RASSEGNA STAMPA di mercoledì 9 luglio 2008

 

SOMMARIO

 

“Che la manifestazione di piazza Navona a Roma – commenta oggi Avvenire, in un fondino non firmato - indetta per contrastare i progetti del governo sulla giustizia sarebbe stata caratterizzata da critiche aspre, provocazioni irrituali e sguaiatezze era qualcosa di ampiamente annunciato, visti certi protagonisti ammessi o cercati dagli organizzatori. Sulle modalità e le ragioni della protesta, ogni cittadino giudica da sé. Ma ciò che è arrivato del tutto inatteso – e che ci pare semplicemente inconcepibile – è che qualche oratore abbia voluto travalicare le questioni politiche prendendo di mira con argomenti da bettola il Papa e la Chiesa. Che cosa poi questi c’entrassero con i temi della manifestazione non si riesce proprio a capirlo. Ma dev’essere un riflesso tipico del laicismo nostrano. Ancora più tristezza suscita il fatto che, a cadere così in basso con espressioni che definire volgari è poco, sia stata una donna. Qui non vale neppure l’alibi della satira, è – con rispetto parlando – solo squallida spazzatura”.

L’Istat, intanto, rende noti i dati, in calo, relativi ai consumi delle famiglie italiane. “È evidente – scrive lo stesso giornale - una stretta economica sul tenore di vita delle famiglie che, di fronte all’impennata dell’inflazione, il drenaggio fiscale e la riduzione del potere di acquisto, hanno reagito in tutti i modi possibili. Alcune spese sono state ridotte, come per libri e giornali, altre spostate in avanti nel tempo o eliminate, come l’abbigliamento e le calzature per donna, mentre laddove si trattava comunque di beni necessari, come nel caso degli alimentari, le famiglie hanno spostato le loro scelte di acquisto su beni di qualità inferiore o hanno razionato la quantità acquistata. Inoltre, si è cercato di selezionare con maggiore frequenza quei canali distribuitivi che si caratterizzano per i bassi prezzi, come gli hard­discount. La diminuzione di qualità, o il razionamento delle quantità acquistate, avviene per una quota superiore al 30% per i beni alimentari e al 60% per abbigliamento e calzature”. Insomma le famiglie, osservando i livelli dei vari capitoli di spesa, “sono ormai compagnie «low cost» che tagliano ovunque pur di raggiungere il risultato: farsi bastare lo stipendio”. Continuano ad esistere pesanti le differenze tra l’area centrosettentrionale e quella meridionale: al Nord si spendono al mese 2.796 euro e al Centro 2.539, quindi rispettivamente oltre 800 e più di 600 euro di differenza con quanto sborsa una famiglia meridionale che si ferma a 1.969 euro. In assoluto, a fronte dei 2.480 euro medi, la regione dove si spende maggiormente è il Veneto (3.047 euro), seguono la Lombardia (2.896) e il Trentino Alto Adige (2.712), mentre in fondo alla classifica si trovano la Basilicata (1.942) e la Sicilia (1.764). (a.p.)

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

AVVENIRE

Pag 1 Gli anglicani davanti al passo più rischioso di Salvatore Mazza

Vigilia della conferenza di Lambeth

 

Pag 15 Tempi e criteri per “giudicare” le apparizioni di Gianni Cardinale

L’iter da seguire in un documento della Congregazione per la dottrina della fede. Parla l’arcivescovo Amato

 

Pag 27 I conflitti interiori: essere senza avere di Vittorino Andreoli

I preti di oggi

 

LA REPUBBLICA

Pag 31 Il vescovo donna di Enrico Franceschini

Il Sinodo generale degli anglicani apre i vertici al clero femminile facendo infuriare l´ala tradizionalista. E così, dopo cinque secoli, la paura dello scisma torna a scuotere la Chiesa d´Inghilterra

 

LA STAMPA

Sette monaci nel cuore della tempesta di Enzo Bianchi

 

IL GIORNALE

Pag 15 La figura femminile centrale tra i cattolici di Andrea Tornielli

Anche se il sacerdozio resta tabù

 

IL FOGLIO

Pag 2 Il primo gesuita segretario della Congregazione della dottrina della fede

E‘ lo spagnolo Ladaria, in Curia a Roma anche il card. Canizares

 

IL GIORNALE di martedì 8 luglio 2008

Pag 1 Milano, quando la Curia parla come Repubblica di Michele Brambilla

 

Pag 13 La diocesi di Milano fa dietrofront ma Oltretevere c’è imbarazzo di Andrea Tornielli

 

4 – MARCIANUM / ASSOCIAZIONI, MOVIMENTI, ISTITUTI E GRUPPI

 

LA NUOVA

Pag 16 Marcianum: spritz e università

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

AVVENIRE

Pag 2 Se la famiglia fosse maggior ammortizzatore di Luigi Campiglio

La crisi sarebbe oggi meno aspra

 

Pag 7 Famiglie a dieta, consumi ai minimi dal 2002 di Bruno Mastragostino

Nel 2007 spesa “reale” in calo, non accadeva da 5 anni. Le tre fotografie: anziani, giovani e nord/sud

 

IL GAZZETTINO

Pag 11 Consumi, è del Veneto il record di spesa di Gi.Bi.

Nella regione la famiglia media spende 3047 euro al mese, prima in Italia

 

LA NUOVA

Pag 19 Caro-mutui, arriva una stangata da 336 euro di Gianluca Codognato

L’estate porta con sé l’ennesimo ritocco all’insù del tasso d’interesse bancario. Rischio insolvenza per 20 mila famiglie. Dal 2005 un aumento del 40% al mese

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag VII Turismo, i giapponesi fuggono. E arrivano gli spagnoli di Elisio Trevisan

Il Centro studi dei dottori commercialisti evidenzia anche come l’aumento dei bed & breakfast sia esponenziale

 

LA NUOVA

Pag 15 Soldati di pattuglia? Cacciari rifiuta di Alberto Vitucci

Il ministro della Difesa annuncia l’invio, ma Ca’ Farsetti declina l’offerta: “Dia più mezzi ai sindaci, il resto sono pagliacciate”

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 8 Effetto riforma, i sacrifici di Ca’ Foscari di Paola Vescovi

Prescrizioni al via con 14 corsi in meno, i tagli maggiori a Lettere

 

8 – VENETO / NORDEST

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 La tragedia di una ragazza normale di Edoardo Pittalis

 

Pag 1 La cortina di silenzio sulla movida di Lloret di Ario Gervasutti

Viaggio dentro la città. Polizia e municipio: tutti zitti

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 1 La vera movida siamo noi di Fausto Pezzato

 

Pag 1 La roulette russa dei giovani di Gabriella Imperatori

 

… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 L’Italia e il G8, la sfida sottile di Franco Venturini

Lo scontro sull’allargamento

 

Pag 1 La tenaglia che stringe il Pd di Paolo Franchi

 

Pag 2 Un autogol prevedibile che ridimensiona la “vera opposizione” di Massimo Franco

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 La deriva del talk show di Edmondo Berselli

 

Pag 1 Quell’accusa alla Carfagna di Filippo Ceccarelli

 

LA STAMPA

Tonino dà le carte di Andrea Romano

 

IL GIORNALE

Le solite facce da guerra civile di Pietrangelo Buttafuoco

 

Emergenza ingiustizia di Filippo Facci

 

AVVENIRE

Pag 2 Mai così in basso

 

EUROPA

Pag 1 Sorpresa, è la destra che è laicista di Chiara Geloni

 

LA NUOVA

Pag 1 G8 ormai nave fantasma di Francesco Morosini

 

Pag 7 Lo scambio di Mino Fuccillo

 

 

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3 – VITA DELLA CHIESA

 

AVVENIRE

Pag 1 Gli anglicani davanti al passo più rischioso di Salvatore Mazza

Vigilia della conferenza di Lambeth

 

Facile pensare che, in questo momento, nessuno vorrebbe essere al suo posto. Perché, in effetti, quello occupato dall’Arcivescovo di Canterbury Rowan Williams sembra decisamente scomodo. Tra una fuga in avanti e l’altra, tra scismi minacciati e striscianti, la Comunione anglicana appare irrimediabilmente ansimante, e le vie per venirne fuori sembrano più che impervie. Il tutto alla vigilia della decennale Conferenza di Lambeth, che rischia di trovarsi convocata semplicemente per certificare la fine della Comunione quale fino a oggi l’abbiamo conosciuta. E come cattolici, ne parliamo con un’apprensione speciale, unita alla preoccupazione per il ricorso a un lessico il più possibile rispettoso delle persone e dei processi in corso. A lacerare la Chiesa di Enrico VIII sono due questioni principali. La prima 'esplosa' con l’ordinazione nel 2003, negli Stati Uniti, di un vescovo coinvolto in un’unione omosessuale, considerata 'logica conseguenza' della tendenza diffusa in varie diocesi verso un rito di benedizione per le coppie omosessuali. La seconda, recentissima, il 'sì' della Chiesa d’Inghilterra alla consacrazione episcopale delle donne. E se per la prima Williams era riuscito a ottenere una 'moratoria' proprio in vista dell’imminente Conferenza di Lambeth, questa nuova bomba, benché attesa, non ha fatto altro che allargare ulteriormente la faglia d’attrito, portando il fronte dei cosiddetti 'tradizionalisti' ad allargarsi e allungarsi, dall’Asia e dall’Africa, fin nel cuore stesso della Gran Bretagna. Aumentando il rischio che molti, o moltissimi, finiscano per abbandonare del tutto la Comunione anglicana, cercando una risposta al proprio travaglio, come anche L’Osservatore Romano oggi rileva, «con un’adesione alla Chiesa cattolica o ad altre confessioni cristiane». Al di là di quest’ultima possibilità, che potrebbe aprire un fronte di neouniatismo probabilmente non visto con favore da nessuna delle parti coinvolte, il problema che la crisi anglicana mette a nudo ha molte facce. Anzitutto quella interna alla Chiesa d’Inghilterra; dove i nodi che cominciarono a intrecciarsi alla fine degli ’80, con la prima apertura al sacerdozio femminile, sembrano essere arrivati fatalmente al pettine. Nodi che si chiamano liberalism  (nell’accezione americana del termine), 'correttezza politica', relativismo. E sfide che i 'tradizionalisti', più semplicemente, interpretano come un’allontanarsi dal Vangelo e dalla rivelazione cristiana, il cedimento cioè a una mondanità alla moda. E non esitano a scomodare la parola più dura: un tradimento.  C’è poi la causa ecumenica che, come ha detto ieri apertamente il cardinale Walter Kasper, non potrà non accusare pesanti contraccolpi in seguito alle decisioni che la Chiesa Anglicana ha già assunto e che potrebbe ulteriormente assumere. Un «ulteriore ostacolo alla riconciliazione» che, se non fermerà il dialogo, certamente ne potrebbe condizionare il futuro in modo forse irreversibile. A Lambeth, quasi sicuramente, il punto focale di tutta la discussione saranno le due proposte con le quali il Windsor Report, elaborato in vista della Conferenza, intende rispondere a chi già dichiara la comunione 'finita': limitare l’autonomia delle singole province, rafforzando il ruolo dell’Arcivescovo di Canterbury; e costituire un Anglican Covenant (Patto Anglicano), che le diverse Province dovrebbero adottare per rendere «la lealtà e i legami di affetto caratterizzanti le relazioni tra le Chiese della Comunione espliciti e saldi». Williams ha puntato molto, quasi tutto, su queste proposte. Il problema è che, anche se venissero approvate, potrebbe essere tardi per rinsaldare la frattura.

 

Pag 15 Tempi e criteri per “giudicare” le apparizioni di Gianni Cardinale

L’iter da seguire in un documento della Congregazione per la dottrina della fede. Parla l’arcivescovo Amato

 

Due mesi fa il vescovo di Gap in Francia, Jean-Michel di Falco, ha approvato e proclamato ufficialmente come vere le apparizioni mariane di Notre Dame de Laus. In quell’occasione l’Osservatore Romano ha pubblicato un lungo articolo di padre Salvatore M. Perrella dei Servi di Maria, per illustrare i criteri adottati dalla Chiesa cattolica riguardo al riconoscimento del fenomeno delle apparizioni e delle visioni. Nell’articolo in questione veniva citato un documento dell’ex Sant’Uffizio, mai reso pubblico, sull’argomento. Per saperne di più Avvenire ha posto alcune domande all’arcivescovo Angelo Amato, dal dicembre 2002 segretario della Congregazione per la dottrina della fede.

Eccellenza, cosa può dirci di questo documento sul modo con cui le autorità ecclesiastiche devono comportarsi nel caso di presunte apparizioni e rivelazioni?

Il documento si intitola « Normae S. Congregationis pro doctrina fidei de modo procedendi in diudicandis praesumptis apparitionibus ac revelationisbus ». Deliberate dalla plenaria di questo dicastero del novembre 1974, papa Paolo VI le approvò il 24 febbraio 1978, e portano la data del giorno successivo. Hanno la firma dei compianti cardinale Franjo Seper e dell’arcivescovo Jean Jerome Hamer, all’epoca rispettivamente prefetto e segretario della Congregazione.

È un documento segreto?

È un documento che è stato inviato a tutti i vescovi diocesani e a tutti i superiori religiosi. Ma è vero che non è stato mai pubblicato ufficialmente, né sugli Acta apostolicae Sedis, né nel recente volume Documenta che raccoglie i principali testi della Congregazione per la dottrina della fede del dopo Concilio.

E perché?

Sono norme che riguardano eminentemente i pastori e quindi non si è sentito mai la necessità di diffonderlo ulteriormente.

Non è mai stato aggiornato?

È un documento ben fatto, che conserva la sua validità. E quindi dopo una Nota praevia sull’origine e il carattere delle norme in questione, il documento elenca i criteri con cui i vescovi e gli ordinari ad essi equiparati devono giudicare le presunte apparizioni e rivelazioni. Si tratta di criteri positivi come, ad esempio, le qualità personali del o dei veggente/i (l’equilibrio psichico, l’onestà e la rettitudine, la sincerità e la docilità abituale nei confronti dell’autorità ecclesiastica…), o il fatto che le «rivelazioni» siano immuni da errori teologici e che comportino una sana devozione e frutti spirituali abbondanti e costanti. Oppure di criteri negativi, come errori dottrinali attribuiti al Signore o alla Beata Vergine Maria o ad altri santi, questioni di lucro annessi ad arte, atti gravemente immorali commessi dal/ dai veggenti, o malattie psichiche, ten­denze psicopatiche, psicosi o iste­rie collettive.

Alla luce di questi criteri come devono comportarsi le autorità ecclesiastiche?

È questo l’argomento del secondo capitoletto delle Norme. I pastori dopo aver valutato attentamente possono permettere qualche forma di culto o devozione, facendo presente che questo non vuol dire ancora che la Chiesa abbia riconosciuto la soprannaturalità degli eventi. Oppure, se ritiene che ci siano i motivi, può vietarli. Nei casi dubbi l’autorità può decidere di non intervenire, in attesa che i fatti si estinguano, ma deve sempre vigilare in maniera, se necessario, di poterlo fare prontamente.

Ma quali sono le competenze dei vescovi e delle Conferenze episcopali riguardo questi fenomeni?

A questa domanda risponde il punto terzo delle Norme. La prima competenza spetta all’ordinario. Le Conferenze episcopali regionali o nazionali possono però intervenire se interpellate dall’ordinario o, sempre previo consenso del vescovo locale, se i fenomeni hanno rilevanza regionale o nazionale. A questo si aggiunge che la Sede apostolica può intervenire su richiesta del vescovo locale o su richiesta di un gruppo di fedeli o in ragione della giurisdizione universale del Sommo Pontefice.

E la Sede apostolica interviene attraverso la Congregazione per la dottrina della fede.

Giusto, ed a questo è dedicato il quarto e ultimo punto delle Norme. In esso viene spiegato che la nostra Congregazione deve essere attenta, nel caso che intervenga su richiesta dei fedeli, che non ci siano ragioni sospette dietro, come quella di costringere l’ordinario a mutare sue legittime decisioni o approvare qualche gruppo settario.

Alla fine di questi procedimenti, quali possono essere le prese di posizione dell’autorità?

Ci può essere l’approvazione, il  constat de supernaturalitate, come ha fatto di recente il vescovo di Gap per le apparizioni di Laus. Oppure la disapprovazione, il non constat de supernaturalitate, come ad esempio di non poche manifestazioni pseudomistiche.

Ma il «non constat de supernaturalitate » può essere considerato un giudizio attendista, rispetto a quello negativo che sarebbe il «constat de non supernaturalitate»?

Nelle Norme di cui stiamo parlando si parla solo di constat de e non constat de. Non si fa cenno al constat de non.

Recentemente un paio di cardinali hanno auspicato che venga proclamato un nuovo dogma mariano che proclami la Vergine «corredentrice » e «mediatrice di tutte le grazie». C’è questa possibilità?

È una richiesta di antica data. Come ho già avuto modo di dire, il titolo di «corredentrice» non è né biblico né patristico né teologico ed è stato usato raramente da qualche pontefice e solo in allocuzioni minori. Il Concilio Vaticano II l’ha volutamente evitato. È bene ricordare che in teologia si può usare il principio dell’analogia, ma non quello della equivocità. E in questo caso, non c’è analogia, ma solo equivocità. In realtà Maria è la «redenta nel modo più perfetto», è il primo frutto della redenzione di suo Figlio, unico redentore dell’umanità. Voler andare oltre mi sembra poco prudente.

Eccellenza, alcune domande «fuori tema». A che punto è la versione aggiornata della « Donum Vitae » l’istruzione sui temi bioetici che risale al 1987?

Il testo, che è stato molto elaborato, vista la delicatezza delle tematiche affrontate, è praticamente completato e pronto per le traduzioni. Credo che in autunno potrà essere pubblicato.

Sono davvero in corso colloqui tra la vostra Congregazioni e i gruppi di anglicani, comprendenti laici, sacerdoti e anche vescovi, che vorrebbero entrare in piena comunione con Roma?

Questa Congregazione parla con tutti quei cristiani e gruppi di cristiani, appartenenti ad altre Chiese e comunità non cattoliche, che esprimono il desiderio di tornare ad una piena comunione con il vescovo di Roma. Noi non abbiamo preclusioni con nessuno. Né possiamo essere succubi di calcoli di natura, diciamo così, diplomatica.

Eccellenza, mi perdoni, ma è vero che, a quanto riferisce il «tam-tam curiale», dopo cinque anni e mezzo da segretario della Congregazione per la dottrina della fede, sia imminente un annuncio che la riguarda?

No comment.

