RASSEGNA STAMPA di giovedì 10 giugno 2010

 

SOMMARIO

 

Avvenire pubblica oggi una meditazione, non recente ma ora disponibile in libreria, del card. Carlo Maria Martini sull’episodio evangelico della donna di Betania che versa unguento prezioso sul capo di Gesù; è un’occasione per ritornare sul tema della «autentica spiritualità del laico» in quanto, afferma, «questa donna è il cristiano comune, il vero discepolo, il suo gesto è il cammino spirituale del cristiano laico battezzato, fondamentalmente di ciascuno di noi». Ecco alcuni passaggi incentrati soprattutto sul rapporto fra bellezza e povertà: “L’importanza dell’episodio è chiara: fa già parte del racconto ecclesiale della passione e quindi, secondo la predicazione stessa, viene proclamato ogni volta che si proclama il vangelo della morte di Gesù. Significativa la sottolineatura del Signore: ciò che la donna ha compiuto è parte del vangelo. Curiosa la specificazione: «in ricordo di lei». La donna, con il suo gesto, è messa al centro dell’attenzione delle parole di Gesù. La domanda che più si è ripercossa nella storia della esegesi è sul significato dell’affermazione: «I poveri li avete sempre con voi». Forse Gesù dice che non c’è nulla da fare di fronte alla povertà? Di fatto Gesù, volendo definire l’azione della donna, che è criticata dai discepoli, la chiama «opera bella». Il testo italiano fa leggere: «un’azione buona». Il testo greco dice: «opera bella», degna dell’uomo, in cui l’uomo si esprime al meglio. Le opere belle non sono le opere esteriori bensì quelle descritte nello stesso capitolo 5: le beatitudini. Opera bella è l’essere poveri, lo scegliere di non servire al denaro, l’essere di cuore semplice (i puri di cuore), l’essere operatori di pace. Il gesto di questa donna appartiene dunque non tanto alle opere efficaci bensì alle opere belle che qualificano la persona, così come le beatitudini sono atteggiamenti vissuti dalla persona. Nella simbologia dell’episodio ci è facile anche leggere quale sia la bellezza personale dell’opera della donna. È bella perché è inaspettata, anzitutto. Viene nel mezzo del banchetto a dare un profumo incredibile a tutta la sala, senza che nessuno lo prevedesse. È un gesto inatteso eppure dovuto a un ospite illustre. Un’opera inaspettata quindi, e originale, creativa. Ha la bellezza dei gesti umani che non sono semplicemente adempimenti di leggi oppure risposte a esigenze di efficienza ma sgorgano dall’intimo della persona che li compie. Se la donna avesse chiesto consiglio le avrebbero detto che era inutile versare quell’olio, che non ce n’era bisogno. È anche un gesto gratuito, e totale, esaustivo... Infine, quest’opera è bella perché è profetica: «in vista della mia sepoltura ». I discepoli non avevano mai capito, benché Gesù l’avesse loro ripetuto, che «il Figlio dell’uomo doveva essere tradito, essere ucciso, e poi risorgere. Il suo è un gesto cristiano perché contiene una profezia della morte e risurrezione del Signore. Possiamo anzi dire che la donna, con quel gesto, entra nella morte e risurrezione di Gesù, fa un’opera battesimale. E chi è il cattivo discepolo? Colui che non capisce questi valori, che li critica, che va alla ricerca di gesti clamorosi, dalle risonanze grandiose. Mentre invece il profumo del balsamo si perde nella oscurità della casa di Simone. Cattivi discepoli sono coloro che non comprendono quella bella opera che è in ogni gesto, quella bella opera che il Padre celeste vede e che vedono gli uomini sensibili al fascino del profumo delle beatitudini evangeliche. Sono opere che rendono lode al Padre perché sono irrefrenabili, mentre di tutte le altre opere si può supporre sempre una seconda intenzione, un motivo non pienamente disinteressato. Le buone opere delle beatitudini sono le opere cristiane – katexochèn – senza alcuna aggiunta o smarginatura o sottolineatura. E i poveri? Che dire dei poveri? I cosiddetti discepoli sono qui fuori strada e in realtà non si preoccupano dei poveri. Se ne preoccupa il «vero discepolo» che è la donna, perché i cosiddetti discepoli oppongono erroneamente il servizio reso ai poveri all’adesione personale a Gesù che sta per morire, quasi si dovesse scegliere tra le due opere. Si tratta di un rischio in cui noi spesso incorriamo: dare ai poveri o onorare Gesù raccogliendo la sua morte e risurrezione? Non comprendiamo che è l’accettazione di quella morte, come gesto supremo d’amore per noi, che abilita poi il discepolo a mettersi incondizionatamente al servizio dei poveri. Come quei discepoli, anche noi vediamo la soluzione del problema dei poveri nel denaro, in una efficienza, e non nella dedizione amore, da cui nascerà il servizio ai poveri. Gesù difende e loda la donna, così come ha difeso Maria dalle insinuazioni di Marta che accusava la sorella di perdere tempo ascoltando la Parola e di non servire. L’aiuto reso ai poveri sarà sempre una delle caratteristiche della comunità che ha scelto di seguire Gesù, il Signore crocifisso e risorto, e quindi ha scelto di non arricchire, di vivere la beatitudine della povertà, la beatitudine della semplicità di cuore e, proprio per questo, avrà sempre familiarità con i poveri. I poveri li avremo allora sempre con noi, non soltanto nel senso che saranno della nostra famiglia, della nostra realtà, ma anche perché noi, con Gesù crocifisso e risorto, avremo scelto questo tipo di vita. Ecco dove il laico cristiano trova la radice anche di ogni suo impegno sociale e civile per i poveri. Ora è il momento di mostrare l’adesione al Signore che sta per morire, è il momento battesimale. In seguito, tale adesione andrà dimostrata ai poveri per i quali Gesù è morto. E ciò che sarà fatto a loro sarà fatto a lui. È così che il cristiano si prepara a vivere l’identità tra le sue molteplici azioni (sociali, politiche, di servizio, di fede, di catechesi, di orazione, di preghiera). È così che si prepara a unificare la sua realtà, per non agire in maniera turbata o perplessa davanti a scelte che sembrano escludersi l’un l’altra. La donna del Vangelo ha colto l’unità delle scelte. Quando si proclamerà la Buona Novella della morte di Gesù, si esalterà insieme anche la fede nella risurrezione, mostrata da questa donna, e annunciata dal Signore ogni volta che si parla della sua morte. La donna ha veramente capito il significato della morte di Gesù anzitutto in relazione a lui come persona, non come simbolo o ideologia della salvezza dei poveri o di altre categorie. Ha capito Gesù nella sua identità storica, lo ha riconosciuto, adorato, amato, servito. Tale adesione alla persona di Gesù rende possibile la dedizione di tutta l’esistenza ai poveri, che è pure parte del messaggio, della Buona Notizia da predicare a tutto il mondo” (a.p.) 

 

2 – DIOCESI E PARROCCHIE

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag XIV Chiude l’anno sacerdotale, cinquanta veneziani a Roma di a.spe.

 

Pag XVI Marghera, festa di Sant’Antonio

 

Pag XXXVII Sant’Antonin restituita alla città di R.Pet.

 

LA NUOVA

Pag 17 Riapre Sant’Antonin, chiesa e spazio per iniziative culturali di Silvia Zanardi

Restauro durato 20 anni: scheletro d’acciaio per sostenere il campanile

 

Pag 24 Marghera, festa di Sant’Antonio

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 8 Sant’Antonin, concerti ed esposizioni di Alice D’Este

Dopo oltre vent’anni sono terminati i lavori nella chiesa. Codello: serve più amore

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

L’OSSERVATORE ROMANO

Pag 1 Un futuro di amicizia e collaborazione per i popoli del Medio Oriente

All’udienza generale il Papa ricorda la visita a Cipro e rinnova l’appello alla pace

 

Pag 6 Penitenza e missione nella Chiesa di Joachim Meisner

La meditazione dell’arcivescovo di Colonia per la chiusura dell’Anno sacerdotale

 

AVVENIRE

Pag 26 Gesù e il profumo di resurrezione di Carlo Maria Martini

La spiritualità del laico e la gratuità dell’amore

 

IL FOGLIO

Pag 2 “C’erano tante coltellate e la gola era tagliata”. Parla il vice di Padovese di Paolo Rodari

“In Turchia troppi giovani facilmente influenzabili”

 

Pag 2 Gli appunti per nulla reticenti dei vescovi orientali sulla persecuzione di Maurizio Crippa

L’Instrumentum laboris per il Sinodo sul Medio Oriente

 

4 – MARCIANUM / ASSOCIAZIONI, MOVIMENTI, ISTITUTI E GRUPPI

 

LA NUOVA

Pag 24 Ca’ Emiliani: incontro con don Tisot

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

AVVENIRE

Pag 2 Briciole d’equità e di risparmi sulla fatica delle donne di Rossana Sisti

L’ “ordine” europeo sulle pensioni delle statali

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 Il governo non dimentichi le famiglie di Oscar Giannino

 

Pag 1 Nella scuola c’è il futuro di un Paese di Giovanni Sabbatucci

 

Pag 1 Veneto, scrutini a rischio in 700 classi di Daniela Boresi

 

LA NUOVA

Pag 4 L’accanimento contro l’art.41 di Giovanni Palombarini

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 2 Boom di impiegati statali: per le assunzioni il Veneto supera le regioni del Sud di M.N.M.

In sette anni + 10.258 persone

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

LA NUOVA

Pag 3 Addio ai lucchetti dell’amore di Manuela Pivato

Venezia li vieta: multe in vista. Rimossi a decine dall’Accademia

 

Pagg 14 – 15 Zaia “occupa” i cantieri Mose di Alberto Vitucci, Renzo Mazzaro e Giorgio Sbrissa

Visita in laguna e sbarco mediatico tra i cassoni: “Una grande opera”. Così il neogovernatore ha marcato il territorio

 

Pag 21 “La multa doveva essere più salata” di g.cod.

I vigili: “Giusta la sanzione ai ragazzi che vendevano torte”

 

Pag 23 Materna costretta ad aumentare le rette di m.a.

Favaro: la S. Maria Immacolata in difficoltà, appello a Ferrazzi

 

Pag 32 Parroco picchiato in chiesa dai ladri di Giovanni Cagnassi

Paura a Jesolo: don Paolo Donadelli, 70 anni, scaraventato a terra. Stavano forzando le cassette dell’elemosina. Malmenato anche un fedele che ha tentato di aiutarlo, arrestati due giovani

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag XXX Aggrediscono il prete per rubare le offerte di Fabrizio Cibin

Don Paolo Donadelli avvisato della presenza dei ladri in chiesa da alcuni fedeli. Arrestati due giovani del posto

 

Pag XXXI Galan: “Nessuna proroga” di Riccardo Coppo

Caorle, doccia fredda per la pesca dopo l’incontro di ieri al Ministero dell’Agricoltura. Lapidario il sindaco Sarto: “Sarà la morte delle nostre tradizioni”

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 10 Jesolo: parroco gettato a terra per l’elemosina

 

8 – VENETO / NORDEST

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 3 Veneto Sviluppo, Borga resterà presidente di A.Z.

C’è il via libera della nuova amministrazione a guida leghista

 

… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 La rinuncia allo strappo di Pierluigi Battista

Perché Fini non rompe con il Cavaliere

 

Pag 1 Le tante spine di un sì blindato di Massimo Franco

 

LA STAMPA

Ma ancora una volta ha vinto Teheran di Vittorio Emanuele Parsi

 

Le riforme vittime dei sondaggi di Marcello Sorgi

 

IL GIORNALE

Un occhio ai sondaggi, poi l’attacco di Adalberto Signore

L’affondo il Cavaliere ce l’aveva in testa da almeno una settimana, da quando i sondaggi della Ghisleri - ce n’è una versione riservata al punto da rasentare il segreto militare - gli hanno confermato un brusco calo dei consensi dovuto soprattutto al tira e molla sulla manovra correttiva

 

AVVENIRE

Pag 1 Paure e illusioni attorno al focolaio del mondo di Andrea Lavazza

La partita degli equilibri atomici

 

Pag 2 Rinnovare la virtù del compromesso alto di Sergio Soave

I valori costituzionali e i doveri dell’oggi

 

Pag 14 Egitto, no del patriarca copto alla legge: “Non celebriamo le nozze dei divorziati”

 

Pag 33 Down “cancellati” anche dallo Stato? (lettere al direttore)

 

 

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2 – DIOCESI E PARROCCHIE

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag XIV Chiude l’anno sacerdotale, cinquanta veneziani a Roma di a.spe.

 

Una cinquantina di veneziani in queste ore si trova nella Città del Vaticano, assieme con il patriarca, card. Angelo Scola, per la conclusione dell’anno sacerdotale indetto nello scorso giugno da Papa Benedetto XVI. Diversi sacerdoti e un gruppetto di laici sono partiti in pullman ancora l’altro giorno, accompagnati anche dal vescovo ausiliare, mons. Beniamino Pizziol, e dai tre vicari episcopali, mons. Valter Perini, mons. Orlando Barbaro e mons. Giacomo Marchesan. Ieri e oggi hanno assistito alle catechesi preparate per l’occasione, stasera parteciperanno alla veglia in piazza San Pietro, mentre domani alle 9.30 saranno presenti alla messa solenne tra il colonnato presieduta dal Santo Padre. Sempre oggi, ma alle 17.30, il patriarca Scola incontrerà e dialogherà con i partecipanti al viaggio presso l’istituto delle suore di Maria Bambina vicino al Vaticano, nel quale alloggiano.

 

Pag XVI Marghera, festa di Sant’Antonio

 

Riprendono domani, venerdì 11 giugno, i festeggiamenti della festa patronale di S. Antonio a Marghera. Domani alle 18,30, verrà celebrata una messa per ricordare il 55. anniversario della dedica della chiesa, la prima della città giardino. Alle 19, riaprirà lo stand gastronomico - che resterà in attività anche sabato e domenica - in cui si potranno degustare specialità culinarie. Alle 19,30 in patronato si esibirà l'Asdc Overdream, mentre alle 20,30 si potrà ballare sulle note dell'orchestra Revival. Sabato 12 giugno, invece, tra le molte iniziative, sono previste alle 16,30 la benedizione dei bambini sul sagrato della chiesa e, alle 17,45, la processione di S. Antonio.

    

Pag XXXVII Sant’Antonin restituita alla città di R.Pet.

 

Venezia - Sono durati più di vent'anni, e non sono pochi, i restauri della chiesa di Sant'Antonin nel sestiere di Castello, restituita ora alla città nella sua duplice funzione di luogo di culto e possibile contenitore di eventi culturali, come concerti od esposizioni d'arte. Su questo è stato chiaro don Gianmatteo Caputo della Curia patriarcale di Venezia, nell'ultimo intervento previsto, prima del concerto di apertura della Corale mantovana "Giuseppe Verdi" di Ostiglia. Non pochi sono i cittadini intervenuti ieri alla presentazione del completamento dei lavori di recupero, protrattosi a lungo per problemi strutturali incontrati nel corso dell'opera, nonché qualche momento critico nell'assegnazione dei finanziamenti. Tradotti in cifre, significano circa un milione e seicentomila euro, "da convertire però al cambio attuale, cioè aggiungendo circa il 50/60% dell'intero importo", come ha sottolineato Ugo Soragni, direttore regionale per i Beni culturali e paesaggistici del Veneto, nell'intervento d'apertura. Seguito da quello della soprintendente Renata Codello, che ha sottolineato come fosse stata, a partire dal 1990, proprio la condizione di degrado dell'edificio (si registrò pure una grave situazione di dissesto della torre campanaria) a far assumere al Ministero per i beni e le attività culturali l'importante impegno finanziario del suo risanamento. L'architetto Tiziana Favaro della Soprintendenza, direttrice e progettista dei lavori, nonché curatrice del prezioso volume distribuito ai presenti, ha illustrato alcune difficoltà incontrate. Necessario un impianto drenante contro la risalita delle acque di marea. Emanuela Zucchetta ha invece seguito il progetto e restauro degli apparati decorativi. Di eccezionale valore le opere, restaurate anch'esse, presenti all'interno della chiesa, millenaria e restaurata nel Seicento da Baldassarre Longhena. In particolare va citata la cappella voluta alla fine del Cinquecento dalla famiglia Tiepolo, intitolata a San Saba, che accoglie opere di Jacopo Palma il Giovane raffiguranti la vita del Santo.

 

LA NUOVA

Pag 17 Riapre Sant’Antonin, chiesa e spazio per iniziative culturali di Silvia Zanardi

Restauro durato 20 anni: scheletro d’acciaio per sostenere il campanile

 

La Chiesa di Sant’Antonin torna a essere dei veneziani. Non sarà solo luogo di culto e preghiera, ma anche uno spazio che la diocesi metterà a disposizione per concerti musicali ed eventi culturali. Ieri, l’architetto Ugo Soragni (direttore regionale per i Beni Culturali) e la soprintendente Renata Codello hanno illustrato i dettagli di un restauro durato 20 anni e finanziato dal Ministero per i Beni culturali, con circa 1,5 milioni. A seguire dei lavori, nell’arco di 20 anni, l’architetta Tiziana Favaro, autrice di un volume che oggi ne ripercorre ogni fase. «E’ stato un restauro lungo e discontinuo, che però ha permesso di approfondire studi metodologici che non sempre l’urgenza dei tempi consente di eseguire», dice Codello, «il risultato è esemplare e i rilievi ci hanno permesso di portare alla luce anche interessanti reperti, come un sarcofago del 1314». L’intervento ha riguardato anche il restauro statico del campanile, messo in sicurezza grazie a uno scheletro di acciaio, e la messa in opera di un elaborato impianto di drenaggio delle acque di risalita. «Ora è importante considerare la nuova potenzialità di questa chiesa», dice don Gianmatteo Caputo, «dopo 20 anni di chiusura, sarà un luogo aperto a tutta la cittadinanza ».

 

Pag 24 Marghera, festa di Sant’Antonio

 

Continua la festa di Sant’Antonio che animerà la parrocchia del centro di Marghera sino al 13 giugno. Per l’occasione sono tornati i mercatini nel giardino del patronato e le giostre in via Gelain, mentre gli stand gastronomici sono attivi dalle 19 nel cortile parrocchiale. Sono in cartellone anche spettacoli musicali e dimostrazioni della scuola di ballo Overdream. Tra le varie iniziative non mancherà la pesca di beneficenza.

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 8 Sant’Antonin, concerti ed esposizioni di Alice D’Este

Dopo oltre vent’anni sono terminati i lavori nella chiesa. Codello: serve più amore

 

Venezia - Per arrivarci si deve seguire una lunga gimkana tra le case, proprio dietro Riva degli Schiavoni. Spunta appena più in là, tra piccoli ponti, alla fine di Calle dei Greci, la chiesa di Sant’Antonin, riportata ora definitivamente al suo antico splendore con la chiusura dei lavori di restauro e inaugurata ieri. «Diventerà un luogo aperto a tutti, da questo momento si potranno organizzare concerti ed eventi culturali - ha spiegato don Gianmatteo Caputo della curia patriarcale di Venezia - certo saranno eventi che ne rispetteranno la destinazione originaria ma si è deciso di aprire ad un pubblico più ampio. A livello religioso infatti ormai questo spazio è decaduto nella memoria dei cittadini, non è più una chiesa parrocchiale». Chiusa da più di vent’anni, infatti, la chiesa è ormai inutilizzata come luogo di culto e ha visto lungo un susseguirsi di varie fasi delle operazioni di restauro interamente finanziate dal Ministero per i Beni e le Attività culturali e dirette da Tiziana Favaro a partire dal 1989, in cui cominciarono i lavori per l’assetto statico del campanile e della facciata. Nel corso dei lavori sono stati effettuati studi approfonditi sul fondo archivistico della Fabbriceria e si sono effettuati scavi archeologici, diretti nel 1998, da Maurizia De Min, che hanno riportato alla luce numerose strutture tombali e fondazionali dei precedenti impianti, oltre che una serie di ceramiche quattrocentesche, che saranno esposte in un'aula della chiesa appositamente attrezzata. Gli scavi, hanno, inoltre, consentito l'importante ritrovamento di un sarcofago del primo Trecento, che sarà ugualmente esposto nell'aula museale, che rivela a Venezia la proposizione di alcuni elementi formali e iconografici che avranno molto seguito nel corso della scultura trecentesca. «L’impegno e l’attenzione prolungata nel tempo che sono stati messi in questo restauro devono essere d’esempio per altre realtà veneziane a partire dal campanile di Torcello - ha dichiarato Renata Codello, soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici - la tutela dei beni veneziani non è immediata né veloce, è un processo che deve tener conto di molti fattori. Bisogna volerlo fino in fondo e amare questa città». Un appello, quello tra le righe della soprintendente, che ha toccato la situazione del campanile di Torcello, di recente chiuso al pubblico per rischio statico: «Sono molte le voci arrivate nei giorni successivi che offrivano sostegno economico, ma finora sono state solo parole al vento - ha spiegato monsignor Antonio Meneguolo, delegato patriarcale per i beni culturali - è davvero un problema, tutti parlano, ma pochi fanno i fatti». E invece, alla Chiesa di Sant’Antonin i fatti si sono compiuti anche tra le difficoltà per i finanziamenti (che ammontano per tutto il periodo ad 1milione e 600 mila euro) e le interruzioni dei lavori tra un lotto e l’altro, e ora, anche grazie all’architetto Tiziana Favaro potrà tornare ad essere usata da tutti i veneziani.

