RASSEGNA STAMPA di venerdì 16 luglio 2010
SOMMARIO
Si concentrerà su “bell’amore” e sessualità la riflessione che il
Patriarca card. Angelo Scola rivolgerà alla città di Venezia in occasione
dell’ormai prossima festa del Redentore. “Sollecitato dall’attualità e dagli
incontri della Visita pastorale in atto da anni nel Patriarcato - anticipa il
Patriarca sulle pagine del nuovo numero del settimanale diocesano Gente
Veneta - ho deciso quest’anno di affrontare il tema del bell’amore e della
sessualità. Vorrei riuscire a dare le ragioni della convenienza della
proposta cristiana nell’ambito degli affetti e della sessualità, del
significato e del valore del matrimonio cristiano e della sua
indissolubilità, della verginità, del celibato e del senso di una parola
caduta in disuso come castità”. Il “discorso del Redentore” 2010 affronta
così una dimensione fondamentale per la vita delle persone e della società ed
aggiunge un ulteriore, importante, tassello alla serie di approfondimenti
offerti in questi anni dal card. Scola - i testi integrali possono essere
recuperati sul sito www.angeloscola.it
- nella speciale circostanza della grande festa veneziana: il possibile
sviluppo del modello veneto (2003); il “meticciato
di civiltà” (2004); la proposta di una nuova laicità (2005); la libertà di
educazione (2006); il rapporto tra anima e scienze (2007); la famiglia
italiana come fattore di progresso (2008); l’umana sofferenza e l’opera del
Redentore (2009). Il testo integrale del discorso del Redentore 2010 sarà
disponibile on line, a partire da domenica 18
luglio, sempre sul sito www.angeloscola.it
. La festa, religiosa e civile, del Redentore si svolgerà a Venezia nei
giorni di sabato 17 e domenica 18 luglio con i suoi appuntamenti
tradizionali: l’apertura del ponte votivo, sabato 17 luglio, alle ore 19.00,
alla presenza del Patriarca e del Sindaco; la celebrazione della messa
solenne domenica 18 alle ore 19.00, presieduta dal Patriarca presso la Chiesa
del Redentore alla Giudecca. Si rinnoverà così - seguendo una tradizione che
risale ad oltre quattro secoli fa - il pellegrinaggio di tante migliaia di
fedeli che attraverseranno il canale della Giudecca per sciogliere l’antico
voto che risale al XVI secolo quando la città fu colpita da una terribile
peste (1575 - 1577). Per commentare i contenuti della riflessione del
Patriarca, BluRadioVeneto (fm 88.70 - 94.60) trasmetterà
la mattina di lunedì 19 luglio uno speciale dibattito in diretta sul tema in
questione. A partire dalle ore 9.05 si alterneranno ai microfoni vari e
illustri ospiti coordinati da Fiorella Girardo. Sul sito www.patriarcatovenezia.it il
calendario completo delle celebrazioni in programma al Redentore (a.p.) L’OSSERVATORE ROMANO Pag 1 Modificate le norme “de gravioribus
delictis” Procedure più efficaci dalla
Congregazione per la Dottrina della Fede per contribuire alla chiarezza e
alla certezza del diritto AVVENIRE Pag 1 Ma il rigoroso codice della chiesa mai si ridurrà
a “sharia” di Giuseppe Anzani Limpido segnale della
Santa Sede CORRIERE DELLA SERA Pag 20 Nella
Chiesa diventa reato il traffico di foto pedofile di Gian Guido
Vecchi Il Papa allontanerà
subito i preti colpevoli. Più poteri al Sant’Uffizio: potrà indagare su
cardinali e vescovi Pag 42 Con il nuovo diritto canonico la Chiesa cerca di
difendersi di Marco Ventura LA REPUBBLICA Pag 1 Il tribunale del Papa di
Giancarlo Zizola LA STAMPA L’obbedienza non basta di Luigi La Spina La secolarizzazione erode
l’autorità delle gerarchie e il sentimento religioso. L’unica via d’uscita è
investire su un clero meno allineato e più carismatico IL GIORNALE Il Vaticano si dà più poteri contro i pedofili di
Andrea Tornielli IL FOGLIO Pag I Stretta sui “delitti più gravi”, ma la chiesa non
cede a chi l’accusa di Paolo Rodari IL GAZZETTINO Pag 20 A casa Vespa un cardinale fuori posto
(lettera di Renato Omacini – Venezia) 5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO AVVENIRE Pag 2 Urgente rafforzare la famiglia, ammortizzatore
essenziale di Alessandro Rosina Limita i danni della
crisi, patiti dai giovani, ma rischia di logorarsi Pag 7 La
povertà si ferma a quota 8 milioni di Bruno Mastrogiacomo e
Stefano Andrini Cassa integrazione e famiglia hanno
ammortizzato la crisi. Più a rischio giovani e operai. Il sociologo Colozzi: “Ma ai precari servono nuove certezze” LA NUOVA Pag 9 La
povertà si diffonde Il 10 per cento delle famiglie
sopravvive con il minimo, aumentano quelle a rischio CORRIERE DEL VENETO Pag 21 La
violenza alle donne? Più libertà e rapporti umani (intervento
dell’équipe del Centro antiviolenza del Comune di Venezia) 7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA CORRIERE DELLA SERA Pag 41 Nuovo Cda
della Biennale: Zaia toglie Franco Miracco di Pierluigi Panza CORRIERE DEL VENETO Pag 7 Funerali
separati per Eleonora e Fabio. Nella stessa chiesa ma in giorni diversi di Alice D’Este IL GAZZETTINO DI VENEZIA Pag IV Ombre sul
papà di Fabio: “C’è il rischio di faide” di Monica Andolfatto Il legale della famiglia Riccato: “Bisogna assolutamente smorzare i toni.
Attenzione: una frase in più o mal interpretata può scatenare una guerra” Pag IX Giugno
nero per il Casinò di Elisio Trevisan Incassi ancora in picchiata: meno 12,6%
rispetto allo stesso periodo del 2009. In flessione anche le altre case da
gioco italiane, ma Venezia è la peggiore Pag IX Confindustria:
un centro d’ascolto per gli imprenditori in difficoltà economica LA NUOVA Pag 15 Meglio
senza volontari (lettera di Rosita Bonometto –
Venezia) Pag 21 La
preside del Gramsci: “Tutti al funerale di Eleonora”. Alta tensione tra le
due famiglie di Alessandro Ragazzo e Mitia Chiarin Il pm: “L’indagine è chiusa” IL GAZZETTINO Pag 1 “Non
riesco ad aprire un’azienda in Veneto” di Maurizio Crema Il caso: “Pronti 200 milioni, la
Regione tace” LA NUOVA Pag 11 I tagli
arrivano anche in carcere di Giorgio Cecchetti Il volontariato: “Colpiscono i progetti
positivi” 10 – GENTE VENETA Tutti gli
articoli segnalati di seguito sono pubblicati sul n. 28 di Gente Veneta in
uscita sabato 17 luglio 2010: Pagg 1, 5 Cuore e sangue. Affetti immaturi di Serena
Spinazzi Lucchesi e Paolo Fusco Dopo i delitti di Asseggiano e
Spinea gli interrogativi: come si affronta oggi il tema dell’amore? Come
educare i giovani alla relazione con l’altra persona? Le voci di alcuni
parroci e delle psicologhe del consultorio diocesano Pag 1 Il
Redentore ci parla di una salvezza integrale di Sandro Vigani Pag 4 L’amore, la
sessualità, la castità nel discorso del Patriarca al Redentore In occasione della solennità il
card. Scola toccherà il tema – attualissimo – dei rapporti tra uomo e donna.
Nel 1576 la pestilenza a Venezia, un anno dopo la prima processione Pag 7 A convegno
su matrimonio e famiglia di Alessandro Polet L’amore tra uomo e donna e i
suoi riflessi nella comunità ecclesiale e nella società civile sarà il tema
del momento diocesano di studio e confronto che il 3 e 4 settembre avvierà
l’anno pastorale Pag 8 La Giudecca
cambia: nasce l’unità pastorale di Giorgio
Malavasi Le tre parrocchie dell’isola
vengono riunite sotto la guida di un parroco cappuccino, padre Andrea Cereser, e per ciascuno ci sarà un frate come vicario
parrocchiale. Mons. Pizziol: “Così si conserva la capillarità ma si potenzia
la collaborazione” Pag 12 Dal Kenya
alla Romania, dal Kosovo ai raid ciclistici: la vacanza è alternativa di Laura Campaci Scout, parrocchie e Caritas
porteranno gruppi di giovani in realtà di servizio o presso mete poco
tradizionali Pag 19 Geco il
veneziano di Cinzia Franceschini I “lucertoloni” in dieci anni
hanno colonizzato la città. Il biologo: “Esempio innocuo di un fenomeno
pericoloso” CORRIERE DELLA SERA Pag 1 Troppi duellanti in un Paese immobile di Giuseppe De Rita Pag 2 L’asse tra Giulio e il Senatur
si impone sul Pdl e sulle Regioni di Massimo Franco Pag 40 La Bibbia, manuale perfetto per scrivere un poliziesco di Asa
Larsson Caino
e Abele, il giallo irrisolto della storia LA REPUBBLICA Pag 1 La corruzione nel nome di Cesare di Massimo Giannini Le
carte dell'inchiesta sulla nuova P3 scoprono l'abisso nel quale stava e sta
tuttora per precipitare la nostra democrazia. Un metodo di governo e un
sistema di potere costruito per servire gli interessi personali del
presidente del Consiglio Pag 1 Quelle toghe illegali di Stefano Rodotà Pag 26 I forzati dei farmaci e il business delle cavie
umane di
Michele Bocci Ogni
anni 1500 volontari sani rispondono al richiamo delle case di produzione in
Svizzera, Francia, Austria. Chiusi per quattro giorni, si sottopongono ai
test delle medicine. Prendono fino a 1200 euro in contanti, esentasse.
"E' come una vacanza, ti fanno gli esami gratis, con i soldi mi sono
comprato la tavola da surf" LA STAMPA Il giudice va a cena da solo di Carlo Federico Grosso La fine di una stagione di Luca Ricolfi IL GIORNALE Meglio il salotto del solito palazzo di Marcello Veneziani Il Pdl, Bossi e lo spadone del Cavaliere di
Alessandro Sallusti AVVENIRE Pag 3 Dottori
dietro le sbarre: così si studia in carcere di Ilaria Sesana Nel
2008 19 laureati, 300 sostengono gli esami. Quel desiderio di riscatto che fa
conquistare voti alti L’OSSERVATORE ROMANO Pag 6 La prospettiva autenticamente laica dei cattolici di
Roberto Colombo I vent’anni del Comitato
nazionale per la bioetica italiano IL GAZZETTINO Pag 6 Dimissioni? No, grazie Politica
e agricoltura LA NUOVA Pag 1 La manovra e il federalismo di Stefano Allievi Le
riforme |
L’OSSERVATORE ROMANO
Pag 1 Modificate le
norme “de gravioribus delictis”
Procedure
più efficaci dalla Congregazione per la Dottrina della Fede per contribuire
alla chiarezza e alla certezza del diritto
La
Congregazione per la Dottrina della Fede ha reso pubblici giovedì mattina 15
luglio, gli aggiornamenti apportati alle Normae de gravioribus delictis, in
riferimento a delitti che la Chiesa ritiene eccezionalmente gravi e perciò sono
sottoposti alla competenza del tribunale della medesima Congregazione. Nel
novero di tali delitti rientrano quelli contro la fede, contro i sacramenti
dell'eucaristia, della penitenza e dell'ordine, e naturalmente quelli di abuso
sessuale da parte di membri del clero nei confronti di minori. In una nota
diffusa contemporaneamente alla pubblicazione degli aggiornamenti, il direttore della Sala Stampa della Santa
Sede, il gesuita padre Federico Lombardi, ricorda la promulgazione del motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela nel 2001, con il quale Giovanni Paolo II
attribuiva alla Congregazione per la Dottrina della Fede la competenza per
trattare e giudicare nell'ambito dell'ordinamento canonico una serie di delitti
particolarmente gravi, per i quali essa era precedentemente attribuita anche ad
altri dicasteri o non era del tutto chiara. Il documento era accompagnato da
una serie di norme applicative e procedurali note appunto come Normae de gravioribus delictis. Nel corso dei nove anni successivi «l'esperienza
ha naturalmente suggerito - scrive padre Lombardi - l'integrazione e
l'aggiornamento di tali Norme, in modo da poter sveltire o semplificare le
procedure per renderle più efficaci, o tener conto di nuove problematiche. Ciò
è avvenuto principalmente grazie all'attribuzione da parte del Papa di nuove
“facoltà” alla Congregazione per la Dottrina della Fede, che però non erano
state integrate organicamente nelle “Norme” iniziali. È ciò che è ora avvenuto,
nell'ambito appunto di una revisione sistematica di tali Norme». La vasta
risonanza pubblica avuta negli anni recenti dai delitti di abuso sessuale su
minori compiuti da membri del clero ha attirato grande attenzione e sviluppato
un intenso dibattito sulle norme e procedure applicate dalla Chiesa per il
giudizio e la punizione di essi. «È giusto quindi - commenta padre Lombardi -
che vi sia piena chiarezza sulla normativa oggi in vigore in questo campo e che
questa stessa normativa si presenti in modo organico, così da facilitare
l'orientamento di chiunque debba occuparsi di queste materie». Un primo
contributo di chiarificazione - soprattutto a uso degli operatori
dell'informazione - era stato dato poco tempo fa con la pubblicazione sul sito
internet della Santa Sede di una sintetica «Guida alla comprensione delle procedure
di base della Congregazione per la Dottrina della Fede riguardo alle accuse di
abusi sessuali», «ma la pubblicazione delle nuove Norme - avverte il direttore
della Sala Stampa della Santa Sede - è tutt'altra cosa, offrendoci un testo
giuridico ufficiale aggiornato, valido per tutta la Chiesa». Proprio tenendo
conto della risonanza della problematica relativa agli abusi sessuali, padre
Lombardi si sofferma su alcuni aspetti
rilevanti. Fra le novità introdotte cita quelle intese a rendere le procedure
più spedite, come la possibilità di non seguire la «via processuale giudiziale»
ma di procedere «per decreto extragiudiziale», o quella di presentare al Papa
in circostanze particolari i casi più gravi in vista della dimissione dallo
stato clericale. Dopo aver sottolineato la norma che consente ora di avere come
membri del personale dei tribunali, o come avvocati o procuratori, non solo più
sacerdoti, ma anche laici, padre Lombardi richiama l'attenzione sul «passaggio
del termine della prescrizione da dieci a venti anni, restando sempre la
possibilità di deroga anche oltre tale periodo» e sulla «significativa
equiparazione ai minori delle persone con limitato uso di ragione» nonché sulla
«introduzione di una nuova fattispecie: la pedopornografia.
Questa viene così definita: “l'acquisizione, la detenzione o la divulgazione”
compiuta da un membro del clero “in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo, di
immagini pornografiche aventi ad oggetto minori di anni quattordici”». Un punto
che non viene toccato, mentre spesso è oggetto di discussione in questi tempi,
riguarda la collaborazione con le autorità civili. «Bisogna tenere conto - fa
notare il direttore della Sala Stampa della Santa Sede - che le Norme ora
pubblicate sono parte dell'ordinamento penale canonico, in sé completo e
pienamente distinto da quello degli
Stati». Padre Lombardi richiama quanto scritto nella «Guida alla comprensione
delle procedure» pubblicata sul sito della Santa Sede dove si specifica che «va sempre dato seguito alle disposizioni della
legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità
preposte». Dunque ciò significa che nella prassi proposta dalla Congregazione
per la Dottrina della Fede occorre provvedere per tempo a ottemperare alle
disposizioni di legge vigenti nei diversi Paesi e non nel corso del
procedimento canonico o successivamente a esso. «La pubblicazione odierna delle
Norme - scrive ancora padre Lombardi - dà un grande contributo alla chiarezza e
alla certezza del diritto in un campo in cui la Chiesa è fortemente impegnata
oggi a procedere con rigore e con trasparenza, così da rispondere pienamente
alle giuste attese di tutela della coerenza morale e della santità evangelica
che i fedeli e l'opinione pubblica nutrono verso di essa, e che il Papa ha continuamente
ribadito. Naturalmente occorrono anche molte altre misure e iniziative, da
parte di diverse istanze ecclesiali». Per quanto riguarda la Congregazione per
la Dottrina della Fede, essa sta lavorando su ulteriori indicazioni da dare
agli episcopati per aiutarli a formulare e sviluppare in modo coerente ed
efficace le indicazioni e direttive necessarie ad affrontare la problematica
degli abusi sessuali di minori da parte di membri del clero o nell'ambito di
attività o istituzioni connesse alla Chiesa, con riguardo alla situazione e ai
problemi della società in cui operano. «Sarà un altro passo cruciale nel
cammino - avverte Lombardi - perché la Chiesa traduca in prassi permanente e in
consapevolezza continua i frutti degli insegnamenti e delle riflessioni
maturati nel corso della dolorosa vicenda della “crisi” dovuta agli abusi
sessuali da parte di membri del clero». A completamento di questa breve
rassegna sulle principali novità contenute nelle «Norme» il direttore della
Sala Stampa della Santa Sede si sofferma anche sugli aggiornamenti che si
riferiscono a delitti di altra natura e spiega che «in realtà anche in questi
casi non si tratta tanto di determinazioni nuove nella sostanza, quanto di
inserimento di normative già vigenti, così da ottenere una normativa
complessiva più ordinata e organica sui “delitti più gravi” riservati alla
Congregazione per la Dottrina della Fede»: i delitti contro la fede, per i
quali sono normalmente competenti gli Ordinari, ma la Congregazione diventa
competente in caso di appello; la registrazione e divulgazione compiute
maliziosamente delle confessioni sacramentali e l'ordinazione delle donne.
AVVENIRE
Pag 1 Ma il rigoroso
codice della chiesa mai si ridurrà a “sharia” di Giuseppe Anzani
Limpido
segnale della Santa Sede
Quanto
ha dato dolore alla Chiesa lo scandalo della pedofilia lo si comprende subito
dall’intonazione severa che caratterizza il documento della Congregazione per
la dottrina della fede sui «Delitti più gravi». Perché fra i delitti più gravi
si annoverano gli atti impuri di chierici con minori di anni 18, incriminazione
più ampia degli stessi abusi previsti dal Codice penale. Altro che aria di
insabbiare, di sopire. E il possesso di materiale pedopornografico sta
anch’esso sotto i fulmini canonici. Giudice di questi delitti è la
Congregazione per la dottrina della fede, tribunale supremo; e si prevede una
procedura rapida, financo stragiudiziale, e una pena
che può arrivare alla destituzione o alla rimozione. A leggere il documento per
intero, non è il sesso l’argomento principe, e la nuova "legge"
canonica non comincia e non finisce lì. Ci sono i delitti contro la fede:
l’eresia, l’apostasia, lo scisma; i tradimenti che strappano la fedeltà e
l’unità della Chiesa. E poi c’è il capitolo angoscioso della profanazione dei
sacramenti; l’Eucaristia prima di tutti, cuore della vita ecclesiale e della
grazia; e la Penitenza, luogo d’incrocio fra la grazia che salva e perdona e il
dialogo umano che porta alla grazia la confidenza segreta di un cuore umiliato.
E l’Ordine sacro, infine. E poi il resto che segue, segue come figura di
profanazione del corpo, ossia di un tempio, perché il corpo è tempio anch’esso.
Scorrendo il linguaggio giuridico del testo, ci chiediamo che senso ha nella
Chiesa un Codice dei delitti e delle pene; e che cosa succede a chi viene
giudicato colpevole. La risposta è che la Chiesa è, sì, «popolo di Dio», ma è
anche assemblea, è comunità di uomini dentro la storia, e il suo codice non ha
per scopo di «sostituire la fede, la grazia, i carismi e soprattutto la carità
dei fedeli» ma resta «strumento indispensabile per assicurare il debito ordine
sia nella vita individuale e sociale, sia nell’attività stessa della Chiesa»
(Giovanni Paolo II). La Chiesa deve custodire la santità dei segni sacri della
grazia, la fedeltà dei suoi ministri. Certo, il Codice canonico non è una
specie di sharia le pene sono di tipo spirituale, anche quelle più gravi, come
la scomunica; e sono chiamate pur sempre pene «medicinali» perché il loro scopo
è favorire la conversione. Ma la severità delle norme odierne è un segnale
fortissimo della gravità di alcuni tradimenti morali, collocati appena dopo le
figure di profanazione sacramentale; vi traspare la repugnanza
fra la missione sacerdotale di guida spirituale e la sua degradazione, fra il
ministero consacrato, canale di grazia, e l’impurità. Da punirsi anche fino a
vent’anni dopo, a contarsi da quando il minore compirà i 18 anni. Questo monito
duro e risoluto è un forte segnale, una grande lezione di responsabilità, con
tutta la forza della fede. Perché non soppianta e non sostituisce la reazione
civile quando l’impurità è crimine (epperò la norma
canonica è più ampia del crimine di abuso per il range
dell’età protetta), ma prende senso, e forza senza confronto più determinante,
da ciò che la fede conosce delle pene spirituali, del dolore, dell’espiazione. Così
la nuova legge canonica diventa lezione che provoca tutti, anche quelli che
credono che la fede non conta. Un tempo il vescovo Ambrogio fermò sulla porta
della cattedrale l’imperatore Teodosio, dopo la strage di Tessalonica;
lo lasciò fuori, lo costrinse a stare tra i piangenti, per il tempo stabilito a
espiare il suo delitto. Era l’imperatore, obbedì.