 

Pag 27 I conflitti interiori: essere senza avere di Vittorino Andreoli

I preti di oggi

 

Continuiamo a parlare dei conflitti con cui può imbattersi un sacerdote, non senza aver precisato ancora una volta che tali conflitti non sono affatto 'obbligati', e che pertanto per molti – sacerdoti e no – quanto detto a tale proposito rimane sconosciuto. Ad alcuni anzi potrà sembrare addirittura impossibile, qualcosa di totalmente estraneo alla vita sacerdotale. Conviene tuttavia essere aperti a simili storie, perché è un modo per scongiurarle. In questa cornice, accenniamo al conflitto 'essere senza avere' che fa riferimento, in maniera più vasta e profonda, alla promessa di povertà. La formula usata richiama quella di Eric Fromm e la sua felice distinzione tra essere e avere. Questi sosteneva che l’uomo è passato dal parametro dell’essere, e quindi del che cosa un uomo è, al parametro dell’avere, a quello cioè che possiede. E l’essere, osservava Fromm, oggi non ha senso, mentre ne ha persino troppo chi possiede e chi si addobba di quanto possiede, diventando oltre modo visibile grazie alla ricchezza e all’immagine che si procura grazie alla ricchezza stessa. È chiaro che questo mondo è estraneo al sacerdote, che invece è attratto dall’essere. Tuttavia non ci possiamo nascondere casi in cui si usa il sacerdozio per sembrare più di quanto in altre vesti si riuscirebbe ad apparire. I narcisi ci sono anche tra i preti, e non mancano i preti da televisione, ma sono pochi. Ma poi non è di questi casi estremi che voglio parlare.  A me pare che la distinzione tra l’essere e l’apparire serva a meglio definire l’inutile di questa società a cui spinge l’industria del profitto. Perché se la povertà è la mancanza del necessario, la ricchezza coincide con la ricerca dell’inutile. Ed è chiaro che quel che è inutile per molti diventa necessario per altri, al punto che si potrebbe facilmente pervenire ad un apprezzabile equilibrio sociale, diminuendo la ricchezza in modo da sanare almeno la povertà estrema. Mi scandalizza sempre il constatare che esiste un’industria del lusso che basa la propria logica nell’immettere sul mercato qualcosa di inutile e in più di esclusivo e a prezzi abnormi, in modo che solo pochi possano arrivare a possederlo. È del tutto evidente che il disporre dell’inutile, per chi sovrappone l’avere all’essere, non fa che rendere necessario proprio il non essere. Il prete dovrebbe provare un grande dolore di fronte al lusso, alla filosofia del lusso, agli oggetti che sono talmente inutili da necessitare di lunghe spiegazioni per svelare a che cosa potrebbero servire, talmente sono fuori da qualsiasi logica necessitante, anche se ciò finirà per essere la loro fortuna. La fortuna dell’inutile assoluto in una società del lusso. All’altro estremo c’è la miseria, la privazione di tutto. La miseria è una condizione psicologicamente tremenda perché porta di fatto a dipendere da tutto, anche dalla ricchezza e dall’inutile della ricchezza. Al di là dei casi estremi, capita che il sacerdote possa sentirsi in colpa per il fatto di possedere qualcosa di non necessario, e dunque possa sentire il conflitto legato alla difficile soluzione di cosa oggi debba ritenersi essere e non avere, e quindi cosa superfluo invece che decoroso e necessario non solo alla propria persona, ma al proprio ruolo e quindi al fatto di appartenere alla chiesa. Il computer è oggi uno strumento che serve anche al sacerdozio, alla informazione che serve per entrare in sintonia con i propri fedeli. L’auto non è più da considerare un oggetto di lusso come certamente lo era quando la Fiat ha aperto i battenti. Il telefono portatile è entrato tra gli oggetti necessari per vivere. Credo che ormai facciano parte dell’essere anche se si possono portare esempi in cui tutto ciò è ignorato o rifiutato. Essere vuole dire anche efficienza. Gli oggetti poi acquistano significato diverso a seconda dell’uso che se ne fa. Poiché il sacerdote è l’uomo del tempio, egli deve provvedere a ciò che serve a mantenere la sacralità del luogo, e deve quindi avere ciò che serve alla sua immagine sacerdotale proprio mostrando una chiesa in ordine più che un’auto sempre splendente o il telefonino ultimo modello. Insomma a me pare che il sacerdote debba appropriarsi di oggetti che aumentino le possibilità dell’essere, ma soprattutto che possegga quanto serve a richiamare i fedeli nel tempio, a cominciare dal riscaldamento d’inverno. Non è pensabile che la gente stia al freddo durante la funzione religiosa né immaginare che essendo tutto nelle mani del Signore anche il raffreddore dipenda da lui e quindi se lo manda vuol dire che ha un senso. Mi pare che un luogo del Signore oggi vada riscaldato, se non altro perché ormai tutto è riscaldato, dalle case agli uffici della burocrazia di Stato. Mi pare che debba possedere quanto serve anche alla sua persona. In passato i preti di strada erano molto attenti a non indossare abiti costosi, limitandosi a fare come certi giovani che 'arredano' i blue jeans per renderli più attraenti. Ho finito di apprezzare questa maniera di vivere bohemien del prete, quando ho conosciuto un prete di strada che poteva chiamare tutti i rappresentanti del potere, da quello politico a quello industriale, per chiedere ciò che voleva, anche l’inutile. Era vestito da nessuno, ma contava più di un porporato. Era insomma ricchissimo anche se non aveva una lira in tasca. Poteva comperare un palazzo, e infatti viveva in un palazzo regalatogli senza chiedere, dunque andava considerato come un atto della provvidenza. Bisogna stare molto attenti nel giudicare un sacerdote a prima vista, perché potrebbe presentarsi seguendo le leggi dell’apparire che paradossalmente possono portare alle regole dell’apparire al contrario. Del resto qualche dubbio mi viene guardando i guru della moda dopo una sfilata di abiti e modelle. Vengono in passerella a ringraziare il pubblico trasandati, con una camicia sgualcita e un paio di jeans sciupati, sovente rotti: roba da fare pietà, ma posseggono un impero. Ogni sacerdote deve avere ciò che gli permette di essere senza decorazioni o fronzoli, e ciò dipende dal ruolo prima che dalla personalità singola. E certamente fa differenza il presentarsi nel tempio o anche fuori delle funzioni liturgiche, rivestito del ruolo sacro. La condizione migliore per il sacerdote è quella di sentirsi necessario (per la funzione non necessariamente per la sua individualità) alla comunità, e questa dovrebbe prendersi cura anche dei suoi averi. In questo caso è la stessa comunità a decidere, attraverso ciò che dà, a come debba mostrarsi il proprio pastore. Ciò presuppone un’unità d’intenti, e un legame vero, un’attenzione che non lascia mai il sacerdote solo, ignorato. Mi piace l’idea che se uno agisce per la comunità, sia pure per una funzione che ha una dimensione non produttiva in termini materiali ma per il cielo, non debba pensare a nulla perché è la comunità che si chiede di cosa egli abbisogni. In questi casi egli non deve nemmeno pensare all’avere, ma dedicarsi tutto all’essere. All’opposto chi è senza comunità o chi è invisibile al suo interno, si sente solo e allora è portato a pensare anche a questa dimensione, e a farlo senza la fiducia che gli deriva dalla sua missione riconosciuta e vissuta. In questo caso non solo tenderà ad avere, ma a mettere da parte per avere sempre di più e per sempre; e in queste circostanze tenderà a entrare nella logica comune e a non differenziarsi dalla cultura dominante. Il sentirsi isolato genera paura e la paura porta a difendersi e a mettersi dietro difese che prevedono anche l’avere, in una società che ormai offre certi servizi solo per coloro che hanno, che possono spendere denaro, simbolo dell’avere indifferenziato. La dimensione più bella è quella del sacerdote che non ha nulla, ma che è parte integrante di una comunità attiva e attenta, dentro un gregge che gli vuole bene. Io credo che questo costume sia ancora presente nella tradizione delle comunità cristiane e le offerte libere, senza nome, e le stesse elemosine raccolte sempre durante le riunioni della comunità, siano ancora un segno di legame, di comunione e sensibilità verso i bisogni del proprio pastore. Ma c’è un’altra dimensione che a me pare entri nel conflitto tra essere e avere letto sulla figura del sacerdote: la provvidenza. È una parola straordinaria, l’immagine della speranza e forse della certezza che dietro ogni sacerdote, e anche ogni uomo, Dio c’è, e ciò garantisce che nessun sacerdote sia mai solo. Sento richiamare la provvidenza quando si parla di esigenze legate al possedere, la sento invocare per beni materiali, per denaro: la provvidenza degli affari. Io non so se questo sia possibile e lecito nella dottrina, a me pare tuttavia che un conto sia chiedere l’aiuto alla provvidenza e invocarne l’attenzione quando si tratta di necessità, di un avere per la comunità, mentre mi pare che una provvidenza personale che agisca attraverso elargizioni dell’avere e del danaro, non sia una provvidenza sostenibile. Ricorda un istituto di credito che dà per poi riavere il ritorno del credito con gli interessi. E poi come fa un sacerdote a chiedere per sé e non per il suo gregge? Insomma, non ho grande simpatia per una provvidenza che paga in denaro liquido e magari tax free. In ogni caso mi pare di gran lunga meglio lasciare alla provvidenza di pensare anche a come intervenire per le esigenze del pastore oltre che per quelle del tempio, o forse nel tempio va inserito come elemento strutturale il sacerdote, piuttosto di quell’apparato ormai finanziario che regola gli 'stipendi' e le pensioni del clero. Riconosco di essere lontano dalle logiche del tempo presente e di mostrare residui di un romanticismo del prete depassé, ma mi sembra bellissimo che almeno il sacerdote sia attaccato alla Provvidenza, quando tutto ormai è legato alla Previdenza, sociale: dalla Provvidenza alla Previdenza. In questo c’è da intravedere una crisi della fede e un’agonia vera della provvidenza, che è prima di tutto speranza; un’attenzione invece che ai gigli del campo e agli uccelli dell’aria , alla quotazione della borsa di Tokyo.

 

LA REPUBBLICA

Pag 31 Il vescovo donna di Enrico Franceschini

Il Sinodo generale degli anglicani apre i vertici al clero femminile facendo infuriare l´ala tradizionalista. E così, dopo cinque secoli, la paura dello scisma torna a scuotere la Chiesa d´Inghilterra

 

Londra. Chi di spada ferisce, di spada perisce: questo, un re come Enrico VIII, avrebbe dovuto saperlo. Il sovrano che per risposarsi non esitò a rompere con il Papa di Roma resterebbe di stucco nell´apprendere che la sua chiesa è alla vigilia di un altro scisma, con una considerevole parte di clero e fedeli in procinto di tornare sotto le insegne dei cattolici romani; e che il motivo, anche stavolta, sono le donne. Chissà se lunedì notte il reverendo Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury, leader spirituale di 80 milioni di anglicani, quando si è preso la testa fra le mani, ha rivolto un pensiero ad Anna Bolena e alle successive cinque mogli del monarca che nel 1534 fondò la Chiesa d´Inghilterra. Dopo sei ore di infuocata discussione, il Sinodo Generale, massima autorità della religione anglicana, aveva appena approvato l´ordinazione delle donne a vescovo, innescando un meccanismo che un giorno potrebbe portare una di esse alla carica oggi occupata dallo stesso arcivescovo Williams: l´equivalente di una papessa. Alti prelati dell´ala tradizionalista sono fuggiti in lacrime dai banchi della cattedrale di York, bollando la decisione come un´irrimediabile «eresia». L´immagine di un mondo cristiano che corre in opposte direzioni non poteva essere più lampante. Le donne vescovo, in realtà, sono la goccia che fa traboccare il vaso della discordia tra liberali e conservatori, le due correnti della chiesa anglicana, e in senso più esteso di tutti i cristiani. Gli appelli a una scissione si moltiplicano da quando la chiesa episcopale americana, una delle denominazioni degli anglicani nel resto del pianeta, ha eletto vescovo tra mille polemiche un sacerdote dichiaratamente gay, Gene Robinson. L´arcivescovo di Canterbury, di inclinazione liberale ma impegnato a tenere unita la sua chiesa, tenta la mediazione tra chi vorrebbe innovare, seguendo l´evoluzione della società occidentale, e chi intende restare ancorato alla dottrina più ferrea. Ma è un´operazione che appare sempre più ardua, per non dire impossibile. Mentre nei paesi anglosassoni, Gran Bretagna, Stati Uniti, Australia, Canada, la maggioranza degli anglicani è orientata alla modernizzazione, in Africa e in altre regioni del Terzo Mondo le tradizioni vengono difese con tal foga da meritare agli anglicani l´etichetta di «anglo-cattolici», per sottolineare quanto siano vicini alla chiesa di Roma. Questa vicinanza, ora, potrebbe diventare formale. Dopo che i vescovi dell´ala conservatrice si sono riuniti a congresso il mese scorso a Gerusalemme, proclamando la costituzione di un «corpo separato» all´interno della chiesa anglicana per rafforzare la lotta contro gli episcopali americani e i loro alleati liberali nel Regno Unito, la stampa londinese ha rivelato che emissari di questa corrente sono arrivati a Roma nei giorni scorsi per avviare un negoziato «segreto» col Vaticano. Lo scopo, evidentemente, è una possibile riunificazione, un ritorno dei protestanti anglicani nella casa del Papa. I portavoce della Chiesa d´Inghilterra e della Santa Sede hanno dichiarato di non essere «a conoscenza» di un simile incontro «a Roma». Ma ieri, dopo che il Vaticano aveva espresso «rammarico» per la decisione sulle donne vescovo, l´Osservatore Romano ha scritto che un certo numero di vescovi anglicani potrebbero «aderire alla Chiesa cattolica» in seguito alla frattura verificatasi nella chiesa d´Inghilterra. Un esempio di understatement all´inglese: sarebbero almeno 1.300 soltanto in Gran Bretagna, secondo le indiscrezioni, i vescovi e sacerdoti decisi allo scisma a causa delle donne vescovo. Con la sua recente conversione al cattolicesimo, insomma, Tony Blair sembra avere anticipato una tendenza più ampia: la religione cattolica, in un paese ampiamente secolarizzato come il Regno Unito, guadagna proseliti, mentre quella anglicana li perde. Bisognerebbe dirlo alla regina Elisabetta, che degli anglicani rimane il capo supremo, come lo fu il suo predecessore Enrico VIII. Non è la prima volta che tra gli anglicani si parla di scisma: accadde anche sedici anni fa, anche allora con enormi controversie, e pure allora c´entravano le donne. Quando nel 1994 il Sinodo Generale approvò il sacerdozio femminile, 500 membri del clero lasciarono la Chiesa d´Inghilterra, approdando per la maggior parte in quella cattolica. Ma l´esodo, alla prova dei fatti, fu meno destabilizzante del previsto. L´esito del conflitto odierno, tuttavia, è più incerto. Un conto è una donna sacerdote; un altro è una donna vescovo: il gradino successivo è una donna arcivescovo, ossia leader spirituale di tutti gli anglicani. I tradizionalisti lo condannano come una grave violazione della Sacre Scritture, sottolineando che Gesù scelse soltanto uomini tra i suoi dodici discepoli: la prova, dicono con lo stesso linguaggio dei cattolici, che sarebbe eresia offrire un alto ministero quale è il vescovado alle donne. «Stiamo precipitando giù per una slavina di cui non si vede il fondo», commenta padre David Houlding, uno dei prelati "anglo-cattolici" più in vista. Ribatte Christina Rees, presidentessa di «Women and the Church», una lobby a favore delle donne nel sacerdozio: «Questa è una svolta buona per la chiesa, buona per le donne, buona per tutto il Paese». Come lei la pensa una schiacciante maggioranza degli anglicani britannici. Il Sinodo è composto di tre gruppi: vescovi, clero e laici. La mozione sulle donne vescovo è passata largamente in tutti e tre: 28 a 12 tra i vescovi, 124 a 44 tra il clero, 111 a 68 tra i laici. Affinché la decisione si concretizzi nella nomina di una donna a vescovo, occorre una maggioranza di due terzi in ciascuno dei gruppi, in occasione di un nuovo voto che, secondo una complessa trafila burocratica, non arriverà prima del 2011 o del 2012: attualmente il quorum di due terzi manca dunque solo tra i laici, ma è possibile che entro qualche anno sia raggiunto anche lì, specie se nel frattempo i dissidenti saranno migrati verso il cattolicesimo. A quel punto, probabilmente non prima del 2014, una donna diventerà per la prima volta vescovo della chiesa fondata da Enrico VIII. «Guardo al problema con gli occhi di uno che si è impegnato all´ordinazione delle donne all´episcopato, e sarei profondamente scontento di qualsiasi misura che possa umiliare le donne vescovo», ha detto l´arcivescovo di Canterbury sotto le volte della cattedrale. Eppure ha cercato fino all´ultimo di trovare un compromesso. Ha ostinatamente proposto una serie di emendamenti che in teoria dovevano rasserenare lo sdegno dei tradizionalisti: ma sono stati bocciati dal Sinodo, uno dopo l´altro. Colui che sperava di fare da ponte tra protestanti e cattolici, tra modernizzatori e tradizionalisti, sospingendo i cristiani, all´alba del ventunesimo secolo, a riconoscere ciò che li unisce piuttosto di ciò che li separa, ha allora compreso di avere fallito. Forse per questo, alla fine, il reverendo Williams si teneva la testa fra le mani, pensando alle sei mogli di Enrico VIII e all´ironia della sorte.

 

LA STAMPA

Sette monaci nel cuore della tempesta di Enzo Bianchi

 

Domenica scorsa Valerio Pellizzari su queste pagine ha proseguito la sua inchiesta, avviata con un’intervista a p. Armand Veilleux il 1° giugno, sulle circostanze ancora non chiarite dell’uccisione di sette monaci trappisti in Algeria, avvenuta più di dodici anni or sono. Il suo accurato lavoro fornisce un quadro abbastanza coerente e verosimile a una serie di notizie, ipotesi, dubbi e perplessità emerse a più riprese in questi anni in cui ben poco è stato fatto per giungere a una ricostruzione attendibile di quanto realmente accaduto. Anche all’interno della chiesa e tra quanti sono stati più vicini ai monaci uccisi vi sono due distinti atteggiamenti, entrambi comprensibili: da un lato il desiderio che anche la tragica morte dei monaci fosse vissuta in continuità con la loro testimonianza di vita: il dialogo con tutti, la vicinanza a quanti più hanno sofferto tra il popolo negli anni della sanguinosa guerra tra i «fratelli della pianura» (i militari e le forze di sicurezza agli ordini del governo algerino) e i «fratelli della montagna» (i militanti dei gruppi islamici armati), la preghiera e la mitezza per osare l’impossibile, il disarmo e la riappacificazione. È la linea scelta dalla chiesa d’Algeria, dall’ordine trappista e da quasi tutti i familiari delle vittime. D’altro lato i parenti di un monaco e p. Armand Veilleux - che all’epoca aveva seguito in prima persona la vicenda come procuratore generale dei cistercensi e aveva preteso e ottenuto di riconoscere i cadaveri prima della sepoltura, scoprendo che nelle bare erano state deposte solo le teste - che cinque anni fa hanno presentato una denuncia al Tribunale di Parigi affinché fosse fatta luce e giustizia sull’accaduto. Anche in loro nessuna volontà di vendetta, ma un unico desiderio, espresso lapidariamente da p. Veilleux: «Voglio perdonare, ma prima voglio sapere chi devo perdonare». Ma, per non ridurre questo sequestro trasformatosi in massacro in uno dei tanti gialli d’estate la cui soluzione sembra l’esito di un macabro gioco, dovremmo chiederci se le circostanze precise del rapimento e della morte dei monaci - prelevati da integralisti o da settori deviati dei servizi segreti; sgozzati dai loro carcerieri oppure uccisi più o meno deliberatamente dai militari che avrebbero dovuto liberarli - cambiano qualcosa al significato profondo del loro martirio, cioè alla testimonianza fino al sangue resa con tutta la loro vita. In realtà i sette trappisti francesi non hanno vissuto il loro martirio come impresa eroica, come gesto di uomini valorosi, bensì come evolversi di una vita interamente donata e che, come tale, non si arresta di fronte al dono finale. Avevo incontrato e conosciuto personalmente alcuni di loro e credo di poter affermare quello che del resto emerge con chiarezza dai loro scritti degli ultimi anni (usciti anche in Italia nel volume Più forti dell’odio): il martirio non lo hanno cercato e nemmeno desiderato; a più riprese, al rinnovarsi di minacce più o meno esplicite, si erano interrogati se restare o partire, e avevano deciso insieme, nella libertà e per amore, di continuare a vivere lì dove la volontà del loro Signore li aveva posti, per non rinnegare con il gesto di un momento un’intera storia di vicinanza a un popolo, a uomini e donne precise che contavano su di loro per avere protezione, aiuto, sostegno e conforto in una delle stagioni più buie della storia algerina. Un martirio non desiderato, dunque, eppure accettato, accolto come un ospite che da tempo si vedeva profilarsi all’orizzonte, come una presenza con cui da tempo ci si era familiarizzati per averla vista all’opera presso amici e persone care: prima di loro, nello spazio di pochi anni, una dozzina di religiosi e religiose avevano pagato con la vita la propria presenza di uomini e donne di preghiera e di solidarietà al cuore della tempesta. Nel suo testamento, scritto all’indomani di un’incursione armata di un gruppo di «fratelli della montagna», il priore del monastero, fr. Christian si augurava di poter avere, nel momento della morte violenta «quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità e, nello stesso tempo, di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito». Gli eventi, al di là di tutti gli aspetti tuttora oscuri, hanno fatto sì che questo «attimo» di lucidità si dilatasse per quasi due mesi, il tempo intercorso tra il rapimento e la morte. Non sappiamo nulla di certo e preciso circa i luoghi in cui hanno vissuto questo tempo, non sappiamo nemmeno chi fossero davvero i loro rapitori, poi i loro carcerieri e infine i loro assassini; d’altro canto il pudore, il rispetto per il segreto del cuore umano, per l’inviolabile intimità del rapporto di ogni essere umano con il suo Creatore ci vietano di chiederci come i sette monaci hanno vissuto il tempo della loro prigionia. Ma tutto nella loro vita ci consente di affermare che non sono morti diversamente da come sono vissuti: in un incessante cammino di conversione, in un rinnovato dono di sé e della propria vita, in una quotidiana testimonianza che solo la ragione che sostiene la nostra vita consente anche di affrontarne l’esito estremo, la morte. Sì, noi abbiamo forse bisogno di sapere chi perdonare per poterlo fare in verità - e ben venga ogni ulteriore elemento di chiarezza in questa vicenda - ma non dimentichiamo che i sette monaci di Tibhirine hanno saputo chi ha dato loro la morte, e tutta la loro esistenza ci fa ritenere che lo hanno perdonato.