 

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3 – VITA DELLA CHIESA

 

L’OSSERVATORE ROMANO

Pag 1 Un futuro di amicizia e collaborazione per i popoli del Medio Oriente

All’udienza generale il Papa ricorda la visita a Cipro e rinnova l’appello alla pace

 

«Un futuro di pace, di amicizia e di fraterna collaborazione» per tutte le popolazioni del Medio Oriente: lo ha auspicato il Papa all'udienza generale di mercoledì 9 giugno, in piazza San Pietro, ricordando il viaggio compiuto a Cipro da venerdì 4 a domenica 6.

 

Cari fratelli e sorelle! Quest'oggi desidero soffermarmi sul mio viaggio apostolico a Cipro, che per molti aspetti si è posto in continuità con quelli precedenti in Terra Santa e a Malta. Grazie a Dio, questa visita pastorale è andata molto bene, poiché ha felicemente conseguito i suoi scopi. Già di per sé essa costituiva un evento storico; infatti, mai prima d'ora il Vescovo di Roma si era recato in quella terra benedetta dal lavoro apostolico di san Paolo e san Barnaba e tradizionalmente considerata parte della Terra Santa. Sulle orme dell'Apostolo delle genti mi sono fatto pellegrino del Vangelo, anzitutto per rinsaldare la fede delle comunità cattoliche, piccola ma vivace minoranza nell'Isola, incoraggiandole anche a proseguire il cammino verso la piena unità tra i cristiani, specialmente con i fratelli ortodossi. Al tempo stesso, ho voluto idealmente abbracciare tutte le popolazioni mediorientali e benedirle nel nome del Signore, invocando da Dio il dono della pace. Ho sperimentato una cordiale accoglienza, che mi è stata riservata dappertutto, e colgo volentieri questa occasione per esprimere nuovamente la mia viva gratitudine in primo luogo all'Arcivescovo di Cipro dei Maroniti, Mons. Joseph Soueif, e a Sua Beatitudine Mons. Fouad Twal, unitamente ai collaboratori, rinnovando a ciascuno il mio apprezzamento per la loro azione apostolica. La mia sentita riconoscenza va poi al Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa di Cipro, segnatamente a Sua Beatitudine Chrysostomos II, Arcivescovo di Nea Giustiniana e di tutta Cipro, che ho avuto la gioia di abbracciare con affetto fraterno, come pure al Presidente della Repubblica, a tutte le Autorità civili e a quanti in vario modo si sono lodevolmente prodigati per la riuscita di questa mia visita pastorale. Essa è iniziata il 4 giugno nell'antica città di Paphos, dove mi sono sentito avvolto in un'atmosfera che sembrava quasi la sintesi percepibile di duemila anni di storia cristiana. I reperti archeologici ivi presenti sono il segno di un'antica e gloriosa eredità spirituale, che ancora oggi mantiene un forte impatto sulla vita del Paese. Presso la chiesa di Santa Ciriaca Chrysopolitissa, luogo di culto ortodosso aperto anche ai cattolici e agli anglicani ubicato all'interno del sito archeologico, si è svolta una toccante celebrazione ecumenica. Con l'Arcivescovo ortodosso Chrysostomos II e i rappresentanti delle Comunità armena, luterana e anglicana, abbiamo fraternamente rinnovato il reciproco e irreversibile impegno ecumenico. Tali sentimenti ho manifestato successivamente a Sua Beatitudine Chrysostomos II nel cordiale incontro presso la sua residenza, durante il quale ho pure constatato quanto la Chiesa ortodossa di Cipro sia legata alle sorti di quel popolo, conservando devota e grata memoria dell'Arcivescovo Macario iii, comunemente considerato padre e benefattore della Nazione, al quale ho voluto anch'io rendere omaggio sostando brevemente presso il monumento che lo raffigura. Questo radicamento nella tradizione non impedisce alla Comunità ortodossa di essere impegnata con decisione nel dialogo ecumenico unitamente alla Comunità cattolica, animate entrambe dal  sincero desiderio di ricomporre la piena e visibile comunione tra le Chiese dell'Oriente e dell'Occidente. Il 5 giugno, a Nicosia, capitale dell'Isola, ho iniziato la seconda tappa del viaggio recandomi in visita al Presidente della Repubblica, che mi ha accolto con grande cortesia. Nell'incontrare le Autorità civili e il Corpo diplomatico, ho ribadito l'importanza di fondare la legge positiva sui principi etici della legge naturale, al fine di promuovere la verità morale nella vita pubblica. È stato un appello alla ragione, basato sui principi etici e carico di implicazioni esigenti per la società di oggi, che spesso non riconosce più la tradizione culturale su cui è fondata. La Liturgia della Parola, celebrata presso la scuola elementare san Marone, ha rappresentato uno dei momenti più suggestivi dell'incontro con la Comunità cattolica di Cipro, nelle sue componenti maronita e latina, e mi ha permesso di conoscere da vicino il fervore apostolico dei cattolici ciprioti. Esso si esprime anche mediante l'attività educativa e assistenziale con decine di strutture, che si pongono al servizio della collettività e sono apprezzate dalle autorità governative come pure dall'intera popolazione. È stato un momento gioioso e di festa, animato dall'entusiasmo di numerosi bambini, ragazzi e giovani. Non è mancato l'aspetto della memoria, che ha reso percepibile in modo commovente l'anima della Chiesa maronita, la quale proprio quest'anno celebra i 1600 anni della morte del Fondatore san Marone. A tale riguardo, è stata particolarmente significativa la presenza di alcuni cattolici maroniti originari di quattro villaggi dell'Isola dove i cristiani sono popolo che soffre e spera; ad essi ho voluto manifestare la mia paterna comprensione per le loro aspirazioni e difficoltà. In quella stessa celebrazione ho potuto ammirare l'impegno apostolico della comunità latina, guidata dalla sollecitudine del Patriarca latino di Gerusalemme e dallo zelo pastorale dei Frati Minori di Terra Santa, che si pongono al servizio della gente con perseverante generosità. I cattolici di rito latino, molto attivi nell'ambito caritativo, riservano un'attenzione speciale verso i lavoratori e i più bisognosi. A tutti, latini e maroniti ho assicurato il mio ricordo nella preghiera, incoraggiandoli a testimoniare il Vangelo anche mediante un paziente lavoro di reciproca fiducia fra cristiani e non cristiani, per costruire una pace durevole ed un'armonia fra i popoli. Ho voluto ripetere l'invito alla fiducia e alla speranza nel corso della Santa Messa, celebrata nella parrocchia di Santa Croce alla presenza dei sacerdoti, delle persone consacrate, dei diaconi, dei catechisti e degli esponenti di associazioni e movimenti laicali dell'Isola. Partendo dalla riflessione sul mistero della Croce, ho rivolto poi un accorato appello a tutti i cattolici del Medio Oriente affinché, nonostante le grandi prove e le ben note difficoltà, non cedano allo sconforto e alla tentazione di emigrare, in quanto la loro presenza nella regione costituisce un insostituibile segno di speranza. Ho garantito loro, e specialmente ai sacerdoti e ai religiosi, l'affettuosa e intensa solidarietà di tutta la Chiesa, come pure l'incessante preghiera affinché il Signore li aiuti ad essere sempre presenza vivace e pacificante. Sicuramente il momento culminante del viaggio apostolico è stato la consegna dell'Instrumentum laboris dell'Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi. Tale atto è  avvenuto domenica 6 giugno nel Palazzo dello sport di Nicosia, al termine della solenne Celebrazione eucaristica, alla quale hanno preso parte i Patriarchi e i Vescovi delle varie comunità ecclesiali del Medio Oriente. Corale è stata la partecipazione del Popolo di Dio, «tra canti di gioia e di lode di una moltitudine in festa», come dice il Salmo (42,5). Ne abbiamo fatto concreta esperienza, anche grazie alla presenza dei tanti immigrati, che formano un significativo gruppo nella popolazione cattolica dell'Isola, dove si sono integrati senza difficoltà. Insieme abbiamo pregato per l'anima del compianto Vescovo Mons. Luigi Padovese, Presidente della Conferenza Episcopale Turca, la cui improvvisa e tragica morte ci ha lasciati addolorati e sgomenti. Il tema dell'Assemblea sinodale per il Medio Oriente, che si svolgerà a Roma nel prossimo mese di ottobre, parla di comunione e di apertura alla speranza: «La Chiesa cattolica nel Medio Oriente: comunione e testimonianza». L'importante evento si configura infatti come un convenire della cristianità cattolica di quell'area, nei suoi diversi  riti, ma al tempo stesso quale ricerca rinnovata di dialogo e di coraggio per il futuro. Pertanto, sarà accompagnato dall'affetto orante di tutta la Chiesa, nel cui cuore il Medio Oriente occupa un posto speciale, in quanto è proprio lì che Dio si è fatto conoscere ai nostri padri nella fede. Non mancherà, tuttavia, l'attenzione di altri soggetti della società mondiale, segnatamente dei protagonisti della vita pubblica, chiamati ad operare con costante impegno affinché quella regione possa superare le situazioni di sofferenza e di conflitto che ancora l'affliggono e ritrovare finalmente la pace nella giustizia. Prima di congedarmi da Cipro ho voluto visitare la Cattedrale Maronita di Nicosia - dove era presente anche il Cardinale Pierre Nasrallah Sfeir, Patriarca di Antiochia dei Maroniti. Ho rinnovato la mia sincera vicinanza e la mia fervida comprensione ad ogni comunità dell'antica Chiesa maronita sparsa nell'Isola, sulle cui rive i Maroniti giunsero in vari periodi e furono spesso duramente provati per rimanere fedeli alla loro specifica eredità cristiana, le cui memorie storiche e artistiche costituiscono un patrimonio culturale per l'intera umanità. Cari fratelli e sorelle, sono tornato in Vaticano con l'animo colmo di gratitudine verso Dio e con sentimenti di sincero affetto e stima per gli abitanti di Cipro, dai quali mi sono sentito accolto e compreso. Nella nobile terra cipriota ho potuto vedere l'opera apostolica delle diverse tradizioni dell'unica Chiesa di Cristo e ho potuto quasi sentire tanti cuori pulsare all'unisono. Proprio come affermava il tema del Viaggio: «Un cuore, un'anima». La Comunità cattolica cipriota, nelle sue articolazioni maronita, armena e latina, si sforza incessantemente di essere un cuore solo e un'anima sola, tanto al proprio interno quanto nei rapporti cordiali e costruttivi con i fratelli ortodossi e con le altre espressioni cristiane. Possano il popolo cipriota e le altre nazioni del Medio Oriente, con i loro governanti e i rappresentanti delle diverse religioni, costruire insieme un futuro di pace, di amicizia e di fraterna collaborazione. E preghiamo affinché, per intercessione di Maria Santissima, lo Spirito Santo renda fecondo questo viaggio apostolico, e animi nel mondo intero la missione della Chiesa, istituita da Cristo per annunciare a tutti i popoli il Vangelo della verità, dell'amore e della pace.

 

Pag 6 Penitenza e missione nella Chiesa di Joachim Meisner

La meditazione dell’arcivescovo di Colonia per la chiusura dell’Anno sacerdotale

 

«I destinatari della nostra missione sono tutti, ma in modo particolare i poveri. Sono loro i prediletti di Dio e lo stesso Signore affermó che è venuto al mondo per evangelizzare i poveri»: sono parole dell'omelia della messa celebrata questa mattina, 9 giugno, dal cardinale Cláudio Hummes, prefetto della Congregazione per il Clero, nella basilica di San Paolo fuori le Mura, in occasione dell'incontro internazionale dei sacerdoti a conclusione dell'Anno sacerdotale. Un'altra messa, sempre stamani, è stata presieduta, nella basilica di San Giovanni in Laterano, dall'arcivescovo segretario della Congregazione per il Clero, monsignor Mauro Piacenza, che ha esortato i sacerdoti «a implorare il dono di quel profondo rinnovamento spirituale che è la ragione stessa dell'Anno sacerdotale celebrato». Le concelebrazioni eucaristiche sono state precedute dalla meditazione del cardinale arcivescovo di Colonia nella basilica di San Paolo fuori le Mura sul tema «Conversione e missione». Della meditazione, trasmessa in diretta nella basilica di San Giovanni in Laterano, pubblichiamo qui di seguito ampi stralci.

 

Dobbiamo nuovamente diventare una «Chiesa in cammino verso gli uomini» (Geh-hin-Kirche), come amava dire il mio predecessore, l'allora arcivescovo di Colonia, il cardinale Joseph Höffner. Questo però non può accadere a comando. A ciò ci deve muovere lo Spirito Santo.  Una delle perdite più tragiche, che la nostra Chiesa ha subito, nella seconda metà del XX secolo, è la perdita dello Spirito Santo nel sacramento della riconciliazione. Per noi sacerdoti ciò ha causato una tremenda perdita di profilo interiore. Quando dei fedeli cristiani mi chiedono: «Come possiamo aiutare i nostri sacerdoti?», allora sempre rispondo: «Andate a confessarvi da loro!». Laddove il sacerdote non è più confessore, diventa operatore sociale religioso. Nel confessionale il sacerdote può gettare lo sguardo nei cuori di molte persone e da ciò gli derivano impulsi, incoraggiamenti e ispirazioni per la propria sequela di Cristo. La Chiesa è la «Ecclesia semper reformanda», e in essa, sia il sacerdote come il vescovo sono un «semper reformandus» che, come Paolo a Damasco, devono essere sempre di nuovo gettati a terra da cavallo, per cadere nelle braccia di Dio misericordioso, il quale ci invia poi nel mondo. Perciò non è sufficiente che nel nostro lavoro pastorale vogliamo apportare correzioni solo alle strutture della nostra Chiesa, per poterla rendere di una evidenza più attrattiva. Non basta! Ciò di cui c'è bisogno è un cambiamento del cuore, del mio cuore. Solo un Paolo convertito ha potuto cambiare il mondo, non già un ingegnere di strutture ecclesiastiche. Il sacerdote, attraverso il suo essere preso nello stile di vita di Gesù, è così abitato da Lui che lo stesso Gesù, nel sacerdote, diventa percepibile dagli altri. L'ostacolo maggiore per consentire a Cristo di essere percepito, attraverso di noi, dagli altri, è il peccato. Esso impedisce la presenza del Signore nella nostra esistenza e, per questo, per noi non c'è niente di più necessario che la conversione; e questa, anche ai fini della missione. Si tratta, per dirlo in sintesi, del sacramento della penitenza. Un sacerdote che non si trova, con frequenza, sia da un lato che dall'altro della grata del confessionale subisce danni permanenti alla sua anima e alla sua missione. Qui scorgiamo certamente una delle cause principali della molteplice crisi in cui il sacerdozio si è venuto a trovare negli ultimi cinquant'anni. La grazia tutta particolare del sacerdozio è proprio quella che il sacerdote può sentirsi a «casa sua» in entrambi i lati della grata del confessionale: come penitente e come ministro del perdono. Quando il sacerdote si allontana dal confessionale, entra in una grave crisi di identità. Il sacramento della penitenza è il luogo privilegiato per l'approfondimento dell'identità del sacerdote, il quale è chiamato a far sì che egli stesso e i credenti si stringano alla pienezza di Cristo. Spesso non amiamo questo esplicito perdono. E tuttavia Dio non si mostra mai così tanto come Dio, come quando perdona. Dio è amore! Lui è il donarsi in persona! Egli dà la grazia del perdono. Ma l'amore più forte è quell'amore che supera l'ostacolo principale all'amore, cioè il peccato. La più grande grazia è l'essere graziati (die Begnadigung), e il dono più prezioso è il darsi (die Vergabung), è il perdono. Se non ci fossero peccatori, che avessero più bisogno del perdono che del pane quotidiano, non potremmo proprio conoscere le profondità del Cuore divino. Come mai un sacramento, che evoca così grande gioia in Cielo, suscita così tanta antipatia sulla terra? Cosa preferiamo in realtà: essere peccatori, che Dio perdona, o sembrare di essere senza peccato, vivendo cioè nell'illusione di presumersi giusti facendo a meno della manifestazione dell'amore di Dio? Basta davvero essere soddisfatti di se stessi? Ma cosa siamo senza Dio? Solo l'umiltà di un bambino, come l'hanno avuta i santi, ci lascia sopportare con letizia la disparità tra la nostra indegnità e la magnificenza di Dio. Non è lo scopo della confessione che noi, dimenticando i peccati, non pensiamo più a Dio. Molto più la confessione ci consente l'accesso in una vita dove non si può pensare a nient'altro che a Dio. Andare a confessarsi significa: rendere l'amore a Dio un po' più cordiale, sentirsi dire e sperimentare efficacemente, una volta di più - perché la confessione non è incoraggiamento solo dall'esterno - che Dio ci ama. Confessarsi significa ricominciare a credere - e allo stesso tempo a scoprire - che fino a ora non ci siamo mai fidati abbastanza profondamente e che, per questo, si deve chiedere perdono. Davanti a Gesù ci si sente come peccatori, ci si scopre come peccatori, che vengono meno alle attese del Signore. Confessarsi significa lasciarsi elevare  dal  Signore  al suo livello divino. Per me, perciò, la maturità spirituale di un candidato al sacerdozio, a ricevere l'ordinazione sacerdotale, diventa evidente nel fatto che egli riceva regolarmente - almeno nella frequenza di una volta al mese - il sacramento della riconciliazione. Infatti è nel sacramento della penitenza che incontro il Padre misericordioso con i doni più preziosi che ha da dare, e cioè il donarsi (Vergabung), il perdono e il farci grazia. Ma quando qualcuno, a causa della sua mancanza di frequenza alla confessione, di fatto dice al Padre: «Tieni per te i tuoi preziosi doni! Io ho non bisogno di te e dei tuoi doni», allora smette di essere figlio, perché si esclude dalla paternità di Dio, perché non vuole più ricevere i suoi preziosi doni. E se uno non è più figlio del Padre celeste, allora non può diventare sacerdote, perché il sacerdote attraverso il battesimo è prima di tutto figlio del Padre, e poi, mediante l'ordinazione sacerdotale, è con Cristo figlio con il Figlio. Solo allora potrà davvero essere fratello degli uomini. Il passaggio dalla conversione alla missione può in primo luogo mostrarsi nel fatto che io passo da un lato all'altro della grata del confessionale, dalla parte del penitente a quella del confessore. La perdita del sacramento della riconciliazione è la radice di molti mali nella vita della Chiesa e nella vita del sacerdote. E la cosiddetta crisi del sacramento della penitenza non è solo dovuta al fatto che la gente non viene più a confessarsi, ma che noi sacerdoti non siamo più presenti nel confessionale. Un confessionale in cui è presente un sacerdote, in una chiesa vuota, è il simbolo più toccante della pazienza di Dio che attende. Così è Dio. Egli ci attende tutta la vita. Se ci viene in gran parte a mancare questo essenziale ambito del servizio sacerdotale, allora noi sacerdoti cadiamo facilmente in una mentalità funzionalista o al livello di una mera tecnica pastorale. Il nostro esserci, da entrambi i lati della grata del confessionale, ci porta, attraverso la nostra testimonianza, a permettere che Cristo diventi percepibile per il popolo. Per poter perdonare veramente, abbiamo bisogno di tanto amore. L'unico perdono che possiamo realmente concedere, è quello che abbiamo ricevuto da Dio. Solo se abbiamo sperimentato il Padre misericordioso, possiamo diventare fratelli misericordiosi per gli altri. Colui che non perdona, non ama. Colui che perdona poco, ama poco. Chi perdona molto, ama molto. Quando lasciamo il confessionale, che è il punto di partenza della nostra missione, sia da un lato che dall'altro della grata, allora si vorrebbe proprio abbracciare tutti, per chieder loro perdono e questo avviene soprattutto dopo che ci siamo confessati. Con la confessione si ritorna dentro lo stesso movimento dell'amore di Dio e dell'amore fraterno, nell'unione con Dio e con la Chiesa, dal quale ci aveva escluso il peccato.