CORRIERE DELLA SERA
Pag 20 Nella
Chiesa diventa reato il traffico di foto pedofile di Gian Guido
Vecchi
Il
Papa allontanerà subito i preti colpevoli. Più poteri al Sant’Uffizio: potrà
indagare su cardinali e vescovi
Città
del Vaticano - Ci sono novità come l’introduzione del reato di pedopornografia per chi traffica con immagini di minori di
14 anni, la possibilità di procedere per «via extragiudiziale» nei casi più
clamorosi, il potere del Papa di spretare direttamente i colpevoli quando le
prove sono schiaccianti, o l’abuso su disabili psichici equiparato a quello sui
minorenni. E soprattutto si indicano in un unico testo canonico le procedure
«più rapide e efficaci», la prescrizione che si allunga da 10 a 20 anni (a
partire dal diciottesimo compleanno della vittima) con in più la possibilità di
deroga, e insomma le norme più severe contro i preti pedofili: l’ex
Sant’Uffizio, per tutti i «crimini più gravi», avrà pure il «diritto» di
indagare su cardinali e vescovi e sottoporre al pontefice i risultati. Il testo
pubblicato ieri, e firmato da Benedetto XVI il 21 maggio, segna per la Chiesa
un punto di non ritorno. Sono passati nove anni da quando il cardinale
Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, firmò la
Nota sui «delitti più gravi» per attuare un Motu
proprio - ovvero una «legge» - di Giovanni Paolo II: un documento che già
rappresentò la svolta avocando all’ex Sant’Uffizio la competenza sugli abusi
pedofili, a scanso di insabbiamenti locali nelle diocesi. Da allora la prassi
si è fatta via via più rigida, su impulso di
Ratzinger dal 2003 la Congregazione ha visto aumentare i suoi poteri. Ma ora
quelle nuove «facoltà» dell’ex Sant’Uffizio, molte delle quali descritte ad
aprile in una «guida» sulle procedure da seguire, sono entrate nel diritto
canonico: il testo inviato ai vescovi del mondo è la nuova versione aggiornata
della «Nota» del 2001. Questa è la grande novità: «Le "facoltà" hanno
una vita effimera, dipendono dalla volontà dei sommi pontefici», sorride
monsignor Charles Scicluna, «promotore di giustizia»
e quindi pm del tribunale dell’ex Sant’Uffizio. «Benedetto XVI, invece, ha
voluto che tali facoltà diventassero norme canoniche, stabili: un segnale
forte, un desiderio che espresse appena eletto, nel 2005». Il cerchio si
chiude: le «facoltà» volute dal cardinale Ratzinger sono diventate legge
canonica sotto il pontificato di Benedetto XVI. E il potere di controllo
dell’ex Sant’Uffizio cresce. Tra i «delitti più gravi» ci sono anche quelli
contro la fede («eresia, apostasia e scisma») e contro i sacramenti: tra
questi, viene inserita l’ordinazione sacerdotale delle donne. Anche qui però,
si tratta di un «aggiornamento» canonico in base a norme vigenti: la Chiesa già
prevede la scomunica automatica per il prete ordinante e per la donna (il 5
agosto 2002 furono scomunicate sette donne del movimento «Roman Catholic Womenpriests»), ribadita
dall’ex Sant’Uffizio con un decreto del 19 dicembre 2007. Idem per «la
registrazione e divulgazione» delle confessioni, atto già condannato nel 1988. Anche
i laici, tra l’altro, potranno lavorare nei tribunali ecclesiastici. Il testo,
invece, non parla della collaborazione con le autorità civili più volte
ribadita dal Papa. Ma non è un passo indietro, assicura padre Federico
Lombardi: «Queste norme sono parte dell’ordinamento penale canonico, in sé
completo e pienamente distinto da quello degli Stati». Non era quindi il luogo
adatto, dice, e rimane valida l’indicazione della Santa Sede: «Va sempre dato
seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento
di crimini alle autorità preposte». Resta anche il «segreto pontificio»: che
vale nei soli processi canonici e a «tutela delle persone coinvolte», spiega Scicluna: «Ma la riservatezza non è un bene assoluto: deve
prevalere il bene comune. E non impedirà mai il dovere di denuncia.
L’indicazione di collaborare con le autorità civili è antica: viene da San Paolo».
Pag 42 Con il nuovo
diritto canonico la Chiesa cerca di difendersi di Marco Ventura
Quando punisce, la Chiesa cattolica è potestà suprema. Soggetto sovrano,
ordinamento proprio e originario. Contro chi dopo il Concilio Vaticano II
suggerì di abolire l’obsoleta scomunica, il Codice di diritto canonico del 1983
ripropose un canone antico: «la Chiesa ha il diritto nativo e proprio di
costringere con sanzioni penali i fedeli che hanno commesso delitti». Negli
ultimi decenni le pene canoniche son rimaste poco più che un archibugio
impolverato. Altissimo valore simbolico; pochi fatti. Da quando è esploso lo
scandalo pedofilia, l’opinione pubblica mondiale incalza la Chiesa. La gente
non se ne intende di diritto canonico. Chiede quello che chiederebbe ad un
Parlamento: processi celeri e certi, pene inasprite. La Santa Sede ha risposto
riorganizzando le sue pene e i suoi processi. Le nuove norme presentate ieri
rappresentano lo sforzo maggiore. Prescrizioni più lunghe, competenze chiare,
delitti espliciti. Processi più spediti. Vescovi più esposti al giudizio del
Papa. Ma il diritto canonico non è il diritto tedesco o canadese. È un altro
pianeta. Non conosce separazione dei poteri, principio di legalità, pubblicità
degli atti, diritto di difesa. Teme lo scandalo. Considera l’abuso sessuale di
un ecclesiastico su un minore «delitto contro i costumi». L’archibugio è stato
spolverato e ingrassato. Svolge la propria funzione simbolica. Ribadisce che la
Chiesa si ritiene capace e in diritto di tenere in ordine la propria casa. E
che intende farlo a modo suo. La gente però chiede di più: l’archibugio è in
grado di sparare? Le istituzioni ecclesiastiche sapranno essere efficaci? I
cattolici irlandesi, tedeschi, americani vogliono la loro Chiesa trasparente
verso gli Stati; e capace al suo interno di meccanismi e garanzie tipici dello
Stato di diritto. La Chiesa risponde modernizzando in parte i canoni;
aprendosi, come ha ieri dichiarato il direttore della Sala Stampa vaticana,
«alla chiarezza e alla certezza del diritto». Ma difende, al contempo, la
propria unicità e indipendenza. Con l’archibugio in mano, la Chiesa cammina sul
filo.
LA REPUBBLICA
Pag 1 Il tribunale
del Papa di Giancarlo Zizola
La
Chiesa investe ancora nella forza del diritto, una convinzione che sembra
revocata in dubbio da qualche iper-potere laico. E
traduce il proprio fallimento mondiale sulla pedofilia del clero, coi suoi
effetti moltiplicatori sulle fedeltà collettive e sull´autorità del suo
magistero, in un pacchetto di norme che vorrebbero fungere da toccasana,
comunque da protesi per risalire la china. Il senso principale di questo
intervento di papa Ratzinger è la trasformazione dell´ex Sant´Offizio in un megapotere giudiziario, da organo
amministrativo che era. Con un´immagine iperbolica, si è tentati di descrivere
l´ergersi di questa piramide romana in un paesaggio di macerie doloranti. Per
riorganizzare uno strumento repressivo efficace, il papato mette a frutto le
esperienze non sempre felici delle complicazioni e disfunzioni del passato, con
cui Ratzinger da cardinale era stato alle prese per quasi un quarto di secolo,
ed espande lo spazio già enorme del dicastero dottrinale da lui presieduto. Non
potrà più succedere in Vaticano quanto era accaduto proprio a lui di dover
accompagnare un altro cardinale extraeuropeo dal segretario di Stato, allora
Angelo Sodano, per invocare il via libera alla rimozione di un orco di Chiesa iperprotetto, e di doversene tornare con un rifiuto. Se il
caso dovesse ripetersi, la Congregazione per la Dottrina dispone d´ora in
avanti di tutti i poteri e della più ampia autonomia funzionale per istruire il
processo e cacciare i colpevoli. Tutte le competenze sparse tra vari organi
giudiziari ordinari della Chiesa, incluso il tribunale della Segnatura
Apostolica, vengono assorbite dalla Congregazione per la Dottrina della Fede.
Essa si attribuisce la funzione di tribunale speciale unico competente a
decidere sui "delitti maggiori", tra i quali gli abusi di pedofilia.
Un tempo era il Papa a rivestire la funzione di prefetto di questa
Congregazione che si definiva "Suprema". Ora essa perfeziona la sua
sovreminenza nell´apparato del governo centrale della Chiesa. Si afferma il suo
diritto di giudicare cardinali, patriarchi, vescovi. Ci si può chiedere se,
presa a sé stante, sia riconducibile alla classica dottrina del primato
pontificio, per la quale, secondo i dogmi del Concilio Vaticano I , il
pontefice "non può essere giudicato da nessuno", l´articolo 3
paragrafo 3 di queste Norme "sui delitti più gravi": "Le
sentenze di questo Supremo Tribunale emesse nei limiti della propria
competenza, non sono soggette all´approvazione del Sommo Pontefice". Di
fronte a questo gigante istituzionale, l´intera struttura gerarchica della
Chiesa sembra coinvolta in un apparato giudiziario. I vescovi locali, i
"gerarchi" vengono usati come giudici istruttori. Toccherà a loro
mettere in piedi il processo in prima istanza, poi riconsegnare l´inchiesta
alla Congregazione per la dottrina. Il linguaggio del diritto qui adottato
parla col dizionario che al tempo del Concilio Vaticano II sarebbe stato
censurato per il suo "giuridicismo". Certo, la pastoralità
e il suo primato non hanno lasciato traccia. E fa parte dell´eccesso
dell´onnipotenza giuridica anche quella parte di normativa che contempla una
serie di deroghe, che potrebbero essere usate come fessure improbabili per far
affiorare un soffio di misericordia, ma si prestano anche a rilievi per i
rischi di arbitrio o di discrezionalità "ad personam".
La ragione delle deroghe sembra da ritrovare nella possibilità di affrettare le
procedure, di provvedere in tempo breve alle dimissioni dei rei, di calare
l´accetta più in fretta: si potrà per esempio deferire certi casi direttamente
al papa, o anche saltare il processo e provvedere d´ufficio. Una volta Papa
Giovanni XXIII esortava a non irrigidire le procedure per le dispense dal
celibato ecclesiastico, perché "non dobbiamo procurare a questi nostri
fratelli un inferno di qua e uno di là". Era un altro linguaggio. Si farà
apprezzare tuttavia in questa normativa lo sforzo di ammodernamento delle
fattispecie criminali, tra le quali vengono ora incluse le intercettazioni dei
segreti del confessionale, la protezione dei minori portatori di handicap
psichici, equiparati ai ragazzi violentati dagli orchi. Non meno significativa
la norma (che riverbera nell´ordine canonico lo sforzo del diritto comune per
la protezione dei dati personali) che nega la pubblicità dei nomi del
denunciante sia all´accusato sia al suo difensore, se il denunciante non
conceda un consenso espresso. Tuttavia precisamente questa recezione di apporti
dell´evoluzione dei diritti soggettivi sul piano dell´ordinamento canonico
rende ancora più sorprendente l´omissione del testo sugli impegni di
collaborazione con la giurisdizione civile, che pure era già stata largamente
autorizzata e di fatto praticata sul fronte critico dell´emersione del marcio
dei pedofili nella Chiesa cattolica. La Chiesa si muove ancora col suo solito
passo pesante, anche se il portavoce Padre Lombardi nel presentare queste norme
ha garantito che ulteriori evoluzioni non mancheranno. Per intanto proprio la
maturazione culturale e giuridica nella società fa venire i brividi a chi,
cristiano o meno, legge nel testo che l´ordinazione della donna è ancora
trattata come "delitto più grave" alla pari di un sacrilegio eucaristico
o del reato di pedofilia. E che perfino è considerato "gravissimo
delitto" tentare di celebrare l´Eucarestia con gli altri cristiani, cioè
uno degli obiettivi principali del movimento ecumenico, la "comunicatio in sacris". Non
rischia anche questo, alla fin fine, di fornire un contributo alla
provvisorietà del diritto, anche del diritto canonico?
LA STAMPA
L’obbedienza non basta di Luigi
La Spina
La
secolarizzazione erode l’autorità delle gerarchie e il sentimento religioso. L’unica
via d’uscita è investire su un clero meno allineato e più carismatico
Il
segnale più inquietante è venuto dall’Europa. Anzi, dalla capitale dell’Europa,
Bruxelles. Le clamorose perquisizioni nella sede dell’arcivescovado, nella casa
dell’ex primate del Belgio, monsignor Danneels,
persino nelle tombe di due cardinali, alla ricerca di prove contro i preti
pedofili e contro chi ha occultato i loro crimini, dimostrano che l’assedio
alla Chiesa cattolica è arrivato a incrinare le mura vaticane. Perché le
autorità civili e la generalità dell’opinione pubblica della vecchia Europa,
patria del cattolicesimo, non riconoscono più alla Chiesa quelle prerogative di
tutela diplomatica, di prudenza e di riservatezza che si devono non solo a uno
Stato estero, ma a una istituzione morale e religiosa che rappresenta, nel
Continente, almeno un terzo dell’intera popolazione. La consapevolezza del
rischio di una erosione grave della credibilità e dell’autorità della Chiesa,
soprattutto in Europa, è diffusa sia nella gerarchia ecclesiastica sia nel
laicato cattolico. Significativa e molto apprezzata, a questo proposito, è
stata la recente decisione del Papa di istituire un inedito organismo nella
curia romana, il «Pontificio Consiglio per la promozione della nuova
evangelizzazione», che ha proprio il compito di proporre mezzi e metodi per
combattere la cosiddetta secolarizzazione. Anche se la scelta di affidarne la
guida a monsignor Rino Fisichella non ha suscitato altrettanta unanimità di
consensi. Sul fenomeno dell’abbandono della fede e dell’appartenenza alla
Chiesa nelle società occidentali più ricche esiste un’apparente contraddizione.
Da una parte, i dati delle più recenti ricerche sono drammatici. Per citarne
una sola, ci si può riferire all’indagine condotta sulla situazione italiana da
Paolo Segatti, docente di sociologia politica
all’università di Milano. Le conclusioni dimostrano che lo scarto
generazionale, rispetto all’esperienza religiosa, è impressionante. Nelle
classi giovanili, il distacco non solo dalla Chiesa, ma dalla fede
nell’esistenza di Dio è tale da prospettare un futuro di netta minoranza per la
presenza dei cattolici nel nostro paese. Di fronte a questa constatazione, è
altrettanto evidente, però, la ricerca, tra i giovani europei, di esperienze
spirituali intense e coinvolgenti, il desiderio di individuare guide morali
che, nelle attuali difficoltà, aiutino a trovare un significato profondo alla
vita e speranza nel domani. Il vero grande problema per la Chiesa cattolica,
oggi, è quello di offrire a questa domanda una risposta forte e rassicurante.
Il grande rischio di questa falsa contraddizione, infatti, è costituito dalla
via d’uscita che, in molti paesi, si va affermando, quella della diffusione
delle sette, del fondamentalismo identitario,
dell’integralismo religioso. Se l’analisi è generalmente condivisa, la terapia
e, soprattutto, la sua applicazione con le medicine più opportune è controversa
e difficile. Il Papa, sulla denuncia contro i mali della Chiesa, è stato molto
duro. Nei confronti dello scandalo dei preti pedofili ha espresso una posizione
netta. Ma quando la gravità della situazione dovrebbe indurre a lanciare
segnali di drastica rottura con il passato, sembra arrendersi al tradizionale «continuismo vaticano». Così, la riforma della Curia avanza
a piccoli passi, con una accentuata ricerca di maggiore internazionalità nelle
figure a capo dei dicasteri più importanti. Ma senza procedere a quella
riorganizzazione interna che possa renderla meno autoreferenziale e,
sostanzialmente, meno ingovernabile. Significativo di questo atteggiamento è stato,
recentemente, il caso «Schoenborn-Sodano». Il
cardinale austriaco, uno delle figure più prestigiose dell’episcopato mondiale,
allievo e amico di Benedetto XVI, ha lanciato dure critiche alla linea tenuta
dall’ex segretario di Stato sullo scandalo dei preti pedofili. Il pontefice,
proprio per i notori legami di stima con Schoenborn,
lo ha convocato in una udienza alla quale, in una fase successiva, è stato
ammesso anche Sodano. Pur non arrivando a chiedere al cardinale austriaco una
umiliante ritrattazione pubblica, il Papa, così, ha voluto evitare il sospetto
che, se anche non ne fosse stato l’ispiratore, almeno condividesse quelle
opinioni. Il contrasto tra la radicalità delle decisioni che sarebbero
necessarie e i tempi lunghi, ma anche certe timidezze caratteriali della
strategia riformatrice di Benedetto XVI, potrebbe portare conseguenze negative
anche sul fronte più delicato e importante: quello della formazione del clero e
della selezione delle carriere ecclesiastiche. La crisi delle vocazioni sacerdotali,
accentuata soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, ha indotto alcune
conferenze episcopali ad allentare il controllo sui seminari. Così il vaglio,
non solo sulla preparazione religiosa e culturale, ma soprattutto sulla
saldezza morale dei giovani che si preparano a diventare preti, è diventato
troppo superficiale e lassista. Ma forse ancor più grave è il secondo problema,
quello delle scelte per le nomine dei vescovi. Nessuno ha il coraggio di
ammetterlo pubblicamente, ma quasi tutti, con la garanzia dell’anonimato, ne
convengono: negli ultimi anni, è molto scaduta la qualità del fondamento della
Chiesa cattolica, il corpo episcopale, soprattutto quello italiano. A questo
proposito, l’ipocrisia curiale non deve far chiudere gli occhi, ma neanche la
faziosità laicista può nascondere la verità: anche il Vaticano è stato
contagiato dal virus più grave della società nazionale: la mediocrazia.
Come è avvenuto in politica, nelle università, nelle aziende, negli ospedali
del nostro paese, anche nei palazzi della Santa Sede si è preferita la fedeltà
all’intelligenza ed è prevalso il criterio dell’amicizia rispetto a quello dei
meriti. Insomma, da parte dei due maggiori responsabili delle nomine vescovili
negli ultimi due decenni, il Segretario di Stato, Angelo Sodano e il presidente
della Cei, Camillo Ruini, la selezione della classe dirigente della Chiesa è
stata tale da scoraggiare l’emergere di personalità forti, magari anche
critiche, ma capaci di esprimere carisma pastorale e autorevolezza intellettuale.
E’ vero, come sostiene il filosofo e politico cattolico Rocco Buttiglione,
allievo di Bobbio e Del Noce, che «la Chiesa, davanti alla crisi delle
dirigenze politiche, impossibilitate all’acquisto del consenso da parte dei
cittadini per la mancanza di risorse economiche da distribuire, potrebbe essere
l’unica istituzione capace di ottenere quel consenso che non si compra, con un
grande progetto sull’uomo». Ma i progetti, appunto, si realizzano con le
capacità degli uomini chiamati ad attuarli. Ecco perché è condivisibile «il
sogno» di «una nuova leva di cattolici impegnati in politica», come si è
espresso il presidente della Conferenza episcopale italiana, Angelo Bagnasco.
Ma quel sogno resterà tale se non prevarrà il coraggio di premiare, innanzi tutto,
un prete scomodo, ma colto e impegnato, di non aver paura delle critiche, se
vengono da menti brillanti e dotate di personalità. Bertone
e Bagnasco sono chiamati a questa prova, vedremo i risultati. A cominciare dai
nuovi vescovi di Torino e di Milano.
IL GIORNALE
Il Vaticano si dà più poteri contro i pedofili di
Andrea Tornielli
Procedure
più rapide, dimissione dallo stato clericale per direttissima nei casi più
gravi, tempi più lunghi per la prescrizione, apertura ai laici nei tribunali
ecclesiastici. E infine l’introduzione del reato canonico di pedopornografia. Queste le novità contenute nelle norme
canoniche pubblicate ieri dalla Santa Sede per combattere meglio il fenomeno
degli abusi sui minori da parte del clero. Norme volute e approvate da
Benedetto XVI, che introducono maggiore severità e trasparenza. Molte delle
regole ora codificate erano di fatto già in vigore, dopo che nove anni fa, per
decisione di Giovanni Paolo II, la Congregazione per la dottrina della fede
aveva avocato a sé tutti i casi di abusi sui minori. Oggi però i documenti del
2001, il motu proprio «Sacramentorum
sanctitis tutela» e le norme «De gravioribus
delictis», vengono ufficialmente ritoccati e
ampliati. Tra le novità sui casi di abuso, c’è innanzitutto la possibilità di
non seguire la «via processuale giudiziale», cioè il normale processo canonico,
ma di agire «per decreto extragiudiziale» o di presentare immediatamente al
Papa la richiesta di dimettere il colpevole dallo stato clericale. In sostanza,
non si dovrà più attendere molto tempo e, nel caso di manifesta colpevolezza,
sarà possibile agire con assoluta tempestività, per direttissima e senza
processo. Una seconda novità riguarda la possibilità di avere personale laico
nei tribunali: anche persone non consacrate potranno diventare avvocati e
procuratori nei tribunali ecclesiastici e non sarà più necessario essere in
possesso di una laurea in diritto canonico, perché si potrà comprovare anche in
altri modi la propria competenza. Fondamentale è poi la decisione di allungare
i termini della prescrizione. Le norme del 2001 prevedevano che la vittima di
un abuso potesse denunciare il sacerdote per dieci anni calcolati a partire dal
compimento della maggiore età: questo significava che un ragazzo violentato
poteva rivolgersi all’autorità ecclesiastica fino all’età di 28 anni. Ora
questo termine è stato aumentato di dieci anni, e la denuncia può essere dunque
presentata entro il trentottesimo anno d’età, con possibilità di ulteriori
deroghe. In realtà, negli ultimi anni, la Congregazione per la dottrina della
fede non è mai stata rigida nel calcolare la prescrizione e non si è rifiutata
di accogliere denunce o segnalazioni anche se di per sé il presunto abuso
risultava prescritto. Di fatto, la prescrizione per gli abusi sui minori non
esiste più nella Chiesa cattolica. Importante è anche la nuova norma che
equipara a quelli commessi sui minori, trattandoli dunque con identica
severità, gli abusi perpetrati da uomini di Chiesa su «persone con limitato uso
di ragione», cioè con problemi psichici. Anche se si tratta di adulti,
eventuali molestie nei loro confronti saranno giudicate con la stessa durezza
di quelle perpetrate contro bambini o ragazzi. Infine viene introdotto il reato
canonico di «pedopornografia», cio
«l’acquisizione, la detenzione o la divulgazione» compiuta da un sacerdote «in
qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo, di immagini pornografiche» riguardanti minori
di quattordici anni. Le nuove norme, poiché riguardano soltanto i processi
canonici, cioè interni alla Chiesa, non parlano della collaborazione con le
autorità civili, un tema divenuto particolarmente sensibile negli ultimi tempi.
Il portavoce vaticano, padre Lombardi, ha però ricordato al riguardo che rimane
valida la prassi di seguire le «disposizioni della legge civile per quanto
riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte», ciò significa
consigliare alle vittime di rivolgersi anche a polizia e magistratura civile.
IL FOGLIO
Pag I Stretta sui
“delitti più gravi”, ma la chiesa non cede a chi l’accusa di
Paolo Rodari
Roma. Il
Vaticano ha presentato le nuove norme sugli abusi sessuali commessi da preti. Lo
ha fatto a fari spenti. Il motivo è nelle parole pronunciate ieri dal promotore
di giustizia della Dottrina della fede, Charles Scicluna:
"Le nuove norme sono un consolidamento tecnico giuridico di quanto si è
fatto finora". Come a dire: non si tratta di rivoluzioni epocali. Ma della
codificazione di quanto già avviene, dopo che nel 2003Papa Wojtyla aveva
concesso all'ex Sant'Uffizio alcune facoltà speciali che andavano a implementare
le norme circa i "delitti più gravi" promulgate nel 2001 Certo, delle
novità non secondarie ci sono: la possibilità di presentare al Papa "i
casi più gravi in vista della dimissione dallo stato clericale",
l'inserimento di laici nei tribunali, la prescrizione che da dieci passa a venti
anni, l'equiparazione dell'abuso su persone con limitato uso di ragione a
quello sui minori e l'introduzione del reato di pedopornografia.
