RASSEGNA STAMPA di lunedì 5 marzo 2007

 

seconda edizione

 

SOMMARIO

 

La preghiera non è un optional ma è “questione di vita o di morte”: così il Papa all’Angelus di ieri dopo la settimana trascorsa nel clima e nell’esperienza degli esercizi spirituali: “Nel suo dialogo intimo con il Padre – ha affermato Benedetto XVI - Gesù non esce dalla storia, non sfugge alla missione per la quale è venuto nel mondo, anche se sa che per arrivare alla gloria dovrà passare attraverso la Croce. Anzi, Cristo entra più profondamente in questa missione aderendo con tutto se stesso alla volontà del Padre e ci mostra che la vera preghiera consiste proprio nell’unire la nostra volontà a quella di Dio. Per un cristiano, pertanto, pregare non è evadere dalla realtà e dalle responsabilità che essa comporta ma assumerle fino in fondo confidando nell’amore fedele e inesauribile del Signore. La preghiera non è un accessorio ma è questione di vita o di morte. Solo chi prega, infatti, cioè chi si affida a Dio con amore filiale, può entrare nella vita eterna, che è Dio stesso. Durante questo tempo di Quaresima chiediamo a Maria, Madre del Verbo incarnato e Maestra di vita spirituale, di insegnarci a pregare come faceva il suo Figlio perché la nostra esistenza sia trasformata dalla luce della sua presenza”. 

Nei giorni scorsi, intanto, articoli e fatti di cronaca hanno messo in risalto una volta di più l’autentica “emergenza scuola” o meglio l’ “emergenza educativa” che esiste nel nostro Paese. Temi e problemi sociali, poi, hanno compiuto una clamorosa irruzione nel mondo della canzone italiana e così, indirettamente, nella cosiddetta “cultura popolare” al punto che il Festival di Sanremo ha premiato canzoni non scontate e dai contenuti “forti”. Il testo del vincitore Simone Cristicchi è quasi una poesia dalle grandi emozioni. Nasce dalle pagine di un diario ritrovato in un manicomio e rappresenta un ritratto crudo e terribile (taluni passaggi sono molto… insidiosi) della malattia mentale: “Ti regalerò una rosa / Una rosa rossa per dipingere ogni cosa / Una rosa per ogni tua lacrima da consolare / E una rosa per poterti amare. Ti regalerò una rosa / Una rosa bianca come fossi la mia sposa / Una rosa bianca che ti serva per dimenticare / Ogni piccolo dolore. Mi chiamo Antonio e sono matto / Sono nato nel '54 e vivo qui da quando ero bambino / Credevo di parlare col demonio / Così mi hanno chiuso quarant'anni dentro a un manicomio / Ti scrivo questa lettera perché non so parlare / Perdona la calligrafia da prima elementare / E mi stupisco se provo ancora un'emozione / Ma la colpa è della mano che non smette di tremare / Io sono come un pianoforte con un tasto rotto / L'accordo dissonante di un'orchestra di ubriachi / E giorno e notte si assomigliano / Nella poca luce che trafigge i vetri opachi / Me la faccio ancora sotto perché ho paura / Per la società dei sani siamo sempre stati spazzatura / Puzza di piscio e segatura / Questa è malattia mentale e non esiste cura / I matti sono punti di domanda senza frase / Migliaia di astronavi che non tornano alla base / Sono dei pupazzi stesi ad asciugare al sole / I matti sono apostoli di un Dio che non li vuole / Mi fabbrico la neve col polistirolo / La mia patologia è che son rimasto solo / Ora prendete un telescopio... misurate le distanze / E guardate tra me e voi... chi è più pericoloso? / Dentro ai padiglioni ci amavamo di nascosto / Ritagliando un angolo che fosse solo il nostro / Ricordo i pochi istanti in cui ci sentivamo vivi / Non come le cartelle cliniche stipate negli archivi / Dei miei ricordi sarai l'ultimo a sfumare / Eri come un angelo legato ad un termosifone / Nonostante tutto io ti aspetto ancora / E se chiudo gli occhi sento la tua mano che mi sfiora / Mi chiamo Antonio e sto sul tetto / Cara Margherita son vent'anni che ti aspetto / I matti siamo noi quando nessuno ci capisce / Quando pure il tuo migliore amico ti tradisce / Ti lascio questa lettera, adesso devo andare / Perdona la calligrafia da prima elementare / E ti stupisci che io provi ancora un'emozione? / Sorprenditi di nuovo perché Antonio sa volare”. Certo, restano sempre e solo canzonette ma chissà che, in modo accattivante, non finiscano per risvegliare un’attenzione e attivare nuove sensibilità… (a.p.)

 

1 - IL PATRIARCA

 

LA NUOVA di domenica 4 marzo 2007

Pag 36 Il patriarca Scola in visita pastorale di f. ma.

Oggi a S. Giovanni Battista di Jesolo

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 3 marzo 2007

Pag XV Jesolo: il messaggio del Patriarca all’assemblea consiliare di Fabrizio Cibin

 

LA NUOVA di sabato 3 marzo 2007

Pag 38 Il Patriarca: “Puntiamo alla vita buona” di g. ca.

Municipio di Jesolo gremito di gente: il cardinale Scola in Consiglio chiede ai politici di costruire i valori positivi

 

2 - PARROCCHIE

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 4 marzo 2007

Pag 13 Rivoluzione nelle parrocchie. La Curia si ispira a Milano di Francesco Bottazzo

Chiese unite con un prete – guida e gli altri divisi per funzioni

 

Pag 13 Lino, l’africano di Mestre che costruisce ospedali e salva i bimbi dai pidocchi di Maria Paola Scaramuzza

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 4 marzo 2007

Pag IV Rinasce l’organo di San Marco di Alvise Sperandio

Tra breve, grazie a don Gomiero, sarà pronto lo strumento trasferito dalla Basilica a Santa Rita di Mestre

 

Pag VII Il Quaresimale che celebra San Salvador

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 3 marzo 2007

Pag VIII Quando la pausa pranzo si fa andando a messa di T.B.

A San Moisè

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

L’ESPRESSO di giovedì 8 marzo 2007

Pag 79 Ruini rovina la Famiglia di Marco Damilano

Crollano le copie del settimanale dei paolini “Famiglia cristiana”. E i giornalisti accusano: colpa della linea troppo schierata con la Cei

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 9 I vescovi verso una nuova guida. “Continuità” con la linea Ruini di Luigi Accattoli

Mercoledì la nomina di Bagnasco. L’identità di vedute con Ratzinger

 

Pag 9 Pera: “Sì all’appello del presidente Cei. In gioco tutta la cultura occidentale” di Marco Galluzzo

 

Pag 9 Alberigo: “Sbagliato evocare sempre nemici. Molti dubbi anche dentro la Chiesa” di Gian Guido Vecchi

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 "I cattolici difendano la famiglia, la Chiesa ha il dovere di richiamarli" di Franco Manzitti

L'arcivescovo Bagnasco, candidato alla successione di Ruini: "Mostriamo la forza della nostra identità"

 

Pag 3 Subito nomina del presidente, Ruini può restare come tutor di Orazio La Rocca

 

IL GAZZETTINO

Pag 2 Ruini dimissionario: resta l’incertezza sul successore alla Cei di Arcangelo Paglialunga

Il presidente dei vescovi italiani sul punto di lasciare: Bagnasco tra i più accreditati a prenderne il posto

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 4 marzo 2007

Pag 9 Ruini: cattolici svegliatevi. Meglio contestati che irrilevanti di Virginia Piccolillo

Parla il presidente della Cei: i Dico e il ruolo della Chiesa nella società

 

Pag 12 “Preti-spie, un complotto anti-Wojtyla” di Luigi Accattoli

L’ex segretario Dziwisz: vogliono impedirne la beatificazione

 

L’OSSERVATORE ROMANO di sabato 3 marzo 2007

Pag 5 La ragione, le scienze e il futuro delle civiltà

La prolusione del card. Ruini all’VIII Forum del progetto culturale promosso dalla Cei

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 3 marzo 2007

Pag 43 Ma la storia su Gesù non si fa col mistero di Giorgio De Rienzo

 

IL GAZZETTINO di sabato 3 marzo 2007

Pag 5 A due anni dalla morte, Ratzinger e Ruini biografi concorrenti di Wojtyla di Arcangelo Paglialunga

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 3 marzo 2007

Pag V L’abc della fede spiegato ai credenti di Alvise Sperandio

Scuola teologico-pastorale da settembre: voluta dal patriarca avrà tre sedi

 

IL SOLE 24 ORE di venerdì 2 marzo 2007

Pag 10 Quella “santa irrequietezza” di Giancarlo Lunati

Tra fede e laicità. Il pensiero di Benedetto XVI

 

30 GIORNI di gennaio 2007

Pag 72 Quell’incontro a Fatima di Stefania Falasca

Nel luglio 1977 Albino Luciani incontra suor Lucia. Come avvenne e come si svolge quell’incontro? Per la prima volta il segretario del patriarca Luciani, mons. Mario Senigaglia, racconta e rivela…

 

4 – MARCIANUM / ASSOCIAZIONI, MOVIMENTI, ISTITUTI E GRUPPI

 

L’UNITÀ di venerdì 2 marzo 2007

Pag 12 Cielle contro Azione cattolica: avete tradito la militanza di Roberto Monteforte

I movimenti si dividono sui Dico. E la manifestazione per la famiglia salta a data da destinarsi

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

AVVENIRE di domenica 4 marzo 2007

Pag 1 L’alleanza tra famiglia e prof si è infranta di Marina Corradi

Problema più grave d’altri

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 4 marzo 2007

Pag 17 Controfigure in cattedra di Eraldo Affinati

La scuola oggi è costretta a dire i no che i genitori non vogliono più pronunciare

 

LA STAMPA di domenica 4 marzo 2007

Quei bulli di genitori di Massimo Gramellini

 

IL GAZZETTINO di domenica 4 marzo 2007

Pag 12 Famiglia sempre più trascurata di Bruno Cescon

 

LA NUOVA di domenica 4 marzo 2007

Pag 1 I migliori atenei vanno premiati di Vincenzo Milanesi

Riforma e spesa

 

Pag 5 Campagna contro i violenti di Gianfranco Bettin

 

AVVENIRE di sabato 3 marzo 2007

Pag 3 Italia 2050. Tanti nonni e pochi nipoti. E nelle città si vivrà così… di Leonardo Servadio

Scenari futuri

 

LA NUOVA di sabato 3 marzo 2007

Pagg 2 – 3 Ragazzi al verde. E divertirsi costa il doppio di Gianluca Codognato e Francesca Bellemo

I giovani e il denaro: serata in pizzeria, prezzi sull’ottovolante

 

6 – SERVIZI SOCIALI / SANITÀ

 

LA NUOVA di sabato 3 marzo 2007

Pag 6 L’artrosi è femmina, l’infarto è maschio di Annalisa D’Aprile

Indagine Istat sulla sanità

 

Pag 18 “Sì ai privati nella Sanità ma alle nostre condizioni” di Massimo Scattolin

Intervista all’assessore regionale Flavio Tosi

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

IL GAZZETTINO

Pag 11 Arte e fede nelle isole treportine tra il XIV e il XX secolo. Dagli archivi veneziani uno spaccato storico del litorale nord di Egidio Bergamo

 

LA NUOVA

Pag 36 Sole e caldo, in 50 mila sulle spiagge di Giovanni Cagnassi

Lunghe code e traffico come in piena estate. Folla a Jesolo e Caorle, qualcuno fa il bagno

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 4 marzo 2007

Pag 9 La sublagunare riappare all’Arsenale di Serena Spinazzi Lucchesi

Costa spinge: “E’ essenziale”. Cacciari frena: “Seguiamo l’iter”

 

LA NUOVA di domenica 4 marzo 2007

Pag 24 Affitto da 50 mila euro di Manuela Pivato

Allarme di Magliocco (Ascom): “Negozi, in zona San Marco locazioni record”

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 3 marzo 2007

Pag 6 Venduta l’ultima grande isola. Stefanel esulta, ma c’è un giallo di Samuele Costantini

Con 8 milioni la sorella dell’industriale trevigiano vince l’asta per “Le Grazie”. Dubbi sul vero proprietario: sarebbe del Comune di Venezia e non dell’Ulss 12

 

IL GAZZETTINO di sabato 3 marzo 2007

Pag 24 L’Ateneo Veneto tra scienza ed esilio. Il presidente Semi: “Che vitale la cultura a Venezia!” di Sergio Frigo

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 3 marzo 2007

Pag V Il commosso addio al piccolo Willy di Lara Loreti

La Bissuola si è stretta attorno alla famiglia del bimbo stroncato a 6 anni dalla leucemia

 

8 – VENETO / NORDEST

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 4 marzo 2007

Pag 1 Dedicato a Luciana di Fausto Pezzato

La donna morta di paura

 

Pag 2 Napolitano, due giorni veneti. A Venezia omaggio a Pellicani di Alessandro Zuin

 

IL GAZZETTINO di domenica 4 marzo 2007

Pag 1 Il Nordest crede ancora nel lavoro di Marina Salamon

 

LA NUOVA di domenica 4 marzo 2007

Pag 1 La Tav? Pagano i pendolari di Francesco Jori

Treni a Nordest

 

LA NUOVA di sabato 3 marzo 2007

Pag 1 Ecco i figli degli immigrati di Gianpiero Dalla Zanna

Il nuovo Veneto

 

Pag 7 L’irresistibile “invasione”

Prima indagine sui figli degli stranieri

 

IL GAZZETTINO di sabato 3 marzo 2007

Pag 1 Le corse clandestine, rischiare la vita per vincere una birra di Giuseppe Pietrobelli

Dal Montello al Fadalto si organizzano con il passaparola, scuotono le notti e mietono vittime

 

9 – GVRADIO INBLU (Fm 92 e 94.6)

 

Borsa, economia e finanza nell’appuntamento settimanale del lunedì con l’esperto Livio Pauletto

 

Musica, notizie, attualità e approfondimenti dal Veneto e dal Nordest

 

11 – TELECHIARA

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 4 marzo 2007

Pag V Paola Saluzzi porta Trivignano in televisione di Daniele Duso

 

… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

PANORAMA di giovedì 8 marzo 2007

Pag 15 Siamo laici: rifiutiamo l’eugenetica di Giuliano Ferrara

Vale davvero la pena costruire in un mondo in cui la vita viene sacrificata alla ricerca senza limiti?

 

L’ESPRESSO di giovedì 8 marzo 2007

Pag 36 Ci vediamo in Afghanistan di Edmondo Berselli

Il governo riparte. E già l’attende lo scoglio delle missioni. Una nuova crisi sarebbe la fine del centrosinistra. E del bipolarismo. Con il varo di un esecutivo tecnico. Ad alto rischio

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Centrodestra in ordine sparso di Angelo Panebianco

La leadership dell’opposizione

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 La pistola che divide il Professore e Parisi di Edmondo Berselli

Diverso approccio su referendum e legge elettorale

 

Pag 44 Ecco dove rivedo il mio manicomio di Alda Merini

 

IL FOGLIO

Pag 1 Anche il pantheon relativista adesso ha la sua bella chiesetta di Giuliano Ferrara

 

LA NUOVA

Pag 1 Queste non sono solo canzonette di Marino Niola

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 4 marzo 2007

Pag 1 Per un’Europa senza complessi di Mario Monti

Il ruolo della Germania e dell’italia

 

Pag 33 Se la Chiesa parla e la politica ascolta in silenzio (lettere al Corriere)

 

Pag 41 Vince Cristicchi di Mario Luzzatto Fegiz

Con il rap sui malati di mente batte Al Bano e Mazzocchetti. Battibecchi tra platea e giuria

 

LA REPUBBLICA di domenica 4 marzo 2007

Pag 47 L’importanza del dialogo tra atei e credenti di Orlando Franceschelli

 

IL MESSAGGERO di domenica 4 marzo 2007

Pag 1 L’Italia, gli Stati Uniti e la ricerca delle vie della pace di Ennio Di Nolfo

 

AVVENIRE di domenica 4 marzo 2007

Pag VI Principia. Per una riscoperta delle basi etiche di Francesco Ognibene

Intervista a Vittorino Andreoli: esce la sua raccolta delle puntate firmate su Avvenire dallo psichiatra veronese

 

IL GAZZETTINO di domenica 4 marzo 2007

Pag 1 Le paure di un premier sotto esame di Alberto Sensini

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 3 marzo 2007

Pag 1 Un percorso minato di Sergio Romano

Il governo e la legge elettorale

 

Pag 1 Piero e Francesco, la rivincita dopo pane e cicoria di Francesco Verderami

 

Pag 1 L’Iraq e l’effetto “domino” di Franco Venturini

 

Pag 5 “I teodem non scatenino guerre tra cattolici. Io, teocon, ubbidirà al vescovo di Roma” di Francesco Cossiga

 

Pag 10 Gli italiani a Herat, allarmi bomba e missioni parallele di Francesco Battistini

 

Pag 38 I conti della fioraia, le pretese di Luigi XIV e la lenzuolata Bersani di Piero Ostellino

 

LA STAMPA di sabato 3 marzo 2007

Le tre sinistre di Luca Ricolfi

 

Troppo idealista? No, comunista di Franco Turigliatto

Il senatore Turigliatto ci ha inviato questo intervento nella forma di una lettera ai suoi sostenitori

 

IL MESSAGGERO di sabato 3 marzo 2007

Pag 1 Il pericolo di galleggiare, l’obbligo di decidere di Paolo Pombeni

 

IL FOGLIO di sabato 3 marzo 2007

Pag 1 La sacra laica inquisizione

Il nuovo oscurantismo chiede agli studenti cattolici della Statale di Milano di tacere o di domandare se l’embrione è vita solo nelle aule dei convegni scientifici. I ragazzi invece invitano i prof a un dibattito

 

Pag 3 Ma l’omofobia no

La difesa della famiglia richiede il rispetto dello stile di vita delle persone

 

AVVENIRE di sabato 3 marzo 2007

Pag 1 Ma le riforme non siano ridotte a pretesto di Marco Tarquinio

Oltre l’ “infinita transizione”

 

LA NUOVA di sabato 3 marzo 2007

Pag 1 Potare la selva dei partitini di Ferdinando Camon

Legge elettorale

 

 

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1 - IL PATRIARCA

 

LA NUOVA di domenica 4 marzo 2007

Pag 36 Il patriarca Scola in visita pastorale di f. ma.