 

IL GIORNALE

Pag 15 La figura femminile centrale tra i cattolici di Andrea Tornielli

Anche se il sacerdozio resta tabù

 

Al contrario di quanto spesso sostengono certe ricostruzioni semplicistiche sulla misoginia cristiana, le donne nel vangelo figurano come destinatarie del suo messaggio. Gesù, nella predicazione e parabole, sceglie molte volte personaggi femminili ed è evidente la sua critica implicita all'identificazione, nel linguaggio patriarcale, tra «uomo» e «maschio». Il Nazareno è seguito da una folla composta di uomini e di donne e proprio alla categoria più socialmente disprezzata. quella delle prostitute. si dirige la sua parola. A loro e ai pubblicani. Gesù promette l'accesso al regno dei cieli. Proprio le donne. che nella società giudaica del primo secolo non potevano testimoniare in tribunale perché la loro parola non aveva valore, saranno le prime testimoni della risurrezione. La «rivoluzione» cristiana darà alla donna un posto nuovo, e, scrive Vittorio Messori, «abolirà cose come la preghiera del mattino in cui si ringrazia l'Eterno di averci fatti maschi e non femmine, o come l'esortazione rabbinica a bruciare la Scrittura, piuttosto che lasciarla toccare da mano di donna”. Nella primitiva comunità cristiana è attestato poi il ruolo delle «diaconesse”, un servizio a cui accenna san Paolo nella Lettera ai Romani: «Vi raccomando Febe. nostra sorella, diaconessa della Chiesa di Cencrea», ed è documentato che nel III secolo in Siria esistevano delle diaconesse che aiutavano il sacerdote nel battezzare le donne, seppure non investite di un servizio ministeriale ordinato. Anche nel medioevo. ingiustamente tacciato di essere un'epoca «oscura e buia”, secondo una fortunata vulgata dell'epoca illuminista, troviamo donne che tengono testa a Papi e cardinali - si pensi soltanto a santa Caterina da Siena - e badesse temute e potenti, in qualche caso persino «mitrate»), cioè abilitate a indossare il copricapo vescovile e aventi in anche giurisdizione sulla parte maschile nei cosiddetti monasteri «doppi». La Chiesa cattolica, che con quelle orientali ortodosse conserva la tradizione apostolica, non ha però mai ammesso le donne al sacerdozio (né tanto meno all'episcopato). Decisione ribadita l'ultima volta da Giovanni Paolo II nel 1994. con la lettera «Ordinatio sacerdotalis»,. uno dei due casi del suo lungo pontificato nei quali Papa Wojtyla è ricorso alla formula dell’infallibilità: il motivo non è soltanto legato al fatto che Gesù tra i dodici non abbia chiamato donne, ma anche alla creazione dell'essere umano come sessuato. «Nell'alleanza - spiegava l'esegeta Ignace de la Potterie - Dio si presenta come lo Sposo del popolo suo che è sempre donna. La donna quindi rappresenta la Chiesa, e Cristo, che era maschio, è lo Sposo della Chiesa. E dunque, quando il sacerdote celebra l’eucaristia, che è il sacramento della nuova alleanza, rappresenta Cristo Sposo. Mettere al posto dello Sposo una donna equivale a un atto teologicamente contro natura”. La valorizzazione del genti! sesso nella Chiesa cattolica è un processo che deve compiere ancora molta strada per essere adeguatamente compiuto, ma non passerà attraverso la loro «clericalizzazione». Quale potente cardinale, in fondo, non sarebbe caduto in ginocchio davanti a una piccola grande donna come la beata Madre Teresa di Calcutta?

 

IL FOGLIO

Pag 2 Il primo gesuita segretario della Congregazione della dottrina della fede

E‘ lo spagnolo Ladaria, in Curia a Roma anche il card. Canizares

 

Giornata di nomine importanti oggi in Vaticano. A mezzoggiorno viene annunciato il nuovo prefetto della Congregazione delle cause dei santi. Al posto del cardinale portoghese Jose Saraiva Martins, che ha superato da un anno e mezzo l'età pensionabile dei 75 anni, è destinato l'arcivescovo salesiano Angelo Amato, 70 anni, che dalla fine del 2002 era segretario della Congregazione per la dottrina della fede. Il che vuol dire che nel prossimo concistoro utile Amato avrà la berretta cardinalizia e andrà così a rafforzare la già nutrita rappresentanza salesiana nel Sacro Collegio (a oggi quattro porporati elettori, il record tra gli ordini religiosi). Amato è un teologo "ratzingerariano", tenacemente assertore dell'identità cattolica, abituato a non fare sconti in campo ecumenico e nel dialogo con le altre religioni, ma allo stesso tempo ha buoni rapporti con la Comunità di Sant'Egidio. A Saraiva Martins viene concesso il titolo onorifico di cardinale dell'ordine dei vescovi della chiesa suburbicaria di Palestrina. Sempre oggi è previsto l'annuncio del successore di Amato al posto di numero due dell'ex Sant'Uffizio. Al prestigioso e influente incarico è destinato un gesuita spagnolo: padre Luis Ladaria, 64 anni, dal 1995 consultore della Congregazione e dal 2004 segretario della pontificia Commissione teologica internazionale. Ladaria è dal 1979 professore alla facoltà di Teologia della Pontificia Università Gregoriana, di cui è stato anche vicerettore dal 1986 al 1994. Serioso accademico, specialista in antropologia teologica, Ladaria è il primo gesuita ad avere un incarico di questa responsabilità all'ex Sant'Uffizio (per la cronaca dal 1967 al 1984 segretari sono stati, successivamente, i domenicani Paul-Pierre Philippe e Jean J. Hamer; mentre dal 1995 a oggi l'incarico è stato affidato ai salesiani Tarcisio Bertone prima, e Amato poi). Certo, se si tiene conto che l'ex Sant'Uffizio negli ultimi decenni ha più volte indagato e censurato opere di teologi gesuiti (vedi i casi dell'indiano Anthony De Mello nel 1998, del belga Jacques Dupuis nel 2001, dell'americano Roger Haight nel 2004, e dello spagnolo Jon Sobrino nel 2006) si potrebbe immaginare che il nuovo segretario della Cdf possa ritrovarsi in qualche "conflitto di interessi". Ma Ladaria è considerato uno dei non troppi teologi gesuiti di provata ortodossia, e questo ha sgombrato il campo a ogni possibile riserva di questo genere (d'altronde il domenicano Edward Schillebeeckx venne censurato anche quando segretario della Cdf era il confratello Hamer). Rimane il fatto però che la sua sembra essere stata una scelta fatta quasi all'ultimo minuto. Fino a pochi mesi fa infatti nell'in" carico di segretario della Cdf sembrava essere destinato il vescovo Rino Fisichella, molto apprezzato nell'ala più tradizionale della Curia, ma é stato destinato ad altri lidi (la pontificia Accademia per la vita). A fine maggio poi sembrava che all'incarico fosse destinato l'arcivescovo di Oristano Ignazio Sanna, ma la fama di teologo rahneriano e/o forse. più le scarse simpatie per il motu proprio sulla messa preconciliare non hanno giovato alla sua causa. Alla fine quindi dal cilindro ratzingeriano è spuntato il gesuita spagnolo, che si è fatto conoscere, oltre che per il documento - per altro non magisteriale - della Commissione teologica che ha cancellato il limbo, anche per un puntuto commento sulla non validità del battesimo dei mormoni. Così, mentre tutti si aspettavano l'arrivo da Toledo del cardinale Antonio Cañizares Llovera come nuovo prefetto della Congregazione per il culto divino (sembra comunque che sia solo questione di tempo), la Spagna conquista un altro posto di rango nella Curia romana.

 

IL GIORNALE di martedì 8 luglio 2008

Pag 1 Milano, quando la Curia parla come Repubblica di Michele Brambilla

 

Quanto dolore prova un cattolico nel sentire un monsignore di Curia che attinge al più tristo vocabolario sessantottino per bollare come «fascista» una cosa che ritiene sbagliata, o più semplicemente che non gli piace. Con un «fascista» negli anni Settanta si marchiava tutto ciò che faceva schifo: erano «fascisti» i violenti e i prepotenti a prescindere dalle loro idee politiche, era «fascista» qualsiasi autorità, le insufficienze a scuola, la mano morta sul tram, il formaggio andato a male. L'altro giorno monsignor Gianfranco Bottoni, responsabile delle relazioni ecumeniche e interreligiose della diocesi di Milano, ha riesumato l'epiteto, ormai in disuso anche presso i sinceri democratici dei girotondi, e ha bollato così, come «fascista», l'intenzione del ministro Maroni di spostare i quattromila musulmani che ogni venerdì riempiono per la preghiera i marciapiedi di viale Jenner a Milano. Si badi che quella preghiera del venerdì è una situazione ritenuta «illegale” (cito testualmente da Repubblica di ieri) anche dal presidente della Provincia di Milano Filippo Penati, che «fascista” non lo è neanche alla lontana, essendo un ex comunista duro e puro oggi militante del Pd. Eppure proprio così ha detto monsignor Bottoni: «fascista», e l'ha detto in nome della libertà di culto. Tenga conto il lettore, a proposito di libertà di culto, che non è passato molto tempo da quando la diocesi di Milano ha rispedito al mittente il motu proprio con il quale papa Benedetto XVI ha autorizzato la celebrazione della messa pro conciliare in latino. Ci sono cattolici, nella diocesi milanese, che vorrebbero partecipare alla messa con quel rito - in una chiesa, non sui marciapiedi - ma non possono perché la stessa Curia di monsignor Bottoni glielo impedisce. Decisione «fascista”? Di certo una decisione che ha creato parecchia irritazione in Vaticano. C'è qualcosa di paradossale nella querelle in corso tra la Curia milanese e la Lega. In fondo, questi due contendenti così distanti sono anche così vicini nella rivendicazione di una propria autonomia locale. È da più di mezzo secolo che - a torto o a ragione -la diocesi di Milano viene considerata un modello di federalismo religioso. Ripeto: a torto o a ragione. Saranno stati anche i giornali a dipingere il cardinal Martini come un anti-papa, almeno nei primi dieci anni di Giovanni Paolo II. L'ha fatto Repubblica, in particolare. Interpretazione abusiva? Lo speriamo. Però i giornali si possono anche smentire con atteggiamenti chiari. si possono smentire non alimentando equivoci. E invece. Del cardinal Martini si ricordano, negli ultimi tempi, tre interventi: 1) ha pubblicamente preso le distanze da Benedetto XVI proprio sulla messa in latino; 2) ha contestato al cardinal Ruini i mancati funerali a Welby; 3) ha pubblicato sull'Espresso (stesso editore di Repubblica) un lungo dialogo con il medico e senatore del Pd Ignazio Marino esponendo sulla bioetica tesi ben diverse da quelle del magistero. E così è stato per anni e anni. C'è chi ricorda ancora il13 aprile 1997, una domenica. Al Palavobis di Milano era in programma una grande convention a favore della scuola cattolica. Era organizzata da tutte le associazioni e si chiamava «Difendiamo il futurm}. Da Roma partirono due telegrammi di sostegno: uno da parte di Giovanni Paolo Il, uno del cardinal Ruini: dovevano essere letti in apertura dei lavori. I telegrammi arrivarono in Curia al sabato, ma furono recapitati agli organizzatori solo il lunedì: non c'era nessuno in portineria al Palavobis, fu la giustificazione. Con l'arrivo del cardinal Tettamanzi molti pensavano a un nuovo corso. Ma nel mondo cattolico si continua ad avere l'impressione di un doppio binario tra Roma e Milano. Come tre anni fa, in piena campagna sul referendum per la procreazione assistita. Furono in molti. nel volontariato cattolico che aveva raccolto l'invito del cardinal Ruini (ma anche del Papa) a battersi per l'astensione, a restarci malissimo per l'intervista che il cardinal Tettamanzi rilasciò al Corriere della Sera: una frase, riportata nel titolo («Evitiamo scomuniche tra i cattolici”), fu presa come un minimizzare. E così via fino alle uscite più recenti, come quella contro il Comune di Milano per la questione delle iscrizioni all'asilo dei figli dei clandestini. È inutile che andiamo avanti con gli esempi. Il fatto è che molti cattolici - per la terza volta: a torto o a ragione - hanno spesso l'impressione di una Curia milanese che su tanti temi parla un linguaggio diverso da Roma; una Curia che cerca il facile applauso di quel milieu progressista ben rappresentato dal gruppo Repubblica-Espresso, un modo di pensare che non sarà maggioritario nel Paese ma lo è. eccome, in quello della cultura perbene; una l.uria che sembra avere una sorta di inferiority complex nei confronti «del mondo”: basta fare un giro nelle parrocchie per vedere quante meditazioni sul Natale o sulla Pasqua sono affidate ai Giorello e agli Erri De Luca, ai Galimberti e ai Severino. Chi scrive, tutto questo lo scrive con immenso dispiacere, e facendo salva la buona fede di tutti. Forse, quando si vede che le chiese si svuotano e che il mondo va da un'altra parte, si ha la tentazione di inseguirlo nell'illusione di fermarlo almeno un po'. Ma forse è proprio in quel momento che bisognerebbe ricordarsi dell'ammonimento di Gesù: «Guai quando tutti gli uumini dirannou bene di voi”, soprattutto se quei «tutti” sono da anni i portatori della più anticristiana delle culture.

 

Pag 13 La diocesi di Milano fa dietrofront ma Oltretevere c’è imbarazzo di Andrea Tornielli

 

È una piccola retromarcia, che sembra quasi scaricare la colpa di quanto accaduto sui giornalisti e sui politici. Dalle colonne del Corriere della Sera, il responsabile del dialogo interreligioso della Curia di Milano, monsignor Gianfranco Bottoni, aveva definito domenica come un «provvedimento fascista e populista» l'ipotesi della chiusura della moschea di viale Jenner a Milano, annunciata dal ministro dell'Interno Roberto Maroni. Parole pesanti, inconsuete e quantomeno sorprendenti. Una «cannonata» preventiva, nei toni e nella sostanza molto più dura delle espressioni usate dalla stessa comunità islamica che in quel garage, e lungo tutto il marciapiede, si ritrova intasando la strada ogni venerdì, con notevoli disagi per chi nel quartiere ci abita o ci lavora. La precisazione è stata affidata a un'intervista che il vicario generale del cardinale Dionigi Tettamanzi, il vescovo Carlo Redaelli, ha rilasciato al quotidiano Avvenire oggi in edicola. una parte della quale è stata anticipata ieri sera alle agenzie di stampa. Redaelli ha dichiarato, soppesando ogni virgola: «La situazione del Centro Islamico di viale Jenner richiedeva da tempo una soluzione, anche in considerazione del pesante disagio provocato ai cittadini della zona dalla preghiera del venerdì. Un conto, però, è la questione di viale Jenner, un altro quello di garantire anche a Milano a coloro che professano la religione islamica, il diritto costituzionalmente stabilito a professare liberamente la propria fede religiosa”. «Le "parole grosse" - ha aggiunto il vicario del cardinale - usate dal nostro responsabile delle relazioni interreligiose facevano riferimento non a provvedimenti concreti, ma all'ipotesi, considerata giustamente incredibile, di un intervento nettamente contrario alla libertà di religione e di culto». Dunque, nessun dietro-front. Don Bottoni, sì, ha sparato «parole grosse», ma la Curia milanese fa quadrato attorno a lui, sono gli altri ad aver frainteso, a voler fomentare la polemica. La sortita è un segnale preciso dell'imbarazzo serpeggiato nelle ultime quarantott'ore in Curia a Milano. A Tettamanzi, che pure nelle scorse settimane intervistato da Repubblica aveva sentito il bisogno di prendere le distanze dalla decisione del governo di impiegare temporaneamente l'esercito per garantire la sicurezza dei cittadini, le accuse di fascismo e di populismo lanciate da don Bottoni non sono certo piaciute. L'intervista di Radaelli non contiene chiare prese di distanze, anche se il vescovo, al contrario di don Bottoni, assicura di non ritenere «un problema attuale» la possibilità di limitazioni della libertà religiosa. Resta il fatto che il responsabile di un ufficio della diocesi più grande d'Europa, l'incaricato del cardinale per il dialogo interreligioso, ha consapevolmente agitato lo spauracchio del fascismo, nonostante il ministro dell'Interno avesse dichiarato, fin dall'inizio, che la soluzione per viale Jenner sarebbe stata cercata di comune accordo con i fedeli islamici. Una vicenda che non è certo passata inosservata nei sacri palazzi vaticani, dove più di qualcuno s'interroga sulla piega presa da quest'ultimo scorcio dell'episcopato di Tettamanzi e dall'influenza di alcuni suoi collaboratori.

 

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4 – MARCIANUM / ASSOCIAZIONI, MOVIMENTI, ISTITUTI E GRUPPI

 

LA NUOVA

Pag 16 Marcianum: spritz e università

 

Sarà un Open Day speciale, molto estivo e rinfrescato dallo spritz, quello in programma oggi pomeriggio al Marcianum. L’appuntamento è alle 18, nella sede a fianco della Basilica della Salute, e costituirà una preziosa opportunità di informazione ed orientamento universitario e post universitario sulle numerose offerte formative promosse e realizzate dalla Fondazione Studium Generale Marcianum, il polo pedagogico-accademico del Patriarcato. L’invito è aperto a tutto ma soprattutto a quei giovani e adulti che in queste settimane si stanno interrogando circa il loro futuro nel campo degli studi accademici. Tra i vari percorsi formativi, saranno illustrati la Laurea in Scienze religiose presso l’istituto San Lorenzo Giustiniani, la seconda edizione del Master d’eccellenza in «Etica e gestione d’impresa» e le opportunità relative all’Istituto in Diritto Canonico S. Pio X.

 

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5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

AVVENIRE

Pag 2 Se la famiglia fosse maggior ammortizzatore di Luigi Campiglio

La crisi sarebbe oggi meno aspra

 

Secondo l’indagine annuale dell’Istat i consumi delle famiglie italiane ristagnano ormai da qualche anno e nel corso del 2007 sono diminuiti, al netto dell’inflazione, di circa l’1 per cento (in realtà, la diminuzione monetaria è maggiore, quasi il 2%, perché nell’indagine vengono inclusi anche gli affitti figurativi, aumentati del 4%). Inoltre, per le famiglie con un mutuo da pagare l’importo della rata rappresenta circa il 20% della spesa mensile e l’aumento recente dei tassi diminuisce ulteriormente il loro reddito disponibile. È quindi evidente una stretta economica sul tenore di vita delle famiglie che, di fronte all’impennata dell’inflazione, il drenaggio fiscale e la riduzione del potere di acquisto, hanno reagito in tutti i modi possibili. Alcune spese sono state ridotte, come per libri e giornali, altre spostate in avanti nel tempo o eliminate, come l’abbigliamento e le calzature per donna, mentre laddove si trattava comunque di beni necessari, come nel caso degli alimentari, le famiglie hanno spostato le loro scelte di acquisto su beni di qualità inferiore o hanno razionato la quantità acquistata. Inoltre, si è cercato di selezionare con maggiore frequenza quei canali distribuitivi che si caratterizzano per i bassi prezzi, come gli hard­discount. La diminuzione di qualità, o il razionamento delle quantità acquistate, avviene per una quota superiore al 30% per i beni alimentari e al 60% per abbigliamento e calzature. Tale comportamento poi si diffonde via via a molti altri beni e servizi. Un indice dei prezzi che tenesse conto della qualità, oltre che della quantità, avrebbe quindi registrato un aumento superiore a quello rilevato ufficialmente, e in ogni caso la diminuzione del tenore di vita delle famiglie è, alla luce di questi dati, particolarmente pesante, tenuto conto altresì del fatto che nel 2007 la crescita del Pil è stata del 2,7%. La situazione nel corso del primo semestre del 2008 ha ulteriormente accentuato i problemi appena evidenziati, come emerge dai segnali più recenti sulle vendite al dettaglio. Le famiglie continuano a reagire come possono all’ondata di aumenti di prezzi, ma qua e là si avverte il rumore di una frattura incombente, perché la congiuntura economica è molto seria e compare di nuovo la minaccia di una polarizzazione della società italiana, che prosciuga il suo ceto medio, ampliando la base dei redditi molto bassi e il tetto di quelli molto alti. Se mai ce ne fosse bisogno questi dati rinforzano l’urgenza di scelte economiche e politiche responsabili e attente alle ragioni dell’equità sociale, sia verticale che orizzontale. Se già si disponesse di un sistema fiscale basato sul quoziente familiare, previsto dal programma dell’attuale governo, non solo si realizzerebbe una maggiore equità orizzontale, ma si otterrebbe un governo più efficace della politica fiscale, poiché essendo la famiglia la fondamentale unità decisionale di spesa, la risposta dei consumi alle variazioni del reddito disponibile sarebbe più stabile e prevedibile. Con questa premessa, il perno della politica fiscale non può che essere l’effetto combinato di una riduzione della pressione fiscale e del tasso d’inflazione: in entrambi i casi è indispensabile un circolo virtuoso fra famiglie e imprese. Di un’economia trainata solo dalle esportazioni e dalla globalizzazione finiscono per beneficiare solo le medie e grandi imprese, lasciando alle piccole poche briciole. Il sistema delle piccole e medie imprese, però, è il cuore della nostra economia e la gran parte di queste vivono della domanda interna e quindi del potere di acquisto delle famiglie italiane. Tuttavia il Dpef recentemente approvato prevede per il prossimo triennio solo una marginale riduzione della pressione fiscale, il che rischia di consolidare gli squilibri che questi dati già evidenziano in modo chiaro. Forse è il caso di ragionare più a fondo sulle opzioni possibili per risolvere i problemi del Paese.