 

AVVENIRE

Pag 26 Gesù e il profumo di resurrezione di Carlo Maria Martini

La spiritualità del laico e la gratuità dell’amore

 

Una meditazione del cardinale Carlo Maria Martini sull’episodio evangelico della donna di Betania che versa unguento prezioso sul capo di Gesù: «Il dono dell’amore», che esce nei prossimi giorni a cura di Cristina Uguccioni per le edizioni Paoline (pagine 48, euro 11,50), è il testo di una «lectio» tenuta il 20 marzo 1987 all’Università Cattolica di Milano per affrontare il tema della «spiritualità del laico». Nell’atteggiamento della donna, disapprovato dai discepoli, Martini individua l’autentica spiritualità del laico: «Questa donna – scrive – è il cristiano comune, il vero discepolo, il suo gesto è il cammino spirituale del cristiano laico battezzato, fondamentalmente di ciascuno di noi». L’epoca in cui Martini svolgeva questa meditazione era quella dove la Chiesa preparava il sinodo dei vescovi sulla vocazione e la missione dei laici nella Chiesa e nel mondo. L’identikit tracciato dal cardinale delinea un laico credente che porta nel mondo la gratuità dell’amore. Dal libro pubblichiamo alcuni stralci che illuminano il rapporto fra bellezza e povertà (nel senso dato al termine dalle beatitudini).

 

«Mentre Gesù si trovava in Betania, in casa di Simone e il lebbroso, gli si avvicinò una donna con un vaso di alabastro di olio profumato molto prezioso, e glielo versò sul capo mentre stava a mensa. I disce­poli, vedendo ciò, si sdegnarono e dissero: 'Perché questo spreco? Lo si poteva vendere a caro prezzo per darlo ai poveri!'. Ma Gesù, accorto­sene, disse loro: 'Perché infastidite questa donna? Essa ha compiuto un’azione buona verso di me. I po­veri infatti li avete sempre con voi, me, invece, non sempre mi avete. Versando quest’olio sul mio corpo lo ha fatto in vista della mia sepoltura. In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei'». L’importanza dell’episodio è chiara: fa già parte del racconto ecclesiale della passione e quindi, secondo la predicazione stessa, viene proclamato ogni volta che si proclama il vangelo della morte di Gesù. Signi­ficativa la sottolineatura del Signo­re: ciò che la donna ha compiuto è parte del vangelo. Curiosa la speci­ficazione: «in ricordo di lei». La donna, con il suo gesto, è messa al centro dell’attenzione delle parole di Gesù. La domanda che più si è ripercossa nella storia della esegesi è sul signi­ficato dell’affermazione: «I poveri li avete sempre con voi». Forse Gesù dice che non c’è nulla da fare di fronte alla povertà? Di fatto Gesù, volendo definire l’azione della donna, che è criticata dai discepoli, la chiama «opera bella». Il testo italia­no fa leggere: «un’azione buona». Il testo greco dice: «opera bella», de­gna dell’uomo, in cui l’uomo si e­sprime al meglio. Le opere belle non sono le opere e­steriori – come appunto preghiera, digiuno, elemosina – bensì quelle descritte nello stesso capitolo 5: le beatitudini. Opera bella è l’essere poveri, lo scegliere di non servire al denaro, l’essere di cuore semplice (i puri di cuore), l’essere operatori di pace. Il gesto di questa donna ap­partiene dunque non tanto alle opere efficaci bensì alle opere belle che qualificano la persona, così co­me le beatitudini sono atteggia­menti vissuti dalla persona. Nella simbologia dell’episodio ci è facile anche leggere quale sia la bel­lezza personale dell’opera della donna. È bella perché è inaspettata, anzitutto. Viene nel mezzo del ban­chetto a dare un profumo incredi­bile a tutta la sala, senza che nessu­no lo prevedesse. È un gesto inatte­so eppure dovuto a un ospite illu­stre. Un’opera inaspettata quindi, e ori­ginale, creativa. Ha la bellezza dei gesti umani che non sono sempli­cemente adempimenti di leggi op­pure risposte a esigenze di efficien­za ma sgorgano dall’intimo della persona che li compie. Se la donna avesse chiesto consiglio le avrebbe­ro detto che era inutile versare quell’olio, che non ce n’era bisogno. È anche un gesto gratuito, e totale, esaustivo. Gesù nel brano parallelo dell’evangelista Marco spiega: «Questa donna ha fatto quello che ha potuto» (cfr. Mc 14,8). Ci richia­ma così l’obolo della vedova che, pur avendo fatto niente dal punto di vista dell’efficienza, ha però fatto tutto perché ha espresso se stessa. Infine, quest’opera è bella perché è profetica: «in vista della mia sepol­tura ». I discepoli non avevano mai capito, benché Gesù l’avesse loro ri­petuto, che «il Figlio dell’uomo do­veva essere tradito, essere ucciso, e poi risorgere». Il suo è un gesto cristiano perché contiene una profezia della morte e risurrezione del Signore. Possiamo anzi dire che la donna, con quel gesto, entra nella morte e risurrezione di Gesù, fa un’opera battesimale. E chi è il cattivo disce­polo? Colui che non capisce questi valori, che li critica, che va alla ri­cerca di gesti clamorosi, dalle riso­nanze grandiose. Mentre invece il profumo del balsamo si perde nella oscurità della casa di Simone. Catti­vi discepoli sono coloro che non comprendono quella bella opera che è in ogni gesto, quella bella o­pera che il Padre celeste vede e che vedono gli uomini sensibili al fasci­no del profumo delle beatitudini e­vangeliche. Sono opere che rendo­no lode al Padre perché sono irre­frenabili, mentre di tutte le altre o­pere si può supporre sempre una seconda intenzione, un motivo non pienamente disinteressato. Le buo­ne opere delle beatitudini sono le opere cristiane – katexochèn – sen­za alcuna aggiunta o smarginatura o sottolineatura. E i poveri? Che dire dei poveri? I co­siddetti discepoli sono qui fuori strada e in realtà non si preoccu­pano dei poveri. Se ne preoccu­pa il «vero di­scepolo » che è la donna, per­ché i cosiddetti discepoli op­pongono erro­neamente il ser­vizio reso ai po­veri all’adesione personale a Ge­sù che sta per morire, quasi si dovesse scegliere tra le due opere. Si tratta di un ri­schio in cui noi spesso incorriamo: dare ai poveri o onorare Gesù rac­cogliendo la sua morte e risurrezio­ne? Non comprendiamo che è l’accet­tazione di quella morte, come gesto supremo d’amore per noi, che abi­lita poi il discepolo a mettersi in­condizionatamente al servizio dei poveri. Come quei discepoli, anche noi vediamo la soluzione del pro­blema dei poveri nel denaro, in una efficienza, e non nella dedizione amore, da cui nascerà il servizio ai poveri. Gesù difende e loda la donna, così come ha difeso Maria dalle insinua­zioni di Marta che accusava la so­rella di perdere tempo ascoltando la Parola e di non servire. L’aiuto re­so ai poveri sarà sempre una delle caratteristiche della comunità che ha scelto di seguire Gesù, il Signore crocifisso e risorto, e quindi ha scel­to di non arricchire, di vivere la beatitudine della povertà, la beati­tudine della semplicità di cuore e, proprio per questo, avrà sempre fa­miliarità con i poveri. I poveri li a­vremo allora sempre con noi, non soltanto nel senso che saranno del­la nostra famiglia, della nostra realtà, ma anche perché noi, con Gesù crocifisso e risorto, avremo scelto questo tipo di vita. Ecco dove il laico cristiano trova la radice an­che di ogni suo impegno sociale e civile per i poveri. Ora è il momento di mostrare l’ade­sione al Signore che sta per morire, è il momento battesimale. In segui­to, tale adesione andrà dimostrata ai poveri per i quali Gesù è morto. E ciò che sarà fatto a loro sarà fatto a lui. È così che il cristiano si prepara a vivere l’identità tra le sue molte­plici azioni (sociali, politiche, di ser­vizio, di fede, di catechesi, di ora­zione, di preghiera). È così che si prepara a unificare la sua realtà, per non agire in maniera turbata o per­plessa davanti a scelte che sembra­no escludersi l’un l’altra. La donna del Vangelo ha col­to l’unità delle scelte. Quando si proclamerà la Buona Novella della morte di Gesù, si esalterà insieme anche la fede nella ri­surrezione, mo­strata da questa donna, e an­nunciata dal Signore ogni volta che si parla della sua morte. La donna ha veramente capito il significato della morte di Gesù anzitutto in re­lazione a lui come persona, non co­me simbolo o ideologia della sal­vezza dei poveri o di altre categorie. Ha capito Gesù nella sua identità storica, lo ha riconosciuto, adorato, amato, servito. Tale adesione alla persona di Gesù rende possibile la dedizione di tutta l’esistenza ai po­veri, che è pure parte del messag­gio, della Buona Notizia da predica­re a tutto il mondo.

 

IL FOGLIO

Pag 2 “C’erano tante coltellate e la gola era tagliata”. Parla il vice di Padovese di Paolo Rodari

“In Turchia troppi giovani facilmente influenzabili”

 

Pag 2 Gli appunti per nulla reticenti dei vescovi orientali sulla persecuzione di Maurizio Crippa

L’Instrumentum laboris per il Sinodo sul Medio Oriente

 

Testi non disponibili

 

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4 – MARCIANUM / ASSOCIAZIONI, MOVIMENTI, ISTITUTI E GRUPPI

 

LA NUOVA

Pag 24 Ca’ Emiliani: incontro con don Tisot

 

Ci saranno centinaia di persone oggi alle 18.30 nella chiesa di Gesù Lavoratore per l’appuntamento con don Renato Tisot, fondatore dell’associazione cattolica Alleanza Dives in Misericordia del movimento Rinnovamento carismatico cattolico, che celebrerà anche una messa. Per Venezia l’arrivo di don Tisot è l’unico appuntamento del 2010 che il sacerdote cha programmato nel territorio.

 

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5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

AVVENIRE

Pag 2 Briciole d’equità e di risparmi sulla fatica delle donne di Rossana Sisti

L’ “ordine” europeo sulle pensioni delle statali

 

La Ue ha deciso, ci obbliga e dunque il dibattito è in teoria già chiuso. Le donne della pubblica amministrazione dal 2012 andranno in pensione di vecchiaia a 65 anni, esattamente come gli uomini. Sconti non ce ne sono. Per la Corte di giustizia è, lo dice la parola stessa, un atto di equità. Davanti alla legge i lavoratori europei sono tutti uguali, indistinti, tenuti a quella lista di diritti e doveri al di sopra di privilegi e 'favorini' e che comunque esclude quella possibilità al femminile di una vita lavorativa più corta, ritenuta ingiusta due volte. Ingiusta nei confronti dei colleghi maschi e delle donne stesse, come principio di un’iniqua condizione di minorità. Il settore privato per ora non si tocca ma è probabile che, aperta una breccia, creato un varco, per la stessa legge dell’equità, la strada diventi in futuro un percorso assodato. Non importa che il mondo professionale delle donne italiane sia ben diverso da quello delle lavoratici di altri Paesi Ue, dove la diligenza dello Stato in servizi, fiscalità e contributi alle famiglie è di tutt’altro spessore. In Italia più che altrove il lavoro femminile, sempre in bilico con quello familiare, è poco riconosciuto nella sua specificità, e troppe volte continua purtroppo a essere vissuto come un peso o un fastidio aziendale. Come una prestazione inaffidabile quando spunta la maternità, e quando alla cura dei figli si somma quella dei genitori anziani, che significano tempo e fatica supplementari. Recenti e attendibili dati dicono che la donna italiana, oltre al lavoro retribuito dedica in media alla casa cinque ore al giorno che messe in fila fanno 12 anni in più di fatica. Che a fine carriera valgono come 212 mila euro di risparmi familiari. È vero, sarebbe bello che le chance per le donne arrivassero strada facendo, come opportunità di conciliare nella pratica quotidiana casa e lavoro, quando invece la minore disponibilità di tempo ed energie induce magari alla rinuncia a ruoli di responsabilità. E sarebbe bello che s’inventassero, facendo lavorare fantasia e disponibilità in egual misura, meccanismi che non penalizzino questa scelta; che la possibilità di intraprendere carriere orizzontali e verticali sia aperta anche a chi deve fare i conti con la necessità di essere presente quotidianamente e quando occorre con i figli, gli anziani e persino i nipoti. Ma il part time si deve strapparlo con i denti, i congedi parentali sono scarsi, limitati nel tempo e vissuti con fastidio da chi gestisce il personale. Rinunciare a un avanzamento di carriera ti segna per sempre, tacciato come un comodo ripiego piuttosto che una dolorosa necessità. Talvolta punito e quasi mai compreso. Per non dire degli stipendi che a parità di mansioni maschili, giocano al ribasso. Queste ragioni le donne le avanzano da anni a una politica sorda e molto più attenta a gestire (e tagliare) l’esistente che ad aprire strade nuove. I risparmi che verranno dall’adeguamento 'europeo' del regime previdenziale del pubblico impiego non saranno rilevantissimi, ha confermato il ministro dell’Economia. E così al danno si aggiunge la beffa. Ma per chi fa le leggi e per chi le leggi le applica è a volte davvero difficile vedere il lato ingiusto della giustizia. Una speranza resta: che le briciole – se davvero tali saranno – risparmiate grazie alle pensioni femminili rinviate in nome dell’equità vengano investite in servizi di welfare. Che i risicati risparmi di questi cinque anni aggiunti alla carriera (o alla non­carriera) delle donne vadano ad alleviare i pesi e ad arricchire gli entusiasmi professionali. In caso contrario, resterà solo la cancellazione del risarcimento della pena.

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 Il governo non dimentichi le famiglie di Oscar Giannino

 

Va bene e anzi benissimo innalzare l’età pensionabile per le donne del pubblico impiego a 65 anni. E magari anche pensare a far lo stesso nel settore privato. Ma a patto di ricordare che c’è una lezione che viene da tutti i maggiori Paesi europei. E’ assolutamente infondata, la tradizionale visione secondo la quale più donne che partecipano al mercato del lavoro sono più donne sottratte a figli, famiglia e nipoti. Al contrario, sono i Paesi in cui le donne lavorano di più, quelli in cui le famiglie sono più numerose e si ritarda meno a generare il primo figlio. La cosa più saggia, dunque, ora che si risparmiano risorse innalzando l’età pensionabile femminile, sarebbe quella di dedicarne per i sostegni alle famiglie che all’Italia mancano, rispetto ad altri Paesi. La Strategia di Lisbona nel 2000 puntò a raggiungere un’occupazione pari al 70 per cento entro il 2010. Nel 2008, l’anno precrisi, in Italia il tasso di occupazione complessivo era fermo al 58,7%. Per gli uomini era al 70,3%, per le donne solo al 47,2%, 12 punti meno della media europea, e 17 punti dalla Germania. La bassa occupazione femminile è a sua volta espressione di un divario: al Nord il 56,% delle donne lavorano, al Sud nemmeno il 30%. Perché sono sfaticate le donne, e ancor più sfaticate quelle meridionali? Neanche per idea. Perché in Italia si spende direttamente per la famiglia solo l’1,1% del Pil in spesa pubblica, ovvero il 5,7% della spesa sociale italiana. Nell’Europa a 15 la media quasi raddoppia, toccando il 10%. Nel Regno Unito alla famiglia va il 13,4% della spesa sociale, in Francia e in Svezia il 12%. Per riallineare il nostro Paese alla media Ue bisognerebbe destinare 250 euro in più pro capite di spesa pubblica, con una manovra da 15 miliardi di euro. Diamo troppo alla previdenza, 16 punti di Pil di spesa pubblica l’anno, e poco ai nidi d’infanzia, ai congedi parentali pagati, al part time per tutte le mamme. La Francia offre il quoziente familiare fiscale e servizi gratuiti per le famiglie con figli. La Germania offre forti detrazioni fiscali più un tetto di reddito familiare intangibile alle tasse garantito dalla stessa Costituzione. Ma persino la Polonia ha un welfare più attento alle madri che lavorano del nostro, prevedendo le tagesmutter cioè le assistenti domiciliari all’infanzia. E persino la Repubblica Ceca destina alla famiglia l’11% della sua spesa sociale. Economisti e politici da noi hanno preso a dividersi. A sinistra, dicono che è meglio abbassare le tasse sul lavoro femminile, altrimenti aiuti alla famiglia abbassano ulteriormente la propensione al lavoro femminile. Non lo credo. Ci manca solo che anche su questo destra e sinistra si accapiglino. In Europa ci hanno superati tutti, sulla famiglia. Alzare l’età pensionabile femminile dovrebbe farci recuperare terreno proprio su questo.