Oggi a S. Giovanni Battista di Jesolo

 

Jesolo. Stamattina inizia presto la giornata di visita pastorale a Jesolo del patriarca Angelo Scola che presiederà nella chiesa di S. Giovanni Battista la messa delle 8.30 e poi quella solenne delle 10.30 per l’intera comunità. A seguire incontrerà gli animatori dei gruppi, e un gruppo di ragazzi fidanzati, giovani sposi e le famiglie. La messa serale delle 18, infine, sarà presieduta da uno dei vicari episcopali. La parrocchia di S. Giovanni Battista è in assoluto la più popolosa dell’intera diocesi con i suoi 11.722 abitanti. Si tratta anche della parrocchia più antica del territorio jesolano essendo stata eretta nel 1495. Attualmente è guidata da don Paolo Donadelli (parroco dal 1992) con la collaborazione del vicario parrocchiale don Alessandro Panzanato. E’ stata apprezzata da tutti la visita del patriarca sul litorale. Molto sentito dai fedeli l’incontro di ieri con alcuni ammalati nelle case e poi in parrocchia con alcuni genitori con figli in stato di disagio.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 3 marzo 2007

Pag XV Jesolo: il messaggio del Patriarca all’assemblea consiliare di Fabrizio Cibin

 

Jesolo. Il rispetto dell'uomo, delle sue esigenze sia materiali che spirituali, l'accoglienza di ogni persona, il confronto tra comunità anche diverse, il riconoscimento del diritto alla scuola privata, l'Europa diventata un po' molle rispetto alla sua identità. Sono i temi che il Patriarca Angelo Scola ha affrontato nel suo intervento di fronte al consiglio comunale jesolano. In questi giorni il massimo esponente della Diocesi di Venezia è in visita pastorale a Jesolo e ieri ha voluto accettare l'invito dell'ente comune, incontrando il consiglio comunale. E la prima volta che monsignor Scola entra nell'aula consiliare della cittadina balneare; l'ultima volta che un Patriarca ha fatto visita all'istituzione è stata in occasione dell'inaugurazione del municipio, con Marco Cè. È stata una seduta formale a tutti gli effetti, anche se con un ospite speciale, con il presidente Marilena Lazzarini che ha aperto i lavori e ceduto la parola di volta in volta al sindaco e ai capigruppo consiliari. Ognuno ha toccato temi che hanno riguardato il sociale, i bisogni dell'uomo, l'educazione, la direzione che sta prendendo l'Europa. Nel suo apprezzato intervento, da tutti gli schieramenti politici, il Patriarca ha risposto a tutti, con un intervento che ha avuto un iniziale filo conduttore: non bisogna prescindere da entrambe le esigenze dell'uomo, quelle materiali e quelle spirituali. "Esprimo molta gratitudine - ha detto - per il vostro invito, che è il riconoscimento all'azione cristiana a beneficio di tutti. L'Italia è in una situazione difficile e la spina dorsale è rappresentata dalle piccole e medie realtà; questo mi riempie di speranza. La vita buona è sinonimo di buon governo e questo si percepisce dalle parole di ognuno. La vita buona è costituita da un insieme di beni, materiali e spirituali; da qui la necessità di una collaborazione tra comunità cristiane ed eventuali altri comunità che dovessero nascere (con questo processo dobbiamo fare i conti. Una delle sfide che dobbiamo affrontare è quella dell'accoglienza di ogni uomo". Con delicatezza, ma decisione insieme, il Patriarca ha sottolineato la necessità di garantire la libertà di educazione per ognuno, con riferimento alle scuole private che necessitano di sostegno.

 

LA NUOVA di sabato 3 marzo 2007

Pag 38 Il Patriarca: “Puntiamo alla vita buona” di g. ca.

Municipio di Jesolo gremito di gente: il cardinale Scola in Consiglio chiede ai politici di costruire i valori positivi

 

Jesolo. Il patriarca Angelo Scola varca la soglia del Consiglio comunale. Ad attenderlo ieri, il sindaco Francesco Calzavara affiancato dalla presidente del Consiglio Marilena Lazzarini, poi un folto corteo di autorità civili e militari che, assieme ai cittadini, hanno gremito le sale del Consiglio. Un appuntamento inconsueto, che ha visto il porporato accogliere l’invito dell’amministrazione dopo la visita pastorale sul litorale e incontri con i giovani e i rappresentanti delle categorie sociali ed economiche. Gli interventi dei consiglieri sono stati lo specchio della vita cittadina e della comunità cristiana che a Jesolo vede tra il 20 ed il 25 per cento dei residenti partecipare regolarmente alla messa domenicale. Una delle percentuali più alte della diocesi. Monsignor Scola ha ribadito la necessità di un orientamento religioso della comunità che si confronta con realtà nuove e in movimento continuo. I riferimenti al suo concetto di «meticciato religioso» hanno punteggiato il dotto contributo che ha calamitato l’attenzione della platea. Il sindaco Calzavara ha introdotto al patriarca la realtà jesolana, che si estende tra due foci di fiumi, sospesa tra mare e campagna. Più anime a comporre una città che oggi più che mai deve fare i conti con la sua identità. Il primo a parlare è stato Roberto Rugolotto della Margherita ad introdurre il rapporto tra chiesa e politica. Lo ha seguito Otello Bergamo di FI che ha ricordato le radici cristiane dell’Europa, l’importanza di simboli come il crocifisso. Antonio Babbo dei Ds ha voluto porre l’accento sulla necessità di riflettere sulla vita sociale e l’assistenza in un contesto di culture e popoli anche diversi. Poi è stato il turno di Antonio Priviero, Udc, che dalle relazioni tra fede e politica è passato allo scollamento della società dai valori cristiani come la famiglia. Luca Zanotto di An ha posto una domanda sulla scuola e la capacità di formare i giovani, mentre Leandro Zaccariotto della lista Martin ha evidenziato la necessità di non avere animo freddo di fronte a certi insegnamenti della chiesa cattolica. Scola ha avuto una risposta limpida e comprensibile per tutti. E’ partito da un’analisi sulle etnie e confessioni diverse che devono convivere, pur senza perdere la forza della comunità cristiana. Poi ha sottolineato come la piccole-media città, come Jesolo, sia la spina dorsale dell’economia del Paese. «Dobbiamo riuscire ad edificare quella che è definita come vita buona- ha detto il patriarca- fondata sulla fede, la famiglia, l’amore la pace».

 

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2 - PARROCCHIE

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 4 marzo 2007

Pag 13 Rivoluzione nelle parrocchie. La Curia si ispira a Milano di Francesco Bottazzo

Chiese unite con un prete – guida e gli altri divisi per funzioni

 

Venezia — Pochi sacerdoti, le parrocchie si mettono insieme e le famiglie vanno a vivere nelle canoniche. Scatta la rivoluzione nella Curia di Venezia con le prime sperimentazioni nel litorale e al Lido. « Vogliamo valorizzare tutti gli stati di vita coinvolgendo diaconi, laici e religiosi in un processo di responsabilità », dice monsignor Beniamino Pizziol, vicario generale. Da una parte i sacerdoti si metteranno insieme svolgendo attività comuni come il catechismo, la carità, gli incontri con i giovani e gli sposi, dall'altra i laici parteciperanno alla gestione della parrocchia, diventando anche punto di riferimento durante la settimana dove non ci sono i preti. La Diocesi le chiama « comunità religiose », di fatto Venezia adotta il modello missionario chiamando a collaborare religiosi e laici. « Così riusciamo a razionalizzare al meglio le forze della nostra Diocesi », precisa don Beniamino, facendo capire come sarebbe stato più semplice eliminare parrocchie, unendo più zone sotto un'unica chiesa. La scelta del patriarca invece è stata diversa, puntando su una Chiesa vicino alla gente senza perdere la capillarità, nonostante i soli 214 sacerdoti ( di cui un'ottantina in centro storico). Per far questo la Curia ha guardato a quello che sta facendo Milano, tanto che la bozza della nuova organizzazione sarà pronta a giugno, « ma non sarà calata dall'alto », si affretta a precisare monsignor Pizziol. Sarà infatti necessario un confronto con i sacerdoti, soprattutto quelli più tradizionalisti e che guidano parrocchie numerose (con più di seimila fedeli) ad esempio San Giorgio Martire a Chirignago dove c'è don Roberto Trevisiol o il Sacro Cuore di Mestre, Sant'Antonio a Marghera o quelle delle comunità neocatecumenali. Il nuovo modello verrà portato gradualmente in tutta la Diocesi, partendo da dove può essere attuato subito e facilmente come le zone più periferiche in cui i preti sono pochi e i parrocchiani anche (Caorle in primis) per arrivare a dove i numeri dei fedeli e la forte personalità del parroco rendono la cosa più difficile. La fatica della Curia sarà proprio quella di non urtare la sensibilità dei preti più « forti » e nel contempo garantire il risultato che il patriarca Angelo Scola si prefigge. Le difficoltà stanno tutte qua, e le prime timide sperimentazioni del Lido lo confermano. Sarà una rivoluzione anche per i fedeli: la figura del parroco non sarà più come quella che hanno imparato a conoscere fino ad oggi. In ogni zona — più o meno grande, a seconda del territorio, ma con varie chiese — ci sarà un prete che avrà la responsabilità e la guida della « comunità », mentre gli altri pur rimanendo parroci si occuperanno trasversalmente di un'attività ben precisa, dalla catechesi alla carità. In sostanza è come se si unissero tutte le chiese del Lido, il parroco di Santa Maria Elisabetta fosse il prete di riferimento della comunità con il patriarca e gli altri parroci invece si occupassero per tutte le chiese di un settore in particolare della vita religiosa. In mezzo ci saranno i laici e diaconi, tre- quattro persone a formare una sorta di mini consiglio in supporto del sacerdote, che da semplici collaboratori diventano corresponsabili delle attività delle parrocchie. Lo saranno ancor più nelle zone periferiche della Diocesi come quelle del litorale o dei vicariati della riviera e del centro storico in cui per tutta la settimana diventeranno punto di riferimento dei fedeli. L'esempio arriva da Caorle dove i preti già non ci sono, a parte nel fine settimana per le celebrazioni e dove il diacono Giovanni D'Alberton si è trasferito nella canonica di Castello di Brussa. E' il primo di una lunga serie, per non lasciar vuote le canoniche e mantenere la presenza capillare della Chiesa. D'Alberton è andato da solo, ma don Beniamino non nasconde che in altre zone fra qualche mese ci potranno essere famiglie intere.

 

Pag 13 Lino, l’africano di Mestre che costruisce ospedali e salva i bimbi dai pidocchi di Maria Paola Scaramuzza

 

Mestre — Il prossimo obiettivo è la raccolta di sapone allo zolfo: l'appello è stato lanciato, e i risultati arriveranno. Lino infatti non è un pensionato come gli altri, e se l'hanno accontentato le Nazioni Unite, anche i mestrini lo faranno. Come un semplice pensionato della Gazzera sia riuscito a costruire ponti, acquedotti, sei scuole per 350 bambini, una struttura per disabili e turbine per l'elettricità, in un villaggio congolese che grazie a lui adesso viaggia anche in Internet, è quasi difficile a credersi. Eppure è questa la storia di Lino l'Africano, ovvero del signor Lino Gabrieli, 73 anni, del fratello Eligio (68), e della moglie Maria, una famiglia che si è fatta trascinare dall'entusiasmo missionario di Lino, che negli ultimi 18 anni ha vissuto sei mesi alla Gazzera e gli altri sei a Kyondo, in Congo, fondando due associazioni, una presso la parrocchia mestrina di S. Maria Ausiliatrice e l'altra tra gli abitanti del luogo, oggi riconosciuta anche dal nuovo governo congolese. L'ultimo viaggio, destinazione Africa, Lino l'ha compiuto proprio in questi giorni: « Parto domani mattina e non so quando torno, abbiamo un bel po' di cose da fare », ha detto lo scorso giovedì 15 febbraio, pronto per atterrare con il fratello Eligio a Mombasa. Ad attenderlo laggiù i caschi blu delle Nazioni Unite, che da un paio d'anni gli danno una mano venendo a prendersi a Mestre due o tre container alla volta pieni di vestiti, di aiuti e di pezzi di ricambio. Il prossimo appello riguarda appunto il sapone, sapone allo zolfo: « Avendo sempre sotto gli occhi questi bambini infestati dalla scabbia, dalla tenia e dai pidocchi penetranti, abbiamo cercato di porre rimedio - scrive Lino in una lettera indirizzata ai possibili benefattori - abbiamo costruito un luogo con acqua calda, sapone e creme. Ne abbiamo già curati 3.500, con ottimi risultati grazie a Dio, ma ora serve dell'altro sapone ».

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 4 marzo 2007

Pag IV Rinasce l’organo di San Marco di Alvise Sperandio

Tra breve, grazie a don Gomiero, sarà pronto lo strumento trasferito dalla Basilica a Santa Rita di Mestre

 

Mestre accoglie uno degli organi maggiori in assoluto: considerato tra i 10 o 20 più grandi d'Italia, si trova nella chiesa di Santa Rita, tra via Miranese ed il parco del Piraghetto, dove il parroco don Gianfranco Gomiero ha voluto tenacemente recuperare un Tamburini del 1957 che fino al 1990 ha suonato in basilica a San Marco. Si tratta di uno strumento a trasmissione elettrica dotato di 5 mila canne, 96 registri e 3 tastiere, per una larghezza di quasi 14 metri e una profondità di oltre 3 metri, disposto su tre piani da un lato all'altro della cantoria sopra l'ingresso, dove occupa in sostanza la facciata intera. "E' un'opera grandiosa del valore di 900 mila euro che, con una spesa effettiva di due terzi inferiore, restituiamo all'originale bellezza e alla migliore resa acustica" - dice il sacerdote che è responsabile diocesano per la musica ed il canto e nel settore è ritenuto un esperto qualificato conosciuto a livello nazionale. L'organo è stato costruito 50 anni fa dalla rinomata ditta di Crema su progetto fonico del maestro Fernando Germani, organista titolare della basilica vaticana, inaugurato il 5 gennaio del '58 alla presenza del cardinale Angelo Roncalli (divenuto papa Giovanni XXIII) e donato alla cattedrale veneziana dal suo primo procuratore, il conte Vittorio Cini. A San Marco ha suonato fino al 1991, quand'è stato dichiarato cedibile tanto che tre anni dopo è stato assegnato alla parrocchia di Selvino, provincia di Bergamo, in cambio di un'offerta e col vincolo della proprietà alla Procuratia. Ma dopo la rinuncia di questa, cinque anni fa lo strumento è stato destinato a Santa Rita, dove don Gomiero, alla guida della comunità dal 1988, ha deciso di ripristinarlo accollandosi le spese per il trasporto. Un intervento lungo e complesso e per il quale, strada facendo, non sono mancati grossi ostacoli. "Solo il patriarca Angelo Scola mi ha sostenuto, ma per il resto mi sono trovato letteralmente da solo - afferma non nascondendo tutta la sua amarezza -. Pochissime persone mi hanno dato una mano, ma almeno mi sarei aspettato più interesse dai parrocchiani, dalla cittadinanza e da altri sacerdoti. Per non parlare dei contributi che sono stati davvero modici. Alla fine avremo speso oltre 320 mila euro per dare alla città uno strumento di questa storia, di queste dimensioni e di grandissima qualità, eppure ho registrato un'indifferenza generale quasi disarmante". Soltanto la Fondazione Carive e la Fondazione Cini hanno dato qualche soldo, dal Comune sono arrivati 55 mila euro distribuiti in due finanziamenti, prima con la Giunta Costa e quindi con quella attuale, mentre la Diocesi ha attinto 10 mila euro dall'8 per mille. Al resto ci ha pensato don Gomiero che del Tamburini aveva saputo da un amico organaro; e bravo è stato a cogliere la palla al balzo intervenendo con decisione per tempo. Ma proprio quando tutto sembrava andare per il verso giusto, qualcosa s'è inceppato, tra difficoltà di diversa natura che hanno fatto lievitare i costi ed allungare i tempi, mettendo a rischio il recupero. Se qualcun altro si sarebbe arreso, il sacerdote, però, non si è dato per vinto e col contributo di una manciata di validissimi volontari ha trovato la svolta per riuscire a riprendere i lavori nel laboratorio allestito in una sala parrocchiale. L'opera di montaggio e allestimento ha ripreso a gonfie vele e ora manca poco perché il Tamburini possa ritornare a pieno servizio, distribuendo le sue splendide note. Un premio all'ostinazione di don Gomiero, classe 1942, che con gli stessi volontari ha creato anche un'associazione - denominata "Grande organo di Santa Rita" - con l'obiettivo di gestire l'attività e l'ordinaria manutenzione dello strumento. Così saranno creati degli eventi in modo da poter entrare autorevolmente nel circuito nazionale (e perché no internazionale) della grande musica organistica, dei concerti ed anche attività di formazione e perfezionamento rivolte agli appassionati e ai giovani. Nel frattempo, attorno a maggio o al più tardi giugno, a lavori finiti, verrà organizzata una giornata inaugurale perché tutti possano ammirare e ascoltare questo che, per Mestre, è un pezzo da novanta. Visti i precedenti don Gomiero preferisce aspettare per cantare vittoria, ma ora che ci siamo quasi una domanda se la pone: come risponderà adesso la città?

 

Pag VII Il Quaresimale che celebra San Salvador

 

Alla presenza di quasi 300 persone, tra le quali i Procuratori di San Marco e i loro ospiti delle Procuratorie di tutta Italia, Cappella Marciana ha inaugurato venerdì il percorso Quaresimale A.D. MMVII "Crucifixus". L'approccio alla Santa Pasqua attraverso un iter comunitario di riflessione e approfondimento è consuetudine e tradizione che, sin dall'antichità, si perpetua attraverso la pratica del Quaresimale: l'iniziativa è nata da un'idea di VeryVenice esplicitamente per essere inserita nelle celebrazioni per il Cinquecentenario della chiesa di San Salvador. Lo scopo dell'iniziativa, sposata anche dalla nascente Comunità Marciana, è proporre alla città sei eventi articolati tra musica, parola e immagine.Prossimo appuntamento venerdì della prossima settimana presso la chiesa di Santo Stefano, dove il professor Alberto Peratoner proporrà un incontro sul tema "Il Crocifisso nelle braccia del Padre. Un percorso iconografico". Tra le celebrazioni del Cinquecentenario, la seconda sessione del "Convegno di arte, storia, teologia e spiritualità", martedì prossimo, alla Scuola Grande San Teodoro: don Lucio Cilia interverrà sul tema "Il Salvatore nel quarto Vangelo" e la Dott.ssa Luisa Riccato proporrà una relazione su 'Scuole e Confraternite a San Salvator'.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 3 marzo 2007

Pag VIII Quando la pausa pranzo si fa andando a messa di T.B.

A San Moisè

 

Quando svolgeva il proprio ministero nella Diocesi di Milano, il Patriarca Angelo Scola l'aveva già proposta allo scopo di favorire la pratica religiosa alle migliaia di pendolari che ogni giorni raggiungono la metropoli per impegni di studio o di lavoro: una messa ad orario inusuale, ovvero alle 13.30, durante la pausa pranzo, come oggi viene definita. Ed oggi, a Venezia, il medesimo orario di celebrazione è già in vigore, da alcuni giorni, nella chiesa di San Moisè, scelta non a caso, in quanto situata al centro di una vasta zona lavorativa nel cuore della città, occupata da alberghi, uffici pubblici e privati, grandi negozi, enti, banche ed altro ancora. Un baricentro, secondo alcuni dati, in cui convergono almeno trentamila pendolari, comprese pure le zone limitrofe. Gente che giunge a Venezia al mattino e rientra nella terraferma al tramonto. Per costoro, e per quanti lo desiderano, la messa è celebrata in ogni giorno feriale, nel periodo di Quaresima, alle 13.30 forse un orario un po'insolito ma che dai primi riscontri di adesioni, sembra essere indovinato.«Nel cammino quaresimale - osserva mons. Giuseppe Camilotto, arciprete di San Marco e amministratore parrocchiale della stessa San Moisè -, memori del nostro battesimo, siamo esortati a vivere questo momento eucaristico per accogliere l'amore cristiano e saperlo diffondere con ogni gesto e parola, specie verso chi più soffre ed ha bisogno». Alla Messa di San Moisè, nella pausa pranzo, se ne aggiunge un'altra, nel centro storico, celebrata in lingua inglese per tutti i turisti, ogni giorno feriale alle 9.30 e festivo alle 11.30, nella vicina Chiesa di San Zulian.

