50mo della
Fondazione del Collegio Pio XII
Aula Magna SUPSI
Lugano-Trevano, 24 ottobre 2007
+ Angelo card. Scola
patriarca di Venezia
I Un
tempo favorevole
Che cosa mi dà, alla fine, voglia di vivere? Perché ne
vale la pena? Ed io che sono? Qualcuno mi ama al punto di assicurarmi che
questa voglia di vivere non si infrangerà di fronte a nulla, neppure di fronte
alla morte? Domande come queste per tutta la modernità, fino alla
metà del secolo scorso, vivevano relegate in letteratura o venivano addirittura
negate da parte di saperi filosofici come domande non pertinenti, che non
dovevano essere nemmeno poste (Comte). Negli ultimi decenni, e con una forte
accelerazione dopo il crollo dei muri, tali questioni sono esplose nella vita
personale e sociale di noi contemporanei con una forza del tutto inedita,
mettendo in moto una ricerca spasmodica di felicità e destando energie di
libertà prima impensate. Basti pensare all’ambito delle scienze bio-mediche, economiche,
politiche in cui per la prima volta queste domande si sono imposte in maniera
diretta ed esplicita, non più mediate dalla filosofia e dalla teologia.
L’uomo post-moderno non intende in alcun modo
rinunciare al desiderio in tutta la
sua ampiezza (felicità) e all’impiego di tutta la sua libertà per realizzarlo. Le categorie di felicità e di libertà
hanno soppiantato in classifica quelle moderne di verità e di ragione.
Ora, Gesù a più riprese fa esplicitamente leva proprio
sul desiderio di infinito e sulla libertà come sui due fattori chiave per
proporre agli uomini il Suo Vangelo: «Se vuoi essere compiuto» (Mt
19,21) «Sarete liberi davvero» (Gv 8,36).
Questa straordinaria coincidenza tra annuncio
cristiano e anelito dell’uomo di oggi vive però dentro un inedito travaglio.
Del tutto estranei ad irenismi ingenui, come cristiani siamo ben consapevoli di
quanti sentieri interrotti percorrano il desiderio e la libertà dell’uomo post-
moderno. Non c’è aspetto della stessa esperienza elementare dell’uomo, legato
al suo essere uno di anima-corpo, di uomo-donna e di individuo comunità, che
non appaia come “terremotato”. Faccio spesso questo esempio: l’uomo
post-moderno, cioè noi, è come un pugile che barcolla dopo aver ricevuto un
duro colpo.
Non si deve misconoscere che le nuove istanze cui mi
sono riferito sono oggi spesso in balìa della fragilità, della confusione o
della contraddittorietà. Tuttavia non sono più censurate o negate.
Per questo a me pare che l’epoca che stiamo vivendo
debba essere interpretata più che con la categoria di crisi (che come dice
l’etimo della parola si rifà al giudizio e perciò all’ideologia) con quella di
travaglio (che descrive uno squilibrio esistenziale). Violente e dolorose sono
le contrazioni e le doglie, ma restano attraversate dalla prospettiva gioiosa
del parto. Questo mette noi cristiani, e a fortiori noi educatori,
davanti ad una enorme responsabilità .
II Educazione ed esperienza integrale
«La cosa più importante nell'educazione non è un
“affare” di educazione, e ancora meno di insegnamento»[1]
così Jacques Maritain, andando al cuore della questione educativa, individua
l’inquietante eppure appassionante paradosso di cui ogni vero educatore è ben
consapevole. E, subito dopo, ne indica la ragione: «l’esperienza, che è un frutto incomunicabile della sofferenza e della
memoria, e attraverso la quale si compie la formazione dell'uomo, non può
essere insegnata in nessuna scuola e in nessun corso»[2].
La categoria di esperienza – assunta nella sua
integralità, una volta sgombrato il campo da ogni riduzione
psicologico-soggettivistica del termine- è dunque il cardine della proposta
educativa. L’esperienza integrale può garantire il processo educativo perché
garantisce lo sviluppo di tutte le dimensioni di un individuo fino alla loro realizzazione integrale, e
nello stesso tempo l’affermazione di tutte le possibilità di connessione attiva
di quelle dimensioni con tutta la realtà[3].
