RASSEGNA STAMPA di lunedì 24 novembre 2008

 

SOMMARIO

 

“Affascinato da Dio e ferito dalla nostalgia di vedere svelatamente il suo Volto, l’uomo che vive nella fede sente urgere dentro di sé un’imprescindibile esigenza di silenzio. Elemento fondamentale per una profonda vita interiore, il silenzio non è riducibile a semplice 'ascesi'; esso è innanzitutto un mistero di grazia che attinge la sua motivazione in Dio, nel desiderio di entrare in comunione con lui e di rimanere in adorazione alla sua presenza. Il silenzio è forse il modo più consono alla creatura umana per comunicare con il suo Creatore. Silenzio, infatti, significa anche umiltà e gratitudine; consapevolezza della propria piccolezza e stupore nello scoprirsi amati con predilezione da Dio. È questo il motivo per cui l’uomo più avanza nel cammino spirituale, lasciandosi plasmare dallo Spirito Santo, più si riveste di silenzio. Il mistico fa del silenzio la sua dimora, il luogo, lo spazio spirituale in cui incontrarsi con Dio e conoscere sempre meglio la sua volontà, in modo che il suo sentire e il suo pensare possano coincidere con lo stesso sentire e pensare di Dio”. Comincia così un testo sul silenzio di Anna Maria Canopi pubblicata su Avvenire di ieri. L’abbadessa benedettina prosegue quindi la sua riflessione: “Un tale silenzio ovviamente non è naturale: richiede un’assidua educazione. I grandi maestri di vita spirituale affermano che per giungere a formarsi un animo silenzioso è bene non solo astenersi sempre dai discorsi vani o addirittura cattivi, ma anche talora rinunziare a parlare di cose buone e edificanti , per amore di Colui che è la Parola di vita. Possiamo accorgerci se amiamo il silenzio e se lo cerchiamo davvero dallo zelo che abbiamo per coltivarlo, custodirlo e difenderlo dai molteplici ostacoli esterni ed interni che lo insidiano. Il silenzio, infatti, non è rotto soltanto dalle parole che risuonano sulle nostre labbra o dai rumori del mondo circostante, ma soprattutto dall’immaginazione, dalle fantasie, dai turbolenti sentimenti e vani pensieri. Esso viene soprattutto sciupato dai discorsi orgogliosi del nostro 'io' che si erge a giudice e usurpa il posto di Dio. Questi non solo fanno rumore dentro di noi, ma ci fanno agire con presunzione e prepotenza verso gli altri, ai quali non sappiamo dare spazio poiché il nostro 'io' si impone su tutti, vuole sempre essere ascoltato, ma non sa ascoltare gli altri. Per custodire il silenzio occorre, dunque, vigilare molto attentamente e coltivare l’umiltà. Ciò non è possibile se non pregando e meditando nel cuore la Parola di Dio, sull’esempio della Vergine Maria che fu una creatura tutta silenzio e ascolto, perché umile e obbediente, totalmente attenta a Dio. Maria non aveva parole da dire né su se stessa, né su altri o sugli eventi. Per lei l’amore al silenzio coincideva con l’amore alla volontà di Dio e alla sua Parola, con l’amore al servizio nel nascondimento. È questo l’autentico silenzio che porta con sé pace, serenità, calma, equilibrio, compostezza, ordine in tutto l’essere e, di conseguenza, fiducioso abbandono a Dio”. E cita, infine, un passo di Dietrich Bonhoeffer che riecheggia anche nel Messaggio finale del recente Sinodo dei Vescovi: «Facciamo silenzio prima di ascoltare la Parola, perché i nostri pensieri sono già rivolti verso la Parola… Facciamo silenzio dopo l’ascolto della Parola, perché questa ci parla ancora, vive e dimora in noi. Facciamo silenzio la mattina presto, perché Dio deve avere la prima Parola, e facciamo silenzio prima di coricarci perché l’ultima Parola appartiene a Dio. Facciamo silenzio solo per amore della Parola» (a.p.)

 

1 - IL PATRIARCA

 

LA NUOVA di domenica 23 novembre 2008

Pag 28 Il patriarca Scola a Villaggio Laguna di m.a.

 

AVVENIRE di sabato 22 novembre 2008

Pag 24 Il patriarca Scola: «Dobbiamo ripensare i nostri stili di vita e riscoprire il distacco dai beni materiali» di F.D.M.

 

LA NUOVA di sabato 22 novembre 2008

Pag 17 «La crisi porti sobrietà e uno Stato equo» di r.d.r. 

La sfida di Venezia: «Sia modello per le metropoli del mondo» 

 

Pag 26 «Rodari» protagonista in Argentina. Via internet il saluto del Patriarca di m.a.

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 22 novembre 2008

Pag 9 Scola: «La crisi non si scarichi sui più deboli» di Serena Spinazzi Lucchesi

Salute, appello del patriarca alle istituzioni: «Servono aiuti, ma devono essere equi». Migliaia di fedeli in Basilica fin dal mattino. Presi d'assalto anche Fenice e musei gratuiti per i veneziani. Monsignor Meneguolo si sente male in chiesa, altri undici malori 

 

LA NUOVA di venerdì 21 novembre 2008

Pag 29 Da domani il Patriarca Angelo Scola in visita pastorale a Villaggio Laguna di m.a.

 

ASCA di venerdì 21 novembre 2008

CRISI: PATRIARCA VENEZIA, RIPENSARE GLI STILI DI VITA

 

2 – DIOCESI E PARROCCHIE

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag 15 Niente messe a San Canciano, tutti in basilica per le cresime di Titta Bianchini

Un’intera comunità parrocchiale si è trasferita a San Marco dove il patriarca emerito Marco Cè ha amministrato il sacramento

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag 15 Mazzorbo: si rinnova la solennità di Santa Caterina, la felice riscoperta di un’identità storica perduta di Egidio Bergamo

 

LA NUOVA di domenica 23 novembre 2008

Pag 26 La parrocchia di S. Lorenzo Giustiniani s’allarga di Maurizio Toso

I lavori nel patronato con il contributo dei fedeli 

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 22 novembre 2008

Pag XI Migliaia di candele accese nella chiesa di via Torre Belfredo a Mestre per rinnovare il voto con la Madonna di Alvise Sperandio

 

Pag XIII Lido: “Settimana della Bibbia” con le cresime e il patriarca Scola di L.M.

 

LA REPUBBLICA di venerdì 21 novembre 2008

Pag 19 Venezia, la Curia apre una trattoria low cost i ristoratori: concorrenza sleale, ci ruba turisti di Nicola Pellicani

 

LA NUOVA di venerdì 21 novembre 2008

Pag 37 Mancano i fondi. In chiesa lavori fermi di ma.ca. 

Eraclea, dopo il crollo dei calcinacci i fedeli cercano finanziamenti 

 

SIR di venerdì 21 novembre 2008

VENEZIA, AL VIA IL PERCORSO “VIVERE LE DIMENSIONI DEL MONDO”

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

AVVENIRE di domenica 23 novembre 2008

Pag 18 Silenzio. Ascoltando la sinfonia dell’universo di Anna Maria Canopi

 

L’OSSERVATORE ROMANO di sabato 22 novembre 2008

Pag 6 Senza l’autorità non si può vivere di Massimo Camisasca

Perché l’obbedienza è un bene necessario

 

AVVENIRE di venerdì 21 novembre 2008

Pag 23 «Quelle oasi dello spirito ci indicano l’essenziale»

Il Papa riflette sul ruolo del monachesimo nella Chiesa

 

Pag 30 Teologhese, giù dal pulpito! di Giacomo Biffi

Il cardinal Biffi riflette sulle storture di certe «mode» linguistiche che oggi affliggono anche le omelie: «Prima di 'come' proporre le verità cristiane, preoccupiamoci 'che' siano davvero proposte»

 

CORRIERE DELLA SERA di venerdì 21 novembre 2008

Pagg 10 – 11 La clausura si apre al mondo di Gian Guido Vecchi

Oggi le suore usano Internet e il telefono, hanno colloqui senza grata. E nei monasteri cresce il numero delle novizie. Parla la badessa Anna Maria Canopi: «La Chiesa è donna e loro ne sono la testimonianza vivente»

 

4 – MARCIANUM / ASSOCIAZIONI, MOVIMENTI, ISTITUTI E GRUPPI

 

LA NUOVA

Pag 12 Benedizione del pane in Duomo dedicata alle associazioni di volontari

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

IL GAZZETTINO

Pag 12 La crisi e la rivincita della finanza islamica di Livio Pauletto

 

CORRIERE DELLA SERA di venerdì 21 novembre 2008

Pag 1 Il fronte dei tagli. Ora trema l'Europa delle tute blu di Danilo Taino

 

LA REPUBBLICA di venerdì 21 novembre 2008

Voci e storie dei ricercatori in fuga: “Non ho più fiducia nella mia Italia” di Roberto Calabrò

Una buona preparazione universitaria, poi il vuoto quasi assoluto. Si "scappa" per avere spazio, ma tornare è quasi impossibile

 

LA NUOVA di venerdì 21 novembre 2008

Pag 27 E’ Marghera il nuovo polo del terziario

Il crollo della chimica lascia spazio a logistica e studi professionali. Solo il Vega ospita 170 aziende mentre nei capannoni operano 64 uffici di ingegneri e architetti 

 

6 – SERVIZI SOCIALI / SANITÀ

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 23 novembre 2008

Pag V E in casa di riposo si arriva a novant’anni di Maurizio Dianese

Nella struttura di via Spalti a Mestre si eleva sempre più l’età media degli ospiti con conseguenti problemi di natura medico-assistenziale

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

LA NUOVA di domenica 23 novembre 2008

Pagg 18 – 19 «La città Venezia - Mestre tornerà una capitale. L’incontro con l’Udc? E’ inevitabile»

Forum della Nuova con Massimo Cacciari

 

Pag 21 Basilica della Salute, ancora folla e devozione di Nadia De Lazzari

Migliorano le condizioni di mons. Meneguolo 

 

Pag 25 A Natale niente cenone e meno regali

Uno su tre rinuncia alle ferie, il 20% alla consueta abbuffata di fine anno. Un sondaggio web dell’Adico conferma la crisi nei bilanci familiari 

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 23 novembre 2008

Pag XIII Da San Vincenzo al ristorante della Curia (lettera di Mario Mainardi - Venezia)

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 23 novembre 2008

Pag 10 Battaglia all'ultima cena, ristoratori contro la Curia di Alessio Antonini

Vicino a San Marco apre il locale gestito dal Patriarcato. «Così chiudiamo». Meneguolo: lavoro per tutti. La «mensa» a prezzi modici accoglierà più di 120 pellegrini al giorno. Si affianca a quattordici strutture di accoglienza

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 22 novembre 2008

Pag II Dalla scuola ai funerali, una valanga di aumenti di Michele Fullin

La stangata maggiore riguarderà il trasporto funebre: in centro storico si passerà da 200 a quasi 500 euro. Ecco, voce per voce, tutti gli aggravi previsti per le famiglie

 

Pag XI Festa della Salute, “assalto” alla basilica di Michele Fullin e Davide Calimani

Il patriarca: “La crisi ci insegni ad essere più sobri. E Venezia diventi un esempio di unità tra antico e moderno”. Lunghe code ai banchi di dolciumi, ma si spende meno

 

Pag XIII Così cambierà il centro di Cavallino di Giuseppe Babbo

Un porticciolo al posto della sede dei vigili, nuova pavimentazione per S. Maria Elisabetta

 

LA NUOVA di sabato 22 novembre 2008

Pag 17 Devozione, freddo e malori, La lunga festa della Salute di Nadia De Lazzari

 

Pag 19 Benvenuti a Graffitopoli di Enrico Tantucci

Scritte e incisioni sui monumenti: da centinaia d’anni c’è chi lascia un segno

 

Pag 23 A scuola di clown per regalare un sorriso di Mitia Chiarin 

Mille ragazzi diventano volontari per dare una mano agli altri. Un esercito di studenti delle superiori aderisce al progetto «Con-tatto» 

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di venerdì 21 novembre 2008

Pag I La peste, la rinascita di Giovanni Distefano

 

Pag III Il Comune vuole regalare un Natale anticrisi di Alvise Sperandio

Torna “Mestre più”, un mese di eventi attorno a Piazza Ferretto

 

Pag III L’operazione Samaritano va avanti, ma solo sui sei ettari di proprietà dell’Immobiliare veneziana di m.d.

 

Pag IX Madonna della Salute, tutta la città in festa di Daniela Ghio

Inaugurato il ponte votivo. Accesso gratis a Fenice, Guggenheim e Biennale. Il patriarca Scola sottolinea il valore dell’amore

 

CORRIERE DEL VENETO di venerdì 21 novembre 2008

Pag 8 Tia, plateatici, parcheggio: si pagherà di più di Martina Zambon

Aumentano il cinema estivo e Alilaguna. Mognato: solo adeguamenti Istat, ma necessari

 

LA NUOVA di venerdì 21 novembre 2008

Pag 15 Turismo, il 2009 sarà nerissimo di Manuela Pivato 

Un altro anno difficile per la prima industria della città. Americani ancora in fuga, i primi segni di ripresa dal 2010. Secondo le previsioni dell’Ava si profila un calo del 5 per cento 

  

Pag 16 Salute, tra fede e tradizione. «Festa di speranza e di popolo» di Nadia De Lazzari

Canti e luci: 1500 ragazzi animano il pellegrinaggio serale 

 

Pag 37 Eraclea, caccia aperta al calunniatore di Giovanni Cagnassi e Marta Camerotto 

Storia di corna, la gente è indispettita: «La città non è questa porcheria». Don Angelo: «Purtroppo non è la prima volta. E’ successo a Ca’ Turcata» 

 

8 – VENETO / NORDEST

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 21 “In Friuli come a Lourdes”. Folla dal “prete dei miracoli” di Marco Imarisio

Un abate ortodosso (sospeso dalla Chiesa) divide la comunità. I vescovi frenano i fedeli. Lui: sono un perseguitato

 

IL GAZZETTINO

Pag 2 Il vescovo: rispettare la vita e anche i dottori di Laura Bon e Sergio Zanellato

Mons. Mazzocato invita alla discrezione: no a terapie inutili che offendono la dignità umana

 

Pag 9 Negozi a basso prezzo, un affare da milioni di Gigi Bignotti

Tra Veneto e Friuli sono più di settanta, continuano ad aumentare e ogni punto vendita incassa oltre 350 mila euro l’anno. I clienti? Soprattutto ragazzi, pensionati e stranieri

 

IL GAZZETTINO di domenica 23 novembre 2008

Pag 1 La paura di chiedere aiuto di Vera Slepoj

La tragedia di Verona

 

Pag 8 La Lega “silura” Galan: “Deciderà Bossi” di Giorgio Gasco

Si accende il dibattito politico sull’eventuale quarto mandato

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 23 novembre 2008

Pag 1 Il rischio del Governatore di Alessandro Zuin

 

Pagg 2 – 3 Spina staccata, la Procura apre un'inchiesta di Michela Nicolussi Moro

Ma a Treviso tutti i colleghi difendono la dottoressa che ha «accompagnato alla morte» il neonato. «E' morto vicino a mamma invece che attaccato ai tubi». Il vescovo: «Caso molto delicato. Richiede una sensibilità particolare» 

 

Pag 5 La Procura e il movente: «C'erano attriti familiari» di Angiola Petronio

Verona, gli investigatori: quadro non idilliaco. Lei cercava casa e qualche volta dormiva in un'altra stanza. L'immagine di una famiglia perfetta è andata via via sgretolandosi. Negli ultimi giorni, qualcosa era cambiato

 

IL GAZZETTINO di sabato 22 novembre 2008

Pag 1 L’orrore della porta accanto di Edoardo Pittalis

 

Pag 1 L’orfano e l’ereditiera. Un amore nato al liceo e cancellato in due minuti di Ario Gervasutti

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 22 novembre 2008

Pag 9 «La depressione nascosta nella famiglia impeccabile e isolata» di Cristina Marrone

Il parere di una criminologa

 

AVVENIRE di sabato 22 novembre 2008

Pag 2 Quali che siano le ragioni resta un salto incolmabile di Marina Corradi

Siamo muti davanti alla tragedia di Verona

 

LA NUOVA di sabato 22 novembre 2008

Pag 1 Troppe armi nelle case di Ferdinando Camon

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 22 novembre 2008

Pag 6 «Era senza speranza, ho staccato la spina» di Michela Nicolussi Moro

Eutanasia, testimonianza choc di una dottoressa trevigiana: era un neonato con gravi malformazioni, ci siamo chiesti che senso avesse accanirsi, è morto tra le braccia della mamma. Non sarebbe l'unico caso: «L'abbiamo fatto 5 o 6 volte». L'avvocato: «La legge non lo consente»

 

IL GAZZETTINO di venerdì 21 novembre 2008

Pag 11 Rosario e tarocchi, impazzano le nuove religioni di Laura Simeoni

Quasi 32 mila adepti in Veneto per le 178 sette censite dal Gruppo di ricerca delle diocesi trevigiane. Il fenomeno: dagli ufologi ai Bambini di Satana luciferini

 

CORRIERE DEL VENETO di venerdì 21 novembre 2008

Pag 1 Passante, Galan ringrazia Prodi e Di Pietro di Alberto Zorzi

La dichiarazione «Vedremo se il governo amico ci aiuterà come l'altro». Un miliardo di incassi in 24 anni

 

Pag 5 L'Islam lancia la Fatwa, Gentilini scortato di Mauro Pigozzo e Michela Nicolussi Moro Dopo i servizi di Al Jazeera lo Sceriffo avrebbe ricevuto minacce di morte da fondamentalisti. L'imam: «Non so chi possa aver fatto questo al mio amico Giancarlo». Le reazioni politiche

 

… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Il declino del conflitto di Giuseppe De Rita

Il tempo delle “emozioni blande”

 

Pag 15 Il giudice ordina: “No al crocifisso a scuola” di Elisabetta Rosaspina

In Spagna dopo tre anni di lotta esulta l’associazione dei laici. L’arcivescovo accusa: cristianofobia. Il giornalista cattolico: “Deve restare, come il velo. Il nostro Stato è libero non laico”

 

Pag 33 Il rabbino capo con Ratzinger: dialogo solo tra le culture di M. Antonietta Calabrò

Di Segni dà ragione al Papa: “Fa chiarezza, impossibile il confronto sulla fede”. Musulmani più cauti

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 Quale etica converte Tremonti di Aldo Schiavone

 

LA STAMPA

L’agonia dello Stato minimo di Luca Ricolfi

 

IL GIORNALE

Chi balla sui calcinacci della scuola di Mario Giordano

 

LA NUOVA

Pag 1 Accanimento moralistico di Giovanni Palombarini

Il caso Eluana

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 23 novembre 2008

Pag 1 Scuole e sicurezza: «Pericoli in sei edifici su dieci» di Giulio Benedetti

 

Pagg 1, 33 Quando il dialogo interreligioso non è possibile di Maria Antonietta Calabrò

Lettera di Benedetto XVI su liberalismo e fede. Non c'è liberalismo senza Dio: il saggio di Marcello Pera con un testo del Papa. «Il cristianesimo, chance dell'Europa»

 

LA REPUBBLICA di domenica 23 novembre 2008

Pag 1 Come si fabbrica l'insicurezza di Ilvo Diamanti

 

LA STAMPA di domenica 23 novembre 2008

Un antidoto alla tv da panico di Marcello Sorgi

 

AVVENIRE di domenica 23 novembre 2008

Pag 1 Quante contorsioni dietro la parola eutanasia di Francesco D’Agostino

Come ad “accanimento terapeutico”

 

Pag 2 Quando va in scena la morte nella solitudine del Web di Francesco Ognibene

Il suicidio in diretta su internet di un 19enne americano

 

Pag 3 Esodo: Iraq, cristiani in fuga. Le rotte della disperazione di Camille Eid

«In India premi dagli estremisti indù a chi uccide cattolici»

 

IL GAZZETTINO di domenica 23 novembre 2008

Pag 1 L’ultima bocciatura di Maria Venturi

 

LA NUOVA di domenica 23 novembre 2008

Pag 9 I tagli alla sicurezza si pagano di Vittorio Emiliani

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 22 novembre 2008

Pag 1 Il premier e la Rai allarmista: parlano solo di crisi di Francesco Verderami

Berlusconi vorrebbe esortare ai consumi ma deve al tempo stesso consigliare di risparmiare: perché non posso andare in tv come il presidente Usa?

 

Pag 17 «Diritti umani e democrazia nessuno sconto alla Russia» di Maria Serena Natale

Intervista a Vaclav Havel, leader della Rivoluzione di Velluto ed ex «presidente filosofo» della Repubblica Ceca

 

Pag 49 Il voto cattolico in Usa: l’errore di “The Tablet” di Marco Ventura

 

Pag 55 Paolo VI in tv non piace al Vaticano di Luigi Accattoli e Bruno Bartoloni 

Gelo della Chiesa: critiche sull'assenza del ruolo internazionale del Pontefice. «E Concilio ridotto a operetta». Nella fiction un «nipote» brigatista di Montini: sgradito il personaggio inventato. Complimenti solo a Gifuni, protagonista della serie che andrà in onda su Raiuno

 

LA STAMPA di sabato 22 novembre 2008

Il peccato originale di Augusto Minzolini

 

Il premier tagliafuori di Lucia Annunziata

 

AVVENIRE di sabato 22 novembre 2008

Pag 1 Perché divisi davanti alla catastrofe? di Marco Tarquinio

Strategia anticrisi

 

Pag 4 La mia Africa di Gianni Cardinale

Intervista al card. Arinze: i drammi endemici e i motivi di speranza

 

CORRIERE DELLA SERA di venerdì 21 novembre 2008

Pag 1 Bossi: dissi a mia moglie di staccare la spina di Marco Cremonesi

La malattia, il testamento biologico, la Chiesa: parla il leader leghista

 

AVVENIRE di venerdì 21 novembre 2008

Pag 1 Un genocidio perseguito con crudeltà inaudita di Giulio Albanese

Congo, crisi panafricana

 

Pag 2 Chi si dona agli altri con totale gratuità di Carlo Cardia

Accanto agli ammalati più gravi

 

LA NUOVA di venerdì 21 novembre 2008

Pag 1 Malcom X contro Obama di Renzo Guolo

 

 

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1 - IL PATRIARCA

 

LA NUOVA di domenica 23 novembre 2008

Pag 28 Il patriarca Scola a Villaggio Laguna di m.a.

 

Campalto. Prosegue la visita pastorale del patriarca Angelo Scola nel vicariato di Favaro-Altino. Dopo la tappa nella parrocchia di San Benedetto, ancora per oggi il capo della chiesa veneziana si intratterrà con la comunità di Villaggio Laguna retta da don Lidio Foffano (parroco dal 1994) e da don Gianni Manziega. Ieri pomeriggio Scola ha incontrato i ragazzi della catechesi e i loro genitori. Poi ha inaugurato il viale pedonale dedicato alla «Dichiarazione dei diritti del fanciullo». Oggi gran festa: il patriarca presiederà alle 10.30 la messa per tutta la comunità parrocchiale nella chiesa intitolata al Mistero dell’Incarnazione e detta «L’Annunziata». Poi si intratterrà con i parrocchiani per un saluto finale. La prossima settimana, dal 28 al 30 novembre, sarà la volta della parrocchia Sant’Andrea di Favaro.

 

AVVENIRE di sabato 22 novembre 2008

Pag 24 Il patriarca Scola: «Dobbiamo ripensare i nostri stili di vita e riscoprire il distacco dai beni materiali» di F.D.M.

 

«Spero che questa crisi possa mettere in moto un ripensamento dei nostri stili di vita orientandoli verso una sobrietà che sappia usare con distacco tutti i beni materiali e spirituali ». Lo ha detto il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, all’omelia della solenne concelebrazione per la festa della Madonna della Salute. Questo, ha precisato, « non significa rinunciare agli standard che abbiamo raggiunto, ma praticarli in modo sobrio, consapevoli che non siamo da soli nel mondo. E la strada che conduce a questo è la solidarietà ». Soffermandosi sulle ricadute della crisi dei mercati, che sta coinvolgendo ogni settore, Scola ha poi affermato che « tutti i responsabili della cosa pubblica eletti dal popolo, al governo o all’opposizione, sono chiamati a mostrare il volto di un autentico stato democratico attento al bene di tutta la società civile ». E per quanto riguarda l’intervento pubblico, il patriarca ha invitato lo Stato a distribuire i costi della crisi « meno iniquamente di quanto sarebbe accaduto per l’effetto diretto della crisi. In una parola: si deve evitare che la crisi venga scaricata sugli anelli deboli della società civile ». Ricordando la preoccupazione dei vescovi americani perché «molte persone stanno perdendo un senso di speranza e di sicurezza» ed il loro appello affinché si sostengano le famiglie a rischio ed i più bisognosi, Scola ha concluso che «questo criterio deve valere anche per il nostro Paese, per il nostro territorio veneto e per la nostra Venezia». 

 

LA NUOVA di sabato 22 novembre 2008

Pag 17 «La crisi porti sobrietà e uno Stato equo» di r.d.r. 

La sfida di Venezia: «Sia modello per le metropoli del mondo» 

 

«Troviamo le energie e gli elementi di concordia per realizzare la città del futuro, che sappia gestire la sua eccezionale unicità e divenire paradigma per tutte le metropoli future, perché in Venezia vi sono tanti segni della capacità di innestare il nuovo nell’antico: questo l’augurio che rivolgo alla nostra Venezia, perché investa in un nuovo avvio, contro il continuo e infecondo lamento. Di Venezia ha bisogno il mondo, come della chiesa di Venezia ha bisogno la chiesa universale. Non restiamo più dentro le mura del nostro intimo, paghi del nostro orgoglio, scendiamo nell’intimo del quotidiano di tutti». Così, parlando a braccio, il patriarca Angelo Scola ha concluso ieri la sua omelia, in una Basilica della Salute gremita. Fede, analisi della crisi, speranza e impegno: questi gli elementi che hanno intessuto l’intervento. Un richiamo «a riscoprire una sobrietà dei costumi», «a ricercare l’altro da noi e l’Altro», rivolto a tutti, singoli cittadini e amministratori. In prima fila, tra le autorità, il sindaco Cacciari e prefetto Nardone. «In questi tempi, le persone sono preoccupate per la crisi in atto», ha sottolineato il patriarca. Che fare, dunque? «Spero che questa crisi possa mettere in moto un ripensamento dei nostri stili di vita, orientandoli verso una sobrietà che sappia usare con distacco i beni materiali e spirituali. Il che non significa rinunciare agli standard raggiunti, ma praticarli in modo sobrio, consapevoli che non siamo soli al mondo. Non dimentichiamo che tutto ciò che abbiamo, ci è dato in uso: il danaro è puro strumento, non fine, chi costruisce la sua vita su questa realtà - ci ha ricordato papa Benedetto XVI - costruisce sulla sabbia». «Nel presente», ha aggiunto il patriarca, rivolgendosi agli amministratori, «tutti i responsabili della cosa pubblica, di governo ed opposizione - pur con evidenti differenti responsabilità - devono mostrare il volto autentico dello Stato democratico, attento al bene di tutti gli strati della società: lo Stato non può sottrarsi ad un intervento di emergenza, necessario per interrompere la catena della crisi, se non altro perché monopolizza il prelievo fiscale. Deve agire con efficienza, etica ed equità. Chi e come deve sostenere i costi della crisi? Un buon intervento dello Stato saprà distribuire nel tempo e fra i diversi gruppi di cittadini: si deve evitare che la crisi sia scarticata sugli anelli più deboli della società». «Riuniti in questa Basilica, noi affidiamo a Maria il nostro quotidiano», ha concluso la sua omelia il patriarca Angelo Scola, «chiediamo alla Madonna della Salute non solo la salute del corpo, ma anche quella del nostro cuore e dello spirito».

 

Pag 26 «Rodari» protagonista in Argentina. Via internet il saluto del Patriarca di m.a.

 

Favaro. La squadra mista di volley del Centro diurno psicoriabilitativo Rodari (attorno alla struttura di via delle Muneghe ruotano mensilmente oltre un centinaio di pazienti) è volata a Buenos Aires per partecipare al progetto Patassariba. I giocatori non stavano nella pelle: si tratta anche della prima esperienza dall’altra parte del globo, anche se in questi ultimi anni la squadra si è distinta vincendo diversi tornei. Venerdì prossimo, all’interno della sosta pastorale nel vicariato di Favaro-Altino, il patriarca di Venezia Angelo Scola si recherà in visita anche alla struttura riabilitativa per conoscere i ragazzi che la frequentano, ma anche il personale che giorno dopo giorno lavora con loro. Con l’occasione ci sarà un collegamento via internet con Buenos Aires: la squadra potrà raccontare di persona quello che sta vivendo e salutare Scola. Un momento importante per tutta la comunità che darà speranza ai pazienti. Il progetto Patassariba si pone l’obiettivo di divulgare in Sud America l’esperienza italiana, a distanza di trent’anni dall’entrata in vigore della legge Basaglia che ha smantellato i manicomi. Un’iniziativa partita da Perugia con l’obiettivo di sensibilizzarne l’opinione pubblica attraverso una serie di manifestazioni organizzate a Buenos Aires che prevedono momenti dedicati allo sport. L’idea di mettere in piedi la squadra è nata qualche anno fa. I componenti sono una quindicina, comprese le riserve. La Rodary Volley già partecipa al torneo nazionale centri diurni, andando in trasferta, e spesso ospitando le squadre avversarie.

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 22 novembre 2008

Pag 9 Scola: «La crisi non si scarichi sui più deboli» di Serena Spinazzi Lucchesi

Salute, appello del patriarca alle istituzioni: «Servono aiuti, ma devono essere equi». Migliaia di fedeli in Basilica fin dal mattino. Presi d'assalto anche Fenice e musei gratuiti per i veneziani. Monsignor Meneguolo si sente male in chiesa, altri undici malori 

 

Venezia - «Evitare che la crisi venga scaricata sugli anelli deboli della società». E' un accorato appello «a governo e opposizione » del Paese quello che ieri il Patriarca di Venezia ha pronunciato davanti ai pellegrini accorsi come ogni anno per la festività della Madonna della Salute, insieme al sindaco Massimo Cacciari e alle autorità. Se l'appuntamento del 21 novembre è riservato ormai per tradizione ad un intervento del Patriarca rivolto alle problematiche cittadine, ieri mattina il cardinale Angelo Scola ha preferito affrontare il tema della gravità della crisi economica in atto, riservando solo un accenno conclusivo alle sfide per Venezia, in particolare la gestione del turismo. Della crisi il Patriarca ha rilevato come sia «una mutazione radicale, che interesserà tutto il sistema di vita personale e associata, dall'economia, alla politica, alla socialità ». Occorre dunque «un ripensamento dei nostri stili di vita, orientandoli verso una sobrietà che sappia usare con distacco tutti i beni materiali e spirituali. E la strada che conduce a questo è la solidarietà». Ma occorrono anche interventi strutturali che possono essere stabiliti solo dai governi. L'appello del Patriarca è dunque «a tutti i responsabili della cosa pubblica eletti dal popolo, al governo o all'opposizione, perché mostrino il volto di un autentico Stato democratico attento al bene di tutta la società civile. Lo Stato non può sottrarsi a un intervento di emergenza». Un intervento che ha «un imprescindibile risvolto etico di equità. Qualunque crisi, infatti, è costosa da riassorbire». Ma occorre chiedersi chi sosterrà i costi di questa crisi e come: «Un buon intervento dello Stato saprà distribuire questi costi nel tempo e fra i diversi gruppi di cittadini, meno iniquamente di quanto sarebbe accaduto per l'effetto diretto della crisi. In una parola si deve evitare che la crisi venga scaricata sugli anelli deboli della società». In conclusione della celebrazione, il Patriarca ha poi rivolto una preghiera per Venezia e un augurio «perché sappia gestire la sua eccezionale mobilità e che possa in futuro diventare paradigma per le altre grandi città del mondo». Non mancano i segnali positivi, soprattutto «nella capacità di innestare il nuovo nell'antico», a n che se non è ancora stata sconfitta «la tentazione di affidarsi all'infecondo e continuo lamento». Le celebrazioni per la Salute erano iniziate giovedì sera con il pellegrinaggio dei giovani, quest'anno particolarmente riuscito: circa duemila ragazzi hanno attraversato il ponte votivo per recarsi ad ascoltare il Patriarca. E ieri fin dal mattino i pellegrini veneziani, ma anche molti da Mestre e terraferma, si sono riversati alla Salute, affollando non poco le strade d'accesso. Ma il pienone non ha riguardato solo la Basilica. Anche le proposte culturali hanno fatto l'en plein e in particolare gli appuntamenti gratuiti per i veneziani. Alla Fondazione Guggenheim ieri era la giornata conclusiva della settimana «a porte aperte» per i residenti e ne hanno approfittato ben 1596 persone, mentre i numeri complessivi della settimana parlano di 7928 visitatori, di cui 3298 veneziani. Folla anche al Teatro la Fenice per la giornata di visite guidate gratuite: qui si sono presentati 1283 residenti, più altri 600 «foresti». Anche la Biennale Architettura ieri era gratis per i veneziani e almeno duemila persone hanno visitato Arsenale e Giardini.

 

Venezia - Ingorghi e malori ieri per la Madonna della Salute. Sono state in tutto 12 ieri le persone che si sono dovute affidare alle cure dei sanitari mentre si trovavano in pellegrinaggio. Tra queste anche monsignor Antonio Meneguolo, delegato patriarcale per i Beni culturali ecclesiastici e per la Basilica di San Marco, che si è sentito male al termine della messa officiata dal Patriarca. Meneguolo era in attesa di uscire dal retro della Basilica, quando si è sentito male. Subito soccorso è stato portato al pronto soccorso con un codice di media gravità. Il sacerdote, già sofferente di problemi cardiaci, è stato ricoverato in terapia intensiva. Sembra si sia trattato solo di un malore dovuto ad un calo di pressione e già oggi potrebbe essere dimesso. Durante la giornata altre tre persone sono state portate al pronto soccorso: una donna rimasta ferita a una gamba dopo essere caduta dai gradoni della chiesa, una ragazza incinta e una signora per tachicardia. Altre 9 pellegrini invece sono stati medicati sul posto. L'accesso alla Basilica quest'anno si è rivelato più complicato del solito per via dei lavori alla Punta della Dogana: il cantiere ha impedito di collocare il secondo imbarcadero Actv e l'unico pontile ha funzionato per il vaporetto in una sola direzione, verso San Marco. Chi arrivava dal Lido o chi doveva tornare verso Piazzale Roma non aveva altra scelta che andare a piedi fino all'Accademia. Non sono mancati così gli ingorghi nelle calli di San Vio. E non è andata tanto meglio neppure a chi ha scelto di percorrere le Zattere: una pedana della Venice Marathon si è leggermente staccata dal ponte dei Magazzini del Sale e i vigili hanno dovuto bloccare l'accesso, con ingorgo di gente sul pezzo di ponte non occupato dalla passerella.

 

LA NUOVA di venerdì 21 novembre 2008

Pag 29 Da domani il Patriarca Angelo Scola in visita pastorale a Villaggio Laguna di m.a.

 

Campalto. Prosegue la visita pastorale del Patriarca Angelo Scola nel territorio di Favaro. Dopo la tappa nella parrocchia di San Benedetto, domani e domenica il Patriarca si intratterrà con la comunità di Villaggio Laguna. La parrocchia del quartiere riunisce circa 2.300 abitanti ed è retta da don Lidio Foffano (parroco dal 1994); collaboratore pastorale, da lungo tempo, è don Gianni Manziega. La visita di Scola inizierà domani alle 15.30 quando è previsto l’incontro con i bambini e i ragazzi della catechesi e i loro genitori. Il Patriarca parteciperà all’inaugurazione del viale pedonale dedicato alla «Dichiarazione dei diritti del fanciullo» e si recherà quindi in visita ad alcuni ammalati nelle case. Alle 17.45 è poi previsto l’incontro con il Consiglio pastorale parrocchiale allargato. Domenica il Patriarca presiederà alle 10.30 la messa per tutta la comunità parrocchiale nella chiesa intitolata al Mistero dell’Incarnazione e detta «L’Annunziata». La visita nel vicariato di Favaro-Altino vedrà Scola impegnato fino a marzo 2009. Dopo il quartiere di gronda, sarà la volta della parrocchia Sant’Andrea di Favaro dal 28 al 30 novembre.

 

ASCA di venerdì 21 novembre 2008

CRISI: PATRIARCA VENEZIA, RIPENSARE GLI STILI DI VITA

 

Venezia - ''Spero che questa crisi possa mettere in moto un ripensamento dei nostri stili di vita orientandoli verso una sobrietà che sappia usare con distacco tutti i beni materiali e spirituali''. Lo ha detto il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, alla solenne concelebrazione per la festa della Madonna della Salute. ''Questo non significa rinunciare agli standard che abbiamo raggiunto, ma praticarli in modo sobrio, consapevoli che non siamo da soli nel mondo. E la strada che conduce a questo è la solidarietà - ha sottolineato Scola -. So bene che per affrontare la questione della fame nel mondo servono riforme strutturali e di sistema, ma c'e' anche un'energia che ciascuno di noi deve mettere in campo''. ''Nel presente frangente storico, tutti i responsabili della cosa pubblica eletti dal popolo, al governo o all'opposizione, sono chiamati a mostrare il volto di un autentico stato democratico attento al bene di tutta la società civile'', prosegue il patriarca di Venezia. ''Lo Stato non può sottrarsi ad un intervento di emergenza, necessario per interrompere la catena della crisi. E si registra una buona concordia nell'affermare che a questo intervento non sembra esserci alternativa, fosse solo perché lo Stato ha il monopolio del prelievo fiscale coercitivo - ha sottolineato il patriarca -. Quel che si pone è senza dubbio un problema di efficienza, che ha però un imprescindibile risvolto etico di equità. Qualunque crisi, infatti, è costosa da riassorbire''. Allora, secondo il patriarca, l'intervento pubblico riguarderà per forza di cose l'interrogativo circa il chi e il come verranno sostenuti i costi della crisi. ''Un ''buon'' intervento dello Stato saprà distribuirli, nel tempo e fra i diversi gruppi di cittadini, meno iniquamente di quanto sarebbe accaduto per l'effetto diretto della crisi. In una parola: si deve evitare che la crisi venga scaricata sugli anelli deboli della società civile''.

 

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2 – DIOCESI E PARROCCHIE

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag 15 Niente messe a San Canciano, tutti in basilica per le cresime di Titta Bianchini

Un’intera comunità parrocchiale si è trasferita a San Marco dove il patriarca emerito Marco Cè ha amministrato il sacramento

 

È la prima volta che un'intera comunità parrocchiale si trasferisce, in una domenica, nella basilica cattedrale di San Marco per presenziare alla cerimonia di amministrazione del sacramento della cresima ad un gruppo di propri ragazzi. Ieri mattina, nella maestosità di San Marco, sembrava trovarsi a... San Canciano, la parrocchia di Cannaregio, guidata da tre lustri da don Cesare Maddalena, il quale ha così spiegato l'"inusuale" giornata: «Abbiamo sospeso da noi le varie celebrazioni festive per essere presenti in cattedrale che è la casa di tutti noi: un rito ed un usanza che mi auguro possano ripetersi anche in futuro per altre parrocchie del centro storico». E la solenne officiatura è stata presieduta dal Patriarca emerito, card. Marco Cè, assistito dallo stesso don Maddalena e dal domenicano padre Angelo Preda, parroco ai Santi Giovanni e Paolo ed una cui parrocchiana sia era aggregata al gruppo di San Canciano. All'inizio della celebrazione un catechista, un cresimando ed un genitore si erano rivolti, a turno, a tutti i presenti per l'atto penitenziale e le invocazioni di ingresso per comunicare con chiarezza i valori sui quali fondare le scelte della propria vita. Assai suggestivo il rito del rinnovo delle promesse battesimali, allorché il Patriarca Cè ha chiesto ai ragazzi, schierati a fianco dell'altare, di rinunciare a Satana e a tutte le sue opere e seduzioni. "Rinuncio", hanno risposte all'unisono. E quindi l'imposizione delle mani sui cresimandi, antico gesto per invocare e comunicare lo Spirito Santo nella pienezza dei suoi doni e rimarcando qual è la nostra fede, la fede della Chiesa per cui noi ci gloriamo di professarla. Un lungo applauso ha poi salutato e festeggiato, assieme a Marco Cè, i neo cresimati che sono: Anna Baretton, Piero Basaglia, Chiara Bologno, Nicolò Buranelli, Leonardo Dalla Torre, Davide Farber, Noemi Heinz, Giuseppe La Gresta, Francesco Lughi, Tiziano Pastor, Moira Quiaonza, Rachele Riccio, Riccardo Santini, Erika Siega, Serena Tagliapiera, Jacopo Tedesco e Alice Damiani, dei Santi Giovanni e Paolo.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag 15 Mazzorbo: si rinnova la solennità di Santa Caterina, la felice riscoperta di un’identità storica perduta di Egidio Bergamo

 

Domani martedì, 25 novembre, a Mazzorbo si rinnova l'ultra millenaria Solennità di Santa Caterina Vergine e Martire d'Alessandria, titolare della chiesa parrocchiale, fondata nel 783. La ricorrenza si articola in due momenti: alle ore 16, con un incontro di storia lagunare, a cura del Centro Studi Torcelliani, tenuto da Marco Molin, storico e maestro d'organo e organista della parrocchiale; alla conferenza seguirà la visita storico-artistica alla chiesa. Alle 18, invece, ci sarà la messa solenne presieduta, da don Giorgio Barzan, parroco di Treporti, concelebrata, a turno annuale, da parroci delle parrocchie che appartennero alla diocesi di Torcello istituita nel VII secolo, e soppressa da Napoleone, nel 1818. Diocesi che, allora, nel XIX secolo, comprendeva le parrocchie di Burano, Mazzorbo, appunto, Murano, Treporti, Cavallino, Jesolo, Grisolera (Eraclea), San Michele di Quarto (Quarto d'Altino), e Trepalade. L'anno di fondazione della parrocchiale Santa Caterina di Mazzorbo (783), viene indicato dallo storico Bernardo Trevisan nella sua opera La Laguna di Venezia, di rigore storico, per quanto che Flaminio Corner asserisca che non vi siano documenti in proposito. Ma, essa fondazione, avvenne di certo nell'VIII secolo, in una Mazzorbo, città composta da sei parrocchie: S. Piero, S. Bortolo, S. Steno, S. Cosmo, S. Michele e S. Caterina, e ricca di bene sei monasteri. Il fine dell'iniziativa, dunque, è quello di richiamare alla memoria un capitolo fondante di storia civile e religiosa delle genti fuggiasche da Altinum e da Opitergium, rifugiatesi nelle isole lagunari e nei siti lacustri limitrofi, residenti dalla Bonifica. Un ricordo e una celebrazione, per quanto solenne, che si fanno richiamo e riferimento di una identità storica perduta. Non è da poco.

 

LA NUOVA di domenica 23 novembre 2008

Pag 26 La parrocchia di S. Lorenzo Giustiniani s’allarga di Maurizio Toso

I lavori nel patronato con il contributo dei fedeli 

 

Cipressina. Tra un anno i ragazzini, i giovani, gli adulti della Cipressina avranno spazi più adatti per incontrarsi nella parrocchia di San Lorenzo Giustiniani. In questi giorni la parrocchia retta da don Gianni Antoniazzi, infatti, è interessata da una nuova tranche di lavori per la ristrutturazione del patronato. Se già ad aprile si era cominciato con la risistemazione della pavimentazione, infatti, da qualche settimana è partita un’altra operazione, quella che porterà alla realizzazione di una serie di porticati, oltre a una sorta di tribunetta con gradoni. «In questo modo - spiega don Gianni - i nostri ragazzi potranno giocare al patronato con ogni condizione atmosferica, sia sotto il sole d’estate, sia con la pioggia in autunno». Il cantiere che interessa San Lorenzo Giustiniani è ben visibile da chi, imboccata via Santa Chiara, si dirige verso il Terraglio. I lavori, tra l’altro, non riguardano solo l’area del patronato alle spalle della chiesa, ma anche la parte del sagrato che si trova davanti all’entrata principale dell’edificio religioso. Già tre anni fa era stata messa mano all’oratorio, mentre l’intervento attualmente in corso è di carattere più generale e, salvo imprevisti, si dovrebbe concludere entro un anno e mezzo. Per quanto riguarda l’oratorio rinnovato, dotato di portici, bisognerà però aspettare di meno: una notizia senza dubbio gradita per quanti vedono nella parrocchia retta da don Gianni un punto di riferimento per tutta la collettività. E l’importanza che i cittadini di Cipressina attribuiscono a San Lorenzo Giustiniani emerge nella sua completezza quando si affronta il capitolo costi. Al grezzo, infatti, l’opera di ristrutturazione della parrocchia verrà a costare 300.000 euro, con il resto degli interventi che verrà affrontato dalla comunità. «In caso contrario - spiega ancora don Gianni - la spesa totale sarebbe potuta crescere fino a 900.000 euro. Prenderemo carico, invece, solo dei costi relativi all’opera al grezzo, arrangiandoci poi per gli interventi successivi». Con un po’ di buona volontà e di pazienza, insomma, fra poco il patronato di San Lorenzo Giustiniani diventerà un punto di riferimento ancora più forte per tutta la comunità.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 22 novembre 2008

Pag XI Migliaia di candele accese nella chiesa di via Torre Belfredo a Mestre per rinnovare il voto con la Madonna di Alvise Sperandio

 

Migliaia di candele sono state accese nella chiesa di via Torre Belfredo a Mestre dove ieri come ogni anno è stato incessante l'afflusso dei fedeli per rinnovare il "voto" alla Madonna della Salute. Un fiume di gente che con pazienza e con devozione ha atteso il proprio turno per accedere alle funzioni o solo per esprimere un'intenzione di preghiera alla Vergine. Ben 11 le messe celebrate dal mattino presto all'ora di cena, mentre il momento centrale della giornata si è avuto nel pomeriggio con l'arrivo del patriarca Angelo Scola che, secondo tradizione, ha presieduto la recita del Rosario. Dal cardinale, poi, un breve messaggio. «Questa è la festa più imponente del nostro Patriarcato che in controtendenza con altre valutazioni dimostra un'espressione di fede in crescita nella devozione a Maria, madre e mediatrice potente».Quindi un riferimento alla crisi finanziaria attuale. «Occorre essere più sobri negli stili di vita senza dimenticare di essere aperti e generosi col prossimo».Tra le autorità presenti, il prosindaco Michele Mognato e il consigliere Giovanni Frezza in rappresentanza del direttivo della vicina residenza Antica Scuola dei Battuti. Nel santuario di via Torre Belfredo, dov'è parroco don Claudio Breda, per celebrare la festa religiosa più amata dai veneziani sono entrate persone di tutte le età e non sono mancati i bambini ai quali è stata impartita la benedizione al termine di ogni messa. Per fare spazio a tutti, i volontari hanno tolto tutti i banchi e creato un senso unico con entrata dalla porta principale e uscita dalle due laterali che si affacciano sul cortile interno dov'è stata aperta la consueta pesca di beneficenza, sempre affollata. Naturalmente in occasione della ricorrenza, all'esterno, non sono mancate le luminarie e sul nuovo sagrato e la laterale via Spalti i banchi per la distribuzione dei ceri, di ogni dimensione e prezzo, né quelli legati all'aspetto più commerciale coi palloncini, i dolci e lo zucchero filato.

 

Pag XIII Lido: “Settimana della Bibbia” con le cresime e il patriarca Scola di L.M.

 

Tre anni dopo il suo incontro in Sala Volpi sull'Eucarestia durante la visita pastorale, il patriarca Angelo Scola tornerà mercoledì prossimo al Lido. Un appuntamento che si inserisce nell'ambito della Settimana della Bibbia al via da oggi pomeriggio. Oggi, alle 16.30, il vescovo ausiliare di Venezia Beniamino Pizziol celebrerà nella chiesa di Sant'Antonio le cresime di 41 ragazzi del Lido delle parrocchie di Sant'Antonio, Santa Maria Elisabetta e Santa Maria della Salute agli Alberoni. Mercoledì 26 novembre, poi, il cardinale Scola arriverà al Lido per raccontare dell'esperienza del Sinodo dei Vescovi sulla "Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa". L'incontro si terrà alla la sala Volpi del Palazzo del Cinema con inizio alle 21: inizierà il patriarca raccontando direttamente quanto emerso dal Sinodo per poi rispondere alle domande dei presenti, anche sulla vita della Comunità pastorale dell'isola. L'incontro (ad ingresso libero) è organizzato dalla Comunità Pastorale del Lido in collaborazione con la Municipalità. Domenica 30 novembre, infine, la settimana biblica verrà chiusa con il Ritiro di Avvento alle 15.30 alla chiesa di Malamocco.

 

LA REPUBBLICA di venerdì 21 novembre 2008

Pag 19 Venezia, la Curia apre una trattoria low cost i ristoratori: concorrenza sleale, ci ruba turisti di Nicola Pellicani

 

Venezia - Nasce il ristorante per i pellegrini. Non una mensa, bensì un vero e proprio ristorante low cost, a due passi da piazza San Marco, voluto dal Patriarca Angelo Scola, per accogliere le migliaia di turisti religiosi che ogni anno arrivano a Venezia. Il posto c´è già e l´apertura del locale è attesa per l´anno prossimo. Aprirà a Santa Apollonia, dove la Curia è proprietaria di un immobile che un tempo ospitava l´Aquarium di Venezia. L´edificio è chiuso da anni, ma dopo i restauri potrà offrire ai pellegrini (però anche ai normali turisti) menù completi a 15/20 euro. Poco in generale, pochissimo per una città cara come Venezia. «Il ristorante - osserva monsignor Antonio Meneguolo, delegato patriarcale per la Basilica di San Marco e per i Beni culturali - parte da un´idea del Patriarca per offrire un servizio al turismo religioso che porta a Venezia migliaia di persone. Oltre alla sala principale, che potrà ospitare fino a 120 coperti, sarà realizzata anche una saletta riservata per il pranzo dei sacerdoti e per gli ospiti del Patriarca». Toccherà al Centro Nazareth, che ha sede in terraferma a Mestre, seguire la gestione del ristorante. Ma la Curia ha già pensato a tutto. All´ora di pranzo il ristorante sarà aperto a tutti, mentre per la cena si mangerà solo su prenotazione. In zona San Marco comincia già a circolare la voce. E i proprietari di ristoranti sono in allarme, preoccupati che l´apertura di un locale a prezzi bassi possa diventare un pericoloso concorrente, soprattutto in periodo di crisi come questo. Le previsioni, presentate giusto ieri dall´Ava, l´associazione degli albergatori veneziani, sono nere. Nel 2009 è previsto un calo del 5,1 per cento di turisti stranieri e una flessione degli italiani pari al 3,3 per cento. Con l´aria che tira anche l´apertura del ristorante dei pellegrini è visto come una minaccia. Nella zona ci sono una trentina di punti di ristoro, tra tavole calde, pizzerie, snack bar, trattorie e ristoranti. In Curia lo sanno, ma vanno avanti per la loro strada cercando di sdrammatizzare. «C´è posto per tutti - chiosa monsignor Meneguolo - non sarà un ristorante in più a creare problemi».

 

LA NUOVA di venerdì 21 novembre 2008

Pag 37 Mancano i fondi. In chiesa lavori fermi di ma.ca. 

Eraclea, dopo il crollo dei calcinacci i fedeli cercano finanziamenti 

 

Eraclea. Lavori bloccati per la chiesa di Santa Maria Concetta in pieno centro ad Eraclea. Mancano infatti i soldi. La Regione ha promesso un contributo di 50 mila euro ma saranno sufficienti appena per montare le impalcature. Le spese infatti per sistemare il tetto e i muri interni si sono rivelate molto più alte. Si stima che complessivamente serviranno circa 150 mila euro. Una cifra che la parrocchia fa davvero fatica, non solo a sostenere, ma anche a racimolare. E per ora, al di là delle promesse, la cassa della parrocchia suona a vuoto. Da mesi, parte della navata laterale è impraticabile a causa del crollo di calcinacci e pezzi di muro dell’arcata principale. Il crollo è avvenuto ancora nel febbraio scorso mettendo a rischio l’incolumità dei fedeli che fortunatamente in quel momento non si trovavano sotto l’arcata che ha ceduto. Da allora la zona è stata transennata e vietata ai fedeli e ai visitatori, ma i lavori non sono andati avanti proprio per la mancanza di fondi. Il parroco infatti, è costretto a celebrare messa con le strisce rosse e bianche del cantiere e una parte di navata sinistra completamente coperta dai teli. Ma del resto se non c’è alternativa i fedeli si devono in qualche modo adattare. C’è da dire che è un peccato che la chiesa di Eraclea versi in queste condizioni. Si è distrutto buona parte del prezioso affresco tinta pastello lasciando i mattoni le pietre completamente a faccia vista. Nel frattempo, i gruppi di volontariato si stanno impegnando mettendo in piedi iniziative per raccogliere fondi. Alcuni stanno lavorando per bancarelle di lavori artigianali, altri pensano a fare un calendario per il nuovo anno. Quanto al pericolo di crollo di altre parti dell’intonaco, fortunatamente per ora, non c’è alcun rischio. La struttura muraria infatti, è stata provvisoriamente messa in sicurezza e puntellata con ponteggi nei punti più critici.

 

SIR di venerdì 21 novembre 2008

VENEZIA, AL VIA IL PERCORSO “VIVERE LE DIMENSIONI DEL MONDO”

 

Domenica 23 novembre avrà inizio nella diocesi di Venezia un nuovo percorso formativo di carattere missionario intitolato “Vivere le dimensioni del mondo. Apriamo le parrocchie alla missione ed entriamo nelle Chiese di tutto il mondo”. Sette appuntamenti con cadenza mensile organizzati dall’Ufficio missionario diocesano (domenica pomeriggio, dalle ore 15 alle 18 presso il Centro pastorale card. Urbani di Zelarino). “L’iniziativa – spiega una nota del patriarcato - si rivolge in modo specifico ai partecipanti ai gruppi missionari della diocesi, a quanti - provenienti dalle parrocchie e dalle associazioni - desiderano approfondire la conoscenza delle realtà missionarie ed anche ai giovani che intendono prepararsi per un’eventuale esperienza missionaria”. Le comunità ecclesiali di Africa, America Latina, Asia, Australia e Oceania, Est Europa, Medio Oriente, America del Nord, accompagnate ciascuna da una lettera di S. Paolo, saranno al centro di ogni incontro, l’ultimo dei quali è in programma il 31 maggio 2009. Le lettere paoline saranno introdotte dal direttore dell’Ufficio missionario diocesano don Paolo Terrazzo. Previste alcune testimonianze di vita cristiana nelle aree del mondo interessate; ogni incontro si concluderà con un dibattito e con la presentazione delle attività missionarie della diocesi in quella specifica parte del mondo.

 

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3 – VITA DELLA CHIESA

 

AVVENIRE di domenica 23 novembre 2008

Pag 18 Silenzio. Ascoltando la sinfonia dell’universo di Anna Maria Canopi

 

Affascinato da Dio e ferito dalla nostalgia di vedere svelatamente il suo Volto, l’uomo che vive nella fede sente urgere dentro di sé un’imprescindibile esigenza di silenzio. Elemento fondamentale per una profonda vita interiore, il silenzio non è riducibile a semplice 'ascesi'; esso è innanzitutto un mistero di grazia che attinge la sua motivazione in Dio, nel desiderio di entrare in comunione con lui e di rimanere in adorazione alla sua presenza. Il silenzio è forse il modo più consono alla creatura umana per comunicare con il suo Creatore. Silenzio, infatti, significa anche umiltà e gratitudine; consapevolezza della propria piccolezza e stupore nello scoprirsi amati con predilezione da Dio. È questo il motivo per cui l’uomo più avanza nel cammino spirituale, lasciandosi plasmare dallo Spirito Santo, più si riveste di silenzio. Il mistico fa del silenzio la sua dimora, il luogo, lo spazio spirituale in cui incontrarsi con Dio e conoscere sempre meglio la sua volontà, in modo che il suo sentire e il suo pensare possano coincidere con lo stesso sentire e pensare di Dio. Un tale silenzio ovviamente non è naturale: richiede un’assidua educazione. I grandi maestri di vita spirituale affermano che per giungere a formarsi un animo silenzioso è bene non solo astenersi sempre dai discorsi vani o addirittura cattivi, ma anche talora rinunziare a parlare di cose buone e edificanti , per amore di Colui che è la Parola di vita. Possiamo accorgerci se amiamo il silenzio e se lo cerchiamo davvero dallo zelo che abbiamo per coltivarlo, custodirlo e difenderlo dai molteplici ostacoli esterni ed interni che lo insidiano. Il silenzio, infatti, non è rotto soltanto dalle parole che risuonano sulle nostre labbra o dai rumori del mondo circostante, ma soprattutto dall’immaginazione, dalle fantasie, dai turbolenti sentimenti e vani pensieri. Esso viene soprattutto sciupato dai discorsi orgogliosi del nostro 'io' che si erge a giudice e usurpa il posto di Dio. Questi non solo fanno rumore dentro di noi, ma ci fanno agire con presunzione e prepotenza verso gli altri, ai quali non sappiamo dare spazio poiché il nostro 'io' si impone su tutti, vuole sempre essere ascoltato, ma non sa ascoltare gli altri. Per custodire il silenzio occorre, dunque, vigilare molto attentamente e coltivare l’umiltà. Ciò non è possibile se non pregando e meditando nel cuore la Parola di Dio, sull’esempio della Vergine Maria che fu una creatura tutta silenzio e ascolto, perché umile e obbediente, totalmente attenta a Dio. Maria non aveva parole da dire né su se stessa, né su altri o sugli eventi. Per lei l’amore al silenzio coincideva con l’amore alla volontà di Dio e alla sua Parola, con l’amore al servizio nel nascondimento. È questo l’autentico silenzio che porta con sé pace, serenità, calma, equilibrio, compostezza, ordine in tutto l’essere e, di conseguenza, fiducioso abbandono a Dio. Senza amore al silenzio, che fortifica l’animo, la vita di fede vacilla e viene meno appena incontra una difficoltà. Nel momento della prova occorre saper abbracciare – come suggerisce san Benedetto – «la pazienza con maturo e consapevole silenzio interiore» (RB 7,35), altrimenti non si riesce a porre un argine alle acque tempestose del dubbio, e quando l’animo è agitato più facilmente si lascia portare lontano dai pascoli del Signore. In tale situazione accade spesso che ci si getti a capofitto nell’attività esteriore, quasi per riempire il vuoto e rimuovere le difficoltà interiori. Così facendo, però, anche l’azione rischia di non essere più autentico slancio oblativo, bensì ricerca di sé, di gratificazione e di autoaffermazione. È perciò necessaria molta vigilanza per smascherare queste ambiguità della coscienza e lasciarsi guidare dallo Spirito che è dato agli umili e ai puri di cuore. Si potrebbe dire che un uomo vale tanto quanto il suo 'peso' di silenzio, ossia vale in proporzione all’intensità del suo essere tutto rivolto a Dio, in un silenzio che è spazio di accoglienza dell’unica divina Parola generatrice di vita. Ecco come Dietrich Bonhoeffer esprimeva le motivazioni del silenzio raccomandato a ogni cristiano che voglia crescere nella vita spirituale: «Facciamo silenzio prima di ascoltare la Parola, perché i nostri pensieri sono già rivolti verso la Parola… Facciamo silenzio dopo l’ascolto della Parola, perché questa ci parla ancora, vive e dimora in noi. Facciamo silenzio la mattina presto, perché Dio deve avere la prima Parola, e facciamo silenzio prima di coricarci perché l’ultima Parola appartiene a Dio. Facciamo silenzio solo per amore della Parola».