 

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3 – VITA DELLA CHIESA

 

L’ESPRESSO di giovedì 8 marzo 2007

Pag 79 Ruini rovina la Famiglia di Marco Damilano

Crollano le copie del settimanale dei paolini “Famiglia cristiana”. E i giornalisti accusano: colpa della linea troppo schierata con la Cei

 

Copie vendute in picchiata: erano 733 mila nell’ottobre 2004, sono scese a 642 mila un anno dopo, sono crollate a 564 mila nell’ottobre 2006. Firme imbarazzanti: quella di Guglielmo Sasinini, che fino a poche settimane fa figurava nella gerenza del giornale come consulente di direzione ed è sparita senza spiegazioni, solo dopo l’arresto per il caso Telecom-Sismi e l’accusa di aver utilizzato il centro documentazione del periodico per produrre i suoi dossier. E poi, correzioni, ammonizioni, la pesante ombra della censura, per riportare il settimanale sotto il controllo della Cei del cardinale Camillo Ruini. Come denunciano i giornalisti, «ci siamo adagiati nel generale conformismo obbediente che regna non solo nella informazione cattolica, ma anche in tutta la Chiesa italiana». Parenti serpenti, più che “Famiglia cristiana”. Nella testata ammiraglia della Società San Paolo, l’ordine fondato da don Giacomo Alberione per promuovere l’incontro tra i cristiani e i media moderni, è scoppiata la guerra. Raccolte di firme per sfiducia-re il direttore don Antonio Sciortino, il cdr che tuona contro il rischio di trasformare il settimanale in un « megafono acritico delle posizioni ufficiali della Chiesa». E un dettagliato libro bianco curato da 32 giornalisti di tutte le testate del gruppo: una requisitoria. Il crollo delle copie e dei ricavi, si legge, è dovuto in gran parte alla « sottomissione di principio all’autorità ecclesiastica», a un eccesso di clericalizzazione», «un tradimento dell’autonomia che è stata un nostro punto di forza e che ci ha fatto guadagnare stima anche in ambienti laici». Basta mettere in fila le copertine dedicate a papi, santi, fiction religiose, temi confessionali. Ma anche le scelte editoriali delle ultime settimane, durante lo scontro dentro il mondo cattolico intorno alla legge sui Dico. Una copertina con lo slogan secco: “Meno Dico più famiglia”. Commenti a senso unico (“Il governo ha scelto una strada pericolosa e ambigua»), con un’intervista al ministro Rosy Bindi a bilanciare debolmente. Neppure una riga sull’appello dello storico Giuseppe Alberigo che invita la Cei a non impedire ai parlamentari cattolici di esprimersi liberamente, firmato da oltre 7.500 persone, tra cui alcuni redattori di “Famiglia”. Una non notizia, evidentemente, per il ponte di comando del settimanale paolino: la caporedattrice Renata Maderna, don Sciortino, direttore dal 1997, e soprattutto il il nuovo uomo forte, il vice-direttore don Giuseppe Soro. Qualche settimana fa don Soro è diventato direttore generale dei periodici San Paolo e ha mantenuto l’incarico di vice-direttore del settimanale. Un raro caso di prete-giornalista-editore, insieme controllore e controllato. Ancora più straordinario, dato che don Soro non risulta iscritto all’albo dei giornalisti professionisti e che i colleghi lo accusano di «palese inadeguatezza professionale». In redazione ricordano di quando corresse un pezzo che parlava dell’incontro dello scrittore Günther Grass con «una giovane recluta della Wehrmacht, aggiungendo di essersi sbagliato». Il giovane in questione era Joseph Ratzinger, ma don Soro, chissà perché, aveva depennato il nome del futuro papa dall’articolo, rendendolo incomprensibile. I temi scomodi, il traffico di armi, gli scandali della cooperazione internazionale, la mafia sono progressivamente finiti in secondo piano, mentre sparivano del tutto dagli interventi della gerarchia ecclesiastica. Mai visto un simile eccesso di zelo nel settimanale popolare che sotto la direzione di don Leonardo Zega superava il milione di copie vendute, faceva discutere per le posizioni avanzate in materia di etica sessuale e guidava il fronte cattolico progressista. Il trend negativo è partito negli anni Novanta, con la fine della Dc, il bipolarismo, la difficoltà di tenersi in bilico tra i due schieramenti politici e l’aggressività della Cei ruiniana, che voleva far tacere una voce non allineata. Prima, il commissariamento dei paolini con il vescovo Antonio Buoncristiani. Poi, la rimozione di don Zega dalla direzione. Ora arriva la promessa della Cei di un aiuto economico. Offerta generosa, ma interessata. Sarà per questo che oggi “Famiglia cristiana” sembra “Avvenire”. Ma senza futuro…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 9 I vescovi verso una nuova guida. “Continuità” con la linea Ruini di Luigi Accattoli

Mercoledì la nomina di Bagnasco. L’identità di vedute con Ratzinger

 

Città del Vaticano — Il cardinale Camillo Ruini lascia la presidenza della Cei ma la sua linea resta: è questo il commento più frequente che si ascolta in Vaticano e alla Cei riguardo alle indiscrezioni che prevedono per dopodomani l'annuncio del successore nella persona dell'arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco. «È preferibile essere contestati che essere irrilevanti»: l'idea guida dell'intervista che il cardinale ha dato ieri al «Corriere della Sera» potrebbe essere la parola d'ordine che lascia al successore. A garantire continuità di linea c'è innanzitutto la personalità di Bagnasco, che è un seguace e un collaboratore del cardinale Ruini. È il presidente uscente che a suo tempo lo scelse come «ordinario militare», già allora immaginandolo (in quanto genovese di formazione) come futuro arcivescovo di Genova. Nella Cei Ruini ha più volte proposto Bagnasco come uomo di fiducia per missioni delicate, si trattasse di tenere una «relazione» in un qualche ambiente culturalmente difficile o di assumere la supervisione del quotidiano cattolico (è presidente del consiglio di amministrazione di «Avvenire»). A leggere — dal sito internet dell'arcidiocesi — le 31 omelie che l'arcivescovo Bagnasco ha tenuto dal giorno del suo insediamento (il 24 settembre scorso) si ritrovano tutti i temi cari a Ruini: «non essere assenti dal dibattito culturale in atto», contrastare la «concezione relativista e quindi debole della persona», «il servizio alla verità può comportare contestazione e dileggio», «il mondo guarda all'Italia», «sosterremo senza ambiguità e sofismi la identità ineguagliabile del matrimonio». Oltre che per convergenza di posizioni ci sarà continuità di linea perché la decisione di stare sulla scena pubblica nonostante ogni «contestazione» non è di Ruini e Bagnasco, ma è di papa Ratzinger e fu di papa Wojtyla sostenuto in questo dal cardinale Ratzinger. C'è dunque un «albero motore» che viene da lontano a muovere le ruote secondo quella linea e che a suo tempo (era il 1986) fu all'origine della chiamata a Roma del vescovo ausiliare di Reggio Emilia Camillo Ruini. La garanzia della continuità spiega anche la relativa indifferenza con cui i responsabili di questo avvicendamento — il papa e i cardinali Bertone, Re e Ruini — pare intendano tenere fede ai tempi programmati nonostante il fuoco che è divampato negli ultimi due mesi sulla questione dei «Dico». Ma Bagnasco — che sarà cardinale con il prossimo Concistoro — è una personalità meno forte, o meglio meno «indipendente» rispetto a Ruini. Più portato alla concertazione collegiale. E resterà arcivescovo di Genova, sarà dunque meno presente sulla scena vaticana, politica e televisiva. Verrà naturale — con la sua investitura — quella ridistribuzione dei ruoli che dicono sia voluta dal papa teologo: la conferenza episcopale deve fornire un «supporto» e un «collegamento» all'azione dei vescovi locali, ma non li deve teleguidare né oscurare. Per vie sue e senza che nessuno l'avesse programmato, il cardinale Ruini in più di vent'anni di conduzione della Cei (cinque anni come segretario e 16 come presidente) è riuscito a realizzare un «governo» forte e accentrato del nostro episcopato, paragonabile a quello ottenuto nello stesso periodo in Germania dal cardinale Karl Lehmann. Il papa tedesco è grato a questi grandi protagonisti della vita delle conferenze episcopali ma pare voglia si torni a gestioni più ordinarie.

 

Pag 9 Pera: “Sì all’appello del presidente Cei. In gioco tutta la cultura occidentale” di Marco Galluzzo

 

Roma — Ruini dice "cattolici svegliatevi". "Rischiamo di diventare subcultura", aggiunge. Sembrano parole da mobilitazione. Che succede?

«Può sembrarlo. Ma non si tratta di un appello politico», risponde Marcello Pera, ex presidente del Senato. «La dimensione resta religiosa, morale soprattutto. E' anche la risposta a un risveglio delle coscienze che si coglie in Europa. E a cui si vuole corrispondere. Si rafforza la reazione al relativismo, con un appello alle coscienze e agli individui prima ancora che ai cattolici. Ruini sembra rivolgersi al singolo uomo, affinché tutti possano recuperare il senso della propria identità: religiosa, cattolica, culturale».

"Se non vi svegliate niente potrà salvarci", prosegue Ruini. Sono toni quasi escatologici, la situazione è così grave?

«Si fa riferimento al rischio d'estinzione della nostra cultura. Non solo cattolica, occidentale in senso più lato. Non a caso Ruini fa un parallelo fra Italia e Stati Uniti, la prima considerata come fortezza in grado di arginare il laicismo europeo. La diagnosi è grave, ma non è la marginalizzazione dei cattolici, bensì di un'intera civiltà.

Ed è in piena linea con l'appello di Ratzinger, quando si rivolge a credenti e non credenti, e dice siete a rischio, tutti quanti...».

Avremo una Chiesa sempre più interventista?

«Sulla politica la Chiesa diventa meno interventista, in qualche modo la bypassa. Mentre si rivolge direttamente ai laici come ai cattolici, assume le forme di un magistero morale prima che religioso, diventa uno dei simboli chiave di un'identità millenaria non solo cattolica».

"Meglio contestati che irrilevanti", dice ancora Ruini.

«Non da ora ma da alcuni millenni la Chiesa ha fatto i conti con la contestazione. Accade ogni qual volta predica, si fa ecclesia, assume sino in fondo il proprio magistero di evangelizzazione, di missione morale».

Sui Dico la Chiesa ha vinto?

«Che la Chiesa abbia chiamato a raccolta singoli senatori, da Andreotti alla Binetti, non ci credo. Credo invece sia riuscita volutamente ad alzare il tono dello scontro ed a svegliare le coscienze. E qui ha vinto. Anche con argomenti non propriamente religiosi come la difesa dei figli. Con una predicazione più catechistica forse non avrebbe ottenuto lo stesso successo».

Cosa ha prodotto lo scontro?

«Io credo che ci sia stata un'eccessiva dose di arroganza da parte di Prodi, che fra l'altro è un cattolico. Spesso è stato irriguardoso verso la Chiesa, in alcuni casi nei confronti del Papa. C'è stato un eccesso di sicurezza che Oltretevere ha sconcertato parecchie persone e che alla fine ha prodotto un muro».

I Dico sono un capitolo chiuso per il governo?

«Non credo che ci sarà una crisi sui Dico, ma la situazione per la maggioranza si è aggravata. Alcuni, come Cesare Salvi, cominciano a considerare il testo concordato come un mostro giuridico. Giustamente, dato che crea un numero incontrollato di coppie di fatto».

Omosessuali come deviati, l'accostamento ai pedofili: alcune parole di Andreotti e della Binetti fanno discutere.

«Gratta gratta è uscito l'atteggiamento omofobico. Ma dire di no al matrimonio omosessuale non ha nulla a che fare con l'omofobia piuttosto con una proibizione di tipo morale. E questo è un elemento su cui Ruini ha vinto: si è scoperto che il nostro Paese ritiene minoritario il fondamento morale delle coppie di fatto. E prevalenti le ragioni della nostra tradizione, che vuole la coppia fatta di uomo e donna».

 

Pag 9 Alberigo: “Sbagliato evocare sempre nemici. Molti dubbi anche dentro la Chiesa” di Gian Guido Vecchi

 

Milano — Che ne pensa, professore?

«Mi sembra un canto del cigno. Il suo mandato è agli sgoccioli, e si può capire che il cardinale Ruini voglia lasciare un messaggio conclusivo. Nei suoi sedici anni di presidenza la Cei è in gran parte divenuta una scuola con un maestro e tanti allievi, e la Chiesa si è ridotta al silenzio...».

Nel senso che chi è fuori linea non parla?

«Già. E se parla solo Ruini è anche meglio» ride Giuseppe Alberigo. «Ora speriamo si volti pagina».

Storico della Chiesa, padre nobile della Fondazione per le scienze religiose di Bologna creata da Giuseppe Dossetti, Alberigo è un uomo che segue la massima evangelica: il vostro parlare sia sì sì, no no.

Non è abituato a mandarla a dire, del resto è stato lui a scrivere la «supplica» degli intellettuali cattolici progressisti perché i vescovi non inviassero la «nota impegnativa» sui Dico, annunciata da Ruini e rivolta ai parlamentari credenti, «più che preconciliare sarebbe un atto prerisorgimentale!».

Il cardinale Ruini invita i cattolici a svegliarsi, parla di «sfida», denuncia il pericolo dell'irrilevanza...

«Questo è il nodo cruciale: il bisogno del nemico. Prima c'era il comunismo, ma ora non è più in commercio. E allora l'avversario è diventata la cultura e la società laica, il "laicismo", la modernità. Pretende d'essere all'avanguardia e ieri ha detto: attingiamo a Kant e Hegel. Ma santo cielo, la cultura contemporanea non è più Kant né Hegel!».

Ma perché darsi un nemico?

«Perché è più semplice raccogliere le file quando si può dire: attenzione, dobbiamo reagire. Ruini denuncia la società contemporanea come ostile, e allora è chiaro che si debba chiamare la Chiesa alle armi, difendersi e se possibile contrattaccare. Come poi questo si connetta con il Vangelo io, francamente, non so dirlo. Ma parlare di un poveretto che duemila anni fa è morto in Croce e ha predicato la salvezza, il privilegio dei poveri, è più scomodo, non c'è alcun dubbio».

Eppure è evidente che nel mondo contemporaneo ci sia, al contrario, ostilità verso la fede. O no?

«La Chiesa ha sempre avuto a che fare con culture "altre", a volte radicalmente diverse. Se pensiamo ai barbari, alle grandi invasioni... Perbacco, i cristiani hanno avuto l'impressione che crollasse tutto, che fosse la fine, altro che adesso! Grandi spiriti come Gregorio Magno, però, hanno detto: calma, il Vangelo è più grande, non nel senso della potenza ma per capacità di confrontarsi e dialogare con tutti. Io non ho mai nascosto la mia fede e non ho mai avuto problemi a parlare con tutti, al di là delle etichette. Se si vuole etichettare se stessi e il prossimo è già finita la possibilità di dialogo, rimangono solo ostilità e sopraffazione».

Un laico come Massimo Cacciari diceva che il rischio è che la Chiesa si faccia parte, «un elemento, sempre più debole, del mondo diviso».

«Sono perfettamente d'accordo. Direi di più: l'atteggiamento che ha guidato la presidenza Ruini non solo ha portato la Chiesa ad essere un fattore di divisione nella società italiana ma ha diviso la stessa Chiesa, il che è altrettanto grave e allarmante. I vescovi non osano parlare chiaro e forte, ma quando si sono fatte le consultazioni ha prevalso chi rappresentava una linea diversa. La maggioranza non ne può più».

E se non parlano è colpa di Ruini?

«Il clima della Chiesa in Italia va forse al di là delle responsabilità di Ruini. C'è una sorta di mortificazione, come se l'episcopato fosse un po' orfano della fine delle ideologie, dell'ostilità netta contro il comunismo, della Dc. Bisogna dare atto al cardinale Ruini di averci provato, a rimediare. Il progetto culturale è questa roba qui. Mi pare che l'esito sia stato catastrofico».

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 "I cattolici difendano la famiglia, la Chiesa ha il dovere di richiamarli" di Franco Manzitti

L'arcivescovo Bagnasco, candidato alla successione di Ruini: "Mostriamo la forza della nostra identità"

 

Genova - I cattolici devono svegliarsi e battersi per difendere la famiglia, la loro cultura e i loro valori, in uno Stato che vara leggi difficili da digerire. Parola di Angelo Bagnasco, 63 anni, ex Ordinario militare, da soli sei mesi sulla cattedra che fu di Giuseppe Siri, il cardinale mancato papa per due Conclavi, di Dionigi Tettamanzi, oggi arcivescovo di Milano, e, da ultimo, di Tarcisio Bertone, oggi segretario di Stato in Vaticano e indicato come il suo grande sponsor per la successione a Ruini. Già in settimana Bagnasco potrebbe diventare la nuova guida della Cei. Tutti lo danno come il candidato in pole position, senza reali concorrenti. Ma naturalmente Bagnasco, in una domenica da pastore del suo gregge di anime, mentre visita una parrocchia nella profonda periferia genovese, tace e sorride alla domanda se toccherà a lui prendere il posto di Camillo Ruini alla presidenza della Conferenza episcopale.  Cita il suo impegno al silenzio. Parla da arcivescovo di Genova e quindi da semplice membro della Conferenza che starebbe per essere chiamato a presiedere dopo Ruini, Poletti, i vicari di Roma, dopo Ballestrero, come lui nato a Genova. Ma condivide in pieno la linea sempre più insistentemente tracciata da Ruini e aggiunge di suo una richiesta urgente allo Stato italiano per una politica della famiglia più forte, descrivendo il terreno sul quale i cattolici devono scendere in campo e il temperamento che devono mostrare in una società sempre più laicizzata.

Monsignore, quella di Ruini sembra una chiamata alle armi dei cattolici contro lo Stato laico. Condivide?

"E' chiaro che i cattolici devono difendere la famiglia e che la Chiesa cattolica deve richiamarli a questo compito. Non si vogliono fare guerre sante. I nostri valori vanno difesi con serenità, moderazione, ma anche con fermezza di fronte allo Stato che fa le sue leggi. Non siamo contro le famiglie di fatto, ma contro una sovrastruttura che si aggiunga alla famiglia. Attenzione: questa è una battaglia che tocca anche a chi non crede, a chi non ha la fede ma un senso di responsabilità nell'organizzazione della nostra società: difendere un istituto come la famiglia".

E lo Stato cosa dovrebbe fare di fronte alla discesa in campo della Chiesa: modificare, rettificare i suoi progetti?

"Sono fiducioso che il buon senso sopravvenga. Ma dallo Stato ci aspettiamo subito, direi con urgenza, per esempio, politiche forti in favore della famiglia. Per ora nei programmi, nelle intenzioni di chi governa abbiamo visto segni troppo piccoli, troppo deboli in questa direzione. Non possono aspettarsi che la Chiesa dica sì e applauda le idee di riforma di istituti chiave come la famiglia. La Chiesa deve battersi perché siano difesi i valori fondamentali della nostra cultura".

Ma c'è qualche altro Stato che vara queste leggi ed è più sensibile ai valori della vostra cultura? O questa è una prerogativa italiana e dei rapporti tra l'Italia e il Vaticano?