 

Pag 1 Nella scuola c’è il futuro di un Paese di Giovanni Sabbatucci

 

Da quando ha assunto, sono ormai due anni, il prestigioso e gravoso incarico di ministro della Pubblica istruzione, Maria Stella Gelmini si è ispirata, con apprezzabile coerenza, a due criteri di fondo: introdurre, o reintrodurre, nella scuola e nell’università, criteri di più rigorosa selezione, come auspicato da una larga (anche se forse non maggioritaria) fascia di pubblica opinione; e realizzare significativi risparmi nel suo settore di competenza, come richiesto dai suoi referenti politici, tanto più in tempi di grave sofferenza dei conti pubblici. Intenti entrambi lodevoli (il secondo non meno del primo), ma non sempre conciliabili fra loro e spesso perseguiti con un certo affanno, che tradisce l’improvvisazione e la mancanza di un disegno organico. Esempio tipico di questo modo di operare, il provvedimento, poi corretto per bocca dello stesso ministro, che imponeva il raggiungimento da parte degli studenti della sufficienza in tutte le materie come condizione indispensabile per l’ammissione all’esame di maturità. Provvedimento discutibile nella tempistica (è arrivato infatti alla fine di un anno scolastico) e sbagliato nella sostanza: perché anticipava, caricandolo sulle spalle dei consigli di classe, il grosso del lavoro di setaccio e rendeva così ancora più inutile la costosa macchina degli esami di Stato. E soprattutto perché era al tempo stesso troppo drastico e troppo facilmente eludibile: gli insegnanti, che già si mostravano largamente inclini alla pratica dell’arrotondamento verso l’alto, o del “perdono” di singole manchevolezze, avrebbero potuto continuare in tale pratica, anzi si sarebbero sentiti autorizzati a intensificarla in risposta al secco automatismo del dispositivo ministeriale (come in effetti è avvenuto nel caso di un liceo milanese, dove tutti i cinque sono stati automaticamente trasformati in sei). Il successivo aggiustamento operato ieri dal ministro, che ha in pratica smentito se stessa, invitando gli insegnanti a usare il buon senso, va dunque accolto come una buona notizia. Ma certo non depone a favore dell’efficienza della burocrazia ministeriale: le norme di buon senso mal si conciliano con gli ukase e con le grida di manzoniana memoria. Anche a prescindere da quest’ultimo caso, un certo sentore di improvvisazione si è potuto cogliere in altre misure. Ad esempio nell’ambito di misure in materia di tempo pieno, di cicli didattici e ordinamenti scolastici, spesso animate da ottime intenzioni, ma varate, o semplicemente annunciate, isolatamente e disordinatamente, con evidenti effetti di confusione e di incertezza fra gli operatori della scuola. È appena il caso di ricordare che la riforma Gentile del 1923 fu attuata in pochi mesi, con pochi e ben mirati interventi legislativi; e che la sua preparazione coinvolse i più autorevoli pedagogisti dell’epoca (da Giuseppe Lombardo Radice a Ernesto Codignola), trovando appoggio trasversale in buona parte del mondo intellettuale (da Croce a Salvemini, a Sturzo). È vero che quel risultato fu facilitato dalle ampie deleghe concesse dal Parlamento al primo governo Mussolini. Ed è anche vero che la legge fu successivamente stravolta in parecchie sue parti, anche per l’opposizione del fascismo periferico all’eccessiva severità dei criteri selettivi (tre quarti di bocciati alla maturità nella prima applicazione). Ma i lineamenti fondamentali di quella riforma, con i suoi innegabili pregi e i suoi molti difetti, resistettero a lungo allo scorrere del tempo e al succedersi delle stagioni politiche. C’è poi la questione delle risorse, sempre più scarse. Come ho detto, lo sforzo per ridurre le spese, o quanto meno per contenerne la dinamica, è in sé lodevole. “Far cassa” non è una cattiva azione, come spesso si pensa: dipende dalla natura delle spese tagliate e dall’impiego delle risorse risparmiate. Può accadere però e gli esempi recenti anche in questo senso non mancano che, a forza di tagli indiscriminati, la scuola si trovi nell’impossibilità di assolvere ai suoi compiti primari (che costituiscono fra l’altro uno dei corrispettivi più importanti fra quelli forniti dallo Stato a fronte del pagamento delle tasse); e non possa nemmeno perseguire quegli obiettivi di miglioramento qualitativo che pure sono negli obiettivi dichiarati del ministro. Obiettivi che non saranno mai raggiunti senza risorse da destinare all’edilizia scolastica, alla formazione degli insegnanti e anche agli incentivi per i più meritevoli. Risparmiare è oggi un dovere di tutti, scuola compresa. Farlo in modo intelligente, salvaguardando nella misura del possibile gli investimenti strategici per il futuro del Paese, è compito specifico dei ministri: soprattutto di quello della Pubblica istruzione.

 

Pag 1 Veneto, scrutini a rischio in 700 classi di Daniela Boresi

 

Tutti a casa, o quasi. Per la maggior parte degli studenti l’anno scolastico si è chiuso ieri, per altri dalla prossima settimana si inizieranno gli esami "di Stato": prima le medie inferiori, poi quelle superiori. Ma sarà una fine d’anno con "spauracchio": in almeno 700 classi del Veneto, si calcola, saranno bloccati gli scrutini.  I docenti precari e i Cobas, ma si stanno aggregando anche alcuni i professori di Gilda e Cgil, hanno infatti minacciato già da oggi il blocco delle operazioni in molti istituti di primo e secondo grado. I numeri dell’adesione, come sottolinea Stefano Micheletti, coordinatore dei Cobas, sono abbastanza alti. Le adesioni più massicce a Padova e Venezia. Nel Padovano - precisa Micheletti - sono coinvolte una quindicina di Istituti superiori, compreso il Liceo Artistico ai quali si aggiunge una decina di Istituti comprensivi. Per il Veneziano le scuole coinvolte sono circa una decina: gli Istituti Superiori, compresi i Licei artistici e una decina di Istituti comprensivi. Adesioni anche a Vicenza, quattro istituti superiori e altrettanti comprensivi, così nel Trevigiano e a Rovigo e a Adria. «Naturalmente la nostra protesta non va ad interferire con i diritti dello studente e delle famiglie - sottolinea Stefano Micheletti - Lo scrutinio viene solo rimandato e ci è vietato bloccare i lavori nelle classi terminali. Ci sembrava comunque l’unico modo per gridare la nostra indignazione nei confronti dei tagli a cui la scuola viene sottoposta». Il Veneto è tra le prime regioni ad effettuare gli scrutini. Le danze sono state aperte dall’Emilia Romagna, dove le classi bloccate sono state 500. Il Friuli Venezia Giulia affronterà il problema il 14-15 giugno. «L’agitazione riguarda soprattutto il personale precario - sottolinea la direttrice scolastica regionale Carmela Palumbo - Qualora lo scrutinio dovesse saltare il capo dell’Istituto ha due scelte, o spostare, in modo da differire o nei casi estremi si può provvedere alla sostituzione dell’insegnante, ma quest’ultima è una ipotesi non consigliabile». E se l’anno per una parte dei 585 mila studenti finisce con un po’ di brivido, per quanto riguarda l’esame di maturità tutte le commissioni sono già state costituite, «Naturalmente - sottolinea Palumbo - potrebbe verificarsi qualche defaillance dell’ultimo minuto, ma ci siamo attivati per eventualmente integrare i buchi che si dovessero verificare». A fine settimana o agli inizi della prossima inizieranno invece gli esami di Stato per i ragazzi di terza media. Quest’anno la prova ha quasi il tenore di una "piccola maturità". «La modalità è molto più complessa degli anni passati - spiega la direttrice scolastica regionale - Ci sono le prove scritte di italiano e di matematica, oltre a quelle di inglese e di francese, la prova nazionale Invalsi, che si svolgerà il 17 e poi quella orale». Rigide anche le regole per l’ammissione: lo studente deve avere la media almeno pari al sei (tra scritti o orali) e può esserci anche la non ammissione se la media è più bassa o se c’è un brutto voto in condotta, proprio come per le superiori.

 

LA NUOVA

Pag 4 L’accanimento contro l’art.41 di Giovanni Palombarini

 

Anche davanti all’assemblea della Confartigianato, riprendendo un suo vecchio discorso, il presidente del Consiglio, nel denunciare l’inattualità di una Carta costituzionale che chiaramente non gli piace, ha fatto riferimento alla sua origine di compromesso che avrebbe consentito l’inserimento di principi comunisti. Anzi, in questa occasione Silvio Berlusconi ha detto che la Costituzione è stata scritta dai «cattocomunisti». Riprendendo una proposta del ministro Giulio Tremonti ha poi precisato che è indispensabile modificare l’articolo 41, al fine di eliminare eccessi di regole e di burocrazia che ostacolano la libera attività delle imprese. A parte l’uso assai ampio e quindi improprio del termine cattocomunisti e la non conoscenza di quante e quali forze hanno contribuito al lavoro di costruzione della Costituzione italiana (compresa l’intera cultura giuridica antifascista del tempo), si rimane davvero sconcertati per l’ostilità all’articolo 41. Cosa dice di strano questa norma? Intanto, che «l’iniziativa economica privata è libera» e che «essa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana». E’ qui un ostacolo al libero dispiegarsi delle attività produttive? Par di sognare. Vi sono leggi ordinarie - per la verità non sempre rispettate come tanti infortuni ogni anno dimostrano - che, nel tempo, anche per effetto di tale norma, sono state approvate per tutelare la sicurezza e la salute dei lavoratori. Altre leggi e regolamenti sono stati approvati nel corso dei decenni, con ogni tipo di governi, per individuare requisiti soprattutto igienici per proteggere i consumatori. Forse spaventa il richiamo all’utilità sociale: ma in nome di che cosa, se non appunto dell’utilità sociale, si approvano provvedimenti per combattere, quando se ne ha voglia, l’evasione fiscale? Dice ancora l’articolo 41 che «la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». Ebbene, per continuare con gli esempi, è in sostanziale attuazione di questi principi che con una legge del 1990, chiamata legge anti-trust, sono state introdotte nell’ordinamento norme per la tutela della concorrenza e del mercato: norme liberali, forse scomode per alcuni, di certo non «cattocomuniste», come si può facilmente capire. Per non dire, poi, che determinate regole - lo ha ricordato l’ex presidente della Corte costituzionale Valerio Onida - che impongono specifici oneri a carico delle imprese, trovano riconoscimento, ancor prima che nell’articolo 41, in precise norme dell’Unione europea, come tali comunque vincolanti per l’Italia: per esempio quelle che fissano standard obbligatori per certi prodotti. Il fatto è che, rispettando questi principi e queste regole, con legge ordinaria si potrebbero ridurre adempimenti ed eliminare impacci eccessivi, di tipo burocratico, eventualmente esistenti, che complicano inutilmente la vita degli imprenditori economici. Ma con questo, cosa c’entra l’articolo 41? Viene da pensare che queste ricorrenti sparate rientrino in una più vasta opera di delegittimazione della Costituzione, che già nel 2006 si è tentato di modificare radicalmente (per fortuna il referendum popolare ha sventato quel disegno con un voto larghissimo) e il cui cambiamento viene anche oggi riproposto dal capo del governo; oppure mirino a giustificare la realizzazione, in un domani non lontano, di provvedimenti di tipo emergenziale per la creazione di strutture economiche (pubbliche? private?) sottratte a quelle autorizzazioni preventive e a quei successivi controlli, compresi quelli della Corte dei conti, che sono generalmente previsti per garantire il principio di legalità. Staremo a vedere. Intanto si rimane in attesa di conoscere quali siano, secondo il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia, gli ostacoli alla libera attività delle imprese che a loro giudizio derivano dall’articolo 41.

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 2 Boom di impiegati statali: per le assunzioni il Veneto supera le regioni del Sud di M.N.M.

In sette anni + 10.258 persone

 

Venezia - Il trend che ha sempre visto il Sud al primo posto per il personale statale sembra aver subìto una battuta d’arresto tra il 2001 e il 2008, periodo nel quale la Cgia di Mestre ha invece registrato un’impennata di assunzioni a tempo indeterminato nel Nord Est, che vanta le variazioni di crescita più elevate del Paese. Al primo posto l’Emilia Romagna, con un incremento dell’8,1% (pari a 17.321 neo occupati); seguono il Friuli (+ 5,7%, cioè 4.560 neoassunti), il Veneto (+ 4,6%, +10.258 occupati) e il Piemonte (+4,2%, pari a 9.358 nuovi lavoratori). Per contro, tutte le regioni del Sud denunciano una netta contrazione dei dipendenti pubblici, pari al -0,7% in Sicilia (-2.178 impiegati), al -1% in Campania (-3.318), al -1,2% in Abruzzo (-909 soggetti), al -2,4% in Calabria (-3.102 ) e al -3,3% in Basilicata (-1.277). «A Nordest - spiega Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre - si è cercato di colmare il deficit occupazionale presente da decenni negli organici di molti settori del pubblico impiego. In particolar modo, le assunzioni hanno interessato i corpi di polizia, quelli dell’esercito e la scuola. Questo trend di crescita si è però interrotto con la Finanziaria 2008, secondo la quale la spesa per le nuove assunzioni nel pubblico impiego non potrà superare il 20% di quella relativa al personale cessato nell’anno precedente». Nel sette anni esaminati dalla Cgia nel Veneto i componenti delle forze dell’ordine sono aumentati dagli 11.032 del 2001 ai 17.012 del 2008, con un +5.980; la scuola e l’alta formazione artistica e musicale hanno ottenuto 4139 dipendenti in più, passati da 81.718 a 85.857; le forze armate sono state potenziate da 907 nuovi arrivi, che hanno portato l’organico a 9.251 militari contro gli 8344 del 2001; infine le Università hanno accolto 969 dipendenti in più, incrementando l’organico da 6890 unità a 7859. L’unico comparto in diminuzione è quello di ministeri e agenzie fiscali, i cui lavoratori nella nostra regione sono calati dai 12.513 di nove anni fa agli 11.432 del 2008, con un decremento di -1.081 soggetti. «Negli ultimi vent’anni il Veneto ha accumulato molti vuoti occupazionali - spiega Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia - dovuti a prepensionamenti e ai tanti trasferimenti di dipendenti pubblici originari del Sud assunti qui e poi avvicinati a casa. Va detto che per il 2010 l’incremento di 10.258 impiegati non si può considerare un boom, perché il blocco del turn-over ha comportato nuove sofferenze in diversi comparti. Per esempio nella scuola, che deve sostenere un notevole aumento degli allievi con lo stesso personale di prima, o tra le forze dell’ordine, chiamate a ulteriori compiti». E infatti il Veneto è terz’ultimo nella classifica delle regioni per il rapporto dipendenti/residenti, calcolato in 47,8 per mille abitanti, per un totale di 233.733 impiegati registrati nel 2008. E’ invece dodicesimo in quanto all’incremento di produttività, che nei sette anni presi in esame si attesta al 10,2%, contro una media nazionale del 12,2%. Gli aumenti più decisi li vantano Umbria (+17,7%), Lazio (+17%), Molise (+16,6%) e Calabria (+16%). «Tuttavia - sottolinea Bortolussi - non va dimenticato che le variazioni di crescita della produttività registrate in queste regioni sono state così elevate proprio perché, nella stragrande maggioranza dei casi, si partiva da livelli iniziali molto, molto contenuti. Il Veneto invece è rimasto costante nel tempo».

 

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7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

LA NUOVA

Pag 3 Addio ai lucchetti dell’amore di Manuela Pivato

Venezia li vieta: multe in vista. Rimossi a decine dall’Accademia

 

Venezia. I lucchetti dell’amore potrebbero diventare presto «fuorilegge». Un po’ stufa di mandare i vigili un giorno qua e un giorno là a scardinare i simboli dell’eterna passione di ragazzi in tempesta ormonale, l’amministrazione comunale - per iniziativa dell’assessore alla Tutela del decoro Carla Rey - sta studiando come inserire i lucchetti tra le infrazioni sanzionabili del regolamento della polizia municipale. La rimozione dei lucchetti comporta un certo dispendio di energie e di uomini, coinvolge gli operatori di Veritas e dunque ha un costo. Ragion per cui, dopo averne tolti a secchi dai ponti del centro storico, l’amministrazione ha deciso di tentare la carta del deterrente trasformando la lucchetto-mania in una violazione. Se così sarà, sigillare il proprio affetto alla ringhiera di un ponte potrebbe costare caro. «Il solo ricordare che esiste una sanzione spiega l’assessore Rey - serve certamente a educare il senso civico che oggi scarseggia». Intanto, dopo il ponte degli Scalzi, ieri mattina è stata la volta dei lucchetti del ponte dell’Accademia in quella che è stata chiamata «Operazione lucchetti», che sembra un po’ il titolo di un film di James Bond ma non lo è. Centoventitrè simboli tintinnanti e ossidati rimossi dagli operatori di Veritas e dai vigili urbani alla presenza dell’assessore che l’ha definito un fenomeno ormai «dilagante» che deturpa le aree di pregio. Cammin facendo, da Ca’ Farsetti all’Accademia, l’occhio dell’assessore è caduto anche sulla ringhiera del ponte di campo Manin dove, oltre a un decina di lucchetti, qualcuno aveva legato anche una forbice, presumibile sintomo di un amore un po’ più travagliato. Nei giorni, scorsi, invece, era stato «liberato» il ponte degli Scalzi, il più gettonato della città. Oltre 400 lucchetti che i ragazzi innamorati appena sbarcati in laguna avevano chiuso sul parapetto. Sotto la pioggia, alcuni lucchetti si sono arrugginiti e la ruggine è colata sulle parti marmoree rovinandola. «La parola d’ordine è educare alla città bella, al decoro, alla qualità urbana» dice ancora Carla Rey per spiegare il senso dell’«Operazione lucchetti» che continuerà ovunque ce ne sia bisogno. L’anno scorso era toccato al ponte di calle dei Fuseri, uno dei primi al quale avevano incatenato il loro amore i ragazzi rimasti sedotti dal film di Federico Moccia. Poca, pochissima cosa rispetto al ponte Milvio di Roma però, piano piano, il fenomeno ha incominciato a prendere piede. Lucchetti alla stazione, all’Accademia, a Santa Maria Formosa. Per iniziare ne basta un paio. Poi, come agli Scalzi, gli altri sono arrivati a catena ma tra breve, forse, giurarsi amore senza fine buttando via la chiave avrà il suo prezzo.

 

Il fenomeno dei lucchetti d’amore è legato al bestseller di Federico Moccia «Tre metri sopra il cielo» da cui è stato poi tratto l’omonimo film. Il lampione del ponte Milvio a Roma sul quale migliaia di ragazzi hanno incatenato i lucchetti è stato oggetto di battaglie, campagne pro e contro e atti di vandalismo. Tre anni fa fu preso di mira da ignoti che, di notte, ripulirono il lampione attorno al quale erano sigillate centinaia di promesse. E poco prima fu oggetto di una mini crisi politica: ad avanzare la richiesta erano stati rappresentanti dell’Ulivo, mentre la Casa delle Libertà era insorta. L’allora sindaco Walter Veltroni aveva poi deciso a salvarli. La moda della promessa d’amore affidata a un lucchetto, come si diceva, è legata al successo del bestseller di Federico Moccia «Tre metri sopra il cielo» e del suo sequel «Ho voglia di te». Una storia che ricorda da vicino quanto accadde con la statua di Benvenuto Cellini su Ponte Vecchio. Anche a Firenze gli innamorati sigillavano il loro amore gettando poi la chiave nelle acque dell’Arno.

 

Pagg 14 – 15 Zaia “occupa” i cantieri Mose di Alberto Vitucci, Renzo Mazzaro e Giorgio Sbrissa

Visita in laguna e sbarco mediatico tra i cassoni: “Una grande opera”. Così il neogovernatore ha marcato il territorio

 

Uno sbarco in grande stile sui cantieri del Mose. Sassi e cemento, draghe e betoniere al lavoro 24 ore su 24 per cotruire gli enormi cassoni. Il corteo è formato da una decina di motoscafi e dal barcone «Osvaldo», con a bordo un centinaio di giornalisti, cameraman, fotoreporter. Stavolta non sono i «No Mose» e i contestatori delle dighe, ma la stampa di tutto il mondo portata «dentro la grande opera» dal presidente della Regione Luca Zaia. Ieri Zaia ha «firmato» un cassero in cemento armato con dedica agli operai, si è fatto fotografare in lungo e in largo davanti ai cassoni, ai lavoratori della Mantovani e ai progettisti delle dighe. La prima volta per il presidente leghista, che mette il suo marchio sull’opera, da anni il cavallo di battaglia del suo predecessore Giancarlo Galan. Non c’è la campagna elettorale di due mesi fa con le ripetute visite dei ministri Matteoli e Brunetta. Non ci sono nemmeno cerniere o lotti da inaugurare. Lo scopo è quello di lanciare la grande campagna mediatica. Mose orgoglio dell’Italia nel mondo. Mose opera idraulica «a chilometro zero», che dà lavoro e salverà Venezia. I dubbi dei leghisti, spesso critici sull’efficacia delle dighe mobili spazzati via dalle certezze idrauliche illustrate dall’ingegnere Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova, e dal presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta. «Prima di decidere bisogna conoscere», spiega Zaia, «il sottoscritto non parte da idee precostituite, «questa visita ha lo scopo di approfondire, di far conoscere quello che succede». Scherza con i giornalisti, si fa fotografare con gli operai e davanti ai cassoni della conca di Treporti. Chiede all’ingegnere Giovanni Mazzacurati come faranno a togliere la sabbia dal fondo dove appoggiano le paratoie. Per un giorno, i grandi lavori fanno quasi da sfondo per il protagonismo del giovane governatore. «Al Mose 1200 milioni e a Venezia soltanto 3? E’ giusto rifinanziare la Legge Speciale», contrattacca Zaia, «con il sindaco Giorgio Orsoni abbiamo un ottimo rapporto e dovremo fare lobby tra Comune e Regione per convincere il governo». Si parte alle 10 e 30 dall’Arsenale, dove la parte nord è in restauro e ospiterà presto il centro di comando del Mose e il centro di manutenzione dei cassoni. Davanti alle mura si vede la nuova grande banchina in cemento dove saranno ormeggiati i jack up, navi attrezzate per staccare le paratoie dalla loro base. Ogni cinque anni l’intera schiera sarà sostituita, le 78 paratoie di 20 metri per 30 dovranno essere ripulite, verniciate e rimesse a posto nei bacini di carenaggio dell’antica fabbrica della Serenissima. Ma di questa parte «tecnologica» del Mose ancora non vi è traccia. Il corteo dirige verso la bocca di Lido, dove evidente è la trasformazione del territorio. La diga di San Nicolò raddoppiata, l’isola artificiale del bacan (13 ettari di cui 9 emersi) con i muri di sponda in cemento alti tre metri e gli edifici di comando che arriveranno. Si attracca nella darsena del porto rifugio di Punta Sabbioni. Un grande anfiteatro in cemento ospita adesso sette grandi cassoni in calcestruzzo. Dentro ci sono le gallerie per portare cavi, tubi e sistemi di controllo delle singole paratoie. Il paesaggio è modificato, sembra di essere a Dubai. «Ma i cassoni saranno affondati e qui poi arriverà l’acqua, il porto rifugio serve per far entrare le barche in caso di chiusura delle paratoie», dicono al Consorzio. Alla fine dei lavori si proverà a «inserire» l’opera nel paesaggio, come da studi dell’Iuav. Ma intanto ci sono i cantieri aperti. Proporzioni fino a qualche anno fa estranee ai delicati equilibri lagunari. Canali scavati e correnti che si sono modificate. «Anche la Serenissima faceva le grandi opere per salvare la laguna», ripete lo speaker, il giornalista Rai Maurizio Crovato, «questa è l’opera di ingegneria idraulica più grande del mondo». Poi tutti al Nicelli. Per vedere dall’elicottero la laguna. Il Mose dovrebbe essere finito nel 2014.

