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… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 I fantasmi dei partiti di Paolo Franchi

 

Quali siano gli «errori» commessi, Berlusconi tralascia di dirlo. Ma di una cosa si dichiara certo: la colpa è del partito, non del governo. Paolo Bonaiuti minimizza, assicurando che Berlusconi si riferisce alla nascita di Futuro e Libertà. Fa il suo mestiere, ma è difficile credergli. Curiosamente, anzi, il giudizio del fondatore del Pdl suona, all’apparenza, abbastanza simile a quello del cofondatore. Come Gianfranco Fini, Berlusconi sembra riconoscere che il partito varato dall’alto di un predellino si è rivelato impari alla bisogna. Però Fini, nel bene e nel male, è un uomo di partito, ai partiti attribuisce un ruolo insostituibile, addirittura una missione: tanto è vero che sta provando, vedremo con quali fortune, a costruirne uno nuovo. Berlusconi no: tanto è vero che parla come chi considera il suo partito e le sue vicende interne quasi come un peso, un impaccio, e dà l’impressione di non sapere bene che cosa farne. Alle prime avvisaglie del divorzio dal presidente della Camera, all’inizio dell’estate, aveva dato addirittura l’impressione di rieditare l’antico motto di Lassalle, di Lenin e di Stalin, secondo il quale il partito, epurandosi, si rafforza. Poi aveva annunciato di voler dedicare alla riorganizzazione e al rilancio del Pdl, finalmente epurato dalla sua quinta colonna, buona parte delle sua vacanze di agosto. Adesso che è arrivato l’autunno, però, nonostante i sondaggi, seppure in calo, continuino a collocarlo dalle parti del 30 per cento dei voti, non sembra convinto dei risultati raggiunti. E non bastano a rassicurarlo discorsi un po’ surrealisti, come quello di Renato Brunetta, che ora invoca più dibattito interno e maggiori legami con il territorio, ma nei giorni scorsi descriveva il Pdl come «una meravigliosa schifezza» e nello stesso tempo come «un partito straordinario», «pieno di problemi e di rogne», sì, ma pure «forte e consapevole di rappresentare il meglio dell’Italia». Non è più tempo di allegri caravanserragli. Peccato che nessuno (non solo Berlusconi) sappia esattamente di che cosa d’altro sia venuto il tempo. A meno che non si creda davvero che, per venire a capo dei guai del Pdl, basti trovare nuovi metodi per l’elezione dei dirigenti periferici. O che all’inesistenza di un partito propriamente detto (pesante o leggero, tradizionale o inedito qui poco importa) si possa ovviare attivando 61 mila «team della libertà», uno per ciascuna sezione elettorale, votati a propagandare i risultati conseguiti sin qui e a mobilitare i cittadini a sostegno di quanto il governo, sempre che duri, farà di qui in avanti. È probabile che le critiche pesanti rivolte da Berlusconi al suo partito (oltre che a Fini) abbiano anche una spiegazione molto più prosaica, che cioè il Cavaliere abbia semplicemente fatto un po’ di propaganda a difesa sua e dell’esecutivo, aggiungendo, ai tanti elencati sinora, un nuovo colpevole su cui riversare la responsabilità dello stato precario in cui versano governo, maggioranza e legislatura. Ma anche in questo caso, per nulla rassicurante (finora non si era mai visto un premier, che è anche il leader per definizione indiscusso e indiscutibile del partito di larga maggioranza, reagire alle difficoltà prendendosela con il partito medesimo), gli interrogativi di cui sopra, che non riguardano solo il Pdl, resterebbero intatti. Alla vigilia delle ultime elezioni politiche era stata solennemente promessa non solo la rapida messa a regime del bipolarismo italiano, ma addirittura una sua evoluzione, in tempi ragionevoli, verso il bipartitismo. Due anni e mezzo dopo, il Pd continua a risultare non pervenuto e il Pdl versa nelle condizioni che lo stesso Berlusconi riconosce. Altro che bipartitismo. C’è di tutto: a Nord cresce una già forte formazione a base territoriale, al Centro resiste, tra molti scricchiolii, un insediamento antico della sinistra, nel Mezzogiorno si espandono partiti personali e trasformismi. Mancano solo, caso unico in un’Europa che pure conosce la crisi della vecchia forma partito, grandi partiti nazionali. Si fa della politologia segnalando pacatamente che questa assenza con la crisi italiana ha parecchio da spartire?

 

Pag 33 Le ultime parole di Maometto di Ranieri Polese

Un thriller sul (falso) testamento del Profeta che sconfessa la violenza

 

Il manoscritto che il giornalista Paul Mesure porta a Parigi da Timbuctu è un oggetto molto pericoloso. Contiene le ultime parole di Maometto, quel testamento che la tradizione ha sempre detto che non fu mai scritto nonostante la richiesta del Profeta di dettarlo. Mesure non lo sa, non legge il siriaco, quella varietà dell’aramaico parlata in Medio Oriente sostituita più tardi dall’arabo. Intuisce vagamente l’antichità del codice e si rivolge a un antiquario per venderlo. Così, seppure limitata al ristretto cerchio dei bibliofili, la notizia comincia a circolare e subito si scatena una guerra. Che costerà molti morti. Da un lato c’è una squadra speciale americana che vorrebbe pubblicare il testo (il Profeta sconfessa la violenza) per togliere ogni giustificazione religiosa al terrorismo di matrice islamica. I servizi segreti pachistani, invece, vorrebbero sopprimerlo. Ma interviene anche un efferato jihadista algerino. In mezzo c’è la polizia parigina e a condurre le indagini è il commissario Serge Sarfaty, un investigatore molto particolare, studioso della storia delle religioni, conoscitore della lingua e della cultura arabe, affascinato dal mistero di questo codice destinato a cambiare la conoscenza dell’Islam. Questa, in estrema sintesi, la trama de Il testamento siriaco, un thriller uscito in Francia da Rivages nel 2009 che ora arriva nelle librerie italiane (Mondadori, pp.526, 20). L’autore si copre dietro e uno pseudonimo, Barouk Salamé, una scelta di prudenza - dice lui stesso - per scongiurare il rischio di reazioni integraliste. Del resto, prima che François Guérif, direttore di Rivages, decidesse di pubblicarlo «molti altri editori si erano defilati, anche se il libro gli era piaciuto molto» ci ha detto lo scrittore, raggiunto via mail. Francese, cinquantenne, consulente di programmi tv, Salamé è cresciuto in un Paese musulmano (un’estate i genitori lo avevano mandato a frequentare una scuola coranica), parla l’arabo, ricorda la voce del muezzin e gli anni in cui non c’erano ancora manifestazioni di violenta intolleranza anche se «non fu proprio una stagione idilliaca, visto che ero francese e cristiano in un Paese islamico che aveva conosciuto la colonizzazione europea». Nel testamento che Salamé crea per il suo romanzo, Maometto dice che l’Islam non è una religione di violenza e non si dà pace per i massacri che hanno accompagnato la diffusione del suo messaggio. E poi ammette di sapere che il suo Corano sarà emendato e riscritto per fini politici. Questo significa che il Corano quale noi lo leggiamo è opera dell’uomo, ovvero dei successori di Maometto. «Si tratta di un romanzo, e il contenuto di quel testamento è frutto di invenzione. Non del tutto inverosimile, comunque è fiction. Quanto alla questione del Corano, devo ricordare che nei Paesi musulmani la critica testuale del Libro sacro è proibita, quello che avviene in Occidente, con l’analisi filologico-storica della Bibbia e dei Vangeli, da loro è impossibile. A me interessava invece capire com’era nata quella religione e cos’era prima di ricevere la sistemazione nel Libro» spiega Salamé. «Nessuna religione nasce dal nulla, nella Bibbia si trovano echi forti, per esempio, del Poema di Gilgamesh, il Cristianesimo degli inizi era molto legato a sette ebraiche molto politicizzate. Così, gli studi occidentali sull’Islam hanno mostrato come la religione musulmana si è sviluppata a partire da ceppi del Cristianesimo che rifiutavano la Trinità, ma questi saggi sono proibiti nei Paesi arabi». Tutto questo può essere motivo di scandalo per i credenti. «Lo è senz’altro per gli ignoranti fanatici che leggono il Corano alla lettera...». Lei per questo propone una lettura diversa. «Certo, perché è un testo con molti significati e necessita di vari livelli di lettura. Nemmeno la Bibbia oi Vangeli possono essere letti alla lettera. Per esempio i passi, del Corano e della Bibbia, che incitano alla violenza, che risalgono a un’epoca in cui solo la forza e la violenza erano rispettate. È un err or e dar ne una lettura letterale, significherebbe svisare il contenuto profondo di quei libri. Oggi, poi, il pericolo è ancora maggiore dato che l’Islam è stato preso in ostaggio da minoranze di fanatici il cui scopo è molto lontano dalla religione, la loro ambizione è essenzialmente politica, quella cioè d’imporre un regime totalitario basato su una versione arcaica e barbara della sharia. Perché la sharia non è quel corpo di leggi crudeli che si applica in alcuni Paesi, è una cosa molto più complessa». Lei parla di minoranze, ma l’impressione è che i fanatici siano molti e diffusi in molti Paesi. «Non è vero, sono un movimento di retroguardia non molto numeroso. Molto virulento, ma destinato a scomparire. Certo ci vorranno ancora molti decenni perché questo accada». Hanno detto che il suo libro è stato pubblicato in Algeria, Marocco e Tunisia. «Lo ha scritto un giornalista, ma è un errore. La verità è che il libro in francese si vende in quei Paesi. Non molte copie, e del resto i giornali non se ne sono occupati. Su Internet e nel passaparola ci sono state reazioni molto positive, per qualcuno è come se il libro avesse spalancato una finestra su cose non dette sull’Islam. Quelli però sono Paesi in cui basta che gli ambienti religiosi più conservatori si pronuncino contro, e quel libro viene subito ritirato». Il testamento siriaco funziona come un thriller di azione. «È un thriller. Ho scelto questo genere perché consente di usare un intreccio avventuroso per far passare considerazioni sulla società, la politica, una visione del mondo insomma. Ci sono autori di thriller che mi piacciono molto e mi hanno influenzato, come Dennis Lehane, Robert Littell, Jim Nisbet. Nel mio caso mi premeva, all’interno di questa caccia a un libro misterioso, introdurre una riflessione sull’Islam, e sulla religione in generale». Un po’ sull’esempio di Dan Brown. « Il Codice da Vinci è conosciuto in tutto il mondo, ma non è certo stato il primo libro a esplorare le origini di una religione. Se dovessi citare i testi cui sono debitore, direi prima di tutto La storia di Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann che esplora le origini del Giudaismo. È un libro vasto come un fiume che mi ha lasciato una forte impronta e mi ha fatto sognare; per scrivere Il testamento siriaco ne ho riletto alcuni passaggi, e qua e là nel mio libro ci sono delle citazioni nascoste. Se Il codice da Vinci è importante (malgrado la sua scarsa cura della coerenza storica) lo è perché ha mostrato che il pubblico è nuovamente affascinato dalla storia delle religioni, proprio come avveniva all’inizio del ’900. E ha mostrato anche che, nonostante la secolarizzazione occidentale, il sacro, il divino, le sue origini, la sua evoluzione continuano a interessare il pubblico, soprattutto nella versione cristiana. Io mi sono occupato dell’Islam, che riguarda tutti noi anche perché il pericolo terrorista è alle porte di casa nostra».

 

Pag 36 Giornali, pm e questioni di principio. Se gli italiani non s’indignano di Piero Ostellino

Il caso Marcegaglia

 

Sky ha posto ai suoi ascoltatori - cito a memoria - questo quesito: «È giusto che la magistratura abbia fatto una perquisizione "preventiva" al Giornale? Per rispondere "sì" premete il tasto X, per rispondere "no" il tasto Y». In Inghilterra (o negli Stati Uniti) chi chiedesse se sia giusto (o sbagliato) fare una perquisizione «preventiva» a un giornale, nella prospettiva che pubblichi un’inchiesta - solo da noi la si chiama dossier - sul presidente degli industriali sarebbe preso per pazzo. Nell’Italia delle inchieste giornalistiche chiamate dossier, invece, si pone tale quesito - come se perquisire un giornale fosse la cosa più naturale del mondo - perché, evidentemente, si sa (Sky, dopo tutto, ha fatto il suo mestiere) da che piede zoppichino gli italiani. E, infatti, gli italiani interpellati non si indignano, non danno del pazzo a Sky, ma rispondono: il 60 per cento «sì» (la magistratura ha fatto bene) e il 40 «no» (ha fatto male). Questa è la differenza fra un Paese normale e un Paese anormale, per non dire fra uno civile e l’altro incivile. Insomma, che, piaccia o no, con la testa - la camicia l’abbiamo cambiata (e più volte) - siamo ancora fermi al ’22. Non diversamente da Sky si è comportata la signora Marcegaglia, che conosce altrettanto bene i suoi polli. In un Paese normale, avrebbe aspettato che uscisse l’inchiesta, o dossier, comunque la/lo si definisca, e poi - se le cose riferite le fossero parse lesive della sua Persona - avrebbe querelato il giornale e atteso fiduciosamente la sentenza di un Tribunale. Da noi, invece, la presidentessa di Confindustria non ha telefonato al direttore - cosa già in sé anomala in un Paese normale - ma all’editore, al presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri (cosa, peraltro, usuale in un Paese anormale), per sapere come stavano le cose, e confessato a magistrati molto «ricettivi» allo scandalismo di sentirsi minacciata da una (supposta) inchiesta giornalistica (o dossier), che (forse) sarebbe uscita/o di lì a qualche giorno. Cose da pazzi. Lo dico oggettivamente, senza pregiudizio nei confronti delle parti in causa. Non vorrei, infatti, essere convocato da qualche Procura come «giornalista liberale (ahi) che commenta i fatti sottolineandone (ahi) la surrealtà». Voglio credere, e non ho alcuna ragione di dubitare, che la signora Marcegaglia non abbia nulla da nascondere né come industriale né come presidente di Confindustria. E sono convinto che non tema nulla e non avrebbe fatto nulla se vivessimo in un Paese normale nel quale non si scatenano campagne di delegittimazione personale a mezzo stampa. Ma dell’opinione che, invece, tutti abbiano sempre qualcosa da nascondere - parafrasando Voltaire, «intercettate, intercettate, qualcosa uscirà» - è, evidentemente, una parte della magistratura. «A che serve ascoltare Porro?», si chiede Il Riformista di Antonio Polito, che così conclude: «E quando la privacy è quella dei giornalisti, si chiama libertà di stampa». Sottoscrivo. Come i lettori certamente intuiscono, cito un giornale di sinistra per cercare di mettermi (temo vanamente) al riparo - liberale sì, fesso no - in questo Paese anormale dall’accusa di difendere Feltri o, peggio, Berlusconi. Poiché, però, la madre dei cretini è sempre incinta, preciso ulteriormente - rifacendomi ancora una volta all’«odiata Albione» (per quelli fermi al ’22) - che sto parlando di principi (come fanno i gentiluomini), non di persone (come fa la servitù), secondo il noto proverbio inglese. Vado avanti ragionando e cercando di far ragionare. Conversazioni come quella del vicedirettore del Giornale, Nicola Porro, col portavoce della signora Marcegaglia, Rinaldo Arpisella, scherzosa o maliziosa che fosse - e quella stessa della signora Marcegaglia a Confalonieri - ne corrono a centinaia, tutti i giorni, sul filo del telefono, fra i responsabili delle Relazioni esterne di aziende e di enti pubblici o privati e il mondo, compreso quello dei media, che li circonda. Se vogliamo metterla giù dura, come ha fatto la magistratura, le parole di Porro sono un tentativo di «violenza privata»; la telefonata della Marcegaglia a Confalonieri è un tentativo di impedire alla libera stampa di fare il proprio mestiere. Poiché scrivo per un giornale né antiberlusconiano né filoberlusconiano, ma vivaddio per il Corriere della Sera, che cerca di essere liberale, non mi scandalizzo e dico che, fino a prova contraria - di Codice civile e penale, e di Costituzione - siamo ancora «nella normalità di un Paese anormale» (diciamo corporativo); non nella società criminale del Caimano o a un tentativo (oltre tutto malriuscito) di impedire alla libera informazione di fare il proprio mestiere da parte dei «poteri forti» (una corporazione, per restare in tema). È un’incombenza, quella del moralista a senso (politico) unico, che lascio volentieri a chi scrive su altri giornali, permettendomi solo di dubitare che si tratti di giornalismo. Concludo con una lettera di un mio lettore che mi pare meritevole di attenzione da parte della classe politica e non solo di quella di maggioranza. Nel «Dubbio» di sabato scorso avevo escluso che spetti a una Commissione parlamentare indagare sull’uso che singoli magistrati fanno delle intercettazioni. Mi scrive il lettore: «Dissento. In uno Stato costituzionale, il Parlamento ha il diritto-dovere di conoscere le ragioni per le quali lo Stato deve pagare 213 milioni di euro per le carcerazioni illegittime, preventive e non. Un fenomeno vasto e drammatico. Anche perché il Parlamento potrebbe/dovrebbe tenerne conto ai fini della sua attività legislativa - motivazione tipica delle Commissioni parlamentari d’inchiesta - cioè al fine di raddrizzare eventuali storture normative. Un’indagine siffatta implica l’audizione del Guardasigilli, del Presidente e del Procuratore generale della Cassazione, del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura e dei capi dei principali uffici giudiziari. Non più di trenta-quaranta persone in tutto. Nel vuoto di iniziativa da parte del Csm, sarebbe un’iniziativa di grande spessore democratico-liberale e costituzionale. Ma dov’è questo slancio democratico in un Paese dove l’uno, il Cavaliere, ha il solo interesse a liberarsi dei suoi processi e gli altri quello di fotterlo in qualunque modo?».

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 Così colpisce la fabbrica dei dossier al servizio del Cavaliere di Giuseppe D’Avanzo

 

Ci si può anche svagare e chiamare il direttore del giornale di Silvio Berlusconi Brighella. Brighella, come la maschera della commedia dell'arte che nasce nella Bergamo alta: un attaccabrighe, un briccone sempre disponibile "a dirigere gli imbrogli compiuti in scena, se il padrone lo ricompensa bene". Un bugiardo che di se stesso può scrivere senza arrossire: "Sono insofferente a qualsiasi ordine di scuderia, disciplina, inquadramento ideologico. Mi manca la stoffa del cortigiano". La canzonatura finirebbe per nascondere un meccanismo, un paradigma che trova nell'uomo che dirige il giornale del Capo soltanto un protagonista di secondo ordine e nel lavoro sporco, che accetta di fare, solo uno dei segmenti di un dispositivo di potere. Tuttavia. Da qui è necessario muovere. Dal mestiere del direttore del giornale di Berlusconi in quanto la barbarie italiana, che trasforma in politica la compravendita del voto e quindi la corruzione di deputati e senatori, definisce informazione - e non violenza o abuso di potere - la torsione della volontà, la sopraffazione morale di chi dissente dal Capo attraverso un'aggressione spietata, distruttiva, brutale che macina come verità fattoidi, mezzi fatti, fatti storti, dicerie poliziesche, irrilevanti circostanze, falsi indiscutibili. Un'atrocità che pretende di restare impunita o quanto meno tollerata perché, appunto, giornalismo. Ma, quella roba lì, la si può dire informazione? È un giornalista, il direttore del giornale di Silvio Berlusconi? Il suo mestiere è il giornalismo? Vediamolo al lavoro nel "caso Boffo", quindi nel momento inaugurale in cui egli mette a punto quel che, con prepotente mafiosità, gli uomini vicini al capo del governo definiscono ora "il metodo Boffo". Sappiamo come sono andate le cose. Dino Boffo critica, con molta prudenza, lo stile di vita di Berlusconi e si ritrova nella lista dei cattivi. Dirige un giornale cattolico e non può permettersi di censurare il capo del governo. Deve avere una lezione che dovrà distruggerlo senza torcergli un capello. Il colpo di pistola che liquida il direttore dell'Avvenire è la prima pagina del giornale di Berlusconi. Sarà presentato così: "Dino Boffo, alla guida del giornale dei vescovi e impegnato nell'accesa campagna di stampa contro i peccati del premier, intimidiva la moglie dell'uomo con il quale aveva una relazione". Le prove dell'omosessualità di Boffo? Non ci sono. L'unico riscontro proposto - un foglietto presentato come "la nota informativa che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del grande moralizzatore" - è uno strepitoso falso. In un Paese non barbarico il giornalista autore di quello "sconclusionato e sgrammaticato distillato di falsità e puro veleno costruito a tavolino per diffamare", come scrive Boffo, avrebbe avuto qualche rogna. Forse avrebbe visto irrimediabilmente distrutta la sua reputazione perché, caduto l'Impero sovietico, la calunnia consapevole non può essere definita giornalismo. Non accade nulla. Anche i petulanti "liberali" - intimoriti o complici - tacciono, ieri come oggi. Si rifiutano di prendere atto che in quel momento - agosto 2009 - si inaugura la metamorfosi di un minaccioso dispositivo politico che già si era esercitato - con un altro circuito, con altri uomini - tra il 2001 e il 2006. Nella XIV legislatura, durante il II e il III governo Berlusconi s'era già visto all'opera un network di potere occulto e trasversale concentrato nel lavoro di disinformazione e specializzato in operazioni di discredito. Un "apparato" legale/clandestino scandaloso, ma del tutto "visibile". Era il frutto della connessione abusiva dello spionaggio militare (il Sismi di Nicolò Pollari) con diverse branche dell'investigazione, soprattutto l'intelligence business della Guardia di Finanza; con agenzie di investigazione che lavorano in outsourcing; con la Security privata di grandi aziende come Telecom, dove è esistita una "control room" e una "struttura S2OC" "capace di fare qualsiasi cosa, anche intercettazioni vocali: poteva entrare in tutti i sistemi, gestirli, eventualmente dirottare le conversazioni su utenze in uso, con la possibilità di cancellarne la traccia senza essere specificatamente autorizzato". Ricordiamo quel che accadde (ormai agli atti e documentato). Dopo la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, questa piattaforma spionistica pianifica operazioni - "anche cruente" - contro i presunti "nemici" del neopresidente del Consiglio. Ne viene stilato un elenco. Si raccolgono dossier. Quando è necessario si distribuiscono nelle redazioni amiche, controllate o influenzate dal potere del Capo e trasformate in officine dei veleni. Per dire, il giudice Mario Vaudano è un "nemico". Pochi lo conoscono, ma ha avuto un ruolo fondamentale nell'inchiesta Mani Pulite. Era in quegli anni al ministero di Giustizia e si occupava delle rogatorie estere richieste dal pool di Milano. Se ne occupava con grandi capacità e la sua efficienza lo trasforma in una "bestia nera" da annientare. Tanto più che il giudice - incauto - vince un concorso per l'Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF: protegge gli interessi finanziari dell'Unione europea, contrastando la frode, la corruzione, ogni altra forma di attività illegale). La nomina di Mauro Vaudano "viene bloccata personalmente da Berlusconi" (Corriere della sera, 11 aprile 2002) mentre si mette in moto il dispositivo. Un ufficio riservato del Sismi spia il bersaglio (anche la moglie francese del giudice, Anne Crenier, giudice anche lei, scoprirà e denuncerà di essere stata spiata dal Sismi con intrusioni nella sua posta elettronica). Il fango raccolto sarà depositato nella redazione del giornale di Berlusconi. Campagna stampa. Intervento del ministro di giustizia che alla fine avvierà contro il povero giudice un'inchiesta disciplinare. Qui non importa capire se queste mosse sono configurabili come reato. È necessario comprenderne il movimento, isolare i protagonisti, afferrare i modi e l'azione di un potere micidiale - politico, economico, mediatico - capace di stritolare chiunque. È un potere che si dispiega in quegli anni, come oggi, contro l'opposizione politica, contro uomini e istituzioni dello Stato rispettose del proprio ufficio pubblico e non piegate al comando politico, contro il giornalismo non conforme. Una commissione d'inchiesta parlamentare - Telekom Serbia - diventa fabbrica di miasmi. Con lo stesso canone. Si scova un figuro disposto a non andare troppo per il sottile. Si chiama Igor Marini. Lo presentano come consulenze finanziario, come conte, è un facchino dell'ortomercato di Brescia. Lo si consegna ai commissari e quindi alla stampa amica. Quello diventa un fiume in piena. Rivelazioni clamorose accusano l'intero vertice dell'opposizione (Prodi, Fassino, Dini, Veltroni, Rutelli, Mastella). Il giornale del Capo dedicherà trentadue (32) prime pagine alle frottole di quel tipo oggi in galera per calunnia. Alla vigilia delle elezioni 2006 la consueta macchina denigratoria si muove ancora contro Romano Prodi, leader dell'opposizione. L'ufficio riservato del Sismi prepara un falso documento. Lo si accusa di aver sottoscritto accordi tra Unione europea e Stati Uniti che legittimano i sequestri illegali della Cia come il rapimento in Italia di Abu Omar. Il dossier farlocco sarà pubblicato su Libero, direttore Vittorio Feltri, dal suo vice Renato Farina, ingaggiato e pagato dal Sismi, reo confesso ("... ammetto i rapporti intrattenuti con uomini del Sismi in qualità di informatore, ammetto di avere accettato rimborsi dal Sismi, ammetto di aver intervistato i Pm Spataro e Pomarici per carpire informazioni da trasmettere al Sismi..."), condannato a sei mesi di reclusione per favoreggiamento, radiato dall'Ordine dei giornalisti, oggi parlamentare del Popolo della libertà. In questi casi scorgiamo un antagonista che irrita o inquieta il Capo, l'attività storta di un istituzione, il ruolo decisivo dell'informazione controllata dal Capo. Quel che accade a Vaudano e Prodi sono soltanto due campioni di un catalogo che, nella XV legislatura - questa - ha trovato altri protagonisti e un nuovo schema di lavoro a partire da una solida convinzione: la politica è del tutto mediatizzata, ogni azione politica si svolge all'interno dello spazio mediale e dipende in larga misura dalla voce dei media. È sufficiente allora fabbricare e diffondere messaggi che distorcono i fatti e inducono alla disinformazione, fare dello scandalo la più autentica lotta per il potere simbolico, giocare in quel perimetro la reputazione dei competitori, degli antagonisti, dei critici, soffocare la fiducia che riscuotono, e il gioco è fatto. Rien ne va plus. È un congegno che impone al giornalismo di essere più rigoroso, più lucido, più consapevole. Altra storia se si parla del Brighella che dirige il giornale del capo del governo. Bisogna coglierne il ruolo, nel congegno, e definirne il lavoro. Vediamo il suo modus operandi. Individua il nemico del Capo da colpire, magari se lo lascia suggerire anche se non gli "manca la stoffa del cortigiano". Raccoglie tutte le informazioni lesive che si possono reperire, fabbricare e distorcere intorno a un fatto isolato dal suo contesto. È una pratica che ha un nome. Non è una pratica giornalistica. È, negli Stati Uniti, la componente chiave di ogni campagna politica. Si chiama opposition research. Per farla bisogna "scavare nel fango", come racconta uno dei maestri di questo triste mestiere, Stephen Marks. Colpito da una certa stanchezza morale e personale, Marks ha rivelato le sue tattiche e quelle della sua professione in un libro intitolato "Confessioni di un Killer Politico", Confessions of Political Hitman. È abbastanza semplice il lavoro, in fondo. I consulenti politici del Candidato indicano chi sono gli uomini più pericolosi per il suo successo. I sondaggisti individuano quali sono le notizie che possono maggiormente danneggiare il politico diventato target. Ha inizio la ricerca. Documenti d'archivio, dichiarazioni alla stampa, episodi biografici, investimenti finanziari, interessi finanziari, dichiarazioni di redditi, proprietà e donazioni elettorali. Insomma, una ricostruzione della vita privata e pubblica del politico preso di mira. A questo punto le informazioni raccolte selezionate tra le più controproducenti per l'avversario da distruggere vengono trasformate in messaggi ai media e in informazioni lasciate trapelare ai giornalisti. Questo è il lavoro del "killer politico" e bisognerà dire che, anche se nello stesso ramo dell'assassinio politico, l'impegno del direttore del giornale di Berlusconi è più comodo. Non ha bisogno di fare molte ricerche. Se gli occorrono documenti qualche signore, per ingraziarsi il Capo, glieli procura. In alcuni casi, è lo stesso Capo che si dà da fare (è accaduto con i nastri delle intercettazioni di Fassino, consegnati ad Arcore e da lui smistati al giornale di famiglia; è accaduto con il video di Marrazzo). L'informazione è, in questo caso, politica senza alcuna mediazione e potere senza alcuna autonomia perché l'una e le altre sono nelle mani del Capo. Quindi, se non ci sono in giro carte autentiche, si possono sempre fabbricare come nel "caso Boffo". Se non si vuole correre questo rischio, si può sempre ripubblicare quel che è stato già pubblicato, metterci su un bel titolo disonorevole e ripeterlo per due settimane. Colpisci duro, qualcosa si romperà. Per sempre. Questa è la regola. Chi colpire? No problem. Sa da solo chi sono i "nemici" del suo Capo. Quel Fini, ad esempio. Subito lo definisce "il Signor Dissidente". È il dissenso che è stato chiamato a punire. Lo sa riconoscere nella sua fase aurorale. Scrive: "Il Signor Dissidente non è stato zitto. Anzi, ha parlato troppo (...) ha ribadito le critiche al governo e al suo capo, la sua contrarietà alla politica sull'immigrazione, alle posizioni della Lega in proposito, alle leggi sulle questioni etiche". Il Signor Dissidente parla? Deve essere punito. Come? Il direttore annuncia: "È sufficiente - per dire - ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme". (Il Giornale,14 settembre 2009). Il "giornalismo" di Vittorio Feltri è questo: minaccia, violenza, abuso di potere. Non importa sapere qui se è anche un reato. Dopo il character assassination in serie di questi dodici mesi, ne sappiamo abbastanza per giudicare. Ora non è rilevante conoscere se a questo "assassino politico", dunque a un professionista di una "macchina politica" e non informativa, si deve riconoscere lo status di giornalista. Non glielo si può riconoscere. È un political hitman. È un altro mestiere. Non è un giornalista. Non è lui il problema. Il problema è il suo Capo. Come non è in discussione la libertà di informare o la libertà di fare un giornalismo d'inchiesta. Quel che si discute è la minaccia che precede il lavoro d'inchiesta; è un giornalismo, un finto giornalismo agitato, come nel caso di Emma Marcegaglia, quasi fosse un manganello per fare piegare il capo al malcapitato. Quel che è importante adesso sapere è quanti sono nella vita pubblica italiana coloro che, ricattati dal Capo con questi metodi, tacciono? O spaventati da questi metodi tacceranno? Con quale rassegnazione si potrà accettare un congegno che consegna al capo del governo la reputazione di chiunque, come una sovranità sulle nostre parole, pensieri, decisioni?