ALLA SORGENTE DEL MISTERO - L’ordine degli astri, dei corpi che a miriadi sono in movimento nello spazio, è armonia, è musica, e proprio perché è musica, è anche silenzio. La musica in fondo non è altro che l’effetto dei ritmi, ossia della giusta proporzione tra pause e vibrazioni. Nella grande orchestrazione di tutti gli astri in accordo tra di loro, il ritmo è dato da Colui che tutto muove. Bisognerebbe aver cura di lasciarsi educare al silenzio dal creato, dal cosmo. Vi sono esperienze attraverso le quali si percepisce di entrare in sintonia con il silenzio cosmico, e, attraverso questo, con il mondo invisibile, con la trascendenza. Contemplare nella notte davanti il cielo stellato, o fermarsi davanti a un’aurora o a un tramonto: sono momenti magici della giornata che mettono in silenzio e che plasmano l’anima nella sfera del silenzio. Così anche quando ci si trova immersi in una vasta campagna, in un bosco: non si può dire che lì manchino i suoni, eppure questi non rompono il silenzio; anzi, creano un’atmosfera di silenzio. Quante voci in una campagna: i grilli, le cicale, gli uccelli, lo stormire delle fronde!… Quanti suoni! Eppure tutti concorrono a creare un’atmosfera di silenzio. Perché? Perché insieme formano un’unica, grandiosa sinfonia. In questa orchestrazione delle creature regna sovrano l’ordine del Creatore. Analogamente possiamo dire che se, quando parliamo, attingiamo le parole dalla profondità del cuore, non rompiamo il silenzio, ma diciamo parole intrise di silenzio, cariche di significato. E le parole cariche di significato, cariche – possiamo dire – di Dio, creano unione, comunione.

IN ASCOLTO DEL SILENZIO - Il silenzio è dentro di noi, ma dobbiamo farlo emergere, liberarlo, lasciargli lo spazio vitale, non soffocarlo! Dobbiamo educarci al silenzio; meglio, lasciarci educare. Se vogliamo, possiamo sempre trovare – se non di giorno, certo di notte – momenti in cui metterci in ascolto del silenzio cosmico, ascoltarlo nel firmamento, nei fiori, in tutte le creature. È un silenzio che parla, una bellezza che affascina: lì si percepisce la presenza di Dio, presenza che è silente e ci mette in silenzio. Il silenzio lo si percepisce anche attraverso lo sguardo; gli occhi portano riflessa la bellezza, la luce interiore e fanno sprigionare dall’intimo quella dimensione semplice ed essenziale che a volte viene purtroppo coperta da tante strutture artificiose. Il silenzio è bellezza, è dono, è pace, è presenza, è pienezza d’amore; perciò dà gioia. Una gioia che talvolta sembra dolore, tanto è intensa. C’è, infatti, un’esperienza del silenzio da cui la nostra natura umana è quasi sopraffatta; si ascolta allora il silenzio cosmico e quello interiore della presenza di Dio, con una dolcissima sofferenza. Il silenzio è una vibrazione segreta insita nella stessa parola; è la sua tonalità, il suo colore e il suo calore; il suo splendore e la sua ombra; è l’armonia. Si può dire che si coglie il silenzio in quel brivido segreto che percorre tutte le cose, che nasconde e svela in esse la presenza di Dio. Sapessimo osservare, e quindi captare con gli occhi, la bellezza interiore di tutte le cose! È anche questo un cammino. Richiede un’educazione. Occorre innanzitutto non essere schiavi dell’orologio, ma saper trovare il tempo di mettersi in un prato, in un giardino a guardare un fiore, un filo d’erba, una pietruzza, un insetto, un albero, qualsiasi cosa... ma guardare senza fare ragionamenti, senza pensare a che cosa servono, che cosa se ne può fare, quanto 'valgono'… No! Guardare con gratuità, perché la loro bellezza, il loro essere è pura gratuità; cogliere il mistero che sta dentro a quelle creature; cogliere il mistero di Dio! La riverenza a Dio si esprime anche nella riverenza a tutto ciò che è portatore della sua presenza, specialmente nella riverenza verso l’uomo che è immagine di Dio, ma anche verso ogni più piccola creatura che è sempre riflesso della sua bontà.

L’UNITÀ SINFONICA DEL SILENZIO - Imparare ad ascoltare il silenzio nelle armonie cosmiche significa incominciare a percepire anche la nostra esistenza immersa in questa meravigliosa realtà, perché siamo legati a tutto ciò che esiste nel cosmo e siamo legati alla fonte di tutto: Dio. Nella misura in cui avvertiamo questo legame, ogni nostra dissonanza interiore ci fa sentire l’urgenza di rientrare nella piena consonanza. Ecco che cosa significa tendere alla ricapitolazione di tutte le cose operata dal Verbo incarnato. L’armonizzazione di tutti gli esseri si attua nel nostro cuore, nell’ambito vitale che è il silenzio, il linguaggio ineffabile dell’amore. Si legge nell’Apocalisse: «Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora» (Ap 8,1). «Per circa mezz’ora»: è un dato che indica intensità, non durata di tempo. Questo è il silenzio della liturgia celeste. Ma che cosa significa? È il momento in cui viene tolto il settimo sigillo al libro della Vita (il libro che contiene i destini dell’umanità, del mondo). È un momento solenne: Dio viene. La venuta di Dio in noi è sempre preceduta da momenti solenni di sacro silenzio. Nella liturgia del Natale troviamo una bellissima antifona tratta dal libro della Sapienza: Dum medium silentium: «Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, scese...» (Sap 18,14). Il testo biblico parla dell’angelo sceso a sterminare gli egiziani, lasciando incolumi gli ebrei che stavano per essere liberati dalla schiavitù d’Egitto, ma il versetto fu scelto per la liturgia del Natale perché anche la venuta del Verbo – prima nella carne e poi nella gloria – è un momento solenne che opera il giudizio sul mondo: chi lo accoglie è salvo; chi non lo accoglie si mette da se stesso fuori della vita. «Dum medium silentium…»: tutte le visite di Dio nel mondo, nelle anime, nella storia – visite di grazia, per la salvezza – sono precedute da un tempo di silenzio. La Liturgia è sempre un evento di salvezza, un momento solenne: le pause di silenzio che la attraversano – ad esempio dopo l’ascolto delle letture, dopo la Comunione – non sono un 'vuoto', ma un momento altamente significativo, addirittura necessario per dare a noi la percezione che il Signore viene, che l’evento si compie, e offrirci così la possibilità di essere pronti ad accoglierlo. Pensando agli angeli, nella Gerusalemme celeste, ce li raffiguriamo sempre osannanti in coro… Ma questa coralità degli angeli e degli eletti certamente non è sempre suono; è anche silenzio; anzi, è un canto pregno di silenzio: «Tibi silentium laus». La più bella lode è un canto di silenzio così puro, che coincide con la purezza di Dio, come un raggio di luce. E luce è la musica divina. Sì, così si canta in cielo: brillando! Lo dice anche il profeta Baruc: le stelle, chiamate da Dio, rispondono: «Eccoci!».   Ma come rispondono? Rispondono «brillando di gioia» (Bar 3,35). Brillando cantano la loro gioia per Colui che le ha create. E noi come cantiamo la lode più bella? Con la santità; diventando sempre più partecipi dello splendore della santità di Dio. Allora siamo una lode pura. Veramente il silenzio, la bellezza, la purezza, la santità sono la lode più degna di Dio. «Tibi silentium laus». È la partecipazione alla luce, al «deificum lumen»; diventiamo un raggio di luce che brilla di gioia divina e per la gioia di Dio. I cori monastici dovrebbero davvero dare un’idea di quella che è la liturgia celeste. Per conoscere l’altezza e la profondità e la bellezza del silenzio non dobbiamo far altro, allora, che impegnarci nella santità, impegnarci nel diventare sempre più somiglianti a Dio. Per educarci al silenzio è necessario, certo, cominciare a tacere, a disciplinare la lingua, ma non basta, perché fare silenzio non è soltanto non parlare. Dobbiamo riempirci del silenzio che coincide con il Verbo di Dio, Verbo silente, e poi parlare attingendo da quella sorgente; allora le parole sono calme, sono essenziali, sono buone, sono vere, sono belle, sono creatrici. Le parole che scaturiscono dal silenzio, cioè da Dio, partecipano della stessa creatività di Dio, sono feconde di vita. E che cosa comunicano, se non l’amore? Scaturiscono dall’amore e l’amore genera amore. Allora ci si intende subito, per intuizione d’amore. Quando ci si ama, non occorrono tante parole… Ci si parla di più con lo sguardo; ci si parla anche solo nel sentirsi presenti gli uni agli altri; intercorre un misterioso, ineffabile linguaggio che fa sentire gli uni negli altri e insieme nell’Altro.

 

L’OSSERVATORE ROMANO di sabato 22 novembre 2008

Pag 6 Senza l’autorità non si può vivere di Massimo Camisasca

Perché l’obbedienza è un bene necessario

 

Il rapporto con l'autorità e, più in generale, l'esperienza dell'obbedienza, sono ritenute oggi da molti impossibili a vivere o addirittura un male da rifuggire. Questo vale non solo nel mondo dell'educazione, della famiglia e del lavoro, ma anche talvolta all'interno della Chiesa. Non sarebbe più facile vivere senza autorità? Non sarebbe più bello obbedire soltanto a ciò che istintivamente può sembrarci utile e opportuno, di momento in momento? Queste domande non sono domande retoriche. Educare all'autorità vuol dire innanzitutto aiutare la persona a scoprire la necessità di essa non solo per il bene della propria vita, ma per la vita stessa. Perché non si può vivere senza autorità? E quale è l'autorità «vitale» per noi? La vita dell'uomo, di ogni uomo, è costituita dalla tensione fra due poli: uno da cui veniamo, uno verso cui andiamo. Aiutare la persona a vivere tutto ciò nel presente, nel rapporto con le cose e con gli altri, è tutto il segreto dell'educazione. Il primo passo è aiutarla a uscire da quell'autosufficienza che la rende infelice, malinconica. Don Giussani, in Tracce di esperienza cristiana, parla della solitudine come esperienza originaria. Allo stesso modo si è espresso Giovanni Paolo ii nelle sue catechesi a commento della creazione dell'uomo e della donna. La scoperta della nostra solitudine, della nostra incapacità ad affrontare da soli la vita, ci fa scoprire dipendenti. Dagli altri e poi non solo da essi. C'è una «dipendenza originaria» in ciascuno di noi. L'esperienza della vita apre in noi la domanda: essa è frutto di un caso o invece è mossa da un disegno, da una presenza buona, da un Tu che ci ha voluti e che ci ama? La «scoperta dell'amore come origine della vita» è decisiva nel cammino dell'uomo verso il riconoscimento di un'autorità e verso l'esperienza dell'obbedienza, come esperienza voluta e desiderata. Nello stesso tempo noi scopriamo continuamente di essere attratti da qualcosa che è fuori di noi e che contemporaneamente è anche nel fondo del nostro essere. I nostri desideri rivelano delle attrattive, mettono in moto un movimento, indicano delle attese. Proprio qui si apre il posto dell'autorità. Di colui che Dio mette a fianco della nostra vita per accompagnarci in una scoperta dei nostri desideri più veri, in una purificazione di essi e in una strada di risposta. È chiaro che in questo contesto nella nostra vita si collocano molte persone. Non tutte hanno la stessa importanza. Si tratta di scoprire all'interno dell'infinito numero di autorità che la realtà ci presenta, quelle o quella più decisiva per noi che ci permette di raccogliere la voce di tutte le cose.

Obbedire a Dio o agli uomini? - Solo Dio può rappresentare in senso vero e pieno questa autorità. Perché egli soltanto è il nostro creatore e salvatore, colui da cui veniamo e che ci attende, colui che ci conosce fino in fondo e che costituisce perciò la felicità del nostro essere. Ma il rischio è grande: come obbedire a un Dio lontano, misterioso, senza cadere nel rischio di obbedire a noi stessi, all'idea che ci facciamo di lui, alla confusione fra nostri desideri e sua volontà? Non dimentichiamo poi che la presenza del peccato, originale e attuale, rende ancora questa ipotesi più realistica. Per salvarci da questo equivoco Dio si è fatto uomo e ha continuato la sua presenza tra noi attraverso degli uomini che lui ha scelto. Il suo metodo di presenza, da lui liberamente voluto, indica la strada fondamentale dell'obbedienza. Durante tutta la storia di Israele e più precisamente ancora durante la vita di Gesù, è stato chiaro che per obbedire a Dio bisognava obbedire a degli uomini. «Chi ascolta voi ascolta me» (cfr. Luca 10, 16). Dobbiamo allora obbedire a Dio o agli uomini? Anche a questo apparente dilemma risponde la vita della Chiesa. Noi dobbiamo in senso proprio obbedire soltanto a Dio. Nessun uomo sulla terra infatti può arrogarsi il posto di autorità che ha Dio. In questo senso Gesù ha detto che non possiamo chiamare nessuno maestro se non lui (cfr. Matteo 23, 10). Ma nello stesso tempo è anche vero che, se non vogliamo limitarci ad obbedire alla nostra idea di Dio piuttosto che a Dio, di fatto ci troviamo ad obbedire a degli uomini. Potrei sintetizzare così: «dobbiamo obbedire solo a Dio, ma egli per obbedire a lui ci chiede di obbedire a degli uomini che lui sceglie». L'autorità sono sempre persone scelte da Dio e in relazione con lui. A Dio devono rispondere, a lui devono portare le persone a loro affidate. Nessuna autorità si giustifica di per se stessa, ma sempre e soltanto in relazione al Creatore e al Salvatore. Questo è il significato vero dell'espressione: l'autorità è un servizio. Non quello sociologico che vede l'autorità come un primus inter pares destinato progressivamente a scomparire, ma quello teologico: l'autorità deve servire Dio per poter servire gli uomini.

L'obbedienza è un'attrattiva  o una prova? - L'uomo è costantemente dilaniato tra l'esigenza di appartenere e la tentazione dell'autonomia, tra il bene che vede e che approva, come diceva il poeta latino, e il male che finisce per fare. Obbedire è naturale o richiede una rinascita? Come fa l'uomo a discernere quali siano le autorità che lo conducono verso la verità e il bene? Come fa a coniugare le attrattive che riverberano nella sua coscienza e gli inviti che vengono a lui dall'esterno, dalle autorità che lo circondano? Ho voluto qui delineare una serie di antinomie che dominano la problematica di sempre e soprattutto quella attuale nei confronti dell'obbedienza e dell'autorità. È possibile una composizione di esse? E come deve avvenire?

Soltanto colui che ci conosce, che ci ha creati, che ci salva, può aiutarci ad entrare in questo cammino dell'obbedienza, che è stato il suo stesso cammino di uomo («imparò l'obbedienza da ciò che visse» cfr. Ebrei 5, 8). Dio è la nostra attrattiva perché è la nostra felicità. Egli ha posto dentro di noi la sete di lui, le esigenze di bene, verità, felicità, giustizia. Ha mandato suo figlio come strada per realizzare questa attrattiva. Questa strada coincide con un'aprirsi a dimensioni sempre nuove e sconosciute della vita, a una scoperta sempre più grande di Dio come felicità. Poiché si tratta di un Essere sempre nuovo, incommensurabile, infinito, poiché egli è una via che non coincide con la nostra, nasce in noi l'esigenza di uno strappo, di una prova, di una conversione verso un nuovo essere che è chiamato a dilatarsi lentamente e che implica mortificazione e sacrificio. È questo l'aspetto duro dell'obbedienza e dell'autorità, che possiamo attraversare perfino con letizia, se abbiamo chiara la promessa che ci è stata fatta e la realizzazione di essa nella vita che abbiamo già percorso. È lo Spirito stesso che ci conduce a vivere con ilarità l'obbedienza, anche quando non capiamo o non capiamo tutto. Lui fa percepire in noi il fascino della felicità che ci attende, fa gustare in noi la voce di chi ci dice «vieni», permette l'esperienza della gioia anche nelle prove — penso a san Paolo quando dice sovrabbondo di gioia nelle mie tribolazioni (cfr. 2 Corinzi 7, 4 e 12, 10) e all'esperienza della perfetta letizia in san Francesco.

Autorità e amicizia - Se è vero che l'autorità è scelta da Dio affinché io possa andare verso di lui, come avviene concretamente questo cammino? È l'autorità stessa che è chiamata a mostrare il suo cammino verso Dio e a coinvolgermi in esso. È la realtà dell'amicizia. Chi ha autorità crea connessione con le altre persone innanzitutto mostrandosi nel suo rapporto con il mistero. «Condivide se stesso con gli altri e si mette in ascolto di ciò che gli altri stanno vivendo». Senza perdere di vista il posto che Dio gli ha assegnato, vive un'amicizia che è segno di Dio, della sua infinità e imprevedibilità. Dall'autorità nasce un rapporto continuo, desiderato e pieno di iniziativa. È vero anche il reciproco: bisogna rendere presenti se stessi all'autorità: offrirsi cioè ad essa, attivamente, in un dialogo instancabile di collaborazione. È questa l'esperienza più importante che io ho vissuto negli ultimi venticinque anni della mia vita. Non è detto che essa sia l'unica modalità di rapporto tra educatore ed educando. A me sembra però quella che permette di entrare nelle apparenti antinomie sopra descritte e di superarle senza nessuna negazione delle differenze. In tale amicizia l'autorità resta tale, non abdica alle proprie responsabilità, non scade in un giovanilismo o in una compagneria, ma rischia realmente il proprio volto di fronte all'altro, come ha fatto il figlio di Dio diventando uomo. Si fa presente agli altri cercando un dialogo con loro. Mostra loro le ragioni del suo muoversi e gli itinerari che lo conducono alle sue decisioni. E così facendo li coinvolge nella sua vita. Paolo vi scrisse: «Il nostro tempo ha bisogno di maestri, ma essi sono più credibili se sono testimoni» (Evangelii Nuntiandi, iv, 41). Mi sembra un'espressione che si riconduca a ciò che voglio descrivere. Essere autorità, in altre parole, vuol dire offrire la propria vita, le ragioni del proprio vivere, i criteri delle proprie scelte e vuol dire anche entrare, con somma discrezione e sommo rispetto, nella vita degli altri, sapendo interpellare la loro umanità, offrendo alle attese dell'altro quelle risposte che io sono in grado di dare, in ragione della mia esperienza e della sapienza secolare della Chiesa. Da questo punto di vista l'autorità da me esercitata è sempre stata, poco o tanto, una condivisione di responsabilità. Gesù ha cominciato a mandare avanti a sé gli apostoli. Per educarli a comprendere chi fosse lui, li ha mandati a parlare di lui. Affidare delle piccole o grandi responsabilità a colui che ci è consegnato da Dio si rivela come la strada più efficace per aiutarlo a vivere un rapporto giusto con l'autorità. Nessuno dà soltanto o soltanto riceve, ma tutti danno e ricevono in una misura decisa da Dio. Quando Dio ha pensato alla Chiesa, a una compagnia guidata, ha pensato alla necessità costitutiva dell'essere umano di avere un padre e una madre. Sappiamo tutti quanto l'assenza o la latitanza o l'indebita ingerenza delle figure genitoriali creino nella persona insicurezza, paura, resistenza all'essere amati e guidati. Una autorità che guida secondo l'itinerario che ho tracciato può veramente diventare padre e madre e aiutare a scoprire la paternità di Dio e la maternità della Chiesa. Dobbiamo nello stesso tempo affermare con molta chiarezza che non dobbiamo mai permettere nella persona la censura nei confronti dei propri genitori carnali. Essi non devono mai essere dimenticati, né trascurati, ma accolti, amati e forse riscoperti. Rivissuti in un rapporto nuovo che esprima la verginità che si è abbracciata. In questo modo «la persona è portata a riconoscere il valore putativo di ogni paternità nei confronti della paternità di Dio, che è l'unico a cui propriamente può essere attribuito il nome di padre».  Amico e padre (o madre): queste espressioni con cui ho voluto descrivere la mia esperienza dell'autorità dicono anche la delicatezza di questo itinerario. Una paternità e un'amicizia non possono essere imposte, ma soltanto proposte. In una comunità, anche quando ha origine carismatica, «dobbiamo sempre coniugare il valore oggettivo dell'autorità con l'esercizio soggettivo dell'amicizia e della paternità». Dobbiamo sempre essere il segno della alterità di Dio che giunge agli altri attraverso la misericordiosa pazienza di Cristo. «Tutto ciò esige nell'autorità una grande maturità umana e cristiana», una grande discrezione e pazienza, una grande umiltà che sa riconoscere i propri errori. Esige anche il consiglio di tanti collaboratori e fratelli. L'autorità deve essere sempre il segno oggettivo di Cristo, colui che sa essere l'avvocato difensore delle differenze di tutti, colui che ha un rapporto personale con ciascuno e che sa valorizzare l'apporto di ciascuno.

I passi di un metodo - a) Educare significa certamente anche parlare. Un superiore deve sapere che le sue parole hanno un grande peso nella vita delle persone a lui affidate. Per questo occorre sempre prepararsi con cura, cercando di non lasciare nulla al caso, consapevoli che ogni frase può essere significativa in un senso o in un altro. Noto che in questi anni il tempo necessario per preparare i miei interventi e i miei colloqui, anziché diminuire in forza dell'esperienza, è aumentato. D'altronde credo sia esperienza di tutti: quando si è giovani, sui venti o trent'anni, si tende a parlare speditamente, senza pensare troppo a quello che si dice, mentre poi, col passare del tempo, parlare diventa più arduo, perché le cose che si dicono cominciano a pescare a una profondità tale che si preferirebbe tacere e occorre ogni volta rompere la crosta di se stessi. Allora parlare diviene un avvenimento, la ripresa di certe parole permette il riaccadere del loro significato. b) In seminario ho sempre cercato di «insegnare la tradizione» proprio ripresentando l'insegnamento che io stesso ho ricevuto: il canto, l'apertura alla letteratura e alla poesia, l'apertura ai maestri. Don Giussani è stato un maestro per me. Le sue parole mi hanno sempre aperto ad altri magisteri, mi hanno introdotto a Leopardi, Pascoli, Pavese, Dante, Manzoni... Egli aveva capito che nessun uomo può essere un maestro esclusivo. Anzi, uno è tanto più maestro quanto più è capace di indicarne altri. c) Per educare una persona non è necessario dire tutto subito, anzi, la fretta di giungere subito alle conclusioni risulta il più delle volte dannosa. Il vero insegnamento, infatti, non è che il dispiegarsi di un avvenimento già accolto, «l'esplicitarsi di un qualcosa che si è precedentemente sperimentato». L'esplicitare troppo anticipatamente uccide. Occorre piuttosto accompagnare le persone a scoprire esse stesse la verità, senza sostituirsi alla loro libertà, senza bruciare le tappe. Gesù non ha cominciato la sua missione dicendo frasi del tipo: «Dio esiste ed è il Padre», ma ha preferito dire: «Guardate gli uccelli del cielo, guardate i fiori della campagna: non tessono e non cuciono, eppure sono più belli di ogni cosa tessuta e cucita dall'uomo» (cfr. Matteo 6, 26-29). In ciascuna delle sue parole, anche se non esplicitata, vibrava la presenza del Padre che crea e governa ogni cosa. Egli riusciva a parlare di Dio parlando delle cose quotidiane, di quello che era sotto gli occhi di tutti, delle esperienze vissute ogni giorno da chi lo ascoltava. Infatti ogni sua parola andava dritto al cuore dell'uomo, come una proposta chiara e affascinante, che urgeva una decisione. «Il fascino di ciò che è implicito è più potente di ciò che è esplicito» ha lasciato scritto Eraclito. Non farsi prendere dalla fretta di dire tutto subito significa anche porsi di fronte all'altro con grande rispetto, significa ricordarsi che ogni persona è creata a immagine e somiglianza di Dio e costituisce perciò un mistero insondabile, irriducibile a qualunque schema o progetto. In sintesi vorrei dire così: essere autorità per un'altra persona significa conoscere la sua strada, aiutarla a riconoscere, ad affrontare i problemi che questa strada indica. In certi momenti, poiché la libertà dell'uomo è debole, occorre dare dei comandi, così che l'altro possa riconoscere ciò che ancora non gli risulta evidente.

Autorità e governo - L'autorità è una persona che accompagna e assieme una persona che sa decidere. Deve sapere dove portare chi gli è affidato, attraverso quali tappe, deve esercitare con chiarezza il discernimento sull'attitudine della persona alla strada che sta percorrendo. L'eventuale amicizia non deve mai fare velo alla giusta fermezza. Si tratta del bene dell'altro, della sua felicità e di rispondere a Dio dei compiti che ci ha consegnato.

Obbedienza o libertà - Se abbiamo seguito tutto l'itinerario che ho descritto, siamo arrivati a comprendere, al contrario di quello che pensano molti nostri contemporanei, che libertà non è semplicemente rispondere a se stessi. La non obbedienza non è la forma ideale di vita. Al contrario, obbedire solamente a se stessi diventa schiavitù, rende l'uomo facile preda del volere del mondo, lo asservisce alle logiche del mercato e al potere che tutto governa. Basti pensare alla forza invasiva della pubblicità. Chi crede di non dipendere da nulla finisce sempre con l'essere strumentalizzato dal potere della mentalità dominante. Sant'Ambrogio ha scritto: «a quanti signori finiscono per obbedire coloro che rifiutano servire l'unico Signore».

 

AVVENIRE di venerdì 21 novembre 2008

Pag 23 «Quelle oasi dello spirito ci indicano l’essenziale»

Il Papa riflette sul ruolo del monachesimo nella Chiesa

 

Pubblichiamo il testo integrale del discorso pronunciato ieri mattina da Benedetto XVI nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano davanti ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica.

 

Signori cardinali, venerati fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio, cari fratelli e sorelle! Con gioia vi incontro in occasione della Plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, che celebra i suoi cento anni di vita e di attività. È passato infatti un secolo da quando il mio venerato predecessore san Pio X, con la Costituzione apostolica Sapienti Consilio, del 29 giugno 1908, rese autonomo il vostro Dicastero come Congregatio negotiis religiosorum sodalium praeposita, denominazione successivamente modificata più volte. Per ricordare questo evento avete programmato, il 22 novembre prossimo, un Congresso dal significativo titolo «Cento anni al servizio della vita consacrata»; auguro perciò pieno successo all’opportuna iniziativa. L’odierno incontro è per me occasione quanto mai propizia per salutare e ringraziare tutti coloro che lavorano nel vostro Dicastero. Saluto in primo luogo, il prefetto, cardinale Franc Rodé, a cui sono grato anche per essersi fatto interprete dei comuni sentimenti. Insieme con lui saluto i membri del Dicastero, il segretario, i sotto­segretari e gli altri officiali che, con mansioni diverse, prestano il loro quotidiano servizio con competenza e sapienza, per «promuovere e regolare» la pratica dei consigli evangelici nelle varie forme di vita consacrata, come anche l’attività delle Società di vita apostolica (cfr Cost. ap. Pastor bonus, n. 105). I consacrati costituiscono una eletta porzione del Popolo di Dio: sostenerne e custodirne la fedeltà alla divina chiamata, carissimi fratelli e sorelle, è il fondamentale impegno che svolgete secondo modalità ormai ben collaudate grazie all’esperienza accumulata in questi cento anni di attività. Questo servizio della Congregazione è stato ancor più assiduo nei decenni successivi al Concilio Vaticano II, che hanno visto lo sforzo di rinnovamento, sia nella vita che nella legislazione, di tutti gli Istituti religiosi e secolari e delle Società di vita apostolica. Mentre, pertanto, mi unisco a voi nel rendere grazie a Dio, datore di ogni bene, per i buoni frutti prodotti in questi anni dal vostro Dicastero, ricordo con pensiero riconoscente tutti coloro che nel corso di questo secolo di attività hanno profuso le loro energie a beneficio dei consacrati e delle consacrate. La Plenaria della vostra Congregazione ha focalizzato quest’anno la sua attenzione su un tema che mi è particolarmente caro: il monachesimo, forma vitae che si è sempre ispirata alla Chiesa nascente, generata dalla Pentecoste (cfr At 2,42-47; 4,32-35). Dalle conclusioni dei vostri lavori, incentrati specialmente sulla vita monastica femminile, potranno scaturire indicazioni utili a quanti, monaci e monache, «cercano Dio», realizzando questa loro vocazione per il bene di tutta la Chiesa. Anche recentemente (cfr Discorso al mondo della cultura, Parigi, 12 settembre 2008) ho voluto evidenziare l’esemplarità della vita monastica nella storia, sottolineando come il suo scopo sia semplice e insieme essenziale: quaerere Deum, cercare Dio e cercarlo attraverso Gesù Cristo che lo ha rivelato (cfr Gv 1,18), cercarlo fissando lo sguardo sulle realtà invisibili che sono eterne (cfr 2 Cor 4,18), nell’attesa della manifestazione gloriosa del Salvatore (cfr Tt 2,13). Christo omnino nihil praeponere (cfr RB 72,11; Agostino, Enarr. in Ps. 29,9; Cipriano, Ad Fort 4). Questa espressione, che la Regola di san Benedetto riprende dalla tradizione precedente, esprime bene il tesoro prezioso della vita monastica praticata fino ad oggi sia nell’occidente che nell’oriente cristiano. È un invito pressante a plasmare la vita monastica fino a renderla memoria evangelica della Chiesa e, quando è autenticamente vissuta, «esemplarità di vita battesimale» (cfr Giovanni Paolo II, Orientale lumen 9). In virtù del primato assoluto riservato a Cristo, i monasteri sono chiamati a essere luoghi in cui si fa spazio alla celebrazione della gloria di Dio, si adora e si canta la misteriosa ma reale presenza divina nel mondo, si cerca di vivere il comandamento nuovo dell’amore e del servizio reciproco, preparando così la finale «manifestazione dei figli di Dio» (Rm 8,19). Quando i monaci vivono il Vangelo in modo radicale, quando coloro che sono dediti alla vita integralmente contemplativa coltivano in profondità l’unione sponsale con Cristo, su cui si è ampiamente soffermata l’Istruzione di codesta Congregazione « Verbi Sponsa » (13.V.1999), il monachesimo può costituire per tutte le forme di vita religiosa e di consacrazione una memoria di ciò che è essenziale e ha il primato in ogni vita battesimale: cercare Cristo e nulla anteporre al suo amore. La via additata da Dio per questa ricerca e per questo amore è la sua stessa Parola, che nei libri delle Sacre Scritture si offre con dovizia alla riflessione degli uomini. Desiderio di Dio e amore per la sua Parola si alimentano pertanto reciprocamente e generano nella vita monastica l’esigenza insopprimibile dell’opus Dei, dello studium orationis e della lectio divina, che è ascolto della Parola di Dio, accompagnata dalle grandi voci della tradizione dei padri e dei santi, e poi preghiera orientata e sostenuta da questa Parola. La recente Assemblea generale del Sinodo dei vescovi, celebrata a Roma il mese scorso sul tema La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa, rinnovando l’appello a tutti i cristiani a radicare la loro esistenza nell’ascolto della Parola di Dio contenuta nelle Sacre Scritture, ha invitato specialmente le comunità religiose e ogni uomo e donna consacrati a fare della Parola di Dio il cibo quotidiano, in particolare attraverso la pratica della lectio divina (cfr Elenchus praepositionum n. 4). Cari fratelli e sorelle, chi entra in monastero vi cerca un’oasi spirituale dove apprendere a vivere da veri discepoli di Gesù in serena e perseverante comunione fraterna, accogliendo pure eventuali ospiti come Cristo stesso (cfr RB 53,1). È questa la testimonianza che la Chiesa chiede al monachesimo anche in questo nostro tempo. Invochiamo Maria, la Madre del Signore, la «donna dell’ascolto», che nulla antepose all’amore del Figlio di Dio da lei nato, perché aiuti le comunità di vita consacrata e specialmente quelle monastiche a essere fedeli alla loro vocazione e missione. Possano i monasteri essere sempre più oasi di vita ascetica, dove si avverte il fascino dell’unione sponsale con Cristo e dove la scelta dell’Assoluto di Dio è avvolta da un costante clima di silenzio e di contemplazione. Mentre per questo assicuro la mia preghiera, di cuore imparto la benedizione apostolica a tutti voi che partecipate alla Plenaria, a quanti operano nel vostro Dicastero e ai membri dei vari Istituti di vita consacrata, specialmente a quelli di vita integralmente contemplativa. Il Signore effonda su ciascuno l’abbondanza delle sue consolazioni.

 

Pag 30 Teologhese, giù dal pulpito! di Giacomo Biffi

Il cardinal Biffi riflette sulle storture di certe «mode» linguistiche che oggi affliggono anche le omelie: «Prima di 'come' proporre le verità cristiane, preoccupiamoci 'che' siano davvero proposte»

 

Quando nei nostri ambienti si tratta e si discute di evangelizzazione, prevale oggi un’attenzione alla concreta realtà dei destinatari, giusta e lodevole in sé, che però talvolta si congiunge a un’ansia eccessiva di impadronirsi di un’adeguata capacità di comunicazione, col rischio che così ci si preoccupa un po’ meno della sostanza dell’annuncio e della sua integrità. Non è che sia sbagliato cercare in tutti i modi di raggiungere la mente e il cuore delle persone che ci avviene d’incontrare; e di riuscire anche a porsi efficacemente in un dialogo corretto con la cultura dominante e con la sensibilità più diffusa. Purché però non si indulga, anche senza volerlo, a quell’esagerato culto dell’attualità, che Maritain ha addirittura condannato come 'cronolatrìa'. Si trova qualche traccia di questo 'culto' persino in taluni 'vezzi linguistici' – per altro innocenti – del nostro linguaggio ecclesiale. Per esempio, durante la messa veniamo spesso invitati a pregare per gli « uomini del nostro tempo », come se qualcuno fosse mai tentato di raccomandare al Signore gli Assiro-babilonesi; o a impegnarci a vivere nel « mondo di oggi », contro il pericolo di sconfinare inavvertitamente nell’epoca carolingia. A me pare che il nostro problema non sia quello di essere 'moderni' (non abbiamo altra scelta, a meno che dicendo 'moderni' vogliamo intendere ' seguaci delle mode). Il problema previo e fondamentale è piuttosto di riuscire a fare attenzione a ciò che è eterno e a essere conformi al disegno di Dio. Quanto alla questione che qui ci interessa, vorrei proporre una prospettiva insolita, eppure di un certo rilievo. L’interlocutore del Dio che si rivela è l’uomo in quanto uomo, non l’uomo nelle sue determinazioni storiche: l’uomo di oggi, l’uomo progressista o conservatore, l’uomo scientifico o l’uomo letterato. Il destinatario dell’annuncio evangelico è l’uomo nella sua verità imperitura. Del resto, mirando non all’uomo di oggi ma all’uomo di sempre, si coglie ciò che resta sempre sostanziale e primario nell’uomo, anche nell’uomo di oggi. Proprio riflettendo sull’evangelizzazione nella sua natura perenne e nelle sue leggi intrinseche, si arriva a capire ciò che bisogna maggiormente avvalorare nell’annuncio cristiano, pur nell’annuncio cristiano del secolo ventunesimo. Proprio cercando di contemplare Cristo come è in se stesso, si può sperare di appurare che cosa sia Cristo per il mondo, anche per il mondo della nostra epoca. a riflessione sulla vita ecclesiale di questi anni mi ha portato a convincermi che la questione del 'come' – di solito privilegiata nei nostri dibattiti – è molto meno urgente e decisiva della questione del 'che'. Prima di domandarsi 'come' credere, bisogna verificare 'che' si creda; prima e più di 'come' annunciare il Vangelo, bisogna darsi pensiero 'che' si annunci effettivamente il Vangelo nella sua autenticità e nella sua interezza; prima e più che chiedersi 'come' parlare (per esempio) del 'mistero pasquale', dobbiamo accertarci 'che' la notizia della risurrezione di Gesù di Nazaret sia data a tutti in maniera efficace e persuasiva; prima e più di 'come' proporre le verità cristiane, è urgente preoccuparci 'che' le verità cristiane siano davvero proposte. Una volta che si sia data la giusta attenzione alla questione primaria (quella del 'che') si può e si deve affrontare anche la questione del 'come'. Il problema del linguaggio è rilevante, ma è secondario; il problema principale è quello del 'non linguaggio', vale a dire è quello di un mondo cristiano che è reticente nel presentare una concezione della realtà e un insegnamento esistenziale troppo diversi da quelli universalmente conclamati. Il problema principale è quello di recuperare la fede nella fede e nella sua capacità di toccare i cuori. Farsi capire è necessario, e perciò bisogna parlare con chiarezza e semplicità; ma la difficoltà maggiore non sta nel farsi capire. I nostri contemporanei non sono ottusi: quando si sentono annunciare che Gesù Cristo è risorto (cioè è passato dalla morte alla vita), comprendono benissimo di che cosa si tratta, perché anche i più sprovveduti sanno la differenza che intercorre tra un uomo morto e un uomo vivo. Quando li informiamo che esiste un Dio creatore che ci è padre; che la nostra esistenza è una decisione tra una salvezza definitiva e una perdizione senza ritorno; che la verità è una sola ed è quella che ci è stata rivelata dal Figlio di Dio, non fanno fatica a intendere quello che diciamo, anche se poi fanno fatica ad accettarlo. Il guaio è che ormai non se lo sentono dire con la trasparenza, la convinzione, il coraggio che ci vorrebbero. Ciò che potrebbe essere messo in discussione (qualora risultasse così 'datato' da essere incomprensibile ai più) sarebbe il linguaggio degli 'addetti ai lavori' in materia di teologia; ciò che riprovevole è l’uso del 'teologhese: cioè un modo di parlare e di scrivere che rifugge dalla chiarezza senza riuscire per altro a essere davvero sostanzioso e profondo. Ma se si usa il vocabolario e il fraseggio delle persone normali e dei comuni credenti si può stare sicuri che le effettive incomprensioni sono rare: gli ascoltatori che rifiutano l’annuncio evangelico, di solito non è perché non lo capiscono; è perché non gli piace. Una delle cose che mi impressionano di più è che al giorno d’oggi non è più l’eresia, ma è l’ortodossia a fare notizia. Oggi sempre più frequentemente ci si meraviglia da molti quando un papa o un vescovo dice ciò che la Chiesa ha sempre detto (e non può non dire perché appartiene al suo patrimonio inalienabile); come se fosse ormai persuasione pacifica che anche la Chiesa non creda più al suo messaggio di sempre. Talvolta in qualche settore del mondo cattolico si giunge persino a pensare che debba essere la divina Rivelazione ad adattarsi alla mentalità corrente per riuscire 'credibile', e non piuttosto che si debba 'convertire' la mentalità corrente alla luce che ci è data dall’alto. Eppure si dovrebbe riflettere sul fatto che 'conversione' non 'adattamento' è parola evangelica. La prima frase che Gesù pronuncia inaugurando il suo apostolato non è: « Il mondo va bene così come va; adattatevi al mondo e siate credibili alle orecchie di chi non crede »; ma è: « Il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo » (Mc 1,15).

 

CORRIERE DELLA SERA di venerdì 21 novembre 2008

Pagg 10 – 11 La clausura si apre al mondo di Gian Guido Vecchi

Oggi le suore usano Internet e il telefono, hanno colloqui senza grata. E nei monasteri cresce il numero delle novizie. Parla la badessa Anna Maria Canopi: «La Chiesa è donna e loro ne sono la testimonianza vivente»

 

Una testimonianza più unica che rara viene mostrata in queste settimane da «Sat2000» nei suoi film-documentari I passi del silenzio. Ma che sia davanti a un video o dietro una grata, al telefono o via internet, si finisce sempre per sentirsi come il giovane Holden quando, in piena fuga, incontra le due suore alla stazione centrale di New York: un po' intimiditi, affascinati e sorpresi. «Ma come, esistono ancora le monache di clausura?», si chiedeva Elena prima di diventare clarissa in Umbria. Altroché se esistono. Cala il numero di sacerdoti, calano religiosi e religiose, calano le nuove vocazioni, calano tutti quanti ma loro no, con buona pace della famosa «secolarizzazione». È la scelta più radicale e difficile, silenzio, preghiera, lavoro, «nulla anteporre a Cristo» e tutto questo «per sempre»: ogni giorno, dalle 4.50 (Mattutino, e le trappiste hanno la Levata alle 3.15) a Compieta (20.45), separate - almeno fisicamente - dal mondo. Eppure in Italia ci sono 545 monasteri di clausura e settemila donne che hanno scelto la vita contemplativa, quasi la metà tra benedettine e clarisse. Ci sono decine di siti internet frequentatissimi e foresterie da prenotare per tempo. Soprattutto, in base agli ultimi dati completi, si contano 447 giovani donne entrate in clausura tra «postulanti », ancora al primo passo, e novizie. Le novizie, in particolare, arrivano a 268 contro le 232 di cinque anni prima. E le testimonianze raccontano spesso di donne colte, laureate, professioniste, lettrici che possono spiegarti la vocazione con due versi di Montale, «perché tutte le immagini portano scritto: "più in là"!». Hanno pure il senso dell'umorismo, come suor Antonella di Bergamo, che nel sito del monastero domenicano di cui è badessa (www.matrisdomini.org) si presenta come «webmonaca» e risponde a una quantità di email, «le persone ci chiedono ascolto, condivisione, preghiera, soprattutto non vogliono essere giudicate ». L'ultimo censimento è del 2005 ma la tendenza è costante, il numero di nuovi ingressi non solo tiene, ma sale. «Non si può parlare d'una crescita massiccia, ma certo soddisfacente», riassumono al «Segretariato assistenza monache» del Vaticano, che raccoglie i dati ogni cinque anni e soprattutto aiuta le monache anziane e malate (offerte al c/c postale 241018). La scelta riguarda le donne come gli uomini, anche se «c'è la clausura normata, delle donne, e la cosiddetta clausura monastica maschile, per cui si esce solo se c'è bisogno: ma nessuno di noi osa chiamarla clausura», spiega il biblista Enzo Bianchi, fondatore e priore della comunità monastica di Bose. «Gli unici uomini ad avere una clausura rigida sono i certosini, ma è comunque mitigata rispetto alle monache». Non sono grandi numeri ma testimoniano di un fenomeno stupefacente, almeno a prima vista. Mai come in questi anni è cresciuta l'attenzione verso l'universo della taciturnitas, il «silenzio» della Regola di San Benedetto che nel VI secolo - dopo l'esempio di anacoreti e cenobiti orientali, e tra gli altri l'esperienza di Gerolamo e gli scritti di Agostino nel IV secolo - diverrà il canone del monachesimo occidentale. Proprio oggi la Chiesa, nella memoria della Presentazione di Maria al Tempio, ricorda le comunità di clausura con la giornata pro Orantibus. Del resto il maggior sostenitore di queste «oasi» del presente è proprio Benedetto XVI, «la vostra presenza nella Chiesa e nel mondo è indispensabile», ha detto domenica. Resta memorabile il discorso del Papa al Collège des Bernardins di Parigi, il 12 settembre, una ricognizione vertiginosa sulle radici della cultura europea e il ruolo decisivo del monachesimo nel custodire la cultura antica in quel «grande sconvolgimento» e formare la nuova. Ma questo grazie al fatto che «il loro obiettivo era quaerere Deum, cercare Dio». Oggi che Dio è il «grande Sconosciuto », concludeva, quella domanda è altrettanto necessaria. «Non a caso ha scelto il nome Benedetto - riflette ancora Enzo Bianchi -. Siamo in una situazione analoga a quando il monachesimo è nato: allora il paganesimo, oggi l'indifferentismo. Da questo punto di vista il Papa è un po' incompreso: in profondità non è assolutamente nemico della modernità, ma alla modernità vuole indicare il primato di Dio: e il monachesimo dice l'essenziale». Sarà per questo che anche l'attenzione cresce. Basterebbe il successo di un film come Il grande silenzio di Philip Gröning, girato tre anni fa nel monastero della Grande Chartreuse di Grenoble. Di libri come Clausura di Espedita Fisher (ed. Castelvecchi) con le sue decine di testimonianze preziose. E soprattutto della serie I passi del silenzio, di Ivano Balduini e Marina Pizzi, che per la prima volta hanno filmato dall'interno la vita quotidiana nei monasteri di clausura di cistercensi e benedettine, domenicane, trappisti e camaldolesi. Un'idea di Dino Boffo, direttore di Avvenire e della tv della Cei. Che ha attinto, sorride, a una memoria d'infanzia: «Il mio primo incontro con il mondo monastico fu grazie a Clausura, la celebre inchiesta radiofonica di Sergio Zavoli, ricordo ancora quell'astuccio blu di 33 giri che ascoltai nei primi anni Sessanta: il rumore d'una grata che si apre, i passi sul selciato, le domande e le risposte, una colonna sonora che mi ha accompagnato per tutta la vita». L'inchiesta televisiva prosegue, i documentari saranno riproposti in dvd. Volti, interviste, immagini che cercano con la stessa discrezione e sobrietà di «rispettare i ritmi del silenzio». Monaci che fanno legna, canti sacri, monache intente a tessere o dipingere icone sacre. E i veli bianchi delle novizie: «Si dimostra che non è addolcendo o facilitando il costo della chiamata che aumentano le vocazioni. Più il messaggio rimane integro e più c'è riscontro nelle persone, nelle anime», considera Boffo. Insomma, «non è che da noi arrivino giovani depresse, stanche di vivere, senza marito o un posto nella società », chiarisce suor Giovanna, domenicana e responsabile della formazione nel monastero «Santa Maria della Neve» di Pratovecchio, vicino ad Arezzo. «Sono donne impegnate e colte che a un certo punto del loro cammino avvertono un vuoto e scoprono di poterlo colmare donandosi totalmente al Signore. Se non hanno terminato gli studi le invitiamo a farlo, prima. Se no chiediamo: non ti spiace rinunciare alla carriera? La gente resta stupita, non capisce la scelta, la vede come una fuga dal mondo. Ma in realtà la vita contemplativa ci pone al centro di esso». In fondo «non è mai stata di moda, e proprio per questo non è mai passata di moda », spiegano le carmelitane scalze di Parma. Certo che arrivano donne sempre più consapevoli e colte, «anche in questo il monastero è uno specchio della nostra società». Possono cercare «il fascino della vita radicale, un po' come gli sport estremi», o credere in «una vita senza problemi, non pensando che in monastero portiamo noi stesse e il nostro mondo problematico ». Ma c'è poco da fare, «l'unica motivazione che tiene » è la stessa delle origini, «quella di San Paolo: per me vivere è Cristo».

 

«Si dicono troppe parole, c'è troppo rumore. Ciò che più manca al mondo è l'interiorità, la profondità: il silenzio».

Per questo cresce il numero di giovani che scelgono la clausura, madre?

«La scelta oggi è più consapevole e responsabile, una responsabilità che è dono della Grazia di Dio. Le vocazioni contemplative crescono in una società satura di frastuono, di superficialità, anche di volgarità. Si sceglie di impostare la vita su valori eterni, di tornare all'essenzialità, alla purezza, alla semplicità. Nel Vangelo Gesù dice: rimanete nel mio amore. Rimanete. Significa sostare, raccogliersi, non essere sempre in fuga». Anna Maria Canopi è fondatrice e badessa del monastero Benedettino di clausura «Mater Ecclesiae», nell'isola di San Giulio sul lago d'Orta. Arrivarono in sei nel '73, la piccola isola era abbandonata come l'ex seminario, oggi le monache sono più di settanta ed il luogo così ieratico e suggestivo che ne I numeri della sabbia di Roger Talbot, thriller fantareligioso che sta scalando le classifiche, diventa il centro dell'azione, con la superiora dipinta quale Custode dell'unica copia originale dell'Apocalisse. Ma la realtà sa essere più sorprendente, la vera badessa è una grande studiosa di Patristica, autrice di diversi libri di Lectio divina e spiritualità cristiana e monastica. Madre Canopi ha collaborato all'edizione della Bibbia Cei e del Catechismo. Ed è l'unica donna, con suor Minke de Vries, che sia mai stata chiamata a scrivere, nel 1993, le meditazioni per la Via Crucis del Papa. Al telefono la voce è fragile, sommessa, quasi disincarnata dall'ascesi. A Sat2000 ha mostrato un volto sereno e luminoso, seminascosto dal velo nero. «Il silenzio è espressione della nostalgia. Siamo come gocce di rugiada che anelano a ritornare nell'oceano infinito di Dio. Il Signore fa uscire dal silenzio tutto ciò che esiste perché quando si ama si dicono poche parole, e ci si dona».

Le testimonianze raccontano spesso di donne colte...

«Non è un caso: oggi sono veramente molte le donne colte che scelgono la vita claustrale perché la cultura, quando è seria, porta a scoprire i valori assoluti, il Bene assoluto che è Dio».

Lei disse: la Chiesa è donna e le donne «l'anima della Chiesa». Si pensa che le donne siano piuttosto ai margini. Cosa intendeva?

«Le donne sono in certo modo "l'anima della Chiesa" a somiglianza di Maria che vi è presente con cuore di madre, colma di amore.

Per questo anche tra gli apostoli Maria non ha funzioni particolari: è il tempio vivente dello Spirito Santo che è amore e anima tutta la Chiesa».

Perché la clausura femminile è più radicale?

«È un dono. Certo dipende dai singoli, ma la donna, forse per l'istinto materno, è portata alla dedizione totale, a compiere scelte di maggior sacrificio, nella gratuità».

Come essere sicure di una scelta «per sempre»?

«Chi entra in monastero ha in animo di donarsi per sempre; c'è tuttavia un periodo di formazione, il noviziato, nel quale si è aiutate a fare discernimento sull'autenticità della vocazione. Ci possono essere dubbi prima e dopo. Talvolta esistono motivi seri per non proseguire. Ma la vocazione che passa attraverso il crogiuolo della prova diventa più pura e forte».

C'è chi pensa alla clausura come una «fuga dal mondo» dettata dal pessimismo. Il mondo è messo così male?

«La società del nostro tempo è gravemente malata di superficialità, relativismo, instabilità, protagonismo, edonismo, consumismo e molti altri mali che denotano, loro sì, una concezione pessimista dell'uomo e della vita. Ha bisogno di una trasfusione di santità e ottimismo cristiano. Le comunità di vita contemplativa possono dare "pronto soccorso" offrendo il loro sangue purificato dalla comunione vitale con il Cristo».

Che rapporto avete con il mondo esterno?

«Sereni rapporti fraterni, accogliendo quelli che desiderano pregare con noi e approfondire la conoscenza di Dio ascoltando le Sacre Scritture. Noi non abbiamo né radio né Tv; non usiamo internet. Leggiamo alcuni quotidiani per assumere nella nostra preghiera le necessità di tutti, gioie e dolori».

Perché il mondo ha bisogno della vita contemplativa?

«Il monaco è colui che sta alla presenza di Dio per tutti. Nel silenzio e nella solitudine, nell'ascolto della Parola e nella preghiera, nell'umile amore oblativo, si può cercare e conoscere meglio Dio e testimoniarlo agli altri con una vita santa. E questo è possibile soltanto "nulla anteponendo all'amore di Cristo", per attingere da Lui la grazia divina che rende capaci di amare fino a dare la vita per tutti». Ride con tenerezza, Madre Canopi, mentre racconta che da piccola diceva a sua madre di desiderare almeno venti figli, «quando poi sono entrata in monastero la mamma mi fece: ma tutti quei figli? E io le ho detto: bè, ne avrò altri...».

 

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4 – MARCIANUM / ASSOCIAZIONI, MOVIMENTI, ISTITUTI E GRUPPI

 

LA NUOVA

Pag 12 Benedizione del pane in Duomo dedicata alle associazioni di volontari

 

Si è rinnovata ieri nel Duomo di San Lorenzo, la Benedizione del pane» che vede come protagonista l’associazione Benefica Imago, che quest’anno ha deciso di dedicare il rito ai volontari della provincia. Ma di volontari, in chiesa, ce n’erano pochi. La tradizione affonda le sue radici nel 1988. Il presidente Sergio Pisu, è stato sostituito dalla moglie, Loredana Michiel. Il pane benedetto verrà consegnato alla mensa dei Cappuccini. Assenti i vigili del fuoco a causa di una chiamata urgente. Presenti due suore della Cri.

 

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5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

IL GAZZETTINO

Pag 12 La crisi e la rivincita della finanza islamica di Livio Pauletto

 

La profonda, inaspettata crisi finanziaria che ha colpito i mercati finanziari dell'Occidente sta facendo riflettere su un sistema che era sembrato una delle realizzazioni umane più geniali del secolo scorso. Tahar Ben Jelloun osserva su L'Espresso che, prima del geniale marchingegno, il capitalismo faceva profitti attraverso l'acquisto e la vendita di merci, investendoli poi per rifare la stessa operazione allo scopo di ricavare un profitto ancor più grande. Oggi, invece, fa soldi mediante i soldi, e spesso questo denaro non esiste realmente, ma si finge che esista. Qualche giorno fa, alla giornata del risparmio, Giulio Tremonti ha sommessamente detto che si deve portare al primo posto l'etica e puntare sui valori e non sugli interessi. Ho sempre coltivato anche il filone della finanza islamica nella mia attività di ricerca universitaria. Anche se, in campo accademico, l'argomento è generalmente considerato niente di più di una curiosità. E perciò del tutto trascurato: la finanza occidentale, che prende le mosse dalla teoria del moltiplicatore dei depositi, resta la dominatrice della scena. La finanza islamica è un sistema che poggia sul divieto coranico di pagare e ricevere interessi, perché il denaro non produce di per sé altro denaro. È un principio etico presente anche nel cristianesimo, dove però col tempo si è perso, perché confuso e quindi sostituito dal divieto di praticare usura, che evidentemente è un questione diversa. L'eticità della finanza islamica va anche oltre il divieto di corrispondere interessi, prevedendo pure il divieto di finanziare attività immorali o considerate tali: produrre armi, droga, alcolici, carne di maiale e derivati. Ma la sharia, la legge islamica, vieta anche certi comportamenti in qualche modo attinenti alla finanza, come la speculazione. Eppure anche in alcuni Paesi islamici esistono le Borse valori. Dove però sono ammesse le sole negoziazioni per contanti, che sembrano escludere la possibilità di speculare, consentendo solo di investire o disinvestire. Ma niente strumenti derivati, niente futures, options, swaps. E niente assicurazioni, assimilate al gioco d'azzardo, vietato dalla legge islamica. Le banche islamiche esistono ed operano non solo nei Paesi musulmani, ma in tutto il mondo con le loro filiali all'estero. Sono banche che prestano denaro e ricevono depositi senza richiedere interessi ai debitori e senza pagare interessi ai depositanti. Ora in Occidente ci si avvia nella direzione di un mondo a tasso zero: i Paesi coinvolti nella crisi finanziaria riducono e riducono ancora i tassi ufficiali di interesse, non escludendo perfino di azzerarli. Un'esperienza, quest'ultima, da sempre peraltro seguita negli Stati Uniti, dove i depositi in conto corrente non sono remunerati, ed in Giappone dove la politica del tasso zero è durata dal marzo 2002 al marzo 2006. Banche islamiche che, ironia della sorte, in Occidente sono sempre state guardate con sospetto, per un malcelato timore che dovessero essere fragili e che il default di una di esse potesse propagarsi con effetto domino all'intero sistema finanziario del Paese dove si fossero insediate. Ma che ora risultano assolutamente immuni dal contagio della crisi che si è sviluppata nei mercati finanziari dell'Occidente.

 

CORRIERE DELLA SERA di venerdì 21 novembre 2008

Pag 1 Il fronte dei tagli. Ora trema l'Europa delle tute blu di Danilo Taino

 

No, non ci precipitano solo banchieri e bancari nel vortice in cui si sta avvitando l'economia del mondo. I bollettini, ormai, contano le prime vittime nell'industria, anche in Europa, là dove la manifattura non è mai stata snobbata a vantaggio della finanza. La tedesca Basf, primo gigante della chimica mondiale, che annuncia chiusure di produzione in ottanta fabbriche e tagli di attività in altre cento, con 20 mila lavoratori colpiti in diversa misura, è il segno drammatico della forza della prima recessione da quando esiste l'euro: ci fa sapere che il flusso di ordini per i suoi prodotti chimici dai settori delle costruzioni, dell'auto, del tessile è crollato, da settembre, a una velocità mai vista prima. Stragi di posti di lavoro, non più solo a Wall Street e nella City di Londra: ora, tra gli operai e gli impiegati. Ieri, la francese Peugeot Citroën ha annunciato il taglio di 3.500 posti e ha previsto che nel 2009 venderà il 10% in meno di automobili che nel 2008. La farmaceutica anglo- svedese, ma presente in tutta Europa, AstraZeneca ha annunciato una ristrutturazione che comporterà 1.400 licenziamenti e la chiusura di tre fabbriche, in Spagna, Belgio e Svezia. La britannica Rolls-Royce - motori per l'industria aerospaziale - taglierà duemila posti a causa del calo di ordini da parte di Airbus e Boeing. Oggi, domani, dopodomani arriveranno altre cattive notizie: le imprese, quasi tutte, cercano di correre ai ripari in una marcia che rischia di diventare una rotta. Fino a un anno fa, tagliavano posti per migliorare i profitti e le loro azioni salivano in Borsa, adesso tagliano per tentare di salvarsi e le azioni crollano. Da una estate a un inverno, senza mezza stagione. Attorno a Natale, i grandi produttori di auto tedeschi - Volkswagen, Mercedes, Bmw, Opel - chiuderanno gli impianti per qualche settimana: non si sa ancora quanto, perché le previsioni peggiorano ogni giorno. L'agenzia di rating Fitch prevede l'Europa in recessione per il 2009 e la ripresa solo a metà del 2011. Drammatico, se sarà davvero così. Vuole dire - calcola sempre Fitch che ne sarà colpito praticamente ogni settore. Per dire: le vendite di auto, secondo questa stima, caleranno almeno dell'8% quest'anno e del 12% il prossimo. Il fatto è che una Christian Streiff, amministratore delegato del gruppo Peugeot crisi del genere in un settore importante come l'auto significa l'inizio di un circolo vizioso. Markus Leitner di Fitch dice che i fornitori di componenti «saranno altamente vulnerabili a un declino sostenuto, dal momento che non hanno una flessibilità operativa e finanziaria sufficiente». E quello che vale per l'auto vale per gli altri grandi settori dell'economia: reazioni a catena in negativo.