"In Francia, per esempio, c'è una politica per la famiglia più avanzata. Ci sono leggi più favorevoli, anche se è chiaro che il peso dei cattolici è storicamente meno forte che in Italia. Ci sono altri Stati in cui quelle politiche sono più flebili o prendono altre direzioni, come la Spagna. Quello che noi ci aspettiamo sono segnali forti: quella è la strada che indichiamo".

E' solo un problema di programmi di governo o c'è qualcosa di più forte che divide la politica del governo dalle aspettative della Chiesa?

"Cercano spesso di farci passare per degli intolleranti. Non è così. Il problema è quello dell'identità culturale, in Italia come in Francia, in Europa. In Europa siamo il cuore del mondo, ma fatichiamo a definire la nostra identità a fronte delle altre culture religiose e laiche che si impongono nel mondo moderno. Guardi gli Usa: lì hanno un forte senso della loro identità. Noi stentiamo a imporre i segni forti della nostra civiltà. La famiglia è tra questi. E se non la difendiamo noi cattolici, chi deve farlo?".

E, quindi, qual è il richiamo che va fatto ai cattolici, oltre a quello di scendere in campo con moderazione e fermezza?

"Il Novecento si è chiuso lasciando alle nostre coscienze un grande problema: che cos'è oggi l'uomo? Tutto è entrato in discussione a partire dal fatto che di un uomo si possono anche cambiare gli organi, decidere il momento della morte, predeterminare il suo sviluppo, incidere geneticamente. Sui principi dell'etica ci sono scontri sempre più forti: è lì, appunto, che possiamo apparire intolleranti o che qualcuno può aspettarsi al contrario il nostro applauso, la nostra resa. Ricordo un commentatore qualche anno fa aveva posto retoricamente questa domanda: ma se la Chiesa dicesse sempre di sì, accettasse la rivoluzione laica dei valori? Ecco qual è il nostro ruolo di fronte a questo problema: essere non solo presenti, risaltare, mobilitarci per far valere questi valori, non per applaudire".

Insomma vuol dire che la linea di Ruini va condivisa e lei come vescovo si sente perfettamente identificato nella sua mobilitazione?

"Ripeto: ai cattolici non basta essere presenti e dire semplicemente che ci sono. Devono dimostrare tutta la forza della loro identità con grande serenità".

 

Pag 3 Subito nomina del presidente, Ruini può restare come tutor di Orazio La Rocca

 

Città del Vaticano — E adesso che fine farà l’annunciata direttiva ai cattolici sulle coppie di fatto? L’atteso documento vedrà ugualmente la luce anche col successore del cardinale Camillo Ruini alla presidenza della Cei? Era stato lo stesso porporato ad annunciarlo le scorse settimane nel pieno delle polemiche esplose sui Dico. Ma mercoledì prossimo 7 marzo — stando ad insistenti indiscrezioni emerse dal Vaticano e da ambienti vicini alla Cei, mai smentite dalle autorità ecclesiastiche — papa Ratzinger dovrebbe annunciare il nome del nuovo presidente Cei. E il prescelto dovrebbe essere Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova, preferito ad altri autorevoli candidati come il patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, o l’arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, già segretario generale Cei. Con monsignor Bagnasco — fortemente voluto dal cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, suo predecessore alla diocesi di Genova, ma «benedetto» anche da Ruini — la politica della Conferenza episcopale italiana non dovrebbe subire scossoni. Anzi, è presumibile che il nuovo presidente Cei si muoverà sulla linea Ruini, consolidata da ben 16 anni di guida indiscussa della Chiesa italiana. Ed è abbastanza significativo che Bagnasco in questi giorni abbia già lanciato diversi segnali politici, specialmente in difesa della famiglia, chiedendo in più occasioni negli ultimi tempi “più attenzione» da parte del governo. Non sarebbe quindi azzardato immaginare che il primo importante banco di prova del prossimo Presidente Cei sarà proprio la direttiva sulle coppie di fatto. Anche se in Vaticano ma anche tra alcuni vescovi diocesani qualcuno non si meraviglierebbe che Benedetto XVI possa decidere di confermare ancora Ruini alla presidenza Cei fino alla Assemblea episcopale del 6 maggio prossimo. Ma proprio in vista di questo importante appuntamento Ruini, che continuerà sempre a ricoprire la carica di vicario papale della diocesi romana, sarà ugualmente impegnato al vertice Cei. E’ ragionevole—Spiegano in Vaticano — che Bagnasco, dopo la nomina papale, sarà accolto dal suo predecessore per un periodo di «rodaggio” che durerà fino all’Assemblea di maggio. E durante i prossimi due mesi, il nuovo presidente Cei avrà modo di conoscere a fondo le linee ruiniane e di mettere a fuoco le sue mosse future, a partire proprio dalla direttiva sulle coppie di fatto. Con la nomina del nuovo presidente, Ratzinger avrà completato il ricambio al vertice della Cei, dopo la promozione a vescovi dei monsignori Domenico Mogavero, già sottosegretario della Cei, e Claudio Giuliodori, portavoce dei vescovi italiani. Quest’ultimo è stato sostituito da don Domenico Pompili, responsabile liturgico dei programmi di Sat2000.      

 

IL GAZZETTINO

Pag 2 Ruini dimissionario: resta l’incertezza sul successore alla Cei di Arcangelo Paglialunga

Il presidente dei vescovi italiani sul punto di lasciare: Bagnasco tra i più accreditati a prenderne il posto

 

Città del Vaticano. Il cardinale Camillo Ruini è sul punto di dare le dimissioni da presidente della Cei. E questo è certo, ma, in quanto al successore, siamo sempre nel campo delle illazioni e delle previsioni più o meno fondate. Da qualche giorno si sente dire che il Papa renderebbe nota la accettazione delle dimissioni, il prossimo 7 marzo, in considerazione del fatto che in tale data, quindici anni fa, Ruini fu nominato. Sono da fare due considerazioni. La prima: al vertice della Cei si rimane in carica generalmente cinque anni, poi si passa la mano. Per Ruini, Giovanni Paolo II ha sempre reiterato l'incarico. E basta questo a far risaltare la stima di cui il cardinale godeva e gode nell'ambiente vaticano. In più per lui è venuta anche la nomina a Vicario della Diocesi del Papa: anche questa è una carica che pone un prelato ai vertici della gerarchia cattolica. La seconda considerazione è che in ogni nazione sono le Conferenze Episcopali che nominano il presidente; per l'Italia invece vice la regola che la nomina deve venire dal Papa che, non per nulla, è «Primate d'Italia». Sarà dunque Benedetto XVI che stabilirà chi dovrà stare per cinque anni, e forse più, al vertice della Conferenza Episcopale Italiana che, fra tutte, gode di una particolare importanza nella Chiesa cattolica, proprio perché la più vicina al Papa e così certe sue decisioni finiscono per influenzare i comportamenti delle altre conferenze. Una particolarità è da segnalare: si seppe alcuni mesi fa che proprio per fornire al Papa una qualche indicazione, l'allora segretario di Stato, cardinale Sodano, avviò una consultazione tra i vescovi italiani perché indicassero due o tre nomi. L'iniziativa doveva restare segreta ma ben presto cominciarono a circolare nomi di possibili candidati indicati dai vescovi. Si parlò prima di tutto del cardinale Scola, Patriarca di Venezia e sul suo nome c'era gente pronta a giurare; poi si fece quello del cardinale Antonelli, arcivescovo di Firenze; ma si affacciò prontamente l'ipotesi che, questa volta, il Papa avrebbe affidato l'incarico ad un vescovo di Diocesi non cardinale. Ed ecco i nomi più in vista: quello dell'arcivescovo di Taranto, mons. Papa, cappuccino, poi con sempre maggiore insistenza quello di mons. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova, grande amico del segretario di Stato Bertone, cui è succeduto nella sede vescovile della città della Lanterna e del cardinale Sodano. Bagnasco è originario di Pontevico, in provincia di Brescia. In queste ore è lui il candidato più in vista. Toccherebbe pertanto, a lui, aprire la nuova epoca della Cei dopo il periodo nel quale il cardinale Ruini ha dapprima dovuto interessarsi anche del voto cattolico ai tempi della Dc e poi ha dovuto affrontare la fine del collateralismo e la nuova situazione politica che risultò. Naturalmente il cardinale Ruini anche delle prese di posizione su temi politici e sociali, faceva sempre riferimento al dovere della Chiesa di difendere i suoi postulati morali e sociali sia che si trattasse di eutanasia o di bioetica o di parità scolastica, o dei temi e problemi riguardanti il matrimonio e la famiglia. Sta il fatto che non solo i giornalisti, ma anche i politici andavano subito a leggere la parte finale delle prolusioni mensili ai consigli permanenti della Cei scritte da Ruini per trovare informazioni precise sulle indicazioni di comportamento che il cardinale dava ai cattolici. Ora si sente dire che il suo successore vorrà e dovrà dare spazio più che all'interesse politico e sociale a quello di una viva religiosità che comporterà un forte richiamo alla coerenza cristiana in ogni campo. Non si può non rilevare comunque che il successore di Ruini si troverà a dover affrontare subito il problema dei «Dico» e fronteggiare certe posizioni sulle convivenze che saranno evidenziate in Parlamento durante il dibattito sul disegno di legge.

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 4 marzo 2007

Pag 9 Ruini: cattolici svegliatevi. Meglio contestati che irrilevanti di Virginia Piccolillo

Parla il presidente della Cei: i Dico e il ruolo della Chiesa nella società

 

Roma — «Se noi cristiani ci rassegniamo ad essere una subcultura, in un mondo che guarda dai tetti in giù, niente potrà salvarci». La mano ossuta accarezza il Crocifisso appeso alla lunga catena argentea, poi lo sguardo del cardinale Camillo Ruini si accende, come il suo sorriso. E si affretta ad aggiungere: «Salvo un intervento della Provvidenza. Certamente». Con questo appello alla mobilitazione dei pensatori cattolici il cardinale vicario di Roma ha appena chiuso la due giorni di studi su: «La ragione, le scienze e il futuro delle civiltà». Ultimo appuntamento di quel forum che dieci anni fa ha lanciato il tema del «progetto culturale», così gradito ora al Pontefice. Un appuntamento da record per numero e qualità degli interventi di giuristi, matematici, filosofi, fisici e teologi che segna anche l'addio del cardinale settantaseienne al ruolo di presidente della Conferenza episcopale. «La prossima volta sarò da quella parte e non da questa», dice alludendo alla sua imminente sostituzione per motivi di età, suscitando gli applausi affettuosi degli studiosi. Ruini tira le fila della riflessione comune e confessa la sua intenzione di «mostrare che per dire quel "grande sì all'uomo" auspicato da Ratzinger e per mostrare la verità, la bellezza e la vivibilità della fede, bisogna andare alle radici della razionalità contemporanea». Non è un invito a respingere la cultura del nostro tempo. Anzi. Sollevando la testa dai suoi fitti appunti, il cardinale sottolinea: «Qualcuno sostiene che c'è molto da assumere da Kant. Io, a costo di scandalizzare, voglio dire anche da Hegel. E guai a chiudersi e buttare via tutto», ammonisce. Quella che attende il cattolico, spiega, è una sfida «ineludibile»: «Deve svegliarsi. Deve giocare di proposta e dare un orientamento alla cultura. E per questo occorre che ci sia una crescita del senso di appartenenza alla Chiesa e a Cristo e una più precisa consapevolezza della radicalità della sfida che abbiamo davanti». A convegno chiuso, finite le strette di mano, ascoltate le richieste più disparate (compresa quella di ribadire l'inconsistenza dei vangeli apocrifi), il cardinal vicario si aggiusta l'abito e ci spiega meglio perché nutre molte speranze che i cattolici possano abbracciare la sua sfida a diventare bussola della cultura e vincerla: «Dall'interno del cattolicesimo cresce la consapevolezza che c'è bisogno di farlo. Perché i problemi che riguardano l'uomo in quanto tale e il dialogo tra le religioni spingono ormai in una direzione convergente: fanno sentire a molti il bisogno di riscoprire la propria identità cristiana». Eppure, da fuori, sembra che il periodo sia molto più complesso. E fortemente scosso dai contrasti sui temi etici. Il cardinal vicario allarga le braccia, annuisce e sorride: «È vero che la contestazione contro la Chiesa aumenta. Ma è preferibile essere contestati che essere irrilevanti». E aggiunge: «In altri Paesi come la Francia forse c'è minore contestazione, ma solo perché minore è il peso specifico dei cattolici». Si ferma, si illumina e aggiunge: «Se ci considerassero a fine corsa ci attaccherebbero meno». «Tra l'altro — fa notare — i rapporti numerici tra credenti e non credenti nella totalità della popolazione sono molto diversi da quelli che appaiono sui media. Io credo che qui in Italia, come negli Stati Uniti, sono maggioritari quelli che hanno Dio come punto di riferimento». Il rischio insito nello scontro però è di ritrovarsi nemici senza volerlo. Ora che l'etica è divenuto terreno di polemica politica ne abbiamo esempi quotidiani. E ieri l'altro il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, intervenendo sui Dico, la legge sui diritti per le coppie di fatto, ha lanciato un monito alla religione a trattare con amore «legami forti anche fuori da quelli convenzionali» e non respingerli come «un peccato da cancellare», «sennò regaliamo a Satana un tempo che non è detto sia il tempo di Satana». Ruini, divenuto nella considerazione di alcuni il paradigma di una visione severa che sembra voler più escludere che includere, allontana da sé questo sospetto con garbo: «Non ho mai pensato di demonizzarli. Certo io suggerisco il matrimonio, ma non sono contro le persone che vivono in una coppia di fatto. Per carità. Quella è una loro libera scelta. Va rispettata. D'altra parte non si vede perché dargli una struttura giuridica che rischia di sovrapporsi a quella esistente e a fare confusione». «E del resto non la vogliono. A dirlo sono loro stessi. Noi ne conosciamo molti, giacché molte sono le coppie che si sposano dopo aver convissuto. Sono una sorta di coppie di fatto in transito verso il matrimonio. Da quanto risulta ai sacerdoti che hanno ogni giorno a che fare con loro, queste coppie non chiedono forme diverse dal matrimonio». Nel convegno era già stata messa in discussione una nuova tendenza, quella della richiesta sempre più diffusa di nuovi diritti (c'è chi ne reclama anche per l'intelligenza artificiale) senza farsi carico dei corrispondenti doveri. Un diritto che voglia essere ragionevole, era stato detto, deve invece riuscire a bilanciarli. Nella conclusione il cardinale evidenzia che «il punto decisivo è l'apertura della razionalità umana alla trascendenza, cioè, in concreto, a Dio e anche all'uomo che non può essere considerato un pezzo di natura». Altrimenti, fa notare condividendo l'intervento di un professore di letteratura russa, «ricadiamo nell'errore descritto dal pensatore sovietico Soloviev». Nel suo romanzo metaforico c'è un uomo, progressista, umanista, pacifista, che riusciva a mettere d'accordo tutto il mondo, persino le religioni diverse. Ma viene smascherato: è l'Anticristo. Fuor di metafora, Ruini e i pensatori del Forum sono convinti: «Occorre tenere conto della novità e della importanza decisiva della fede cristiana rispetto alla razionalità. Non basta adottare i valori senza riconoscere l'importanza decisiva di Cristo. Questa è la sfida culturale ineludibile dei cattolici. E per vincerla non basta organizzarsi. Occorre una consapevolezza dell'appartenenza. Ci sono gruppi religiosi numericamente non molto diffusi ma capaci di esprimere una presenza assai incisiva. Lo abbiamo visto». Malgrado le critiche affilate e gli sbeffeggiamenti subìti dalla satira Ruini non rifugge dai media: «Gli attacchi non mi hanno mai dato fastidio. E credo che, come cattolici, dobbiamo stare dentro alle dinamiche della comunicazione. Senza limitarci al gioco di rimessa. Solo in questo modo la cultura cristiana potrà avere piena cittadinanza nel pensiero attuale. Ma soprattutto dare alla cultura di tutti un nuovo slancio». In uno slogan: «Cattolici svegliatevi».

 

Pag 12 “Preti-spie, un complotto anti-Wojtyla” di Luigi Accattoli

L’ex segretario Dziwisz: vogliono impedirne la beatificazione

 

Città del Vaticano — Quella che sta vivendo la Chiesa polacca è una dura Quaresima: il mercoledì delle Ceneri (21 febbraio) ha tenuto una «giornata di digiuno e di preghiera» per la «collaborazione» di una parte dei suoi sacerdoti con il passato regime comunista, ma la penitenza non è conclusa. Ieri è arrivata la nomina del nuovo arcivescovo di Varsavia in sostituzione del dimissionario Wielgus accusato di quella collaborazione e sempre ieri il cardinale Dziwisz ha dichiarato che gli «attacchi alla Chiesa» — che si esprimono nelle accuse ai preti spie — mirano anche a «ostacolare» la beatificazione di papa Wojtyla. Il nuovo arcivescovo di Varsavia è Kazimierz Nycz, 57 anni, già ausiliare di Cracovia dal 1988 e vescovo di Koszalin-Kolobrzeg dal 2004. «Un'ottima scelta, una persona serena, simpatica, mossa da una calda curiosità per chiunque incontra, sullo stile di Karol Wojtyla»: così descrive il nuovo arcivescovo il padre Adam Boniecki, direttore del quindicinale Tygodnik Powszechny. Con un'intervista alla Radio vaticana, il nuovo arcivescovo indirizza con garbo una critica alla cosiddetta «lustrazia», ossia «la verifica storica» sui collaboratori del regime comunista fortemente voluta dal governo dei gemelli Kaczyinsky e che spesso sfocia in «attacchi a mezzo stampa» a singole persone: «Non è stata e non sarà la soluzione del problema». Per Nycz «il passato della Chiesa polacca è eroico» e questa «verità» non può essere «cancellata» anche se «un certo numero di sacerdoti non è stato all'altezza della sfida, che esigeva eroismo». Nella «purificazione» della «memoria» della Chiesa «non si può agire precipitosamente, ma occorre procedere in modo evangelico», facendo chiarezza «con serenità e continuando il nostro lavoro». Con un'altra intervista alla Radio vaticana il cardinale Stanislaw Dziwisz, arcivescovo di Cracovia, prende le difese dell'arcivescovo Henryk Nowacki, nunzio apostolico in Slovacchia, già membro e poi responsabile per diversi anni della sezione polacca della Segreteria di Stato, che viene individuato dai media come l'«agente segreto» chiamato «Henryk». Anche Boniecki dice al telefono che quell'individuazione gli appare «infondata», ma il cardinale è più categorico: «Conosco la responsabilità dell'arcivescovo Nowacki per ogni parola, la sua condotta e laboriosità. Colpire quest'uomo è colpire tutti i polacchi collaboratori del papa, e perciò colpire il Servo di Dio Giovanni Paolo II». Infine la protesta del cardinale prende il tono dello sfogo di un figlio a difesa della figura del padre: «Si sta creando un quadro di spie intorno a papa Wojtyla e ciò è una menzogna e una calunnia. Si mira in questo modo anche a ostacolare il processo di canonizzazione». L'arcivescovo di Cracovia afferma poi che non si possono considerare «credibili» le note degli agenti dei servizi segreti di epoca comunista senza che queste vengano prima «studiate con la massima responsabilità» e valutate «guardando a tutta la vita delle persone accusate». Come esempio di «non credibilità» cita «la nota dell'agente che mi seguiva, dove si legge che sono nato a Mszana Dolna e che passavo le vacanze a Poronin: né l'una, né l'altra notizia sono vere come si può verificare». In Vaticano si dice che in privato il cardinale di Cracovia, che fu segretario personale di papa Wojtyla, aveva già espresso questa sua «idea» che si voglia creare difficoltà alla causa di beatificazione del «suo» papa sia a proposito delle accuse nei confronti dell'arcivescovo emerito di Poznam Juliusz Paetz (che fu maestro di anticamera di papa Wojtyla) sia per la pubblicazione dei nomi di cinque preti suoi «amici», tra i quali l'ex parroco della cattedrale di Varsavia — che ha lasciato l'incarico in gennaio — e il canonico di Santa Maria Maggiore in Roma, Michal Jaosz, che lavora in funzione di «storico» alla causa di beatificazione del papa polacco.