''Un punto che non viene toccato" ha però detto padre Federico Lombardi,
"è la collaborazione con le autorità civili". Nel senso che "va semplicemente
dato seguito alle disposizioni della legge civile". Oltre ai delitti di
pedofilia, l'ex Sant'Uffizio diviene competente dei delitti contro la fede
(eresia, apostasia e scisma) e del reato dell'ordinazione delle donne prete, anch'esso
equiparato a un delitto contro la fede. Sono diverse settimane che i media
accusano la chiesa di insabbiamento dei casi di pedofilia. Il Papa ha chiesto più
attenzione e una purificazione della chiesa dal suo interno. Le nuove norme
vanno nella direzione di una maggiore trasparenza, seppure non portano cambiamenti
epocali. Del resto l'ha detto ieri lo stesso lombardi che non si tratta di una
"maggiore chiarezza normativa". Jean-Louis Bruguès, arcivescovo francese, è stato chiamato nel 2007 a
ricoprire l'incarico di segretario della Congregazione per l'educazione
cattolica. In precedenza vescovo di Angers, ha
lavorato 19 anni nella commissione teologica internazionale a stretto. contatto
con Ratzinger. Circa le nuove norme e i nove anni che ci sono voluti dal 2001
per promulgarle dice: "Il tempo non è calcolato nella stessa maniera nella
chiesa e nella società. Nella società si vogliono risposte subito. Se si
presenta un problema sociale si vuole subito fare una legge per risolverlo. Il tempo
della chiesa è il tempo della riflessione e dell’approfondimento. Le decisioni
nella chiesa sono prese al termine di una maturazione. Ecco perché i capi della
chiesa hanno bisogno di molto coraggio per resistere alle pressione del subito
e rispettare il tempo della maturità”. La chiesa è sotto attacco? "Non c'è
un complotto contro la chiesa ma piuttosto una convergenza di interessi molto diversi
che approfittano dei casi di abusi verso i minori per portare avanti una
campagna denigratoria. Un ambasciatore mi ha detto che è in corso una guerra. L’obiettivo
di questa guerra mi sembra il seguente: squalificare la chiesa nell'ambito
della morale sessuale, squalificare il ruolo educativo della chiesa e, in
alcuni paesi, la volontà da parte dello stato di laicizzare le scuole cattoliche.
Questa campagna tende a impedire alla chiesa di esprimersi sulla piazza
pubblica. Non si vuole che la parola di Dio sia detta sulla piazza pubblica.
Questa gigantesca impresa di squalificazione è contro il cuore della missione
della chiesa, il dispositivo missionario della chiesa e quindi i preti. In
questa impresa di squalifica la persona che evidentemente è più in vista è la
persona del Papa". Le sembra che Benedetto XVI non abbia una larga presa sull'opinione
pubblica? "Le ragioni sono molte. Il mondo è rimasto impressionato dalla
forza comunicativa di Wojtyla mentre questa forza non è così evidente in
Benedetto XVI. La chiesa oggi ha la chance di avere un Papa dalla grande
capacità intellettuale. La sua è un'intelligenza pedagogica. Non impone un
punto di vista personale. Ma aiuta a conoscere la verità progressivamente. E'
un uomo di grande superiorità intellettuale e spirituale. La modernità è
diventato un fenomeno complesso e contrastato. Solo uno spirito superiore può
dominarla. Benedetto XVI è uno di questi spiriti superiori. Lo si è visto ad
esempio nel dibattito con Habermas. Il Papa è spinto
dal desiderio della verità. li desiderio di aprire la porta della modernità a
Dio e di portare l'uomo a Dio. Ma anche di salvare la modernità malgrado essa.
Non dimentichiamo che la modernità si fonda su un atto di fede della ragione. E
che oggi è in corso un processo fatto alla ragione. li Papa si fa avvocato
della ragione. In questo senso è più moderno dei moderni. E ci dice che se si
elimina la ragione si lascia la porta aperta all'emozione, ciò che alcuni
sociologi chiamano la deriva delle,emozioni. Spesso si formula verso questo Papa
un giudizio emozionale, sentimentale ogni volta che il suo discorso si pone al
livello della ragione. Mentre il Papa è un intellettuale che non ama i luoghi
comuni. Provo tristezza nel constatare che i mezzi di comunicazione preferiscono
i luoghi comuni". Che differenza c'è da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI?
"Con Wojtyla era il tempo del fascino del vedere. Oggi con Benedetto XVI è
il tempo del fascino della profondità. Giovanni Paolo II aveva una grandissima
estensione orizzontale. Quando Giovanni Paolo II mori tutti i capi di stato,
salvo tre o quattro, erano presenti. Trovo provvidenziale che dopo questo
pontificato di prestigio universale abbiamo oggi un Papa che aiuta i cristiani
a rifondare la loro fede e aiuta la società secolarizzata a rifondare la sua fiducia
nella ragione".
IL GAZZETTINO
Pag 20 A casa Vespa un
cardinale fuori posto (lettera di Renato Omacini
– Lido di Venezia)
Può un
laico credente come me, anche alla luce degli insegnamenti del Concilio
ecumenico Vaticano II° e del Magistero, non essere
d’accordo sul fatto che un Cardinale vada a cena a casa di amici? E’ successo a
casa di Bruno Vespa, a Roma, giovedì 8 luglio 2010. Perché il disaccordo?
Perché i nomi di quegli amici (oltre a quello del Cardinale stessO,
il numero due , si noti, della Chiesa universale) sono: Gianni Letta, Mario
Draghi, Cesare Geronzi, Pier Ferdinando Casini,
Silvio Berlusconi e sua figlia Marina. Certo – ovviamente - nulla di illecito. Perché
in quell’incontro non si sono solo festeggiati i 50 anni di giornalismo di
Vespa, ma si è parlato di politica interna italiana e di alleanze; con ogni
probabilità si è discusso anche dell’eventuale rientro dell’Udc di Casini nella
maggioranza di Berlusconi. Perché, pur avendo il Cardinal Bertone
agito certamente “a fin di bene”, ha dimenticato, almeno in questa circostanza,
quanto Ignazio Silone fa dire al Papa Celestino V: «Figli miei, non lo
dimenticate: c’è solo il bene puro e semplice; non c’è “a fin di bene”». Perché,
così facendo, lo stesso Cardinale ha forse “disubbidito” al Papa, il quale, al
Convegno ecclesiale di Verona (ottobre 2006), ma anche in altre circostanze, ha
detto tra l’altro: “La Chiesa, dunque, non è e non intende essere un agente
politico”. A scanso di equivoci, ritengo opportuno conclusivamente dire che il
medesimo discorso varrebbe se il Segretario di Stato pontificio avesse
partecipato a cene con interlocutori appartenenti a qualsiasi altra formazione
politica diversa da quelle di appartenenza degli ospiti invitati a casa Vespa.
Essendo il Cardinal Bertone un Salesiano, cosa ne
penserebbe Don Bosco?
5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO
AVVENIRE
Pag 2 Urgente
rafforzare la famiglia, ammortizzatore essenziale di Alessandro Rosina
Limita
i danni della crisi, patiti dai giovani, ma rischia di logorarsi
Già prima della
crisi economica le nuove generazioni non se la passavano molto bene in questo
Paese. Bassi tassi di attività e lunga permanenza entro le protettive e
rassicuranti mura della famiglia di origine, sono da molti anni un tratto
caratterizzante dei giovani italiani rispetto ai coetanei del resto d’Europa. Alla
base ci sono anche motivi culturali, legati all’importanza della famiglia e
alla forza delle relazioni affettive e di disponibilità al reciproco sostegno
tra genitori e figli. Quella che, però, era una scelta è diventata nel tempo
sempre più una necessità. Tanto che, come documenta l’Istat, tra i motivi della
non uscita dalla casa paterna sono cresciuti negli ultimi anni soprattutto
quelli riconducibili a difficoltà oggettive. Aumenta, dicono le varie ricerche,
la voglia di autonomia dei giovani, ma non cresce la loro capacità di liberarsi
dalla dipendenza dei genitori. I problemi maggiori arrivano soprattutto dal
lavoro, che non c’è o, quando c’è, prevede spesso remunerazioni basse e
discontinue. Negli altri Paesi i giovani con contratto a termine sono pagati di
più e aiutati maggiormente con politiche attive, che coprono il passaggio da
un’occupazione all’altra. In Italia, come ben noto, la riforma del mercato del
lavoro non è stata accompagnata da una concomitante ristrutturazione del
sistema di welfare pubblico in grado di fornire strumenti di protezione verso i
nuovi rischi. Così la flessibilità è scivolata verso la precarietà, quasi
completamente addossata sui giovani, ovvero sui nuovi entranti. A loro volta le
nuove generazioni hanno risposto appoggiandosi ancora di più sulla famiglia di
origine, il loro unico vero ammortizzatore sociale. Ma così abbiamo creato un
sistema che incentiva la dipendenza anziché promuovere l’autonomia e le scelte
di responsabilità adulta, quali formare una propria famiglia. A preoccupare è
soprattutto l’incapacità di valorizzare il capitale umano delle nuove
generazioni mettendolo al servizio della crescita del benessere comune. Siamo,
nel complesso, uno dei Paesi più lontani da quella promozione di una piena
partecipazione dei giovani nella società e nel mondo del lavoro auspicata dalla
Commissione Europea. La crisi ha accentuato, evidentemente, ancor più questo
stato di cose. Il ricorso alla cassa integrazione riguarda maggiormente i lavoratori
maturi, le mancate assunzioni e il mancato rinnovo di contratti a tempo
determinato colpisce invece maggiormente le nuove generazioni. Ed infatti l’80%
della riduzione dell’occupazione riguarda i giovani. A mitigare gli effetti di
un impatto così rilevante e potenzialmente drammatico è stata ancora una volta
la famiglia di origine. Ma ciò solleva varie questioni preoccupanti. L’assenza
di un welfare pubblico adeguato rende essenziale il ruolo dei genitori, ma crea
forti disuguaglianze. Reggerà meglio chi ha alle spalle genitori benestanti,
indipendentemente dal suo valore e dalle proprie capacità. Ma più in generale,
ci si può chiedere fino a che punto le famiglia media riuscirà a tenere. Quella
che è stata finora la risorsa più importante per la crescita e il benessere
sociale, potrebbe uscire dalla crisi molto provata e impoverita, rischiando di
compromettere le possibilità di ripresa e rilancio. Abbandonare i giovani e le
famiglie a se stesse può consentire di limitare i costi della crisi nel breve
termine, ma provocare conseguenze negative durature nel tempo.
Pag 7 La povertà
si ferma a quota 8 milioni di Bruno Mastrogiacomo e Stefano
Andrini
Cassa integrazione e
famiglia hanno ammortizzato la crisi. Più a rischio giovani e operai. Il
sociologo Colozzi: “Ma ai precari servono nuove
certezze”
Nonostante la
recessione, nell’anno passato la povertà in Italia è rimasta sostanzialmente
stabile, ma solo perché a mitigare gli effetti della crisi ci sono state,
secondo l’Istat che ieri ha diffuso i dati relativi al 2009, la famiglia e la
cassa integrazione: padri e madri hanno sostenuto i giovani che in grande percentuale hanno perso il
lavoro per la grave situazione economica, mentre la Cig
ha protetto dalla perdita del lavoro i genitori, largamente maggioritari tra i
cassaintegrati. La povertà resta comunque una insostenibile condizione per
2milioni e 657mila famiglie, che rappresentano il 10,8% del totale, equivalenti
a 7milioni e 810mila individui, ovvero il 13,1% dell’intera popolazione
residente nel nostro Paese. Ma se in generale l’indigenza colpisce circa un
nucleo su dieci, i ricercatori di Via Balbo precisano che questa percentuale
sale, anche di molto, prendendo in considerazione altre variabili, come la zona
geografica di residenza, la condizione lavorativa o la composizione familiare.
Sale infatti al 22,7% delle famiglie la povertà nel Mezzogiorno, arriva al
26,7% tra i nuclei il cui capo è disoccupato e cresce fino al 24,9% tra le
famiglie con cinque o più componenti. Questi sono dati che si riferiscono alla
povertà relativa, che si calcola tracciando prima di tutto la linea che la
delimita: per una famiglia composta da due persone, la soglia di povertà è pari
alla spesa media mensile per individuo (983 euro nel 2009, 17 euro in meno sul
2008). Sono pertanto povere tutte le famiglie di due persone che hanno una
spesa mensile pari o inferiore a tale valore. Ma tra le famiglie indigenti,
alcune lo sono in maniera assoluta. Vivono in stato di indigenza acuta, ancora
secondo l’Istat, 3milioni e 74mila individui (il 5,2% della popolazione) per un
totale di 1milione e 162mila famiglie (il 4,7% del totale), ovvero tutte quelle
che non sono in grado di sostenere neanche una spesa mensile minima necessaria
ad acquisire beni e servizi essenziali per una vita accettabile. Ma vediamo il
dettaglio dei dati relativi alle situazioni di maggiore disagio. In tutte le
regioni del Meridione la povertà è significativamente più diffusa rispetto al
resto del Paese, con punte in Campania, Basilicata (ambedue 25,1%) e Calabria
(27,4%), mentre il fenomeno è decisamente inferiore in Emilia Romagna che
registra la più bassa incidenza di povertà (4,1%), Lombardia, Veneto e Liguria,
tutte con valori inferiori al 5%. Nel Mezzogiorno, poi, alla più ampia
diffusione della povertà si associa anche una maggiore gravità del fenomeno.
Nell’area l’"intensità", che indica in termini percentuali di quanto
la spesa media mensile delle famiglie povere si colloca al di sotto della linea
di povertà, è infatti pari al 22,5% contro il 20,8% nazionale e il 17,5% del
Nord. Un quarto delle famiglie con cinque o più componenti (24,9%) come
accennato risulta in condizione di povertà relativa e l’incidenza raggiunge il
37,1% per le famiglie residenti nel Mezzogiorno. Si tratta per lo più di coppie
con tre o più figli e con membri aggregati (in genere nonni o anziani parenti).
Se all’interno della famiglia sono presenti più figli minori, il disagio
economico aumenta: l’incidenza di povertà, pari al 15,2% tra le coppie con due
figli tocca il 24,9% tra quelle con almeno tre e sale ulteriormente se i figli
sono minori. Il fenomeno, ancora una volta, è particolarmente diffuso nel
Mezzogiorno, dove oltre un terzo (il 36,7%) delle famiglie con tre o più figli
minori è povero. La difficoltà a trovare un’occupazione, infine, determina
livelli di povertà decisamente più elevati: è infatti povero il 26,7% delle
famiglie con a capo una persona disoccupata. La diffusione della povertà tra le
famiglie con alla testa un operaio (14,9%), inoltre, è decisamente superiore
all’incidenza osservata tra le famiglie di lavoratori autonomi (6,2%) e, in
particolare, di imprenditori e liberi professionisti (2,7%).
«La stabilità della
povertà nonostante la crisi conferma l’importanza di avere un sistema di
ammortizzatori sociali e più in generale di welfare che è in grado di
funzionare come rete di sicurezza quando il mercato non ha più ricchezza o è
momentaneamente in affanno». Lo afferma il sociologo Ivo Colozzi
commentando il Rapporto Istat. Disaggregando i dati Colozzi
coglie un altro elemento fondamentale. «Se il livello di povertà – osserva –
non è sostanzialmente aumentato a fronte di una contemporanea crescita della
disoccupazione giovanile (sia gli inoccupati che i precari infatti non sono
tutelati dal welfare) ciò significa che è stata la famiglia a svolgere questa
funzione fondamentale di ammortizzatore sociale». Una lettura che conferma,
tuttavia, la necessità di riformare il nostro welfare. «Perché se è vero che in
tempo di crisi il sistema ha funzionato – spiega il sociologo – proprio la
crisi ci sta dicendo che questo welfare, così come è stato pensato e costruito,
è vecchio, adatto per un mercato del lavoro e per una realtà sociale che non
esistono più e che quindi andrebbe profondamente cambiato operando tra padri e
figli una diversa distribuzione degli ammortizzatori sociali e delle reti di
sicurezza». Ma nella ciambella di salvataggio lanciata dalle famiglie italiane
al mondo giovanile ci sono anche delle ombre. «Qui – ricorda il sociologo
bolognese – entriamo nel tema delle nuove povertà. Quelle che gli indicatori
economici non sono in grado di misurare. Certo, i giovani grazie alla famiglia
hanno mantenuto la possibilità di reddito e di spesa. Ma non bisogna
dimenticare che una condizione di questo tipo protratta nel tempo, con le
relative conseguenze come il non poter avere una propria autonomia e ritardare
il progetto di costruire una propria famiglia, crea una povertà dal punto di
vista psicologico, emotivo, affettivo». La crescita di comportamenti
trasgressivi, lo sfidare stupidamente la vita oppure la violenza che si scatena
per futili motivi sono per Colozzi altrettante
conferme «di una difficoltà psicologica relazionale che i giovani pagano di
fronte ad un sistema che non solo non li tutela, ma soprattutto non è in grado
di trasformare la precarietà in flessibilità». Colozzi
incrocia poi i dati della povertà nel lavoro autonomo (in diminuzione) con
quelli del lavoro operaio (in forte crescita). «Negli ultimi tempi si è
intensificata la lotta all’evasione fiscale: e così una parte di quelli che
risultavano poveri, i poveri da lavoro autonomo, nonostante la crisi non sono
più tali proprio perché hanno cominciato a dover dichiarare il loro reddito. Un
elemento importante, ma che lancia qualche interrogativo circa la totale
affidabilità delle rilevazioni Istat sulla povertà che, proprio perché si
basano su dati non totalmente certi, vanno prese con molta prudenza». Un
esempio? «È probabile – conclude Colozzi – che la
povertà vera in Italia sia minore di quanto non appaia da queste cifre perché
noi scontiamo una percentuale di evasione fiscale che si dice essere al 12,5%
del Pil. Se aggiungessimo questa ricchezza a quella che viene conteggiata
probabilmente le cose andrebbero in un altro modo».
LA NUOVA
Pag 9 La povertà
si diffonde
Il 10 per cento
delle famiglie sopravvive con il minimo, aumentano quelle a rischio
In Italia sono 2
milioni e 657 mila, il 10,8% del totale, le famiglie povere, che vivono con il
minimo indispensabile. Di queste, 1 milione e 162 mila (4,7%) sono povere in
maniera assoluta: non possono permettersi neppure i beni e i servizi
essenziali. Rispetto al 2008, nel 2009 il numero degli indigenti è rimasto
stabile, ma chi, soprattutto al Sud, era già povero, ora è diventato ancora più
povero. I dati Istat sulla povertà in Italia, diffusi ieri, non mostrano molti
margini di miglioramento per i 7 milioni e 810 mila poveri relativi (13,1%)
residenti nel Belpaese. E la situazione non è rosea neppure per un altro 3,7%
delle famiglie considerate a rischio: anche se oggi non sono povere, potrebbero
velocemente diventarlo, nel caso in cui dovessero imbattersi in una spesa
imprevista. La povertà al Sud è quattro volte superiore alla media nazionale
(quella relativa riguarda il 22,7% delle famiglie, quella assoluta il 7,7%) e,
come nel resto d’Italia, a stare peggio sono le famiglie con due o tre figli
piccoli a carico. L’Istat fa notare che sono aumentati i poveri tra i nuclei
con a capo un operaio (l’incidenza della povertà assoluta passa dal 5,9% al
6,9%), mentre migliora la situazione delle famiglie di lavoratori in proprio.
I PIÙ POVERI IN
CALABRIA: qui il 27,4% delle famiglie vive in condizioni di povertà relativa.
La situazione è difficile anche in Sicilia (24,2%), Campania e Basilicata
(25,1%). In generale, nel Mezzogiorno è più alta anche l’intensità della
povertà, cioè quanto la spesa media mensile equivalente delle famiglie povere
si colloca al di sotto della linea di povertà, - che nel 2009 corrisponde a
983,01 euro per una famiglia di due componenti - e chi era povero nel 2008 ora
è ancora più povero. La regione con meno poveri è l’Emilia-Romagna, seguita
dalla Lombardia.
CORRIERE DEL
VENETO
Pag 21 La violenza
alle donne? Più libertà e rapporti umani (intervento dell’équipe del Centro antiviolenza del Comune
di Venezia)
La tragica fine di
Eleonora, una ragazza di 16 anni uccisa dal suo ex ad Asseggiano,
non può che generare sgomento. E questo drammatico evento assume una forma
ancor più dolorosa, crudele e angosciante se sommato ai delitti simili avvenuti
nell'arco di pochi mesi. Assume pure un aspetto sinistro se collocato
all'interno di un tempo storico che fa da sfondo a drammi che si susseguono
ciclicamente e che lasciano dentro una profonda devastazione, nell'intimo di
ogni spettatore, che al tempo stesso è attore e che riempie il palcoscenico di
questo tempo. E' con questo sentimento di smarrimento che ci siamo ritrovate il
giorno dopo ad osservare la tragedia di Eleonora - non potendo fare ameno di
collegarlo alla tragedia di Roberta, uccisa a coltellate pochi giorni prima, e
a tutti gli episodi analoghi che riportano eventi luttuosi di donne uccise,
accaduti troppo spesso nel corso degli ultimi anni - e alla necessità di
chiederci cosa stia succedendo intorno a noi. Tutti i giorni ascoltiamo,
accogliamo e sosteniamo donne che vivono situazioni di violenza e di
maltrattamento. Ma alla violenza non ci sia abitua. La violenza non può essere
solo un settore destinato agli addetti ai lavori. La violenza ci chiama tutti
in causa. Ci impone di chiederci da dove nasce, da quali atteggiamenti è
alimentata. Ci richiama a delle responsabilità individuali e collettive. Forse
può aiutare, per leggere il contesto, ricordare che accanto agli episodi
estremi come quello di Eleonora, Roberta e di molte altre donne, vi è un
sommerso molto ampio fatto di prevaricazioni, dispotismo, umiliazioni e maltrattamenti
quotidiani, che spesso ritroviamo dentro le storie di molte donne. Spesso tali
atteggiamenti vengono concepiti come «normalità» e non riconosciuti come tali.