 

Pag 1 Cara tv, dacci la nostra ansia quotidiana di Ilvo Diamanti

La cronaca nera è il traino dei tg. Una tendenza che fa dell’Italia un caso unico in Europa

 

La tragedia privata di Sarah Scazzi, esibita in pubblico in tv da "Chi l'ha visto?" e proseguita su "Linea notte", mercoledì scorso, ha sbancato l'auditel. Oltre 4 milioni di spettatori. Un trionfo di pubblico e di critica. Nonostante le polemiche violente. Il delitto della giovane Sarah Scazzi ha suscitato sgomento. Per come è stato consumato. Ma anche per come è stato scoperto e comunicato. In diretta tv, presenti - e protagoniste - la madre, la zia e la cugina (di Sarah). Rispettivamente: moglie e figlia dell'assassino. A casa dell'assassino. La novità è che lo spettacolo del dolore, stavolta, non solo è avvenuto in diretta. Ma è stato predisposto prima - per quanto in modo inconsapevole. I protagonisti della tragedia erano presenti sulla scena del crimine, davanti alle telecamere. "Prima" del colpo di scena. Così questa tragedia privata, esibita in pubblico, trasmessa da "Chi l'ha visto?" e proseguita su "Linea notte", mercoledì scorso, fino a notte inoltrata, ha sbancato l'auditel. Oltre 4 milioni di spettatori. Facendo balzare lo share, in pochi minuti, dal 10% al 33%. Un trionfo di pubblico e di critica. Nonostante le polemiche violente. Perché, comunque, si sono marcati nuovi limiti nella corsa al "reality show" senza limiti. Recitato da attori involontari, che avrebbero rinunciato volentieri alla parte e, soprattutto, al soggetto. Ma proprio per questo più gradito al pubblico. Alla ricerca costante di emozioni  forti. Di tragedie consumate in ambito familiare, amicale, locale. In Italia più che altrove. Perché da noi la criminalità costituisce un genere televisivo di successo, che occupa uno spazio specifico e ampio - anzitutto nei notiziari. Lo confermano i dati dell'Osservatorio Europeo sulla Sicurezza (di Demos, Osservatorio di Pavia e Unipolis). Visto che, nel primo semestre del 2010, il Tg1 ha dedicato ai "fatti criminali" 431 notizie: circa l'11% di quelle presentate nell'edizione di prima serata. Uno spazio maggiore rispetto a quello riservato allo stesso tipo di notizie dagli altri principali notiziari (pubblici) europei. In dettaglio: l'8% la BBC, il 4% TVE (Spagna) e France 2, il 2% ARD (Germania). Va precisato, per chiarezza, che il tasso di crimini in Italia non è superiore a quello degli altri Paesi europei considerati. Semmai, un po' più basso. E aggiungiamo, per correttezza, che il TG5 mostra un andamento pressoché identico al TG1. Da ciò l'impressione - e anche qualcosa di più - che il crimine costituisca una passione mediatica nazionale. D'altronde, come abbiamo già mostrato altre volte, in queste pagine, c'è un legame stretto, in Italia, tra la percezione sociale e la rappresentazione mediale. Occorre, peraltro, evitare di ricondurre alla politica la responsabilità intera - comunque, prevalente - di questa tendenza. La politica, sicuramente, c'entra, visto l'intreccio inestricabile che la lega ai media e soprattutto alla televisione, pubblica e privata. (E l'enfasi sulla criminalità aiuta, certamente, a contenere la crescente preoccupazione sollevata da altri problemi. Per primo: la disoccupazione). Tuttavia, vi sono altre importanti ragioni dietro all'irresistibile attrazione esercitata dai fatti criminali nella società italiana. In primo luogo: le logiche "autonome" che regolano la comunicazione. In particolare, la televisione. Che, in Italia, affronta questa materia in modo diverso rispetto agli altri Paesi europei. Basta vedere la densità e la frequenza di questi avvenimenti. In Italia, i fatti criminali occupano uno spazio quotidiano sui telegiornali. Anzi, ogni giorno, in ogni edizione, vengono loro dedicate numerose notizie. Nulla di simile a quanto si osserva nelle altre principali reti europee. Le quali, peraltro, affrontano questi eventi in modo "puntuale" e "contestuale". E, dove è possibile, li tematizzano. In altri termini: l'informazione televisiva, nelle altre reti europee, è limitata, nel tempo, all'evento e ai suoi effetti. Inoltre, se possibile e utile, diviene occasione per affrontare problemi sociali più ampi. L'integrazione degli stranieri, la violenza nelle scuole, l'intolleranza interreligiosa. In Italia ciò avviene raramente. Soprattutto nel caso degli immigrati o di altri gruppi marginali, come i Rom. Con l'effetto (non involontario) di confermare il pregiudizio nei loro confronti. Invece, la regola, nella comunicazione e nei media italiani, è la "serializzazione". Oltre alla "drammatizzazione". I crimini, cioè, non solo hanno uno spazio quotidiano, ma vengono trattati - e sceneggiati - come fiction. Da un lato, i "serial tematici" associano delitti e violenze simili: per ambiente, responsabilità, reato. Così, periodicamente, assistiamo a sciami di stupri, cani assassini, chirurghi criminali. Che all'improvviso, come sono arrivati, scompaiono. D'altro canto, e soprattutto, l'Italia è il Paese dei "grandi casi criminali" che non finiscono mai. Seguiti dai media che indagano, celebrano e riaprono i processi, sentenziano. Durano anni e anni. Dal 2005 ad oggi, i 7 telegiornali nazionali, in prima serata, hanno dedicato: 941 notizie al delitto di Meredith Kercher Perugia, 759 a quello di Garlasco, 538 all'omicidio del piccolo Tommaso Onofri, 499 alla strage di Erba. Avvenuti 3-4 anni fa. E, ancora, 508 notizie all'omicidio di Cogne, che risale a dicembre 2002. Otto anni dopo, nel primo semestre del 2010, i telegiornali di prima serata gli hanno dedicato oltre 20 notizie. Si tratta di casi accomunati da alcuni elementi. Maturano in contesti familiari. Figli che uccidono i genitori. E viceversa. Oppure: si verificano nell'ambito del vicinato (come a Erba), delle relazioni amicali e di coppia (come a Garlasco), tra giovani. In ambiente universitario (Perugia). Insomma: si tratta di "casi comuni". Che ci coinvolgono tutti. Come se i fatti avvenuti potessero capitare anche a noi. O, comunque, a persone amiche e conosciute. È il voyeurismo che contrassegna una società locale e localista. Questo Paese di paesi e di compaesani (come lo definisce Paolo Segatti), dove la tv contribuisce a perpetuare l'immagine della "comunità". D'altronde, questi eventi tracimano oltre i telegiornali. Invadono i programmi di infotainment. I contenitori pomeridiani. I salotti di tarda serata. Primo - e più importante - "Porta a Porta". Dove Bruno Vespa allestisce, periodicamente, la sua corte, affollata di avvocati, criminologi, psicologi, psichiatri, vittime, parenti delle vittime e, talora, (presunti) assassini. Questa attrazione per il "crimine" costituisce, appunto, uno specifico italiano. Una "passione" che ha radici lontane: nella letteratura, nel teatro, nel cinema. (A cui, non per caso, l'Università Sorbonne Nouvelle - Paris 3, la prossima settimana, dedicherà un seminario). Il "fatto criminale", in Italia, sui media non è guardato come "esemplare" rispetto ai problemi della società e delle istituzioni. Ma come "caso in sé". "Singolare". Il che ci fa sentire coinvolti eppure distaccati. Noi: detective, magistrati, giurati. E, in fondo, vittime e assassini. Ciò spiega lo spazio dedicato in tivù alle grandi tragedie quotidiane e ai delitti di ogni giorno. Ma anche il successo di pubblico che ottengono. Perché generano angoscia ma, al tempo stesso, rassicurano. Ci sfiorano: ma toccano gli "altri". È come sporgersi sull'orlo del precipizio e ritrarsi all'ultimo momento. Per reazione. Si prova senso di vertigine. Angoscia. Ma anche sollievo. E un sottile piacere.

 

Pag 22 Il ritorno dei valori in politica di Joaquìn Navarro-Valls

 

Fino a qualche tempo fa, pochi erano coloro che scomodavano l´etica parlando di politica. Ciò non perché vi fosse insensibilità verso le grandi questioni umane, ma perché era diffuso il pensiero che la gente non avesse interesse a sentir parlare di cose noiose, astratte, impegnative. Oltretutto a fare le prediche ci pensano già i filosofi ed altri, perciò è inutile che le facciano pure i politici. Chi governa deve risolvere semmai la crisi dell´economia, organizzare il mercato del lavoro, salvaguardare la sicurezza dei cittadini, rilanciare le esportazioni e gli investimenti, senza avanzare inutili pretese. Sembra un discorso sensato, apparentemente, ma è invece totalmente sbagliato. Oggi, infatti, abbiamo scoperto che le cose non vanno quasi mai così. La logica del consenso non autorizza mai l´estromissione dei contenuti fondamentali, vale a dire di quei valori che non dipendono dalle circostanze, dal novero fluttuante delle proposte che un politico o un partito intendono presentare agli elettori, di volta in volta. Se, come insegnava Niccolò Machiavelli, la politica e la morale sono due cose separate, di certo non possono esserlo etica e consenso. Per lo meno, non senza gravi difficoltà. La gente normalmente si aspetta qualcosa in più di una competenza tecnica da un politico per votarlo. Altrimenti rimane a casa. Non stupisce, di conseguenza, che nei recenti avvicendamenti della nomenclatura al governo, tanto in Inghilterra quanto negli Stati Uniti abbia fatto ritorno la moda delle grandi proposte di sostanza. Possiamo dire che si tratta di una buona norma che si sta propagando un po´ dappertutto, dopo tanti anni di dogmatica indifferenza. Il premier britannico David Cameron, ad esempio, attualmente in carica nel Regno Unito, ha portato nuovamente al successo i Tory nel maggio scorso, proponendo proprio un´innovativa proposta organica di società. In molti suoi discorsi si è fatto portavoce nel mondo della cosiddetta “Big Society”, ossia di un programma di solidarietà e di liberalizzazione del capitale improduttivo, elaborato teoricamente tra il 1988 ed il 1993 quando era direttore del Dipartimento di Ricerca Conservatore. In uno dei suoi interventi ha chiarito che «si devono creare comunità che abbiano verve; quartieri che si facciano carico del proprio destino, che sentano che mettendosi insieme possono plasmare il mondo attorno a loro». In una parola, si tratta di proporre un grande disegno etico-politico, capace di comprendere e gestire laicamente le dinamiche culturali del momento, e non solo di presentare una serie minimale di punti programmatici. Assiduamente egli utilizza il termine “mission” per far capire il motivo ispiratore della sua politica, dando alla parola un accento persino esageratamente mistico. Fin qui i Conservatori. Ma anche dall´altra parte, i Laburisti, con l´elezione pochi giorni fa di Ed Miliband a nuovo leader, stanno vivendo una netta crescita di adesioni, grazie alle attese che il nuovo programma e la giovane figura promettono. Certo, le sue idee politiche sono opposte a quelle di Cameron, almeno in linea di principio, anche se il metodo appare lo stesso. Infatti, medesimo è anche il consenso che produce. Secondo gli analisti, Ed Miliband ha battuto suo fratello David non tanto perché questi fosse più moderato di lui, ma perché ha trasferito al popolo inglese una spinta etica di maggiore intensità, accompagnandola efficacemente ad una seria promessa di riscossa del partito e del Paese. È curioso che, saltando l´Atlantico, si constata un fenomeno analogo anche negli Stati Uniti. Sorvolando sull´elezione di Barack Obama di due anni fa, che è stata caricata fin troppo da un´ondata di riscossa morale, il popolo statunitense ha salutato il ritorno in pista dei Repubblicani nelle prossime elezioni del 2 novembre con un notevole entusiasmo. Nei contestati ma efficaci Tea Party elettorali, segnati da un riferimento costante all´ethos comunitario tradizionale, Sarah Palin, ritenuta fino a ieri una stelletta ormai al tramonto, ha esposto con successo ampie sezioni del suo manifesto politico, pubblicato integralmente su Facebook, in cui carica di colori etici perfino le cose più banali che i conservatori intendono fare per l´America di domani. Il suo slogan «Pace attraverso la forza e orgoglio americano contro una politica centrata sul nemico» sottende, a ben vedere, una critica severa ai Democratici, ai quali è imputato l´errore di aver legittimato, per l´appunto, i nemici “etici” dell´America, dalla Corea all´Iran, fino a Cuba e al Venezuela. La conclusione che si può ricavare da questi esempi emblematici è uno soltanto. La politica può di certo fare a meno dei riferimenti valoriali, ma solo per un breve periodo, perché alla lunga il consenso è legato strettamente alla capacità d´inserire, nei programmi e nelle proposte che vengono offerte agli elettori, prospettive economiche, sociali e strategiche guidate da idee forti e durature sulla persona umana e sul senso del suo futuro. L´etica, infatti, non è una vuota retorica o uno sciocco moralismo: è l´anima culturale profonda che dà combustibile di umanità alla politica, spingendo i cittadini ad impegnarsi e a partecipare attivamente per migliorare la propria esistenza e quella altrui. Alla fine, attualmente non ha più tanta importanza se un leader sia di sinistra o di destra, se sia progressista o conservatore, ma che egli incarni con i suoi gesti, con le sue parole, con la sua capacità di governo e perfino con la sua vita, una prospettiva etica credibile e autentica, cioè non superficialmente legata solo al mantenimento del potere. In definitiva, i cittadini vogliono sapere qual è la verità umana che viene proposta e, soprattutto, chi può attuarla concretamente nel futuro.

 

LA STAMPA

Il rumore del silenzio di Marco Ansaldo

 

Non abbiamo mai capito il motivo per cui da una quindicina d’anni negli stadi e davanti alle chiese gli italiani applaudano i morti, quasi li si considerassero i protagonisti riusciti della «fiction» che si chiama vita e non le vittime di un fatto tragicamente reale che avrebbero evitato volentieri. Ancor meno capiamo la cinquantina di balordi incappucciati che ieri sera allo stadio di Bergamo hanno approfittato del minuto di silenzio per gli alpini uccisi in Afghanistan e hanno intonato insulti contro la squadra avversaria, l’Atalanta. Oppure la sceneggiata di Livorno dove una parte del pubblico (i «buoni») ha iniziato ad applaudire prima che cominciasse il silenzio così da coprire preventivamente i fischi della curva dei «cattivi», che da Nassiriya in poi contestano l’omaggio ai soldati italiani morti nelle varie missioni. Si dirà che sono soltanto due episodi in un mare di centinaia, migliaia, di avvenimenti sportivi che si sono svolti nel fine settimana con il doveroso rispetto del lutto. Sabato sera, al Palazzo dello sport di Roma, c’erano dodicimila persone per Italia-Brasile di volley. Quando lo speaker ha chiesto il minuto di raccoglimento il silenzio è calato senza che quasi si sentisse un respiro: è stata una scena di una tale dignità che è passata attraverso il televisore imponendo pure a noi, sul sofà del salotto, di stare zitti a riflettere o a pregare. Raccontano che lo stesso atteggiamento si sia registrato in molti stadi e palestre dello sport definito «minore»: il problema è che non ci rassegniamo all’imbarbarimento del Paese di cui il calcio è una vetrina, la sacca che ne raccoglie gli umori popolari. Temiamo insomma che l’Italia vera sia quella che non ha più rispetto per nulla o lo esibisce con un applauso da «claque» teatrale. Si discute molto di riportare il calcio ad una dimensione educativa. I protagonisti ne sentono il bisogno, forse hanno capito che ci si è spinti troppo oltre la soglia della decenza. Prandelli ne parla quasi ogni giorno, insistendo sull’idea che bisogna aprirsi ai bambini e ai buoni sentimenti. Ovunque si auspicano stadi per le famiglie, anche se poi non si fa troppo per invogliarle, visti i prezzi dei biglietti e i disagi cui si sottopone il cittadino perbene che li ha potuti acquistare. Tra tessere e tornelli è un percorso a ostacoli poco dignitoso per chi non ha niente da rimproverarsi. Anche perché, entrato nello stadio, il cittadino perbene scoprirà che in qualche modo resistono gli striscioni incivili, i petardi e la mala gente e si chiederà come sia possibile. Ma forse la chiave di lettura degli episodi di Bergamo e Livorno e di quello, opposto, del Palasport romano è semplice e antica: dove c’è un pubblico di praticanti e di appassionati è più facile trovare un’educazione alla civiltà che non dove c’è un pubblico di tifosi. Lo sport educa chi lo fa. Non chi lo strilla.

 

La giustizia "sotto il trono" di Carlo Federico Grosso

 

Il tema giustizia è al centro dell’attenzione riformatrice del capo del governo. Le riforme pensate riguardano peraltro, in larga misura, temi che poco hanno a che fare con l’obiettivo di efficienza che dovrebbe essere prioritario. Mi riferisco non soltanto ai progetti che salvaguardano il premier dai suoi processi, come il lodo Alfano, ma soprattutto a quelli finalizzati a «riequilibrare», così si dice, i poteri dello Stato, assicurando una protezione generalizzata alla politica contro le iniziative giudiziarie: articolato sistema di immunità, indebolimento del Csm, rafforzamento dell’ingerenza dei partiti nella gestione della magistratura, limitazioni dell’indipendenza di pubblici ministeri e giudici. In questa prospettiva, ancora in questi giorni, si è parlato di sdoppiamento del Csm, d’incremento della componente di nomina politica dei suoi membri, di separazione delle carriere, di ribaltamento dei poteri fra procure e polizia giudiziaria nella conduzione delle indagini. Io sono in larga misura critico di fronte a questo «nuovo». E sono critico, soprattutto, nei confronti delle ventilate riforme costituzionali «di struttura», che finirebbero per assicurare molta impunità alla politica, ma sicuramente poca giustizia rapida ed eguale nell’interesse dei cittadini. Mi si obietta tuttavia da qualche lettore: bene, ma non basta criticare. Quali sono invece, concretamente, le proposte alternative finalizzate all’efficienza? Senza pretese d’esaustività, mi sembra possibile tratteggiare un quadro di possibili riforme utili a una giustizia funzionante. Occorrerebbe, in primo luogo, affrontare la questione della riorganizzazione delle sedi giudiziarie, eliminando quelle inutili e procedendo ai necessari accorpamenti (sono anni che tale problema è sul tappeto; nulla è stato peraltro realizzato a causa delle resistenze locali). Ancor prima, occorrerebbe risolvere il nodo delle sedi disagiate vacanti (vi sono, addirittura, procure della Repubblica ormai senza sostituti, e quindi di fatto impedite). A questo riguardo il governo ha varato una riforma che prevede il trasferimento coattivo dalle sedi limitrofe. Tale provvedimento è stato accusato da taluno d’incostituzionalità (violerebbe il principio d’inamovibilità dei magistrati); sembrerebbe, addirittura, che il Csm stia facendo resistenza alla sua applicazione. In ogni caso, la questione dovrebbe essere risolta in fretta: o con la rigorosa applicazione della nuova legge o con altri, possibili, strumenti. C’è, in secondo luogo, un problema di riorganizzazione interna degli uffici giudiziari. Nel Paese esistono alcuni esempi d’interventi che hanno consentito l’ottimizzazione dei mezzi con risultati apprezzabili; il che dimostra che, riorganizzando in maniera razionale, è possibile ottenere. Perché non cercare d’estendere la riorganizzazione felicemente praticata all’intero sistema? D’importanza decisiva può diventare, a questo punto, l’informatizzazione del servizio giustizia, con la sostituzione degli accessi alle cancellerie con collegamenti via Internet e quella delle copie cartacee degli atti con la loro trasmissione per e-mail. Sono prospettabili, inoltre, interventi legislativi mirati che potrebbero assicurare l’abbattimento dei rinvii o degli annullamenti «postumi» dei processi. Ne indico alcuni: semplificazione del regime delle notifiche; esaurimento delle questioni relative alla competenza nell’udienza preliminare, e possibilità di ricorso immediato in Cassazione; semplificazione delle nullità con onere, per i difensori, di eccepirle immediatamente; riduzione dei legittimi impedimenti (sovente strumentali) di imputati e avvocati; modificazione della disciplina della contumacia. Si potrebbe, a questo punto, pensare a cambiamenti più articolati del sistema processuale. Ad esempio, imposizione ai pubblici ministeri di un termine perentorio per le proprie determinazioni una volta esauriti i tempi delle indagini; riordino della disciplina dell’udienza preliminare (oggi trasformata in una sorta di «quarto» grado di giudizio); rivisitazione del sistema delle impugnazioni (es. limitazioni all’uso contemporaneo dell’appello e del ricorso per Cassazione e dei casi di ricorribilità in Cassazione, divieto di ricorrere contro i patteggiamenti). Si potrebbe, infine, prospettare una riforma organica dei codici e del processo. I tempi per la realizzazione di iniziative di ampio respiro di questo tipo potrebbero essere lunghi. È tuttavia peculiare che progetti organici di riforma, elaborati nell’ultimo decennio da alcune commissioni ministeriali (io stesso ho presieduto una di esse, di riforma del codice penale), siano stati lasciati cadere, sprecando così risorse e vanificando risultati positivi possibili. Requisito indispensabile sarebbe, infine, non tagliare, ma se possibile incrementare, e di molto, le risorse destinate alla giustizia. A questo punto, di fronte a un’inerzia apparentemente incomprensibile (talune delle menzionate riforme, si badi, sarebbero realizzabili velocemente e a costo zero), viene peraltro un sospetto: che alla politica, al di là delle parole, una giustizia veramente funzionante interessi poco. Ciò che interessa in realtà a larghi settori dell’una come dell’altra sponda politica è, soprattutto, che la magistratura sia saldamente, e definitivamente, collocata «sotto il trono».