 

L’OSSERVATORE ROMANO di sabato 3 marzo 2007

Pag 5 La ragione, le scienze e il futuro delle civiltà

La prolusione del card. Ruini all’VIII Forum del progetto culturale promosso dalla Cei

 

«La ragione, le scienze e il futuro delle civiltà»: è questo il tema dell'VIII Forum del progetto culturale promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana, apertosi a Roma nella mattina di venerdì 2 marzo. Ha introdotto i lavori, che si concludono sabato 3, la Prolusione del Presidente della CEI, Cardinale Camillo Ruini. Eccone il testo:

 

Il compito assegnatomi è quello di introdurre l'argomento, in rapporto al Pontificato di Benedetto XVI. Poi i Proff. Coda, Boffi e Riccardi interverranno sui tre nuclei tematici indicati nel titolo di questo VIII Forum, che è il primo dopo il Convegno di Verona e il secondo dopo l'elezione dello stesso Benedetto XVI. Il quadro generale con il quale ci confronteremo è ben noto ed è stato già dibattuto tra noi, pur sotto titoli diversi. Perciò questa relazione introduttiva rischia di essere scontata, anzi sostanzialmente ripetitiva rispetto alla prolusione del Forum precedente. Più che sul quadro generale, mi soffermerò pertanto su alcuni punti di criticità, presupponendo evidentemente sia il Convegno di Verona sia il discorso del Papa a Regensburg. 1. Vorrei accennare anzitutto agli orientamenti e ai compiti emersi per il progetto culturale dal Convegno di Verona. Subito dopo aver proposto il fondamentale obiettivo di allargare gli spazi della nostra razionalità, e in concreto di riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene e di coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia — come avventura affascinante nella quale merita spendersi per dare nuovo slancio alla cultura del nostro tempo e per restituire in essa alla fede cristiana piena cittadinanza —, Benedetto XVI ha affermato che il progetto culturale della Chiesa in Italia è «senza dubbio, a tal fine, un'intuizione felice e un contributo assai importante». Sono parole molto impegnative e responsabilizzanti, che collocano il progetto culturale nel quadro del grande servizio che l'Italia è chiamata a rendere all'Europa e al mondo e che implicano una profonda continuità con le espressioni fondamentali del discorso di Giovanni Paolo II al Convegno di Loreto — citate dallo stesso Benedetto XVI all'inizio del discorso di Verona — sulla fiducia di poter operare affinché la fede in Gesù Cristo continui ad offrire, anche agli uomini e alle donne del nostro tempo, il senso e l'orientamento dell'esistenza ed abbia così un ruolo guida e un'efficacia trainante nel cammino della nazione verso il suo futuro. Questo compito, «culturale» nel senso più specifico e più alto (del «fare cultura», anzitutto al livello delle intuizioni e delle idee portanti), sta dentro al compito globale del «grande sì» che in Gesù Cristo Dio ha detto all'uomo e alla sua vita, all'amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza e che rappresenta il modello fondamentale dell'evangelizzazione e della pastorale proposto da Benedetto XVI, oltre che naturalmente dello stesso progetto culturale. Questo grande sì il Papa lo ha presentato e articolato come «forte unità tra una fede amica dell'intelligenza e una prassi di vita caratterizzata dall'amore reciproco e dall'attenzione premurosa ai poveri e ai sofferenti», unità che, oggi come nei primi secoli, è la chiave dell'efficacia della missione cristiana nel mondo. In concreto, il cammino del progetto culturale si collega strettamente alla «novità», non soltanto metodologica, che il Convegno di Verona ha proposto, sia nella sua preparazione che nel suo svolgimento, e che consiste nell'articolazione in cinque ambiti di esercizio della testimonianza (la vita affettiva e la famiglia, il lavoro e la festa, l'educazione e la trasmissione della cultura, la povertà e la malattia, i doveri e le responsabilità della cittadinanza): ciascuno di questi ambiti è assai rilevante per l'esistenza umana e tutti confluiscono nell'unità della persona e della sua coscienza. Questa novità pertanto non solo «adatta» la pastorale all'attuale contesto socio-culturale, ma corrisponde all'indole profonda dell'esperienza cristiana, caratterizzata da un'attenzione primaria alla persona e alla sua concreta situazione di vita, con i rapporti, gli affetti, gli interessi, i problemi, le attese che la configurano. Si tratta di un approccio pastorale e «capillare» alla questione antropologica, considerata sul versante delle prassi di vita oggi diffuse. Il progetto culturale ha parimenti molto a che fare con quella missionarietà dell'intero popolo di Dio, e in esso specificamente dei laici, su cui ho insistito nel concludere il Convegno di Verona, parlando di apostolato o diaconia delle coscienze, esercitati esplicitando le ragioni della propria fede e traducendo in comportamenti effettivi e visibili la propria coscienza cristianamente formata, così da tentare sempre di nuovo la saldatura tra fede e vita e da cercare di mantenere viva la caratteristica «popolare» del cattolicesimo italiano — assai valorizzata dal Papa —, senza ridurlo ad un «cristianesimo minimo», secondo l'espressione usata a Verona da Don Franco Giulio Brambilla. Come processo in corso, o «cantiere aperto», il progetto culturale ha ricevuto dunque da Verona un impulso di concretezza ma anche un più preciso orizzonte: dopo l'emergere della questione antropologica, il grande tema della verità, bellezza e «vivibilità» del cristianesimo, da pensare, vivere e proporre nelle condizioni di oggi e di domani, specialmente in rapporto alla ragione ed ai codici etici dell'Occidente neoilluminista, che tenta di universalizzare il suo secolarismo. Questo è il grande obiettivo della testimonianza e della missione cristiana nel Pontificato di Benedetto XVI. 2. Prima del Convegno di Verona c'era stato il discorso di Regensburg, con le successive polemiche sull'Islam e sui suoi rapporti con la ragione e con la violenza, oltre che con il cristianesimo. Molto meno si è discusso del vero tema di quel discorso, che è incentrato sull'affermazione che «non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio» e sfocia nel programma di allargare gli spazi della razionalità, proponendo così un dialogo, anzi un nuovo incontro della fede cristiana con la ragione del nostro tempo. Pochi giorni fa J. Habermas, ultimo dei grandi rappresentanti della scuola di Francoforte ed autorevole interlocutore dell'allora Cardinale Ratzinger nel dibattito avvenuto il 19 gennaio 2004 a Monaco di Baviera ed edito anche in italiano dalla Morcelliana, ha rilanciato (in un articolo pubblicato parzialmente su «Il Sole 24 Ore» del 18 febbraio con il titolo Alleati contro i disfattisti, che uscirà integralmente nel prossimo numero della rivista Teoria politica) la proposta di un'alleanza tra la ragione illuminata, ossia «la coscienza rischiarata della modernità» e «la coscienza teologica delle religioni mondiali», al fine di «mobilitare la ragione moderna contro il disfattismo che le cova dentro» e che si manifesta «sia nella declinazione post moderna della “dialettica dell'illuminismo” sia nello scientismo positivistico». Secondo Habermas, la ragione moderna può facilmente venire a capo di questo disfattismo sul piano strettamente teorico, ma, nella situazione concreta, non su quello della ragione pratica: essendo venuta meno la garanzia della filosofia della storia, essa comincia infatti a «dubitare della forza motivazionale delle sue buone ragioni». Qual è però il tipo di alleanza che Habermas propone? Non «ambigui compromessi tra ciò che resta inconciliabile», ossia tra la prospettiva antropocentrica della ragione moderna e quella derivante dal pensiero geocentrico e cosmocentrico. Se le due ragioni o coscienze vogliono davvero parlare l'una con l'altra (e non solo l'una dell'altra), le religioni devono riconoscere l'autorità della ragione «naturale» (le virgolette sono di Habermas), vale a dire i fallibili risultati delle scienze nonché i principi universalistici dell'egualitarismo giuridico, mentre la ragione secolare non deve impancarsi a giudice delle verità religiose, anche se resta vero che essa, «da ultimo, accetta per «ragionevole» soltanto ciò che si mostra traducibile nei suoi discorsi», che devono essere, almeno idealmente, accessibili a tutti. In concreto si tratta di una ragione che la scienza moderna ha costretto a sbarazzarsi per sempre della metafisica, limitando la filosofia «alle sole competenze generali dei soggetti di conoscenza, linguaggio e azione». È stata spezzata pertanto, secondo Habermas, la sintesi di fede e ragione costruita a partire da s. Agostino fino a s. Tommaso. La filosofia moderna ha saputo così appropriarsi criticamente dell'eredità del pensiero greco (cioè appunto anzitutto della metafisica), ma ha drasticamente respinto da sé il sapere giudaico-cristiano della salvezza, ossia la rivelazione e la religione. Non si tratta di incollare adesso questo strappo, ma di capire che la ragione secolare supererebbe l'attuale opacità del proprio rapporto con la religione se prendesse sul serio quell'origine comune di filosofia e religione che rinvia alla rivoluzione dell'immagine del mondo che accadde a metà del primo millennio avanti Cristo. Solo comprendendo entrambe le tradizioni che risalgono ad Atene e a Gerusalemme come facenti sostanzialmente parte della propria genesi storica, la ragione secolare potrà comprendere pienamente se stessa e i suoi figli (Habermas intende sia i credenti sia i non credenti) potranno accordarsi circa la loro identità e posizione nel mondo. Su queste basi, nell'ultima parte del suo articolo, Habermas critica il discorso di Regensburg, con il quale Benedetto XVI avrebbe dato una piega sorprendentemente antimoderna al dibattito su ellenizzazione o deellenizzazione del cristianesimo, e in tal modo una risposta negativa alla domanda se i teologi cristiani debbano sforzarsi di venire a capo delle sfide suscitate da una ragione moderna e dunque postmetafisica. Richiamandosi alla sintesi di metafisica greca e fede biblica elaborata a partire da Agostino fino a Tommaso, Benedetto XVI negherebbe la bontà delle ragioni che hanno prodotto nell'Europa moderna una polarizzazione tra fede e sapere. Per quanto egli affermi di non voler «tornare dietro l'illuminismo e congedarsi dalle scienze moderne», mostra tuttavia «di voler respingere la forza degli argomenti contro cui quella sintesi metafisica ha finito per infrangersi». Habermas conclude che non gli sembra vantaggioso «mettere tra parentesi — escludendole dalla genealogia di una “ragione comune” di credenti, non credenti e altrimenti credenti — quelle tre spinte di deellenizzazione (cfr il discorso di Regensburg) che hanno contribuito a far nascere l'idea moderna della ragione secolare». 3. Mi sono soffermato a lungo su questo intervento di Habermas perché esso ci permette di cogliere con precisione i veri nodi del dialogo-confronto-nuovo incontro tra fede cristiana e razionalità contemporanea, sui quali J. Ratzinger - Benedetto XVI si è cimentato da ultimo nel discorso di Regensburg ma fin dalla sua prolusione del 1959 all'Università di Bonn, dedicata al Dio della fede e al Dio dei filosofi, che sta finalmente per uscire in italiano presso la Marcianum Press, e poi attraverso tutto il suo lavoro teologico, da Introduzione al cristianesimo fino a Fede Verità Tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo e a L'Europa di Benedetto nella crisi delle culture, ed ora nei suoi interventi come Pontefice. È impossibile non rilevare nel discorso di Habermas un paio di «precomprensioni» abbastanza datate e oserei dire anacronistiche, che mostrano come anche un pensatore di alto livello e proteso alla ricerca di un'alleanza con il pensiero cristiano rimanga tuttora condizionato nel suo approccio ad esso. La prima è il ricondurre la fede e la teologia cristiana alle prospettive derivanti dal pensiero geocentrico e cosmocentrico. Basterebbe ricordare in proposito l'Enciclica Dives in misericordia, n.1, dove Giovanni Paolo II affermava invece che la prospettiva del cristianesimo è simultaneamente e inseparabilmente antropocentrica e teocentrica, formulando questa precisa diagnosi: «Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e perfino a contrapporre il teocentrismo e l'antropocentrismo, la Chiesa invece, seguendo il Cristo, cerca di congiungerli nella storia dell'uomo in maniera organica e profonda. E questo è anche uno dei principi fondamentali, e forse il più importante, del Magistero dell'ultimo Concilio». La seconda precomprensione di Habermas sta nel ritenere che la sintesi tra metafisica greca e fede biblica sia stata elaborata a partire da Agostino per arrivare a Tommaso. Proprio nel discorso di Regensburg Benedetto XVI ci ha detto che con l'affermazione «In principio era il lógos» l'evangelista Giovanni «ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio», nella quale «tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi», e pertanto l'incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco «non era un semplice caso», ma aveva invece una sua «necessità intrinseca». A Regensburg il Papa presenta con brevi parole le fasi di sviluppo di questo processo, a partire dall'«Io sono» con cui Dio si rivela a Mosè nel roveto ardente, ma ad illustrare e fondare tutto ciò J. Ratzinger ha dedicato a più riprese molte pagine, nei libri che ho già ricordato. In virtù di questa sintesi già il primo Concilio ecumenico, quello dell'anno 325 a Nicea, assai prima che Agostino nascesse, poteva affermare solennemente che il Figlio è «consustanziale» (omooúsios) al Padre, come professione di fede vincolante per tutti i credenti in Cristo. Ho formulato un piccolo riassunto di questi punti del lavoro teologico di J. Ratzinger — dando anche i riferimenti bibliografici — nella relazione che ho tenuto ai sacerdoti di Roma il 14 dicembre scorso e che sarà pubblicata a brevissimo termine presso le edizioni Cantagalli, in un libretto dal titolo Verità di Dio e verità dell'uomo. Qui mi preme piuttosto chiarire un interrogativo, avanzato anzitutto in ambito cattolico, su come si concili l'affermazione secondo la quale «In principio era  il  lógos»  è  «la  parola  conclusiva del concetto biblico di Dio» con l'altra, posta  a  titolo  dell'Enciclica  di  Benedetto XVI Deus caritas est, che Dio è agápe (1 Gv 4, 8.16) e in concreto che «All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Deus caritas est, 1). Certo, si può e si deve anzitutto precisare che in Dio lógos e agápe, ragione-parola e amore, si identificano, ma J. Ratzinger - Benedetto XVI non si limita a questo. Per lui il legame intrinseco tra la fede biblica e l'interrogarsi greco è soltanto una metà del discorso: l'altra metà è costituita dalla novità radicale e dalla diversità profonda della rivelazione biblica rispetto alla razionalità greca, anzitutto riguardo al tema centrale della religione che è Dio. Il Dio della Bibbia supera infatti radicalmente ciò che i filosofi avevano pensato di Lui, non soltanto perché Egli, in quanto Creatore sommamente libero, è distinto dalla natura in un modo ben più decisivo di quel che poteva avvenire nella filosofia greca, ma soprattutto perché questo Dio non è una realtà a noi inaccessibile, che noi non possiamo incontrare e a cui sarebbe inutile rivolgersi nella preghiera, come ritenevano i filosofi. Al contrario, il Dio biblico ama l'uomo e per questo entra nella nostra storia, dà vita ad un'autentica storia d'amore con Israele, suo popolo, e poi, in Gesù Cristo, non solo dilata questa storia di amore e di salvezza all'intera umanità ma la conduce all'estremo, al punto cioè di «rivolgersi contro se stesso», nella croce del proprio Figlio, per rialzare l'uomo e salvarlo, anzi per chiamarlo ad un'intima unione di amore con Lui. È questo il senso in cui il Dio biblico è agápe, amore che si dona gratuitamente, ed è anche eros, amore che vuole unire intimamente l'uomo a sé (cfr Deus caritas est, 9-15). Così la fede biblica riconcilia tra loro quelle due dimensioni della religione che prima erano separate l'una dall'altra, cioè il Dio eterno di cui parlavano i filosofi e il bisogno di salvezza che l'uomo porta dentro di sé e che le religioni pagane tentavano in qualche modo di soddisfare. Il Dio della fede cristiana è dunque sì il Dio della metafisica, ma è anche, e identicamente, il Dio della storia, il Dio cioè che entra nella storia e nel più intimo rapporto con noi. È questa, secondo J. Ratzinger, l'unica risposta adeguata alla questione del Dio della fede e del Dio dei filosofi. 4. Torniamo ora all'articolo di Habermas, per affrontare il punto centrale del suo dissenso dal discorso di Regensburg e più ampiamente dall'impostazione di fondo del pensiero e dell'insegnamento di Benedetto XVI. Habermas persegue con sincerità personale e intellettuale un'alleanza tra ragione secolarizzata e «illuminata» e ragione teologica, ma in realtà concepisce questa alleanza su basi nettamente diseguali. Infatti, mentre la ragione teologica dovrebbe accettare l'autorità della ragione secolare postmetafisica, quest'ultima, pur non impancandosi a giudice delle verità religiose, «da ultimo» accetta come «ragionevole» soltanto ciò che si mostra traducibile nei suoi discorsi, quindi, alla fine, non le stesse verità religiose nel loro principio trascendente (il Dio che si rivela) e nel loro contenuto sostanziale e decisivo. Nella stessa linea «Gerusalemme» è accolta come facente parte, accanto ad «Atene», della genesi storica della ragione secolare, ma non come attualmente ragionevole. In ultima analisi Habermas non esce da quella «chiusura» su se stessa in cui J. Ratzinger vede il limite della ragione soltanto empirica e calcolatrice. Ben diversamente aperta è invece la prospettiva dello stesso J. Ratzinger — Benedetto XVI. Egli infatti, a Regensburg e più ampiamente in altri testi che ho già richiamato, sostiene sì con decisione che all'origine dell'universo vi è il Lógos creatore, sulla base dell'esame delle strutture e dei presupposti della conoscenza scientifica, e in particolare della corrispondenza che non può non sussistere tra la matematica — che è una creazione della nostra intelligenza — e le strutture reali dell'universo (di tale corrispondenza penso ci parlerà il Prof. Boffi), dato che, se questa corrispondenza non ci fosse, le nostre previsioni matematiche e le nostre tecnologie non potrebbero funzionare: tale corrispondenza implica però che l'universo stesso sia strutturato in maniera razionale e pone la grande domanda se non debba esservi un'intelligenza originaria, fonte comune di questa realtà «razionale» e della nostra razionalità. Anche con altre motivazioni J. Ratzinger mostra che la razionalità non può essere spiegata con l'irrazionale e che il soggetto umano non può essere ricondotto ad un oggetto né conosciuto adeguatamente attraverso i modi e i metodi con cui si conoscono gli oggetti. Egli è però pienamente consapevole non solo che questo genere di considerazioni e argomentazioni vanno al di là dell'ambito della conoscenza scientifica e si pongono al livello dell'indagine filosofica, ma anche che sullo stesso piano filosofico il Lógos creatore non è l'oggetto di una dimostrazione apodittica, ma rimane «l'ipotesi migliore», un'ipotesi che esige da parte dell'uomo e della sua ragione «di rinunciare a una posizione di dominio e di rischiare quella dell'ascolto umile». In concreto, specialmente nell'attuale clima culturale, l'uomo con le sue sole forze non riesce a fare completamente propria questa «ipotesi migliore»: egli rimane infatti prigioniero di una «strana penombra» e delle spinte a vivere secondo i propri interessi, prescindendo da Dio e dall'etica. Soltanto la rivelazione, l'iniziativa di Dio che in Cristo si manifesta all'uomo e lo chiama ad accostarsi a Lui, ci rende davvero capaci di superare questa penombra (cfr L'Europa di Benedetto, pp. 59-60; 115-124). Proprio la percezione di una tale «strana penombra» fa sì che l'atteggiamento più diffuso tra i non credenti oggi non sia propriamente l'ateismo — avvertito come qualcosa che supera i limiti della nostra ragione non meno della fede in Dio — ma l'agnosticismo, che sospende il giudizio riguardo a Dio in quanto razionalmente non conoscibile. La risposta che J. Ratzinger dà a questo problema ci riporta verso la realtà della vita: a suo giudizio infatti l'agnosticismo non è concretamente vivibile, è un programma non realizzabile per la vita umana. Il motivo è che la questione di Dio non è soltanto teorica ma eminentemente pratica, ha conseguenze cioè in tutti gli ambiti della vita. Nella pratica sono infatti costretto a scegliere tra due alternative, già individuate da Pascal: o vivere come se Dio non esistesse, oppure vivere come se Dio esistesse e fosse la realtà decisiva della mia esistenza. Ciò perché Dio, se esiste, non può essere un'appendice da togliere o aggiungere senza che nulla cambi, ma è invece l'origine, il senso e il fine dell'universo, e dell'uomo in esso. Se agisco secondo la prima alternativa adotto di fatto una posizione atea e non soltanto agnostica; se mi decido per la seconda alternativa adotto una posizione credente: la questione di Dio è dunque ineludibile (cfr L'Europa di Benedetto, pp. 103-114). È interessante notare la profonda analogia che esiste, sotto questo profilo, tra questione dell'uomo e questione di Dio: entrambe, per la loro somma importanza, vanno affrontate con tutto il rigore e l'impegno della nostra intelligenza, ma entrambe sono sempre anche questioni eminentemente pratiche, inevitabilmente connesse con le nostre concrete scelte di vita. Proprio nel considerare la prospettiva credente come un'ipotesi, sia pure quella migliore, che come tale implica una libera opzione e non esclude la possibilità razionale di ipotesi diverse, J. Ratzinger - Benedetto XVI si mostra sostanzialmente più aperto di J. Habermas e della «ragione secolare» di cui Habermas si pone come interprete: essa accetta infatti come «ragionevole» soltanto ciò che si mostra traducibile nei suoi discorsi. In questa «assolutizzazione» della ragione secolare abbiamo in qualche modo il corrispettivo, a livello teoretico, di quella «dittatura» o assolutizzazione del relativismo che si verifica quanto la libertà individuale, per la quale tutto è finalmente relativo al soggetto, viene eretta a criterio ultimo al quale ogni altra posizione deve subordinarsi (vedi la mia prolusione al Forum del 2 dicembre 2005). 5. Aggiungo una riflessione personale, che può sembrare limitata ad un punto specifico, proprio del dibattito filosofico, ma che a mio giudizio è una chiave difficilmente preteribile per quel nuovo incontro tra la fede e la ragione del nostro tempo che è il grande obiettivo del Pontificato di Benedetto XVI e anche del progetto culturale a cui stiamo lavorando. Penso inoltre che tale riflessione ci permetta di chiarire ulteriormente il punto decisivo del discorso che intende risalire a Dio dall'intelligibilità dell'universo. Mi riferisco in concreto alla questione delle condizioni di possibilità della conoscenza scientifica, a cui Benedetto XVI sostanzialmente si rifà per riaprire il discorso razionale al Lógos creatore, ma che ben prima era stata al cuore della riflessione del pensatore forse più importante e decisivo per il percorso della modernità, I. Kant. Quest'ultimo infatti ha compiuto la sua «rivoluzione copernicana» — in virtù della quale non è la nostra conoscenza a doversi regolare sugli oggetti, ma al contrario gli oggetti sulla conoscenza, e pertanto la realtà in quanto tale non è conoscibile dalla «ragione pura» — proprio per assicurare le condizioni di possibilità non della sola matematica (geometria) ma anche della fisica (al suo tempo quella di Newton, ben diversa da quella di oggi: a mio avviso però queste differenze, per quanto grandi, non sono decisive per la questione che qui ci interessa): è questa la motivazione di fondo del cammino che Kant ha percorso dalla Dissertazione del 1770 alla Critica della ragion pura del 1781. Personalmente ritengo che la riflessione sulle condizioni di possibilità del sapere scientifico rimanga anche oggi un compito fondamentale della filosofia (rimane molto interessante a questo proposito, anche se il baricentro della sua attenzione è in parte diverso, il libro Insight di B. Lonergan). Proprio a questo livello, però, va corretta sostanzialmente la scelta compiuta da Kant, nel senso e per la ragione di fondo, tanto semplice quanto solida, che ha indicato Benedetto XVI, riprendendo e riformulando una linea di pensiero spesso proposta nella critica alla Critica di Kant. Il nucleo di tale ragione è appunto la corrispondenza tra la matematica, creazione della nostra intelligenza, e le strutture reali del mondo fisico, corrispondenza che è continuamente verificata dai successi delle scienze e delle tecnologie e che implica una conoscibilità di fondo — per quanto imperfetta e sempre in progresso — del reale da parte della nostra intelligenza. Si rovescia così il punto centrale della posizione kantiana e si ripropone inevitabilmente — per il dinamismo stesso dell'intelligenza umana, che non si arresta davanti ad alcun problema aperto — la domanda sull'origine di tale corrispondenza e quindi sulla «ipotesi» dell'Intelligenza creatrice, ossia di Dio. A questo punto sorge spontanea l'obiezione che in questo modo si ritorna a prima di Kant e tendenzialmente si rifiutano gli sviluppi della cultura degli ultimi due secoli. Personalmente ritengo che un tale ritorno e rifiuto non sia affatto connesso inevitabilmente alla contestazione di quel punto, per quanto centrale, del pensiero di Kant. Si tratta infatti di prendere pienamente sul serio la sua domanda di partenza sulle condizioni di possibilità delle scienze e di darvi una risposta diversa che — oltre a tener conto delle grandi trasformazioni intervenute nel frattempo nelle scienze stesse — non implichi una «rivoluzione» o rottura rispetto alla grande tradizione precedente, ma sia ugualmente capace di far propri gli sviluppi positivi della ragione moderna e postmoderna, non necessariamente riconducibili alla «rivoluzione» di Kant. A mio modesto parere una simile risposta diversa potrebbe anzi rivelarsi più idonea a propiziare il cammino ulteriore che sta davanti a noi. In altri termini, penso valgano qui le parole pronunciate da Benedetto XVI a Verona sul «taglio coraggioso che diviene maturazione e risanamento», che è tipico del rapportarsi della fede cristiana alle culture e alle forme di razionalità di tutte le diverse epoche e che non esclude affatto, ma al contrario garantisce e favorisce l'accoglienza e lo sviluppo dei loro valori autentici. Questo è, chiaramente, soltanto un postulato, o una speranza, che avrebbe bisogno di essere declinata e inverata nel concreto della cultura e della storia. Mi sembra però, come già dicevo, solido quel punto di partenza che J. Ratzinger - Benedetto XVI ha posto alla base di una tale speranza e dei percorsi che potrebbero scaturire da essa.