Una simile impostazione, ad un tempo teoretica e
pratica, mette subito in campo la natura inter-personale
del processo educativo. Educatore ed educando sono considerati come liberi
soggetti coinvolti in un rapporto modulato dall’imporsi del reale. La realtà,
con il suo insopprimibile invito ad affermarne il significato, chiama la
libertà al rischio (ecco il tratto distintivo di ogni educazione!) del
coinvolgimento[4]. Per questo
si può parlare del dialogo educativo in termini di avventura, un’impresa rischiosa e affascinante.
Sono così gettate le fondamenta su cui costruire i
pilastri portanti di un adeguato metodo educativo. Quest’impostazione “precede”
l’analisi del contesto socio-culturale anche se, avendo di mira l’uomo – in
ultima analisi il cristiano – nella sua identità di persona libera sempre situata non può mai prescindere dalla sua collocazione storia
concreta.
Quali sono i fattori di
questo processo educativo?
a)
L’innovativa traditio
Imprescindibile punto di partenza perché l’educando
possa percorrere la strada dell’integralità
dell’esperienza è la cura che le generazioni adulte si prendono delle
nuove generazioni
L’immagine più efficace di cosa sia questa cura tra
generazioni, questa catena di generazioni, è l’immagine dell’Eneide dove Enea
lascia Troia distrutta con Anchise sulle spalle e il figlioletto per mano.
L’educazione richiede l’opera della catena di generazioni. Come giustamente è
stato affermato, l’educazione domanda tradizione.
Essa consiste, come diceva Blondel, in un luogo di pratica e di esperienza[5], vissuto e proposto in prima persona
dall’educatore alla libertà sempre storicamente situata dell’educando. Pertanto
la tradizione rettamente intesa è per sua natura aperta a tutte le domande che
incombono sul presente. È innovativa. Essa garantisce, come diceva Giovanni
Paolo II, la “genealogia” della persona e non solo la sua “biologia”.
Garantisce la piena ed autentica esperienza di paternità-figliolanza,
imprescindibile condizione per suscitare civiltà[6].
Si capisce allora il peso che nella proposta educativa
ha il fattore dell’autorità, termine di cui è bene non dimenticare il
significato etimologico più accreditato. Il sostantivo latino auctoritas
deriva dal supino del verbo latino augere che significa far crescere. La
persona autorevole, infatti, incarna
quell’ipotesi esistenziale di lavoro, cioè quel criterio di sperimentazione dei
valori che la tradizione mi offre; l’autorità, quando è autentica, è
l’espressione efficace della convivenza in cui si origina la mia esistenza.
In questo caso l’educando sente l’autorità come profondamente con-veniente alla
sua persona.
La centralità del fattore autorità nel processo
educativo evita la caduta nel razionalismo intellettualistico che ancor oggi,
con diverse varianti, inficia la grande maggioranza delle istituzioni educative
(scuole, università, ma anche famiglie). Esso si esprime, da una parte, nella
pretesa di “attrezzare” l’educando fornendogli una serie sempre più articolata
gamma di principi con cui affrontare la realtà (competenze); dall’altra nel
considerarlo come una sorta di monade autosufficiente, sciolto da ogni legame.
Nozionismo ed abilità tecnico-pratiche da fornire ad un individuo separato: a
questo sembra ridursi l’educazione nelle nostre società sviluppate.
Educa, invece, chi documenta in modo concreto e
personale all’educando la possibilità di compiersi integralmente vivendo la
realtà secondo la totalità dei suoi fattori. Ma la realtà non è mai veramente affermata, se non è affermata l’esistenza
del suo significato. Non è possibile, pertanto, introdurre alla realtà
secondo la sua integralità – cioè educare - senza proporre il suo significato.
Una proposta chiamata a diventare ipotesi di lavoro per l’educando.
b)
L’evento della realtà
Certamente una tale posizione - e passiamo così a
descrivere un secondo elemento del processo educativo come luogo di esperienza
integrale - implica un giudizio positivo sulla realtà. Il reale, al di là
delle tensioni drammatiche che lo attraversano, al di là della sua stessa
contingenza, è un bene. L’educazione, per dirla con la celeberrima definizione
di Jungmann, è introduzione alla realtà totale («eine Einführung in die
Gesamtwirklichkeit») proprio perché la realtà totale corrisponde –
“corrispondenza” è la parola che traduce la cum-venientia dei medioevali
- al cuore (alle esigenze costitutive) dell’uomo. E corrisponde perché è per il
bene dell’uomo. Quindi è un positivo.