 

Pag 7 Famiglie a dieta, consumi ai minimi dal 2002 di Bruno Mastragostino

Nel 2007 spesa “reale” in calo, non accadeva da 5 anni. Le tre fotografie: anziani, giovani e nord/sud

 

Consumi in calo in Italia, non accadeva dal 2002, l’anno dell’introduzione dell’euro. Le famiglie, infatti, per far quadrare i conti comprimono la spesa riducendo un po’ tutti i beni acquistati, scegliendoli peraltro anche di minore qualità, persino se si tratta di prodotti alimentari. Dunque non si risparmia solo sul superfluo, come abbigliamento e arredamento per la casa, ma per superare la sindrome della quarta settimana si acquista maggiormente il cibo nei mercatini e negli hard discount. Questo, in sintesi, quanto emerge dall’indagine sui consumi nel 2007 diffusa ieri dall’Istat da cui emerge che in media ogni famiglia del Belpaese ha speso mensilmente 2.480 euro, appena 19 in più rispetto all’anno precedente. Se però guardiamo all’andamento generale dell’economia, che in questa prima parte del 2008 ha subito una decisa frenata, c’è da aspettarsi non pioggia ma temporali sui consumi delle famiglie italiane. In percentuale 19 euro in più vogliono dire un aumento dello 0,8%, dunque se si considera la dinamica dell’inflazione, che nel 2007 è stata dell’1,8%, e l’incremento dell’affitto figurativo (importo stimato per le famiglie che vivono in una abitazione di proprietà al fine di garantire la comparabilità con quel 17,2% di famiglie che paga l’affitto), siamo di fronte a una riduzione della spesa media mensile per consumi in termini reali. Negli anni scorsi – spiega infatti il direttore centrale Istat per le statistiche su condizioni economiche e qualità della vita Linda Laura Sabbadini – i consumi erano fermi, ora invece stanno calando». E le famiglie, osservando i livelli dei vari capitoli di spesa, sono ormai compagnie «low cost» che tagliano ovunque pur di raggiungere il risultato: farsi bastare lo stipendio. Impresa titanica anche per alcune famiglie che hanno la fortuna di vivere in abitazione di proprietà (73,7% del totale), perché circa 2 milioni 554mila di queste pagano un mutuo che, pur non essendo una spesa per consumi (configurandosi piuttosto come un investimento) rappresenta un’uscita piuttosto sensibile: in media 471 euro al mese contro i 458 del 2006. Continuano ad esistere poi pesanti differenze tra l’area centrosettentrionale e quella meridionale. Al Nord si spendono al mese 2.796 euro e al Centro 2.539, quindi rispettivamente oltre 800 e più di 600 euro di differenza con quanto sborsa una famiglia meridionale che si ferma a 1.969 euro. Se si osserva la composizione percentuale della spesa, si nota poi che a fronte di un 18,8% medio impegnato per prodotti alimentari, in Veneto ed Emilia Romagna si scende fino al 15% e in Campania e Calabria si sale fino al 26%. In assoluto, a fronte dei 2.480 euro medi, la regione dove si spende maggiormente è il Veneto (3.047 euro), seguono la Lombardia (2.896) e il Trentino Alto Adige (2.712), mentre in fondo alla classifica si trovano la Basilicata (1.942) e la Sicilia (1.764). Una discriminante forte, poi, appare la condizione lavorativa della famiglia. In riferimento a quest’ultima, i livelli di spesa più elevati sono quelli delle famiglie con persona di riferimento imprenditore o libero professionista, che in media si possono permettere 3.624 euro al mese, circa il doppio rispetto a quanto viene speso dalle famiglie con il capo disoccupato (1.822 euro). La maggiore capacità di spesa si traduce anche in una sua diversa composizione rispetto ai vari beni e servizi: una quota di spesa più alta è destinata ai beni e servizi vari, al tempo libero e all’istruzione, ai trasporti e comuni­cazioni e all’abbigliamento e calzature. Al contrario, le famiglie con maggiori vincoli di bilancio (quelle di operai, pensionati, disoccupati) destinano quote di spesa più elevate ad alimentari e abitazione. «È da sei anni che le nostre associazioni denunciano quello che oggi è sotto gli occhi di tutti, le famiglie italiane, colpite da sei anni di rincari, da ritocchi e ritocchini, non riescono più ad arrivare alla fine del mese», commentano Adusbef e Federconsumatori. «Tra il 2000 e il 2006 i redditi delle famiglie con capofamiglia dipendente – continuano le due associazioni –sono rimasti in termini reali sostanzialmente stabili mentre le famiglie dei lavoratori autonomi, hanno avuto incrementi del 13,1%».

 

Le famiglie di anziani hanno livelli di spesa decisamente più bassi di quelli delle famiglie con a capo un giovane o un adulto; i single e le coppie con persona di riferimento ultrasessantaquattrenne spendono rispettivamente i due terzi e i tre quarti delle famiglie della stessa tipologia con a capo una persona più giovane. Quando l’anziano è solo, il 46,9% della spesa mensile è destinato all’abitazione e alle utenze domestiche, percentuale che scende al 38,4% quando è in coppia. Se si aggiunge l’oltre 21% riservato ai generi alimentari, si conclude che, per gli anziani, circa i due terzi della spesa familiare sono spesi per il cibo e la casa. Una quota superiore al 5% è infine destinata alle spese per la salute e i servizi sanitari.

 

La categoria dei giovani si caratterizza per una contenuta quota di spesa totale destinata ai generi alimentari e bevande ( inferiore al 16%), per una più alta percentuale destinata alle spese per arredamenti, elettrodomestici e servizi per la casa, soprattutto per le giovani coppie, e alle spese per spostamenti e comunicazioni che, tra le coppie, superano il 20%. Anche la quota di spesa per altri beni e servizi, che include, tra le altre, anche lo voce di spesa per i pasti e le consumazioni fuori casa, per le vacanze e per servizi vari, tra i giovani raggiunge il valore massimo e, tra i single, si attesta intorno al 16%.

 

È il Veneto la regione che spende di più con 3.047 euro mensili per famiglia, seguita da Lombardia e Provincia di Bolzano, con 2.896 e 2.866 euro. La Sicilia chiude ancora una volta la classifica, registrando una spesa media mensile inferiore ai 2mila euro. In tutte le regioni del Mezzogiorno comunque la spesa alimentare assorbe oltre un quinto della spesa totale. Anche la spesa per abbigliamento e istruzione, aumenta le quote nelle regioni meridionali, mentre la voce trasporti appare elevata soprattutto nelle regioni del Veneto, Friuli Venezia Giulia e Lombardia. Le abitazioni assorbono poco meno di un terzo della spesa totale delle famiglie di Lazio e Liguria: soltanto la Calabria vede questa quota scendere sotto il 20%.

 

IL GAZZETTINO

Pag 11 Consumi, è del Veneto il record di spesa di Gi.Bi.

Nella regione la famiglia media spende 3047 euro al mese, prima in Italia

 

La famiglia veneta è quella che in Italia spende di più per vivere: 3.047 euro al mese, ovvero 150 euro più di quella lombarda, 550 più della famiglia friulana e addirittura quasi 1300 euro in più del fanalino di coda, la famiglia siciliana che tira fine mese con soli 1.764 euro. Nel complesso per la prima volta negli ultimi cinque anni, i consumi delle famiglie scendono. È la fotografia resa nota ieri dall'Istat sul valore nominale della spesa degli italiani. La novità più eclatante è che nell'ultimo anno le "uscite" sono salite soltanto dello 0,8%, una variazione compensata ampiamente in negativo dall'aumento dell'inflazione, che lo scorso anno è stata dell'1,8%. In sostanza la crescita della spesa mensile è solo virtuale perché in termini reali il "potere d'acquisto" del budget familiare è sceso di almeno un punto percentuale. A questo calo, le famiglie hanno reagito non solo riducendo le quantità, dove possibile, ma tagliando sulla qualità dei prodotti, incrementando gli acquisti negli negozi "hard discount", eliminando le spese per abbigliamento, a partire da quelle effettuate dalle donne, quelle per vacanze e per i generi di svago. Le famiglie italiane, dicono i ricercatori dell'Istat, hanno insomma messo in atto «una strategia generalizzata di diminuzione in quantità e qualità degli acquisti e di razionalizzazione delle spese» per affrontare una situazione «che attraversa tutto il Paese».Se pure, infatti, le disponibilità per gli acquisti variano di circa 1.300 euro tra una famiglia siciliana ed una veneziana, la propensione alla riduzione degli acquisti è trasversale: interessa il Nord, il Centro così come il Sud. E se il 2007 fosse stato un anno rigido dal punto di vista climatico, sarebbe andata anche peggio: a salvare le famiglie è stata infatti la riduzione della quota di consumi destinata al riscaldamento, scesa dal 5% della spesa complessiva al 4,7%. Meno generi di prima necessità. A risentire del calo sono stati anche questi prodotti: le spese alimentari, che rappresentano quasi il 19% dei consumi familiari, sono sostanzialmente rimaste ferme (466 euro di media) confermando, a fronte dell'aumento dei prezzi, l'effetto della «strategia di risparmio». Oltre il 30% delle famiglie ha dichiarato di aver limitato l'acquisto di alimentari o scelto prodotti di qualità inferiore e si attesta al 33,2% per il pane, al 38,5% per la pasta, al 45,3% per la carne, al 47,4% per il pesce. Nel Mezzogiorno la percentuale delle famiglie che dichiara di aver ridotto acquisti e qualità è vicina al 50%, raggiunge il 55% per la carne e il 59% per il pesce. Nel 2007 le spese familiari per generi non alimentari sono passate da 1.994 euro a 2.014, con un aumento delle spese per abitazione e sanità, soprattutto nelle regioni dove c'è stato l'aumento del ticket. Stabile, invece, la spesa per i trasporti che subirà però un'impennata in questo 2008 per l'aumento vertiginoso dei carburanti. I consumatori. I dati Istat hanno provocato varie reazioni fra le quali si segnala l'Aduc, associazione diritti utenti e consumatori che denuncia: «Nonostante i messaggi di senso opposto, la famiglia media spende di piu' per i tabacchi e, in mancanza di alternative, per la casa e i medicinali - scrive l'Aduc - Sia governo che opposizione sono preoccupati, ma l'aspetto più sottovalutato, forse perché considerato endemico, è l'aumento dell'evasione fiscale. Perché non dovrebbero farlo - si chiede provocatoriamente l'Aduc - quando un artigiano o un qualsiasi professionista dice "100 senza e 170 con fattura"? Nessuno si sente indignato se frega lo Stato». «È da sei anni che denunciamo quello che è sotto gli occhi di tutti - rincarano la dose Adusbef e Federconsumatori - ovvero che le famiglie italiane non riescono più ad arrivare alla fine del mese. E ora ci meravigliamo del crollo dei consumi sia in quantità che in qualità? Le accuse di una speculazione selvaggia e di dati Istat taroccati trovano conferma: avevamo chiesto una commissione che indagasse su cos'era avvenuto nel 2002 durante il cambio lira-euro, ma ci accorgiamo solo ora del disastro».

 

Gli anziani che vivono da soli sono la categoria che spende mensilmente di meno tra le diverse tipologie di famiglie. Con i loro 1.356 euro mensili, non vanno oltre la metà di quanto è, invece, necessario per una famiglia con a carico tre o più figli (3.189 euro al mese). I giovani single, al di sotto dei trentacinque anni, spendono invece in media 1.944 euro al mese, che diventano 2.762 euro nel caso di coppia. Proprio tra i giovani si registra una percentuale bassa di spese alimentari (il 14,1% del totale), un 7,9% per l'arredamento (la media è del 5,8%) e un 15,6% per i cosiddetti "altri servizi", in cui si includono le spese per le consumazioni fuori casa. Nel dettaglio la spesa alimentare è ferma a 466 euro al mese con una 'strategia generalizzata di contenimento della spesa' adottata da un terzo delle famiglie (la metà di esse al Sud) per arrivare a fine mese. Fra le voci di spesa ridotte (vestiti, libri, riviste, arredamento) l'alimentazione è fra i comparti più colpiti, con effetti concreti sul menu sempre più frugale per quantità e costi. Nel tentativo di continuare a nutrirsi in modo soddisfacente, spendendo meno a dispetto dei prezzi, 3 italiani su 4 puntano sulla gastronomia creativa: a spiegarlo è un'indagine di Coldiretti-Swg resa nota ieri secondo la quale le famiglie continuano a comprare carne ma, nelle scelte d'acquisto, ora preferiscono l'economico pollo (+3,8%), cercano proteine nelle uova (+4,2%), pur non rinunciando all'acqua minerale (+1,6%). In compenso rinunciano al pane (-6,3%), alle verdure (-4,2%), al vino (-4,6%), alla pasta (-2,6%). Altra soluzione poi è far la spesa dai contadini: prezzi bassi (si può risparmiare fino al 40%) e qualità garantita. Nel 2007 - fanno sapere gli agricoltori - la percentuale degli italiani che hanno comprato in campagna è aumentata di oltre il 15% rispetto all'anno precedente e si calcola che oltre 3,5 milioni di persone, ripetutamente nell'arco dei dodici mesi, abbiano fatto la spesa in fattoria, un pò come facevano le nonne alle prese con le tessere annonarie durante l'ultima guerra. Per il latte poi si risparmia comprandolo 'alla spina' da uno dei 700 distributori diffusi in tutta Italia dove il prezzo è fermo a 1 euro al litro.

 

LA NUOVA

Pag 19 Caro-mutui, arriva una stangata da 336 euro di Gianluca Codognato

L’estate porta con sé l’ennesimo ritocco all’insù del tasso d’interesse bancario. Rischio insolvenza per 20 mila famiglie. Dal 2005 un aumento del 40% al mese

 

Non c’è pace per le quasi 60 mila famiglie veneziane con mutuo. Luglio, come annunciato, porta con sè anche l’ennesimo ritocco all’insù del tasso di interesse, il nono aumento da settembre 2005 a oggi. Il provvedimento, deciso dalla Banca Centrale Europea per combattere l’inflazione, va a incidere direttamente sulla già onerosa rata mensile. E così, secondo i dati del Centro Studi Sintesi di Mestre, i cittadini della provincia che hanno chiesto un finanziamento alle banche per comprare casa, dovranno sborsare in media 28 euro in più al mese di prima per ogni trance di pagamento. Con un surplus annuo di 336 euro. Cosa succederà adesso? «Una famiglia veneziana su tre è già a rischio insolvenza - dice Paolo Polato, presidente provinciale dell’Adusbef -. Con il nuovo aumento di un quarto di punto del tasso di riferimento, le cose si complicano ulteriormente. I pignoramenti sono in costante aumento». In questo contesto, si prevede una crescita del numero di pignoramenti; immobili venduti all’asta per l’incapacità di onorare l’impegno preso con gli istituti di credito. Già dal 2006 al 2007, sul territorio lagunare, l’aumento è stato di quasi un terzo (più 28 per cento). Stangata. La stangata per i veneziani con mutuo è giunta puntuale nei primi giorni di luglio. La Bce ha accresciuto il tasso di riferimento del solito quarto di punto. Una batosta, per le circa 58 mila famiglie lagunari che hanno ancora in essere un finanziamento con la banca. E il perché, suggerito sempre dalle elaborazioni del Centro Studi Sintesi di Mestre, è chiaro. Nel Veneziano, ogni nucleo familiare con mutuo deve in media, ai vari istituti di credito, più di 90 mila euro; ogni mese, ne tira fuori 641 per pagare la rata. Adesso, con il provvedimento della Banca centrale, il pagamento mensile si alza di 30 euro, con un maggior esborso annuo di 336 euro. Trattandosi di medie, c’è chi sborserà di più e chi di meno. Ma la stangata resta sempre e comunque di quelle pesanti. Dal 2005 a oggi. Il vortice che sta mettendo in croce tanti veneziani risulta ancora più devastante facendo un salto indietro di tre anni. Infatti, chi ha stipulato un mutuo prima casa a tasso variabile prima di dicembre 2005, con la percentuale di interesse ai minimi storici (2 per cento), nell’arco di qualche anno si è ritrovato di fronte a rate insostenibili. In provincia, sempre seguendo le medie, ogni ritocco di un quarto di punto del tasso di interesse fa crescere la rata mensile di 28 euro. Visto che da dicembre 2005 a oggi gli «adeguamenti» sono stati addirittura nove, chi ha acceso il mutuo prima di quella data, si ritrova oggi con una rata mensile superiore di 252 euro rispetto alla prima trance pagata. Circa il 40 per cento in più.

 

Per capire ancor più l’impatto che gli aumenti dei tassi hanno sul bilancio mensile delle famiglie veneziane, basta fare un paio di esempi. Prendiamo un mutuo «variabile» da 120 mila euro, acceso a settembre 2005 e rimborsabile in 25 anni. In quel periodo il tasso Bce era ai minimi storici, 2 per cento. E, in linea di massima, il tasso applicato dalle banche era in media del 4,17 per cento. A dicembre 2005, il primo incremento di un quarto di punto, che fa crescere la rata di tre euro. Poi, via via, gli altri aumenti. Marzo, giugno, agosto, ottobre, dicembre 2006. Marzo, giugno 2007. Adesso, luglio 2008. Risultato? La rata mensile (secondo le previsioni fatte dal Centro Studio Sintesi sulle dinamiche tendenziali del recente passato) è cresciuta di 124 euro. Quasi 1.500 euro in più al mese. Per chi ha chiesto un finanziamento sempre prima di dicembre 2005 ma per una cifra di 150 mila euro da restituire in 30 anni (modalità che si è sempre più accresciuta nel tempo) la situazione è ancora peggiore. L’iniziale rata da 730 euro è arrivata a quota 900: 170 euro in più al mese. Ovvero, oltre 2 mila euro all’anno. Insomma, il tasso variabile ha spiazzato moltissime famiglie veneziane convinte che il minimo storico di interesse raggiunto fra il 2002 e il 2005 potesse sì innalzarsi, ma non di molto. Ecco perché negli ultimi anni la richiesta di un mutuo a tasso fisso è diventata sempre più pressante. «Troppe famiglie hanno investito sul mattone mettendo in conto un budget che poi si è rivelato insufficiente - spiega Carlo Garofolini, presidente provinciale dell’Adico -. Per un nucleo che ha uno stipendio che non supera i 2 mila euro al mese, un conto è pagare una rata da 600 euro, un altro pagarne una da 8-900. Non ci si può dunque stupire se in molti, adesso, non sono più in grado di affrontare il debito con le banche».

 

La proposta del ministro Tremonti? «Solo finanza creativa». Non usa mezzi termini il Movimento Consumatori per definire l’accordo stipulato fra ministero dell’Economi a e Abi per alleggerire la rata mensile della famiglie. «Il decreto prevede che i mutui per l’acquisto o la ristrutturazione dell’abitazione principale possano essere rinegoziati - spiega Lorenzo Miozzi, presidente nazionale dell’associazione -. In particolare, si contempla la sostituzione della rata variabile con una rata fissa, calcolata in base al tasso di interesse medio del 2006. Il tutto, a partire dal 2009». Una mossa che non è «né beneficenza, né un regalo ai consumatori strozzati dai debiti». Infatti, continua Miozzi, «la rinegoziazione consente da subito un momentaneo sospiro di sollievo per chi non riesce a pagare la rata. Ma, di contro, prolunga la durata e il costo complessivo del rimborso, incrementando quindi l’indebitamento della famiglie. Insomma - continua il presidente del Movimento Consumatori -, viene rinviato al futuro e con maggiori oneri un debito oggi non più sostenibile». Il cambio di rotta rispetto al precedente governo è evidente. «Anzitutto - sottolinea Miozzi - sono state estromesse dalla determinazione del contenuto della convezione proprio le associazioni dei consumatori. In secondo luogo, mentre il cosiddetto decreto Bersani, prevedendo la portabilità del mutuo senza spese per il consumatore, mirava a stimolare la concorrenza fra le banche, il decreto Tremonti la affossa, incentivando una rinegoziazione che avverrà solo ed esclusivamente con la propria banca e che avrà sostanzialmente un contenuto standardizzato per tutti». In altre parole, «mentre con la portabilità il consumatore è incentivato a cercare le offerte alternative più competitive, con la rinegoziazione rinuncia a cercare condizioni effettivamente più convenienti, che portino benefici stabili e duraturi». L’opportunità offerta dunque da Tremonti risulta per molti aspetti pericolosa. «Il rischio - conclude Miozzi - è che anche quelle famiglie che potrebbero ottenere maggiori benefici dalla portabilità, si adagino sulla proposta di rinegoziazione del ministro Tremonti. Proposta che le banche sponsorizzano caldamente per evitare di perdere il cliente».

