RASSEGNA STAMPA di venerdì 16 luglio 2010

 

SOMMARIO

 

Si concentrerà su “bell’amore” e sessualità la riflessione che il Patriarca card. Angelo Scola rivolgerà alla città di Venezia in occasione dell’ormai prossima festa del Redentore. “Sollecitato dall’attualità e dagli incontri della Visita pastorale in atto da anni nel Patriarcato - anticipa il Patriarca sulle pagine del nuovo numero del settimanale diocesano Gente Veneta - ho deciso quest’anno di affrontare il tema del bell’amore e della sessualità. Vorrei riuscire a dare le ragioni della convenienza della proposta cristiana nell’ambito degli affetti e della sessualità, del significato e del valore del matrimonio cristiano e della sua indissolubilità, della verginità, del celibato e del senso di una parola caduta in disuso come castità”. Il “discorso del Redentore” 2010 affronta così una dimensione fondamentale per la vita delle persone e della società ed aggiunge un ulteriore, importante, tassello alla serie di approfondimenti offerti in questi anni dal card. Scola - i testi integrali possono essere recuperati sul sito www.angeloscola.it - nella speciale circostanza della grande festa veneziana: il possibile sviluppo del modello veneto (2003); il “meticciato di civiltà” (2004); la proposta di una nuova laicità (2005); la libertà di educazione (2006); il rapporto tra anima e scienze (2007); la famiglia italiana come fattore di progresso (2008); l’umana sofferenza e l’opera del Redentore (2009). Il testo integrale del discorso del Redentore 2010 sarà disponibile on line, a partire da domenica 18 luglio, sempre sul sito www.angeloscola.it . La festa, religiosa e civile, del Redentore si svolgerà a Venezia nei giorni di sabato 17 e domenica 18 luglio con i suoi appuntamenti tradizionali: l’apertura del ponte votivo, sabato 17 luglio, alle ore 19.00, alla presenza del Patriarca e del Sindaco; la celebrazione della messa solenne domenica 18 alle ore 19.00, presieduta dal Patriarca presso la Chiesa del Redentore alla Giudecca. Si rinnoverà così - seguendo una tradizione che risale ad oltre quattro secoli fa - il pellegrinaggio di tante migliaia di fedeli che attraverseranno il canale della Giudecca per sciogliere l’antico voto che risale al XVI secolo quando la città fu colpita da una terribile peste (1575 - 1577). Per commentare i contenuti della riflessione del Patriarca, BluRadioVeneto (fm 88.70 - 94.60) trasmetterà la mattina di lunedì 19 luglio uno speciale dibattito in diretta sul tema in questione. A partire dalle ore 9.05 si alterneranno ai microfoni vari e illustri ospiti coordinati da Fiorella Girardo. Sul sito www.patriarcatovenezia.it il calendario completo delle celebrazioni in programma al Redentore (a.p.)

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

L’OSSERVATORE ROMANO

Pag 1 Modificate le norme “de gravioribus delictis

Procedure più efficaci dalla Congregazione per la Dottrina della Fede per contribuire alla chiarezza e alla certezza del diritto

 

AVVENIRE

Pag 1 Ma il rigoroso codice della chiesa mai si ridurrà a “sharia” di Giuseppe Anzani

Limpido segnale della Santa Sede

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 20 Nella Chiesa diventa reato il traffico di foto pedofile di Gian Guido Vecchi

Il Papa allontanerà subito i preti colpevoli. Più poteri al Sant’Uffizio: potrà indagare su cardinali e vescovi

 

Pag 42 Con il nuovo diritto canonico la Chiesa cerca di difendersi di Marco Ventura

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 Il tribunale del Papa di Giancarlo Zizola

 

LA STAMPA

L’obbedienza non basta di Luigi La Spina

La secolarizzazione erode l’autorità delle gerarchie e il sentimento religioso. L’unica via d’uscita è investire su un clero meno allineato e più carismatico

 

IL GIORNALE

Il Vaticano si dà più poteri contro i pedofili di Andrea Tornielli

 

IL FOGLIO

Pag I Stretta sui “delitti più gravi”, ma la chiesa non cede a chi l’accusa di Paolo Rodari

 

IL GAZZETTINO

Pag 20 A casa Vespa un cardinale fuori posto (lettera di Renato Omacini – Venezia)

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

AVVENIRE

Pag 2 Urgente rafforzare la famiglia, ammortizzatore essenziale di Alessandro Rosina

Limita i danni della crisi, patiti dai giovani, ma rischia di logorarsi

 

Pag 7 La povertà si ferma a quota 8 milioni di Bruno Mastrogiacomo e Stefano Andrini

Cassa integrazione e famiglia hanno ammortizzato la crisi. Più a rischio giovani e operai. Il sociologo Colozzi: “Ma ai precari servono nuove certezze”

 

LA NUOVA

Pag 9 La povertà si diffonde

Il 10 per cento delle famiglie sopravvive con il minimo, aumentano quelle a rischio

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 21 La violenza alle donne? Più libertà e rapporti umani (intervento dell’équipe del Centro antiviolenza del Comune di Venezia)

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 41 Nuovo Cda della Biennale: Zaia toglie Franco Miracco di Pierluigi Panza

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 7 Funerali separati per Eleonora e Fabio. Nella stessa chiesa ma in giorni diversi di Alice D’Este

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag IV Ombre sul papà di Fabio: “C’è il rischio di faide” di Monica Andolfatto

Il legale della famiglia Riccato: “Bisogna assolutamente smorzare i toni. Attenzione: una frase in più o mal interpretata può scatenare una guerra”

 

Pag IX Giugno nero per il Casinò di Elisio Trevisan

Incassi ancora in picchiata: meno 12,6% rispetto allo stesso periodo del 2009. In flessione anche le altre case da gioco italiane, ma Venezia è la peggiore

 

Pag IX Confindustria: un centro d’ascolto per gli imprenditori in difficoltà economica

 

LA NUOVA

Pag 15 Meglio senza volontari (lettera di Rosita Bonometto – Venezia)

 

Pag 21 La preside del Gramsci: “Tutti al funerale di Eleonora”. Alta tensione tra le due famiglie di Alessandro Ragazzo e Mitia Chiarin

Il pm: “L’indagine è chiusa”

 

8 – VENETO / NORDEST

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 “Non riesco ad aprire un’azienda in Veneto” di Maurizio Crema

Il caso: “Pronti 200 milioni, la Regione tace”

 

LA NUOVA

Pag 11 I tagli arrivano anche in carcere di Giorgio Cecchetti

Il volontariato: “Colpiscono i progetti positivi”

 

10 – GENTE VENETA

 

Tutti gli articoli segnalati di seguito sono pubblicati sul n. 28 di Gente Veneta in uscita sabato 17 luglio 2010:

 

Pagg 1, 5 Cuore e sangue. Affetti immaturi di Serena Spinazzi Lucchesi e Paolo Fusco

Dopo i delitti di Asseggiano e Spinea gli interrogativi: come si affronta oggi il tema dell’amore? Come educare i giovani alla relazione con l’altra persona? Le voci di alcuni parroci e delle psicologhe del consultorio diocesano

 

Pag 1 Il Redentore ci parla di una salvezza integrale di Sandro Vigani

 

Pag 4 L’amore, la sessualità, la castità nel discorso del Patriarca al Redentore

In occasione della solennità il card. Scola toccherà il tema – attualissimo – dei rapporti tra uomo e donna. Nel 1576 la pestilenza a Venezia, un anno dopo la prima processione

 

Pag 7 A convegno su matrimonio e famiglia di Alessandro Polet

L’amore tra uomo e donna e i suoi riflessi nella comunità ecclesiale e nella società civile sarà il tema del momento diocesano di studio e confronto che il 3 e 4 settembre avvierà l’anno pastorale

 

Pag 8 La Giudecca cambia: nasce l’unità pastorale di Giorgio Malavasi

Le tre parrocchie dell’isola vengono riunite sotto la guida di un parroco cappuccino, padre Andrea Cereser, e per ciascuno ci sarà un frate come vicario parrocchiale. Mons. Pizziol: “Così si conserva la capillarità ma si potenzia la collaborazione”

 

Pag 12 Dal Kenya alla Romania, dal Kosovo ai raid ciclistici: la vacanza è alternativa di Laura Campaci

Scout, parrocchie e Caritas porteranno gruppi di giovani in realtà di servizio o presso mete poco tradizionali

 

Pag 19 Geco il veneziano di Cinzia Franceschini

I “lucertoloni” in dieci anni hanno colonizzato la città. Il biologo: “Esempio innocuo di un fenomeno pericoloso”

 

… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Troppi duellanti in un Paese immobile di Giuseppe De Rita

 

Pag 2 L’asse tra Giulio e il Senatur si impone sul Pdl e sulle Regioni di Massimo Franco

 

Pag 40 La Bibbia, manuale perfetto per scrivere un poliziesco di Asa Larsson

Caino e Abele, il giallo irrisolto della storia

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 La corruzione nel nome di Cesare di Massimo Giannini

Le carte dell'inchiesta sulla nuova P3 scoprono l'abisso nel quale stava e sta tuttora per precipitare la nostra democrazia. Un metodo di governo e un sistema di potere costruito per servire gli interessi personali del presidente del Consiglio

 

Pag 1 Quelle toghe illegali di Stefano Rodotà

 

Pag 26 I forzati dei farmaci e il business delle cavie umane di Michele Bocci

Ogni anni 1500 volontari sani rispondono al richiamo delle case di produzione in Svizzera, Francia, Austria. Chiusi per quattro giorni, si sottopongono ai test delle medicine. Prendono fino a 1200 euro in contanti, esentasse. "E' come una vacanza, ti fanno gli esami gratis, con i soldi mi sono comprato la tavola da surf"

 

LA STAMPA

Il giudice va a cena da solo di Carlo Federico Grosso

 

La fine di una stagione di Luca Ricolfi

 

IL GIORNALE

Meglio il salotto del solito palazzo di Marcello Veneziani

 

Il Pdl, Bossi e lo spadone del Cavaliere di Alessandro Sallusti

 

AVVENIRE

Pag 3 Dottori dietro le sbarre: così si studia in carcere di Ilaria Sesana

Nel 2008 19 laureati, 300 sostengono gli esami. Quel desiderio di riscatto che fa conquistare voti alti

 

L’OSSERVATORE ROMANO

Pag 6 La prospettiva autenticamente laica dei cattolici di Roberto Colombo

I vent’anni del Comitato nazionale per la bioetica italiano

 

IL GAZZETTINO

Pag 6 Dimissioni? No, grazie

Politica e agricoltura

 

LA NUOVA

Pag 1 La manovra e il federalismo di Stefano Allievi

Le riforme

 

 

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3 – VITA DELLA CHIESA

 

L’OSSERVATORE ROMANO

Pag 1 Modificate le norme “de gravioribus delictis

Procedure più efficaci dalla Congregazione per la Dottrina della Fede per contribuire alla chiarezza e alla certezza del diritto

 

La Congregazione per la Dottrina della Fede ha reso pubblici giovedì mattina 15 luglio, gli aggiornamenti apportati alle Normae de gravioribus delictis, in riferimento a delitti che la Chiesa ritiene eccezionalmente gravi e perciò sono sottoposti alla competenza del tribunale della medesima Congregazione. Nel novero di tali delitti rientrano quelli contro la fede, contro i sacramenti dell'eucaristia, della penitenza e dell'ordine, e naturalmente quelli di abuso sessuale da parte di membri del clero nei confronti di minori. In una nota diffusa contemporaneamente alla pubblicazione degli aggiornamenti,  il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, il gesuita padre Federico Lombardi, ricorda la promulgazione del motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela nel 2001, con il quale Giovanni Paolo II attribuiva alla Congregazione per la Dottrina della Fede la competenza per trattare e giudicare nell'ambito dell'ordinamento canonico una serie di delitti particolarmente gravi, per i quali essa era precedentemente attribuita anche ad altri dicasteri o non era del tutto chiara. Il documento era accompagnato da una serie di norme applicative e procedurali note appunto come Normae de gravioribus delictis. Nel corso dei nove anni successivi «l'esperienza ha naturalmente suggerito - scrive padre Lombardi - l'integrazione e l'aggiornamento di tali Norme, in modo da poter sveltire o semplificare le procedure per renderle più efficaci, o tener conto di nuove problematiche. Ciò è avvenuto principalmente grazie all'attribuzione da parte del Papa di nuove “facoltà” alla Congregazione per la Dottrina della Fede, che però non erano state integrate organicamente nelle “Norme” iniziali. È ciò che è ora avvenuto, nell'ambito appunto di una revisione sistematica di tali Norme». La vasta risonanza pubblica avuta negli anni recenti dai delitti di abuso sessuale su minori compiuti da membri del clero ha attirato grande attenzione e sviluppato un intenso dibattito sulle norme e procedure applicate dalla Chiesa per il giudizio e la punizione di essi. «È giusto quindi - commenta padre Lombardi - che vi sia piena chiarezza sulla normativa oggi in vigore in questo campo e che questa stessa normativa si presenti in modo organico, così da facilitare l'orientamento di chiunque debba occuparsi di queste materie». Un primo contributo di chiarificazione - soprattutto a uso degli operatori dell'informazione - era stato dato poco tempo fa con la pubblicazione sul sito internet della Santa Sede di una sintetica «Guida alla comprensione delle procedure di base della Congregazione per la Dottrina della Fede riguardo alle accuse di abusi sessuali», «ma la pubblicazione delle nuove Norme - avverte il direttore della Sala Stampa della Santa Sede - è tutt'altra cosa, offrendoci un testo giuridico ufficiale aggiornato, valido per tutta la Chiesa». Proprio tenendo conto della risonanza della problematica relativa agli abusi sessuali, padre Lombardi si sofferma su alcuni  aspetti rilevanti. Fra le novità introdotte cita quelle intese a rendere le procedure più spedite, come la possibilità di non seguire la «via processuale giudiziale» ma di procedere «per decreto extragiudiziale», o quella di presentare al Papa in circostanze particolari i casi più gravi in vista della dimissione dallo stato clericale. Dopo aver sottolineato la norma che consente ora di avere come membri del personale dei tribunali, o come avvocati o procuratori, non solo più sacerdoti, ma anche laici, padre Lombardi richiama l'attenzione sul «passaggio del termine della prescrizione da dieci a venti anni, restando sempre la possibilità di deroga anche oltre tale periodo» e sulla «significativa equiparazione ai minori delle persone con limitato uso di ragione» nonché sulla «introduzione di una nuova fattispecie: la pedopornografia. Questa viene così definita: “l'acquisizione, la detenzione o la divulgazione” compiuta da un membro del clero “in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo, di immagini pornografiche aventi ad oggetto minori di anni quattordici”». Un punto che non viene toccato, mentre spesso è oggetto di discussione in questi tempi, riguarda la collaborazione con le autorità civili. «Bisogna tenere conto - fa notare il direttore della Sala Stampa della Santa Sede - che le Norme ora pubblicate sono parte dell'ordinamento penale canonico, in sé completo e pienamente distinto da  quello degli Stati». Padre Lombardi richiama quanto scritto nella «Guida alla comprensione delle procedure» pubblicata sul sito della Santa Sede dove si specifica che  «va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte». Dunque ciò significa che nella prassi proposta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede occorre provvedere per tempo a ottemperare alle disposizioni di legge vigenti nei diversi Paesi e non nel corso del procedimento canonico o successivamente a esso. «La pubblicazione odierna delle Norme - scrive ancora padre Lombardi - dà un grande contributo alla chiarezza e alla certezza del diritto in un campo in cui la Chiesa è fortemente impegnata oggi a procedere con rigore e con trasparenza, così da rispondere pienamente alle giuste attese di tutela della coerenza morale e della santità evangelica che i fedeli e l'opinione pubblica nutrono verso di essa, e che il Papa ha continuamente ribadito. Naturalmente occorrono anche molte altre misure e iniziative, da parte di diverse istanze ecclesiali». Per quanto riguarda la Congregazione per la Dottrina della Fede, essa sta lavorando su ulteriori indicazioni da dare agli episcopati per aiutarli a formulare e sviluppare in modo coerente ed efficace le indicazioni e direttive necessarie ad affrontare la problematica degli abusi sessuali di minori da parte di membri del clero o nell'ambito di attività o istituzioni connesse alla Chiesa, con riguardo alla situazione e ai problemi della società in cui operano. «Sarà un altro passo cruciale nel cammino - avverte Lombardi - perché la Chiesa traduca in prassi permanente e in consapevolezza continua i frutti degli insegnamenti e delle riflessioni maturati nel corso della dolorosa vicenda della “crisi” dovuta agli abusi sessuali da parte di membri del clero». A completamento di questa breve rassegna sulle principali novità contenute nelle «Norme» il direttore della Sala Stampa della Santa Sede si sofferma anche sugli aggiornamenti che si riferiscono a delitti di altra natura e spiega che «in realtà anche in questi casi non si tratta tanto di determinazioni nuove nella sostanza, quanto di inserimento di normative già vigenti, così da ottenere una normativa complessiva più ordinata e organica sui “delitti più gravi” riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede»: i delitti contro la fede, per i quali sono normalmente competenti gli Ordinari, ma la Congregazione diventa competente in caso di appello; la registrazione e divulgazione compiute maliziosamente delle confessioni sacramentali e l'ordinazione delle donne.

 

AVVENIRE

Pag 1 Ma il rigoroso codice della chiesa mai si ridurrà a “sharia” di Giuseppe Anzani

Limpido segnale della Santa Sede

 

Quanto ha dato dolore alla Chiesa lo scandalo della pedofilia lo si comprende subito dall’intonazione severa che caratterizza il documento della Congregazione per la dottrina della fede sui «Delitti più gravi». Perché fra i delitti più gravi si annoverano gli atti impuri di chierici con minori di anni 18, incriminazione più ampia degli stessi abusi previsti dal Codice penale. Altro che aria di insabbiare, di sopire. E il possesso di materiale pedopornografico sta anch’esso sotto i fulmini canonici. Giudice di questi delitti è la Congregazione per la dottrina della fede, tribunale supremo; e si prevede una procedura rapida, financo stragiudiziale, e una pena che può arrivare alla destituzione o alla rimozione. A leggere il documento per intero, non è il sesso l’argomento principe, e la nuova "legge" canonica non comincia e non finisce lì. Ci sono i delitti contro la fede: l’eresia, l’apostasia, lo scisma; i tradimenti che strappano la fedeltà e l’unità della Chiesa. E poi c’è il capitolo angoscioso della profanazione dei sacramenti; l’Eucaristia prima di tutti, cuore della vita ecclesiale e della grazia; e la Penitenza, luogo d’incrocio fra la grazia che salva e perdona e il dialogo umano che porta alla grazia la confidenza segreta di un cuore umiliato. E l’Ordine sacro, infine. E poi il resto che segue, segue come figura di profanazione del corpo, ossia di un tempio, perché il corpo è tempio anch’esso. Scorrendo il linguaggio giuridico del testo, ci chiediamo che senso ha nella Chiesa un Codice dei delitti e delle pene; e che cosa succede a chi viene giudicato colpevole. La risposta è che la Chiesa è, sì, «popolo di Dio», ma è anche assemblea, è comunità di uomini dentro la storia, e il suo codice non ha per scopo di «sostituire la fede, la grazia, i carismi e soprattutto la carità dei fedeli» ma resta «strumento indispensabile per assicurare il debito ordine sia nella vita individuale e sociale, sia nell’attività stessa della Chiesa» (Giovanni Paolo II). La Chiesa deve custodire la santità dei segni sacri della grazia, la fedeltà dei suoi ministri. Certo, il Codice canonico non è una specie di sharia le pene sono di tipo spirituale, anche quelle più gravi, come la scomunica; e sono chiamate pur sempre pene «medicinali» perché il loro scopo è favorire la conversione. Ma la severità delle norme odierne è un segnale fortissimo della gravità di alcuni tradimenti morali, collocati appena dopo le figure di profanazione sacramentale; vi traspare la repugnanza fra la missione sacerdotale di guida spirituale e la sua degradazione, fra il ministero consacrato, canale di grazia, e l’impurità. Da punirsi anche fino a vent’anni dopo, a contarsi da quando il minore compirà i 18 anni. Questo monito duro e risoluto è un forte segnale, una grande lezione di responsabilità, con tutta la forza della fede. Perché non soppianta e non sostituisce la reazione civile quando l’impurità è crimine (epperò la norma canonica è più ampia del crimine di abuso per il range dell’età protetta), ma prende senso, e forza senza confronto più determinante, da ciò che la fede conosce delle pene spirituali, del dolore, dell’espiazione. Così la nuova legge canonica diventa lezione che provoca tutti, anche quelli che credono che la fede non conta. Un tempo il vescovo Ambrogio fermò sulla porta della cattedrale l’imperatore Teodosio, dopo la strage di Tessalonica; lo lasciò fuori, lo costrinse a stare tra i piangenti, per il tempo stabilito a espiare il suo delitto. Era l’imperatore, obbedì.