E come conseguenza producono e alimentano un’escalation di violenze che nel
corso del tempo crescono e devastano. Il problema della violenza sulle donne è
prima di tutto un atteggiamento culturale, un problema di libertà, di
incapacità di riconoscere la libertà della persona. In ambito legale, da
pochissimo tempo siamo usciti da una logica di tutela del «buon costume» e
siamo entrati nella tutela della «libertà della persona». Tuttavia, come
sempre, trascorre molto tempo prima che un diritto dichiarato possa essere
veramente assimilato, trovando un riscontro ed un riconoscimento vero tra le
persone, nei contesti di vita quotidiani. E' fin troppo chiaro che ogni
problematica sociale oggi ha assunto una tale complessità che non è più
pensabile poterla affrontare con un'ottica di delega. La violenza sulle donne
non può essere risolta mediante un atteggiamento che demanda agli esperti o
alle esperte la soluzione del problema. Crediamo sia davvero necessario invece
assumerci insieme delle responsabilità, rispetto ai messaggi che proponiamo,
agli strumenti e alle pratiche educative che ciascun adulto mette in atto, ai
modelli che più o meno consapevolmente accettiamo. Forse, ciò che ci manca è
una connessione, una coesione sociale, in grado di sostenere le maglie più
fragili del sistema attraverso rapporti umani vitali. Forse, mettendo insieme
le risorse, creando dei ponti, delle vicinanze, abbiamo la possibilità di
trovare dei modi nuovi e di attrezzarci per riuscire a far fronte alle
difficoltà e alle sfide di ogni giorno, creando in qualche modo le condizioni
per sviluppare rapporti umani, tra uomini e donne, rispettosi della scelta e
della diversità.
7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA
CORRIERE DELLA SERA
Pag 41 Nuovo Cda
della Biennale: Zaia toglie Franco Miracco di Pierluigi Panza
È un
curioso modello di «spoil system» quello sperimentato
dalla Biennale di Venezia, che ieri ha presentato il suo nuovo Cda. Presidente
resta Paolo Baratta; la curiosità viene dal valzer dei quattro membri designati
da ministero, Comune, Provincia e Regione. Resta, come «rappresentante» del
ministero per i Beni culturali Giuliano da Empoli, che essendo designato
decadrà solo a fine mandato. E' stato designato dal precedente ministro e non
ha mai rimesso il mandato, nonostante le pressioni dell’entourage di Bondi. Ed
è anche assessore alla Cultura di Firenze nella giunta di Matteo Renzi. Resta pure il rettore dello Iuav,
Amerigo Restucci, come delegato dalla Provincia.
Fatto curioso, visto che la Provincia è passata nelle mani della leghista
Francesca Zaccariotto. E mentre il membro designato
decade a fine mandato, quello delegato può essere sostituito. Forse che alla
Lega non interessi la Biennale? Tutt’altro. L’unica testa del precedente Cda
caduta è stata tagliata proprio dalla Lega: è quella del «collega» di
maggioranza, il pdl Franco Miracco,
già delegato di Galan (ex presidente della Regione e
ora al ministero dell’Agricoltura) alla Biennale. Il nuovo presidente della
Regione, Zaia, non gli ha rinnovato la delega. Zaia, ieri assente, ha cercato di smorzare le polemiche: «A
differenza di prima, e in accordo con il sindaco Giorgio Orsoni,
abbiamo deciso che le nostre istituzioni saranno espresse nel Cda al massimo
della rappresentatività. Io considero la Biennale talmente importante da
richiedere un impegno in prima persona». A dire il vero, già nel precedente Cda
della Biennale sedeva il sindaco, anche se era Cacciari. Miracco,
un «caduto» della sotterranea «guerra» tra Zaia e Galan, grande navigatore della politica, la prende con
eleganza: «Credo che sia un omaggio al lavoro che ho svolto essere sostituito
dal presidente della Regione. Io e Galan abbiamo
portato il finanziamento regionale alla Biennale da 100 mila a 2 milioni di
euro, abbiamo riattivato il Padiglione Venezia, avviato i lavori al nuovo
Palazzo del cinema ed esteso i collegamenti con le realtà del Veneto».
CORRIERE DEL
VENETO
Pag 7 Funerali
separati per Eleonora e Fabio. Nella stessa chiesa ma in giorni diversi di Alice D’Este
Venezia - Saranno
due funerali separati e lontani tra di loro. È sceso il silenzio, dopo quella
tragica mattina, tra la famiglia di Eleonora Noventa
e quella di Fabio Riccato. «I genitori di Eleonora,
per il momento non vogliono più saperne della famiglia di Fabio. Hanno preso le
distanze, ma è comprensibile, la loro situazione è diversa, ci vorrà molto
tempo», aveva detto martedì sera alla veglia per Eleonora organizzata alla
Chiesa della Gazzera don Marco Scaggiante, il parroco
di Asseggiano. E così, probabilmente per non alzare
la tensione della comunità e per non creare ulteriori difficoltà alle famiglie
già pesantemente provate dalla tragedia le due funzioni saranno separate.
Entrambe ad Asseggiano ma in due momenti distinti.
L’autorizzazione alla sepoltura è arrivata già mercoledì e i genitori di Fabio Riccato hanno deciso di accogliere il desiderio, già
manifestato in passato dal figlio, di essere cremato. Quelli di Eleonora invece
parlano poco. Sono chiusi nel loro dolore e nemmeno il parroco di Asseggiano, che dovrebbe celebrare la funzione, ha più
avuto loro notizie. «Non mi hanno chiamato finora - dice don Marco Scaggiante -
bisogna rispettare il loro dolore. Avranno bisogno di tempo, ma in ogni caso io
non posso far altro che aspettarli. Saranno loro a contattarmi, quando lo
riterranno opportuno». Silenzio assoluto. Al punto che anche gli amici di
Eleonora ieri su facebook, tra i messaggi di ricordo
scrivevano: «Quando sono i funerali?». Nessuna risposta. «Non so nulla, non
posso dire niente», preferisce parlare attraverso il suo avvocato, Renato Noventa, il padre di Eleonora. «La data non è ancora stata
fissata ma i funerali di Eleonora e Fabio saranno separati - conferma Giovanni Zago - non c’è nessun disguido, nessuna difficoltà legata a
questo fatto. Semplicemente ci sono dei tempi tecnici da rispettare e una
famiglia distrutta che sta vivendo giorni molto difficili e non ha la forza di
andare avanti. Non è partito nessun procedimento aggiuntivo, nessuna nuova
richiesta. Per queste cose c’è bisogno di tempo, quelle persone stanno
soffrendo molto». E intanto intorno alla famiglia si stringono amici e parenti,
a casa dei Noventa c’è la sorella di Manuela Panciera
che in questi giorni cerca di starle vicina. I ragazzi invece comunicano ancora
via internet: «Non me lo so spiegare, non riesco ancora credere che ora tu non
ci sei più - scrive un’amica di Eleonora - non riesco ancora a credere che non
crescerai con i tuoi amici, che non vivrai più la tua vita, mi dispiace per
tutto quello che ho perso. Ti volevo bene, te ne ho sempre voluto».
IL GAZZETTINO
DI VENEZIA
Pag IV Ombre sul
papà di Fabio: “C’è il rischio di faide” di Monica Andolfatto
Il legale della
famiglia Riccato: “Bisogna assolutamente smorzare i
toni. Attenzione: una frase in più o mal interpretata può scatenare una guerra”
«Bisogna smorzare i
toni. Si rischia la faida fra famiglie per una frase in più o male intrepretata, pronunciata con la mente offuscata da un
dolore annientante». A parlare senza nascondere disappunto e dispiacere è
l’avvocato Alessio Morosin, legale e portavoce dei Riccato. Più che uno sfogo, un’esortazione, dopo la
diffusione di notizie che vorrebbero la madre di Eleonora Noventa
in qualche modo accusare il padre di Fabio di aver minacciato l’ex fidanzata
sedicenne di Fabio, uccisa da quest’ultimo prima di suicidarsi. «Mi sono
confrontato anche con il pm Roberto Terzo, titolare dell’inchiesta - continua -
e agli atti non vi sono elementi tali da prefigurare scenari diversi da quello
già di per se stesso agghiacciante che ha portato alla perdita di due giovani
vite. Senza dimenticare, come sottolineato fin da subito, che la prima vittima
è e resta Eleonora». «I fatti acclarati sono una
cosa, le speculazioni un’altra, così come le strumentalizzazioni, e francamente
di fronte a una tragedia simile - chiosa Morosin -
dovrebbe trovare più spazio la pietà e la solidarietà umana anche nei confronti
della famiglia di Fabio. Il dolore è lo stesso se non maggiore per dover
sopportare il peso di un figlio morto e assassino». «La madre di Fabio,
gravemente malata non reagisce più. E il padre è sull’orlo del collasso tanto
che abbiamo chiesto l’intervento medico. Scoppia in pianti improvvisi e
continua a ripetere che avrebbe dato la sua di vita pur di evitare una sciagura
così atroce. Aiutiamo la gente di Asseggiano a
cercare di affrontare con equilibrio il dramma di due famiglie colpite
nell’affetto più caro. Ogni valutazione, ogni approfondimento, ogni eventuale
azione legale sono da rimandare, semmai, a funerali celebrati, quando si è, per
lo meno si spera, più lucidi». Non è ancora stata fissata la data delle
esequie, né di Eleonora, né di Fabio. A officiare i riti sarà don Marco
Scaggiante nella chiesa di Santa Maria del Suffragio. L’ultimo saluto al neolaureato di trent’anni
trasformatosi in un killer spietato in una mattina di luglio, forse già domani:
la sua salma, per espressa volontà, verrà cremata. «L’appello che mi sento di
fare - conclude Morosin - è di non lasciare soli i
genitori, il fratello e la sorella di Fabio. Non sono dei criminali, come
vengono dipinti. Sono persone normali, responsabili, sensate, disperate. Non
meritano tanta crudeltà e nemmeno velate minacce».
Pag IX Giugno nero
per il Casinò di
Elisio Trevisan
Incassi ancora in
picchiata: meno 12,6% rispetto allo stesso periodo del 2009. In flessione anche
le altre case da gioco italiane, ma Venezia è la peggiore
Un altro mese nero
per il Casinò di Venezia, anche se in realtà nessuna delle quattro case da
gioco italiane può cantare vittoria, e i concorrenti europei non vanno certo
meglio. Rispetto a giugno del 2009, guardando ai numeri complessivi, Venezia ha
perduto il 17 e mezzo per cento, passando da 13 milioni e 237 mila euro di
incassi a 11 milioni e 264 mila. Ma negli incassi di giugno dell’anno scorso
c’erano anche le mance, quindi togliendo poco più di mezzo milione di euro,
vien fuori che la perdita reale è del 12,6%. Non c’è comunque da stare allegri,
ma il dato reale è più in linea con l’andamento generale e con la particolarità
del periodo. Ci sono, infatti, tre fattori di cui tenere conto: giugno è sempre
stato uno dei mesi peggiori per i casinò italiani, c’è stato l’effetto Mondiali
di calcio che ha allontanato dai giochi molti clienti. È in atto, infine, una
sorta di mutazione genetica nelle case da gioco che si vedrà appieno a partire
da settembre quando in Italia apriranno nuove sale gioco per slot machine che faranno una concorrenza micidiale ai casinò; ma
già da un po’ di tempo le slot non sono più così redditizie com’erano negli
anni scorsi. I sindacati veneziani da tempo stanno monitorando la situazione,
anche perché più volte da un paio d’anni hanno chiesto all’Azienda di
riequilibrare la situazione dedicando meno risorse alle slot e tornando,
invece, ad investire sui tavoli verdi: «Oltre ai dati degli incassi, ci
interessano quelli relativi agli ingressi dei giocatori». A Venezia, rispetto a
giugno del 2009 quando nelle due sedi di Ca’ Noghera
e Ca’ Vendramin entrarono 77 mila e 480 persone,
quest’anno ne sono arrivate 75 mila e 319. Non una grossa perdita, il 2,8%, ma
per i sindacati è indicativa, e la sommano al dato relativo alle mance che sono
diminuite tra il 25 e il 30%; in buona sostanza se prima un croupier portava a
casa circa 1400 euro di mance ogni quindici giorni, ora ne prende un migliaio,
e probabilmente è anche per questo che c’è malcontento: «Rispetto agli altri
casinò abbiamo più ingressi, ma in percentuale meno incassi. È come se da noi
venisse molta gente solo per vedere, e non gioca. Potenziando i tavoli verdi si
potrebbero recuperare i giocatori più ricchi». Gli altri tre Casinò italiani,
ad ogni modo, non fanno salti di gioia: Sanremo è quello che perde meno (a
giugno ha incassato 5 milioni e 111 mila euro rispetto ai 5 milioni e 278 mila euro
dell’anno scorso), ma è anche quello che in assoluto aveva perduto di più nei
mesi scorsi; poi c’è Saint Vincent che è calato da 7 milioni e 136 mila euro a
6 milioni e 600 mila; e infine Campione, dove è andato a lavorare l’ex
direttore generale di Venezia, Carlo Pagan, che ha
perduto quasi un milione di euro, scendendo da poco più di 10 milioni a 9
milioni e 145 mila euro. La Federgioco,
l’associazione che riunisce le quattro case da gioco italiane, è cosciente che
il problema è generalizzato e sta pensando di proclamare una sorta di
"stato di crisi" (anche se tecnicamente non può farlo perché,
nonostante le perdite, i Casinò sono sempre in attivo), in modo da arrivare ad
un nuovo contratto nazionale di lavoro al ribasso e poter migliorare i conti.
Pag IX Confindustria:
un centro d’ascolto per gli imprenditori in difficoltà economica
Diciotto
imprenditori suicidi nel Nord-Est inghiottito dalla crisi. Uomini d'impresa che
non ce l'hanno fatta a reagire, schiacciati dal peso dei debiti e delle
responsabilità, che si sentivano accerchiati e, soprattutto, abbandonati. Contro
l'isolamento degli imprenditori interviene Confindustria Venezia che, in
collaborazione con l'associazione AltraImpresa
Venezia, ha attivato un numero amico al quale gli associati potranno rivolgersi
nei momenti di difficoltà imprenditoriale. Uno strumento di solidarietà, un
salvagente prezioso che potrebbe aiutare gli imprenditori veneziani a reggere
l'urto della crisi e a credere nella ripresa. «I suicidi - evidenzia Luigi Brugnaro, presidente di Confindustria Venezia - sono la
dimostrazione che il problema c'è. Il punto d'ascolto è uno strumento
preventivo che farà sentire l'imprenditore difeso e tutelato dalla propria
associazione. Si possono imparare molte cose dall'ascolto degli altri, tanto
gli imprenditori, quanto Confindustria. In questo momento di confusione anche
gli imprenditori hanno bisogno di esser aiutati». Gli imprenditori che
chiameranno il centro d'ascolto al numero 3451783510 troveranno all'altro capo
del telefono dei loro pari: una ventina di imprenditori veneziani già andati in
pensione; gli interlocutori ideali per capire al volo il problema e suggerire
una soluzione. Niente psicologi o assistenti sociali, ma ex imprenditori
volontari che cercheranno di dare soluzioni pragmatiche a problemi concreti. «I
volontari del centro d'ascolto - rassicura Giorgio Brunello, presidente di AltraImpresa Venezia - sono tutti manager e imprenditori
veneziani di grande successo oggi in pensione. Sapranno ascoltare le difficoltà
di chi chiama e individuare i percorsi da intraprendere assieme alla
Confindustria di Venezia. Chi chiama non troverà una spalla su cui piangere, ma
una collaborazione attenta e comprensiva». Il centro d'ascolto sarà attivo con
un orario simile a quello d'ufficio: dalle 9-18.
LA NUOVA
Pag 15 Meglio
senza volontari (lettera di Rosita Bonometto –
Venezia)
Le parole
virgolettate del dottor Padoan, sulle associazioni
non più insediate all’interno dell’ospedale, non sono per nulla offensive nei
confronti di «tutti i volontari». Ho conosciuto quanto danno e quanto sostegno
possa dare il volontariato. Le associazioni non sono tutte uguali, i volontari
neppure e nemmeno i pazienti. E ci sono delle leggi a tutela della privacy. La
promiscuità costante e quotidiana, con la presenza a tempo pieno o libera, di
esterni nei luoghi ospedalieri non è presenza discreta, ma veicolo di trasporto
di germi e batteri, di cui si può fare a meno. Il dottor Padoan
ha fatto bene a dare lo scossone. Non capisco l’indignazione delle tre
associazioni firmatarie della lettera.
Pag 21 La preside
del Gramsci: “Tutti al funerale di Eleonora”. Alta tensione tra le due famiglie di Alessandro
Ragazzo e Mitia Chiarin
Il pm: “L’indagine è
chiusa”
La prima parte dell’articolo non è disponibile
«L’indagine è
chiusa», conferma il pubblico ministero Terzo. E non sono emersi «nuovi
elementi di rilevanza penale», chiarisce il pubblico ministero che ha condotto
l’indagine sull’omicidio-suicidio di Asseggiano. Il
riferimento è al clima di tensione che la tragedia sta generando, in
particolare tra le famiglie dei ragazzi morti. Tra le varie cose, Emanuela Panciera, la mamma
di Eleonora, avrebbe avuto uno sfogo riportato dalla stampa, ma l’obiettivo del
pubblico ministero è quello di far scendere la tensione, ora altissima, tra due
famiglie, colpite in maniera drammatica dall’omicidio-suicidio di domenica
scorsa. La signora Emanuela, aveva parlato di un «agguato» nei confronti della
figlia, riportando alcune considerazioni piuttosto «pesanti», su presunti commenti
dei Riccato sul delitto di Roberta Vanin a Spinea, nel corso di una cena che si sarebbe svolta
mercoledì sera. Una ricostruzione della serata che ieri è stata decisamente
smentita dal legale e portavoce della famiglia Riccato,
l’avvocato Alessio Morosin. «Infondata e destituita
di ogni credibilità la ricostruzione - dice Morosin -
Tra l’altro giovedì i ragazzi erano stati in montagna, erano partiti la mattina
presto accompagnati dal padre di Fabio che è andato con loro. La famiglia Riccato non solo smentisce con sdegno, ma sottolinea come
Fabio, il loro Fabio, abbia tradito la sua famiglia, facendo quello che ha
fatto. Fabio ha compiuto un gesto ingiustificabile - precisa l’avvocato - e non
ha alcuna attenuante perché ha tradito la sua famiglia e la vita per ben due
volte, uccidendo Eleonora e se stesso». L’avvocato parla di due famiglie alle
prese con un dolore terribile e lancia un appello ai giornali affinché «evitino
scontri tra due famiglie che vivono un momento drammatico, agendo con
equilibrio, buon senso e responsabilità». Delle indiscrezioni l’avvocato Morosin ha parlato ieri anche con il pubblico ministero
Terzo, che ha poi chiarito che i nuovi dettagli emersi non hanno alcuna
rilevanza ai fini dell’inchiesta, praticamente conclusa. Intanto si attende che
vengano fissati i funerali della sedicenne e dell’ex fidanzato trentenne,
suicida, dopo aver commesso l’omicidio. Non è escluso che i funerali di Fabio Riccato possano tenersi già nella giornata di domani, anche
se il parroco lo ritiene molto improbabile. Un disguido nella procedura per la
cremazione con il Comune ha rallentato finora la procedura. Serviva la firma di
tutti i familiari su un atto notarile di consenso, compresa quella della madre
che è molto malata. Oggi dovrebbe essere definita la data delle esequie di
Fabio. Nessuna certezza per ora sulla data dei funerali di Eleonora. Le
cerimonie si terranno certamente in date ed orari diversi, nella chiesa del
Suffragio di Asseggiano. A celebrare i funerali sarà
don Marco Scaggiante.
IL GAZZETTINO
Pag 1 “Non riesco
ad aprire un’azienda in Veneto” di Maurizio Crema
Il caso: “Pronti 200
milioni, la Regione tace”
«Voglio fare solo
l’imprenditore, investire 200 milioni a Rovigo in una nuova cartiera con
centrale elettrica e dare lavoro a 350 persone. Da quasi due anni busso in
Regione Veneto: nessuna risposta». Bruno Zago, 60
anni, sbuffa e non solo per il caldo asfissiante di questa giornata torrida di
luglio. «In Piemonte e Sardegna appena ho illustrato il progetto mi hanno
ricevuto e si sono detti pronti ad aiutarmi finanziariamente - spiega questo
imprenditore trevigiano che è il re italiano della carta da imballaggi
riciclata ed è a capo di un gruppo, Pro-gest, che nei
primi sei mesi di quest’anno ha segnato 165 milioni di fatturato contro i 110
dell’anno scorso ("se continua così finisco con cento in più sull’anno
scorso") - al Veneto non ho chiesto niente, sono pronto a fare tutto da
solo». E loro? «Niente, nessuna risposta. Prima ho parlato con l’allora
assessore rodigino Renzo Marangon e poi, dopo le
elezioni, un mese e mezzo fa, con l’attuale assessore Isi
Coppola. Avremmo anche trovato delle aree interessanti a Castelmassa
o a Castelnovo Bariano. Ma
nessuno ci ha più interpellato, nessuno mi ha mai invitato ufficialmente a
discutere di questo progetto». Temono la sua cartiera, pensano che inquini?
«Macché inquinamento, io aiuto a tenere pulito il territorio, la cartiera che
voglio realizzare utilizza carta riciclata da imballaggio che altrimenti
sarebbe finita chissà dove. Ricordo che ogni anno io smaltisco giù mezzo
milione di tonnellate di carta vecchia, conosco bene il settore - risponde Zago - la centrale poi sarebbe alimentata dagli scarti
delle sue lavorazioni, biomasse, un processo assolutamente non inquinante.
Quello che vuole il presidente della Regione Zaia». Nessuno
è profeta in patria, dicevano gli antichi. E lei perché si è incaponito a voler
investire in Veneto? «Perché è la mia terra, voglio dare un contributo al suo
sviluppo. E poi realizzare la nuova cartiera super tecnologica a Rovigo sarebbe
più comodo, logisticamente (questa è una regione centrale per il nostro
sviluppo anche all’estero, le esportazioni ormai valgono il 15% del mio
fatturato ma sono convinto che saliranno) e per gestire il nuovo investimento».
Invece s’è alzato un muro. «Peccato, sono veramente deluso - sottolinea Zago - un paio di mesi fa mi sono rivolto al Piemonte e
loro mi hanno trovato subito l’area, vicino a Ivrea. Sarebbe un po’ piccola, ma
va bene lo stesso. All’inizio di luglio poi ho inviato alla Regione Sardegna
una manifestazione di interesse alla vecchia cartiera di Arbatax, un sito non
in funzione ma che in prospettiva potrebbe essere molto interessante, si
potrebbe attivare anche una centrale fotovoltaica oltre a quella che andrebbe a
biomasse». La risposta dei sardi? «Grande interesse e moltissima disponibilità,
anche ad attivare un intervento finanziario di supporto tramite la Sfirs - afferma l’imprenditore trevigiano -. Arbatax
potrebbe essere anche il sito ideale per esportare carta anche in Africa del
Nord, un mercato in grande espansione». Però lei vuole il Veneto. «È la mia
terra, qui ci vivo bene. Lavorare però comincia a diventare troppo complicato.
Capisco quelli che delocalizzano o vanno da altre
parti».