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 3 marzo 2007

Pag 43 Ma la storia su Gesù non si fa col mistero di Giorgio De Rienzo

 

Nell'aula della Conciliazione in Laterano, monsignor Romano Penna ha tenuto la prima conferenza del Progetto voluto da Ruini per rilanciare la forza della «cultura cristiana». L'obiettivo doveva essere di dare «una risposta pacata, ma ferma, alle storture» contenute nel Codice da Vinci di Dan Brown e nell'Inchiesta su Gesù di Augias e Pesce. C'era la promessa di «un confronto» e di un «approfondimento», senza smanie di roghi o di condanne. La sostanza del discorso è stata invece questa: «La molteplicità dei ritratti storici di Gesù mette in luce quanto la sua statura personale superi le nostre comuni comprensioni umane e richieda un'onesta disponibilità al mistero». Insomma, come ha commentato Augias, «non si può parlare di Gesù senza la fede» e l'unica storiografia autorizzata è quella della Chiesa di Roma. Se no arrivano non solo «storture» ma anche «sciocchezze». È un modo sbrigativo di confrontarsi, che rivela un' incapacità di ascolto. Già è poco corretto mettere insieme un'opera di fiction e una ricerca storica, scorrettissimo è poi puntare su piccoli errori e dilatarli. L'intento dei due libri è molto diverso, il loro comune successo editoriale dovrebbe però stimolare a «riflettere» sul bisogno di una diversa verità da quella che la Chiesa impone. Riconoscere qualità solo umane a Cristo ne arricchisce il valore e non mette in discussione la fede, anzi potrebbe persino ravvivarla, visto che langue. Ma per il Vaticano conta di più abbarbicarsi al potere di una verità rigida.

 

IL GAZZETTINO di sabato 3 marzo 2007

Pag 5 A due anni dalla morte, Ratzinger e Ruini biografi concorrenti di Wojtyla di Arcangelo Paglialunga

 

Città del Vaticano. Mentre si avvicina il secondo anniversario della morte di Giovanni Paolo II - 2 aprile - e mentre, giorno dopo giorno, prosegue la lunga fila dei fedeli che visitano la sua tomba nelle cripta vaticana, si attende la notizia di una accelerazione della causa di beatificazione di Karol Wojtyla. Intanto si annuncia la pubblicazione di due volumi, a lui dedicati: uno scritto da Papa Ratzinger e l'altro dal cardinale Ruini . Questi due libri seguono, a breve distanza di tempo, il volume-intervista del cardinale Divisz, arcivescovo di Cracovia, per tanti anni segretario di Giovanni Paolo II, intitolato «Una vita con Karol». Il libro di Papa Ratzinger è intitolato «Il mio amato Predecessore» e, stando a qualche anticipazione, è una testimonianza assolutamente unica sull'intensa collaborazione di amicizia tra i due Papi, durata più di un ventennio. In 128 pagine, pubblicate dal Edizioni Paoline, insieme con numerose fotografie, anche inedite, si potranno leggere i pensieri, i discorsi, le memorie di Papa Ratzinger sul suo Predecessore. I giornalisti accreditati nella Sala Stampa vaticana sanno che, puntualmente, ogni venerdì sera, il cardinale Ratzinger andava in visita al Papa e, dopo il colloquio restava a cena con lui. In questi due primi anni di pontificato Papa Ratzinger non ha perso occasione per fare riferimento al suo «amato Predecessore», richiamandone la dottrina ed è noto che Papa Wojtyla riserbò al suo stimato collaboratore speciali incombenze come la redazione del Catechismo della Chiesa Cattolica e l'interpretazione del «segreto di Fatima»; come anche lo inviò in visita nell'Est Europeo e nell'America Latina per sbrogliare difficili situazioni. Qualcuno in Vaticano dice che, più di una volta, Wojtyla profetizzò a Ratzinger il pontificato. Il libro del cardinale Ruini , si intitola «Alla sequela di Cristo: Giovanni Paolo II il servo dei servi di Dio». Secondo una anticipazione data da «Avvenire», il quotidiano della Cei, nel libro si ripercorrono, in 124 pagine, tanti passi quotidiani dell'impegno pastorale di Wojtyla nella Diocesi di Roma, accompagnandolo in particolare in tante visite nelle parrocchie di Roma a partire dal 3 dicembre 1978, quando si recò nella chiesa di San Francesco Saverio alla Garbatella, dove aveva prestato servizio pastorale nel 1948 durante gli studi teologia all'Angelicum, l'università romana dei domenicani. Il volume è un ritratto di Karol Wojtyla come «vescovo di Roma». I giornalisti ricordano bene che, un certo giorno, parlò in romanesco, dicendo: «Volemose bene». E di fronte alla folla della loggia del Campidoglio esclamò: «Roma, mia Roma». Nella prima omelia da Papa disse: «Alla sede di Pietro sale un vescovo che non è romano, un vescovo che è figlio della Polonia. Ma in questo momento diventa anche lui romano. Sì, romano!». I volumi di Papa Ratzinger e del cardinale Ruini sono destinati a suscitare interesse e curiosità. Intanto, Roma rende a Papa Wojtyla un particolare omaggio musicale. Nell'Auditorio di Palazzo Pio, il maestro Ennio Moricone, al suo primo concerto romano dopo aver ricevuto il Premio Oscar fa ascoltare, questa sera, un suo poema sinfonico-corale su testi e poesie di Karol Wojtyla.

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 3 marzo 2007

Pag V L’abc della fede spiegato ai credenti di Alvise Sperandio

Scuola teologico-pastorale da settembre: voluta dal patriarca avrà tre sedi

 

Credete in Dio ma vi sfugge l'abc della fede? Siete cristiani ma vi mancano i concetti fondamentali? Niente paura perché la scuola teologico pastorale con cui il Patriarcato da settembre farà formazione di base fa al caso vostro. È una novità per la nostra diocesi e non solo che nasce da un dato di fatto: perché i cristiani possano vivere e testimoniare la fede è opportuno che sappiano ciò in cui credono. "Con questa scuola - dice il direttore don Valter Perini - vogliamo andare incontro alle esigenze di alfabetizzazione della fede manifestate dalla nostra gente". Anche perché in molti casi tra chi crede c'è ignoranza sulle nozioni elementari: l'inchiesta sociologica realizzata qualche tempo fa dimostra a proposito che la metà di coloro che vanno a messa con regolarità tendono ad avere una fede fai da te. Come dire, i laici impegnati ma veramente preparati, adesso come adesso, sono una minoranza. "È fortissima la necessità di una fede pensata attraverso un cammino sistematico che consenta di articolare la visione cristiana del mondo" - aggiunge don Valter spiegando il senso dell'operazione. La scuola sarà intitolata a Santa Caterina d'Alessandria, dottore della Chiesa protettrice degli studi, e assorbirà l'attuale scuola di formazione biblico teologica mestrina, un'esperienza trentennale sotto la direzione di don Nini Barbato, rettore della chiesa di San Rocco nonché collaboratore del duomo, che esaurisce il suo percorso autonomo per confluire nel nuovo soggetto diventandone una sezione. I corsi, ai quali ci si potrà iscrivere tra un mesetto, apriranno i battenti il 24 settembre e avranno una durata triennale. Consteranno in prima battuta di una preparazione di base a partire dalle tematiche del Catechismo della Chiesa cattolica e successivamente di singole specializzazioni proposte dagli uffici pastorali diocesani. Le lezioni si rivolgono in particolar modo alle persone già impegnate in ambito parrocchiale, oppure nelle associazioni e nei movimenti, ma in ogni caso sono aperte a tutti. La scuola, che ha pochi esempi in tutta Italia, avrà tre sedi per facilitare la frequenza: a Venezia al "Marcianum" alla Salute; a Mestre al centro pastorale "Cardinale Urbani" di Zelarino; sul Litorale nel patronato della parrocchia di Eraclea. I tre anni sono organizzati a moduli su temi specifici: 8 da 24 ore ciascuno per l'ambito di base più altri 4 sempre di 24 ore ciascuno per l'indirizzo pastorale prescelto; le lezioni saranno distribuite in due semestri di dodici settimane con quattro ore di corso ciascuna il sabato mattina. Non sono richiesti requisiti particolari e perciò la partecipazione è libera, mentre al termine sarà rilasciato un attestato del piano di studi completo per chi avrà partecipato ad almeno due terzi delle lezioni (ma sarà possibile seguire anche singoli corsi). "C'è grande domanda di preparazione ed approfondimento e contiamo di rendere un buon servizio" - chiude il direttore. Che il Patriarcato stia investendo moltissimo su questo fronte, è sotto gli occhi di tutti: c'è anche il percorso accademico istituzionale del "Marcianum" che diversamente dalla scuola rilascia dei titoli, mentre i delegati all'assemblea ecclesiale dell'aprile di due anni fa possono seguire la cosiddetta "scuola di metodo" fortemente voluta da Angelo Scola , dove s'è riflettuto sulle quattro finalità della visita pastorale in corso di svolgimento ma anche sul senso d'appartenenza alla comunità ecclesiale.

 

IL SOLE 24 ORE di venerdì 2 marzo 2007

Pag 10 Quella “santa irrequietezza” di Giancarlo Lunati

Tra fede e laicità. Il pensiero di Benedetto XVI

 

Tra le prime riflessioni di Benedetto XVI è apparso, un po’ a sorpresa, il richiamo alla “santa irrequietezza”. Espressione che nella filosofia tedesca usò Hegel per denotare il continuo movimento dello spirito: die heilige Unruhigkeit. Cioè il movimento contro la staticità. E nella vita di tutti i giorni, l’azione meglio della contemplazione. Ma la Chiesa ha sempre apprezzato il misticismo e cioè quel modo di vivere nei conventi, o nell’isolamento. Conviene dunque riflettere in modo appropriato: se lodiamo la santa irrequietezza tendiamo a cercare il meglio e il bene incessantemente; se invece amiamo la contemplazione ci appaghiamo di una santa immobilità e addirittura di un elevazione finale dell’anima a Dio, senza più il tormento del pensiero pensante. L’assoluto è stato nei secoli una meta dei filosofi: Aristotele lo definì come il pensiero che pensa se stesso. Per rompere quest’incantesimo si è fatto molto filosoficamente, ma forse il contributo più forte e più bello lo ha dato il Cristianesimo con il concetto centrale dell’amore, che è apertura continua verso l’altro, verso il prossimo. L’amore rompe la staticità della perfezione assoluta di un Dio che è lontano e non si occupa degli uomini. Il Dio cristiano è l’opposto. Eppure deve esserci qualcosa che non torna nel citare l’irrequietezza come fatto positivo, perché essa ci induce a muoverci da uno stato all’altro e quindi a vivere non nell’assoluto, ma nel relativo. Papa Ratzinger ha dichiarato guerra al relativismo. E dunque cosa pensare? E chiaro che il relativismo è negativo perla Chiesa se significa vita senza valori, ma è invece elemento positivo di quel pensiero che continuamente s’esercita nella ricerca. Un’ultima considerazione: i valori nella concezione laica sono valori etici e non religiosi. Gli stessi valori che trovano fondamento nella fiducia piuttosto che nella fede. Il rifiuto laico di tutti i dogmatismi non è affatto un segno di scetticismo, ma è fiducia in molte verità che nel tempo possono sempre essere migliorate. Esempio positivo di irrequietezza è l’attività imprenditoriale: senza il gusto del nuovo e della sfida, essa non esisterebbe. Il movimento dunque contro la staticità, e la possibilità concreta di coesistenza fra l’attuale religiosità e l’attuale laicità.