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 20 Nella Chiesa diventa reato il traffico di foto pedofile di Gian Guido Vecchi

Il Papa allontanerà subito i preti colpevoli. Più poteri al Sant’Uffizio: potrà indagare su cardinali e vescovi

 

Città del Vaticano - Ci sono novità come l’introduzione del reato di pedopornografia per chi traffica con immagini di minori di 14 anni, la possibilità di procedere per «via extragiudiziale» nei casi più clamorosi, il potere del Papa di spretare direttamente i colpevoli quando le prove sono schiaccianti, o l’abuso su disabili psichici equiparato a quello sui minorenni. E soprattutto si indicano in un unico testo canonico le procedure «più rapide e efficaci», la prescrizione che si allunga da 10 a 20 anni (a partire dal diciottesimo compleanno della vittima) con in più la possibilità di deroga, e insomma le norme più severe contro i preti pedofili: l’ex Sant’Uffizio, per tutti i «crimini più gravi», avrà pure il «diritto» di indagare su cardinali e vescovi e sottoporre al pontefice i risultati. Il testo pubblicato ieri, e firmato da Benedetto XVI il 21 maggio, segna per la Chiesa un punto di non ritorno. Sono passati nove anni da quando il cardinale Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, firmò la Nota sui «delitti più gravi» per attuare un Motu proprio - ovvero una «legge» - di Giovanni Paolo II: un documento che già rappresentò la svolta avocando all’ex Sant’Uffizio la competenza sugli abusi pedofili, a scanso di insabbiamenti locali nelle diocesi. Da allora la prassi si è fatta via via più rigida, su impulso di Ratzinger dal 2003 la Congregazione ha visto aumentare i suoi poteri. Ma ora quelle nuove «facoltà» dell’ex Sant’Uffizio, molte delle quali descritte ad aprile in una «guida» sulle procedure da seguire, sono entrate nel diritto canonico: il testo inviato ai vescovi del mondo è la nuova versione aggiornata della «Nota» del 2001. Questa è la grande novità: «Le "facoltà" hanno una vita effimera, dipendono dalla volontà dei sommi pontefici», sorride monsignor Charles Scicluna, «promotore di giustizia» e quindi pm del tribunale dell’ex Sant’Uffizio. «Benedetto XVI, invece, ha voluto che tali facoltà diventassero norme canoniche, stabili: un segnale forte, un desiderio che espresse appena eletto, nel 2005». Il cerchio si chiude: le «facoltà» volute dal cardinale Ratzinger sono diventate legge canonica sotto il pontificato di Benedetto XVI. E il potere di controllo dell’ex Sant’Uffizio cresce. Tra i «delitti più gravi» ci sono anche quelli contro la fede («eresia, apostasia e scisma») e contro i sacramenti: tra questi, viene inserita l’ordinazione sacerdotale delle donne. Anche qui però, si tratta di un «aggiornamento» canonico in base a norme vigenti: la Chiesa già prevede la scomunica automatica per il prete ordinante e per la donna (il 5 agosto 2002 furono scomunicate sette donne del movimento «Roman Catholic Womenpriests»), ribadita dall’ex Sant’Uffizio con un decreto del 19 dicembre 2007. Idem per «la registrazione e divulgazione» delle confessioni, atto già condannato nel 1988. Anche i laici, tra l’altro, potranno lavorare nei tribunali ecclesiastici. Il testo, invece, non parla della collaborazione con le autorità civili più volte ribadita dal Papa. Ma non è un passo indietro, assicura padre Federico Lombardi: «Queste norme sono parte dell’ordinamento penale canonico, in sé completo e pienamente distinto da quello degli Stati». Non era quindi il luogo adatto, dice, e rimane valida l’indicazione della Santa Sede: «Va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte». Resta anche il «segreto pontificio»: che vale nei soli processi canonici e a «tutela delle persone coinvolte», spiega Scicluna: «Ma la riservatezza non è un bene assoluto: deve prevalere il bene comune. E non impedirà mai il dovere di denuncia. L’indicazione di collaborare con le autorità civili è antica: viene da San Paolo».

 

Pag 42 Con il nuovo diritto canonico la Chiesa cerca di difendersi di Marco Ventura

 

Quando punisce, la Chiesa cattolica è potestà suprema. Soggetto sovrano, ordinamento proprio e originario. Contro chi dopo il Concilio Vaticano II suggerì di abolire l’obsoleta scomunica, il Codice di diritto canonico del 1983 ripropose un canone antico: «la Chiesa ha il diritto nativo e proprio di costringere con sanzioni penali i fedeli che hanno commesso delitti». Negli ultimi decenni le pene canoniche son rimaste poco più che un archibugio impolverato. Altissimo valore simbolico; pochi fatti. Da quando è esploso lo scandalo pedofilia, l’opinione pubblica mondiale incalza la Chiesa. La gente non se ne intende di diritto canonico. Chiede quello che chiederebbe ad un Parlamento: processi celeri e certi, pene inasprite. La Santa Sede ha risposto riorganizzando le sue pene e i suoi processi. Le nuove norme presentate ieri rappresentano lo sforzo maggiore. Prescrizioni più lunghe, competenze chiare, delitti espliciti. Processi più spediti. Vescovi più esposti al giudizio del Papa. Ma il diritto canonico non è il diritto tedesco o canadese. È un altro pianeta. Non conosce separazione dei poteri, principio di legalità, pubblicità degli atti, diritto di difesa. Teme lo scandalo. Considera l’abuso sessuale di un ecclesiastico su un minore «delitto contro i costumi». L’archibugio è stato spolverato e ingrassato. Svolge la propria funzione simbolica. Ribadisce che la Chiesa si ritiene capace e in diritto di tenere in ordine la propria casa. E che intende farlo a modo suo. La gente però chiede di più: l’archibugio è in grado di sparare? Le istituzioni ecclesiastiche sapranno essere efficaci? I cattolici irlandesi, tedeschi, americani vogliono la loro Chiesa trasparente verso gli Stati; e capace al suo interno di meccanismi e garanzie tipici dello Stato di diritto. La Chiesa risponde modernizzando in parte i canoni; aprendosi, come ha ieri dichiarato il direttore della Sala Stampa vaticana, «alla chiarezza e alla certezza del diritto». Ma difende, al contempo, la propria unicità e indipendenza. Con l’archibugio in mano, la Chiesa cammina sul filo.

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 Il tribunale del Papa di Giancarlo Zizola

 

La Chiesa investe ancora nella forza del diritto, una convinzione che sembra revocata in dubbio da qualche iper-potere laico. E traduce il proprio fallimento mondiale sulla pedofilia del clero, coi suoi effetti moltiplicatori sulle fedeltà collettive e sull´autorità del suo magistero, in un pacchetto di norme che vorrebbero fungere da toccasana, comunque da protesi per risalire la china. Il senso principale di questo intervento di papa Ratzinger è la trasformazione dell´ex Sant´Offizio in un megapotere giudiziario, da organo amministrativo che era. Con un´immagine iperbolica, si è tentati di descrivere l´ergersi di questa piramide romana in un paesaggio di macerie doloranti. Per riorganizzare uno strumento repressivo efficace, il papato mette a frutto le esperienze non sempre felici delle complicazioni e disfunzioni del passato, con cui Ratzinger da cardinale era stato alle prese per quasi un quarto di secolo, ed espande lo spazio già enorme del dicastero dottrinale da lui presieduto. Non potrà più succedere in Vaticano quanto era accaduto proprio a lui di dover accompagnare un altro cardinale extraeuropeo dal segretario di Stato, allora Angelo Sodano, per invocare il via libera alla rimozione di un orco di Chiesa iperprotetto, e di doversene tornare con un rifiuto. Se il caso dovesse ripetersi, la Congregazione per la Dottrina dispone d´ora in avanti di tutti i poteri e della più ampia autonomia funzionale per istruire il processo e cacciare i colpevoli. Tutte le competenze sparse tra vari organi giudiziari ordinari della Chiesa, incluso il tribunale della Segnatura Apostolica, vengono assorbite dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Essa si attribuisce la funzione di tribunale speciale unico competente a decidere sui "delitti maggiori", tra i quali gli abusi di pedofilia. Un tempo era il Papa a rivestire la funzione di prefetto di questa Congregazione che si definiva "Suprema". Ora essa perfeziona la sua sovreminenza nell´apparato del governo centrale della Chiesa. Si afferma il suo diritto di giudicare cardinali, patriarchi, vescovi. Ci si può chiedere se, presa a sé stante, sia riconducibile alla classica dottrina del primato pontificio, per la quale, secondo i dogmi del Concilio Vaticano I , il pontefice "non può essere giudicato da nessuno", l´articolo 3 paragrafo 3 di queste Norme "sui delitti più gravi": "Le sentenze di questo Supremo Tribunale emesse nei limiti della propria competenza, non sono soggette all´approvazione del Sommo Pontefice". Di fronte a questo gigante istituzionale, l´intera struttura gerarchica della Chiesa sembra coinvolta in un apparato giudiziario. I vescovi locali, i "gerarchi" vengono usati come giudici istruttori. Toccherà a loro mettere in piedi il processo in prima istanza, poi riconsegnare l´inchiesta alla Congregazione per la dottrina. Il linguaggio del diritto qui adottato parla col dizionario che al tempo del Concilio Vaticano II sarebbe stato censurato per il suo "giuridicismo". Certo, la pastoralità e il suo primato non hanno lasciato traccia. E fa parte dell´eccesso dell´onnipotenza giuridica anche quella parte di normativa che contempla una serie di deroghe, che potrebbero essere usate come fessure improbabili per far affiorare un soffio di misericordia, ma si prestano anche a rilievi per i rischi di arbitrio o di discrezionalità "ad personam". La ragione delle deroghe sembra da ritrovare nella possibilità di affrettare le procedure, di provvedere in tempo breve alle dimissioni dei rei, di calare l´accetta più in fretta: si potrà per esempio deferire certi casi direttamente al papa, o anche saltare il processo e provvedere d´ufficio. Una volta Papa Giovanni XXIII esortava a non irrigidire le procedure per le dispense dal celibato ecclesiastico, perché "non dobbiamo procurare a questi nostri fratelli un inferno di qua e uno di là". Era un altro linguaggio. Si farà apprezzare tuttavia in questa normativa lo sforzo di ammodernamento delle fattispecie criminali, tra le quali vengono ora incluse le intercettazioni dei segreti del confessionale, la protezione dei minori portatori di handicap psichici, equiparati ai ragazzi violentati dagli orchi. Non meno significativa la norma (che riverbera nell´ordine canonico lo sforzo del diritto comune per la protezione dei dati personali) che nega la pubblicità dei nomi del denunciante sia all´accusato sia al suo difensore, se il denunciante non conceda un consenso espresso. Tuttavia precisamente questa recezione di apporti dell´evoluzione dei diritti soggettivi sul piano dell´ordinamento canonico rende ancora più sorprendente l´omissione del testo sugli impegni di collaborazione con la giurisdizione civile, che pure era già stata largamente autorizzata e di fatto praticata sul fronte critico dell´emersione del marcio dei pedofili nella Chiesa cattolica. La Chiesa si muove ancora col suo solito passo pesante, anche se il portavoce Padre Lombardi nel presentare queste norme ha garantito che ulteriori evoluzioni non mancheranno. Per intanto proprio la maturazione culturale e giuridica nella società fa venire i brividi a chi, cristiano o meno, legge nel testo che l´ordinazione della donna è ancora trattata come "delitto più grave" alla pari di un sacrilegio eucaristico o del reato di pedofilia. E che perfino è considerato "gravissimo delitto" tentare di celebrare l´Eucarestia con gli altri cristiani, cioè uno degli obiettivi principali del movimento ecumenico, la "comunicatio in sacris". Non rischia anche questo, alla fin fine, di fornire un contributo alla provvisorietà del diritto, anche del diritto canonico? 

 

LA STAMPA

L’obbedienza non basta di Luigi La Spina

La secolarizzazione erode l’autorità delle gerarchie e il sentimento religioso. L’unica via d’uscita è investire su un clero meno allineato e più carismatico

 

Il segnale più inquietante è venuto dall’Europa. Anzi, dalla capitale dell’Europa, Bruxelles. Le clamorose perquisizioni nella sede dell’arcivescovado, nella casa dell’ex primate del Belgio, monsignor Danneels, persino nelle tombe di due cardinali, alla ricerca di prove contro i preti pedofili e contro chi ha occultato i loro crimini, dimostrano che l’assedio alla Chiesa cattolica è arrivato a incrinare le mura vaticane. Perché le autorità civili e la generalità dell’opinione pubblica della vecchia Europa, patria del cattolicesimo, non riconoscono più alla Chiesa quelle prerogative di tutela diplomatica, di prudenza e di riservatezza che si devono non solo a uno Stato estero, ma a una istituzione morale e religiosa che rappresenta, nel Continente, almeno un terzo dell’intera popolazione. La consapevolezza del rischio di una erosione grave della credibilità e dell’autorità della Chiesa, soprattutto in Europa, è diffusa sia nella gerarchia ecclesiastica sia nel laicato cattolico. Significativa e molto apprezzata, a questo proposito, è stata la recente decisione del Papa di istituire un inedito organismo nella curia romana, il «Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione», che ha proprio il compito di proporre mezzi e metodi per combattere la cosiddetta secolarizzazione. Anche se la scelta di affidarne la guida a monsignor Rino Fisichella non ha suscitato altrettanta unanimità di consensi. Sul fenomeno dell’abbandono della fede e dell’appartenenza alla Chiesa nelle società occidentali più ricche esiste un’apparente contraddizione. Da una parte, i dati delle più recenti ricerche sono drammatici. Per citarne una sola, ci si può riferire all’indagine condotta sulla situazione italiana da Paolo Segatti, docente di sociologia politica all’università di Milano. Le conclusioni dimostrano che lo scarto generazionale, rispetto all’esperienza religiosa, è impressionante. Nelle classi giovanili, il distacco non solo dalla Chiesa, ma dalla fede nell’esistenza di Dio è tale da prospettare un futuro di netta minoranza per la presenza dei cattolici nel nostro paese. Di fronte a questa constatazione, è altrettanto evidente, però, la ricerca, tra i giovani europei, di esperienze spirituali intense e coinvolgenti, il desiderio di individuare guide morali che, nelle attuali difficoltà, aiutino a trovare un significato profondo alla vita e speranza nel domani. Il vero grande problema per la Chiesa cattolica, oggi, è quello di offrire a questa domanda una risposta forte e rassicurante. Il grande rischio di questa falsa contraddizione, infatti, è costituito dalla via d’uscita che, in molti paesi, si va affermando, quella della diffusione delle sette, del fondamentalismo identitario, dell’integralismo religioso. Se l’analisi è generalmente condivisa, la terapia e, soprattutto, la sua applicazione con le medicine più opportune è controversa e difficile. Il Papa, sulla denuncia contro i mali della Chiesa, è stato molto duro. Nei confronti dello scandalo dei preti pedofili ha espresso una posizione netta. Ma quando la gravità della situazione dovrebbe indurre a lanciare segnali di drastica rottura con il passato, sembra arrendersi al tradizionale «continuismo vaticano». Così, la riforma della Curia avanza a piccoli passi, con una accentuata ricerca di maggiore internazionalità nelle figure a capo dei dicasteri più importanti. Ma senza procedere a quella riorganizzazione interna che possa renderla meno autoreferenziale e, sostanzialmente, meno ingovernabile. Significativo di questo atteggiamento è stato, recentemente, il caso «Schoenborn-Sodano». Il cardinale austriaco, uno delle figure più prestigiose dell’episcopato mondiale, allievo e amico di Benedetto XVI, ha lanciato dure critiche alla linea tenuta dall’ex segretario di Stato sullo scandalo dei preti pedofili. Il pontefice, proprio per i notori legami di stima con Schoenborn, lo ha convocato in una udienza alla quale, in una fase successiva, è stato ammesso anche Sodano. Pur non arrivando a chiedere al cardinale austriaco una umiliante ritrattazione pubblica, il Papa, così, ha voluto evitare il sospetto che, se anche non ne fosse stato l’ispiratore, almeno condividesse quelle opinioni. Il contrasto tra la radicalità delle decisioni che sarebbero necessarie e i tempi lunghi, ma anche certe timidezze caratteriali della strategia riformatrice di Benedetto XVI, potrebbe portare conseguenze negative anche sul fronte più delicato e importante: quello della formazione del clero e della selezione delle carriere ecclesiastiche. La crisi delle vocazioni sacerdotali, accentuata soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, ha indotto alcune conferenze episcopali ad allentare il controllo sui seminari. Così il vaglio, non solo sulla preparazione religiosa e culturale, ma soprattutto sulla saldezza morale dei giovani che si preparano a diventare preti, è diventato troppo superficiale e lassista. Ma forse ancor più grave è il secondo problema, quello delle scelte per le nomine dei vescovi. Nessuno ha il coraggio di ammetterlo pubblicamente, ma quasi tutti, con la garanzia dell’anonimato, ne convengono: negli ultimi anni, è molto scaduta la qualità del fondamento della Chiesa cattolica, il corpo episcopale, soprattutto quello italiano. A questo proposito, l’ipocrisia curiale non deve far chiudere gli occhi, ma neanche la faziosità laicista può nascondere la verità: anche il Vaticano è stato contagiato dal virus più grave della società nazionale: la mediocrazia. Come è avvenuto in politica, nelle università, nelle aziende, negli ospedali del nostro paese, anche nei palazzi della Santa Sede si è preferita la fedeltà all’intelligenza ed è prevalso il criterio dell’amicizia rispetto a quello dei meriti. Insomma, da parte dei due maggiori responsabili delle nomine vescovili negli ultimi due decenni, il Segretario di Stato, Angelo Sodano e il presidente della Cei, Camillo Ruini, la selezione della classe dirigente della Chiesa è stata tale da scoraggiare l’emergere di personalità forti, magari anche critiche, ma capaci di esprimere carisma pastorale e autorevolezza intellettuale. E’ vero, come sostiene il filosofo e politico cattolico Rocco Buttiglione, allievo di Bobbio e Del Noce, che «la Chiesa, davanti alla crisi delle dirigenze politiche, impossibilitate all’acquisto del consenso da parte dei cittadini per la mancanza di risorse economiche da distribuire, potrebbe essere l’unica istituzione capace di ottenere quel consenso che non si compra, con un grande progetto sull’uomo». Ma i progetti, appunto, si realizzano con le capacità degli uomini chiamati ad attuarli. Ecco perché è condivisibile «il sogno» di «una nuova leva di cattolici impegnati in politica», come si è espresso il presidente della Conferenza episcopale italiana, Angelo Bagnasco. Ma quel sogno resterà tale se non prevarrà il coraggio di premiare, innanzi tutto, un prete scomodo, ma colto e impegnato, di non aver paura delle critiche, se vengono da menti brillanti e dotate di personalità. Bertone e Bagnasco sono chiamati a questa prova, vedremo i risultati. A cominciare dai nuovi vescovi di Torino e di Milano.

 

IL GIORNALE

Il Vaticano si dà più poteri contro i pedofili di Andrea Tornielli

 

Procedure più rapide, dimissione dallo stato clericale per direttissima nei casi più gravi, tempi più lunghi per la prescrizione, apertura ai laici nei tribunali ecclesiastici. E infine l’introduzione del reato canonico di pedopornografia. Queste le novità contenute nelle norme canoniche pubblicate ieri dalla Santa Sede per combattere meglio il fenomeno degli abusi sui minori da parte del clero. Norme volute e approvate da Benedetto XVI, che introducono maggiore severità e trasparenza. Molte delle regole ora codificate erano di fatto già in vigore, dopo che nove anni fa, per decisione di Giovanni Paolo II, la Congregazione per la dottrina della fede aveva avocato a sé tutti i casi di abusi sui minori. Oggi però i documenti del 2001, il motu proprio «Sacramentorum sanctitis tutela» e le norme «De gravioribus delictis», vengono ufficialmente ritoccati e ampliati. Tra le novità sui casi di abuso, c’è innanzitutto la possibilità di non seguire la «via processuale giudiziale», cioè il normale processo canonico, ma di agire «per decreto extragiudiziale» o di presentare immediatamente al Papa la richiesta di dimettere il colpevole dallo stato clericale. In sostanza, non si dovrà più attendere molto tempo e, nel caso di manifesta colpevolezza, sarà possibile agire con assoluta tempestività, per direttissima e senza processo. Una seconda novità riguarda la possibilità di avere personale laico nei tribunali: anche persone non consacrate potranno diventare avvocati e procuratori nei tribunali ecclesiastici e non sarà più necessario essere in possesso di una laurea in diritto canonico, perché si potrà comprovare anche in altri modi la propria competenza. Fondamentale è poi la decisione di allungare i termini della prescrizione. Le norme del 2001 prevedevano che la vittima di un abuso potesse denunciare il sacerdote per dieci anni calcolati a partire dal compimento della maggiore età: questo significava che un ragazzo violentato poteva rivolgersi all’autorità ecclesiastica fino all’età di 28 anni. Ora questo termine è stato aumentato di dieci anni, e la denuncia può essere dunque presentata entro il trentottesimo anno d’età, con possibilità di ulteriori deroghe. In realtà, negli ultimi anni, la Congregazione per la dottrina della fede non è mai stata rigida nel calcolare la prescrizione e non si è rifiutata di accogliere denunce o segnalazioni anche se di per sé il presunto abuso risultava prescritto. Di fatto, la prescrizione per gli abusi sui minori non esiste più nella Chiesa cattolica. Importante è anche la nuova norma che equipara a quelli commessi sui minori, trattandoli dunque con identica severità, gli abusi perpetrati da uomini di Chiesa su «persone con limitato uso di ragione», cioè con problemi psichici. Anche se si tratta di adulti, eventuali molestie nei loro confronti saranno giudicate con la stessa durezza di quelle perpetrate contro bambini o ragazzi. Infine viene introdotto il reato canonico di «pedopornografia», cio «l’acquisizione, la detenzione o la divulgazione» compiuta da un sacerdote «in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo, di immagini pornografiche» riguardanti minori di quattordici anni. Le nuove norme, poiché riguardano soltanto i processi canonici, cioè interni alla Chiesa, non parlano della collaborazione con le autorità civili, un tema divenuto particolarmente sensibile negli ultimi tempi. Il portavoce vaticano, padre Lombardi, ha però ricordato al riguardo che rimane valida la prassi di seguire le «disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte», ciò significa consigliare alle vittime di rivolgersi anche a polizia e magistratura civile.