Come si rivela questa percezione della positività del
reale? Si rivela nella sua natura di avvenimento. Nel reale il mistero dell’essere si dona. Ogni manifestazione
del reale si presenta come evento (dal latino e-venio) che interpella la nostra libertà provocandola ad aderire.
In questo senso l’educazione, che cerca di introdurre
l’educando in un’esperienza integrale della realtà, lo conduce progressivamente
a coglierne la natura propria, quella cioè di essere segno del mistero, del
volto proprio del Mistero. E per i cristiani il volto del Mistero è quello del
Padre che ci è stato rivelato da Gesù.
Agostino diceva che, alla fine, l’unica res, cioè l’unica realtà in senso pieno,
è il Dio Trino, tutto il resto è segno di questa realtà. Comprendere che la
realtà è segno del mistero è questione di vita o di morte in ogni rapporto
educativo.
c)
Partecipazione
L’integralità dell’esperienza, nel rispetto della
natura del reale, non è garantita solo dal fatto che l’educando sia chiamato al
paragone con una proposta vivente e personale della tradizione – sempre
innovativa - attraverso una figura autorevole. È necessario che l’educando si
impegni personalmente con tale proposta.
È importante capire che in questo passaggio non è
semplicemente in gioco un metodo educativo più adeguato, o più consono con le
legittime aspirazioni di “autonomia” dei giovani. La portata dell’affermazione
a questo proposito è molto più profonda. Si tratta di riconoscere la struttura
ultima del rapporto tra l’io e la realtà. In forza di tale struttura, se la
libertà dell’uomo non si mette in gioco, gli è negato l’accesso alla verità.
Infatti, se la verità è l’evento in cui realtà ed io si incontrano e se tale
evento si dà sempre e solo nel segno, non esiste, ultimamente, possibilità di
conoscere il reale (verità) senza una decisione.
Afferma l’esegeta Schlier, in proposito: «Il senso ultimo e peculiare di un evento, e
quindi l’evento stesso nella sua verità, si apre solo e sempre ad una
esperienza che s’abbandoni ad esso e in questo abbandono cerchi d’interpretarlo»
e aggiunge: «un evento si palesa a chi
partecipa all’esperienza di esso».
Così il rischio dell’educazione apre l’educando alla
massima creatività.
Tradizione innovativa, autorità vitale, totalità del
reale (realtà come evento), verifica personale e partecipata dell’ipotesi
educativa: sono questi gli elementi costitutivi di quella che abbiamo definito esperienza
integrale.
III Il rapporto educativo come rapporto tra libertà
Come si giocano
concretamente questi elementi costitutivi dell’esperienza integrale che stanno
alla base del processo educativo? Si impone qui il tema del rapporto tra
l’educatore e l’educando. Si tratta di un dialogo tra libertà.
a)
Il dialogo educativo
Martin Buber, che
con Ebner e Rosenzweig è annoverato tra i cosiddetti maestri del pensiero
dialogico, afferma che l’autentico dialogo è uno «scambio profondo con il
reale inafferrabile»[7].
La definizione di dialogo data da Buber ripropone in modo acuto quanto abbiamo
affermato a proposito della realtà come evento. Infatti, il dialogo come ambito
educativo costituisce sempre uno scambio tra l’io (l’educatore
che propone e si propone), il tu (l’educando che viene introdotto alla
realtà totale). Scambio che è reso possibile dalla stessa realtà che per
il suo carattere di segno non è mai meccanicamente afferrabile. Non
esiste vero dialogo senza che si mettano in gioco la libertà dell’educatore e
dell’educando nell’incessante paragone con il reale. Se mancasse uno solo di
queste tre fattori, il trittico dell’educazione verrebbe inevitabilmente meno.
Se mancasse la libertà, integralmente giocata, dell’educatore o dell’educando,
il dialogo diventerebbe essenzialmente monologo; se manca l’immersione nella
realtà è preclusa la strada all’esperienza.
A questa idea di
dialogo è sottesa una ben precisa concezione del rapporto verità-libertà:
quella che il cristianesimo ci ha trasmesso, come sintesi di Alessandria,
Atene, Gerusalemme e Roma. Quella cui ha fatto riferimento Benedetto XVI a
Regensburg, quando ha parlato della necessità di allargare la ragione[8].