Ieri, l'Istituto per la ricerca economica di Monaco ha annunciato l'indice Ifo sulla fiducia degli operatori mondiali: ha registrato una caduta di 60 punti, al livello più basso da 20 anni. Secondo il capo dell'Istituto, Hans-Werner Sinn, si tratta di «dati che indicano una recessione globale». Cosa che, per l'Europa, è una cattiva notizia doppia. La forza della sua maggiore economia, quella tedesca, ma anche di altre, italiana compresa, sta infatti nelle esportazioni: se la domanda mondiale crolla, crolla non solo l'economia europea ma, in qualche modo, anche il suo modello di business. Risultato: sempre ieri, un sondaggio di due istituti, uno di Berlino e uno di Manhheim, ha stabilito che i tedeschi sono i cittadini più pessimisti d'Europa: solo il 30% pensa che le sue condizioni di vita tra cinque anni saranno migliori di quelle di oggi. Ormai - brutto segno - è arrivata nel vocabolario quotidiano una parola nuova, deflazione, cioè crisi così forte da fare cadere i prezzi: secondo Factiva.com, tra agosto e oggi il suo uso, sui media, è quasi decuplicato.

 

LA REPUBBLICA di venerdì 21 novembre 2008

Voci e storie dei ricercatori in fuga: “Non ho più fiducia nella mia Italia” di Roberto Calabrò

Una buona preparazione universitaria, poi il vuoto quasi assoluto. Si "scappa" per avere spazio, ma tornare è quasi impossibile

 

Sono tanti i cervelli italiani in fuga. Ricercatori, dottorandi, laureati che frequentano master e specializzazioni post-laurea. Più che i numeri sono le storie a raccontare questo esodo che, di anno in anno, assume dimensioni sempre più consistenti. Nel suo articolo di due giorni fa per il nostro giornale, il premio Nobel per la Medicina, Renato Dulbecco, scriveva: "Chi vuol fare ricerca se ne va, oggi come ieri, per gli stessi motivi. Perché non c'è sbocco di carriere, perché non ci sono stipendi adeguati, né ci sono fondi per le ricerche e le porte degli (ottimi) centri di ricerca sono sbarrate perché manca, oltre ai finanziamenti, l'organizzazione per accogliere nuovi gruppi e sviluppare nuove idee". Una diagnosi terribile e impietosa, confermata dai duemila messaggi che i ricercatori italiani hanno lasciato sul nostro forum. Cervelli in fuga dall'Italia che hanno utilizzato la "bacheca" messa a disposizione da "Repubblica" per raccontare le loro storie, per esprimere lo sdegno e la rabbia nei confronti di un paese non ha saputo valorizzarli. E che li ha persi, forse per sempre. Fuggono i ricercatori italiani per le strutture inesistenti, soprattutto nel campo delle scienze e della tecnologia, per i fondi che mancano, per gli stipendi ridicoli, per un sistema di selezione che scoraggia i migliori e premia i raccomandati. Fuggono e se ne rammaricano, perché la preparazione di base della nostra università è ottima. Però, poi manca tutto il resto. Le storie, le testimonianze, i racconti arrivati al nostro sito descrivono tutto questo e mettono in mostra i sentimenti che albergano nei cuori di chi è dovuto emigrare. La delusione e la rabbia, su tutti. Un esempio è quello di Delia Boccia che definisce il suo lavoro all'estero un "esilio coatto", otto anni a Londra, uno a Ginevra: "In Italia non torno e non tanto per quei 1000 euro al mese, che mortificano più il frigorifero che l'orgoglio, ma perché l'Italia é un paese che non si merita più né la mia forza, né la mia passione, e tanto meno la ricchezza delle cose che faccio. Perché se fino a qualche anno fa era l'Italia a non credere in me, adesso sono io che non credo più all'Italia". Sono in tanti a raccontare la frustrazione di anni spesi nei dipartimenti delle università italiane a lavorare alacremente per poi vedere sforzi e studi vanificati da concorsi pilotati, con i nomi dei "predestinati" che si conoscono in partenza. O di dottorati al termine dei quali non c'è alcuna prospettiva di futuro e di carriera. E, allora, si lasciano amici e familiari e si parte in cerca di una chance. Come ricorda Sara Pinzi che scrive: "Ho un contratto di ricerca in un'università in Spagna, che mi permette pagare i contributi, l'affitto e crescere un bimbo piccolo. Qui in Spagna mi hanno dato qualcosa che in Italia non ho avuto: un opportunità". Non tutti si definiscono "cervelli in fuga". Rico Barsacchi è tra questi: "La mia non é stata una fuga: è stata la voglia di fare ricerca all'estero e di vivere fuori dall'Italia per un po' di tempo". Però, una volta sperimentate le possibilità offerte dalle università straniere, è difficile tornare indietro. "Se non torno è perché le condizioni di lavoro che ho qua (Max Planck Institute a Dresda) sono semplicemente introvabili in Italia: qui mi sono fatto una famiglia, ho due figli e guadagno relativamente bene", continua il ricercatore. E poi c'è chi all'estero è andato per caso ed è rimasto per scelta. Prendi Laura Parducci che da 14 anni vive e lavora in Svezia, prima ad Umeå, oggi ad Uppsala vicino Stoccolma: "Qui si avanti se si é competente e volenteroso e i giudizi, gli avanzamenti di carriera, gli ottenimenti di fondi per la ricerca sono quasi sempre dati in maniera imparziale da terze parti non interessate ed esterne. Perché mai tornare in Italia? Cosa offrirebbe questo paese ad una donna ricercatrice della mia età, con tre figli?" Sono tanti ad evidenziare le differenze enormi tra il sistema universitario degli altri paesi europei e il nostro. Non solo in termini di meritocrazia, ma anche di efficienza, di strutture, di metodi. Lorenzo Basso, un neolaureato che conduce il suo dottorato di ricerca a Southampton, non nasconde la sorpresa: "Faccio un colloquio telefonico (via Skype) e quattro ore dopo mi viene dato il posto! Impensabile in Italia". Chi si trova all'estero da tanto tempo vede trasformarsi la rabbia e lo sdegno iniziali in soddisfazione per avercela fatta con i propri mezzi, grazie alle proprie capacità, senza dover sottostare al barone di turno o dover ricorrere al sistema delle raccomandazioni. Non è soltanto il fattore economico a spingere a fermarsi, ma anche il clima di collaborazione tra colleghi, l'organizzazione delle università, le opportunità che vengono offerte. C'è uno stimolo continuo a crescere, a dare il meglio di sé. La nostalgia di casa, comunque, è forte. Il sole, il mare, i colori e i sapori dell'Italia rimangono sempre nel cuore. Alcuni non resistono e tornano. E c'è anche chi vorrebbe tornare e non ce la fa. E' il caso di Mario Pagano, un giovane medico napoletano che, dopo un'esperienza a New York, da quattro anni lavora all'Università di Cambridge: "Io e mia moglie vorremmo tanto tornare in Italia, ma non ci riusciamo". O di Gianluca Calcagni che lamenta: "Dal 2005 lavoro all'estero come ricercatore in fisica. Prima in Giappone, poi Regno Unito, ora Stati Uniti. Da allora sto cercando di rientrare ma é quasi impossibile. Mentre ogni anno all'estero ci sono centinaia di bandi di concorso, in Italia si contano sulle dita di una mano". E per i tanti che vorrebbero tornare, ce ne sono altrettanti, giovani e meno giovani, sul punto di andarsene. Come Roberto Orti, un chimico, che scrive: "Io non sono ancora andato ma sto preparando le valigie e partirò a breve per il Nord della Francia per raggiungere là la persona con la quale sono anni che tento invano di mettere su una famiglia qui in Italia. Lei è ricercatrice in Storia dell'Arte ed io laureato in chimica, ma in Italia questo non basta per avere degli stipendi decenti e un futuro dignitoso". Un altro cervello in fuga. Ahinoi, uno dei tanti.

 

LA NUOVA di venerdì 21 novembre 2008

Pag 27 E’ Marghera il nuovo polo del terziario

Il crollo della chimica lascia spazio a logistica e studi professionali. Solo il Vega ospita 170 aziende mentre nei capannoni operano 64 uffici di ingegneri e architetti 

 

Marghera. Porto Marghera non è più solo industria. Su 14.708 lavoratori, 7.010 (il 47%) sono dipendenti delle industrie manifatturiere mentre ben 7.698 (52,34%) sono addetti delle aziende dei servizi. Il dato interessante è che dei lavoratori del terziario 4.355 operano con ditte che non lavorano per le industrie, mentre sono solo 3.343 i dipendenti delle aziende che offrono servizi a Porto Marghera. I dati emergono dalla relazione del presidente, Lucio Pisani, ai soci dell’Ente zona industriale di Porto Marghera. L’ industria occupa ancora la maggioranza dei lavoratori (10.353 tra dipendenti e operai degli appalti su 14.708), ma il settore terziario cresce sempre di più, sopratutto grazie all’insediamento di 170 nuove aziende al Parco Vega. Leggendo i numeri da un altro punto di vista, l’industria sembra perdere colpi, perché gli addetti del terziario superano quelli del settore manifatturiero. Inoltre, la maggior parte dei lavoratori dei servizi si affacciano su mercati diversi da quelli dell’industria di Marghera. I dati, com’era prevedibile, confermano la grande concentrazione di lavoratori nella grande industria. Il settore con il solo 14,10% delle aziende di Porto Marghera dà da lavorare al 47% dei lavoratori dell’area, mentre i servizi con l’85,9% delle ditte assorbono il 52% degli addetti.  A proposito di questi dati, Gianluca Palma, direttore dell’Ente zona industriale, ha spiegato: «La novità dell’aggiornamento del dossier è che per la prima volta i dati relativi al terziario sono stati ottenuti con un censimento vero e proprio, per cui rispecchiano al 100% la realtà. Nel passato, invece, i numeri del settore non industriale erano ricavati da complessi calcoli statistici che di certo ci restituivano un dato non lontanissimo dalla realtà ma probabilmente non preciso al millesimo, come quello derivante dal censimento delle aziende e degli addetti». All’interno della categoria del terziario ci sono le attività legate ai settori più diversi, si va dalla logistica all’edilizia allo smaltimento dei rifiuti, ma ci sono anche gli studi di professionisti (ingegneri, architetti e commercialisti) e la ricerca scientifica. Naturalmente all’interno di alcune di queste categorie, come ad esempio la logistica, troviamo sia aziende che operano per le industrie di Marghera sia società che si rivolgono ad altri mercati. E’ interessante notare come il solo Parco scientifico e tecnologico Vega ospita 170 aziende del terziario che danno da lavorare a 1.084 dei 7.698 addetti totali del settore a Porto Marghera. Il Vega ospita la ricerca scientifica altamente specializzata, gli studi di professionisti, le sedi di Unioncamere, Confindustria ed altro ancora. Colpisce il fatto che in zona industriale ci siano 64 studi di architetti ed ingegneri con 306 addetti. «Sono situati - spiega il direttore dell’Ente zona industriale - soprattutto al Vega, in via della Pila e in via Fratelli Bandiera. Per quanto riguarda i professionisti che hanno trovato sede nella zona industriale, una parte lavora con un mercato internazionale mentre un’altra è impegnata sul territorio». Per quanto riguarda l’andamento cronologico degli addetti, è confortante la crescita dei lavoratori del terziario salito dai 6.302 del 2006 ai 7.698 dell’anno scorso. Se leggiamo i dati della chimica, invece, fa impressione notare che dai 14.233 dipendenti del 1965 si sia passati ai 1.842 del 2007. Questi sono i dati positivi e negativi, da cui partire per sfidare la crisi economica del momento.

 

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6 – SERVIZI SOCIALI / SANITÀ

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 23 novembre 2008

Pag V E in casa di riposo si arriva a novant’anni di Maurizio Dianese

Nella struttura di via Spalti a Mestre si eleva sempre più l’età media degli ospiti con conseguenti problemi di natura medico-assistenziale

 

Sempre più in là con gli anni. E sempre più acciaccati. Al punto che il 20 per cento degli ospiti ogni anno cambia. Perché passa a miglior vita, come si dice in questi casi. Insomma è sempre più Casa di riposo eterno, via Spalti. Per tanti motivi, noti a tutti. Motivi che hanno portato ad un allungamento notevole della vita e se una volta la Casa di riposo era un posto dove si passavano gli ultimi anni dell'esistenza, adesso ci si passa gli ultimi mesi. Per un certo verso bene, perché vuol dire che si è riusciti a stendere un sistema di protezione attorno ai nostri vecchi, tale da farli restare a casa fino all'ultimo.«Ci arrivano soprattutto dall'ospedale. Il 90 per cento dall'ospedale» spiegano gli assistenti sociali e gli psicologi dell'Antica scuola dei battuti. Loro si inventano di tutto per far stare meglio i nonni, ma resta il fatto che l'età media è di 82 anni e, come dire?, margini di recupero ad una certa età non se ne vedono facilmente. Se andassimo a guardare le statistiche, scopriremmo che vent'anni fa non era così. Adesso in via Spalti, nella Casa di riposo, non sono più una eccezione gli ultracentenari e ci sono tanti novantenni. Anzi tantissimi sui 247 non autosufficienti che vivono nella parte vecchia della struttura, più altri 104 che sono ospiti nella parte nuova, quella dedicata a Paolo Turazza e fatta a ferro di cavallo. 351 non autosufficienti che, comunque, riescono a star relativamente bene tra attività motorie e disegno, pet therapy e corsi di giardinaggio. E bisogna venir qui per capire quanto ci sia di vero nel detto che quando si è vecchi si torna bambini. Fanno tanta tenerezza queste ultranovantenni a proposito, la maggioranza dei ricoverati è rappresentata dalle donne - che colorano le figure, che giocano a far rimbalzare la palla o che imparano ad accarezzare il cane. Sono contente, passano la giornata in allegria. Insieme agli altri. In un posto pulito, colorato anche in questa passione per i colori, quanto gioca il fatto di tornar bambini? pieno di vita, che riesce a tener lontana la morte. Ecco, il meccanismo che sembra funzionare meglio di altri è quello del Centro diurno spiegano l'assistente sociale Facciolini e gli psicologi Malerba e Mayer con la responsabile della struttura Scotton - Vuol dire che l'anziano vive a casa sua, assistito magari da una badante o dalla famiglia e poi di giorno viene in via Spalti, dove si incontra con altri che come lui vivono la condizione della vecchiaia. Che non è una malattia, ma ci assomiglia molto. Perché è fragilità, la vecchiaia, bisogno degli altri, solitudine, senso di inutilità. E il peggior modo di manifestarsi non è nella malattia fisica, ma in quella mentale. Quando è demenza senile o Alzheimer.In via Spalti ci sono due Centri diurni, uno con 30 posti ma su turni di 4 mesi e quindi si arriva a 145 persone seguite nel 2007 per le demenze lievi, appena all'inizio e 10 posti che nel 2007 hanno significato 95 persone per Alzheimer gravi. Gravi vuol dire che il passaggio successivo è il ricovero nella struttura.Il Centro diurno con le sue tante attività, incredibile, ma vero riesce a rallentare il galoppo di una malattia devastante come l'Alzheimer che mediamente si porta via una persona in 5-12 anni. Una malattia in crescita esponenziale, che rischia di essere la vera malattia di questo secolo. «Siamo vicini all'epidemia» dicono psicologici e medici della Casa di riposo. Vuol dire che ne arrivano sempre di più e sempre più giovani anche sui sessant'anni. Iniziano a non ricordare più qualcosa e poi un po' alla volta si scopre che non ce la fanno a farsi la barba. Terribile.Ecco perché il presidente della Casa di riposo, Aldo Mingati, insiste su un punto: «Bisogna pensarci per tempo. È ora cioè di creare tante strutture diversificate per venire incontro a tutte le esigenze. Perché c'è chi deve essere ricoverato e chi è sufficiente che venga al Centro diurno tre volte la settimana. C'è chi può restare a casa e chi invece proprio non se ne parla di lasciarlo da solo. Ma attenzione che c'è sempre più bisogno di intervento medico e farmacologico, non basta più la nostra assistenza sociale. E in questo bisogna che la Regione e l'Ulss capiscano che si deve per forza spendere di più se vogliamo che i nostri vecchi vengano ancora assistiti e curati bene».

 

D'Artagnan, vieni qui D'Artagnan. Il labrador nero passa da una carrozzina all'altra, da una sedia all'altra. Poi si mette sul puf e si lascia accarezzare. Poi lo portano in giro per la stanza a fare una specie di salto ad ostacoli. Ci parlano, gli grattano la pancia e il sottogola, lui li annusa e li saluta leccando le loro mani.Si chiama "pet therapy" ed è una delle tante invenzioni-esperimento degli operatori della Casa di riposo di via Spalti. Chi è abituato a stare da solo, a non parlare con gli altri, entra facilmente in comunicazione con i cani, che poi fanno tanta allegria con la loro vivacità, la loro voglia di vivere, di muoversi, di correre.E' così che si istituisce un rapporto con gli anziani del Centro diurno Alzheimer della Casa di riposo.Con D'Artagnan lavorano in casa di riposo altri due cani, più piccoli, che vengono utilizzati per i malati più gravi: Perché così se li possono prendere in braccio.Sono i medici a quattro zampe di questo centro diurno che riesce a restituire il sorriso a chi, passati di un bel po' gli anta, si sente inutile. La pet terapy fa parte proprio di un filone di studio che la regione veneto sta sperimentando.

 

Maria 102 anni. Sono nata nel 1906. Ha visto due guerre mondiali ed ha rischiato di restare sotto qualche bombardamento C'era una bomba sopra il letto. Non è esplosa perché il materasso ha attutito il colpo. E' rimasta lì un bel po', poi siamo fuggiti a Roma. 25 ore di treno, me lo ricordo ancora. Oddio, non è che adesso ci si metta tanto meno Maria frequenta il centro diurno della casa di riposo di via Spalti e dire che è in gamba è dire poco. Devo stare in allenamento perché ho la casa da tenere. Attivissima, quando non è qui, si arrangia a fare tutto, "sennò chi mi prepara da mangiare? Un figlio, due nipoti e tre pronipoti, capita che sia invitata in casa ora dell'uno ora dell'altra a pranzo o a cena, ma è assolutamente autonoma ed indipendente. Quel che le piace del centro diurno è il fatto di trovarsi con gli altri. Si ride, si scherza, ci si dà appuntamento fuori per una pizza o una "partita di ciacole". Vedova da 45 anni, qui colora e fa le bambole, ma anche parla e scherza con tutti gli altri, che sono molto più giovani di lei, anche se non sembra. Ecco, Maria è un esempio perfetto di come la vecchiaia possa essere serena finché c'è questa che funziona dice Maria, indicandosi la tempia.

 

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7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

LA NUOVA di domenica 23 novembre 2008

Pagg 18 – 19 «La città Venezia - Mestre tornerà una capitale. L’incontro con l’Udc? E’ inevitabile»

Forum della Nuova con Massimo Cacciari

 

Un centrosinistra allargato all’Udc («Ne ho già parlato con Casini») e alle civiche, con Verdi e socialisti, ma senza Rifondazione e Pdci. Un ceto politico da rinnovare, con un Pd «sciolto nel sociale» e radicato nel territorio. E poi un bilancio dell’amministrazione e delle «cose fatte», a un anno dalle elezioni per il rinnovo di Ca’ Farsetti. Un quadro della politica nazionale e dell’amministrazione emerge dal forum che si è svolto nella redazione della «Nuova», a San Lio, con il sindaco Massimo Cacciari che per oltre un’ora ha risposto alle domande del direttore Antonello Francica e dei giornalisti. Si è parlato di Provinciali, Europee di primavera, Comunali del 2010. «Una cosa è sicura, io non mi ricandido», dice Cacciari, «ma lavorerò perché si trovi un candidato che incarni la vera novità e la città del futuro che stiamo costruendo». Il prossimo sindaco sarà scelto con le primarie. Candidature prima dell’estate, voto in ottobre 2009.

Sindaco Cacciari, manca poco più di un anno alla fine del suo mandato. Quali sono le cose più importanti che vedremo realizzate?

«Sono soprattutto i grandi progetti di cui si sta parlando. Il Quadrante di Tessera, con il nuovo stadio, il terminal e il nuovo Casinò; il palacongressi del Lido e le case a Sant’Elena, il recupero del vallone Moranzani e l’avvio del recupero delle aree di Marghera. Poi il museo di Mestre, l’area dell’ex Umberto I e i cantieri di via Torino. Infine, il primo mattone per la nuova piazza Barche».

Qualche progetto sarà anche concluso.

«Il people mover di sicuro, e speriamo anche la risistemazione di piazzale Roma. Ma purtroppo per i progetti complessi i tempi sono pazzeschi. Ci ho messo due anni per fare l’accordo su Tessera con la Save e la Regione, un anno e mezzo per il Vallone Moranzani, 4 anni per il Lido. Ogni progetto che prevede la concertazione di più enti allunga i tempi. Una burocrazia impossibile, il problema politico è il meno».

E’ la macchina che non funziona?

«E’ il sistema che non va più: bisogna semplificarlo se vuoi realizzare qualcosa di significativo. Se no ti devi accontentare di sistemare i marciapiedi».

E’ un problema di soldi?

«Non per i grandi progetti che ho citato, già finanziati. Per la manutenzione invece i soldi sono sempre meno».

Adesso c’è un ministro per la Semplificazione. Ma la situazione non migliora.

«C’è un terrore atavico al decentramento delle responsabilità. E dopo Tangentopoli la pulsione centralistica è aumentata. Per accelerare devi responsabilizzare, altrimenti i tempi diventano pazzeschi e in ogni momento c’è lo stop. A Venezia la situazione è ancora peggiore».

Il Passante invece è filato via liscio.

«Ma per piacere. Il problema era velocizzare il traffico in quell’area. Se avesse potuto decidere uno solo il problema sarebbe risolto da sei anni. Io avrei fatto il tunnel, Galan avrebbe fatto subito il Passante. Invece siamo andati per le lunghe».

Insomma non funziona.

«Se c’è un’opera complessa dobbiamo chiedere il commissario, altrimenti si blocca tutto. Siamo arrivati a questo punto, lo dovremo chiedere anche per il Lido, per qualunque cosa. E’ la resa della democrazia».

Per fare in fretta non si rischia di ignorare le istanze che vengono dal basso?

«Io voglio responsabilità precise. Il medico che sbaglia paga, se sbudella il paziente va in galera. Ma mica lo posso fermare prima dell’intervento. Lasciamolo fare e poi vedremo. Bisogna smetterla con questa mentalità controllistica e centralistica che blocca tutto».

Venezia è la città dei commissari. Fenice, moto ondoso, fanghi, Passante. Solo il Mose non ha avuto il commissario.

«Ma quello è l’esempio più deciso di commissariamento. Ha deciso uno solo, lo Stato».

La voce del Comune è stata ignorata.

«Ma almeno hanno fatto. Secondo me hanno sbagliato, io l’ho detto, ho votato contro. Ma in questo modo si è deciso. Se avrò ragione, e mi auguro di no, spero che qualcuno paghi i danni e si prenda le sue responsabilità».

Ma la strada per fare le opere non può essere quella del commissario.

«E’ evidente, questa è un’abdicazione a ogni democrazia, si elimina il dibattito. Ma bisogna responsabilizzare».

Qualche esempio.

«In materia Urbanistica oggi decide la Regione. Bisogna che in alcune materie specifiche come l’organizzazione del territorio e la fiscalità ci sia l’autonomia completa dei comuni. Poi chi sbaglia paga».

Alla luce degli ultimi avvenimenti lei crede ancora nel federalismo?

«E’ la nostra ultima spiaggia. Il sistema non funziona più, e così non si può continuare. Bisogna inventarsi qualcosa di nuovo, delegare».

Non sarà un’ulteriore moltiplicazione di spesa?

«Se è regionalismo sicuramente sì. Non è pensabile che invece di chiedere allo Stato chiediamo alle regioni. Deve passare questa logica di responsabilizzare i comuni nel reperimento delle risorse. Altrimenti si blocca tutto».

Come sarà Venezia tra dieci anni?

«Sono molto ottimista su questo. Ci sono molte realizzazioni in corso, si stanno avviando progetti di straordinartia importanza per miliardi di euro d’investimenti. Mestre sarà un asse fondamentale, di lì passerà il mondo. Abbiamo grandi possibilità».

Venezia e Mestre insieme?

«Ovvio. Anzi, Venezia-Mestre con il trattino perché le due città sono una cosa sola dal punto di vista amministrativo. Questo è ormai assodata, separare le due città non ha alcun senso. A Mestre lo sviluppo e la città storica, lungi dall’essere un ostacolo, è un branch eccezionale».

C’è il problema del turismo invadente e dello spopolamento.

«Il vero problema della città storica è di manutenzione e di tutela. In questo anche il turismo riveste un ruolo fondamentale. E’ successo anche altrove, a Siviglia con l’Expo. Nel Barrio gotico di Barcellona mica ci sono gli uffici».

Ma siamo attrezzati per affrontare l’invasione?

«Certo che no, soprattutto se arriveranno cinque milioni di turisti in più, i cinesi, gli indiani».

Colpa del Comune che non ha fatto i terminal?

«Forse. Ma anche i terminal non bastano. Il turista ha sempre meno tempo, e l’idea che venga a Venezia senza andare a San Marco è ridicola».

Allora che si fa?

«Bisogna pensare qualcosa di drastico. Chi viene e non prenota viene massacrato sul piano tariffario. Il numero chiuso non è pensabile. L’unico strumento reale in un’economia di mercato è aumentare drasticamente il valore della merce che, come Venezia, gode di una domanda così pazzesca. Governare i flussi».

Se ne parla da vent’anni almeno.

«Ma adesso abbiamo gli strumenti tecnologici per farlo. Puntiamo a un turismo di stralusso, ricco, che porti soldi e ingombri poco».

A che punto siamo?

«C’è l’accordo con le categorie, gli albergatori in testa, che sono più disposte a mettersi insieme per avere un servizio piuttosto che contribuire con finanziamenti a fondo perduto. Dobbiamo vedere in questo nuovo sistema di prenotazioni, a cui sta lavorando il vicesindaco Vianello, quanto sarà l’aggio per il Comune».

Il Comune si sostituirà alle agenzie di viaggio?

«Bisogna centralizzare il sistema. Anche se i tour operator, è chiaro, non saranno certo eliminati. Ma anche loro sanno che conviene a tutti aderire. Intanto partiamo, poi quantificheremo la resa».

Cosa cambierà il Passante nella vita di veneziani e mestrini?

«Può cambiare poco o tantissimo. Tantissimo se assumeremo pieno potere sulla tangenziale, che deve diventare una strada urbana

Porto e bonifiche. A che punto siamo? Il porto rivendica l’utilizzo di aree dismesse per pontenziare la parte commerciale.

«Se pensiamo a cos’era Marghera quindici anni fa molte cose sono state fatte. Oggi almeno non si inquina più. Quanto alle aree, la linea del Comune praticata in modo indisucutibile è questa: le aree di Marghera devono restare anche a produzione industriale e chimica. Ineos chiude qui e apre in Germania, mica in Africa. Esiste anche la chimica pulita. In ogni caso il Comune non sarà mai d’accordo con progetti che vadano a sbaraccare la produzione industriale e chimica per far posto ad altro».

La Sirma è già sbaraccata.

«Non è vero. Stiamo trovando un acquirente per i refrattari. E, ripeto, faremo di tutto perché quelle attività non chiudano».

Il vero problema è il costo della bonifica.

«Appunto. La bonifica deve essere in funzione dell’utilizzo. Un conto è se sopra ai terreni inquinati ci faccio un asilo nido, un altro se ci va un parcheggio per Tir».

C’è un vento di destra nel Paese. Come il centrosinistra veneziano si prepara ad affrontare i prossimi appuntamenti elettorali?

«Il problema sarà far vedere che questa idea di città nella sua concretezza realizzativa procede. Vedremo i cantieri del tram, la tangenziale con meno Tir. Ma non basta. Le elezioni le vinci anche facendo politica e, non solo strade e case».

Significa?

«Che ci vuole una forte novità anche dal punto di vista del ceto politico».

Più giovani.

«Beh.. bisogna pensare a qualcuno che rappresenti in modo credibile questa idea di città, di capitale del Nord Est che è davvero nuova. Se non hai novità anche nelle facce non ce la fai. Non è un concetto di destra, né di sinistra. La gente vuole sentire che viviamo epoche nuove. Per questo ha vinto Obama. Perché portava un messaggio nuovo e lo incarnava in modo credibile. Il Pd deve imparare questa lezione. Non basta il messaggio nuovo: ci vuole un ceto politico che lo incarni in modo credibile, radicato nel territorio. Obama e Mc Cain sono andati a prendersi i governatori e gli esponenti del governo locale, mica l’establishment di Washington».

Quali saranno le alleanze a Venezia?

«E’ impraticabile ogni riproposizione di alleanze con la sinistra. Non potranno esserci Rifondazione e i Comunisti italiani, se non con loro esponenti in altre liste».

Si rompe un’alleanza che durava dal 1992. Fuori anche i Verdi?

«Per loro il discorso è diverso. Ci devono essere, perché in questa città incarnano un patrimonio di conoscenze nel settore ambientale e del sociale. Come anche i socialisti, all’interno del Pd o da soli. E poi le liste civiche. Non la lista del sindaco, com’è stata quella di Tosi a Verona, ma movimenti legati alla società e ai movimenti».

A Venezia chi ci sarà?

Salvadori e il suo movimento, di sicuro. Poi una civica a Mestre, altre legate ai tanti movimenti che stanno nascendo e che si parlano anche con mezzi moderni. Una realtà che la poltica ha fin qui sottovalutato».

Poi c’è l’Udc.

«Mi auguro caldamente che questo avvenga. Non è un mistero che ne abbia parlato con Casini e con i vertici locali del partito. E’ un percorso coerente e in qualche modo anche ovvio. Venezia dovrà rappresentare un mini laboratorio, cosa che qui è sempre successa con anni di anticipo, di quello che avverrà in sede nazionale».

In che senso?

«Il governo Berlusconi bene o male durerà, arriverà a fine legilatura. L’Udc non entrerà a far parte di quella maggioranza. E in politica la strada è dettata dalle cose che succedono. Puoi deragliare, ma non cambiare strada, il binario è quello. Si tratta di percorrerla volentieri quella strada, di seguire il destino da liberi invece che da incatenati».

I suoi rapporti con Veltroni?

«Intanto non è affatto vero che è stato sconfitto alle elezioni. Per la prima volta la somma è risultata maggiore degli addendi. Ma poi doveva mettersi a organizzare il partito su base territoriale. Non ha fatto niente di tutto questo, si è messo a fare tackle con Berlusconi e questo non basta se sei in minoranza dappertutto».

Al Circo Massimo però Lei non è andato alla grande manifestazione.

«Mi pareva inutile, era solo un ricostituente della leadership, mettere i leader in prima pagina per qualche ora. Microprimarie tra di loro».

E’ matura un’alternativa a questo segretario?

«In questo momento non ci sono alternative a Veltroni. O sopravvive alle Europee e alle amministrative o si sfascia il Pd. Se lo mettano in testa, non esiste un altro segretario in questa fase. E D’Alema che è il più intelligente di tutti sa bene che non farà mai il segretario del Pd, non è neanche vero che voglia fare le scarpe a Veltroni. Ci sono nel partito sensibilità diverse, e poi non dimentichiamo l’elemento psicologico: gente costretta alla convivenza da trent’anni, sempre loro. Un incubo».

Dunque non cambia mai nulla.

«L’unica strada per rinnovarsi era quella di responsabilizzare, fare il partito del Nord. Un patto sulle grandi questioni e ognuno si arrangia, come succede in Germania, negli Stati Uniti. Cosa hanno in comune i democratici del Texas e di New York? Invece la politica si fa nelle solite stanze romane: si vedono sempre quelle quattro facce più una all’anno di cooptati. Così non c’è modo di rinnovarsi».

Il Pd ci sta provando?

«Bisogna che il Pd diventi un partito aperto, sciolto nel sociale. Bisogna aprire ai giovani, senza aspettare che vengano a bussare. Oggi non è più come quando eravamo ragazzi. Nel Pci discutevamo delle sorti dell’umanità, adesso nessuno più viene a bussare ai partiti».

Il dialogo per le riforme andrà avanti?

«Bah, è inutile. Le cose inutili non fanno male, anzi possono costituire un benefico effetto placebo».

Questa crisi cambierà qualcosa nella politica?

«Si può cambiare solo con il federalismo. Ci eravamo dimenticati che il capitalismo è contraddizione, non è in grado di autoregolarsi. I primi a invocare nuove regole del mercato adesso sono i superliberisti come Tremonti. I grandi conservatori sono sempre stati i più flessibili. Ancora una volta ci hanno battuto in velocità».

 

Cosa farà Cacciari nel 2010? «Tornerò a fare il professore». Le amministrative sono alle porte e il sindaco filosofo stavolta esclude nel modo più assoluta la possibilità di una sua ricandidatura. «Nel 2005 non avevo la più remota idea di vincere», confessa, «ho lavorato per formare il Pd, adesso lavorerò perché si affermi un nuovo ceto politico». Il sindaco di Venezia, nel 2010, sarà scelto con le primarie, nel novembre 2009. Proposta che Cacciari aveva fatto, inascoltato, anche quattro anni fa. Si vota nel 2009 anche in altri importanti comuni della Regione, in primo luogo a Padova, dove il sindaco uscente Flavio Zanonato per ora non è in corsa. «Ma Flavio deve restare», dice Cacciari, «se lui si ripresenta, al settanta per cento ce la fa, sono sicuro. Certo bisognerà chiederglielo. In questo modo, ripresentandosi unito, il centrosinistra ha buone possibilità di riuscire». A differenza di Sergio Cofferati, il sindaco neopapà che invece ha annunciato la volontà di non ripresentarsi a Bologna. «Questioni personali», ma forse anche altro, secondo Cacciari. «Col vento che tira», annota, «nulla è più scontato. E in molti grandi comuni i sindaci uscenti avranno qualche difficoltà a ricandidarsi». Per motivi «privati». Ma anche, insiste Cacciari, «perché sarà più difficile vincere».

 

Sindaco, se dovesse mandare un messaggio a Berlusconi cosa gli scriverebbe? Cacciari sorride: «Preferisco mandarlo a Tremonti. Adesso il bandolo ce l’ha in mano lui, è lui che decide. Gli chiederei prima di tutto di tradurre in pratica qualche elemento del federalismo fiscale.

Se ne parla parecchio.

«Se ne parla e basta. Il ministro la smetta con gli spot e mi dica qualcosa. Forse non si sono accorti in che condizioni siamo. Ci chiedano e noi risponderemo. Ma partano dai Comuni e non dalle Regioni, che sono pure invenzioni. Sono i comuni a stretto contatto con la gente e hanno, chi più chi meno, tutti gli stessi problemi».

Dunque, per concretizzare?

«Dico, ci avete fottuto l’Ici sulla prima casa, decine di milioni di euro in meno. Bene, almeno diteci: sul resto fate quello che volete».

Autonomia fiscale.

«Non solo. Ci hai tagliato i trasferimenti, e adesso dacci da gestire gli immobili demaniali che a Venezia abbondano, di cui non sai cosa fare. Sono là, inutilizzati, pensiamo all’Idroscalo di Sant’Andrea, un Diporto velico già pronto, diventerebbe il più importante del Mediterraneo. O i forti, gli ex conventi».

Una necessità per i Comuni.

«Eh certo. Tolta la crisi globale il federalismo fiscale è l’altra grande questione da affrontare. Mentre la Lega svanvera almeno tu, Tremonti, fai qualcosa».

 

Galan e Cacciari, grandi polemiche e grandi intese. Una rivalità tra il sindaco filosofo e il governatore di Forza Italia (presidente della giunta di palazzo Balbi dal 1994) che va avanti da anni. Picchi della polemica la candidatura di Cacciari al governo della Regione, nel 2000 e le polemiche sul Mose.

Sindaco com’è oggi il suo rapporto con il governatore?

«Dal punto di vista amministrativo, perché altri rapporti non ne ho, i temi difficili sul tappeto sono stati affrontati con serietà e collaborazione. Così per il Quadrante di Tessera, la crisi degli enti lirici, il Lido, il Vallone Moranzani».

Mose a parte.

«Sì, anche se pure quel tema è stato affrontato con la massima trasparenza. Mica posso continuare a fare le barricate, ho preso atto che tutti i governi erano favorevoli a questo progetto, ho fatto mettere a verbale che mi auguravo che lo Stato non avesse buttato a mare 4 miliardi di euro. Staremo a vedere».

Galan potrebbe candidarsi a sindaco per il dopo Cacciari?

Non credo proprio».

Sarà riconfermato a capo della giunta regionale?

«Una sua riconferma con l’attuale maggioranza mi pare da escludere, più facile che faccia il ministro. Per i patti con la Lega il Veneto - più che la Lombardia, troppo importante per Berlusconi - toccherà alla Lega. Zaia sta scaldando i muscoli».

 

Pag 21 Basilica della Salute, ancora folla e devozione di Nadia De Lazzari

Migliorano le condizioni di mons. Meneguolo 

 

Venezia. Il pellegrinaggio di popolo alla Madonna della Salute continua. «Quest’anno l’affluenza è stata molto alta, anche oggi il flusso della gente è sostenuto», spiegava ieri monsignor Lucio Cilia, rettore del Seminario e della Basilica. Don Fabio Tonizzi, direttore dell’Istituto superiore di scienze religiose al Marcianum, spiega le motivazioni dell’elevato numero di pellegrini, veneziani e non: «In questo contesto di secolarizzazione non mi crea sorpresa. La festa è tipicamente umana. Essa fa esprimere l’animo religioso della gente che si manifesta in gesti semplici. Le persone hanno bisogno di affidarsi e di avere speranza». Intanto sono migliorate le condizioni di salute di monsignor Antonio Meneguolo, delegato patriarcale per i beni culturali, che due giorni fa è stato ricoverato d’urgenza in terapia intensiva all’ospedale santi Giovanni e Paolo. Il presule durante la messa solenne aveva accusato un dolore toracico, intenso e prolungato, della durata di almeno mezz’ora. Dal nosocomio monsignor Meneguolo ringrazia per l’interessamento e dice: «Tornerò a casa nei primi giorni della settimana». In città tutto è filato liscio, ma non senza qualche disagio. Il muranese fra’ Igor Barbini, dei padri domenicani dei santi Giovanni e Paolo, segnala le limitazioni del servizio di vaporetto nella tratta calle Vallaresso-Salute adottata dall’azienda Actv: «Tale decisione ha costretto numerose persone, anche anziane, ad allungare il loro itinerario a piedi per attraversare il ponte votivo e giungere alla meta». La Salute fa commuovere. Una coppia di Dresda sosta davanti alla gradinata, tra le mani una candela: «Cantiamo alla Fenice e nelle chiese. Questo tempio è incantevole». Oggi la Basilica rimane aperta dalle 9 alle 19,30. Le messe si susseguiranno ad ogni ora fino alle 19 con il canto dei vespri.

 

Pag 25 A Natale niente cenone e meno regali

Uno su tre rinuncia alle ferie, il 20% alla consueta abbuffata di fine anno. Un sondaggio web dell’Adico conferma la crisi nei bilanci familiari 

 

Per i mestrini quello alle porte è un Natale fatto di rinunce. Chi salterà il classico pranzo del 25 dicembre o il cenone della vigilia. Chi non andrà in montagna. Chi «sorvolerà» sui regali, soprattutto quelli per gli amici. In tempo di crisi bisogna stringere la cinghia. Dunque - come rivela un sondaggio dell’Adico che ha visto la partecipazione di circa 2.500 persone, in particolare residenti sulla terraferma - le famiglie mestrine quest’anno sono pronte a ulteriori sacrifici per salvare il bilancio mensile. Non c’è dubbio. «Si preannuncia un Natale magro sul fronte dei consumi per i veneziani - spiega Carlo Garofolini, presidente provinciale dell’associazione - con le tredicesime impiegate per il pagamento delle bollette o la rata del mutuo». E poi l’assicurazione Rc auto, le spese per la macchina, i conti in sospeso, resta davvero ben poco margine di manovra. Il sondaggio si svolge sul sito Internet dell’Adico (www.associazionedifesaconsumatori.it) e contempla cinque possibili risposte alla domanda «Natale 2008: a cosa rinunci per risparmiare?». «A quanto pare - commenta Garofolini - il sacrificio maggiore lo farà in particolare chi fino all’anno passato era abituato a trascorrere le ferie in montagna. Un terzo di quelli che hanno partecipato al sondaggio dichiara che nel 2008 non avrà questa possibilità». Le vere difficoltà della famiglie mestrine, però, sono testimoniate dalle altre percentuali. Fra chi è intervenuto, oltre il 20% dichiara che rinuncerà al pranzo di Natale o al cenone della vigilia. Un altro 22% non comprerà i regali agli amici. Gli acquisti tecnologici fanno ancora gola e solo il 13% snobberà quest’anno per necessità l’hi-tech. Per quanto concerne invece l’abbigliamento, il trend è consolidato da tempo. Per molti capi si attenderà il periodo dei saldi invernali 2009, che giunge poco dopo il Natale. «Il 13% dei mestrini intervenuti al sondaggio dichiara che per i vestiti rinvierà l’acquisto - spiega Carlo Garofolini - in periodo di crisi è proprio l’abbigliamento a essere tagliato per primo». Assurdo, dunque, programmare i saldi invernali a gennaio, «perché ovviamente tutto questo raggela i consumi nel settore moda proprio a dicembre. A questo punto sarebbe meglio liberalizzarli». La situazione resta molto difficile. E sono soprattutto i commercianti mestrini a lanciare gridi d’allarme. «Quest’anno lo shopping sarà dettato dalla prudenza - continua il presidente dell’associazione provinciale - le condizioni finanziarie delle famiglie continuano a pesare sulla propensione di spesa; l’atteggiamento dei consumatori è quello di guardare al Natale con la speranza di uscire presto dalla crisi». Per animare un po’ le serate prenatalizie, l’amministrazione comunale assieme alle associazioni di categoria organizza anche quest’anno «A Natale è Mestrepiù», dal 6 dicembre all’Epifania. Un tentativo di risollevare le sorti del commercio proprio in questo che si annuncia come il dicembre più duro degli ultimi anni. Si parte appunto sabato 6 con l’inaugurazione della pista di pattinaggio in piazzale Candiani. L’8 dicembre il mercatino della solidarietà in piazza Ferretto. Dal 9 all’11, sempre in piazza, l’esposizione dei Cioccolatieri d’Italia. Dal 12 al 24 in tutta la zona del centro il mercatino di Natale. Tutte le domeniche di dicembre mercato straordinario in via Fapanni e in via Allegri, mentre dal 26 al 30 dicembre, sempre in via Allegri, il mercato enogastronomico «Bell’Italia».

 

I più fortunati se ne andranno al caldo: ai Caraibi o a Sharm El Sheik. Ma per molti mestrini abituati a «emigrare» durante le festività natalizie questo è l’anno dell’austerity. La conferma giunge proprio dalle agenzie di viaggio del territorio. Le prenotazioni sono in netto calo rispetto all’anno passato. In percentuale, il decremento secondo gli addetti ai lavori si può calcolare in una forbice compresa fra il 10 e il 25%. Nella peggiore delle ipotesi, dunque, un quarto delle famiglie che prendevano l’aereo o la macchina per andare in vacanza, resterà in città, per un Natale all’insegna del risparmio. «Le capitali europee vanno ancora - rivela Maurizio Turcato, titolare dell’agenzia Free Space Travel - ma sono in calo. In ogni caso più di qualcuno preferisce raggiungerle in macchina piuttosto che spendere i soldi per l’aereo». Chi va al caldo sceglie le mete più vicine. «Massimo 4 o 5 ore di volo - continua Turcato - per esempio, l’Egitto. Nessuno però vuole spendere più di mille euro a persona». In questi giorni «sono molti quelli che chiedono informazioni - racconta ancora il titolare delle Free Space Travel - ma alla fine le prenotazioni sono inferiori del 10% rispetto all’anno passato. Se qualcuno decide di partire, lo fa dopo l’Epifania, visto che i prezzi scendono». Fra le mete dei pochi mestrini che lasceranno la città, oltre alla solita montagna, anche gli agriturismo. In ogni caso, l’approccio con la stessa agenzia da parte dei potenziali clienti è molto cambiato. «Una volta c’era più decisionismo - dicono dalla Ventour - ora la gente chiede mille informazioni, valuta con grande attenzione tutti i costi. La crisi? Si sente, c’è poco da dire. Quest’anno il calo delle prenotazioni ruota attorno al 20%». Per alcuni addetti ai lavori del territorio, però, addirittura un quarto delle famiglie abituate a partire per le vacanze resterà adesso a casa, puntando magari sulla più economica gita fuori porta. «Il peggio deve ancora venire - avvertono da alcune agenzie di viaggio mestrine - il 2009 si appresta a essere un anno ancora più del 2008».

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 23 novembre 2008

Pag XIII Da San Vincenzo al ristorante della Curia (lettera di Mario Mainardi - Venezia)

 

È un San Vincenzo che, dati i tempi, si sa ben adeguare alle esigenze attuali: la mensa per i poveri di una volta, va giustamente ridimensionata, mirando ad una carità un po'... più "pelosa", se vogliamo. Cosa dovrei chiedere all' Oste? Certamente almeno buoni prezzi che, peraltro, non siano in concorrenza sleale, visti i numerosissimi esercizi presenti nella cosiddetta "Area Marciana". Certo che, come mi disse una volta un prelato, i conti devono quadrare: la Carità, invece, può attendere. Poveri noi, pecorelle veramente smarrite!

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 23 novembre 2008

Pag 10 Battaglia all'ultima cena, ristoratori contro la Curia di Alessio Antonini

Vicino a San Marco apre il locale gestito dal Patriarcato. «Così chiudiamo». Meneguolo: lavoro per tutti. La «mensa» a prezzi modici accoglierà più di 120 pellegrini al giorno. Si affianca a quattordici strutture di accoglienza

 

Venezia - Arrivano ogni anno in migliaia a piazzale Roma, a Santa Lucia o al Marco Polo. Hanno trolley, valigie e macchine fotografiche appese al collo. Parlano lingue diverse, girano per Venezia con espressioni stupite, ma non sono semplici turisti. Sono pellegrini, come quelli che attraversano mezzo mondo per visitare la Basilica di San Pietro a Roma, per ottenere la grazia al santuario di Lourdes o per guadagnare l'indulgenza plenaria a Santiago di Compostela. Un esercito silenzioso che invade la città lagunare appoggiandosi alle quattordici strutture della curia o dei tanti enti religiosi nascosti tra calli e campielli. A queste la stessa curia ha deciso di affiancare un nuovo ristorante: a partire da gennaio, il vecchio Acquarium in calle degli Albanesi si trasformerà in una mensa a prezzi modici in grado di sfamare oltre centoventi pellegrini al giorno. Un nonnulla per i numeri del turismo veneziano, ma comunque abbastanza per suscitare le ire dei ristoratori della zona che non hanno mandato giù l'idea di avere un nuovo e potente concorrente proprio in previsione di un mi nor afflusso di turisti. «Abbiamo già dovuto abbassare il prezzo del menù completo a dodici euro perché i turisti non spendono più un soldo - dice Anna Chinellato dell'omonima trattoria - ci mancava solo il ristorante della curia. Se mi porta via clienti dovrò licenziare i miei dipendenti e poi dove andranno? A mangiare dai preti?». Non diverso il tono delle risposte degli altri ristoratori. Alla Trattoria dai Dogi, a due vetrine di distanza dalla mensa della curia, non ne vogliono nemmeno sentir parlare. «La situazione è questa», e indicano il ristorante semivuoto con un gesto della mano, poi allargano le braccia. Poco più in là un gruppo di giapponesi riempie il ristorante Trovatore. A gonfie vele? «Macché, oggi è solo un caso. E la curia non ha ancora aperto ». La rabbia dei ristoratori serpeggia in campo Santi Filippo e Giacomo e fino a calle delle Rasse senza fermarsi. «Mi dispiace che siano arrabbiati - chiosa il delegato patriarcale monsignor Antonio Meneguolo - ma c'è lavoro per tutti nonostante la crisi. E poi la nostra mensa non ruberà clienti agli altri ristoranti perché è destinata prevalentemente ai gruppi di pellegrini e ai sacerdoti in visita che comunque non vanno nei ristoranti destinati ai turisti». La maggior parte dei pellegrini infatti viaggia in gruppi che non si mescolano ai normali flussi turistici e si rivolge prevalentemente alle strutture ricettive che fanno capo alla diocesi. A Venezia ce ne sono quattordici tra conventi, palazzi e ostelli di varie dimensioni per un totale di quasi duemila posti letto. Come per la mensa, i prezzi sono più o meno modici: vanno dai dodici euro per una brandina nell'istituto delle suore Canossiane alla Giudecca ai centosettantacinque euro per una quadrupla nella Casa Sant'Andrea nei pressi di piazzale Roma. Poco importa comunque quanto si spende: gli ostelli legati alla diocesi sono sempre pieni d'estate e d'inverno perché il turismo religioso, come quello di lusso, è un settore che non conosce né crisi né bassa stagione. Lo testimoniano l'ostello di Santa Fosca già prenotato per tutto il mese prossimo o la Casa Cardinal Piazza che ha pochi posti ancora disponibili. A vedere il successo degli alberghi non ci sono dubbi sulla capacità di attrarre clienti da parte della mensa. E se nessuno mette in dubbio le buone intenzioni della curia, più di qualcuno è pronto a dubitare che se posti come casa Monsignor Caburlotto o il patronato Leone XIII possono offrire aria condizionata, sala Tv e Internet Point, è difficile che ai pellegrini che vanno al nuovo ristorante non si mescoli qualche turista puro e semplice.

 

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IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 22 novembre 2008

Pag II Dalla scuola ai funerali, una valanga di aumenti di Michele Fullin

La stangata maggiore riguarderà il trasporto funebre: in centro storico si passerà da 200 a quasi 500 euro. Ecco, voce per voce, tutti gli aggravi previsti per le famiglie

 

Gli aumenti, come le disgrazie, non vengono mai da soli. Così, mentre una parte delle famiglie veneziane (di laguna e di terraferma) si appresta a un 2009 di sacrifici per far quadrare i conti, si prospetta una raffica di aumenti nei canoni dei servizi pubblici svolti dal Comune. Per carità, anche Ca' Farsetti ha gli stessi problemi che hanno molte famiglie e tante piccole imprese e tutto sommato gli aumenti sono per lo più "adeguamenti" all'inflazione dopo anni di inerzia. È così, ad esempio, per il ticket delle mense scolastiche, che era fermo da tredici anni e che aumenterà di cinquanta centesimi. In ogni caso, bisognerà prepararsi ad uno stillicidio di piccoli aumenti che, alla fine potranno incidere sensibilmente sul portafoglio del cittadino. Con un distinguo: il Comune si è impegnato a mantenere la spesa per i Servizi sociali ai livelli di quest'anno e, trovandosi a livelli di eccellenza in campo nazionale, si tratta di un servizio di tutto rispetto a favore delle famiglie meno abbienti.

RETTE ASILI - Per l'assessore Annamaria Miraglia sono "tra le più basse d'Italia" e, soprattutto, sono agganciate alle indicazioni del reddito dichiarato che valgono la carta su cui sono scritte. In ottobre, dopo una lunga vicenda fatta anche di contenziosi, la Giunta ha licenziato la delibera di modifica del Regolamento che consentirà l'indicizzazione al reddito Isee, che tiene conto anche del patrimonio e di altri parametri importanti.

MENSE - Si pagavano 2 euro e 69 a pasto nella scuola dell'infanzia, dal primo gennaio se ne pagheranno 3 e 20, mentre gli alunni della scuola primaria pagheranno da 2.94 euro a 3.45.

FUNERALI - Da dicembre aumenterà la tariffa del trasporto funebre. In terraferma sarà 271 euro (in precedenza era di 135 euro nei giorni feriali e di 174 nei giorni festivi), in centro storico la tariffa massima sarà 487 euro (in precedenza era di 162 euro nei giorni feriali e di 215 nei giorni festivi).

IGIENE URBANA - La tariffa per l'asporto dei rifiuti aumenterà del 3.47 per cento.

COSAP - Il canone per l'occupazione di spazi pubblici (suolo e acque comunali) aumenterà del 5.25 per cento dopo due anni di calma.

PUBBLICITÀ - Il Cimp dovrebbe aumentare della medesima misura della Cosap, dovendo essere adeguato all'indice Istat.

PARCHEGGI- Il costo per i residenti dovrebbe rimanere invariato.

TAXI ACQUEI: Le nuove tariffe sono già in vigore e richiedono l'utilizzo del tassametro. Il costo a minuto è di un euro e 80 al quale si aggiunge un diritto di chiamata di circa 13 euro. C'è chi li ha considerati un rincaro e chi, come i tassisti, che lo considerano una diminuzione.

TARIFFE TURISTICHE - Qui cambierà tutto. Con il sistema delle prenotazioni come incentivo ideato dal vicesindaco, il costo di vaporetti, musei, Ztl bus e forse anche Alilaguna e Fusina (l'accordo non è ancora stato fatto, ma solo auspicato) aumenteranno del 30 per cento nei periodi di punta. Di contro, la maggiorazione per la bassa stagione sarà solo del 5 per cento. Chi arriverà senza prenotare i servizi attraverso il portale "Venice connected" potrebbe rischiare di non entrare, ad esempio, a palazzo Ducale. Quanto alla tassa si soggiorno, che è stata "rispolverata" a parole, al momento non se ne sa nulla se non che in Comune molti assessori sono rimasti spiazzati dalle dichiarazioni di Luana Zanella (assessore alla Cultura) e che gli albergatori sono contrari ad una sua reintroduzione.

 

Pag XI Festa della Salute, “assalto” alla basilica di Michele Fullin e Davide Calimani

Il patriarca: “La crisi ci insegni ad essere più sobri. E Venezia diventi un esempio di unità tra antico e moderno”. Lunghe code ai banchi di dolciumi, ma si spende meno

 

Come al solito, la giornata della Salute è stata una vera e propria invasione. Veneziani provenienti non solo da ogni parte del territorio comunale, ma anche da fuori regione, si sono dati appuntamento nella Basilica per una preghiera alla Madonna e per accendere un cero auspicando un'intercessione per tutti i loro cari. Fin dalla prima messa, quella officiata dal Patriarca Angelo Scola, si sono verificate code all'ingresso e grandi assembramenti all'interno. Per i pellegrini arrivati da San Marco, Arsenale, Giardini, Sant'Elena e Lido c'era una brutta sorpresa (anche se segnalata da Actv): i vaporetti provenienti da quelle zone non fermavano alla Salute, ma all'Accademia, costringendo la gente (soprattutto anziani) a rimettersi in coda per prendere gli affollatissimi mezzi provenienti da piazzale Roma. «Questa è proprio la festa di tutti i veneziani - ha osservato quasi commosso l'assessore alla tutela delle tradizioni Augusto Salvadori - e la festa dell'unione delle famiglie. È bello pensare che tutti i veneziani sono coagulati dalla la preghiera e dal rito dell'accensione di un cero». Qualche problema alla viabilità alle Zattere si è verificato attorno alle 10, quando la rampa installata sul ponte che porta ai Magazzini del Sale si è spostata creando intralcio alla circolazione, in quanto parte del ponte è stato chiuso al transito. Sono intervenuti i vigili urbani e la ditta incaricata di sistemare il problema, ma per alcune ore il passaggio è stato rallentato e si sono formate lunghe code ai piedi del ponte. L'omelia del Patriarca è stata caratterizzata dal tema della crisi economica, che preoccupa la maggior parte delle famiglie, ma anche al ruolo di Venezia nell'Italia e nel mondo. «Tanti - ha detto il cardinale Scola - sono i segni dell'innesto del nuovo nell'antico, che vincono lo sterile e così diffuso lamento. Che la Madonna ci insegni a trovare le energie affinché la nostra città sappia gestire la sua eccezionalità e diventare un esempio per l'Italia e il mondo». Ma è la crisi e la preoccupazione che questa desta nella gente ad occupare circa metà dell'omelia, che ha seguito l'episodio delle Nozze di Cana così come ce lo ha raccontato l'evangelista Giovanni. «Spero che questa crisi - ha detto il Patriarca - possa mettere in moto un ripensamento dei nostri stili di vita orientandoli verso una sobrietà che sappia usare con distacco tutti i beni materiali e spirituali. Il che non significa rinunciare agli standard che abbiamo raggiunto, ma praticarli in modo sobrio, consapevoli che non siamo da soli nel mondo. E la strada che conduce a questo è la solidarietà». E poi un richiamo al principio di equità, perché non siano chiamati, come è purtroppo accaduto troppe volte, solo gli ultimi a pagare il conto. «Non dovremmo mai dimenticarci - ha proseguito - che tutto ciò che abbiamo ci è dato in uso: il denaro è uno strumento, non un fine. Lo Stato non può sottrarsi ad un intervento di emergenza, necessario per interrompere la catena della crisi. Quel che si pone è senza dubbio un problema di efficienza, che ha però un imprescindibile risvolto etico di equità. Qualunque crisi, infatti, è costosa da riassorbire. Allora l'intervento pubblico riguarderà per forza di cose l'interrogativo circa il chi e il come verranno sostenuti i costi della crisi. Un "buon" intervento dello Stato - ha concluso - saprà distribuirli, nel tempo e fra i diversi gruppi di cittadini, meno iniquamente di quanto sarebbe accaduto per l'effetto diretto della crisi. In una parola: si deve evitare che la crisi venga scaricata sugli anelli deboli della società civile».