 

IL GIORNALE

Dopo 34 morti il Pd ammette che c’è la guerra di Giuseppe De Bellis

I democratici tornano alla realtà: forse hanno capito che servono nuove regole di ingaggio. Più volte in passato la sinistra era scivolata nella battaglia ideologica contro Berlusconi anche nel lutto

 

È l’Italia, ma sembra un altro paese. Uno dei volti più noti dell’opposizione che dice di essere disposto a discutere ed eventualmente ad appoggiare un’idea di un ministro della Repubblica è una cosa che altrove sarebbe ovvia, ma che da noi appare lunare. Benvenuta banalità, allora. E benvenuto Pd nella realtà. Perché è il Partito democratico che di fronte ai cadaveri degli ultimi soldati morti in Afghanistan ha un guizzo di lucidità che restituisce dignità alla politica. Arriva attraverso le parole e i gesti di Piero Fassino che non chiude a priori per ideologia e per spirito di contraddizione all’idea del ministro della Difesa La Russa, di armare con bombe gli aerei italiani impegnati in Afghanistan. No. Fassino apre, Fassino accoglie, Fassino ascolta, accetta la proposta di portare in parlamento la discussione. Sarà approvata o no? Adesso non importa. Oggi conta che non abbiamo assistito alle scenate alle quali siamo abituati in questi casi: il ministro propone e l’opposizione gli salta addosso come se avesse bestemmiato in diretta televisiva. Certo qualcuno lo fa. Però l’interlocutore principale del governo e della maggioranza, ovvero il Pd, stavolta si comporta da opposizione credibile, seria, serena. C’è un’idea? Il governo la propone e poi se ne parla alle Camere. Una dinamica semplice che in Italia sembra dover uscire sempre dalla testa di un Nobel. Fassino ha dato un senso all’opposizione in una frazione di secondo. E questa, invece, non è un’ovvietà. Perché sentiamo chiunque parlare di responsabilità e maturità, ma poi assistiamo allo sciacallaggio costante e perenne. Anche sull’Afghanistan. Il Pd in passato ha più volte ceduto alla tentazione della battaglia ideologica e anti-berlusconiana sulla presenza e sulle regole di ingaggio. Accadeva, per la verità, soprattutto quando alla Casa Bianca c’era George W. Bush. Barack Obama ha contribuito a far analizzare la guerra di Kabul per quella che era: il contrattacco antiterrorista dopo la vergogna dell’11 settembre 2001. Il resto, evidentemente, il Partito democratico l’ha fatto da solo: è passato dalla chiusura totale verso l’ipotesi che i nostri soldati sparino colpi in un teatro che resta di guerra, alla nuova apertura verso l’armamento dei nostri aerei, cioè la punta massima di una potenziale strategia offensiva. Ma ora che tutti sono d’accordo che l’Italia lì, in Afghanistan, non vuole uccidere civili o rubare qualcosa che gli afghani neanche hanno, finalmente si sentono e si leggono frasi così: «Dei 34 soldati morti in Afghanistan nessuno è caduto in un’azione bellico-offensiva. Noi non siamo là per fare la guerra a nessuno». Grazie Fassino. Perché, anche in questo caso, in poco tempo ha spiegato quello che evidentemente per otto anni non era stato capito: i nostri soldati sono lì per difenderci dal terrorismo e dai suoi fiancheggiatori, ma se vengono attaccati non possono porgere l’altra guancia. Devono avere armi e mezzi per rispondere. Perché noi tutti non vogliamo che ne muoiano altri e noi tutti vogliamo che tornino tutti il prima possibile. Cioè quando avranno finito il loro compito. Sale la tensione, salgono i rischi, ci vogliono nuove regole e nuove strategie: come dire che due più due fa quattro, ma siccome spesso non era stato così, oggi siamo tutti un po’ più felici. Specie i ragazzi che ogni giorno rischiano la vita per noi, oltre che per loro. Magari quando qualcuno gli racconterà che la politica per un giorno non li ha dimenticati in nome del proprio egoismo, penseranno di vivere in un altro Paese. Però è meglio che pensare di vivere nel proprio che continua a sbagliare.

 

IL FOGLIO

Pag 1 Via da Kabul, se bisogna starci con il riluttante Obama di Giuliano Ferrara

 

Obama è stato eufemisticamente definito dai suoi apologeti un "soldato riluttante". Ma chi ha voglia di combattere e morire,per un soldato riluttante, who happens to be il comandante in capo dell'esercito più potente del mondo? La realtà è che Obama bombarda come Bush, incrementa il numero delle truppe sui campi di battaglia come Bush, organizza ritiri graduali e possibilmente sicuri come Bush, ma al contrario di Bush non ha una strategia politica e militare per fronteggiare la sfida dell'islam politico all'occidente. Nella provincia di Farah, estremo ovest afghano, sono morti sabato mattina quattro alpini della brigata Julia, caduti in un agguato talebano. Questi i loro nomi: Gianmarco Manca, Marco Pedone, Sebastiano Ville, Francesco Vannozzi. Uno di loro sentiva compagne la paura e la morte, ma era deciso a combattere; un altro, il caporal maggiore Luca Cornacchia scampato alla morte annotava su Facebook: "Mi sono rotto dell'Afgbanistan; non ci capisco niente". Elaborare il lutto doloroso per questi quattro ragazzi, che si aggiungono agli altri trenta italiani caduti nella guerra afghana; equivale a riflettere su quel "mi sono rotto" e su quel "non ci capisco niente". E va detto: che sono morti a fare, visto che questa è ormai una guerra riluttante? Certo bisogna evitare follie, colpi di testa, bisogna discutere con gli alleati, ovvio. Ma bisogna anche dire un pezzetto almeno di verità. Finché c'è stata l'amministrazione Bush, le guerre medi orientali hanno avuto un senso: fu attribuito il peso che aveva al più devastante colpo terroristico della storia dell'umanità, l'11 settembre del 2001 a New York e a Washington; e la risposta fu strategicamente orientata al criterio di colpire al cuore gli stati canaglia, attirando al fronte Al Qaida e i terroristi internazionalisti di tutto il mondo, ciò che fu fatto con alti costi e molti errori, ma con sicurezza, con eroismo sul campo e con magnifici risultati; di più, Bush non si sarebbe mai permesso di definirsi o di lasciarsi definire "riluttante", diede con Dick Cheney l'interpretazione costituzionale che intendeva giusta alla sua missione di sicurezza e difesa della democrazia americana, mobilitò l'occidente anche dividendolo tra volenterosi e recalcitranti, costruì coalizioni; rinsaldò amicizie e dichiarò chiare inimicizie, limitò il godimento di alcune garanzie libertarie a tutela della privacy con il Patriot act, risolse come poteva (e Obama non ha certo saputo far di meglio) la questione della guerra asimmetrica e del trattamento degli unlawful combatants, cioè dei terroristi portati a Guantanamo. Ma ancora più importante è lo scopo, l'obiettivo di questa mobilitazione politica e militare, diplomatica e culturale: l'esportazione della libertà civile e dei diritti umani nel mondo islamico, cioè nel fronte avanzato di uno scontro di civiltà tra mondo delle schiavitù e mondo delle libertà. Morire per Kandahar o per Falhija allora ebbe un senso; aveva un senso il sacrificio dei rapiti le cui teste rotolarono dopo sommari processi coranici: Bush e gli americani e gli europei che lo seguirono con entusiasmo nella prima fase della battaglia dopo l'11 settembre si muovevano sulla frontiera grande della politica e della guerra, provocando come un revulsivo il grande vomito arcobaleno dei pacifisti di tutto il mondo, mentre Obama si muove su una linea grigia che non sa più fare la guerra e non sa fare la pace, è esposta al velleitarismo in tutte le direzioni, è incline a un percorso di resa dissimulata, è intessuta di chiacchiere harvardiane e di expertise politicanti da scuola di Chicago. Mentre i quattro alpini saltavano su un congegno esplosivo, e altri episodi di combattimento riportavano l'attivismo talebano al centro dell'attenzione, a Washington si consumava l'ennesima farsa istituzionale, con il militare James L. Jones sostituito dal funzionario politico Thomas E. Donilon nell'incarico decisivo di Consigliere per la sicurezza nazionale. Donilon era da tempo l'effettivo uomo di fiducia di Obama nel campo della sicurezza nazionale. Il soldato riluttante ha bisogno di politici capaci di guardare al mercato domestico dell'opinione pubblica e dei sondaggi, più che di militari in grado di fornirgli un'expertise di guerra. Se vuoi arrenderti di fronte al nucleare iraniano, se vuoi levarti dai piedi al più presto in AfPak, come si dice, e se vuoi coltivare la bella retorica della mano tesa, ti servono i consiglieri di Carter, come Donilon, non i militari poco riluttanti. Un altro pasticcio presidenziale, dunque, un altro danno all'occidente della belligeranza riluttante, che giustifica chiunque oggi dica, con l'alpino della brigata Julia: "Mi sono rotto dell'Afghanistan; non ci capisco niente".

 

IL GAZZETTINO

Pag 17 La morte di Sarah e il dovere (per tutti) di capire i più deboli di Alessandra Graziottin

Passioni e solitudini

 

LA NUOVA

Pag 1 Afghanistan, si cerca la vita d’uscita di Alberto Flores d’Arcais

 

La morte dei quattro alpini ha inevitabilmente riaperto la discussione sulla nostra “missione di pace” in Afghanistan, tra chi (a sinistra ma non solo) chiede che i nostri soldati tornino a casa e chi auspica un maggior impegno militare: dotare di bombe i nostri aerei (il ministro della Difesa La Russa), usare tutta la capacità offensiva (il ministro degli Esteri Frattini). Posizioni legittime, ma ambedue deboli se si vogliono affrontare i nodi reali del conflitto. In Afghanistan si combatte da nove anni (è iniziata il 7 ottobre 2001) una guerra che aveva come obiettivo quello di sradicare il sanguinario regime islamico dei Talibani, distruggere i “santuari” di Al Qaeda e portare la democrazia. Nessuno dei tre obiettivi è stato raggiunto, se non molto parzialmente: Karzai governa grazie agli americani ma non controlla il paese e dipende dai locali “signori della guerra”; Bin Laden si nasconde ancora in qualche caverna; il processo democratico è pesantemente condizionato dalla corruzione, da un’economia dominata dall’oppio, da leggi e culture islamiche che la negano (ad esempio il ruolo delle donne). Parlare di “missione di pace” è un eufemismo. Oggi in Afghanistan si combatte una feroce guerra civile in cui una parte (i Talibani) considera la forza multinazionale che appoggia Karzai come nemici da sterminare. I soldati italiani, esattamente come quelli di tutti i 47 paesi sotto il comando Nato, rientrano nella categoria. Pensare di risolvere il problema dotando di missili e bombe i nostri caccia-bombardieri Amx è limitativo. Può essere utile in alcuni, limitati, scenari della guerra afgana, può diventare un boomerang se (come capita di frequente agli aerei Nato o ai droni Usa) i piloti italiani dovessero colpire e uccidere civili. Il nodo centrale è quello della cosiddetta “exit strategy”. L’ Italia non può decidere da sola e il destino dei nostri soldati è legato a doppio filo alle decisioni di Washington. Il problema è che anche gli Stati Uniti non hanno una via d’uscita chiara. La strategia del generale David Petraeus (riconquistare i territori in mano ai Talebani, venire a patti con i boss locali, addestrare al meglio l’esercito afgano, iniziare un ritiro parziale dalla metà del 2011) procede a piccoli passi e con molte difficoltà e non solo sul terreno. E’ noto che all’interno della Casa Bianca ci sono posizioni differenti e i cambi degli ultimi giorni, come la sostituzione del consigliere per la Sicurezza Nazionale generale James Jones con Tom Donilon, un civile contrario alla “guerra infinita” in Afghanistan, rischiano di inasprire il confronto tra Obama e i vertici militari. Il futuro del conflitto ha due passaggi obbligati: le trattative tra governo Karzai e Talibani e l’irrisolto problema della posizione del Pakistan. Nel giugno scorso (in gran segreto) sono iniziati, con il placet degli americani, colloqui tra funzionari del governo e gli uomini del mullah Omar, adesso sarebbero stati allargati anche ai gruppi Talibani più oltranzisti. Saranno trattative molto difficili, molto lunghe e potrebbero non portare a nulla. Con il Pakistan, da sempre ambiguo tra l’alleanza (forzata) con gli Usa e la voglia di gestire in proprio i Talibani, a fare da ago della bilancia. Una scacchiera complessa dove i soldati italiani sono semplici pedine.

 

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CORRIERE DELLA SERA di domenica 10 ottobre 2010

Pag 1 Il dolore e la ragione di Sergio Romano

 

Il generale David Petraeus, comandante della forze alleate in Afghanistan, è un uomo intelligente, misurato, razionale e ha probabilmente la migliore delle strategie possibili. Vuole riprendere la maggior parte dei territori perduti, conquistare, anche col denaro, la fiducia delle tribù, creare istituzioni civili al centro e nelle zone liberate, addestrare le forze dell’esercito afghano, incoraggiare il governo di Kabul a cercare una intesa politica con la componente meno bellicosa del campo talebano e rispettare un calendario, deciso alla Casa Bianca, che prevede l’inizio del ritiro delle truppe americane verso la metà dell’anno prossimo. Ma questo piano, sulla peggiore scacchiera politico-militare del grande Medio Oriente, si scontra quasi ovunque con difficoltà pressoché insormontabili. I talebani fuggono davanti a una potenza di fuoco contro la quale è inutile combattere, ma ritornano sul campo non appena gli americani e i loro alleati concentrano le loro forze su un altro fronte. I convogli dei rifornimenti petroliferi che attraversano le valli e i monti del Waziristan vengono attaccati e distrutti senza che le forze armate del Pakistan possano o vogliano proteggerli dai commando talebani. Gli aerei americani senza pilota danno la caccia alle formazioni della guerriglia, ma ogni operazione uccide, insieme ai nemici, gruppi di civili inermi e regala così al nemico la rabbia dei villaggi colpiti. Il denaro profuso nei lavori di ricostruzione finisce in buona parte nelle mani dei talebani. L’esercito afghano comprende circa 150.000 uomini; ma il loro addestramento è insufficiente e i loro ufficiali, come ricorda il giornalista pachistano Ahmed Rashid, appartengono a gruppi etnici che i pashtun considerano alieni e ostili. Petraeus non sta combattendo soltanto contro i talebani. Combatte contro il nazionalismo pashtun, l’ambiguità del Pakistan, la corruzione della cerchia di Karzai, i coltivatori di papaveri, i mercanti d’oppio e la paura di popolazioni che rischiano di pagare con la vita qualsiasi forma di collaborazione con l’occupante. Questo quadro è perfettamente noto ai governi della Nato. A Londra, a Parigi, a Roma tutti sanno che la vittoria è improbabile. Gli uomini e le donne del contingente italiano (circa 4.000 alla fine dell’anno) combattono quando occorre, ma sono impegnati soprattutto nel tentativo di ricostruzione civile e hanno ottenuto buoni risultati, se necessario con qualche elargizione in denaro, che furono criticati a suo tempo persino da chi oggi sta facendo la stessa cosa. L’argomento non piacerà ai pacifisti, ma il contingente italiano avrà conquistato quando tornerà a casa - soprattutto con il sacrificio di coloro che sono morti per l’Afghanistan - un bene per noi particolarmente prezioso: il rispetto degli alleati. Dovremmo forse, in questa situazione, anticipare il rientro? Se fossimo in Afghanistan per vincere la guerra, sì. Ma noi, come tutti gli europei, ci siamo oggi per obbligo di lealtà verso un alleato, Barack Obama, che fa del suo meglio per uscire da una situazione di cui non è personalmente responsabile. La Nato andrebbe interamente ripensata e riscritta, ma è oggi in Afghanistan il simbolo e il test della solidarietà atlantica. Le Alleanze non possono essere rispettate soltanto quando splende il sole. Vengono messe alla prova soprattutto quando il cielo si riempie di nuvole.

 

Pag 1 Diretta dall’orrore di Aldo Grasso

 

Ieri, mentre si celebravano i funerali della povera Sarah, al Corriere sono continuate a giungere centinaia di mail di protesta sul programma «Chi l'ha visto?», sull’opportunità di annunciare in diretta alla madre la morte atroce della figlia. Le proteste contro la trasmissione continuano da giorni. Ogni volta per esprimere sdegno e rabbia, come se una moviola potesse far tornare indietro il tempo e una mano soccorrevole spegnere quella telecamera. Passata la commozione e superato lo shock, dobbiamo provare a ragionare a mente fredda. Certo, la trasmissione poteva essere interrotta e la regia evitare di indugiare sul volto pietrificato della madre, ma in simili situazioni è ancora possibile staccare la spina? Spenta la telecamera di un programma dedicato alle persone scomparse, siamo sicuri che non sarebbe rimasta accesa quella di una tv locale? I media non sono più soltanto strumenti del comunicare, ma rappresentano un nuovo ambiente in cui viviamo, nuotiamo galleggiamo. Interrotto «Chi l'ha visto?», forse noi oggi inseguiremmo sul web quello stesso volto pietrificato, ripreso magari da un telefonino. Nel 1981 è successa la terribile tragedia di Vermicino, un’atroce, lunga diretta sull’agonia di un bambino sprofondato in un pozzo. Vermicino è stato un punto di non ritorno, una di quelle strade dannate e assurde che l’umanità ogni tanto imbocca e dalla quale non sa più tornare indietro. Con Vermicino qualcosa si è spezzato per sempre. Da allora, tutti i canali hanno alimentato il filone orrorifico, a stento mascherandolo: il dolore come show, la sofferenza come osceno lievito dell’ascolto. Ogni volta, il luogo della tragedia si trasforma in un enorme set televisivo, con il fondato rischio che il dolore declini in spettacolo. Un fremito sembra anzi scuotere gli astanti, parenti e amici (perché la madre era in tv, aveva solo la Sciarelli cui chiedere soccorso?). Ma «l'effetto Vermicino» riguarda solo l’Italia o è così in tutto il mondo? Qualche anno dopo, era il maggio del 1985, a Bruxelles Juventus e Liverpool si giocavano la finale della Coppa dei campioni. Ebbene, quella sera, allo stadio Heysel, rimasero uccise 39 persone (più 580 feriti): l’infausta serata fece il giro del mondo in diretta e solo la tv tedesca si rifiutò di mandare in onda le immagini. In questo momento, in Cile, 33 minatori sono ancora intrappolati nella miniera di San José. Una trivella sta per raggiungerli e liberarli. Intanto, fuori, c’è un accampamento dove bivaccano parenti e troupe giunte da tutto il mondo. Qualcuno ha evocato il film L’asso nella manica. Speriamo vivamente nel lieto fine, ma succedesse una disgrazia finirebbe immediatamente nell’etere. Nel luglio di quest’anno, abbiamo assistito alla tragedia di Duisburg, in Germania, dove 19 ragazzi sono morti a un raduno, la Love parade, per le conseguenze di una calca improvvisa scatenata da momento di panico. C’era la tv, ma c’erano soprattutto i telefonini dei ragazzi che sui social network hanno immediatamente caricato i filmati di quel terribile incidente. Se qualche funzionario avesse stoppato le riprese televisive, la tragedia sarebbe comunque andata in onda in diretta, con nuove e inusuali modalità. L’11 settembre, la stazione di Atocha, l’Iraq, la scuola in Ossezia, l’esecuzione di Fabrizio Quattrocchi da parte dei carnefici di Al Qaeda... Sembra che la brutalità sia la sola retorica della nostra epoca, il solo modo con cui ci esprimiamo. Ci sono giorni in cui malediciamo i media perché mostrano quello che non vorremmo mai vedere: morte, distruzione, sangue. Del resto, i fratelli Kennedy, presidenti del Paese tecnologicamente e democraticamente più avanzato, sono morti sotto l’occhio delle telecamere. Dalla Striscia di Gaza ci giungono spesso immagini di morte. Solo Israele tende a non mostrare l’orrore in tv, come se il ricordo della Shoah fosse sacro e inviolabile: una decisione, la sua, però contestata da molti, quasi che la ritrosia dello Stato di Israele a mostrare lo strazio delle sue vittime favorisca la propaganda avversa. A volte, abbiamo la sensazione che certi conduttori, come sciacalli, siano pagati per non retrocedere mai di fronte a ciò che non comprendono, per avere parole anche quando non hanno pensieri e che la tv non conosca la potenza del lutto: altrimenti saprebbe ancora far calare il sipario sull’orrore. Bisogna smetterla di parlare della normalità del male; qui siamo di fronte al male della normalità. Un passo indietro si riesce a fare solo quando un’intera comunità ristabilisce il senso del tabù. Ma, da Vermicino, tornando al caso della povera Sarah, il Servizio pubblico non ha mai dettato un codice di comportamento per casi simili, anzi ha allegramente alimentato trasmissioni che hanno trasformato la tragedia in entertainment: il «Novi Ligure show», il «Cogne Show», l’«Erba show», il «Garlasco show» e via elencando. Ha lasciato alla sensibilità dei singoli l’onere di non degenerare. L’etica è un insieme di valori condivisi, appartiene prima alla società, poi alla rete televisiva e infine, di conseguenza, ai singoli conduttori.

 

Pag 6 Colpire duro e trattare, la strategia per andare via di Davide Frattini

 

I professori della Squadra Rossa convivono in una base laboratorio a Kabul. «Ribelli della conoscenza» è la carica autoassegnata, i gradi sono quelli della gerarchia militare. Il tenente colonnello Brian Hammerness deve spronare i suoi uomini a pensare fuori da quella scatola sempre più angusta che sta diventando la guerra afghana. Come verrà passato il controllo delle province agli afghani? L’esercito locale potrà fare da solo? Reclute Soldati dell’esercito nazionale afghano in preghiera. C’è bisogno di idee nuove e i cinque del pensatoio le vanno a dissotterrare dal passato recente del Paese. Il loro primo rapporto studia come i talebani abbiano conquistato il potere all’inizio degli anni Novanta, come un gruppo di studenti pii e barbuti sia riuscito a estendere l’influenza dalle province del Sud, a maggioranza pashtun, fino alla presa di Kabul nel 1996. «I fondamentalisti hanno sfruttato la rabbia contro gli eccessi dei signori della guerra e hanno rimpiazzato il governo, fornendo i servizi e costruendo una rete di contatti locali», spiega il capitano Jeffrey Mars. Conclusione: così devono muoversi anche gli americani e gli alleati. La dottrina di contro-insorgenza del generale David Petraeus e del predecessore Stanley McChrystal segue questa strategia. Che si dispiega lenta e richiede tempo, come avverte il sergente Steven Dietz, riservista dell’esercito e docente all’università del Texas: «E’ elementare. Non è possibile passare in una notte da un sistema feudale a una democrazia partecipativa, senza le tappe intermedie: industrializzazione, crescita della classe media... Non succederà solo perché noi vogliamo che succeda». Gli intellettuali-soldati chiedono pazienza a una Casa Bianca che è ormai inquieta quanto le quarantasette nazioni della coalizione, stringe i tempi e gli incontri. Fra una settimana a Roma, si riuniscono gli inviati speciali per la regione, ci saranno anche Petraeus e Zalmai Rassoul, il ministro degli Esteri afghano. A novembre, la Nato si ritrova a Lisbona (e si discuterà di truppe, il generale americano potrebbe chiedere un altro sforzo). A dicembre, il presidente Barack Obama dovrà valutare i progressi (o gli arretramenti) da quando ha concesso ai suoi comandanti trentamila soldati in più. «I militari stanno già esercitando pressioni per ottenere altri dodici-diciotto mesi rispetto a quel luglio 2011, fissato per l’inizio del ritiro», scrive l’analista pachistano Ahmed Rashid sul Financial Times. «Potrebbe essere troppo da mandar giù per il Congresso americano e per la maggior parte dei Paesi impegnati nel conflitto». Thomas E. Donilon, il neo-nominato consigliere per la sicurezza nazionale, è un civile che prende il posto di un generale, James L. Jones. Ed è un civile che ha sempre contrastato le richieste dei generali, come racconta Obama’s War, il nuovo libro di Bob Woodward. Donilon era contrario al «surge» di truppe e ha avvertito il presidente di non infilarsi in una «guerra senza fine». Il piano Petraeus si formula in quattro parole: ripulire, tenere, costruire, trasferire. L’ultima è la più importante - fa notare Rashid - perché presuppone che il controllo, la sicurezza e l’amministrazione vengano lasciati città dopo città agli afghani. Sul calendario di questa transizione, si stanno già fronteggiando i diplomatici occidentali. Gli americani preferirebbero il pacchetto unico: se e quando il governo di Kabul sarà pronto (il presidente Hamid Karzai promette nel 2014), il controllo viene trasferito in blocco. Gli europei vorrebbero un passaggio graduale. L’obiettivo è evidente: l’area sotto il mio comando è stabilizzata, i miei soldati possono tornare a casa. Dei tempi della transizione ha parlato Ignazio La Russa, il ministro della Difesa, con Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato, una ventina di giorni fa a Roma. La mappa delle aree sicure è però instabile. La pressione a sud, nella zona di Kandahar, ha spinto i talebani verso nord (sotto controllo dei tedeschi) e ovest (dove c’è il comando italiano). L’offensiva nella roccaforte dei fondamentalisti (qui è nato il movimento, il mullah Omar predicava in una moschea di fango a una ventina di chilometri dalla città) non sembra dare i risultati promessi dagli strateghi. Hamid Karzai la lasciato ieri il palazzo di Kabul per volare nella valle dell’Arghandab, il serpente verde dove si stanno affrontando gli integralisti e i soldati della 101ª Divisione. La testa del rettile - per gli americani - è Kandahar. Dalla supremazia nei suoi quartieri - ripetono - passa il destino della guerra. Il presidente ha parlato a duecento boss tribali, la prima visita (e il primo segno di supporto ufficiale) da quando è stata avviata l’operazione Dragon Strike. Li ha esortati «a proteggere i villaggi, a bloccare le infiltrazioni»: «Dopo questi interventi della Nato sarà vostro dovere garantire la sicurezza». E’ in questa regione che le forze speciali americane stanno organizzando le milizie locali (volute da Petraeus e mal tollerate da Karzai), un tentativo di rafforzare il traballante esercito nazionale. Anche il leader afghano si prepara al dopo ritiro e ha intensificato i contatti con i capi talebani per cercare una via d’uscita politica al conflitto. L’Alto consiglio per la pace (sessanta uomini, otto donne più due ancora da indicare) è stato appena nominato e incarna il mandato presidenziale di riconciliare il Paese. «A meno che non voglia restare altri cinque-dieci anni in Afghanistan, l’Occidente deve accettare e promuovere i negoziati con i fondamentalisti - continua Rashid -. In dicembre, Obama non ascolti i consiglieri militari e basi le decisioni sui fatti e sulla realtà di quello che sta succedendo, non su speranze e obiettivi irraggiungibili». La via delle trattative passa dai sauditi (gli unici ad aver l’influenza economica e religiosa necessaria a convincere i talebani), quella per la stabilità futura dal Pakistan, dall’India, dalla Cina, dall’Iran. «Dobbiamo ridurre la presenza militare - scrive in un rapporto controverso l’Afghanistan Study Group - perché radicalizza l’etnia pasthun e favorisce il reclutamento da parte dei fondamentalisti. Gli sforzi diplomatici devono coinvolgere gli Stati vicini, anche avversari tra loro, e convincerli a lavorare per evitare il caos». Il dossier prova a sfatare gli undici «miti» sul conflitto. Al numero 1: «Gli Stati Uniti possono permettersi di rimanere tutto il tempo necessario a vincere». La risposta: «La nostra sicurezza nazionale dipende dalla nostra forza economica. L’impegno a Kabul distrae le risorse finanziarie e quelle dei nostri leader». Al numero 2: «L’amministrazione Obama ha una strategia chiara e una via d’uscita dalla guerra». La risposta: «La strategia non funziona. La Casa Bianca sta cercando di realizzare le circostanze minime che permettano un ritiro». Al numero 6: «Se ce ne andiamo, Al Qaeda sarà in grado di rafforzarsi e attaccare di nuovo gli Stati Uniti». Una delle ragioni più forti proclamate da George Bush prima e da Obama adesso. La risposta: «I soldi risparmiati con il ritiro vanno investiti nella sicurezza interna e nelle missioni delle forze speciali per impedire un attentato degli estremisti». La guerra che non finisce sta già costando agli americani 100 miliardi di dollari l’anno.