LA NUOVA
Pag 11 I tagli
arrivano anche in carcere di Giorgio Cecchetti
Il volontariato:
“Colpiscono i progetti positivi”
Venezia. La Regione
taglia del tutto i finanziamenti al volontariato che opera nelle carceri a
favore dei detenuti. A denunciarlo sono le numerose associazioni con un
comunicato firmato non da pericolosi estremisti, ma dal «Centro Francescano di
ascolto» di Rovigo, dalla «Comunità Giovanni XXIII» di Vicenza, da don Tonino
Bello di Verona dal «Granello di Senape» di Padova e Venezia, dalla veronese
«San Vincenzo De Paoli» e da tanti altri. Lo stato delle carceri in Veneto è
pessimo, il sovraffollamento nelle celle ha raggiunto limiti insopportabili
soprattutto in questi giorni di gran caldo, l’emergenza suicidi è pesantissima,
senza contare il numero crescente di atti di autolesionismo. «E’ sconcertante
ricevere dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e dai diversi
direttori richieste di collaborazione, in particolare per la prevenzione dei
suicidi - si legge nel documento firmato dalle associazioni di volontariato - e
contemporaneamente sapere del taglio dei fondi da parte della Regione». «Quelli
che dovrebbero essere colpiti - si legge ancora - sono i veri sperperi di
denaro pubblico e non quei 400 mila euro che servono per sviluppare progetti ed
interventi dichiarati essenziali dalla stessa amministrazione penitenziaria per
le iniziative socio educative a favore dei detenuti e di coloro che scontano la
pena all’esterno del carcere». Più volte, i responsabili dei gruppi che operano
dentro e fuori il carcere hanno chiesto un incontro con il nuovo assessore
regionale alle Politiche sociali Remo Sernagiotto, ma
non hanno ancora ricevuto una risposta. «Il volontariato che opera nell’ambito
della giustizia, da sempre impegnato nel reinserimento delle persone detenute,
che è l’unico modo per rendere la società più sicura e già mobilitato per
sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni di inciviltà in cui si
trovano le carceri, denuncia l’inerzia della Regione di fronte a un problema
che dovrebbe invece coinvolgere tutti. Se si lasciano, infatti, le carceri in
condizioni di abbandono, le persone che ne usciranno dopo aver scontato la pena
saranno più incattivite e pericolose» sostengono le associazioni per spiegare
quanto importante e necessaria è la loro azione quotidiana non solo per i
detenuti, ma anche per l’intera società.
CORRIERE DELLA SERA
Pag 1 Troppi duellanti
in un Paese immobile di Giuseppe De Rita
In ogni sistema sociopolitico, passato presente e
futuro, ha un ruolo fondamentale la pratica del duello. I leader, affermati o
aspiranti che siano, fanno del combattimento a due lo strumento per affermare
il proprio rango, per provocare l’avversario, per studiarne i punti di
debolezza, e per arrivare a sconfiggerlo, quasi a consacrazione di una più
complessa vittoria militare o politica. Si rilegga al proposito il Girard di «Portare Clausewitz
all’estremo», un lungo saggio sulla tentazione drammatica al duello condotto
fino all’oltranza nella storia moderna, da Napoleone in poi. Anche nella nostra
più povera recente storia nazionale, il duello fra leader politici è diventato
una non resistibile tentazione, generata dal bipolarismo personalizzato di
questo ultimo ventennio e alimentata dalla corrente drammatizzazione mediatica
delle vicende e dei comportamenti pubblici. Un combinato disposto (il
bipolarismo personalizzato e l’enfasi mediatica) che ispira i protagonisti
politici a una vera e propria coazione al duello; primo fra tutti l’attuale
premier che ha sempre imperniato la sua strategia non su complesse
interpretazioni sociopolitiche, ma sulla imposizione di tanti successivi
duelli: con Occhetto, con Prodi, con D’Alema, con Rutelli, con Veltroni,
addirittura con Soru nella per lui non marginale Sardegna. Un genio del duello,
con la quasi magica capacità di far sì che gli avversari cadano nella
tentazione al combattimento a due, anche quando hanno il sospetto che ne
usciranno a dir poco malandati. Nel lungo periodo però una tale coazione a
ripetere non paga più e, malgrado qualche residua scintilla, oggi si vedono i
sintomi di un declino della voglia di farsi protagonista politico usando il
duello: da un lato l’oltranza continuata stanca anche chi la esercita;
dall’altro cominciano a mancare i protagonisti, visto che sono pochi i
potenziali leader di sistema che vogliono giocarsi tutto su una sola «mano
schermistica»; e dall’altro ancora tutti cominciamo a temere che, essendo la
politica fatta di parole, la loro esasperazione duellante conduca lentamente
alla loro insignificanza. È quindi verosimile che il duello resterà lo
strumento privilegiato della storia di un periodo forse già passato. C’è comunque
da rallegrarsene, visto che la coazione al duello personalizzato ha comportato
una radicale disattenzione per quel che avviene nel campo di appartenenza dei
protagonisti, per l’implosione dei sistemi culturali, politici, di potere che
stanno dietro di loro. Gli occhi di tutti, su suggestione dei media, sono
puntati sulla dinamica dei duellanti, mentre nessuno di essi riesce a governare
in casa propria la complessità sistemica che comunque esisteva prima ed
esisterà dopo ogni duello. E la complessità non governata implode, si scompone.
Così ad esempio mentre Gorbaciov ed Eltsin duellavano con l’Occidente, il
sistema sovietico implodeva fino al collasso; mentre due pontefici carismatici
(l’attuale e il predecessore) duellavano con la modernità secolarizzata, il
sistema ecclesiale implodeva fino a una crisi oggi difficile da contrastare;
mentre il nostro premier aspetta e spera che le vicende politiche gli
garantiscano un’altra occasione di grande duello, il suo schieramento mostra
pericolosi sintomi di implosione. Ciò non avviene per cattiveria, complotto,
irriconoscenza collettiva, ma per ragioni oggettive e quasi banali. Il politico
che duella è convinto che si giuoca tutto in quello scambio di sciabolate o di
rivoltellate; e pensa che la leadership gli venga (o gli venga ribadita)
dall’esito del duello. Così finisce per dimenticarsi che la leadership può
venirgli solo dalla sua capacità di governare il complesso sistema cui egli
sovrintende, sia esso statuale, religioso o partitico, per restare ai tre
esempi precedenti. Un po’ dappertutto manca in effetti una cultura politica
della complessità e del suo governo. Se, come qualcuno comincia a dire, la
crisi del mondo moderno è più politica (di cultura di governo) che economica,
allora cominciamo a lavorarci dalle fondamenta, resistendo alla tentazione di
semplificare la complessità e alla propensione a coartarla nella logica del
combattimento a due, dell’adolescenziale duello a oltranza.
Pag 2 L’asse tra Giulio
e il Senatur si impone sul Pdl
e sulle Regioni
di Massimo Franco
C’è una sicurezza ostentata, nel modo in cui Giulio
Tremonti e Umberto Bossi marciano verso l’approvazione della manovra
finanziaria. Ieri è arrivato il sì del Senato con la richiesta di fiducia del
governo (170 contro 136 no); e la procedura sarà replicata alla Camera.
Soprattutto, alla fine le Regioni hanno dovuto accettare quelle riduzioni di
spesa che, hanno ripetuto per giorni, rischiano di far saltare le finanze degli
enti locali. L’idea di una prova di forza, accarezzata da alcuni governatori di
centrosinistra e da quello della Lombardia, Roberto Formigoni, per ora è stata
rimessa nel cassetto. Le deleghe non sono state restituite. Ma rimane una
tensione diffusa. I Comuni sono contro la manovra. E l’unanimità di facciata
delle regioni nasconde atteggiamenti diversi nei confronti del governo. Le
Regioni «saranno contente. Avranno un po’ di ossigeno» perché «facciamo il
federalismo fiscale» ha spiegato ieri il capo della Lega dopo quaranta minuti
di colloquio col ministro dell’Economia. La soddisfazione non è così uniforme,
in realtà. Formigoni ha freddato il ministro leghista Roberto Calderoli che
accreditava un cambiamento di rotta. Semmai, le Regioni si adeguano perché non
ci sono margini per trattare. Tremonti ha negato qualunque possibilità di
ridurre i tagli a Montecitorio. «La fiducia dà fiducia» ha giocato con le
parole per avvertire che la manovra è blindata. D’altronde bisognava «agire al
più presto» lo ha confortato il governatore di Bankitalia, Mario Draghi. Anche
se per Draghi non esiste la certezza che le misure prese adesso bastino: «Se la
correzione possa consentire di raggiungere gli obiettivi di indebitamento netto
potrà essere valutato solo in futuro». Significa che i conti pubblici rimangono
a rischio; e questo rafforza la tesi tremontiana di
un’Ue che non lascia alternative ai governi nazionali. Il tentativo del
centrodestra è di chiudere i fronti aperti entro la fine di luglio. Il 30
dovrebbe arrivare il «sì» definitivo del Parlamento alla manovra e in parallelo
essere approvato dal Consiglio dei ministri il federalismo fiscale. Berlusconi
insiste anche sulla legge contro le intercettazioni. «Si farà, si farà»
assicura Bossi. «La gente non vuole essere ascoltata mentre parla al telefono».
Nelle sue parole che aderiscono fedelmente alle tesi berlusconiane, si indovina
il calcolo di chi è pronto ad appoggiare Palazzo Chigi per ottenere i
provvedimenti sul fisco alle regioni. Ma in questa strategia in apparenza senza
ostacoli si inseriscono puntuali i dubbi di Gianfranco Fini. Il presidente
della Camera semina perplessità su un federalismo che, teme, può ridurre il
Mezzogiorno a «terra di frontiera con il sud del mondo». E voci e smentite su
nuovi emendamenti in materia di intercettazioni tengono il provvedimento in
bilico. La guerra fra berlusconiani e finiani non si
placa. Ma «Berlusconi ha la spada affilata», lo esalta Bossi. Eppure, i timori
di qualche sorpresa devono essere seri, se inducono il premier a pensare a una
manifestazione di piazza per il 27 luglio: una sfida agli avversari interni e
soprattutto al caldo romano.
Pag 40 La Bibbia,
manuale perfetto per scrivere un poliziesco di Asa Larsson
Caino e Abele, il giallo irrisolto della storia
Per come la vedo io, non è facile eguagliare a puro
scopo d’intrattenimento il livello di violenza che pervade le pagine della
Bibbia. Con ciò non voglio dire che non sia anche il miglior libro di
psicologia del mondo. Contiene molta parte di ciò che è umano, per quanto, a
dire il vero, una cosa non escluda l’altra. Tuttavia, la Bibbia è davvero un
libro che si spaccia per quello che non è. Viene presentata con citazioni di
questo tipo: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli
erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce». Certo, si possono
trovare passi del genere nella Bibbia, anche se nella maggior parte delle
pagine si legge del clangore delle armi e dell’infinito spargimento di sangue.
La gente commette omicidi, va in guerra. E se non si sta uccidendo a vicenda,
lo desidera fortemente. Salmo 137, 9: «Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li
sbatterà contro la pietra». Una delle storie «poliziesche» della Bibbia che
preferisco è quella su Caino e Abele, i primi figli di Adamo ed Eva. È come un
racconto poliziesco in miniatura, e costituisce anche un’ottima lezione per chi
vuole imparare a scrivere libri gialli, poiché contiene alcuni degli
ingredienti necessari a un buon thriller. Permettetemi di citarne cinque. Uno:
è di una concisione ammirevole e si dipana a un ritmo incalzante - 28 frasi
nella mia copia svedese. E include non solo il momento della loro nascita, ma
anche quello del loro concepimento. Due: racchiude un conflitto interiore
descritto con grande maestria. Si tratta di qualcosa di molto utile in un
racconto poliziesco - non bisogna accontentarsi dei conflitti esterni. Violenza
e morte. Dev’esserci anche una battaglia del cuore. I
fratelli Caino e Abele fanno un’offerta a Dio, e Dio gradisce l’offerta di
Abele ma non quella di Caino. Si legge che Caino si arrabbiò e che il suo volto
era abbattuto. Dio gli chiede: «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo
volto? Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il
peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu
dominalo». Il peccato diventa quasi animato, dotato di vita propria. È il
peccato che desidera Caino e che è accovacciato alla sua porta. Dio dice che
Caino lo dominerà allo stesso modo in cui aveva annunciato ad Adamo ed Eva che
avrebbero regnato su ogni creatura vivente. Quell’immagine mi piace. Si riesce
quasi a immaginare il peccato come un cane famelico accovacciato davanti alla
porta di Caino, bramoso di impossessarsi di lui. Dall’altra parte, immerso
nell’oscurità, Caino preme la fronte contro la porta, in preda a un forte
turbamento. Voi lettori sapete che non appena aprirà la porta sarà troppo
tardi. La storia scivolerà inesorabilmente verso il suo crudele finale. Ed è
esattamente ciò che succede. Caino dice al fratello di andare nel campo, e una
volta giunti lì lo uccide. Dio chiede: «Dov’è Abele, tuo fratello?». E Caino
risponde: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?». Dio dice: «Che
hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!». E adesso
arriviamo al numero tre, un ingrediente fondamentale in un romanzo giallo.
Giustizia è fatta. Il colpevole viene punito. Viviamo in un mondo in cui la
voce del sangue grida invano dal suolo - basta semplicemente guardare il
telegiornale per rendersene conto. Ma nei racconti per adulti che chiamiamo
romanzi polizieschi, giustizia è fatta. Ecco perché è così confortante aprire
un libro di questo genere - sapete che alla fine tutto si sistemerà. Non per
tutti, forse, ma almeno per qualcuno. Quattro, non essenziale come il terzo, ma
a ogni modo straordinario quando è presente in un romanzo giallo: la storia di
Caino e Abele non semplifica il conflitto fra il bene e il male. Caino commette
fratricidio, eppure quando leggo la storia è per lui che provo compassione.
Abele, il fratello buono, è davvero troppo assennato. Ed è strano — nessuno con
cui ho analizzato questa storia ritiene psicologicamente inverosimile che
uccida suo fratello. Ci cascano tutti. Anche Dio prova compassione per lui. Non
lo fulmina all’istante, la reazione del Dio del Vecchio Testamento che a tutti
parrebbe più normale. E quando Dio dice: «Ora sii maledetto lungi da quel suolo
che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello», Caino
protesta: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono? Ecco, tu mi
scacci oggi da questo suolo e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere». Ma Dio
dice: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte». E poi il
Signore pose un segno su Caino affinché nessuno che lo trovasse lo uccidesse. E
il fatto di provare compassione e di identificarsi con l’assassino della storia
suona molto moderno. Cinque: l’ingrediente del giallo che forse è la ragione
per cui proprio questa storia è una delle più famose al mondo è che la domanda
è lasciata senza risposta, e in seguito sarete costretti a rimuginarci su.
Perché il Signore apprezza l’offerta di Abele e non quella di Caino? Non ci
viene data alcuna risposta a questa domanda. Attraverso i secoli, i religiosi
hanno elaborato diverse teorie, e immagino che il novantanove per cento di esse
sia basato su una difesa di Dio, con cui spiegano il suo comportamento
inspiegabile e sostengono che Lui non è ingiusto. Non accettiamo il fatto che
si comporti come un genitore nei confronti del figlio prediletto. Tuttavia,
nella storia non viene fornita alcuna risposta. Dovete rassegnarvi a questa
incertezza. Per quanto mi riguarda, ciò significa che la storia continua ad
accompagnarmi. È là, avviluppata dentro di me. Henning
Mankell ha usato esattamente la stessa tecnica nel
suo romanzo della serie del commissario Wallander,
intitolato Delitto di mezza estate. Alla fine, l’assassino viene catturato dopo
che ha cercato di uccidere lo stesso Wallander, ma
durante le settimane dell’interrogatorio il movente di tutti i suoi delitti
diventa incomprensibile. Risponde alle domande di Wallander
con semplicità e onestà, ma resta comunque un mistero. Mankell
dedica non poche pagine a questo inutile interrogatorio. Da lettori,
condividiamo la frustrazione di Wallander nei
confronti di quest’uomo enigmatico. E ciò, dopo oltre dieci anni, mi porta a
ricordare con precisione i dettagli dei delitti raccontati nel romanzo. E forse
questa è l’unica cosa che riesca a ricordare così bene. Perché sapete come
funzionano i racconti polizieschi: vi ricordate i personaggi principali, i loro
problemi famigliari, le loro debolezze umane e le loro storie d’amore. Ma non
vi ricordate il racconto e la dinamica del delitto. Così non accade con questo
libro, per via di ciò che era destinato a rimanere senza spiegazione.
LA REPUBBLICA
Pag 1 La corruzione nel
nome di Cesare
di Massimo Giannini
Le carte dell'inchiesta sulla nuova P3 scoprono
l'abisso nel quale stava e sta tuttora per precipitare la nostra democrazia. Un
metodo di governo e un sistema di potere costruito per servire gli interessi
personali del presidente del Consiglio
In nome di "Cesare" 1. Le carte
dell'inchiesta sulla nuova P3 scoprono l'abisso nel quale stava e sta tuttora
per precipitare la nostra democrazia. In mano a una "cupola" che, sul
Lodo Alfano, non ha esitato a giocare una partita mortale, dentro e contro lo
Stato di diritto. L'ha persa, ma non per questo appare oggi meno pericolosa.
Perché il "metodo di governo" che c'è dietro, il "sistema di
potere" che organizza e difende, è costruito per servire gli interessi
personali del presidente del Consiglio, e per riprodurne i metodi corruttivi
all'interno del tessuto politico, del contesto economico e dell'apparato
istituzionale. La pericolosità criminale di questa "rete" al servizio
di Silvio Berlusconi viene fuori con paurosa chiarezza, a leggere le centinaia
di pagine dei verbali. Si resta allibiti nel verificare la frenetica
"attività" del comitato d'affari, riunito intorno al coordinatore di
fiducia del Cavaliere dentro al Pdl Denis Verdini, al
suo braccio destro nell'avventura di Publitalia e di Forza Italia Marcello
Dell'Utri, al sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, e a personaggi come Flavio Carboni, Arcangelo
Martino e Pasquale Lombardi. Tutti impegnati, a vario titolo e con funzioni
diverse, a cercare di condizionare la decisione dei quindici giudici
costituzionali chiamati a decidere sulla legittimità del Lodo. Tutti
ingaggiati, probabilmente, dallo stesso
premier: col quale hanno incontri, al quale devono costantemente
riferire. Altro che "quattro sfigati in pensione": queste carte ci
dicono che a cavallo di quel settembre/ottobre del 2009 ci fu un vero e proprio
"assedio" agli ermellini della Corte, per estorcergli un verdetto
positivo da consegnare tra gli allori al Cesare "trionfatore", citato
nelle carte ben 23 volte. Altro che gente che "trama per sei bottiglie di
vino", come scherzano i giornali di famiglia: in quei giorni la posta in
gioco, altissima per il Cavaliere, era il suo salvacondotto processuale, cioè
la sua salvezza politica. Solo grazie ad essa la nuova P3 avrebbe potuto
continuare a prosperare, nel quadro di quel collaudato "scambio di favori
tra reti criminali" di cui ha parlato il procuratore antimafia Pietro
Grasso. E poco importa se, alla fine, l'assedio fallì e il verdetto fu
negativo: l'ultimo degli studenti di giurisprudenza sa bene che per il diritto
penale il reato tentato, ancorché non consumato, non indica affatto una minore
pericolosità criminale.
IL VERTICE A CASA VERDINI - Il lavoro è sporco, ma
qualcuno lo deve pur fare. E allora l'offensiva del "gruppo di
lavoro" incaricato di tutelare e di riferire "a Cesare" comincia
il 22 settembre di un anno fa. Per il successivo 6 ottobre la Consulta ha
fissato l'udienza nella quale deve stabilire se il Lodo Alfano viola o meno i
principi di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge fissati dalla
Costituzione. Non c'è tempo da perdere. Così il 22 Pasquale Lombardi,
"l'uomo che sussurrava ai giudici", come ha scritto Alberto Statera, cioè l'intermediario che ha il compito di
avvicinare e circuire le toghe attraverso convegni e viaggi offerti da un suo
improbabile centro di studi giuridici, si attacca al telefono per convocare una
riunione il giorno dopo, a casa di Denis Verdini, a Palazzo Pecci Blunt, in piazza dell'Ara Coeli.
La prima telefonata è per Antonio Martone, avvocato
generale della Cassazione (che per altro ha fatto domanda da procuratore
generale). "Oh, ti ricordi alle tredici... poi ti do l'indirizzo preciso,
ma intorno a Piazza Venezia....". La stessa telefonata Lombardi, ancora
più agguerrito, la fa a Flavio Carboni: "Io sarò un poco prima, con
l'elmetto in testa". Poi chiama Dell'Utri:
"Mio caro Marcello, ciao, ciao...". E il plenipotenziario di
Berlusconi in Sicilia vuole sapere quanti saranno all'incontro. "Siamo sei
noi, più te sette", spiegando che ci saranno anche tre magistrati. Poi
aggiunge: "Abbiamo scoperto qualcosa che ti devo riferire di persona. sì
veramente una cosa incredibilmente importante...". Il giorno dopo, alle
10, Lombardi richiama Carboni, al quale conferma: "Saremo ricevuti a casa
dell'uomo verde...". Poi richiama Arcangelo Martino, e i due concordano
insieme chi deve convocare a casa Verdini il sottosegretario Caliendo e Arcibaldo Miller, capo degli ispettori del
ministero della Giustizia. Di quest'ultima convocazione si occupa lo stesso
Lombardi, che da a Miller le coordinate dell'appuntamento e lo saluta con un
"Ok, a dopo. Un bacione...". Molto più che un rapporto confidenziale:
un rapporto incestuoso, vista la sovrapposizione e il conflitto degli interessi
in gioco. La stessa impressione si ricava dalla telefonata immediatamente
successiva che lo stesso Lombardi fa alle 11,45 all'altro magistrato convocato.
Martone ha un problema di orari: "Ho una
riunione adesso, dal Procuratore, comunque spero di fare in tempo...". Il
faccendiere perde la pazienza, e risponde in dialetto, non come se parlasse a
una toga ma a un sottoposto: "Sì, sì, mandalo affanculo
che chist nun porta voti e
poi vieni adda noi...". Poco dopo le 13, dunque,
il gruppo di lavoro composto da Dell'Utri, Caliendo, Martone, Miller,
Lombardi Martino e Carboni si ritrova in casa di Denis Verdini. L'ordine del
giorno lo si desume dalle telefonate successive, e i verbali lo riassumono
così, riprendendo le parole di Lombardi: "Dovranno svolgere il seguente
compito afferente la prossima decisione della Corte costituzionale sul Lodo
Alfano". La sintesi in dialetto che lo stesso Lombardi fa a Caliendo dice tutta la portata eversiva del tentativo messo
in piedi da questo pezzo di anti-Stato: "Abbiamo fatto un discorso per
quanto riguarda la corte costituzionale... amm' fa nu poc' nà
conta a vedè quanti sonn' i
nostri e quani songo i
loro, per cui se putimm correre ai ripar', mettere delle bucature, siamo disponibili a fare
tutto...". Non solo. Il sensale dei giudici spiega anche l'intenzione
"programmatica" del gruppo: "Giustamente abbiamo fissato che
ogni giorno... ogni giorno... ogni settimana bisogna che ci incontriamo per
discutere tra di noi e vedere andò sta o' buono e ando
stà o' malamente... Io farei una ricognizione, i
favorevoli e i contrari. Poi vediamo come bisognerà per vedere di raggiungere i
contrari...". E per convincere il sottosegretario, Lombardi fa l'ultimo
affondo, indicandogli anche una possibile ricompensa personale: "Questa è
una cosa molto importante. Ormai, vagliò, ti è spianata la via per i' a fa o'
ministro, o' vuoi capiscere o no?".