 

IL FOGLIO

Pag I Stretta sui “delitti più gravi”, ma la chiesa non cede a chi l’accusa di Paolo Rodari

 

Roma. Il Vaticano ha presentato le nuove norme sugli abusi sessuali commessi da preti. Lo ha fatto a fari spenti. Il motivo è nelle parole pronunciate ieri dal promotore di giustizia della Dottrina della fede, Charles Scicluna: "Le nuove norme sono un consolidamento tecnico giuridico di quanto si è fatto finora". Come a dire: non si tratta di rivoluzioni epocali. Ma della codificazione di quanto già avviene, dopo che nel 2003Papa Wojtyla aveva concesso all'ex Sant'Uffizio alcune facoltà speciali che andavano a implementare le norme circa i "delitti più gravi" promulgate nel 2001 Certo, delle novità non secondarie ci sono: la possibilità di presentare al Papa "i casi più gravi in vista della dimissione dallo stato clericale", l'inserimento di laici nei tribunali, la prescrizione che da dieci passa a venti anni, l'equiparazione dell'abuso su persone con limitato uso di ragione a quello sui minori e l'introduzione del reato di pedopornografia. ''Un punto che non viene toccato" ha però detto padre Federico Lombardi, "è la collaborazione con le autorità civili". Nel senso che "va semplicemente dato seguito alle disposizioni della legge civile". Oltre ai delitti di pedofilia, l'ex Sant'Uffizio diviene competente dei delitti contro la fede (eresia, apostasia e scisma) e del reato dell'ordinazione delle donne prete, anch'esso equiparato a un delitto contro la fede. Sono diverse settimane che i media accusano la chiesa di insabbiamento dei casi di pedofilia. Il Papa ha chiesto più attenzione e una purificazione della chiesa dal suo interno. Le nuove norme vanno nella direzione di una maggiore trasparenza, seppure non portano cambiamenti epocali. Del resto l'ha detto ieri lo stesso lombardi che non si tratta di una "maggiore chiarezza normativa". Jean-Louis Bruguès, arcivescovo francese, è stato chiamato nel 2007 a ricoprire l'incarico di segretario della Congregazione per l'educazione cattolica. In precedenza vescovo di Angers, ha lavorato 19 anni nella commissione teologica internazionale a stretto. contatto con Ratzinger. Circa le nuove norme e i nove anni che ci sono voluti dal 2001 per promulgarle dice: "Il tempo non è calcolato nella stessa maniera nella chiesa e nella società. Nella società si vogliono risposte subito. Se si presenta un problema sociale si vuole subito fare una legge per risolverlo. Il tempo della chiesa è il tempo della riflessione e dell’approfondimento. Le decisioni nella chiesa sono prese al termine di una maturazione. Ecco perché i capi della chiesa hanno bisogno di molto coraggio per resistere alle pressione del subito e rispettare il tempo della maturità”. La chiesa è sotto attacco? "Non c'è un complotto contro la chiesa ma piuttosto una convergenza di interessi molto diversi che approfittano dei casi di abusi verso i minori per portare avanti una campagna denigratoria. Un ambasciatore mi ha detto che è in corso una guerra. L’obiettivo di questa guerra mi sembra il seguente: squalificare la chiesa nell'ambito della morale sessuale, squalificare il ruolo educativo della chiesa e, in alcuni paesi, la volontà da parte dello stato di laicizzare le scuole cattoliche. Questa campagna tende a impedire alla chiesa di esprimersi sulla piazza pubblica. Non si vuole che la parola di Dio sia detta sulla piazza pubblica. Questa gigantesca impresa di squalificazione è contro il cuore della missione della chiesa, il dispositivo missionario della chiesa e quindi i preti. In questa impresa di squalifica la persona che evidentemente è più in vista è la persona del Papa". Le sembra che Benedetto XVI non abbia una larga presa sull'opinione pubblica? "Le ragioni sono molte. Il mondo è rimasto impressionato dalla forza comunicativa di Wojtyla mentre questa forza non è così evidente in Benedetto XVI. La chiesa oggi ha la chance di avere un Papa dalla grande capacità intellettuale. La sua è un'intelligenza pedagogica. Non impone un punto di vista personale. Ma aiuta a conoscere la verità progressivamente. E' un uomo di grande superiorità intellettuale e spirituale. La modernità è diventato un fenomeno complesso e contrastato. Solo uno spirito superiore può dominarla. Benedetto XVI è uno di questi spiriti superiori. Lo si è visto ad esempio nel dibattito con Habermas. Il Papa è spinto dal desiderio della verità. li desiderio di aprire la porta della modernità a Dio e di portare l'uomo a Dio. Ma anche di salvare la modernità malgrado essa. Non dimentichiamo che la modernità si fonda su un atto di fede della ragione. E che oggi è in corso un processo fatto alla ragione. li Papa si fa avvocato della ragione. In questo senso è più moderno dei moderni. E ci dice che se si elimina la ragione si lascia la porta aperta all'emozione, ciò che alcuni sociologi chiamano la deriva delle,emozioni. Spesso si formula verso questo Papa un giudizio emozionale, sentimentale ogni volta che il suo discorso si pone al livello della ragione. Mentre il Papa è un intellettuale che non ama i luoghi comuni. Provo tristezza nel constatare che i mezzi di comunicazione preferiscono i luoghi comuni". Che differenza c'è da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI? "Con Wojtyla era il tempo del fascino del vedere. Oggi con Benedetto XVI è il tempo del fascino della profondità. Giovanni Paolo II aveva una grandissima estensione orizzontale. Quando Giovanni Paolo II mori tutti i capi di stato, salvo tre o quattro, erano presenti. Trovo provvidenziale che dopo questo pontificato di prestigio universale abbiamo oggi un Papa che aiuta i cristiani a rifondare la loro fede e aiuta la società secolarizzata a rifondare la sua fiducia nella ragione".

 

IL GAZZETTINO

Pag 20 A casa Vespa un cardinale fuori posto (lettera di Renato Omacini – Lido di Venezia)

 

Può un laico credente come me, anche alla luce degli insegnamenti del Concilio ecumenico Vaticano II° e del Magistero, non essere d’accordo sul fatto che un Cardinale vada a cena a casa di amici? E’ successo a casa di Bruno Vespa, a Roma, giovedì 8 luglio 2010. Perché il disaccordo? Perché i nomi di quegli amici (oltre a quello del Cardinale stessO, il numero due , si noti, della Chiesa universale) sono: Gianni Letta, Mario Draghi, Cesare Geronzi, Pier Ferdinando Casini, Silvio Berlusconi e sua figlia Marina. Certo – ovviamente - nulla di illecito. Perché in quell’incontro non si sono solo festeggiati i 50 anni di giornalismo di Vespa, ma si è parlato di politica interna italiana e di alleanze; con ogni probabilità si è discusso anche dell’eventuale rientro dell’Udc di Casini nella maggioranza di Berlusconi. Perché, pur avendo il Cardinal Bertone agito certamente “a fin di bene”, ha dimenticato, almeno in questa circostanza, quanto Ignazio Silone fa dire al Papa Celestino V: «Figli miei, non lo dimenticate: c’è solo il bene puro e semplice; non c’è “a fin di bene”». Perché, così facendo, lo stesso Cardinale ha forse “disubbidito” al Papa, il quale, al Convegno ecclesiale di Verona (ottobre 2006), ma anche in altre circostanze, ha detto tra l’altro: “La Chiesa, dunque, non è e non intende essere un agente politico”. A scanso di equivoci, ritengo opportuno conclusivamente dire che il medesimo discorso varrebbe se il Segretario di Stato pontificio avesse partecipato a cene con interlocutori appartenenti a qualsiasi altra formazione politica diversa da quelle di appartenenza degli ospiti invitati a casa Vespa. Essendo il Cardinal Bertone un Salesiano, cosa ne penserebbe Don Bosco?

 

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5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

AVVENIRE

Pag 2 Urgente rafforzare la famiglia, ammortizzatore essenziale di Alessandro Rosina

Limita i danni della crisi, patiti dai giovani, ma rischia di logorarsi

 

Già prima della crisi economica le nuove generazioni non se la passavano molto bene in questo Paese. Bassi tassi di attività e lunga permanenza entro le protettive e rassicuranti mura della famiglia di origine, sono da molti anni un tratto caratterizzante dei giovani italiani rispetto ai coetanei del resto d’Europa. Alla base ci sono anche motivi culturali, legati all’importanza della famiglia e alla forza delle relazioni affettive e di disponibilità al reciproco sostegno tra genitori e figli. Quella che, però, era una scelta è diventata nel tempo sempre più una necessità. Tanto che, come documenta l’Istat, tra i motivi della non uscita dalla casa paterna sono cresciuti negli ultimi anni soprattutto quelli riconducibili a difficoltà oggettive. Aumenta, dicono le varie ricerche, la voglia di autonomia dei giovani, ma non cresce la loro capacità di liberarsi dalla dipendenza dei genitori. I problemi maggiori arrivano soprattutto dal lavoro, che non c’è o, quando c’è, prevede spesso remunerazioni basse e discontinue. Negli altri Paesi i giovani con contratto a termine sono pagati di più e aiutati maggiormente con politiche attive, che coprono il passaggio da un’occupazione all’altra. In Italia, come ben noto, la riforma del mercato del lavoro non è stata accompagnata da una concomitante ristrutturazione del sistema di welfare pubblico in grado di fornire strumenti di protezione verso i nuovi rischi. Così la flessibilità è scivolata verso la precarietà, quasi completamente addossata sui giovani, ovvero sui nuovi entranti. A loro volta le nuove generazioni hanno risposto appoggiandosi ancora di più sulla famiglia di origine, il loro unico vero ammortizzatore sociale. Ma così abbiamo creato un sistema che incentiva la dipendenza anziché promuovere l’autonomia e le scelte di responsabilità adulta, quali formare una propria famiglia. A preoccupare è soprattutto l’incapacità di valorizzare il capitale umano delle nuove generazioni mettendolo al servizio della crescita del benessere comune. Siamo, nel complesso, uno dei Paesi più lontani da quella promozione di una piena partecipazione dei giovani nella società e nel mondo del lavoro auspicata dalla Commissione Europea. La crisi ha accentuato, evidentemente, ancor più questo stato di cose. Il ricorso alla cassa integrazione riguarda maggiormente i lavoratori maturi, le mancate assunzioni e il mancato rinnovo di contratti a tempo determinato colpisce invece maggiormente le nuove generazioni. Ed infatti l’80% della riduzione dell’occupazione riguarda i giovani. A mitigare gli effetti di un impatto così rilevante e potenzialmente drammatico è stata ancora una volta la famiglia di origine. Ma ciò solleva varie questioni preoccupanti. L’assenza di un welfare pubblico adeguato rende essenziale il ruolo dei genitori, ma crea forti disuguaglianze. Reggerà meglio chi ha alle spalle genitori benestanti, indipendentemente dal suo valore e dalle proprie capacità. Ma più in generale, ci si può chiedere fino a che punto le famiglia media riuscirà a tenere. Quella che è stata finora la risorsa più importante per la crescita e il benessere sociale, potrebbe uscire dalla crisi molto provata e impoverita, rischiando di compromettere le possibilità di ripresa e rilancio. Abbandonare i giovani e le famiglie a se stesse può consentire di limitare i costi della crisi nel breve termine, ma provocare conseguenze negative durature nel tempo.

 

Pag 7 La povertà si ferma a quota 8 milioni di Bruno Mastrogiacomo e Stefano Andrini

Cassa integrazione e famiglia hanno ammortizzato la crisi. Più a rischio giovani e operai. Il sociologo Colozzi: “Ma ai precari servono nuove certezze”

 

Nonostante la recessione, nell’anno passato la povertà in Italia è rimasta sostanzialmente stabile, ma solo perché a mitigare gli effetti della crisi ci sono state, secondo l’Istat che ieri ha diffuso i dati relativi al 2009, la famiglia e la cassa integrazione: padri e madri hanno sostenuto i giovani  che in grande percentuale hanno perso il lavoro per la grave situazione economica, mentre la Cig ha protetto dalla perdita del lavoro i genitori, largamente maggioritari tra i cassaintegrati. La povertà resta comunque una insostenibile condizione per 2milioni e 657mila famiglie, che rappresentano il 10,8% del totale, equivalenti a 7milioni e 810mila individui, ovvero il 13,1% dell’intera popolazione residente nel nostro Paese. Ma se in generale l’indigenza colpisce circa un nucleo su dieci, i ricercatori di Via Balbo precisano che questa percentuale sale, anche di molto, prendendo in considerazione altre variabili, come la zona geografica di residenza, la condizione lavorativa o la composizione familiare. Sale infatti al 22,7% delle famiglie la povertà nel Mezzogiorno, arriva al 26,7% tra i nuclei il cui capo è disoccupato e cresce fino al 24,9% tra le famiglie con cinque o più componenti. Questi sono dati che si riferiscono alla povertà relativa, che si calcola tracciando prima di tutto la linea che la delimita: per una famiglia composta da due persone, la soglia di povertà è pari alla spesa media mensile per individuo (983 euro nel 2009, 17 euro in meno sul 2008). Sono pertanto povere tutte le famiglie di due persone che hanno una spesa mensile pari o inferiore a tale valore. Ma tra le famiglie indigenti, alcune lo sono in maniera assoluta. Vivono in stato di indigenza acuta, ancora secondo l’Istat, 3milioni e 74mila individui (il 5,2% della popolazione) per un totale di 1milione e 162mila famiglie (il 4,7% del totale), ovvero tutte quelle che non sono in grado di sostenere neanche una spesa mensile minima necessaria ad acquisire beni e servizi essenziali per una vita accettabile. Ma vediamo il dettaglio dei dati relativi alle situazioni di maggiore disagio. In tutte le regioni del Meridione la povertà è significativamente più diffusa rispetto al resto del Paese, con punte in Campania, Basilicata (ambedue 25,1%) e Calabria (27,4%), mentre il fenomeno è decisamente inferiore in Emilia Romagna che registra la più bassa incidenza di povertà (4,1%), Lombardia, Veneto e Liguria, tutte con valori inferiori al 5%. Nel Mezzogiorno, poi, alla più ampia diffusione della povertà si associa anche una maggiore gravità del fenomeno. Nell’area l’"intensità", che indica in termini percentuali di quanto la spesa media mensile delle famiglie povere si colloca al di sotto della linea di povertà, è infatti pari al 22,5% contro il 20,8% nazionale e il 17,5% del Nord. Un quarto delle famiglie con cinque o più componenti (24,9%) come accennato risulta in condizione di povertà relativa e l’incidenza raggiunge il 37,1% per le famiglie residenti nel Mezzogiorno. Si tratta per lo più di coppie con tre o più figli e con membri aggregati (in genere nonni o anziani parenti). Se all’interno della famiglia sono presenti più figli minori, il disagio economico aumenta: l’incidenza di povertà, pari al 15,2% tra le coppie con due figli tocca il 24,9% tra quelle con almeno tre e sale ulteriormente se i figli sono minori. Il fenomeno, ancora una volta, è particolarmente diffuso nel Mezzogiorno, dove oltre un terzo (il 36,7%) delle famiglie con tre o più figli minori è povero. La difficoltà a trovare un’occupazione, infine, determina livelli di povertà decisamente più elevati: è infatti povero il 26,7% delle famiglie con a capo una persona disoccupata. La diffusione della povertà tra le famiglie con alla testa un operaio (14,9%), inoltre, è decisamente superiore all’incidenza osservata tra le famiglie di lavoratori autonomi (6,2%) e, in particolare, di imprenditori e liberi professionisti (2,7%).

 

«La stabilità della povertà nonostante la crisi conferma l’importanza di avere un sistema di ammortizzatori sociali e più in generale di welfare che è in grado di funzionare come rete di sicurezza quando il mercato non ha più ricchezza o è momentaneamente in affanno». Lo afferma il sociologo Ivo Colozzi commentando il Rapporto Istat. Disaggregando i dati Colozzi coglie un altro elemento fondamentale. «Se il livello di povertà – osserva – non è sostanzialmente aumentato a fronte di una contemporanea crescita della disoccupazione giovanile (sia gli inoccupati che i precari infatti non sono tutelati dal welfare) ciò significa che è stata la famiglia a svolgere questa funzione fondamentale di ammortizzatore sociale». Una lettura che conferma, tuttavia, la necessità di riformare il nostro welfare. «Perché se è vero che in tempo di crisi il sistema ha funzionato – spiega il sociologo – proprio la crisi ci sta dicendo che questo welfare, così come è stato pensato e costruito, è vecchio, adatto per un mercato del lavoro e per una realtà sociale che non esistono più e che quindi andrebbe profondamente cambiato operando tra padri e figli una diversa distribuzione degli ammortizzatori sociali e delle reti di sicurezza». Ma nella ciambella di salvataggio lanciata dalle famiglie italiane al mondo giovanile ci sono anche delle ombre. «Qui – ricorda il sociologo bolognese – entriamo nel tema delle nuove povertà. Quelle che gli indicatori economici non sono in grado di misurare. Certo, i giovani grazie alla famiglia hanno mantenuto la possibilità di reddito e di spesa. Ma non bisogna dimenticare che una condizione di questo tipo protratta nel tempo, con le relative conseguenze come il non poter avere una propria autonomia e ritardare il progetto di costruire una propria famiglia, crea una povertà dal punto di vista psicologico, emotivo, affettivo». La crescita di comportamenti trasgressivi, lo sfidare stupidamente la vita oppure la violenza che si scatena per futili motivi sono per Colozzi altrettante conferme «di una difficoltà psicologica relazionale che i giovani pagano di fronte ad un sistema che non solo non li tutela, ma soprattutto non è in grado di trasformare la precarietà in flessibilità». Colozzi incrocia poi i dati della povertà nel lavoro autonomo (in diminuzione) con quelli del lavoro operaio (in forte crescita). «Negli ultimi tempi si è intensificata la lotta all’evasione fiscale: e così una parte di quelli che risultavano poveri, i poveri da lavoro autonomo, nonostante la crisi non sono più tali proprio perché hanno cominciato a dover dichiarare il loro reddito. Un elemento importante, ma che lancia qualche interrogativo circa la totale affidabilità delle rilevazioni Istat sulla povertà che, proprio perché si basano su dati non totalmente certi, vanno prese con molta prudenza». Un esempio? «È probabile – conclude Colozzi – che la povertà vera in Italia sia minore di quanto non appaia da queste cifre perché noi scontiamo una percentuale di evasione fiscale che si dice essere al 12,5% del Pil. Se aggiungessimo questa ricchezza a quella che viene conteggiata probabilmente le cose andrebbero in un altro modo».

 

LA NUOVA

Pag 9 La povertà si diffonde

Il 10 per cento delle famiglie sopravvive con il minimo, aumentano quelle a rischio

 

In Italia sono 2 milioni e 657 mila, il 10,8% del totale, le famiglie povere, che vivono con il minimo indispensabile. Di queste, 1 milione e 162 mila (4,7%) sono povere in maniera assoluta: non possono permettersi neppure i beni e i servizi essenziali. Rispetto al 2008, nel 2009 il numero degli indigenti è rimasto stabile, ma chi, soprattutto al Sud, era già povero, ora è diventato ancora più povero. I dati Istat sulla povertà in Italia, diffusi ieri, non mostrano molti margini di miglioramento per i 7 milioni e 810 mila poveri relativi (13,1%) residenti nel Belpaese. E la situazione non è rosea neppure per un altro 3,7% delle famiglie considerate a rischio: anche se oggi non sono povere, potrebbero velocemente diventarlo, nel caso in cui dovessero imbattersi in una spesa imprevista. La povertà al Sud è quattro volte superiore alla media nazionale (quella relativa riguarda il 22,7% delle famiglie, quella assoluta il 7,7%) e, come nel resto d’Italia, a stare peggio sono le famiglie con due o tre figli piccoli a carico. L’Istat fa notare che sono aumentati i poveri tra i nuclei con a capo un operaio (l’incidenza della povertà assoluta passa dal 5,9% al 6,9%), mentre migliora la situazione delle famiglie di lavoratori in proprio.

I PIÙ POVERI IN CALABRIA: qui il 27,4% delle famiglie vive in condizioni di povertà relativa. La situazione è difficile anche in Sicilia (24,2%), Campania e Basilicata (25,1%). In generale, nel Mezzogiorno è più alta anche l’intensità della povertà, cioè quanto la spesa media mensile equivalente delle famiglie povere si colloca al di sotto della linea di povertà, - che nel 2009 corrisponde a 983,01 euro per una famiglia di due componenti - e chi era povero nel 2008 ora è ancora più povero. La regione con meno poveri è l’Emilia-Romagna, seguita dalla Lombardia.

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 21 La violenza alle donne? Più libertà e rapporti umani (intervento dell’équipe del Centro antiviolenza del Comune di Venezia)

 

La tragica fine di Eleonora, una ragazza di 16 anni uccisa dal suo ex ad Asseggiano, non può che generare sgomento. E questo drammatico evento assume una forma ancor più dolorosa, crudele e angosciante se sommato ai delitti simili avvenuti nell'arco di pochi mesi. Assume pure un aspetto sinistro se collocato all'interno di un tempo storico che fa da sfondo a drammi che si susseguono ciclicamente e che lasciano dentro una profonda devastazione, nell'intimo di ogni spettatore, che al tempo stesso è attore e che riempie il palcoscenico di questo tempo. E' con questo sentimento di smarrimento che ci siamo ritrovate il giorno dopo ad osservare la tragedia di Eleonora - non potendo fare ameno di collegarlo alla tragedia di Roberta, uccisa a coltellate pochi giorni prima, e a tutti gli episodi analoghi che riportano eventi luttuosi di donne uccise, accaduti troppo spesso nel corso degli ultimi anni - e alla necessità di chiederci cosa stia succedendo intorno a noi. Tutti i giorni ascoltiamo, accogliamo e sosteniamo donne che vivono situazioni di violenza e di maltrattamento. Ma alla violenza non ci sia abitua. La violenza non può essere solo un settore destinato agli addetti ai lavori. La violenza ci chiama tutti in causa. Ci impone di chiederci da dove nasce, da quali atteggiamenti è alimentata. Ci richiama a delle responsabilità individuali e collettive. Forse può aiutare, per leggere il contesto, ricordare che accanto agli episodi estremi come quello di Eleonora, Roberta e di molte altre donne, vi è un sommerso molto ampio fatto di prevaricazioni, dispotismo, umiliazioni e maltrattamenti quotidiani, che spesso ritroviamo dentro le storie di molte donne. Spesso tali atteggiamenti vengono concepiti come «normalità» e non riconosciuti come tali. E come conseguenza producono e alimentano un’escalation di violenze che nel corso del tempo crescono e devastano. Il problema della violenza sulle donne è prima di tutto un atteggiamento culturale, un problema di libertà, di incapacità di riconoscere la libertà della persona. In ambito legale, da pochissimo tempo siamo usciti da una logica di tutela del «buon costume» e siamo entrati nella tutela della «libertà della persona». Tuttavia, come sempre, trascorre molto tempo prima che un diritto dichiarato possa essere veramente assimilato, trovando un riscontro ed un riconoscimento vero tra le persone, nei contesti di vita quotidiani. E' fin troppo chiaro che ogni problematica sociale oggi ha assunto una tale complessità che non è più pensabile poterla affrontare con un'ottica di delega. La violenza sulle donne non può essere risolta mediante un atteggiamento che demanda agli esperti o alle esperte la soluzione del problema. Crediamo sia davvero necessario invece assumerci insieme delle responsabilità, rispetto ai messaggi che proponiamo, agli strumenti e alle pratiche educative che ciascun adulto mette in atto, ai modelli che più o meno consapevolmente accettiamo. Forse, ciò che ci manca è una connessione, una coesione sociale, in grado di sostenere le maglie più fragili del sistema attraverso rapporti umani vitali. Forse, mettendo insieme le risorse, creando dei ponti, delle vicinanze, abbiamo la possibilità di trovare dei modi nuovi e di attrezzarci per riuscire a far fronte alle difficoltà e alle sfide di ogni giorno, creando in qualche modo le condizioni per sviluppare rapporti umani, tra uomini e donne, rispettosi della scelta e della diversità.