 

Pag 11 Operato del governo, consensi solo dal 30% di Renato Mannheimer

Le priorità: dei cinque punti, il fisco è quello più sentito dagli elettori. Ultimo il federalismo

 

I cinque punti che Berlusconi ha indicato come priorità (tasse, giustizia, Mezzogiorno, sicurezza, federalismo) costituiscono un programma ampio e impegnativo, sulla cui realizzazione molti nutrono dubbi. È certo, tuttavia, che Berlusconi ha, in questo momento, necessità di imprimere nuova linfa all’azione dell’esecutivo. Non solo in relazione agli equilibri politici interni, quanto per frenare il declino di consensi per l’operato del governo, in atto ormai da mesi e che ha portato a una forte contrazione del seguito per il Pdl, attestatosi in questi giorni attorno al 29%. Se si domanda agli italiani «come valuta l’operato complessivo del governo fino a questo momento?», solo meno di un terzo (30%) risponde in modo positivo, mentre quasi tutti i restanti esprimono un giudizio critico. È significativo il fatto che, su questo argomento e diversamente da quanto accade per tante altre questioni politiche, quasi tutti manifestano un’opinione e le risposte «non so» sono pochissime (2%). I consensi per il governo sono in misura simile a quanto rilevato a inizio luglio (31%), ma sensibilmente inferiori a quanto emerso nei mesi precedenti: a marzo erano 39%, a giugno erano 33%. Segno che la crisi crescente di fiducia verso l’esecutivo è ancora in atto. Naturalmente, essa non si presenta con la stessa intensità nelle varie categorie di cittadini. Esprimono maggior disagio i giovani fino a 24 anni e i residenti nel Meridione (che vedono con più timore il federalismo). Nonché, ovviamente, gli elettori del centrosinistra, tra i quali i giudizi critici superano l’84%. Ma anche tra i votanti per i partiti di maggioranza c’è una considerevole area di insoddisfazione, che oltrepassa un quarto di questi ultimi (26%, con un’accentuazione tra i leghisti). E, ancora, si registra una pericolosa prevalenza (81%) di delusi dall’attività di governo nel settore cruciale degli indecisi sul partito (e, spesso, sullo schieramento) da votare alle prossime eventuali elezioni. Tutto ciò comporta perplessità sulla effettiva capacità del governo di fare le riforme promesse. Solo sei mesi fa la maggioranza degli italiani (58%) dichiarava di credere comunque all’attuazione di queste ultime. Oggi, questa posizione è espressa dal 44%, mentre la gran parte degli intervistati (53%) si dice incredula sulla realizzazione. Anche in questo caso, lo scetticismo è presente, in misura minoritaria (19%), nell’elettorato di centrodestra e, in maggioranza (67%), tra gli indecisi. Restano comunque diffuse le aspettative che qualcosa si realizzi. Esse riguardano tutte e cinque le tematiche proposte da Berlusconi, considerate nel loro complesso essenziali e urgenti. C’è tuttavia una graduatoria di priorità attribuita dagli italiani. Essa vede primeggiare la questione fiscale e l’attesa della riduzione delle tasse, già oggetto più volte del programma elettorale del centrodestra e ribadita dal presidente del Consiglio anche nelle sue ultime dichiarazioni. Seguono la riforma della giustizia, il Mezzogiorno e la sicurezza, mentre il federalismo fiscale, pur reputato importante, si colloca in una posizione di minore urgenza percepita dalla popolazione, specie tra i residenti al Sud. Insomma, gli italiani si mostrano fortemente scettici, ma, al tempo stesso, speranzosi che qualcosa si riesca a fare. E Berlusconi, che conosce bene la situazione essendo un cultore dei sondaggi, deve, per recuperare voti e popolarità, cercare di andare incontro alle loro attese.

 

Pag 30 I perché della svolta francese verso una laicità più «tranquilla» di Francesco Margotta Broglio

 

I «cordiali» colloqui tra Benedetto XVI e il presidente francese Sarkozy hanno avuto al centro - secondo il comunicato ufficiale - temi di politica internazionale, la situazione dei cristiani nelle zone a rischio del mondo, e la dimensione etica delle problematiche economiche nella prospettiva del magistero pontificio. L’incontro è stato anche l’occasione per ribadire la «reciproca volontà di mantenere un dialogo permanente ai diversi livelli istituzionali e di continuare a collaborare costruttivamente nelle questioni di comune interesse». Il concetto di «dialogo istituzionale permanente» va ben oltre l’antica «laicité de combat» dell’ordinamento francese e conferma la svolta nei rapporti Stato-religioni segnata dai discorsi al Laterano e a Ryad del 2007 e da quelli ai vescovi europei del 2009 e alla basilica di Vézelay del 1˚ottobre scorso e consolida l’evoluzione in corso verso una laicità tranquilla e positiva. Una laicità che ha già prodotto una sorta di mini-concordato per il riconoscimento dei titoli accademici di università cattoliche e facoltà ecclesiastiche, giudicato nel 2010 non contrario al principio di laicità dal Consiglio di Stato. Ma, al di là dell’occasione - un po’ immiserita dalla stampa francese con il riferimento alla strategia elettorale di Sarkozy che grazie al Papa spera di recuperare voti (il 14% di praticanti, avanzati di età, conservatori e inquieti per la sicurezza e l'islam, sarebbe tentata dalla estrema destra e dall’astensione) e alle riserve ecclesiastiche, ribadite ieri in San Pietro dal cardinale Tauran, sulla politica discriminatoria francese nei confronti di immigrati e rom - si deve tener conto, per dare senso al colloquio, del contesto profondamente mutato, almeno dalla fine del secolo scorso, nei rapporti tra società civile e società religiosa. La crescente pluralizzazione del paesaggio religioso, con forti presenze islamiche, la ripresa in filigrana delle antiche divisioni tra cristianesimo occidentale e orientale dovuta al nuovo vigore delle ortodossie autocefale non più mortificate dai comunismi, la compresenza di un crescente e attivo agnosticismo secolarizzato e di intensificati radicalismi religiosi che rifiutano il pluralismo e la laicità delle istituzioni, l’inevitabile contaminazione, negli alambicchi dell’Unione Europea, tra i molti diversi (storicamente e politicamente) sistemi nazionali di rapporti Stato-chiese e religione-politica, le nuove sfide delle emergenze ecologiche, demografiche, bioetiche, sessuali (nuovi ruoli della donna) e generazionali, hanno scombussolato le certezze e i riferimenti etici di una società che non è più solo post-cristiana, ma anche post-secolare (Habermas). Sarkozy lo ha capito fin da quando era ministro dell’Interno e dei Culti, come risultò evidente dalle celebrazioni del centenario della legge di separazione (2005), dalla istituzione di una commissione incaricata di aggiornare la legislazione in materia religiosa e, dopo essere arrivato all’Eliseo, dagli interventi in occasione della precedente visita in Vaticano e dell’incontro con gli episcopati d’Europa. Accogliendo all’ambasciata presso la Santa Sede il Segretario di Stato e altre autorità vaticane dopo la visita al Santo Padre, Sarkozy, quasi in chiave neo-gallicana, ha tenuto a sottolineare «il legame così particolare che ha sempre unito la Sede Apostolica e la Francia» la quale ha con la Chiesa due millenni di «storia comune» (la rivoluzione, la presa napoleonica di Roma e la Comune di Parigi non furono che spiacevoli parentesi) e condivide oggi con la medesima «un tesoro inestimabile di valori morali e culturali, di civiltà, iscritti nel cuore della sua identità», l’una con le armi spirituali, l’altra con quelle politiche per combattere insieme un gran numero di «cause comuni». Quali? La giustizia, l’equilibrio, la pace, la fraternità che impongono il dialogo e un’azione comune. Con diverse responsabilità, ma con la medesima volontà di battersi in difesa della dignità della persona umana. Senza dimenticare la distinzione tra spirituale e temporale come principio di libertà e la laicità come «principio di rispetto», Chiesa e Stato devono unire i loro sforzi per affrontare i problemi della società (che hanno sempre una dimensione intellettuale e sociale anche se di natura economica) della quale la Chiesa è parte come istituzione, mentre la politica deve farsi carico del fatto religioso e dei valori spirituali e morali, nel mutuo rispetto e nella reciproca comprensione. Lottare contro l’immigrazione illegale «è un imperativo morale», mentre l’economia e la libertà stessa non possono essere senza regole; la legge della giungla, del più forte e del più furbo è il contrario della civiltà. La «speranza» di Péguy dev’essere restituita a tutti nel mondo. Per farla rivivere in mezzo alle difficoltà di ogni tipo la Francia e la Chiesa devono unire la vocazione della prima e la missione della seconda. Un discorso nel quale la parola «separazione» non è mai stata pronunciata e che rappresenta una tappa ulteriore nell’avvicinamento della Francia alle laicità europee. Un discorso programmatico che ha abilmente omesso riferimenti ai malintesi dei mesi scorsi in una prospettiva che, se realizzata fino in fondo, potrebbe cambiare il volto (senza veli islamici) dell’antica Marianna.

 

LA REPUBBLICA di domenica 10 ottobre 2010

Pag 1 Da Cavour e Garibaldi a Bossi e Berlusconi di Eugenio Scalfari

 

Le celebrazioni dell'unità d'Italia che avranno il loro culmine nel marzo dell'anno prossimo hanno riportato all'attualità la storia del Risorgimento. Libri, spettacoli, film di ampio respiro, confronto di idee e d'interpretazioni. Ma dietro quest'apparenza c'è una più sostanziosa motivazione che spiega il "revival" risorgimentale ed è il problema del federalismo, fiscale e istituzionale. Questione meridionale e questione settentrionale si sfidano tra loro e infiammano la lotta politica. La prima ha alle sue spalle centocinquant'anni di storia, la seconda è aperta da una ventina d'anni, da quando "Roma ladrona" ha dovuto stringere i cordoni della borsa perché erano venute a mancare le risorse non solo per assistere il Sud ma anche per finanziare nel Nord il tessuto imprenditoriale rinnovando la rete insufficiente e invecchiata delle infrastrutture che costituiscono il sostegno delle piccole e medie imprese. La sfida federalista ha riproposto con rinnovato vigore la lettura del Risorgimento e dei personaggi che ne costituiscono le icone. Tre soprattutto: Mazzini, Garibaldi, Cavour; e due più defilate per la loro posizione istituzionale ma che hanno comunque avuto un ruolo importante nello svolgimento risorgimentale: Carlo Alberto di Savoia e ancora di più il suo figlio e successore Vittorio Emanuele, primo re d'Italia nel 1861. Mi sembra perciò interessante rivisitare queste vicende e questi personaggi, sia pure con la brevità imposta da un articolo di giornale. Comincio da Giuseppe Mazzini non soltanto per ragioni di cronologia ma anche perché spetta a lui il merito d'aver posto il tema dell'indipendenza e dell'unità d'Italia - già toccati da gran tempo da poeti e letterati - sul terreno della politica e dell'azione.                                              

Mazzini emigrò presto, prima in Svizzera poi in Inghilterra, inseguito da mandati di cattura e dalle polizie piemontese, austriaca, francese e poi, fino a quando morì, italiana. In Italia ricomparve saltuariamente e clandestinamente salvo la breve parentesi della Repubblica romana del '49, schiacciata dopo pochi mesi dagli zuavi di Oudinot. Questa sua condizione di esule ha indotto molti memorialisti e scrittori che si sono occupati di lui a isolarlo dal contesto storico in cui operò, quasi che i suoi rapporti si limitassero soltanto alla rete della Giovane Italia da lui fondata negli anni Trenta del suo secolo, agli affiliati di quell'associazione e ai giovani cospiratori che comunque lo ebbero come stella polare d'insegnamento e di azione. Un maestro in tutti i sensi e i suoi discepoli, distaccati l'uno e gli altri dalla realtà politica che si svolgeva contro di loro e senza di loro; una schiera di utopisti che si esaltavano a vicenda, molti dei quali affrontarono la morte e le galere con avventure votate all'insuccesso e comunque prive di effetti sulla realtà. Questa visione, fatta propria dal recente film di Martone che tra poco apparirà nelle sale e che è un bellissimo spettacolo, è però storicamente e politicamente lacunosa. Mazzini non fu affatto un isolato maestro allucinato da un'utopia sanguinaria e sanguinosa di complotti e di terrorismo. I complotti ci furono, i conati rivoluzionari finiti nel sangue e nella sconfitta anche; ma in quegli anni erano il solo modo per esprimere il programma d'una rivoluzione italiana fondata sulla libertà e l'indipendenza nazionale, sui diritti e sui doveri dei cittadini. Storicamente fu il tentativo di dare un seguito agli ideali della rivoluzione francese che Napoleone aveva esportato in tutta Europa sovrapponendo tuttavia ad essi il potere militare e imperiale. Non è un caso del resto che i primi moti risorgimentali in Italia avvennero nel 1820 e '21 per iniziativa di ex ufficiali dell'esercito imperiale: Michele Morelli e Salvati in Calabria, Santorre Santarosa in Piemonte con la complicità di Carlo Alberto. E fu Gioacchino Murat, re delle Due Sicilie e maresciallo dell'Impero a tentare l'avventura italiana dopo Waterloo con il programma di Rimini e poi con la spedizione nel Sud conclusa con la sua fucilazione a Pizzo Calabro. Tutto ciò avvenne molto prima della fondazione della Giovane Italia, così come molto prima le "vendite" carbonare avevano costellato l'Italia con una rete clandestina. La rivoluzione napoletana del 1799 fu il primo segnale di questo lungo percorso risorgimentale e pagò quel tentativo con migliaia di morti e secoli di galera per i sopravvissuti. Non fu dunque Mazzini il primo a tentare insurrezioni che causarono morti e galera. Quanto al suo isolamento politico, ricordo che i suoi contatti con Garibaldi furono intensi anche se spesso discordanti fino al 1860; ma ci furono anche contatti con Carlo Alberto e con Vittorio Emanuele ai quali scrisse lettere vibranti in occasione delle due guerre d'indipendenza intraprese dai Savoia. Infine fece parte dell'Internazionale, dove ebbe polemiche e scontri con Marx, Engels e Bakunin sulla lotta di classe e sulla rivoluzione sociale che Mazzini accettava nella versione di Pisacane ma respingeva in quella del Manifesto comunista. Un maestro isolato che mandò inutilmente al macello centinaia di giovani infatuati? Proprio non direi.

Si discute se la figura decisiva del Risorgimento e dell'Unità sia stata quella di Garibaldi o del conte di Cavour. Discussione oziosa perché quelle due personalità ebbero lo stesso rilievo e furono egualmente indispensabili. Mazzini aveva gettato il seme, Garibaldi e Cavour coltivarono l'albero e ne fecero maturare i frutti. Senza Garibaldi l'Italia unita non ci sarebbe stata; senza Cavour non ci sarebbe stata l'indipendenza nazionale né la fine del temporalismo papale. Aggiungo: senza Carlo Alberto non ci sarebbe stato lo Statuto (il re delle Due Sicilie concesse anch'egli una Costituzione nel '48 ma poi la ritirò) e senza Vittorio Emanuele non ci sarebbe stato Cavour né Roma capitale. Quasi tutti gli storici del Risorgimento hanno rilevato che quel moto fu un fatto di minoranza, un sentimento elitario e "letterario" che si incrociò con gli interessi concreti di un ceto borghese che stava emergendo soprattutto in Lombardia e in Liguria. Molti di loro hanno anche osservato che mancò la partecipazione popolare cogliendo in questa mancanza la causa della fragilità democratica italiana. Non sono d'accordo con questa diagnosi. Non già sulla constatazione della mancata partecipazione popolare, che è un dato di fatto incontestabile. Ma la partecipazione popolare non c'è mai stata nelle società contadine confinate nella povertà, nell'isolamento e nell'analfabetismo. Le rivoluzioni sono state sempre e dovunque fatti di minoranza. La pubblica opinione si forma come fenomeno culturale. La rivoluzione dell'Ottantanove è un fatto di minoranza e così quella russa del 1917. Ma fatti di minoranza furono anche la rivoluzione di Cromwell e poi la guerra d'indipendenza americana guidata da Washington. Le società contadine sono state spesso agitate da procellose sommosse dovute alla povertà e alla fame. Sommosse, non rivoluzioni che inaugurano nuove epoche e nuove istituzioni. Così il Risorgimento. Le masse furono assenti. Ma la perenne fragilità della nostra democrazia non deriva da quell'assenza ma dal fatto che l'educazione delle plebi, come allora si diceva con aulico linguaggio, tardò e fu comunque incompleta. Le masse cattoliche furono educate al pane celeste ma assai poco al pane terreno che per molti anni fu anzi considerato un cibo infetto dal quale astenersi. Quanto alle masse socialiste, furono educate a reclamare sacrosanti diritti ma non riuscirono a coinvolgere né la popolazione contadina né quella artigiana che costituivano il tessuto portante della popolazione attiva. I luoghi di quell'educazione furono soltanto le industrie e il proletariato operaio che in esse formò la propria identità sociale. Quanto alla critica contro la centralizzazione del potere, anche questo a me sembra un falso problema. I grandi Stati nazionali europei sono nati tutti dalla concentrazione del potere. Così la Francia, così l'Inghilterra, così la Prussia, nocciolo dell'unità tedesca. Il potere centrale è stato un elemento di modernità, Tocqueville ne fece l'analisi perfetta nell'Ancien Régime et la Révolution. L'aspetto negativo non è stato dunque la centralizzazione ma la burocratizzazione. Sono due elementi distinti e sarebbe grave errore considerarli un "unicum"; molto spesso i poteri locali sono ancor più burocratici di quelli centrali e questo è vero anche nell'Italia di oggi. Dovremo quindi impegnarci in un federalismo che preservi e anzi compia un disegno nazionale ancora largamente lacunoso, smantelli la burocratizzazione centrale e impedisca quella regionale e comunale già ampiamente presente. Si tratta dunque d'un cammino lungo, appena iniziato e purtroppo sotto cattivissime stelle.

 

LA STAMPA di domenica 10 ottobre 2010

Il giornalismo davanti a un incrocio di Barbara Spinelli

 

Se apocalisse significa letteralmente ritiro del velo che copre le cose, quella che viviamo in Italia è l’apocalisse del giornalismo: è giornalismo denudato, svelato. È giornalismo che si trova davanti a un incrocio: se si fa forte, rinasce e ritrova lettori; se si compiace del proprio ruolo di golem della politica, perde i lettori per il semplice motivo che non ha mai pensato a loro. Diciamo subito che il male oltrepassa la piccola storia del Giornale di Sallusti e Feltri, nonostante la piccola storia sia tutt’altro che irrilevante: se la redazione è stata perquisita come fosse un covo di banditi, è perché da tempo il quotidiano si conduce in modo tale da suscitare sospetti, apprensione. I suoi vertici orchestrano campagne di distruzione che colpiscono uno dopo l’altro chiunque osi criticare i proprietari della testata (la famiglia Berlusconi, il cui capo è premier): prima vennero le calunnie contro Veronica Lario, poi contro Dino Boffo direttore dell’Avvenire, poi per mesi contro Fini, adesso contro il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia. Il male oltrepassa questa catena di operazioni belliche perché tutti i giornali scritti sono oggi al bivio. La crisi è mondiale, i lettori si disaffezionano e invecchiano, i giovani cercano notizie su altre fonti: blog, giornali online. Philip Meyer, professore di giornalismo all’Università della Carolina del Nord, sostiene che l’ultimo quotidiano cartaceo uscirà nel 2040. Viviamo dunque gli ultimi giorni della stampa scritta e vale la pena meditarli in un Paese, l’Italia, che li vive così male. Per questo le aggressioni a Fini e alla Marcegaglia sono decisive, vanno studiate come casi esemplari. Si dirà che è storia antica, che da sempre il giornalismo sfiora il sensazionalismo. Alla fine dell’800, chi scriveva senza verificare le fonti veniva chiamato yellow journalist, e i primi giornalisti-liquidatori innamorati del proprio potere politico furono Joseph Pulitzer e William Hearst (Citizen Kane nel film di Orson Welles). Perché giornalismo giallo? Perché un vignettista di Pulitzer aveva dato questo nome - yellow kid - al protagonista dei propri fumetti. Ma quelli erano gli inizi del grande giornalismo, fatto anche di preziose inchieste. Perfino il compassato Economist apprezzava la cosiddetta furia mediatica. Negli Anni 50, il direttore Geoffrey Crowther prescrisse ai redattori il motto seguente: «Semplifica, e poi esagera» (simplify, then exaggerate). Ora tuttavia non siamo agli inizi ma alla fine di una grande avventura. Per ogni giornale stampato è apocalisse, e a ogni giornalista tocca esaminarsi allo specchio e interrogarsi sulla professione che ha scelto, sul perché intende continuare, su quel che vuol difendere e in primis: su chi sono gli interlocutori che cerca, cui sarà fedele. Nel declino gli animi tendono a agitarsi ancora più scompostamente, e questo spiega lo squasso morale di tante testate (e tante teste) legate al magnate dei media che è Berlusconi. Se quest’ultimo volesse davvero governare normalmente, come pretende, dovrebbe interiorizzare le norme che intelaiano la democrazia e non solo rinunciare agli scudi che lo immunizzano dai processi ma ai tanti, troppi mezzi di comunicazione che possiede. Lo dovrebbe per rispetto della carica che ricopre. Aiuterebbe l’informazione a rinascere, a uscire meglio dalla crisi che comunque traversa. Chi scrive queste righe, si è sforzato di avere come sola bussola i lettori: non sempre con successo, ma sempre tentando una risposta alle loro domande. Ritengo che il lettore influenzi il giornalista più di quanto il giornalista influenzi il pubblico: in ogni conversazione, l’ascoltatore ha una funzione non meno maieutica di chi parla. Per un professionista che ami investigare sulla verità dei fatti, questo legame con chi lo legge prevale su ogni altro legame, con politici o colleghi. Una tavola rotonda fra giornalisti, senza lettori, ha qualcosa di osceno. Tanto più sono colpita dalla condotta di esponenti del nostro mestiere che sembrano appartenere alle bande mafiose dei romanzi di Chandler. Nella loro distruttività usano la parola, i dossier o le foto alla stregua di pistole. Minacciano, prima ancora di mettersi davanti al computer. Soprattutto, gridano alla libertà di stampa assediata, quando il velo cade e li svela. Hanno ragione quando difendono il diritto alle inchieste più trasgressive, e sempre può capitare l’errore: chi non sbaglia mai non è un reporter. Quel che non si può fare, è telefonare alla persona su cui s’indaga e intimidirla, promettendo di non agire in cambio di qualcosa. In tal caso non è inchiesta ma ricatto, seguito semmai da vendetta. È qui che entriamo nel romanzo criminale, nella logica non dell’articolo ma del pizzino. Il giornalista Lonnie Morgan dice a Marlowe, nel Lungo Addio: «Per come la penso io, bloccare le indagini su un omicidio con una telefonata e bloccarle stendendo il testimone è solo questione di metodo. La civiltà storce il naso in entrambi i casi». Conviene ascoltare e riascoltare le parole pronunciate dai vertici del Giornale, perché inaudita è la violenza che emanano. Sentiamo quel che il vicedirettore Porro dice al telefono, pochi minuti dopo aver spedito un minatorio sms, a Rinaldo Arpisella, portavoce della Marcegaglia: «Ora ci divertiamo, per venti giorni romperemo il c... alla Marcegaglia come pochi al mondo. Abbiamo spostato i segugi da Montecarlo a Mantova». Perché? «Perché non sembra berlusconiana,... e non ci ha mai filati». Porro s’è presentato tempo fa in tv come «volto umano» del quotidiano (la «belva umana» è secondo lui Sallusti). Il presidente della Confindustria, come Boffo o Fini, ha criticato il premier: questo peccato mortale, non altri ritenuti veniali, indigna i giornalisti-vendicatori. Il turpiloquio non è perseguibile: alla cornetta si dicono tante cose. Quel che è scandaloso viene dopo la telefonata. Spaventata dai malavitosi avvertimenti, la Marcegaglia telefona a Confalonieri, presidente di Mediaset e consigliere d’amministrazione del Giornale. Confalonieri telefona a Feltri, direttore editoriale. Si ottiene un accordo. Si parlerà della Marcegaglia, ma con cura: pubblicando magari articoli, fin qui ignorati, di altri giornali. È così che il giornalista si tramuta in smistatore di pizzini, e demolitore della propria professione. Quello del giornalista è un bel mestiere con brutte abitudini, e tale doppiezza gli sta accanto sempre. È qui che l’occhio del lettore aiuta a star diritti, a non farsi usare: è il lettore il suo sovrano, anche se la maggior parte dei giornali dipende purtroppo, in Italia, da industriali e non da editori. Berlusconi ha reso più che mai evidente un vizio ben antico. Così come lui carezza la sovranità del popolo senza rispettarlo, così rischiamo di fare noi con i lettori. Rispettarli è l’unica via per lottare contro la nostra fine, e le opportunità non mancano: è il resoconto veritiero, è smascherare le falsità. È servire la persona che ancora acquista giornali. Ci vuole qualcuno che trattenga l’apocalisse, cioè l’avvento dell’anomia, dell’illegalità generalizzata: un katéchon, come nella seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi (2,6-7). Il giornalista che aspira a «trattenere» lo squasso è in costante stato di Lungo Addio, come il private eye di Chandler. Il suo è un addio alle manipolazioni, alle congetture infondate, alla politica da cui è usato, ai tempi del Palazzo, a tutto ciò che lo allontana da tanti lettori che perdono interesse nei giornali scritti, troppo costosi per esser liberi. Chi vive nella coscienza d’un commiato sempre incombente sa che c’è un solo modo di congedarsi dalle male educazioni del mestiere: solo se il Lungo Addio, come per Philip Marlowe, ignora le bombe a orologeria ed è «triste, solitario e finale».