 

«La più grande opera idraulica del mondo? Ma i dubbi non sono ancora superati. E le critiche anche tecniche non hanno mai avuto risposta». L’assemblea permanente No Mose ha inviato ieri una lettera aperta al presidente Luca Zaia. «Cogliamo l’occasione della visita ai cantieri», scrive il portavoce Luciano Mazzolin, «per ricordare che esiste un dibattito scientifico sull’affidabilità del progetto e alcune sentenze e delibere della Corte dei Conti che non hanno avuto seguito». I comitati ricordano che la società Principia, specializzata in ricerche off shore, ha messo a punto per conto del Comune uno studio in cui solleva forti perplessità sul funzionamento del sistema in caso di mare mosso. Ricorda anche la delibera della Corte dei Conti del 20 febbraio 2009 in cui venivano messe nero su bianco le «anomalìe» del sistema Mose e della concessione unica, affidata al Consorzio Venezia Nuova nel 1984 con la seconda Legge Speciale. Non ancora chiaro, insistono i comitati, è lo scenario futuro sull’aumento del livello del mare. Il Mose, dunque, dicono i comitati, potrebbe anche rivelarsi superato fra cent’anni. Ma intanto le quote delle profondità sono state fissate per sempre, le infrastrutture in cemento costruite in laguna. Eppure, ricordano, la Legge Speciale parlava di interventi alle bocche di porto «graduali, sperimentali e reversibili». Gli ambientalisti chiedono anche che fine hanno fatto i «controlli» sugli effetti dei lavori sull’equilibrio lagunare. E poi «dove saranno stipati i fanghi scavati dai fondali delle bocche di porto per far posto ai cassoni di calcestruzzo?».

 

C’è qualcosa che non quadra se l’uomo di terra Luca Zaia, esperto di ranch e di cavalli, si occupa del Mose e l’uomo di mare Giancarlo Galan, che sapeva tutto del Mose, è andato ad occuparsi di ippica? Se c’è qualcosa che non quadra non si è visto ieri, giornata scelta da Luca Zaia per “impadronirsi” dell’opera di cui è andato fiero fino agli ultimi giorni di presidenza il suo predecessore Giancarlo Galan. Una presa di possesso massiccia, condotta senza risparmio di uomini e mezzi, napoleonica oseremmo dire, per citare un personaggio al quale Luca Zaia ha confessato di ispirarsi. Sotto una regia sopraffina, due motonavi hanno prelevato una marea di giornalisti e operatori tv a Piazzale Roma per portarli prima all’Arsenale e poi alla bocca di porto del Lido, a verificare prima attraverso filmati, poi sul posto e infine dal cielo, con tre elicotteri che decollavano dall’aeroporto Nicelli, lo stato dei lavori. Un passaggio di consegne senza Galan, una maestosa cerimonia itinerante senza notizia, tranne che è arrivato il nuovo padrone. Si fa per dire, naturalmente, perché il padrone vero è chi tiene la barra. E chi tiene la barra è chi ha il denaro, cioè il Consorzio Venezia Nuova: 3,2 miliardi già assegnati su 4,8 di costo totale previsto. Il traino è reciproco, Zaia è una macchina pubblicitaria, ma il guadagno è incamerato dal Consorzio. Quanto vale il ritorno pubblicitario di tutte le cronache, i riportages, i servizi tv che inonderanno oggi i giornali e i teleschermi di tutta Italia ma anche di Germania, Austria, Russia e qualche altro paese dal quale sono arrivati gli inviati e i reporter? Potrebbe essere un calcolo da suggerire allo staff di Giancarlo Galan, il quale presto farebbe a farlo anche da solo, visto che ha lavorato a Publitalia. Dice Luca Zaia di non aver mai visto prima i cantieri del Mose, il che è un po’ grave visto che è stato vicepresidente della giunta regionale dal 2005 al 2007 («ma mi occupavo di agricoltura»). Dice che bisogna informarsi prima di dare giudizi perché «il presidente della Regione non ha la sfera di cristallo e non parte da idee precostituite» e questo deve «valere anche per i mezzi di informazione che vogliono riportare notizie documentate e corrette». Sacrosanto. E dopo aver concluso la visita, dice che «il Mose è un’opera dell’ingegneria italiana che ci dà una grande visibilità internazionale», «un’opera necessaria che salverà Venezia», «invidiata da tutto il mondo». Sarà anche vero e Zaia è certo velocissimo a capire: ma sfidiamo chiunque abbia visto per la prima volta carte e cantieri del mostruoso complesso in realizzazione, a venirne fuori con idee precise dopo un sopralluogo di poche ore. Eppure una novità c’è. Salta fuori con prepotenza nelle mille interviste che Luca Zaia riversa instancabilmente nei microfoni dei giornalisti e delle tv, dopo aver messo la firma con pennarello indelebile su un cassero: «Ai lavoratori del Mose con stima, Luca Zaia». «Il Mose è il primo datore di lavoro del Veneto - dice il presidente -. Ogni mattina si presentano nei cantieri 3.000 persone. In 26 anni ha occupato con l’indotto 30.000 addetti. E sarà la più grossa fabbrica del Veneto anche in futuro, perché darà lavoro per le opere di manutenzione». Anche Giancarlo Galan si faceva fotografare con gli operai del Passante, ma non ha mai detto che il Mose è la più grossa fabbrica del Veneto e lo sarà anche dopo il 2014, data confermata per la fine dei lavori. Come mai? Forse perché sulla manutenzione si innestano discorsi pericolosi: le paratoie vanno tolte e ripulite continuamente dalle incrostazioni. Tutte. Un lavoro perenne.

 

«Un militante, tempo fa, mi ha regalato il quadro di un leone che segnava il territorio». E’ questo il senso della giornata del presidente del Veneto Luca Zaia, ieri, ai mega cantieri del Mose con un centinaio di giornalisti al seguito. Cita Einaudi «“per deliberare bisogna conoscere” e far conoscere, per questo vi ho invitati»; emula i gesuiti: «bisogna dedicarsi agli infedeli da convertire più che alle pecorelle fedeli». Ma il Mose ha per Zaia un valore speciale. Compie a ritroso la rotta del Libérateur d’Italie, la nave francese che venne affondata proprio laddove si iniziano a vedere i cantieri della grande diga mobile alla bocca del Lido. Solo che Zaia si alza in volo con gli elicotteri e con quel volo salta anche l’ultima catena messa di traverso da Galan, la grande opera di salvaguardia dall’acqua alta, «il più grande cantiere italiano», «la più grande modifica lagunare della storia di Venezia», «l’opera idraulica più imponente del mondo», che in realtà più che figlia di Galan lo è di De Michelis, e infatti gli stessi avversari di Galan e ora di Zaia, già lo erano di De Michelis allora. A dir la verità, quella di ieri al Mose è sembrata un’abile operazione di immagine cui Zaia ci ha abituati fin da quando era presidente della Provincia di Treviso. È vero che lui è presidente della Commissione di salvaguardia di Venezia, ma le decisioni e i finanziamenti relativi al Mose sono già presi e non si sogna Zaia a mettersi di traverso, tant’è che ne decanta numeri e magnifiche sorti e progressive per il «Veneto che brilla nel mondo, pur facendo tutto a km 0». Quella di Zaia è una lunga marcia simbolica per piantare la bandiera della Lega nel punto più lontano dalla terraferma. Ha lo stesso valore della bandiera dei serenissimi sul campanile di San Marco, ma senza derive eversive. Una marcia che ha il sapido della Terraferma che si affranca dalla Dominante ma occupa il simbolo, la Venezia più lanciata sul mare e, ad un tempo, rivolta al futuro. Zaia ha concluso la sua marcia in Veneto e nella sua capitale affermando «siamo qui da padroni e per restarci». Il Pdl e Galan sono avvertiti.

 

Un progetto che risale a un quarto di secolo fa. Lavori iniziati nel 2003, quando la Legge Obiettivo ha sbloccato procedure e finanziamenti. La grande opera da quasi 5 miliardi di euro è adesso a due terzi dei lavori. Sono in fase avanzata tutte le opere complementari, la costruzione dei cassoni in calcestruzzo, l’isola artificiale del bacan, la conca di navigazione a Malamocco, i porti rifugio a Chioggia e Punta Sabbioni. I lavori del Mose sono in corso oggi alle tre bocche di porto. Sui fondali di Lido, Malamocco e Chioggia sono stati piantati migliaia di pali in cemento di tre metri per tre, lunghi 25 metri. Sopra saranno piazzati i cassoni in cemento, lunghi 50 metri e alti 16, 20 mila tonnellate di peso. Alla fine saranno installate le 78 paratoie di venti metri per 5 (41 al Lido, divise in due schiere ancorate all’isola artificiale), 19 a Malamocco (alte 30 metri anziché 20), 18 a Chioggia. Il percorso del Mose comincia nel 1988 con la presentazione del progetto Rea (Riequilibrio e ambiente). Seguono anni di pareri controversi, inchieste e ricorsi da parte delle associazioni ambientaliste. Poi nel 2003 la posa della prima pietra con il governo Berlusconi. Nel 2006, il via definitivo ai lavori nonostante il parere contrario del Comune.

 

Pag 21 “La multa doveva essere più salata” di g.cod.

I vigili: “Giusta la sanzione ai ragazzi che vendevano torte”

 

La sanzione comminata ai ragazzi della Sacro Cuore? «Poteva essere molto più pesante». E comunque, «non è furbo vendere torte senza licenza a fianco di una pasticceria». Il comando della Polizia municipale della Terraferma difende l’operato dei suoi uomini. Domenica 16 maggio hanno multato i giovani della parrocchia intenti a vendere torte e altri prodotti fuori dalla chiesa con lo scopo di finanziare il campo scuola a chi non può permetterselo. «Siamo intervenuti a seguito di una segnalazione - spiegano dalla centrale di via Cappuccina - e non potevamo fare altrimenti. Quando siamo arrivati sul posto, abbiamo rilevato la vendita di prodotti senza licenza, ma non abbiamo sanzionato il commercio abusivo, che contempla multe da 5 mila euro, bensì una infrazione molto più lieve, ovvero il mancato rispetto dell’ordinanza di chiusura della strada che prevede la predisposizione di un varco per il passaggio dei mezzi d’emergenza. Quel varco non c’era. Alla fine - concludono dal comando della Terraferma - abbiamo contestato una sanzione da 193 euro e non da 300 come hanno detto dalla segreteria della parrocchia». Anche Sandro Simionato interviene sulla vicenda. «Data per certa l’assoluta buona fede degli organizzatori - spiega il vicesindaco -, la polizia municipale non poteva comportarsi diversamente. Anzi, ho verificato che a fronte della segnalazione pervenuta al comando, la pattuglia intervenuta si è mossa applicando criteri ispirati a buon senso ed equilibrio. Ho apprezzato a tale proposito l’atteggiamento tenuto dai frati minori conventuali della parrocchia del Sacro Cuore con i quali ho ricostruito l’episodio condividendo la necessità di evitare che in futuro possano accadere altri episodi simili». Ora, continua Simionato, «si tratta di sedersi intorno ad un tavolo insieme anche alla Municipalità per mettere a punto un accordo che, più in generale, consenta alla parrocchia del Sacro Cuore di poter organizzare le proprie attività, in particolare quelle domenicali, senza alcun problema. Ciò dovrà avvenire concertando le scelte con i residenti e gli esercenti».

 

Pag 23 Materna costretta ad aumentare le rette di m.a.

Favaro: la S. Maria Immacolata in difficoltà, appello a Ferrazzi

 

Favaro. «Chiediamo un incontro urgente con l’assessore all’Istruzione Andrea Ferrazzi per risolvere la situazione sempre più critica: con 11 mila euro di contributi non riusciamo ad andare avanti». Lunedì sera si è riunito il direttivo del Comitato di gestione della scuola materna per l’infanzia parificata Santa Maria Immacolata, che fa capo alla parrocchia. Il parroco don Michele Somma sul foglietto parrocchiale aveva già avvertito la comunità della situazione finanziaria. «Non tutte le materne paritarie sono trattate allo stesso modo - osservano i genitori - Alcune materne private hanno una sovvenzione di 50 mila euro, noi un contributo ordinario di 11 mila euro. Alcune materne hanno un numero di bambini inferiore e una sovvenzione più alta, è evidente che non va». Il comitato fa due conti in trasparenza. Tra stipendi (13 tra docenti ausiliari e una cuoca) e contributi, al mese escono circa 22 mila euro, moltiplicati per 12 mensilità. «Non ce la facciamo più». Da qui la decisione presa lunedì sera: per le famiglie della sezione «Primavera», semi-nido, la retta il prossimo anno passerà da 170 a 230 euro al mese, un ritocco all’insù non indifferente, proprio quello che la scuola non avrebbe voluto vedersi costretta a fare. L’incremento - non ancora ufficializzato - per le famiglie della materna ordinaria sarà di 30 euro mensili (da 120 a 150 euro); la decisione definitiva è, in ogni caso, rinviata a martedì prossimo. Tra l’altro quella di Favaro è tra le prime se non la prima paritaria della Provincia autorizzata all’ingresso dei bimbi di 2 anni e mezzo: 20 bambini che frequenteranno il semi nido a tempo pieno previsto dai protocolli del Ministero. Ad intervenire è anche il consigliere comunale Renato Boraso, membro del comitato di gestione presieduto dal parroco don Michele: «Senza contributi siamo con le ginocchia a terra, dovremmo almeno pareggiare i costi. La nostra scuola è una delle poche ad aver speso 200 mila euro per mettersi a norma. La parrocchia ha finanziato la scuola per 85 mila euro, con soldi propri destinati alla comunità e al parroco. Vogliamo ottenere gli stessi contributi del Germoglio a Carpenedo, dell’asilo Santa Maria della Pace, del Sant’Antonio di Campalto. Chiediamo una convenzione per sopravvivere, altrimenti 120 bambini rimarranno senza un asilo». Nessuna materna vuole alzare le rette, non è questa la filosofia, ma alcune sono costrette a farlo, non per loro volontà ma per non dover chiudere baracca. Da qui l’appello all’assessore Ferrazzi.

 

Pag 32 Parroco picchiato in chiesa dai ladri di Giovanni Cagnassi

Paura a Jesolo: don Paolo Donadelli, 70 anni, scaraventato a terra. Stavano forzando le cassette dell’elemosina. Malmenato anche un fedele che ha tentato di aiutarlo, arrestati due giovani

 

Jesolo. Botte al parroco per rubare le offerte in chiesa. Due giovani sono entrati nella chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista a Jesolo Paese, ma sono stati sorpresi dal parroco, monsignor Paolo Donadelli. Stavano cercando di scassinare le cassette delle offerte votive. Un signore si è accorto dei due giovani che entravano in chiesa e, dopo che avevano già il bottino in mano, ha cercato di bloccarli assieme al parroco, venendo a sua volta malmenato. I carabinieri hanno poi rintracciato e arrestato Andrea Tarelli, 31 anni, residente a Jesolo, e Margherita Piccolo 20 anni di Eraclea. La pattuglia dei carabinieri di Jesolo li ha bloccati dopo che si erano impossessati del denaro contenuto nelle cassette e stavano cercando di dileguarsi. Riverso tra le navate della chiesa, il parroco e anche l’altro signore, che fortunatamente non hanno riportato ferite gravi. Il violento episodio è accaduto alle 16.20 di martedì, quando il 70enne monsignor Paolo Donadelli, è stato avvertito della coppia che, armata di due grosse tronchesi, stava forzando le cassette votive. Anche alcune signore che frequentano la parrocchia li avevano notati entrare con gli arnesi, segno che avevano in mente cosa fare e probabilmente avevano studiato un piano credendo di non essere osservati dai devoti. Il parroco si è precipitato ed è stato aggredito dai malviventi che se la sono presa anche con l’altro uomo, un extracomunitario, che tentava di fermarli ed era stato il primo ad avvertire il parroco delle presenze sospette nella chiesa che ormai non lasciavano più dubbi sui loro intenti. Secondo la ricostruzione dei militari, la Piccolo ha strattonato il monsignore per poi fuggire in bici assieme al complice che si era già allontanato. Don Paolo è caduto a terra riportando un lieve trauma cranico, ma dopo una visita al pronto soccorso è tornato subito in canonica senza gravi conseguenze. I rapinatori sono invece stati raggiunti in breve tempo grazie alla descrizione accurata dei testimoni che ha permesso ai carabinieri di individuarli vicino al centro di Jesolo. Condotti alla stazione dell’arma, sono stati dichiarati in arresto per il reato di rapina in concorso e trasferiti al carcere di Venezia a disposizione del magistrato.

 

Jesolo. «Li perdono non sapevano neppure quello che stavano facendo». Il settantenne parroco di Jesolo Paese, monsignor Paolo Donadelli, è una guida per tutta la comunità che vede in lui un riferimento grazie alla saggezza e alla lunga esperienza nell’attività pastorale. Quando don Paolo le ha pronunciate, nonostante la sua voce flebile e il corpo provato dall’emozione, hanno evidenziato come davvero per lui questo episodio sia dimenticato. «Quei ragazzi erano in preda a chissà quali sostanze - spiega - da anni soffrono per questa dipendenza. Ormai quel veleno li ha distrutti. Sono certo che non sono persone cattive e quasi non si sono resi conto di quanto hanno fatto. La ragazza si è accanita sull’uomo che mi aveva avvertito, forse un extracomunitario, non so, che a sua volta cercava di fermarla. Ha iniziato a dimenarsi, a scalciare e gridare. Quei gesti sono frutto di sostanze che stanno rovinando i giovani». La comunità locale è stata molto colpita da questo episodio di violenza.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag XXX Aggrediscono il prete per rubare le offerte di Fabrizio Cibin

Don Paolo Donadelli avvisato della presenza dei ladri in chiesa da alcuni fedeli. Arrestati due giovani del posto

 

«Sto bene, non è stato nulla di grave». Tranquillizza i suoi parrocchiani don Paolo Donadelli. Di fatto ha già perdonato chi lo ho fatto cadere, procurandogli una contusione alla testa, per portargli via le offerte dalla chiesa. Non una vera e propria aggressione, tiene a precisare, ma un atto di violenza da parte di due giovani che poi sono stati arrestati dai carabinieri. I due sono Andrea Tarelli, 31 anni, di Jesolo, e Margherita Piccolo, 20 anni, di Eraclea. «Andrea lo conoscevo già - dice il parroco -, perché delle volte passava in parrocchia a chiedere un aiuto». I fatti risalgono a martedì pomeriggio. Sono le 16.20 quando don Paolo viene avvertito da alcune devote della presenza della coppia che, armata di due grossi tronchesi, stava forzando le cassette votive. Mentre il prete arrivava, i due erano stati circondati da alcune persone. E qui c'è stata la prima reazione. «Un mio parrocchiano, che aveva tentato di prendere la borsa con i soldi delle offerte, è stato preso a calci e pugni». Un fatto che ha allarmato i presenti, soprattutto le donne. Don Paolo, confidando sul fatto che conosceva uno dei due, ha cercato di farli desistere dal loro intento con le buone maniere, usando le parole appropriate. Ma non c'è stato verso, i due hanno cercato di fuggire. Mentre lo facevano, il religioso ha afferrato la borsa della donna, che non ha esitato a strattonarlo, facendolo cadere. Quindi ha raggiunto il suo complice, per darsi alla fuga in bici. Sul posto i carabinieri della locale stazione, situata a poche decine di metri dalla chiesa. Grazie alla descrizione dei presenti, è stato possibile rintracciare immediatamente i due rapinatori. Accompagnati in caserma, sono stati dichiarati in arresto per il reato di rapina in concorso. «Ho solo preso - conclude don Paolo - una botta in testa».