 

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7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 41 Nuovo Cda della Biennale: Zaia toglie Franco Miracco di Pierluigi Panza

 

È un curioso modello di «spoil system» quello sperimentato dalla Biennale di Venezia, che ieri ha presentato il suo nuovo Cda. Presidente resta Paolo Baratta; la curiosità viene dal valzer dei quattro membri designati da ministero, Comune, Provincia e Regione. Resta, come «rappresentante» del ministero per i Beni culturali Giuliano da Empoli, che essendo designato decadrà solo a fine mandato. E' stato designato dal precedente ministro e non ha mai rimesso il mandato, nonostante le pressioni dell’entourage di Bondi. Ed è anche assessore alla Cultura di Firenze nella giunta di Matteo Renzi. Resta pure il rettore dello Iuav, Amerigo Restucci, come delegato dalla Provincia. Fatto curioso, visto che la Provincia è passata nelle mani della leghista Francesca Zaccariotto. E mentre il membro designato decade a fine mandato, quello delegato può essere sostituito. Forse che alla Lega non interessi la Biennale? Tutt’altro. L’unica testa del precedente Cda caduta è stata tagliata proprio dalla Lega: è quella del «collega» di maggioranza, il pdl Franco Miracco, già delegato di Galan (ex presidente della Regione e ora al ministero dell’Agricoltura) alla Biennale. Il nuovo presidente della Regione, Zaia, non gli ha rinnovato la delega. Zaia, ieri assente, ha cercato di smorzare le polemiche: «A differenza di prima, e in accordo con il sindaco Giorgio Orsoni, abbiamo deciso che le nostre istituzioni saranno espresse nel Cda al massimo della rappresentatività. Io considero la Biennale talmente importante da richiedere un impegno in prima persona». A dire il vero, già nel precedente Cda della Biennale sedeva il sindaco, anche se era Cacciari. Miracco, un «caduto» della sotterranea «guerra» tra Zaia e Galan, grande navigatore della politica, la prende con eleganza: «Credo che sia un omaggio al lavoro che ho svolto essere sostituito dal presidente della Regione. Io e Galan abbiamo portato il finanziamento regionale alla Biennale da 100 mila a 2 milioni di euro, abbiamo riattivato il Padiglione Venezia, avviato i lavori al nuovo Palazzo del cinema ed esteso i collegamenti con le realtà del Veneto».

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 7 Funerali separati per Eleonora e Fabio. Nella stessa chiesa ma in giorni diversi di Alice D’Este

 

Venezia - Saranno due funerali separati e lontani tra di loro. È sceso il silenzio, dopo quella tragica mattina, tra la famiglia di Eleonora Noventa e quella di Fabio Riccato. «I genitori di Eleonora, per il momento non vogliono più saperne della famiglia di Fabio. Hanno preso le distanze, ma è comprensibile, la loro situazione è diversa, ci vorrà molto tempo», aveva detto martedì sera alla veglia per Eleonora organizzata alla Chiesa della Gazzera don Marco Scaggiante, il parroco di Asseggiano. E così, probabilmente per non alzare la tensione della comunità e per non creare ulteriori difficoltà alle famiglie già pesantemente provate dalla tragedia le due funzioni saranno separate. Entrambe ad Asseggiano ma in due momenti distinti. L’autorizzazione alla sepoltura è arrivata già mercoledì e i genitori di Fabio Riccato hanno deciso di accogliere il desiderio, già manifestato in passato dal figlio, di essere cremato. Quelli di Eleonora invece parlano poco. Sono chiusi nel loro dolore e nemmeno il parroco di Asseggiano, che dovrebbe celebrare la funzione, ha più avuto loro notizie. «Non mi hanno chiamato finora - dice don Marco Scaggiante - bisogna rispettare il loro dolore. Avranno bisogno di tempo, ma in ogni caso io non posso far altro che aspettarli. Saranno loro a contattarmi, quando lo riterranno opportuno». Silenzio assoluto. Al punto che anche gli amici di Eleonora ieri su facebook, tra i messaggi di ricordo scrivevano: «Quando sono i funerali?». Nessuna risposta. «Non so nulla, non posso dire niente», preferisce parlare attraverso il suo avvocato, Renato Noventa, il padre di Eleonora. «La data non è ancora stata fissata ma i funerali di Eleonora e Fabio saranno separati - conferma Giovanni Zago - non c’è nessun disguido, nessuna difficoltà legata a questo fatto. Semplicemente ci sono dei tempi tecnici da rispettare e una famiglia distrutta che sta vivendo giorni molto difficili e non ha la forza di andare avanti. Non è partito nessun procedimento aggiuntivo, nessuna nuova richiesta. Per queste cose c’è bisogno di tempo, quelle persone stanno soffrendo molto». E intanto intorno alla famiglia si stringono amici e parenti, a casa dei Noventa c’è la sorella di Manuela Panciera che in questi giorni cerca di starle vicina. I ragazzi invece comunicano ancora via internet: «Non me lo so spiegare, non riesco ancora credere che ora tu non ci sei più - scrive un’amica di Eleonora - non riesco ancora a credere che non crescerai con i tuoi amici, che non vivrai più la tua vita, mi dispiace per tutto quello che ho perso. Ti volevo bene, te ne ho sempre voluto».

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag IV Ombre sul papà di Fabio: “C’è il rischio di faide” di Monica Andolfatto

Il legale della famiglia Riccato: “Bisogna assolutamente smorzare i toni. Attenzione: una frase in più o mal interpretata può scatenare una guerra”

 

«Bisogna smorzare i toni. Si rischia la faida fra famiglie per una frase in più o male intrepretata, pronunciata con la mente offuscata da un dolore annientante». A parlare senza nascondere disappunto e dispiacere è l’avvocato Alessio Morosin, legale e portavoce dei Riccato. Più che uno sfogo, un’esortazione, dopo la diffusione di notizie che vorrebbero la madre di Eleonora Noventa in qualche modo accusare il padre di Fabio di aver minacciato l’ex fidanzata sedicenne di Fabio, uccisa da quest’ultimo prima di suicidarsi. «Mi sono confrontato anche con il pm Roberto Terzo, titolare dell’inchiesta - continua - e agli atti non vi sono elementi tali da prefigurare scenari diversi da quello già di per se stesso agghiacciante che ha portato alla perdita di due giovani vite. Senza dimenticare, come sottolineato fin da subito, che la prima vittima è e resta Eleonora». «I fatti acclarati sono una cosa, le speculazioni un’altra, così come le strumentalizzazioni, e francamente di fronte a una tragedia simile - chiosa Morosin - dovrebbe trovare più spazio la pietà e la solidarietà umana anche nei confronti della famiglia di Fabio. Il dolore è lo stesso se non maggiore per dover sopportare il peso di un figlio morto e assassino». «La madre di Fabio, gravemente malata non reagisce più. E il padre è sull’orlo del collasso tanto che abbiamo chiesto l’intervento medico. Scoppia in pianti improvvisi e continua a ripetere che avrebbe dato la sua di vita pur di evitare una sciagura così atroce. Aiutiamo la gente di Asseggiano a cercare di affrontare con equilibrio il dramma di due famiglie colpite nell’affetto più caro. Ogni valutazione, ogni approfondimento, ogni eventuale azione legale sono da rimandare, semmai, a funerali celebrati, quando si è, per lo meno si spera, più lucidi». Non è ancora stata fissata la data delle esequie, né di Eleonora, né di Fabio. A officiare i riti sarà don Marco Scaggiante nella chiesa di Santa Maria del Suffragio.   L’ultimo saluto al neolaureato di trent’anni trasformatosi in un killer spietato in una mattina di luglio, forse già domani: la sua salma, per espressa volontà, verrà cremata. «L’appello che mi sento di fare - conclude Morosin - è di non lasciare soli i genitori, il fratello e la sorella di Fabio. Non sono dei criminali, come vengono dipinti. Sono persone normali, responsabili, sensate, disperate. Non meritano tanta crudeltà e nemmeno velate minacce».

 

Pag IX Giugno nero per il Casinò di Elisio Trevisan

Incassi ancora in picchiata: meno 12,6% rispetto allo stesso periodo del 2009. In flessione anche le altre case da gioco italiane, ma Venezia è la peggiore

 

Un altro mese nero per il Casinò di Venezia, anche se in realtà nessuna delle quattro case da gioco italiane può cantare vittoria, e i concorrenti europei non vanno certo meglio. Rispetto a giugno del 2009, guardando ai numeri complessivi, Venezia ha perduto il 17 e mezzo per cento, passando da 13 milioni e 237 mila euro di incassi a 11 milioni e 264 mila. Ma negli incassi di giugno dell’anno scorso c’erano anche le mance, quindi togliendo poco più di mezzo milione di euro, vien fuori che la perdita reale è del 12,6%. Non c’è comunque da stare allegri, ma il dato reale è più in linea con l’andamento generale e con la particolarità del periodo. Ci sono, infatti, tre fattori di cui tenere conto: giugno è sempre stato uno dei mesi peggiori per i casinò italiani, c’è stato l’effetto Mondiali di calcio che ha allontanato dai giochi molti clienti. È in atto, infine, una sorta di mutazione genetica nelle case da gioco che si vedrà appieno a partire da settembre quando in Italia apriranno nuove sale gioco per slot machine che faranno una concorrenza micidiale ai casinò; ma già da un po’ di tempo le slot non sono più così redditizie com’erano negli anni scorsi. I sindacati veneziani da tempo stanno monitorando la situazione, anche perché più volte da un paio d’anni hanno chiesto all’Azienda di riequilibrare la situazione dedicando meno risorse alle slot e tornando, invece, ad investire sui tavoli verdi: «Oltre ai dati degli incassi, ci interessano quelli relativi agli ingressi dei giocatori». A Venezia, rispetto a giugno del 2009 quando nelle due sedi di Ca’ Noghera e Ca’ Vendramin entrarono 77 mila e 480 persone, quest’anno ne sono arrivate 75 mila e 319. Non una grossa perdita, il 2,8%, ma per i sindacati è indicativa, e la sommano al dato relativo alle mance che sono diminuite tra il 25 e il 30%; in buona sostanza se prima un croupier portava a casa circa 1400 euro di mance ogni quindici giorni, ora ne prende un migliaio, e probabilmente è anche per questo che c’è malcontento: «Rispetto agli altri casinò abbiamo più ingressi, ma in percentuale meno incassi. È come se da noi venisse molta gente solo per vedere, e non gioca. Potenziando i tavoli verdi si potrebbero recuperare i giocatori più ricchi». Gli altri tre Casinò italiani, ad ogni modo, non fanno salti di gioia: Sanremo è quello che perde meno (a giugno ha incassato 5 milioni e 111 mila euro rispetto ai 5 milioni e 278 mila euro dell’anno scorso), ma è anche quello che in assoluto aveva perduto di più nei mesi scorsi; poi c’è Saint Vincent che è calato da 7 milioni e 136 mila euro a 6 milioni e 600 mila; e infine Campione, dove è andato a lavorare l’ex direttore generale di Venezia, Carlo Pagan, che ha perduto quasi un milione di euro, scendendo da poco più di 10 milioni a 9 milioni e 145 mila euro. La Federgioco, l’associazione che riunisce le quattro case da gioco italiane, è cosciente che il problema è generalizzato e sta pensando di proclamare una sorta di "stato di crisi" (anche se tecnicamente non può farlo perché, nonostante le perdite, i Casinò sono sempre in attivo), in modo da arrivare ad un nuovo contratto nazionale di lavoro al ribasso e poter migliorare i conti.

 

Pag IX Confindustria: un centro d’ascolto per gli imprenditori in difficoltà economica

 

Diciotto imprenditori suicidi nel Nord-Est inghiottito dalla crisi. Uomini d'impresa che non ce l'hanno fatta a reagire, schiacciati dal peso dei debiti e delle responsabilità, che si sentivano accerchiati e, soprattutto, abbandonati. Contro l'isolamento degli imprenditori interviene Confindustria Venezia che, in collaborazione con l'associazione AltraImpresa Venezia, ha attivato un numero amico al quale gli associati potranno rivolgersi nei momenti di difficoltà imprenditoriale. Uno strumento di solidarietà, un salvagente prezioso che potrebbe aiutare gli imprenditori veneziani a reggere l'urto della crisi e a credere nella ripresa. «I suicidi - evidenzia Luigi Brugnaro, presidente di Confindustria Venezia - sono la dimostrazione che il problema c'è. Il punto d'ascolto è uno strumento preventivo che farà sentire l'imprenditore difeso e tutelato dalla propria associazione. Si possono imparare molte cose dall'ascolto degli altri, tanto gli imprenditori, quanto Confindustria. In questo momento di confusione anche gli imprenditori hanno bisogno di esser aiutati». Gli imprenditori che chiameranno il centro d'ascolto al numero 3451783510 troveranno all'altro capo del telefono dei loro pari: una ventina di imprenditori veneziani già andati in pensione; gli interlocutori ideali per capire al volo il problema e suggerire una soluzione. Niente psicologi o assistenti sociali, ma ex imprenditori volontari che cercheranno di dare soluzioni pragmatiche a problemi concreti. «I volontari del centro d'ascolto - rassicura Giorgio Brunello, presidente di AltraImpresa Venezia - sono tutti manager e imprenditori veneziani di grande successo oggi in pensione. Sapranno ascoltare le difficoltà di chi chiama e individuare i percorsi da intraprendere assieme alla Confindustria di Venezia. Chi chiama non troverà una spalla su cui piangere, ma una collaborazione attenta e comprensiva». Il centro d'ascolto sarà attivo con un orario simile a quello d'ufficio: dalle 9-18.

 

LA NUOVA

Pag 15 Meglio senza volontari (lettera di Rosita Bonometto – Venezia)

 

Le parole virgolettate del dottor Padoan, sulle associazioni non più insediate all’interno dell’ospedale, non sono per nulla offensive nei confronti di «tutti i volontari». Ho conosciuto quanto danno e quanto sostegno possa dare il volontariato. Le associazioni non sono tutte uguali, i volontari neppure e nemmeno i pazienti. E ci sono delle leggi a tutela della privacy. La promiscuità costante e quotidiana, con la presenza a tempo pieno o libera, di esterni nei luoghi ospedalieri non è presenza discreta, ma veicolo di trasporto di germi e batteri, di cui si può fare a meno. Il dottor Padoan ha fatto bene a dare lo scossone. Non capisco l’indignazione delle tre associazioni firmatarie della lettera.

 

Pag 21 La preside del Gramsci: “Tutti al funerale di Eleonora”. Alta tensione tra le due famiglie di Alessandro Ragazzo e Mitia Chiarin

Il pm: “L’indagine è chiusa”

 

La prima parte dell’articolo non è disponibile

 

«L’indagine è chiusa», conferma il pubblico ministero Terzo. E non sono emersi «nuovi elementi di rilevanza penale», chiarisce il pubblico ministero che ha condotto l’indagine sull’omicidio-suicidio di Asseggiano. Il riferimento è al clima di tensione che la tragedia sta generando, in particolare tra le famiglie dei ragazzi morti.  Tra le varie cose, Emanuela Panciera, la mamma di Eleonora, avrebbe avuto uno sfogo riportato dalla stampa, ma l’obiettivo del pubblico ministero è quello di far scendere la tensione, ora altissima, tra due famiglie, colpite in maniera drammatica dall’omicidio-suicidio di domenica scorsa. La signora Emanuela, aveva parlato di un «agguato» nei confronti della figlia, riportando alcune considerazioni piuttosto «pesanti», su presunti commenti dei Riccato sul delitto di Roberta Vanin a Spinea, nel corso di una cena che si sarebbe svolta mercoledì sera. Una ricostruzione della serata che ieri è stata decisamente smentita dal legale e portavoce della famiglia Riccato, l’avvocato Alessio Morosin. «Infondata e destituita di ogni credibilità la ricostruzione - dice Morosin - Tra l’altro giovedì i ragazzi erano stati in montagna, erano partiti la mattina presto accompagnati dal padre di Fabio che è andato con loro. La famiglia Riccato non solo smentisce con sdegno, ma sottolinea come Fabio, il loro Fabio, abbia tradito la sua famiglia, facendo quello che ha fatto. Fabio ha compiuto un gesto ingiustificabile - precisa l’avvocato - e non ha alcuna attenuante perché ha tradito la sua famiglia e la vita per ben due volte, uccidendo Eleonora e se stesso». L’avvocato parla di due famiglie alle prese con un dolore terribile e lancia un appello ai giornali affinché «evitino scontri tra due famiglie che vivono un momento drammatico, agendo con equilibrio, buon senso e responsabilità». Delle indiscrezioni l’avvocato Morosin ha parlato ieri anche con il pubblico ministero Terzo, che ha poi chiarito che i nuovi dettagli emersi non hanno alcuna rilevanza ai fini dell’inchiesta, praticamente conclusa. Intanto si attende che vengano fissati i funerali della sedicenne e dell’ex fidanzato trentenne, suicida, dopo aver commesso l’omicidio. Non è escluso che i funerali di Fabio Riccato possano tenersi già nella giornata di domani, anche se il parroco lo ritiene molto improbabile. Un disguido nella procedura per la cremazione con il Comune ha rallentato finora la procedura. Serviva la firma di tutti i familiari su un atto notarile di consenso, compresa quella della madre che è molto malata. Oggi dovrebbe essere definita la data delle esequie di Fabio. Nessuna certezza per ora sulla data dei funerali di Eleonora. Le cerimonie si terranno certamente in date ed orari diversi, nella chiesa del Suffragio di Asseggiano. A celebrare i funerali sarà don Marco Scaggiante.

 

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8 – VENETO / NORDEST

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 “Non riesco ad aprire un’azienda in Veneto” di Maurizio Crema

Il caso: “Pronti 200 milioni, la Regione tace”

 

«Voglio fare solo l’imprenditore, investire 200 milioni a Rovigo in una nuova cartiera con centrale elettrica e dare lavoro a 350 persone. Da quasi due anni busso in Regione Veneto: nessuna risposta». Bruno Zago, 60 anni, sbuffa e non solo per il caldo asfissiante di questa giornata torrida di luglio. «In Piemonte e Sardegna appena ho illustrato il progetto mi hanno ricevuto e si sono detti pronti ad aiutarmi finanziariamente - spiega questo imprenditore trevigiano che è il re italiano della carta da imballaggi riciclata ed è a capo di un gruppo, Pro-gest, che nei primi sei mesi di quest’anno ha segnato 165 milioni di fatturato contro i 110 dell’anno scorso ("se continua così finisco con cento in più sull’anno scorso") - al Veneto non ho chiesto niente, sono pronto a fare tutto da solo». E loro? «Niente, nessuna risposta. Prima ho parlato con l’allora assessore rodigino Renzo Marangon e poi, dopo le elezioni, un mese e mezzo fa, con l’attuale assessore Isi Coppola. Avremmo anche trovato delle aree interessanti a Castelmassa o a Castelnovo Bariano. Ma nessuno ci ha più interpellato, nessuno mi ha mai invitato ufficialmente a discutere di questo progetto». Temono la sua cartiera, pensano che inquini? «Macché inquinamento, io aiuto a tenere pulito il territorio, la cartiera che voglio realizzare utilizza carta riciclata da imballaggio che altrimenti sarebbe finita chissà dove. Ricordo che ogni anno io smaltisco giù mezzo milione di tonnellate di carta vecchia, conosco bene il settore - risponde Zago - la centrale poi sarebbe alimentata dagli scarti delle sue lavorazioni, biomasse, un processo assolutamente non inquinante. Quello che vuole il presidente della Regione Zaia». Nessuno è profeta in patria, dicevano gli antichi. E lei perché si è incaponito a voler investire in Veneto? «Perché è la mia terra, voglio dare un contributo al suo sviluppo. E poi realizzare la nuova cartiera super tecnologica a Rovigo sarebbe più comodo, logisticamente (questa è una regione centrale per il nostro sviluppo anche all’estero, le esportazioni ormai valgono il 15% del mio fatturato ma sono convinto che saliranno) e per gestire il nuovo investimento». Invece s’è alzato un muro. «Peccato, sono veramente deluso - sottolinea Zago - un paio di mesi fa mi sono rivolto al Piemonte e loro mi hanno trovato subito l’area, vicino a Ivrea. Sarebbe un po’ piccola, ma va bene lo stesso. All’inizio di luglio poi ho inviato alla Regione Sardegna una manifestazione di interesse alla vecchia cartiera di Arbatax, un sito non in funzione ma che in prospettiva potrebbe essere molto interessante, si potrebbe attivare anche una centrale fotovoltaica oltre a quella che andrebbe a biomasse». La risposta dei sardi? «Grande interesse e moltissima disponibilità, anche ad attivare un intervento finanziario di supporto tramite la Sfirs - afferma l’imprenditore trevigiano -. Arbatax potrebbe essere anche il sito ideale per esportare carta anche in Africa del Nord, un mercato in grande espansione». Però lei vuole il Veneto. «È la mia terra, qui ci vivo bene. Lavorare però comincia a diventare troppo complicato. Capisco quelli che delocalizzano o vanno da altre parti».