 

L’allarme non riguarda solo le famiglie. In provincia, anche le imprese devono fare i conti con un indebitamento sempre più pressante. Secondo i dati del Centro Studi Sintesi di Mestre, infatti, le aziende lagunari chiedono continuamente nuovi finanziamenti per far fronte a problemi immediati di liquidità. In un solo anno, dal 2006 al 2007, le risorse erogate dalle banche agli imprenditori del Veneziano sono aumentate del 20 per cento. In sette anni gli euro richiesti dalle aziende sono raddoppiati. Il trend è chiaro. Le realtà economiche della laguna sono in difficoltà e vanno a caccia di finanziamenti per sopravvivere e, se possibile, rilanciarsi. A fine 2007, le banche avanzano dagli imprenditori veneziani quasi 13 miliardi di euro. I prestiti in essere sette anni prima, nel 2007, ammontavano invece a 5 miliardi e 600 milioni di euro. Con queste cifre, il Veneziano si piazza al quinto posto in Italia per quanto riguarda la classifica dell’indebitamento da parte delle aziende. In più, «con l’aumento del tasso di sconto da parte della Bce - spiegano i ricercatori di Obiettivo Credito del Centro Studi Sintesi di Mestre -, per le imprese veneziane si prospetta una stagione molto difficile. Il rischio di insolvenza si fa più elevato. Questo non solo a causa dei maggiori tassi di interesse che renderanno molto più oneroso il costo del debito pregresso o l’accesso a nuovo credito. Ma soprattutto a causa del calo generalizzato dei consumi delle famiglie e dell’aumento delle materie prime che porteranno a una contrazione dei profitti aziendali se non a delle vere e proprie perdite». Una situazione per molti aspetti insostenibile, che rischia di mandare al collasso una parte consistente del sistema economico veneziano. A soffrire sono soprattutto le piccole aziende artigiane, che faticano a competere in un mercato sempre più contratto.

 

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7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag VII Turismo, i giapponesi fuggono. E arrivano gli spagnoli di Elisio Trevisan

Il Centro studi dei dottori commercialisti evidenzia anche come l’aumento dei bed & breakfast sia esponenziale

 

Gli occhi a mandorla fuggono da Venezia, troppo cara. Ma si tratta solo dei giapponesi, perché invece i turisti cinesi, pur in calo nel 2007, a partire dal 2000 sono aumentati del 29%. Per contro gli spagnoli si sono innamorati della Serenissima tanto da segnare, dal 2000 ad oggi, un incremento addirittura del 135%; non è un caso che il Pil spagnolo abbia superato l'anno scorso quello italiano. Nel totale di 3 milioni e 626 mila arrivi registrati nel capoluogo lagunare, l'anno scorso il 60% era di 10 nazionalità: sempre in testa gli americani, seguiti da inglesi, francesi, spagnoli, tedeschi, giapponesi, australiani, canadesi, cinesi e brasiliani che sono l'altra grande sorpresa di questi ultimi anni. E questi sono solo coloro i quali hanno scelto l'albergo o l'affittacamere, perché poi ci sono i milioni di arrivi "mordi e fuggi" che nessuno sa quantificare con precisione. Sono tutti dati che vengono fuori dalla ricerca del Cesdoc, il centro studi dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Venezia effettuata sui dati del servizio Statistica del Comune di Venezia. Spulciando tra una mole impressionante di dati e cifre il Cesdoc ha elaborato anche un altro dato che prova come l'allarme di quanti vedono la progressiva trasformazione del centro storico in un immenso bed & breakfast sia più che giustificato: dal 2000 al 2007 gli arrivi nelle strutture extra alberghiere (intese come bed & breakfast e affittacamere) sono aumentati del 155,60%, solo l'anno scorso del 13,44%, e continuano ad aumentare. «È un'indagine utile anche per capire come cambia la geografia del nostro turismo internazionale e come le nostre strutture ricettive, per essere sempre più competitive, debbano interpretare i gusti e le esigenze dei paesi in ascesa nelle presenze lagunari» sottolinea Massimo Da Re, coordinatore del Cesdoc. Ma sono i turisti che chiedono i bed & breakfast o è la grande disponibilità che li invoglia a scegliere questa sistemazione piuttosto che un albergo? Probabilmente è pure la situazione economica perché, escludendo i bed & breakfast di super lusso (praticamente alberghi senza reception), gli altri di solito sono più convenienti. Non a caso, evidenzia lo studio del Cesdoc, «se gli stranieri in arrivo a Venezia confermano la tradizionale predilezione per il soggiorno in centro storico, i turisti italiani si concentrano in egual misura tra terraferma e centro storico». «Un dato interessante che riflette la congiuntura economica del nostro Paese, e la scelta della tipologia ricettiva adottata chiarisce ulteriormente questo dato - sottolinea Massimo Miani, presidente dell'Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Venezia -. Non è un caso, infatti, che il 51,40% dei turisti italiani che ha soggiornato in strutture alberghiere a Venezia l'anno scorso, abbia scelto strutture in terraferma. Tra i turisti italiani che hanno scelto le più economiche soluzioni extra alberghiere, dai Bed & Breakfast agli affittacamere, il 65,08% si concentra in strutture del centro storico».

 

LA NUOVA

Pag 15 Soldati di pattuglia? Cacciari rifiuta di Alberto Vitucci

Il ministro della Difesa annuncia l’invio, ma Ca’ Farsetti declina l’offerta: “Dia più mezzi ai sindaci, il resto sono pagliacciate”

 

Soldati nelle città. Arrivano a Milano, a Padova, a Napoli. «E forse», dichiara in mattinata il ministro della Difesa Ignazio La Russa, «anche a Venezia. A breve parlerò con il sindaco Massimo Cacciari per sapere se ritiene opportuna una presenza dei militari anche a Venezia». Ma Cacciari non ci sta. «Bene, bene», risponde ironico, «a questo punto mi possono mandare anche i lanceri del Bengala. Ma se non sono vigili urbani, cosa ce ne facciamo?» A Venezia, oltretutto, l’«emergenza sicurezza» proprio non si vede. C’è stata negli ultimi mesi una «stretta» al commercio abusivo e ai mendicanti decisa dalla giunta che ha avuto consensi nel mondo del commercio e ha fatto sobbalzare la sinistra e buona parte del mondo cattolico. Ma problemi di criminalità a livelli da emergenza a Venezia proprio non ci sono. Dunque, perché l’esercito? Un segnale evidente che il nuovo governo Berlusconi ha voluto dare in direzione della «sicurezza», almeno dal punto di vista dell’immagine. Pattuglie miste esercito-forze dell’ordine per controllare il territorio. Ma Cacciari non ci sta. «La sicurezza è una questione importante per i cittadini», dice, «ma per garantirla bisogna dare ai sindaci e ai Comune strumenti e finanziamenti per intervenire in modo efficace. Il resto sono pagliacciate». Difficile adesso che con il parere contrario dell’ente locale il governo possa «militarizzare» la città. «Meglio sarebbe», dice il sindaco, «che questo governo garantisse risorse agli enti locali». Si va invece in direzione opposta. E la prossima Finanziaria annuncia nuovi tagli alle risorse da trasferire agli enti locali. Anche l’Ici, l’imposta comunale sugli immobili che il governo ha già abolito per tutte le prime case, non sarà interamente rimborsata. Dei 14 milioni che verranno a mancare all’appello nel bilancio 2008 solo la metà saranno «rimborsati» da Roma. Tagli anche alla Legge Speciale, che ha dirottato tutte le risorse sulle grandi opere e sul Mose. E tempi di vacche magre anche per il Casinò. Senza contare i vincoli imposti da Roma alla spesa degli enti locali e i limiti alle nuove assunzioni. «Credo che sia necessaria una grande manifestazione per il federalismo», ribadisce Cacciari. Si farà prima dell’autunno a Mestre, insisme al leader del Pd, Valter Veltroni. «Perché così i comuni non ce la fanno», dice il sindaco, «e non possono investire sulla sicurezza del territorio. Mandare l’esercito, con tutto quello che comunque costa un’operazione del genere, secondo Cacciari si risolve alla fine in una «pagliacciata». Operazione di immagine, insomma, che i problemi di ogni giorno non li risolve. Marco Agostini, comandante dei vigili urbani, non si sbilancia. «Certo», dice, «al Comune sarebbero più utili finanziamenti per acquistare strumenti e imbarcazioni e assumere qualche decina di vigili in più». L’esercito dice Agostini, «potrebbe servire forse in azioni di pattugliamento, nel presidio del territorio. «Ad esempio», continua Agostini, «potrebbero prendere il posto dei carabinieri nelle pattuglie miste anti commercio abusivo in Riva degli Schiavoni. Oppure al Tronchetto e in altre aree che hanno bisogno di una presenza costante di forze dell’ordine oggi insufficienti. Ma è difficile pensare ai militari per risolvere questioni di tipo amministrativo, in cui occorre una specializzazione».

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 8 Effetto riforma, i sacrifici di Ca’ Foscari di Paola Vescovi

Prescrizioni al via con 14 corsi in meno, i tagli maggiori a Lettere

 

Venezia - La cura dimagrante dell'università Ca' Foscari è servita: quattordici corsi di laurea in meno (sette per le lauree di primo livello, altrettante per quelle magistrali) a partire dal prossimo anno accademico. E' l'effetto della riforma Mussi che impone di fatto agli atenei italiani nuovi e più rigidi parametri nell'organizzazione della docenza: nel mirino, il proliferare dei corsi di laurea e degli insegnanti a contratto. La partita è invece rimandata di un anno allo Iuav, dove i corsi più a rischio sono quelli della Facoltà di Design e Arti del preside uscente Marco De Michelis, mentre è ancora in una fase di stallo l'Accademia delle Belle Arti del direttore (rieletto ieri) Carlo Montanaro, in attesa che il governo ne decida il destino e il regolamento. Oggi iniziano le pre-iscrizioni. Per adattarsi alle regole ministeriali, l'offerta formativa di Ca' Foscari per l'anno 2008-2009 cambia veste (diminuisce anche il numero di esami, non più di venti nei primi tre anni, non oltre i dodici nel biennio della magistrale), con le Facoltà di Economia e Lettere che subiscono, numericamente, i ridimensionamenti maggiori: per accorpamento gli ex dieci corsi di laurea di primo livello di Economia diventano sei (e nella specialistica si scende da dodici a otto), con la new entry del corso in «Economics and management» interamente in inglese. Una piccola rivoluzione anche per la facoltà di Lettere e Filosofia, forse la più colpita dai parametri del decreto Mussi: salvato a furor di popolo il corso di laurea in «Scienze della società e del servizio sociale », le lauree di primo livello scendono da sette a sei, quelle magistrali da quattordici a otto. E a parte la Facoltà di Scienze che per effetto della riforma non subisce grossi scossoni, anche la Facoltà di Lingue (al primo posto, fra le quattro, per numero di iscritti) ha dovuto fare i conti e restringere la gamma delle proposte (meno due nel triennio) introducendo però nei due anni della specialistica il nuovo corso in «Relazioni internazionali comparate». Soddisfatto del quadro finale si dice il rettore di Ca' Foscari Pierfrancesco Ghetti, che definisce la riforma «un'opera moralizzatrice, specie nei riguardi delle università private», senza nascondere le difficoltà incontrate nel corso di questi mesi per garantire un'offerta formativa appetibile che stesse dentro le regole ma non scardinasse posizioni consolidate salvando un corso e affondandone un altro. Oggi (e fino al 25 agosto per i corsi a numero programmato) Ca' Foscari fa partire le preiscrizioni per il nuovo anno accademico con l'obiettivo di mantenere la media di studenti degli ultimi anni (poco meno di ventimila), nonostante il generale calo di iscrizioni che ha investito gli atenei dello Stivale. Sono invece partite a fine giugno le prescrizioni allo Iuav (in vista dei test d'ingresso dei primi di settembre) dove l'offerta formativa quest'anno non subisce variazioni, benché già dopo l'estate si dovrà cominciare a lavorare sulla riforma da attuare entro il 2009-2010. Non subiscono grossi scossoni, in entrambi gli atenei, nemmeno gli importi delle tasse universitarie che comunque registrano un leggero aumento per adeguamento dell'indice Istat (1,7 per cento): allo Iuav l'importo massimo passa dai 2.156 euro dell'anno scorso ai 2.193 euro di quest'anno (lauree di primo livello), con una differenza di trentasette euro, mentre a Ca'Foscari il nuovo importo massimo di 1.337 euro (esclusa la tassa regionale) supera di ventisette euro quello del 2007 che si attestava su 1.310 euro. L'ateneo guidato del rettore Ghetti ripropone inoltre anche quest'anno incentivi alle lauree scientifiche per determinati corsi di laurea che comportano riduzioni sulle tasse e contributi universitari, dai buoni per l'acquisto dei libri alle borse di studio per stage all'estero: «Scelta nata dalla necessità di rispondere alla scarsità di vocazioni verso questo settore», spiega Ghetti. Fra le novità dell'ateneo anche il tesserino universitario che funziona da carta prepagata e la casella di posta elettronica personalizzata per tutti gli studenti.

 

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8 – VENETO / NORDEST

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 La tragedia di una ragazza normale di Edoardo Pittalis

 

Non c'è niente di nuovo, purtroppo. La solita vecchia storia: una ragazza uccisa perché si opponeva alla violenza. Ammazzata perché ha detto di no. Un'altra. Federica fa numero, Federica colpisce duro come un calcio di mulo al ventre: perché fa cadere illusioni; perché potrebbe essere nostra figlia che insegue ingenuità e sogni in una vacanza. Federica Squarise, 23 anni, impiegata in una fabbrica padovana di quelle che sostengono il miracolo del Nordest. Ragazza normalissima nelle debolezze e nelle virtù. Né santa e nemmeno il contrario. Un piccolo diamante incastonato nei denti, un tatuaggio sul piede. Cose da far sorridere in un mondo di giovani tatuati, i calciatori ne hanno a decine, ogni volta che si tolgono la maglietta dopo un gol è come leggere i fumetti. Non cercava emozioni forti, non aveva bisogno di allontanarsi troppo per scoprire chissà quale trasgressione. Nel Veneto esiste già tutto, discoteche, locali, spiagge che non chiudono mai. Anche a San Giorgio delle Pertiche basta voltare l'angolo per trasgredire. No, Lloret de Mar era il sogno borghese di due amiche che volevano evadere per tre settimane. Lloret de Mar è a portata di mano, una specie di viaggio low coast in pullman che parte da Padova e arriva in Catalogna un paio di volte la settimana. Invece, per Federica è finita nella tragedia. Troppi misteri attorno a quel corpo abbandonato nudo sotto una coperta di foglie secche in mezzo a un giardino spelacchiato. Quel corpo non c'era quando sugli alberi inchiodavano la foto di Federica. Non coincidono i tempi, neppure i luoghi. Ma dove l'hanno cercata e, soprattutto, come? Indagini strane, partite in ritardo, concluse in fretta davanti al corpo sul marmo dell'obitorio. Quasi che la Spagna si vergognasse di parlare di se stessa, di scoprirsi compromessa in quelli che sono i nuovi paradisi delle vacanze. Non bisogna disturbare il turismo che vale i punti di Pil coi quali è stato facile sorpassare l'Italia. Ha appena fatto la stessa cosa davanti a due ragazzine, una inglese l'altra olandese, che si sono gettate dai balconi dell'albergo. Quasi che dove ci si diverte sia vietato morire. Quelli sono posti per ridere, non per soffrire di disperazione. Anche il corpo di Federica stonava tra discoteche e spiagge, meglio buttarlo in un vecchio giardino, dove la capitale del turismo lascia il posto ai palazzi della burocrazia. La stampa locale è stata persino inclemente, barbaramente cinica: Federica se l'era cercata! Non si conosce ancora se Federica abbia subito violenza, né come sia morta. C'è spazio per nuovi sospetti.Forse Federica ha avuto troppa fiducia negli altri, nel mondo, nella felicità dei vent'anni. Si è fidata, tra giovani è facile. Forse non doveva separarsi dall'amica, assieme ci si difende meglio. Forse Federica è rimasta vittima della più antica presunzione dell'uomo che vuole avere tutto e quando decide lui. C'è chi pensa di poter profittare di una ragazza solo perché oggi appare più libera e più disinvolta. E se lei si oppone, allora si usa la violenza in qualsiasi modo: fisica, psicologica, indotta con droghe o altro. Solo se la donna è docile certi maschi si sentono forti. Nonostante i tempi siano cambiati, nonostante le ragazze possano giustamente andare e tornare quando vogliono, molti uomini guardano ancora alla donna come oggetto di cui servirsi a piacimento. La donna si è emancipata, ritiene di avere gli stessi diritti, solo che molti uomini non lo riconoscono. Federica pensava di essere una donna del Duemila, cresciuta in una società libera ma non permissiva, di avere diritto a una sana voglia di vacanza a una sana voglia di divertimento. È sconcertante che proprio tra i giovani sia diffusa la mentalità che nega questi diritti sino all'orrore. E quando l'orrore è già avanzato, come quel corpo in decomposizione, allora si cercano giustificazioni assurde nella morale, nel costume, nel peccato. Federica aveva i vizi della sua età e non raccontava in giro di essere santa Maria Goretti. A lei è capitato di essere ammazzata brutalmente, come purtroppo capita non solo alle ragazze in vacanza. Il problema della violenza alle donne esiste; come esiste l'indifferenza con la quale decine di persone assistono senza intervenire a una violenza in pieno centro (è accaduto a Pordenone, a Bologna e in altre città). Quella sulle donne è la violenza dei vigliacchi e rimane spesso impunita perché non denunciata. C'è attorno all'argomento ancora paura, vergogna, ipocrisia. La donna violentata quasi sempre rischia una seconda violenza, quando denuncia il fatto e quando si arriva a un processo nel quale a doversi scagionare è più la vittima che l'imputato. Le cifre sono terribile e difficili da smentire. Secondo l'autorevole indagine promossa dalla Presidenza del Consiglio e dall'Istat, 7.743.000 italiane (31,9%) hanno subito nella loro vita, tra 16 e 70 anni, violenza fisica o sessuale. Nell'ultimo anno si sono verificate 1.150.000 violenze fisiche o sessuali e 74 mila tentati stupri. Nel 94% dei casi la violenza non è stata denunciata. Spesso la violenza supera se stessa, si trasforma in possesso sino alla morte: all'sucita di una stazione, fuori dalla discoteca, su una spiaggia. E non conosce latitudine parla tutte le lingue. Federica si è allontanata da San Giorgio delle Pertiche, paesone di quasi diecimila abitanti nel Padovano, per rincorrere ingenuamente il sogno di una vacanza ideale. Nel suo paese tutti si chiamano Ruzzato o Betto o Cavinato. Squarise faceva eccezione, ma Federica no, era la più normale tra il campanile, la fabbrica e il bar dello spritz. Credeva di controllare il mondo, non immaginava che ovunque la violenza ha la stessa maschera. Dicono che un barista uruguayano detto "El Gordo", il grassone, e un ragazzo tedesco senza soprannome forse conoscano la verità. Dicono tante cose. C'era un fiore tatuato sul collo del piede di Federica. C'era un mazzo di fiori poveri con un lillà a colorare il viottolo polveroso sotto l'albero al quale avevano incollato il ritratto di Federica "Chica desaparecida". Non è più scomparsa. Hanno trovato il cadavere.