 

La guerra e i veri obiettivi di Vittorio Emanuele Parsi

 

Il 2010 si va profilando come l’anno più luttuoso per la coalizione multinazionale da quando la guerra afghana è cominciata. E a questa tendenza generale non sfugge purtroppo neppure il contingente italiano. Il prezzo da pagare si fa sempre più alto, al punto che dal presidente Obama al premier Cameron al ministro della Difesa La Russa, tutte le autorità governative si affannano a proclamare il 2011 come l’anno in cui terminerà lo sforzo di Isaf. Quasi volessero rassicurare l’opinione pubblica che si tratta di stringere i denti ancora per un anno e poi l’incubo, con il suo stillicidio di morti, cesserà o perlomeno smetterà di riguardarci. Lasciateci dire che tutto questo è profondamente sbagliato. Il punto non è fissare una data e cercare di arrivarci in qualche modo. Il punto è capire quali sono gli obiettivi della nostra guerra, quella di Isaf, in Afghanistan, adeguare la strategia agli obiettivi e ritirarsi quando saranno stati raggiunti o quando risultasse evidente che è impossibile ottenere più di quanto è stato conseguito. Ma procediamo con ordine. Quello che tutti sembrano aver dimenticato è che la guerra in Afghanistan era già in corso quando la coalizione internazionale è arrivata. Era una guerra tra l’Alleanza del Nord, il cui leader Massud fu eliminato poche ore prima dell’11 settembre, e il regime talebano. L’intervento occidentale in quel conflitto fu causato dagli attentati dell’11 settembre e dal rifiuto del regime talebano di consegnare Osama alle autorità americane, come richiedevano le Nazioni Unite. Noi non siamo entrati in guerra per trasformare l’Afghanistan in una socialdemocrazia, né per far prevalere questa o quella fazione. Ma abbiamo sostenuto una fazione e rovesciato il regime talebano per un duplice scopo: quello esplicito di eliminare le cellule qaediste e catturare Bin Laden e quello implicito di tenere la guerra lontano dall’Occidente, dopo che Bin Laden era riuscito a portarla nel cuore dell’Occidente. Potremo discutere all’infinito se, finora, l’obiettivo esplicito è stato raggiunto, consapevoli che di Bin Laden si sono perse le tracce tanto che neppure sappiamo se è ancora vivo, ma anche che gran parte della struttura qaedista in Afghanistan è stata eliminata fisicamente. Siamo peraltro riusciti a tenere la guerra lontano dalle nostre case, anche se, in questi nove anni, Londra e Madrid sono state colpite da due gravi attentati terroristici. La domanda che oggi dovrebbero porsi i leader della Nato e dei Paesi associati è se, arrivati a questo punto, non occorra cambiare radicalmente strategia per raggiungere i medesimi obiettivi (tenere lontana la guerra e colpire Al Qaeda), cioè se la presenza delle truppe Isaf costituisca ancora uno strumento efficace o possa essere invece controproducente rispetto ai nostri scopi di guerra. Che non sono quelli di Kharzai. Il Presidente afgano ha i suoi scopi, sintetizzabili nel restare al potere e nel cercare di dare un minimo di tregua al suo popolo. Per potercela fare ha bisogno come minimo di avere un migliore strumento militare, che gli consenta di consolidare la propria posizione, e poi di cercare una soluzione politica del conflitto che sia la sua e non la nostra, parlando con chi ritenga opportuno. A tal fine, la nostra presenza rischia di essere un impiccio. Finché Isaf sarà in Afghanistan il raggio di trattative che Kharzai potrà intavolare con successo sarà di necessità limitato. Ma se l’Alleanza riterrà che, giunti a questo punto, il conseguimento dei nostri scopi di guerra richieda il ritiro di Isaf, allora si dovrà procedere in questa direzione. Valutando solo che ciò avvenga senza mettere a rischio la credibilità della Nato e chiarendo che se l’Afghanistan, con o senza l’associazione dei talebani al governo, dovesse tornare a essere un santuario per i terroristi, si esporrà a una massiccia rappresaglia militare. Durante i quasi dieci anni di guerra, ci siamo ritrovati a combattere per obiettivi probabilmente irrealizzabili con queste modalità e comunque in così poco tempo. Le foto delle ragazze di Kabul negli Anni 60, con i loro tailleur e i loro capelli al vento ci ricordano che la situazione è regredita di conflitto in conflitto, da quando il Paese è scivolato nella guerra civile che portò all’intervento russo. Quello che abbiamo imparato è che, quando la guerra è tra la gente, conquistare i cuori e le menti della popolazione civile è la sola via per vincere. Ma farlo mentre si combatte è quasi impossibile. Sarebbe come cercare di fare contemporaneamente lo sbarco in Normandia (in cui morirono più civili francesi che soldati di tutti gli eserciti) e il Piano Marshall. Ed è proprio quello che stiamo provando a fare in Afghanistan.

 

IL MESSAGGERO di domenica 10 ottobre 2010

Pag 1 La via stretta per togliere la castagne dal fuoco di Carlo Jean

 

L’Italia è in lutto per i quattro alpini del 7° reggimento caduti in un agguato nel distretto di Gulistan, nella provincia di Herat. Il cordoglio è generale. Con il Capo dello Stato, l’intera nazione esprime la solidarietà alle famiglie dei caduti ed all’Esercito. In totale abbiamo perso in Afghanistan 34 soldati, di cui 12 quest’anno. Le perdite sono aumentate per tutte le forze internazionali. La causa è stata l’intensificazione degli attacchi dei Talebani e gli esplosivi più potenti impiegati nelle loro mine, causa di circa due terzi delle perdite, a cui neppure il Lince ha resistito. La strategia voluta dal presidente Obama non sta raggiungendo i risultati sperati. In Afghanistan si stanno combattendo due guerre. Una contro al-Qaeda; l’altra contro l’insurrezione talebana. La prima è stata praticamente vinta, anche se il successo deve essere completato. I seguaci di Osama bin Laden sono stati eliminati o sono fuggiti. L’organizzazione terroristica, pur continuando ad esercitare un forte richiamo ideologico, non è più in grado di organizzare maxi-attentati in Occidente. Si è frammentata. I suoi superstiti sono emigrati in altre regioni. Il nucleo più pericoloso continua a nascondersi nelle impervie regioni fra il Pakistan e l’Afghanistan. La presenza occidentale ha lo scopo di distruggerlo completamente, attaccandolo con raids di forze speciali e con i missili degli aerei non pilotati. Obama forse per fare qualcosa di diverso da quanto deciso da Bush ha voluto unire le due guerre, contrariamente all’opinione del vicepresidente Biden, che voleva concentrarsi sulla prima. Non per nulla l’Afghanistan, storicamente “cimitero degli imperi” lo è divenuto anche dei generali: prima MacKiernan, silurato da Gates; poi McChrystal, sostituito da Obama; oggi il dimissionario consigliere per la sicurezza nazionale, Jones. La seconda guerra quella anti-insurrezionale si prefiggeva di afganizzare il conflitto, dopo aver messo il Paese in decorose condizioni di provvedere da solo alla propria stabilità e sicurezza. Per farlo, Obama prevedeva una conciliazione con i Talebani più moderati, il rafforzamento delle forze armate e di polizia afgane e l’esistenza di un efficiente governo a Kabul. Il raggiungimento di queste condizioni è più difficile di quanto previsto. I Talebani non vogliono trattare. La strategia da seguire in Afghanistan sarà discussa nel Summit Nato che si terrà a Lisbona a novembre. Sicuramente sarà modificata. Come non si sa. Il problema è di uscire dall’Afghanistan senza che il ritiro appaia una sconfitta dell’Occidente e quel disgraziato Paese non venga abbandonato nel caos. Una completa vittoria talebana scatenerebbe il terrorismo transnazionale. È questa la ragione per rimanere. Beninteso, per la Nato si tratta anche di non abbandonare gli Usa e tradire gli impegni presi con essi. Sarebbe anche un tradimento nei confronti dei sacrifici sostenuti dai nostri soldati. Che cosa fare allora? Che cosa potrebbe proporre l’Italia? Che cosa potrebbe indurre i Talebani a negoziare con Kabul e consentire all’Occidente un dignitoso ritiro? Una soluzione è già stata tentata. Quella di coinvolgere nel contrasto ai Talebani la Russia (che teme la diffusione del contagio islamista in Asia Centrale), l’Iran (che non vuole avere ai suoi confini uno Stato dominato da sunniti radicali appoggiati, oltre che dal Pakistan, dall’Arabia Saudita) e l’India, timorosa di un rafforzamento del Pakistan. È fallita. Tutti vogliono che sia l’Occidente a togliere per loro le castagne dal fuoco. La “conquista dei cuori e delle menti” degli afgani prevista da Obama si è rivelata impossibile. La massa della popolazione afgana ha paura dei Talebani, di cui prevede la vittoria ed il ritorno al potere. A nulla è valsa la riduzione delle perdite civili, diminuendo il ricorso al fuoco aereo e dell’artiglieria. Le perdite di civili afgani sono diminuite, ma sono aumentate quelle occidentali. Forse l’unica strada ancora da percorrere è quella di resuscitare l’anti-talebana Alleanza del Nord, formata da Tagiki, Uzbechi e Hazara. Significherebbe la divisione del Paese e forse una nuova guerra civile. È quanto i Talebani temono di più. La minaccia di farlo potrebbe convincerli a negoziare con Kabul e consentire all’Occidente di ritirarsi senza perdere troppo la faccia. La strategia voluta da Obama potrebbe allora avere un dignitoso successo.

 

IL GIORNALE di domenica 10 ottobre 2010

Accettiamo che la guerra è dolore di Andrea Nativi

Impariamo a convivere con i morti in guerra

 

Ci si può abituare agli orrori della guerra? Alle immagini dei nostri soldati caduti, dei corpi e dei mezzi dilaniati dalla furia delle esplosioni e dei proiettili allo strazio dei famigliari, al dolore sobrio e composto dei commilitoni, al tetro rito dei funerali di Stato, della bandiera tricolore sui feretri, delle note dell'inno nazionale a quelle del silenzio? No, non si può, non si deve. Dobbiamo però cambiare il modo con il quale affrontiamo queste tragedie, eventi con i quali, purtroppo, dovremo convivere, a lungo. Non a caso negli Stati Uniti si parla di «lunga guerra», perché la lotta al terrorismo, la difesa della sicurezza, degli interessi nazionali, comincia nelle più lontane regioni del globo. Non illudiamoci. Non sappiamo se e quando l'impegno in Afghanistan avrà termine, ma sappiamo che nel frattempo si aprirà un nuovo fronte di crisi, da qualche altra parte. E del resto migliaia di militari italiani sono in Libano, nei Balcani, al largo della Somalia. Non possiamo tirarci indietro, perché in gioco ci sono le nostre vite e il modello di società, i valori che diamo per scontati e che invece rischiano di essere messi a repentaglio. E se si pretende di contare qualcosa sul proscenio internazionale, occorre essere pronti a farsi carico di responsabilità nel campo della sicurezza. Ai tempi della guerra fredda l'Italia poteva vivere di rendita e farsi difendere. Oggi non è più possibile: conti non tanto per quel che puoi fare, ma per quello che fai effettivamente. E persino Paesi un tempo neutrali, come Svezia o Austria, si assumono impegni crescenti e mandano soldati in Afghanistan. La Germania poi ne ha quasi 5mila, la Gran Bretagna 10mila, la Francia 3.800. Tutti o quasi sono impegnati. Chi non invia truppe, apre il portafoglio e chi si tira indietro... paga un prezzo politico e strategico enorme. L'Italia però non è abituata a pensare che i suoi soldati possano cadere in battaglia, o in imboscate o anche in incidenti mentre prendono parte a missioni militari. Non importa se le chiamiamo missioni di pace o in qualche altro modo. Le formule politicamente corrette non contano per chi opera a centinaia, a migliaia di chilometri da casa, con la consapevolezza di essere esposto a rischi elevatissimi, rischi che si può, si deve cercare di attenuare, impegnando le risorse e le tecnologie necessarie, ma che non possono essere eliminati. L'Italia ha riscoperto quali sono i pericoli delle operazioni militari solo con la tragedia di Nassirya, in Irak. Sì, la stagione delle missioni di pace era iniziata ben prima, pensiamo al Libano, alla Somalia. E abbiamo anche combattuto in due guerre «ufficiali», quella del 1991 in Irak e quella del 1999 sulla ex Jugoslavia. Ma è da Nassirya che è cambiato qualcosa, quando abbiamo subito, in un solo giorno, 19 morti, quando abbiamo inviato all'estero contingenti consistenti di tutte e quattro le forze armate, militari professionisti e volontari. Gli italiani hanno sorpreso la politica e i media con la risposta spontanea a Nassirya. Ma pensavano, speravano che quello fosse un episodio eccezionale. Così non è, non può essere. Solo i più anziani ricordano le immani devastazioni e i genocidi della guerra mondiale. Le nuove generazioni non hanno l'esperienza e, non svolgendo più il servizio militare di leva, neanche conoscono le nuove forze armate. Occorre allora sforzarsi di maturare, imparare che anche per cercare di portare la pace si può essere costretti a combattere e che i nostri soldati ogni giorno possono essere feriti, uccisi, traumatizzati. Lo fanno anche per chi resta a casa e magari neanche non sa dove sia l'Afghanistan. Certo la morte dei nostri soldati non deve diventare qualcosa di «normale», ma occorre la consapevolezza che le operazioni militari sono inevitabili, con i sacrifici e i lutti che comportano. Eravamo coscienti della realtà nella stagione di sangue del terrorismo «interno». Dobbiamo esserlo anche in questa nuova, difficile condizione.

 

AVVENIRE di domenica 10 ottobre 2010

Pag 2 Quei colpi mirati a chi vuole dare futuro di Fulvio Scaglione

La strategia dei taleban contro gli italiani in Afghanistan

 

La morte di quattro alpini della Brigata Julia in un agguato nella provincia di Farah conferma la sensazione che da qualche tempo i terroristi afgani abbiano messo nel mirino i soldati italiani con particolare cura. Il nostro contingente paga da tempo un caro prezzo alla liberazione dell’Afghanistan dal regime dei taleban (sono ormai 34 i morti dal 2004), e il quadro generale della missione Nato mostra tratti più che preoccupanti: a tre mesi dalla fine, il 2010 è già l’anno più cruento, con 572 soldati stranieri caduti rispetto ai 521 di tutto il 2009. La morte degli alpini Gianmarco Manca, Marco Pedone, Sebastiano Ville e Francesco Vannozzi è arrivata a sole tre settimane da quella del tenente Alessandro Romani, caduto in un’imboscata nella stessa provincia di Farah, e a sua volta ucciso solo un mese dopo il maresciallo Gigli e il caporalmaggiore De Cillis. Bisogna dunque chiedersi che cos’abbiano fatto i soldati italiani per “meritarsi” un tale accanimento. Alcune spiegazioni vengono offerte dalle cronache di guerra. I taleban, o chi per essi, sempre più spesso attaccano i convogli che garantiscono le linee di rifornimento, colpendoli addirittura quando sono nei depositi, com’è successo proprio nei giorni scorsi al confine col Pakistan. I quattro alpini erano di scorta proprio a uno di questi convogli, un lungo serpente di 70 camion, quando sono stati assaliti. Una strategia, quella dei guerriglieri, che si completa con l’ormai ben nota semina di ordigni esplosivi lungo le strade e che ha per obiettivo non tanto le truppe Nato quanto la ricostruzione dell’Afghanistan. Bloccare o intimidire i trasporti significa colpire al cuore un’economia già debolissima e, di fatto, disperdere le speranze di rinascita del Paese. Ricostruzione, rinascita. Sono temi che i nostri soldati conoscono bene. Sono, anzi, la loro specialità. Solo pochi giorni fa il generale David Petraeus, comandante in capo delle truppe Usa, ha detto di considerare un esempio per tutti il lavoro svolto dagli italiani nel Provincial Reconstruction Team di Herat. Petraeus sa di che cosa parla: fu lui, nel 2006, a imprimere una svolta decisiva in Iraq proprio partendo dal presupposto che dare lavoro e prospettive a tanti iracheni sbandati e armati fosse assai più proficuo che aumentare il volume di fuoco per combatterli. Ebbe ragione, così come nella regione di Herat stanno avendo ragione i nostri, che costruiscono ambulatori, strade, ponti, scuole e sanno proteggerli, per dare alla gente modo di usarli in sicurezza. Il nodo è tutto qui: il rapporto con la popolazione, che la politica del terrore cerca di risucchiare nel gorgo delle vecchie abitudini tribali, e il lavoro per la ricostruzione vuole invece ancorare a un’idea meno disperata di futuro. L’azione dei soldati italiani, “calda” e allo stesso tempo professionale, dev’essere ostacolata, se possibile fermata, perché incide su un punto cruciale: convincere la popolazione che gli uomini in uniforme sono lì per loro e non contro di loro. Ai taleban va benissimo che l’Afghanistan sia inondato di aiuti finanziari, purché questi si disperdano (sprechi, corruzione, errori…) senza produrre un vero cambiamento. Basta pensare che negli ultimi anni povertà e mortalità infantile sono addirittura cresciute, invece di diminuire, per capire come mai gli attacchi contro il nostro contingente si moltiplicano. Perché i soldati italiani costruiscono ogni giorno qualcosa per gli altri. Qualcosa che resterà in ciò che i talebani più ambiscono a controllare: l’animo degli afghani.

 

Pag 6 La croce nel cuore di Chiara Zappa

Con l’immigrazione crescono i cristiani nella Penisola Arabica

 

Arleen ha 25 anni, viene dall’India e fa parte del gruppo «Giovani adulti» della parrocchia di Saint Francis a Jebel Ali, periferia di Dubai. Theresa, pakistana, è catechista della Cattedrale di Saint Joseph, ad Abu Dhabi, mentre Joy, anche lui indiano, 27enne del Kerala, è animatore del gruppo carismatico «Jesus Youth» in uno dei labour camp – le città ghetto – di Mussapha, la zona industriale della capitale, dove vive insieme a migliaia di lavoratori- schiavi, immigrati negli Emirati in cerca di un futuro. Nel resto del mondo, molti non si immaginano nemmeno che esistano. Eppure loro, i cristiani del Golfo Persico, sono in tanti e crescono senza sosta. Nel Vicariato d’Arabia, che con i suoi tre milioni di chilometri quadrati è il più esteso al mondo – oltre agli Emirati Arabi comprende il Qatar, il Bahrain, l’Arabia Saudita, l’Oman e lo Yemen, mentre il Kuwait è un Vicariato a sé – i battezzati sono milioni. Secondo stime ricavate dal Rapporto 2009 del Dipartimento di Stato americano sulla libertà religiosa, integrato da fonti 'dirette', in tutta la Penisola arabica (Vicariato d’Arabia più Vicariato del Kuwait) i cattolici sono circa tre milioni. I seguaci di Gesù rappresentano, nei diversi Paesi, tra il sette e il dieci per cento della popolazione, ma semplici calcoli empirici suggeriscono che negli Emirati superano addirittura il 30 per cento degli abitanti. Fanno parte di quegli immigrati che, dopo il boom petrolifero, hanno cominciato a riversarsi nella regione. E non hanno mai smesso, visto che il Golfo continua ad importare dall’estero sia le «braccia», sia i «cervelli» indispensabili alla sua crescita continua: in certe zone degli Emirati i migranti sono l’80% della popolazione. Mentre tutto il Medio Oriente, quindi, assiste al drammatico esodo dei cristiani, proprio nella Penisola arabica, che secondo la Sunna è terra sacra all’islam, il loro numero aumenta. E la loro presenza, sebbene discreta, è viva ed entusiasta. «Periferici? Noi non ci sentiamo affatto periferici!». Le parole di Susan, incontrata a un gruppo di preghiera carismatico nella parrocchia di Saint Michael, nell’emirato di Sharjah, chiariscono bene la vivacità e il protagonismo vissuti da una Chiesa che, vista dall’Occidente, potrebbe apparire marginale. Una percezione decisamente fuorviante. A Saint Michael, per esempio, le iniziative pastorali dedicate alle coppie e alle famiglie sono frequentatissime: i gruppi di preghiera – dalla scuola della Parola in lingua malayalam agli incontri per le comunità africane o tamil – sono quarantuno. Questi numeri – e questo mix di popoli – tra le comunità cristiane del Golfo Persico rappresentano la norma. Si dice che la parrocchia di Dubai, con i suoi 200 mila fedeli, sia tra le più grandi del mondo. I ragazzi che da tutta la città convergono ogni settimana nel compound (il complesso delle strutture parrocchiali) di Saint Mary per la catechesi sono oltre quattromila. Nella Cattedrale di Abu Dhabi, invece, al venerdì (qui il giorno di festa si adegua ai ritmi dell’islam) si celebrano dieci Messe: si comincia alle 6 e mezza di mattina mentre l’ultima celebrazione, quella in arabo, è alle 20,15. In mezzo, Messe in inglese, tagalog, konkani, urdu, seguite spesso da incontri di preghiera e momenti conviviali in cui i membri delle varie comunità, spesso lontani dalle proprie famiglie, scacciano la nostalgia di casa. Per farsi un’idea di che cosa sia la vita in una grande parrocchia del Golfo, basta scorrere lo schema usato da padre Muthu, parroco della Cattedrale, per calcolare il «numero di ostie da preparare per le celebrazioni»: la media è di trentamila particole alla settimana. Questa, però, è sola una faccia della medaglia. «I numeri così vistosi – fa notare padre Eugenio Mattioli, cappuccino di origine fiorentina e parroco di Saint Francis, da 52 anni in queste terre – rispecchiano la concentrazione dei fedeli causata dalla scarsità dei luoghi di culto esistenti!». La difficoltà a ottenere spazi per nuove chiese è uno dei crucci più sentiti tra le comunità del Golfo, dal Qatar – dove la prima chiesa cristiana è sorta, dopo tanta attesa, solo due anni fa – fino al Kuwait. «Lo stesso terreno su cui è costruita la cattedrale di Kuwait City non ci appartiene – racconta il vicario apostolico di Kuwait, il comboniano Camillo Ballin –. Siamo tenuti a pagare un affitto simbolico e non abbiamo garanzie di poter restare qui anche in futuro». La precarietà, da queste parti, è vita quotidiana. E non solo perché i cristiani, in quanto stranieri, sono obbligati ad abbandonare il Paese allo scadere del contratto di lavoro e comunque all’età della pensione. Soprattutto, la libertà di cui godono in tema di pratica religiosa è limitata agli stretti confini del complesso parrocchiale: non sono ammesse processioni, né simboli religiosi evidenti, né crocifissi in cima alle chiese. Eppure, proprio in terra d’Arabia, dove le campane non suonano mai, lo Spirito soffia. «La nostra fede è più forte qui che in patria! », esclama Nila Sanchez Bandigan, immigrata filippina che vive ad Abu Dhabi da 28 anni. «A casa frequentavo la parrocchia frettolosamente, dandola in un certo senso per scontato. Qui, come tanti miei connazionali, ho invece riscoperto la gioia di essere parte attiva della Chiesa».