 

LA NUOVA

Pag 11 I tagli arrivano anche in carcere di Giorgio Cecchetti

Il volontariato: “Colpiscono i progetti positivi”

 

Venezia. La Regione taglia del tutto i finanziamenti al volontariato che opera nelle carceri a favore dei detenuti. A denunciarlo sono le numerose associazioni con un comunicato firmato non da pericolosi estremisti, ma dal «Centro Francescano di ascolto» di Rovigo, dalla «Comunità Giovanni XXIII» di Vicenza, da don Tonino Bello di Verona dal «Granello di Senape» di Padova e Venezia, dalla veronese «San Vincenzo De Paoli» e da tanti altri. Lo stato delle carceri in Veneto è pessimo, il sovraffollamento nelle celle ha raggiunto limiti insopportabili soprattutto in questi giorni di gran caldo, l’emergenza suicidi è pesantissima, senza contare il numero crescente di atti di autolesionismo. «E’ sconcertante ricevere dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e dai diversi direttori richieste di collaborazione, in particolare per la prevenzione dei suicidi - si legge nel documento firmato dalle associazioni di volontariato - e contemporaneamente sapere del taglio dei fondi da parte della Regione». «Quelli che dovrebbero essere colpiti - si legge ancora - sono i veri sperperi di denaro pubblico e non quei 400 mila euro che servono per sviluppare progetti ed interventi dichiarati essenziali dalla stessa amministrazione penitenziaria per le iniziative socio educative a favore dei detenuti e di coloro che scontano la pena all’esterno del carcere». Più volte, i responsabili dei gruppi che operano dentro e fuori il carcere hanno chiesto un incontro con il nuovo assessore regionale alle Politiche sociali Remo Sernagiotto, ma non hanno ancora ricevuto una risposta. «Il volontariato che opera nell’ambito della giustizia, da sempre impegnato nel reinserimento delle persone detenute, che è l’unico modo per rendere la società più sicura e già mobilitato per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni di inciviltà in cui si trovano le carceri, denuncia l’inerzia della Regione di fronte a un problema che dovrebbe invece coinvolgere tutti. Se si lasciano, infatti, le carceri in condizioni di abbandono, le persone che ne usciranno dopo aver scontato la pena saranno più incattivite e pericolose» sostengono le associazioni per spiegare quanto importante e necessaria è la loro azione quotidiana non solo per i detenuti, ma anche per l’intera società.

 

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… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Troppi duellanti in un Paese immobile di Giuseppe De Rita

 

In ogni sistema sociopolitico, passato presente e futuro, ha un ruolo fondamentale la pratica del duello. I leader, affermati o aspiranti che siano, fanno del combattimento a due lo strumento per affermare il proprio rango, per provocare l’avversario, per studiarne i punti di debolezza, e per arrivare a sconfiggerlo, quasi a consacrazione di una più complessa vittoria militare o politica. Si rilegga al proposito il Girard di «Portare Clausewitz all’estremo», un lungo saggio sulla tentazione drammatica al duello condotto fino all’oltranza nella storia moderna, da Napoleone in poi. Anche nella nostra più povera recente storia nazionale, il duello fra leader politici è diventato una non resistibile tentazione, generata dal bipolarismo personalizzato di questo ultimo ventennio e alimentata dalla corrente drammatizzazione mediatica delle vicende e dei comportamenti pubblici. Un combinato disposto (il bipolarismo personalizzato e l’enfasi mediatica) che ispira i protagonisti politici a una vera e propria coazione al duello; primo fra tutti l’attuale premier che ha sempre imperniato la sua strategia non su complesse interpretazioni sociopolitiche, ma sulla imposizione di tanti successivi duelli: con Occhetto, con Prodi, con D’Alema, con Rutelli, con Veltroni, addirittura con Soru nella per lui non marginale Sardegna. Un genio del duello, con la quasi magica capacità di far sì che gli avversari cadano nella tentazione al combattimento a due, anche quando hanno il sospetto che ne usciranno a dir poco malandati. Nel lungo periodo però una tale coazione a ripetere non paga più e, malgrado qualche residua scintilla, oggi si vedono i sintomi di un declino della voglia di farsi protagonista politico usando il duello: da un lato l’oltranza continuata stanca anche chi la esercita; dall’altro cominciano a mancare i protagonisti, visto che sono pochi i potenziali leader di sistema che vogliono giocarsi tutto su una sola «mano schermistica»; e dall’altro ancora tutti cominciamo a temere che, essendo la politica fatta di parole, la loro esasperazione duellante conduca lentamente alla loro insignificanza. È quindi verosimile che il duello resterà lo strumento privilegiato della storia di un periodo forse già passato. C’è comunque da rallegrarsene, visto che la coazione al duello personalizzato ha comportato una radicale disattenzione per quel che avviene nel campo di appartenenza dei protagonisti, per l’implosione dei sistemi culturali, politici, di potere che stanno dietro di loro. Gli occhi di tutti, su suggestione dei media, sono puntati sulla dinamica dei duellanti, mentre nessuno di essi riesce a governare in casa propria la complessità sistemica che comunque esisteva prima ed esisterà dopo ogni duello. E la complessità non governata implode, si scompone. Così ad esempio mentre Gorbaciov ed Eltsin duellavano con l’Occidente, il sistema sovietico implodeva fino al collasso; mentre due pontefici carismatici (l’attuale e il predecessore) duellavano con la modernità secolarizzata, il sistema ecclesiale implodeva fino a una crisi oggi difficile da contrastare; mentre il nostro premier aspetta e spera che le vicende politiche gli garantiscano un’altra occasione di grande duello, il suo schieramento mostra pericolosi sintomi di implosione. Ciò non avviene per cattiveria, complotto, irriconoscenza collettiva, ma per ragioni oggettive e quasi banali. Il politico che duella è convinto che si giuoca tutto in quello scambio di sciabolate o di rivoltellate; e pensa che la leadership gli venga (o gli venga ribadita) dall’esito del duello. Così finisce per dimenticarsi che la leadership può venirgli solo dalla sua capacità di governare il complesso sistema cui egli sovrintende, sia esso statuale, religioso o partitico, per restare ai tre esempi precedenti. Un po’ dappertutto manca in effetti una cultura politica della complessità e del suo governo. Se, come qualcuno comincia a dire, la crisi del mondo moderno è più politica (di cultura di governo) che economica, allora cominciamo a lavorarci dalle fondamenta, resistendo alla tentazione di semplificare la complessità e alla propensione a coartarla nella logica del combattimento a due, dell’adolescenziale duello a oltranza.

 

Pag 2 L’asse tra Giulio e il Senatur si impone sul Pdl e sulle Regioni di Massimo Franco

 

C’è una sicurezza ostentata, nel modo in cui Giulio Tremonti e Umberto Bossi marciano verso l’approvazione della manovra finanziaria. Ieri è arrivato il sì del Senato con la richiesta di fiducia del governo (170 contro 136 no); e la procedura sarà replicata alla Camera. Soprattutto, alla fine le Regioni hanno dovuto accettare quelle riduzioni di spesa che, hanno ripetuto per giorni, rischiano di far saltare le finanze degli enti locali. L’idea di una prova di forza, accarezzata da alcuni governatori di centrosinistra e da quello della Lombardia, Roberto Formigoni, per ora è stata rimessa nel cassetto. Le deleghe non sono state restituite. Ma rimane una tensione diffusa. I Comuni sono contro la manovra. E l’unanimità di facciata delle regioni nasconde atteggiamenti diversi nei confronti del governo. Le Regioni «saranno contente. Avranno un po’ di ossigeno» perché «facciamo il federalismo fiscale» ha spiegato ieri il capo della Lega dopo quaranta minuti di colloquio col ministro dell’Economia. La soddisfazione non è così uniforme, in realtà. Formigoni ha freddato il ministro leghista Roberto Calderoli che accreditava un cambiamento di rotta. Semmai, le Regioni si adeguano perché non ci sono margini per trattare. Tremonti ha negato qualunque possibilità di ridurre i tagli a Montecitorio. «La fiducia dà fiducia» ha giocato con le parole per avvertire che la manovra è blindata. D’altronde bisognava «agire al più presto» lo ha confortato il governatore di Bankitalia, Mario Draghi. Anche se per Draghi non esiste la certezza che le misure prese adesso bastino: «Se la correzione possa consentire di raggiungere gli obiettivi di indebitamento netto potrà essere valutato solo in futuro». Significa che i conti pubblici rimangono a rischio; e questo rafforza la tesi tremontiana di un’Ue che non lascia alternative ai governi nazionali. Il tentativo del centrodestra è di chiudere i fronti aperti entro la fine di luglio. Il 30 dovrebbe arrivare il «sì» definitivo del Parlamento alla manovra e in parallelo essere approvato dal Consiglio dei ministri il federalismo fiscale. Berlusconi insiste anche sulla legge contro le intercettazioni. «Si farà, si farà» assicura Bossi. «La gente non vuole essere ascoltata mentre parla al telefono». Nelle sue parole che aderiscono fedelmente alle tesi berlusconiane, si indovina il calcolo di chi è pronto ad appoggiare Palazzo Chigi per ottenere i provvedimenti sul fisco alle regioni. Ma in questa strategia in apparenza senza ostacoli si inseriscono puntuali i dubbi di Gianfranco Fini. Il presidente della Camera semina perplessità su un federalismo che, teme, può ridurre il Mezzogiorno a «terra di frontiera con il sud del mondo». E voci e smentite su nuovi emendamenti in materia di intercettazioni tengono il provvedimento in bilico. La guerra fra berlusconiani e finiani non si placa. Ma «Berlusconi ha la spada affilata», lo esalta Bossi. Eppure, i timori di qualche sorpresa devono essere seri, se inducono il premier a pensare a una manifestazione di piazza per il 27 luglio: una sfida agli avversari interni e soprattutto al caldo romano.

 

Pag 40 La Bibbia, manuale perfetto per scrivere un poliziesco di Asa Larsson

Caino e Abele, il giallo irrisolto della storia

 

Per come la vedo io, non è facile eguagliare a puro scopo d’intrattenimento il livello di violenza che pervade le pagine della Bibbia. Con ciò non voglio dire che non sia anche il miglior libro di psicologia del mondo. Contiene molta parte di ciò che è umano, per quanto, a dire il vero, una cosa non escluda l’altra. Tuttavia, la Bibbia è davvero un libro che si spaccia per quello che non è. Viene presentata con citazioni di questo tipo: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce». Certo, si possono trovare passi del genere nella Bibbia, anche se nella maggior parte delle pagine si legge del clangore delle armi e dell’infinito spargimento di sangue. La gente commette omicidi, va in guerra. E se non si sta uccidendo a vicenda, lo desidera fortemente. Salmo 137, 9: «Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la pietra». Una delle storie «poliziesche» della Bibbia che preferisco è quella su Caino e Abele, i primi figli di Adamo ed Eva. È come un racconto poliziesco in miniatura, e costituisce anche un’ottima lezione per chi vuole imparare a scrivere libri gialli, poiché contiene alcuni degli ingredienti necessari a un buon thriller. Permettetemi di citarne cinque. Uno: è di una concisione ammirevole e si dipana a un ritmo incalzante - 28 frasi nella mia copia svedese. E include non solo il momento della loro nascita, ma anche quello del loro concepimento. Due: racchiude un conflitto interiore descritto con grande maestria. Si tratta di qualcosa di molto utile in un racconto poliziesco - non bisogna accontentarsi dei conflitti esterni. Violenza e morte. Dev’esserci anche una battaglia del cuore. I fratelli Caino e Abele fanno un’offerta a Dio, e Dio gradisce l’offerta di Abele ma non quella di Caino. Si legge che Caino si arrabbiò e che il suo volto era abbattuto. Dio gli chiede: «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo». Il peccato diventa quasi animato, dotato di vita propria. È il peccato che desidera Caino e che è accovacciato alla sua porta. Dio dice che Caino lo dominerà allo stesso modo in cui aveva annunciato ad Adamo ed Eva che avrebbero regnato su ogni creatura vivente. Quell’immagine mi piace. Si riesce quasi a immaginare il peccato come un cane famelico accovacciato davanti alla porta di Caino, bramoso di impossessarsi di lui. Dall’altra parte, immerso nell’oscurità, Caino preme la fronte contro la porta, in preda a un forte turbamento. Voi lettori sapete che non appena aprirà la porta sarà troppo tardi. La storia scivolerà inesorabilmente verso il suo crudele finale. Ed è esattamente ciò che succede. Caino dice al fratello di andare nel campo, e una volta giunti lì lo uccide. Dio chiede: «Dov’è Abele, tuo fratello?». E Caino risponde: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?». Dio dice: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!». E adesso arriviamo al numero tre, un ingrediente fondamentale in un romanzo giallo. Giustizia è fatta. Il colpevole viene punito. Viviamo in un mondo in cui la voce del sangue grida invano dal suolo - basta semplicemente guardare il telegiornale per rendersene conto. Ma nei racconti per adulti che chiamiamo romanzi polizieschi, giustizia è fatta. Ecco perché è così confortante aprire un libro di questo genere - sapete che alla fine tutto si sistemerà. Non per tutti, forse, ma almeno per qualcuno. Quattro, non essenziale come il terzo, ma a ogni modo straordinario quando è presente in un romanzo giallo: la storia di Caino e Abele non semplifica il conflitto fra il bene e il male. Caino commette fratricidio, eppure quando leggo la storia è per lui che provo compassione. Abele, il fratello buono, è davvero troppo assennato. Ed è strano — nessuno con cui ho analizzato questa storia ritiene psicologicamente inverosimile che uccida suo fratello. Ci cascano tutti. Anche Dio prova compassione per lui. Non lo fulmina all’istante, la reazione del Dio del Vecchio Testamento che a tutti parrebbe più normale. E quando Dio dice: «Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello», Caino protesta: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono? Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere». Ma Dio dice: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte». E poi il Signore pose un segno su Caino affinché nessuno che lo trovasse lo uccidesse. E il fatto di provare compassione e di identificarsi con l’assassino della storia suona molto moderno. Cinque: l’ingrediente del giallo che forse è la ragione per cui proprio questa storia è una delle più famose al mondo è che la domanda è lasciata senza risposta, e in seguito sarete costretti a rimuginarci su. Perché il Signore apprezza l’offerta di Abele e non quella di Caino? Non ci viene data alcuna risposta a questa domanda. Attraverso i secoli, i religiosi hanno elaborato diverse teorie, e immagino che il novantanove per cento di esse sia basato su una difesa di Dio, con cui spiegano il suo comportamento inspiegabile e sostengono che Lui non è ingiusto. Non accettiamo il fatto che si comporti come un genitore nei confronti del figlio prediletto. Tuttavia, nella storia non viene fornita alcuna risposta. Dovete rassegnarvi a questa incertezza. Per quanto mi riguarda, ciò significa che la storia continua ad accompagnarmi. È là, avviluppata dentro di me. Henning Mankell ha usato esattamente la stessa tecnica nel suo romanzo della serie del commissario Wallander, intitolato Delitto di mezza estate. Alla fine, l’assassino viene catturato dopo che ha cercato di uccidere lo stesso Wallander, ma durante le settimane dell’interrogatorio il movente di tutti i suoi delitti diventa incomprensibile. Risponde alle domande di Wallander con semplicità e onestà, ma resta comunque un mistero. Mankell dedica non poche pagine a questo inutile interrogatorio. Da lettori, condividiamo la frustrazione di Wallander nei confronti di quest’uomo enigmatico. E ciò, dopo oltre dieci anni, mi porta a ricordare con precisione i dettagli dei delitti raccontati nel romanzo. E forse questa è l’unica cosa che riesca a ricordare così bene. Perché sapete come funzionano i racconti polizieschi: vi ricordate i personaggi principali, i loro problemi famigliari, le loro debolezze umane e le loro storie d’amore. Ma non vi ricordate il racconto e la dinamica del delitto. Così non accade con questo libro, per via di ciò che era destinato a rimanere senza spiegazione.

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 La corruzione nel nome di Cesare di Massimo Giannini

Le carte dell'inchiesta sulla nuova P3 scoprono l'abisso nel quale stava e sta tuttora per precipitare la nostra democrazia. Un metodo di governo e un sistema di potere costruito per servire gli interessi personali del presidente del Consiglio

 

In nome di "Cesare" 1. Le carte dell'inchiesta sulla nuova P3 scoprono l'abisso nel quale stava e sta tuttora per precipitare la nostra democrazia. In mano a una "cupola" che, sul Lodo Alfano, non ha esitato a giocare una partita mortale, dentro e contro lo Stato di diritto. L'ha persa, ma non per questo appare oggi meno pericolosa. Perché il "metodo di governo" che c'è dietro, il "sistema di potere" che organizza e difende, è costruito per servire gli interessi personali del presidente del Consiglio, e per riprodurne i metodi corruttivi all'interno del tessuto politico, del contesto economico e dell'apparato istituzionale. La pericolosità criminale di questa "rete" al servizio di Silvio Berlusconi viene fuori con paurosa chiarezza, a leggere le centinaia di pagine dei verbali. Si resta allibiti nel verificare la frenetica "attività" del comitato d'affari, riunito intorno al coordinatore di fiducia del Cavaliere dentro al Pdl Denis Verdini, al suo braccio destro nell'avventura di Publitalia e di Forza Italia Marcello Dell'Utri, al sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, e a personaggi come Flavio Carboni, Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi. Tutti impegnati, a vario titolo e con funzioni diverse, a cercare di condizionare la decisione dei quindici giudici costituzionali chiamati a decidere sulla legittimità del Lodo. Tutti ingaggiati, probabilmente, dallo stesso  premier: col quale hanno incontri, al quale devono costantemente riferire. Altro che "quattro sfigati in pensione": queste carte ci dicono che a cavallo di quel settembre/ottobre del 2009 ci fu un vero e proprio "assedio" agli ermellini della Corte, per estorcergli un verdetto positivo da consegnare tra gli allori al Cesare "trionfatore", citato nelle carte ben 23 volte. Altro che gente che "trama per sei bottiglie di vino", come scherzano i giornali di famiglia: in quei giorni la posta in gioco, altissima per il Cavaliere, era il suo salvacondotto processuale, cioè la sua salvezza politica. Solo grazie ad essa la nuova P3 avrebbe potuto continuare a prosperare, nel quadro di quel collaudato "scambio di favori tra reti criminali" di cui ha parlato il procuratore antimafia Pietro Grasso. E poco importa se, alla fine, l'assedio fallì e il verdetto fu negativo: l'ultimo degli studenti di giurisprudenza sa bene che per il diritto penale il reato tentato, ancorché non consumato, non indica affatto una minore pericolosità criminale.

IL VERTICE A CASA VERDINI - Il lavoro è sporco, ma qualcuno lo deve pur fare. E allora l'offensiva del "gruppo di lavoro" incaricato di tutelare e di riferire "a Cesare" comincia il 22 settembre di un anno fa. Per il successivo 6 ottobre la Consulta ha fissato l'udienza nella quale deve stabilire se il Lodo Alfano viola o meno i principi di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge fissati dalla Costituzione. Non c'è tempo da perdere. Così il 22 Pasquale Lombardi, "l'uomo che sussurrava ai giudici", come ha scritto Alberto Statera, cioè l'intermediario che ha il compito di avvicinare e circuire le toghe attraverso convegni e viaggi offerti da un suo improbabile centro di studi giuridici, si attacca al telefono per convocare una riunione il giorno dopo, a casa di Denis Verdini, a Palazzo Pecci Blunt, in piazza dell'Ara Coeli. La prima telefonata è per Antonio Martone, avvocato generale della Cassazione (che per altro ha fatto domanda da procuratore generale). "Oh, ti ricordi alle tredici... poi ti do l'indirizzo preciso, ma intorno a Piazza Venezia....". La stessa telefonata Lombardi, ancora più agguerrito, la fa a Flavio Carboni: "Io sarò un poco prima, con l'elmetto in testa". Poi chiama Dell'Utri: "Mio caro Marcello, ciao, ciao...". E il plenipotenziario di Berlusconi in Sicilia vuole sapere quanti saranno all'incontro. "Siamo sei noi, più te sette", spiegando che ci saranno anche tre magistrati. Poi aggiunge: "Abbiamo scoperto qualcosa che ti devo riferire di persona. sì veramente una cosa incredibilmente importante...". Il giorno dopo, alle 10, Lombardi richiama Carboni, al quale conferma: "Saremo ricevuti a casa dell'uomo verde...". Poi richiama Arcangelo Martino, e i due concordano insieme chi deve convocare a casa Verdini il sottosegretario Caliendo e Arcibaldo Miller, capo degli ispettori del ministero della Giustizia. Di quest'ultima convocazione si occupa lo stesso Lombardi, che da a Miller le coordinate dell'appuntamento e lo saluta con un "Ok, a dopo. Un bacione...". Molto più che un rapporto confidenziale: un rapporto incestuoso, vista la sovrapposizione e il conflitto degli interessi in gioco. La stessa impressione si ricava dalla telefonata immediatamente successiva che lo stesso Lombardi fa alle 11,45 all'altro magistrato convocato. Martone ha un problema di orari: "Ho una riunione adesso, dal Procuratore, comunque spero di fare in tempo...". Il faccendiere perde la pazienza, e risponde in dialetto, non come se parlasse a una toga ma a un sottoposto: "Sì, sì, mandalo affanculo che chist nun porta voti e poi vieni adda noi...". Poco dopo le 13, dunque, il gruppo di lavoro composto da Dell'Utri, Caliendo, Martone, Miller, Lombardi Martino e Carboni si ritrova in casa di Denis Verdini. L'ordine del giorno lo si desume dalle telefonate successive, e i verbali lo riassumono così, riprendendo le parole di Lombardi: "Dovranno svolgere il seguente compito afferente la prossima decisione della Corte costituzionale sul Lodo Alfano". La sintesi in dialetto che lo stesso Lombardi fa a Caliendo dice tutta la portata eversiva del tentativo messo in piedi da questo pezzo di anti-Stato: "Abbiamo fatto un discorso per quanto riguarda la corte costituzionale... amm' fa nu poc' conta a vedè quanti sonn' i nostri e quani songo i loro, per cui se putimm correre ai ripar', mettere delle bucature, siamo disponibili a fare tutto...". Non solo. Il sensale dei giudici spiega anche l'intenzione "programmatica" del gruppo: "Giustamente abbiamo fissato che ogni giorno... ogni giorno... ogni settimana bisogna che ci incontriamo per discutere tra di noi e vedere andò sta o' buono e ando stà o' malamente... Io farei una ricognizione, i favorevoli e i contrari. Poi vediamo come bisognerà per vedere di raggiungere i contrari...". E per convincere il sottosegretario, Lombardi fa l'ultimo affondo, indicandogli anche una possibile ricompensa personale: "Questa è una cosa molto importante. Ormai, vagliò, ti è spianata la via per i' a fa o' ministro, o' vuoi capiscere o no?".