 

Pag 1 La cortina di silenzio sulla movida di Lloret di Ario Gervasutti

Viaggio dentro la città. Polizia e municipio: tutti zitti

 

Sull'erba piegata dove fino a ieri c'era il corpo senza vita di Federica qualcuno ha posato un piccolo mazzo di fiori di campo gialli e viola. Fiori raccolti, non comprati in un negozio: segno di una pietà vera. Ma il giorno dopo la fine della speranza, a Lloret de Mar la vita continua frenetica e senza regole. Sulla collinetta dove è stato trovato il cadavere della ragazza padovana torme di giovani in costume da bagno sciamano verso il mare passando a cinque metri dal punto esatto della tragedia; decine di cani scorrazzano qua e là mentre i loro padroni aspettano all'ombra di un albero e alcuni bambini giocano sulle altalene ignari del fatto che quel posto è stato profanato dalla violenza. È il momento del silenzio, dopo giorni di chiacchiere a ruota libera: ma non è detto che sia un buon segno. Fino a domenica per una settimana presunti testimoni e improvvisati amici di Federica non si erano nascosti, avevano parlato sia con la polizia che con i giornalisti raccontando ciascuno la propria verità: versioni a volte contrastanti, spesso sconclusionate o inattendibili. Non si erano fatti scrupolo di calcare la mano anche sulle condizioni in cui si sarebbe trovata la ragazza la notte di lunedì scorso: stordita dai fumi dell'alcol, in balìa di un'eccitazione incontrollata, tutte immagini che stridono con le abitudini di una persona tranquilla e capace di badare a se stessa. Da ieri invece, le bocche si sono cucite. Non solo per quanto riguarda Federica, magari in virtù di un postumo segno di rispetto; il silenzio è calato su tutta la vicenda, anche sui dettagli più insignificanti, con aspetti che richiamano da vicino una sorta di omertà. Il Can Xardò, la palazzina in cima alla collinetta accanto alla quale è stato trovato il cadavere, ospita il museo archeologico locale, un ufficio turistico e l'abitazione del giardiniere: sul retro da alcuni mesi sono in corso lavori di ristrutturazione e di ampliamento. Ieri però gli operai sono improvvisamente spariti. Non c'era più il fabbro che ha visto per primo il corpo e ha avvisato la polizia; non c'erano i suoi colleghi con i quali ha lavorato tutti i giorni della settimana a non più di dieci metri dal luogo in cui è stato abbandonato un cadavere in putrefazione. Due finestre dell'abitazione del giardiniere comunale si affacciano proprio sul punto in cui giaceva Federica: ma l'uomo non c'è. Gli unici presenti per dovere d'ufficio sono gli impiegati che devono fornire informazioni turistiche. Ma quando si chiede loro se sono mai usciti in giardino durante la scorsa settimana, se magari durante la pausa pranzo hanno mangiato un panino o fumato una sigaretta all'aperto sul prato spelacchiato di trenta metri quadrati accanto al quale è stato trovato il corpo, non si limitano a non rispondere: dicono che «per qualunque informazione bisogna rivolgersi al servizio stampa del Comune». Il quale servizio non è nemmeno in grado di contattare il sindaco: «È via fino a venerdì». Impossibile raggiungerlo al telefono, impossibile farsi richiamare, impossibile sapere dov'è. Eppure sulla sua scrivania sono in bella mostra e ordinate le fotocopie degli articoli di giornali spagnoli e italiani che parlano della morte di Federica. È evidente il fastidio con il quale Lloret de Mar subisce la pubblicità negativa derivante da una vicenda che ha mobilitato i media italiani e spagnoli. Qui sono abituati all'ordinarietà dei fatti di cronaca che finiscono nascosti tra le pieghe dei giornali locali: come i due ragazzi tedeschi accoltellati in strada tre giorni fa, come le decine e decine di giovani che ogni sera i medici strappano dal coma etilico, come il poco invidiabile primato spagnolo nell'indice percentuale di violenze carnali detenuto da questa sballata città del "divertimento". La polizia locale si adegua e applica un rigoroso "non vedo, non sento, non parlo". L'unica gentile portavoce autorizzata a parlare cade dalle nuvole quando le si fa presente che molte persone che abitano nei palazzi adiacenti al luogo in cui è stata ritrovata Federica sostengono che quel cadavere non può essere rimasto lì per otto giorni: «Non abbiamo raccolto simili dichiarazioni». Nessun dubbio nemmeno riguardo al fatto che un corpo putrefatto emana odori che attirerebbero frotte di animali, mentre le decine di cani che passeggiano sulla collinetta non hanno mai mostrato alcun segno di agitazione: «Valuteremo». Forse non è questo il silenzio che meriterebbe Federica. Un po' di attenzione in più non sarebbe servita a salvarla, ma avrebbe probabilmente permesso di non aspettare otto giorni prima di proteggere più degnamente il suo corpo. Il giardino di Can Xardò è punteggiato da palme alte dieci metri: sul tronco di una di queste è ancora appeso un manifesto con la foto della ragazza e la richiesta di aiuto per ritrovarla. È a non più di dieci metri dal luogo in cui il suo cadavere è stato gettato. Chi la cercava ce l'aveva davanti agli occhi: ma non l'ha vista.

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 1 La vera movida siamo noi di Fausto Pezzato

 

Federica Squarise è stata uccisa a 23 ann i nel bosco post-moderno in cui, tanto tempo fa, Cappuccetto Rosso non incontrava il Lupo che, sommariamente truccato, l'aspettava nella casa della nonna. Quei boschi non esistono più. Sono stati sostituiti da discoteche, droghe, bevande micidiali, strade notturne, e non hanno confini. Nelle favole che davano ai bambini il brivido piacevole della paura, il Lupo Cattivo rappresentava il Male. Cappuccetto Rosso il Bene. Nell'imbarbarimento incontenibile, le carte si sono mescolate, la barriera è caduta. Oggi non sappiamo se l'innocente fanciulla è un vizioso travestito e la belva malvagia una controfigura con moglie e figli. Gli indicatori della criminalità che ha come protagonista la gente perbene sono, punto più punto meno, gli stessi in tutta Europa. Dalla Spagna alla Grecia, dalla Francia alla Scandinavia. Londra è una delle più pericolose metropoli del mondo, i delitti più efferati non sono compiuti da serial killer ma da bande di ragazzi normali. Il bullismo dilaga incontrastato. Esempio locale: a Cadoneghe (Padova), «sedicenne picchiato dai bulli che terrorizzano il paese». Che cos'è il bullismo? La rivincita delle pulsioni animali sui valori della convivenza. Una spia del degrado familiare, del fallimento sociale globalizzato. La degenerazione del concetto stesso di onestà, e dei vecchi costumi che la sostenevano, ha esteso a categorie e classi che la rifiutavano una violenza in precedenza esercitata da specifiche minoranze. Con questa «normalizzazione» dei comportamenti anomali o esplicitamente criminali, si sta dissolvendo anche il senso della vergogna, il timore della condanna morale, dell'ostracismo da parte della comunità. I cultori del genere avvertono che la realtà imita la «pulp fiction» di Quentin Tarantino. Nella scambiabilità dei ruoli, a volte è impossibile distinguere il virtuale dal reale. Instupiditi e umiliati dagli spot, dalla pubblicità che li riduce alla stregua di mentecatti, di bestie tecnologicamente sofisticate, i terminali umani di questo mercato feroce diventano cavernicoli del consumo. Disposti all'indicibile per una griffe, per una moda, per una trasgressione. Anche a uccidere. Abitiamo tutti una sterminata, caotica, psichedelica Costa Brava oltre la quale, forse, c'è solo lo Spazio Profondo di «Star Trek» dove, come dice lo slogan, «nessun uomo è mai stato prima». La povera Federica è stata divorata in questo vuoto. E' stata risucchiata nello spensierato inferno che ogni notte ingoia milioni di giovani per sputarli all'alba dopo un viaggio nell'oblio dei decibel e dell'alcool. Anche lei, secondo la geniale idiozia dei fabbricanti di parole d'ordine per incrementare il consumo, era entrata «ottimista» per «uscire felice ». Non è più uscita, come altri prima di lei. Come altri dopo di lei. Perché la movida, quella vera, siamo noi. E lo strazio di una famiglia verrà presto dimenticato.

 

Pag 1 La roulette russa dei giovani di Gabriella Imperatori

 

Quasi nelle stesse ore in cui si raggiungeva la certezza che Federica, la Chicca, come la chiamavano in casa, era stata ammazzata brutalmente dopo una notte di festa, un'altra ragazza di San Giorgio delle Pertiche è stata eletta Miss Padova. Sono due facce della stessa medaglia, due possibilità contrapposte della roulette russa a cui è sottoposta la vita di tanti giovani. Due ventenni cercano qualche ora di piccola gloria o di divertimento. Una delle due trova il suo modesto successo, magari inaspettato. L'altra incontra la morte in uno dei paradisi di vacanze che costellano il Mediterraneo. Una morte che non assomiglia in niente alla vita della Federica che tutti descrivono come positiva, solare, forse un po' ingenua ma con la testa sulle spalle. Non una Maria Goretti ma neppure una drogata o una ragazza facile: era una che si divideva fra lavoro, piscina, amici, famiglia, parrocchia. E, certo, una settimana di evasione con un'amica, a Ibiza come lo scorso anno o a Lloret de Mar, dove si raduna d'estate la solita folla pittoresca della gioventù cosmopolita. Sono posti pericolosi? Non più di Rimini o di Jesolo o di tanti altri luoghi dove qualcosa di simile potrebbe succedere alle nostre figlie, sorelle, amiche, se sono sfortunate. E' successo a Perugia a un'inglesina arrivata per studiare, per conoscere altri giovani, per qualche notte un po' trasgressiva. Ormai, i luoghi pericolosi sono ovunque: nelle strade-cimiteri del sabato sera, nei bar cittadini dove si moltiplicano gli spriz e si trova la roba a prezzi stracciati. E dove le persone che si trasformano in Mr. Hyde non sono mai riconoscibili a prima vista: il «lupo » ha voce suadente, dà fiducia, stordisce con spiritosaggini, complimenti, perfino con briciole di cultura. Forse non sa nemmeno lui di essere un lupo potenziale. Nei giorni scorsi si sono sprecati i gossip e le interpretazioni, anche malevole, alternati come si alternavano il ragionevole pessimismo e una speranza sempre più fievole. Ma cosa si può rimproverare a una ragazza che parte per le ferie con l'amica del cuore, che veste come tutte, che come tante ha qualche piccolo tatuaggio e un brillantino incastonato fra i denti (e sarà quello, ironia della sorte, uno dei primi indizi di riconoscimento)? Che ama ballare e magari flirtare in un lungomare che è il signore della notte? Certo, qualche segnale inquietante c'era a Lloret de Mar: due giovani che in pochi giorni si buttano o cadono dalla finestra dello stesso albergo che aveva ospitato Federica e Stefania. Certo, sul lungomare a tarda notte circolava anche brutta gente: un rischio per una ragazza giovane e carina. Ma quante sono le ragazze giovani e carine che girano per il mondo e non succede niente? Sono più prudenti o solo più fortunate? (Tra parentesi, mio figlio, in un interrail, è stato aggredito con un coltello e derubato: poteva morire, ma gli è andata bene, ha salvato la pelle). Anche una volta, del resto, le ventenni più curiose e ardimentose giravano l'Europa magari in autostop, pernottando negli ostelli. Però allora il mondo era più piccolo, un piccolo mondo antico in cui i mostri erano più individuabili. E comunque le ragazze non si separavano facilmente. «Guarda come sono carine le italiane. Peccato che girino sempre in coppia come le suore carmelitane!». Ricordo ancora questa frase sentita una vita fa alla Cité Universitaire di Parigi. Adesso è necessaria una prudenza anche maggiore. Non fidarsi di estranei, non accettare un passaggio in macchina e neppure un cioccolatino da sconosciuti. Circola tanta gente infida, tanta droga, tanto alcol, e la violenza può scatenarsi magari per un rifiuto, trasformando una come tante, con mille speranze e un futuro davanti, in una Marinella come quella immortalata da Fabrizio De André. Così, senza retorica e senza moralismi ingenerosi, ci piace ricordarla.

 

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… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 L’Italia e il G8, la sfida sottile di Franco Venturini

Lo scontro sull’allargamento

 

Ora che la montagna del vertice giapponese ha partorito i soliti topolini, sul G-8 torneranno ad abbattersi accuse di inutilità e di costoso anacronismo. L'esercizio ha il difetto di confondere i mali dell'istituzione e le responsabilità dei partecipanti, ma non può, quest'anno, lasciarci indifferenti: il prossimo G-8 si terrà in Italia, e sin d'ora è l'Italia a ricevere in eredità i magri risultati conseguiti in terra nipponica. Va detto che quello di Toyako non è stato un G-8 come gli altri. Mai prima i Grandi avevano dovuto affrontare tante crisi contemporanee e interconnesse, dai superprezzi di petrolio e cibo all'instabilità finanziaria, dal peggioramento delle condizioni ambientali alla povertà dilagante. La globalizzazione ha presentato il conto, e gli Otto non hanno trovato rimedi idonei. Un appello è stato rivolto all'Opec perché aumenti la produzione di greggio. Un appello è andato a Cina e India perché partecipino agli sforzi anti-inquinamento. Un appello ha raggiunto ancora Pechino perché accetti di rivalutare lo yuan. Ma a Toyako la distanza che intercorre tra le esortazioni e le decisioni è stata colmata a fatica: sul clima e sugli aiuti all'Africa i progressi sono stati minimi, sul cibo restano dissensi di fondo, sui prezzi energetici è stato evitato il tema caldo della speculazione. È un bilancio del genere che l'Italia deve evitare l'anno venturo, e non si tratterà di un compito facile. L'ambasciatore Massolo, confermato da Palazzo Chigi sherpa italiano, intende partire da un concetto che sembra banale ma non lo è: alle nuove crisi globali occorre contrapporre un sistema globale di risposte e di regole. In altre parole non sono più soltanto i singoli Paesi a rivelarsi incapaci di affrontare da soli le nuove sfide, ma anche la formula degli Otto, per essere efficace, deve rinnovarsi. Valga per tutti l'esempio della tutela dell'ambiente. Gli Otto vogliono dimezzare le emissioni nocive entro il 2050. Il traguardo appare irraggiungibile se la Cina non collabora, e gli Usa (almeno quelli di Bush) non accettano limiti cifrati di medio termine se Cina e India non vengono coinvolte. Ma la Cina (come l'India) di essere coinvolta ha poca voglia, perché teme di dover mettere un freno al suo sviluppo e ritiene che siano i Paesi più sviluppati a dover dare l'esempio. Un simile rompicapo non può essere risolto nell'ambito del G-8 attuale. Allargamento in vista, allora? Questo era l'orientamento espresso da Prodi e D'Alema. Ma Berlusconi ha un approccio diverso. Si tratta di rendere il più possibile stretto e permanente il dialogo tra gli Otto e cinque interlocutori (Cina, India, Brasile, Messico e Sud Africa) individuati già lo scorso anno. Quello italiano non sarà dunque un G-13 ma un G-8+5, con le porte aperte su temi globali specifici ma senza ampliamenti formali. La sfida italiana è sottile, tra Sarkozy che guida i favorevoli all'allargamento e gli Usa e il Giappone che lo osteggiano come noi. In realtà l'Italia non vuole «diluire » il più importante foro internazionale al quale partecipa come membro permanente, e si appoggia in questo caso al Giappone contro l'allargamento alla Cina così come nel Consiglio di sicurezza dell'Onu si appoggia alla Cina contro l'allargamento al Giappone. Acrobazie? Forse, ma quel che conta è che l'isola della Maddalena si riveli più ricca di frutti dell'isola di Hokkaido.

 

Pag 1 La tenaglia che stringe il Pd di Paolo Franchi

 

Meritano molto rispetto, Veltroni e il Pd. Le ore che stanno vivendo sono le più difficili da quando la loro nave ha preso il largo, peggiori ancora di quelle successive alla sconfitta. E da come supereranno questa prova dipenderà moltissimo del futuro dell'opposizione e della legislatura. Meritano molto rispetto, Walter Veltroni e il Pd, perché queste ore le vivono stretti in una tenaglia. Di qua, Antonio Di Pietro. Dopo averlo voluto unico alleato nelle scorse elezioni, adesso Veltroni se lo ritrova nei panni non ancora dell'avversario dichiarato, ma certo del concorrente duro e spregiudicato; che non si fa scrupolo, anzi, di far ricorso, e con successo alla piazza, contro Silvio Berlusconi, certo, ma anche contro di lui. Di là, ovviamente, Berlusconi. Dopo gli scambi di cordialità, e le reciproche promesse di dialogo, adesso Veltroni si trova di fronte un capo del governo che per difendere i propri interessi non si preoccupa affatto di metterlo in gravissime difficoltà, al punto di offrire lui stesso, chissà quanto consapevolmente, munizioni all'offensiva dipietrista, quasi che, a farsi rappresentare come il Caimano, cominciasse a riprenderci gusto. Meritano molto rispetto, Walter Veltroni e il Pd, perché questo su cui sono costretti a muoversi in un contesto così sfavorevole è diventato, per loro, un terreno minato. Tanto minato da rendere poco plausibile venirne fuori con qualche accorgimento tattico, facendo affidamento sulla sola manovra parlamentare, visto, oltretutto, che su questo piano governo e maggioranza (nonostante i mal di pancia della Lega) concedono poco o, per essere più precisi, nulla. Bisogna, in una parola, scegliere, e farlo mettendo in conto che scelte indolori, che non comportino rotture e comunque prezzi pesanti, non ce ne sono. E bisognerebbe scegliere (qui il condizionale diventa d'obbligo) tenendo fede a quelle che sono state rappresentate, a suo tempo, come le ragioni di fondo nel cui nome entravano in scena un nuovo partito e un nuovo leader. Non solo per limitare il danno in una prova elettorale comunque destinata alla sconfitta, ma, si è detto, per inaugurare una pagina nuova nella vita politica italiana. Se Walter Veltroni e il Pd riuscissero a farlo, non meriterebbero solo rispetto, ma anche apprezzamento. E riconoscenza. Archiviare l'idea antica, forse inconfessabile ma sicuramente assai radicata, secondo cui l'iniziativa giudiziaria è una sorta di prosecuzione della politica con altri mezzi; liberarsi dell'idea più antica ancora, e ancora più radicata, secondo la quale l'avversario non è soltanto politicamente deprecabile, ma è anche e soprattutto un furfante che vince giocando nel modo più scorretto e sleale per abbindolare il popolo bue, e poi della politica e del potere si avvale soltanto per tutelare in dispregio di ogni regola i propri sordidi interessi; abbandonare la presunzione di essere, quasi per definizione, detentori di una superiore moralità. Tutto questo non è difficile. Se lo si vuol fare davvero, è difficilissimo. Tanto più se l'avversario in questione fa di tutto (basta vedere quanto sta capitando con il cosiddetto lodo Alfano) per confortarti in questi cattivi pensieri; se tanta parte della tua gente continua a nutrirli; se l'antiberlusconismo è stato per un quindicennio almeno il collante del tuo mondo. Ma senza una simile rivoluzione, infinitamente più impegnativa delle chiacchiere sulla necessità del dialogo, che un giorno compare, il giorno dopo si inabissa e il terzo torna a fare capolino, tutte le promesse sull'avvento del tempo nuovo del bipolarismo o addirittura del bipartitismo finalmente dispiegato perdono peso e valore. E perdono quota anche le speranze di mettere in piedi in tempi utili un'opposizione che ambisca finalmente a sottrarre al centrodestra — dopo quindici anni! — la maggioranza del voto popolare. Forse più che verso la cosiddetta sinistra radicale, che ha tanti difetti e tanti guai, ma almeno da quello che impropriamente chiamiamo giustizialismo è in larga misura immune, è nei confronti delle bravissime persone che ieri si sono date numerose convegno a piazza Navona che andrebbe condotta quella che un tempo si chiamava una battaglia politica e ideale. Per sottrarne quante più è possibile all'egemonia di culture, chiamiamole così, e di leader che con il riformismo e la sinistra così come mediamente si intendono sotto ogni cielo non hanno niente da spartire. Non c'è riformista sulla faccia della terra a cui potrebbero passare per la testa le volgarità inaudite di Beppe Grillo sul presidente Napolitano, non c'è donna di sinistra che pronuncerebbe le parole riservate a un'altra donna, ancorché ministro del governo Berlusconi, da Sabina Guzzanti: e suonano un po' ipocrite le parole di dissociazione che, a cose fatte, alcuni illustri partecipanti alla manifestazione si sono sentiti in dovere di dire. Veltroni, prendendo le distanze da Di Pietro, ha detto nei giorni scorsi che delle alleanze si giudicano gli esiti, ma non ci si pente. Anche se pentimento in politica è una parola stupida e un po' equivoca, sbaglia. Quello fu un errore. Un errore serio e grave, destinato in partenza a produrre i guai che ha prodotto e che non riguardano solo quella buona creanza per cui non si dà del magnaccia al presidente del Consiglio. Riconoscerlo e tirarne le conseguenze (che non significa affatto alzare bandiera bianca sulla giustizia) sarà impopolare, ma è necessario. E i leader veri, e convinti delle proprie idee, sanno che ci sono momenti in cui l'impopolarità bisogna sfidarla.