 

Pag XXXI Galan: “Nessuna proroga” di Riccardo Coppo

Caorle, doccia fredda per la pesca dopo l’incontro di ieri al Ministero dell’Agricoltura. Lapidario il sindaco Sarto: “Sarà la morte delle nostre tradizioni”

 

Piccola pesca: fumata nera all'incontro con il ministro Galan. Nessuna deroga alle norme comunitarie, nessun periodo di transizione piani di gestione speciali per l'area dell'Alto Adriatico. Unica piccola nota positiva, la possibilità per i pescatori di anticipare il fermo pesca.     Questo, in sintesi, l'esito dell'incontro che si è tenuto ieri sera a Roma tra il ministro alle Politiche agricole Giancarlo Galan, i sindaci di Caorle, Chioggia e Molfetta ed i rappresentanti delle associazioni di categoria dei pescatori. «La marineria di Caorle non potrà più pescare - è l'amaro commento del primo cittadino Marco Sarto - e purtroppo al momento non sembrano esserci spiragli per risolvere la questione». Sarto e il vicesindaco Gianni Stival, presente anche lui all'incontro, avevano sperato fino all'ultimo che potesse essere consentito ai pescatori di preparare dei piani di gestione del proprio spazio di pesca. «I pescatori - ha spiegato Stival - erano pronti a fare diversi passi indietro pur di poter continuare a lavorare. C'erano sul piatto proposte serie di riduzione dello sforzo di pesca di un giorno alla settimana che prevedevano inoltre l'individuazione di aree soggette a divieto assoluto di pesca e di zone di ripopolamento. Purtroppo l'Unione Europea non sembra sentire alcuna ragione e anche il Governo non ci ha dato grossi margini di manovra». «È necessario che le specificità della pesca, differenti da costa a costa, vengano riconosciute dalla Ue - aggiunge il sindaco di Chioggia Romano Tiozzo - Sono amareggiato perché anche oggi sono emerse poche soluzioni, se non un maggiore impegno da parte del Governo Italiano nei confronti di Bruxelles». La preoccupazione ora è che alla delusione, che già serpeggia tra i pescatori, possa sostituirsi la rabbia. A Chioggia la situazione è rovente, con i pescatori che già nel pomeriggio di ieri si erano riuniti in municipio. Per quanto riguarda Caorle, stamattina alle 9.30 Sarto e Stival saliranno a bordo delle imbarcazioni, che da oltre una settimana stanno bloccando il porto, per incontrare i pescatori e illustrare gli esiti della riunione di ieri. Stando alle prime indiscrezioni sono già pronte nuove azioni di protesta: a Caorle, tra pescatori ed indotto, sono centinaia i lavoratori che rischiano di perdere il posto di lavoro. Sono già una decina, inoltre, le domande di dismissione dei natanti sino ad oggi protocollate: un numero, con tutta probabilità, destinato a crescere se non verrà presto trovata una soluzione a questa crisi annunciata. Da ormai diversi anni, infatti, politici e associazioni di categoria erano a conoscenza della scadenza delle deroghe ai divieti di pesca a strascico concesse dall'Unione Europea all'Italia. «Purtroppo devo dire che le associazioni di categoria, a livello nazionale, non hanno fatto granché per tutelare gli interessi delle realtà locali messe in ginocchio da questo provvedimento - ha concluso Sarto - Sono prevalsi, evidentemente, interessi diversi».

 

Caorle - Solidarietà ai pescatori, ma stop alla guerra contro il nostro comparto. È questo il messaggio lanciato dai ristoratori di Caorle, preoccupati per la cattiva pubblicità provocata dalla protesta dei pescatori agli occhi di turisti e residenti. Ai ristoratori non è andato giù il tono di alcuni degli slogan che tappezzano le imbarcazioni che da oltre una settimana stanno bloccando il porto peschereccio. Affermare, infatti, come hanno fatto i pescatori nei loro striscioni, che il pesce offerto nei ristoranti sarebbe solamente surgelato o proveniente dall'estero sta mettendo in cattiva luce tutte le attività di ristorazione della città. «Il pesce che arriva sulle tavole dei nostri ristoranti è assolutamente fresco - ha precisato Manrico Pedrina, presidente della delegazione Ascom Confcommercio di Caorle - I gestori, vista l'impossibilità di avere il pesce dai pescatori ai quali va tutta la nostra solidarietà, si sono rivolti al Mercato Ittico di Venezia o ad altre marinerie venete». Certo è che alcune prelibatezze locali, vedasi il Moscardino simbolo della città, sono quasi sparite dai menù offerti ai clienti, o rimpiazzati con pesce proveniente da altre zone del Veneto. C'è ancora pesce fresco, dunque, ma sicuramente non c'è pesce di Caorle. «Noi ci auguriamo che una soluzione al problema che stanno vivendo i pescatori possa essere trovata al più presto - ha aggiunto ancora Pedrina - perché è nel nostro stesso interesse che i pescatori possano proseguire con la loro attività». Non sono, però, solamente i ristoratori a lamentarsi per la protesta dei pescatori. Anche i proprietari delle altre imbarcazioni ormeggiate nel Rio interno hanno sollevato perplessità sulla condotta tenuta dai dimostranti e sull'inattività della forza pubblica. «Se io dovessi bloccare una strada con la mia auto, le forze dell'ordine interverrebbero immediatamente per rimuovere l'impedimento», ha commentato il proprietario di una della imbarcazioni "bloccate".

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 10 Jesolo: parroco gettato a terra per l’elemosina

 

Jesolo - Strattonato e gettato a terra da due ladri di elemosine, che hanno pure cercato di picchiare il fedele che aveva lanciato l’allarme al parroco. E’ accaduto alle 16.20 di martedì nella chiesa parrocchiale San Giovanni Battista, a Jesolo paese. Il settantenne, don Paolo Donadelli aveva capito che due giovani stavano forzando le cassette votive. A questo punto una dei due non ha esitato a strattonare il parroco per mettere in salvo il bottino, sino a farlo cadere a terra. «Sono scivolato a terra per strappare la borsetta dei soldi alla ragazza - dice Don Piero (in realtà don Paolo… - a.p.) -, solo una botta al capo».

 

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8 – VENETO / NORDEST

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 3 Veneto Sviluppo, Borga resterà presidente di A.Z.

C’è il via libera della nuova amministrazione a guida leghista

 

Venezia - La sua era stata una delle ultime nomine importanti dell’era Galan in Regione. Novembre 2009: Francesco Borga, manager confindustriale, diventa presidente di Veneto Sviluppo, la «cassaforte» finanziaria di palazzo Balbi. Il socio di riferimento nel frattempo è cambiato, sulla poltrona di governatore ora siede Luca Zaia, ma quello che allora era stato interpretato come un incarico pro tempore e di garanzia per l’ultimo scorcio dell’amministrazione uscente, ora ha ottime probabilità di tramutarsi in una delega piena anche sotto il governo a guida leghista. Martedì mattina, Borga ha incontrato i nuovi datori di lavoro: il governatore Zaia e l’assessore regionale al Bilancio, Roberto Ciambetti. Nella forma, l’incontro era stato messo in agenda per dare modo al presidente della finanziaria regionale di illustrare alla nuova amministrazione lo stato dell’arte e il lavoro svolto in questi sette mesi. In sostanza, l’appuntamento aveva lo scopo di sciogliere la riserva originaria: avanti fino al 2012 oppure ripartenza con un management diverso? L’esito dell’incontro, secondo tutte le fonti politiche, è stato univoco: nessuno spoil system forzoso a Veneto Sviluppo. «Noi non mandiamo a casa nessuno » , avrebbe detto Zaia nel corso del colloquio. Quindi Borga può andare avanti con il suo lavoro alla guida della più importante società della galassia regionale. E, con lui, potrà farlo anche i l direttore generale Paolo Giopp, manager di osservanza galaniana, nominato all’inizio del 2008 sotto la presidenza di Irene Gemmo. Nel frattempo, il cda di Veneto Sviluppo gli ha affiancato un vicedirettore, Antonio Peretti, già dirigente responsabile dell’Area finanza agevolata. Una figura, quella del vice, che prima non esisteva nell’organigramma della finanziaria. Borga era stato chiamato alla guida di Veneto Sviluppo in una fase particolarmente delicata e contrastata, seguita agli strascichi della presidenza Gemmo. Giancarlo Galan, allora in sella a palazzo Balbi, avrebbe voluto prorogare la nomina dell’imprenditrice vicentina oltre la scadenza naturale, lei si schermiva, mentre alcuni consiglieri di amministrazione si dimettevano provocando l’impasse operativo della società. La situazione, dopo non poche tensioni dentro la maggioranza politica di centrodestra, era stata infine risolta con la nomina di un Cda nuovo di zecca: il consiglio regionale aveva provveduto, nel novembre scorso, a indicare Francesco Borga, Piero Gallimberti, Fabrizio Stella, Marco Vanoni, Gianpietro Zannoni, Roberto Bissoli e Antonino Ziglio, mentre i soci bancari della finanziaria regionale avevano designato Ferdinando Brandi, Roberto Gazzola, Alfredo Checchetto, Antonio Rigon (poi nominato vicepresidente), Daniele Pirondini, Cristiano Vincenzi. Da allora, Borga ha ricoperto due incarichi di rilievo: oltre alla presidenza di Veneto Sviluppo, ha conservato il ruolo di direttore della Confindustria regionale. Ora, probabilmente, dovrà risolvere questa sovrapposizione, optando per l’uno o per l’altro incarico. Cioè, a logica, per la presidenza di Veneto Sviluppo.

 

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… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 La rinuncia allo strappo di Pierluigi Battista

Perché Fini non rompe con il Cavaliere

 

Lo « strappo » di Gianfranco Fini dunque non è all’ordine del giorno. La sfida spettacolare lanciata del presidente della Camera in diretta tv nell’aprile scorso non sfocia in una separazione con il premier Berlusconi. L’iter della legge sulle intercettazioni ha conosciuto distinzioni, limature, emendamenti, alterazioni anche consistenti rispetto al progetto originario caldeggiato da Berlusconi, ma al momento decisivo il Pdl, in tutte le sue componenti, si stringe nell’accettazione del voto di fiducia. Soprattutto, Fini mette la pietra tombale su ogni vagheggiamento di disegno neo-centrista che lo possa vedere come co-protagonista. Il confine del centrodestra non verrà oltrepassato. Questo non significa che il dissenso di Fini sarà riassorbito con facilità. Ma che la leadership di Berlusconi è una cornice che, al momento, non temerà di essere messa in discussione, per lo meno dal lato dell’ex leader di An. Fini, accortamente, lo aveva già detto: non siamo qui per scalzare la supremazia del premier. Ma ogni suo gesto manifestava insofferenza, ogni sua dichiarazione suonava come una contestazione permanente del modo berlusconiano di condurre il partito, la coalizione e il governo. L’insofferenza resta, ma con il ricompattamento sulle intercettazioni si trasmette al centrodestra, e soprattutto a chi fuori del centrodestra immaginava nuovi scenari dettati dall’affrancamento definitivo del numero due del Pdl, l’idea che la tensione voglia essere incanalata in un alveo non autodistruttivo. Non in acque tranquille, ma nemmeno tempestose fino alla tracimazione. Un Berlusconi in difficoltà è paradossalmente lo scudo migliore per proteggerlo dai malumori di Fini. Una dolorosa manovra economica più subìta che promossa dal premier, per di più destinata a mostrare il marchio impresso dal «rivale» Giulio Tremonti, ha costituito per Fini, se non la ragione di una pace, almeno la condizione per un armistizio. Fini non può permettersi la caduta di Berlusconi che costituirebbe, nelle attuali condizioni, la caduta di tutto il centrodestra. Non può contendere realisticamente la leadership in una battaglia che lo vedrebbe sicuramente soccombente. Ha già ottenuto l’inosabile in un partito a base carismatica come il Pdl: l’accettazione di uno spazio di dissenso inconcepibile in una formazione a gestione così personalistica, per di più uscita vincente in tutte le ultime tornate elettorali. Ma Fini non può pensare, e lo dimostra con il riallineamento degli ultimi giorni, che un dissenso portato alle estreme conseguenze possa sfociare in una conta drammatica da cui la coalizione ne uscirebbe semplicemente frantumata. Un’autodissoluzione che il presidente della Camera, con truppe così esigue, non riuscirebbe ad arginare proponendosi come sponda ai malumori che pure serpeggiano nel Pdl. Perciò Fini cerca di ottenere il massimo (le modifiche apportate alla legge) ma finisce per accettare la disciplina del partito. Non sarà la fine di una tensione che avrà mille occasioni quotidiane per manifestarsi. Ma sarà lo sbiadirsi di ogni scenario di rottura. Lo strappo, almeno per ora, viene ricucito.

 

Pag 1 Le tante spine di un sì blindato di Massimo Franco

 

Un «sì» assai poco trionfale, esito inevitabile del muro contro muro; e l’aula del Senato occupata dai dipietristi che si atteggiano a resistenti «contro il dittatore Berlusconi». L’approvazione della legge sulle intercettazioni arriverà questa mattina, con un voto di fiducia che il centrodestra impone ad un’opposizione in rivolta e ad una Lega inquieta. Per il «sì» della Camera, invece, bisognerà aspettare la fine di luglio. Ma un mese e mezzo di limbo parlamentare potrebbe portare delle sorprese. L’epilogo a oggi più probabile è che la maggioranza replichi a Montecitorio il percorso di Palazzo Madama: anche perché il presidente Gianfranco Fini, pressato da Silvio Berlusconi, ha dato il proprio «placet» al nuovo testo. Il capo del governo, tuttavia, dice che il provvedimento non gli piace; che può essere «migliorato». Per questo, non si esclude che la prospettiva di un braccio di ferro infinito non solo con il centrosinistra ma con magistrati, giornalisti, editori e in futuro magari con la Corte costituzionale, faccia rallentare la legge a Montecitorio. Il sospetto è che abbia assunto contorni tali da scontentare anche chi l’ha voluto. Il testo è considerato un ibrido insieme insufficiente e preoccupante. Non è abbastanza restrittivo rispetto a quello che voleva Berlusconi; ma lo è comunque troppo per chi lo ritiene un colpo alla libertà di informazione. Qualche accenno isolato nel Pdl fa pensare che il governo incasserà il successo al Senato; e poi vedrà come pilotare un provvedimento diventato ormai emblematico. Il «no» dell’Udc di Pier Ferdinando Casini è un avvertimento a non tirare troppo la corda; e una mossa per lasciare Fini nella posizione scomoda di chi, dopo averla contrastata, avalla una misura che l’opposizione boccia: nonostante le correzioni ottenute. Ma a segnalare il nervosismo nella maggioranza è soprattutto la perplessità di Umberto Bossi. Il capo leghista annuncia il proprio «sì»; e insieme ammette la paura che il ricorso alla fiducia sulle intercettazioni «crei problemi» con le opposizioni sul federalismo fiscale. Il Carroccio ha un obiettivo prioritario che non vuole sia rimesso in discussione. Il governo, però, sostiene di essere stato obbligato alla blindatura dall’ostruzionismo. Ieri, tuttavia, si è scoperto che il Consiglio dei ministri aveva autorizzato la fiducia fin dal 25 maggio. E per il centrosinistra, la forzatura decisa da Palazzo Chigi è un’occasione per riprendere quota. Il Pd lascia capire che contro la «legge bavaglio», come viene chiamata a sinistra, si potrà ricorrere alla Corte costituzionale. L’Idv evoca l’ennesimo referendum e vede nel Cavaliere un’improbabile reincarnazione di Benito Mussolini. E poi c’è l’incognita del Quirinale, che dovrà esaminare il testo finale. Già si accredita un capo dello Stato a dir poco dubbioso. Insomma, il responso odierno del Senato segnerà una vittoria per Berlusconi; con qualche spina, però, e poche certezze sul futuro. Nel momento in cui il premier ammette la possibilità di fare qualche correzione, nessuno è in grado di prevedere che cosa succederà: anche perché intorno alle intercettazioni ruotano altri provvedimenti. Quasi ad alimentare i timori della Lega, Fini concede che il federalismo è «una risorsa»; ma non può essere considerato «ineluttabile», aggiunge, se mette a rischio la coesione nazionale e non se ne conoscono i costi. I lumbard gli rispondono con il governatore del Veneto, Luca Zaia, che si fa scudo con le parole di Giorgio Napolitano. Ma il centrodestra rimane in tensione. Il colloquio di un’ora fra il presidente della Camera e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, e poi quello con Casini confermano uno sfondo di contrasti irrisolti. Il ricompattamento sulle intercettazioni lascia aperti altri fronti, che neppure Berlusconi sembra in grado di pacificare.