 

Pag 17 Europa, un revival cristiano? di George Weigel

Dagli usa l’analisi dell’intellettuale Weigel

 

A metà maggio papa Benedetto XVI ha compiuto un pellegrinaggio apostolico in Portogallo: mezzo milione di persone hanno preso parte alla messa papale tenutasi all’aperto a Fatima. Una volta tornato a Roma il Papa, duecentomila pellegrini hanno invaso piazza San Pietro per la recita del Regina Coeli da parte di Benedetto XVI, dimostrando il loro appoggio ad un pontefice assediato da mesi dalle critiche su sacerdoti colpevoli di abusi verso minori e vescovi irresponsabili. Una settimana dopo si è conclusa l’esposizione ­durata 44 giorni - della Sindone di Torino nella cattedrale di questa città dell’Italia settentrionale. Nel corso di queste sole 6 settimane, qualcosa come 2 milioni di persone hanno affrontato lunghe file per passare pochi, brevi istanti di fronte a quello che alcuni credono essere stato il lenzuolo funebre di Cristo. Per non parlare dell’ultimo viaggio in Inghilterra... Messaggio ai vari Mark Twain: sono state troppo 'gonfiate' le inchieste sulla morte del cristianesimo in Europa? È una domanda semplice, e visto che sono stato uno di quelli che ha suonato il campanello di allarme sulla crisi europea in termini di civiltà morale con la pubblicazione del mio Il Cubo e la Cattedrale, mi sento obbligato a cercare una risposta. Che è questa: è troppo presto per dirlo. Il grande afflusso di pellegrini a Fatima o i numeri straordinari di quanti sono venuti a vedere la Sindone: tutti questi sono segni incoraggianti. Come lo è l’intensa pietà popolare che continua ad essere evidente in Polonia, soprattutto di recente, in occasione della tragica morte di alcuni leader di quella nazione nell’incidente aereo dello scorso aprile, quando si stavano recando nei luoghi delle fosse comuni di Katyn. Inoltre, in un senso paradossale, vale lo stesso per i virulenti attacchi rivolti alla Chiesa e al Papa negli ultimi mesi. Nessuno spende energie per rimproverare un’istituzione considerata moribonda ed un anziano di 83 anni ritenuto irrilevante; questi stessi attacchi sono l’evidenza che la fede cristiana - e la Chiesa cattolica - rimangono fattori rilevanti nella cultura europea e nella vita pubblica europea. Inoltre, se la Giornata mondiale della gioventù, che si terrà a Madrid il prossimo agosto, arriverà ad ospitare un milione o più di giovani pellegrini, come sembra possibile, essa risulterà una sfida lanciata al governo spagnolo iper-laicista di Zapatero e ai figli dell’Europa anni Sessanta, che possono tollerare il cristianesimo come una scelta di vita personale (sebbene la considerino decisamente bizzarra), ma sono gli stessi che insistono sul fatto che la società europea del XXI secolo deve essere liberata da ogni argomento morale religiosamente ispirato. Ma l’elemento decisivo in tutto questo, comunque, è se questa pubblica dimostrazione di convinzione e pietà cristiana diventerà un elemento di trasformazione della cultura, in maniera da essere capace di esercitare un movimento nella sfera pubblica. E non è semplice vedere qualcosa del genere succedere in Europa. Il cattolicesimo europeo ha poco delle infrastrutture messe in campo negli Stati Uniti negli ultimi decenni in vista di tale 'guerra culturale'. Faccio un esempio: in Europa non vi è niente di simile alla rivista First Things e al suo insieme di scrittori, i cui saggi e articoli richiedono attenzione da parte di funzionari pubblici, docenti universitari, media, e altri opinion makers. Esercitare questo tipo di movimento culturale richiede un duro lavoro e anche risorse. Soprattutto, comunque, domanda una massa critica di discepoli radicalmente convertiti al cristianesimo che sono passati attraverso momenti come quelli di padre Robert Barron, un prete di Chicago che vive a Torino. Il quale scrive: «Devo ammettere che questa (l’esposizione della Sindone, ndr) è stata una delle esperienze religiose più straordinarie della mia vita. I segni sulla Sindone ­ comprese le macchie di sangue ­ sono chiaramente visibili, cosa che significa che la brutale realtà della Passione è chiaramente visibile. Fissando la Sindone sono stato realmente portato indietro in quella squallida, piccola collina fuori dalle mura di Gerusalemme nell’anno 30 quando un giovane uomo venne torturato a morte. Mi compare davanti il volto di quella figura: quel volto pacifico, nobile, strano, ammaliante, che dischiudeva, allo stesso tempo, la profondità della miseria umana e la pienezza della misericordia divina. Nel volto del Dio crocifisso si dischiude l’intero dramma e tutta la poesia della fede cristiana, la Risposta che è nient’altro che una risposta facile, la Parola che sorpassa la parola di ogni filosofo …».

 

Pag 35 La retta coscienza protegge tutti (lettere al direttore)

 

Caro direttore, nella mia brevissima rassegna mattutina dei titoli principali di vari quotidiani online, Avvenire non manca mai. E ciò, nonostante da qualche anno io abbia cessato di frequentare la Chiesa cattolica, nutrendo un radicale dissenso su molte sue posizioni, soprattutto in tema di bioetica. Stamane leggo un titolo a caratteri cubitali che mi incuriosisce: «Consiglio d’Europa: L’obiezione di coscienza resta un diritto di libertà ». Ohibò! – mi sono chiesta – forse qualcuno voleva porlo fra parentesi, questo diritto? – (lo confesso, essendo mamma di due bimbi, ho poco tempo e mi limito spesso a leggere solo i titoli). Stavolta no, decido di approfondire la notizia. E leggo che viene salutato con esultanza il fatto che non sussista l’obbligo per l’operatore sanitario di «fornire la cura prevista, se la paziente ne ha diritto in virtù della legge, nonostante l’obiezione di coscienza». Quindi, se per ipotesi una donna sofferente per le doglie causate da un aborto tardivo (che è un vero e proprio parto) richiede l’anestesia, il medico obiettore può rifiutarsi di alleviarne le sofferenze? Sembrerebbe proprio di sì, stando a quanto leggo qui. Dalla lettura della risoluzione si evince, inoltre, che se una donna richiede un aborto terapeutico perché rischia la vita, il medico e la struttura possono rifiutarsi di procedere all’interruzione di gravidanza, anche se ciò può provocare la morte della donna stessa. Consulto un’altra fonte online e trasecolo. Vi leggo che è stato cancellato il «richiamo all’obbligo per i medici di informare i pazienti su tutte le opzioni di cura disponibili, indipendentemente dal fatto che tali informazioni possano indurre il paziente a seguire una cura a cui l’operatore sanitario obietta». Ciò significa che se io, povera tapina, sono incinta e contemporaneamente affetta da una grave malattia, il medico obiettore può arrogarsi il diritto di tacermi una cura che causerebbe direttamente la morte del bambino? Anche qui, sembrerebbe proprio di sì. Ovviamente, credo che i casi di cui sopra siano del tutto conformi al magistero cattolico. Vede, caro Direttore, coerentemente con le posizioni mie e di mio marito, non abbiamo battezzato i nostri figli. Abbiamo però sempre parlato loro di Cristo, come sappiamo e possiamo. Ho sempre ritenuto che nulla come la dimensione spirituale sia personale e mi ero sinora incessantemente ripromessa di rispettare le richieste e le sollecitazioni che fossero provenute dai miei piccoli. Due giorni fa Elisa, la mia bambina di sette anni, mi ha chiesto: «Senti, mamma, mi mandi al catechismo? Vorrei diventare ancora più amica di Gesù e conoscerlo meglio». Sino a poco tempo fa le avrei risposto con non poche esitazioni di sì, ma ora – ho pochi giorni per decidere – credo che le dirò di no. Sono incerta. Mi chiedo perché mai inserirla all’interno di un’istituzione che ritiene legittimo far morire una donna incinta e malata, se l’unica terapia possibile dovesse condurre alla soppressione diretta del bambino; né posso accettare che la stessa istituzione avalli come lecita la condotta di un medico che nega un antidolorifico a una donna in “travaglio abortivo”. Non credo, in buona sostanza, che la Chiesa cattolica sia amica delle donne e come donna forse farei meglio a tenerne lontana un’altra piccola donna: la mia meravigliosa bambina.   (lettera di Marina T., Torino)

 

Risponde Marco Tarquinio: Di slancio, cara signora Marina, vorrei dirle anzitutto che aver consentito a sua figlia di «conoscere» la figura di Gesù Cristo è un gesto che dice molto di lei e suo marito e vi rende merito, se è vero – ma mi permetta di dubitarne un poco – che non siete più credenti. Forse siete in questa fase della vostra vita non praticanti, ma può accendere il desiderio di avvicinare il Signore solo chi ne ha una conoscenza interiore non sbrigativa. Proprio per questa sua sensibilità, piuttosto rara in tempi di schematismi e pregiudizi che finiscono troppo spesso con l’accecare anche belle intelligenze, non riesco a credere che lei, sulla base di qualche «fonte online», voglia veramente trarre dalla premessa di una risoluzione parlamentare, che tutela il fondamentale principio della libertà di coscienza, una casistica da scadente film dell’orrore. La stessa stima per la libertà personale che l’ha ispirata nelle scelte educative di sua figlia dovrebbe farle considerare con profonda attenzione un documento che quella libertà di coscienza onora e difende in sede europea. Nel testo approvato dall’assemblea del Consiglio d’Europa si legge, infatti, che «il diritto alla obiezione di coscienza è una componente fondamentale del diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione riconosciuto nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo». Le radicate convinzioni personali sono dunque oggetto di speciale tutela quando vengono chiamate a confrontarsi con la vita e la morte. E se fosse stato scritto e votato altrimenti, ci sarebbe stato da preoccuparsi seriamente. Detto questo, veniamo ai quesiti che lei pone e che offrono una casistica estrema un po’ capziosa nella quale insieme alla coscienza è in gioco l’etica medica. Nello specifico, all’aborto tardivo l’anestesista obiettore non avrà ovviamente partecipato sin dall’inizio, ma di fronte alla sofferenza insostenibile della paziente non può in scienza e coscienza omettere il proprio soccorso, se è il solo a poter intervenire. La donna a rischio immediato di vita qualora non abortisse pone, invece, il medico obiettore di fronte al dovere di salvarla, prodigandosi per mettere al sicuro anche il bambino, e sempre che non vi sia alcun altro medico non obiettore in grado di provvedere subito (cioè senza che l’attesa provochi l’irreparabile). Infine, la cancellazione dal testo dell’obbligo di informare su cure potenzialmente abortive tutela l’obiezione di coscienza, ma di certo non limita la libertà della donna di rivolgersi ad altri medici favorevoli all’aborto. La possibilità prevista da un ordinamento di ricorrere, a determinate condizioni di legge, all’aborto non può comportare la costrizione di cooperare a un atto che un sanitario (in Italia circa il 70% dei ginecologi) sa essere a tutti gli effetti un omicidio. Naturalmente questo non significa che un medico possa far finta di nulla di fronte a una vita in pericolo o anche solo alla sofferenza acuta di una paziente. La coscienza, la retta coscienza, protegge tutto e tutti. Ho cercato di essere semplice e chiaro. Come semplice e chiaro è lo stesso giuramento di Ippocrate che – da ben prima del magistero della Chiesa – vieta ai medici di praticare l’aborto (anche se oggi questo passaggio cruciale è del tutto censurato). E, in ogni caso, l’obiezione di coscienza non può essere limitata o negata in nome di un supposto “diritto ad abortire”, che neppure la legge 194 si spinge a formalizzare nello stabilire le condizioni (troppo spesso aggirate e disattese) che rendono purtroppo legale il ricorso al dramma dell’interruzione di gravidanza. La Chiesa oggi è voce limpida e forte che parla di Dio e difende, con altre voci anche laiche, ogni essere umano, in ogni momento e in ogni condizione. Dunque anche il concepito: debole per eccellenza in una società mercantile e spesso spietata, ma proprio perché vita umana, unica e irripetibile, meritevole di accoglienza e rispetto pieni. Quanto alla Chiesa e alle donne, vorrei suggerirle di rileggere (anche online) le splendide riflessioni dedicate da Giovanni Paolo II al «genio femminile» e la lettera «sulla collaborazione tra l’uomo e la donna nella Chiesa e nel mondo» che l’allora cardinale Ratzinger, oggi Benedetto XVI, scrisse a tutti i vescovi. E prima di salutarla, mi permetto di dirle: provi a pensare a questo amore smisurato per la persona, per ognuno di noi, chiamato con il proprio nome di figlio, e sia felice di accompagnare in Chiesa la sua bambina che le chiede di «conoscere» ancora meglio Gesù. Lei l’ha data alla luce con amore, cara signora Marina. E la vita, dono di Dio, ci restituisce, in modo sempre sorprendente, ciò che diamo.

 

LA NUOVA di domenica 10 ottobre 2010

Pag 1 La guerra perduta di Renzo Guolo

Italiani a Kabul

 

Altre vittime italiane in Afghanistan: sono ormai 34 dall’inizio del conflitto. Vittime che mostrano come la retorica della missione di pace in un teatro di guerra mostri sempre più la corda. Gli italiani combattono, e non solo per difendersi dagli attacchi come quelli che hanno investito, dopo l’esplosione di un ordigno, gli alpini della Julia; come dimostra il ruolo attivo della Task force 45, un’unita formata da truppe d’élite che conduce “operazioni speciali”. Insomma, in un paese in stato di guerra, questo è l’Afghanistan nove anni dopo l’intervento militare occidentale, la guerra è ovunque. L’opinione pubblica se ne rammenta il giorno in cui, purtroppo, da laggiù arrivano tragiche notizie; del resto, i nostri telegiornali, contrariamente a emittenti come la Bbc o la televisione pubblica tedesca, ne parlano assai di rado. Invece sarebbe meglio discuterne; come si usa in qualsiasi paese democratico, e mettere fine a questo meccanismo di rimozione indotta. Anche perché le cose, in Afghanistan, non vanno affatto bene. Il territorio è largamente incontrollato e incontrollabile. Il generale Petraeus avrebbe bisogno di tempo per replicare la sua strategia di “irachizzazione” del conflitto, riuscita a Baghdad perché non solo gli Stati Uniti ma anche le potenze regionali dell’area, avevano bisogno di separare la sorte della larga, e un tempo dominante, minoranza sunnita da Al Qaeda e contenere l’arco sciita. Ma applicato a piedi dell’Hindu Kush il metodo Petraeus si rivela molto più problematico; qui le potenze regionali hanno interesse a tenere l’area destabilizzata; quanto agli afghani, tutti sanno che gli occidentali se ne andranno presto. Gli stessi Stati Uniti hanno già mutato strategia. Per Obama, l’obiettivo non è più quello, di bushana memoria, dell’esportazione della democrazia ma la caccia a Al Qaeda e, se ci si riesce, la costruzione di un assetto politico che eviti la nascita di un nuovo “stato- fallito”, dalle cui ceneri possa risorgere lo jihadismo globale. Intanto a Kabul, il presidente Karzai tratta da tempo con i Taliban. Washington osserva con freddezza ma lascia fare. La Casa Bianca vorrebbe ritirarsi entro il 2011, una scadenza troppo vicina perché maturino nuovi equilibri politici; così all’ordine del giorno non vi è più la questione se i Taliban possano avere o meno un ruolo nella transizione post-americana ma se, e con quali spezzoni della vasta galassia che li compongono, è possibile una tacita intesa. L’obiettivo dell’amministrazione Obama è ora quello di ridurre la sfera d’influenza del clan Haqqani, gravitante nell’area pakistana, a favore di quei gruppi che, dopo la caduta del Mullah Omar, hanno virato in senso islamonazionalista. Se questo è il contesto, si tratta di discutere come gli italiani stanno dentro la “guerra perduta”. E se, detto brutalmente, ha ancora un senso morire per Kabul. Almeno, per quella Kabul che si delinea all’orizzonte. E qui la politica deve assumersi le proprie responsabilità. Non sarebbe il caso di discutere apertamente quali sono, oltre la necessità non certo secondaria di combattere il terrorismo qaedista, gli interessi nazionali italiani nella vicenda? O, per Berlusconi, importante è solo esserci; anche per evitare che la sua politica estera, già invisa a Washington per lo sbilanciamento sulla Russia di Putin, possa produrre un’ostilità sommessa che potrebbe generare indifferenza in momenti decisivi di una crisi politica e istituzionale di rilevante portata? E, in caso di rinnovato impegno, non si dovrebbe discutere di come stare in Afghanistan? Come più volte si è detto, non si tratta di scegliere tra un precipitoso ritiro o un indiscusso assenso a ogni iniziativa di Washington, quanto di capire quale ruolo e quale peso esercita in quel contesto l’Italia. Insomma, di non essere più realisti del re; magari mentre il re alza il ponte levatoio prima che i suoi alleati, accampati a difesa delle mura, se ne accorgano.

 

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CORRIERE DELLA SERA di sabato 9 ottobre 2010

Pag 1 Una scelta da applausi. Basta vigliaccherie di André Glucksmann

Il Nobel una sfida alla Cina

 

Che il regime autoritario di Pechino avrebbe preso molto male la nomina del nuovo Premio Nobel per la Pace, l’avevamo già dato per scontato. Il favore più grande che si potesse fare alla Cina del futuro, la Cina che aspira al ruolo di seconda potenza economica del mondo, era proprio di offrirle questo premio con la speranza, come fu nel caso di Solgenitsin e di Walesa, che gradualmente la libertà vi prenda piede e conquisti spazi sempre maggiori. Un continente che conta un miliardo e trecento milioni di abitanti non può privarsi per troppo tempo del diritto di esprimere la propria opinione, di discutere, di contestare, per non correre il rischio di diventare schiavo delle peggiori dicerie e delle più incontrollabili esaltazioni. Un paese moderno, dove Internet è entrato nell’uso quotidiano, sfugge necessariamente al controllo assoluto di un Grande Fratello antidiluviano. Ma sin dai tempi più remoti i Padroni della Cina non si fidano. Non soltanto dei loro vicini e dell’Occidente, ma anche e soprattutto dei loro compatrioti i quali, spesso privati delle libertà più elementari, si ribellano talvolta con straordinaria brutalità. Le autorità imperiali di allora, o quelle maoiste di ieri, o ancora comuniste «moderniste» di oggi, cedevano e cedono con eccessiva facilità allo spettro della fortezza assediata. Trent’anni di apertura e di mondializzazione accelerate hanno cambiato il destino del loro paese e la faccia del pianeta. Una simile mutazione non è unicamente economica, bensì comincia ad assumere connotati sociali (scioperi dei lavoratori, movimenti di protesta nelle campagne) e intellettuali (la Carta 08, che trae ispirazione dalla Carta 77 di Vaclav Havel e dei suoi amici, rifiuta «di vivere nella menzogna»). Il premio Nobel a Liu Xiaobo rappresenta perciò una sfida verso un avvenire regolato, prospero e pacifico. La storia insegna che non bastano i miracoli esclusivamente economici, per quanto impressionanti. Agli albori del XX secolo, il miracolo economico si chiamava Germania e Giappone: due imperi che non assicurarono il benessere e la felicità né ai loro popoli, né al resto del pianeta. Per sconfiggere i demoni dell’intolleranza, della xenofobia e soprattutto della guerra, occorrono coscienze coraggiose, come quella di Liu Xiaobo, dei trecento intellettuali di spicco e dei diecimila internauti cinesi che apposero la loro firma accanto alla sua sulla Carta 08: costoro rappresentano il germe di quei contropoteri del dissenso che consentono di imbrigliare le derive celate in ognuno di noi, debole o potente che sia, occidentale o orientale. «Senza la libertà di irridere, non c’è elogio che sia lusinghiero», scriveva Beaumarchais. I rapporti che legano l’Europa alla Cina non sono per forza aggressivi o colonialisti. Quasi mezzo millennio fa un missionario gesuita italiano, Matteo Ricci, studiò il cinese e trascorse un terzo della sua vita in Cina - e fu criticato sia alla corte di Pechino che dai suoi superiori a Roma. E oggi viene commemorato tanto in Cina quanto in Occidente. Al diavolo il servilismo! Al diavolo la vigliaccheria! La decisione dell’Accademia norvegese e del suo coraggioso presidente meritano un’ovazione planetaria. E la liberazione di quanti marciscono nelle prigioni cinesi per «reati di parola».

 

Pag 1 Il docente trasformato dalle notti di Tienanmen di Marco Del Corona

 

Le cose potevano andare diversamente, ma un giorno, nel maggio del 1989 in un aeroporto giapponese, Liu Xiaobo decise di farle andare come era giusto. Veniva da New York, dalla Columbia University, studioso ospite di letteratura e di estetica. Gli telefonavano, lo vedeva in tv: sapeva della Tienanmen, colma di studenti e operai che chiedevano la fine della corruzione, condizioni di vita che li avvicinassero a un Occidente ancora esotico. Invocavano qualcosa che assomigliasse alla democrazia. Così Liu aveva lasciato gli Stati Uniti di corsa. A Tokyo doveva cambiare aereo, fu sul punto di cambiare idea. Però non tornò indietro, puntò su Pechino, e poco dopo era nella piazza. Con altri intellettuali fece 72 ore di sciopero della fame ma, presagendo il peggio, esortò i ragazzi a lasciare la piazza prima che l’esercito li spazzasse via. Non li persuase ma poté limitare i danni nella notte del massacro, trattando con i militari ed evitando che alle vittime del ponte di Muxidi e di altre strade si sommassero gli ultimi resistenti della Tienanmen. La repressione «mi segnò», ammetteva Liu nelle interviste prima che la giustizia della Repubblica Popolare si chiudesse sopra di lui. Tienanmen sancì la trasformazione da uomo di pensiero a uomo di pensiero e azione, anche se azione voleva dire scrivere e non tacere. Non che l’azione gli fosse sconosciuta. Liu ha la tempra coriacea di chi nasce in Manciuria, la Rivoluzione Culturale lo spedì ragazzo a lavorare in campagna, ma nel ’77 - riaperte le università dopo il delirio dell’ultra-maoismo - fu tra i primi ad entrarvi. Letteratura cinese, un club di poeti, poi la Normale di Pechino, la cattedra e a un libro di critica che riuscì a vendere da bestseller. Ironico fino al sarcasmo, talvolta sprezzante. Forse anche per queste asprezze, e non solo per le sue sferzate contro l’estabilishment culturale, non si fece amare. Da accademico poté viaggiare di ateneo in ateneo, per ironia della sorte cominciando da Oslo. Le Hawaii, infine la Columbia. L’ordalia della Tienanmen gli costò un arresto durante il quale scontò il marchio di «mano nera» dietro le proteste. Rilasciato nel ’91, nel ’95 tornò dentro per otto mesi e ancora l’anno dopo, stavolta ai lavori forzati, fino al ‘99. Ormai quello che pensava, diceva e scriveva lo spingeva nel limbo pericoloso degli spiriti riottosi, di chi sognava un’altra Cina, nella quasi indifferenza di un mondo abbagliato dalle riforme (soltanto) economiche e dal boom. Poi vennero Internet e Liu Xia. Il primo era in origine un oggetto misterioso che Liu Xiaobo guardava con sospetto, salvo poi redimerlo con la definizione di «dono di Dio al popolo cinese» e con una mole di articoli, centinaia, che postava sul web e diffondeva scavalcando l’esilio in patria. La seconda è la dilettissima moglie, la donna il cui amore «trascende le mura della prigione», la compagna che una volta al mese viaggia per 6 ore per abbracciarlo a Jin-zhou, in Manciuria. Un’ora sola. E magari si scopre sollevata a vederlo di buonumore, galvanizzato dalla ginnastica, dagli esercizi d’inglese, dalla lettura di Kafka o Celan. Cinque persone in 30 metri quadri. Lussi sognati: libri di politica e il fois gras che l’amico Jean-Philippe Béja, studioso della democrazia in Cina, gli ha insegnato ad apprezzare. L’ultima fase della sua avventura comincia due anni fa. Liu contribuisce in modo decisivo a stilare Charta 08, un documento che critica l’assetto della Repubblica Popolare e invoca il rispetto letterale delle libertà e dei diritti che la costituzione formalmente sancisce. Per iniziare 303 firmatari (interrogati e assillati dalla polizia), poi 3 mila, infine 10 mila, non solo intellettuali o artisti. Sono andati a prenderlo a casa prima ancora che il documento cominciasse a circolare. E un anno dopo, 25 dicembre 2009, la condanna a 11 anni, processo lampo, solo il fratello ad ascoltarlo. Anche Liu Xia viene portata fuori città, adesso. Ha parlato troppo. Dicono che sarà lei a comunicare la notizia a Liu Xiaobo. Se sarà davvero così, gli racconterà che fino all’ultimo Vaclav Havel aveva voluto il premio per lui: «Ne sarà orgoglioso», fa sapere Liu Xia, perché Charta 08 si ispirava proprio a Charta 77 nella Cecoslovacchia comunista. Alla fine, Liu & Liu si diranno qualcos’altro, e la guardia potrebbe anche non ascoltare.