 

Come da tradizione, a qualche bambino è volato via il palloncino appena comprato. Così, il cielo grigio che ha accompagnato la Festa della Madonna della Salute è stato parzialmente colorato da piccole sagome di animaletti volanti. Mentre i bambini, orfani del palloncino, hanno affogato il loro pianto in enormi stecche di zucchero filato, migliaia di persone hanno riempito per gran parte della mattinata l'interno e l'esterno della chiesa. Un flusso di persone ininterrotto che, regolato da decine di vigili urbani, è proseguito fino quasi all'ora di pranzo. Persone di ogni età, famiglie al completo e pochi turisti, hanno comprato, come vuole la tradizione, migliaia di candele da accendere in chiesa per rendere omaggio alla Madonna. «Speriamo che questo cero auspica un signore di circa settant'anni ci dia un po' di pace. Non ci sono più soldi e tutto sommato, non sapendo più quale possa essere un buon investimento, tanto vale acquistare una candela e sperare». «Non c'è più pane interviene la signora Annalisa per questo la gente torna a pregare, è così da sempre. In assenza di certezze materiali la fede è tutto ciò che ci resta». Malgrado in molti facciano riferimento alla crisi economica, citando tra l'altro il discorso del Patriarca appena concluso, le bancarelle con dolci di ogni genere, non sembrano risentire della crisi. La fila per acquistare i dolciumi è quella di sempre. «Comprano, comprano dice un commerciante di caramelle ma prendono porzioni più piccole. Se una volta acquistavano mezzo chilo di dolci, ora ne prendono due etti». Davanti alla chiesa, incatenato vicino alla scalinata che porta al Canal Grande c'è anche Gianni Chinellato, l'ex imprenditore mestrino che da anni si batte contro quella che definisce «l'usura bancaria». Catena al collo, mantello nero, Chinellato espone due grandi cartelli su uno dei quali invoca l'aiuto della Madonna per «resistere alla pressione delle banche». Tra i molti veneziani ed i pochi turisti presenti, una signora francese spiega cos'è per lei la Festa della Salute: «Da i brividi ancor più del Redentore. Vengo a Venezia più volte l'anno, la Salute è imperdibile. Un'atmosfera unica ed indimenticabile». Giorgio, veneziano doc come lui stesso si definisce, sottolinea: «Sembra di essere tornati indietro di almeno quarant'anni. Era tanto tempo che non vedevo una simile affluenza». La mattinata non è stata caratterizzata solo da palloncini e dolciumi. Per la ressa o per l'umidità che ha reso viscidi i gradini della chiesa, ci sono stati alcune persone che hanno avuto malori o sono scivolate. Il 118 è dovuto intervenire in tre occasioni. Il personale ha così assistito una signora caduta sui gradini e vistosamente ferita al volto, una ragazza e monsignor Antonio Meneguolo che durante la messa ha avuto un lieve malore.

 

Pag XIII Così cambierà il centro di Cavallino di Giuseppe Babbo

Un porticciolo al posto della sede dei vigili, nuova pavimentazione per S. Maria Elisabetta

 

L'abbattimento della storica palazzina che attualmente ospita il comando della Polizia locale e che sarà sostituito da un porticciolo, una nuova pavimentazione della piazza Santa Maria Elisabetta, nuovi arredi urbani e una completa sistemazione del verde pubblico. Ma anche il miglioramento della viabilità e la realizzazione di nuovi parcheggi. Ecco il programma integrato di riqualificazione urbanistica e ambientale, ovvero il Piruea di Cavallino, che sarà portato in approvazione del consiglio comunale martedì prossimo.Con la sua approvazione, il Comune potrà finalmente dare il via ad una profonda opera di riqualificazione di tutto il centro storico di Cavallino con la realizzazione di tutta una serie di opere che complessivamente costeranno un milione e 500 mila euro. A realizzarle, sarà una cordata di imprenditori privati in cambio del permesso, già ottenuto, di intervenire nell'area retrostante l'attuale agraria; una zona attualmente abbandonata che sarà interamente recuperata attraverso la realizzazione di nuovi spazi residenziali e commerciali. «Visto il momento di difficoltà internazionale - ha sottolineato il vicesindaco e assessore all'urbanistica Roberta Nesto - il nostro impegno è stato quello di utilizzare lo strumento del Piruea per rivitalizzare l'area di piazza Santa Maria Elisabetta, prevedendo la partecipazione economica dei privati per conseguire obiettivi di pubblico interesse. Obiettivi che sono stati quantificati nell'importante cifra di un milione e 500 mila euro e che permetteranno una completa riorganizzazione dell'assetto di piazza Santa Maria Elisabetta. Punto di partenza sarà l'abbattimento della palazzina ora sede della Polizia locale che permetterà così di recuperare l'antico legame con l'acqua e aprendo allo stesso tempo e una nuova via di comunicazione con la laguna. Quindi ci sarà la realizzazione di una nuova pavimentazione, nuovi arredi urbani, nuovi parcheggi, un completo miglioramento del verde pubblico arrivando fino ottimizzazione della viabilità». Dopo anni di attese, il centro storico di Cavallino, si appresta dunque a cambiar radicalmente volto. Una volta ottenuta l'approvazione, il prossimo passo sarà la firma dell'intesa tra il Comune e la parte privata. Tradotto in pratica, significa che dopo la prossima estate, ci potrà essere l'inizio dei lavori.

 

LA NUOVA di sabato 22 novembre 2008

Pag 17 Devozione, freddo e malori, La lunga festa della Salute di Nadia De Lazzari

 

Malori a raffica in basilica della Salute, svenimenti, cadute. Tredici emergenze mediche, dieci al mattino con tre ricoveri ospedalieri, tre al pomeriggio. Tra queste undici all’interno della basilica, una sulla gradinata, una nel campo. Tra gli assistiti il più conosciuto è monsignor Antonio Meneguolo, delegato patriarcale per i beni culturali. «Tutto è accaduto non appena conclusa la messa solenne delle 10 presieduta dal patriarca Angelo Scola», racconta il volontario Massimo Colagucci del Corpo italiano soccorso ordine di Malta. Clero e autorità superano l’altare della Madonna Nera dirigendosi in sacrestia. «Monsignor Meneguolo si è sentito male in sacrestia. I primi a soccorrerlo i sacerdoti», dice Franco Cortiana, volontario del Cisom. Dalla sacrestia al posto di primo soccorso c’è un corridoio. Il prelato riceve le prime cure dal dottor Franco Osti, già primario al Pronto soccorso di San Donà e Jesolo. Il medico stava monitorando una donna di Casale Monferrato, incinta al quinto mese e in attesa di ricovero ospedaliero per un malore. «Era in basilica quando è stata colta da un malore. La sua pressione arteriosa non si stabilizzava. Stavo procedendo al monitoraggio, non tanto per lei quanto per il nascituro, quando improvvisamente mi è stato affidato in cura anche il sacerdote». Il presule durante la funzione religiosa aveva accusato un dolore toracico, intenso e prolungato, forse «anginoso», della durata di almeno mezz’ora. Nel frattempo arriva l’ambulanza. A questo punto il caso più grave risulta essere quello di monsignor Meneguolo. La donna incinta resta provvisoriamente nell’ambulatorio, mentre il sacerdote viene portato d’urgenza all’ospedale. In Basilica un altro serio malore. E’ un’anziana di Venezia. Il dottor Osti spiega: «La signora, già operata con by-pass, accusava una forte tachicardia causata dal freddo e dalla confusione. Ho deciso per il ricovero». Il Suem non perde tempo, carica le due donne insieme nell’idroambulanza. Colagucci osserva: «E’ vietato farlo ma non avevano altra scelta per carenza di idroambulanze». Ancora. Un’anziana perde l’equilibrio dall’alto della gradinata della Basilica. Una precipitosa caduta, batte la testa, è malconcia. I vigili e la gente la soccorrono. Arrivano gli infermieri del Suem. Anche per lei è indicato il ricovero in ospedale. Bruno Malagutti, capogruppo del Cisom mestrino analizza: «Quest’anno registriamo più malori del solito. I motivi: il freddo, la ressa, l’attesa». Un novantenne di Gaeta, Antonio Soprano, bussa alla porta del posto di primo soccorso. Entra per un aiuto. Si appoggia a un bastone, parla e si commuove: «Arrivo da Mestre, sono scappato dalla casa di mia figlia timorosa di mie cadute. Son voluto venire per una preghiera alla Madonna. Ho due nipoti preti, uno rettore al santuario di Pompei, l’altro difensore del sacro vincolo del matrimonio». I volontari lo ascoltano e lo aiutano a scendere il lungo scalone. Se ne va, sereno, salutando tutti. Al pomeriggio 3 le persone assistite (cali di pressioni e disturbi cardiaci) e tenute in osservazione.

 

Festa della Salute: quella sacra profuma d’incenso e candele; quella profana, di frittelle e zucchero filato. «Ho pregato la Madonna dandogli del tu. Ho chiesto: fammi passare il Natale insieme alla mia famiglia», dice Gianmarco Vitale, 10 anni, insieme alla mamma e alla sorella Rebecca. Vittorio Bianchini, 8 anni, racconta: «Ho pregato per gli africani e per i miei nonni. Mi sono comperato un rosario». I veneziani Marco e Viviana Cavallari tengono per mano la loro figlioletta: «Siamo una ex coppia». Lui aggiunge: «Fa piacere vedere tante gente pregare. Nei momenti difficili è un punto d’appoggio. Con la separazione avevo perso la fede, l’ho ritrovata più forte». Nagua, Eman, Magda sono egiziane e vivono a Mestre da dieci anni: «Siamo devote alla Madonna. Abbiamo accompagnato i nostri bambini». Sono 5, giocano e saltano in attesa di frittelle e cioccolata. La signora Silvana Lachin è con i nipotini: «Vengo ogni anno. E’ una festa veneziana e un momento di riflessione per gli affetti». I fratellini Adriana e Antonio gustano uno zucchero filato e stringono un palloncino: «Il dolcetto 2 euro, il palloncino 5. Un salasso!», sorridono i genitori, «ma sono i ricordi più belli». La gente accorre anche in chiesa San Polo per rinnovare la devozione alla Madonna. Alle 17 messa solenne. «Qui è avvenuta la prima guarigione dalla peste», ricorda fra’ Nicola Riccadona, parroco dei Frari.

 

Pag 19 Benvenuti a Graffitopoli di Enrico Tantucci

Scritte e incisioni sui monumenti: da centinaia d’anni c’è chi lascia un segno

 

Venezia città della memoria, magari prendendo appunti e lasciando, a torto o a ragione, un segno di sé. Fa discutere l’ultimo «sfregio» al ponte di Calatrava, un’arabesco di vernice bianca inciso in questi giorni da un ignoto graffitista su una delle «costole» verniciate di rosso dell’opera del famoso architetto catalano. C’è chi grida allo scandalo come se si fosse violato un sacrario, senza dimenticare che un ponte non è una scultura o un dipinto d’epoca, ma una moderna struttura architettonica - magari di grandissimo pregio - fatta, inevitabilmente, per essere «consumata» in base alla sua funzione e, dunque, anche soggetta ai rischi della scritta-ricordo, certamente di dubbio gusto. Un souvenir che in molti - anche se a Venezia, in fondo, meno che altrove, per il timore che la città storica incute - vogliono lasciare. Ne fanno testimonianza i graffiti degli innamorati incisi sulle colonne dell’area marciana e per questo da circa un anno protette, per iniziativa di Comune e Soprintendenza, da una pellicola che permetterà di rimuoverle con facilità. Ma è sul concetto di graffito che bisogna intendersi, perché anch’essi fanno parte della storia della città e se i nostri predecessori li avessero cancellati tutti, non avremmo, oggi, testimonianze preziose di un’arte popolare e dalle forti connotazioni sociali. Come, ad esempio, la raffinata incisione che mani ignote hanno lasciato sugli stipiti del portone della Scuola di San Marco, con il disegno di una nave a tre alberi, probabilmente una «cocca» da trasporto dell’epoca d’oro della Serenissima. Nessuno, oggi, si sognerebbe di rimuoverla. Basti pensare alle vibranti polemiche da parte di storici e uomini di cultura veneziani sollevate diversi anni fa quando, proprio la Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici di Venezia, procedendo alla pulitura di parte della facciata e del portale principale, fece inavvertitamente «pulire» anche un altro, magnifico graffito di veliero, diventato poi pressoché invisibile. E che dire del frammento di colonna di marmo greco, parte di un tempio pagano, spuntato dallo scavo archeologico condotto una decina d’anni durante il restauro del teatro Malibran? Una colonna su cui un ignoto cristiano ha successivamente inciso, come un polemico graffitista ante litteram deciso a propagandare il suo credo, il monogramma costantiniano e un’iscrizione latina, oggi consunta: DON REX IESUS NAZARENUS, ovvero, «Il nostro signore re è Gesù di Nazareth». Uno straordinario reperto che nessuno allora, e a maggior ragione oggi, riterrebbe mai di dover cancellare. Qual è allora il criterio in base al quale un graffito o una scritta non sono più un «atto di vandalismo» da stigmatizzare, ma diventano invece una manifestazione di cultura, magari popolare, da tollerare e in qualche modo affidare al giudizio della storia? Una risposta definitiva - al di là del proliferare di «writers» e graffitisti - non la possiede, forse, nessuno, ma è certo che prima di condannare all’abominio un graffito, come l’arabesco del ponte di Calatrava, bisognerebbe forse fermarsi almeno un momento a cercare di afferrarne il significato.

 

Pag 23 A scuola di clown per regalare un sorriso di Mitia Chiarin 

Mille ragazzi diventano volontari per dare una mano agli altri. Un esercito di studenti delle superiori aderisce al progetto «Con-tatto» 

 

«La cosa più bella? Aver fatto divertire e ridere 60 bambini di un asilo. Non è mica facile, sai, perché ci sono sempre gli imprevisti. Noi abbiamo sbagliato una scena. Ma li abbiamo divertiti. E ci siamo divertiti pure noi». «Birillo», all’anagrafe Enrico, col naso rosso d’ordinanza, non sta nella pelle. Ha tanta voglia di raccontare. E le sue compagne del liceo scientifico «Giordano Bruno», gli danno manforte. Sono, nell’ordine, Diana con il nome d’arte di «Cin Cin». Silvia che ha scelto come nome clownesco quello di «Sniff». Alice ovvero «Jacky» e Simona che si fa chiamare «Dolly». I ragazzi frequentano le classi prima e terza del liceo scientifico; una settimana fa si sono esibiti in uno spettacolo in un asilo nido della Gazzera. Era il saggio finale del loro corso da dottor Clown. Mimo, clownerie, trucco, recitazione, oggetti prodotti con i palloncini, le materie imparate a scuola, dopo le lezioni ufficiali. Docenti? I dottor clown della corsia dell’ospedale dell’Angelo che allietano le giornate dei bambini della Pediatria oppure i pazienti di Geriatria-lungodegenza, Ortopedia e fisioterapia. Cosa vi hanno detto i vostri amici e compagni di scuola? «Alcuni ci hanno preso per scemi, altri ci hanno deriso - raccontano i ragazzi - ma gli amici volevano venire a vederci. Purtroppo non c’era spazio nel pulmino per tutti». A scuola di volontariato. Questo è l’obiettivo del progetto «Con-tatto» del Comune di Venezia che offre la possibilità ai ragazzi degli istituti superiori della città di provare l’esperienza di aiutare il prossimo. Oltre mille i ragazzi coinvolti di 13 scuole superiori. I nuovi iscritti sono 309 mentre a fine 2007 i ragazzi impegnati nei corsi erano stati 218, di otto scuole diverse. I corsi? Si va dal trucco teatrale all’ aiuto ai ragazzi down; dal commercio equo e solidale alle attività con Anfass, Don Orione, colletta alimentare, Aism, cooperativa La Rosa Blu o le animazioni in Ceod, asili e centri civici come l’ex Plip di Carpenedo. Al liceo «Bruno» il corso di clownerie tenuto dall’associazione «Piccolo Principe» si è appena concluso. A breve ne parte un secondo all’istituto Algarotti; seguirà poi il liceo Benedetti di Venezia e l’istituto «Stefanini» di Mestre a gennaio. Quattro lezioni e poi uno spettacolo finale. E’ tra i corsi più richiesti, spiegano gli operatori del Comune. E i ragazzi, dopo questa esperienza, si dicono assolutamente soddisfatti. Silvia, la più timida, spiega: «Abbiamo imparato tecniche che potranno tornarci utili in futuro. Come il mimo». Enrico prende di nuovo la parola: «Io oggi mi sento più spontaneo quando parlo, ho anche imparato a camminare - e si mette a ridere - e poi mio padre è stato finalmente orgoglioso di me, ha detto che era ora che facessi qualcosa di utile». Alice ha le idee chiare. «Questa esperienza mi ha spinto verso la voglia di fare teatro. Io sono scout e ho già provato l’esperienza di aiutare gli altri e continuerò di certo a farlo anche in futuro». Diana vuole ripetere l’esperienza. «Mi piacerebbe quando avrò 18 anni poter lavorare con i dottor Clown in ospedale e vorrei anche fare altre esperienze con altri corsi, come imparare a dipingere i volti per Carnevale. I soldi che vengono raccolti vanno poi in progetti di beneficienza per il Madagascar». Il gruppo di mini dottor clown è stato seguito direttamente dagli operatori delle Politiche sociali del Comune, da una insegnante del liceo, Fiammetta Galletta, e da due docenti d’eccezione, Manuela Polacco e Alberto Barutti, animatori e menti dell’associazione «Piccolo principe». Manuela e Alberto arrivano al liceo di via Baglioni vestiti da pirati dei Caraibi, reduci da una recita in una scuola del Veneto Orientale. «Ai ragazzi spiego che quello che fanno per gli altri è un’ora di coccole che regalano a loro stessi. E se fanno felici gli altri sono felici pure loro. Fare volontariato non è mettersi a posto la coscienza ma fare davvero del bene agli altri», ci racconta Manuela Polacco. Ovviamente fino ai 18 anni, i ragazzi non possono svolgere l’attività di dottor clown in ospedale, vista la specificità e particolarità di un lavoro che porta a contatto con pazienti grandi e piccoli e i loro familiari, in situazioni spesso di vera sofferenza. «Ma ci sono ragazzi che dopo i corsi a scuola, sono tornati una volta maggiorenni a lavorare con noi», spiegano con soddisfazione Alberto e Manuela. Oggi i dottor clown del «Piccolo Principe» sono una quarantina. Un gruppo di ragazzi di un altro istituto, spiegano gli operatori del servizio «Con-tatto» sarà a breve impegnato in una serie di spettacoli di mimo e clownerie alla mensa dei poveri di Ca’ Letizia. Altri studenti delle Superiori li troveremo, in occasione delle festività natalizie, alle prese con la confezione di pacchetti regalo nel circuito delle librerie Feltrinelli e nei centri commerciali del Veneziano, per raccogliere fondi per sostenere progetti in Africa. Altri ancora saranno nei mercatini della solidarietà in piazza Ferretto. «E’ un progetto semplice ma di grande ricchezza che ha già coinvolto in cinque anni oltre mille ragazzi, dando loro l’opportunità di mettersi alla prova. Oggi il volontariato attivo è composto in gran parte da ultrasessantacinquenni e pensionati - spiega l’assessore Sandro Simionato - Ai ragazzi offriamo una opportunità. Di provare cosa significa aiutare gli altri e provare auto-gratificazione. Ho conosciuto personalmente ragazzi che dopo questa esperienza hanno scelto di continuare a lavorare con i dottor clown e sono oggi fortemente motivati e consapevoli. Altro che bamboccioni, molti dei nostri adolescenti hanno chiare capacità e tanta voglia di fare».

 

Solidarietà, una frase attorno a cui in terraferma sono mobilitate migliaia di persone. I volontari sono oggi essenzialmente i pensionati e gli ultra 65enni, che hanno più tempo libero da dedicare agli altri. Ma anche i giovani cominciano a far sentire il loro peso nel mondo della solidarietà. E in alcuni casi i numeri sono da record, come spiega l’ultimo bilancio socio-ambientale del Comune di Venezia. Il numero degli studenti che partecipano ad attività di volontariato, stima il rapporto del Comune, è passato dai 490 del 2006 ai quasi duemila del 2007. Con una percentuale di aumento del 294,29 per cento. Grazie anche a progetti come il «Con-tatto» che avvicina i ragazzi ad esperienze di volontariato. Gli studenti raggiunti dalle campagne di sensibilizzazione è aumentato del 165 per cento: dai 2.655 del 2006 ai quasi ottomila dello scorso anno. Nel nostro Comune vivono quasi 33 mila giovani tra i 15 e i 29 anni, pari al 12,2 per cento della popolazione residente ed è in terraferma dove si concentra il maggior numero di ragazzi (oltre 22.400). Altri servizi come l’Informagiovani, grazie anche all’avvento di internet, oggi registrano ben 72 mila contatti diretti o online con ragazzi. Nel 2005 il conto era di appena 17 mila contatti. Sale prova per gruppi musicali, laboratori audiovisivi e teatrali, corsi di alfabetizzazione all’informatica che offrono anche la possibilità di partecipare a concerti, rappresentazioni teatrali, cineforum ed eventi live, hanno coinvolto nel 2007 quasi 11 mila giovani con 21 mila accessi al sito web sulla partecipazione giovanile. Il numero delle associazioni cittadine coinvolte nelle reti associative nate attorno alle case del volontariato di Mestre e Venezia (la prima è in via Brenta Vecchia all’ex casa del boia, la seconda in centro storico in campo Santa Margherita) è invece salito del 10 per cento. Dalle 143 del 2006 alle 157 dello scorso anno. E i progetti di intervento solidale co-finanziati dal Comune di Venezia assieme ad altre organizzazioni ha superato lo scorso anno la quota dei 170, con un incremento anche in questo caso importante, pari all’80 per cento. Collaborano stabilmente con gli uffici delle Politiche sociali di Mestre e Venezia qualcosa come 135 associazioni socio-assistenziali, 158 associazioni culturali e ricreative.

 Nell’elenco troviamo poi 73 associazioni di impegno civico, 16 associazioni sportive, 71 cooperative sociali o consorzi di cooperative, 5 fondazioni, 8 Ipab ed il centro di servizio per il volontariato.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di venerdì 21 novembre 2008

Pag I La peste, la rinascita di Giovanni Distefano

 

È l'8 giugno 1630: arriva in città il marchese di Strigis, ambasciatore di Carlo Gonzaga Nevers, duca di Mantova, e porta disgraziatamente la peste, che colpisce Venezia e dura 16 mesi. Causa 46.490 morti soltanto in città, dove la popolazione passa da 142.804 a 98.244. Il marchese giunge da Mantova, assediata dai lanzichenecchi infettati. A Venezia sanno del morbo e per precauzione il marchese viene confinato in quarantena nell'isola del Lazzaretto Vecchio ma poi per riguardo all'ospite si pensa di isolarlo nell'isola di San Clemente. Qui gli viene preparato un alloggio e il primo veneziano ad essere infettato è proprio il falegname che ha eseguito alcuni lavori di adattamento. È lui di ritorno a casa a diffondere il morbo nella zona in cui abita, a S. Vio, nel sestiere di Dorsoduro. Dopo la prima vittima (8 agosto), i decessi si susseguono a ritmo crescente e colpiscono tutti i sestieri. Agosto e settembre sono mesi terribili. La città si raccoglie in preghiere, si fanno solenni processioni, si implora la clemenza del cielo. Il 22 ottobre il doge Nicolò Contarini, convinto che l'epidemia sia una punizione di Dio, fa atto di devozione alla Vergine Maria, patrona dei veneziani dagli albori della città e pronuncia il voto solenne della Repubblica di costruire una grande chiesa in suo onore. Il voto è reso solennemente pubblico nella Chiesa di S. Marco, davanti alla Nicopeia, il 26 ottobre. Il 23 novembre il Senato approva formalmente la costruzione della chiesa votiva che si chiamerà Chiesa della Madonna della Salute o semplicemente Chiesa della Salute e popolarmente la Salute. Il patriarca Giovanni Tiepolo cede il terreno (27 gennaio 1631) per l'erezione del nuovo tempio, ma la posa simbolica della prima pietra della chiesa votiva programmata nell'anniversario della fondazione della città (25 marzo) viene rimandata per il maltempo e anche perché il doge è gravemente ammalato; poi, comunque, la cerimonia si compie il 1° aprile 1631 e l'indomani il doge muore. Il mese successivo muore anche il patriarca, entrambi vittime della peste. Il 13 giugno si sceglie il progetto: vincitore è quello di Baldassarre Longhena che con quest'opera ci offre il massimo esempio di barocco veneziano. A lavori quasi conclusi Longhena muore (1682). I lavori di completamento e finitura (1682-1687) spetteranno ad Antonio Gaspari. Il 9 novembre 1687 la Chiesa della Salute viene consacrata. La peste è ormai soltanto un ricordo, ma per non dimenticare, dopo la consacrazione si stabilisce che ogni 21 novembre il doge debba visitare solennemente la chiesa. Nasce così la Festa della Madonna della Salute, una delle ricorrenze più sentite dai veneziani. Anche in questa occasione, come nella Festa del Redentore, si costruisce un ponte in legno che attraversa il Canal Grande per agevolare le visite dei fedeli. In chiesa, sull'altar maggiore è esposta la Mesopanditissa, un'icona bizantina del 13° sec. sottratta alla cattedrale di S. Tito di Candia da Francesco Morosini e portata a Venezia il 26 febbraio 1670 che raffigura la madre di Dio. Dinanzi a lei ogni 21 novembre i veneziani sfilano in adorazione, ricordando così anno dopo anno, secolo dopo secolo, l'origine leggendaria della città e la più terribile pestilenza: nel nome di Maria ebbe origine Venezia il 25 marzo 421, nel nome di Maria i veneziani furono liberati dalla peste. Ironia della storia: il doge Nicolò Contarini, che promette alla Vergine la costruzione del tempio muore subito dopo e non fa in tempo a posare la prima simbolica pietra; il patriarca Giovanni Tiepolo che dona il terreno per la costruzione della chiesa votiva non fa a tempo a vedere il progetto vincitore e l'architetto che la costruisce, il Longhena, non sarà presente alla consacrazione.

 

Pag III Il Comune vuole regalare un Natale anticrisi di Alvise Sperandio

Torna “Mestre più”, un mese di eventi attorno a Piazza Ferretto

 

A Natale ritorna Mestre Più. Dal 6 dicembre al 6 gennaio prossimi il centro storico, per la terza volta consecutiva anche in inverno, sarà interessato dalla manifestazione di animazione economica voluta dall'assessorato comunale alle Attività produttive. Un ricco programma di eventi e di intrattenimenti per rivitalizzare il cuore pulsante della città e insieme rilanciare il commercio, sostenuto dalle associazioni di categoria e da moltissimi sponsor, per un investimento complessivo attorno ai 200 mila euro. Gli appuntamenti si concentreranno in piazza Ferretto e zone limitrofe coinvolgendo anche piazzale Candiani, le vie Olivi, Poerio, Allegri, Riviera XX settembre, Palazzo e Caneve, tutti accompagnati da un ricco arredo urbano con le tradizionali luminarie. «In questo momento di crisi abbiamo scelto di andare controcorrente ha sottolineato Giuseppe Bortolussi, presentando la kermesse in una conferenza stampa in Municipio . E' importante rendere Mestre più viva e gioiosa facendo del suo centro un vero e proprio centro commerciale all'aperto e un grande punto di ritrovo e aggregazione». Questi gli eventi centrali: il 6 dicembre l'inaugurazione della pista da pattinaggio e del villaggio bambini rispettivamente nell'arena e nel piazzale del centro Candiani; l'8 il mercatino di solidarietà in piazza Ferretto; dal 9 all'11 quello dei cioccolatieri; dal 12 al 24 il consueto mercatino natalizio nei gazebo distribuiti nell'area centrale; il 13 e il 14 la fiera Mestre street design a cura dell'associazione veneziana Spiazzi; inoltre per tutte le domeniche di dicembre sarà allestito il mercato straordinario in via Fapanni e piazza Coin e dal 26 al 30 in via Allegri approderà quello enogastronomico Bell'Italia, con i prodotti nazionali tipici a cura di Explicom, e quindi la fiera della Befana dal 2 al 6 gennaio. Per l'intero periodo, ritornerà la musica diffusa in centro, ci sarà il trenino con la stazione di partenza all'angolo tra via Poerio e Olivi e faranno da contorno i concerti e gli spettacoli di strada (il programma su: www.mestrepiu.it). «Non fermeremo i lavori presso i cantieri del tram perché vogliamo rispettare i tempi, ma metteremo le luminarie in via San Donà» ha detto Antonio Stiffanelli di Pmv, sul punto criticato per l'esclusione di viale San Marco da parte di Vincenzo Conte, delegato della Municipalità di Mestre - Carpenedo, la quale organizza una serie di eventi complementari al cartellone comunale. Molte le voci a favore della kermesse. «Sta crescendo la competitività tra territori per cui è fondamentale stare solidalmente tutti insieme» ha annotato l'assessore per la Produzione culturale, Luana Zanella. «E' bene che Mestre faccia sistema dando il senso di una città unita» ha ribadito il presidente di Apt Renato Morandina. Via libera anche dalle associazioni di categoria. «Un'iniziativa di questo tipo è una risposta significativa all'esigenza impellente di rilanciare i consumi» ha detto il segretario di Confesercenti, Maurizio Franceschi. «Alla città bisogna trasmettere messaggi di fiducia e mediante questa manifestazione si va in questa direzione» ha osservato il presidente di Ascom, Doriano Calzavara. Insomma, grandi aspettative come sempre intorno alla nuova Mestre Più che già gli scorsi anni aveva attratto in centro migliaia di persone senza soluzione di continuità. Da rilevare che domenica 21 dicembre arriverà anche l'Orchestra della Fenice per il gran concerto di Natale in Duomo dove il 6 dicembre si terrà, invece, la serata finale dell'autunno mestrino, in una sorta di passaggio del testimone con i giorni delle feste.

 

Pag III L’operazione Samaritano va avanti, ma solo sui sei ettari di proprietà dell’Immobiliare veneziana di m.d.

 

L'operazione Samaritano va avanti. In accordo con l'Ulss 12 e solo sui 6 ettari già di proprietà dell'Immobiliare veneziana. Sono queste le decisioni prese ieri al termine di un vertice tra il prosindaco Michele Mognato, gli assessori Laura Fincato e Gianfranco Vecchiato con il presidente di Ive, Ezio Micellli. Constatato che per acquisire altri 8 ettari di terreno attorno al nuovo ospedale di Mestre è necessario spendere almeno 5 milioni di euro, il Comune ha deciso che per ora questa ipotesi di nuove acquisizioni viene accantonata. E, dunque, l'idea di costruire il Samaritano, l'albergo che sarà gestito da don Armando Trevisiol e che darà ospitalità a prezzi calmierati ai familiari dei pazienti ricoverati all'Angelo, andrà avanti con Ive. "Abbiamo chiesto a Micelli che ci porti un progetto e una tempistica - dice il prosindaco Mognato - La nostra intenzione è di andare avanti rapidamente. Proprio per questo abbiamo separato i problemi e per adesso parliamo di un'area che è già di nostra proprietà. Qui si costruirà il Samaritano e altri edifici in grado di dare un ritorno economico a Ive visto che la costruzione del Samaritano è un'opera sociale." Il presidente di Ive, Ezio Micelli, chairisce che sarà l'Ulss a decidere le priorità dal momento che, oltre al Samaritano, in quella zona bisogna costruire altri servizi per l'ospedale. Si vedrà se la priorità è una casa per gli studenti universitari o gli ambulatori per i medici, per capirci. In ogni caso, chiarisce l'assessore all'Urbanistica, Gianfranco Vecchiato, la costruzione del Samaritano deve partire rapidamente. Dunque Ive nelle prossime settimane dovrà mettere a punto, assieme all'Ulss, un progetto di massima che preveda la costruzione di edifici sui 6 ettari, ma partendo dal principio che si lascia più verde possibile attorno al nuovo ospedale di Mestre. Ive per la realizzazione dell'operazione conta sui privati che costruiranno il Samaritano - che dunque sarà a costo zero per il Comune - e in cambio avranno una cubatura commerciale da poter mettere a profitto.

 

Pag IX Madonna della Salute, tutta la città in festa di Daniela Ghio

Inaugurato il ponte votivo. Accesso gratis a Fenice, Guggenheim e Biennale. Il patriarca Scola sottolinea il valore dell’amore

 

Taglio del nastro, ieri mattina, per il ponte votivo della Salute che, come ogni anno, è stato allestito tra Santa Maria del Giglio e San Gregorio. Stavolta le forbici le ha impugnate il capo di gabinetto del prefetto, Maria Carmela Ligrizzi; alla presenza, tra gli altri, del prosindaco, Michele Mognato, del presidente della Provincia, Davide Zoggia, e del delegato del patriarca, don Natalino Bonazza. Il ponte resterà aperto fino alle 23 di domenica. La festa di oggi, oltre al classico pellegrinaggio nella Basilica della Salute, prevede anche l'accesso gratuito, ai residenti, al Gran teatro la Fenice, alla collezione Peggy Gugghenheim, e alla Biennale Architettura. Accesso libero, quindi alla collezione Mattioli, aslla mostra "Carlo Cardazzo" e al giardino delle Sculture Nasher. Intanto ieri sera oltre 2000 giovani, alla ricerca dell'"amore vero" sull'esempio della Vergine Maria, hanno partecipato al tradizionale pellegrinaggio dalla Basilica di S. Marco a quella votiva del Longhena che precede la festa della Madonna della Salute. Guidati dal patriarca Angelo Scola, dal vescovo vicario mons. Beniamino Pizziol e dal coordinatore della Pastorale giovanile diocesana, don Renato Mazzuia. Recitando il rosario, attraverso il ponte di barche e con la lampada in mano, hanno raggiunto il santuario mariano per mendicare l'amore effettivo e mettersi in viaggio verso la libertà, spalancando il cuore alla felicità. Il tema del pellegrinaggio diocesano quest'anno infatti si ispirava al Vangelo di San Luca: "Maria si mise in viaggio. Avviati. «Il mettersi in viaggio e in cammino - ha spiegato don Renato Mazzuia introducendo l'incontro - indica il mettersi in gioco ma è anche la constatazione che in forza del nostro battesimo e dell'appartenenza alla Chiesa siamo già sulla strada. Maria, riempita della grazia di Dio e ricolmata dei talenti del suo Signore, non li ha tenuti per sé ma ha messo in gioco tutta se stessa e si è messa in viaggio per dare il suo contributo alla cugina Elisabetta che ormai anziana stava per diventare madre per la prima volta. Maria sapeva che la sua gioia va condivisa, che la sua gioia è mettersi a disposizione». Ad illustrare ai ragazzi un esempio di viaggio alla ricerca dell'amore vero è un video, accompagnato dalla recitazione di alcuni brani di "Romeo e Giulietta" di Shakesperare. «L'amore - ha commentato il patriarca Scola - è il dono più totale di sé ed è permanente. L'amore vero implica che uno ami per primo senza aspettarsi nulla in cambio. Maria, dopo duemila anni è nel cuore di miliardi di persone perché ha continuato ad offrire l'amore. Allo stesso modo l'amore di Giulietta per Romeo non ha limiti e cresce più lo dona». Scola ha invitato i ragazzi ad «uscire dalle mura del nostro cuore chiuso per mettersi in viaggio con Maria». Ha quindi citato come esempio le due suore che, in silenzio, da diciassette anni accudiscono Emanuela Englaro: «Sono - ha detto - l'estensione del gesto di Maria verso Elisabetta». Il segreto per riuscirci è restare fedeli ai propri ideali e alla comunità cristiana. Per quanto riguarda la scuola e l'università Scola ha incitato i ragazzi a non limitarsi a protestare senza offrire proposte concrete.

 

CORRIERE DEL VENETO di venerdì 21 novembre 2008

Pag 8 Tia, plateatici, parcheggio: si pagherà di più di Martina Zambon

Aumentano il cinema estivo e Alilaguna. Mognato: solo adeguamenti Istat, ma necessari

 

Venezia - Che non si parli di «aumenti», si tratta solo di «adeguamenti all'indice Istat». Eppure, da gennaio, scattano tariffe più salate per i veneziani, dai rifiuti all'Alilaguna per l'aeroporto, passando per il parcheggio a Santa Maria dei Battuti e la relativa navetta verso l'ospedale dell'Angelo ma aumentano anche i biglietti del cinema all'aperto a San Polo e le tasse per la pubblicità e i plateatici. Sono le novità approvate ieri dalla giunta, dopo gli aumenti delle mense degli asili e dei trasporti scolastici, in vista della discussione del bilancio di previsione lunedì in consiglio comunale. Sullo sfondo ci sono i tagli ai trasferimenti statali e la sforbiciata all'Ici che hanno messo in ginocchio le amministrazioni. Dalla giunta di ieri arrivano le seconde note dolenti: si è deciso un generalizzato adeguamento annuo all'indice Istat di inflazione reale per evitare aumenti corposi ogni tre, quattro anni e, ovviamente per far quadrare i conti. L'adeguamento 2008 per la Tia, la tassa dei rifiuti per il 2009, corrisponde a un più 3,47%. L'introito, per Ca' Farsetti, sarà di un milione 977mila euro. Aumenta pure la tassa per i plateatici, la Cosap. L'ultima volta era stata aggiornata a fine 2006 quindi l'aumento relativo all'adeguamento di 1 anno e dieci mesi sarà più corposo: 5,25% in più, pari a un incasso di 265.000 euro. La lista delle tariffe da ritoccare riguarda anche le tasse per la pubblicità che cresce dell'1,75% e fa incassare 29.000 euro. Ovviamente restano esentati gli specchi acquei, i negozi in «aree delicate » e i passi carrai. Sul fronte della cultura, uno dei comparti più zoppicanti era il cinema, per consentire di chiudere nuovamente in pareggio, si è deciso di aumentare di un euro i biglietti dell'Arena all'aperto di San Polo. Restano, invece, invariati, i costi delle sale del Circuito cinema comunale. Ma saranno ritoccati all'insù gli affitti delle sale espositive e congressuali del Candiani. Arriva a 25 euro, contro i 24 attuali, il biglietto di andata e ritorno dell'Alilaguna da Venezia all'aeroporto mentre dal parcheggio scambiatore (attualmente gratuito) di Santa Maria dei Battuti, si pagherà un euro e 10 centesimi per parcheggiare l'auto tutto il giorno e usufruire della navetta verso l'Ospedale dell'Angelo. «Si tratta di una proposta bipartisan dice l'assessore alla Mobilità, Enrico Mingardi - condivisa anche dalle opposizioni». In realtà non si tratta di grandi cifre nell'economia di un Comune delle dimensioni di Venezia, ma, insieme ai tagli interni, serviranno a «salvare» i capisaldi soprattutto in campo sociale. Le riduzioni di spesa a Ca' Farsetti nel mese di settembre sono state pari a 2,5 milioni di euro, negli ultimi due mesi, di altri 7 milioni per arrivare, in tre mesi, a 10 milioni di euro. Sacrifici necessari per non toccare capitoli come i contributi agli affitti, i rimborsi agli alluvionati, le politiche sociali e nuovi servizi come gli asili nido che apriranno il prossimo anno. «Questi adeguamenti servono per far quadrare i conti del bilancio di previsione. - dice il prosindaco e assessore al Bilancio Michele Mognato - sono aumenti e nessuno se ne rallegra ma non si può fare altrimenti. Ci sono costi incomprimibili, aumentano quelli per le famiglie ma anche per il Comune e per aziende come Veritas». E proprio su uno dei punti fermi del bilancio, i rimborsi per gli alluvionati, scoppia la polemica. Il deputato della Lega Corrado Callegari ha presentato una risoluzione alla Commissione Ambiente della Camera dei Deputati, affinché giungano a Venezia i soldi dei rimborsi. Ma insieme chiede a Roma di controllare come sono stati spesi quelli già concessi per vedere «se siano davvero andati a coprire le spese richieste». Replicano i Comitati dei cittadini: «Tutto si sta svolgendo — dice Fabrizio Zabeo di Favaro - nella massima trasparenza».

 

LA NUOVA di venerdì 21 novembre 2008

Pag 15 Turismo, il 2009 sarà nerissimo di Manuela Pivato 

Un altro anno difficile per la prima industria della città. Americani ancora in fuga, i primi segni di ripresa dal 2010. Secondo le previsioni dell’Ava si profila un calo del 5 per cento 

  

Tempi duri per il turismo in laguna. Dopo un anno da dimenticare, il 2009 si annuncia ancora in salita, con previsioni precedute dal segno negativo, un’ulteriore calo dei visitatori americani e una contrazione generale di fronte alla quale bisognerà avere infinita pazienza. Passerà anche questa, ma intanto bisogna tener duro e cercare di salvare il salvabile. Al capezzale della prima industria della città si sono riuniti ad Abano l’Associazione veneziana albergatori, gli Albergatori termali di Abano e Montegrotto e l’Associazione jesolana albergatori, egualmente preoccupati per le previsioni a tinte fosche dei prossimi mesi, così come emerge di una ricerca del Centro studi dell’Ava. Le previsioni. Le previsioni per il 2009 in città indicano una diminuzione degli arrivi italiani pari al -3,3 per cento. Per gli arrivi stranieri, invece, si prospetta una contrazione dei flussi del -5,1 per cento. La contrazione media a Jesolo sarà invece del 2,8 per cento. Nuovi mercati. Se gli americani continueranno a calare, dopo il 20 per cento in meno di quest’anno, qualche spiraglio di ricrescita arriva dalla previsione dell’aumento dei flussi turistici provenienti dai paesi dell’Est. Brasile, India e Ucraina potrebbero essere invece i nuovi mercati nei quali investire con attività di promozione e marketing su Venezia. Fatturati in calo. La diminuzione delle presenze nell’ultima stagione, con un calo di oltre il 3 per cento solo nel mese di settembre - tradizionalmente il periodo d’oro dell’anno - unita ai ribassi praticati dagli operatori, ha ridotto ulteriormente i fatturati degli albergatori veneziani. A mettere in difficoltà alberghi ma anche ristoranti e negozi è stata la fuga degli americani, quelli che hanno la più alta capacità di spesa. Gli interventi. Tra gli interventi richiesti dagli operatori ci sono un numero maggiore di eventi che siano omogeneamente distribuiti nell’arco dell’anno e un marchio condiviso per vendere e promuovere Venezia. I punti deboli. Gli albergatori hanno anche fatto un’analisi della situazione del centro storico, individuando le «debolezze» della città che ne limitano l’appeal. Ovvero «il continuo esodo della popolazione residente in città, la crescita incontrollata delle strutture ricettive, i flussi giornalieri eccessivi di turisti, la presenza di bancarelle che deturpano la città, i flussi concentrati in determinati periodi dell’anno e in alcune zone, le risorse culturali non adeguatamente valorizzate, l’assenza di controllo delle strutture extralberghiere, la mancanza di strutture infrastrutturali a sostegno del turismo». Le minacce. Come è emerso nel corso dell’incontro di ieri, le «minacce» per il turismo non sono solo l’aggravarsi della crisi economica e la perdita del potere di acquisto di alcune monete straniere ma anche l’aumento dell’offerta extralberghiera, la mancanza di coordinamento tra gli enti e la metropolitana sublagunare che può aumentare il pendolarismo turistico. L’analisi. «Il nostro paese vive un momento delicatissimo - spiega il direttore dell’Ava, Claudio Scarpa - la tempesta finanziaria ed economica ha imposto anche agli albergatori un’importante riflessione. E’ giunto il momento di rimboccarsi le maniche e mettere in atto tutte quelle strategie che possono permettere al turismo del Veneto di risalire la china. Ecco perché l’Ava ha stretto un’alleanza con l’Associazione albergatori di Abano Terme e jesolo per affrontare e discutere le problematiche del mercato». Miglioramenti. Dopo un 2009 difficile, la ripresa potrebbe già incominciare a partire dal 2010. «Ciò accadrà - spiegano gli albergatori - solo se il settore saprà sfruttare tutti gli strumenti per superare la crisi».

 

Pag 16 Salute, tra fede e tradizione. «Festa di speranza e di popolo» di Nadia De Lazzari

Canti e luci: 1500 ragazzi animano il pellegrinaggio serale 

 

Alle 11, in silenzio, sulle due rive del Canal Grande, veneziani e turisti attendono l’apertura al transito del ponte votivo. All’altezza del traghetto di Santa Maria del Giglio sono presenti le autorità cittadine: la capo di Gabinetto del prefetto, Maria Carmela Ligrizzi, taglia il nastro e il ponte apre alla folla, mentre il campo della Salute brulica di pellegrini, vicentini, friulani, ma anche tedeschi, francesi, vietnamiti - australiani persino - in attesa di poter pregare la Madonna Nera, in Basilica. «Mi trovo nel mio sestiere. La festa è un richiamo forte alle tradizioni veneziane più sane», commenta Davide Zoggia, presidente della Provincia, «per le famiglie l’attuale congiuntura è difficile: speriamo che la festa di comunione e di unità possa essere propedeutica per un rilancio complessivo». Per Michele Mognato, prosindaco per la Terraferma, «dalla festa possono nascere speranze perché il mondi cambi: credenti e non si trovano sotto questo auspicio. Siamo sotto il tiro dei tagli, ma non lasceremo indietro nessuno. Lavoriamo perché non crescano le emarginazioni. Lunedì presenteremo il bilancio di previsione». «E’ festa di popolo. Oggi si ricrea la città dei cittadini», sottolinea don Natalino Bonazza, delegato patriarcale per i rapporti con le autorità di Venezia. «Profumati» l’aroma dello zucchero filato e... il costo delle candele. Un giovane - due piercing piantati sul viso e zaino sulle spalle - si fa largo tra la gente e di corsa si infila in seminario patriarcale. Si chiama Riccardo Milazzo, abita a Ca’ Savio e studia all’Istituto d’arte: «Ho appena terminato la scuola, ora vado in chiesa. Ho il compito di accendere le candele. Finisco il servizio alle 19». La veronese Giuliana Targa è accompagnata da due amici: «Vengo da 28 anni. Colpita da una grave malattia ho pregato la Madonna. Sono guarita ed ho fatto un voto». In basilica San Marco, alle 18.30, ha inizio il pellegrinaggio dei giovani: oltre 1500 ragazzi cantano, raccolti attorno al patriarca Scola. «Oggi siamo pellegrini», li incalza il cardinale, «che cosa dobbiamo mendicare? L’amore, lancia nella libertà vera». Più tardi, la folla di giovani avanza nel buio verso il tempio, i lumini in mano. Oggi, alle 10, la messa solenne officiata dal patriarca Scola.

 

Pag 37 Eraclea, caccia aperta al calunniatore di Giovanni Cagnassi e Marta Camerotto 

Storia di corna, la gente è indispettita: «La città non è questa porcheria». Don Angelo: «Purtroppo non è la prima volta. E’ successo a Ca’ Turcata» 

 

Eraclea. Da storia di paese a caso nazionale. I volantini che hanno tappezzato strade e piazze di Eraclea sulla presunta relazione tra due cittadini, un imprenditore e una commerciante, ieri è stata una delle notizie più ricercate anche dalle più importanti emittenti televisive. Si è fatta viva Raidue cercando di contattare i protagonisti della vicenda, l’Ansa ha fatto viaggiare i dispacci lungo tutta la Penisola, le televisioni locali si sono precipitate. Intanto, le videocamere potrebbero aver ripreso chi ha affisso i volantini che oggi fanno discutere tutto il Sandonatese e lo Jesolano. Una storia di corna e tradimenti che, purtroppo, dai bar è uscita irrompendo pubblicamente nelle piazze. La presunta storia tra il rampante imprenditore jesolano, con attività in loco, e una commerciante, entrambi sposati, è stata scritta nero su bianco, con parole volgari su volantini stampati su fogli A4, in stampatello, utilizzando una stampante collegata al computer: prima il nome di lui, poi il verbo che allude all’amplesso, infine la qualifica di donna sposata per la presunta amante e la professione del marito. Parole crude e chiarissime che si leggevano sul volantino e che non lasciavano dubbi in merito alle persone coinvolte. Tutto il paese, e anche fuori, sanno chi sono gli sfortunati e incolpevoli protagonisti di questa storia. Ma il cerchio si stringe e i carabinieri di Eraclea e San Donà stanno ora indagando a tutto campo. Ieri, il legale dell’imprenditore, l’avvocato Alberto Teso, ha presentato la querela contro ignoti e chiesto formalmente che siano acquisite le registrazioni delle videocamere nel centro di Eraclea. In particolare quelle davanti alla Cassa di Risparmio e al palazzo municipale. Potrebbero aver filmato la persona o le persone che hanno affisso i volantini un po’ dappertutto: muri, vetrine, addirittura sulle auto. Ieri, un impenetrabile no comment da parte di chi, suo malgrado è diventato protagonista della scabrosa vicenda. L’imprenditore e la commerciate si sono chiusi nel massimo riserbo. Entrambi, a caldo, avevano raccontato di essere buoni amici, addirittura dall’infanzia, e di aver al massimo bevuto qualche caffè assieme. Ma quei volantini hanno sparso veleni e sospetti che hanno provocato il caso in una cittadina come Eraclea, ma anche stupore e scalpore in città non meno pruriginose come San Donà e Jesolo. «Di certe cose non si dovrebbe semplicemente parlare - ha commentato ieri una signora sdegnata - Eraclea non è questa che viene dipinta da frasi volgari e volantini. Ci sono tante persone per bene che non possono passare in secondo piano rispetto a queste storiacce che qualcuno ha diffuso ad arte per screditare le persone e per invidia. Ci sono ben altri problemi da affrontare». Se ne parlerà ancora per giorni, anche perché i carabinieri ed i legali potrebbero, con le videocamere, scoprire chi ha affisso quei volantini. E per lui, o lei, o entrambi, inizieranno i guai giudiziari.

 

Eraclea. «Se c’è qualcuno che ha qualcosa da dire, lo dica subito presentandosi davanti alla persona interessata e non nascondendosi in questo modo». Don Angelo Munaretto, il parroco del paese invita gli autori del volantino infamante a parlare. Ma senza la maschera dell’anonimato. «E’ stato un gesto puerile e stupido», aggiunge il parroco. Le due vittime, oggetto delle infamie su un loro presunto intreccio amoroso, le conosce molto bene e ha molta stima. Lo stesso imprenditore, il più esposto alla diffamazione perché il suo nome e cognome comparivano nel volantino, la mattina di mercoledì, si è rivolto proprio a don Angelo per chiedere un consiglio su come affrontare la spiacevole vicenda. «Il consiglio che mi sono sentito di dare - continua don Angelo - è quello di lasciar perdere e di non alimentare asti e vendette. Se si va avanti con un atteggiamento di voler trovare a tutti i costi il colpevole si corre il rischio di alimentare sospetti non fondati. E’ motivo di sofferenza, capisco bene, ma consiglio comunque ad essere superiori e di fare i conti con la propria coscienza che se è pulita nulla si deve temere». Ma le storie di corna e sesso. Inventate o non. Ad Eraclea sono spesso usate per sfogare vendette anonime più di quanto si pensi. «E’ successo anche a Ca’ Turcata», commenta don Angelo Munaretto, parroco del paese. «Giravano - continua don Angelo - un po’ di tempo fa, delle lettere anonime su una presunta relazione tra due persone della frazione, entrambe sposate con lo scopo di infangare i loro nomi e creare discordia in paese. Quando sento questi fatti sono davvero molto amareggiato perché in parrocchia stiamo cercando di fare tutti gli sforzi possibili per proporre un clima di famiglia e di aprire le porte dell’oratorio per dare un messaggio che vada in senso contrario all’odio e alla vendetta».

 

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8 – VENETO / NORDEST

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 21 “In Friuli come a Lourdes”. Folla dal “prete dei miracoli” di Marco Imarisio

Un abate ortodosso (sospeso dalla Chiesa) divide la comunità. I vescovi frenano i fedeli. Lui: sono un perseguitato

 

Tavagnacco (Udine) - Il prete dei miracoli ha la faccia da bambino. «Semplicemente, porto Cristo a chi non ce l'ha. E il Vangelo impone anche di guarire gli ammalati». Frasi solenni. Dette con espressione e voce sognante, in una cantilena che rivela l'origine piemontese. Ogni fine settimana l'abate ortodosso Domenico Fiume, meglio conosciuto come padre Gabriele, celebra la sua liturgia. A fedeli, adoranti e cattolici, che vedono in lui soprattutto un guaritore. Colui che lenisce i mali del nostro tempo, compresi quelli di natura fisica. «Il prete dei miracoli», è così che lo chiamano. L'estate scorsa questo religioso ventinovenne dal pizzetto che incornicia un sempiterno sorriso ha trovato ospitalità al centro culturale San Charbel, emanazione de Il Segno. Una comunità, una casa editrice e una rivista, che, nelle parole del direttore Piero Mantero, ha matrice laica, ma è specializzata nel campo cattolico carismatico. Si occupa di mistica, preghiere di guarigione, soprannaturale. La sede è una villetta a Feletto Umberto, frazione di Tavagnacco, che ormai si confonde con la periferia nord di Udine, vicino alla statale che porta in Carnia. Da allora molte cose sono accadute. La più importante è visibile all'ingresso del centro, dove padre Gabriele ha un ufficio per gli incontri con i fedeli. È una macchinetta che distribuisce i numeri per la coda, come negli uffici postali. L'ultimo venerdì ha emesso 316 tagliandi. Il giorno seguente altri 230. Domenica mattina, 270. In coda, gente che racconta. Sono arrivati qui che era ancora buio. Vengono da frazioni di paesi che si chiamano Reana del Rojale, Tricesimo, Martignacco, Pasian. Impiegate nelle profumerie di Udine centro, camionisti, pensionati. Ognuno di loro avrà diritto a un colloquio privato con padre Gabriele, che poi nella liturgia svelerà e ricorderà a tutti i loro patimenti. «Quell'uomo è speciale - racconta Mario Bernardi -. Come padre Pio. Mia moglie soffriva di depressione, lui l'ha guarita solo con le parole». «In lui trovo quella consolazione che la chiesa tradizionale non riesce più a darmi» racconta Marcella Marcutti, commessa in un Carrefour della zona. Tutti sostengono di conoscere un malato grave guarito grazie alle parole dell'abate ortodosso. Nessuno fa nome e cognome dei miracolati. La Chiesa friulana ha preso tempo e appunti su liturgie che secondo i racconti dei partecipanti durano più di cinque ore e portano alcuni fedeli allo stato di trance. All'inizio di novembre è stata emessa una nota pastorale congiunta dei quattro arcivescovi della regione che invita a non partecipare a «eventi miracolistici spesso presieduti da persone sconosciute ai rettori delle chiese e comunque non autorizzate ». Pochi giorni dopo il metropolita ortodosso di Milano e Aquileia ha sospeso a divinis padre Gabriele. La presa di posizione della curia lascia intravedere anche preoccupazione per l'aumento esponenziale degli incontri di preghiera autogestiti. Gli studiosi locali attribuiscono il fenomeno ad un inappagato bisogno di spiritualità che si scontra con l'abbandono delle parrocchie. In queste solitudini è entrato padre Gabriele. Un uomo che secondo Mantero, laico ma devotissimo, ha trasformato questo sobborgo di Udine in una piccola Lourdes. Lui sorride sempre, ha modi davvero curiali, parla con grande calma. Si definisce «un perseguitato », spesso fa paragoni con un illustre predecessore. «Anche Gesù finì in croce a causa delle chiacchiere di vescovi che giudicano senza conoscere ». È nato a Sperato, in Calabria, ma ha sempre vissuto in Piemonte. Il direttore del coro parrocchiale lo invita ad un gruppo di preghiera, e lì scopre la vocazione al sacerdozio, frustrata dai pessimi rapporti con la curia torinese, che lo ammonisce più volte a causa della sua tendenza a proclamarsi detentore di «carismi speciali di guarigione e liberazione». Subisce anche un processo per truffa e abuso della credulità popolare: assolto. Domenico Fiume ripiega sulla chiesa ortodossa. Già esorcista, dal luglio scorso è stato consacrato abate. «Come padre Pio, io mi limito a fare quel che dice il Vangelo. Prego per gli ammalati, e non è certo una colpa se poi gli ammalati guariscono. Gesù non ha mai fatto differenza tra una appendicite o una metastasi. Non chiedo a nessuno di cambiare religione, ma non posso impedire che i fedeli vengano a me». Le cose sembrano abbastanza chiare. Ci sono però alcuni tasselli che non si incastrano come dovrebbero. Una scritta nera sul muro di una fabbrica di Tavagnacco. «Padre Gabriele, torna da noi». Dopo il pronunciamento della curia cattolica e la sospensione a divinis del metropolita ortodosso, infatti se n'era andato. Aveva saltato un paio di appuntamenti, «per calmare le acque». È riapparso ieri, accompagnato dalla figura ieratica di monsignor Antonio De Rosso, primate della chiesa ortodossa in Italia che con la sua presenza intende sconfessare la sospensione. «Può darsi che questo ragazzo esageri - dice -, ma non fa nulla di strano. La curia dovrebbe piuttosto preoccuparsi del perché i suoi fedeli non vanno più in chiesa». Lui ascolta con sguardo assente. Sembra che viva in una dimensione tutta sua. Tra poco vestirà i paramenti e comincerà un lungo pomeriggio di liturgia. Sul marciapiede di fronte ci sono 270 persone che da ore attendono di entrare. Quando padre Gabriele scosta una tendina e si mostra alla finestra, battono le mani, urlano di gioia.

 

IL GAZZETTINO

Pag 2 Il vescovo: rispettare la vita e anche i dottori di Laura Bon e Sergio Zanellato

Mons. Mazzocato invita alla discrezione: no a terapie inutili che offendono la dignità umana

 

Treviso. Lei non parla. Prima barricata in casa, a Nervesa. Poi, dal tardo pomeriggio, in reparto, al Ca' Foncello a Treviso. Per lei una battuta della mamma: «Si può immaginare come sta», dice al telefono, cortese ma ferma nel non voler «interferire con la vita di mia figlia». Nel paese della Marca trevigiana e all'ospedale del capoluogo non è stata una domenica come le altre. Anche se di fronte al terremoto che l'ha colpita, Nadia Battajon non ha rinunciato ai suoi impegni lavorativi neppure per un giorno. Era al lavoro sabato, quando tv e giornali hanno diffuso la notizia che l'ha fatta conoscere in tutta Italia, scatenando reazioni in serie, ed è andata in reparto ieri, per il turno di notte. Come sempre. Ha accusato il colpo la dottoressa che, come dice l'amica Barbara Trentin, assessore provinciale ai servizi sociali, «vive per il suo lavoro e per Dio». E ha deciso di tacere. Ieri, è intervenuto il vescovo di Treviso Bruno Andrea Mazzocato, invitando alla discrezione. Una nota in tre punti, quella emessa dalla diocesi: 1. Ogni vita umana è sacra e chiede di essere sostenuta con assoluto rispetto e con i mezzi possibili in ogni momento della sua vita terrena fino al suo passaggio alla vita eterna attraverso la morte. 2. Questo sostegno non deve, però, offendere la dignità della persona con accanimenti terapeutici inutili anche se tecnicamente possibili. 3. Rispetto significa anche discrezione e delicatezza nei confronti della persona che vive gli ultimi giorni terreni, dei famigliari che le sono vicini e dei medici e infermieri che si prodigano, come nel nostro reparto di pediatria di cui è riconosciuta la professionalità e sensibilità. Disattendere questi tre principi favorisce una perdita di sensibilità morale nei confronti della vita umana e sociale della quale tutti siamo responsabili". L'infermiera che pone sulle braccia della mamma il piccolo senza più speranza: un gesto di amore. No, non è eutanasia, ma il segno di una grande sensibilità umana e professionale, che non intacca i principi etici. Un segno di responsabilità e di rispetto della deontologia. È questo il senso delle parole del vescovo Mazzocato. Si tratta, questa la preoccupazione che si è colta negli ambienti della chiesa, di non alimentare uno sterile dibattito attorno a un evento che va visto al di là delle contingenti emozioni, avendo come obiettivo la dignità e il rispetto della vita ed avendo ben fermi i principi etici e deontologici. Niente polemiche e approssimazioni, ma cautela e prudenza: ecco l'esortazione della Chiesa. Della dottoressa Battajon, invece, Barbara Trentin, è amica di vecchia data. Con lei ha condiviso per anni l'attività in parrocchia. «È una persona di una moralità incredibile. Non è sposata, vive per il suo lavoro, che ama moltissimo, e per Dio. Per capire la sua fede e le sue convinzioni, basta leggere ciò che scrive nel bollettino parrocchiale. E poi, non solo è stata, negli anni, presidente dell'Azione cattolica di Nervesa, ma ha avuto incarichi anche a livello diocesano. La sua correttezza è, da tutti i punti di vista e soprattutto da quello etico, incredibile. È una grande amica, una delle migliori persone che io conosca». Giudizio analogo sulla professionalità: «So con quale sensibilità tratta i genitori e i bambini. Di notte, anche se non è di turno ma le viene in mente che un piccolo può avere un problema, si alza, parte da Nervesa e va a Treviso per accudirlo. Provo un grande fastidio per ciò che le sta succedendo e per il fatto che si è ritrovata in una condizione del genere. Quella che viene applicata non è eutanasia: si tratta di bambini che comunque morirebbero e, quando non c'è più speranza, è giusto che ciò avvenga nel modo più tranquillo possibile. Insomma, facciamoli morire in pace. E poi non è giusto che ciò che viene detto ad un convegno medico, fra specialisti, diventi di dominio pubblico. Nadia sono certa che sta vivendo malissimo questa situazione, ma penso che ripartirà. Siamo tutti con lei».