"POI DOBBIAMO VEDERE CESARE" - Avviata la "procedura" dell'infiltrazione e dell'interferenza, compare quello che potremmo definire il manovratore iniziale e, al tempo stesso, l'utilizzatore finale del meccanismo. Lombardi dice a Caliendo, nella stessa telefonata: "... Poi ammo a vedè Cesare quanto prima...". Da qui fino al 7 ottobre, data della sentenza della Corte sul Lodo, il riferimento a "Cesare" che bisogna vedere, che bisogna informare, che bisogna accontentare, diventa sistematico. Conta troppo, per Berlusconi, la pronuncia della Consulta. E il sodalizio che lavora per lui se ne rende conto. "Quattro sfigati in pensione", di nuovo? Non si direbbe, a leggere la conversazione tra un pezzo da novanta come Dell'Utri e l'antico socio negli affari sardi Carboni. "È stato un ottimo incontro", dice Dell'Utri. E il faccendiere incassa: "Ecco, questa è la parola che più mi fa piacere... amico mio... È che io non posso... non potevo fare di più, anche quando Denis mi parla, tu lo capisci, io lo lascio parlare, ma sono tutte cose che abbiamo già fatto, no?". Come dire: l'ingranaggio è già oliato da tempo. Un'ultima domanda di Carboni, infine, sembra rimandare di nuovo a "Cesare", anche se non in modo esplicito: "Era soddisfatto l'uomo, sì?". Dell'Utri rassicura: "Sì, sì, sì. Comunque soddisfatto...". Di che "uomo" stanno parlando? Cesare, Cesare e ancora Cesare. In suo nome, ancora una volta, lo stesso Carboni parla in serata al telefono con Arcangelo Martino, sia dell'avvio della missione Lodo Alfano, sia della candidatura del plurinquisito Nicola Cosentino alla Regione Campania: "Sei contento?", chiede Martino. "Sì beh, soddisfattissimo. Credo che sia già arrivato nelle stanze di Cesare, i tribuni hanno già dato notizia...", rassicura Carboni. Da quel momento in poi, parte la corsa contro il tempo per intercettare i giudici della Consulta prima dell'udienza del 6 ottobre, e per renderne conto al premier. Telefonate quotidiane. Lombardi ripete a Carboni: "Io adesso mi metto in contatto per il giorno sei, cosa bisogna fare...". E Carboni: "Sì , bravissimo, bisogna sapere i nomi...". Sullo sfondo, sempre l'ombra di Cesare. Lombardi a Martino: "Flavio ha detto che più tardi mi darà un colpo di telefono perché parlerà pure con Cesare...". Martino a Carboni, il giorno dopo, parlando dei numeri telefonici dei giudici da contattare: "Sì, queste informazioni, se bisogna fare l'incontro con Cesare...". Dal brogliaccio delle intercettazioni, a dispetto della "teoria del polverone", emerge il ruolo centrale di Verdini e Dell'Utri, come collettori di notizie e promotori di interventi sulla Consulta. Lo dice Carboni, nei giorni successivi, al telefono con Martino, chiedendogli i primi esiti della riunione a casa di Verdini: "Sono ansioso... adesso io chiamo Marcello... chiamo Denis i quali mi chiederanno, allora s'è saputa qualche notizia? Che risposta do?". Col passare dei giorni, il lavoro del gruppo verso i giudici della Consulta sembra dare qualche risultato. Si tratta di capire come voteranno i 15 ermellini in camera di consiglio. Carboni parla con Martino: "Denis, Marcello, io tu e lui aspettiamo i numeri...". La risposta sembra confortante: "Siamo ottimisti.. glielo puoi dire, diglielo...". A chi deve dirlo, il faccendiere sardo, è subito chiaro: "Diglielo a Cesare, che siamo...". "Cesare", insomma, vuole sapere quanti giudici voteranno sì al Lodo e quanti voteranno no. Nell'attesa, non disdegna aggiornamenti sul caso Cosentino e sulla sua candidatura a governatore. Ancora Martino a Carboni: "Cosentino può proseguire, credo che sia bravo come candidato...". Carboni approva: "Denis è favorevole a questo... E poi chiamo anche Cesare, d'accordo?". Ma l'ossessione principale resta il Lodo Alfano. E per avere più certezze sulle scelte dei singoli giudici, Lombardi non esita a contattare prima un esponente dell'opposizione, Renzo Lusetti, poi un altro esponente del centrodestra, Angelo Gargani: a tutti e due la stessa richiesta, il numero di telefono di un ex presidente della Consulta. Cesare Mirabelli viene effettivamente contattato, pochi giorni dopo, dallo stesso Lombardi, che saluta affettuosamente: "Presidente buongiorno, sono Pasqualino Lombardi, come andiamo?", poi gli chiede udienza: "È una cosa un po' urgentuccia...". La otterrà, sempre al telefono, il giorno successivo. Non prima di aver esultato con Martino per aver stabilito un contatto prezioso per il suo "committente". "Domattina incontrerò il personaggio più importante d'Italia..", dice. Allude ancora a "Cesare", che nel frattempo sta tampinando anche lo stesso Martino, che a sua volta chiosa: "Mio cugino Cesare vuole sapere... mi ha chiamato, mio nipote Cesare... concretezza... concretezza e risultati".

LA SIGNORA DELLA CONSULTA - A testimoniare tutta la pericolosità del network criminale c'è proprio la telefonata di Lombardi al presidente emerito Mirabelli: "Siccome il 6 ottobre si verificherà il lodo del ministro... in quell'occasione i suoi amici ex colleghi su che posizione staranno?". Mirabelli svicola: "Ahh, è una bella domanda...". Ma il faccendiere non molla: "Quella della Consulta che è la donna, dice che è sua amica... possiamo intervenire almeno su questa signora?". Il riferimento è a Maria Rita Saulle, giudice costituzionale, che Mirabelli conosce. Ma l'ex presidente svicola, di nuovo: "Non è che gli interventi valgano granché, eh!? Ma comunque cosa avete come iniziative?". E qui Lombardi spiega, senza tante perifrasi: "Abbiamo fatto per lo meno accertare di raggiungere un po' quasi tutti e le dico, il risultato, quattro negativi, cinque positivi, tre ...". Poi l'estremo tentativo: "Comunque, vedi un poco se sulla signora possiamo avere un riscontro... Mi stanno mettendo in croce gli amici miei... che sono anche amici suoi...". Il primo ottobre c'è un nuovo incontro a casa Verdini. E stavolta il livello del coinvolgimento delle "toghe sporche" sale ulteriormente. Lombardi annuncia a Martino che al pranzo, oltre ai "soliti noti" Caliendo, Martone, Miller, Carboni, "viene a mangià anche o' presidente da cassazione". Cioè Vincenzo Carbone. Anche questo convivio a casa "dell'uomo verde" soddisfa tutti. Lombardi, stavolta, lo dice direttamente a Cosentino: Tutt'appost, tutt'appost, uagliò...". E del buon esito del vertice, ancora una volta, occorre che sia informato l'immancabile "Cesare". "I mo comm' stann' e cose a settiman che trase m'incontro pure co Cesare... Lui è rimasto contento per quello che gli stiamo facendo per il sei ottobre...". Cioè per la data dell'udienza della Consulta sul Lodo.

AL BAR DELL'EDEN, ASPETTANDO LA CORTE - Tutto sembra pronto per l'ordalia del sei ottobre. La Consulta convoca l'udienza. La sentenza arriverà il giorno dopo, cioè il 7. Negli stessi minuti in cui la Corte è chiusa in camera di consiglio e sta per annunciare il verdetto, a poca distanza dal palazzo di fronte al Quirinale c'è un'altra riunione, non meno significativa. Al bar dell'Hotel Eden, in via Ludovisi, si riuniscono Dell'Utri, Carboni, Martino e Lombardi, ad aspettare il verdetto. Alle 18 e 20 Martone chiama i "quattro amici al bar", e gli dà la ferale notizia: la Corte ha bocciato il Lodo. Lombardi sbotta: "Noi nun comandamm' manco o cazz' sti quindici rincoglioniti...". Martino è amareggiato: "Che figura di merda, va...". Dell'Utri, uomo di mondo, è più prosaico: dice solo "eh sì, sì, va beh...". "La P3 al telefono sembra un film di Totò", ironizzano adesso i cantori berlusconiani e i frenatori terzisti, per trasformare in burletta il nuovo scandalo dell'eolico. In realtà, l'esame di questo inquietante canovaccio di contatti, di colloqui, di incontri tra Verdini, Dell'Utri, Caliendo, Cosentino e una colorita schiera di affaristi senza scrupoli, magistrati senza etica, trafficanti del sottobosco campano del Pdl, suggerisce un'altra trama. Drammatica, per chi la voglia capire fino in fondo, rifiutando le comode banalizzazioni di regime. Tragica, per chi ha a cuore lo Stato di diritto ferito a morte e le sorti di questa democrazia sempre più squalificata. La trama è quella di un gigantesco, pericoloso "Romanzo criminale". Scritto, ideato e sceneggiato "in nome di Cesare".

 

Pag 1 Quelle toghe illegali di Stefano Rodotà

 

Una rete di infiltrazione e corruzione dei magistrati era il primo piano d'azione organizzativo della cosiddetta P3. Non mi sorprende il fatto che nel disegno complessivo di stravolgimento di ogni regola del funzionamento del sistema istituzionale si sia intervenuti anche sulla magistratura e che ci siano state persone che hanno finito con l'aderire a questo disegno. La magistratura non è diversa dal resto del paese, i rischi di inquinamento ci sono dappertutto, ma questa vicenda suggerisce immediatamente due considerazioni. La prima: chi ha tuonato e continua a tuonare contro la politicizzazione della magistratura si è reso protagonista di una operazione non solo di politicizzazione ma in qualche modo di asservimento a disegni esterni di singoli magistrati. In secondo luogo la forza di reazione della magistratura medesima la mette in una posizione di legittimità e di forza rispetto a tutti gli altri ambienti nei quali l'inquinamento non solo viene negato, ma i responsabili vengono difesi fino all'ultimo: e solo quando la pressione esterna dell'opposizione politica e dell'opinione pubblica si fa intollerabile si decide di intervenire. Dunque da una parte un establishment che si difende in ogni modo, anche di fronte a prove clamorose di deviazioni dalla legalità, dall'altra la reazione immediata dell'Associazione nazionale magistrati e del Consiglio superiore della magistratura che invece subito chiedono che i responsabili di questa gravissima deviazione vengano messi fuori gioco. Tutti ricordiamo che la corruzione e l'uso  veramente politico della magistratura poggiavano in passato su una rete di protezione del malaffare politico: ricordo bene in proposito un articolo di "Repubblica" che riguardava la Procura di Roma e venne intitolato "il porto delle nebbie". Ci volle tempo, ci volle il rinnovamento interno alla magistratura perché quell'immagine venisse allontanata, e la magistratura riassumesse pienamente il compito di custode della legalità. Episodi rivelati in questi giorni ci dicono che si sta cercando di ripetere esattamente quel copione, cioè in un momento in cui la politica soffre il controllo dell'opinione pubblica e il controllo della legalità, si tenta di piazzare nei posti di responsabilità persone fidate per ricostruire la rete di protezione. Non è un caso che proprio in questi giorni l'insistenza e la fretta intorno alla vicenda della legge bavaglio diventino rivelatrici. Forse all'inizio qualcuno aveva sottovalutato quella legge dicendo che tutto sommato era uno strumento che il presidente del Consiglio adoperava con la logica tradizionale delle leggi ad personam per evitare che intercettazioni sgradite potessero essere conosciute all'esterno. Questa lettura tutto sommato riduttiva è stata smentita, e mi pare che poi fosse evidente che l'obiettivo andava al di là della tradizionale legge ad personam. L'accelerazione sulle intercettazioni va di pari passo con la scoperta progressiva della corruzione diffusa, di questo - riprendo la famosa espressione di Silvio Spaventa - mostruoso connubio che si è determinato tra politica, amministrazione e affari. Un connubio non esterno al sistema di governo, non esterno al modo in cui la maggioranza funziona, ma del tutto interno e in qualche modo provocato da questa medesima maggioranza perché se c'è una differenza tra Tangentopoli e oggi è questa: Tangentopoli fu una vicenda che si determinò attraverso connivenze politiche composte da una rete di protezione, ma si trattava comunque di comportamenti fuori dalla legalità. Tutta questa vicenda che noi in questo momento abbiamo davanti agli occhi è stata dunque resa possibile dallo stravolgimento della legalità determinato dalle procedure che hanno sottratto agli ordinari controlli di legalità questioni rilevanti. Quindi c'è una componente istituzionale di questo scandalo messa a punto attraverso un uso degli strumenti legislativi. In questo momento noi ci rendiamo conto dunque che c'era bisogno di tenere al riparo questo insieme di comportamenti illegali dall'occhio del pubblico e dall'occhio degli stessi magistrati. Quindi la legge sulle intercettazioni oggi acquista tutta la sua portata, non solo di legge ad personam, ma di misura fatta per difendere un sistema di governo che proprio in questi giorni sta mostrando tutti i suoi vizi e tutte le sue caratteristiche. Tutta questa vicenda conferma la necessità non solo di opporsi ma di denunciare le caratteristiche proprie di questa legge sulle intercettazioni che è un pezzo essenziale di questa abnorme costruzione istituzionale di salvaguardia, abuso e privilegio. Prima si sono varate tutta una serie di norme per rendere opaco e non controllabile lo svolgimento di una serie di affari, e poi si cerca di approvare norme ulteriori per impedire che si possa svelare questa opacità e mettere in evidenza le caratteristiche del mostruoso connubio che stiamo vivendo. 

 

Pag 26 I forzati dei farmaci e il business delle cavie umane di Michele Bocci

Ogni anno 1500 volontari sani rispondono al richiamo delle case di produzione in Svizzera, Francia, Austria. Chiusi per quattro giorni, si sottopongono ai test delle medicine. Prendono fino a 1200 euro in contanti, esentasse. "E' come una vacanza, ti fanno gli esami gratis, con i soldi mi sono comprato la tavola da surf"

 

Il corpo come un laboratorio, una pagina bianca su cui scrivere il nome delle medicine di domani. La pasticca buttata già con l'acqua e poi i prelievi, le provette, i saltelli dell'elettrocardiogramma. Le chiamano cavie umane, sono persone che non hanno paura di prendere per primi un farmaco sconosciuto, che accettano di restare chiuse in una clinica tre giorni, aspettando di capire se il loro organismo reagirà e come. Italiani che vanno all'estero, soprattutto in Svizzera: studenti di medicina di Milano e Varese, giovani disoccupati con troppo tempo libero, intere famiglie in difficoltà economica, persone dirette dai parenti in Germania che si fermano qualche giorno in clinica nel Ticino. "Perché farlo? Per soldi". Chi c'è passato non ha dubbi: non è la prospettiva del progresso della medicina a motivare ma il denaro. Come spesso accade. La ricerca farmaceutica ha bisogno di loro, dei volontari sani. In questo settore di studio l'Italia è molto indietro: il quinto paese per consumo di farmaci al mondo, in Europa è tra gli ultimi come numero di ricerche svolte sui medicinali. Finisce che non contribuiamo a testare ciò che usiamo in grande quantità. Manca soprattutto la cosiddetta Fase 1, che serve a capire se un medicinale fa male. Anche i passaggi successivi degli studi in questo settore non sono molto diffusi da noi. Esportiamo cavie. E allora per raccontare chi sono e a cosa servono questi volontari sani bisogna partire proprio dalla Svizzera. Ogni anno circa 750 italiani  attraversano il confine con il Canton Ticino per fornire i corpi su cui sperimentare i farmaci delle multinazionali. Il numero va almeno raddoppiato se si tiene conto di chi si reca in Francia e in Austria, altri paesi che fanno molta Fase 1. Si arriva così a circa 1.500 forzati delle sperimentazioni che ogni anno espatriano. E negli altri paesi quanti sono i volontari sani che si sottopongono alle sperimentazioni? Molti di più, visto che gli studi sono assai più diffusi. Esiste anche un database online (volterys.it) dove centri di ricerca europei e cavie si possono incontrare. Al momento sono iscritte 41 mila persone, soprattutto francesi. Si tratta per la maggior parte di ventenni. Negli Usa si stima che ben 4 milioni di uomini e donne abbiano partecipato almeno ad una sperimentazione, ma in questo dato sono compresi anche malati.

"I MIEI GIORNI DA CAVIA" - Nel Ticino c'è un centro, di proprietà della Cross Research, che da solo conduce anche 25 studi su volontari sani ogni anno. Un'altra clinica privata nella stessa zona ne affronta 15. In una piccola regione d'Europa, da 300mila abitanti, si fanno almeno il quadruplo delle Fasi 1 su volontari sani di tutta Italia, meno di 10. "Una quota tra il 75 e l'80% di chi si presenta da noi proviene dal vostro paese", dice Giovan Maria Zanone, capo dell'Ufficio del farmacista cantonale e presidente del Comitato etico. Il compenso? Circa 250 euro al giorno. Più o meno un terzo dei nostri connazionali sono "clienti abituali" cioè ritornano con frequenza variabile. Andrea (il nome vero non lo vuole dire) ha 30 anni e lavora come giardiniere. Vive nella provincia di Varese ed è stato due volte in Ticino a fare la cavia. Glielo hanno consigliato alcuni amici, giovani della sua zona, di Como, piemontesi che partecipano anche a tre sperimentazioni in un anno, il numero massimo a cui ci si può sottoporre. "Sono stato a maggio dell'anno scorso - racconta Andrea - Prima ero andato quattro anni fa. L'ultima volta abbiamo sperimentato un sale. Quattro giorni e quattro notti. Mi hanno dato circa 1.200 euro". Pagamento? In contanti. "Sì, i soldi te li consegnano subito. La prima volta ho preso i 550 euro per due giorni e mi sono comprato la tavola da surf". Il protocollo da seguire durante il ricovero è ben definito. "Devi bere almeno 2 litri d'acqua al giorno, non si può fumare né bere il caffè. Ci facevano prelievi a intervalli regolari, prendevano la pressione e il battito cardiaco". Il centro svizzero è pulitissimo. "È tenuto molto bene, non è grande, il personale è professionale e simpatico. Ti fanno sentire a tuo agio. Non si può mai uscire dalla struttura, una volta lo permettevano ma ci sono stati problemi con persone che prendevano i farmaci e andavano a dormire a casa. Ci sono stanze da due, tre, cinque e sette letti". La prima volta Andrea ha provato un gastroprotettore. "Tra l'altro ti fanno tutti gli esami gratis. Io comunque non ho avuto problemi di salute con i farmaci sperimentati. La seconda volta sono andato perché ero inserito nel loro database e sono stato chiamato. L'ho preso come un periodo di vacanza dal lavoro, quattro giorni di relax in clinica: si dorme, perché ti mandano a letto presto, si fanno giochi di società. Io ho sempre incontrato solo italiani. Ci sono soprattutto persone fino ai 40 anni. Una volta c'erano due sorelle sessantenni simpaticissime. E poi si instaurano bei rapporti anche con chi lavora lì. Ti aiutano, quando ti prelevano il sangue non ti fanno male". Ma a fare questa vita, anche per pochi giorni, ci si sente davvero come una cavia? "Certo, la prima cosa che dici è: vado a far la cavia in Svizzera. Quando sei lì poi ti rendi conto che lo hai voluto tu. Perché ti stanno dando dei soldi". Va bene, ma anche l'idea di dare un contributo per la nascita di un farmaco che può aiutare dei malati dovrebbe essere di stimolo. "Uno ci va per i soldi. Almeno secondo me. Non credo proprio che ci siano persone che dicono: aiuto a sperimentare, se non mi pagano non fa niente". Andrea rifarebbe il volontario, come i suoi amici. "Sì, sì. Se mi chiamano e posso liberarmi ci torno".

I TEMPI PER PRODURRE UN FARMACO - Senza quelli come Andrea, sui nostri comodini non ci sarebbero le pasticche per l'emicrania o il mal di stomaco. Ma perché un farmaco arrivi in casa nostra il viaggio dura molto di più di quei pochi giorni trascorsi dalle cavie nelle cliniche svizzere, inglesi, tedesche. Si parte dall'invenzione del principio attivo in laboratorio, poi viene avviata la sperimentazione sugli animali. Se tutto fila liscio si passa all'uomo. Arrivati a questo punto le aziende farmaceutiche non possono ancora cantare vittoria e iniziare a pensare agli enormi incassi che faranno: solo una molecola su sei arriverà in fondo alla sperimentazione. Le altre cinque saranno scartate perché identiche a prodotti già in commercio o inefficaci. La Fase 1 riguarda poche persone, tra venti e quaranta e difficilmente costa più di un milione di euro alle industrie farmaceutiche. È molto delicata, chiarisce subito se quel farmaco fa male. Si fa su persone sane o su malati, prevalentemente oncologici. I primi percepiscono un compenso come rimborso spese, i secondi no, ma è facile comprendere cosa li spinga a prestare il loro corpo alla ricerca. In molti casi si fanno studi di bioequivalenza, cioè su vecchi principi attivi che devono passare una nuova verifica per finire sul mercato come generici. Dalla Fase 2 si iniziano ad arruolare più persone, e ci vogliono i malati perché si inizia a valutare se la medicina funziona. Quando si arriva in fondo alla Fase 4 e si presenta il dossier con la richiesta per l'autorizzazione all'Emea, l'agenzia europea per i medicinali, possono essere passati anche 10 anni dal momento in cui ricercatori hanno individuato la molecola. Quanto costa mettere un nuovo farmaco sul mercato? Oltre 1 miliardo di euro. Parte di quei soldi vanno ai centri di ricerca, in Italia sono pochi ma solo pubblici. All'estero sono prevalentemente privati.