"POI DOBBIAMO VEDERE CESARE" - Avviata la
"procedura" dell'infiltrazione e dell'interferenza, compare quello
che potremmo definire il manovratore iniziale e, al tempo stesso,
l'utilizzatore finale del meccanismo. Lombardi dice a Caliendo,
nella stessa telefonata: "... Poi ammo a vedè Cesare quanto prima...". Da qui fino al 7 ottobre,
data della sentenza della Corte sul Lodo, il riferimento a "Cesare"
che bisogna vedere, che bisogna informare, che bisogna accontentare, diventa
sistematico. Conta troppo, per Berlusconi, la pronuncia della Consulta. E il
sodalizio che lavora per lui se ne rende conto. "Quattro sfigati in
pensione", di nuovo? Non si direbbe, a leggere la conversazione tra un
pezzo da novanta come Dell'Utri e l'antico socio
negli affari sardi Carboni. "È stato un ottimo incontro", dice Dell'Utri. E il faccendiere incassa: "Ecco, questa è la
parola che più mi fa piacere... amico mio... È che io non posso... non potevo
fare di più, anche quando Denis mi parla, tu lo capisci, io lo lascio parlare,
ma sono tutte cose che abbiamo già fatto, no?". Come dire: l'ingranaggio è
già oliato da tempo. Un'ultima domanda di Carboni, infine, sembra rimandare di
nuovo a "Cesare", anche se non in modo esplicito: "Era
soddisfatto l'uomo, sì?". Dell'Utri rassicura:
"Sì, sì, sì. Comunque soddisfatto...". Di che "uomo" stanno
parlando? Cesare, Cesare e ancora Cesare. In suo nome, ancora una volta, lo
stesso Carboni parla in serata al telefono con Arcangelo Martino, sia
dell'avvio della missione Lodo Alfano, sia della candidatura del plurinquisito Nicola Cosentino alla Regione Campania:
"Sei contento?", chiede Martino. "Sì beh, soddisfattissimo.
Credo che sia già arrivato nelle stanze di Cesare, i tribuni hanno già dato
notizia...", rassicura Carboni. Da quel momento in poi, parte la corsa
contro il tempo per intercettare i giudici della Consulta prima dell'udienza
del 6 ottobre, e per renderne conto al premier. Telefonate quotidiane. Lombardi
ripete a Carboni: "Io adesso mi metto in contatto per il giorno sei, cosa
bisogna fare...". E Carboni: "Sì , bravissimo, bisogna sapere i nomi...".
Sullo sfondo, sempre l'ombra di Cesare. Lombardi a Martino: "Flavio ha
detto che più tardi mi darà un colpo di telefono perché parlerà pure con
Cesare...". Martino a Carboni, il giorno dopo, parlando dei numeri
telefonici dei giudici da contattare: "Sì, queste informazioni, se bisogna
fare l'incontro con Cesare...". Dal brogliaccio delle intercettazioni, a
dispetto della "teoria del polverone", emerge il ruolo centrale di
Verdini e Dell'Utri, come collettori di notizie e
promotori di interventi sulla Consulta. Lo dice Carboni, nei giorni successivi,
al telefono con Martino, chiedendogli i primi esiti della riunione a casa di
Verdini: "Sono ansioso... adesso io chiamo Marcello... chiamo Denis i
quali mi chiederanno, allora s'è saputa qualche notizia? Che risposta do?".
Col passare dei giorni, il lavoro del gruppo verso i giudici della Consulta
sembra dare qualche risultato. Si tratta di capire come voteranno i 15
ermellini in camera di consiglio. Carboni parla con Martino: "Denis,
Marcello, io tu e lui aspettiamo i numeri...". La risposta sembra
confortante: "Siamo ottimisti.. glielo puoi dire, diglielo...". A chi
deve dirlo, il faccendiere sardo, è subito chiaro: "Diglielo a Cesare, che
siamo...". "Cesare", insomma, vuole sapere quanti giudici
voteranno sì al Lodo e quanti voteranno no. Nell'attesa, non disdegna
aggiornamenti sul caso Cosentino e sulla sua candidatura a governatore. Ancora
Martino a Carboni: "Cosentino può proseguire, credo che sia bravo come
candidato...". Carboni approva: "Denis è favorevole a questo... E poi
chiamo anche Cesare, d'accordo?". Ma l'ossessione principale resta il Lodo
Alfano. E per avere più certezze sulle scelte dei singoli giudici, Lombardi non
esita a contattare prima un esponente dell'opposizione, Renzo Lusetti, poi un altro esponente del centrodestra, Angelo Gargani: a tutti e due la stessa richiesta, il numero di
telefono di un ex presidente della Consulta. Cesare Mirabelli
viene effettivamente contattato, pochi giorni dopo, dallo stesso Lombardi, che
saluta affettuosamente: "Presidente buongiorno, sono Pasqualino Lombardi,
come andiamo?", poi gli chiede udienza: "È una cosa un po' urgentuccia...". La otterrà, sempre al telefono, il
giorno successivo. Non prima di aver esultato con Martino per aver stabilito un
contatto prezioso per il suo "committente". "Domattina
incontrerò il personaggio più importante d'Italia..", dice. Allude ancora
a "Cesare", che nel frattempo sta tampinando anche lo stesso Martino,
che a sua volta chiosa: "Mio cugino Cesare vuole sapere... mi ha chiamato,
mio nipote Cesare... concretezza... concretezza e risultati".
LA SIGNORA DELLA CONSULTA - A testimoniare tutta la
pericolosità del network criminale c'è proprio la telefonata di Lombardi al
presidente emerito Mirabelli: "Siccome il 6
ottobre si verificherà il lodo del ministro... in quell'occasione i suoi amici
ex colleghi su che posizione staranno?". Mirabelli
svicola: "Ahh, è una bella domanda...". Ma
il faccendiere non molla: "Quella della Consulta che è la donna, dice che
è sua amica... possiamo intervenire almeno su questa signora?". Il
riferimento è a Maria Rita Saulle, giudice
costituzionale, che Mirabelli conosce. Ma l'ex
presidente svicola, di nuovo: "Non è che gli interventi valgano granché,
eh!? Ma comunque cosa avete come iniziative?". E qui Lombardi spiega,
senza tante perifrasi: "Abbiamo fatto per lo meno accertare di raggiungere
un po' quasi tutti e le dico, il risultato, quattro negativi, cinque positivi,
tre nì...". Poi l'estremo tentativo:
"Comunque, vedi un poco se sulla signora possiamo avere un riscontro... Mi
stanno mettendo in croce gli amici miei... che sono anche amici suoi...". Il
primo ottobre c'è un nuovo incontro a casa Verdini. E stavolta il livello del
coinvolgimento delle "toghe sporche" sale ulteriormente. Lombardi
annuncia a Martino che al pranzo, oltre ai "soliti noti" Caliendo, Martone, Miller,
Carboni, "viene a mangià anche o' presidente da
cassazione". Cioè Vincenzo Carbone. Anche questo convivio a casa
"dell'uomo verde" soddisfa tutti. Lombardi, stavolta, lo dice
direttamente a Cosentino: Tutt'appost, tutt'appost, uagliò...". E del
buon esito del vertice, ancora una volta, occorre che sia informato
l'immancabile "Cesare". "I mo comm' stann' e cose a settiman che trase m'incontro pure co
Cesare... Lui è rimasto contento per quello che gli stiamo facendo per il sei
ottobre...". Cioè per la data dell'udienza della Consulta sul Lodo.
AL BAR DELL'EDEN, ASPETTANDO LA CORTE - Tutto sembra
pronto per l'ordalia del sei ottobre. La Consulta convoca l'udienza. La
sentenza arriverà il giorno dopo, cioè il 7. Negli stessi minuti in cui la
Corte è chiusa in camera di consiglio e sta per annunciare il verdetto, a poca
distanza dal palazzo di fronte al Quirinale c'è un'altra riunione, non meno
significativa. Al bar dell'Hotel Eden, in via Ludovisi,
si riuniscono Dell'Utri, Carboni, Martino e Lombardi,
ad aspettare il verdetto. Alle 18 e 20 Martone chiama
i "quattro amici al bar", e gli dà la ferale notizia: la Corte ha
bocciato il Lodo. Lombardi sbotta: "Noi nun comandamm' manco o cazz' cò sti quindici
rincoglioniti...". Martino è amareggiato: "Che figura di merda,
va...". Dell'Utri, uomo di mondo, è più
prosaico: dice solo "eh sì, sì, va beh...". "La P3 al telefono
sembra un film di Totò", ironizzano adesso i cantori berlusconiani e i
frenatori terzisti, per trasformare in burletta il nuovo scandalo dell'eolico.
In realtà, l'esame di questo inquietante canovaccio di contatti, di colloqui,
di incontri tra Verdini, Dell'Utri, Caliendo, Cosentino e una colorita schiera di affaristi
senza scrupoli, magistrati senza etica, trafficanti del sottobosco campano del Pdl, suggerisce un'altra trama. Drammatica, per chi la
voglia capire fino in fondo, rifiutando le comode banalizzazioni di regime.
Tragica, per chi ha a cuore lo Stato di diritto ferito a morte e le sorti di
questa democrazia sempre più squalificata. La trama è quella di un gigantesco,
pericoloso "Romanzo criminale". Scritto, ideato e sceneggiato
"in nome di Cesare".
Pag 1 Quelle toghe
illegali di
Stefano Rodotà
Una rete di infiltrazione e corruzione dei
magistrati era il primo piano d'azione organizzativo della cosiddetta P3. Non
mi sorprende il fatto che nel disegno complessivo di stravolgimento di ogni
regola del funzionamento del sistema istituzionale si sia intervenuti anche
sulla magistratura e che ci siano state persone che hanno finito con l'aderire
a questo disegno. La magistratura non è diversa dal resto del paese, i rischi
di inquinamento ci sono dappertutto, ma questa vicenda suggerisce
immediatamente due considerazioni. La prima: chi ha tuonato e continua a
tuonare contro la politicizzazione della magistratura si è reso protagonista di
una operazione non solo di politicizzazione ma in qualche modo di asservimento
a disegni esterni di singoli magistrati. In secondo luogo la forza di reazione
della magistratura medesima la mette in una posizione di legittimità e di forza
rispetto a tutti gli altri ambienti nei quali l'inquinamento non solo viene
negato, ma i responsabili vengono difesi fino all'ultimo: e solo quando la
pressione esterna dell'opposizione politica e dell'opinione pubblica si fa
intollerabile si decide di intervenire. Dunque da una parte un establishment
che si difende in ogni modo, anche di fronte a prove clamorose di deviazioni
dalla legalità, dall'altra la reazione immediata dell'Associazione nazionale
magistrati e del Consiglio superiore della magistratura che invece subito
chiedono che i responsabili di questa gravissima deviazione vengano messi fuori
gioco. Tutti ricordiamo che la corruzione e l'uso veramente politico della magistratura
poggiavano in passato su una rete di protezione del malaffare politico: ricordo
bene in proposito un articolo di "Repubblica" che riguardava la
Procura di Roma e venne intitolato "il porto delle nebbie". Ci volle
tempo, ci volle il rinnovamento interno alla magistratura perché quell'immagine
venisse allontanata, e la magistratura riassumesse pienamente il compito di
custode della legalità. Episodi rivelati in questi giorni ci dicono che si sta
cercando di ripetere esattamente quel copione, cioè in un momento in cui la
politica soffre il controllo dell'opinione pubblica e il controllo della
legalità, si tenta di piazzare nei posti di responsabilità persone fidate per
ricostruire la rete di protezione. Non è un caso che proprio in questi giorni
l'insistenza e la fretta intorno alla vicenda della legge bavaglio diventino
rivelatrici. Forse all'inizio qualcuno aveva sottovalutato quella legge dicendo
che tutto sommato era uno strumento che il presidente del Consiglio adoperava
con la logica tradizionale delle leggi ad personam
per evitare che intercettazioni sgradite potessero essere conosciute
all'esterno. Questa lettura tutto sommato riduttiva è stata smentita, e mi pare
che poi fosse evidente che l'obiettivo andava al di là della tradizionale legge
ad personam. L'accelerazione sulle intercettazioni va
di pari passo con la scoperta progressiva della corruzione diffusa, di questo -
riprendo la famosa espressione di Silvio Spaventa - mostruoso connubio che si è
determinato tra politica, amministrazione e affari. Un connubio non esterno al
sistema di governo, non esterno al modo in cui la maggioranza funziona, ma del
tutto interno e in qualche modo provocato da questa medesima maggioranza perché
se c'è una differenza tra Tangentopoli e oggi è questa: Tangentopoli fu una
vicenda che si determinò attraverso connivenze politiche composte da una rete
di protezione, ma si trattava comunque di comportamenti fuori dalla legalità.
Tutta questa vicenda che noi in questo momento abbiamo davanti agli occhi è
stata dunque resa possibile dallo stravolgimento della legalità determinato
dalle procedure che hanno sottratto agli ordinari controlli di legalità
questioni rilevanti. Quindi c'è una componente istituzionale di questo scandalo
messa a punto attraverso un uso degli strumenti legislativi. In questo momento
noi ci rendiamo conto dunque che c'era bisogno di tenere al riparo questo
insieme di comportamenti illegali dall'occhio del pubblico e dall'occhio degli
stessi magistrati. Quindi la legge sulle intercettazioni oggi acquista tutta la
sua portata, non solo di legge ad personam, ma di
misura fatta per difendere un sistema di governo che proprio in questi giorni
sta mostrando tutti i suoi vizi e tutte le sue caratteristiche. Tutta questa
vicenda conferma la necessità non solo di opporsi ma di denunciare le
caratteristiche proprie di questa legge sulle intercettazioni che è un pezzo
essenziale di questa abnorme costruzione istituzionale di salvaguardia, abuso e
privilegio. Prima si sono varate tutta una serie di norme per rendere opaco e
non controllabile lo svolgimento di una serie di affari, e poi si cerca di
approvare norme ulteriori per impedire che si possa svelare questa opacità e
mettere in evidenza le caratteristiche del mostruoso connubio che stiamo
vivendo.
Pag 26 I forzati dei
farmaci e il business delle cavie umane di Michele Bocci
Ogni anno 1500 volontari sani rispondono al richiamo
delle case di produzione in Svizzera, Francia, Austria. Chiusi per quattro
giorni, si sottopongono ai test delle medicine. Prendono fino a 1200 euro in
contanti, esentasse. "E' come una vacanza, ti fanno gli esami gratis, con
i soldi mi sono comprato la tavola da surf"
Il corpo come un laboratorio, una pagina bianca su
cui scrivere il nome delle medicine di domani. La pasticca buttata già con
l'acqua e poi i prelievi, le provette, i saltelli dell'elettrocardiogramma. Le
chiamano cavie umane, sono persone che non hanno paura di prendere per primi un
farmaco sconosciuto, che accettano di restare chiuse in una clinica tre giorni,
aspettando di capire se il loro organismo reagirà e come. Italiani che vanno
all'estero, soprattutto in Svizzera: studenti di medicina di Milano e Varese,
giovani disoccupati con troppo tempo libero, intere famiglie in difficoltà
economica, persone dirette dai parenti in Germania che si fermano qualche
giorno in clinica nel Ticino. "Perché farlo? Per soldi". Chi c'è
passato non ha dubbi: non è la prospettiva del progresso della medicina a
motivare ma il denaro. Come spesso accade. La ricerca farmaceutica ha bisogno
di loro, dei volontari sani. In questo settore di studio l'Italia è molto
indietro: il quinto paese per consumo di farmaci al mondo, in Europa è tra gli
ultimi come numero di ricerche svolte sui medicinali. Finisce che non
contribuiamo a testare ciò che usiamo in grande quantità. Manca soprattutto la
cosiddetta Fase 1, che serve a capire se un medicinale fa male. Anche i
passaggi successivi degli studi in questo settore non sono molto diffusi da
noi. Esportiamo cavie. E allora per raccontare chi sono e a cosa servono questi
volontari sani bisogna partire proprio dalla Svizzera. Ogni anno circa 750
italiani attraversano il confine con il Canton
Ticino per fornire i corpi su cui sperimentare i farmaci delle multinazionali.
Il numero va almeno raddoppiato se si tiene conto di chi si reca in Francia e
in Austria, altri paesi che fanno molta Fase 1. Si arriva così a circa 1.500
forzati delle sperimentazioni che ogni anno espatriano. E negli altri paesi
quanti sono i volontari sani che si sottopongono alle sperimentazioni? Molti di
più, visto che gli studi sono assai più diffusi. Esiste anche un database
online (volterys.it) dove centri di ricerca europei e
cavie si possono incontrare. Al momento sono iscritte 41 mila persone,
soprattutto francesi. Si tratta per la maggior parte di ventenni. Negli Usa si
stima che ben 4 milioni di uomini e donne abbiano partecipato almeno ad una
sperimentazione, ma in questo dato sono compresi anche malati.
"I MIEI GIORNI DA CAVIA" - Nel Ticino c'è
un centro, di proprietà della Cross Research, che da
solo conduce anche 25 studi su volontari sani ogni anno. Un'altra clinica
privata nella stessa zona ne affronta 15. In una piccola regione d'Europa, da
300mila abitanti, si fanno almeno il quadruplo delle Fasi 1 su volontari sani
di tutta Italia, meno di 10. "Una quota tra il 75 e l'80% di chi si
presenta da noi proviene dal vostro paese", dice Giovan
Maria Zanone, capo dell'Ufficio del farmacista
cantonale e presidente del Comitato etico. Il compenso? Circa 250 euro al
giorno. Più o meno un terzo dei nostri connazionali sono "clienti
abituali" cioè ritornano con frequenza variabile. Andrea (il nome vero non
lo vuole dire) ha 30 anni e lavora come giardiniere. Vive nella provincia di
Varese ed è stato due volte in Ticino a fare la cavia. Glielo hanno consigliato
alcuni amici, giovani della sua zona, di Como, piemontesi che partecipano anche
a tre sperimentazioni in un anno, il numero massimo a cui ci si può sottoporre.
"Sono stato a maggio dell'anno scorso - racconta Andrea - Prima ero andato
quattro anni fa. L'ultima volta abbiamo sperimentato un sale. Quattro giorni e
quattro notti. Mi hanno dato circa 1.200 euro". Pagamento? In contanti.
"Sì, i soldi te li consegnano subito. La prima volta ho preso i 550 euro
per due giorni e mi sono comprato la tavola da surf". Il protocollo da
seguire durante il ricovero è ben definito. "Devi bere almeno 2 litri d'acqua
al giorno, non si può fumare né bere il caffè. Ci facevano prelievi a
intervalli regolari, prendevano la pressione e il battito cardiaco". Il
centro svizzero è pulitissimo. "È tenuto molto bene, non è grande, il
personale è professionale e simpatico. Ti fanno sentire a tuo agio. Non si può
mai uscire dalla struttura, una volta lo permettevano ma ci sono stati problemi
con persone che prendevano i farmaci e andavano a dormire a casa. Ci sono
stanze da due, tre, cinque e sette letti". La prima volta Andrea ha
provato un gastroprotettore. "Tra l'altro ti
fanno tutti gli esami gratis. Io comunque non ho avuto problemi di salute con i
farmaci sperimentati. La seconda volta sono andato perché ero inserito nel loro
database e sono stato chiamato. L'ho preso come un periodo di vacanza dal
lavoro, quattro giorni di relax in clinica: si dorme, perché ti mandano a letto
presto, si fanno giochi di società. Io ho sempre incontrato solo italiani. Ci
sono soprattutto persone fino ai 40 anni. Una volta c'erano due sorelle
sessantenni simpaticissime. E poi si instaurano bei rapporti anche con chi
lavora lì. Ti aiutano, quando ti prelevano il sangue non ti fanno male".
Ma a fare questa vita, anche per pochi giorni, ci si sente davvero come una
cavia? "Certo, la prima cosa che dici è: vado a far la cavia in Svizzera.
Quando sei lì poi ti rendi conto che lo hai voluto tu. Perché ti stanno dando
dei soldi". Va bene, ma anche l'idea di dare un contributo per la nascita
di un farmaco che può aiutare dei malati dovrebbe essere di stimolo. "Uno
ci va per i soldi. Almeno secondo me. Non credo proprio che ci siano persone
che dicono: aiuto a sperimentare, se non mi pagano non fa niente". Andrea
rifarebbe il volontario, come i suoi amici. "Sì, sì. Se mi chiamano e
posso liberarmi ci torno".
I TEMPI PER PRODURRE UN FARMACO - Senza quelli come
Andrea, sui nostri comodini non ci sarebbero le pasticche per l'emicrania o il
mal di stomaco. Ma perché un farmaco arrivi in casa nostra il viaggio dura
molto di più di quei pochi giorni trascorsi dalle cavie nelle cliniche
svizzere, inglesi, tedesche. Si parte dall'invenzione del principio attivo in
laboratorio, poi viene avviata la sperimentazione sugli animali. Se tutto fila
liscio si passa all'uomo. Arrivati a questo punto le aziende farmaceutiche non
possono ancora cantare vittoria e iniziare a pensare agli enormi incassi che
faranno: solo una molecola su sei arriverà in fondo alla sperimentazione. Le
altre cinque saranno scartate perché identiche a prodotti già in commercio o
inefficaci. La Fase 1 riguarda poche persone, tra venti e quaranta e
difficilmente costa più di un milione di euro alle industrie farmaceutiche. È
molto delicata, chiarisce subito se quel farmaco fa male. Si fa su persone sane
o su malati, prevalentemente oncologici. I primi percepiscono un compenso come
rimborso spese, i secondi no, ma è facile comprendere cosa li spinga a prestare
il loro corpo alla ricerca. In molti casi si fanno studi di bioequivalenza,
cioè su vecchi principi attivi che devono passare una nuova verifica per finire
sul mercato come generici. Dalla Fase 2 si iniziano ad arruolare più persone, e
ci vogliono i malati perché si inizia a valutare se la medicina funziona.