 

Nervosa. «L'approvazione sentimentale c'è, ma manca il cappello giuridico». Di fronte al terremoto che sta vivendo la sua concittadina, ma anche collega, Nadia Battajon, il sindaco di Nervesa Fiorenzo Berton analizza il caso nella doppia veste di primo cittadino e di medico, cercando anche di trasmettere l'idea del modo in cui la piccola comunità della Marca trevigiana sta vivendo la vicenda e le polemiche sollevate dopo le parole pronunciate durante un convegno dalla neonatologa dell'ospedale Ca' Foncello. «La gente di Nervesa - spiega Berton - dimostra partecipazione emotiva nei confronti della pediatra ritenendo che in casi tanto disperati staccare la spina sia l'unica soluzione. Nello stesso tempo, però, c'è la sensazione che dal punto di vista giuridico certi atti vengano compiuti in spregio alle norme. Molti si chiedono, inoltre, perché in relazione al caso di Eluana Englaro siano nate tante controversie mentre in questo caso si sia agito liberamente. Ci si chiede anche per quale motivo il caso sia stato reso noto solo ora e non sia stato comunicato in passato. Qualcuno legge nella rivelazione, e nella fonte della stessa, una dimostrazione del fatto che la Chiesa vuole forse cominciare ad affrontare il problema in modo nuovo e trovarne una giustificazione anche etica». In sostanza, dato che la dottoressa Battajon è una donna estremamente religiosa, il fatto che proprio da lei arrivino certe affermazioni sarebbe nell'immaginario comune un segnale particolarmente rilevante. Ma il medico Berton cosa pensa? «Condivido pienamente lo spirito della collega, ma se non ci sono norme di legge che giustificano pienamente il gesto è meglio essere prudenti ed attendere un provvedimento legislativo». Il giudizio di Berton sindaco si sofferma maggiormente sulla persona. «Non conosco direttamente la Battajon, ma tutti ne parlano in termini molto positivi dal punto di vista umano e spirituale. È molto religiosa e io stesso leggo sempre con piacere i suoi articoli sul bollettino parrocchiale. Nel contempo ritengo però che debbano essere i giudici a normare certi atti».

 

Pag 9 Negozi a basso prezzo, un affare da milioni di Gigi Bignotti

Tra Veneto e Friuli sono più di settanta, continuano ad aumentare e ogni punto vendita incassa oltre 350 mila euro l’anno. I clienti? Soprattutto ragazzi, pensionati e stranieri

 

Mestre. Una volta si chiamavano "Tutto a mille lire": erano pochi e periferici, tipo bazar semiclandestini mai dove spesso la pulizia lasciava a desiderare e sempre disordinati. La merce era accatastata qua e là con prodotti natalizi che restavano esposti fino a Pasqua (e viceversa). Ma i tempi cambiano, specialmente nel commercio e così oggi i "monoprezzo" sono negozietti che occupano locali più che dignitosi, qualcuno anche elegante, con scaffali in legno, ampie vetrine nei centri storici delle principali città italiane. Quello che è rimasto quasi inalterato è la provenienza dei prodotti, in massima parte "made in China". A Nordest si contano oggi 72 punti vendita monoprezzo delle tre catene concorrenti. In un anno sono aumentati di sette unità (in pratica il dieci per cento) mentre il fatturato negli ultimi due mesi è salito del 15 con punte fino al 20 per cento: la riprova del mini-boom, comunque, sarà il periodo natalizio. In ogni caso nel 2007 i negozi a basso prezzo hanno fatturato fra Veneto e Friuli Venezia Giulia oltre 21 milioni di euro, cifra che dovrebbe sfiorare i 25 milioni quest'anno per una media di 350 mila euro d'incassi per ogni punto vendita, quindi circa mille euro al giorno. Sia la Federconsumatori-Cisl, con il suo presidente Ermes Coletto, che l'Adiconsum, con il responsabile padovano Roberto Nardi, ritengono il fenomeno tutt'altro che passeggero e mettono in guardia gli operatori: «Il cliente trova in questi negozi la possibilità di sfogare il proprio bisogno di consumo rimediando così alla caduta del potere d'acquisto del proprio stipendio o della propria pensione. Ma bisogna stare molto attenti, la politica dell'usa e getta a volte è più costosa». Coletto ritiene poi importante il fatto che sia proprio il Nordest a trainare il fenomeno: «È un elemento indicativo della dinamicità di questa terra, sempre pronta a cavalcare le novità e a stare al passo con i tempi, anche quelli di magra come questi». Ma in quali settori questa "moda" potrà sfondare? «Non credo a un allargamento del loro mercato anche se ormai i discount vendono di tutto, credo che il boom si limiterà al tipo di "target" rappresentato da massaie e pensionati in cerca di piccoli oggetti, regalistica e bigiotteria dai costi contenuti». Il "cavallo di battaglia" di queste catene è assicurare il cliente: tutto costa sempre e comunque un euro. Le società attive in Italia sono tre, due delle quali hanno sede legale proprio a Nordest. Stanno facendosi una concorrenza spietata la "NineTnine cent paradise" con sede a Bolzano, la "Eurocity" di Villorba (Treviso) e la "Euroshop" di Milano. La prima ha addirittura scelto di abbassare l'offerta e rilanciare: i prodotti costano tutti 99 centesimi. Vende di tutto: dagli articoli per ferramenta (attrezzi vari, pennelli, ecc.) fino a prodotti per animali, cosmetici e cancelleria. Il cent di resto, se si vuole, può essere dato in beneficenza: vicino alle casse c'è un salvadanaio per la donazione. C'è poi la "Eurocity", catena che nasce nel 2003 dall'idea del trevigiano Adriano Zago che opera nel settore dell'ingrosso per la grande distribuzione da oltre cinquant'anni. È lui a spiegare di aver «colto le esigenze di una gran parte di consumatori: acquistare prodotti con un ottimo rapporto qualità/prezzo». Al tradizionale assortimento ogni mese vengono aggiunti trecento nuovi articoli per differenziarsi dalla concorrenza. E secondo gli ultimi dati è il marchio leader nel settore a Nordest. Infine c'è "Tutto 1 euro Euroshop" che spazia dalla bigiotteria ai libri. E' una società milanese - sede a Corsico - che cede il proprio marchio in franchising e nasce dall'unione di esperti nel settore. Le gamme di prodotti sono praticamente le stesse anche se ormai toccano praticamente tutti i settori: casalinghi, bigiotteria, decoupage, fiori, profumeria, cucina, giocattoli, scuola, ufficio, ottica e perfino orologeria. In alcuni punti vendita è possibile trovare prodotti alimentari come merendine, biscotti, caramelle, cioccolate e bevande anche di marca (tipo Coca Cola e Fanta). Ma quanto costa avviare un'attività del genere? Per aprire un negozio "monoprezzo" l'investimento iniziale va dai 60 ai 75 mila euro con il diritto di entrata (una sorta di avviamento) che costa, come minimo, altri ottomila euro (non è richiesta esperienza nel settore). Poi ci sono gli acquisti obbligatori tipici del sistema in "franchising". Il fatturato medio dichiarato varia dai 250 ai 350 mila euro all'anno. Nessuno dei negozi a un euro è iscritto alle associazioni di categoria. Per questo sia Confcommercio che Confesercenti dichiarano di avere una conoscenza indiretta degli operatori ma i due presidenti veneti, Fernando Morando e Maurizio Franceschi, fanno un'analisi spietata: «È un fenomeno che preoccupa perché è lo specchio del difficile momento che stiamo vivendo - concordano - In effetti stanno piano piano scomparendo i negozi di fascia media quelli più vicini alla gente, al cliente normale, e aumentano questi negozi la cui filosofia di vendita non si basa certo sulla qualità dei prodotti».

 

Mestre. Le zone a più alta densità di "negozi monoprezzo" sono nel Veneziano, a Jesolo e Mestre. Ma mentre nella località turistica sono tutti della stessa azienda, la Ninetnine, quindi non si fanno concorrenza e sono stagionali (aperti solo d'estate), quelli nel centro di Mestre sono a poche centinaia di metri l'uno dall'altro, appartenenti però alle tre diverse società presenti sul mercato del Nordest e due sono addirittura in un fazzoletto. Capita così di vedere clienti visitarli entrambi in pochi minuti. Molto singolare l'acquisto di Laura, pensionata di 65 anni, che esce con un paio di occhiali da vista e, inforcandoli, li mostra all'amica con lei alla ricerca di "occasioni". Inevitabile la domanda del cronista: ma si fida di questi prodotti a prezzi stracciati? «Perché no, conosco il titolare ed è una brava persona. Naturalmente queste lenti sono riposa-vista e costano un euro ciascuna (una diottria e mezza, ndr) poi ci va la montatura da due euro. Io li uso per guardare la tv e sono soddisfatta». Poco più in là un'altra signora, cinquantenne, si mette al polso un orologino da due euro: «Cerco di risparmiare su tutto. Di orologi spesso ne rompo o li perdo facendo le pulizie - spiega - quindi ne acquisto a basso prezzo così con pochi euro ho comunque l'ora esatta: qui spendo un euro per l'oggetto e uno per la batteria». Ma quanto dura? «Fosse anche solo un mese poi la cambio con un altro euro e c'è pure l'offerta "3x2", sempre conveniente». C'è infine chi esce dal negozio con una borsa piena di prodotti per la casa. È una badante romena che racconta: «Lavoro in una cooperativa e con questi detersivi risparmiamo un po' avendo comunque una buona resa». Quante volte fa la spesa in una settimana? «Due o tre, a seconda delle esigenze, acquisto anche per me spendendo in media 5 o 6 euro per volta: compro cosmetici, piatti e altri oggetti per la casa». I monoprezzo hanno una clientela che per circa il 40% è straniera. A Venezia anche i turisti vanno in cerca di souvenir "usa&getta" a un euro. La fascia di età del cliente medio è ampia con più frequenze di under 20 (in cerca di regalini per gli amici) e over 60 che comprano un po' di tutto. C'è poi anche gente che passa ore intere all'interno dei locali come rapita dalla varietà dei prodotti. Alla fine è difficile non comprare qualcosa. «Si esce inevitabilmente con un oggettino, anche il più inutile» ammette Silvia, 16 anni, tutta soddisfatta dell'acquisto per il fidanzatino.

 

IL GAZZETTINO di domenica 23 novembre 2008

Pag 1 La paura di chiedere aiuto di Vera Slepoj

La tragedia di Verona

 

Ciò che muore a Verona è soprattutto la capacità dell'uomo contemporaneo di gestire il dolore, di accettare l'impotenza della razionalità e della volontà, la follia del dare e decidere la morte è in fondo il delirante e sconfortante disegno di poter gestire il destino, di ribellarsi ad esso. Verona cara, Verona bella, Verona paradigma dell'inganno e dell'amore, da Romeo e Giulietta, a Maso, fino alla strage della famiglia del commercialista definito dai giornali "perfetto". L'analisi sociopsicologica va fatta e soprattutto con rigore cercando di non banalizzare il problema scorporandolo dalle emotività, ma restituendo qualche ipotesi perché è il cittadino a chiedersi, interrogarsi, dover per forza uscire dai parametri sui quali ha costruito la sua idea del mondo, ossia quel vago concetto di normalità che va a definirsi dentro i luoghi comuni che sono: avere il lavoro, avere la stima, avere una famiglia, dei figli, una moglie bella e solerte, vestirsi bene e abitare in una casa standardizzata nell'ottica del benessere. I delitti o le grandi stragi siamo abituati a inserirli nel nostro immaginario a ridosso di problematiche sociali e rituali, famiglie destrutturate, patologie mentali, uso di sostanze stupefacenti, violenze e aggressività relazionali, precarietà sociale e professionale, emarginazione, tutti ingredienti che fanno intravedere all'opinione pubblica le stragi come logica conseguenza. Non siamo abituati viceversa a declinare la follia, le stragi familiari in tessuti sociali inseriti solidamente, la laurea, il lavoro, l'onestà, per questi motivi il delitto del commercialista di Verona inquieta, ma inquieta anche che dopo tanti delitti dove tanti bambini e donne vengono uccise proprio dai mariti o ex mariti, dovrebbe averci fatto capire che la mente umana produce e costruisce i suoi orrori dentro una visione ben precisa dei nostri comportamenti. La patologia mentale non è un virus, è il risultato di una sequenza di eventi, per lo più dolorosi che portano l'individuo a costruire le sue diverse difese, molto spesso i delitti di questo tipo sono il risultato di un isolamento interiore che recupera ferite dolorose nell'idealizzazione dell'amore, nelle mogli, nelle fidanzate, nei figli che diventano l'unica ragione d'essere, l'unico luogo che dia una ragione d'essere o di vivere. Allora eliminare l'intero nucleo, senza i già noti, già visti, già drammaticamente vissuti, diventa il risultato della visione autistica e egocentrica del mondo dove la genitorialità non è un atto di amore, ma il legame figliatico con la vita, la famiglia che si scioglie o che attraverso qualche problema, magari la richiesta di autonomia, magari la voglia di liberarsi da parte di questa giovane moglie della dipendenza, la ricerca di individualità da parte del gruppo diventa una minaccia per queste casistiche e allora l'equilibrio che si reggeva sul controllo, sull'inamovibilità emotiva, il rifiuto dei cambiamenti, ma anche le capacità di accettare un fallimento, una separazione diventa insostenibile. Chi vive a ridosso degli altri, chi non ha strumenti per poter gestire autonomamente la vita rischia sempre di perdere l'equilibrio e l'ansia e l'angoscia di vivere, magari l'impossibilità di vivere ferite già viste, perdite già vissute, laceranti abbandoni mai elaborati, fanno intravedere la morte come l'implosione di una visione del mondo mai superato. Non è la famiglia che uccide, ma il male di vivere, la sottovalutazione del dolore, l'illusione che l'individuo cambi, si modifichi con comportamenti normativi che non aiutano, semmai distruggono. È il rifiuto dell'imperfezione da un lato, ma anche la paura di chiedere aiuto e in fondo quest'uomo giovane e caparbio la speranza l'aveva persa da tempo, quella di vivere la vita per quella che era o per fare rigidamente, per difendersi da se stesso risucchiato dal passato. Come sempre chi uccide così in realtà non ha mai riconosciuto né l'amore degli altri né un vero senso dell'esistenza, forse molte di queste stragi sono il risultato del dolore implacabile che colpisce spesso l'esistenze senza la fiducia necessaria per affrontare i propri fantasmi.

 

Pag 8 La Lega “silura” Galan: “Deciderà Bossi” di Giorgio Gasco

Si accende il dibattito politico sull’eventuale quarto mandato

 

Con l'autocandidatura per il quarto mandato da governatore del Veneto (nel 2010), Giancarlo Galan ha voluto avvisare soprattutto la Lega che da tempo sta cercando di scalare la sua poltrona. Dopo aver letto le parole pronunciate venerdì dal presidente azzurro dal palco del consiglio nazionale di Forza Italia («Ho lavorato bene, spero di poter continuare a farlo»), i padani veneti non si sono di certo strappati le vesti di dosso. Si sono limitati a ripetere il solito ritornello: per il Veneto decideranno Berlusconi e Bossi. Un bel "siluro" alle ambizioni galaniane. «La autocandidatura di Galan non è certo una novità» annota il ministro Luca Zaia che confessa di non aver letto i giornali essendo stato tutta la settimana a Bruxelles per le quote latte. Comunque, «questa è una partita che non mi interessa, ci penseranno i due leader nazionali. Bossi ha già parlato chiaro, l'altro giorno a Treviso per la parita della squadra di calcio della Padania con la rappresentativa di Zagabria: il nostro candidato è Flavio Tosi. Berlusconi e Bossi diranno la parola finale». Sulla stessa linea del fronte, con qualche maliziosa frecciatina, è anche Franco Manzato assessore regionale del Carroccio. «È giusto che Galan speri nella ricandidatura» ammette con tono buonista. Però «penso che all'interno del nuovo Pdl ci siano tante altre persone degne...». Del Pdl? «Certo, penso al ministro di An Alberto Giorgetti...». Che strano, una indicazione fatta proprio ieri a Rovigo dal reggente di An Ignazio La Russa. «Ha visto...». E per la Lega? «Lo sappiamo come andrà a fine: tutto è nelle mani di Bossi e Berlusconi. Noi abbiamo uomini a valanga: Tosi, Bricolo, Zaia e altri...». C'é il problema dell'abbondanza. «Piuttosto, da noi non esiste il concetto di autocandidatura, conta solo quello che decidono i leader di Pdl e Lega. Chi si autopropone, da noi rischia la ghigliottina». Non dirà che siete disposti a votare uno di An? «Con il Pdl, per noi non c'é più distinzione tra Forza Italia e An: è un tutt'uno. Poi, se un candidato non leghista sarà gradito al nostro segretario veneto, Gobbo, allora bene al contrario non se ne parla proprio. Sempre che Bossi e Berlusconi...». Stando a Manzato, dunque, potrebbero essere più di uno i candidati del Pdl alla presidenza della Regione. Anche quell'Alberto Giorgetti, veronese, che pur mantenendo il ruolo di coordinatore regionale è passato al ministero dell'Economia come sottosegretario di Tremonti. Proprio di lui ha parlato Ignazio La Russa, ieri a Rovigo per l'assemblea veneta del partito. Il reggente di An e ministro della Difesa, si è spinto oltre, verso il Carroccio: dopo la costituzione il prossimo marzo del Popolo della Libertà «deve nascere la confederazione con la Lega». L'intento è di «rafforzare questa alleanza, ma parliamoci chiaro. Non sarà concesso di scindere la nostra coalizione a seconda della convenienza locale. Bossi si è impegnato nella condizione opposta a livello nazionale». Per questo La Russa non ha avuto remore nel dare la sua benedizione alla provocazione lanciata dall'onorevole polesano Luca Bellotti di proporre per la presidenza della Regione Alberto Giorgetti. Tornando agli equilibri politici in regione, ieri, all'inaugurazione del nuovo palazzetto dello sport di Conegliano, il governatore Galan ha annunciato che domani dovrebbe essere a Arcore per incontrare Silvio Berlusconi prima della tradizionale cena del caminetto tra il premier e Bossi. Ma non parlerà della sua ricandidatura alle regionali, quanto dei rapporti in Veneto tra il Pdl e l'Udc. La Lega vuole la cacciata dalla Giunta dei centristi, i quali, invece, rinnovano, almeno fino al termine della legislatura, il patto di lealtà firmato nel 1995. Ieri Berlusconi ha pronunciato parole inequivocabili sui rapporti tra Pdl e Casini ormai da tempo fuori dal centrodestra ma ancora alleato in più di una regione. Altrettanto ha fatto il sottosegretario azzurro Aldo Brancher. Il "leghista" di Forza Italia (lavora a stretto contatto con Bossi) comprende «la scelta del governatore Galan che pensa di mantenere quello che è stato l'impegno iniziale con l'Udc, io posso rispettare la sua opinione ma tutto però va valutato all'interno del rapporto nazionale». A Brancher pare evidente «che Berlusconi ha in proposito un'idea abbastanza chiara. Constato che in Parlamento il 98% dei voti dell'Udc sono gli stessi della sinistra e mi pare che di questo bisogna tenere conto». A tirare dall'altra parte i centristi è Massimo Cacciari che anticipa quelle che saranno le linee della politica veneta e nazionale. «L'alleanza con l'Udc? È una strada segnata, dettata dalle cose. Perché il governo Berlusconi bene o male durerà, la casetta "red" è già pronta». Secondo il sindaco di Venezia «il binario che porta all'alleanza con il Pd è lì: si può deragliare, ma non cambiare direzione. E il Pd deve capirlo in fretta». Alleanza con l'Udc e, per quanto riguarda specificamente le comunali del 2010 a Venezia, liste civiche di comitati, apertura ai socialisti e ai Verdi. «L'alleanza col centro è necessaria ne ho già parlato con Casini».

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 23 novembre 2008

Pag 1 Il rischio del Governatore di Alessandro Zuin

 

Giancarlo Galan è andato fino a Roma, davanti ai maggiorenti del suo partito schierati al gran completo, per dire che gli piacerebbe continuare a governare il Veneto anche dopo il 2010. Ha detto proprio così: «Spero e credo di averlo fatto bene, e spero anche di poterlo fare ancora». È un'aspirazione legittima, per quanto vent'anni consecutivi da presidente della Regione si avvicinino molto a una monarchia elettiva. Il problema, che Galan conosce benissimo (non per caso ha usato il verbo sperare), è se glielo lasceranno fare. Non tanto gli elettori veneti, fedeli all'asse di centrodestra con costanza indefettibile e numeri imbarazzanti per la parte avversa, quanto piuttosto i suoi superiori politici. È evidente a tutti, poiché la cosa avviene alla luce del sole, che la Lega ha avviato una lunga campagna di logoramento del governatore, finalizzata al traguardo del 2010. È altrettanto evidente che, a quell'epoca, il Veneto sarà una delle pedine di scambio sul tavolo dell'alleanza tra Bossi e Berlusconi, poiché il Carroccio pretenderà di conseguire finalmente il suo scopo sociale: conquistare la presidenza di (almeno) una Regione padana. Che potrebbe essere, nella migliore delle ipotesi, anche l'agognata Lombardia, oppure in alternativa l'incerto Piemonte (dove oggi governa il centrosinistra). Però non c'è dubbio che il Veneto, per la consistenza elettorale conquistata dal Carroccio e per l'autorevolezza raggiunta da alcuni suoi potenziali candidati - Luca Zaia e Flavio Tosi su tutti - , costituisce l'obiettivo più praticabile. Per questo Giancarlo Galan fa bene, dal suo punto di vista, a porre fin d'ora il tema di una sua rielezione. Ma probabilmente farebbe altrettanto bene a diffidare di quanti, nel suo schieramento, gli dicono di stare tranquillo e lo indicano come il naturale successore di se stesso. Non per malafede, ma perché certi segnali che arrivano dalle alte sfere non sono incoraggianti. Per esempio, questa faccenda dell'Udc dentro o fuori dalla maggioranza regionale, che finirà direttamente sulla tavola di Arcore per la cena del lunedì tra Berlusconi e Bossi (con Galan commensale), è diventata materia assai sdrucciolevole. Se i due capi supremi della coalizione concorderanno nel dare una lezione ai centristi, cacciandoli dalla stanza dei bottoni, sarà un colpo basso in particolare per Galan, che vorrebbe tenerseli stretti. Ma soprattutto si dimostrerà che le sorti del Veneto, se mai c'era qualche dubbio, si decidono in base a logiche che venete non sono.

 

Pagg 2 – 3 Spina staccata, la Procura apre un'inchiesta di Michela Nicolussi Moro

Ma a Treviso tutti i colleghi difendono la dottoressa che ha «accompagnato alla morte» il neonato. «E' morto vicino a mamma invece che attaccato ai tubi». Il vescovo: «Caso molto delicato. Richiede una sensibilità particolare» 

 

Treviso - Il procuratore di Treviso, Antonio Fojadelli, ha aperto un'inchiesta sul caso di interruzione delle terapie ad un neonato di 5 giorni con gravissime malformazioni raccontato venerdì mattina in un dibattito pubblico, dalla dottoressa Nadia Battajon, componente dell'équipe di Patologia neonatale dell'ospedale Ca' Foncello. «Pur operato, non aveva alcuna prospettiva di ripresa - era stata la testimonianza choc - abbiamo spiegato ai genitori che non aveva senso continuare terapie inutili e loro hanno capito. La mamma ha preso in braccio il piccolo, che era attaccato alle macchine, e noi abbiamo bloccato la somministrazione dei farmaci. Lo abbiamo già fatto 5-6 volte, per casi disperati».

La Procura - «L'apertura del fascicolo è un atto dovuto - spiega Fojadelli - necessario a rendersi conto di come siano andate le cose nel dettaglio. La vicenda va presa in considerazione per gli aspetti giuridici che la riguardano, poiché la magistratura non si occupa di etica. È ovvio che in questa fase il nostro lavoro è solo di verifica dei fatti. Dobbiamo approfondirli e capire cosa sia realmente accaduto ». L'articolo 32 della Costituzione impone infatti il rispetto della salute e quindi della vita perciò, come sottolinea l'avvocato vicentino Giovanni Gozzi, penalista ed esperto di bioetica, «chi interrompe le cure ad un malato può essere indagato per omicidio volontario».

La difesa - Ma i colleghi prendono le difese della neonatologa, facendo leva sulle raccomandazioni ad evitare l'accanimento terapeutico contenute nel loro codice deontologico. «Reputo giusto l'operato della dottoressa Battajon - dice il presidente della Società italiana di neonatologia, Claudio Fabris - che ha agito d'accordo con i genitori del piccolo. Se ci sono capacità vitali dev'essere fatto tutto il possibile per salvare il paziente, ma se le terapie non portano alcun beneficio e anzi procurano solo sofferenze ulteriori e prolungano l'agonia, vanno sospese ». «Lo scorso ottobre, a Ferrara, i presidenti degli Ordini dei Medici di tutta Italia hanno sottoscritto un documento che invita a non perseguire l'accanimento terapeutico - aggiunge Francesco Noce, presidente a Rovigo e componente dell'esecutivo regionale -. La collega ha agito bene, il miglior comportamento è non spingersi al di là delle umane possibilità. Lei ha avuto coraggio ad esporsi così in pubblico, perché per un medico una decisione del genere è molto difficile e non ha nulla a che vedere con l'eutanasia. Quando le cure non servono più a nulla, una persona ha il diritto di morire in pace». Nessun provvedimento a carico di Nadia Battajon sarà dunque adottato dall'Ordine di Treviso. Riflette il presidente, Domenico Stellini: «Davanti alla prospettiva di prolungare di qualche giorno, e con molto dolore, una vita destinata comunque a concludersi, l'équipe del Ca' Foncello ha proceduto correttamente. Mi auguro che la pratica di non accanirsi su malati senza speranza sia diffusa nei nostri ospedali. Non siamo autorizzati a far soffrire la gente invano».

L'approccio soft - Però nelle Patologie neonatali di Verona e Padova, centro di riferimento veneto e italiano, non si interrompono mai le terapie. «In casi disperati sostituiamo le cure intensive, che aggiungerebbero dolore e stress al paziente, con quelle palliative e antidolorifiche - spiega il primario, professor Lino Chiandetti -. Nel rispetto della dignità del bambino, non lo facciamo morire noi sospendendo ogni trattamento, ma lo accompagniamo alla fine della vita, che deve avvenire in modo naturale. E' obbligo morale del medico lavorare per la vita e quando questo non è possibile alleviare la sofferenza». «Non smettiamo mai di prendercene cura - aggiunge il dottor Paolo Biban, responsabile della Terapia intensiva pediatrica di Verona - da noi non esiste il concetto di staccare la spina. Se non c'è possibilità di ripresa, evitiamo interventi invasivi preferendo la terapia anti-dolore, ma non con lo scopo di abbreviare la vita. Non acceleriamo mai il decesso».

 

Venezia - Il dibattito scatenato dalla testimonianza pubblica della dottoressa Nadia Battajon ha catturato anche l'interesse del vescovo di Treviso, monsignor Andrea Bruno Mazzocato. «Sto seguendo il caso alla ribalta con grandissima attenzione - fa sapere il presule - intendo raccogliere tutti gli elementi utili ad esprimere un giudizio finale. Per ora posso dire che per affrontare situazioni tanto delicate ci vuole una sensibilità particolare, perché hanno implicazioni etiche e morali. E' il motivo per il quale sto approfondendo la conoscenza di quanto accaduto». Ed è esattamente quello che farà pure l'assessore veneto alla Sanità, Sandro Sandri: «Prenderò carta e penna e chiederò formalmente una spiegazione al direttore generale dell'Usl 9 di Treviso, Claudio Dario. Come faccio per ogni evento della nostra sanità capace di sollevare dubbi, voglio avere gli opportuni chiarimenti da chi di dovere. Mi interessa capire cosa sia successo direttamente da chi ha agito, per me è fondamentale sentire la versione dei fatti dell'équipe trevigiana». Non nasconde, l'assessore, una certa perplessità per l'approccio così «impattante» a un bambino senza speranze messo in atto dalla Patologia neonatale del Ca' Foncello. «Se davvero le cose sono andate come è emerso, piuttosto che per una brusca interruzione delle cure io mi sento di propendere per un accompagnamento dolce e graduale alla morte - ammette Sandri -. Decesso che deve avvenire in modo naturale, non essere indotto. Insomma, come essere umano più che da politico, avverto vicino al mio modo di essere la procedura soft adottata dagli ospedali di Padova e Verona ». Sull'inchiesta aperta dalla Procura, commenta: «E' giusto che il magistrato voglia chiarire tutti gli aspetti della vicenda e capire se la legge sia stata violata. Ma per me sono ugualmente importanti i risvolti bioetici della storia». Ecco, su quest'ultimo punto si sente di rassicurare tutti il direttore del Centro di terapia intensiva neonatale dell'Università Cattolica di Roma, Costantino Romagnoli: «Se un neonato arriva a dei parametri fisiologici di non ripresa, la decisione più logica è sospendere quei trattamenti farmacologici e terapeutici ormai inutili e procedere solo con cure compassionevoli, ovvero alimentazione-idratazione artificiale ed antidolorifici. Si attua cioè un accompagnamento alla morte il meno doloroso possibile ». E fa un esempio: «Le Terapie intensive neonatali sono come gare di Formula 1 con una Ferrari: le prestazioni sono al massimo del possibile, se non funzionano vuol dire che si è arrivati al limite delle possibilità terapeutiche ». Anche un recente documento del Consiglio superiore di sanità sostiene che qualora «l'evoluzione clinica dimostrasse che l'intervento è inefficace, si dovrà evitare che le cure intensive si trasformino in accanimento terapeutico».

 

Treviso - A infastidirla non è tanto il clamore sollevato (se lo aspettava, al convegno padovano di venerdì aveva detto: «Pensate a cosa accadrebbe se la notizia arrivasse alla stampa»), quanto due aspetti apparentemente secondari della vicenda. Primo: «La mia non è stata una testimonianza pubblica, ma una condivisione con i colleghi». Secondo: «La scelta di sospendere le cure non è stata presa soltanto da me, ma da tutto il personale della Patologia neonatale». Una volta sputati questi due rospi, la dottoressa Nadia Battajon affronta con sicurezza taccuini, telecamere e flash. Spiega con pacatezza perché siano state interrotte le cure ad un neonato che pesava meno di un chilo, aveva 5 giorni di vita ed era nato con gravissime malformazioni. «Nel nostro reparto ci sono bambini che vivono, altri che purtroppo non ce la fanno - ha chiarito - ci sono piccoli pretermine e pazienti con problemi molto seri. Noi assicuriamo loro le cure migliori per farli vivere, e al meglio, ma quando si presenta una situazione di non ritorno l'intera équipe, non il singolo medico, si assume la responsabilità di accantonare terapie ormai inutili e di attuare un appropriato accompagnamento alla morte. Naturalmente in sintonia con i genitori». Procedura che dunque, ha confermato la dottoressa, si attua ogni volta si presenti un quadro clinico senza speranze. «Il concetto di cura di un bambino morente significa seguire ogni suo momento rimanente - ha proseguito - e consentirgli di morire fra le braccia dei genitori, anziché, di lì a poco, in un lettino isolato e collegato a decine di cannucce e cavi. E' doveroso non lasciarlo solo in un momento così drammatico, che coinvolge emotivamente anche il personale sanitario. Noi ci affezioniamo a piccoli e genitori, da anni lavoriamo perché la fine della vita di questi bimbi avvenga nel rispetto della persona e della loro dignità». Del neonato di 5 giorni, la Battajon ricorda: «Presentava una situazione clinica molto pesante, sarebbe morto ugualmente, per questo l'abbiamo dato in braccio alla mamma per gli ultimi istanti. So che questi casi possono essere fraintesi dall'opinione pubblica, ma abbiamo agito nel rispetto del nostro codice deontologico e di linee guida nazionali di bioetica. E' deontologicamente importante non accanirsi e non causare altro dolore a chi purtroppo non ha aspettative di vita». A tale proposito, il direttore sanitario del Ca' Foncello, Michele Tesserin, assicura la corretta applicazione della mozione approvata il 28 gennaio 2005 dal Comitato nazionale per la Bioetica, che dipende dalla presidenza del Consiglio dei ministri. L'articolo 3 recita: «La decisione di interrompere trattamenti medici futili, privi di alcuna credibile prospettiva terapeutica per il paziente va sempre ritenuta non solo lecita ma addirittura eticamente doverosa, per impedire che l'azione medica si trasformi in accanimento terapeutico. Questa affermazione è valida anche nel caso i cui i pazienti siano neonati ». L'ospedale di Treviso è andato oltre, attrezzando delle stanze dell'addio. «Sono spazi in cui non solo i genitori - rivela Camillo Barbisan, presidente del Comitato di Bioetica dell'Usl 9 - ma anche i nonni o altri parenti stretti possono accompagnare con il loro affetto gli ultimi istanti di vita di un bambino per il quale nessuna terapia sia in grado di avere il minimo effetto sullo spostamento significativo del momento della morte».

 

Pag 5 La Procura e il movente: «C'erano attriti familiari» di Angiola Petronio

Verona, gli investigatori: quadro non idilliaco. Lei cercava casa e qualche volta dormiva in un'altra stanza. L'immagine di una famiglia perfetta è andata via via sgretolandosi. Negli ultimi giorni, qualcosa era cambiato

 

Verona - «Non esistono le famiglie del Mulino Bianco». Ha dovuto sterminare la sua con cinque colpi di pistola, il dottor commercialista Alessandro Mariacci e poi si è dovuto ammazzare, per far capire a tutti - inquirenti e investigatori compresi - che neanche quella che abitava nella corte ristrutturata di San Felice Extra era una famiglia da farci la pubblicità dei biscotti. Perché all'indomani della strage di via Belvedere la maiolica della famiglia perfetta si è alquanto incrinata. E quelle crepe che Alessandro e sua moglie Maria Riccarda cercavano in qualche modo di nascondere sono emerse. Crepe profonde, in particolare nella mente di lui. E che lei tentava di celare all'esterno. Ma che sono deflagrate l'altra notte, con sei colpi di pistola. Due per Maria Riccarda, che ha tentato di nascondersi e di nascondere a se stessa quello che stava accadendo sollevando un braccio. Uno ciascuno per Filippo, 9 anni, Nicolò 6 e Iacopo 3. E uno per sé. La crisi del matrimonio - Hanno tentato di proteggere quell'immagine di una famiglia senza problemi anche gli inquirenti. Lo hanno fatto fino a ieri, ma poi l'evidenza ha avuto il sopravvento. «Si privilegiano le ipotesi di attriti familiari», ha spiegato il pubblico ministero che coordina le indagini, Giovanni Pietro Pascucci. Perché la famiglia Mariacci-Carrara Bottagisio non rasentava la perfezione, a dispetto delle apparenze. «Il quadro che ci appare oggi (ieri per chi legge, ndr) è molto meno idilliaco di quello che si pensava venerdì», hanno detto gli investigatori. Anche loro storditi in un primo momento dalla scena a cui si sono trovati davanti e dallo strato di smalto sopra la maiolica. Da quella coppia che sembrava il depliant dell'equilibrio, lui commercialista lei avvocato, morosi dal liceo e tre bambini da concorso fotografico. Ma che in realtà si stava sfaldando. «Crisi tra di loro ce n'erano state anche in passato», si racconta adesso. Solo perché i Mariacci-Carrara Bottagisio non erano perfetti. Erano semplicemente normali. Niente di grave neanche nei momenti difficili, i coniugi Mariacci. Ma ultimamente qualcosa si stava spezzando. Nessuna richiesta di separazione. Ma molti sintomi che qualcosa non andasse.

I problemi di Alessandro - Tanto che un amico di lui, sentito ieri anche dalla polizia, ha detto che era «angosciato» per la sua famiglia, negli ultimi tempi. Per lui che una famiglia prima non ce l'aveva, che i genitori li aveva persi quando aveva 8 anni, che qualcosa in quel gioco d'equilibrio che aveva imbastito con Maria Riccarda vacillasse, non poteva accadere. Tanto che ultimamente il «solare» dottor Mariacci era diventato alquanto ombroso. E l'avvocato Carrara Bottagisio qualche parola su quel sincrono che si stava spezzando l'aveva detta. Tutti e due abituati poco a parlare di loro. Poco avvezzi alle amicizie profonde. Ma che lui qualcosa stesse covando ormai era evidente. Se ne erano accorti anche alcuni vicini. E si vocifera che gli era stato consigliato di rivolgersi a uno specialista. A qualcuno che quell'ombra poteva dissolverla.

La crisi finanziaria - Ma lui, le ombre, invece di diradarle, se le creava. Aveva cominciato a preoccuparsi anche di un'altra questione, Alessandro. Quella economica. Non che avessero problemi di soldi, i signori Mariacci. Almeno stando a un primo riscontro superficiale fatto dagli investigatori.

Ma lui aveva confidato a dei colleghi che la situazione finanziaria lo preoccupava. Si preoccupava di tutto, ormai Alessandro. Temeva che i venti negativi delle borse toccassero anche lui. Anche il commercialista Mariacci, perito del tribunale e consulente per diverse aziende del Veronese. Sono stati nel suo studio anche l'altro pomeriggio, gli uomini della squadra mobile. Ma la documentazione è talmente ampia e tecnica che probabilmente dovrà essere vagliata da degli esperti.

La nuova casa - Lei, Maria Riccarda, chiacchiere non ne faceva. C'è solo quella ricerca di una casa, da chiarire. Si era rivolta a un'agenzia immobiliare, chiedendo indicazioni per un appartamento non grande, ma con almeno tre camere da letto. Non da acquistare, ma da affittare. E con un'indicazione precisa, la zona. Nei quartieri di Borgo Venezia o San Michele, giusto a ridosso di San Felice. Non ha detto perché cercava casa, Maria Riccarda. Ha solo lasciato il numero di quello studio in cui lavorava - solo alla mattina - con Alessandro. Si è anche pensato che quell'appartamento lei lo stesse cercando per i genitori. Ma poi i racconti su quel rapporto che non era esattamente rose e fiori hanno fatto pensare ad altro. A un'altra crepa sulla maiolica.

La governante - E' Maria, la donna che lavorava in quella casa da anni e che ha trovato i corpi l'altra mattina, a non voler credere a quello che sta emergendo dalle indagini. «Maria Riccarda - dice - è la persona migliore che io abbia conosciuto in questi anni. Quella casa non penso fosse per lei. Lui non è che lo conoscessi bene». Maria non mangia e non dorme da quando ha visto. Da quando ha trovato Maria Riccarda e Alessandro. Ma soprattutto Filippo, Nicolò e Iacopo, il più piccolo. «Negli ultimi giorni quando dovevo andare via piangeva e mi continuava a dire "stai ancora, stai ancora" ». Era per come stava il piccolo negli ultimi tempi che secondo la governante Maria Riccarda spesso dormiva in una delle due stanze dei bambini. Per quello Filippo e Nicolò sono stati trovati su un letto «grande» formato in realtà da due lettini. Perché non di rado ci dormiva la mamma.

Le pistole - Crepe su una maiolica mandata in mille pezzi dai colpi di una calibro 45. Una semiautomatica i cui proiettili sono grossi come un dito mignolo. «Micidiale», viene definito dagli esperti. Ma Alessandro che era un preciso l'altra notte non ha lasciato nulla al caso. E nella cassettiera aperta aveva pronta anche un'altra pistola, una calibro 9. Ne aveva tre di pistole in casa, il dottor Mariacci. Lui che ne aveva denunciate otto. Hanno trovato i documenti di quelle che ha comprato e venduto. Domani saranno i medici legali a dire con quale Alessandro ha ucciso Maria Riccarda e i suoi tre figli.

Le indagini - Su di loro non verrà effettuata l'autopsia. Saranno solo estratti i proiettili. L'esame autoptico, invece, sarà eseguito sul commercialista. Per lui anche l'esame dello stub, quel che serve a trovare le tracce di esplosione di armi da fuoco. Giusto per non lasciare nulla al caso. Giusto perché non venga a nessuno - se qualcuno lo ha mai avuto - il dubbio che a sparare a tutta la famiglia sia stato il dottor Mariacci. Sul quale verrà effettuato anche un altro esame, quello tossicologico. Per capire se quelle fole che hanno armato il commercialista possano essere state indotte dall'uso di qualche sostanza.

 

IL GAZZETTINO di sabato 22 novembre 2008

Pag 1 L’orrore della porta accanto di Edoardo Pittalis

 

Niente fa più paura di quanto accade dentro le famiglie. È nei giorni come questo che si scopre che la famiglia è anche un'incubatrice del male, oltre che la più sana e la più antica delle istituzioni. Certo è sempre difficile capire: cosa può aver spinto Alessandro a uccidere a colpi di pistola alla testa la moglie Maria Riccarda e i tre figlioletti di nove, sei e tre anni? A sparare con precisione micidiale, senza che mai tremasse la mano, su tre bambini ai quali aveva dato la vita? Dove ha trovato una forza più grande dell'amore paterno?Niente ci sconvolge più di drammi che toccano i bambini. È il futuro che viene spezzato ed è come se un pezzetto di ognuno di noi venisse strappato con dolore. Il dottor Mariacci ha agito quasi come un serial killer, meticolosamente, sforzandosi di lasciare in ordine. A sentire la notizia è venuto alla mente Goebbels che nel bunker di Berlino, mentre attorno infuriava la guerra, dopo la morte di Hitler allineò i corpi della moglie e dei sei figli ai quali aveva dato una fiala di morfina. I nomi dei figli iniziavano tutti con la H di "zio Adi". Poi si uccise col veleno, per lui non poteva esistere un mondo senza lo "zio Adi". Dietro quell'orrore c'era la follia dell'ideologia. È questa, assurda o esasperata, la molla: azzerare tutto ciò che è incominciato con noi? Massacri di bambini non sono rari: nel dopoguerra una bruna pordenonese salì all'ultimo piano di un vecchio palazzo nel cuore di Milano per uccidere la moglie dell'amante e i tre bambini, la più piccola era sul seggiolone.Li sterminò a colpi di spranga di ferro sulla testa, la più piccola la soffocò col bavaglino. Ma dietro quell'orrore c'era la follia della gelosia e la tragedia di una guerra appena passata. La gente chiamò Rina Fort "la belva di via San Gregorio". La cronaca registra, mette in fila: omicidi in famiglia, come ieri, come avantieri. Oggi si sa più in fretta, si fa prima a costruire le statistiche. La realtà si confonde col reality e forse in questa maniera si addormenta l'orrore, lo si trasforma in spettacolo al quale partecipano i vicini di casa davanti alla telecamera, come al Grande Fratello. I vecchi cronisti di una volta se la cavavano con una frase fatta, la morte di quel tipo provocava sempre "sgomento e rabbia".Qui siamo alla periferia di Verona, città orgogliosa del suo benessere, sinuosa come le curve dell'Adige che ogni tanto si alza. Strana per certe sue violenze di stadio e di strada, per razzismo strisciante e neonazismo da curva ultrà. Ma questa storia non c'entra, qui la violenza è scoppiata in famiglia e quella di Alessandro sembrava una famiglia perfetta, di professionisti benestanti, una bella casa, tre splendidi bambini. È vero, Alessandro aveva otto pistole denunciate regolarmente, ma in Italia circolano oltre 10 milioni di fucili e pistole detenute da 5 milioni di persone; bastano 10 euro e un certificato medico per custodire un arsenale.In Italia ogni due giorni c'è un omicidio in famiglia: oltre 200 delitti e i morti sono molti di più, il 32% di tutti gli omicidi. In sette casi su dieci la vittima è una donna; in otto casi su dieci l'autore è un uomo. Le donne si costituiscono sempre, gli uomini spesso tentano il suicidio. Niente di strano, il primo delitto dell'umanità fu un affare di famiglia e allora erano davvero in pochissimi a frequentare il mondo. Caino non aveva l'alibi, ma fu prontissimo a mentire.La Lombardia (30% del totale) è la regione a più alto rischio, davanti a Veneto (22%). Molte analisi riportano alla disgregazione della famiglia in una società più complessa, più egoista, che rifiuta la vecchia solidarietà sociale, che non protegge come un tempo il bambino e l'anziano. Affida il primo alla tv e il secondo alla badante. Ci sono pochi punti di riferimento culturali e morali, tra incertezza del lavoro e preoccupazione per il futuro e nuovi debiti. Nella famiglia ristretta ogni sentimento si dilata, s'infiamma. Gli odi e gli amori ribolliscono con maggiore violenza, persino crescono in efferatezza. Più di mille morti in dieci anni a causa soltanto delle separazioni. Ci sono uomini che reagiscono alla separazione come a un furto, non fa differenza lo stato sociale, il titolo di studio: gli è stato tolto qualcosa che ritenevano una proprietà privata. Scattano odi devastanti che negano all'altro la possibilità di avere una nuova esistenza. Questa è una società nella quale non c'è tempo per rincorrere i sentimenti, per ricominciare; non esiste l'abitudine alla pazienza, alla fatica. Ciò che non cede si compra. Spesso anche l'amore: sulla strada raramente rispondono di no. Oppure lo si cerca nel virtuale, è più facile mentire, mascherarsi, sentirsi dire di sì. Il più delle volte il nemico è dentro casa, spesso sottovalutato. Ventunomila episodi di violenze e stupri domestici denunciati ogni anno! La violenza si scatena verso i più fragili: bambini, donne, vecchi. Non regge l'antica numerosa famiglia meridionale, neppure quella più ristretta settentrionale. La geografia del "delitto in famiglia" dice che il primato è del Nord con oltre il 44% dei casi, oltre il doppio del Mezzogiorno. Le cifre non lasciano dubbi: la famiglia italiana uccide più della mafia, della criminalità organizzata straniera e di quella comune. Ma questa di Verona continua ad apparire una strage assurda, perché è difficile ammettere che un padre possa aver ucciso i figli in quel modo. Perché un padre pensa sempre di difendere i figli; perché se un bambino sta male e vedi che soffre la prima cosa che pensi è "vorrei essere al suo posto". Per prenderti quel dolore. Troppe storie simili. E sempre per strada c'era qualcuno pronto a giurare:«Era una persona gentilissima, pensi che a Natale ci faceva gli auguri».

 

Pag 1 L’orfano e l’ereditiera. Un amore nato al liceo e cancellato in due minuti di Ario Gervasutti

 

Nessuno può immergersi nella follia e uscire con una spiegazione in mano: perché la follia non ha spiegazione. Eppure è questo che si deve fare per tentare di capire cos'è successo in una famiglia modello distrutta in due minuti. «Persone tranquille, tranquillissime. Mai nessun problema», dicono i vicini di casa radunati in una corte che un tempo ospitava le famiglie allargate contadine, e oggi professionisti che lasciano la città per godere di un giardino e dell'aria pulita a pochi passi dal centro. Una volta però c'era il tempo di conoscere chi viveva accanto, oggi gli stessi vicini che mettono la mano sul fuoco e giurano che «erano persone così tranquille», non sono in grado di dire se i loro figli fossero maschi o femmine. Allora si deve andare oltre l'apparenza per cercare di capire cosa stava passando per la mente di Alessandro Mariacci. E scoprire così che il destino lo aveva graffiato 37 anni fa, quando ne aveva solo sei. A quel tempo viveva a Piacenza, dov'era nato. I suoi genitori un giorno non ritornarono a casa: un incidente d'auto se li era portati via per sempre. Orfano a sei anni: troppo piccolo per metabolizzare la tragedia, troppo grande per viverla con l'incoscienza dell'infanzia. La nonna, l'unica nonna, lo aveva preso con sé a Verona, e il bambino era diventato un ragazzo alto e robusto, i capelli neri e crespi piacevano a una sua compagna di classe al liceo Maffei, la scuola della Verona-bene. La ragazza bionda ed elegante aveva un nome importante e ingombrante: Maria Riccarda Carrara Bottagisio. Famiglia molto, molto benestante: centocinquant'anni fa nel palazzo di Villafranca di loro proprietà fu siglato l'armistizio che pose fine alla seconda guerra d'indipendenza italiana. Quella magione e altre nel centro di Verona sono state nel tempo cedute ad enti pubblici, ma il patrimonio è rimasto considerevole. Alessandro e Maria Riccarda erano inseparabili, l'amore nato sui banchi del liceo si è consolidato all'università: laurea in economia per lui, in giurisprudenza per lei. Alessandro è un tecnico appassionato del suo lavoro di tributarista specializzato in diritto fallimentare, apre uno studio con Giulio Gastaldello nella centralissima via Mazzanti, dietro piazza Erbe: si affidano a lui anche finanziarie italiane ed estere. Gli altri commercialisti veronesi ne parlano come se Giulio fosse l'uomo delle relazioni sociali, dei rapporti, e Alessandro il braccio operativo. Sul sito dello studio erano riportati anche alcuni dei lavori più prestigiosi portati a termine: tra questi la curatela fallimentare di alcune importanti aziende. Da ieri sera, però, il sito è stato oscurato. È anche lì dentro che la polizia sta cercando una traccia per dare una spiegazione alla follia: per capire se magari un improvviso dissesto finanziario, o un lavoro finito male, possano averlo sconvolto al punto da sterminare la famiglia. Giulio Gastaldello, sotto choc, si rifiuta di pensarlo: «Era una persona solare e serena. Mi è più facile credere all'arrivo dei marziani che al fatto che potesse nascondere qualcosa a tutti». Difficilmente avrebbe potuto nasconderlo alla moglie: Maria Riccarda infatti da circa sei anni, dopo la nascita del secondogenito Nicolò, aveva lasciato il suo lavoro di avvocato civilista nello studio legale Avesani, proprio per dedicare più tempo alla famiglia. Ma aveva comunque registrato il proprio domicilio lavorativo nello studio Gastaldello-Mariacci, con tanto di targa sul portone: una specie di lavoro part-time, dava il proprio contributo legale al marito nelle pratiche più lunghe e complesse. Difficile pensare che se ci fosse stato un problema gravissimo, potesse trascorrere la serata in tuta davanti alla televisione mentre Alessandro si macerava con i suoi problemi. La casa di via Belvedere, alle porte di Verona, è quella di una famiglia decisamente benestante. Vivevano lì da poco più di due anni, e i figli Filippo e Nicolò frequentavano una scuola privata in centro. Per questo i vicini di casa li conoscevano superficialmente, «buongiorno» e «buonasera». «Sembrava il classico professionista giacca-e-cravatta, so che teneva molto alla cura della sua auto. Sua moglie parlava ogni tanto dei bambini con la mia: i nostri hanno la stessa età dei loro». Ma non giocavano mai insieme, neppure nella grande corte comune. Filippo frequentava il catechismo da don Federico Zardin, che ieri ha avuto la forza di chinarsi sui corpi dei bambini e dei loro genitori per benedirli un'ultima volta: «Erano bambini solari e giocosi, i loro genitori apparivano persone serene e frequentavano la chiesa con continuità». Nessuno screzio in famiglia, nessun problema particolare di relazione, nessuno scontro di coppia. Anche questa eventualità non sembra per ora portare a risultati: vacanze serene, nemmeno una voce maliziosa su possibili rapporti con altre persone nè da una parte nè dall'altra. Nessun dramma della gelosia, insomma. Resta, tra le ipotesi finora prese in considerazione l'improvvisa perdita di lucidità da parte di Alessandro per l'emergere di un grave problema di salute. Nove anni fa, proprio mentre stava nascendo Filippo, gli era stato diagnosticato un tumore a un testicolo: ma le cure immediate avevano portato a una guarigione completa, e a distanza di nove anni anche eventuali ricadute erano da escludere. Per fugare ogni dubbio, sul suo corpo saranno effettuati esami clinici approfonditi. In particolare, quello tossicologico per stabilire se nella notte di follia la sua mente sia stata stravolta da qualche droga. L'unica certezza, ancorché vaga, è quella sintetizzata da un collega di Alessandro: «Qualcosa lo ha sconvolto e per questo ha "temuto" per la sua famiglia». Ha avuto paura che potessero soffrire ciò che ha sofferto lui, orfano a sei anni: e per troppo amore, li ha portati con sè nel buio.

 

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CORRIERE DELLA SERA di sabato 22 novembre 2008

Pag 9 «La depressione nascosta nella famiglia impeccabile e isolata» di Cristina Marrone

Il parere di una criminologa

 

Milano - Una famiglia perfetta. Apparentemente senza problemi. I tre figli sempre sorridenti. Nel quadro idilliaco è maturata una strage. Come si può arrivare ad uccidere moglie e tre figli senza il minimo segnale di crisi? «Nell'omicidio in famiglia spesso è "tutto perfetto" - spiega Isabella Merzagora Betsos, titolare della cattedra di criminologia della facoltà di Medicina alla Statale di Milano -. Il controllo sociale informale infatti non esiste quasi più: vicini e colleghi colgono raramente veri segnali di disagio».

Ma qual è il motivo che può spingere a un gesto tanto estremo?

«Di solito dietro a eventi tanto inspiegabili c'è una grave patologia di tipo depressivo-psicotica che molto spesso, appunto, non viene colta dai familiari o conoscenti. I segnali non sono sufficienti, sono taciuti, oppure sottovalutati. È assai diffuso confondere la patologia depressiva con la più semplice tristezza, con il rischio così di darci poca importanza».

Ma come possiamo distinguere la tristezza dalla depressione?

«Attenzione, neppure chi soffre di una depressione grave può arrivare a una tragedia del genere. E aggiungo: non tutte le depressioni psicotiche si concludono così, sono casi rarissimi».

Perché non uccidere solo se stessi, ma l'intera famiglia?

«Chi uccide le persone più care è in preda a un delirio di rovina. È tutto negativo, si suicidano per salvarsi dal male del mondo, ma scelgono di portare con sé i familiari per preservare anche loro da una vita giudicata intollerabile. È un gesto di altruismo».

Quanto la presenza di armi in casa aggrava la situazione?

«Negli omicidi in famiglia le armi sono un disastro. Con un'arma diversa forse potresti avere la possibilità di fuggire, di difenderti.

La pistola invece non lascia scampo».

 

AVVENIRE di sabato 22 novembre 2008

Pag 2 Quali che siano le ragioni resta un salto incolmabile di Marina Corradi

Siamo muti davanti alla tragedia di Verona

 

«Una cosa simile, non l’avevo mai vista». Le poche parole pronunciate dal questore di Verona uscito dalla villa di San Felice Extra dicono come anche il capo della polizia di una grossa città, con anni d’esperienza sulla malavita, resti ammutolito davanti a tre bambini uccisi in pigiama, sul punto di andare a dormire, dal loro stesso padre. Uccisi insieme alla madre nella bella casa borghese di un professionista affermato, nel cuore benestante del Nord Est, mentre la tv in una sera come tante è accesa e la moglie guarda la tv con accanto il figlio più piccolo, che a letto non vuole andare. Lo hanno trovato, Jacopo, tre anni, riverso a terra accanto ai soldatini con cui stava giocando. Forse, speriamo, non ha saputo niente, preso dalla sua fantastica battaglia: un colpo secco, e poi il buio. E gli altri due, i più grandi, ritrovati nel letto con le lenzuola già rimboccate? Forse come tutti i bambini contavano i giorni al Natale, e già andavano preparando una garbata ma circostanziata lista di sogni. Più niente. L’irruzione del nulla in una casa tranquilla: dove tutto agli occhi dei vicini pareva felice e in ordine, e i bambini – tre, di fila, in pochi anni, a testimonianza di un progetto lieto e deciso – andavano a letto dopo aver lavato i denti, e augurato la buona notte. Per questo, perché la morte, e questa morte, stordisce come una bomba in una casa che sembra felice, il questore se ne è uscito da quella villa a spalle curve e a capo chino: la morte, con quella faccia, non l’aveva mai vista. E nemmeno questa volta si può accusare banditi o predoni venuti dal buio, né invocare ronde, e ordine nelle strade. La porta, certo come ormai ovunque blindata, in quella villa non è stata toccata. Il male era dentro, ed è esploso dilaniando ogni cosa. Ora ci si domanda, si investiga: si cercano fra amici e attoniti vicini tracce di liti, di gelosie, o di rovesci economici improvvisi. O si ipotizza in quell’uomo tranquillo una depressione psicotica, un abisso invisibile sotto i modi educati del professionista borghese. Ma, per qualsiasi strada sia arrivato quel padre a decidere di estrarre dai cassetti le pistole, qualsiasi razionale ragione sembra un nulla davanti a una simile strage. Un solo nome in realtà si può dare alla forza atroce che a Verona l’altra notte ha divelto ogni cosa. Soltanto una disperazione possente, totale, tracimante dalle profondità dell’io come un’onda di piena, può spiegare tanta volontà di morte. Se anche si scopriranno i motivi che hanno sconvolto quell’uomo, è probabile che tra quei motivi e ciò che è stato resterà uno iato, un salto razionalmente incolmabile. Solo dentro un’ottica di disperazione, lucida o sorta in una accecata follia, quei cinque spari obbediscono a una lugubre logica: se il mondo e la nostra vita sono sbagliati irrimediabilmente e senza alcuna speranza, e siamo totalmente soli, se è così, allora occorre morire, e strappare a un inutile strazio i propri figli. Per gli psichiatri quello di Verona è 'suicidio allargato', cioè un gesto, nella mente di chi uccide, di assurdo amore: vi libero dalla sofferenza, non vi lascio qui a soffrire. La perversione di questo 'amore', sta nell’aver cancellato la speranza. Sta, nell’incalzare di disgrazie vere o nel martellio dell’ossessione, nel dare retta alla disperazione. Nel cederle, e non opporle più alcuna ragione logica e nemmeno il semplice istinto vitale. L’humus del massacro di Verona è la resa a un nemico che insiste, argomenta, rode, tarla: 'non c’è alcun senso, non c’è alcun bene'. E poiché in tanti sentiamo dentro a tratti questo mormorio gelido, quei tre bambini e la madre e il padre, morti in una casa che pareva felice, ci ammutoliscono. E anche chi a fatica lo ricorda, può ritrovarsi a ripetere in sé, come d’istinto, le parole della più antica nostra preghiera. Quella che invoca, ostinata, 'liberaci dal male'.