VOLONTARI MA PAGATI, ECCO I RISCHI - Il loro ruolo è il più delicato di tutto il percorso di produzione delle medicine. Il tema dei volontari sani è spinoso, a partire dalla questione del compenso. Lo chiamano rimborso spese quasi ovunque, nessun paese occidentale vuole che sembri una retribuzione eppure in Svizzera, ad esempio, quei soldi vengono tassati, al 10%. Nei paesi anglosassoni i cosiddetti volontari si possono reclutare anche con annunci sui giornali, cosa da noi impensabile. Lavoro o contributo alla scienza che sia, non è a rischio zero. Proprio in Inghilterra nel 2006 c'è stato un episodio inquietante: quattro persone sane che si erano sottoposte alla sperimentazione di un anticorpo monoclonale sono finite all'ospedale in gravi condizioni. Gli incidenti avvengono. Talvolta sono gravi, spesso provocano solo pochi danni ai volontari. Si capisce perché le industrie non ci tengano troppo a pubblicizzarli. Dopo aver investito molti milioni di euro e aver lavorato anni per mettere una nuova molecola sul mercato, dover bloccare tutto e perdere l'investimento alle multinazionali non piace. Per questo servono forti agenzie di controllo statali, per questo le nuove frontiere della sperimentazione come Cina, India, paesi dell'Europa dell'Est mettono paura. Talvolta i loro centri di ricerca non danno certezze sui protocolli adottati. "Da noi in una decina d'anni di sperimentazioni di Fase 1 ci sono stati 16 o 17 eventi avversi - dice il capo della farmaceutica svizzera Zanone - Solo un caso è stato grave, una ragazza a cui sono venuti calcoli biliari. È stata operata a spese della clinica dove aveva fatto il test". Marco Scatigna, direttore medico e scientifico di Sanofi Aventis Italia spiega che ormai le sperimentazioni sono sicure. "I protocolli sono stringenti, i problemi sempre più rari. E anche i controlli per evitare che le persone partecipino a più studi trasformando il volontariato in lavoro sono più attenti". In rete ci sono blogger statunitensi che raccontano della loro vita in giro per gli Usa, a sperimentare farmaci. "È una cosa del passato - dice sempre Scatigna - Non può più succedere perché gli archivi dei centri di ricerca sono in rete e devono passare un certo numero di mesi tra due studi a cui si partecipa". Si chiama periodo di "wash out" e in Svizzera è di 3 mesi, in altri paesi europei di 4 e in Italia di 6.

L'ITALIA INDIETRO NELLA RICERCA - Come altri settori della ricerca, anche quello farmaceutico è rimasto fermo a lungo nel nostro paese, forse in maniera irreparabile. Secondo il registro dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), l'unica autorità nazionale europea che pubblica i dati ogni anno, nel 2008 si sono fatti 46 studi di Fase 1, prevalentemente su malati oncologici. Meno di 10 hanno riguardato volontari sani. Se si tiene conto anche delle Fasi 2, 3 e 4, che coinvolgono molte più persone, di solito affette dalla patologia che si vuol curare, il numero sale a 850. Sempre molto basso. Paesi come l'Inghilterra e la Germania, o comunque nordeuropei, superano abbondantemente i 200 studi di Fase 1 sui volontari ogni anno. La piccola Svizzera ne fa circa 150. I centri che da noi conducono il primo passo della sperimentazione sull'uomo sono pochi: Verona, Chieti, Cagliari, Pisa, Catania e presto anche Sacco e San Raffaele di Milano. Quello più importante per quanto riguarda i volontari sani sta all'ospedale di Verona ed è diretto da Stefano Milleri. Perché nel nostro paese la ricerca farmaceutica è rimasta così indietro? "Scontiamo il fatto che l'Università italiana ha sempre puntato sulla ricerca di base preclinica - dice il ricercatore - Abbiamo meno strumenti. Basta considerare che un centro come il nostro, tra i più grandi in Italia, ha 14 letti, contro i 24 del più piccolo inglese o tedesco, dove normalmente i posti sono 60. Dobbiamo muoverci se non vogliamo perdere l'ultimo treno. Sono già partiti a fare Fase 1 paesi come India o Cina, la cui sicurezza dei protocolli lascia molti dubbi". Secondo qualcuno potrebbero esserci anche questioni di bioetica dietro il rallentamento di questo tipo di ricerca, che riguarda persone sane. "Forse ci sono anche quelle, ma secondo me ha pesato molto l'impostazione della nostra Università. Comunque da noi i controlli sono rigorosi. A Verona facciamo a tutti i volontari test della personalità per capire cosa li spinge a prestarsi alla sperimentazione. Non vogliamo persone motivate dai soldi. Quanto denaro gli diamo? Viene deciso insieme al comitato etico. Di solito circa 200 euro al giorno come mancato guadagno, partendo dal presupposto che chi viene in clinica non può fare nient'altro". 

 

LA STAMPA

Il giudice va a cena da solo di Carlo Federico Grosso

 

Ricordo che mio padre mi diceva che ai suoi tempi era regola indiscussa che il magistrato non dovesse essere «commensale abituale» di coloro nei confronti dei quali amministrava la giustizia. Non doveva, cioè, coltivare relazioni sociali, avere rapporti di interesse, anche soltanto ostentare amicizie nella città dove aveva l’ufficio. Lo imponeva una regola elementare di prudenza. Poiché egli doveva non soltanto essere, ma ancor prima apparire imparziale, la sua immagine sarebbe stata inevitabilmente intaccata se egli fosse stato visto sedere abitualmente al tavolo degli stessi commensali, frequentare circoli, salotti, cene o cenacoli. Altra regola sentita era che il magistrato doveva esprimersi esclusivamente con gli atti processuali e le sentenze: non doveva esibirsi, rilasciare interviste, parlare dei suoi processi fuori dalle sedi processuali, cercare a tutti i costi la vetrina. La sua attività doveva essere improntata a grandissima riservatezza. Ogni eccesso avrebbe infatti potuto intorbidire un’immagine che doveva apparire, invece, manifestazione di equilibrato esercizio delle funzioni. Ulteriore regola di prudenza era che mai il magistrato avrebbe dovuto utilizzare la notorietà comunque acquisita con i suoi processi per tentare la strada di carriere parallele: nella politica, nei ministeri, negli uffici studi dei partiti od in qualunque altro luogo che gli consentisse di avere rapporti ravvicinati con il potere politico. La stessa possibilità d’intraprendere una carriera parallela avrebbe potuto costituire, infatti, motivo di esercizio turbato della sua attività giudiziaria, improntata al perseguimento d’inconfessabili ragioni d’interesse personale piuttosto che al perseguimento dell’interesse di giustizia. Può darsi che quest’idea di magistrato avulso da ogni profilo di promozione sociale, estraneo ad ogni gioco di potere o d’interessi, lontano dalle ribalte, di magistrato stretto in una carriera necessariamente separata da tutte le altre carriere, fosse un’idea impraticabile, antica, fuori dal tempo. Osservare, e fare rigorosamente osservare, sempre, quantomeno alcune regole di rigore e di prudenza nelle frequentazioni degli appartenenti all’ordine giudiziario, nelle loro esternazioni, nei loro coinvolgimenti politici, nelle loro manifestazioni pubbliche e private, sarebbe tuttavia stato, probabilmente, utile e sacrosanto. Lo dimostrano le sconcertanti vicende che la cronaca giudiziaria di questi giorni ha portato sulle prime pagine dei giornali e che stanno coinvolgendo taluni magistrati di rilievo. Esse, si badi, non costituiscono d’altronde un caso isolato. Si inseriscono in una sequenza di episodi che, sia pure interessando settori circoscritti della magistratura, hanno ripetutamente connotato le dinamiche del mondo giudiziario. È significativo, ad esempio, che alcuni dei magistrati che sono oggi al centro dell’attenzione mediatica perché coinvolti nell’ultimo scandalo, siano già stati, anni fa, oggetto d’inchiesta da parte del Csm e scagionati, non so se a ragione o a causa del gioco perverso delle trasversalità correntizie. Segno, comunque, che il sistema di controllo interno della magistratura non ha funzionato. Che dire, d’altronde, della circostanza che fra i soggetti dei quali oggi si mormora vi siano addirittura Primi Presidenti, componenti del Csm, ex Presidenti della Corte Costituzionale? A poco conta che, come sembra, essi non abbiano accolto le richieste d’interferenza che sono state loro rivolte; è già sufficiente, a preoccupare, che tali soggetti abbiano potuto essere anche soltanto avvicinati. Ciò che è stato, comunque, è stato. Sarebbe importante, ora, che le vicende emerse, e che rivelano l’esistenza di una questione morale interna alla magistratura oltre che al Paese nel suo insieme, forniscano l’occasione per il rinnovamento quantomeno di alcune regole. Mi limito ad accennare ad alcuni temi sui quali occorrerebbe cominciare a ragionare. Primo. Attenzione al problema dei rapporti fra appartenenti all’ordine giudiziario e società. Non basta, si badi, vietare ai magistrati la frequentazione di ambienti quali quello degli affari, dei partiti, dei cenacoli e delle società segrete. Bisognerebbe, forse, decidere finalmente che il magistrato faccia, e soltanto, il magistrato, e non possa più essere distaccato in un ministero, in un ufficio politico, in un ufficio studi. Secondo. Massimo rigore nel vietare le esternazioni improprie, le apparizioni televisive e le interviste sui processi in corso, comunque l’autopromozione mediatica. Terzo. Divieto che un magistrato possa transitare senza scosse dalla magistratura all’attività politica. Se vuole farlo, si dimetta dalla magistratura ed affronti la nuova carriera libero da ogni condizionamento pregresso e futuro. Quarto. Una riforma dei criteri di selezione dei componenti togati del Csm, per evitare finalmente che le trasversalità correntizie incidano sulla selezione dei dirigenti degli uffici, sulle decisioni disciplinari, su quant’altro potrebbe essere deviato dall’esistenza di rapporti impropri. È difficile dire chi potrà, oggi, impostare riforme di questo tipo (le riforme di cui sta discutendo il mondo politico sono, al momento, di tutt’altro segno). Potrebbe, forse, essere la stessa magistratura organizzata a farsi carico, in un sussulto d’orgoglio, dei suoi problemi, nel tentativo di un’autoriforma salvifica dei principi di rigore, d’indipendenza e di onestà ai quali dovrebbe ispirarsi, sempre, l’attività dei magistrati.

 

La fine di una stagione di Luca Ricolfi

 

Come ampiamente previsto, ieri la manovra economica ha ottenuto la fiducia in Senato e, salvo sorprese molto improbabili, entro fine mese otterrà la fiducia anche alla Camera. È una buona manovra? Dipende dai punti di vista. Sul piano macroeconomico era una manovra necessaria, e se una critica si può avanzare è semmai che è stata troppo leggera: si poteva tagliare di più la spesa pubblica corrente, e fare qualcosa di incisivo per la crescita, ad esempio più investimenti in istruzione e meno tasse sui produttori. Se però andiamo ai dettagli della manovra, e in particolare alla distribuzione dei risparmi di spesa, il bilancio si fa decisamente negativo. Dico questo non dal mio personale punto di vista, che è di nessuna rilevanza, bensì dal punto di vista del governo stesso, o meglio della cultura politica di cui il centro-destra ha provato in questi anni a farsi interprete. Secondo questa visione, la missione centrale di questo governo era di introdurre nel Paese massicce dosi di meritocrazia, di premialità, di responsabilità, di equità, a partire dalla scuola, dall’università, dai bilanci degli enti locali. Ebbene, rispetto a questo ideale, per cui non pochi ministri si sono coraggiosamente battuti in questi anni, le manovre degli ultimi anni rappresentano un mortificante salto all’indietro. Nelle università i tagli sono stati sostanzialmente lineari, senza alcun riguardo alle enormi differenze di efficienza fra i diversi atenei e le diverse facoltà. Nella scuola, la promessa di destinare il 30% delle risorse risparmiate con i tagli della prima manovra (estate 2008) ad un premio per gli insegnanti più meritevoli è stata sospesa per salvare gli scatti stipendiali automatici del corpo insegnante. Quanto alle Regioni, il governo si è ben guardato dallo specificare in che modo i tagli dovranno risparmiare le Regioni più virtuose (l’art. 14 è un capolavoro di vaghezza). Per non parlare dei ripiani più o meno parziali dei debiti degli enti locali, che hanno visto via via graziati Catania, Palermo, Roma. O della possibilità, concessa solo alle Regioni a statuto speciale (notoriamente più sprecone delle altre), e in particolare alla Sicilia, di prorogare i contratti a tempo determinato. E infine, dulcis in fundo: la dilazione del pagamento delle multe per le quote latte, un favore a un manipolo di allevatori del Nord che mortifica tutti i produttori onesti, che hanno rispettato le quote. Si può obiettare, naturalmente, che la politica è l’arte del possibile, e che per presentarsi in Europa con i conti in ordine e salvare la pace sociale il governo ha dovuto fare qualche concessione alle lobby e alle forze politico-sindacali che lo tengono sotto scacco. Può darsi, ma il punto è che così facendo il governo ha purtroppo contribuito con le proprie stesse mani a segnare la fine di una stagione, anzi di quella che doveva essere la «sua» stagione. I segnali iniqui e antimeritocratici contenuti nelle tre grandi manovre che si sono succedute in questi primi due anni e mezzo sono così intensi che ben difficilmente il governo potrà, su questo terreno, riguadagnare la credibilità perduta. Se è bastato il fronte delle Regioni a impedire tagli selettivi, sarà ben difficile che quel che non è stato possibile oggi - premiare i territori virtuosi - divenga possibile domani in conferenza Stato-Regioni, o con i decreti attuativi del federalismo. Se la decisione già presa di premiare gli insegnanti migliori ha dovuto essere sospesa per salvare gli automatismi di carriera, non si vede quando mai sarà possibile introdurre un po’ di meritocrazia nella scuola. E se poche decine di allevatori sponsorizzati dalla Lega sono stati sufficienti a introdurre una norma iniqua come quella sulle quote latte, non si vede come sarà possibile agire domani, quando si dovranno colpire interessi ben più estesi e organizzati. Ma forse la verità che sta dietro tutte queste vicende è che - nonostante i benefici di un’opposizione imbarazzante nella sua pochezza - il governo è debole, molto più debole che qualche mese fa. Così debole che basta la fronda dei finiani a costringerlo a una raffica di dimissioni (Scajola, Brancher, Cosentino), che ancora poche settimane fa venivano sdegnosamente escluse. Così debole che ogni alzata d’ingegno della Lega, dalla difesa delle Province alla tutela corporativa degli allevatori, è in grado di condizionare la politica economica. Così debole che non riesce a introdurre tagli veramente selettivi nelle università, nelle Regioni, negli enti locali. Così debole da prendere in seria considerazione sia l’ipotesi di allargare la maggioranza all’Udc, sia l’ipotesi di riportare il Paese al voto nonostante una maggioranza parlamentare senza precedenti. Chi è abituato a ragionare in termini ideologici o di schieramento potrà rallegrarsi che il governo Berlusconi sia entrato in una fase di stallo, se non di crisi aperta. Chi sogna il «grande centro» o governi di «responsabilità nazionale» potrà pensare che l’ora delle terze forze è finalmente arrivata. Io sono molto più scettico e penso invece che la triste parabola del governo Berlusconi confermi solo che il rebus italiano non ha soluzioni, come la quadratura del cerchio. Il centrodestra non ha la forza per fare le riforme che mille volte ha promesso al Paese, prime fra tutte la riduzione delle tasse, il federalismo, la riforma meritocratica della Pubblica amministrazione. Un governo più largo, di responsabilità nazionale, avrebbe forse la forza di parlare al Paese ma sarebbe paralizzato dalle divisioni interne e dai veti incrociati. Quanto alla sinistra, basta il ricordo del governo Prodi per toglierci ogni illusione. Così quel che ci resta è solo una montagna di parole, e la stanchezza di constatare che sono sempre le stesse.

 

IL GIORNALE

Meglio il salotto del solito palazzo di Marcello Veneziani

 

Signori, armatevi di pugnale e di cuscino, siamo alla guerra del salotto. Ieri la stampa, i gossip e perfino il Transatlantico erano sommersi dalla guerra del salotto e dalle sue trame: i direttori dei più grossi giornali, il premier e i suoi ministri, compreso il povero Tremonti ridotto al panino dall'esclusione del salotto di Vespa; il sullodato Polpo Bruno che ordisce cene e salotti; e per contorno la censura degli esclusi, l'omertà degli inclusi, il vituperio degli assenti, il rutto padano di Bossi contro salottieri e salottifici. Il teatrino è al completo. Il salotto è visto come il luogo eletto dove i poteri forti si fanno gentili e dove si misura il grado di importanza dei potenti. Una specie di élitometro che svolge funzioni analoghe all'etilometro: misura il tasso di potere delle élite. La geografia dei salotti ormai è nota e ve la risparmio. Di qui i salotti del potere, di là i salotti radical chic; di qui i pranzi curiali da Santa Madre Vespa, di qua le terrazze rosse degli snob dove svolazzano le toghe nere. Se vuoi far vergognare un potente o un pezzente, citagli il salotto: il primo si vergognerà di esserci stato, il secondo di non esserci andato. Entrambi tenteranno di negare la presenza o l'esclusione. Il salotto logora chi non ce l'ha. Sono curiose e becere le new entry: quando arrivarono i comunisti in salotto, la padrona temeva che sporcassero casa, o i fascisti, e la padrona temeva che pisciassero sul bordo del wc. Interi inserti dei quotidiani spiegavano ieri la storia e la fenomenologia dei salotti e dei salottieri. Scienziati del Divano, dietrologi della poltrona, discettavano con pignolo moralismo di questa perdizione oscena che sarebbero i salotti, dove il potere ordisce le sue trame tra un risotto e un dessert. Se posso dire la mia impressione, nutrita di qualche vaga e marginale esperienza diretta, direi l'opposto: il salotto è il luogo dell'inconcludenza. Nei salotti non nascono le trame ma abortiscono, i disegni politici finiscono nel punto giorno dei pizzi, si perdono nel ricamo del nulla o finiscono come la polvere e le briciole, sotto i tappeti. Nel salotto si coalizzano le antipatie ma si stemperano gli odi, si tramutano le ostilità in pettegolezzi, si esprimono giudizi sommari a ragione mai veduta; si recensiscono opere e biografie senza conoscerle, basta un solo indizio, una battuta, un calzino, una cattiva compagnia. I giudizi ingrossano lungo la conversazione, uno dice mezza cosa, e tutti ci mettono il carico, fino a che diventa una sentenza scolpita in marmo. Alla fine, nei salotti, non trionfano i potenti ma le signore, a volte i camerieri. La guerra fredda e le alleanze riguardano piuttosto le consorti. I potenti, come bambinoni, palleggiano, ma raramente tirano. Gigioneggiano o si eclissano, perché se parli poco mostri di contare molto e di sapere tutto. Ma alla fine un piatto di tagliolini o un buco nello stomaco per penuria di portate, si ricordano più del complottone salottiero. Il rango di un salotto, e il suo passaggio alla storia, alla fine è deciso dal menu. Non c'è nulla di male che i poteri forti a volte mangino insieme una sera a cena; non c'è nulla di male che si scambino una battuta sul fatto del giorno o dicano una galanteria alla moglie dell'anfitrione. Non c'è nulla di scandaloso se a volte due potenti accennano in salotto a un tema vero, a un'alleanza o a un'inimicizia. Democrazia parlamentare non vuol dire che la politica si debba fare sempre e solo nel grigiore delle sedi istituzionali, alla buvette di Montecitorio, negli ottusi stanzoni di Palazzo Chigi; o che so, nelle aule e aulette predisposte, magari con resoconto stenografico. La politica si può fare al bar, a casa, allo stadio, o a studio, come dicono a Roma, persino in aereo o all'Ikea. Taluni dicono che la politica riesca particolarmente bene al cesso. Non ci scandalizza che si stabilisca un patto davanti una crostata e perfino davanti a un paio di trionfali tettone. Trovo insopportabili le ironie moralistico-alimentari, tipiche di una società di morti di fame e di sfigati, sulla politica attovagliata che prende le sue decisioni nel magna-magna di un banchetto. Ebbè, che c'è di male? Non mangiate forse pure voi, tristi giacobini dell'anoressia giustizialista? Non preferite anche voi parlare e sparlare davanti a un bicchiere di vino e a una scollatura, anziché nello squallore asettico e astemio di un Palazzo? Che male c'è se si vedono a cena Casini e Berlusconi, più Draghi Geronzi e il cardinale Bertone? La vicinanza a tavola costituisce già reato e anticamera di golpe? La divisione dei poteri sancita da Montesquieu non vuol dire mica tavoli separati a ristorante... C'è chi vive all'ombra dei salotti per deplorarli e chi sogna irruzioni partigiane per processare gli avidi potenti. E c'è chi chiede elezioni anticipate per sostituire degnamente il salotto della Angiolillo, scomparso con la sua Dignitaria e affidato ad interim al Vicario Vespa che organizza cene, consultazioni di governo e fornisce ai commensali pietanze, attestati e loculi nei suoi prossimi libri. Conosco salotti amabili e civettuoli, altri noiosi e paludati, in alcuni si può vivere una sontuosa estraneità, perché ci sono punti di fuga; in altri si è costretti a star dentro il cerchio magico, il circolo vizioso della Chiacchiera. A volte nei salotti si patisce la fame, a volte la fama. C'è chi sogna di stare al centro della serata, c'è chi gioca di sponda o si offre come spalla, ninnolo e poggiatesta. C'è chi, più perverso, è presente ma straniero, o si sente una microspia e un voyeur; c'è chi accetta di buon grado il ruolo di ornamento, decorazione e fregio. L'importante è partecipare, per il piacere postumo di dirlo o di tacerlo. Di solito racconta il banchetto chi era marginale e un po' abusivo; mentre tace chi era centrale e decisivo. I corteggiati tacciono, i cortigiani cicalano. In breve, due palle. È stupido promuovere crociate contro i salotti o brigare per entrarci. Più sano è considerarli quel che sono: serate di routine e di cortese alienazione, in cui si è persa una magnifica occasione per stare con la persona che più si ama, se stessi.