 

Pag 1 Il sondaggio su Dio: più severo che buono di Armando Torno

Sondaggi e interviste: solo per il 22% è benevolente (come crede anche Obama)

 

Un’inchiesta americana rivela che Dio è presente con forza nella società e ne spiega le scelte. Per il 28% è autoritario, per il 22 benevolente; è critico per il 21%, lontano per il 24%. È apparso ieri su Usa Today un articolo di Cathy Lynn Grossman riguardante le opinioni degli americani su Dio («How America sees God»). Come lo vedono o immaginano, cosa ne pensano, quali domande si pongono e come talune figure delle Chiese lo testimoniano. Prima di offrire i dati, varrebbe la pena ricordare che soltanto il 5% si è dichiarato «ateo/ agnostico», percentuale che sarebbe stata ben più alta se questa ricerca fosse stata fatta in Russia (una recente statistica dell’Università di Mosca offre indicatori oltre il 20%) o in qualche Paese europeo. Le domande rivolte erano chiare, e possono essere riassunte in due quesiti. Quando pregate Dio a chi o a che cosa pensate di rivolgervi? E quando cantate «God bless America» a chi chiedete di benedire la vostra terra? Non si può dimenticare che negli Stati Uniti, Dio - o l’idea di un Dio - permea la vita quotidiana. Il suo riflesso nelle coscienze è un elemento essenziale per spiegare il passato degli Usa, molti dei conflitti a cui hanno preso parte o si sono trovati coinvolti; anzi, sottolinea l’estensore dell’articolo, «potrebbe offrire un indizio di quanto riserva il futuro». Insomma, Dio è al nostro fianco, o se ne sta oltre le stelle? È adirato, geloso, vendicativo come in alcuni passi dell’Antico Testamento o misericordioso e capace di confondersi con un amore infinito? Sino a dove il suo occhio scruterà le cose? I sondaggi dicono che nove americani su 10 credono in Dio, ma il modo di immaginarlo rivela - sottolinea la ricerca - anche l’atteggiamento in materia di economia, giustizia, morale sociale, guerra, calamità naturali, scienza, politica, amore e anche altro, come sostengono Paul Froese e Christopher Bader, due sociologi della Baylor University di Waco (Texas). Il loro nuovo libro, America’s Four Gods, dove ci si chiede essenzialmente «cosa possiamo dire di Dio?», esamina le diverse visioni dell’Onnipotente. Il metodo di ricerca utilizzato si ba-sa su indagini telefoniche (1.721 adulti nel 2006 e 1.648 nel 2008), ma soprattutto trae conclusioni qualitative da 200 «interviste in profondità», dalle quali, tra l’altro, si sono avute risposte intorno a una dozzina di immagini evocative dell’Altissimo. Froese ricorda che una simile ricerca ha un fine pratico, giacché si possono meglio comprendere le reazioni di una popolazione - per un fatto di cronaca o per la politica estera - conoscendo l’idea che ha di Dio. Passando ai dati, diremo che un 28% crede in un Dio autoritario, impegnato nella storia e capace di fulminare con punizioni severe coloro che non lo seguono. C’è poi il Dio benevolente, che per questa ricerca vale il 22%. Si identifica anche in azioni di politica contingente, simili a quelle in cui il presidente Obama dichiara di essere spinto a vivere la sua fede cristiana nel servizio pubblico. È un Dio impegnato e ama e ci sostiene quando ci prendiamo cura degli altri. C’è poi il Dio critico. Vale il 21%. Chi crede in Lui? I poveri, i sofferenti e gli sfruttati. Sono convinti che non perda di vista le cose di questo mondo. Come rappresentarlo? Si può immaginare attraverso una battuta ascoltata in un sermone nella chiesa Open Door, a Rifle (Colorado): «I nostri conti bancari vuoti saranno i magazzini del Signore». C’è infine il Dio lontano: lo crede il 24%. Quasi un americano su quattro lo considera distante, ma ciò non significa che non abbia alcuna religione. È un’idea che i ricercatori hanno trovato in molti ebrei e nei seguaci di religioni e filosofie come il buddismo o l’induismo. Sovente questa categoria parla di un Dio inconoscibile, che si cela in dimensioni non percorribili dalla ragione, quasi fosse racchiuso in un teorema di matematica indimostrabile; oppure lo spiritualizzano sino a trasformarlo in qualcosa di incomunicabile. Una ricerca come questa va presa con il beneficio di inventario, ma è estremamente importante il motivo che l’ha suggerita: le opinioni che gli uomini hanno su Dio permettono di comprendere meglio le loro scelte. Potrà sembrare a taluni una vecchia questione riportata alla luce e scritta in margine a Voltaire - il quale riteneva indispensabile la religione per il buon funzionamento degli Stati - ma in realtà è attualissima. Dio, per intenderci, non è morto, non è tramontato, non è quello che hanno cercato di dimostrare o distruggere i filosofi; anzi dopo il crollo delle ideologie, dei totalitarismi e di molte illusioni del Novecento si è presentato di nuovo sul palcoscenico della storia. Se Heidegger aveva scritto che soltanto un Dio ci può salvare, noi ora ricominciamo a capire quanto sia ancora indispensabile per spiegare l’uomo.

 

Pag 13 Una tregua tesa con l’incognita della giustizia di Massimo Franco

 

Roberto Maroni, il ministro dell’Interno che qualche giorno fa si era lasciato sfuggire l’ipotesi di elezioni a primavera, adesso è più cauto. Seguendo la stella polare del federalismo, ora il titolare del Viminale fa sparire dall’orizzonte il voto anticipato. «Per come si sono messe le cose negli ultimi giorni», dice, «credo che nel 2011 si voterà solo per le amministrative». Pronunciate da un esponente di punta della Lega, in questa fase «partito delle elezioni» per antonomasia, sono parole impegnative. Sembrano confermare la sicurezza con la quale Silvio Berlusconi qualche giorno fa vedeva un Umberto Bossi tutto a interpretare, nelle sue pulsioni elettorali. Ma nella presa d’atto di Maroni si intravede anche la precarietà irrisolta della situazione. Gli scenari cambiano giorno per giorno; e quello che era vero ieri potrebbe non esserlo più nello spazio di poche ore. Eppure, non si può non registrare una maggiore prudenza fra gli alleati-coltelli del centrodestra. Mentre il Pd col vicesegretario Enrico Letta chiama a raccolta tutti contro il premier, con un appello al «terzo polo», la maggioranza tenta di smaltire qualche veleno. Colpisce la polemica dentro gli ex di An su chi soffi sul fuoco delle elezioni: col ministro Ignazio La Russa che replica al Secolo d’Italia, organo dei finiani, negando di essere stato frenato da Berlusconi. Qualcuno, dentro il Fli, azzarda perfino una lettura «continuista» del ruolo del presidente della Camera. Il ministro Andrea Ronchi parla di Gianfranco Fini come leader nel 2013 «non contro ma dopo Berlusconi». Il Pdl replica che il leader resta uno solo anche per allora; ma la sensazione è che l’acredine reciproca sia tenuta sotto controllo. A fatica, però. Da Palermo, ieri, il presidente della Camera ha elencato le priorità citando come capisaldi «questione morale, legalità, attenzione verso il Sud». E a proposito di elezioni si è limitato a commentare che si vedrà «in corso d’opera». Lo stesso siparietto di ieri con il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, suo alleato in una giunta che esclude il Pdl, ha riservato un’altra puntura di spillo nei confronti del premier. «Abbiamo avuto il piacere di avere con noi la terza carica dello Stato. Aspettiamo anche la seconda e la quarta», ha scherzato Lombardo. «Ma ve l’immaginate Berlusconi che viene indicato come la quarta carica?». Eppure, battute a parte, mentre Berlusconi volava a Mosca da Vladimir Putin, Fini ha evitato di polemizzare apertamente con Palazzo Chigi. Ed ha perfino spezzato una lancia a favore del federalismo, sostenendo che se viene preparato in modo corretto può diventare un’occasione per il Sud. Sono un avvertimento e insieme un’apertura alla Lega, che non suonano molto diversi da quanto ha detto il governatore della Lombardia. Anche per Roberto Formigoni, «il federalismo è significativo se è fatto bene». D’altronde, nel centrodestra tutti sanno che il vero tema sul quale si misurerà la tenuta del governo sarà la giustizia. Le distanze fra Pdl e Lega, e Fli emergeranno sulla formulazione del cosiddetto «processo breve»: un provvedimento sul quale Berlusconi e Fini continuano almeno ad apparire distanti. L’unico dato confortante sembra arrivare da Washington. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che partecipa alla riunione del Fondo monetario, sostiene che «il giudizio dell’Fmi sulla politica economica italiana è di prudente tenuta». Rimane da capire se rimarrebbe tale anche in caso di voto anticipato.

 

LA REPUBBLICA di sabato 9 ottobre 2010

Pag 1 Xiaobo, l'attivista senza paura nato dal sangue di Tienanmen di Giampaolo Visetti

Dopo 20 anni di persecuzioni è diventato uno dei simboli dell'opposizione. "Mi hanno candidato al premio Nobel? Mi sento indegno ma sono onorato" 

 

"Non ho nemici: è la mia ultima dichiarazione". Dopo vent'anni di persecuzioni Liu Xiaobo, simbolo della dissidenza cinese, ha moralmente vinto il premio Nobel per la pace il 25 dicembre 2009. Era il giorno di Natale, la stampa occidentale non sarebbe uscita per due giorni. Pechino era svuotata di giornalisti stranieri. Il tribunale della capitale chiuse un anno di istruttorie segrete con la sentenza-farsa che si è rivelata ieri il peggiore passo falso del regime: undici anni di prigione per "incitamento alla sovversione ai danni dello Stato". L'oppositore più imbarazzante del Paese, cristiano, colpevole di aver promosso "Charta 08", affidò alla moglie Liu Xia il suo messaggio per gli amici: "Inizia oggi la corrosione finale della nostra patria. Nel dolore, per noi è un giorno di speranza". Liu Xiaobo è quindi scomparso fino al 13 febbraio, segregato in un luogo ignoto, irraggiungibile anche per moglie e avvocato. È riemerso dal nulla alla vigilia di un'altra festa, il Capodanno cinese. Pechino di nuovo deserta, i cinesi in casa a mangiare e a sparare botti. E ancora una condanna, l'ultima, del tribunale supremo: ricorsi e appelli mondiali respinti, undici anni di carcere nell'indifferenza collettiva. La censura quel giorno ha impedito ogni commento del condannato. "Mi si spezza il cuore", l'unica frase affidata dalla moglie a Twitter. Pochi, lo scorso inverno, hanno compreso che con la condanna di Liu Xiaobo la Cina si illudeva, vent'anni dopo, di aver chiuso i conti con il massacro di piazza Tienanmen. Ma per i dissidenti la metafora era chiara. La rivolta studentensca del 1989 è scaduta, ma a Pechino la brutalità disumana dei metodi polizieschi, contro qualsiasi forma di dissenso, resta in vigore. Liu Xiaobo, 55 anni il prossimo 28 dicembre, la conosce bene. La violenza del potere è la malattia cronica che segna la sua vita già consumata e la resistenza passiva contro gli abusi delle autorità è l'antidoto del suo destino. Ha 34 anni quando sceglie e da quel giorno non vedrà più i vecchi genitori, operai di Changchun, città industriale nella regione di Jilin, nel nordest della Cina. Una sorte pressoché segnata. A scuola è sempre il migliore e i funzionari comunisti locali lo notano. Lo iscrivono nella sezione giovanile del partito e gli pagano gli studi che la famiglia non si può permettere. Destinato all'insegnamento universitario, sceglie la letteratura cinese. Laurea a Jilin nel 1982, master nella capitale due anni dopo e dottorato alla Normale di Pechino nell'88. E' il più giovane e brillante docente dell'ateneo, quando il comunismo implode nell'Est Europa e Asia centrale. Non ha dubbi. "Nel 1989 - ha raccontato - studenti e professori erano uniti dalla speranza che il crollo dell'Urss percorresse la Siberia e che il cambiamento superasse la Grande Muraglia. Pensavamo che diritti umani, democrazia e indipendenza della giustizia erano l'unica strada per salvare il popolo cinese. I carri armati di giugno ci hanno colto impreparati". Quel maggio il professor Liu Xiaobo si schiera dalla parte delle riforme. Assieme a Wang Dan e Wu'er Xi, suoi allievi, fonda la Federazione autonoma degli studenti, cuore delle proteste di Pechino. Negli ultimi giorni del mese, e fino al 4 giugno, anima il disperato tentativo di dialogo con l'ala riformista del partito, guidata dal segretario Zhao Ziyang. Si spinge fino ad accettare un rinvio della libertà e ad iniziare lo sciopero della fame, pur di salvaguardare la possibilità di cambiare la Cina pacificamente. "La notte del 3 giugno 1989 - ha confidato agli amici - capii che tutto era perduto. Deng Xiaoping aveva scelto la repressione e vedevamo l'esercito che si ammassava attorno alla città proibita. Pensai che la priorità era salvare la vita dei miei ragazzi". Convince centinaia di studenti e intellettuali ad abbandonare piazza Tienanmen, ma la maggioranza degli insorti decide di restare. Lui è tra questi, davanti ai carri armati, nelle ore in cui il massacro si compie. Si può dire che Liu Xiaobo, come ricorda la moglie, sua collega di insegnamento, "è nato da quel sangue". Accusato dal partito comunista di essere una delle "mani nere" che "manovravano gli studenti per destabilizzare lo Stato e distruggere la Cina", viene arrestato, proclamato "controrivoluzionario" e condannato a 18 mesi di prigione. Due anni dopo, altra condanna per "propaganda e istigazione controrivoluzionaria". Nel 1996 la terza pena: critica il partito e viene punito con tre anni in un "laogai", i campi di rieducazione ideologica fondati da Mao, per "disturbi alla quiete pubblica". Viene liberato nel 1999, dieci anni dopo Tienanmen. Il partito lo licenzia dall'università e Liu Xiaobo, disoccupato, emigra. "Per vivere e scrivere liberamente - ha spiegato - ho insegnato alla Columbia University, in Europa e alle Hawaii. Con mia moglie ci siamo rassegnati a non avere figli, per non condannarli a condividere la nostra sorte". Torna a Pechino nel 2004 e continua a battersi per riforme politiche, diritti umani e libertà di espressione. Fino all'8 dicembre 2008. Le Olimpiadi di Pechino sono finite e la repressione dei monaci in Tibet consumata. Scrive e promuove "Charta 08", l'ultimo manifesto per la democrazia del dissenso cinese. Viene arrestato, ancora una volta alla vigilia di Natale. Il popolo cinese è stato costretto a dimenticarsi di lui e nessuno viene a sapere del quarto ritorno in prigione. Da quel giorno vive nel carcere di Jinzhou, nella provincia di Liaoning. Condivide una cella di trenta metri con altri cinque detenuti. E' costretto a lunghi periodi di isolamento. Mangia solo riso, verdura e panini al vapore. Indossa l'uniforme grigio-bianca del condannato, ha un'ora d'aria e passa il tempo a leggere gli autori consentiti dalla censura: le poesie di Paul Celan, "Il Castello" di Kafka, saggi di storia e filosofia. Ogni giorno spedisce una lettera d'amore alla moglie, che consegna una volta al mese, quando possono incontrarsi per un'ora. Si abbracciano e, alla presenza delle guardie, parlano di "cose senza importanza per evitare di essere puniti". Per questo Liu Xiaobo, nelle scorse settimane, non ha potuto discutere del "pericolo" di vincere il premio Nobel. Il suo avvocato, in febbraio, lo aveva avvisato della candidatura proposta da Havel, da Tutu e dal Dalai Lama. Aveva sorriso, dicendosi "indegno ma onorato". Questa notte, dopo oltre vent'anni di lotte e di sconfitte, ignaro di essere diventato in pochi istanti una celebrità mondiale, è andato a dormire tranquillo, come sempre. Pensa ancora di essere solo "uno dei tanti condannati cinesi dimenticati, che cercano di rendere migliore la loro patria". Anche il popolo cinese continua a non sapere chi sia Liu Xiaobo. Ma da ieri la Cina sente che i conti con il professore di piazza Tienanmen non sono saldati: e che qualcosa di profondo è cambiato per sempre. 

 

Pag 1 La firma del Cavaliere di Giuseppe D’Avanzo

 

Berlusconi se ne sta zitto. Non si cura della crepa che s'allarga tra il governo e gli industriali, dopo la violenza subita dalla Marcegaglia per mano del giornale di famiglia. Tace con arroganza e "firma" l'aggressione. Lo comprende anche il comitato di presidenza della Confindustria. Che va per le spicce e sceglie con parole essenziali di non arretrare dinanzi all'imboscata e alle minacce del foglio del Cavaliere. Non teme nemmeno di denunciare il degrado di un'azione di governo che, incapace di assolvere alle sue responsabilità, immiserisce nel rancore e nella vendetta liberando una violenza che pretende di umiliare la libertà morale di chi rappresenta migliaia di imprese. Confindustria esprime solidarietà a Emma Marcegaglia, e ci mancherebbe. È quasi un atto dovuto. Né dovuti né scontati sono gli argomenti che gli industriali propongono. Scrivono: "La libertà d'informazione è un bene prezioso che va difeso e tutelato, ma chiunque, a maggior ragione se ricopre ruoli di rappresentanza, ha il diritto e il dovere di esprimere giudizi e valutazioni, senza timori di azioni che possano lederne l'immagine e la moralità". Dunque, Confindustria ha un'opinione su quanto è accaduto al suo presidente. La Marcegaglia ha espresso dei giudizi e delle valutazioni che hanno messo in movimento la macchina del fango politico-informativa che progettava contro di lei un rito di degradazione, una bastonatura che avrebbe voluto condizionare un suo diritto e un suo dovere, influenzare le sue parole, limitare la sua indipendenza. Scrive il comitato di presidenza: "L'indipendenza è da sempre la forza del sistema Confindustria. Emma Marcegaglia, nel suo ruolo di presidente degli imprenditori italiani, è simbolo di questa indipendenza, che non può in alcun modo essere attaccata o messa in discussione". C'è dunque chi, con un'intimidazione, ha provato a vincolare l'autonomia della Marcegaglia e l'autodeterminazione della Confindustria. Chi? Scrive Confindustria: "Stiamo assistendo a un imbarbarimento del clima politico, che oltre a creare sentimenti di disaffezione e disistima nei cittadini, non incoraggia le imprese a continuare a lottare per difendere ed accrescere il benessere che abbiamo conquistato". È dunque la barbarie della politica - e non la ferocia di un giornalismo degradato a killeraggio - che ispira per Confindustria i sicari che avrebbero dovuto friggere la Marcegaglia. Sembra di vedere qui un dito puntato contro il presidente del Consiglio. È Berlusconi che la presidente di Confindustria critica in settembre. È Berlusconi che tace oggi. Non una parola. Non un rigo per esprimere sostegno e apprezzamento a una donna che, quale che sia l'esito dell'inchiesta giudiziaria, ha già avuto modo di dire di aver patito come "un avvertimento, come un rischio reale e concreto per la sua persona e per la sua immagine", come un manifesto tentativo di "coartare la sua volontà" l'annuncio che la direzione del Giornale aveva raccolto - e si preparava a pubblicare - un dossier contro di lei. Non un rigo. Non una parola di Berlusconi per spegnere l'incendio. Il silenzio è assordante. È molto eloquente. Autorizza a immaginare che il capo del governo non abbia nessuna voglia di smentire o contraddire i suoi sicari e nessuna intenzione di venire incontro a chi lo ha criticato in nome delle imprese. È questo silenzio, si può credere, la chiave che consente di interpretare, da un lato, le parole severe del comitato di presidenza di Confindustria contro "l'imbarbarimento della politica" e, dall'altro, la decisione del giornale del Cavaliere di pubblicare oggi quatto pagine di guai giudiziari e liti familiari dei Marcegaglia. Con un cambio di direzione sorprendente. Ieri, Feltri (direttore editoriale), Sallusti (direttore responsabile), Porro (vicedirettore) banalizzavano l'affare dandosi di gomito dinanzi alle telecamere. Non c'è stato mai alcun dossier! Nelle telefonate si "cazzeggiava"! È vero, si diceva: faremo male a Emma per settimane; i segugi sono già a Mantova; il super dossier giudiziario è già pronto. Ma non era vero niente! Era quel Porro che aveva voglia di ridere e "per una volta" c'è chi lo ha preso sul serio. Ora, cambio di scena. Sallusti dice che il dossier c'era e "venti carabinieri" non l'hanno trovato e sequestrato così ora si può pubblicare. Feltri fa sapere che ne farà, addirittura, quattro pagine: "C'è di tutto". In questo bailamme, un solo fatto appare chiaro. Berlusconi non intende muovere un dito per evitare l'ennesimo conflitto scatenato in suo nome e per suo conto. È un distacco che conferma come dietro le aggressioni del suo giornale ci sia sempre la sua volontà, il suo risentimento contro chi immagina lo abbia tradito o lo voglia tradire. Contro chi non crede (o non crede più) alle sue performance di illusionista, al suo mondo di immagini, umori, riflessi mentali, paure, odio del tutto artefatti come le emozioni dinanzi alla visione di un film. Esaltato da un rancore cieco, gonfio di un'inimicizia assoluta e irreparabile, il Cavaliere non riesce a scorgere nessuna differenza ormai tra la critica legittima e l'aggressione violenta, tra il disaccordo ragionato e la destabilizzazione. Ogni dissenso diventa per lui "disegno eversivo", sfida per il legittimo governo del Paese, assedio alla sua persona. Chi rompe l'equilibrio del regime che governa - sia la moglie, un giornalista, un alleato, il presidente della Camera, il presidente degli industriali - deve essere trascinato nel fango e distrutto. È questa la missione di un non-giornalismo trasformato in killeraggio politico. È improprio parlare di libertà di stampa dinanzi a questa anomalia del tutto nuova anche per il giornalismo italiano da sempre prigioniero delle divisioni ideologiche e dell'asprezza del conflitto politico che hanno ostacolato lo sviluppo di una cultura professionale separata dalle opzioni politiche. Questo non-giornalismo è soltanto la vetrina della collera di Berlusconi. Si nutre di calunnia e di menzogna. Diffama e pretende di distruggere ogni reputazione. Contamina ogni rispettabilità. Umilia e ferisce. È artefice di un linciaggio violento, permanente e senza vincoli che si alimenta degli odi del padrone. È soltanto lo strumento di una lotta politica declinata come guerra civile. Una guerra dichiarata unilateralmente da Berlusconi contro tutti. Oggi anche contro la Marcegaglia e Confindustria.

 

LA STAMPA di sabato 9 ottobre 2010

Una scelta coraggiosa di Bill Emmott

 

Non è sempre noto per il suo coraggio. Troppo spesso, asseconda con debolezza sentimenti alla moda. Ma quest’anno il Comitato per il Nobel per la Pace ha fatto una scelta coraggiosa e ammirevole con Liu Xiaobo, il dissidente che la Cina ha condannato l’anno scorso a 11 anni di carcere per il terribile delitto di propaganda per la democrazia. Rude e scomposta la replica della Cina, che ha definito la scelta un’offesa. Che potrebbe, in modo non meglio precisato, danneggiare le relazioni tra Cina e Norvegia, non fa che confermare la validità e il merito della scelta. Qualcuno potrebbe dissentire: diranno che il premio per la Pace dovrebbe andare a chi promuove la pace internazionale, piuttosto che a quelli, come il signor Liu, che tengono campagne per i diritti umani e la democrazia all’interno dei loro Paesi. Questo riconoscimento è, secondo la Cina, un’ingerenza nella sua politica interna e nella sua sovranità. Sì, lo è, vorrei rispondere, ed è per questo che mi piace. Altri governi o istituzioni internazionali non sono in grado di interferire nella sovranità nazionale. Rischiano di essere accusati di ipocrisia - come è possibile che governi impegnati a espellere gli zingari rom, a dare in gestione la politica di immigrazione alla Libia o a chiudere in galera senza un vero processo persone sospettate di terrorismo diano ad altri lezioni sui diritti umani? E poi devono tenere in considerazione altri interessi, troppi, compresi il commercio e la sicurezza. Ma il Comitato del Premio Nobel per la Pace può farlo liberamente: risponde soltanto alla Fondazione Nobel, al Parlamento norvegese e, più genericamente, all’opinione pubblica mondiale. Il fatto che la Norvegia non sia membro dell’Unione europea è un vantaggio: il comitato non ha bisogno di sentirsi vincolato dalla diplomazia europea o dalle sottigliezze dello sforzo per forgiare una politica estera e una rete di sicurezza comuni. Per chiunque non sia ipocrita, Liu Xiaobo è una causa eccellente, come lo era quando le fu assegnato il Premio per la Pace nel 1991 Aung San Suu Kyi, l’attivista birmana incarcerata perché vuole la democrazia. Dal massacro di piazza Tienanmen nel 1989, che fu la risposta alle proteste per migliori condizioni e per il controllo dell’inflazione da parte dei lavoratori e a quelle degli studenti per la democrazia, la campagna per la riforma politica in Cina è diventata in gran parte sotterranea. A poco a poco, nei successivi 20 anni, via via che nel Paese crescevano la ricchezza e, sotto molti aspetti, la libertà, è diventato lecito parlare, in termini generali, a favore della democrazia. Ma due cose sono rimaste un anatema per le autorità cinesi: il primo atto inaccettabile è mettere direttamente in discussione il ruolo, attuale o futuro, del Partito comunista nel governo della Cina, il secondo è quello di tradurre le dichiarazioni individuali in un gruppo in qualche modo organizzato. Due anni fa il signor Liu ha fatto entrambe queste cose inaccettabili: ha collaborato alla redazione di un manifesto chiamato Carta 08 in omaggio al movimento Charta 77, guidato in Cecoslovacchia durante la Guerra fredda da Vaclav Havel, che chiedeva la democrazia pluralista e di fatto la fine del monopolio del potere del Partito comunista. E, invitando altri a firmare la Carta, lui e i suoi colleghi firmatari minacciavano di diventare un vero nucleo di opposizione alle autorità. Per questo motivo è stato immediatamente arrestato, per intimidire gli altri. Fino all’assegnazione del Premio Nobel della Pace, il sistema ha funzionato. Probabilmente funzionerà ancora. Sebbene la diffusione di Internet e la proliferazione di giornali e riviste abbiano complicato il compito delle autorità nel mettere a tacere il dissenso, riescono ancora a farlo con notevole successo. I redattori sanno dove corrono le linee rosse e obbediscono. La critica delle politiche pubbliche è consentita e in qualche caso anche incoraggiata come una sorta di valvola di sicurezza e di responsabilità pubblica, ma la critica del sistema politico non lo è. La discussione sovversiva su Internet è rapidamente individuata e messa a tacere. Liu è, di conseguenza, quasi sconosciuto in Cina. Ciononostante, un premio di questo tipo, con tutta l’attenzione internazionale e la copertura mediatica che attira, aumenta per le autorità cinesi la difficoltà di controllare il flusso delle informazioni. Rende inoltre più difficile per i governi stranieri ignorare il problema. Quasi certamente, quando il passaggio della Cina a una qualche forma di democrazia sarà storia, probabilmente in un momento in cui la diffusione della tassazione sui redditi provocherà l’irresistibile esigenza di rappresentanza della classe media, il Nobel per la Pace di quest’anno meriterà solo una nota a piè di pagina. Ma è una nota ammirevole, una nota di cui il Comitato del Premio per la Pace può essere giustamente orgoglioso. Ed è una nota che si distingue per la piccola possibilità di diffondere il passaparola della democrazia all’interno della Cina e, cosa altrettanto importante, per il coraggio e per i principi.