 

LA REPUBBLICA

Pag 37 Gli uomini d'oro del Vaticano di Ferruccio Pinotti e Udo Gümpel

Dopo Balducci, un altro Gentiluomo di sua Santità al centro di una rete di affari opachi: è Herbert Batliner, benefattore della Chiesa

 

Nelle segrete stanze della finanza vaticana più "oscura" non c´è solo il caso di Angelo Balducci, figura chiave del sistema Anemone e degli affari sporchi con la politica: se si scava più a fondo si scopre che il club più esclusivo del mondo, quello dei Gentiluomini di sua Santità, nasconde altre inquietanti verità, che portano a chiedersi come mai Ratzinger, a distanza ormai di cinque anni dall´inizio del suo pontificato, non abbia fatto pulizia negli oscuri meandri della finanza off-shore che prospera all´ombra dello Ior, dell´Apsa (Amministrazione Patrimonio Sede Apostolica), di Propaganda Fide e di molte società partecipate dal Vaticano. Raztinger, infatti, ha portato alla guida dello Ior un banchiere dell´Opus Dei, Ettore Gotti Tedeschi, inquisito (e poi prosciolto) per il caso Parmalat e molto legato a Gianmario Roveraro, centrale nella quotazione di Parmalat e ucciso poi da strani killer, e il Vaticano sta coprendo una serie di situazioni ancora più strane, che hanno radici lontane ma che presentano analogie col caso Balducci. Per parlarne bisogna illuminare una figura molto legata con San Pietro, il «re» della finanza off-shore in Liechtenstein, Herbert Batliner, un anziano professionista, classe 1928, a sua a volta figlio d´arte. Batliner è il massimo esperto di fiduciarie off-shore, ma anche l´uomo nell´ombra della finanza vaticana. Per avere una fotografia nitida da cui partire per raccontare questa strana storia bisogna fissare una data, il 9 settembre 2006. Una giornata importante, per papa Ratzinger e per Herbert Batliner, presidente di una fondazione con sede in Liechtenstein, la Peter Kaiser Gedächtnisstiftung, che ha come scopo statutario la difesa dei valori cristiani in Europa. Quel giorno lo «gnomo degli gnomi» avrebbe incontrato papa Ratzinger, a Ratisbona, in Baviera, per regalargli un prezioso organo a canne del valore di 730mila euro destinato proprio alla chiesa di Ratisbona. Era una giornata di gloria che l´avvocato di Vaduz attendeva da tempo, dopo gli anni difficili e le intricate vicende che ne avevano infangato il nome. Per decenni Herbert Batliner, nominato gentiluomo di Sua Santità già da Giovanni Paolo II, aveva operato dietro le quinte, silenziosamente, per il bene dell´Europa cristiana. Ma poi era stato qualificato da un rapporto del Servizio segreto tedesco Bnd e da Der Spiegel come il «re dei fiduciari», la «centrale del lavaggio di denaro sporco», «l´amico di evasori e gangster». Eppure Herbert Batliner - pochi lo sanno - era e resta un autentico uomo di fiducia del Vaticano da oltre 30 anni. E per questo, quel 9 settembre 2006, era venuto a Ratisbona, per donare quel prezioso organo a Benedetto XVI. Mentre Batliner compiva questa buona azione, tuttavia, qualcuno si stava interessando a lui. Era il Dipartimento 35 della Procura di Bochum, fiore all´occhiello dello stato tedesco nella lotta all´evasione fiscale. Lì, a Bochum, il nome di Batliner era scritto a caratteri cubitali su più di 400 fascicoli aperti a partire dal 2000, ovvero l´anno in cui un dipendente «infedele» del noto avvocato aveva consegnato al fisco tedesco un cd-rom pieno di dati segreti dello studio Batliner. In quel momento si aprì un mondo fino a quel momento completamente sconosciuto, per gli 007 del fisco tedesco. Gli 007 arrivarono a definire il «sistema Batliner» come un meccanismo perfetto che per anni aveva sottratto al fisco tedesco almeno 250 milioni di euro di imponibile. Ed era certo una stima per difetto. Il ruolo di Batliner risultò subito centrale: creava di persona le società paravento, le Anstalt, le Stiftung; e poi le gestiva a nome di clienti di tutto il mondo che cercavano l´anonimato assoluto in Liechtenstein. Il 9 settembre 2006, chi osservò Batliner muoversi nella «Piccola Cappella» di Ratisbona potè notare in lui un certo nervosismo. Ogni tanto il notissimo professionista girava la testa, come per accertarsi se qualcuno lo aspettasse fuori, per capire se la polizia in divisa e gli agenti in borghese si trovavano lì per proteggere il Papa, e non per occuparsi di lui. Le sue paure non erano infondate. Era infatti un vero miracolo che Herbert Batliner potesse incontrare papa Ratzinger: in quel momento, pur risiedendo in Lichtenstein, era formalmente ricercato in Germania. Com´era riuscito Batliner a ottenere di incontrare personalmente Papa Ratzinger? Dopo mesi di serrate trattative e grazie alla «moral suasion» degli ambienti vaticani, la Procura di Bochum aveva ceduto a forti pressioni, garantendo al gentiluomo del Papa un «salvacondotto» per quell´incontro e consentendogli un percorso dal confine austriaco-tedesco fino a Ratisbona e ritorno. La motivazione ufficiale, che poi si è rivelata risibile, era che Batliner era gravemente malato. Solo grazie a questo artificio fu evitato lo scandalo dell´arresto in chiesa di un gentiluomo del Papa: appena un anno dopo, nell´estate del 2007, Batliner ammetteva le sue colpe e scendeva a patti con lo Stato tedesco, accettando il pagamento di una sanzione di due milioni di euro. Il salvacondotto concesso a Batliner per l´incontro con Benedetto XVI destò un vero scandalo in Germania. E ci fu chi ironizzò sulla vicenda accostandola alla storia del predicatore medioevale Tetzel che, durante il papato di Giulio II, vendeva lettere di indulgenza papale per la remissione dei peccati in cambio di denaro che serviva a finanziare la costruzione della basilica di San Pietro: una protesta che aveva segnato nel 1517 l´inizio della Riforma, guidata da Martin Lutero. La cattiva fama di Batliner superò in seguito i confini della Germania e del Liechtenstein. E nel 1999 il Presidente della repubblica austriaca Thomas Klestil rifiutò un assegno di beneficenza di 56 mila franchi perché proveniente proprio da Batliner. Tre anni dopo, la Suprema Corte del Liechtenstein confermò, in una sentenza, che Batliner già nel 1990 era il fiduciario dell´ecuadoriano Hugo Reyes Torres, indicato come boss della droga, nel frattempo condannato. Per conto del barone della droga, segnala The Independent, Batliner avrebbe riciclato 15 milioni di euro. Il gentiluomo di sua santità, il «più noto e discusso fiduciario del Liechtenstein», come lo definisce il settimanale svizzero Weltwoche, sponsor dell´Hockey Club di Davos, forte di un patrimonio stimato in 200 milioni di euro, era diventato noto per la prima volta in Germania all´inizio degli anni Novanta nell´ambito dello scandalo delle casse nere della Democrazia Cristiana tedesca, la Cdu. Un ammanco di oltre 8 milioni di euro. «Appropriazione indebita personale», si giustificò il capo della Cdu dell´Assia Roland Koch, pesantemente coinvolto nella vicenda. Una vicenda che vide Batliner in un ruolo senz´altro centrale, ma di cui le reali implicazioni restano ancora nebulose dato che il Lichtenstein non collabora con le amministrazioni giudiziarie degli altri Paesi, tranne nei casi di omicidio o traffico di droga. Batliner era l´uomo giusto per queste operazioni. Chi cercava un rifugio sicuro per il    proprio denaro si rivolgeva a lui, il decano dei fiduciari. Il commento che una volta l´avvocato rilasciò in merito alle pesanti accuse rivoltegli resta lapidario: «Non sono un padre confessore, che deve interrogare i suoi clienti per scoprire se questi rispettano o meno le leggi dei loro rispettivi Paesi d´origine». L´incontro a Ratisbona fu per Herbert Batliner senz´altro uno dei momenti più alti della sua vita. Le cronache dell´incontro ci restituiscono l´atmosfera. L´organo comincia a suonare. L´organista intona un brano di Bach. Herbert Batliner è raggiante e sembra abbia esclamato: «Se gli angeli suonano per Dio, scelgono Bach. Se suonano per se stessi, scelgono Mozart». Ma quell´organo non era il primo che il benefattore del Liechtenstein avrebbe regalato alla Chiesa cattolica: il 14 dicembre 2002 il Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato e Vice Decano del Collegio Cardinalizio, presiedeva il rito di benedizione del nuovo organo della Cappella Sistina, regalato anche in questo caso dallo stesso Batliner. Il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Piero Marini, si rivolgeva direttamente al benefattore affermando solennemente: «Il nostro ringraziamento va al Prof. Dott. Herbert Batliner, Presidente della Fondazione Gedächnisstiftung Peter Kaiser e Gentiluomo di Sua Santità». L´avvocato di Vaduz, questo è certo, godeva della massima fiducia dei Papi: già nel 1998 Giovanni Paolo II lo aveva nominato Gentiluomo di Sua Santità, il più alto rango che un laico può raggiungere in Vaticano. La prima onorificenza papale, la croce «Komturkreuz des Päpstlichen Silberordens mit Stern», gli però era stata conferita già nel lontano 1970. Nel 1993 seguì il «segno d´oro» della diocesi di Innsbruck, per meriti speciali. Alla nomina di Gentiluomo di Sua Santità si aggiungeva, nel 2001, anche la Gran Croce dell´Ordine Papale di San Gregorio: Herbert Batliner era ed è uno dei laici più decorati in Vaticano. Dal 1994, inoltre, Batliner è Presidente del Consiglio della Fondazione della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. È curioso ciò che scriveva l´1 gennaio 1994 papa Giovanni Paolo II nel documento di nomina: «I membri dell´Accademia sono scelti dal Pontefice in base alla loro competenza e alla loro integrità morale». A questo punto s´impongono alcune domande: in base a quale competenza «morale» è stato scelto il re dei fiduciari vaticani nel Lichtenstein? Dal 1990 era noto il coinvolgimento di Batliner nello scandalo delle casse nere dei democristiani tedeschi; dal 2000 in poi il suo nome era associato al più grande scandalo di evasione fiscale in Germania. È difficile decifrare i motivi di un comportamento «ad alto rischio di vergogna» come il rapporto strettissimo e inspiegabile del Vaticano con Herbert Batliner, di vago sapore nibelunghiano. Tra l´altro, i suoi guai legali sono proseguiti anche in seguito. Nel gennaio 2009 il tribunale del Liechtenstein si è dovuto occupare del vecchio «tesoro» dei democristiani tedeschi dell´Assia nella fondazione Alma Mater, gestita da Batliner. Oltre ai sei milioni di marchi spariti dai conti, restano ancora aperte alcune domande degli inquirenti: quanti soldi neri giacevano ancora sui conti dell´Alma Mater e chi esattamente aveva versato i soldi? Ufficialmente, come intestataria della società, figurava una vedova di nome Christa Buwert. Ma nel processo davanti alla Corte del Lichtenstein si sono scoperti fatti sorprendenti: per esempio che Batliner, fiduciario della fondazione, nel 1998 avrebbe effettuato un versamento di 10 milioni di franchi svizzeri da questi fondi ai propri conti personali. Un anno dopo quel versamento Batliner riceveva dalla vedova (nel frattempo ammalatasi di demenza senile) 1,2 milioni di franchi per comperare un quadro. La Corte del Liechtenstein, su istanza dell´avvocato d´ufficio della vedova, ha però costretto Batliner a restituire quei soldi. Batliner si è lamentato di questa sentenza, perché il «quadro aveva un alto valore emozionale, fatto di ricordi». Batliner è l´uomo chiave anche in una strana, piccola banca italiana: la Banca Rasini, l´istituto di credito che finanziò gli inizi di Silvio Berlusconi e che era diretto dal padre Luigi. Batliner era infatti l´uomo che gestiva e rappresentava tre misteriose società che erano azioniste forti della Rasini: si tratta della Wootz Anstalt di Eschen, della Brittener Anstalt di Mauren e della Manlands Financiere S.A. di Schaan, tutte situate del Liechtenstein. Batliner ne era rappresentante legale insieme a un altro "gnomo" della finanza vaticana, Alex Wiederkehr. Wiederkehr è anch´egli membro dell´inner circle della finanza vaticana e fa parte di una nota famiglia di gnomi svizzeri. Insieme a Wiederkehr, Batliner era una figura chiave nella Banca Rasini, coinvolta nel blitz di San Valentino del 14 febbraio 1983 che portò all´arresto di molti mafiosi di stanza a Milano; una banca indicata dallo stesso Sindona come la banca della mafia a Milano. La riprova che Batliner fosse l´uomo della finanza vaticana nella Rasini viene anche dal fatto che altri importanti azionisti della Rasini, gli Azzaretto, erano fiduciari della finanza vaticana sin dai tempi di Papa Pacelli, come recentemente ammesso da Dario Azzaretto in una intervista a chi scrive. Un «dettaglio» altrettanto interessante e inquietante è che Batliner, gentiluomo del Papa e longa manus del Vaticano nella Banca Rasini, è anche coinvolto nella vicenda del tesoro nascosto della Fiat. Batliner è infatti il fondatore della Prokuration Anstalt, che a sua volta controlla il First Advisory Group, il quale ha materialmente costituito il Trust Alkyone, la principale cassaforte offshore destinata a raccogliere il patrimonio estero dell´avvocato Agnelli. E nel consiglio di amministrazione di Alkyone compaiono la moglie dell´avvocato Batliner, Angelica Moosleithner, Ivan Ackermann e Norbert Maxer della Prokuration Anstalt. Nel 2001 venivano inoltre nominati, accanto ai consiglieri di amministrazione, i protettori del Trust: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e, naturalmente, Gianni Agnelli. Oggi Herbert Batliner si divide tra la sua clientela «top» e i campi da hockey di Davos. Nonostante sia stato accusato di essere l´uomo del riciclaggio dei fondi neri della politica ed abbia riconosciuto di essere uno dei maggiori esperti di evasione fiscale, Ratzinger non fa nulla per rimuoverlo. Dopo l´esplosione del caso Balducci-Anemone, il Vaticano ha dichiarato formalmente che i gentiluomini di sua santità sono «professionisti di indubbia moralità e qualora si dimostri il contrario le dimissioni dall´incarico sono doverose». Eppure, se si entra nella fornitissima libreria del Vaticano situata accanto a piazza San Pietro e si acquista il gigantesco Annuario Pontificio, si scopre, a pagina 1822, che Herbert Batliner è sempre lì, nel cuore dell´organigramma del potere vaticano, come presidente del Consiglio della Fondazione per la Promozione delle Scienze Sociali. I vecchi amici non si abbandonano mai. 

 

LA STAMPA

Ma ancora una volta ha vinto Teheran di Vittorio Emanuele Parsi

 

Alla fine il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato il quarto round di sanzioni nei confronti dell’Iran. Almeno due considerazioni meritano di essere svolte: la prima in ordine a chi non le ha votate, la seconda circa la loro possibile efficacia. Come avevano peraltro anticipato, né Brasile né Turchia hanno appoggiato l’inasprimento delle sanzioni. E’ la conferma che sulla questione della proliferazione nucleare il punto di vista euro-americano fa sempre più fatica a imporsi e ad attrarre consensi. Annacquandone molto l’asprezza, Washington è riuscita a portare dalla sua parte Cina e Russia, che con Parigi e Londra appartengono al ristretto club delle potenze nucleari «legittime» e detengono il potere di veto in Consiglio; ma non un Paese amico e grande potenza emergente (come il Brasile) e neppure un alleato e sedicesima economia mondiale (come la Turchia). Da un punto di vista più generale, siamo alla replica, appena attenuata, della frattura che si produsse in Consiglio di Sicurezza diversi anni fa, in occasione della decisione occidentale di combattere in Kosovo contro la Serbia di Milosevic. Allora non si andò al voto proprio perché Cina e Russia, ma anche Brasile e India fecero pubblicamente sapere che avrebbero fatto mancare il loro appoggio. Allora proprio l’opposizione delle due «grandi democrazie del Sud» fece più scalpore della scontata opposizione russo-cinese. Era il primo scricchiolio di un ipotetico fronte comune delle democrazie del pianeta di fronte alle sfide del mondo post-bipolare. Oggi il diniego brasiliano e turco quasi «oscura» l’accordo raggiunto fra i 5 Grandi, e testimonia la rapida erosione del soft power degli Usa (nonostante Obama, ma qualcuno inizia a pensare anche grazie a Obama) e la crescente de-occidentalizzazione del sistema internazionale. Più in particolare, desta scalpore la presa di posizione turca, perché costituisce l’ennesimo strappo rispetto alla solidarietà atlantica e occidentale su un tema quale la sicurezza collettiva degli Stati membri e i rischi a cui essa è esposta dalla proliferazione nucleare e dalla perdita di prestigio degli Usa. Ancorché la proliferazione non sia di stretta competenza della Nato, proprio il documento elaborato il 17 maggio di quest’anno dal cosiddetto «Comitato dei saggi» - costituito per ridefinire il nuovo «concetto strategico dell’Alleanza», adeguandolo al mutamento dello scenario internazionale - indicava nella proliferazione nucleare una minaccia maggiore, e nella capacità della Nato di fornire risposte efficaci e condivise un test decisivo di adeguatezza. A neppure una settimana dal pasticcio della «freedom flotilla», la Turchia compie un altro passo che la colloca oggettivamente ai margini dell’Alleanza e ne accredita la sempre più blanda appartenenza allo «schieramento occidentale». Tutto ciò accade a meno di 24 ore dall’annuncio iraniano di voler impiegare proprie unità navali «civili» in un nuovo pericolosissimo tentativo di forzare il blocco di Gaza: un’operazione che salda, per mano iraniana, la vicenda di Gaza con quella del programma nucleare di Teheran. Un incidente tra unità israeliane e iraniane al largo di Gaza sarebbe di per sé già gravissimo, perché materializzerebbe lo spettro israeliano di dover fronteggiare la possibile minaccia iraniana su due fronti: in Libano attraverso Hezbollah, e a Gaza attraverso Hamas. In una simile prospettiva la possibilità che Israele non decida un’azione contro l’Iran prima che esso divenga una potenza nucleare dipende solo dall’efficacia delle sanzioni approvate ieri. Ed ecco il secondo punto della nostra analisi. Le nuove sanzioni non sono quelle che gli Stati Uniti auspicavano: erano il massimo che si poteva ottenere, ma il massimo è probabilmente meno del minimo necessario. Esse non colpiscono i veri interessi vitali dell’Iran (idrocarburi), né impediscono all’Iran di aggirare i vincoli internazionali vecchi e nuovi. Finora il governo iraniano ha dimostrato di essere disposto a pagare (e far pagare al suo popolo) un prezzo economico alto in cambio di un ricavo politico ritenuto maggiore. Se non si modifica tale trade-off (e non mi pare che le nuove sanzioni lo facciano), Ahmadinejad non ha ragione di cambiare politica. È una lotta contro il tempo, in cui le carte buone le ha l’Iran e il tempo gioca a suo favore. Tra l’altro, sanzioni inefficaci non sono solo inutili, ma anche dannose, perché fanno il gioco del regime, alimentando la mentalità da stato di assedio che lo aiuta a radicalizzare il clima interno e massacrare le opposizioni (solo nella giornata di ieri ci sono state 15 impiccagioni). Colpisce, infine, il fatto che gli Usa sembra non riescano a capire se è possibile (e se conviene loro) trasformare il proprio ruolo di protettori di un ordine mediorientale (sempre più fragile) fondato sul predominio israeliano in quello di garante di un nuovo ordine più equo e stabile, ma forse impossibile da raggiungere in queste condizioni.

 

Le riforme vittime dei sondaggi di Marcello Sorgi

 

Il problema, certamente, non è nuovo, anche se negli ultimi tempi sta assumendo dimensioni mai viste. In tempi in cui, esaurito l'appuntamento elettorale più importante della legislatura, la politica potrebbe cercare davvero di produrre risultati, cresce invece il condizionamento dei sondaggi. In particolare, gioca sul posizionamento dei partiti la rilevazione settimanale sul consenso ai leader, che li porta continuamente ad aggiustare le proprie tattiche quando non a smentirsi apertamente. All'interno del centrodestra, tanto per fare un esempio, è opinione diffusa che il via libera al prosieguo dell'iter parlamentare delle intercettazioni, sia stato determinato, più che dai contenuti dell'accordo e dalle modifiche al testo, dalla possibilità, per Fini, di proclamarsi vincitore anche se la legge che dovrebbe essere approvata non è poi cambiata di molto. Allo stesso modo Berlusconi, prendendo subito dopo le distanze dal suo partito e dal compromesso raggiunto, ritiene di esser rimasto in sintonia con la parte più radicale del suo elettorato: quella, per intendersi, che vorrebbe dare una lezione definitiva alla magistratura. Una volta era quasi solo un’idea fissa del Cavaliere. Gli altri, facevano (o dicevano di fare) la politica con la «P» maiuscola, lui continuava come sempre nella vita a guardarsi le tabelle delle rilevazioni ogni mattina, prima di inventarsi la sua uscita del giorno. Ora invece è diventata una mania che coinvolge tutti, ma proprio tutti, i principali attori dello spettacolo politico quotidiano, maggioranza e opposizione, governo, istituzioni e parti sociali. La lite tra i due Presidenti delle Camere della settimana scorsa, così come la manifestazione annunciata da Bersani contro la manovra economica, le due uscite televisive consecutive di Tremonti, seguite dall’annuncio, mai così franco, del premier al suo partito («Sapete che io e Giulio sui alcune cose non andiamo d’accordo»), il richiamo di Di Pietro al fascismo e alla Resistenza, hanno un'unica chiara motivazione: la maledetta tabella, o la serie di tabelle, che dagli istituti demoscopici ogni sette giorni arrivano sulle scrivanie dei membri di una classe dirigente che ormai vivono come le star tv in quei cinque minuti, prima delle dieci del mattino, che precedono l'arrivo dei dati Auditel e la classifica dei programmi più o meno visti. Questo serve a spiegare anche perché sia diventato impossibile che un'intesa, o una rottura, come ad esempio quella sulla «blindatura» delle intercettazioni, durino più di un giorno o due. Ma è chiaro che in un clima siffatto resta spazio solo per le emergenze, e non ha senso aspettarsi seriamente uno straccio di riforma.