Vale la pena richiamarne i tratti fondamentali.
Nella prospettiva
giudaica e cristiana la Verità è una verità vivente e personale. Non è un’idea,
né il puro frutto di una ricerca teorica.
Inoltre,
nella persona e nella vicenda storica del Figlio di Dio fatto uomo, morto e
risorto per noi, si vede come Gesù Cristo, Verità vivente e personale, senza
nulla perdere della sua assolutezza, abbia scelto la strada della libertà umana
per rendersi presente nella storia. Più Gesù Cristo-Verità si comunica, più la
libertà è chiamata in causa. Più la Verità si propone, più la libertà è
provocata. In questo suo “vertiginoso” offrirsi alla libertà Gesù Cristo-Verità
giunge fino a farsi da essa crocifiggere. E la Sua vittoria nella Risurrezione
è una vittoria gloriosa, pagata a caro prezzo, proprio per salvaguardare
l’umana libertà.
Con Gesù Cristo e
con il cristianesimo il principio della differenza nell’unità che vive
nel mistero della Trinità trapassa, in forza dell’Incarnazione, nella storia e
diventa, secondo la legge dell’analogia, principio di comprensione e di
valorizzazione di ogni differenza. Questa non viene solo tollerata, ma
esaltata, perché trattenuta in unità da quella Verità che giunge fino all’estrema Thule dell’umana esperienza, impedendo
che la differenza, anche la più radicale, degeneri in fattore di dissoluzione
più o meno violenta.
Questi tre fattori
costitutivi del rapporto verità – libertà rivelano tutta la positività del
posto dell’altro per l’esperienza dell’io. Sono decisivi, quindi, per ogni
rapporto educativo. L’altro, che come afferma Lévinas, «non sopporta il
giudizio, immediatamente mi precede, gli debbo obbedienza»[9],
si “impone” alla mia vita come presenza benefica. Voglio inserire qui una
importante notazione pratica. Se l’educazione è un dialogo di libertà, allora
il grande nemico di ogni rapporto educativo è l’artificio. L’opposto dell’educazione è l’artificio. Tutto ciò che è
artificioso non educa e questo, nell’epoca del virtuale, rende l’educare più
difficile, perché di fronte al reale complesso la tentazione di ricavarsi un
reale ridotto, artificiale è consolatoria. Second life, Avatar
che fanno spendere soldi e tempo abbreviano, accorciano il reale, adeguano al
proprio gusto il reale: sono una illusione, una evasione, un rifiuto del reale
e della sua valenza simbolica, della sua provocazione a trovare un linguaggio
comune di relazione interpersonale per una fuga verso l’immaginario.
b) Esperienza, libertà e rischio
Questa concezione
dell’educazione procede, sulla base di una ben articolata gerarchia dei fattori
fin qui richiamati, verso un acme. Mi riferisco alla crescita della libertà
dell’educatore e dell’educando.
La mia affermazione
potrebbe a prima vista sembrare del tutto ovvia: invece individua l’acme della
proposta educativa all’interno del rapporto educativo perché la libertà non è
astrattamente intesa come pura sintesi dinamica di intelligenza e volontà, né
come somma di decisioni inevitabilmente esigite, ma è vista come esperienza
del rischio intrinseco ad ogni atto (di libertà).
In cosa consiste
questo rischio educativo? Siccome il mistero si dona sempre nel segno,
l’interpretazione del segno è inevitabile, ma è rischiosa «come la
navigazione nell’oceano da parte di Ulisse oltre le colonne di Ercole». Il
rischio non è irrazionalità, ma insorge a partire da una possibile scissione
tra la dimensione “comprensiva” e quella affettiva dell’umana ragione. Le
ragioni per riconoscere il vero non mancano, ma restano astratte, non muovono
la “volontà”, l’energia di adesione all’essere: uno vede magari tutte le
ragioni per compiere un atto ma non riesce a compierlo. Si tratta di un
fenomeno estremamente concreto.
Al cuore della
libertà che tocca il diapason nell’esperienza educativa, perché in essa è in
gioco il significato del vivere in tutta la sua interezza, l’educando fa
l’esperienza del rischio. Di primo acchito è stupito dalla positività
dell’essere, ma in seconda battuta ha paura che il positivo venga meno. E si
blocca.