 

LA NUOVA di sabato 22 novembre 2008

Pag 1 Troppe armi nelle case di Ferdinando Camon

 

A Verona è scoppiata una tragedia gravissima: quattro morti ammazzati e uno suicida, tutti della stessa famiglia. Le ragioni devono essere altrettanto gravi. Cinque morti sono una piramide, per alzarsi così alta deve reggersi su una base larga. «Ma noi - dicono i vicini e i parenti - non sapevamo nulla, era una famiglia (questo è l’aggettivo più ricorrente) solare». Tanto peggio: vuol dire che i problemi che minavano la sopravvivenza di questa famiglia la chiudevano a riccio. L’idea di sterminare la famiglia dev’essere esplosa come una bomba nel cervello dell’uomo. All’esterno non lasciava trapelare nessun sintomo. Se così non fosse, qualcuno si sarebbe premunito, ci sarebbe stato un gesto di difesa, una colluttazione, un tentativo di fuga, un grido. Invece nessuno ha udito niente, a parte gli spari secchi, a cui peraltro non si è data attenzione. La famiglia è stata bloccata così com’era, nella scena della sua vitalità, come le famiglie di Pompei quando furon sommerse dall’eruzione del Vesuvio: noi oggi andiamo a vederle, e capiamo cosa stavano facendo. Così qui: la signora era in tuta da ginnastica, quindi in relax, e stava guardando la televisione seduta sul divano, giù nella taverna. Mentre il figlio più piccolo, 3 anni, dietro il divano, giocava con i soldatini. Gli altri due figli, uno di 9 anni e uno di 6, erano già nella loro cameretta e dormivano. Ognuna delle vittime porta un forellino in fronte, un colpo di pistola sparato da distanza ravvicinata. Solo la moglie porta i segni di due colpi, uno in fronte e uno al braccio. Dunque lei deve aver tentato una difesa, una protesta, un gesto. Più probabilmente una difesa, allungando il braccio. L’assassino impugnava una pistola. Dunque viveva con un’arma. Oggi è un’amara necessità, direte. Sì, può essere. Ma quest’uomo di pistole ne aveva due, lì con sé, e ieri sera a San Michele Extra girava la notizia, non smentita dalla polizia, che ne avesse comprate ben otto, regolarmente denunciandole. Una frase di John Ford, il grande regista americano di western, film in cui si spara dall’inizio alla fine, dice: «Quando in un film appare un fucile, prima che il film finisca quel fucile deve sparare». Qui, nella vita di questo commercialista quarantatreenne di Verona, a un certo punto appare una pistola: prima che la sua vita finisse, quella pistola doveva sparare. Ma poi ne appaiono anche altre: allora quello che si preparava nella vita di quest’uomo non era uno sparo ma una sparatoria, dunque non un omicidio ma una strage. Vedo che, sotto sotto, anche la polizia la pensa così: «Ci sono troppe armi in giro», dice, segno che troppa gente ama tenere il dito sul grilletto. Il dito sul grilletto è una soluzione per tutto: scopri una malattia mortale, un tradimento coniugale, un dissesto finanziario, sbagli droga (le indagini si muovono alla cieca, perciò non scartano nessuna di queste possibilità), e tirando il dito esci dal problema, e porti fuori, nella liberazione, tutti coloro che ami. Basta un attimo. Quando hai tirato il grilletto la prima volta, lo sparo ti stordisce, ti muovi come in trance, gli altri spari sono un’eco ripetuta del primo, una conseguenza. Ma se passa quell’attimo non spari più, non solo la prima vittima, ma tutte le altre vengono risparmiate. E’ questo l’aspetto terribile che segue alla diffusione delle armi. Sto scorrendo un elenco di stragi familiari: sono tutte famiglie in cui c’era sempre un’arma, spesso famiglie di poliziotti o carabinieri, che l’arma ce l’hanno per lavoro. E’ inutile negarlo: se hai un’arma con te, un pezzetto del tuo cervello pensa sempre a usarla, anche quando giochi o quando dormi. Nell’elenco vedo anche stragi di sei e sette vittime, ma mai nello stesso nucleo famigliare, mai i genitori con tutti i figli. Questa è la più grave tragedia famigliare dei nostri anni. Prima o poi la polizia ci dirà perché. Qualunque sia, quel perché non sarà mai sufficiente a spiegare tanto strazio.

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 22 novembre 2008

Pag 6 «Era senza speranza, ho staccato la spina» di Michela Nicolussi Moro

Eutanasia, testimonianza choc di una dottoressa trevigiana: era un neonato con gravi malformazioni, ci siamo chiesti che senso avesse accanirsi, è morto tra le braccia della mamma. Non sarebbe l'unico caso: «L'abbiamo fatto 5 o 6 volte». L'avvocato: «La legge non lo consente»

 

Treviso - In un momento in cui tengono banco il dibattito sul testamento biologico, il dramma di Eluana Englaro da sedici anni costretta ad una vita vegetale dalla legge, il fermo no della Chiesa a ogni forma di eutanasia, si scopre che in Veneto a più di un paziente senza speranza i medici, d'accordo con i familiari, avrebbero interrotto le terapie. L'ha rivelato, in una drammatica testimonianza pubblica, la dottoressa Nadia Battajon, che lavora nel reparto di Patologia Neonatale dell'ospedale Ca' Foncello di Treviso. «Noi ci troviamo spesso ad affrontare il dramma di dover dire a una mamma, a dei genitori, che per il loro bambino non c'è più niente da fare - ha raccontato il medico - e non è facile. Di fronte a situazioni irrecuperabili ci chiediamo: ma ha veramente senso continuare le cure? Racconto un caso recente, di un neonato affetto da gravissime malformazioni e, a soli cinque giorni di vita, operato ma ugualmente senza alcuna prospettiva di ripresa. A quel punto noi dell'équipe ci siamo guardati e ci siamo detti: non possiamo fare più niente per lui, che significato ha proseguire le terapie?».

La testimonianza - Con l'angoscia nella voce, la dottoressa Nadia ha proseguito il racconto, di fronte a una platea improvvisamente ammutolita. «A quel punto abbiamo chiamato nella stanza i genitori, abbiamo spiegato la situazione, dicendo che non aveva più senso quello che stavamo facendo. Loro hanno capito. Abbiamo chiesto se, prima di dirgli addio, la mamma volesse prendere in braccio il suo bambino. Il piccolo era attaccato alle macchine. La madre in un primo momento ha risposto che non se la sentiva, poi però, nel momento cruciale ha cambiato idea. L'ha preso, si è seduta sulla poltrona della camera tenendolo in grembo e noi, piano piano, abbiamo bloccato la somministrazione dei farmaci. Il bimbo - ha ricordato la Battajon - è morto tra le braccia della mamma, nella tranquillità del reparto. Lo abbiamo già fatto cinque o sei volte, per casi disperati». Poi l'unico momento di ripensamento: «Pensate a cosa accadrebbe se la notizia uscisse di qui e arrivasse alla stampa».

Legge ed etica - In un caso del genere si potrebbero configurare delle responsabilità penali, anche in caso di consenso dei genitori e di preciso rendiconto di quanto avvenuto nella cartella clinica del paziente. «L'articolo 32 della Costituzione impone la tutela della salute, quindi della vita - spiega l'avvocato vicentino Giovanni Gozzi, penalista ed esperto di bioetica -. Secondo la stessa Carta nessuno può disporre della vita altrui, nemmeno i genitori, a meno che non sia una legge a disporlo. Ma una simile norma non esiste, quindi il consenso dei genitori non vale niente, non assolve dalle proprie responsabilità chi interrompe le cure ad un malato. Un soggetto che compie tale gesto può essere indagato per omicidio volontario». Almeno finché non diventerà norma uno dei dieci disegni di legge in elaborazione riguardante la possibilità di redigere un testamento biologico, e relative fattispecie. «Quella del testamento biologico è una sfida importante - riflette Camillo Barbisan, presidente del Comitato di bioetica dell'Usl 9 di Treviso e all'oscuro, prima di ieri, di quanto rivelato dalla dottoressa Nadia -. Anche perché è difficile immaginare oggi quello che vorremmo domani. Bisogna aprire un grande dibattito. La percezione di sé che ognuno ha, si esprime liberamente in tanti aspetti della vita, anche nelle cure. Bisogna allora fare in modo che l'autonomia del malato si accordi con il medico, cercando la giusta soluzione alla sua malattia. Anche prendendo in considerazione l'ipotesi di non fare più nulla, se il paziente ritiene che le terapie cui è sottoposto non siano confacenti alla propria visione di vita. Ma è una questione molto delicata, da trattare con grande attenzione».

L'esperienza - Elisabetta Ruzzon, in qualità di presidente padovana dell' «Associazione Pulcino» (segue i prematuri) ha una grande esperienza di bambini gravissimi ricoverati in Patologia Neonatale. «E' molto difficile che i genitori chiedano al medico di lasciar morire il figlio, anche se la situazione è disperata - confida -. In quel caso, c'è un consulto con i sanitari e se proprio non c'è alcuna possibilità di ripresa del piccolo, si sceglie di accompagnarlo alla morte, che però deve avvenire in modo naturale. Di solito con arresto cardiocircolatorio. Io non ho mai visto dottori interrompere l'erogazione di farmaci. Al massimo, evitano di rianimare per l'ennesima volta un bimbo ormai alla fine, perché sarebbe crudele accanirsi con terapie invasive al solo fine di procurargli nuove e inutili sofferenze».

 

IL GAZZETTINO di venerdì 21 novembre 2008

Pag 11 Rosario e tarocchi, impazzano le nuove religioni di Laura Simeoni

Quasi 32 mila adepti in Veneto per le 178 sette censite dal Gruppo di ricerca delle diocesi trevigiane. Il fenomeno: dagli ufologi ai Bambini di Satana luciferini

 

Treviso. Un milione di adepti in Italia, di cui almeno 32 mila in Veneto. Sono sempre di più gli uomini e le donne di tutte le età che si lasciano irretire dalle sette e dai movimenti religiosi alternativi attivi soprattutto nelle province di Treviso, Venezia e Belluno. Qui risultano presenti 112 formazioni religiose sul totale delle 178 censite nel territorio regionale. La nuova mappatura dei gruppi operanti nel Veneto ma anche in Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia verrà svelata domenica 23 novembre a Treviso, durante un convegno promosso dal Gris, Gruppo di ricerca e informazione socio-religiosa. L'organismo è attivo nelle diocesi di Treviso e Vittorio Veneto dal 1986 ed ha riferimenti in tutta Italia. Opera nell'ambito della Chiesa cattolica tramite una «task force» di esperti, molti dei quali si sono negli anni infiltrati nelle sette per scoprirne gli obiettivi e aiutare coloro che volevano uscire. «È giunto il momento di portare alla luce tutti i movimenti sotterranei, esterni ma anche interni alla Chiesa Cattolica», dichiara il trevigiano Giuseppe Bisetto, consigliere nazionale del Gris. Sarà lui domenica a illustrare all'ex chiesa di Santa Croce alle 9.30 la mappatura elaborata dopo anni di studio, suddividendo i movimenti in otto grandi gruppi. I primi quattro si ispirano alle tre religioni monoteiste (cristiana, ebraica, islamica) cui si aggiunge il gruppo di matrice orientale. Vi sono poi i «tribalisti» dell'Africa e del Sudamerica, l'area del «potenziale umano» che si muove tra psicologia e tecniche di vendita; complessi da individuare risultano gli ultimi due gruppi: l'occultista-spiritista e il movimento satanista. Il documento cita dati interessanti e inediti. «Le persone che si lasciano affascinare dal mondo esoterico e delle sette sono migliaia e spesso vengono truffate da individui senza scrupoli» dichiara Bisetto che più volte, durante i convegni ha invitato i fuoriusciti a raccontare la loro storia, nascosti dietro un paravento per paura di ritorsioni. Ragazze coinvolte in riti satanisti a sfondo sessuale, anziani manipolati e costretti a cedere tutto quello che possiedono, uomini convinti ad abbandonare la famiglia perché apparentemente incompatibile con la nuova religione abbracciata. Ma ciò che più preoccupa gli studiosi cattolici del Gris è lo strisciante fenomeno del movimenti pseudo-cristiani, una sorta di gruppi border-line, al limite tra ortodossia e settarismo. Sono formazioni piccole, costituite da non più di 10-15 persone, ma secondo il Gris risultano insidiose perché mescolano sacro e profano, recita del Rosario con lettura dei Tarocchi e metodologie spiritiste. La cosiddetta «scrittura automatica» è una delle tecniche utilizzate, lasciando scorrere liberamente la penna sul foglio, nella convinzione che i defunti possano comunicare in questo modo con i vivi. È la prima volta che il Gris affronta direttamente un problema spinoso, delineando i danni che tali movimenti provocano all'interno della Chiesa.

 

Treviso. Un universo sommerso, quello delle sette, i cui numeri secondo gli esperti vengono stimati spesso per difetto, poiché molte di queste formazioni lavorano nell'ombra e risulta difficile censirle. È il caso dei movimenti satanici o parasatanici di cui si calcolano tremila aderenti in tutta Italia. Alcune di queste formazioni, secondo il Gris, sono attive anche nel Veneto: i Bambini di satana luciferini, il Cerchio satanico Charles Mason, la Chiesa luciferina e la Congrega satanica. Discussi risultano anche i numeri dei Testimoni di Geova, questa volta per «eccesso»: 12.500 in Veneto secondo i cattolici, che riducono di molto il numero divulgato dai dirigenti della congregazione. Nella Marca trevigiana i Testimoni di Geova contano almeno 26 diverse sale di preghiera. Fissare un numero di aderenti non è semplice, così come non lo è definire una «setta» come tale. Gli studiosi del Gris, ad esempio, stanno valutando con attenzione le formazioni «vacantiste», quelle di matrice cristiana che non riconoscono l'attuale Papa ma considerano il soglio pontificio «vacante». Due di queste hanno ramificazioni importanti nel Triveneto: la Chiesa Lefevriana con sede a Lanzago di Silea (Treviso) e la Chiesa vetero-cattolica di Utrecht attiva a Bolzano. In Italia sono almeno 400 mila gli aderenti a sette pseudo-cristiane, frammentate in gruppi piccolissimi, costituiti da 10-15 persone ciascuno. Tra loro viene citata anche la Famiglia di Nazareth che starebbe rientrando nell'ortodossia. Un fenomeno che sta emergendo è quello dei Mormoni, appartenenti alla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni. Fino a cinque anni fa non esistevano; oggi il «Braccio di San Marco», che comprende Triveneto ed Emilia, conta almeno 300 fedeli, con percentuali in costante aumento. Tra le sette più curiose la mappa del Gris cita l'Opera di rimpatrio di Gesù Cristo, il Tempio della gioventù psichica, il Patto azione cosmica eloquente, che sarebbe in grado di comunicare con gli Ufo. I movimenti esoterici e magici raggrupperebbero in Italia 70 mila adepti di cui gran parte nel Triveneto dove sono censiti 49 gruppi tra cui diversi movimenti che si ispirano ai Rosacroce e altri dai nomi curiosi come la Chiesa tantrica della piramide, la Nuova acropoli Kairos, la Fratellanza di Miriam. La mappatura che sarà divulgata domenica cita tra queste la fondazione Findhorn di matrice occultista i cui seguaci, secondo la testimonianza di Bisetto, «adorano cavoli verze e piselli».

 

Il convegno di Treviso scandaglierà attraverso diverse relazioni l'universo delle sette, cercando di capire quale immagine della Chiesa hanno e danno. La giornata di studio del Gris avrà inizio alle 9.30 nell'ex chiesa di Santa Croce. Dopo la mappatura delle sette illustrata da Giuseppe Bisetto, uno sguardo particolare sarà riservato alla Chiesa di Dio Universale (relatrice Elena Cuzzi) e alla forma di guarigione attraverso l'imposizione delle mani Reiki (Cristina Morello). Mariuccia Paparella parlerà dei «Bambini di Satana» mentre del gruppo ufologico «Non siamo soli» si occuperà Daniele Bonetto. Dopo la messa celebrata da don Ernesto Soligo il pomeriggio consentirà di approfondire i contorni delle chiese vetero-cattoliche di Utrecht (Ida Bellina), di Scientology (Fulvio Conzon), della Chiesa dei Santi degli ultimi giorni (Tiziana Fumei), dei Testimoni di Geova (Giuseppe Bisetto).

 

CORRIERE DEL VENETO di venerdì 21 novembre 2008

Pag 1 Passante, Galan ringrazia Prodi e Di Pietro di Alberto Zorzi

La dichiarazione «Vedremo se il governo amico ci aiuterà come l'altro». Un miliardo di incassi in 24 anni

 

Venezia – «Questa è la cosa più bella, sofisticata e difficile che io abbia fatto in questi anni, viste le difficoltà, gli ostacoli, lo scetticismo – ha detto il presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan – mentre gli altri parlano di federalismo, noi andiamo avanti con i fatti».

Ringraziamenti - «Dopo la costituzione formale di marzo, oggi la società diventa operativa», aggiunge Ciucci. Ma è Galan a togliersi un altro paio di sassolini dalle scarpe. Il primo sul governo «amico». «Oltre a Renato Chisso, Silvano Vernizzi e Alfredo Biagini, devo ringraziare l'ex ministro Antonio Di Pietro e con lui Romano Prodi ed Enrico Letta – dice con sommo stupore della platea – mi auguro che il nuovo governo sia altrettanto disponibile ed educato nei confronti del Veneto di quanto lo fu il governo Prodi». La Cav è stata resa operativa solo in prossimità dell'avvio del Passante, che verrà inaugurato il 19 dicembre e ospiterà le prime auto da fine gennaio. «L'Italia è piena di cda di società inesistenti – continua Galan – inoltre vedete che quando le nomine spettano a me sono rapide e senza i rituali politico-partitici ».

Numeri e tariffe - La convenzione prevede il principio dell'isopedaggio: chi percorrerà la tangenziale spenderà gli stessi soldi di chi correrà sul Passante. Le auto pagheranno 0,10 euro per chilometro, i mezzi pesanti 0,15 euro. «Il deterrente saranno i tempi di percorrenza – sottolinea Chisso – in ogni caso abbiamo istituito una commissione di monitoraggio nel caso in cui ci fossero ancora dei pazzi che scelgono la tangenziale». I ricavi stimati dal Pef sono di oltre un miliardo di euro nei 24 anni di gestione, di cui 555 milioni serviranno a Cav per rimborsare i soldi anticipati da Anas (il contributo pubblico a perdere è stato invece di 284 milioni). Il restante mezzo miliardo – cioè gli utili stimati dal Pef – verrà invece investito nelle strade venete.

Venezia-Padova - In tutto questo, che ne sarà della società Venezia-Padova, che attualmente gestisce il tratto tra i due capoluoghi, compresa la tangenziale ovest? «Verrà inglobata da Cav quando scadrà la concessione il 30 novembre 2006, con l'impegno a mantenere i livelli occupazionali, non il contrario», spiega Ciucci, riferendosi ai 220 dipendenti della società. Mentre Chisso ricorre al suo tipico sarcasmo: «Qualcuno avvisi di questo l'amico Casarin (presidente della Venezia-Padova, ndr), ho letto che spera ancora di gestire il Passante». La società – spiega l'assessore – una volta perso il suo «core business », potrebbe comunque vivere come holding di partecipazioni.

Strade venete - «L'Anas sta investendo molto in Veneto – spiega Ciucci – circa un miliardo di euro tra 250 milioni di interventi in corso, 400 milioni in programma, 300 milioni di opere concluse nell'ultimo paio di anni, un'altra trentina di manutenzioni». Cita le varianti di Portogruaro, Feltre, Piove di Sacco, Buttapietra, quella di Campalto, su cui si era scontrato con Chisso. E la Valdastico Nord? Lì interviene Galan: «Non è una priorità. La vera priorità è la Valsugana».

 

Pag 5 L'Islam lancia la Fatwa, Gentilini scortato di Mauro Pigozzo e Michela Nicolussi Moro

Dopo i servizi di Al Jazeera lo Sceriffo avrebbe ricevuto minacce di morte da fondamentalisti. L'imam: «Non so chi possa aver fatto questo al mio amico Giancarlo». Le reazioni politiche

 

Treviso - Il fondamentalismo islamico ha pronunciato il suo verdetto: Giancarlo Gentilini deve morire. Il leghista, vicesindaco a Treviso, è finito nel mirino di un gruppo fondamentalista mediorientale, che gli ha lanciato contro una Fatwa. Colpa della sua viscerale opposizione a ciò che ruota attorno ad Allah. E colpa di Al Jazeera, che ha proiettato sulle televisioni di mezzo mondo le sue frasi anti- Islam pronunciate lo scorso settembre a Venezia, alla festa dei padani. Da tre giorni lo «sceriffo » arriva in Comune sotto la sorveglianza di poliziotti o finanzieri. Ma non ha perso il suo buon umore. «Sono un politico, devo mettere in preventivo questi rischi», avrebbe commentato.

La Fatwa - Il fondamentalismo islamico piomba così nella Marca. A Treviso abitano 80 mila persone. Probabilmente in Medio Oriente pochissimi conoscono la Lega. E forse nessuno ha mai visto piazza dei Signori. Ma il volto e la voce di Gentilini ha varcato i confini geografici. Merito - o colpa - delle immagini trasmesse dalla tivù araba Al Jazeera, giunte fino ad un gruppo di fondamentalisti mediorientali. I quali, dopo aver letto la traduzione delle frasi di Gentilini, hanno convinto un loro leader ad emettere la «sentenza di morte». La Fatwa è circolata negli ambienti fondamentalisti fino ad arrivare all'intelligence italiana. E di qui ai gruppi specializzati nell'antiterrorismo. La «sentenza » è stata giudicata attendibile e realistica. E per questo è scattata la vigilanza radiocontrollata, stabilita nel corso del Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica convocato dal prefetto Vittorio Capocelli. Si tratta di questo: una volante lo segue al mattino presto sotto casa e lo riaccompagna la sera. Di giorno, può muoversi liberamente. Gentilini non è nuovo a misure cautelative. Prima della tornata elettorale era sorvegliato, poi però si è preferito alleggerire i controlli. Nel 2003, invece, era stato messo sotto protezione dopo aver ricevuto una busta con tre proiettili. Adesso, poliziotti e finanzieri lo tengono di nuovo d'occhio. Ma lui è sereno: «Non è mica una scorta», scherzava ieri. Anche perché, negli ultimi tre giorni, in alcune occasioni si è pure dimenticato di avvisare le forze dell'ordine dei suoi movimenti. La «Vgr» rimarrà stabile, almeno fino al prossimo tavolo in Prefettura.

Gentilini e l'Islam - Le minacce sono comparse sul sito Al Hisba, gestito da arabi vicini ad Al Qaida. Nel settembre 2008, dopo il famoso discorso pronunciato da Gentilini a Venezia, è comparso un messaggio, scritto da Habibullah, amministratore del forum. «Vi segnalo, cari fratelli, che in Italia le forze del male e dell'arroganza intendono bloccare la diffusione dell'Islam, perché hanno paura della parola della Verità divina - si legge sul web -. Vedete fratelli, il signor Gentilini non è nuovo a queste trovate contro i musulmani e la loro fede. Lui e il suo partito, la Lega del Nord, sono i campioni dell'odio contro l'Islam non soltanto in Italia, ma in tutta l'Europa. E' un loro ministro quello che ha portato in TV la maglietta con le vignette sataniche contro il nostro profeta. E' un loro parlamentare quello che gira con un maiale sui terreni dove le comunità islamiche vorrebbero pregare. Ma questo Gentilini - prosegue il messaggio - è il più accanito contro i nostri fratelli che vivono in terra degli infedeli... vuole che le nostre donne vadano seminude per le strade e non ammette un cibo halal per i nostri bambini nelle scuole. Questo Gentilini è la mano che colpisce e non può rimanere indenne. Dobbiamo rispondere in difesa della nostra fede e dei nostri fratelli umiliati ». Frasi che si riferiscono anche alla battaglia sulla moschea, in atto a Treviso. Il vicesindaco è riuscito a far chiudere una piscina con annessa sala incontri e a far pregare i musulmani nel parcheggio antistante. Il suo consigliere, Pierantonio Fanton, è finito nel mezzo di una rissa mentre un gruppo di islamici cercava di aprire un piccolo centro di preghiera in un ex negozio, nell'ultimo Ramadam. Ma a fare più male sono state le parole urlate sul palco della Riva degli Schiavoni il 14 settembre e per le quali lo «sceriffo» è indagato dalla Procura di Venezia. «Voglio la rivoluzione contro quelli che vogliono aprire le moschee e i centri islamici, comprese le gerarchie ecclesiastiche, che dicono: lasciamoli pregare - aveva strillato Gentilini dal palco - No! Vadano a pregare nei deserti. Basta! Voglio la rivoluzione contro i phone center, i cui avventori si mettono a mangiare in piena notte e poi pisciano sui muri: che vadano a pisciare nelle loro moschee».

 

Treviso - Cade dalle nuvole l'imam di Treviso, Youssef Tadil: «Il mio amico Gentilini minacciato? Ma da chi? Ci conosciamo da tanti anni, so che come politico deve fare certe sparate ma come uomo è molto diverso. Se ci incontriamo per strada saluta, si ferma a parlare, abbiamo un bel rapporto. Mi dispiace molto che qualcuno gli abbia lanciato la Fatwa, non rientra nell'educazione di un buon musulmano. Il nostro credo ci insegna ad avere rispetto delle regole e di tutte le persone, soprattutto anziane. Di fronte ad un'offesa, proprio come voi cattolici dobbiamo porgere l'altra guancia, non vendicarci». La comunità islamica del capoluogo della Marca condanna il gesto intimidatorio nei confronti del vicesindaco. «Nessuno di noi farebbe mai un atto del genere - assicura l'imam - da vent'anni lavoriamo alla luce del sole per promuovere il dialogo con gli italiani e arrivare così alla piena integrazione. Anche se Gentilini non vuole concederci uno spazio per la preghiera, non siamo per lo scontro, è una degenerazione che non concepiamo». Tadil assicura di non prendere sul serio le «bordate» lanciate costantemente, e da più ribalte, da parte dello «sceriffo». «Ma sì, sappiamo che ogni tanto ne dice una, è il suo ruolo e anche il suo carattere - sdrammatizza il capo spirituale dei musulmani residenti a Treviso - ma non è il caso di reagire. Gentilini, da parte sua, deve però capire che al mondo non ci sono solo persone per bene come noi. Deve cominciare a stare attento alle parole che pronuncia e soprattutto bisogna che eviti lo scontro, perché la pazienza ha un limite. E quando si supera quello di gente non raccomandabile, può essere pericoloso. Purtroppo - chiude l'imam - teste calde ce ne sono e rischiano di far male, anche alla nostra causa di pacifica convivenza».

 

Venezia - Non è l'unico leghista, Giancarlo Gentilini, ad essere finito nel mirino degli integralisti islamici. «Minacce ne ho ricevute anch'io - rivela il senatore trevigiano Piergiorgio Stiffoni - ma non ne voglio parlare, per non dare importanza all'episodio. Me ne frego e continuo a dire quello che penso: bisogna prendere molto con le pinze certe associazioni musulmane cosiddette dormienti. Consiglio a tutti di leggere Oriana Fallaci, ha scritto tante cose intelligenti, che si stanno avverando. Noi siamo a casa nostra - prosegue Stiffoni - e pretendiamo il rispetto delle nostre regole. Se a qualcuno non piace, se ne torni da dove è venuto. L'unica mia preoccupazione è la presenza di teste calde, che potrebbero scatenare reazioni a catena». Prende molto sul serio l'attacco allo «sceriffo» di Treviso il sindaco leghista di Verona, Flavio Tosi: «Piena solidarietà all'amico Gentilini. La Fatwa nei suoi confronti dimostra quanto intollerante e pericoloso sia l'integralismo islamico e quindi quanto facciano bene le forze dell'ordine, sotto la guida del ministro dell'Interno Roberto Maroni, a tenere sotto controllo moschee e centri di preghiera o culturali che siano. Io li considero punti di aggregazione dei fondamentalisti». Secondo la senatrice azzurra Elisabetta Casellati, sottosegretario alla Giustizia, bisogna tenere alta la guardia: «Anche se per un po' il terrorismo islamico resta silente, non possiamo rilassarci, ha fatto troppe vittime. Non voglio fare allarmismo, ma una simile "attenzione" per un politico non è un fenomeno da sottovalutare, anzi è un segnale preoccupante, che deve farci stare con gli occhi ben aperti». Una ferma condanna alle intimidazioni lanciate all'indirizzo del vicesindaco leghista arriva pure dal senatore e segretario regionale del Pd, Paolo Giaretta: «Nessuna delirante affermazione di Gentilini può giustificare minacce o attentati. Ben fa la polizia a garantire la sicurezza di un pubblico amministratore ritenuto in pericolo. Non ci può essere scusante di nessun tipo per atti del genere, non è con la violenza che si affermano le proprie ragioni. Bisogna combattere con la forza delle idee». Critico invece Nicola Atalmi, consigliere regionale dei Comunisti italiani: «L'unica persona da cui bisognerebbe proteggere il vicesindaco di Treviso è se stesso. E' un seminatore d'odio professionista, che ha fatto molti danni con le parole. Adesso comincia pure ad avere una certa età, quindi per tante cose non capisce il limite esistente tra quello che può dichiarare ai giornali e ciò che invece è libero di dire all'osteria. Le minacce sono sempre un atto inaccettabile - aggiunge Atalmi - ma le forze dell'ordine dovrebbero essere impiegate più proficuamente a proteggere i cittadini piuttosto che a scortare una persona più volte processata per istigazione all'odio razziale. Invece della volante sotto casa bisognerebbe togliergli il microfono: lo dico da sempre al sindaco Gian Paolo Gobbo, prima lo fa e meglio è». Stamattina da Gobbo andrà Maurizio Saia, senatore di An, che poi vedrà il questore di Treviso, Carmine Damiano. «Stringerò volentieri la mano anche a Gentilini - annuncia - per esprimergli la mia vicinanza. Uno è libero di dire ciò che vuole, soprattutto a casa sua».

 

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… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Il declino del conflitto di Giuseppe De Rita

Il tempo delle “emozioni blande”

 

In un cupo soliloquio della Tosca, Scarpia esprime con volgare voluttà il concetto che «ha più forte sapore la conquista violenta che il mellifluo consenso». È un concetto che gli amanti dell'opera lirica recitano spesso, anche se sempre più raramente lo mettono in opera. Ma è un concetto però cui restano affezionati i teorici e i militanti del conflitto sociale e politico, sempre convinti che la storia e il potere si conquistano facendo rivoluzioni o almeno esercitando la forza. E anche quando, com'è attualmente, la forza e le rivoluzioni sono solo mediatiche e virtuali, l'ispirazione resta la stessa: il conflitto innanzitutto. Chi osservi invece le cose italiane di questi ultimi tempi scopre che di conflitto ce n'è poco: non ce n'è in fabbrica e nei campi come retoricamente si è spesso declamato; non ce n'è negli uffici pubblici, visto che neppure l'aggressività brunettiana è riuscita a far scattare rivolte anche minimali; non ce n'è in tutto il vasto settore dei servizi alle imprese e alle persone, ormai segnato da professioni (dal pubblicitario alla badante) che sono strutturalmente negate alla mobilitazione collettiva, figurarsi al conflitto. Può spiacere a qualcuno, ma l'attuale composizione sociale non presenta grandi componenti conflittuali. Si potrà dire che l'affermazione è contraddetta dalle recenti agitazioni di piazza degli studenti e dai recenti scioperi del trasporto aereo; ma credo che un po' tutti abbiano avvertito la loro carica altamente corporativa e la loro incapacità di creare valenza generale e mobilitazione politica. Come potenziali minacce conflittuali sono stati «lasciati cadere»; e non solo dalle sedi del relativo potere decisionale, ma anche dalle sedi tradizionalmente di lotta e potenzialmente di alleanza (il sindacato, ad esempio). Tutto quindi è tornato nell'ordine. Nell'ordine. Che significa oggi questo termine? In superficie sta a significare che abbiamo più voglia di istituzioni funzionanti che voglia di trasformarle, riformarle, rivoluzionarle. Vince il pragmatismo del quotidiano, non un'idea di futuro migliore; può esser triste ammetterlo, ma tutto ciò porta a una bassa popolarità anche del riformismo, del resto da sempre visto solo come alternativa pacata al conflitto, non come ideologia autonoma e autopropellente. Resta allora il «mellifluo consenso». È probabile che alla parte più combattiva della nostra classe dirigente venga un attacco di bile di fronte a tale locuzione, magari nel sospetto che essa riveli una più o meno cosciente berlusconiana strategia di dittatura morbida. Ma nei fatti dobbiamo verificare che oggi il consenso si conquista facendo ricorso a emozioni blande e non violente; e anche quando si scende in piazza, le emozioni devono restare blande, come sono quelle dei megaraduni, dei tour elettorali, dei girotondi, delle false primarie, dove tutto è mellifluo, anche se a lungo andare falso, non affidabile. Perché, come ha acutamente notato Natalino Irti, viviamo un tempo in cui non c'è più rappresentanza (di interessi, di bisogni, di opzioni collettive) ma «rappresentatività esistenziale», di messa in comune di emozioni e sentimenti individuali coltivati nella dimensione dell'esistenza, senza passioni e spessori di essenza. Non a caso, limitando la riflessione al puro campo politico, hanno oggi più successo le formazioni che si rifanno al disagio esistenziale (il leghismo, il dipietrismo) che quelle che devono (per necessitata ampia consistenza) far riferimento alla rappresentanza di interessi, bisogni e opzioni di carattere collettivo, più che ai turbamenti o ai rinserramenti esistenziali. Non c'è allora da far conto sull'illusione che torni il conflitto, grande oggetto del desiderio. Più utile sarebbe un impegno a ricostruire contenuti e strumenti della rappresentanza. E bisogna farlo sia nelle strutture del sociale come in quelle della politica, rompendo quell'autoconservazione corporativa che purtroppo le sta distruggendo, nel piccolo dell'associazionismo non profit come nel grande della dinamica partitica.

 

Pag 15 Il giudice ordina: “No al crocifisso a scuola” di Elisabetta Rosaspina

In Spagna dopo tre anni di lotta esulta l’associazione dei laici. L’arcivescovo accusa: cristianofobia. Il giornalista cattolico: “Deve restare, come il velo. Il nostro Stato è libero non laico”

 

Madrid - Non è religiosamente «neutrale» un crocifisso alla parete di un'aula scolastica: in sintesi, è questa la motivazione con la quale il tribunale di Valladolid ha ordinato, per la prima volta in Spagna, a una scuola pubblica di togliere tutte le croci e i simboli religiosi dai locali frequentati dagli studenti. La sentenza ha dato ragione, dopo tre anni di battaglia giudiziaria, all'«Associazione Culturale Scuola Laica» e ha provocato l'indignazione dell'arcivescovo di Toledo, Antonio Cañizares, che ha parlato di «cristofobia». Ma il gruppo socialista del Parlamento di Castiglia e León già rilancia, chiedendo alla giunta di governo che la decisione del giudice si estenda automaticamente a tutti gli istituti e gli uffici pubblici della comunità autonoma: secondo la portavoce, Ana Redondo, i simboli cristiani resistono alle pareti di molti spazi pubblici, soprattutto nelle zone rurali della regione. L'anticrociata è partita nel 2005 per iniziativa di un gruppo di genitori della scuola Macías Picavea, di Valladolid, infastiditi da quello che reputavano un arbitrario indottrinamento dei loro bambini, nonostante i crocifissi fossero al loro posto dal 1930. La direttrice della scuola aveva sottoposto la richiesta alla votazione al consiglio scolastico, che aveva optato per lasciare i crocifissi e i simboli religiosi dov'erano. La richiesta di laicizzare le aule, dunque, era stata respinta. Ma nel marzo scorso, l'associazione dei laici di Valladolid è ricorsa al tribunale, ottenendo l'appoggio della procura e l'opposizione del governo della comunità autonoma, che ora dovrà eseguire la sentenza del giudice Alejandro Valentin Sastre. Con la possibilità però di riappendere i crocefissi, se il giudizio dovesse essere annullato in seconda istanza. La motivazione della sentenza, emessa il 14 novembre, è lunga e articolata: il tribunale riconosce che il crocifisso «ha una connotazione religiosa, sebbene ne abbia anche altre». Ma quelle di una fede in particolare sono prevalenti e quindi «la presenza di questi simboli nelle zone comuni del centro educativo pubblico, dove ricevono istruzione minorenni in piena fase formativa dell'intelletto e della volontà, può provocare in loro la sensazione che lo Stato sia più vicino alla confessione correlata ai simboli religiosi presenti nel centro pubblico che ad altre confessioni ». Insomma, un rapporto preferenziale, per il giudice, inammissibile in uno stato aconfessionale e religiosamente «neutro» come la Spagna. Contro la sentenza si sono sollevati l'Associazione dei padri cattolici, quella delle scuole cattoliche e l'Osservatorio per la libertà religiosa e di coscienza, secondo cui «così si trasforma una questione culturale e di abitudine sociale in uno strumento di contesa».

 

Madrid - «Vogliamo sembrare più laici di quello che siamo»: a Germán Yanke, 53 anni, giornalista e scrittore basco, editorialista di Abc, ex direttore della rivista Epoca e della trasmissione La Linterna di radio Cope, l'emittente della Conferenza Episcopale spagnola, la guerra del crocifisso a scuola pare una tempesta in un bicchier d'acqua. «Anche il sindaco socialista di Madrid negli anni della Movida, Enrique Tierno Galván, certamente antifranchista e grande cattedratico si rifiutò di togliere il crocifisso dal suo ufficio, quando uno dei suoi collaboratori glielo propose».

Perché?

«Perché il crocifisso fa parte della tradizione e della storia della Spagna. Non rappresenta una presa di posizione pubblica in materia religiosa dello Stato».

Che tuttavia, con la legge della Memoria storica, si proponeva di eliminare i simboli religiosi dalle cerimonie ufficiali. Questa sentenza è un primo passo?

«Non credo. Il dibattito sopra la laicità dello Stato è una questione di grande peso e interesse, ma ridurla a una questione aneddotica, come è successo a Valladolid, o a un problema di simboli, vuol dire banalizzarla».

In Francia succede lo stesso.

«Ma, a differenza che in Francia, in Spagna la Costituzione è aconfessionale, non laica. Non esiste una dottrina ufficiale, chiamata laicismo. Esiste la libertà. Tant'è che le figlie del nostro premier Zapatero frequentano le lezioni di religione a scuola».

Quindi pretendere il ritiro del crocifisso da un'aula può essere una forma di intolleranza?

«Mi limito a osservare che anche in Spagna, come in Francia, si è discusso dell'uso del velo a scuola. Ma fortunatamente nessuno ha proposto di vietarlo per legge. Chi vuole è libero di indossarlo».

I genitori laici di Valladolid sostengono che il crocifisso può condizionare i bambini.

«Certamente anche loro, da ragazzi, hanno studiato in aule con crocifissi e non mi pare che ne siano stati condizionati».

Ma è vero che la Spagna è divisa in due, una destra cattolica integralista e una sinistra laica?

«No. Nel Psoe c'è la corrente dei Cristiani per il socialismo, che difendono un'educazione cattolica. E c'è anche una destra laica che risponde a principi di assoluta tolleranza».

 

Pag 33 Il rabbino capo con Ratzinger: dialogo solo tra le culture di M. Antonietta Calabrò

Di Segni dà ragione al Papa: “Fa chiarezza, impossibile il confronto sulla fede”. Musulmani più cauti

 

Il dialogo fra le religioni non è possibile «senza mettere fra parentesi la propria fede », e bisogna semmai parlare di «dialogo tra le culture» afferma Benedetto XVI nella lettera che fa da prefazione al nuovo libro di Marcello Pera, Perché dobbiamo dirci cristiani (Mondadori) pubblicata ieri dal Corriere. Gli ebrei, per bocca del rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, sono d'accordo. Dubbi invece nel mondo dell'Islam. Per l'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), «bisogna approfondire». «Non si strumentalizzino le parole del Pontefice», afferma invece il rappresentante della grande moschea di Roma Ahmad Giampiero Vincenzo. «Credo che bisogna essere molto grati al Papa per questa precisazione e per la giusta chiarezza», dichiara Di Segni. «Ci sono dei limiti insuperabili di ciascuna fede che vanno rispettati. L'importante è avere chiaro che non si può dialogare a livello teologico - spiega - altrimenti si creano solo degli equivoci e anche una retorica controproducente e tanti nuovi ritualismi». A questo proposito Di Segni ricorda quanto recentemente deciso dall'Assemblea dei rabbini italiani, il cui presidente, Giuseppe Laras, ha annunciato che il prossimo anno non ci sarà la giornata per il dialogo tra ebrei e cattolici del 17 gennaio. «Ecco, quella decisione va proprio nel senso che è necessaria una pausa di riflessione e che dobbiamo chiarirci in quale maniera si debba collaborare, ma sicuramente non sul piano teologico. Anche la giornata comune era stata costruita con delle possibilità di equivoco». Di Segni precisa infine che «bisogna approfondire bene quello che vuole dire il Papa» e che « il nostro non è uno sbarramento, ma semmai cogliamo la palla al balzo per aprire una nuova porta». «Al di là di questo, è giusto invece il dialogo fra culture», secondo Di Segni: «Apparteniamo a mondi differenti, ma abbiamo responsabilità comuni, doveri comuni e anche interessi comuni » Da parte sua, l'Ucoii sottolinea come «occorre precisare cosa il Papa intende dire con "dialogo interreligioso in senso stretto"». «Il dialogo fra credenti esiste - dice il portavoce Izzeddin Elzir - certamente non dialoghiamo sulle nostre fedi, perché ognuno crede in ciò che crede, ma dialoghiamo su come possiamo convivere insieme, ciascuno nella propria diversità». «Le parole del Pontefice devono essere ben interpretate, senza strumentalizzazioni da parte di chi mira allo scontro di civiltà e di religioni» ha dichiarato Ahmad Giampiero Vincenzo, presidente dell'Associazione intellettuali musulmani italiani, rappresentante della moschea di Roma e consulente tecnico per l'immigrazione della commissione Affari costituzionali del Senato. «Occorre - secondo Vincenzo - sempre più mettere in rilievo i principi che le religioni hanno in comune, a partire dalla fede nello stesso e unico Dio». Quindi, conclude, «il dialogo interreligioso è essenziale».

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 Quale etica converte Tremonti di Aldo Schiavone

 

Pochi sembrano accorgersene: ma la recessione in cui siamo entrati non ridisegna solo il tessuto sociale ed economico del Paese; sta ridèfinendo anche il suo profilo culturale. La posta è alta: nulla di meno che l' egemonia intellettuale e morale sulla nuova Italia che, giorno dopo giorno, sta prendendo corpo sotto i nostri occhi. Giulio Tremonti lo ha capito perfettamente: e il discorso che ha appena pronunciato per l’inaugurazione dell'anno accademico dell’Università Cattolica di Milano ha tutti i caratteri di un autentico manifesto ideologico; un annuncio interamente proiettato sui tempi che ci aspettano. Esso segna la fine, per l'attuale maggioranza di governo, della lunga stagione dominata dagli "spiriti animali" evocati con tanto successo dal primo berlusconismo - vitalismo consumistico, esaltazione del privato, destrutturazione delle regole – e suggerisce alla destra italiana un nuovo e assai più impegnativo orizzonte ideale e un ben diverso quadro di valori. E’ una vera e propria svolta, che non dobbiamo sottovalutare. E in questo senso Tremanti può ben essere considerato tra coloro che il Washington Post chiama, non senza qualche ironia, "i convertiti", passati cioè bruscamente dalle sponde del più intransigente purismo di mercato, all'invocazione quotidiana e incalzante di più Stato e di più regole anche se nel suo caso (gliene do atto con piacere) si tratterebbe di una conversione della prima ora, che conclude per lui un ripensamento aperto da una precoce previsione della crisi che stava per verificarsi. Un'idea campeggia - fatte e solitaria - al centro della sua proposta, Dobbiamo essere capaci di immettere più etica nell'economia, egli dice. Di costruire un'«economia sociale di mercato» (la formula non è nuova, e Tremonti stesso ne indica le fonti non senza eleganza dottrinaria), in cui -al «paradigma della domanda di beni di consumo», fondata sull'indebitamento e sul tutto subito, si possa sostituire «un paradigma morale, civile e politico» che «organizza la domanda sugli investimenti collettivi fatti per il bene complessivo:non per il presente ma per il futuro». È difficile non essere d'accordo con lui, soprattutto da parte di chi ha scritto da anni che la rivoluzione della tecnica ha bisogno di etica, e di storia attraversata da disciplinamento morale”. Ma non è questo il punto. Cerchiamo invece di guardare le cose più in profondità. A prima vista, sembrerebbe di essere di fronte alla ripetizione -a parti rovesciate –di uno schema già noto. Al tentativo cioè di riprodurre un'operazione speculare a quella compiuta da molti socialismi europei fra la metà degli anni Ottanta e gli inizi del nuovo secolo. Allora, per sopravvivere in un’epoca ancora dominata dall'espansione impetuosa della nuova economia spinta dalla rivoluzione tecnologica, partiti di sinistra si adattavano a politiche anche ultra liberiste. Oggi, al contrario, di fronte alla fine rovinosa di quell'ondata, forze di destra sono costrette, per sopravvivere, ad adottare programmi e linee culturali proprie della più classica tradizione della sinistra (a suo modo, lo dice lo stesso Berlusconi: il mio governo «fa cose di sinistra”). Già questa prima osservazione ci dice parecchio: che il vento è mutato, e il problema per la sinistra non è più di navigargli contro, ma di impedire che qualcuno lo intercetti prima che gonfi lo. sue vele, ora che soffia dalla parte giusta. Questo del cambiamento della corrente della storia-dovrebbe diventare un nostro grande tema: soprattutto di fronte alle giovani generazioni, che vogliono sentirsi parlare di futuro. Ma dovremmo esserne davvero capaci, e avere la forza di proporre un'idea di Italia all'altezza delle prove che ci aspettano. C'è tuttavia molto di più. Più etica va benissimo. E però, quale etica? E qui le cose si complicano. Noi diciamo: non un'etica "laicista", ma che sappia trovare il divino nell'accrescersi infinito delle facoltà umane, e non nella sacralità della natura come vincolo e come barriera. Un'etica della trasformazione e non della conservazione; dell' emancipazione e non della minorità eterna della specie umana; che non rifiuti l'aumento illimitato della potenza della tecnica, ma ne determini gli obiettivi; che non consideri come eterno nessun assetto biologico o sociale, ma accetti di vederli tutti come figure del mutamento e della transizione; che cerchi le sue leggi non nella natura, ma nella ragione delle donne e degli uomini della nostra specie; che assuma l'esistenza di valori non negoziabili, ma solo in quanto anch'essi storicamente determinati: assoluti non nel senso della loro trascendenza, ma in quello della loro indisponibilità e immodificabilità nella situazione data; che non escluda mai la tecnica dalla vita, ma si limiti a decidere quanta parte della tecnica debba incontrare la vita senza passare dal mercato. E invece il manifesto di Giulio Tremonti mi sembra vada in tutt' altra direzione. Ed è chiaro perché: egli ha in mente un disegno culturale ambizioso e strategico. Saldare il progetto egemonico della nuova destra non più liberista a quello perseguito dalla Chiesa cattolica (o da una parte di essa) nel nostro Paese. Insomma, rifare in qualche modo la Dc. Ed è per questo che la sua etica (per quel tanto che viene da lui precisata) tende a tingersi di tonalità antilluministe, e la sua critica al "mercalismo" e alla globalizzazione tende a confondersi - proprio come accade alla dottrina sociale della Chiesa - con una critica diretta alla modernità e alle sue prospettive (non vorrei sovrainterpretare, ma forse è proprio questo - il giudizio sulla nostra modernità - quello che, al fondo, non è piaciuto di Tremanti a Mario Draghi, stando alle indicazioni del Foglio). Nello stesso giorno in cui Tremanti parlava a Milano, il cardinale Bagnasco teneva a Roma un altro importante discorso, in un' altra università, dedicato al futuro della Chiesa italiana. Non c'è nessuna particolare sintonia tematica fra i due testi. E tuttavia confesso una preoccupazione, come posso dire, di clima intellettuale. C'è un'antica tentazione sempre ricorrente nei momenti critici della storia d'Italia: quella di arroccarsi, di doversi difendere dalla modernità, mettendo in qualche modo la parrocchia al posto dello Stato (debole o inesistente), e salvarsi casI. Ricordiamocelo tutti - noi, la destra, la Chiesa stessa: non è più tempo di questi scambi e di queste paure.

 

LA STAMPA

L’agonia dello Stato minimo di Luca Ricolfi

 

In questi giorni tutti i giornali parlano della tragedia di Rivoli, ma non vorrei che ce ne dimenticassimo troppo presto, come purtroppo è successo tante volte in passato. Perché tendiamo a dimenticare? E perché, soprattutto, non impariamo mai dall’esperienza? Lo stato disastroso dei nostri edifici scolastici era noto da tempo, come è documentato da varie accurate rilevazioni del ministero della Pubblica Istruzione (vedi i servizi alle pagine 2 e 3), nonché dalla lunga serie di interventi legislativi che in materia di edilizia e di sicurezza si sono susseguiti nell’ultimo quindicennio, a partire dalla legge 626 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Nonostante ciò, e a dispetto di alcune lodevoli eccezioni (tra cui quella del Comune di Torino), pochissimo è stato fatto. Lo stato delle nostre scuole, specie nel Mezzogiorno ma anche in parecchie realtà del Centro-Nord, è spesso poco degno di un Paese civile: difettano protezioni contro i sismi, gli incendi, i cedimenti strutturali, i cortocircuiti elettrici, ma mancano anche, semplicemente, le condizioni minime di decoro, tutto ciò che può ricordare ai ragazzi che il luogo in cui studiano non è un luogo qualsiasi ma è un’istituzione, che merita il loro pieno rispetto. Un analogo degrado pervade in misura inaccettabile quasi tutti i grandi pilastri della vita sociale. Gli ospedali, ad esempio, alle volte malandati perché troppo vecchi, a volte malandati perché mai nati (sono oltre 100 gli ospedali finanziati e mai completati). O le caserme, i posti di polizia, i palazzi di giustizia, gli uffici che ti fanno sentire suddito più che cittadino. Per non parlare delle aule universitarie ricavate in cinema, capannoni, o semplici alloggi. O delle carceri, che tutti i governi hanno lasciato in uno stato di deplorevole degrado. O delle strade pericolose, delle ferrovie antiquate, delle discariche illegali. Dei treni sudici, dei bagni sempre guasti, delle strade coperte di immondizia. Non è solo la scuola che è in stato di abbandono, ma lo sono quasi tutte le grandi infrastrutture fisiche del paese. È di qui che dobbiamo ripartire se vogliamo che tragedie come quella di Rivoli o di San Giuliano non si ripetano più. Quel che dobbiamo chiederci non è semplicemente perché tante scuole siano fatiscenti, ma è come mai, lentamente, le grandi strutture materiali del Paese - il suo hardware, verrebbe da dire - si stiano sbriciolando come grissini. Una prima ovvia risposta è che l’hardware si sbriciola perché pensiamo quasi soltanto al software. Da almeno quindici anni, ossia da quando il debito pubblico è diventato la priorità delle priorità, la politica economica risparmia sistematicamente sulla manutenzione delle infrastrutture fisiche (l’hardware del sistema Italia), e dilapida le poche risorse disponibili in spese improduttive e stipendi pubblici (il software del sistema Italia). La storia sarebbe lunga da raccontare tutta quanta e nei dettagli, ma la realtà è che negli ultimi quindici anni - quale che fosse il colore politico dei governi - in quasi tutti i settori della pubblica amministrazione la maggior parte delle risorse disponibili sono state convogliate sugli avanzamenti di carriera e sottratte agli investimenti e agli acquisti. È accaduto così che tra avanzamenti automatici, corsi di formazione più o meno fasulli, lauree facili (primo fra tutti lo scellerato programma «laureare l’esperienza»), la piramide gerarchica della pubblica amministrazione è stata stravolta, con due conseguenze fondamentali: una contrazione delle ordinarie risorse per il funzionamento (dalla benzina, alla carta, ai computer) e una grave perdita di efficienza organizzativa (perché un esercito di generali non combatte). In questa triste vicenda la scuola è stata colpita due volte: come gli altri settori della pubblica amministrazione è rimasta a corto di ossigeno sul versante degli investimenti edilizi e su quello delle risorse per il funzionamento, ma a differenza degli altri settori della pubblica amministrazione non ha potuto beneficiare di significativi avanzamenti perché non esiste una vera e propria carriera degli insegnanti, come ne esistono invece per i medici, i professori universitari, i magistrati, i militari, i poliziotti, i burocrati. Dobbiamo dunque prendercela con i politici, ciechi di fronte ai veri interessi del paese? Forse no, se riflettiamo su come funziona l’opinione pubblica e su cosa davvero riesce a scuotere la cosiddetta società civile. L’opinione pubblica dimentica con sorprendente rapidità le tragedie collettive, quelle che oggi ci fanno stringere intorno alle famiglie dei ragazzi di Rivoli, ma è estremamente vigile sugli interessi particolari delle innumerevoli categorie, corporazioni, lobby che si contendono quel che resta della nostra povera Italia. Se i politici, quando hanno 100 euro da spendere, ne destinano così pochi all’hardware del paese e così tanti al suo software, è perché hanno capito che quest’ultimo ci interessa molto più del primo. Possiamo indignarci quando crolla una scuola, quando deraglia un treno, quando un ospedale è invaso dagli scarafaggi, ma non siamo disposti a rinunciare a un pezzettino del nostro modesto benessere per vivere in un paese in cui queste cose non succedano più. I consumi privati ci interessano di più degli investimenti pubblici, lo Stato sociale, fatto di sanità, pensioni e assistenza, ci interessa di più dello Stato minimo, fatto di infrastrutture fisiche e funzioni fondamentali. Proviamo a immaginare che cosa succederebbe se un ministro dicesse: la messa in sicurezza delle scuole costa 5 miliardi, per finanziarla propongo di bloccare tutti gli aumenti retributivi nel pubblico impiego (ad esempio: 1 anno gli stipendi bassi, 2 quelli medi, 3 quelli alti). Ci sarebbe una sollevazione, e mille eloquenti argomentazioni e sottili distinguo farebbero immediatamente naufragare la proposta, o qualsiasi altra idea consimile. I politici l’hanno capito, sanno perfettamente che l’agonia dello Stato minimo non è la prima delle nostre preoccupazioni. Sta a noi dimostrare che si sbagliano.  