Quando si arriva in fondo alla Fase 4 e si presenta il dossier con la richiesta
per l'autorizzazione all'Emea, l'agenzia europea per
i medicinali, possono essere passati anche 10 anni dal momento in cui
ricercatori hanno individuato la molecola. Quanto costa mettere un nuovo
farmaco sul mercato? Oltre 1 miliardo di euro. Parte di quei soldi vanno ai
centri di ricerca, in Italia sono pochi ma solo pubblici. All'estero sono
prevalentemente privati.
VOLONTARI MA PAGATI, ECCO I RISCHI - Il loro ruolo è
il più delicato di tutto il percorso di produzione delle medicine. Il tema dei
volontari sani è spinoso, a partire dalla questione del compenso. Lo chiamano
rimborso spese quasi ovunque, nessun paese occidentale vuole che sembri una
retribuzione eppure in Svizzera, ad esempio, quei soldi vengono tassati, al
10%. Nei paesi anglosassoni i cosiddetti volontari si possono reclutare anche
con annunci sui giornali, cosa da noi impensabile. Lavoro o contributo alla
scienza che sia, non è a rischio zero. Proprio in Inghilterra nel 2006 c'è
stato un episodio inquietante: quattro persone sane che si erano sottoposte
alla sperimentazione di un anticorpo monoclonale sono finite all'ospedale in
gravi condizioni. Gli incidenti avvengono. Talvolta sono gravi, spesso
provocano solo pochi danni ai volontari. Si capisce perché le industrie non ci
tengano troppo a pubblicizzarli. Dopo aver investito molti milioni di euro e
aver lavorato anni per mettere una nuova molecola sul mercato, dover bloccare
tutto e perdere l'investimento alle multinazionali non piace. Per questo
servono forti agenzie di controllo statali, per questo le nuove frontiere della
sperimentazione come Cina, India, paesi dell'Europa dell'Est mettono paura.
Talvolta i loro centri di ricerca non danno certezze sui protocolli adottati. "Da
noi in una decina d'anni di sperimentazioni di Fase 1 ci sono stati 16 o 17
eventi avversi - dice il capo della farmaceutica svizzera Zanone
- Solo un caso è stato grave, una ragazza a cui sono venuti calcoli biliari. È
stata operata a spese della clinica dove aveva fatto il test". Marco Scatigna, direttore medico e scientifico di Sanofi Aventis Italia spiega che
ormai le sperimentazioni sono sicure. "I protocolli sono stringenti, i
problemi sempre più rari. E anche i controlli per evitare che le persone
partecipino a più studi trasformando il volontariato in lavoro sono più
attenti". In rete ci sono blogger statunitensi che raccontano della loro
vita in giro per gli Usa, a sperimentare farmaci. "È una cosa del passato
- dice sempre Scatigna - Non può più succedere perché
gli archivi dei centri di ricerca sono in rete e devono passare un certo numero
di mesi tra due studi a cui si partecipa". Si chiama periodo di "wash
out" e in Svizzera è di 3 mesi, in altri paesi europei di 4 e in Italia di
6.
L'ITALIA INDIETRO NELLA RICERCA - Come altri settori
della ricerca, anche quello farmaceutico è rimasto fermo a lungo nel nostro
paese, forse in maniera irreparabile. Secondo il registro dell'Agenzia italiana
del farmaco (Aifa), l'unica autorità nazionale
europea che pubblica i dati ogni anno, nel 2008 si sono fatti 46 studi di Fase
1, prevalentemente su malati oncologici. Meno di 10 hanno riguardato volontari
sani. Se si tiene conto anche delle Fasi 2, 3 e 4, che coinvolgono molte più
persone, di solito affette dalla patologia che si vuol curare, il numero sale a
850. Sempre molto basso. Paesi come l'Inghilterra e la Germania, o comunque
nordeuropei, superano abbondantemente i 200 studi di Fase 1 sui volontari ogni
anno. La piccola Svizzera ne fa circa 150. I centri che da noi conducono il
primo passo della sperimentazione sull'uomo sono pochi: Verona, Chieti,
Cagliari, Pisa, Catania e presto anche Sacco e San Raffaele di Milano. Quello
più importante per quanto riguarda i volontari sani sta all'ospedale di Verona
ed è diretto da Stefano Milleri. Perché nel nostro
paese la ricerca farmaceutica è rimasta così indietro? "Scontiamo il fatto
che l'Università italiana ha sempre puntato sulla ricerca di base preclinica - dice il ricercatore - Abbiamo meno strumenti.
Basta considerare che un centro come il nostro, tra i più grandi in Italia, ha
14 letti, contro i 24 del più piccolo inglese o tedesco, dove normalmente i
posti sono 60. Dobbiamo muoverci se non vogliamo perdere l'ultimo treno. Sono
già partiti a fare Fase 1 paesi come India o Cina, la cui sicurezza dei
protocolli lascia molti dubbi". Secondo qualcuno potrebbero esserci anche
questioni di bioetica dietro il rallentamento di questo tipo di ricerca, che
riguarda persone sane. "Forse ci sono anche quelle, ma secondo me ha
pesato molto l'impostazione della nostra Università. Comunque da noi i controlli
sono rigorosi. A Verona facciamo a tutti i volontari test della personalità per
capire cosa li spinge a prestarsi alla sperimentazione. Non vogliamo persone
motivate dai soldi. Quanto denaro gli diamo? Viene deciso insieme al comitato
etico. Di solito circa 200 euro al giorno come mancato guadagno, partendo dal
presupposto che chi viene in clinica non può fare nient'altro".
LA STAMPA
Il giudice va a cena da solo di Carlo Federico Grosso
Ricordo che mio padre mi diceva che ai suoi tempi
era regola indiscussa che il magistrato non dovesse essere «commensale
abituale» di coloro nei confronti dei quali amministrava la giustizia. Non
doveva, cioè, coltivare relazioni sociali, avere rapporti di interesse, anche
soltanto ostentare amicizie nella città dove aveva l’ufficio. Lo imponeva una
regola elementare di prudenza. Poiché egli doveva non soltanto essere, ma ancor
prima apparire imparziale, la sua immagine sarebbe stata inevitabilmente intaccata
se egli fosse stato visto sedere abitualmente al tavolo degli stessi
commensali, frequentare circoli, salotti, cene o cenacoli. Altra regola sentita
era che il magistrato doveva esprimersi esclusivamente con gli atti processuali
e le sentenze: non doveva esibirsi, rilasciare interviste, parlare dei suoi
processi fuori dalle sedi processuali, cercare a tutti i costi la vetrina. La
sua attività doveva essere improntata a grandissima riservatezza. Ogni eccesso
avrebbe infatti potuto intorbidire un’immagine che doveva apparire, invece,
manifestazione di equilibrato esercizio delle funzioni. Ulteriore regola di
prudenza era che mai il magistrato avrebbe dovuto utilizzare la notorietà
comunque acquisita con i suoi processi per tentare la strada di carriere parallele:
nella politica, nei ministeri, negli uffici studi dei partiti od in qualunque
altro luogo che gli consentisse di avere rapporti ravvicinati con il potere
politico. La stessa possibilità d’intraprendere una carriera parallela avrebbe
potuto costituire, infatti, motivo di esercizio turbato della sua attività
giudiziaria, improntata al perseguimento d’inconfessabili ragioni d’interesse
personale piuttosto che al perseguimento dell’interesse di giustizia. Può darsi
che quest’idea di magistrato avulso da ogni profilo di promozione sociale,
estraneo ad ogni gioco di potere o d’interessi, lontano dalle ribalte, di
magistrato stretto in una carriera necessariamente separata da tutte le altre
carriere, fosse un’idea impraticabile, antica, fuori dal tempo. Osservare, e
fare rigorosamente osservare, sempre, quantomeno alcune regole di rigore e di
prudenza nelle frequentazioni degli appartenenti all’ordine giudiziario, nelle
loro esternazioni, nei loro coinvolgimenti politici, nelle loro manifestazioni
pubbliche e private, sarebbe tuttavia stato, probabilmente, utile e sacrosanto.
Lo dimostrano le sconcertanti vicende che la cronaca giudiziaria di questi
giorni ha portato sulle prime pagine dei giornali e che stanno coinvolgendo
taluni magistrati di rilievo. Esse, si badi, non costituiscono d’altronde un
caso isolato. Si inseriscono in una sequenza di episodi che, sia pure
interessando settori circoscritti della magistratura, hanno ripetutamente
connotato le dinamiche del mondo giudiziario. È significativo, ad esempio, che
alcuni dei magistrati che sono oggi al centro dell’attenzione mediatica perché
coinvolti nell’ultimo scandalo, siano già stati, anni fa, oggetto d’inchiesta
da parte del Csm e scagionati, non so se a ragione o a causa del gioco perverso
delle trasversalità correntizie. Segno, comunque, che il sistema di controllo
interno della magistratura non ha funzionato. Che dire, d’altronde, della
circostanza che fra i soggetti dei quali oggi si mormora vi siano addirittura
Primi Presidenti, componenti del Csm, ex Presidenti della Corte Costituzionale?
A poco conta che, come sembra, essi non abbiano accolto le richieste
d’interferenza che sono state loro rivolte; è già sufficiente, a preoccupare,
che tali soggetti abbiano potuto essere anche soltanto avvicinati. Ciò che è
stato, comunque, è stato. Sarebbe importante, ora, che le vicende emerse, e che
rivelano l’esistenza di una questione morale interna alla magistratura oltre
che al Paese nel suo insieme, forniscano l’occasione per il rinnovamento
quantomeno di alcune regole. Mi limito ad accennare ad alcuni temi sui quali
occorrerebbe cominciare a ragionare. Primo. Attenzione al problema dei rapporti
fra appartenenti all’ordine giudiziario e società. Non basta, si badi, vietare
ai magistrati la frequentazione di ambienti quali quello degli affari, dei
partiti, dei cenacoli e delle società segrete. Bisognerebbe, forse, decidere
finalmente che il magistrato faccia, e soltanto, il magistrato, e non possa più
essere distaccato in un ministero, in un ufficio politico, in un ufficio studi.
Secondo. Massimo rigore nel vietare le esternazioni improprie, le apparizioni
televisive e le interviste sui processi in corso, comunque l’autopromozione
mediatica. Terzo. Divieto che un magistrato possa transitare senza scosse dalla
magistratura all’attività politica. Se vuole farlo, si dimetta dalla
magistratura ed affronti la nuova carriera libero da ogni condizionamento
pregresso e futuro. Quarto. Una riforma dei criteri di selezione dei componenti
togati del Csm, per evitare finalmente che le trasversalità correntizie
incidano sulla selezione dei dirigenti degli uffici, sulle decisioni
disciplinari, su quant’altro potrebbe essere deviato dall’esistenza di rapporti
impropri. È difficile dire chi potrà, oggi, impostare riforme di questo tipo
(le riforme di cui sta discutendo il mondo politico sono, al momento, di
tutt’altro segno). Potrebbe, forse, essere la stessa magistratura organizzata a
farsi carico, in un sussulto d’orgoglio, dei suoi problemi, nel tentativo di
un’autoriforma salvifica dei principi di rigore, d’indipendenza e di onestà ai
quali dovrebbe ispirarsi, sempre, l’attività dei magistrati.
La fine di una stagione di Luca Ricolfi
Come ampiamente previsto, ieri la manovra economica
ha ottenuto la fiducia in Senato e, salvo sorprese molto improbabili, entro fine
mese otterrà la fiducia anche alla Camera. È una buona manovra? Dipende dai
punti di vista. Sul piano macroeconomico era una manovra necessaria, e se una
critica si può avanzare è semmai che è stata troppo leggera: si poteva tagliare
di più la spesa pubblica corrente, e fare qualcosa di incisivo per la crescita,
ad esempio più investimenti in istruzione e meno tasse sui produttori. Se però
andiamo ai dettagli della manovra, e in particolare alla distribuzione dei
risparmi di spesa, il bilancio si fa decisamente negativo. Dico questo non dal
mio personale punto di vista, che è di nessuna rilevanza, bensì dal punto di
vista del governo stesso, o meglio della cultura politica di cui il
centro-destra ha provato in questi anni a farsi interprete. Secondo questa
visione, la missione centrale di questo governo era di introdurre nel Paese
massicce dosi di meritocrazia, di premialità, di
responsabilità, di equità, a partire dalla scuola, dall’università, dai bilanci
degli enti locali. Ebbene, rispetto a questo ideale, per cui non pochi ministri
si sono coraggiosamente battuti in questi anni, le manovre degli ultimi anni
rappresentano un mortificante salto all’indietro. Nelle università i tagli sono
stati sostanzialmente lineari, senza alcun riguardo alle enormi differenze di
efficienza fra i diversi atenei e le diverse facoltà. Nella scuola, la promessa
di destinare il 30% delle risorse risparmiate con i tagli della prima manovra
(estate 2008) ad un premio per gli insegnanti più meritevoli è stata sospesa
per salvare gli scatti stipendiali automatici del corpo insegnante. Quanto alle
Regioni, il governo si è ben guardato dallo specificare in che modo i tagli
dovranno risparmiare le Regioni più virtuose (l’art. 14 è un capolavoro di
vaghezza). Per non parlare dei ripiani più o meno parziali dei debiti degli
enti locali, che hanno visto via via graziati
Catania, Palermo, Roma. O della possibilità, concessa solo alle Regioni a
statuto speciale (notoriamente più sprecone delle altre), e in particolare alla
Sicilia, di prorogare i contratti a tempo determinato. E infine, dulcis in fundo:
la dilazione del pagamento delle multe per le quote latte, un favore a un
manipolo di allevatori del Nord che mortifica tutti i produttori onesti, che
hanno rispettato le quote. Si può obiettare, naturalmente, che la politica è
l’arte del possibile, e che per presentarsi in Europa con i conti in ordine e
salvare la pace sociale il governo ha dovuto fare qualche concessione alle
lobby e alle forze politico-sindacali che lo tengono sotto scacco. Può darsi,
ma il punto è che così facendo il governo ha purtroppo contribuito con le
proprie stesse mani a segnare la fine di una stagione, anzi di quella che
doveva essere la «sua» stagione. I segnali iniqui e antimeritocratici contenuti
nelle tre grandi manovre che si sono succedute in questi primi due anni e mezzo
sono così intensi che ben difficilmente il governo potrà, su questo terreno,
riguadagnare la credibilità perduta. Se è bastato il fronte delle Regioni a
impedire tagli selettivi, sarà ben difficile che quel che non è stato possibile
oggi - premiare i territori virtuosi - divenga possibile domani in conferenza
Stato-Regioni, o con i decreti attuativi del federalismo. Se la decisione già
presa di premiare gli insegnanti migliori ha dovuto essere sospesa per salvare
gli automatismi di carriera, non si vede quando mai sarà possibile introdurre
un po’ di meritocrazia nella scuola. E se poche decine di allevatori
sponsorizzati dalla Lega sono stati sufficienti a introdurre una norma iniqua
come quella sulle quote latte, non si vede come sarà possibile agire domani,
quando si dovranno colpire interessi ben più estesi e organizzati. Ma forse la
verità che sta dietro tutte queste vicende è che - nonostante i benefici di
un’opposizione imbarazzante nella sua pochezza - il governo è debole, molto più
debole che qualche mese fa. Così debole che basta la fronda dei finiani a costringerlo a una raffica di dimissioni
(Scajola, Brancher, Cosentino), che ancora poche settimane fa venivano
sdegnosamente escluse. Così debole che ogni alzata d’ingegno della Lega, dalla
difesa delle Province alla tutela corporativa degli allevatori, è in grado di
condizionare la politica economica. Così debole che non riesce a introdurre
tagli veramente selettivi nelle università, nelle Regioni, negli enti locali.
Così debole da prendere in seria considerazione sia l’ipotesi di allargare la
maggioranza all’Udc, sia l’ipotesi di riportare il Paese al voto nonostante una
maggioranza parlamentare senza precedenti. Chi è abituato a ragionare in
termini ideologici o di schieramento potrà rallegrarsi che il governo
Berlusconi sia entrato in una fase di stallo, se non di crisi aperta. Chi sogna
il «grande centro» o governi di «responsabilità nazionale» potrà pensare che
l’ora delle terze forze è finalmente arrivata. Io sono molto più scettico e
penso invece che la triste parabola del governo Berlusconi confermi solo che il
rebus italiano non ha soluzioni, come la quadratura del cerchio. Il
centrodestra non ha la forza per fare le riforme che mille volte ha promesso al
Paese, prime fra tutte la riduzione delle tasse, il federalismo, la riforma
meritocratica della Pubblica amministrazione. Un governo più largo, di
responsabilità nazionale, avrebbe forse la forza di parlare al Paese ma sarebbe
paralizzato dalle divisioni interne e dai veti incrociati. Quanto alla
sinistra, basta il ricordo del governo Prodi per toglierci ogni illusione. Così
quel che ci resta è solo una montagna di parole, e la stanchezza di constatare
che sono sempre le stesse.
IL GIORNALE
Meglio il salotto del solito palazzo di Marcello Veneziani
Signori,
armatevi di pugnale e di cuscino, siamo alla guerra del salotto. Ieri la
stampa, i gossip e perfino il Transatlantico erano sommersi dalla guerra del
salotto e dalle sue trame: i direttori dei più grossi giornali, il premier e i
suoi ministri, compreso il povero Tremonti ridotto al panino dall'esclusione
del salotto di Vespa; il sullodato Polpo Bruno che ordisce cene e salotti; e
per contorno la censura degli esclusi, l'omertà degli inclusi, il vituperio
degli assenti, il rutto padano di Bossi contro salottieri e salottifici.
Il teatrino è al completo. Il salotto è visto come il luogo eletto dove i
poteri forti si fanno gentili e dove si misura il grado di importanza dei
potenti. Una specie di élitometro che svolge funzioni
analoghe all'etilometro: misura il tasso di potere delle élite. La geografia
dei salotti ormai è nota e ve la risparmio. Di qui i salotti del potere, di là
i salotti radical chic; di qui i pranzi curiali da
Santa Madre Vespa, di qua le terrazze rosse degli snob dove svolazzano le toghe
nere. Se vuoi far vergognare un potente o un pezzente, citagli il salotto: il
primo si vergognerà di esserci stato, il secondo di non esserci andato.
Entrambi tenteranno di negare la presenza o l'esclusione. Il salotto logora chi
non ce l'ha. Sono curiose e becere le new entry:
quando arrivarono i comunisti in salotto, la padrona temeva che sporcassero
casa, o i fascisti, e la padrona temeva che pisciassero sul bordo del wc.
Interi inserti dei quotidiani spiegavano ieri la storia e la fenomenologia dei
salotti e dei salottieri. Scienziati del Divano, dietrologi della poltrona,
discettavano con pignolo moralismo di questa perdizione oscena che sarebbero i
salotti, dove il potere ordisce le sue trame tra un risotto e un dessert. Se
posso dire la mia impressione, nutrita di qualche vaga e marginale esperienza
diretta, direi l'opposto: il salotto è il luogo dell'inconcludenza. Nei salotti
non nascono le trame ma abortiscono, i disegni politici finiscono nel punto
giorno dei pizzi, si perdono nel ricamo del nulla o finiscono come la polvere e
le briciole, sotto i tappeti. Nel salotto si coalizzano le antipatie ma si
stemperano gli odi, si tramutano le ostilità in pettegolezzi, si esprimono
giudizi sommari a ragione mai veduta; si recensiscono opere e biografie senza
conoscerle, basta un solo indizio, una battuta, un calzino, una cattiva
compagnia. I giudizi ingrossano lungo la conversazione, uno dice mezza cosa, e
tutti ci mettono il carico, fino a che diventa una sentenza scolpita in marmo.
Alla fine, nei salotti, non trionfano i potenti ma le signore, a volte i
camerieri. La guerra fredda e le alleanze riguardano piuttosto le consorti. I
potenti, come bambinoni, palleggiano, ma raramente tirano. Gigioneggiano o si
eclissano, perché se parli poco mostri di contare molto e di sapere tutto. Ma
alla fine un piatto di tagliolini o un buco nello stomaco per penuria di
portate, si ricordano più del complottone salottiero.
Il rango di un salotto, e il suo passaggio alla storia, alla fine è deciso dal
menu. Non c'è nulla di male che i poteri forti a volte mangino insieme una sera
a cena; non c'è nulla di male che si scambino una battuta sul fatto del giorno
o dicano una galanteria alla moglie dell'anfitrione. Non c'è nulla di
scandaloso se a volte due potenti accennano in salotto a un tema vero, a
un'alleanza o a un'inimicizia. Democrazia parlamentare non vuol dire che la
politica si debba fare sempre e solo nel grigiore delle sedi istituzionali,
alla buvette di Montecitorio, negli ottusi stanzoni di Palazzo Chigi; o che so,
nelle aule e aulette predisposte, magari con
resoconto stenografico. La politica si può fare al bar, a casa, allo stadio, o
a studio, come dicono a Roma, persino in aereo o all'Ikea. Taluni dicono che la
politica riesca particolarmente bene al cesso. Non ci scandalizza che si
stabilisca un patto davanti una crostata e perfino davanti a un paio di
trionfali tettone. Trovo insopportabili le ironie moralistico-alimentari, tipiche di una società di morti di
fame e di sfigati, sulla politica attovagliata che
prende le sue decisioni nel magna-magna di un
banchetto. Ebbè, che c'è di male? Non mangiate forse
pure voi, tristi giacobini dell'anoressia giustizialista? Non preferite anche
voi parlare e sparlare davanti a un bicchiere di vino e a una scollatura,
anziché nello squallore asettico e astemio di un Palazzo? Che male c'è se si
vedono a cena Casini e Berlusconi, più Draghi Geronzi
e il cardinale Bertone? La vicinanza a tavola
costituisce già reato e anticamera di golpe? La divisione dei poteri sancita da
Montesquieu non vuol dire mica tavoli separati a
ristorante... C'è chi vive all'ombra dei salotti per deplorarli e chi sogna
irruzioni partigiane per processare gli avidi potenti. E c'è chi chiede
elezioni anticipate per sostituire degnamente il salotto della Angiolillo, scomparso con la sua Dignitaria e affidato ad
interim al Vicario Vespa che organizza cene, consultazioni di governo e
fornisce ai commensali pietanze, attestati e loculi nei suoi prossimi libri.
Conosco salotti amabili e civettuoli, altri noiosi e paludati, in alcuni si può
vivere una sontuosa estraneità, perché ci sono punti di fuga; in altri si è
costretti a star dentro il cerchio magico, il circolo vizioso della
Chiacchiera. A volte nei salotti si patisce la fame, a volte la fama. C'è chi
sogna di stare al centro della serata, c'è chi gioca di sponda o si offre come
spalla, ninnolo e poggiatesta. C'è chi, più perverso, è presente ma straniero,
o si sente una microspia e un voyeur; c'è chi accetta di buon grado il ruolo di
ornamento, decorazione e fregio. L'importante è partecipare, per il piacere
postumo di dirlo o di tacerlo. Di solito racconta il banchetto chi era
marginale e un po' abusivo; mentre tace chi era centrale e decisivo. I
corteggiati tacciono, i cortigiani cicalano. In breve, due palle. È stupido
promuovere crociate contro i salotti o brigare per entrarci. Più sano è
considerarli quel che sono: serate di routine e di cortese alienazione, in cui
si è persa una magnifica occasione per stare con la persona che più si ama, se
stessi.