Su questa base si
capisce perché l’esperienza del rischio tocchi anche l’educatore che è chiamato
per questo ad auto-esporsi. Educare è comunicare se stessi. Se
infatti la tradizione è la donazione dell’ipotesi di verità nella persona
dell’educatore, quest’ultimo non potrà che essere un testimone.
Introdurre a questo punto la parola testimonianza non è anzitutto far
ricorso alla coerenza morale dell’educatore come condizione per un’adeguata
educazione, anche se evidentemente non vogliamo sottovalutare la forza
persuasiva di questo livello del problema.
L’educatore è
testimone perché non può non rischiare in ogni singola azione educativa,
esponendosi in prima persona per rispondere all’appello della verità. Così
facendo ama l’altro gratuitamente, per se stesso. Non avanza pretese verso di
lui, né fa calcolo alcuno sulla sua risposta. Anche a questo livello
l’educazione esige il rischio della libertà dell’educatore.
L’esperienza del
rischio che attraversa la libertà dell’educatore e dell’educando rivela
pertanto che essere educatori è un compito dai tratti drammatici: la tentazione
del possesso, quella cioè di non permettere all’educando di essere fino in
fondo altro, libero, minaccia continuamente il compito educativo[10].
Accettare il rischio della libertà degli educandi, in effetti, costituisce la
prova più radicale nella vita degli educatori: all’altro si vorrebbe
risparmiare qualunque dolore, qualunque male[11].
Come questa
esperienza del rischio può essere superata e non precipitare la libertà in una
frustrazione che la conduca a scetticismo e disperazione? Il fenomeno
comunitario è l’humus che, senza sostituirsi alla decisione personale,
trasforma l’esperienza del rischio in una vera e propria esaltazione della
libertà. Un bimbo si colloca sulla soglia di una stanza buia. Se la madre lo
prende per mano il figlio vi si inoltra rasserenato, così vorrebbe essere la
Chiesa sensibilmente espressa in comunità visibili ed incontrabili, per ogni
uomo ed ogni donna, massimamente per i giovani che ci sono affidati.
Il rischio educativo
deve fare i conti con il carattere del travaglio propri dell’uomo post-moderno
cui abbiamo fatto cenno all’inizio del nostro percorso.
È chiaro che
cinquant’anni fa, quando è stata creata questa Istituzione, si aveva di fronte
un ragazzo per cui la tradizione funzionava quasi per osmosi. Oggi ci troviamo
di fronte a ragazzi immersi nella realtà virtuale, che non vedono più confini
fra il virtuale e il reale, che vivono una situazione antropologica dove l’uomo
stesso ha messo mano al suo patrimonio genetico e presumibilmente in pochi anni
uomini condizioneranno artificialmente l’individualità biologica di altri
uomini. E questo è un cambiamento assolutamente epocale se si pensa che l’uomo sapiens sapiens è venuto alla luce 30.000 anni fa... L’uomo fino a
quarant’anni fa era situato dentro una concezione quasi fissa di natura che
bloccava a monte tutta una serie di domande relative alla vita e alla morte;
adesso invece l’uomo tenta di andare oltre la sua stessa specie per determinare
il suo nascere e il suo morire.
Nella sfera sessuale
c’è un abbassamento della soglia del pudore fino agli 11/12 anni. Oggi il
pudore sfasciato soprattutto nelle ragazze toglie loro capacità di sineidesi
(principio del senso comune) e di sinderesi (principio della distinzione del
bene e del male). I nostri ragazzini hanno un potenziale di frammentazione
dell’io molto più radicale di quello delle generazioni precedenti.
Questi esempi per
dire che il reale ha la faccia che ha, non gliela diamo noi o non la inventiamo
noi. Certamente noi siamo dentro un reale che in quindici anni ha subito una
accelerazione incredibile, destinata a crescere ulteriormente, ma di fronte
alla quale è inutile piangere o cercare il colpevole, bisogna star dentro. Come
mostrare allora la rilevanza dell’avvenimento di Cristo dentro questa
situazione? Ecco il rischio educativo.