 

IL GIORNALE

Chi balla sui calcinacci della scuola di Mario Giordano

 

«Tagli strutturali», titola a tutta pagina l’Unità. Si capisce: la tentazione di cavalcare la tragedia di Rivoli per riaccendere le braci della protesta è troppo forte. Colpa della Gelmini se quel tubo di ghisa è cascato giù? Colpa di Tremonti? Della Finanziaria approvata in nove minuti e mezzo? Del risparmio sulla pelle dei ragazzi? Guardate un po’, quanto bel materiale per ridare fiato alle manifestazioni che languono. C’è un ragazzo di 17 anni morto fra una lezione di latino e una di geometria, c’è il suo compagno di banco che rischia di rimanere paralizzato. C’è la tragedia che precipita lì, feroce e inspiegabile, fra i discorsi sulla Juve, l’hiphop, persino Harry Potter. C’è una bara che sfila fra volti pieni di acne e vita. Che può sperare di meglio un anti-Gelmini? Piovono soffitti, governo ladro. La polemica, in fondo, è già cominciata. E pazienza se la polemica finirà per seppellire un problema vero in mezzo alle parole false. L’ultimo torto che potremo fare a quel ragazzo. Del resto quante parole abbiamo sentito in questi anni? Era il 1996 quando veniva approvata una norma (legge Masini) che poneva l’edilizia scolastica come una delle questioni «più urgenti da affrontare» per il Paese. Nel 1996, capite? Quella legge non è ancora stata applicata. Prevedeva l’anagrafe degli edifici: mai applicata. E meno male che era una questione urgente... E quante parole abbiamo sentito nel 2002, dopo il crollo di San Giuliano? Ricordate la commozione? Ricordate le polemiche e le promesse? Di soldi da allora ne sono stati stanziati assai pochi. Colpa della Gelmini? Colpa dei tagli estivi di Tremonti? Siamo seri. Sono passati sei anni. Ed è un miracolo se la tragedia non è successa prima. Lo scorso 2 aprile, per esempio, quando ancora la Gelmini non era ministro, a Milano, zona Monte Stella, è crollato il soffitto della elementare Martin Luther King. Mattoni e calcinacci sui banchi, scolari salvi per un soffio. Il preside si era sfogato con i giornalisti: «Poteva scapparci il morto. Non si può aspettare sempre la strage per intervenire». Il fatto è che in Italia non si interviene neppure dopo la strage. Di crolli nelle scuole, in effetti, ce ne sono quasi tutti i giorni. A Sassari cadono plafoniera e intonaco di una elementare: feriti quattro scolari. A Falconara (Ancona) cede (per fortuna di notte) il solaio della «Leonardo da Vinci»: 260 bambini restano senz’aula. Viene giù il solaio all’istituto «Giovanni Verga» di Centocelle (Roma), si scoperchia il lucernario al liceo «Dante Alighieri» di Prati (ancora Roma). A Badalucco (Imperia) le elementari vengono chiuse perché inagibili, a Dego (Savona) si corre ai ripari perché la media rischia di accartocciarsi. Crolla il soffitto di una materna di Iglesias in Sardegna, a Trieste viene evacuata una struttura che ospita una media, una materna e una elementare: sospetto cedimento strutturale. È il giro d’Italia dello sfascio, il tour tricolore del degrado, l’unità del Paese cementata dai calcinacci cadenti. I dati purtroppo confermano l’evidenza empirica della rassegna stampa. Ogni giorno, secondo i dati Inail, nelle scuole italiane si fanno male 240 studenti. Sono circa 90mila in tutto l’anno. Se a questi si aggiungono i circa 12mila fra insegnanti e bidelli si arriva a quota 103mila. Nel 1999 erano 83mila: 20mila in meno. Almeno in qualcosa a scuola si fanno progressi. Del resto come stupirsi? Secondo il rapporto di Legambiente 2008 gli edifici che hanno bisogno di interventi urgenti di manutenzione sono 9.920 su un totale di 42mila. Quasi uno su quattro. Il 95 per cento ha più di 40 anni. A Palermo sarebbero in pericolo-crollo addirittura la metà degli istituti. «La nostra scuola è dedicata a Grazia Delenda», scherzano gli studenti su Internet. «La nostra a Alessandro c’era una Volta». Più che di altri maestri, in realtà, sembra ci sia bisogno di muri maestri. Aiuto, pericolo caduta classi. Il libro bianco del ministero (settembre 2007, era Prodi) parla di «scuole stalle». Molte, proprio come quella di Rivoli, sono ospitate in edifici «precariamente adattati a uso scolastico». Seminari, conventi, caserme, ex penitenziari. A volte sottoscala di condomini. A Larino il liceo scientifico è ospitato negli edifici della Asl: perfetto, no? Basta non sbagliarsi, fra l’interrogazione di matematica e il pagamento del ticket. Secondo Cittadinanzattiva un istituto su dieci in Italia non ha acqua potabile. In compenso spesso ci sono veleni: in Calabria hanno appena scoperto che usavano materiali tossici per costruire le scuole, ad Andria hanno trovato rifiuti nocivi sotto i pavimenti. A Messina c’è quella che chiamano la «scuola dell’amianto». Il rischio amianto, del resto, è alto in tutta Italia: secondo la Cgil (ricerca del 2005) se ne trovano tracce in 6.769 edifici scolastici (il 16 per cento del totale). A questi va aggiunta una novantina di strutture in cui è stato individuato il radon, un gas nocivo che provoca il cancro ai polmoni. La situazione è grave. Davvero. Chissà se, per una volta, pensando a un ragazzo morto, riusciamo farla rimanere pure seria. Allora bisognerebbe evitare il solito rito: qualche giorno di polemica, poi il silenzio, poi il nulla. Fino alla prossima tragedia. L’abbiamo visto troppe volte. Dire che la colpa del crollo di Rivoli è della Gelmini è un pessimo inizio, per la verità. E attaccarsi alla tragedia per cercare di mobilitare di nuove le piazze, non è solo un’infamia. Peggio: è un errore. Il vero male della scuola, infatti, è che non riesce a cambiare proprio perché c’è qualcuno che continua a difenderla così com’è, con tutti i suoi sprechi, i suoi privilegi, le sue inefficienze e i suoi muri che crollano. A che serve avere due bidelli per ogni classe, se poi i soffitti vengono giù? E se il 97 per cento del bilancio dell’istruzione viene impiegato per pagare gli stipendi dove si trovano le risorse per riparare tetti cadenti e pavimenti groviera?  A Rivoli avevano appena fatto un controllo, sembrava tutto in ordine. Forse quella tragedia non si sarebbe evitata in nessun modo. Ma se vogliamo che non sia del tutto inutile, conviene evitare l’ennesima gazzarra. E provare a vedere se si riesce a cambiare qualcosa. Con più soldi, certo. Ma non solo. Perché non sempre i soldi bastano: a Napoli, per esempio, negli ultimi anni sono stati spesi 5,5 milioni di euro per l’edilizia scolastica, eppure c’è il record di edifici pericolanti. Come mai? A Sassari è stata costruita una scuola modello: due volte ristrutturata, due volte lasciata cadere a pezzi. I ragazzi non ci sono mai entrati: stanno accanto, in una topaia. Come mai? E all’Aquila c’è un ottimo istituto tecnico, appena costruito, moderno, cablato, certificato Iso 9001-200, che sta per essere smantellato: diventerà un ufficio della Provincia. Come mai? Gli impiegati provinciali devono star comodi e i ragazzi no? Diciamocela tutta: se vogliamo che la tragedia non sia inutile dobbiamo smetterla di difendere una scuola così, che protegge tutti, tranne gli studenti. Pensata più per offrire stipendi agli adulti che un futuro ai ragazzi. Che si permette il lusso di tre maestri per classe, ma poi li mette con i loro scolari nelle stalle. A guardare il soffitto, sperando che non crolli.

 

LA NUOVA

Pag 1 Accanimento moralistico di Giovanni Palombarini

Il caso Eluana

 

Dunque, ben 34 associazioni di ispirazione religiosa hanno presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo contro la sentenza con la quale la Corte di Cassazione, a sezioni unite, ha chiuso il 10 novembre scorso, per quanto competeva alla giustizia italiana, il processo relativo alla vicenda di Eluana Englaro. Lo ha davvero chiuso? La decisione della Corte di Strasburgo di registrare il ricorso aprendo un fascicolo - subito definita significativa e importante dal presidente della Lombardia Roberto Formigoni, che ha negato la disponibilità di un ospedale della Regione ad accogliere Eluana per procedere all’interruzione dell’alimentazione forzata, e dal sottosegretario al Welfare Roccella - ha suscitato molte speranze in coloro che hanno fin qui contrastato l’iniziativa di Giuseppe Englaro di affidarsi, nella tragica condizione nella quale è venuta a trovarsi sua figlia, alla giustizia del suo Paese. L’impressione è che del ricorso non se ne farà nulla. La Corte, infatti, potrebbe dichiararlo irricevibile, in considerazione del fatto che il sistema che è a base delle pronunce della Corte stessa contempla soltanto i ricorsi dei diretti interessati. Dunque, con ogni probabilità questo non sarà altro che l’ennesimo tentativo di paralizzare il diritto di una persona di morire dignitosamente. Questo diritto è stato stabilito nella sentenza che la Corte di Cassazione aveva già pronunciato proprio con riferimento alla situazione in cui versa Eluana Englaro. Vale la pena di ricordarlo, in sintesi. Ove il malato giaccia da moltissimi anni (nella specie, diciassette) in stato vegetativo permanente, con conseguente radicale incapacità di rapportarsi al mondo esterno, e sia tenuto artificialmente in vita mediante un sondino nasogastrico che provvede alla sua nutrizione e idratazione, il giudice può autorizzare la disattivazione di tale presidio sanitario in presenza di due presupposti: quando la condizione di stato vegetativo sia, in base a un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile, e non vi sia alcun fondamento medico che lasci supporre la benché minima possibilità di un qualche recupero della coscienza; e sempre che la domanda di disattivazione sia espressiva, in base a sicuri elementi di prova, della voce del paziente, tratta dalle sue precedenti dichiarazioni, dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l’idea stessa di dignità della persona. Si tratta di principi del tutto corrispondenti a ciò che prevede la Costituzione in tema di dignità della persona e di non obbligatorietà dei trattamenti sanitari («la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana», è scritto a tale proposito nell’articolo 32 della Costituzione), e dettati da elementari sentimenti di umana pietà. Però, per avere detto questo, i giudici sono stati accusati di avere autorizzato un assassinio, come se la giovane donna non fosse morta 17 anni fa, anche se vegetano artificialmente i suoi organi; o di avere autorizzato l’eutanasia, come se questa non fosse la produzione della morte di una persona mediante l’utilizzazione di determinati farmaci per porre fine alle sue sofferenze. Rispetto alla decisione del padre di Eluana Englaro di attenersi a quei principi, gli ostacoli si moltiplicano. Già Camera e Senato, con ampia maggioranza, avevano mesi fa sollevato innanzi alla Corte Costituzionale un incredibile conflitto di attribuzione in relazione alle decisioni dei giudici di Milano: i magistrati non avevano alcuna competenza a decidere, e con i loro provvedimenti avevano invaso le competenze del Parlamento. Con ordinanza dell’8 ottobre scorso la Corte ha dichiarato inammissibile questo conflitto con questa perentoria motivazione: «...questa Corte non rileva la sussistenza di indici atti a dimostrare che i giudici abbiano utilizzato i provvedimenti censurati - aventi tutte le caratteristiche di atti giurisdizionali e, pertanto, spieganti efficacia solo per il caso di specie - come meri schermi formali per esercitare, invece, funzioni di produzione normativa o per menomare l’esercizio del potere legislativo da parte del Parlamento...». Oggi c’è il ricorso alla Corte europea di Strasburgo. Intorno a questo dramma si sono mossi e continuano a muoversi vari soggetti, soprattutto una gerarchia ecclesiastica portata a intromettersi in modo forte nelle cose dello Stato italiano, e alcuni politici, che oggi invocano la rapida approvazione di una legge. In linea di principio, nulla da obiettare; anzi, ve ne sarebbe bisogno per regolamentare finalmente il testamento biologico. Ma se la sua ispirazione di fondo dovesse essere quella imposta dalla Chiesa al Parlamento italiano, di quella legge c’è davvero da avere paura.

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 23 novembre 2008

Pag 1 Scuole e sicurezza: «Pericoli in sei edifici su dieci» di Giulio Benedetti

 

Roma - In Italia su 10 edifici destinati agli istituti superiori, sei sarebbero a rischio. In realtà, però, un vero censimento non è stato fatto. Così le tragedie si moltiplicano. Ma anche lo stillicidio di «piccole» disgrazie fa le sue vittime: nel 2007 sono stati 90 mila gli studenti feriti nelle aule scolastiche. Tragedie che resteranno impresse nella memoria. Come il crollo della scuola Francesco Jovine, a San Giuliano di Puglia (Campobasso), il 31 ottobre 2002: ventisette bambini e una maestra sotto le macerie. Tragedie sfiorate, di cui nessuno si ricorda, come la caduta del soffitto di un'aula della scuola elementare di Ossi (Sassari), nel marzo 2006, con quattro alunni feriti. O il cedimento del soffitto dei bagni della elementare di Castelleone di Suasa (Sinigallia) avvenuto durante la chiusura. Storie dimenticate, fino a quando un nuovo episodio - ieri è toccato al liceo di Rivoli - ripropone la domanda sulla sicurezza di uno dei luoghi ritenuti più sicuri. Ci sono più di 40 mila edifici scolastici nel nostro Paese. Sono tutti esenti da rischi? Nessuno oggi può dirlo con sicurezza. Perché nessuno ha cercato di scoprirlo. Nel gennaio '96 è stata approvata la legge 23. Il ministero avrebbe dovuto realizzare un'anagrafe con cui «accertare consistenza, funzionalità e sicurezza di tutto il patrimonio di edilizia scolastica». Sono passati 13 anni. Sono stati spesi dei soldi. Ma dell'anagrafe non c'è traccia. Di chi è la colpa? «Gli enti locali non ci mandano i dati - dice Gianni Bocchieri, responsabile della sicurezza delle scuole -. Li abbiamo sollecitati. L'anagrafe forse sarà pronta a gennaio». Intanto gli unici dati sulla sicurezza delle scuole sono quelli forniti da associazioni come Legambiente o Cittadinanzattiva. Si tratta di indagini campionarie. Le conclusioni non sono rassicuranti. C'è ancora molta strada da fare per mettere a norma le scuole. Cittadinanzattiva ha fatto la radiografia a 132 scuole. La metà ha un impianto elettrico arretrato e nessuna norma antincendio, il 42% non ha porte antipanico, il 30 presenta crolli di intonaco. Sempre secondo il rapporto il 53 per cento degli edifici è privo del certificato di agibilità statica, al 52 per cento manca il certificato di agibilità igienico sanitaria, al 64% quello di prevenzione incendi. Le uscite di emergenza sono assenti nel 17 per cento dei casi o ostruite nel 43, le scale di sicurezza risultano assenti nel 27 per cento delle scuole. Per l'associazione, che ha raccolto i dati Inail, nel 2007 nelle aule sono stati 90 mila gli studenti feriti e 12.912 tra insegnanti e bidelli. L'assessore alla scuola della Provincia di Napoli, Angela Cortese, è la coordinatrice dei 103 colleghi che si occupano dell'edilizia delle scuole superiori: oltre 10 mila sedi. Gli edifici totalmente sicuri? «Il 40 per cento », è la risposta. Tra un mese arriverà l'anagrafe, promettono al ministero. Ma basterà per scongiurare nuove tragedie? Neppure una crepa, prima che venisse giù il soffitto, ripetono sconcertati gli amministratori piemontesi. Ma se avessero fatto dei controlli preventivi? «Non siamo in grado di fare indagini sulla staticità degli edifici, non siamo organizzati e non ci sono i fondi. Facciamo controlli a richiesta e con le nostre risorse, 20 milioni, siamo in grado di intervenire solo su un terzo delle situazioni note», spiega l'assessore all'edilizia scolastica della Provincia di Torino, Umberto D'Ottavio.

 

Pagg 1, 33 Quando il dialogo interreligioso non è possibile di Maria Antonietta Calabrò

Lettera di Benedetto XVI su liberalismo e fede. Non c'è liberalismo senza Dio: il saggio di Marcello Pera con un testo del Papa. «Il cristianesimo, chance dell'Europa»

 

«Un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile», poiché implicherebbe la necessità di «mettere tra parentesi la propria fede». Anche la multiculturalità non è praticabile, in quanto si tratta di un concetto minato da una grave «contraddittorietà interna». Lo afferma papa Benedetto XVI in una lettera indirizzata all'ex presidente del Senato Marcello Pera. Il testo del Pontefice, inserito nel nuovo libro di Pera Perché dobbiamo dirci cristiani, edito da Mondadori, sottolinea inoltre che «all'essenza del liberalismo appartiene il suo radicamento nell'immagine cristiana di Dio» e che il liberalismo «distrugge se stesso se abbandona questo suo fondamento».

 

(Benedetto XVI) Caro Senatore Pera, in questi giorni ho potuto leggere il Suo nuovo libro Perché dobbiamo dirci cristiani. Era per me una lettura affascinante. Con una conoscenza stupenda delle fonti e con una logica cogente Ella analizza l'essenza del liberalismo a partire dai suoi fondamenti, mostrando che all'essenza del liberalismo appartiene il suo radicamento nell'immagine cristiana di Dio: la sua relazione con Dio di cui l'uomo è immagine e da cui abbiamo ricevuto il dono della libertà. Con una logica inconfutabile Ella fa vedere che il liberalismo perde la sua base e distrugge se stesso se abbandona questo suo fondamento. Non meno impressionato sono stato dalla Sua analisi della libertà e dall'analisi della multiculturalità in cui Ella mostra la contraddittorietà interna di questo concetto e quindi la sua impossibilità politica e culturale. Di importanza fondamentale è la Sua analisi di ciò che possono essere l'Europa e una Costituzione europea in cui l'Europa non si trasformi in una realtà cosmopolita, ma trovi, a partire dal suo fondamento cristiano-liberale, la sua propria identità. Particolarmente significativa è per me anche la Sua analisi dei concetti di dialogo interreligioso e interculturale. Ella spiega con grande chiarezza che un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile, mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo. Mentre su quest'ultima un vero dialogo non è possibile senza mettere fra parentesi la propria fede, occorre affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo. Qui il dialogo e una mutua correzione e un arricchimento vicendevole sono possibili e necessari. Del contributo circa il significato di tutto questo per la crisi contemporanea dell'etica trovo importante ciò che Ella dice sulla parabola dell'etica liberale. Ella mostra che il liberalismo, senza cessare di essere liberalismo ma, al contrario, per essere fedele a se stesso, può collegarsi con una dottrina del bene, in particolare quella cristiana che gli è congenere, offrendo così veramente un contributo al superamento della crisi. Con la sua sobria razionalità, la sua ampia informazione filosofica e la forza della sua argomentazione, il presente libro è, a mio parere, di fondamentale importanza in quest'ora dell'Europa e del mondo. Spero che trovi larga accoglienza e aiuti a dare al dibattito politico, al di là dei problemi urgenti, quella profondità senza la quale non possiamo superare la sfida del nostro momento storico.

Grato per la Sua opera Le auguro di cuore la benedizione di Dio.

 

«La mia posizione è quella del laico e liberale che si rivolge al cristianesimo per chiedergli le ragioni della speranza», di una «speranza» possibile per la nostra società, per la politica, per il mondo delle istituzioni, ed in particolare per la vecchia Europa, «la terra più scristianizzata dell'Occidente e se ne fa un vanto». Dove vivere come se nessun Dio esistesse «non sta dando i frutti promessi». Europa che al cristianesimo deve ritornare «se vuole davvero unificarsi in qualcosa che assomigli ad una nazione, una comunità morale». Nel suo nuovo libro (Mondadori), Marcello Pera si mette sulle orme di Kant, (che nella Critica della ragion pratica affermava: «La speranza comincia soltanto con la religione»), e di Benedetto Croce («Non possiamo non dirci cristiani»). Ma ancora di più segue la lezione «scientifica» dell'empirismo inglese di Locke (che scrisse La ragionevolezza del cristianesimo), dei Padri fondatori della nazione americana e di Tocqueville. E proprio a partire dallo studio dei problemi drammatici di ordine morale, politico, religioso posti dalla convivenza umana contemporanea (da quelli bioetici a quelli dell'integrazione) giunge a spingersi più in là: dal «non possiamo non dirci» al «dobbiamo dirci cristiani». I cambiamenti dell'ultimo scorcio del XX secolo richiedono, secondo Pera, per logica interna, questo ulteriore sviluppo, rispetto ai tempi in cui la società era ancora per larga parte permeata dal cristianesimo e dal suo spirito religioso. Perciò arriva a sostenere, dimostrandolo, che «alzare la bandiera cristiana» è l'unica occasione affinché non solo l'Occidente, ma anche ogni singolo essere umano (il liberalismo è per sua natura non etnocentrico, ma universalista) possa ancora avere una prospettiva positiva, una chance. «Non si tratta - annota Pera - di conversioni o illuminazioni o ravvedimenti». Sono queste «tutte cose importanti, delicate e rispettabili ma che attengono alla sfera della coscienza personale». «Si tratta di coltivare una fede (altra espressione appropriata non c'è) in valori e principi che caratterizzano la nostra civiltà, e di riaffermare i capisaldi di una tradizione della quale siamo figli». E ancora: «I grandi Padri del liberalismo classico, questo problema lo avevano chiaro (...). Oggi che è diventato anticristiano, il liberalismo è senza fondamenti e le sue libertà sono appese nel vuoto». Si potrebbe dire che le «equazioni laiche» di Pera - ordinario di Filosofia della scienza a Pisa, studioso di Karl Popper, già coautore insieme all'allora cardinale Ratzinger del bestseller Senza radici - a livello della «ragion pratica» o della phronesis aristotelica, fanno il paio con quello che sul piano della metafisica è il teorema di Gödel, che dimostra matematicamente la necessità dell'esistenza di Dio. Da una parte: «Dio esiste necessariamente, come volevasi dimostrare ». Dall'altra: «Per ciò e per concludere, dobbiamo dirci cristiani». Pera scrive: «Liberalismo e cristianesimo sono congeneri. Togliete al primo la fede del secondo, e anch'esso scomparirà». Il liberale è «cristiano per cultura». Per lui il «dono di Dio» è solo «un patrimonio di virtù, costumi, civiltà: la nostra». Differente dal «cristiano per fede» in Gesù Cristo, personalmente incontrato, seguito, amato. Ma essere solo «cristiano per cultura», giunti ormai alla fine del primo decennio del XXI secolo, non basta nemmeno più, secondo Pera: «Colui che si limita o si sente limitato, a sentirsi cristiano per cultura» non deve negarsi alla possibilità anche di credere in Cristo. «È necessario che la ricchezza dell'esperienza umana non sia amputata della presenza nella nostra vita del senso del divino, del sacro, del mistero, dell'infinito». Naturalmente questo è «un appello, motivato e drammatico, non ancora (se mai lo sarà) una soluzione teoreticamente già disponibile». Sono ragionamenti che hanno delle conseguenze «politiche» che faranno molto discutere. Pera, ad esempio, confuta quelli che negli ultimi anni sono diventati dei veri e propri tabù del dibattito pubblico italiano e internazionale. E cioè che possa esistere il cosiddetto «dialogo interreligioso». In questo, lo stesso Benedetto XVI, nella lettera che introduce al volume (un evento eccezionale, se non unico) e che qui pubblichiamo integralmente, gli dà apertamente ragione. Si deve piuttosto parlare di «dialogo tra culture ». Allo stesso modo Pera dimostra la contraddittorietà intrinseca del concetto di «multiculturalità». Affinché quello che la ragione riconosce come necessario possa accadere nella vita di ciascuno e nella storia di nazioni e popoli, ci vuole una decisione. «Alla fine, sta a noi scegliere. (...) La scelta cristiana, di darsi a Dio (credente in Cristo, ndr) o di agire velut si Christus daretur (cristiano per cultura, ndr) ha prodotto i migliori risultati. Quella scelta ha grandi vantaggi, anche nel campo dell'etica pubblica. (...) Non separeremo la moralità dalla verità, non confonderemo l'autonomia morale con la libera scelta individuale, non tratteremo gli individui, nascenti o morenti, come cose, non acconsentiremo a tutti i desideri di trasformarsi in diritti, non confineremo la ragione nei soli limiti della scienza, non ci sentiremo più soli in una società di estranei o più oppressi in uno Stato che si appropria di noi perché noi non sappiamo più orientarci da soli». Ma una simile decisione, nessuno può nasconderselo, può essere generata solo dall'incontro con un fatto che susciti una fiducia e un'attesa. Di Ratzinger, «Papa della speranza cristiana», Pera scrive: «Posso solo dire che, nonostante tutte le mie sollecitazioni interiori, questo lavoro non ci sarebbe stato se Benedetto XVI non avesse scritto e parlato e non testimoniasse ciò di cui scrive e parla». Un fatto, insomma, che mantenga «aperta» la ragione a quella possibilità che tutto (il relativismo, l'aggressività del fondamentalismo religioso, la reificazione dell'uomo) «invoca » come necessaria. Solo la speranza, di cui scrive Paolo nella Lettera agli Ebrei, colma lo iato tra la condizione percepita dalla ragione come necessaria e la realtà. È per questo che Charles Péguy, nel Portico del Mistero della seconda virtù, fa dire a Dio: «La fede che più amo è la speranza».

 

LA REPUBBLICA di domenica 23 novembre 2008

Pag 1 Come si fabbrica l'insicurezza di Ilvo Diamanti

 

Sono passati un anno, dodici mesi appena, ma l'Italia sembra un'altra. Meno impaurita e meno insicura. Infatti, l'inverno è vicino, ma il clima d'opinione registra un disgelo emotivo evidente. Come testimonia il 2° rapporto - curato da Demos e dall'Osservatorio di Pavia per Unipolis sulla rappresentazione della sicurezza - nella percezione sociale e nei media. Pochi dati, al proposito. Nell'ultimo anno, si è ridotta sensibilmente la percezione della minaccia prodotta dalla criminalità a livello nazionale e soprattutto nel contesto locale. E' calato in modo rilevante anche il timore dei cittadini di cadere vittima di reati. Da un recentissimo sondaggio di Demos (concluso venerdì scorso) emerge, inoltre, che il problema più urgente per il 31% degli italiani (se ne potevano scegliere due) è la criminalità comune. Un anno fa era il 40%. Mentre il 21% indica l'immigrazione: 5 punti meno di un anno fa. Gli immigrati, peraltro, sono considerati "un pericolo per la sicurezza" dal 36% degli italiani: quasi 15 punti percentuali meno di un anno fa e 8 rispetto allo scorso maggio. Il legame fra criminalità comune, sicurezza e immigrazione che, negli ultimi anni, è apparso inscindibile, agli occhi dei cittadini, oggi sembra essersi allentato. Cosa è successo in quest'ultimo anno, in questi ultimi mesi di così importante, significativo e profondo da aver scongelato il clima d'opinione? L'andamento dei reati, in effetti, rileva un declino che, peraltro, era cominciato a metà del 2007. Tuttavia, nel corso degli ultimi anni, si è sviluppato senza variazioni tali da giustificare mutamenti di umore tanto violenti. Invece, l'immigrazione è cresciuta in misura molto rilevante, come segnalano le principali fonti, dal Ministero dell'interno alla Caritas. Gli sbarchi di clandestini sono anch'essi aumentati. Quasi raddoppiati. Non sono i fatti ad aver cambiato le opinioni. Al contrario: le opinioni si sono separate dai fatti. Per effetto di un complesso di fattori. D'altronde, il clima d'opinione riflette una pluralità di motivi, spesso non prevedibili e, comunque, non controllabili. In questa fase, in particolare, la crisi economica e finanziaria ha spostato il centro delle paure e delle preoccupazioni dei cittadini. Non solo in Italia: anche negli Usa, prima del collasso delle borse, la campagna delle presidenziali era concentrata sull'immigrazione. Poi tutto è cambiato, con grande beneficio per Obama. Tuttavia, la preoccupazione economica, in Italia, è da tempo molto alta. Destinata a deteriorarsi ancora. Nell'ultimo anno, però, non è peggiorata. Era già pessima. Il profilo delle "persone spaventate" presenta alcuni tratti particolari, utili a chiarire l'origine di questo collasso emotivo. Due fra gli altri: guardano la tivù per oltre 4 ore al giorno e sono vicine al centrodestra; nel Nord, alla Lega. L'analisi dell'Osservatorio di Pavia sulla programmazione dei tg di prima serata, peraltro, rileva una forte crescita di notizie sulla criminalità comune nell'autunno di un anno fa e un successivo declino - particolarmente rapido dopo maggio. Peraltro, il peso delle notizie "ansiogene" è nettamente più elevato sulle reti Mediaset, ma soprattutto su Studio Aperto e Canale 5. Seguiti, per trascinamento, dal Tg 1, il più popolare e autorevole presso il pubblico. Il sondaggio di Demos osserva come l'insicurezza sia molto più alta fra le persone che frequentano prevalentemente le reti e i notiziari Mediaset. Ciò suggerisce che i cicli dell'insicurezza siano favoriti e scoraggiati, in qualche misura, dal circuito fra media e politica. D'altra parte, la sicurezza, l'immigrazione e la criminalità comune sono temi "sensibili" negli orientamenti degli elettori. "Spostano" i voti degli incerti. Rendono incerti molti cittadini certi. Peraltro, come abbiamo già visto, il tema della sicurezza non è politicamente "neutrale". La maggioranza degli elettori (anche a centrosinistra) ritiene la destra più adatta ad affrontare questi problemi - trasformati in emergenze (Indagine Demos, luglio 2007). Così, per creare un clima d'opinione favorevole, al centrodestra basta sollevare il tema della sicurezza. Cogliere e rilanciare episodi e argomenti che alimentano l'insicurezza sociale. Farli rimbalzare sui media. Il che avviene senza troppe difficoltà. Non solo perché il suo Cavaliere ha una notevole conoscenza del settore, sul quale esercita un certo grado di influenza. Ma perché la paura è attraente. Fa spettacolo e audience. E perché, inoltre, in campagna elettorale, la tivù costituisce la principale arena di lotta politica, su cui si concentrano l'attenzione dei partiti e la presenza dei leader. Così, l'insicurezza cresce insieme ai consensi per il centrodestra. Senza che il centrosinistra riesca a opporre una resistenza adeguata. Frenato da divisioni interne, particolarismi e personalismi che non gli permettono di proporre e imporre un solo tema capace di spostare a proprio favore il consenso. Il lavoro, i prezzi, le tasse, l'etica: nel centrosinistra c'è la gara a distinguersi e a smarcarsi. Tutti contro tutti. La recente campagna elettorale di Veltroni, irenica, tutta protesa a marcare la distanza dal passato (Prodi), non ha scalfito l'insicurezza del presente. La morsa della sfiducia e dell'insicurezza si è allentata solo dopo le elezioni politiche e le amministrative di Roma. Non a caso. Il risultato, senza equivoci, non lascia scampo alle speranze dell'opposizione: resterà opposizione a lungo. Così, la campagna elettorale, dopo anni e anni, finisce. E il centrodestra si dedica a controllare, in fretta, il clima di insicurezza che aveva contribuito ad alimentare negli anni precedenti. Propone e approva provvedimenti ad alto valore simbolico: l'impiego dei militari contro la criminalità, l'aumento di vincoli e controlli all'immigrazione. La liberalizzazione delle polizie e delle milizie locali, padane, private. Gli stessi episodi di razzismo hanno prodotto la condanna "pubblica" dell'intolleranza, con l'effetto di inibirne, in qualche misura, il sentimento. In quanto gli stranieri, percepiti perlopiù come "colpevoli" di reati e violenze, ne diventano "vittime". Così gli immigrati continuano a fluire, i clandestini a sbarcare e il numero dei reati non cambia, ma l'attenzione dell'opinione pubblica e dei media nei loro confronti si ridimensiona. La paura declina. Un po' come avvenne nel periodo fra il 1999 e il 2001. Anche allora criminalità e immigrazione divennero priorità nell'agenda delle emergenze degli italiani. Spaventati da aggressioni e rapine a orefici e tabaccai; dall'invasione degli stranieri. Che conquistavano i titoli dei quotidiani e dei tg. Poi, l'inquietudine si chetò. Sopita dall'attacco alle Torri Gemelle e dalla vittoria elettorale di Berlusconi. Capace, come nessun altro, di navigare sulle acque dell'Opinione Pubblica. E di domare le tempeste che la turbano dopo averle evocate.

 

LA STAMPA di domenica 23 novembre 2008

Un antidoto alla tv da panico di Marcello Sorgi

 

Da qualche tempo Silvio Berlusconi si lamenta del catastrofismo con cui i media, a cominciare dalle tv, descrivono la crisi economica. Non manca giorno che le aperture dei Tg e le prime pagine dei giornali non si concentrino sulla congiuntura, che a catena, dopo le prime scosse sui mercati americani, ha investito tutto il mondo. Come altri premier suoi predecessori, ma con quel di più che gli viene dall’essere un uomo di televisione, Berlusconi critica, il numero, il linguaggio e la qualità dei servizi pubblicati e messi in onda. Ad esempio, quel dire e ripetere «baratro» per ogni buco che si apre nei conti pubblici, o «crollo» per sussulti o discese di Borse che hanno già bruciato la maggior parte del loro valore, o quell’ansioso rincorrere ogni minima ventilata possibilità di intervento sui tassi della Banca centrale europea, descrivendone sempre effetti e benefici, prodotti o mancati, con voluta esagerazione. O quei richiami ricorrenti e insistiti al ‘29, l’anno della peggior crisi americana, con cui tuttavia, a detta di molti esperti, l’attuale situazione ha ben poco in comune. Ora, scaricare sull’informazione le conseguenze di previsioni sbagliate ed evidenti deficit di azione di governo è un vizio antico e diffuso. E Berlusconi, anche Berlusconi avrebbe torto, se non fosse che l’ondata mediatica da incubo-crisi sta creando un allarme generalizzato. Una paura che cresce continuamente, seguendo il ritmo frenetico dei media, si allarga, dilaga, e arriva a rendere la gente convinta di stare peggio di come sta. Dal panico alla paralisi e alla stagnazione dei consumi, come avvenne per un anno nella New York insanguinata dall’attentato alle Torri Gemelle, il passo è breve. La paura stessa innesca una spirale di depressione, che spinge all’avvitamento e al peggioramento dell’economia. Intendiamoci, non c’è molto da rallegrarsi per il momento che stiamo vivendo. Eppure, la lentezza con cui, nelle fasi di crescita, l’Italia arranca, dietro ai suoi più giovani e dinamici concorrenti europei (non parliamo dell’America), oggi, inaspettatamente, ne addolcisce il declino. Pur sofferenti, le nostre due maggiori banche non sono arrivate al fallimento come la Lehman Brothers. Le piccole e medie aziende, che formano l’ossatura del sistema economico italiano, resistono pur tirando la cinghia. Le esportazioni flettono ma reggono. E in mancanza d’altro, le famiglie italiane, con la loro solidarietà interna, sopperiscono artigianalmente all’insufficienza degli ammortizzatori sociali. E’ su un quadro del genere, grave ma un po’ meno grave di quello di paesi più forti del nostro (vedi la Germania), che il panico e il diffondersi di un’ansia non commisurata al reale possono produrre risultati nefasti. Proprio ieri il Financial Times - che a differenza di molti (non tutti) dei nostri giornali e tg, pubblica ogni giorno analisi approfondite e confronti di dati sull’andamento delle economie di tutto il mondo -, ammoniva sui «brividi» che la paura sta provocando sull’andamento dei principali mercati. E ricordava il commento fermo del presidente americano Roosevelt, ai suoi tempi, di fronte al crollo di metà della Borsa Usa: «Noi non dobbiamo aver paura di nulla, se non della stessa paura». Quanta saggezza e quanto senso di responsabilità in quelle parole pronunciate in un tempo terribile, con una guerra appena conclusa alle spalle. E quale distanza, dai quotidiani annunci di terremoti, che accompagnano i nostri giorni di crisi. In sintesi, per quel che s’è potuto capire negli ultimi mesi, la situazione è tale che, o ci sarà la fine del mondo, oppure, come tutti si augurano, non ci sarà. Siccome non c’è ancora stata, è più possibile, o forse meno improbabile, che tutto quel che finora è andato giù tornerà a risalire, magari anche più velocemente del passato. Qualche consiglio, qualche approfondimento, e messaggi di rassicurazione, diffusi con serietà e competenza, non guasterebbero, mentre tutti vedono continuamente assottigliarsi il valore dei propri risparmi e crescere i timori per il futuro. Ma da soli, certo, è chiaro che non possono bastare. Berlusconi dovrebbe passarsi una mano sulla coscienza. Non è isolato, anzi, può perfino aver ragione a lamentarsi degli effetti ansiogeni dei media. Ma non può negare che dopo un intervento tempestivo ed efficace, con il varo di due decreti, al momento dell’esplosione della crisi, da giorni e giorni ormai il governo annuncia un piano anticongiunturale che continua a non arrivare. Nel frattempo, il Cavaliere, e con lui Veltroni, sembrano molto più attirati dalla leggerezza tragicomica della vicenda dei vertici Rai, piuttosto che dalla durezza dei problemi reali. Ma nelle more della guerra infinita sul dominio della tv, s’intuisce una sorta di lavorio, tutto interno al centrodestra. Una tensione tra il premier, che vuole a tutti i costi mettere soldi da spendere nelle tasche della gente, dando così una scossa positiva ai consumi addormentati, e il ministro dell’Economia, che pur avendo intuito in anticipo la gravità della crisi e consentendo sulla necessità di una svolta, deve far quadrare i conti pubblici e rispettare gli impegni presi a Bruxelles. Di rinvio e rinvio, l’urgenza delle decisioni è manifesta, insieme con la sua difficoltà. Se Berlusconi continua ad aspettare, poi non potrà lamentarsi, per aver letto, o sentito parlare in tv, di un suo «braccio di ferro» con Tremonti.

 

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AVVENIRE di domenica 23 novembre 2008

Pag 1 Quante contorsioni dietro la parola eutanasia di Francesco D’Agostino

Come ad “accanimento terapeutico”

 

Siamo in grado di definire con rigore il significato del termine 'eutanasia'? Certamente sì: possiamo farlo, anzi dobbiamo farlo, perché proprio a causa di valori scorrettamente attribuiti a questa parola il dibattito sul 'caso Englaro', e più in generale sulla fine della vita umana, è andato assumendo negli ultimi mesi connotati molto ambigui, per non dire ingannevoli. 'Eutanasia' (etimologicamente 'buona morte') indica la morte procurata intenzionalmente e motivata dalla pietà per le terribili sofferenze fisiche di un malato: si tratta quindi di un vero e proprio omicidio, per quanto 'pietoso'. Ma la pietà, per quanto autentica, soggettivamente sincera e oggettivamente fondata, può giustificare un omicidio? La tradizione etica e giuridica ha sempre negato che una simile giustificazione sia possibile, pur senza mai minimizzare la tragicità delle situazioni eutanasiche. Da tempo è in atto un tentativo, molto esplicito, di riformulare il concetto di eutanasia. Con questo termine ci si vuole oggi riferire all’uccisione volontaria e diretta di una persona, su sua richiesta consapevole e autonoma. In questa accezione, l’eutanasia (che alcuni non scorrettamente qualificano anche come 'suicidio assistito') sarebbe giustificabile. L’insistenza su questa definizione circoscritta di eutanasia è ormai palesemente funzionale a negare che quello di Eluana Englaro sia un vero caso di eutanasia (si tratterebbe soltanto di una mera e doverosa desistenza da un accanimento terapeutico, giustificata, oltre tutto, dalla volontà pregressa della povera Eluana). Così come per il termine 'eutanasia', anche l’espressione 'accanimento terapeutico' viene ormai a subire una contorsione semantica, quella che ha indotto la Cassazione ad autorizzare il signor Englaro a far cessare l’alimentazione e l’idratazione della figlia e a procurarne così inevitabilmente la morte, senza però autorizzarlo a sopprimerla direttamente (ad esempio attraverso un’iniezione letale). Si vogliono così tenere distinte due pratiche, che sono in realtà la stessa cosa e cioè la morte procurata in modo diretto (eutanasia attiva) e la morte procurata in modo indiretto (eutanasia passiva). Queste forzature lessicali sono devastanti e paradossali. Applicandole rigorosamente dovremmo negare carattere eutanasico ad uccisioni autenticamente pietose, ma non sollecitate dalla vittima e qualificare invece come eutanasica l’uccisione freddamente burocratica di chi, anche in perfetta salute, ne facesse richiesta. Né meno grave è l’alterazione del concetto di accanimento terapeutico: da atto medico futile, inutilmente invasivo, sproporzionato, incapace di arrecare alcun reale beneficio al malato, si viene ad intendere arbitrariamente per accanimento terapeutico qualunque pratica medica che il paziente rifiuti coscientemente, anche per motivazioni irrazionali. Perfino i gesti umani simbolicamente più rilevanti, l’alimentare e il dissetare, divengono in tal modo forme di accanimento. Se abbiamo l’onestà intellettuale di chiamare le cose con il loro vero nome, non possiamo non qualificare l’ormai prossima morte di Eluana se non come un autentico omicidio eutanasico. Essa, infatti, non morirà per la patologia che l’ha colpita, ma a seguito della sospensione del sostegno vitale che l’ha mantenuta in vita per tanti anni, un sostegno che non è qualificabile né come atto medico, né come una forma di accanimento terapeutico. Ma, si dice, facendola morire, si rispetterà la volontà di Eluana. Forse (!) questo è vero; ma è anche vero che l’aiuto al suicidio, sia pure intenzionalmente e liberamente richiesto, nel nostro codice è sempre stato e resta un delitto. Eluana sarà uccisa e il suo caso si inserirà nel tristissimo e lunghissimo novero degli omicidi pietosi. Spero sinceramente che in tutti coloro che plaudono alla sentenza della Cassazione non ci sia, invece della pietà, l’intenzione di progredire verso la legittimazione di uccisioni motivate non dalla compassione, ma dall’esigenza funzionale di liberare la società dal peso economico e psicologico dei minorati mentali, dei portatori di handicap, dei malati in stato vegetativo, di tutte le persone la cui vita si deciderà di ritenere 'non degna' di essere vissuta, acquisendo il loro consenso (!) o più semplicemente presumendolo. È consapevole l’opinione pubblica che molti bioeticisti sono già saldamente attestati su queste posizioni?

 

Pag 2 Quando va in scena la morte nella solitudine del Web di Francesco Ognibene

Il suicidio in diretta su internet di un 19enne americano

 

La solitudine più amara è quella che si consuma in mezzo alla folla. Non c’è di peggio del sentirsi trasparenti tra volti ignoti, gente anonima  che nemmeno immagina quanto sia insostenibile la sofferenza trascinata come un giogo in mezzo a un prossimo indifferente. Si grida un dolore – l’abbandono, l’affetto perduto, il futuro fattosi buio – ma nessuno sente. E allora può scattare l’istinto di imporre all’impassibilità degli altri l’attenzione forzata per quel che normalmente non pare interessare. Fino a trasformare la propria ferita in spettacolo, in modo da essere sicuri dell’ascolto. Potranno dirci solo gli psichiatri di quale patologia si tratti, certo è che il fenomeno degli atti di autolesionismo annunciati su Internet – luogo delle relazioni impalpabili moltiplicate all’infinito – sta assumendo proporzioni inquietanti. Anche perché qualcuno ha cominciato ad arrivare fino in fondo. È il caso di Abraham Biggs, il 19enne della Florida accanito frequentatore di network sociali – le reti di amicizie via web dilaganti tra i frequentatori della rete – che a lungo ha gettato  online tutto il suo dolore per un legame sentimentale reciso, fino a proclamare via Internet l’intenzione di farla finita spiegando come e dove intendesse farlo: dose letale di farmaci, la propria stanza, una videocamera connessa al network per mostrare in diretta tutta l’agonia. Alcune centinaia di utenti del sito sul quale s’era confessato l’hanno visto immobile sul letto pensando a una puerile messinscena. Ma dopo alcune ore la fissità di quella scena irreale ha finalmente allarmato qualche utente capace ancora di percepire che dentro lo schermo abita anche l’esistenza di gente concreta, che non tutto quel che si vede navigando è simulazione virtuale, eccesso studiato, mascherata di cattivo gusto. Quando la polizia ha trovato Abraham cadavere, davanti alla webcam che ne amplificava la morte tra i milioni di potenziali utenti di quell’inquadratura fissa, è come se Internet avesse cessato di produrre per un istante il suo oceanico frastuono di bit. La realtà ha infranto il video, ha ricordato che c’è vita oltre lo schermo e che la solitudine di quel ragazzo americano morto per un dolore che nessuno ha saputo sopportare davvero con lui è un fatto tanto aspro quanto vero. Dicono che nel network frequentato da Abraham c’era chi lo provocava, pensando che la sparasse grossa: «Dai, facci vedere se sei capace di ammazzarti...». E di certo mentre cercava su YouTube o Facebook i video delle più disparate messinscene eccentriche, delle bravate senza filtro, delle violenze idiote di cui ormai s’è perso il conto, teneva d’occhio anche quel matto della Florida che andava dicendo di volersi suicidare, per vedere fin dov’era capace di arrivare. Audience perfetta per il tragico finale che si andava preparando. La società dell’intrattenimento e della solitudine catodica, appena lenita dalle amicizie a bassa tensione attecchite sul Web, ha creato un voyerismo della trasgressione altrui e propria che può indurre a credersi tutti protagonisti di uno spettacolo planetario del quale si è allo stesso tempo attori e pubblico. Nei network sociali, beninteso, si va a conoscere altra gente, a ritrovare amici persi per strada, parenti remoti, compagni di battaglie ideali. Ma c’è anche questo volto oscuro che s’incrocia appena svoltato l’angolo: un clic, e ci si imbatte nel grumo di disperazione di un ragazzo che ha perso i contatti con la vita, e sta costruendo il reality show della propria fine.

 

Pag 3 Esodo: Iraq, cristiani in fuga. Le rotte della disperazione di Camille Eid

«In India premi dagli estremisti indù a chi uccide cattolici»

 

È un prezzo altissimo quello che ha pagato la comunità cristiana in Iraq nei cinque anni e mezzo seguiti alla caduta di Saddam Hussein. Si stima che dal 2003 un migliaio di fedeli abbiano perso la vita, tra cui otto sacerdoti e un vescovo (monsignor Boulos Faraj Rahho), senza dimenticare le centinaia di uomini e bambini sequestrati a scopo di estorsione e le decine di ragazze violentate. I danni materiali sono ingenti: circa 500 negozi sono stati dati alle fiamme e 52 chiese hanno subito attentati. Ma c’è un altro dato allarmante che tocca la stessa sopravvivenza di questa Chiesa millenaria, quello che riguarda l’esodo, interno ed esterno, di migliaia di cristiani. Qualche rassicurazione sul loro futuro è arrivata di recente. Di ritorno dalla sua recente visita a Baghdad, il ministro Franco Frattini ha detto di aver inoltrato al premier iracheno Nouri al-Maliki un «messaggio chiaro». «L’Italia – ha detto il capo della Farnesina – fa tanto e farà ancora di più per l’Iraq, ma la nostra attenzione alla comunità cristiana sarà sempre più forte». E l’altroieri in un’intervista ad Avvenire il vicepresidente del Consiglio di sicurezza iracheno affermava che la questione dell’esodo rappresenta una priorità per il suo governo, il quale ha studiato un piano per favorire il ritorno degli sfollati nelle loro abitazioni. Ma quanti sono oggi i cristiani costretti a riparare in altre zone dell’Iraq, ritenute più sicure, e quanti sono quelli fuggiti all’estero? Impossibile dirlo con esattezza, ma le numerose testimonianze raccolte aiutano a farsi un’idea. Dei 600mila che risiedevano fino a dieci anni fa in Iraq (costituiti principalmente da assiro-caldei, ma anche da siriaci, armeni e latini), una buona metà ha raggiunto una nuova patria in America, in Australia o in Europa, oppure spera di raggiungerla presto aspettando il visto in qualche Paese del Medio Oriente. Gli altri 300mila rimasti in Iraq risultano per lo più concentrati nella Piana di Ninive, una fertile zona stretta tra il Tigri e il Grande Zab, considerata un vero e proprio «homeland » da molti iracheni cristiani. Una concentrazione, questa, che rischia, secondo alcune autorità ecclesiali, di portare i cristiani a chiudersi in un grande ghetto. La campagna di terrore scatenatasi il mese scorso a Mosul ha portato, secondo le nostre fonti, all’esodo di 2.350 famiglie cristiane da questa città a maggioranza sunnita, per un totale di almeno 13mila persone. La maggior parte di questi sfollati ha trovato asilo a Bakhdida, Bartela, Tellsqof, Telkaif, altri a Baashiqa e Alqosh. Il massiccio flusso di famiglie ha messo in crisi diversi centri urbani e villaggi che si sono trovati spiazzati dall’emergenza. A Batnaya, per esempio, nel 2003 si contavano 650 famiglie residenti, poi il numero è salito alla fine del 2006 a 1050 famiglie con la fuga da Baghdad e da altre città di numerosi fedeli. E ora, nell’ultimo esodo forzato dei cristiani di Mosul, vi si sono aggiunte altre 68 famiglie. Lo stesso vale per la località di Bakhdida (detta anche Qaraqosh) dove alle cinquemila famiglie originali se ne sono aggiunte 1050 da Baghdad e dintorni e ora altre 697. Circa la responsabilità di questi esodi forzati le affermazioni divergono. I curdi, che controllano militarmente la città, accusano le bande sunnite legate ad al-Qaeda, mentre i partiti sunniti chiamano in causa proprio i peshmerga curdi. Durante un incontro con alcune famiglie sfollate da Mosul, un generale americano ha chiesto di indicargli gli autori della violenza anti-cristiana per punirli immediatamente. Retorica la risposta di un sacerdote presente: «Se la tua casa è protetta da una guardia e poi subisce un furto, chi è la prima persona che ti viene in mente di interrogare?». Quanti di questi sfollati rischiano poi di ingrossare le fila dei disperati che aspettano un visto in Giordania, Siria o Libano? Sicuramente molti. Negli Stati Uniti le già folte comunità caldee di Detroit e California sono quasi raddoppiate. Oggi si parla di almeno 300mila iracheni cristiani (caldei, assiri e siriaci messi insieme); in Canada 35 mila, e altrettanti in Australia; in Europa si contavano fino al 2000 circa 65mila fedeli, ma con ogni probabilità il numero è oggi raddoppiato. Le principali comunità si trovano in Svezia (a Södertälje, in particolare), Francia (a Sarcelles, alla periferia di Parigi) e Germania.

 

La vita di un cattolico vale pochi dollari. Le persecuzioni durano da mesi e hanno già provocato decine, se non centinaia di vittime; decine di migliaia di profughi; distruzione di case e luoghi di culto. Le ultime minacce – secondo quanto riferisce l’agenzia Asianews – non aggiungono tanto terrore a terrore, quanto spregio e disprezzo alla campagna d’odio che è in corso nello Stato indiano dell’Orissa. Pare, infatti, che i fondamentalisti indù offrano ricompense in denaro, vestiti o generi di prima necessità a quanti riescono a uccidere leader cristiani, distruggere le loro proprietà o incendiare le chiese. Una fonte dell’All India Christian Council (Aicc) parla di taglie che variano secondo l’'importanza' dell’obiettivo colpito: il 'prezzo corrente' per la morte di un prete o di un pastore evangelico sarebbe di 250 dollari, ma vengono offerti anche cibo, benzina e superalcolici importati dall’estero. Per portare a termine il progetto di estirpare la presenza cristiana in Orissa, gli estremisti arruolano anche donne, le quali ricevono un addestramento specifico nei centri avviati dal Bajrang Dal, l’ala giovanile del partito nazionalista indù Vishwa Hindu Parishad. « Obiettivi diversi hanno taglie differenti », riferisce l’Ong britannica Release International, riportando le parole del portavoce dell’Aicc. Le 'ricompense' possono variare se si tratta di « omicidio, di distruzione di chiese o proprietà dei cristiani ». La morte di un religioso – conferma Faiz Rahman, presidente di Good News India – vale « 250 dollari ». Rahman racconta di aver aiutato 25 sacerdoti a lasciare i campi profughi, ma vi sono ancora « circa 250 leader religiosi ospitati nei centri predisposti dal governo ». Rahman sostiene che « rappresentano obiettivi di primo livello » per i fondamentalisti indù, e per questo bisogna aiutarli a lasciare i campi profughi alla volta di mete più sicure. Fonti dell’Aicc affermano che oltre alle taglie, il Bajrang Jal ha iniziato corsi di addestramento specifici per le donne-soldato da usare nella campagna di sterminio contro i cristiani. « Si incontrano in segreto – riferisce il portavoce del movimento cristiano – e le addestrano all’uso di spade e bastoni per combattere e distruggere ». Intanto, oltre alle persecuzioni, i cristiani rifugiati nei centri di accoglienza devono affrontare i rigori dell’inverno ormai alle porte: « Migliaia di persone si trovano con la prospettiva di una stagione fredda nei campi profughi ­dice Andy Dipper, capo di Release International –, abbiamo bisogno urgente di aiuti. Il governo dell’India deve intraprendere iniziative serie per contenere le violenze, che si diffondono in altri Stati. È compito delle autorità salvaguardare la vita e le case dei cristiani, sui quali pende la minaccia dei fondamentalisti indù ». L’aggravarsi complessivo della situazione ha spinto il governo indiano a creare un reparto speciale delle forze di sicurezza, nel tentativo di fermare l’ondata di violenze che ha investito il Paese. Ieri mattina il ministro dell’Interno Shivraj Patil, nel corso di un summit con i vertici della polizia, ha ricordato le violenze contro i cristiani in Orissa, nel Karnataka e nel Kerala, aggiungendo che solo un reparto di sicurezza speciale può garantire una adeguata protezione alle vittime e agli sfollati.

 

IL GAZZETTINO di domenica 23 novembre 2008

Pag 1 L’ultima bocciatura di Maria Venturi

 

Morire di scuola? Succede, e sono cronache che ti suscitano impotenza, rabbia, angoscia. Muore l'innocenza delle adolescenti stuprate e ricattate da gruppi di compagni bulli, muore la speranza di integrazione nei ragazzini diversi irrisi ed emarginati dai compagni. Muoiono - fisicamente - quelli che si tolgono la vita per la vergogna di una bocciatura o per il peso di un nomignolo che brucia come un marchio infame. L'ultima vittima è Vito Scafidi: allievo della IV G del liceo Darwin di Rivoli: ucciso dal crollo del soffitto della sua aula. Tragedia inspiegabile, come ha dichiarato il ministro Gelmini? Le cause ce le potranno spiegare soltanto i tecnici, ma di certo nel nostro Paese sessanta edifici scolastici su cento risultano fuori norma. E, di certo, nella bufera delle contestazioni che ha investito la nuova riforma, di tutto si è parlato fuorché della incolumità fisica dei nostri studenti.Non so con quale stato d'animo i genitori di Vito abbiano accettato le condoglianze del presidente della Repubblica, la visita della stessa Gelmini e le unanimi espressione di cordoglio che si sono levate da ogni parte. La perdita di questi genitori è lacerante, e il loro strazio, in queste ore, funziona ancora come un anestetico contro la protesta e la rabbia. Una mattina - ieri mattina - tuo figlio esce da casa e va a scuola con il suo giubbotto, il suo zainetto, le sue scarpe da tennis. Tuo figlio, Vito, è un ragazzino di 17 anni. Entra in classe con la paura, forse, di essere interrogato. Aspetto l'inizio delle elezioni, chiacchiera con i compagni, è il consueto scambio di confidenze e di battute. D'un tratto, è l'inferno. Il soffitto crolla e, tra i tanti feriti, tuo figlio è l'unico a restare immobile sotto le macerie. Tutto finito. Immagino la notte appena trascorsa in casa Scafidi. La stanza di Vito, disordinata e caotica, che diventa di colpo un santuario, come tutte le stanze dei figli uccisi o scomparsi o perduti. Le foto del suo visetto ancora da bambino, coi capelli spettinati e gli occhi azzurri, sparse per la casa. Entri ed esci da quella stanza, i tuoi occhi chiusi dal pianto che si posano su quelle fotografie e arriva la mattina. Nella giornata di oggi, i telegiornali parleranno più volte del tragico crollo: e assisteremo alle solite accuse, alle solite statistiche, alla solita sfilata di opinionisti. Io non riesco, scusatemi, ad esprimere pareri penso soltanto alla vita spezzata di questo adolescente e della sua famiglia e mi chiedo che senso avrà, adesso, continuare a discutere sulla cosiddetta riforma di una scuola che andrebbe ricostruita - non solo metaforicamente - dalle sua fondamenta e sulla quale una società civile dovrebbe fare i massimi investimenti. Ci sarà difficile, e spero lo sia anche per chi ci governa, dimenticare Vito Scafidi, emblema di una scuola che oggi, così come è, può anche uccidere.

 

LA NUOVA di domenica 23 novembre 2008

Pag 9 I tagli alla sicurezza si pagano di Vittorio Emiliani

 

Morire a 17 anni, a lezione, per il crollo del tetto della propria scuola, è tragedia fra le più crudeli. Del resto, è un Paese civile quello in cui nel sito ufficiale del governo si legge che «quasi 10mila edifici scolastici non sono sicuri» e quello stesso esecutivo, in pratica, ha governato il Paese per cinque anni di fila, dal 2001 al 2006, senza affrontare questo dramma nazionale? L’attuale titolare della Istruzione, Maria Stella Gelmini, promette «uno stanziamento straordinario per la manutenzione delle cento scuole più a rischio d’Italia». Cento scuole quando, secondo lo stesso Ministero, ben 10mila non risultano sicure. Una goccia nel mare. Il dato, catastrofico, chiama in causa pure gli Enti locali responsabili dell’edilizia scolastica. I quali, a loro volta, ribalteranno la colpa sul governo che continua a mutilare i trasferimenti di fondi dal centro. Un serpente che si morde la coda e che stritola i più deboli. Abbiamo indagini di Legambiente sullo stesso Piemonte che mettono i brividi: circa due edifici scolastici su tre sono sprovvisti del regolare certificato di agibilità statica. In sede nazionale andrebbe un po’ meglio: ce l’avrebbe il 46 per cento delle scuole. Tuttavia, secondo un’altra associazione, «Cittadinanzattiva», quel certificato lo possiede soltanto il 34 per cento delle scuole. Comunque, secondo i dati ufficiali dell’Inail, gli incidenti nelle scuole sono ammontati a poco meno di 13mila per il personale e a più di 90mila per gli studenti, con una netta tendenza all’aumento. Quindi, la «morte bianca» di ieri era purtroppo prevedibile. Ora si afferma che, tagliando sul resto (cioè sui maestri, sui precari, sulle scuole dei centri minori, sul tempo pieno), ci saranno le risorse per intervenire con energia nel settore dell’edilizia scolastica. Difficile non rimanere scettici. Sappiamo che quei tagli servono a chiudere le falle di bilancio o a mantenere promesse elettorali sbagliate (come il rimborso integrale dell’Ici). In realtà da troppi anni le spese riguardanti, in generale, la sicurezza - siano esse statali, regionali o locali - sono le prime a venire tagliate. Per decenni, quando si dovevano trovare delle risorse, le si andava a pescare nel pentolone degli stanziamenti Anas per le strade. «Tanto quelle somme non vengono spese», era la giustificazione. A un certo punto però si arriva al collasso: sulle strade come nelle scuole. Si arriva alla morte di un ragazzo «colpevole» di essere andato a lezione. Molti edifici, si rileva, risultano costruiti prima degli anni ’70 e uno su quattro prima del 1940. Qui ho qualche dubbio. Tutti noi anziani abbiamo studiato in licei che erano, per lo più, ex conventi: magari poco ospitali, freddi, spartani, senza palestre, e però più solidi di certe costruzioni recenti di cemento armato. Il problema vero sta nell’assenza di un serio monitoraggio che consenta di avere un quadro preciso e di formulare su di esso un piano incisivo di interventi pluriennale.

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 22 novembre 2008

Pag 1 Il premier e la Rai allarmista: parlano solo di crisi di Francesco Verderami

Berlusconi vorrebbe esortare ai consumi ma deve al tempo stesso consigliare di risparmiare: perché non posso andare in tv come il presidente Usa?