 

Pag 2 Un autogol prevedibile che ridimensiona la “vera opposizione” di Massimo Franco

 

La piazza che doveva segnare l'apoteosi dell'opposizione di Antonio Di Pietro gli ha regalato un brutto autogol. Il tentativo di concentrare strali e insulti su Silvio Berlusconi è fallito miseramente. I reduci dei «girotondi » hanno affiancato, fino a sostituirlo, il bersaglio del premier con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e papa Benedetto XVI, oltre che Walter Veltroni. E l'epilogo della manifestazione di ieri è un rosario di dissociazioni imbarazzate dagli attacchi arrivati dal palco alle istituzioni politiche e religiose; ed un applauso tardivo per farli dimenticare. Ma era un finale parzialmente prevedibile dagli organizzatori, chiamati a governare un magma di malumori per definizione incontrollabili: al punto che c'è da chiedersi se il capo dell'Idv si sia illuso o abbia in qualche modo soffiato sul fuoco, tranne poi prendere le distanze dagli eccessi più volgari. Il saldo è comunque disastroso. La scelta del Pd veltroniano, che ha preferito non aderire alla manifestazione, si è rivelata a posteriori azzeccata: anche se probabilmente era stata osservata con apprensione; e considerata rischiosa e foriera di una competizione elettorale ancora più infuocata nel centrosinistra. Per quanto minoritario, l'antiberlusconismo girotondino e giudiziario ha costretto l'opposizione a indurire i toni contro palazzo Chigi in Parlamento. L'attacco sferrato dal Pd al presidente dell'assemblea di Montecitorio, Gianfranco Fini, per aver concesso poco spazio alla discussione sul «lodo Alfano», è un'altra promessa di scontro. E finisce per restringere ulteriormente i margini di mediazione che una parte della maggioranza, Lega in testa, e settori dell'opposizione stanno cercando sulla giustizia. Piazza Navona, però, ha ridato quasi di rimbalzo credibilità alla strategia di un Pd fra due fuochi; ed ha delegittimato i suoi avversari interni. Ieri sera è apparsa ancora più fondata la preoccupazione attribuita al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, per una situazione slabbrata; e per la crescente difficoltà di riportare i contendenti se non al dialogo, almeno a rapporti più civili. Il Quirinale ha osservato perplesso il crescendo polemico dell'Idv, e la tentazione di inseguirlo su quel terreno da parte di alcuni settori del Pd. Quando Veltroni ha ironizzato sulla rapidità con la quale il governo sta per approvare le norme sulla sicurezza, in votazione giovedì prossimo, Di Pietro ha subito rilanciato parlando di «truffa elettorale» di Berlusconi ed evocando una «P2 di ritorno ». I vuoti notati ieri in piazza, e la solita coda polemica sul numero dei presenti, sono secondari. La novità è la spaccatura fisica dell'opposizione, che riflette due strategie concorrenti; ma forse anche la difficoltà a conciliarle in nome di un antiberlusconismo dal sapore antico. La sensazione è che, al di là delle parole ufficiali, il centrosinistra tema di essere risucchiato su una trincea perdente dal punto di vista elettorale, oltre che delle categorie culturali. Fino a ieri sera sembrava rassegnato a schierarsi comunque contro palazzo Chigi per non essere infilzato da Di Pietro, perché i malumori contro il Cavaliere lievitano. Ma quanto è successo addita i pericoli e le incognite di una deriva estremistica. Fa riaffiorare infatti pulsioni del passato, che finora hanno sempre premiato il leader del centrodestra. L'universo dipietrista e l'estrema sinistra hanno accusato Veltroni di avere resuscitato un Berlusconi destinato altrimenti al tramonto. Non sembrano nemmeno sfiorati dal dubbio che il presidente del Consiglio sia stato favorito proprio dal radicalismo annidato nell'Unione prodiana; ed esasperato fino alla caricatura ed alle frasi offensive contro Napolitano e il Papa proprio da quella che ieri si voleva presentare come «la vera opposizione » al Cavaliere. In realtà, il reducismo girotondino si è confermato il miglior alleato di Berlusconi. Alla fine, è apparso giustificato il modo liquidatorio col quale dal Giappone il premier ha bollato la protesta, convinto che rifletta un'Italia «che ama flagellarsi». Ed ha contrapposto a quella piazza romana l'esigenza governativa di «rimediare al disastro dei rifiuti» in Campania. Anche se la sua impazienza e le sue forzature in materia di giustizia finiscono per alimentare proprio l'estremismo; e non aiutano i fautori di un compromesso in Parlamento.

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 La deriva del talk show di Edmondo Berselli

 

C'è un'Italia che vuole esprimere la sua indignazione, contro le leggi canaglia, contro i provvedimenti ad personam, contro la manipolazione spregiudicata della Costituzione repubblicana. E questa Italia fa fatica a trovare una voce. Per questo ieri a Piazza Navona è venuta tanta gente. Persone che volevano far sentire la loro esasperazione, che cercavano di uscire dal cerchio stregato della frustrazione civile, provando a far risuonare nel paese la protesta contro l'improntitudine del potere berlusconiano. Era per molti aspetti una testimonianza di dignità democratica e di civiltà politica: il tentativo di uscire dal recinto dell'impotenza. Ha rischiato di finire male. Di diventare la parodia di un talk show deteriore, un Bagaglino di sinistra aggravato dal turpiloquio e dalla malevolenza gossipara. Peggio ancora, di trasformarsi in un attacco distruttivo alla chiave di volta istituzionale della nostra democrazia. Perché quando il microfono finisce nelle mani di un Beppe Grillo, non è più la politica a esprimersi. È una torsione populista che attacca ogni istituzione, che rifiuta di avere fiducia anche nelle istituzioni di garanzia costituzionale. Che alla fine sottrae legittimazione alla Repubblica. Difficile dire che cosa volesse significare, politicamente, l'attacco vernacolare portato da Grillo a Giorgio Napolitano. Qualcuno può davvero credere che la soluzione di un momento ad altissimo rischio per gli equilibri democratici possa passare per l'umiliazione pubblica e spettacolare del garante della Costituzione? Eppure dovrebbe essere chiaro a chi ha un minimo di intelligenza politica che il Quirinale è l'ultimo delicatissimo diaframma che si frappone all'assalto delle truppe berlusconiane: svilire Napolitano, ridurlo a un presidente fantoccio, a un'ombra senza qualità, significa né più né meno consegnare la Carta costituzionale a coloro che vorrebbero ritagliarla a proprio uso e consumo. In sostanza, è accaduto che tutta la gente convenuta a Piazza Navona è stata espropriata delle sue intenzioni. Da protagonista di una denuncia, è stata ridotta in pochi minuti a spettatrice di uno show, uno dei tanti allestiti da Grillo, uno dei violenti "vaffa" antipolitici portati sulle piazze italiane. Con il risultato che tutti coloro che erano venuti a rappresentare le ragioni di un'opposizione civile alle leggi carogna, al "lodo Alfano", ai tentativi gaglioffi di mettere la museruola all'informazione, si sono ritrovati all'improvviso in un altro ruolo. Tutti improvvisamente ammutoliti, indotti a risate a denti stretti, e anche percepibilmente imbarazzati, mentre Sabina Guzzanti enunciava come verità di fatto e criteri di giudizio politico le dicerie sui comportamenti erotici del Cavaliere. Ciò che colpisce è in primo luogo il sequestro delle oneste ragioni che hanno portato in piazza un'opposizione presente nella nostra società e poco o per nulla rappresentata nelle istituzioni politiche. Un'occasione di presenza e di vivacità democratica è stata confiscata, almeno per qualche minuto, da un accesso di varie volgarità, prive di qualsiasi finalità che non fossero quelle dello spettacolo in sé. Perché non dovrebbero esserci dubbi: un conto è la pratica di un'opposizione combattiva, con tutti i mezzi disponibili (per dire, con l'ostruzionismo nelle Camere e con gli slogan nelle piazze); e un altro conto è lo sputtanamento generale, che getta fango su tutto e tutti, a cominciare da quelli che dovrebbero essere compagni di strada. Perché c'è un altro aspetto da mettere a fuoco. Per le piazze ingrillite, per i contestatori che trattano il presidente della Repubblica come un addormentatore delle coscienze, si realizza rapidamente uno spettacolare transfert politico, un trasferimento freudiano di capi d'accusa: l'avversario, anzi, il "nemico" non è più la figura del capo del governo depositario del conflitto d'interessi, il manipolatore che cambia le regole per tutelare la propria posizione. Per gli autori degli show più incendiari, va da sé che Berlusconi è il male: ma è l'alterità assoluta, e quindi costituisce un male contingente, un male materiale, ideologicamente insignificante, culturalmente inesistente. Secondo questo schema, la destra padrona è una disgrazia che ci è capitata, l'ultima incarnazione della mediocrità italiana, ma con cui non vale la pena prendersela. Più colpevoli sono i suoi elettori, semmai. E più colpevoli ancora, secondo una lista inesorabile di concatenazioni, sono i rappresentanti della sinistra moderata, coloro che hanno accettato di trattare con il Cavaliere, che hanno creduto nel "dialogo" e ancora adesso non si sono accorti di essere diventati complici della malattia, soci di un virus, partecipi di una metastasi. Il vero nemico, insomma, è il tuo compagno. Si corre il rischio che una parte della sinistra, ed è la parte maggioritaria, si riduca al silenzio, fino a non riuscire a dire nulla, in nessuna occasione, fino all'ammutolimento più totale. E che un'altra parte, un'altra sinistra, venga consegnata a un furore astratto, televisivo, mediaticamente estremo, incapace tuttavia di trovare strade che conducano alla politica. Ieri Furio Colombo e poi anche Antonio Di Pietro hanno cercato di uscire dal reality show che si stava realizzando (e che avevano contribuito a organizzare, prima che gli scappasse di mano), e di riportare la gente alla realtà. Ma in futuro occorrerà riflettere con severità radicale. Se prosegue l'assopimento della politica, se frange significative della società italiana si confermeranno nell'idea di essere escluse e di non avere voce, l'attrazione del nichilismo spettacolare di Grillo e compagni risulterà irresistibile. E non è una prospettiva gradevole quella di una sinistra divisa fra l'ammutolimento e l'ipnosi cattiva generata da un talk show permanente. Dove si va da cittadini, e si torna da spettatori di uno spettacolo deprimente, dove tutti sono colpevoli, dunque la politica e anche l'opposizione diventano inutili e resta solo il "vaffa". Chi ha deciso di muoversi contro le leggi ad personam merita qualcosa di più, e la politica deve darglielo.

 

Pag 1 Quell’accusa alla Carfagna di Filippo Ceccarelli

 

A Piazza Navona, all'imbrunire, il testacoda dell'antiberlusconismo che prima curva nel turpiloquio, prende ardore e velocità nello spettacolo, poi sbanda nella gara a quale artista del palcoscenico le spara più grosse. Quindi si rovescia su stesso, fino a perdersi nel delirio a sfondo apocalittico, sessuale, teologico e pagliaccesco. E addio politica, allora, addio opposizione, addio civiltà e addio a tutti. Sul proscenio della manifestazione contro le leggi vergogna restano così solo i comici, i predicatori, gli arcangeli del sarcasmo e le poesie anche rimarchevoli, ma pur sempre pregiudizialmente "incivili" di Camilleri. Sono loro, beninteso, che riempiono le piazze. Ma poi, dopo l'incendio? Divampa tutto in meno di un'ora. Camilleri, in versi, accenna alle "sgualdrinelle che confortano le sue notti" e pizzica appena il Vaticano che lo ha invitato: "Pecunia, antica saggezza, non olet". Il cabaret avvelenato di Marco Travaglio riesce ancora tenersi all'interno di un discorsi su di "Lui", il Cavaliere, le mogli, la richiesta di poter fare la comunione, i modi in cui promuove la classe dirigente, specie quella femminile, "le sue quote rosa". Poi "Pronto? Pronto?", ecco Grillo, gli è saltato il collegamento video. Perizia d'attore lo porta a denunciare un incidente sospetto. E' una voce, la sua, sempre più esagitata, come dall'aldilà. "Italiani!" grida, e in crescendo strappa il velo della grande menzogna. Lui veramente grida: "E' tutta una presa per il culo!", lo Stato è fallito, il paese non c'è più, la politica è finita, gli assassini sul lavoro, i licenziamenti in arrivo, i veleni Ogm, il disastro energetico alle porte, ce n'è pure per la "fica in leasing", le ministre che la danno, Fini in barca con Tronchetti Provera, "le rovine, le rovine...", il compleanno di Morfeo Napolitano a Capri, "io non ne voglio più sapere", "fatevi un bel passaporto e andate tutti a fanculo!". Folle accaldate e cariche di aspettative esprimono il loro pieno consenso. Fino a quel momento si sono un po' annoiate. I comizi politici lasciano ormai il tempo che trovano. La televisione impone protagonismi, euforia, emozioni e anche volgarità, se è il caso. Ma sotto il palco Di Pietro comincia a fremere; e Paolo Flores si fa più pallido del solito. Nel cielo, sopra la fontana dei fiumi in restauro, volteggiano terribili e rumorosi gabbiani, così diversi da quelli che i notabili dell'Italia dei Valori esibiscono all'occhiello in forma di civettuola spilletta. In una vita pubblica che sempre più vive di spettacoli la rivalità fra gli attori, la gara a chi è la prima donna, è una variabile che gli organizzatori della manifestazione non hanno evidentemente calcolato. Perciò Sabina Guzzanti raggiunge il podio, saluta, si schiarisce la gola, sorride appena e attacca un paio di strofe di canzoni d'osteria. Si capisce subito che le intercettazioni sono un bocconcino prelibato e che la questione Carfagna verrà portata alle estreme conseguenze in un vorticoso giro di parti anatomiche, pratiche innominabili, storielle di sesso, rimandi a dicerie sul coccolone di Bossi. Si capisce che si va a parare sulle Pari Opportunità, ma lei riesce lo stesso a sorprendere il pubblico gridando il suo iroso sdegno contro le assai primarie motivazioni che hanno spinto Berlusconi ad assegnare alla Carfagna quell'incarico. Al confronto Beppe Grillo sembra un'educanda. Sul Papa la Guzzanti è già planata, valutandone il trapasso all'inferno e ricostruendone la probabile pena laggiù, con demoni omosessuali ("attivissimi" specifica) che lo tormentino. Si avvicina intanto il temerario presentatore Mattia Stella, nel ruolo del bravo ragazzo, e lei praticamente lo caccia, "non ho finito, ho aspettato là dietro sette ore...". Di Pietro si aggira nel backstage come una fiera al bioparco. Deve ancora affrontare la faccenda dei potenti che vanno con le prostitute perché si drogano, perché "pippano", ma Berlusconi no, lui si strafà di Viagra. In questo "porco paese". Nulla del genere si era mai visto e ascoltato, a memoria di osservatore. Ci si sorprende a pensare che continuano a spostarsi e a strapparsi i confini della vita pubblica. Dall'indignazione all'incazzatura con divagazioni sessuali e religiose è un passaggio che trascende il linguaggio per un movimento senza nome, senza destino e senza confini.  Una piazza evoluta e insieme regressiva. Un frullatore di storie di pubblica intimità. Berlusconi è lo specchio di tutto questo. Forse farebbe bene a preoccuparsi. Ma forse potrebbe perfino compiacersene.

 

LA STAMPA

Tonino dà le carte di Andrea Romano

 

L’ultimo miracolo di Silvio Berlusconi si realizza con la resurrezione dei girotondi, che sotto le bandiere di Antonio Di Pietro si avviano a diventare un elemento permanente della nostra scena politica. Evidentemente si sbagliava chi aveva guardato alle «alme sdegnose» come ad un fenomeno transitorio legato ai tormenti della sinistra dopo la sconfitta del 2001. In realtà il teatro stabile della politica italiana scarseggia di fenomeni transitori. E in questo nostro eterno presente ci tocca rivivere il neo-girotondismo accanto al neo-berlusconismo. Anche se a ben guardare il tempo è passato per tutti, non solo per il presidente del Consiglio. E ieri lo sguardo sull’Italia di questo movimento ormai stanziale appariva dominato da un’atmosfera assai più cupa e rassegnata che in passato. Scomparsa l’aria gioiosa e supponente del 2001, i toni sono quelli di una disperata apocalisse. Per Sabina Guzzanti «tutti i settori della nostra società sono corrotti», per Nanni Moretti «è cambiato il Dna degli italiani», per il solito Grillo siamo alla «bancarotta dello Stato italiano». Insomma, c’è poco da fare: è il Paese che fa schifo. Sarà perché nel frattempo è scomparso il legame con la Cgil di Cofferati, che nel 2001 aveva fornito al movimento una sorta di sponda sociale. Sarà il segno dell’egemonia sull’antiberlusconismo militante finalmente raggiunta da Di Pietro oppure l’efficacia con cui l’erosione antipolitica ha lavorato sui depositi di fiducia collettiva. Fatto sta che i girotondi in versione 2008 sono dominati da una cappa di moralismo impotente che appare come il contraltare perfetto alla fiera esibizione di immoralità che viene dall’accampamento berlusconiano. Perché chi pretende di possedere il monopolio della morale in politica finisce per essere doppiamente immorale: non dice la verità su se stesso e priva la collettività di risorse etiche che devono restare condivise. Ma se la rinascita della compagnia girotondina è stato un nuovo miracolo berlusconiano, il concorso dell’imperizia di Veltroni è stato fondamentale: l’alleanza con l’Italia dei Valori ha consegnato a Di Pietro un enorme capitale politico, che l’ex magistrato sta facendo valere con grande intelligenza tattica sulla pelle viva dei Democratici. E fin qui, si potrebbe ricordare a Veltroni che chi è causa del suo mal deve solo piangere se stesso. Ma anche oggi, quando le strade del Pd e dei dipietristi tendono inevitabilmente a divaricarsi, il leader democratico non appare perfettamente consapevole della strada da seguire. Da una parte, come ha ripetuto nell’intervista alla Stampa, grandi omaggi ai «girotondi componente vitale della democrazia». Dall’altra, eleganti reprimende alle grida e ai toni troppo infiammati usati qua e là dai dipietristi. Come se la distanza dai girotondi fosse tutta nel volume della protesta e non nella sostanza della lettura del Paese. Come se il valore da rivendicare fosse solo la buona educazione. Come se non vi fosse altro da dire - di propriamente politico - rispetto a chi come Di Pietro sostiene che in Italia vi sia «una dittatura alle porte» e che le discutibili misure volute dalla maggioranza possano essere serenamente definite come «mafiose». L’inevitabile effetto è quello di posizionare il suo Pd appena un’ottava sotto il livello della protesta girotondina. Con differenze che, a dispetto di quanto vorrebbe Veltroni, stentano a farsi riconoscere. Di Pietro convoca già oggi la sua manifestazione? Noi invece la faremo in autunno. Di Pietro si prepara a lanciare la sua battaglia referendaria? Noi invece raccoglieremo milioni di firme contro Berlusconi. Di Pietro urla? Noi invece sì che ci comportiamo come si deve: usiamo il giusto tono di voce e portiamo il dovuto rispetto alle più alte cariche dello Stato. È una diversità di accenti che non riesce a sostituire l’iniziativa politica di quella che rimane la principale forza d’opposizione. Un ruolo che all’indomani della manifestazione di Piazza Navona qualsiasi osservatore farebbe fatica ad attribuire al Pd invece che all’Italia dei Valori. Non tanto per le poche o tante migliaia di manifestanti che quel piccolo partito è riuscito a portare in piazza, ma per la sua capacità di definire l’agenda dell’opposizione. Perché oggi è Di Pietro a dare le carte, con Veltroni confinato al ruolo di raffinato maestro d’eleganza.