IV Verso
un modello di scuola autenticamente libera
Oggi nella realtà
scolastica in Italia - ma mi pare che il discorso, fatte le debite distinzioni,
valga nella sostanza anche per il Canton Ticino - esistono due modelli
educativi. Il modello educativo dominante si fonda su questo presupposto
pedagogico: ammesso che esista una visione sintetica interpretativa della
realtà - così mi pare che ragionino, esplicitamente o implicitamente, i fautori
della scuola unica statale - la dovrà guadagnare l’alunno al termine del
processo educativo, avendo sentito le diverse posizioni di tutti i professori,
in un confronto libero tra le diverse ipotesi interpretative. Sarà lo studente stesso,
a suo tempo, se vorrà, a fare la sintesi. Si tratta di un modello che io,
pedagogicamente parlando, considero inefficace: avessi un figlio, farei di
tutto - magari, come fanno gli americani, gli farei scuola in casa - per non
mandarlo in una scuola così. Lo dico con molta chiarezza, non in forza di una
prevenzione ideologica, ma solo perché considero questo modello pedagogicamente
debole, in ordine all’apprendere bene i saperi. Comunque questo è il modello
largamente dominante oggi; e noi lo trattiamo con grande rispetto.
Poi c’è un altro
modello, assai minoritario, che è quello generalmente praticato dalle scuole
cattoliche. (Diverso sarebbe il discorso per l’università). In queste scuole si
fa una chiara proposta sintetica interpretativa del reale e si invita lo
studente a verificarla e a paragonarla a 360 gradi, secondo tutte le forme
moderne oggi concepite e concepibili, pienamente consapevoli del contesto di
società plurale in cui il sistema scolastico è inserito. E che quindi i ragazzi
sono chiamati da mille agenti educativi (pensate alla televisione, a Internet,
ecc..) ad un continuo confronto tra diverse Weltanschauungen. In
questa scelta non c’è nessuna chiusura, o desiderio di creare un bel recinto in
cui custodire il ragazzo. C’è invece la convinzione pedagogica che solo davanti
ad una chiara proposta interpretativa sintetica del reale si impara
adeguatamente. Si studia e si impara meglio. Questo è, dunque, l’altro modello
presente nella nostra società. Personalmente non mi riferisco ad un modello
confessionale di scuola. Una simile scuola ha certo un suo preciso volto, ma è
scuola di tutti e per tutti.
Quando
parliamo di libertà di educazione chiediamo che questi due modelli possano
avere gli stessi diritti e gli stessi doveri, né più né meno. Non ci interessa
fare la battaglia ideologica su quale sia il modello giusto o quello sbagliato.
Stiamo dentro questa realtà, chiedendo la parità di condizioni giuridiche ed
economiche a parità di verifica da parte degli organi statuali competenti. A condizione
cioè che gli organi statuali possano compiere la loro verifica per dare
l’accreditamento alle singole scuole a partire da taluni criteri che toccherà a
chi governa fissare, e toccherà alla società civile, soprattutto alle famiglie,
condividere.
Recentemente
ho avuto occasione di leggere una bella relazione di una delle maggiori esperte
italiane in materia, la professoressa Luisa Ribolzi[12]
dal titolo “Verso una definizione del
sistema pubblico di educazione” in cui tra l’altro si sfatano i pregiudizi più
diffusi: che lo Stato non può finanziare una scuola che condiziona
ideologicamente i suoi utenti, che i soldi per la scuola “privata” depauperano
le risorse per la scuola pubblica, che se si introduce il mercato la scuola
pubblica morirà, che i genitori di gruppi sociali svantaggiati non sono
interessati a compiere scelte formative per i propri figli e non sarebbero
comunque in grado di farlo… Queste obiezioni sono affrontate con molta
chiarezza, trovando validi argomenti di risposta, anche suffragati da attente
rilevazioni e sondaggi. Basti un esempio a proposito di una delle obiezioni più
radicate: la professoressa Ribolzi scrive: «nessuna ricerca ha
individuato un legame fino ad ora fra chiusura sociale ed utenza di una scuola
privata. I pochi lavori oggi disponibili tendono piuttosto a dimostrare che le
scuole confessionali [lei
le chiama così] hanno un “effetto” di
arricchimento culturale complessivo per la comunità». E in nota cita una ricca letteratura.