 

Ma Internet ci rende stupidi? di Vittorio Sabadin

Neurologi e psicologi mettono in guardia dai pericoli legati al bombardamento di informazioni cui siamo sottoposti

 

Nicholas Carr, lo studioso americano che mesi fa aveva lanciato il primo allarme con l’articolo «Google ci sta facendo diventare stupidi?», è sempre più convinto di avere ragione. Il suo nuovo libro The Shallows, What the Internet is doing to our brains non lascia spazio all’ottimismo: nell’arco di pochi anni saremo tutti superficiali, incapaci di concentrarci per più di qualche minuto o di distinguere una informazione importante da quelle irrilevanti. Il vero guaio è che Nicholas Carr non è più solo: decine di scienziati in tutto il mondo condividono le sue conclusioni. L’uso di Internet e degli altri potenti strumenti di comunicazione che teniamo in tasca sta modificando i neuroni del nostro cervello, sempre pronti ad adattarsi a nuove situazioni. «È come se la tecnologia stesse riprogrammando le nostre menti» ha confermato al New York Times Nora Volkow, una delle più importanti esperte del sistema nervoso centrale. La massa di informazioni in arrivo attraverso il web, il telefono, le e-mail sta cambiando non solo il modo con il quale ci informiamo, ma anche quello di pensare e di reagire. Gli stimoli che riceviamo ormai senza interruzione provocano il rilascio di dopamina nel cervello, esattamente come fanno il cibo e il sesso: la dopamina crea dipendenza, e la sua assenza provoca una sensazione di vuoto e di noia. Sarà forse per questo che molte persone non riescono a tenere a bada quella voce inconscia che continua a ripetere di controllare le e-mail o gli sms, anche mentre si sta parlando con altri o si sta partecipando a una riunione. Quando ci svegliamo al mattino, le prime attenzioni vanno alle informazioni arrivate nella notte sul telefonino e solo una crisi di astinenza può spiegare le inutili telefonate che si fanno appena si scende da un aereo. Il conflitto in atto all’interno delle nostre scatole craniche ha davvero qualcosa di preoccupante. Una parte del cervello - ha scritto Matt Ritchel in un approfondito articolo sul New York Times - è come una torre di controllo che decide quali sono le priorità. Altre parti più «primitive», che analizzano i suoni e i segnali trasmessi dalla vista, ora bombardano la torre di controllo in continuazione, rendendo sempre più difficile stabilire le priorità. Questo sistema d’allarme si è sviluppato in un lungo processo evolutivo e serviva essenzialmente a fare fronte all’avvicinarsi di un leone. Applicato al trillo di una e-mail in arrivo produce però la stessa sensazione di urgenza, facendoci ritardare cose più importanti, come finire bene un lavoro o giocare con i propri figli. È stato calcolato che chi usa un computer in ufficio cambia schermata o aggiorna le e-mail in media 37 volte all’ora, una ogni due minuti. «Il Web - ha rilevato Carr sul Financial Times - non ci incoraggia mai a fermarci, ci tiene in uno stato continuo di movimento». Il cervello si adatta a queste ripetute distrazioni trasformandoci in pensatori superficiali, sempre più incapaci di concentrarci, di leggere un testo lungo o di connettere le informazioni che riceviamo. Carr cita Seneca, ricordando che essere dovunque - come ci consente di fare Internet - «equivale a non essere in nessun luogo» e il premio Nobel Eric Kandel, neuroscienziato, è d’accordo: «Solo quando prestiamo molta attenzione a una nuova informazione siamo in grado di associarla con quelle che già sono fissate nella nostra memoria». Molti ricercatori ritengono che sia troppo presto per preoccuparsi: le modifiche causate dalla tecnologia al nostro cervello non sono diverse o più gravi di quelle che si sono verificate nel corso dell’evoluzione. Ma uno dei più grandi scienziati contemporanei, l’astrofisico Stephen Hawking, è convinto che gli esseri umani siano entrati in una nuova fase evolutiva. «Le informazioni utili al nostro DNA - ha detto in una conferenza - hanno subito in milioni di anni alcuni milioni di bit di modifiche. Ma lo hanno fatto al lentissimo ritmo di un bit all’anno». Anche secondo Hawking le modifiche prodotte dagli stimoli esterni saranno molto più veloci di quelle darwiniane e non è escluso che i sistemi di comunicazione del futuro generino alla fine una nuova specie umana. Potrebbe anche essere una specie migliore, almeno per certi aspetti. La psicologa Patricia Greenfield ha ricordato su Science che ogni medium sviluppa nuove capacità cognitive a spese di altre. «Stare molte ore al computer, anche per un video gioco, migliora la nostra intelligenza spazio-visuale e ci abitua a seguire più segnali simultaneamente». La nuova specie avrà dunque caratteristiche più vicine a quelle dei computer e sarà dotata di un «pensiero automatico» che reagirà agli eventi senza riflettere troppo a lungo. Ovviamente, il problema non è Internet, visto che i vantaggi che ha portato all’umanità sono largamente superiori ai marginali danni che finora ha causato. Come sempre, è l’uso che se ne fa a rendere le cose buone o cattive. Nicholas Carr suggerisce di imparare a liberarsi ogni tanto dalla dipendenza, riconquistare tempo e spazio, crearsi una disciplina mentale che ci consenta un periodico distacco dalle tecnologie senza subire attacchi di panico. E di riprendere in mano più spesso quello che è stato per secoli il funzionale supporto del pensiero profondo: la vecchia carta di libri e giornali.

 

IL GIORNALE

Un occhio ai sondaggi, poi l’attacco di Adalberto Signore

L’affondo il Cavaliere ce l’aveva in testa da almeno una settimana, da quando i sondaggi della Ghisleri - ce n’è una versione riservata al punto da rasentare il segreto militare - gli hanno confermato un brusco calo dei consensi dovuto soprattutto al tira e molla sulla manovra correttiva

 

L’affondo il Cavaliere ce l’aveva in testa da almeno una settimana, da quando i sondaggi della Ghisleri - ce n’è una versione riservata al punto da rasentare il segreto militare - gli hanno confermato un brusco calo dei consensi dovuto soprattutto al tira e molla sulla manovra correttiva. Con l’indice di fiducia nei confronti del presidente del Consiglio sceso dal 63% al 59. Quattro punti che al Cavaliere proprio non sono andati giù. Nonostante non siano una vera e propria tragedia, soprattutto considerando che il governo è in sella da due anni e che la crisi economica è quella che è. Tanto che in Europa quasi tutti i primi ministri se la debbono vedere con cali di consenso decisamente più netti: la popolarità della Merkel, per dirne una, è scesa al 48% mentre quella di Zapatero è arrivata anche a toccare il 30. E forse è anche per evitare un’ulteriore flessione che Berlusconi si è convinto che fosse arrivato il momento di affondare colpi. Cosa che ha fatto sia martedì all’assemblea di Federalberghi sia ieri a quella di Confartigianato. Dove il Cavaliere ha riaperto i fronti che considera più caldi, magistratura in primis. A cui è grato solo per la decisione di manifestare contro la manovra, una scelta che secondo il premier è un vero e proprio autogol. Che una categoria così ricca e così poco amata dagli italiani protesti per dei piccoli tagli in un momento di crisi come questo - è il senso dei suoi ragionamenti privati - è una cosa incomprensibile per la gente normale, è come se a manifestare fossero i politici. E nella stessa direzione va la scelta degli ultimi giorni di citare a ripetizione i sondaggi, perché da grande comunicatore qual è Berlusconi sa bene che a forza di ripeterlo il concetto alla fine passa. Tanto che qualche giorno fa era proprio la Ghisleri a dire che «dopo un fisiologico calo dovuto al momento di incertezza» post misure anticrisi «il consenso del premier sta crescendo» di nuovo. «È oltre il 60% - ha ripetuto ieri Berlusconi davanti all’assemblea di Confartigianato - e quello del governo è al 50%. È un miracolo che ci sia un tale apprezzamento in un momento di crisi così, nonostante non trovi riscontro nei giornali e nelle tv». Un’iniezione necessaria quella del Cavaliere, anche in vista del passaggio della manovra in Parlamento su cui Fini sta cercando di imporre paletti. Insomma, si rischia di andare incontro a un altro braccio di ferro con Tremonti con a cascata i giornali che raccontano di questo o quello scontro. Poi, nonostante il suo proverbiale ottimismo e le ripetute rassicurazioni avute dal ministro dell’Economia, Berlusconi non se la sente di escludere del tutto che fra qualche mese Tremonti possa presentargli l’eventualità di un altro provvedimento correttivo. D’altra parte - ha confidato più volte ai suoi - fino a due mesi fa Giulio escludeva categoricamente che ci fosse necessità di misure anti crisi. E chi sa se il riferimento non sia proprio a via XX Settembre quando il premier ripete come un mantra che non ha poteri. Lo aveva fatto da Bruxelles due settimane fa e ci è ritornato ieri quando ha detto che «governare e fare leggi visto da dentro è un inferno».

 

AVVENIRE

Pag 1 Paure e illusioni attorno al focolaio del mondo di Andrea Lavazza

La partita degli equilibri atomici

 

Il quarto giro di sanzioni Onu contro l’Iran ha più valore diplomatico che reale peso operativo. Il giudizio è ampiamente diffuso: non devono ingannare i commenti positivi americani e le minacciose proteste di Teheran. Washington è riuscita a convincere Mosca e Pechino, pur al prezzo di un ammorbidimento del pacchetto votato ieri in Consiglio di Sicurezza e ciò servirà almeno a tenere formalmente compatto il fronte dei Grandi, a parole tutti ostili al programma atomico militare degli ayatollah. Si sono sganciati (votando no) Turchia e Brasile, che avevano giocato una propria carta negoziale, la quale prevedeva l’arricchimento ad Ankara dell’uranio iraniano. I proclami di Ahmadinejad rientrano in un copione consolidato, mentre da mesi ci si preparava ad eludere il debole giro di vite deciso dalle Nazioni Unite. Il controllo in alto mare delle navi che potrebbero trasportare materiale fissile e attrezzature verrà in parte aggirato con le coperture che la flotta statale dell’Irisl (Islamic Republic of Iran Shipping Lines) ha già costruito avvalendosi di compagnie private estere che non sono sulla lista nera, secondo quanto ha documentato il New York Times. Le altre misure – commerciali e finanziarie volte a impedire forniture belliche – non metteranno certo in ginocchio il regime, come forse avrebbe fatto una stretta decisa sugli approvvigionamenti energetici, in particolare sulla benzina, di cui paradossalmente l’Iran – tra i massimi produttori di greggio – è un importatore. Ma su quel versante, Russia e Cina, ambigui sponsor di Teheran, non hanno voluto seguire Obama, che si è dovuto accontentare di un appoggio alle sanzioni più blande. Non è quindi difficile prevedere che negli impianti, ormai non più segreti, si continuerà alacremente a lavorare per la realizzazione di ordigni nucleari. Quanto l’Iran sia vicino alla meta non è dato di sapere, il traguardo temibile (per la regione e il mondo) potrebbe non essere così vicino, comunque il tempo sembra lavorare a favore del regime. La strategia Obama per ora non ha dato migliori risultati di quella Bush. La mano tesa e le offerte di dialogo d’inizio mandato potevano servire a spiazzare Teheran e dare fiato all’opposizione, in un tentativo di innescare un cambiamento dall’interno. Quanto brutalmente sia stata soffocata la «rivoluzione verde» dello scorso anno è purtroppo storia nota. E altre iniziative internazionali contro il Paese, sebbene mirate per non colpire la popolazione, finiranno con l’alimentare la propaganda che cerca di delegittimare chi dissente quale «nemico della patria». La verità è che Russia e Cina, in diversa misura e con differenti scopi, utilizzano questo focolaio di tensione per i loro interessi in Asia e le proprie partite con gli Stati Uniti. Perciò isolare davvero un Iran definitivamente chiuso a ogni seria trattativa, come vorrebbero l’America e (forse) l’Europa, resta un’impresa quasi impossibile. Se si esclude l’opzione militare dalle mille incognite (alcuni generali Usa escludono perfino che possa avere successo a meno che si proceda a un’invasione del Paese), potremo davvero svegliarci con una seconda potenza atomica in Medio Oriente. Ed è questa l’altra incognita nella complessa equazione. La prima potenza, Israele, che comportamento adotterà nella vicenda? Tollererà la minaccia sciita o cercherà un’azione di forza preventiva? Ecco perché, dietro il lavorio diplomatico e la "faccia feroce" mostrata in pubblico, gli strateghi di Washington stanno già lavorando anche a uno scenario in cui si debba provvisoriamente "convivere" con l’arsenale di Teheran, all’interno di un nuovo equilibrio asimmetrico in stile Guerra fredda.

 

Pag 2 Rinnovare la virtù del compromesso alto di Sergio Soave

I valori costituzionali e i doveri dell’oggi

 

Parlando agli artigiani, Silvio Berlusconi ha attribuito ai vincoli derivanti da una Costituzione «datata» e basata su un antico compromesso tra democristiani e comunisti le difficoltà a operare innovazioni incisive, soprattutto per quel che concerne le centinaia di migliaia di piccole imprese che non esistevano quando la Carta fu approvata nel 1948. Su un discorso estemporaneo è difficile – e, probabilmente, anche inutile – esercitare una qualsiasi forma di esegesi. Tuttavia forse vale la pena di fare qualche distinzione in modo da differenziare questioni che se affastellate producono confusione e qualche sconcerto. La seconda parte della Costituzione è senza dubbio «datata». Da trent’anni ci si propone attraverso i più vari strumenti di aggiornarla, in modo da rendere più spedito il processo legislativo, di superare il bicameralismo ripetitivo, di definire in modo efficace le competenze dei diversi livelli di governo per evitare sovrapposizioni che si traducono in inestricabili conflitti istituzionali. Su questa parte della nostra legge fondamentale, che riguarda l’architettura istituzionale dello Stato, le lamentele si sono inanellate quasi immediatamente dopo la sua approvazione. Già i primi presidenti del Consiglio dell’età repubblicana, da Alcide De Gasperi a Giuseppe Pella a Mario Scelba, espressero critiche sui vincoli di operatività imposti dalla Carta, meno coloriti ma non meno preoccupati di quelli di Berlusconi. Diverso è il tema del «compromesso cattocomunista», che investe invece la prima parte della Costituzione, quella in cui sono indicati i valori, i princìpi e i diritti fondamentali. Il confronto tra ispirazioni ideali diverse e lontane diede luogo in quel drammatico dopoguerra e alla promettente alba della Repubblica a un compromesso alto, che in qualche caso trovò la sintesi su formulazioni un po’ retoriche e imprecise, come è già stato osservato da vari studiosi della materia. In particolare sull’assetto economico la Costituzione teneva aperta sia la strada della libertà di mercato, mai citata esplicitamente, sia quella dell’economia pianificata, anch’essa ovviamente solo contenuta in allusioni generiche. È stata la storia concreta, anche attraverso la lotta politica e sociale, oltre alle vicende internazionali, a determinare l’esito concreto. Tuttavia è con la Costituzione vigente che sono potute nascere le centinaia di migliaia di imprese alle quali il Paese deve tanta parte della sua prosperità. Questo significa che quel compromesso aveva un carattere 'virtuoso', che ha rappresentato la piattaforma che ha consentito che il confronto, anche assai aspro, tra impostazioni politiche e persino colleganze internazionali diverse si svolgesse sostanzialmente sul terreno della democrazia. Discutere oggi dell’aggiornamento dell’articolo 41 non può e non deve essere un tabù, ma attribuire a esso l’impossibilità della modernizzazione e della liberalizzazione del mercato è un po’ semplicistico. Ci sono tante cose che si possono fare – e tante se ne sono fatte in verità negli oltre sessant’anni dalla sua approvazione – a Costituzione invariata, magari mentre si avvia un confronto disteso sull’aggiornamento della Carta. Probabilmente ora sarebbe utile un nuovo compromesso, una nuova convergenza tra diversi e lontani per la conferma di un patrimonio di valori validi e attuali, e per la precisazione degli strumenti utili a perseguirli. Un compromesso che, si spera, sia virtuoso e duraturo come quello realizzato, in tempi assai difficili, dai padri costituenti.

 

Pag 14 Egitto, no del patriarca copto alla legge: “Non celebriamo le nozze dei divorziati”

 

Il Cairo. La Chiesa copta «rispetta la legge ma non accetta sentenze contro il Vangelo e contro la sua libertà di religione, garantita dalla Costituzione». Così Shenuda III, il patriarca della Chiesa copta che in Egitto rappresenta circa il dieci per cento della popolazione, ha preso posizione, in una attesa e affollatissima conferenza stampa, sulla sentenza definitiva della Giustizia egiziana, secondo la quale la Chiesa copta deve autorizzare i suoi fedeli divorziati a risposarsi. La sentenza, giunta alla fine di maggio, respingeva un appello di Shenuda III in una vicenda che la ha visto contrapposto ad alcuni fedeli. Il patriarca ha indicato che varie sentenze delle massime corti egiziane hanno stabilito in passato che in materia di diritto di famiglia per i non musulmani vale la legge canonica delle rispettive confessioni. Secondo Shenuda la questione del matrimonio non è amministrativa, ma puramente religiosa e per questo ha annunciato che i preti copti che dovessero risposare fedeli divorziati verranno scomunicati. Ogni anno sono circa 200-300 le separazione di egiziani appartenenti alle comunità dei copti. In Egitto, Paese a stragrande maggioranza musulmano, il matrimonio civile è possibile solo dopo quello religioso.

 

Pag 33 Down “cancellati” anche dallo Stato? (lettere al direttore)

 

Caro direttore, le scrivo perché desidero che più persone possibili sappiano quello che i tagli del governo stanno facendo contro gli ultimi tra gli ultimi della società, ovvero i soggetti disabili ed in particolare quelli affetti da sindrome di Down. È stato infatti approvato nell’articolo 9 della cosiddetta "manovra anti-sprechi" un innalzamento della soglia di invalidità per ricevere un sussidio dal 74% all’85%. In media i soggetti Down si collocano attorno ad un’ invalidità del 75%. E così se prima ricevevano dallo stato 256 euro mensili, poco ma comunque qualcosa, ora non avranno il benché minimo aiuto. Parliamo di persone le cui famiglie devono sostenere spese mediche notevoli, oltre a rinunciare spesso ad attività lavorative per star vicine a questi figli e/o fratelli che non possono, in molti casi, vivere autonomamente. Persone che al di là degli handicap hanno un universo di potenzialità che meritano di venir valorizzate al meglio e che non si sentono affatto "diverse" nel desiderare una vita dignitosa per sé e per i familiari. Anche chi non conosce direttamente questa difficile realtà può cogliere l’intento profondo della manovra: di questo passo infatti simili individui inutili e dispendiosi non si vedranno più.               (lettera di Arianna Dante - Creazzo /Vi)

 

Risponde Marco Tarquinio: Non so se le persone portatrici di sindrome di Down siano state deliberatamente poste nel mirino della cosiddetta "manovra anti-sprechi" del governo. Ma so che la sua ragionata segnalazione, gentile signora Arianna, offre ulteriori e niente affatto consolanti motivi di riflessione a proposito della quantomeno maldestra misura adottata per tentare di sanare la piaga delle false invalidità. Ci siamo tornati sopra più volte e, il 3 giugno scorso, anche in questa pagina. Lo faremo ancora. Per intanto vorrei ripetere, con dolore e con tutta la possibile partecipazione, una cosa che anche lei certo sa benissimo e cioè che dati statistici e di cronaca confermano l’esistenza, ormai da tempo, di un’agghiacciante conventio ad excludendum nei confronti delle persone Down. Basta scorrere la terribile contabilità degli aborti nel nostro Paese (e non solo nel nostro Paese): questi nostri «figli e fratelli», per usare le sue belle parole, non vengono neanche fatti più venire al mondo. La loro diversità è di fatto inaccettabile e, dunque, non è accettata. In radice. Un’autentica tragedia; davanti alla quale la logica del politicamente corretto e una dose d’urto di cinismo nei confronti degli «inutili e dispendiosi» sembra aver serrato gli occhi e chiuso mente e bocca a troppi di noi. Il suo angosciato grido di allarme, cara amica, è anche nostro.

 

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