 

30 GIORNI di gennaio 2007

Pag 72 Quell’incontro a Fatima di Stefania Falasca

Nel luglio 1977 Albino Luciani incontra suor Lucia. Come avvenne e come si svolge quell’incontro? Per la prima volta il segretario del patriarca Luciani, mons. Mario Senigaglia, racconta e rivela…

 

Ci sono fatti e fatti. Alcuni, col tempo, restano quelli che sono. Altri si perdono e sfumano fino a diventare leggenda. Prendiamone uno. Luogo: Coimbra. Data: 11 luglio 1977. Incontro del patriarca di Venezia Albino Luciani con suor Lucia Dos Santos, la veggente di Fatima. Eccolo uno dei tanti su cui si è versato inchiostro. Si è detto che fu proprio suor Lucia a chiedere di incontrare il patriarca Luciani. Si è detto che la veggente lo accolse chiamandolo “Santo Padre”. Si è detto anche che gli predisse la brevità del suo pontificato e che il patriarca uscì da quel colloquio sconvolto. Si è detto... E non è stato difficile cavalcare poi questi “si dice”, fino a rappresentare Luciani come ossessionato da quella profezia. Tormentato da quell’ombra nascosta nelle ilghe del terzo segreto. Unica voce dissonante dal coro montante di questi “si dice” è stata, in questi ultimi anni, quella del cardinale Tarcisio Bertone. Il porporato, avendo interrogato su quel colloquio la stessa suor Lucia nel dicembre del 2003, più volte ha fermamente ribadito che non c’è stata alcuna preveggenza da parte della suora riguardo ad Albino Luciani. Insomma, hanno una qualche possibilità di fondamento queste voci o è la vecchia storia di un tipico caso di vaticinium ex eventu? Meglio navigare alla bassa temperatura della storia e tornare alla cronaca. Risfogliarla da capo. Passo passo. Con chi conosce bene le circostanze che portarono a quell’incontro. Monsignor Mario Senigaglia è da trent’anni parroco della chiesa di Santo Stefano a Venezia. Ad accompagnarlo a Santo Stefano, nel lontano ottobre del 1976, fu lo stesso Luciani. Per sette anni don Mario gli era stato accanto come suo segretario particolare. Una presenza discreta e attenta, la sua, in quei travagliati anni veneziani, ricambiata dalla stima e dalla confidente fiducia di Luciani, continuata nel tempo. In quel luglio del 1977, Senigaglia incontrò Luciani pochi giorni dopo il suo rientro da Fatima. “Sì, mi chiamò e andai da lui in patriarcato...», comincia a raccontare, “ma aspetti”, interrompe, voltandosi verso uno scaffale, “riprendiamo l’agenda del patriarca...”. La nostra cronaca comincia da qui.

Monsignore, vediamo allora cosa c’è scritto nell’agenda...

MARIO SENIGAGLIA: Sì. Leggiamo... Venerdì 8 luglio 1977: il patriarca si trova a Padova. Sabato 9, ecco: parte per Fatima. Domenica 10: concelebra la messa nella conca della Cova da Iria. Lunedì 11: celebra con altri sacerdoti nella cappella del monastero delle carmelitane a Coimbra. Ritorna a Venezia martedì 12 e il 13 presiede il capitolo generale delle suore francescane.., non c’è altro.

Questo recita il bollettino. Ma come avvenne l’incontro con suor Lucia nella clausura di Coimbra?

SENIGAGLIA: Innanzitutto Luciani non entrò da solo.

Come? Non era solo a quell’incontro?

SENIGAGLIA: No. Lo accompagnò e vi assistette una nobildonna veneziana.

E chi era?

SENIGAGLIA: La marchesa Olga Morosini de Cadaval.

Un momento... ci faccia capire bene i fatti dall’inizio. Da dove viene fuori questa nobildonna? E perché Luciani era andato a Fatima? C’era un motivo, una ricorrenza particolare...

SENIGAGLIA: No. Nessuna motivazione particolare. Andò a Fatirna semplicemente per un pellegrinaggio. Ogni anno, qui a Venezia, il padre gesuita Leandro Tiveron, che era stato anche il confessore di Luciani, organizzava un pellegrinaggio in qualche santuario mariano. E quell’anno decise per Fatima. Luciani era stato a Lourdes diverse volte. A Fatima invece non era mai stato. Il padre Tiveron gli propose allora di andare e lui accettò. Così il patriarca si unì alla comitiva dei pellegrini. Una cinquantina circa. Il 10 luglio visitarono il santuario e parteciparono alla celebrazione eucaristica a Fatima. E il giorno seguente si spostarono a Coimbra per assistere alla messa nel convento delle suore carmelitane. A proporre e a organizzare la tappa al monastero di clausura di Coimbra fu proprio la marchesa de Cadaval, che aveva legami con il convento.

E come mai questa nobildonna aveva tanta familiarità con il convento di Coimbra da avere persino accesso alla clausura?

SENIGAGLIA: La marchesa de Cadaval era sposata a un portoghese, tenutario del sud. Era una donna di elevata cultura e sensibilità ma anche di profonda pietà, e durante le sue permanenze in Portogallo si adoperava come crocerossina al santuario di Fatima divenendo ben presto anche benefattrice del convento di Coimbra. Lì ebbe modo di conoscere suor Lucia, con la quale instaurò uno stretto rapporto di fiducia. Per anni fu sua collaboratrice. Assisteva suor Lucia nelle traduzioni della corrispondenza. Durante la guerra, ebbe persino l’incarico di portare personalmente, e spesso a memoria, messaggi a Pio XII e messaggi di questi a suor Lucia. Pacelli conosceva la marchesa fin dagli anni della sua giovinezza. La Cadaval, infatti, aveva frequentato l’università a Roma ed era in buone relazioni con la famiglia del futuro Pontefice. Si trovò così a svolgere anche il ruolo di trait d ‘union tra suor Lucia e il Papa. Nel ‘77 era anziana ormai, avrà avuto più di una settantina di anni. Luciani l’aveva conosciuta prima di quell’occasione?

SENIGAGLIA: L’aveva vista in qualche occasione a Venezia.

E lei, la conosceva personalmente?

SENIGAGLIA: Sì. Era una mia parrocchiana. Durante i suoi soggiorni a Venezia abitava a due passi dalla chiesa di Santo Stefano e ogni giorno, al mattino presto, veniva a messa in parrocchia. Così ebbi modo di conoscerla. E fu in una di quelle mattine dopo la messa che, parlando del pellegrinaggio a Fatima, venne fuori l’idea della visita a Coimbra.

Fu dunque iniziativa della marchesa l’incontro di Luciani con suor Lucia, non fu la veggente di Fatima a chiedere di lui...

SENIGAGLIA: Mentre si parlava della visita a Coimbra la marchesa disse: “Se dovesse venire il patriarca... avrei piacere di presentarlo, con l’occasione, a suor Lucia”. Ecco come venne fuori. E il seguito andò così: “Se le fa piacere.. .“, risposi allora, “provi a chiederglielo...». «Guardi però”, aggiunsi anche, “che se lei fa presente al patriarca questa possibilità, prima di partire, è probabile che le dica di no». Luciani, infatti, era sempre discreto e restio a queste cose. Attento a non dare mai incomodo a nessuno. E, «di sicuro», dissi alla Cadaval, «se lei glielo chiede prima, obietterà che staccarsi dai pellegrini non sarebbe opportuno che farebbe perdere del tempo... Ma se glielo dice stando lì, all’ultimo, allora.., può darsi che alla fine per un saluto accetti». E così fece, in accordo col padre Tiveron.

E l’incontro come si svolse?

SENIGAGLIA: La Cadaval si trovava già al monastero quando arrivarono i pellegrini e aveva informato suor Lucia della presenza del patriarca Luciani. Venuto il momento, al termine della celebrazione eucaristica, disse al patriarca che suor Lucia avrebbe avuto piacere di salutarlo. Insieme alla priora del convento entrarono in clausura. La Cadaval lo accompagnò da suor Lucia e restò con loro. Visto poi che Luciani riusciva a capire abbastanza bene il portoghese, si fece in disparte, e finito il colloquio lo riaccompagnò dove lo aspettava il segretario don Diego Lorenzi per andare a pranzo con gli altri. Don Diego disse che quell’incontro durò un’ora e mezzo. Altri ritengono di più. Luciani stesso riferì di aver parlato a lungo...

SENIGAGLIA: Ma... vero è che un tempo lungo per Luciani poteva essere già mezz’ora. Per chi aspettava forse potrà esser sembrato ancora più lungo... Ad ogni modo, né Luciani, né la Cadaval mi hanno mai rilevato questo fatto del tempo come qualcosa di eccezionale. So che raggiunse gli altri al ristorante e che dopo il pranzo, con la macchina messa a disposizione dalla Cadaval, tornò a Lisbona per poi rientrare a Venezia, dove aveva degli impegni. Tutto qui.

Lei incontrò Luciani al suo rientro da Fatima. Che cosa le disse?

SENIGAGLIA:      Ricordo che entrai nel suo studio e mi disse: «Siedi-ti”. Questo significava che era in vena di raccontare. Mi parlò del viaggio, del clima di autentica preghiera e dei gesti di penitenza commovente che aveva visto a Fatima. Dei pellegrini che avevano fatto un lungo tragitto a piedi nudi sui sassi nella spianada, sotto il sole, e delle pie donne che all’occorrenza medi-cavano, all’arrivo, i piedi di quei pellegrini. Parlammo allora della differenza con Lourdes e poi ancora di queste diverse forme di pietà, e andando avanti nel discorso, a un certo punto, gli chiesi di Coimbra: «So che è stato lì e ha avuto modo anche di incontrare suor Lucia.. E lui: «Sì, sì l’ho vista... Ah! ‘sta benedeta monèga», mi disse, «m’ha preso le mani tra le sue e ha cominciato a parlare...». Rimase quindi un po’ a pensare con le mani giunte, poi riprese: «... ‘Ste benedete monèghe quando cominciano a parlare non la finiscono più...>’. Mi disse però che delle apparizioni non aveva parlato e che lui le chiese solo qualcosa sulla famosa “danza del sole”.

E poi?

SENIGAGLIA: E poi basta. Entrammo nelle questioni di Venezia. Prima di chiudere l’argomento gli dissi però, essendo allora direttore di Gente Veneta: “Eminenza, perché non ci fa un pezzo su questo incontro?”. E lui: «Va bene, volentieri, lo faccio». Ed è quello che poi ha scritto.

Si riferisce alla relazione pubblicata il 23 luglio del ‘77...

SENIGAGLIA:      Esattamente. E lì scrisse quello che mi aveva accennato e tutto quello che, a riguardo, aveva in animo di dire. Scrisse, non senza il suo fine e abituale humour, del carattere gioviale, del parlare spedito della piccola suora, che con tanta energia e convinzione insisteva sulla necessità di avere oggi suore, preti e cristiani dalla testa ferma, e dell’interesse appassionato che rivelava, parlando, per tutto ciò che riguardava la Chiesa con i suoi problemi acuti. Scrisse poi che le rivelazioni, anche approvate non sono articoli di fede, che in merito si può pensare quello che si vuole senza far torto alla propria fede, e concluse con quello che sempre ripeteva riguardo al significato di questi luoghi mariani, e cioè: che apparizioni, non apparizioni, messaggi, non messaggi, i santuari sono lì solo per ricordarci l’insegnamento del Vangelo, che è quello di pregare.

Sull’argomento con lei poi non ritornò più?

SENIGAGLIA: No. Finì lì. E, a dire il vero, neanche a me venne la curiosità di chiedere altro. Anche se le occasioni, volendo, c’erano. Il 26 di quello stesso mese partimmo insieme per il santuario mariano di Pietralba in Alto Adige, come facevamo ogni anno. E vi restammo fino al 5 agosto. Dieci giorni. Ricordo che trascorremmo quei giorni in serenità, facendo lunghe passeggiate in montagna.

E la marchesa, ebbe modo di rivederla dopo? Che cosa le riferì riguardo a quell’incontro?

SENIGAGLIA: La rividi a Venezia a settembre, in occasione della Biennale. Mi disse che era rimasta contenta per come era andato il pellegrinaggio. Che anche suor Lucia era rimasta contenta, e che, parlando con lei, dopo quel colloquio, la suora le disse che trovò Luciani una bella persona.

Non fece nessun altro riferimento alle parole dette da suor Lucia?

SENIGAGLIA: No.

Questo però non toglie che qualche altra cosa non abbiano voluto riferirla... Luciani appuntava fatti e riflessioni strettamente personali?

SENIGAGLIA: Diari personali... Non ne teneva. Neppure quel genere di agende spirituali, come possono essere i diari dell’anima di Roncalli, per intenderci. Le racconto un episodio.

Racconti...

SENIGAGLIA: Alla morte del cardinale Urbani, predecessore di Luciani alla sede di Venezia, del quale ero stato segretario e del quale venni nominato esecutore testamentario, mi ritrovai con una mole di suoi scritti privati con riferimenti a persone, cose e fatti anche delicati. Andai allora a chiedere consiglio a Luciani su come, a riguardo, avrei dovuto comportarmi. Mi diede il suo consiglio e poi ridendo commentò: «Don Mario, stai tranquillo, che per quello che riguarda me, non ti darò mai di questi problemi».

Quindi non esistono appunti privati su quell’incontro...

SENIGAGLIA: Non era proprio nel suo carattere, nel suo stile questo genere di scritti. Metodico e organizzato aveva però un archivio fornitissimo di annotazioni e schemi delle sue letture. Una ricchissima biblioteca di appunti, in cui gli argomenti erano distinti a temi e che riforniva continuamente con un criterio giornalistico. Erano appuntati su vecchie agende e su quei quaderni che si usavano una volta, con le righe e la copertina nera e il bordo rosso. E quest’archivio gli serviva per preparare prediche, discorsi o articoli per i giornali. Quando è andato a Roma per il conclave mi ha telefonato chiedendomi di mandargli le agende su cui aveva annotato i suoi appunti sui documenti del Concilio. Quando ha fatto i primi discorsi da Papa, avrei saputo dire da quale agenda e a quale pagina aveva attinto: erano gli scritti da cui tante volte aveva preso spunti per i suoi discorsi. Per capire, quindi, il suo pensiero e il suo atteggiamento anche nei confronti dei fatti di Fatima basta vedere quello che pubblicamente ha detto e scritto.

Dei fatti di Fatima aveva già parlato?

SENIGAGLIA: Sì. Ampiamente. Anche nella ricorrenza del settantesimo delle apparizioni. Ne ripercorse la storia, l’atteggiamento della Chiesa e l’atteggiamento che i fedeli debbono avere nei confronti di questi fatti. Il suo pensiero era improntato a un’estrema cautela che considerava fuori posto anche chi, accettando le apparizioni come vere, le strumentalizza, piegandole a servire scopi politici o similari, estranei alle apparizioni stesse. Insomma, questi scritti ci dicono del suo modo di misurare e giudicare gli eventi, e anche del suo modo d’essere, di rapportarsi, che è quello di un uomo impermeabile alle suggestioni, equilibrato, volto all’essenziale, e che osserva con un’ironia fine, acuta, demitizzante. Demitizzava tutto. Anche sé stesso e i suoi stessi incontri.

Un anno dopo, nel marzo del ‘78, ci fu però un episodio che fu all’origine delle successive dichiarazioni su quell’incontro a Fatima. Luciani disse al fratello Edoardo di aver incontrato suor Lucia e, vedendolo turbato, Edoardo mise in relazione questo fatto con le predizioni che la suora gli avrebbe riferito sul suo futuro...

SENIGAGLIA: Sono impressioni, ipotesi, deduzioni personali, che Edoardo espresse subito dopo la morte del fratello. E delle quali io non posso rispondere. Edoardo, tuttavia, non sapeva come era andata quella circostanza. Luciani gli disse solo che aveva incontrato suor Lucia. Nient’altro.

Resta però quel turbamento...

SENIGAGLIA: Ma quante volte, quando andavamo a trovare le suore di clausura a Venezia, lo sentivo dopo commentare: «Queste donne benedette... non escono mai e non se ne perdono una... conoscono i problemi della Chiesa meglio di noi!». Con suor Lucia ha parlato di questi in generale. Della Chiesa con i suoi odierni, acuti problemi, del pericolo dell’apostasia. L’ha detto. E quindi su questi può essere tornato, non senza Preoccupazione, a riflettere.

Insomma, lei non ha mai dato peso a quell’incontro, non lo ha mai messo in relazione con l’elezione di Luciani e la sua repentina morte...

SENIGAGLIA: No. Né prima né dopo la morte. Gliel’ho detto. Guardi, rividi Luciani anche quel mattino presto quando lasciò Venezia per il conclave. Era preparato a quello che sarebbe successo in quel conclave, sapeva, ne era cosciente. Come lo sapevano gli altri. Nessuna sorpresa. A Venezia erano passati a trovano vescovi e cardinali da tutto il mondo. Lo conoscevano, lo stimavano tutti. Del resto era stato indicato già nel ‘72. Proprio qui, a Venezia, Paolo VI gli aveva messo la stola sulle spalle. E noto. Quella fu più di un’autentica profezia ad personam. E sotto gli occhi di tutti. Più di ...... non ce n’era bisogno di altre. Questo quindi è tutto, per quanto riguarda Luciani. Quanto alla Cadaval...

Quanto alla Cadaval?

SENIGAGLIA: Mori quasi centenaria nel 1997. Vent’anni dopo, dunque, quell’incontro a Coimbra. E fino alla fine rimase attiva e lucidissima. Mai fece allusioni, né mai intuii, dalle sue parole, il minimo accenno a preveggenze, profezie di suor Lucia nei confronti della persona di Luciani. L’anno precedente la morte della Cadaval, nel giugno del ‘96, trovandomi a Fatima per gli esercizi spirituali, celebrai la messa nel convento di Coimbra insieme a un altro sacerdote, e anche a noi, la marchesa, permise di incontrare brevemente suor Lucia. Ci mise persino cortesemente a disposizione la macchina per andare e tornare. Questo anche per dire dell’amicizia, intercorsa e continuata nel tempo con lei, e di quante occasioni ho avuto, in tutti questi anni dopo la morte di Luciani, per vederla e parlarle.

Mi scusi... ma perché lei tutte queste cose non le ha mai raccontate prima di adesso?

SENIGAGLIA:... Non me l’hanno chiesto. L’avessero fatto avrei risposto. Se tutto poi diventa una favola, si perde solo del tempo ad andare dietro alle fantasie.