 

Per Silvio Berlusconi ci sarebbe un nesso tra l'emergenza economica e l'emergenza in Rai. L'ha spiegato con un grafico: «Abbiamo rilevato le aperture dei Tg negli ultimi mesi. Vedete questo picco? Sono i titoli sulla crisi. Crisi, crisi...». «Non si parla d'altro che di crisi», si lamenta Berlusconi: «Come posso combattere così? Non riesco a far passare il mio messaggio». Resta da capire quale sia il messaggio. Finora il premier si è limitato a infondere dosi massicce di ottimismo e di fiducia. Se non è andato oltre certi generici appelli c'è un motivo, ed è la ragione del suo nervosismo. Il Cavaliere vorrebbe invitare i cittadini a spendere, in modo da sostenere l'economia reale. Ma al tempo stesso dovrebbe consigliarli a risparmiare, visto che sono in arrivo tempi duri. Impossibile sostenere una simile tesi, il Paese non comprenderebbe. E Berlusconi sa che «se un messaggio impiega più di tre secondi per essere capito, vuol dire che non è chiaro o è sbagliato». Piuttosto che correre il rischio del «ma anche», piuttosto che fare il verso a Walter Veltroni, vorrebbe somigliare all'inquilino della Casa Bianca: «I telegiornali continuano a battere sul tasto della crisi, e io non ho la possibilità di replicare. Ma perché al capo del governo dev'essere vietato di andare alla tv di Stato per spiegare certe cose? Perché non può essergli consentito di fare come il presidente degli Stati Uniti, che ogni settimana si rivolge alla nazione?». Ecco svelato il nesso tra le due emergenze, ecco cosa unisce il tonfo di Wall Street allo stallo di viale Mazzini. Ecco la «Raieconomics» del Cavaliere. In attesa di proporre il suo piano mediatico quando saranno cambiati i vertici Rai, Berlusconi è concentrato sul piano anti-crisi, e sui provvedimenti che vorrebbe adottare. La tesi del premier è che «i redditi sono tornati al livello del 2006, ma i fondamentali dell'economia restano buoni. Certo, al netto delle sorprese dei mercati». Ed è proprio su questa incognita che insiste il ministro dell'Economia e non demorde: «Il nostro sistema finanziario è più solido rispetto ad altri Paesi, ma l'onda può arrivare da un momento all'altro e fare danni». Perciò «non dobbiamo rinegoziare nulla con Bruxelles», perciò deve proseguire la battaglia contro deficit e debito. Tremonti - durante un vertice di governo - ha paragonato il prossimo piano anti-crisi «al piano Marshall, nel senso che allora gli Stati Uniti non stanziarono subito tutti i fondi, ma li programmarono negli anni». Ottanta miliardi, questo sarà l'ammontare del progetto italiano. Il punto è dove verranno presi questi soldi: dai Fondi per le aree sottoutilizzate? Dai Fondi comunitari? E sarà accettata questa impostazione? Perché nell'esecutivo c'è chi, come Claudio Scajola, avanza più di un'obiezione: «In questi mesi al ministero per lo Sviluppo economico - ha detto con tono alterato a Tremonti - abbiamo studiato dei progetti, non siamo mica andati al mare». Berlusconi cerca di tener basso il livello di conflittualità nel governo, mentre Gianni Letta cerca di tenerlo basso nel rapporto con la Cgil. Raccontano che il sottosegretario abbia avuto nei giorni scorsi un colloquio con Guglielmo Epifani - dopo lo scontro verbale a Ballarò tra il leader sindacale e il premier - e che sia convinto della necessità di costruire un rapporto tra i due. Perché un conto è la diversità di vedute sulle misure da adottare, altra cosa è il muro contro muro. La crisi c'è. Il Cavaliere la teme quanto il messaggio che sulla crisi viene quotidianamente rilanciato: «Di questo passo, anche chi è in grado di mantenere un certo tenore di vita, potrebbe ridurlo. E riducendosi i consumi, calerebbe la produzione, i posti di lavoro... Allora sì che precipiterebbe tutto». In attesa di trovare un modo per comunicare, si affida all'ottimismo. Se non fosse che Berlusconi ha l'impressione di condurre in solitudine questa battaglia: «Anche Confindustria ci si è messa giorni fa, quando ha aggiornato in negativo i dati sulla recessione e li ha resi pubblici». La crisi c'è. Lo si legge sui bollettini economici, prima ancora che sul grafico dei tg.

 

Pag 17 «Diritti umani e democrazia nessuno sconto alla Russia» di Maria Serena Natale

Intervista a Vaclav Havel, leader della Rivoluzione di Velluto ed ex «presidente filosofo» della Repubblica Ceca

 

Praga - «Ho sempre guardato la vita da una certa distanza. Quello che ero, le cose che mi capitavano mostravano un lato bizzarro che mi impediva di prendermi troppo sul serio. È così che ho avuto un destino drammatico, pur non essendo molto predisposto all'avventura». Václav Havel sa di essere l'incarnazione del paradosso. Personaggio in cerca d'autore spinto dal destino al crocevia della Storia, è stato tutto e il contrario di tutto - borghese perseguitato dai comunisti, scrittore dell'assurdo, leader del dissenso e della Rivoluzione di Velluto, ultimo presidente della Cecoslovacchia e primo presidente della Repubblica Ceca. «Eletto il 29 dicembre 1989 - ricorda in questa intervista al Corriere - da quello stesso Parlamento federale che mi aveva dichiarato nemico dello Stato. E finito a visitare da capo della Repubblica il carcere dove ero stato rinchiuso per anni, tra i sorrisi dei secondini che avevano tenuto le chiavi della mia cella». Presidente fino al 2003, oggi si divide tra il teatro e l'impegno per la difesa dei diritti umani attraverso la sua Fondazione «Vize 97». Segue con apprensione gli sviluppi della politica mondiale e riafferma il «contributo positivo» che i Paesi centro-orientali possono dare all'Unione europea nelle relazioni con la Russia.

Quali sono i pericoli maggiori che l'Occidente corre in questo momento?

«Soccombere alla politica dell'appeasement e delle concessioni, nel segno di un presunto pacifismo che in realtà è solo incapacità di denunciare e arginare il male».

Come bisognerebbe agire in concreto?

«Restando vigili e non lasciandosi intimidire. La Russia è il più grande Paese del mondo, per tradizione tende a ricondurre gli Stati vicini e neutrali alla propria influenza, realizzando di fatto un'occupazione che può assumere forme diverse, militare come la scorsa estate in Georgia, ma anche economica e politica. L'ex blocco comunista ha con l'Occidente democratico un grande debito, che può saldare solo tentando di trasferire all'Unione il proprio bagaglio di esperienza in fatto di equilibri e strategie all'ombra del gigante russo».

Da presidente si è speso personalmente per l'allargamento della Nato a Est. Oggi favorirebbe l'accelerazione del processo di adesione di Georgia e Ucraina?

«L'Alleanza è una struttura definita da valori fondanti e chiari confini geografici, le adesioni devono rispondere alla sua logica interna e alla volontà degli alleati. Sono a favore dell'ingresso di Ucraina, Georgia, e anche Bielorussia quando si sarà liberata del regime di Lukashenko».

La preoccupa la possibilità che Putin torni al Cremlino?

«Il problema non è tanto chi comanda, quanto la degenerazione della vita politica, la soppressione di qualsiasi forma di opposizione, l'insana saldatura tra potere autoritario e mafie economiche. Ben vengano gli incontri in dacia tra il premier italiano Silvio Berlusconi e Vladimir Putin, purché tra amici si parli con franchezza delle questioni importanti. Presumo che Berlusconi abbia parlato a Putin dei 150 giornalisti uccisi in Russia, delle sistematiche violazioni dei diritti umani, della scandalosa idea di piazzare missili a Kaliningrad».

La settimana scorsa il presidente francese Nicolas Sarkozy è stato «bacchettato» per aver proposto il contemporaneo congelamento dei progetti di scudo Usa in Europa e dei missili russi senza aver consultato Praga. I cechi si sentono di nuovo minacciati da decisioni prese da altri sul loro territorio?

«Non lo conosco di persona ma ho notato che Sarkozy tende ad avere la parola più veloce del pensiero.

Lui stesso ha fatto un passo indietro sulle infelici dichiarazioni di Nizza. Mi ha ricordato Édouard Daladier, il premier francese che firmò l'accordo di Monaco del 1938 (con il quale Italia, Francia e Gran Bretagna consentirono l'annessione dei territori cecoslovacchi dei Sudeti alla Germania, ndr). Sullo scudo, che è di natura esclusivamente difensiva, la Repubblica Ceca ha preso degli impegni a livello bilaterale, trilaterale e multilaterale, non sarebbe corretto fare retromarcia».

Cosa si aspetta dalla prossima presidenza ceca dell'Unione? Il presidente Václav Klaus si è recentemente definito un «eurodissidente».

«Le dichiarazioni del presidente Klaus non vanno sopravvalutate, mi aspetto creatività e inventiva in un semestre decisivo per l'approvazione del Trattato di Lisbona. A livello governativo e amministrativo il Paese è perfettamente in grado di svolgere il ruolo. Certo, dopo l'iperattivismo di Sarkozy sarebbe difficile per chiunque».

La spaventa la retorica nazionalista e xenofoba che alimenta l'euroscetticismo?

«È lo scotto da pagare al processo di integrazione, non una tendenza destinata a prevalere. In un mondo sempre più omogeneo il rifiorire di sentimenti razzisti e revanscisti costituisce un pericolo reale ma è un dovere pensare che sia possibile contrastare il nostro lato oscuro, coltivando le coscienze e credendo in un progetto di crescita comune».

Come spiega il buon risultato ottenuto dai comunisti alle recenti amministrative ceche e il rinnovato interesse per le teorie marxiste nel mondo?

«La fascinazione esercitata dalle teorie comuniste è comprensibile, soprattutto nei momenti di crisi profonda si cercano ricette e istruzioni pronte all'uso per la creazione di un mondo migliore».

Ha espresso solidarietà a Milan Kundera, accusato di aver denunciato una spia alla polizia segreta comunista nel 1950.

«Non credo esistano elementi per ritenere credibili le tesi sulla presunta delazione. Questo scandalo dice molto della dittatura dei mezzi d'informazione, liberi di accostare in prima pagina un titolo su Kundera all'ennesimo articolo sulla saga familiare Pitt-Jolie, senza alcuna riserva per la delicatezza e la gravità della materia trattata».

Barack Obama sta per insediarsi alla Casa Bianca. Cosa crede che cambierà nei rapporti euroatlantici?

«Spero che al colpo di fulmine di americani ed europei per Obama non faccia seguito l'amarezza della disillusione. Per esperienza so quanto siano complicati i sentieri delle relazioni internazionali. Un conto è fare promesse, altro mantenerle, almeno in tempi rapidi, e non vorrei che "Yes, we can" diventasse "No, we couldn't". Una delle ragioni dello scollamento tra politica e società civile è proprio l'incapacità della politica di pensare e progettare sul lungo periodo nell'interesse della società, preferendo rincorrere i sondaggi d'opinione e il consenso a tutti i costi. Compito della politica è anche trovare il coraggio di spiegare la necessità di decisioni impopolari ».

 

Pag 49 Il voto cattolico in Usa: l’errore di “The Tablet” di Marco Ventura

 

Una strada si biforca, un vescovo severo dalla bianca mitria indica con entrambe le braccia una direzione. Un uomo in completo blu con una scheda elettorale in mano imbocca la strada nella direzione opposta. È questa l'immagine di copertina con cui The Tablet, settimanale cattolico britannico, commenta la vittoria di Obama. L'editoriale di Michael Sean Winters biasima l'ostilità dell'episcopato Usa verso il presidente neo eletto, attaccando prelati come l'arcivescovo di Denver, reo di aver escluso che un cattolico potesse votare l'abortista Obama, o come il vescovo di Kansas City, che ha paragonato la lotta contro Obama alla battaglia anti-islamica di Lepanto. Per fortuna, scrive Winters, il voto dei cattolici Usa ha ignorato i vescovi, bocciando l'ossessione antiabortista e promuovendo l'equilibrio di Obama. Rispetto alle precedenti presidenziali, infatti, come indica una ricerca del Pew Forum, il voto cattolico pro democratici è cresciuto del 7 per cento. Di qui la copertina: il vescovo fanatico che indica la cattiva strada; il cattolico saggio che sceglie la buona. Ad essere fuori strada è invece The Tablet, quando contrappone l'intransigenza dei vescovi alla libertà democratica del popolo cattolico. Perché in una società secolarizzata è tutto il contrario. Solo se l'autorità religiosa esagera in nome della fede, il credente è libero di perseguire i compromessi della politica; solo se i pastori testimoniano la verità e non seguono la moda, i credenti possono negoziare e scegliere. Solo quando la Chiesa proclama l'assoluto, il cattolico può praticare il relativo. Come ha dimostrato l'elezione di Obama, solo se i vescovi sbagliano, i fedeli possono aver ragione.

 

Pag 55 Paolo VI in tv non piace al Vaticano di Luigi Accattoli e Bruno Bartoloni 

Gelo della Chiesa: critiche sull'assenza del ruolo internazionale del Pontefice. «E Concilio ridotto a operetta». Nella fiction un «nipote» brigatista di Montini: sgradito il personaggio inventato. Complimenti solo a Gifuni, protagonista della serie che andrà in onda su Raiuno

 

Città del Vaticano - A Benedetto XVI la fiction su Paolo VI che andrà in onda su Rai1 il 30 novembre e il 1˚dicembre non è piaciuta. Naturalmente non lo ha detto né al regista Fabrizio Costa, né ai produttori della Lux Vide, con Ettore Bernabei in testa, né agli sceneggiatori Francesco Arlanch e Maura Nuccetelli ed ancor meno all'interprete di papa Montini, Fabrizio Gifuni. Anzi con quest'ultimo si è congratulato calorosamente. «Bene, bene. Paolo VI era certamente una personalità molto difficile da interpretare », gli ha detto dopo aver visto le due puntate di «Paolo VI il Papa nella tempesta» due domeniche fa nella saletta Deskur della palazzina San Carlo in Vaticano. E se ne è tornato al Palazzo Apostolico senza altri commenti. «A nessuno dei presenti è piaciuta», ci ha detto un cardinale che intendeva riassumere il pensiero di tutti, avendone discusso con i confratelli dopo che il Papa aveva abbandonato la sala. «L'unica cosa fedele al soggetto è stata l'interpretazione dell'attore protagonista che è riuscito a entrare nella pensosa psicologia di papa Montini», ha detto un altro. Molti i rilievi negativi, a partire dalle riserve su un personaggio inventato, anche se quasi tutti i cardinali ed i prelati presenti hanno mostrato comprensione per le necessità di una fiction di «drammatizzare» vicende e situazioni. Il personaggio è un «nipote» del papa che entra nelle Br, ha un pentimento dopo la lettera dello zio (Paolo VI) «agli uomini delle Brigare Rosse » e va a chiedergli perdono. Probabilmente gli sceneggiatori si sono ispirati ad Alessio Casimirri, il brigatista che partecipò all'assalto di via Fani, fuggito poi in Nicaragua, figlio di un portavoce Vaticano della prima ora, Luciano Casimirri, per il quale Montini nutriva grande affetto. Insieme al cardinale segretario di stato Tarcisio Bertone, hanno assistito all'anteprima i cardinali Cacciavillan, Foley, Hummes, Sebastiani, Silvestrini e - tra gli altri - i vescovi Celli (presidente del Consiglio per le comunicazioni sociali, che faceva gli onori di casa nell'ex cappella trasformata in saletta cinematografica) e Cipriano Calderon. «C'è molta fiction e poco Paolo VI», ha commentato uno dei prelati. «Mi dispiace che sia venuto il Papa», ha rincarato un altro. Quasi tutti si sono detti d'accordo sul fatto che in ogni caso era difficile fare una fiction su Paolo VI, una personalità complessa, di fine cultura e di grande interiorità, che non si esprimeva con gesti spettacolari. «Capiamo che in una fiction si abbia bisogno di semplificare, ma non si può ridurre tutto all'antifascismo del giovane Montini nella prima parte e alla vicenda Moro nella seconda, facendo fulcro sulle vicende italiane del tempo di De Gasperi e sul supposto esilio del futuro papa a Milano» è stato un altro dei commenti. Oggetto di critica sono state anche l'assenza di una «dimensione internazionale» (pare che nel filmato non vi sia alcun accenno della visita di Paolo VI all'Onu), la trattazione del Vaticano II ridotto «a una scena da operetta», la figura del vescovo tradizionalista Marcel Lefèbvre che pare ricopra un ruolo da antagonista del papa che storicamente non ebbe. Magari sugli schermi potrà spuntare un'audience consistente, ma la miniserie su Paolo VI nel trentennale dalla morte, girata in otto settimane fra la Tuscia e Viterbo, ha deluso gli «addetti ai lavori». Una riprova è venuta dall'«Osservatore Romano»: il direttore Gian Maria Vian, presente alla proiezione, per evitare commenti ha ridotto a poche righe la notizia della presentazione della fiction al papa, confinandola in ultima pagina.

 

LA STAMPA di sabato 22 novembre 2008

Il peccato originale di Augusto Minzolini

 

Una fissazione. Una tentazione irresistibile. Per i politici la Rai è inevitabilmente l’oggetto del desiderio. Un comportamento paradossale visto che non mancano argomenti più importanti in questi tempi di crisi economica. E, invece, mamma Rai si ingoia tutto, catalizza l’attenzione, diventa il pomo della discordia o un terreno di dialogo. In questa legislatura è accaduto subito. Walter Veltroni pose il problema Rai nel primo incontro che ebbe a quattr’occhi con il Cavaliere dopo le elezioni: avrebbe potuto parlare di tante altre cose, ma in quei venti minuti il leader del Pd si occupò soprattutto dell’azienda del suo cuore. Dopo sei mesi siamo al punto di partenza. Basta pensare che due giorni fa per spingere il centro-destra a boicottare il presidente eletto alla Commissione di vigilanza, quel Riccardo Villari che sta facendo impazzire Veltroni, il centro-sinistra ha cominciato un’azione di ostruzionismo sul «decreto salva-banche» su cui aveva dato già il suo ok. Un atteggiamento, per usare un eufemismo, a dir poco discutibile. In questi giorni è successo anche di peggio: i presidenti delle due Camere, nel lodevole tentativo di sbloccare la situazione, hanno chiesto a Villari di dimettersi invitandolo ad anteporre le ragioni politiche a quelle giuridiche che, invece, gli consentirebbero di restare al suo posto. Ora il prima «buttiglioniano», poi «mastelliano», quindi «mariniano» Riccardo Villari può essere considerato una vittima o un furbone, ma in ogni caso l’iniziativa presa dai vertici istituzionali crea un precedente pericoloso. Le alte cariche, infatti, sono tali proprio perché sono garantite da regole giuridiche che consentono loro di essere al di sopra delle parti. Ebbene, subordinare queste regole alle opportunità politiche un domani potrebbe diventare imbarazzante: ad esempio, mutando il rapporto tra Pdl e Pd, qualcuno potrebbe chiedere a Fini o Schifani di lasciare il posto a un esponente dell’opposizione, facendo appello al loro senso di responsabilità, per aprire una nuova fase politica. Insomma, anche questa volta la Rai ha provocato una lunga serie di guai. I problemi, però, nascono sempre da un nodo politico irrisolto. La vicenda, infatti, poteva essere liquidata già un mese fa, c’era l’ipotesi di un accordo equanime che maggioranza e opposizione avrebbero potuto accettare magari turandosi il naso: l’opposizione avrebbe dato il via libera all’elezione di Gaetano Pecorella alla Consulta; Berlusconi avrebbe accettato obtorto collo l’elezione di Leoluca Orlando, che non gli ha mai risparmiato nulla in termini di accuse verbali, alla presidenza della Commissione vigilanza Rai. Invece, alla fine l’intesa è saltata: Veltroni - spinto da Antonio Di Pietro - ha posto un veto su Pecorella per la Consulta e Berlusconi è stato costretto a cambiare candidato; poi, il leader del Pd - convinto da Di Pietro - ha trasformato il nome di Orlando in un’icona senza alternative. Messa così, Berlusconi non avrebbe mai potuto accettare insieme un «veto» e un’«imposizione» di Di Pietro via Veltroni. Per cui siamo arrivati allo scontro e allo «showdown» sulla Rai che il Cavaliere avrebbe sicuramente evitato, non fosse altro perché qualcuno gli avrebbe ritirato o gli ritirerà fuori (Nanni Moretti docet) la solita questione del conflitto d’interessi. Insomma, un lungo elenco di errori. Troppi. L’accordo su Sergio Zavoli è stato siglato tardi. Magari tra qualche giorno la situazione sarà raddrizzata. Magari i commissari del centro-destra, come quelli del centro-sinistra, decideranno - scommette il veltroniano Goffredo Bettini - di non partecipare ai lavori di una Commissione di vigilanza presieduta da Villari. Magari quest’ultimo, abbandonato da tutti, si dimetterà pure. Resta, però, un problema politico irrisolto che produrrà altri guai visto che la politica non sarà precisa come la matematica ma ci si avvicina. Tutto questo «caos» nasce dai limiti di leadership di Veltroni e dalle contraddizioni della sua linea politica. Per dialogare con profitto i capi dei due schieramenti debbono rappresentare una leadership riconosciuta: in queste settimane Berlusconi promuoverà ministro della Salute Ferruccio Fazio, e al Turismo Michela Brambilla, e nessuno tra i suoi alzerà un dito: per Veltroni, invece, ogni intesa, ogni nomina si trasforma in un calvario, tutti ne contestano le decisioni. Ma è soprattutto la linea politica che è piena di ombre. Il «ma anche» veltroniano può essere applicato a tanti argomenti, ma non si può dire: dialogo con Berlusconi, ma sono anche alleato con il campione dell’«anti-berlusconismo» Di Pietro. È una posizione spericolata, foriera di incidenti di cui però ora Veltroni è rimasto prigioniero: il congresso del Pd è virtualmente aperto, si concluderà alle elezioni europee e Veltroni per sopravvivere, per raggiungere l’agognata soglia di salvezza del 30%, non potrà lasciare troppo spazio a Di Pietro sulla sua sinistra, dovrà coccolarselo. Contemporaneamente se Veltroni non romperà definitivamente con l’ex magistrato neppure le magiche doti diplomatiche di Gianni Letta potranno dare un senso al dialogo. Forse Zavoli farà il presidente della commissione di Vigilanza, ma inevitabilmente subito dopo si aprirà una polemica sul presidente Rai in attesa di uno scontro su qualcos’altro. È successo di nuovo ieri sulla giustizia. A un possibile accordo seguirà comunque una rottura. Così il leader del Pd continuerà a mordersi la coda fino alle Europee. Sulla Rai e non solo.

 

Il premier tagliafuori di Lucia Annunziata

 

Scontro frontale con il Partito democratico, ma apertura ai sindacati, alle fasce deboli della società, agli operai in pericolo di licenziamento. E se il governo Berlusconi si stesse preparando a gestire i provvedimenti anti-crisi in modo da rilanciare il suo consenso popolare, isolando ulteriormente - magari dalla sua stessa base - il Pd già in preda agli spasmi d’una violenta crisi interna? E’una domanda che offre forse una lettura troppo esile di fronte alla tensione in cui ogni giorno la nostra politica sembra affondare. Ma che un «progetto intelligente» sia in corso, cioè che una trama logica emerga dall’apparente caos di questi giorni, val la pena segnalarlo. Nelle ultime settimane, a dispetto delle profferte continue di dialogo, il premier Berlusconi si è concentrato sul tentativo di spezzare la forza del centrosinistra. A questo scopo erano mirati i due più rilevanti episodi recenti: la convocazione separata di Confindustria, Cisl e Uil a Palazzo Grazioli e l’elezione di un senatore del Pd, Villari, a presidente della Commissione di vigilanza Rai, con i voti del Pdl. Le esplosioni di quel poco di unità interna al fronte sindacale e di quel poco di accordo interno al Partito democratico provocate da queste mosse, sono stati indubbi successi per il governo, che così riconferma, nonostante un certo calo di popolarità e alcune crepe interne, la sua capacità di unico soggetto politico effettivo nel Paese. Certo si tratta di successi soprattutto «gestionali», cioè dimostrazioni di forza nei confronti dello schieramento avversario. Ma, se la vera messa alla prova per il governo è la crisi economica in arrivo, forse queste dimostrazioni di forza non sono estranee alla linea scelta da Berlusconi per fronteggiare i prossimi passaggi. Nasce qui il sospetto - o la possibilità - che l’indebolimento del centrosinistra sia in realtà funzionale proprio al progetto che il governo ha sul pacchetto anti-crisi che dovrebbe approvare la prossima settimana. L’allerta su questo intreccio lo ha fatto suonare ieri un’intervista del ministro del Welfare Sacconi, nemico di ogni compiacenza per le cosiddette istanze sociali. Sacconi, proprio lui, ha annunciato che l’esecutivo si prepara a incontrare lunedì sindacati e imprese sulle misure anti-recessione, che il massimo sforzo verrà fatto per le categorie più deboli - quelle cioè che perdendo il lavoro non hanno ammortizzatori sociali -, che 600 milioni saranno spesi per la cassa integrazione e la mobilità in deroga. Soprattutto, ha fatto sapere che il suo dicastero, insieme con le Regioni, sorveglierà su licenziamenti o sospensioni di lavoro non giustificati. In definitiva, Sacconi propone che la gestione della crisi sia fatta con una triangolazione fra Stato, Regioni e istanze sociali: è una formula che può tranquillamente essere descritta come il lancio di una nuova concertazione che va direttamente ai cittadini, attraverso alcune istituzioni come gli organi locali e varie organizzazioni del lavoro. Il controllo della mobilità, del tipo di licenziamenti, non possono infatti che essere il prodotto finale di una collaborazione con il territorio, a partire dalla Regione per finire alle singole fabbriche. Solo una concertazione molto forte consente di gestire questa crisi economica e gli scarsi interventi possibili per alleviarne le conseguenze. Ma il modello proposto è nuovo perché visibilmente esce dal confronto politico nazionale e va direttamente al Paese. Nel passaggio vengono infatti escluse, o aggirate, l’opposizione e la Cgil che è dentro il confronto ma nella condizione di non poter essere determinante dopo gli ultimi scontri. Lettura troppo sottile? Può essere, se non fosse per due altre prese di posizione che segnano gli avvenimenti recenti. Se il governo avesse voluto coinvolgere l’opposizione nella gestione della crisi, avrebbe accolto l’offerta messa sul piatto da Veltroni: il Pd aveva chiesto nei giorni scorsi un summit a Palazzo Chigi fra governo, opposizione e parti sociali. Ma il summit non è stato concesso. L’esclusione non è casuale. D’altra parte, Epifani sembra aver capito che l’aria è cambiata, se è vero che, dopo tante accuse al governo, proprio in una tv di cui è proprietario il presidente del Consiglio, si è dichiarato disponibile a riprendere un discorso sulla crisi sociale, mettendo in campo anche la possibilità di ridiscutere lo sciopero generale. Da buon sindacalista sta forse rimuginando - a differenza dei politici - sulla possibilità che un’esclusione dalle decisioni sia peggio della cancellazione di una protesta? C’è infine da segnalare una dichiarazione attribuita al nostro premier a Washington per il G20 la scorsa settimana. Le parole sono ripetute in varie versioni, perché non ufficiali. Ma il senso è più o meno lo stesso: se devo sopportare il peso della crisi, allora non voglio nemmeno dividerne il minimo merito con nessuno; non faremo nulla con il Pd. Naturalmente, tra il piano e la sua attuazione ci sono vari ostacoli: il reperimento del denaro o i conflitti di competenze nello stesso governo. Eppure non va sottovalutata l’intelligenza tattica del premier. A mettersi nei panni di Silvio Berlusconi, un progetto del genere appare sicuramente interessante.

 

AVVENIRE di sabato 22 novembre 2008

Pag 1 Perché divisi davanti alla catastrofe? di Marco Tarquinio

Strategia anticrisi

 

Nelle ultime vorticose settimane, da italiani, ci siamo allarmati e autoconsolati ragionando sulla «crisi globale » che ha messo in crisi vecchie e nuove certezze del «mondo globalizzato». Ci siamo consolati con ragionamenti – che hanno persino capovolto quelli in voga fino a poco tempo fa – sulla intrinseca robustezza di un sistema come il nostro, tutto sommato più legato all’«economia reale» che a quella «virtuale». Ma contemporaneamente, e giustamente, abbiamo cominciato a registrare i pressanti segnali di allerta fatti risuonare dalle crescenti difficoltà delle famiglie e del mondo del lavoro e dell’impresa. Non siamo al riparo da nulla, e l’enorme mole del nostro debito pubblico limita drasticamente le possibilità di manovra del governo. Tuttavia, al cospetto di problemi così gravi e di una tempesta che diventa via via più intensa, si è ancora una volta manifestata una cronica incapacità dell’Italia della cosiddetta Seconda Repubblica. Le forze politiche e sociali non riescono a trovare una lunghezza d’onda e a darsi un metodo di lavoro davvero comuni. E non s’impegnano nemmeno a inviare all’opinione pubblica un messaggio minimamente convergente. Siamo e restiamo così sospesi nell’altalena tra un «tavolo governo-opposizione» che non riesce a trovare gambe e un’improvvisa convocazione di tutte le parti sociali a Palazzo Chigi, tra subitanei e vaghi accenni di reciproca buona volontà tra ministri in carica e ministri ombra e polemiche più sferzanti che mai, tra l’incombente «sciopero generale» di un solo sindacato (il più grande, e il più politico: la Cgil) e incontri selettivi tra il premier e gli altri grandi capi sindacali. Come se una qualunque strategia anti-crisi possa utilmente articolarsi in uno scenario di divisioni, d’incomprensioni e di sospetti politici e sociali. Come se, andando avanti di questo passo, non si accresca a dismisura il rischio di vivere un 2009, che si annuncia già difficilissimo di suo, all’insegna di scontri all’arma bianca in Parlamento, di frenetiche e contraddittorie agitazioni sindacali, di tensioni dagli esiti non del tutto controllabili e prevedibili nel tessuto vivo del Paese. I morsi dell’inverno della recessione che si sta abbattendo anche su di noi sono dolorosi e debilitanti. E per sovrappiù, ieri, il direttore del Fondo monetario internazionale ha ritenuto opportuno farci sapere che sulle nostre economie raggelate potrebbe abbattersi presto una nuova «catastrofe finanziaria». Anche se suona come l’ennesima e tonante dichiarazione di guerra alla fiducia di risparmiatori, lavoratori e imprenditori già ampiamente scossi e provati, è soltanto la conferma di una tendenza tanto drammatica quanto evidente. Del resto, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti non aveva avuto reticenze nell’ammettere, sin dall’inizio, che i mesi che abbiamo davanti covano in sé «un disastro». E se il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi non ci ha di certo nascosto che «il peggio deve ancora venire», il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani non ha avuto esitazioni, appena due giorni fa, a ricorrere all’immagine della «valanga» in arrivo. Ma allora, ci permettiamo di chiedere, se la consapevolezza di quella che un tempo si sarebbe detta la 'gravità dell’ora' è così acuta e diffusa, se ministri e garanti e sindacalisti sanno, e certificano, l’ampiezza dell’emergenza che ci incalza, perché mai dai palazzi della politica e dalle centrali sindacali non ci si decide a inviare un univoco segnale di volontà e di forza al Paese? Nessuno deve smettere il proprio mestiere: non chi governa (e ha i numeri per farlo), non chi fa opposizione (e ne ha il dovere), non chi rappresenta gli interessi legittimi dei lavoratori, delle imprese, dei corpi sociali. Ma nessuno dovrebbe rinunciare, o mettere altri nella condizione di rinunciare, alla propria parte di responsabilità verso la comunità nazionale. E chi siede a Palazzo Chigi ha naturalmente un dovere più grande.

 

Pag 4 La mia Africa di Gianni Cardinale

Intervista al card. Arinze: i drammi endemici e i motivi di speranza

 

«Ho accolto con gioia e soddisfazione la notizia che il Santo Padre visiterà nel prossimo marzo il Camerun e l’Angola. Credo che tutta l’Africa, cattolica e non, saluterà con riconoscenza il suo arrivo. E speriamo che sarà molto attenta a quello che ci vorrà dire». Il cardinale Francis Arinze, dal 2002 prefetto della Congregazione per il culto divino, è visibilmente lieto del fatto che Benedetto XVI, dopo aver toccato tutti gli altri continenti, dedicherà il suo prossimo viaggio internazionale a quello che pure registra la più impetuosa crescita di fedeli e di vocazioni dell’orbe cattolico. Il porporato nigeriano è, per così dire, il 'più alto in grado' tra gli africani della Cu­ria romana. Nominato da Paolo VI vescovo coadiutore nel 1965 – partecipò all’ultima sessione del Concilio – e arcivescovo di Onitsha nel 1967, Giovanni Paolo II lo ha convocato a Roma nel 1984 a presiedere il pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso e lo ha creato cardinale nel 1985. Papa Ratzinger il 25 aprile del 2005 lo ha chiamato a succedergli come cardinale­vescovo del titolo della Chiesa suburbicaria di Velletri-Segni. Incontriamo il cardinale Arinze alla vigilia di un importante anniversario: i cinquant’anni di sacerdozio. Venne ordinato infatti il 23 novembre 1958 nella chiesa del pontificio Collegio Urbano di Propaganda  Fide a Roma.

Eminenza, il 2009 potrebbe essere indicato come l’anno dell’Africa per la Chiesa cattolica. Il viaggio del Papa infatti si inserisce nel processo di preparazione del Sinodo continentale, che si celebrerà a Roma dal 4 al 25 ottobre. Inoltre nei giorni precedenti, dal 27 settembre al 3 ottobre, si riunirà sempre nell’Urbe il Simposio delle Conferenze episcopali dell’Africa e del Madagascar (Secam)…

Il tempo è di Dio e ogni anno dovrebbe essere l’anno di ogni continente. È indubbio però che gli avvenimenti da lei segnalati saranno particolarmente significativi per la nostra Africa. La riunione del Secam è importante. Si tratta del corrispettivo - meno conosciuto - del Ccee europeo o del Celam latinoamericano. Si è discusso se era meglio celebrare questo Simposio in Africa o qui a Roma. Poi - giustamente - si è preferito metterlo in agenda, subito prima del Sinodo, qui nell’Urbe. E con questa scelta la Chiesa cattolica che è in Africa ha voluto anche ribadire il suo legame affettivo ed effettivo con Roma.

Le dispiace un po’ che il Papa non abbia scelto la Nigeria come tappa del suo prossimo viaggio?

Se avesse scelto il mio Paese natale sarei stato contento. Ha scelto il Camerun e l’Angola e sono contento lo stesso. Quello che è importante è che il Papa va in Africa e che ci va per presentare l’Instrumentum Laboris del Sinodo. Un Sinodo che Giovanni Paolo II ha voluto indire e che Benedetto XVI ha voluto confermare. E sarà il secondo Sinodo africano.

Il primo risale al 1994…

Infatti. E trattò cinque argomenti sull’evangelizzazione. Questa volta invece i vescovi africani hanno voluto mettere a tema la questione della giustizia e della pace. E il Papa ha approvato questa scelta.

Questo significa che l’Africa ha oggi particolarmente bisogno di giustizia e pace.

Certamente. Ma questo non vuol dire che tutto in Africa vada male. Molti occidentali si rendono conto del nostro continente solo se vi accade qualche tragedia. Tanto che quando sui mass media non vedo notizie da lì, penso: no news, good news. Invece ci sono buone notizie, che però non fanno notizia.

A cosa si riferisce?

Penso alla transizione dall’apartheid in Sudafrica, che si è svolto, senza vendette e spargimento di sangue. Non era scontato. Poi al fatto che anche in Africa ci sono dei casi di alternanza democratica al potere. Non sempre purtroppo, ma in Malawi e in Ghana è avvenuto. Per non parlare poi di quanto accaduto in Liberia, dove una donna, ben preparata politicamente e culturalmente, ha sbaragliato tutti gli avversari ed è stata eletta presidente. E poi il modo con cui il Kenya, alcuni mesi fa, è stato aiutato dai vicini, e specialmente da Kofi Annan - segretario generale merito dell’Onu -, a superare la crisi politica che rischiava di farlo precipitare in una guerra civile. Tutti segnali positivi.

Non le sembra di dare una visione troppo idilliaca dell’Africa? I problemi non mancano…

Non sono ingenuo, ci stavo arrivando. Accanto alle luci ci sono le ombre, che sono particolarmente cupe. Penso alla Repubblica democratica del Congo, vittima della cupidigia di forze nazionali, e anche internazionali, verso le sue materie prime. E poi il Sudan e il Darfur. Speriamo che santa Giuseppina Bakhita che viene proprio dal Darfur protegga quella terra! E poi la regione dei Grandi Laghi, bellissima ma tribolata dagli etnicismi esasperati. E poi la mia Nigeria, con il petrolio del delta del fiume che da benedizione a volte si trasforma in maledizione. La Chiesa non può non fare qualcosa per questo. E quando dico la Chiesa non penso solo ai vescovi ma anche ai laici.

Al recente Sinodo dei vescovi si sono levate voci su alcune questioni che riguardano particolarmente la Chiesa in Africa, come il confronto con l’islam, il problema delle sette e il ritorno delle religioni tradizionali…

Si tratta di questioni reali, ma non vanno esagerate. In Africa subsahariana i rapporti con l’islam sono migliori rispetto ai Paesi che si affacciano sul Mediterraneo e sul Mar Rosso. Senza contare poi che a volte i conflitti tra i cristiani e musulmani sono determinati più da rivalità politiche, commerciali ed economiche che da questioni squisitamente religiose. Un buon cristiano e un buon musulmano non uccidono in nome di Dio.

E il problema delle sette?

Indubbiamente è un fenomeno diffuso. Portato avanti più da businessmen in cerca di affari che da pastori zelanti di conquistare anime a Gesù. E’ un fenomeno che guadagna terreno laddove i cattolici non sono ben formati e dove c’è carenza di clero. Ma questo fenomeno, ahimé, non riguarda l’Africa in sé. Basta vedere quello che sta succedendo in Brasile, o nelle Filippine. Senza contare che anche nell’Europa ricca e tecnologicamente avanzata la New Age ha fatto non pochi proseliti. Già nel 1991 ci fu un Concistoro straordinario in cui il Sacro Collegio fu chiamato a riflettere su questo fenomeno. E fra gli antidoti proposti ci fu quello di curare con più attenzione le liturgie. Un invito valido ancora oggi.

Cosa pensa della denuncia del fatto che non pochi cattolici africani ritornano alle pratiche delle religioni tradizionali?

La cultura di un popolo non può essere cancellata in poco tempo. E poi la religiosità tradizionale africana più che un problema la vedrei come una risorsa. Il rispetto per gli anziani – non si mandano i genitori in ospizio per poter andare in discoteca – e l’accoglienza della vita – i bambini sono visti come una benedizione e non come un problema da evitare –, il rispetto per il sacro, il senso della comunità, la credenza nella trascendenza di Dio. Sono tutti atteggiamenti positivi radicati nel popolo africano. Mio padre, quando ero seminarista e lui non era ancora cristiano, mi guardava con grande rispetto perché mi considerava una persona consacrata. Certo, in Africa ci sono stati politici sciovinisti che volevano recuperare le religioni africane per propri fini, ma questo funzionava all’epoca della fine del colonialismo, non tanto oggi. E poi ci possono essere delle ricadute di superstizione, è comprensibile… la nostra storia cristiana è ancora giovane. In Europa, dopo secoli e secoli di cristianità, sui voli di linea non vedo ancora la sedia n. 13…

L’Africa è il continente con il più alto tasso di crescita di fedeli e di vocazioni al sacerdozio. Una ricchezza per la Chiesa, ma non senza qualche problema, come l’osservanza del celibato o il rischio di carrierismi…

È un fenomeno che ci riempie di gioia ma anche di responsabilità. Avere trenta seminaristi non significa averne trecento. In Nigeria c’è un seminario con oltre quattrocento candidati. Una messe così ampia ci deve obbligare ad un particolare discernimento. Un ruolo particolare debbono averlo i parroci, ma anche le donne cattoliche, che a volte sanno di più degli altri e si accorgono prima di altri e dello stesso vescovo se ci sono problemi… Certo le famiglie numerose facilitano la nascita delle vocazioni. Detto questo, sappiamo che la natura umana è ferita dal peccato originale, anche un apostolo su dodici tradì, e noi oggi non possiamo pretendere di essere migliori dei primi seguaci di Gesù. Quanto al celibato e alla chiamata alla povertà evangelica, sono sfide in tutti i continenti. Il clero africano risponde con generosità, senza escludere che qualcuno venga meno.

Eminenza, un’ultima domanda. Da cardinale africano come valuta l’elezione di un figlio di un keniano come nuovo presidente degli Stati Uniti?

È un fatto indubbiamente storico, guardando il passato di quel grande Paese. Gli americani hanno votato una persona, senza guardare al colore della pelle. E questo è positivo, anche se ciò non indica approvazione di ogni elemento del programma di Obama. Spero che il nuovo presidente guardi con benevolenza al continente da cui proveniva il suo papà.

 

CORRIERE DELLA SERA di venerdì 21 novembre 2008

Pag 1 Bossi: dissi a mia moglie di staccare la spina di Marco Cremonesi

La malattia, il testamento biologico, la Chiesa: parla il leader leghista

 

Treviso - «Quando mi son svegliato è stato il momento più brutto. Ho chiesto a mia moglie di non permettere che i medici pasticciassero con me». Umberto Bossi è a Treviso, e sembra di ottimo umore: la squadra di calcio della Padania, con qualche aiuto della sorte, ha battuto per 2-1 lo Zagabria.

Ma improvvisamente, chiacchierando al termine della partita, il capo leghista fissa lo sguardo sulla punta del toscano e torna indietro: ai giorni della malattia del 2004, alla paura di non essere più se stesso, allo smarrimento che nasce dalla debolezza e dalla dipendenza totale. Fino alla più grande delle angosce, il rischio di costringere i propri cari a scelte terribili. Come quella di Beppino Englaro per sua figlia Eluana.

Ministro, lei che cosa direbbe al padre di Eluana?

«Io non lo so proprio che cosa gli direi. Qui, se lei mi fa la domanda, dico che non sarei capace di chiedere di staccare la spina a un figlio. Non ce la farei. Separarsi da un figlio in questo modo è l'inimmaginabile. Essere tu a spingerli nel buio... come si fa?

Ma di dire una cosa del genere son capaci tutti. La verità è che senza il dolore, non si può dire niente. Uno parla in una realtà normale, quotidiana, e l'altro è da tutt'altra parte. È da solo su un altro pianeta».

Insomma, di esperienze di questo genere non si può parlare?

«E come si fa? Qualcuno è capace di dire quello che deve fare a una persona che ha vissuto per sedici anni nel dolore totale? Di dare consigli a chi ha visto per sedici anni il dolore di una figlia? È troppo. Si getta la spugna».

Lei è mai stato tentato di gettarla?

«Quando ho capito che cosa mi era successo, mi sono anche reso conto che la riabilitazione sarebbe stata lunghissima, infinita. Pensavo che il dolore sarebbe stato infinito ».

E così, ha detto a suo moglie che avrebbe preferito farla finita?

«Le ho detto che se mi fossi trovato nella condizione di non poter più decidere di me stesso, lei non avrebbe dovuto permettere accanimenti. Non avrebbe dovuto lasciarmi ai medici. Anzi, di più: già nelle condizioni in cui mi trovavo, e dunque capace di decidere come ero, mi continuavo a ripetere che sarei morto. E dunque, mi dicevo, sarebbe stato molto meglio subito. Senza più tutta quella sofferenza».

Insomma, ha sperato di morire?

«Ci sono casi in cui la morte sembra meglio del dolore, tutto sembra meglio del dolore. E io questo l'ho capito molto bene. Però, è vero che in alcuni casi, se si resiste, poi tutto ricomincia».

È quello che è successo a lei.

«Appunto».

Ministro, è favorevole al testamento biologico? Ciascuno deve essere libero di decidere come finire i propri giorni?

«Non lo so, è una legge difficile da fare e io non saprei come possa esser fatta. Bisognerebbe stabilire con certezza la volontà della persona».

Non è quanto accade anche con i testamenti tradizionali?

«No, per niente. È completamente diverso. Qui non si tratta di trasmettere dei beni, si tratta di rinunciare alla vita. Per prima cosa, una cosa del genere non dovrebbe essere fatta quando una persona è già malata. Perché lì la volontà è già deviata, dal dolore e ancor di più dalla paura. Mentre se lo si fa quando si sta bene, molto spesso è per motivi ideologici. Uno viene convinto dai mass media. Dai fetentoni come lei. Quando poi però ci si trova di fronte alla cosa davvero...».

Si può sempre cambiare idea.

«Si può quando si può. In questo campo, non è sempre così. Anzi. E comunque, fare una legge con queste incertezze... già i casini vengon fuori quando si parte da basi certe».

Però, alla fine chi altri dovrebbe decidere?

«Nessuno. È la persona che dovrebbe decidere, nessun altro. Di certo, non i magistrati. E, io penso che neanche lo Stato possa entrare in certi campi».

E allora come se ne esce?

«Non lo so. Non c'è una risposta. Per questo credo che il testamento biologico, alla fine, non si farà. Io una legge non la farei».

C'è chi dice: se il Vaticano non fosse in Italia, questo problema non esisterebbe. Secondo lei, in Italia la Chiesa conta troppo?

«I credenti sono tanti, molto più di quelli che vanno abitualmente a Messa. È una cosa dentro moltissime persone, un pezzo di loro a cui magari non pensano tanto, ma c'è. Da questo punto di vista, non credo che la Chiesa conti troppo».

Quindi, i frequenti appelli dei vescovi non la scandalizzano.

«Scandalizzarmi, no. Però io penso che la Chiesa debba essere povera. Debba restare povera. Non deve impicciarsi di potere, meglio che pensi agli altari. Il potere deve essere laico».

Lei ha pregato durante la sua malattia?

«Sì, qualche volta. Un po'. È iniziato con questo prete che c'era in ospedale. Un giorno, mi ha tirato dentro alla cappelletta. Trovarmi là, mi ha fatto scattare qualcosa nella memoria. Più che un ricordo, una sensazione. Quella di quando da bambino pregavo con la speranza nella preghiera».

Ministro, molte domande rimangono senza risposta.

«Speriamo che ci pensi Gesù Cristo. Chi ha la fede, ha una delle fortune più grandi ».

 

AVVENIRE di venerdì 21 novembre 2008

Pag 1 Un genocidio perseguito con crudeltà inaudita di Giulio Albanese

Congo, crisi panafricana

 

Lo scontro militare in atto nel Kivu settentrionale dal 28 agosto scorso, tra i ribelli del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) e l’esercito congolese, è l’ennesimo segnale del malessere che attanaglia il continente africano. Uno scenario reso peraltro incandescente dalle interferenze militari straniere che fa sembrare possibile una riedizione della seconda guerra congolese esplosa, dieci anni fa, il 2 agosto del 1998. Testimonianze raccolte direttamente sul campo dalla società civile segnalano infatti la presenza di soldati regolari dell’Angola e dello Zimbabwe al fianco delle truppe governative; analoghe informazioni provenienti dalle stesse fonti rilevano unità ruandesi in appoggio ai ribelli del Cndp agli ordini di Laurent Nkunda. Dunque, non sarebbe più corretto parlare in termini di 'guerra civile', circoscritta dentro i confini dell’ex Zaire, ma a tutti gli effetti di una crisi 'panafricana' con possibili e gravi ripercussioni su scala continentale. In questo contesto di grande sofferenza e incertezza per la stremata popolazione civile, non lascia adito ad alcun fraintendimento la coraggiosa denuncia dei vescovi cattolici congolesi secondo cui è in atto un genocidio silenzioso, messo in atto con crudeltà inaudita. Secondo i presuli, la violenza fa parte di un piano di spartizione del Paese e delle sue straordinarie risorse minerarie. Una presa di posizione, quella dell’episcopato locale, che evidenzia gli interessi geostrategici in gioco nella Repubblica Democratica del Congo e più in generale nella Regione dei Grandi Laghi. Anzitutto le immense risorse minerarie di cui dispone il Kivu (coltan, cassiterite, oro, petrolio e gas) saccheggiate impunemente dalle numerose formazioni armate presenti sul territorio, tra cui figurano ad onor del vero non solo i seguaci di Nkunda, ma anche le milizie filo governative Mai Mai, oltre ad un manipolo di politici e militari locali collusi con organizzazioni più o meno clandestine. Sta di fatto che curiosamente gran parte di questi traffici illegali transitano già da diverso tempo proprio nel vicino Ruanda, unico Paese al mondo in grado di 'esportare' quote minerali in quantità superiore alla produzione locale con un giro d’affari che negli ultimi nove mesi avrebbe raggiunto il valore nominale di 70 milioni di dollari. Detto questo, il dato per certi versi più inquietante è la balcanizzazione del Congo che servirebbe, nelle intenzioni ad esempio di Nkunda, alla creazione di uno o più Stati satelliti sotto il controllo del governo di Kigali e con ogni probabilità del vicino Uganda. Sulla questione dei confini, un ruolo certamente destabilizzante nell’intera Regione dei Grandi Laghi è rappresentato proprio dal regime ruandese, il quale pretende di usufruire, almeno in parte, delle sconfinate ricchezze del gigante congolese. Da questo punto di vista, è da considerare che in Paesi dell’Unione africana, nel loro complesso, sono unanimemente allergici alla messa in discussione delle frontiere ereditate dalle ex potenze coloniali. In particolare, va ricordato che sia nel caso del Kosovo sia in quello del Somaliland, la maggioranza delle cancellerie africane ha duramente criticato il loro riconoscimento, in quanto violerebbe il principio giuridico internazionale che sancisce il rispetto dell’integrità territoriale dei singoli Stati. Di converso alcuni intellettuali africani propongono di ridisegnare – peccando forse di astrattezza – la geografia politica del Continente. Ad esempio, il premio Nobel nigeriano Wole Soyinka non usa mezzi termini nel dire che «ridisegnare i confini è l’unico modo per evitare all’Africa e alle sue popolazioni innocenti nuove guerre. Bisogna avere il coraggio di dirlo e non solo di pensarlo ». Ma c’è chi (soprattutto nell’ambito della società civile congolese) vede nei tentativi di realizzare nuovi 'puzzle' l’affermazione d’interessi economici ed egemonici ruandesi, a scapito della matrice nazionale di un Paese, l’ex Zaire, che chiede solo di vivere in pace.

 

Pag 2 Chi si dona agli altri con totale gratuità di Carlo Cardia

Accanto agli ammalati più gravi

 

Tra le diverse riflessioni sul caso Englaro ce n’è una che merita di essere approfondita, e riguarda coloro che si dedicano ad assistere le persone malate come Eluana. Lo fanno con totale gratuità, perché ciò fa parte della loro vocazione, così come altri assistono i malati gravi, quelli che non vedono e non sentono, hanno malattie che respingono, resistono con un filo di vita ad una fine che incombe ma può essere rinviata. Sono gli eredi della grande tradizione cristiana di chi nei secoli ha assistito i lebbrosi, salvato dalla solitudine gli inguaribili, affrontato tremende malattie mettendo a disposizione se stesso con il rischio del contagio e della contaminazione. Noi diamo per scontato, quasi ovvio, il sacrificio di queste esistenze (per lo più di religiosi e religiose) donate agli altri, al punto che ce ne dimentichiamo e non ne parliamo. Commettiamo un errore, una grave reticenza, perché non cogliamo il significato etico e sociale di esperienze da cui derivano insegnamenti per tutti noi. Il ruolo svolto storicamente da chi ha scelto l’amore per gli ultimi è stato quello di rovesciare i valori della società antica. Di affermare nei fatti, oltre che a parole, che ogni vita è preziosa, anche quella dei reietti, di coloro che sembrano repellenti per le piaghe del corpo e della mente, di coloro che le persone normali non riescono ad accostare, perché costerebbe sacrificio. Da lì è venuta uno sprazzo di luce che ha reclamato il valore inalienabile di ogni persona enunciato dai Vangeli, e lo ha innestato nella società, illuminando il nostro vivere civile, il diritto, i costumi. Quante volte, assistendo all’opera di questi protagonisti dell’amore cristiano, abbiamo sentito una stretta al cuore, per le sofferenze cui ci siamo avvicinati, per l’abnegazione di chi si impegna a lenire i mali degli altri, per un certo qual senso di colpa che ci pervade perché noi non sapremmo fare altrettanto, ci sentiamo un po’ egoisti, ci scopriamo incapaci di eroismo. Sappiamo in cuor nostro che queste persone salvano la coscienza della società, alleviano le sofferenze dei più sfortunati, tengono acceso il lume della solidarietà che altrimenti si spegnerebbe, cancellano l’indifferenza colpevole nella quale si può vivere quotidianamente. Sappiamo che essi danno corpo e vita all’utopia cristiana del donare la vita per gli altri. Chi ha fede sa che i cieli sono pieni delle schiere di santi che in terra si sono umiliati a servire e assistere i più miseri senza pensare a se stessi. Questi protagonisti dell’amore evangelico esistono ancora oggi, cercano di alleviare i mali antichi e nuovi, curano le brutte malattie che esistono ovunque nel mondo, combattono la consunzione del corpo, assistono i malati terminali e chi si trova nella condizione di Eluana. Lo fanno in silenzio, non chiedono niente a nessuno, e forse è giusto così. Meno giusto è che la nostra società, pronta a far chiasso per un nonnulla, è prontissima a non parlare di loro, a nasconderli sotto una coltre di silenzio, a disconoscere ciò che fanno per affrontare i problemi inediti che la medicina ci presenta. Non è indifferente sapere che la vita può essere tutelata anche nei casi più drammatici, per la dedizione di tante persone, per l’opera che svolgono dove altri possono arrendersi, per l’iniziativa di chi è pronto ad assistere e dare speranza a quanti hanno bisogno di essere curati e di sperare. Sarebbe già importante se questa dedizione ottenesse un riconoscimento morale e civile. Ma anche il legislatore che voglia tutelare l’esistenza umana in tutto il suo fluire, anziché ignorare questa disponibilità a prendersi cura degli altri, può valorizzarla in tanti modi. Dando rilievo alla funzione che essa svolge nelle strutture sanitarie, pubbliche e private, soprattutto per i casi più gravi e bisognosi di attenzione continua. Facendo conoscere ai medici, ai familiari, le possibilità che chi si dedica agli altri offre per non abbandonare la speranza, non arrendersi di fronte alle prove più dure. Infine, dando rilievo all’impegno di chi, seguendo da vicino le singole situazioni, può contribuire a rafforzare la volontà e le scelte del malato e dei familiari. La salvaguardia di una vita non può essere affidata al dominio di una volontà umanamente piegata, o a scelte compiute in momenti particolari, ma può essere sostenuta da chi si pone volontariamente al servizio del prossimo, soprattutto di chi ha bisogno di tutto. Molto probabilmente, dare spazio e voce a queste persone nel dibattito pubblico e nelle strutture di assistenza, può aiutare chi vive situazioni apparentemente disperate, può far intravedere un’altra dimensione del dolore, può motivare l’accettazione della vita anche nella sofferenza.

 

LA NUOVA di venerdì 21 novembre 2008

Pag 1 Malcom X contro Obama di Renzo Guolo

 

Al Qaida getta il guanto della sfida sul volto di Obama. E’ Zawahiri, vero leader politico e militare dell’organizzazione, a far sentire la sua voce, mentre prosegue l’assordante silenzio di Bin Laden, da tempo ritagliatosi, per scelta o necessità, il ruolo di leader spirituale. Assenza che può essere interpretata anche come risultato della crescente pressione americana nell’area in cui Osama potrebbe essersi rifugiato o come, indiretta, conferma della sua scomparsa. L’ideologo egiziano attacca il presidente americano eletto anche sul piano personale, nell’intento di smorzare il consenso e l’attesa che la sua vittoria ha prodotto, contrapponendogli la figura di Malcom X, sino ai primi anni Sessanta leader carismatico della Nazione dell’Islam, gruppo separatista dei neri americani musulmani. Scelta che mira a colpire l’immaginario collettivo. Anche Malcom era, per discendenza, un nero di carnagione chiara. Giocando sulle assonanze del «cromatismo razziale» e sulle, immaginate, dissonanze delle posizioni politiche, Zawahiri agita contro il nuovo presidente Usa l’icona del Malcom «della «seconda vita». Quello nemico dei bianchi, espressione della «selva dell’America» che non piange per l’assassinio di John Kennedy, più che quello della «terza vita» del pellegrino a la Mecca non ostile, per principio, agli uomini di altro colore o religione. Mutamento che conduce anche all’abbandono della X, la lettera che, negli usi della Nazione dell’Islam ogni adepto mantiene in attesa di assumere un patronimico islamico. Quella X che identifica ogni ex-schiavo dei bianchi, liberato anche mentalmente dalle loro catene. Abbandono simbolico che trasforma Malcom in Malik al Shabbaz, il predicatore che invita all’unità della umma, la comunità islamica. Anche se Zawahiri, alle prese con lo strumentale uso della complessa e ambigua eredità di Malcom, omette di ricordare l’ammirazione che proprio Malik al Shabbaz, nutriva per Nasser e la famiglia reale saudita che gli ha permesso di compiere il pellegrinaggio e assumere il titolo onorifico di Hajj. Esponenti di regimi ritenuti «empi» dai radicali jiahdisti. Zawahiri preferisce rifarsi al «secondo Malcom», tanto da usare una sua classica citazione, per paragonare il nuovo presidente americano al «buon negro di casa», prototipo del servo di colore subalterno ai bianchi incarnato dalla figura dello Zio Tom. Contrapponendo in tal modo la biografia di Obama a quella dei «negri dei campi», ovvero degli schiavi divenuti nel tempo i «negri di strada». Quelli che, sottintende l’ideologo egiziano, non possono frequentare Harvard o altre prestigiose università e sono cresciuti nei ghetti, come accadde all’inquieto ragazzo Malcom a Roxbury. Destino che, nell’anatema di Zawahiri, accomuna a Obama anche la Rice e Powell. Operazione, quella qaidista, che mira a delegittimare Obama, secondo Zawahiri un bianco prima ancora che in parte dei suoi geni nella sua cultura. E, contrariamente a Malcom, etichettato come nero «non rispettabile». Perché Obama ha abbandonato la fede islamica del padre, mentre Malcom, figlio di un predicatore battista, ha abbracciato l’islam mettendo fine alla sua «prima vita» da deviante. O forse perché, Zawahiri non lo dice ma il suo discorso lo lascia trasparire, Obama presidente rappresenta lo sbocco della «lunga marcia» per i diritti civili guidata da Marthin Luther King, frutto di un movimento che aveva obiettivi e metodi del tutto opposti a quelli della separatista Nazione dell’Islam. E che puntava a esaltare l’eguaglianza, anziché la differenza razziale o religiosa, scommettendo sull’eccezionalismo e la forza della democrazia americana. Un sistema politico che, al pari di ogni altro non basato sulla «sovranità divina» e la piena applicazione della sharìa, Al Qaida considera «idolatra». In ogni caso, ricorda Zawahiri, perché Malcom non stava dalla parte dei «nemici dei musulmani». Parole sottolineate dalle immagini che mostrano Malcom pregare in moschea e Obama, con la kippah, davanti al Muro del Pianto. Stigma che i qaidisti alimentano nella loro jihad on line sottolineando l’influente presenza nella futura amministrazione di amici di Israele. Un messaggio lanciato non solo a quelli che, in America, considerano Obama «troppo bianco», ma anche a quanti, nel mondo islamico, hanno guardato con favore alla sua vittoria, sperando in una netta cesura con la politica di Bush. Sul piano strategico Zawahiri stigmatizza l’intenzione di Obama di concentrare lo sforzo bellico in Afghanistan. Prospettiva che Zawahiri ritiene votata al fallimento ma che inquieta il vertice qaidista. In tal caso, infatti, è a rischio non solo il possibile ritorno al potere dei Taleban ma la stessa sopravvivenza fisica della leadership storica dell’organizzazione, sfuggita sin qui all’annientamento grazie all’improvvida desistenza irachena di Bush. Per Al Qaida, dunque, Obama o Bush, l’America resta il nemico di sempre.

 

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