 

IL GIORNALE

Le solite facce da guerra civile di Pietrangelo Buttafuoco

 

Quella che cala dalle terrazze per scendere in piazza, quella che è scesa ieri in piazza Navona, a Roma, chiamata da Micromega, la rivista filosofica di Paolo Flores d’Arcais, è l’Italia sedicente migliore. È l’Italia di Umberto Eco che è il migliore. Quella di Andrea Camilleri, poi, che è il più migliore assai. Quella di Moni Ovadia, quindi, il migliorissimo. Quella di Ascanio Celestini infine, un altro raffinato attore di quelli da spremuta di cervello che proprio fa tenerezza nel proporsi ancora - come si propone - con l’estetica dell’impegno: una lagna adoperata per alzare l’attenzione che il maestro spalma sulla barbetta come Little Tony, meritatamente, distende e spalma gel e brillantina per tenere desto il suo proverbiale ciuffo. E non a caso è l’Italia che s’affida ad Antonio Di Pietro, primo ad aderire al No Cav Day per l’interminabile no e poi no a Silvio Berlusconi. È l’Italia dell’estremismo legalitario, per dirla con Piero Sansonetti, un autorevole esponente della sinistra che, giustamente, s’è ben guardato dall’andarci ieri a piazza Navona perché una cosa è chiara: i manifestanti di ieri come nemico hanno Berlusconi che si mangia la democrazia tutta ma, sotto sotto, come vero nemico hanno ben altro, hanno la sinistra. E alla sinistra, infatti, tutti i potenti testimonial del No Cav Day fanno grave danno. Alla sinistra sottraggono consensi e forza. E della sinistra fanno una caricatura perché forse - con rispetto parlando - loro stessi che sono così migliori, così consapevoli della superiorità intellettuale e morale, così onesti, così perbene, sono macchiette fuori tempo massimo. Sono le scimmie di un Sessantotto che si perpetua nelle loro fisime, come quelli di un tempo, infatti, quelli che avevano un nemico apparente contro cui manifestare - il fascismo inesistente o lo stato borghese - mentre il regolamento dei conti vero lo facevano contro il Pci, così questi fanno la guerra a Berlusconi per sfasciare quello che resta della sinistra. Per regolamento di conti. Con interessi. Certo, quelli, avendo alle spalle la copertura di massa, poi degenerarono nella lotta armata, questi che se la risolvono con lo slogan «la Carfagna, che cuccagna», fortunatamente non possono che sbracare nella nostalgia da insegnanti precari costretti a scimmiottare i loro studenti con qualche goliardia consolatoria e alti strilli compiaciuti. Saranno pure l’Italia migliore, sostenuti dai più affascinanti tra gli artisti, tra i più geniali dei letterati, si torna sempre alla trappola dell’Italia che piace alla gente che piace ma si ripetono nei tic, nei modi e negli anatemi. Sono professori, sono colti ma sono proprio troppo fuori tempo massimo, egemoni solo nel fare danni al Partito democratico proclamando i precetti e i toni. L’apertura della campagna elettorale a Catania, per dire, giusto per fare l’esempio di una città dove la sinistra non è riuscita ad arrivare neanche seconda, grazie ai professori, ai colti e agli artisti, è stata fatta all’Arena Argentina con la proiezione del film Palombella rossa. Poteva mai il povero Giovanni Burtone, navigato eroe della migliore Democrazia cristiana, candidato del Pd, riuscire a vincere lungo via Etnea avendo addosso tutti questi vecchi arnesi dell’eterno Sessantotto? Saranno onesti e specchiati, eroi perfino, come Rita Borsellino (voti, pochini), ma l’Italia vera, quella che per fortuna non è migliore, preferisce stare nel torto tanto è vero che più si dà addosso al Cavaliere, tanto più quello cresce nei sondaggi. Mentre invece scende, e poi scende, la sinistra. E forse è anche un diabolico gioco delle parti che si consuma nel palcoscenico d’Italia se si pensa che il vero beneficiario del travaso dalla terrazza alla piazza non è il futuro della sinistra, non Pancho Pardi, non i Girotondi, neppure Beppe Grillo furbo al punto di ritagliarsi la giusta fettina di marketing, ma Di Pietro, un formidabile arcitaliano, uno che starebbe a destra un minuto dopo che da destra se ne fosse andato via Berlusconi. Così come Marco Travaglio, un degno erede delle migliore tradizione giornalistica liberale, costretto a sorbirsi la folla plaudente di gruppettari invece che quella di cari galantuomini dell’Italia borghese a lui più consoni, per sensibilità e stile. Ma quello che dalle terrazze arriva in piazza è la schiuma di un ribollire mai sopito: le stesse parole messe in libertà dal palco - dalla nuova P2 allo Psiconano, dalla solita Resistenza alla Costituzione fino al consueto dileggio del Papa - evocano un canovaccio certamente usurato ma malevolo giusto al punto di mantenere vivo l’odio, il cieco odio, l’eterna guerra civile che separa l’Italia dei migliori e quella degli italiani persi nel torto, al punto tale che se un galantuomo vuol rivendicare il diritto di essere non-berlusconiano, e molti da destra lo sono, figurarsi da sinistra, come può rischiare di confondersi poi con questa terrazza precipitata in piazza, questa élite delle Fiorelle Mannoia grondanti indignazione? Benedetto quel Pci degli anni passati che sapeva fare fronte alle derive estremistiche, poveretta questa sinistra di oggi pensionata dalla magia furbacchiona (è il caso di dirlo) del radicalismo di successo, quello dei professori, dei colti e degli artisti. È proprio significativo che il ceto dei letterati, ancora una volta, abbia deciso di planare dalla terrazza alla piazza. Ma pare che l’intransigenza glamour paghi, prova ne sia che Sandro Bondi - un serio ministro, una persona mite ed educata, uno che lavorerà per i Beni Culturali e per il patrimonio artistico dell’Italia, sia essa quella dei migliori che quella dei peggiori - abbia dovuto subire al suo ingresso alla Milanesiana i fischi del pubblico (verosimilmente fatto di colti e di artisti) e un’infastidita stretta di mano di Umberto Eco, proprio quell’Eco che è l’orgoglio e il vanto dell’Italia nel mondo. Che porca Italia doveva esserci nella mano di Bondi? Voleva significare questo Eco tra tutti i segni semiotici dei significanti? Ho letto che Sandro Veronesi, un autore che ammiro, uno scrittore che certamente ha mietuto pubblico tra i lettori di questo quotidiano, travolto dalle sue stesse parole, ha testualmente detto: «Qualsiasi giornalista integro non lavorerebbe nemmeno sotto tortura per il Giornale». Ecco caro direttore, non me ne frega di Berlusconi (non lo voto), non me ne frega del No Cav Day (non ci vado), mi frega molto l’Italia e giusto per far ricredere Veronesi ti chiedo l’ospitalità oggi. Senza farti perdere tempo con la tortura.

 

Emergenza ingiustizia di Filippo Facci

 

Chiedetelo ai beoti di Piazza Navona, chiedetelo ai centinaia di sottovuoto-spinto che ieri erano indecisi se ascoltare Beppe Grillo o fare lo struscio in corso Vittorio: di quale giustizia dovremmo parlare? Di quella evocata dal pitecantropo molisano che associa un governo democratico a «magnaccia» e «stile mafioso» e «stuprare i bambini»? O quella di un pluriomicida, Michelangelo D'Agostino, che i bambini intanto li sorvegliava in un parco giochi? Dopo che aveva già ammazzato quindici persone? Dopo che aveva già preso un bambino in ostaggio? Qual è il problema della giustizia in Italia? Il Lodo Alfano? Quel pateracchio inesistente che è il processo Mills, che finirà in niente come sanno tutti? La Carfagna? La moglie di Willer Bordon? Sono gli scatti professionali dei magistrati, il problema? Loro sfilano, giocano con le bandierine, si trincerano nel nulla internettiano come alternativa alla Playstation, incassano grano da libri e dvd: chissà quanti di loro parleranno di Michelangelo D'Agostino, oggi. Chissà quanti chiederanno conto all'intoccabile terzo potere italiano di un signore di 53 anni che è stato libero di ammazzare un'altra volta dopo averne spazzati via 15. Bella la vita del pirlacchione che manifesta a piazza Navona. E bella la vita dei Michelangelo D'Agostino, una vita al massimo. Non è lui il problema. È già un camorrista, nell'aprile 1983, e in un conflitto a fuoco coi carabinieri viene beccato: finisce dentro. Non è un problema. Era già un killer, faceva parte della Nuova Camorra Organizzata e nel 1985 si accodò alla messe di pentiti che dal nulla accusarono Enzo Tortora di essere uno di loro, un infame: disse che il giornalista faceva parte del clan di Cutolo e contribuì sensibilmente a farlo condannare in primo grado: «Ho firmato i verbali senza leggerli, speravo in qualche beneficio», dirà anni dopo. Torna in galera, ma nel 1997 ecco la semilibertà. In fondo era uno che aveva semplicemente detto ai magistrati che «uccidere è quasi un gioco, ho cominciato per caso, poi ci ho preso gusto e ho continuato. Prendevo a calci i cadaveri; baciavo la pistola sporca di sangue». In libertà. Esce e subito due rapine, «spatascia» un'auto contro un semaforo, sequestra una madre col figlioletto in carrozzina; cede alle forze dell'ordine solo dopo essersi preso due proiettili in corpo. Passa un po' di tempo ed eccoti un'altra licenza premio (premio di che?) che lui utilizza immediatamente per rapinare un bar e fottersi 4.000 euro: per quel che sappiamo. Poi, essendo palesemente una persona seria e affidabile, nell'aprile scorso ottiene una bella licenza lavorativa e lascia il carcere Calstelfranco Emilia, vicino a Modena, e se ne va a Pescara improvvisandosi guardiano del parco giochi Villa De Riseis, dove pure dorme e fa lavoretti vari. Era un lavoro regolare? No. Aveva un contratto? No: la cooperativa che gestisce il parco lo lasciava fare al pari dei Servizi sociali cittadini. È passato anche dalla Caritas: «Ma dalla magistratura», ha detto il direttore don Marco Pagnillo al Corriere della Sera, «non ho mai ricevuto nessuna disposizione». Non lo controllava nessuno. E nessuno, invero, aveva ricevuto mai nessuna comunicazione da nessuno. Si sono limitati ad allontanarlo anche dalla Caritas, perché non stava alle regole. Tra due settimane avrebbe dovuto tornare in carcere, ma probabilmente non ci pensava nemmeno. Ed ecco dunque che lui, un uomo che aveva compiuto oltretutto quindici omicidi in tre mesi, domenica scorsa decide di emanciparsi dalla sua «licenza trattamentale» e, dopo una lite da niente, spara in testa e all'addome di Mario Pagliaro, 64 anni, moglie e figli, trucidato tra le mamme e i bambini. Avevano litigato, sapete. È rimasto libero fino a ieri pomeriggio e ha vagato tranquillo per il nostro Paese, armato. E non una parola: silenzio da un mondo politico e giornalistico tutto concentrato su una banda di cialtroni intenti a spiegare come il problema, tra questo porco assassino e Silvio Berlusconi, sia il secondo. Perché è ancora libero.

 

AVVENIRE

Pag 2 Mai così in basso

 

Che la manifestazione di piazza Navona a Roma – indetta per contrastare i progetti del governo sulla giustizia – sarebbe stata caratterizzata da critiche aspre, provocazioni irrituali e sguaiatezze era qualcosa di ampiamente annunciato, visti certi protagonisti ammessi o cercati dagli organizzatori. Sulle modalità e le ragioni della protesta, ogni cittadino giudica da sé. Ma ciò che è arrivato del tutto inatteso – e che ci pare semplicemente inconcepibile – è che qualche oratore abbia voluto travalicare le questioni politiche prendendo di mira con argomenti da bettola il Papa e la Chiesa. Che cosa poi questi c’entrassero con i temi della manifestazione non si riesce proprio a capirlo. Ma dev’essere un riflesso tipico del laicismo nostrano. Ancora più tristezza suscita il fatto che, a cadere così in basso con espressioni che definire volgari è poco, sia stata una donna. Qui non vale neppure l’alibi della satira, è – con rispetto parlando – solo squallida spazzatura.

 

EUROPA

Pag 1 Sorpresa, è la destra che è laicista di Chiara Geloni

 

Proviamo a immaginare cosa sarebbe successo nel dibattito politico e sui giornali se un parlamentare o un dirigente qualsiasi del Partito democratico, anche il meno noto e importante, e magari di sfuggita e senza intenzione, avesse commentato l’affermazione di un esponente della gerarchia cattolica con i toni e gli argomenti che da giorni sta usando la maggioranza nei confronti di monsignor Gianfranco Bottoni, responsabile per le relazioni ecumeniche e interreligiose dell’arcidiocesi di Milano, reo di aver giudicato con severità la decisione del governo sulla moschea di viale Jenner. Non si tratta, prima che qualche lettore lo pensi e qualche collega lo scriva, della solita prevedibile e nostalgica difesa d'ufficio della Curia milanese: ammesso che qualcuno se le meriti, non è certo Europa il destinatario delle critiche alla solita cricca catto-intimista, rinunciataria e low profile nel suo rapporto con la modernità. Questo giornale, senza essere un giornale cattolico, ha sempre dato spazio alle molte voci cattoliche, anche le più determinate e battagliere; proprio come, pur rivendicando la propria autonomia di giudizio, è stato sempre critico con chi vuole negare il diritto dei cattolici e della Chiesa cattolica a partecipare al dibattito pubblico di questo paese. E qui siamo già al punto. La decisione del ministro Maroni di chiudere la moschea di Milano si può criticare o condividere. Diciamo di più: anche chi la critica, non dovrebbe ignorare che spesso alcune decisioni "forti" di esponenti leghisti in materia di immigrazione hanno poi avuto come esito (a nostro avviso, più nel campo amministrativo che legislativo) quello di tranquillizzare i cittadini e alla fine di aiutare l’integrazione: è successo in molte realtà del nord. Tuttavia, che up sacerdote faccia notare, anche con severità, che chiudere un luogo di culto significa umiliare dei credenti e che la libertà religiosa è un diritto garantito dalla Costituzione e dai principi della democrazia e della laicità non dovrebbe stupire: semmai, potremmo dire con una battuta, è molto più strano che i preti s'impiccino di sesso o di politica. E cose come queste aveva detto infatti il monsignore milanese, concludendo con l’incriminata frase: «Oso sperare che non siamo caduti così in basso, perché solo un regime fascista o populista arriverebbe a tali metodi». La destra, milanese e non solo, leghisti e alleanza-nazionalisti uniti nella lotta, da tre giorni non trova pace. Se il ministro si è limitato a tacciare la Curia di «pregiudizi e scarsa informazione», altri non si so"no tenuti. La Diocesi «pensi a curare le anime», quel vescovo «studi un pochettino la storia» (questa è di un ministro in carica, post fascista fra l’altro), «invece di parlare diano il buon esempio» e lo offrano loro, se ce l’hanno, lo spazio per la moschea; monsignor Bottoni «e il suo capo» (il cardinale Tettamanzi, ndr) «sono come quei magistrati che fanno politica screditando tutta la categoria», «vadano un po' in Arabia Saudita» a vedere come trattano i preti da quelle parti. Un caso isolato? No. Al direttore di Famiglia cristiana don Antonio Sciortino, tanto per fare un altro esempio, non è andata poi tanto diversamente, pur non avendo lui risparmiato, accanto alle critiche ad alcune scelte della maggioranza, altre altrettanto forti alf opposizione. Viene quindi il sospetto che a questa destra dei valori e della difesa della famiglia (va bè, lasciamo perdere...) la Chiesa vada bene solo quando le "fa gioco'. E che per il resto essa indulga volentieri a toni e argomenti ben più beceri di quelli che, se venissero da sinistra, chiamerebbe «esasperato laicismo», o qualcosa del genere. A stupire non è tanto questo, ma che la stampa cattolica, in altri casi così suscettibile, non colga la portata di certe dichiarazioni che, senza tanti giri di parole, negano - né più né meno - il diritto della Chiesa a partecipare al dibattito pubblico. E che in certe letture di parte cattolica prevalga invece la preoccupazione di non approfondire troppo il solco della polemica: come in quell’editoriale bello ed equilibrato di Avvenire di ieri, che ci ricordava così bene che «la libertà religiosa è un valore da tutelare e promuovere», e che in questo campo «qualunque turbamento urta sensibilità profonde e può provocare danni», ma guardandosi bene dal criticare pensieri e parole di chicchessia. Per carità, ogni giornale ha il suo stile. Avvenire però, spesso, ne usa un altro.

 

LA NUOVA

Pag 1 G8 ormai nave fantasma di Francesco Morosini

 

La «nave fantasma» del G8, il vertice dei cosiddetti Grandi della terra (Usa, Canada, Inghilterra, Francia, Germania, Italia, Giappone e Russia) ospitato in Giappone ad Hokkaido, si è concluso dando ragione alle professioni di scetticismo emerse alla sua vigilia. Tant’è che a prendere sul serio questi summit (quasi fossero i fori d’ultima istanza delle decisioni del capitalismo) sono rimasti solo i no-global. Quanto alle ragioni delle «necessarie» delusioni sugli esiti del G8 esse si colgono perfettamente se si guarda, assieme, alla dimensione dei problemi mondiali - dallo choc petrolifero a quello delle materie prime alimentari - e alla ristrettezza dell’elenco dei partecipanti a pieno titolo al forum di Hokkaido: in sostanza il «solo» Nord del pianeta; ovvero l’Occidente, più, come new entry, quel Giano bifronte euroasiatico che è l’Orso russo. Insomma, per dirla con il presidente francese Sarkozy e il cancelliere tedesco Merkel, le assenze, si tratti dei giganti emergenti (in primis Cina e India) come pure degli «Stati forzieri petroliferi» di Medio Oriente e Sud America, pesano e negano credibilità ad ogni decisione. In altri termini, i Grandi della terra sono meno grandi del previsto; e, quindi, in crisi di capacità dinnanzi alla «febbre» del mondo. In gioco, vista la vaghezza dei risultati (più prediche che atti politici), è il senso stesso dei summit. Meglio, la posta è l’anima geostrategica del G8 tra diga d’Occidente e assemblea economica planetaria. Merito di Italia, Francia e Germania, le ultime però con diverso approccio rispetto alla prima, di aver posto a Hokkaido la questione. Che per il premier italiano Berlusconi, qui in buona sintonia con Bush, consiste nel fare in modo che il G8 resti (come in origine, nel 1973, quando fu concepito per far fronte alla prima crisi petrolifera) un comitato politico dell’Occidente per garantire a quest’ultimo, anche nelle attuali difficoltà, l’egemonia nell’economia/mondo oggi che è minacciata su scala globale da Pechino (ad esempio con la sua penetrazione in Africa) e, più localmente, dall’Islam militare che preme sull’economia energetica del Medio Oriente. Conseguentemente, l’Italia si oppone, come ha ricordato Berlusconi a Tokyo, all’ingresso nel G8 di nuovi membri a pieno titolo. Tuttavia Roma - qui Washington la pensa diversamente - ritiene che per reggere nell’arena internazionale sia necessario (in accordo con la riflessione di analisti strategici vicini alla destra italiana) integrare al mondo atlantico il potenziale militare ed economico dell’ex Urss, costruendo dal Pacifico agli Urali, attraverso un’architettura politica che vada dal G8 alla Nato, quel «blocco di forza» senza il quale una governance neo-occidentale del globo è ormai utopistica. Francia e Germania, invece, in quanto interessate ad un’Europa più indipendente dall’Aquila americana, pur restando alleate ad essa, puntano ad allargare il G8 almeno ai Grandi emergenti, diluendo così l’egemonia degli Stati Uniti. Vi sarebbero delle buone ragioni in questo. Come dimostra, nelle difficoltà, la tendenza di Washington, dai problemi monetari a quelli energetici, a giocare in proprio senza troppo badare ai «vicini». Ma è fuori luogo che Washington possa accettare una cosa simile. Difatti, il «summit dei potenti» si è concluso, né poteva essere diversamente, senza che queste diverse visioni sul futuribile del G8 prendessero pienamente corpo. Però, se si va a una attenta lettura delle tesi che via via emergono da Hokkaido, si vede con chiarezza, al di là del linguaggio diplomatico, che le diverse anime interne al G8 si sono confrontate. Ad esempio, l’equazione G8/Occidente emerge nelle frecciate del premier italiano rivolte alla Cina che in questa prospettiva torna ad essere, come ai tempi di Clinton, cioè prima dell’attacco dell’11 settembre 2001 alle Torri gemelle di New York, il grande competitor dell’Occidente. Viceversa, l’anima franco-tedesca del summit emerge sulle questioni ambientali dove, invece, gli statunitensi sono piuttosto scettici. Comunque, allo stato dei fatti, il G8 è ancora, sostanzialmente, Occidente. E questo per la buona ragione, come ricorda il generale Jean, che tuttora è la US Navy a controllare le rotte del mondo; comprese quelle di approvvigionamento della Cina. Ma ciò produce la contraddizione dei nostri tempi. Che consiste nel progressivo divorzio tra l’egemonia militare, che l’Occidente cede più lentamente, e l’asse industriale del pianeta, in piena emigrazione a Est. Il G8 è, in termini di capacità decisionale, una «nave fantasma» perché costretto a muoversi su questo difficile crinale geoeconomico e geostrategico.

 

Pag 7 Lo scambio di Mino Fuccillo

 

Si chiacchiera molto sullo «scambio». Che sarebbe via libera e svelta al divieto di indagini e processi per il premier in carica, in cambio appunto della rinuncia da parte del governo a bloccare per un anno tutti i processi per reati con pene inferiori ai dieci anni, tra cui quello/i del premier. E’ la soluzione per consentire al premier di governare libero e quindi forte? E’ il male minore, tanto il premier fa lo stesso come gli pare e almeno non si blocca tutta la giustizia? E’lo scivolamento verso qualcosa che come chiamarla non si sa ma proprio precisa democrazia non è, visto che nessun premier in Europa vuole e ottiene tanto? Lo scambio è utile o indegno, razionale o malsano? S’ha da fare oppure no? Come che sia, il vero scambio s’è già fatto. Nella testa della maggioranza degli italiani che convinti sottoscrivono: se il premier mi porta ristoro economico e sicurezza personale, in cambio faccia quel che vuole e sia pure immune alla legge. Se fa gli affari miei, si faccia pure gli affari suoi e nessuna legge si metta di mezzo, ne vale la pena. Su scala meno tragica e meno nobile uno scambio del tipo di quello intercorso tra Faust e Mefistofele.

 

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