V Padri perché figli
Concludendo vorrei tornare, ancora una volta, su
quello che io reputo un fattore cardine dell’avventura educativa. L’educazione
esige la testimonianza di una umanità in atto,
cioè esige l’educatore, esige l’adulto.
E l’adulto è educatore a due condizioni: anzitutto che
lui, in prima persona, si lasci educare (uno non è padre se non è figlio.
Attenzione al tempo del verbo: se non è, non se non è stato).
La seconda condizione è che questa perenne
educabilità, questa mia libertà di permanente educando perché io possa essere
maestro, sia mobilitata dalla forza educativa di chi lavora con me, di chi interloquisce con me, di chi si
accompagna a me nella mia vita e, nel caso del corpo docente in una scuola -
poiché la vita è una vocazione fatta di circostanze e rapporti - di coloro che
condividono con me lo stesso compito. Non c’è un’altra strada perché
l’avventura educativa possa riuscire. Buon lavoro.
[1] Cfr. J. Maritain, Per una filosofia dell'educazione, La Scuola, Brescia 2001, 86.
[2] Ibid., 87.
[3] Cfr. L. Giussani, Il rischio educativo, SEI, Torino, 1995, 19.
[4] Cfr. A. Scola, Ospitare il reale, PUL-Mursia, Roma 1999.
[5] Cfr. M. Blondel, Storia e dogma, Queriniana, Brescia 1992, 103-137.
[6]Cfr. A. Scola, Genealogia della persona del figlio, in Pontificio Consiglio per la
Famiglia, I figli: famiglia e società nel
nuovo millennio. Atti del Congresso Teologico-Pastorale Città del Vaticano
11-13 ottobre 2000, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2001,
95-104.
[7] M. Buber, Dialogo, in Id., Il principio dialogico e altri saggi, San Paolo, Cinisello Balsamo 1993, 206.
[8]
Ho affrontato questa tematica in: A. Scola,
Libertà, verità e salvezza, in M. Serretti
(a cura di), Unicità e
universalità di Gesù Cristo. In dialogo con le religioni, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, 11-16; Id., Quale fondamento? Note introduttive, in «Rivista Internazionale di Teologia e Cultura. Communio» n. 180 (2001) n. 6, 14-28.
[9] E. Lévinas, Tra noi. Saggi sul pensare-all’altro, Jaca Book, Milano 1998, 253.
[10] Come spesso avviene, è il poeta che meglio riesce ad esprimere il dramma affascinante ed acuto dell’umana esperienza. Vorrei in questo senso citare Charles Péguy che, cercando di immedesimarsi nella mente e nel cuore di Dio di fronte alla libertà dell’uomo, ha parole di disarmante efficacia: «Come un padre che insegna a suo figlio a nuotare nella corrente del fiume e che è diviso fra due sentimenti./ Perché da un lato se lo sostiene sempre e lo sostiene troppo il bambino si attaccherà e non imparerà mai a nuotare./ Ma anche se non lo sostiene al momento giusto questo bambino berrà un sorso cattivo (...). / Tale è il mistero della libertà dell’uomo, dice Dio, e del mio governo su di lui e sulla sua libertà./ Se lo sostengo troppo, non è più libero. E se non lo sostengo abbastanza, va giù./ Se lo sostengo troppo, espongo la sua libertà, se non lo sostengo abbastanza, espongo la sua salvezza (...) ./ La libertà di questa creatura è il più bel riflesso che c’è nel mondo della libertà del Creatore», Ch. Péguy, Lui è qui. Pagine scelte, BUR, Milano 1997, 359-360.
[11] Non è facile dimenticare, a questo proposito, il racconto di Davide che piange sul cadavere del figlio Assalonne. Dopo aver ricevuto la notizia della morte del figlio traditore «fu scosso da un tremito, salì sul piano di sopra della porta e pianse; diceva in lacrime: “Figlio mio! Assalonne figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio, figlio mio”» (2 Sam 19, 1). Questo pianto per la morte del figlio sciagurato è forse una delle espressioni più belle dell’amore paterno, che non viene meno neppure di fronte all’evidenza del tradimento più orrendo. Non c’è forse anche qui un riflesso della paternità di Dio nei confronti dell’uomo peccatore?
[12] Professore
Ordinario di sociologia dell’educazione presso la Facoltà di scienze della
formazione dell’Università di Genova. (n.d.c)