 

Il Pdl, Bossi e lo spadone del Cavaliere di Alessandro Sallusti

 

Il governo incassa una scontata fiducia al Senato sulla manovra finanziaria, cosa che non spegne le tensioni con regioni e comuni per i tagli ma chiude, almeno per il momento, uno dei fronti caldi all'interno della maggioranza. La quale ieri registra un altro punto a favore. Chi pensava infatti che inchieste giudiziarie e liti interne potessero incrinare l'asse tra il Pdl e la Lega si è dovuto ricredere. Bossi si è infatti schierato senza se e senza ma al fianco del Cavaliere e lo ha addirittura invitato ad attaccare «perché ha ancora una spada affilata e presto la utilizzerà». La metafora coincide con le voci che filtrano dal quartier generale del premier, secondo le quali Berlusconi non avrebbe ancora abbandonato l'idea di azzerare tutto con uno dei suoi colpi di teatro che si inventa quando si sente messo all'angolo. Anche perché non si escludono nuove sorprese sull'asse magistratura-politica. Il tam tam dai palazzi di giustizia parla infatti di procure, Milano, Roma e Napoli, sul punto di annunciare una nuova ondata di clamorosi avvisi di garanzia per mantenere forte la pressione sul centrodestra. E, a proposito di giustizia, c'è da segnalare che il Csm ha messo sotto inchiesta i magistrati coinvolti nelle cene e, anche indirettamente, nelle telefonate del cosiddetto caso P3. Ovviamente si tratta di toghe non di sinistra, e quindi senza coperture nella corporazione più rossa d'Italia. Secondo il Csm, per un giudice è reato avere rapporti con i politici ma solo se quest'ultimi non sono di sinistra. Altrimenti non si capirebbe perché non sono stati cacciati tutti quei pm che sono passati dai tribunali alle liste elettorali di Pd e Italia dei valori. Anche loro, evidentemente, qualche telefonatina inopportuna l'avranno pur fatta e ricevuta prima di saltare il fosso e certificare la loro non indipendenza ideologica e politica. In mezzo a tutto questo, Italo Bocchino ci ha querelato per la terza volta i dieci giorni. È il suo modo di dimostrare di essere coerente. Per lui e per Fini, la libertà di stampa e la sacralità dell'informazione valgono solo per opporsi alla legge sulle intercettazioni voluta da Berlusconi. Pazienza.

 

AVVENIRE

Pag 3 Dottori dietro le sbarre: così si studia in carcere di Ilaria Sesana

Nel 2008 19 laureati, 300 sostengono gli esami. Quel desiderio di riscatto che fa conquistare voti alti

 

Tornano sui libri per conquistarsi un momento di libertà e per costruirsi un futuro migliore. Alcuni studiano per passione e curiosità, altri per ricostruire la fiducia in sé stessi. «In galera, avere degli obiettivi da raggiungere dà un senso alle proprie giornate», spiega Paola Marchetti, detenuta nel carcere "Due palazzi" di Padova che si è iscritta all’università. Tornare sui libri, per lei, rappresenta un’occasione per vivere un’altra vita e per tenere allenato il cervello «che spesso in carcere si atrofizza, stimolato com’è dal nulla più assoluto». Ma la vita dello studente universitario, dietro le sbarre, è tutt’altro che semplice. Tra codici e vocabolari, manuali e dispense molti sono costretti a studiare di notte, quando il carcere rallenta i suoi ritmi e la confusione si attenua. «Provate a concentrarvi in una stanza dove ci sono 10-11 donne che parlano, con il televisore sempre acceso e a volume alto», aggiunge Paola. Le celle stracolme e cariche di tensioni sono il luogo meno adatto per preparare un esame. Eppure, scommettere sulla cultura e su una formazione di tipo universitario può essere una chiave importante per favorire il recupero e il reinserimento dei detenuti. Malgrado le difficoltà, sono in tanti a scommettere sul valore dello studio: nel 2008 (ultimi dati disponibili) erano 304 i detenuti che sostenevano regolarmente gli esami mentre 19 avevano ottenuto il titolo di dottore. Le facoltà più gettonate? «Scienze politiche, giurisprudenza. E in generale tutti i corsi di laurea che non prevedono frequenza obbligatoria o laboratori», elenca Massimo Pavarini, docente di diritto penitenziario all’università di Bologna. Complessivamente erano 82 gli iscritti alle facoltà di ambito giuridico e 58 agli insegnamenti di ambito politico-sociale, 80 gli iscritti alla facoltà di ambito letterario. «Le università offrono le risorse didattiche agli studenti che non possono frequentare – spiega ancora Pavarini –. Già da molti anni si costituiscono le commissioni che entrano in carcere per gli esami o le sessioni di laurea». In alcune carceri sono state realizzate apposite sezioni per garantire a un certo numero di detenuti la possibilità di studiare: i Poli universitari penitenziari, che vengono istituiti a seguito di una convenzione tra l’università, il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria e l’istituto di pena. Sedici i Poli universitari penitenziari oggi esistenti, animati da volontari, tutor e docenti universitari; nati nel corso degli ultimi dodici anni per sostenere i detenuti che vogliono completare, o iniziare da zero, il loro percorso universitario. A fare da apripista, nel 1998, la casa circondariale "Le Vallette" di Torino. Dove, grazie a un protocollo d’intesa tra l’università di Firenze, la Regione Toscana e il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria, venne istituito il primo polo didattico d’Italia. Nel 2000 vennero attivati poli universitari in Emilia-Romagna, a Bologna e in Toscana. Nel 2003 è la volta del Lazio, con la convenzione tra l’università Tuscia di Viterbo, e di Catania (qui i detenuti possono usufruire di un polo con particolare attenzione alla teledidattica). Il 2004 vede fiorire ben cinque poli didattici a Padova, Sassari, Alghero, Catanzaro e Lecce mentre, dal 2006, hanno la possibilità di studiare giurisprudenza ed economia venti detenuti del carcere di Brescia. Di più recente formazione, i poli nel carcere di Sulmona e Rebibbia. I detenuti più fortunati, quelli che scontano la pena all’interno delle sezioni del Polo universitario, hanno a disposizione spazi adeguati in cui possono concentrarsi sullo studio e assistere alle lezioni tenute da docenti universitari o tutor. «Qui l’ambiente è diverso – spiega Pietro Vanni, laureando in Economia nel "Due Palazzi" di Padova – prendiamo forza dall’avere un obiettivo comune. Abbiamo stanze per lo studio, ma soprattutto la sera posso dedicarmi ai libri senza essere disturbato». Nel Polo del penitenziario padovano, infatti, ci sono spazi più ampi, più silenzio e maggiore libertà di movimento: le celle, infatti, vengono tenute aperte nelle ore diurne. Condizioni ben diverse da quelle in cui devono studiare la maggior parte degli aspiranti dottori che si trovano nelle sezioni comuni. «Ci sono ragazzi che si alzano un’ora prima degli altri per studiare nel bagnetto della cella – spiega Rosanna Tosi, volontaria nel Polo universitario del carcere di Padova –. Altri che rinunciano all’ora d’aria per avere qualche momento di tranquillità». «Sulla carta, il diritto allo studio è garantito – dice Pavarini – ma con il sovraffollamento è tutto molto più difficile. Le emergenze, oggi sono altre». E poi c’è un problema di spazi: negli anni ’70 e ’80 le carceri sono state costruite sotto l’emergenza del terrorismo e della criminalità organizzata. «La dimensione della sicurezza ha prevalso su tutto, ci sono pochissimi spazi per socializzare – conclude Pavarini –. Per organizzare l’offerta didattica servirebbero spazi che oggi mancano».

 

«Proprio una settimana fa un detenuto si è laureato in storia dell’arte. Con 95. Ma in questi dieci anni abbiamo visto 13 ragazzi diventare 'dottore', alcuni con voti molto alti». Carla Cappelli, presidente dell’Associazione volontariato penitenziario di Firenze, è stata tra le creatrici del Polo universitario del carcere di Prato cui oggi fanno riferimento 65 studenti di tutta la Toscana. «Uno dei nostri studenti – aggiunge – è riuscito a laurearsi in scienze infermieristiche. Ora è libero, ha un lavoro e ha completato con successo il suo percorso di reinserimento». Storie di speranza e riscatto, che portano un raggio di luce nel mondo del carcere. La maggior parte dei detenuti toscani impegnati sui libri si trova all’interno delle sezioni dedicate nel carcere di Prato (una quarantina), gli altri sono sparsi tra le carceri di Porto Azzurro, Pisa e Sollicciano. «Il polo, comunque, rappresenta un po’ un’élite – spiega Carla Cappelli –. Qui i detenuti stanno in cella singola, e hanno più possibilità di muoversi: i blindi restano aperti durante il giorno». I poli non potrebbero funzionare senza l’impegno di centinaia di volontari. «Vanno ai piani, portano i libri ai detenuti e li aiutano nello studio. Prendono contatto con i docenti per concordare gli esami e i piani di studio», spiega Giorgio Ronconi, docente presso la facoltà di lettere dell’università di Padova e volontario al 'Due Palazzi' dal 1975. Oggi svolge il ruolo di coordinatore del polo universitario padovano che ospita una trentina di detenuti. «Ma solo una decina più stare nella sezione dedicata agli studenti – spiega –. Gli altri si trovano nelle sezioni comuni». Rosanna Tosi, docente di diritto costituzionale in pensione, dal 2004 ha messo la sua esperienza a servizio dei laureandi del Due Palazzi: «Tra le altre cose aiuto gli studenti a preparare il curriculum – spiega – faccio lezione in classe oppure, se ce n’è bisogno, vado nelle celle per dare una mano ai detenuti che, per vari motivi, non possono accedere agli spazi del polo». Giovani e meno giovani, italiani e stranieri.Quello che accomuna questi studenti è la forte determinazione a raggiungere la laurea. «Le motivazioni sono le più diverse – dice Rosanna Tosi –. Credo che per questi ragazzi lo studio sia un’occasione per mettersi in gioco e fare qualcosa di buono. Per ricostruire la fiducia in sé stessi». E i risultati, in molti casi, sono eccellenti. «Malgrado le difficoltà, soprattutto per gli stranieri, in genere i nostri studenti ottengono voti molto alti – aggiunge Ronconi –. Tornare sui libri, per questi ragazzi, è motivo d’orgoglio una rivincita personale per dimostrare quanto valgono. Sono molto motivati».

 

L’OSSERVATORE ROMANO

Pag 6 La prospettiva autenticamente laica dei cattolici di Roberto Colombo

I vent’anni del Comitato nazionale per la bioetica italiano

 

Vent'anni fa, il 13 luglio 1990, il Comitato nazionale per la bioetica italiano (Cnb), istituito con decreto dell'allora presidente del Consiglio dei ministri Giulio Andreotti, iniziava la sua attività. Il comitato è organo di consulenza presso il Governo italiano, il Parlamento e le altre istituzioni, e di informazione nei confronti dell'opinione pubblica sui problemi etici, sociali e giuridici connessi agli sviluppi della ricerca e della pratica clinica nell'ambito delle scienze della vita e della salute. La sua costituzione era stata preceduta e sollecitata da un dibattito parlamentare nell'estate del 1988 che orientava - come spiegò il ministro della Sanità Carlo Donat Cattin nella sua replica in aula - verso un comitato «con la presenza dei diversi orientamenti ideali e scientifici, di altissimo livello, nonché con le competenze scientifiche, etiche e umanistiche necessarie per dare valutazioni e indirizzi rispetto a tutti i problemi che riguardano la dignità e la libertà della persona umana» sia nei contesti della ricerca scientifica e biotecnologica che in quelli della clinica medica e chirurgica. Da allora si sono succeduti nel Cnb sei mandati che hanno visto la partecipazione impegnata e appassionata di eminenti figure di studiosi cattolici nei diversi settori che concorrono alla formazione interdisciplinare della bioetica, tra i quali monsignor Elio Sgreccia (fino al 2006), Adriano Bompiani (primo presidente) e Francesco D'Agostino (due volte presidente). La produzione di documenti da parte del Cnb (che nel ventennio si è articolata in 87 pareri, 11 mozioni e 3 risposte a quesiti) ha spaziato dalle questioni di inizio e di fine della vita umana - identità e statuto dell'embrione umano, fecondazione medicalmente assistita, diagnosi prenatale, gravidanza e parto, dichiarazione anticipata di trattamento, definizione e accertamento della morte nell'uomo, donazione di organi - a quelle dell'infanzia, dell'adolescenza e dello sport; dai problemi etici relativi alla sperimentazione farmacologica a quelli che concernono i test genetici, la terapia genica, l'impiego terapeutico delle cellule staminali e la brevettabilità degli organismi viventi; alle questioni ambientali alle biotecnologie, alla clonazione e all'impiego degli animali nelle attività di ricerca biomedica, fino ad altri temi scientifici ed etici che si ritrovano nella imponente opera di documentazione, di studio e di dibattito compiuta dal comitato. È opinione di alcuni che la bioetica abbia due soli possibili destini: quello di essere inutile, e perciò superflua, o quello di essere invadente, scomoda. Inutile, quando le sue affermazioni sembrano non aggiungere nulla a ciò che l'uomo contemporaneo già sa attraverso l'opinione che si è costruita della realtà o l'immagine che di essa riceve attraverso gli occhi delle scienze empiriche e umane, cui accorda un credito preferenziale (talvolta esclusivo) nell'orizzonte della conoscenza. Invadente, quando ha la pretesa di avventurarsi in giudizi sulle azioni dell'uomo, osando appellarsi alle categorie del bene e del male e addentrandosi così, attraverso la ragione pratica, in un territorio che si vorrebbe rigorosamente privato, sottratto a ogni valutazione che abbia valenza pubblica, di natura educativa o normativa. Ciò che è superfluo lo si può abbandonare senza troppi rimpianti per fare spazio ad altro, e quanto risulta scomodo è opportuno scrollarselo di dosso alla prima occasione per essere più liberi di muoversi a proprio piacimento. Così, in un recente congresso di medicina può accadere di ascoltare, durante un dialogo conviviale, che «non si guadagna nulla a leggere i libri di bioetica, perché ripetono quello che è già scritto nella letteratura scientifica, dando suggerimenti su quello che noi facciamo da anni senza che nessuno ce lo venga a dire», cui fa eco la perentoria affermazione di un moderatore di sessione, secondo il quale «di leggi e di tribunali ne abbiamo già a sufficienza, e la bioetica vuole togliere quel piccolo spazio che è ancora rimasto alla libertà del medico e del ricercatore di organizzare il proprio lavoro come meglio crede». Chi decide di scorrere i testi prodotti dal Cnb potrà smascherare la fragilità di questo duplice pregiudizio. Attraverso la pazienza e la tenacia di coloro che hanno alimentato e ricucito un serrato confronto tra posizioni e tesi spesso tanto lontane quanto reciprocamente ignorate - un confronto nel quale la relazionalità interpersonale acquista un rilievo singolare, che chi segue la tradizione filosofica di matrice socratica è solito chiamare «dialogo» - emerge come la bioetica non è nata per narrare l'ovvio, legittimare l'esistente o legare le mani a chicchessia, ma per ricercare, attraverso la ragione in dialogo, le verità profonde che danno dignità e bellezza alla vita fisica dell'uomo e che in una stagione di sorprendente innovazione tecnologica corrono, più che in altre epoche, il rischio di essere smarrite. Quanto sia arduo individuare queste ragioni e in quanti diversi modi sia possibile esprimerle e argomentarle lo potrebbero raccontare i protagonisti di questi venti anni di attività del Cnb, mentre le righe dei suoi documenti lasciano solo trasparire la trama e l'ordito di un tessuto lavorato a più mani esperte e abili, ma inevitabilmente diverse tra loro. Il lettore di Platone sa bene quanti dialoghi restino irrimediabilmente aperti, senza che si affermi il prevalere di un'opinione su di un'altra, e questo è quanto è accaduto nel Cnb, a servizio della ricerca della verità, non del potere o della egemonia culturale, e nella consapevolezza della responsabilità di ciascuno nei confronti delle tentazioni assolutistiche della scienza e della tecnica. Come ha scritto Benedetto XVI, «campo primario e cruciale della lotta culturale tra l'assolutismo della tecnicità e la responsabilità morale dell'uomo è oggi quello della bioetica, in cui si gioca radicalmente la possibilità stessa di uno sviluppo umano integrale. Si tratta di un ambito delicatissimo e decisivo, in cui emerge con drammatica forza la questione fondamentale: se l'uomo si sia prodotto da se stesso o se egli dipenda da Dio. Le scoperte scientifiche in questo campo e le possibilità di intervento tecnico sembrano talmente avanzate da imporre la scelta tra le due razionalità: quella della ragione aperta alla trascendenza o quella della ragione chiusa nell'immanenza» (Caritas in veritate, 74). Nella prospettiva di una razionalità aperta all'Assoluto si è mosso e si muove il contributo dei cattolici per una bioetica autenticamente laica.

 

IL GAZZETTINO

Pag 6 Dimissioni? No, grazie

Politica e agricoltura

 

Non sappiamo cosa deciderà di fare Giancarlo Galan né cosa dirà oggi in Consiglio dei ministri. Il responsabile dell'Agricoltura aveva minacciato le dimissioni nel caso fosse passato l'emendamento, fortemente voluto da Bossi, che congela il pagamento delle multe sulle quote latte. Ieri ciò che Galan temeva è avvenuto: l'emendamento, inserito nella manovra, è stato approvato dal Senato. Il ministro non si dà per vinto: annuncia che la battaglia non è finita e che a dimettersi, per ora, non ci pensa. Comunque vada, Galan commetterebbe un errore se decidesse di gettare la spugna. Per almeno tre ragioni. Perché la sua è una battaglia di legalità: riesce difficile capire perché un manipolo di allevatori che hanno violato la legge debba godere di condizioni di favore negate a tutti gli altri che le multe le hanno pagate o si sono mossi nel rispetto delle regole. Perché le ragioni per cui il Carroccio, anche dopo l’intervento della Ue, si sia attestato su una difesa irriducibile di questi allevatori continuano ad essere poche chiare e quindi inevitabilmente deboli. Perché il silenzio dei più autorevoli esponenti della Lega del Veneto (né Zaia, né Gobbo o Tosi si sono esposti, lasciando la palla ai lombardi) fa capire che anche nel granitico mondo leghista, forse, su questa vicenda non tutti la pensano allo stesso modo.

 

LA NUOVA

Pag 1 La manovra e il federalismo di Stefano Allievi

Le riforme

 

Il voto sulla manovra rilancia o azzoppa il federalismo? Un obiettivo questo che, dato il taglio continuo di risorse proprio agli enti che il federalismo dovrebbero attuare - Comuni e Regioni - rischia in realtà di allontanarsi indefinitamente o di restare a secco di contenuti reali, proprio come una bottiglia con troppi bevitori intorno, come ricordava Sandro Mangiaterra sulle colonne di questo giornale qualche giorno fa. Tuttavia proprio la caduta dell’obiettivo finale sarebbe una tragedia ulteriore. Il federalismo è necessario non alla Lega, ma all’Italia. La Lega ha il merito storico di avere imposto la consapevolezza della sua necessità a buona parte del quadro politico, e alla pubblica opinione nel suo complesso. E la responsabilità storica di non aver saputo coinvolgere nella sua attuazione le capacità progettuali e tecniche migliori della nazione. E questo perché ha annegato un’istanza di innovazione e modernizzazione profonda, e di apertura, come il federalismo, in una proposta politica complessivamente angusta, arcaica e provinciale, di chiusura. Cercando di guidare e persino di monopolizzare il progetto con un ceto politico ancora non adeguato alla complessità della sfida. Con il risultato paradossale che se la Lega può attribuirsi a giusto titolo il merito di aver tenuto alto anche in Parlamento e nel governo il vessillo federalista, cui il Popolo delle Libertà si è adeguato più all’interno di una logica di scambio che per convinzione, sono spesso parlamentari, sindaci e intellettuali progressisti a suggerire i tecnicismi necessari ad attuarlo, o ad accorgersi delle contraddizioni più macroscopiche nella sua costruzione, e a cercare di correggerle. Il fatto che però oggi chi nel Pdl tiene i cordoni della borsa, insieme alla destra di Fini, accompagnata anche da parte significativa della sinistra e della sua stampa, ripeta come un mantra che ormai di soldi per attuare il federalismo non ce ne sono più, e quindi non se ne parla proprio, lascia trapelare la malcelata soddisfazione di chi, in fondo, pensa così di aver colpito l’avversario politico di maggiore successo degli ultimi anni. Facendo un altro errore storico. Perché il fallimento di questo obiettivo (l’unica vera grande istanza di modernizzazione sistemica che sia stata avanzata nell’ultimo decennio almeno) sarebbe il fallimento dell’Italia, non solo della Lega: che avrebbe buon gioco nell’attribuirne la responsabilità ai nemici centralisti, lucrandone comunque una rendita elettorale, anche se vedrebbe allontanarsi ulteriormente il suo principale obiettivo politico, ciò che alla lunga stancherebbe la parte più avvertita del suo elettorato. La Lega ha ingoiato rospi di dimensioni enormi, pur di portare a casa l’obiettivo almeno nominalistico del federalismo, a cominciare da quello fiscale: dalle leggi ad personam agli investimenti a pioggia nel Sud, fino a una modalità di governo che ha configurato quello attuale come probabilmente il governo più centralista dell’intera storia repubblicana, che ha eroso competenze agli enti locali in tutti i settori, a partire dalla stessa imposizione fiscale. Sperare che il processo fallisca in modo da caricarlo sulle spalle della Lega sarebbe tuttavia irresponsabile, per l’alleata destra non leghista come per l’opposizione. Sconfitto il federalismo non avrebbe vinto nessuno: se non la vecchia, inefficiente, immobilista e spendacciona Italia di sempre. Un’Italia da cui non solo il Nord ha tutto il peggio da temere, e nulla buono da aspettarsi.

 

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