Il Pdl, Bossi e lo
spadone del Cavaliere di Alessandro Sallusti
Il
governo incassa una scontata fiducia al Senato sulla manovra finanziaria, cosa
che non spegne le tensioni con regioni e comuni per i tagli ma chiude, almeno
per il momento, uno dei fronti caldi all'interno della maggioranza. La quale
ieri registra un altro punto a favore. Chi pensava infatti che inchieste
giudiziarie e liti interne potessero incrinare l'asse tra il Pdl e la Lega si è dovuto ricredere. Bossi si è infatti
schierato senza se e senza ma al fianco del Cavaliere e lo ha addirittura
invitato ad attaccare «perché ha ancora una spada affilata e presto la
utilizzerà». La metafora coincide con le voci che filtrano dal quartier
generale del premier, secondo le quali Berlusconi non avrebbe ancora
abbandonato l'idea di azzerare tutto con uno dei suoi colpi di teatro che si
inventa quando si sente messo all'angolo. Anche perché non si escludono nuove
sorprese sull'asse magistratura-politica. Il tam tam dai palazzi di giustizia parla infatti di procure,
Milano, Roma e Napoli, sul punto di annunciare una nuova ondata di clamorosi
avvisi di garanzia per mantenere forte la pressione sul centrodestra. E, a
proposito di giustizia, c'è da segnalare che il Csm ha messo sotto inchiesta i
magistrati coinvolti nelle cene e, anche indirettamente, nelle telefonate del
cosiddetto caso P3. Ovviamente si tratta di toghe non di sinistra, e quindi
senza coperture nella corporazione più rossa d'Italia. Secondo il Csm, per un
giudice è reato avere rapporti con i politici ma solo se quest'ultimi non sono
di sinistra. Altrimenti non si capirebbe perché non sono stati cacciati tutti
quei pm che sono passati dai tribunali alle liste elettorali di Pd e Italia dei
valori. Anche loro, evidentemente, qualche telefonatina
inopportuna l'avranno pur fatta e ricevuta prima di saltare il fosso e
certificare la loro non indipendenza ideologica e politica. In mezzo a tutto
questo, Italo Bocchino ci ha querelato per la terza volta i dieci giorni. È il
suo modo di dimostrare di essere coerente. Per lui e per Fini, la libertà di
stampa e la sacralità dell'informazione valgono solo per opporsi alla legge
sulle intercettazioni voluta da Berlusconi. Pazienza.
AVVENIRE
Pag 3 Dottori dietro le sbarre: così si
studia in carcere di
Ilaria Sesana
Nel 2008 19 laureati, 300 sostengono gli esami. Quel desiderio di
riscatto che fa conquistare voti alti
Tornano sui libri per conquistarsi un momento di
libertà e per costruirsi un futuro migliore. Alcuni studiano per passione e
curiosità, altri per ricostruire la fiducia in sé stessi. «In galera, avere
degli obiettivi da raggiungere dà un senso alle proprie giornate», spiega Paola
Marchetti, detenuta nel carcere "Due
palazzi" di Padova che si è iscritta all’università. Tornare sui libri,
per lei, rappresenta un’occasione per vivere un’altra vita e per tenere
allenato il cervello «che spesso in carcere si atrofizza, stimolato com’è dal
nulla più assoluto». Ma la vita dello studente universitario, dietro le sbarre,
è tutt’altro che semplice. Tra codici e vocabolari, manuali e dispense molti
sono costretti a studiare di notte, quando il carcere rallenta i suoi ritmi e
la confusione si attenua. «Provate a concentrarvi in una stanza dove ci sono
10-11 donne che parlano, con il televisore sempre acceso e a volume alto»,
aggiunge Paola. Le celle stracolme e cariche di tensioni sono il luogo meno
adatto per preparare un esame. Eppure, scommettere sulla cultura e su una
formazione di tipo universitario può essere una chiave importante per favorire
il recupero e il reinserimento dei detenuti. Malgrado le difficoltà, sono in
tanti a scommettere sul valore dello studio: nel 2008 (ultimi dati disponibili)
erano 304 i detenuti che sostenevano regolarmente gli esami mentre 19 avevano
ottenuto il titolo di dottore. Le facoltà più gettonate? «Scienze politiche,
giurisprudenza. E in generale tutti i corsi di laurea che non prevedono frequenza
obbligatoria o laboratori», elenca Massimo Pavarini,
docente di diritto penitenziario all’università di Bologna. Complessivamente
erano 82 gli iscritti alle facoltà di ambito giuridico e 58 agli insegnamenti
di ambito politico-sociale, 80 gli iscritti alla facoltà di ambito letterario. «Le
università offrono le risorse didattiche agli studenti che non possono
frequentare – spiega ancora Pavarini –. Già da molti
anni si costituiscono le commissioni che entrano in carcere per gli esami o le
sessioni di laurea». In alcune carceri sono state realizzate apposite sezioni
per garantire a un certo numero di detenuti la possibilità di studiare: i Poli
universitari penitenziari, che vengono istituiti a seguito di una convenzione
tra l’università, il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria e
l’istituto di pena. Sedici i Poli universitari penitenziari oggi esistenti,
animati da volontari, tutor e docenti universitari; nati nel corso degli ultimi
dodici anni per sostenere i detenuti che vogliono completare, o iniziare da
zero, il loro percorso universitario. A fare da apripista, nel 1998, la casa
circondariale "Le Vallette" di Torino. Dove, grazie a un protocollo
d’intesa tra l’università di Firenze, la Regione Toscana e il Dipartimento per
l’amministrazione penitenziaria, venne istituito il primo polo didattico
d’Italia. Nel 2000 vennero attivati poli universitari in Emilia-Romagna, a
Bologna e in Toscana. Nel 2003 è la volta del Lazio, con la convenzione tra
l’università Tuscia di Viterbo, e di Catania (qui i
detenuti possono usufruire di un polo con particolare attenzione alla
teledidattica). Il 2004 vede fiorire ben cinque poli didattici a Padova,
Sassari, Alghero, Catanzaro e Lecce mentre, dal 2006, hanno la possibilità di
studiare giurisprudenza ed economia venti detenuti del carcere di Brescia. Di
più recente formazione, i poli nel carcere di Sulmona e Rebibbia. I detenuti
più fortunati, quelli che scontano la pena all’interno delle sezioni del Polo
universitario, hanno a disposizione spazi adeguati in cui possono concentrarsi
sullo studio e assistere alle lezioni tenute da docenti universitari o tutor.
«Qui l’ambiente è diverso – spiega Pietro Vanni, laureando in Economia nel
"Due Palazzi" di Padova – prendiamo forza dall’avere un obiettivo
comune. Abbiamo stanze per lo studio, ma soprattutto la sera posso dedicarmi ai
libri senza essere disturbato». Nel Polo del penitenziario padovano, infatti,
ci sono spazi più ampi, più silenzio e maggiore libertà di movimento: le celle,
infatti, vengono tenute aperte nelle ore diurne. Condizioni ben diverse da
quelle in cui devono studiare la maggior parte degli aspiranti dottori che si
trovano nelle sezioni comuni. «Ci sono ragazzi che si alzano un’ora prima degli
altri per studiare nel bagnetto della cella – spiega Rosanna Tosi, volontaria
nel Polo universitario del carcere di Padova –. Altri che rinunciano all’ora
d’aria per avere qualche momento di tranquillità». «Sulla carta, il diritto
allo studio è garantito – dice Pavarini – ma con il
sovraffollamento è tutto molto più difficile. Le emergenze, oggi sono altre». E
poi c’è un problema di spazi: negli anni ’70 e ’80 le carceri sono state
costruite sotto l’emergenza del terrorismo e della criminalità organizzata. «La
dimensione della sicurezza ha prevalso su tutto, ci sono pochissimi spazi per
socializzare – conclude Pavarini –. Per organizzare
l’offerta didattica servirebbero spazi che oggi mancano».
«Proprio una settimana fa un detenuto si è laureato
in storia dell’arte. Con 95. Ma in questi dieci anni abbiamo visto 13 ragazzi
diventare 'dottore', alcuni con voti molto alti». Carla Cappelli, presidente
dell’Associazione volontariato penitenziario di Firenze, è stata tra le
creatrici del Polo universitario del carcere di Prato cui oggi fanno
riferimento 65 studenti di tutta la Toscana. «Uno dei nostri studenti –
aggiunge – è riuscito a laurearsi in scienze infermieristiche. Ora è libero, ha
un lavoro e ha completato con successo il suo percorso di reinserimento».
Storie di speranza e riscatto, che portano un raggio di luce nel mondo del
carcere. La maggior parte dei detenuti toscani impegnati sui libri si trova
all’interno delle sezioni dedicate nel carcere di Prato (una quarantina), gli
altri sono sparsi tra le carceri di Porto Azzurro, Pisa e Sollicciano.
«Il polo, comunque, rappresenta un po’ un’élite – spiega Carla Cappelli –. Qui
i detenuti stanno in cella singola, e hanno più possibilità di muoversi: i
blindi restano aperti durante il giorno». I poli non potrebbero funzionare
senza l’impegno di centinaia di volontari. «Vanno ai piani, portano i libri ai
detenuti e li aiutano nello studio. Prendono contatto con i docenti per
concordare gli esami e i piani di studio», spiega Giorgio Ronconi, docente
presso la facoltà di lettere dell’università di Padova e volontario al 'Due
Palazzi' dal 1975. Oggi svolge il ruolo di coordinatore del polo universitario
padovano che ospita una trentina di detenuti. «Ma solo una decina più stare
nella sezione dedicata agli studenti – spiega –. Gli altri si trovano nelle
sezioni comuni». Rosanna Tosi, docente di diritto costituzionale in pensione,
dal 2004 ha messo la sua esperienza a servizio dei laureandi del Due Palazzi:
«Tra le altre cose aiuto gli studenti a preparare il curriculum – spiega –
faccio lezione in classe oppure, se ce n’è bisogno, vado nelle celle per dare
una mano ai detenuti che, per vari motivi, non possono accedere agli spazi del
polo». Giovani e meno giovani, italiani e stranieri.Quello
che accomuna questi studenti è la forte determinazione a raggiungere la laurea.
«Le motivazioni sono le più diverse – dice Rosanna Tosi –. Credo che per questi
ragazzi lo studio sia un’occasione per mettersi in gioco e fare qualcosa di
buono. Per ricostruire la fiducia in sé stessi». E i risultati, in molti casi,
sono eccellenti. «Malgrado le difficoltà, soprattutto per gli stranieri, in
genere i nostri studenti ottengono voti molto alti – aggiunge Ronconi –.
Tornare sui libri, per questi ragazzi, è motivo d’orgoglio una rivincita
personale per dimostrare quanto valgono. Sono molto motivati».
L’OSSERVATORE ROMANO
Pag 6 La prospettiva
autenticamente laica dei cattolici di Roberto Colombo
I
vent’anni del Comitato nazionale per la bioetica italiano
Vent'anni fa, il 13 luglio 1990, il Comitato
nazionale per la bioetica italiano (Cnb), istituito
con decreto dell'allora presidente del Consiglio dei ministri Giulio Andreotti,
iniziava la sua attività. Il comitato è organo di consulenza presso il Governo
italiano, il Parlamento e le altre istituzioni, e di informazione nei confronti
dell'opinione pubblica sui problemi etici, sociali e giuridici connessi agli
sviluppi della ricerca e della pratica clinica nell'ambito delle scienze della
vita e della salute. La sua costituzione era stata preceduta e sollecitata da
un dibattito parlamentare nell'estate del 1988 che orientava - come spiegò il
ministro della Sanità Carlo Donat Cattin
nella sua replica in aula - verso un comitato «con la presenza dei diversi
orientamenti ideali e scientifici, di altissimo livello, nonché con le competenze
scientifiche, etiche e umanistiche necessarie per dare valutazioni e indirizzi
rispetto a tutti i problemi che riguardano la dignità e la libertà della
persona umana» sia nei contesti della ricerca scientifica e biotecnologica che
in quelli della clinica medica e chirurgica. Da allora si sono succeduti nel Cnb sei mandati che hanno visto la partecipazione impegnata
e appassionata di eminenti figure di studiosi cattolici nei diversi settori che
concorrono alla formazione interdisciplinare della bioetica, tra i quali
monsignor Elio Sgreccia (fino al 2006), Adriano
Bompiani (primo presidente) e Francesco D'Agostino (due volte presidente). La
produzione di documenti da parte del Cnb (che nel
ventennio si è articolata in 87 pareri, 11 mozioni e 3 risposte a quesiti) ha
spaziato dalle questioni di inizio e di fine della vita umana - identità e
statuto dell'embrione umano, fecondazione medicalmente assistita, diagnosi
prenatale, gravidanza e parto, dichiarazione anticipata di trattamento,
definizione e accertamento della morte nell'uomo, donazione di organi - a
quelle dell'infanzia, dell'adolescenza e dello sport; dai problemi etici
relativi alla sperimentazione farmacologica a quelli che concernono i test
genetici, la terapia genica, l'impiego terapeutico delle cellule staminali e la
brevettabilità degli organismi viventi; alle questioni ambientali alle
biotecnologie, alla clonazione e all'impiego degli animali nelle attività di
ricerca biomedica, fino ad altri temi scientifici ed
etici che si ritrovano nella imponente opera di documentazione, di studio e di
dibattito compiuta dal comitato. È opinione di alcuni che la bioetica abbia due
soli possibili destini: quello di essere inutile, e perciò superflua, o quello
di essere invadente, scomoda. Inutile, quando le sue affermazioni sembrano non
aggiungere nulla a ciò che l'uomo contemporaneo già sa attraverso l'opinione
che si è costruita della realtà o l'immagine che di essa riceve attraverso gli
occhi delle scienze empiriche e umane, cui accorda un credito preferenziale
(talvolta esclusivo) nell'orizzonte della conoscenza. Invadente, quando ha la
pretesa di avventurarsi in giudizi sulle azioni dell'uomo, osando appellarsi
alle categorie del bene e del male e addentrandosi così, attraverso la ragione
pratica, in un territorio che si vorrebbe rigorosamente privato, sottratto a
ogni valutazione che abbia valenza pubblica, di natura educativa o normativa. Ciò
che è superfluo lo si può abbandonare senza troppi rimpianti per fare spazio ad
altro, e quanto risulta scomodo è opportuno scrollarselo di dosso alla prima
occasione per essere più liberi di muoversi a proprio piacimento. Così, in un
recente congresso di medicina può accadere di ascoltare, durante un dialogo
conviviale, che «non si guadagna nulla a leggere i libri di bioetica, perché
ripetono quello che è già scritto nella letteratura scientifica, dando
suggerimenti su quello che noi facciamo da anni senza che nessuno ce lo venga a
dire», cui fa eco la perentoria affermazione di un moderatore di sessione,
secondo il quale «di leggi e di tribunali ne abbiamo già a sufficienza, e la
bioetica vuole togliere quel piccolo spazio che è ancora rimasto alla libertà
del medico e del ricercatore di organizzare il proprio lavoro come meglio
crede». Chi decide di scorrere i testi prodotti dal Cnb
potrà smascherare la fragilità di questo duplice pregiudizio. Attraverso la
pazienza e la tenacia di coloro che hanno alimentato e ricucito un serrato
confronto tra posizioni e tesi spesso tanto lontane quanto reciprocamente
ignorate - un confronto nel quale la relazionalità interpersonale acquista un
rilievo singolare, che chi segue la tradizione filosofica di matrice socratica
è solito chiamare «dialogo» - emerge come la bioetica non è nata per narrare
l'ovvio, legittimare l'esistente o legare le mani a chicchessia, ma per
ricercare, attraverso la ragione in dialogo, le verità profonde che danno
dignità e bellezza alla vita fisica dell'uomo e che in una stagione di
sorprendente innovazione tecnologica corrono, più che in altre epoche, il
rischio di essere smarrite. Quanto sia arduo individuare queste ragioni e in
quanti diversi modi sia possibile esprimerle e argomentarle lo potrebbero
raccontare i protagonisti di questi venti anni di attività del Cnb, mentre le righe dei suoi documenti lasciano solo
trasparire la trama e l'ordito di un tessuto lavorato a più mani esperte e
abili, ma inevitabilmente diverse tra loro. Il lettore di Platone sa bene
quanti dialoghi restino irrimediabilmente aperti, senza che si affermi il
prevalere di un'opinione su di un'altra, e questo è quanto è accaduto nel Cnb, a servizio della ricerca della verità, non del potere
o della egemonia culturale, e nella consapevolezza della responsabilità di
ciascuno nei confronti delle tentazioni assolutistiche della scienza e della
tecnica. Come ha scritto Benedetto XVI, «campo primario e cruciale della lotta
culturale tra l'assolutismo della tecnicità e la responsabilità morale
dell'uomo è oggi quello della bioetica, in cui si gioca radicalmente la
possibilità stessa di uno sviluppo umano integrale. Si tratta di un ambito
delicatissimo e decisivo, in cui emerge con drammatica forza la questione
fondamentale: se l'uomo si sia prodotto da se stesso o se egli dipenda da Dio.
Le scoperte scientifiche in questo campo e le possibilità di intervento tecnico
sembrano talmente avanzate da imporre la scelta tra le due razionalità: quella
della ragione aperta alla trascendenza o quella della ragione chiusa
nell'immanenza» (Caritas in veritate, 74). Nella
prospettiva di una razionalità aperta all'Assoluto si è mosso e si muove il
contributo dei cattolici per una bioetica autenticamente laica.
IL GAZZETTINO
Pag 6 Dimissioni? No,
grazie
Politica e agricoltura
Non sappiamo cosa deciderà di fare Giancarlo Galan né cosa dirà oggi in Consiglio dei ministri. Il
responsabile dell'Agricoltura aveva minacciato le dimissioni nel caso fosse
passato l'emendamento, fortemente voluto da Bossi, che congela il pagamento
delle multe sulle quote latte. Ieri ciò che Galan
temeva è avvenuto: l'emendamento, inserito nella manovra, è stato approvato dal
Senato. Il ministro non si dà per vinto: annuncia che la battaglia non è finita
e che a dimettersi, per ora, non ci pensa. Comunque vada, Galan
commetterebbe un errore se decidesse di gettare la spugna. Per almeno tre
ragioni. Perché la sua è una battaglia di legalità: riesce difficile capire
perché un manipolo di allevatori che hanno violato la legge debba godere di
condizioni di favore negate a tutti gli altri che le multe le hanno pagate o si
sono mossi nel rispetto delle regole. Perché le ragioni per cui il Carroccio,
anche dopo l’intervento della Ue, si sia attestato su una difesa irriducibile
di questi allevatori continuano ad essere poche chiare e quindi inevitabilmente
deboli. Perché il silenzio dei più autorevoli esponenti della Lega del Veneto
(né Zaia, né Gobbo o Tosi si sono esposti, lasciando
la palla ai lombardi) fa capire che anche nel granitico mondo leghista, forse,
su questa vicenda non tutti la pensano allo stesso modo.
LA NUOVA
Pag 1 La manovra e il
federalismo
di Stefano Allievi
Le riforme
Il voto sulla manovra rilancia o azzoppa il
federalismo? Un obiettivo questo che, dato il taglio continuo di risorse
proprio agli enti che il federalismo dovrebbero attuare - Comuni e Regioni -
rischia in realtà di allontanarsi indefinitamente o di restare a secco di
contenuti reali, proprio come una bottiglia con troppi bevitori intorno, come
ricordava Sandro Mangiaterra sulle colonne di questo
giornale qualche giorno fa. Tuttavia proprio la caduta dell’obiettivo finale
sarebbe una tragedia ulteriore. Il federalismo è necessario non alla Lega, ma
all’Italia. La Lega ha il merito storico di avere imposto la consapevolezza
della sua necessità a buona parte del quadro politico, e alla pubblica opinione
nel suo complesso. E la responsabilità storica di non aver saputo coinvolgere
nella sua attuazione le capacità progettuali e tecniche migliori della nazione.
E questo perché ha annegato un’istanza di innovazione e modernizzazione
profonda, e di apertura, come il federalismo, in una proposta politica
complessivamente angusta, arcaica e provinciale, di chiusura. Cercando di
guidare e persino di monopolizzare il progetto con un ceto politico ancora non
adeguato alla complessità della sfida. Con il risultato paradossale che se la
Lega può attribuirsi a giusto titolo il merito di aver tenuto alto anche in
Parlamento e nel governo il vessillo federalista, cui il Popolo delle Libertà
si è adeguato più all’interno di una logica di scambio che per convinzione,
sono spesso parlamentari, sindaci e intellettuali progressisti a suggerire i
tecnicismi necessari ad attuarlo, o ad accorgersi delle contraddizioni più
macroscopiche nella sua costruzione, e a cercare di correggerle. Il fatto che
però oggi chi nel Pdl tiene i cordoni della borsa,
insieme alla destra di Fini, accompagnata anche da parte significativa della
sinistra e della sua stampa, ripeta come un mantra che ormai di soldi per
attuare il federalismo non ce ne sono più, e quindi non se ne parla proprio,
lascia trapelare la malcelata soddisfazione di chi, in fondo, pensa così di
aver colpito l’avversario politico di maggiore successo degli ultimi anni.
Facendo un altro errore storico. Perché il fallimento di questo obiettivo
(l’unica vera grande istanza di modernizzazione sistemica che sia stata
avanzata nell’ultimo decennio almeno) sarebbe il fallimento dell’Italia, non
solo della Lega: che avrebbe buon gioco nell’attribuirne la responsabilità ai
nemici centralisti, lucrandone comunque una rendita elettorale, anche se
vedrebbe allontanarsi ulteriormente il suo principale obiettivo politico, ciò
che alla lunga stancherebbe la parte più avvertita del suo elettorato. La Lega
ha ingoiato rospi di dimensioni enormi, pur di portare a casa l’obiettivo
almeno nominalistico del federalismo, a cominciare da quello fiscale: dalle
leggi ad personam agli investimenti a pioggia nel
Sud, fino a una modalità di governo che ha configurato quello attuale come
probabilmente il governo più centralista dell’intera storia repubblicana, che
ha eroso competenze agli enti locali in tutti i settori, a partire dalla stessa
imposizione fiscale. Sperare che il processo fallisca in modo da caricarlo
sulle spalle della Lega sarebbe tuttavia irresponsabile, per l’alleata destra
non leghista come per l’opposizione. Sconfitto il federalismo non avrebbe vinto
nessuno: se non la vecchia, inefficiente, immobilista e spendacciona Italia di
sempre. Un’Italia da cui non solo il Nord ha tutto il peggio da temere, e nulla
buono da aspettarsi.