 

"Mi vietate di parlare però io non vi odio" di Liu Xiaobo

 

Il giugno 1989 ha segnato il punto di svolta nella mia vita. Prima, la mia carriera era stata una tranquilla cavalcata dal liceo al dottorato alla cattedra all’Università di Pechino, dov’ero popolare e ben accetto agli allievi. Contemporaneamente ero un intellettuale pubblico. Negli Anni 1980 avevo pubblicato articoli e libri di impatto, ero spesso invitato a parlare qua e là ed ero ospitato come visiting professor in Europa e negli Stati Uniti. Avevo però un impegno con me stesso: vivere con onestà, responsabilità e dignità. Di conseguenza, tornato dagli Stati Uniti per partecipare al movimento del 1989, sono stato incarcerato per «propaganda contro-rivoluzionaria e incitamento al crimine», e da quel momento non sono mai più stato autorizzato a pubblicare o parlare in Cina. Per il semplice fatto di aver espresso opinioni diverse da quelle ufficiali e aver preso parte a un movimento pacifico e democratico, un professore perde la cattedra, uno scrittore il diritto di pubblicare e un intellettuale la possibilità di parlare in pubblico, il che è ben triste, sia per me come individuo sia per la Cina dopo tre decenni di riforme e aperture. Le mie più drammatiche esperienze dopo il 4 giugno 1989 sono tutte legate ai tribunali; le due opportunità che ho avuto di parlare in pubblico mi sono state fornite dai due processi contro di me, quello del 1991 e quello attuale. Sebbene le accuse fossero diverse, nella sostanza erano identiche: reati di opinione. Vent’anni dopo, le anime innocenti del 4 giugno non riposano ancora in pace e io, spinto sulla strada della dissidenza dalle passioni di quei giorni, dopo aver lasciato nel 1991 il carcere di Qincheng, ho perso il diritto di parlare apertamente nel mio Paese e l’ho potuto fare solo sui media stranieri, controllato da vicino per anni, rieducato con i lavori forzati e adesso ancora una volta portato in tribunale dai miei nemici dentro il regime. Ma ancora una volta voglio dire a quel regime che mi priva della mia libertà, che io rimango fermo a quanto dissi vent’anni fa nella mia «Dichiarazione del 2 giugno sullo sciopero della fame»: non ho nemici e non ho odio. Nessuno dei poliziotti che mi hanno controllato, arrestato e controllato, nessuno dei giudici che mi hanno processato e condannato, sono miei nemici. Mentre non posso accettare che mi abbiate sorvegliato, arrestato, processato o condannato, rispetto le vostre professioni e le vostre personalità. L’odio corrode la coscienza di una persona; la mentalità del nemico può avvelenare lo spirito di un Paese, istigarlo a una vita brutale e a lotte mortali, distruggere la tolleranza e l’umanità di una società, bloccare il progredire di una nazione verso la libertà e la democrazia. Spero perciò di saper trascendere le mie vicissitudini personali replicando all’ostilità del regime con l’amore... Aspetto con ansia il momento in cui il mio Paese sarà terra di libera espressione, dove i discorsi di tutti i cittadini siano trattati allo stesso modo; dove valori, idee, opinioni politiche competano l’una con l’altra e coesistano pacificamente; dove le opinioni della maggioranza e della minoranza abbiano le stesse garanzie, in particolare siano pienamente rispettate e difese le idee politiche diverse da quelle di chi detiene il potere; dove tutti i cittadini possano esprimere le loro idee politiche senza paura e non siano mai perseguitati per le loro voci di dissenso. Spero di essere l’ultima vittima dell’inquisizione letteraria cinese e che dopo di me nessun altro sarà più incarcerato per aver detto quello che ha detto.

 

(Discorso pronunciato il 23 dicembre 2009 in apertura del processo per «incitamento alla sovversione del potere dello Stato»)

 

IL MESSAGGERO di sabato 9 ottobre 2010

Pag 1 Quei fuochi che l’Italia non può più permettersi di Paolo Pombeni

Veleni e Paese fermo

 

Chissà se qualche politico si pone seriamente la questione di come il Paese reagisce a questa stagione politica. Quando parliamo del Paese non abbiamo in mente i sondaggi, le opinioni raccolte un tanto al chilo in margine alla sovraeccitazione che si può indurre attorno a questo o quello slogan o a qualche vicenda ben “montata”. Pensiamo invece alle opinioni che si formano i ceti responsabili del Paese, quelli che ragionano a partire dalle responsabilità che a vario titolo pesano loro sulle spalle, siano quelle di chi deve rispondere a ruoli sociali di impatto su ampi settori, siano quelle, certo non meno impegnative in sé, di chi deve farsi carico del futuro di una famiglia. Non pensiamo di sbagliarci se scriviamo che questi ceti responsabili sentono ogni giorno di più la preoccupazione per l’assenza di un governo. Contro il teatrino della politica tuonano tutti, da destra e da sinistra, dal presidente del Consiglio all’ultimo amministratore locale, ma si tratta di un mantra, ripetuto mentre si corre a prenotarsi un posto al prossimo talk show, una presenza in un Tg o una bella pagina su un giornale, mentre si monta una qualche campagna di delegittimazione per l’avversario, mentre si cerca un colpo ad effetto anche se è sparato a salve. Guardiamo quel che sta succedendo in questo momento. Il governo ha avuto la fiducia alle Camere, ma nessuna delle componenti che hanno concorso a questo risultato disarma: da una parte si vuole una certa riforma della giustizia e dall’altra si lavora per smontarla. A nessuno sembra venire l’idea di buon senso che forse sarebbe meglio mettersi d’accordo su un po’ di cose da fare davvero, magari incontrandosi a mezza strada.

Certo se questo tipo di incontri deve avvenire precipitando tutto in un mare di nebbia non è un grande vantaggio. Lo si vede col passaggio dei provvedimenti sul federalismo, in cui domina la vaghezza, non si fa chiarezza sui costi, si lasciano le cose il più indeterminate possibile. Un appello alla coesione su obiettivi che veramente tocchino gli interessi della collettività viene guardato come il solito pericoloso inciucio. Anche qui l’esempio è sotto gli occhi di tutti, ed è la riforma dell’università. Passata al Senato, rischiava di impantanarsi definitivamente alla Camera per piccole vendette di chi non voleva che il governo attuale si intestasse una riforma necessaria. Nessuno che si chiedesse se, pur non ritenendo magari questa legge il miglior capolavoro possibile, questa non fosse una soluzione obbligata per tirare fuori il nostro sistema di istruzione superiore da una palude di delegittimazione e di impossibilità di ricostruzione per mancanza di orizzonti di riferimento. L’elenco dei problemi potrebbe naturalmente continuare, ma li raccogliamo sotto un cappello generale: bisogna rendersi conto che le corporazioni che si sono ampiamente ritagliate le loro riserve indiane nel travaglio seguito al crollo della Prima Repubblica, continuano a lavorare seriamente per mantenere questo stato di anarchia (in senso tecnico, cioè di mancanza di forza di indirizzo nei centri decisionali della politica), che è quello per loro più favorevole. La politica è caduta preda di questo virus ed è convinta persino di menare le danze, mentre è invece vittima di un contesto che la aizza alle lotte intestine, essendo ben consapevole che così mantiene intatti i suoi spazi di manovra.

Siamo di fronte ad un Paese pericolosamente fermo, mentre intorno il mondo si muove in maniera tumultuosa e i nostri partner (nonché i nostri avversari) si posizionano e lavorano per consolidare i propri successi. Certo noi possiamo continuare con la piccola politica dei placebo: raccontarci che non andiamo peggio di altri, che di qui e di là vogliono concludere accordi commerciali con noi, che non se ne può più di profeti di sventura che deprimono la nostra voglia di vivere. Peccato che queste cose ci aiutino (forse) a rasserenarci sul momento, ma ci facciano svegliare il giorno dopo in condizioni ancora un poco peggiorate. Il presidente Napolitano non perde occasione per rammentare al Paese che i problemi ci sono e che è molto pericoloso lasciarli marcire. Lo dice alla classe politica, ma anche, sarebbe bene non dimenticarlo, lo fa presente pure alle varie corporazioni, tutte le volte che il suo ruolo gliene dà occasione, perché non è un “esternatore” alla leggera ed ha una rigida etica del suo ruolo (un fatto non proprio usuale nella nostra storia...).

È vero che, forse, da ultimo si sono moderati un po’ i toni e una parte cospicua della classe politica ha cominciato a capire che non è detto che la gente apprezzi davvero le risse da strada. È però altrettanto vero che i provocatori di risse non ci pensano nemmeno a cambiar mestiere e lavorano alacremente per riaccendere i fuochi che stanno languendo: se ne rende tranquillamente conto chiunque sappia leggere, anche solo un poco, fra le righe dei giornali e fra le inquadrature e le “ospitate” di qualche trasmissione televisiva (e facciamo finta di non vedere i blog e le altre diavolerie di Internet).

 

AVVENIRE di sabato 9 ottobre 2010

Pag 1 La coscienza di Michele di Marina Corradi

L’inferno è fare male ed essere soli

 

Nella tragedia di Avetrana, una delle più atroci che le cronache di questi anni abbiano raccontato, c’è un punto che appare in contraddizione con il fiume di male che ha travolto una ragazza di quindici anni. Perché ad Avetrana ripugnante è la libidine di un uomo, che di quella ragazza era come un padre; e raggelante è il silenzio che quest’uomo ha saputo mantenere per un mese, mentre appariva in tv con i suoi limpidi occhi chiari. Come un rigurgito di male, un conato di abissi, venuto su in un piccolo sconosciuto paese del Sud. Accade, talvolta, e ogni volta noi a domandarci cosa è stato, come è stato possibile che una madre a Cogne, che un "buon uomo" ad Avetrana, abbiano potuto; dimentichi, appena lo possiamo, di quanto grande sia la forza del male. Ma ad Avetrana c’è quel particolare che stupisce. Non c’era alcuna prova contro l’assassino; nessuno aveva visto. Si parlava di rapimento. Si sospettava di altri. Col tempo i riflettori sul paese si sarebbero spenti, le telecamere se ne sarebbero andate, e il mistero sulla fine di Sara sarebbe rimasto per sempre. Che cosa, dunque, ha spinto Michele Misseri a fingere di trovare il telefonino della nipote? L’uomo ha confessato che già da tre giorni l’aveva lasciato su una strada, in evidenza, sperando che qualcuno lo vedesse. E siccome invece questo non succedeva, lui stesso si è spinto a dire d’averlo per caso ritrovato in campagna. Cosa incredibile, naturalmente: e gli occhi degli inquirenti si sono puntati su quel "buon uomo". Perché dunque il cellulare, che sembrava dire «prendetemi, sono stato io»? Perché, ha detto lo stesso Misseri, il ricordo di quel che aveva fatto non era tollerabile. Perché l’immagine di Sara gli era davanti agli occhi in ogni istante; e ogni notte tornava, chiedendo la pietà di rivestirla. Non mentiva l’assassino, almeno quando piangendo diceva davanti alle telecamere: «Ho sempre Sara in mente». Era vero. In quel pozzo, insieme al corpo di lei, anche il carnefice era sprofondato, in un pomeriggio di fine estate. E nessuno sapeva, e nessuno osava immaginare che a uccidere potesse essere stato uno che quella bambina bionda l’aveva tenuta sulle ginocchia come una figlia. Ma qualcosa dentro premeva insopportabilmente, tanto da obbligare a tradirsi. Cosa, se non la coscienza? Nonostante il delitto bestiale, nonostante l’atrocità e il nascondimento abile, freddo, qualcosa resta anche in fondo al peggiore assassino – una voce che non si riesce a zittire in alcun modo. La consapevolezza del male è un’evidenza stampata nell’uomo; per quanto cancellata, negata, non tace. Non è ancora rimorso ciò che ha spinto l’assassino di Avetrana a tradirsi. È invece l’insopportabile angoscia di trovarsi, di fronte a quel ricordo, totalmente solo. Nessuno con cui poter parlare del fantasma che lo inseguiva, di quella figura esile e bionda che gli chiedeva l’ultima pietà di coprirne i resti. Assolutamente nessuno. Un giogo come un macigno, da reggere solo; facendo finta di niente, a tavola con la famiglia, la sera. In mezzo agli altri, ma solo nel suo pozzo, complementare e simmetrico a quello in cui aveva sepolto la nipote. L’inferno, disse Sartre, "sono gli altri", ma è vero il contrario: l’inferno è essere soli. Con quel volto gentile sempre davanti, e nessuno a cui poter dire una parola. Così che, ha detto Misseri, è stato un sollievo confessare, e perfino portare i carabinieri laggiù, in campagna, nella notte. Forse perfino le maledizioni e gli insulti degli altri, in carcere, ora, sono meglio che quella terrificata solitudine. Con una voce dal profondo che però premeva, gridava. L’ansia di confessare e quindi di tornare fra i vivi, fra gli uomini, se pure come il più spietato degli assassini. La coscienza soffocata, che però costringe e non dà pace. Avetrana, storia di inferi, dice però che qualcosa anche nel fondo del buio, anche nel peggiore degli uomini, ostinatamente si oppone all’orrore del male e del nulla.

 

Pag 2 Oslo ha trovato al via del coraggio di Gerolamo Fazzini

Finalmente il Nobel per la pace a Liu Xiaobo

 

C’è del coraggio, in Norvegia. Assegnando il Premio Nobel per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo, le vestali di Stoccolma hanno finalmente mostrato fegato, dopo alcune scelte politicamente corrette quanto discutibili, dall’ "ambientalista" Al Gore al neo-eletto Obama. Premiando Liu, viene innanzitutto riconosciuta la straordinaria statura morale di una figura che ha pagato di persona un prezzo altissimo (anni di carcere) per i suoi ideali. Arrestato con l’accusa di «sovversione contro lo Stato», Liu non si è mai reso protagonista di atti di violenza, avendo sempre preferito combattere il regime a colpi di penna. Ma "servire il popolo" aprendo gli occhi alla gente sulla realtà è l’attività più sovversiva che il governo cinese possa concepire. Perciò, quando il presidente del Comitato per l’assegnazione del premio Nobel, afferma che Liu «è il simbolo più eminente dell’ampia lotta per i diritti umani in Cina», non sta facendo retorica. Ideatore di "Carta 08" – la lettera-appello ai governanti diffusa nel dicembre 2008, una sorta di manifesto di una "nuova Cina", in cui libertà e democrazia hanno finalmente cittadinanza – Liu Xiaobo rappresenta la punta di diamante di un movimento di attivisti, intellettuali, ex funzionari di partito che, sebbene allo stato nascente, sta cercando di cambiare la Cina dal basso. Ma che, proprio per questo, è osteggiato durissimamente da Pechino, come confermato dalla scomposta reazione che il governo cinese ha avuto all’annuncio da Stoccolma. Siti internet bloccati, censura in azione, blocco dell’informazione: un copione cui la Cina popolare ci ha abituati ogni volta in cui - ricordate il duello con Google? - i nuovi mandarini hanno la sensazione che sfugga loro il controllo dell’opinione pubblica. Già da mesi le autorità cinesi non avevano fatto mistero della loro contrarietà all’ipotesi del prestigioso riconoscimento internazionale a Liu. Un paio d’anni fa, in analogo contesto, le autorità di Pechino avevano etichettato un altro dissidente Hu Jia come "criminale", semplicemente per aver espresso, in forma del tutto pacifica, una serie di critiche al regime. «Huai dan» (letteralmente "uova marce", ossia ) è il titolo di una mostra dedicata a Liu Xiaobo e ai suoi "fratelli", uniti nella denuncia. Ebbene, rifuggendo ai ricatti e riconoscendo il valore di una persona come Liu Xiaobo, i giurati di Stoccolma mandano a dire a Pechino che la Cina ha bisogno delle «uova marce», di quei sovversivi che, come nel caso di Liu Xiaobo, ma anche di Gao Zhisheng, Han Dongfang e Hu Jia, hanno scoperto la fede cristiana come radice del loro impegno in difesa dei diritti umani. Così facendo, Stoccolma finalmente ha fatto cadere il muro di omertà e connivenza che l’Occidente ha mantenuto in questi anni nei confronti di una situazione gravissima quale i diritti umani in Cina. Per cambiare, la Cina non può fare a meno dell’Occidente. Come ha scritto Li Datong, un ex giornalista di partito passato dall’altra parte della barricata: «Le pressioni internazionali a favore delle riforme politiche sono essenziali per lo sviluppo della Cina. Senza di esse, i suoi governanti  ricadrebbero nella confortante sicurezza del potere illimitato». Se le cose stanno così, questo Nobel affida una tremenda responsabilità all’Occidente, perché non c’è peggior servizio che possiamo fare alla causa della "nuova Cina" riducendo Liu Xiaobo a nuova icona, come San Suu Kyi e altri, e poi dimenticandolo…

 

Pag 2 Il silenzio degli incoscienti di Gianfranco Marcelli

Dopo la decisione del Consiglio d’Europa sull’obiezione all’aborto

 

Se c’è un Paese nel Vecchio Continente nel quale la parola "aborto", al solo leggerla o pronunciarla, è in grado di attirare un sovraccarico di attenzione da parte dei mass media, questo è senza il minimo timore di smentita la nostra Italia. Tre decenni abbondanti di interminabili battaglie parlamentari, ripetuti e accesissimi scontri referendari, polemiche infuocate sul terreno etico e sanitario, hanno reso a dir poco acuta la sensibilità dell’opinione pubblica nazionale su questo argomento. Di conseguenza, anche i sensori attivati dal mondo dell’informazione nei confronti del tema sono di solito ad alta capacità di intercettazione: basta che sui terminali delle redazioni appaia, sotto qualunque forma, la parola in questione – aborto – e immediatamente le antenne si drizzano, il torpore della routine si scuote e attorno alla possibile notizia scatta l’obbligo della verifica e dell’approfondimento. Per questo, anche agli occhi più smaliziati del vecchio cronista, rappresenta un vero e proprio mistero mediatico la totale e assoluta mancanza di resoconti su quanto è avvenuto giovedì all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa: e cioè il voto della risoluzione che ha bocciato il tentativo di limitare il diritto all’obiezione di coscienza degli operatori sanitari alle prese con le interruzioni di gravidanza, ribaltando clamorosamente le previsioni della vigilia e quasi rovesciando come un calzino il testo e le finalità originarie dei proponenti. L’apertura di Avvenire di ieri. E invece non una riga, non un titolino, neppure in coda alle pagine più remote degli altri quotidiani nazionali. Non una citazione nei notiziari radiotelevisivi di qualunque rete, pubblica o privata. Neanche un cenno sui siti internet delle testate che aggiornano in tempo reale i frequentatori della blogosfera. Un black-out senza eccezioni, che rende semplicemente inesistente il fatto. Un silenzio tombale, che configura alla perfezione uno di quei casi di «indifferenza nei confronti del vero» denunciata proprio l’altro ieri dal Papa, come rischio saliente della comunicazione contemporanea. Dobbiamo ammettere, in tutta sincerità, che portare alla luce un fenomeno come quello appena descritto provoca inevitabilmente una certa sensazione di disagio. Si vorrebbe sfuggire al rischio di apparire i "maestrini" di turno, che si impancano a giudici dei colleghi (in questo caso, per la verità, di un’intera categoria), distribuendo lezioni di professionalità sempre soggette nel nostro mestiere a un elevato tasso di opinabilità. Ma in qualche modo è proprio l’assenza generalizzata della notizia che, ai nostri occhi, "fa notizia", che induce a interrogarsi e a cercare una spiegazione di quello che ci appare come un vero e proprio "caso" giornalistico. Perché non c’è dubbio che l’input di base sull’avvenimento in corso in quelle ore a Strasburgo non era mancato, che nell’imminenza del voto le agenzie di stampa avevano segnalato perfino un intervento sul Consiglio d’Europa del ministro degli Esteri italiano Franco Frattini. E che bastava cliccare sul più noto motore di ricerca del web, per avere in un decimo di secondo almeno 3mila pagine di "archivio" e di contestualizzazione del problema. Del resto, organi di stampa di diversi altri Paesi e di impronta certamente laica (il francese Figaro, gli inglesi Daily Telegraph e Indipendent, per citarne alcuni) non hanno lesinato in coperture, mettendo in piena luce la posta in gioco. Al dunque, non avendo dimestichezza con la cultura del sospetto, non ci arrischiamo certo a immaginare che dietro questo nero schermo di indifferenza si nasconda una qualche improbabile regia o, peggio ancora, una consapevole congiura (anche se siamo pronti a scommettere che, con un diverso esito del dibattito in assemblea, la risonanza non sarebbe mancata). Piuttosto, essendo in ballo la libertà di coscienza, temiamo semmai una certa tendenza subliminale alla sottovalutazione. Il risultato? Il silenzio degli incoscienti.

 

LA NUOVA di sabato 9 ottobre 2010

Pag 1 Il mostro, la coscienza, il codice di Ferdinando Camon

 

Oggi alle 15,30 Sarah avrà i funerali cattolici, anche se non era battezzata. Sarà l’acme della tensione e dei commenti, sull’atroce destino che le è toccato. Tutti cercheranno di capirlo. Qui ci proviamo anche noi, e poiché dovremo dire cose orrende e disumane, cerchiamo prima se possiamo dire cose degne dell’uomo. La prima cosa umana, nell’atroce delitto di Avetrana, dove uno zio ha strangolato la nipotina di 15 anni e dopo, al momento di buttarla in un pozzo, l’ha violata, ciò che v’è di umano è l’affare del telefonino della ragazza. L’assassino l’ha prima bruciacchiato, poi l’ha buttato accanto a un supermercato, sperando che qualcuno lo notasse, infine, visto che nessuno lo trovava, l’ha ripreso e l’ha consegnato alla polizia. La polizia ha avuto un sospetto: «Costui è l’assassino». È ciò che lui sperava: essere scoperto ed espiare. C’erano in lui due idee di salvezza: la salvezza nella menzogna, negando tutto a tutti, e la salvezza nella verità, confessando, finendo in guerra con tutti, tranne la propria coscienza. Ha fatto la seconda scelta. Consegnando il cellulare ha detto: «Prendetelo», ma voleva dire: «Prendetemi». Merita di essere chiamato mostro, ma riconosciamo c’è in lui una scintilla umana. Ce n’è un’altra, e sta nella coscienza che quel che ha fatto non ha riparazione. Se uno ruba, può restituire. Ma se uno toglie la vita, non può più ridarla. Perciò l’omicidio è il crimine che non ha giustizia. L’assassino veramente pentito vorrebbe giustizia per sé, e sapendo che non può averla è tentato di farsela da solo: infatti lo zio di Sarah ha dichiarato che vuole uccidersi. Per questo lo tengono sotto sorveglianza giorno e notte. Anche il fratello di Sarah esprime una speranza: «Spero che si uccida». Anche gli amici di Sarah. Ieri sfilavano davanti alla casa dell’assassino alzando cartelli dove oltre a «Maiale», «Mostro», «Bestia», stava scritto anche: «Ucciditi». Sono quelli della pena di morte. Poiché non possiamo dargliela noi, la speranza è che se la dia lui. C’è delitto e delitto, e questo è fra i peggiori. L’ha uccisa, e dopo ha voluto un rapporto sessuale con lei. Non subito dopo, ma molto dopo. Perché subito dopo l’ha avvolta in una coperta, l’ha caricata in macchina e l’ha portata lontano chilometri, in quel postaccio introvabile, nascosto da tralci, dove c’era un pozzo. Prima di gettarla nel pozzo l’ha spogliata per bruciare i vestiti, e dopo averla spogliata l’ha violata. Cito questo particolare intollerabile, e me ne scuso, per far capire un concetto: c’è l’assassino di un attimo e l’assassino di lunga durata. L’assassinio separa l’assassino da noi, da noi umanità, e lo chiude in uno spazio dove non c’è morale. Più a lungo resta in quello spazio, più l’assassino è perduto. Qui l’omicidio non è durato un attimo, ma è durato fino a quella violenza sessuale. «Un reato d’impeto», ha detto un ufficiale dei Cc. Ma quale impeto! Questo è durato 42 giorni, per 42 giorni l’assassino ha mentito a tutti e anche a se stesso, manovrando i singhiozzi e le lacrime come un alibi. Adesso non diteci che è pazzo, perché è più furbo di noi. Non diteci che era incapace d’intendere. Non auguriamogli di uccidersi, l’invito al suicidio non esiste nel nostro codice. Il codice non si tocca. Ma è troppo buono.

 

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