 

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4 – MARCIANUM / ASSOCIAZIONI, MOVIMENTI, ISTITUTI E GRUPPI

 

L’UNITÀ di venerdì 2 marzo 2007

Pag 12 Cielle contro Azione cattolica: avete tradito la militanza di Roberto Monteforte

I movimenti si dividono sui Dico. E la manifestazione per la famiglia salta a data da destinarsi

 

Pausa di riflessione nel mondo cattolico. Ma solo apparente. È periodo di Quaresima, tempo da dedicare alla penitenza e al digiuno, anche «mediatico», la flblillazione resta fortissima. Colpa anche dei «Dico». Pesa l’incertezza del quadro politico. Dopo le asprezze da crociata dell’Avvenire e dell’Osservatore romano e gli espliciti richiami di Papa Benedetto XVI a mobilitarsi a difesa della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, tutto pare essere come in surples. Soprattutto dopo il chiarimento diretto tra il segretario di Stato, cardinale Bertone e il premier Romano Prodi, con le ampie rassicurazioni fornire da Palazzo Chigi a favore della famiglia. Ma il quadro resta in movimento. Vi è attesa per la Nota dottrinale della Cei «vincolante» anche per i politici cattolici, annunciata dal presidente della Conferenza episcopale, cardinale Ruini. Il solo annuncio ha suscitato reazioni preoccupate proprio tra i credenti e qualche disagio tra ivescovi. Non a caso l’arcivescovo di Pisa, monsignor Plotti, ha chiesto collegialità nella sua elaborazione. Vi è pure chi, come monsignor Bettazzi e il vescovo di Pavia, monsignor Giovanni Giudici, ha difeso la scelta del governo sui «Dico». È vi è l’altro annuncio: la mobilitazione del mondo cattolico a difesa della «famiglia minacciata”. È l’appello diretto alla piazza lanciato da monsignor Rino Fisichella e subito raccolto dal «Forum per la Famiglia» cui aderiscono 42 sigle dell’associazionismo cattolico. Realtà diverse per storia e sensibilità: da Scienza e Vita ai Focolarini, dalle Acli a Comunione e Liberazione, dalla Comunità di sant’Egidio a Rinnovamento dello Spirito e i Neocatecumenali. Con tanto di data e luogo: 1125 marzo e piazza san Giovanni. Ma non vi è accordo tra le diverse anime del frastagliato mondo cattolico. C’è chi giudica troppo “politica» quella piazza e inopportuna quella data. La vice presidente del Forum, Paola Soave si affretta a confermare. La manifestazione ci sarà e di massa: un milione di «laici» cattolici che si raccoglieranno sotto la parola d’ordine «No ai Dico e si alla famiglia». E chiarissimo l’intento: seguire la via «madrilena» dello scontro aperto, della spallata della Chiesa contro l’èsecutivo e sbarrare la strada al ddl Bindi-Pollastrini. È la strategia «politica» del presidente della Cei, Camillo Ruini già Sperimentata con il referendum sulla procreazione assistita. Ma le cose questa volta sembrano andare diversamente. Associazioni forti e radicate come le Aci e l’Azione cattolica, gli stessi Focolarini pur non nascondendo le loro perplessità sui Dico, non paiono disponibili ad uno scontro frontale con il governo, e soprattutto con le espressioni politiche del cattolicesimo democratico. Deve aver pesato quel pronunciamento dei 60 parlamentari cattolici a difesa della laicità delle Istituzioni e della loro autonomia. E anche il fatto che quel ddl porta la firma di Rosy Bindi, che vi hanno lavorato giuristi cattolici come Stefano Ceccanti, già presidente della Fuci e Renato Balduzzi, presidente del Meic. Ma siamo anche alla fine dcl mandato di Ruini alla guida della Cei. I diktat della gerarchia, la logica da «parti-tu politico», iniziano ad essere mal tollerati dal laicato cattolico. Tantoppiù che anche in Vaticano sembra non essere gradita la linea dello scontro aperto con Palazzo Chigi. Così salta l’appuntamento del 25 marzo, slitterà ad aprile. Più che l’adunata all’insegna del «Non possumus» sui Dico, pare prevalere il grande happening a sostengo della famiglia. Segno di un confronto vero. Che fa riemergere vecchie ruggini, come quella sul collateralisrno, da imporre e quella dell’»autonomia» del laicato cattolico. È su questo che è scoppiata la polemica violentissima del direttore di Tempi. il ciellino Luigi Amicone e di altri che si sono scagliati contro il presidente dell’Azione Cattolica professor LuigiAlici. Con parole grosse: «Cattolici rinnegati». L’accusa, vecchia di vent’anni, è quella della scelta «religiosa” maturata da Ac nel 1986 a Loreto, che ha segnato la fine di ogni suo collateralismo politico. Ora viene bollata come una scelta di disimpegno che avrebbe favoritola secolarizzazione della società. Secca la replica di Alici: «Non ci faremo processare sulla stampa», In una nota ufficiale, rigetta «ricostruzioni grossolane e strumentali, espressioni di una nostalgia di collateralismo superata dalla storia». Il giudizio severo sui Dico resta. Come pure l’impegno a favore della famiglia e della vita. Ma da costruire nel dialogo.

 

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5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

AVVENIRE di domenica 4 marzo 2007

Pag 1 L’alleanza tra famiglia e prof si è infranta di Marina Corradi

Problema più grave d’altri

 

Dalle cronache di ieri: «Bari, preside picchiato da genitori, 10 giorni di prognosi». «Bergamo, tredicenne molestata a scuola da coetanei». «Napoli, arrivano 52 psicologi nella scuola frequentata dal branco che ha violentato una coetanea». «Cesena, offre all'insegnante una "caramella" all'hashish». Aule irrequiete come periferie del Far West, e professori come impotenti sceriffi. Troppe ne succedono, nelle scuole italiane, perché si possa parlare di "casi", di episodi amplificati dai giornali. Su certi siti Internet si trovano, per gli amatori, gli ultimi video girati tra i banchi: dai ragazzi che malmenano il compagno handicappato al professore sbeffeggiato. E se task forces di psicologi vengono spedite in una scuola di Napoli come a un fronte, se non sapendo che fare ci si affretta a vietare i cellulari in aula - quasi che quei video non fossero solo il sintomo di qualcosa di più profondo - converrà riconoscere che siamo di fronte a un'emergenza educativa quale, nel pure cronico malessere della scuola italiana, non si era mai vista. La storia del preside di Bari picchiato dai genitori di un'alunna che aveva invitato a tornare a frequentare la scuola, in questo senso è esemplare. C'è un professore che vuole fare il suo mestiere, e si preoccupa di una ragazza che abbandona la scuola dell'obbligo. I parenti, convocati, lo riempiono di botte. E sarà pure la storia estrema di un quartiere "difficile", ma lo schema proposto si ripete, pure senza violenze, ogni giorno. Quell'alleanza educativa che sembrava scontata fra la scuola e i genitori, è sempre più spesso infranta: i genitori difendono, o credono di difendere, il loro "bambino" dall'intrusione o dalla severità di un professore. Caduto nell'oblio l'obiettivo comune, cioè l'educare, le famiglie sembrano credere che la scuola sia lì solo per insegnare in qualche modo qualcosa - le famose "competenze" del gergo buro-scolastico di questi anni - e si ergono fieramente in difesa del rampollo, quand o l'insegnante abbia un estremo sussulto di autorità. Autorità, e autorevolezza, sono in effetti le parole scardinate alla radice del deragliamento cui assistiamo. Il presupposto che occorrano, agli alunni, dei maestri è stato cancellato nell'onda lunga del '68. Sono passati 40 anni, e molti degli stessi professori sembrano chiedersi a volte cosa sono lì a fare, e in nome di cosa possano pretendere rispetto e attenzione. Come avendo abdicato dalla pretesa di un'autorità il cui etimo è augere, "far crescere". Come dimentichi che educare è ben altro che fornire "competenze"; oppure coscienti della loro sconfitta, e scoraggiati. E - come accadeva una volta quando per qualche minuto la cattedra restava vuota - in aula può succedere di tutto. Bullismo, lo chiamano, ed è vero, ma davvero gli sbandati delle nostre scuole sono i primi protagonisti del fallimento educativo? Non lo sono invece i genitori, come a Bari, strenuamente schierati in difesa dei figli; e i professori che hanno "competenze", tutte tranne una: la capacità e la passione di educare, di introdurre un ragazzo nella realtà? Ballano, si menano, si filmano gli studenti in queste aule vuote, abbandonate da una generazione di padri mancati. Ogni tanto un insegnante di buona volontà tenta di alzare un argine, e si ritrova contro famiglie infuriate. 52 psicologi marciano come una falange verso una scuola media del Sud dove in sette han violentato una bambina. C'è una gran caccia ai cellulari, e un assessore campano in proposito balbetta che occorre insegnare ai ragazzi "un uso corretto delle nuove tecnologie". C'è di tutto a scuola, task forces mediche, assistenti sociali, set cinematografici. Assenti, all'appello, solo gli adulti che dovrebbero educare. Assenti, all'appello, solo noi.

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 4 marzo 2007

Pag 17 Controfigure in cattedra di Eraldo Affinati

La scuola oggi è costretta a dire i no che i genitori non vogliono più pronunciare

 

Forse la scuola italiana non è mai stata quella, umbertina e patriottica, descritta, con qualche compiacimento di troppo, da Edmondo De Amicis nel celebre Cuore; tuttavia, ammesso e non concesso che un tempo poggiasse le sue basi su principi e valori sicuri e affidabili, oggi quell'equilibrio sembra essersi rotto. Presidi picchiati dai genitori degli alunni, maestre che tagliano la lingua ai bambini, insegnanti assediati, professoresse che fanno spogliarelli dimostrativi. Senza entrare nel merito dei singoli episodi, una domanda è legittima: cosa sta accadendo nelle aule del Bel Paese? Attenzione: i banchi di studio non sono l'isola di Peter Pan, staccati dal mondo; al contrario: lo riflettono in pieno. Ecco perché tutti dovrebbero sentirsi chiamati in causa da quella che Benedetto XVI ha recentemente definito «emergenza educativa». Spesso così non avviene. Certi adulti considerano la scuola un semplice servizio, non vogliono grane coi figli. In tutta la mia esperienza di insegnante, il peggiore degli scolari costituiva sempre un passo in avanti rispetto alla famiglia di provenienza. La scuola oggi è costretta a fare un'opera di supplenza: deve dire i no che i genitori non vogliono più pronunciare. Gli insegnanti sono diventati le controfigure dei padri e delle madri: li sostituiscono nelle azioni più pericolose. E in molti casi, come vediamo, ne pagano le conseguenze. D'altro canto gli studenti hanno tempi di concentrazione assai più ridotti rispetto al passato. Privi di vero confronto, con tutti gli iPod, i cellulari e gli schermi tascabili, rischiano il vuoto. In compenso mostrano abilità speciali per intercettare le quali bisognerebbe avere strumenti tecnologici nuovi. In attesa dell'agenda elettronica personale, dovremmo intanto ridisegnare gli spazi didattici. Ma per agire è necessaria la collaborazione delle famiglie che invece continuano a disertare le riunioni a cui sono invitate.

 

LA STAMPA di domenica 4 marzo 2007

Quei bulli di genitori di Massimo Gramellini

 

Quando portavo a casa un brutto voto, poteva succedere che mio padre mi rifilasse un ceffone. Era un genitore all'antica: quelli moderni i ceffoni li danno al professore. I veri bulli sono loro. Tendono agguati ai presidi, prendono a testate gli insegnanti, minacciano di morte l'arbitro che ha annullato un gol alla squadretta di periferia in cui milita il pupo. Non si comportano da padri e madri, ma da fratelli maggiori. Mossi dall'unica preoccupazione di difendere l'onore della famiglia, oltraggiato dai giudizi di un estraneo al quale non si riconosce più alcuna autorità. Il codice a cui si ispirano è composto da un unico articolo: mio figlio ha sempre ragione. Se va male a scuola, la colpa è dei professori che non ne sanno esaltare il talento. Se la ragazzina lo fa soffrire, la colpa è di quella poco di buono e dei suoi genitori, che l'hanno tirata su così male. Se prende una multa in motorino, la colpa è del vigile che non ha multato anche il motorino del suo amico. E se alla partita di basket siede mestamente in panchina, la colpa è dell'allenatore che lo discrimina, preferendogli uno molto più scarso. La tendenza a considerare la prole un prolungamento vittimista del proprio ego era già assai sviluppata in passato. Ciò che le impediva di trasformarsi in violenza era il rispetto sacro del proprio ruolo e di quelli altrui. Una mamma convocata a scuola per discutere le attitudini manesche della figliola mai si sarebbe sognata di prendere a botte la preside, come invece è successo qualche giorno fa. Non perché la preside avesse necessariamente ragione. Ma perché era la preside. E fare il genitore sovversivo veniva ancora considerata una contraddizione in termini, essendo il genitore l'archetipo di qualsiasi istituzione umana. Adesso si ragiona come nei clan e ogni critica ai figli e al modo di educarli viene vissuta come un'umiliazione da lavare col sangue. Non che ci si senta più responsabili di prima nei loro confronti. Ma non si è disposti a concedere ad altri il diritto di prendere una decisione che li faccia soffrire.

 

IL GAZZETTINO di domenica 4 marzo 2007

Pag 12 Famiglia sempre più trascurata di Bruno Cescon

 

Dico o non Dico? Il governo ha posto una sorta di mezzo silenziatore sul tema del riconoscimento delle coppie di fatto per non scontentare né il centro, né la sinistra. Il fatto che emerge è però che una vera politica sulla famiglia, sempre promessa, e non solo da questo esecutivo, non pare fare passi avanti. In fondo non è una grande promessa quella di allargare dei nuclei familiari che riceveranno gli assegni o di abbassare l'Ici per i nuclei numerosi. Purtroppo il nostro Paese spende molto poco per la cellula base della società: l'uno per cento del Pil rispetto al 2 per cento della Francia, dove la natalità è in ripresa. Manca una politica a favore della famiglia. Serve un nuovo pacchetto di misure, già promesso più volte: una diversa disciplina degli assegni familiari, già parzialmente ritoccati all'insù dalla finanziaria, detrazioni fiscali mirate fino ad arrivare al cosiddetto quoziente familiare, un piano per gli asili nido, misure per conciliare i tempi di lavoro e figli, un baby-bond, cioè una dotazione finanziaria per ogni neonato fino al diciottesimo anno di età. Occorrono sostegni a chi ha tanti figli perché spende dal 20 al 40 per cento in più per acqua ed elettricità. Sostanzialmente si tratta di provvedimenti finora ignorati dagli esecutivi. Qualche giorno fa l'Istat ha mostrato con dati alla mano le disuguaglianze tra le famiglie: nel 2006 l'inflazione è stata più alta per i poveri, 2,9 per cento anziché il 2,5. Bel risultato! Indubbiamente è pure vero che non si può misurare il reddito delle famiglie dalle denuncie Irpef, perché vi è troppa evasione fiscale. Il rischio certo è che beneficino di agevolazioni i furbi. E forse i milioni di famiglie povere vanno ridimensionati, dati i redditi nascosti. Con rammarico va sottolineato che nella finanziaria non si è trovato il modo di soccorrere le famiglie. Per di più è tutto da vedere se i nuclei con redditi bassi abbiano guadagnato o perso dal cosiddetto cuneo fiscale, come dimostrano le analisi in corso, pur se oggetto di polemiche. I governi hanno preso l'abitudine di accusare la periferia, le amministrazioni locali, per aver aumentato le addizionali, le tariffe. Certo occorre risparmiare, anzi selezionare con intelligenza la spesa pubblica, visto il nostro deficit e il debito sul prodotto lordo, cresciuto negli anni. Permangono vaste zone di spreco a livello centrale e locale. Inoltre non basta che le affollate compagini governative taglino al centro se poi tutto cresce: dalle autostrade ai treni, dai ticket ai prodotti alimentari.Ora la politica sulla famiglia non ha paternità di partito, perché riguarda l'interesse di tutto il Paese. E non è neppure un tema che riguardi soltanto la Chiesa o la comunità cattolica. Il suo buon funzionamento garantisce la salute dell'intera società. E probabilmente la denatalità così rilevante, da non garantire neppure il cosiddetto "rimpiazzo generazionale", non dipende unicamente da problemi finanziari, dagli orari di lavoro, dalla provvisorietà delle occupazioni, dalla carenza di servizi sociali. Vi incidono profondamente altri fattori. Ha un peso enorme l'instabilità delle coppie e particolarmente il timore di un vincolo stabile. Su tutto fa premio però la centralità dell'individuo, delle sue esigenze, della realizzazione di sé. I diritti individuali sono preminenti. La libertà personale va a cozzare con le regole della vita insieme. Il che dice che tocca alla stessa politica rimotivare il valore della famiglia. E non per un discorso religioso ma semplicemente di sopravvivenza. Magari anche della nostra civiltà.

 

LA NUOVA di domenica 4 marzo 2007

Pag 1 I migliori atenei vanno premiati di Vincenzo Milanesi

Riforma e spesa

 

Mai come negli ultimi tempi le università hanno avuto l’attenzione dei media nel nostro Paese. E’ sempre più frequente vedere servizi di cronaca o pagine intere di commenti sull’università italiana: quasi sempre per denunciare uno scandalo, vero o presunto tale, oppure per denunciare difetti e inadeguatezze del nostro sistema universitario. Così pure è stato frequente leggere sui nostri quotidiani interventi ed articoli di esponenti di prestigio del mondo accademico che lamentano una situazione di cronico sottofinanziamento degli atenei, con una qualche tendenza, almeno talvolta, ad impegnarsi in imbarazzate difese d’ufficio spesso non del tutto immuni da una evidente tentazione autoflagellatoria. Con il risultato, facilmente prevedibile, di uno sconcerto ben comprensibile da parte dell’opinione pubblica, e di una non edificante rincorsa da parte di qualche figura anche di prestigio del mondo politico a cavalcare un’immagine approssimativa di inefficienza e di inadeguatezza dell’università italiana. «Né apocalittici, né integrati», converrà dire da parte nostra, ripetendo una vecchia locuzione un tempo di moda. E sarà finalmente il caso di aprire un discorso più serio e documentato sul sistema universitario nazionale, raccogliendo un po’ di dati e facendo gli opportuni riscontri con il necessario spirito di obiettività, grazie anche al lavoro della Agenzia di valutazione che sta per nascere nel nostro Paese, che salutiamo con grande soddisfazione, mentre ci auguriamo che sappia svolgere come si deve il suo compito. Non dovrà peraltro partire da zero, perché già il Comitato per la valutazione del sistema universitario e il Comitato di indirizzo e valutazione della ricerca elementi utili ed interessanti ce li hanno dati. Ma il quadro che ne emerge non pare aver avuto l’attenzione che pure meriterebbe. L’impressione che se ne ricava - ma il discorso andrebbe assai approfondito, e non è certo questa la sede per farlo - è quella di un’università certo assai bisognosa di alcune riforme, anche radicali, ma nella quale la qualità media del lavoro svolto sia a livello didattico che scientifico è molto più alta di quella che caratterizza sistemi di formazione superiore tanto ammirati quanto poco conosciuti di altri Paesi, nei quali la spesa da parte del sistema-Paese per le università è sensibilmente superiore a quella che vediamo qui da noi. L’altro elemento su cui riflettere è il carattere composito e variegato del nostro sistema universitario - elemento peraltro comune a tutti i sistemi universitari degli altri Paesi - nel quale convivono realtà tra loro assai marcatamente diverse per un insieme cospicuo di fattori legati senz’altro al loro passato, ma anche al loro presente, che non è frutto solo del passato. Difficile peraltro negare il sottofinanziamento del nostro sistema universitario. Basta un dato, che ci viene da un’indagine Ocse 2006, e riguarda la spesa per studente. In dollari, la Francia spende 9.276, la Germania 10.900, il Regno Unito 11.822, la Grecia 4.731, la Spagna 8.020, il Portogallo 6.960, la Svezia 15.715, la Slovacchia 4.756. In Italia 8.636. Rispetto ai Paesi con i quali ci vogliamo confrontare, il divario è notevole. Gli studenti universitari in Italia sono circa 1.800.000. Facciamo un rapido calcolo: mille dollari di meno per studente moltiplicato per il numero di studenti fa una bella cifra: un miliardo e 800 milioni di dollari in meno. Dimezziamo pure, o quasi, la cifra, perché il ministro Padoa Schioppa ci ha ricordato che in Italia c’è un numero elevato di studenti «fuori corso»: anche dimezzando, fa pur sempre circa un miliardo di dollari che mancano all’appello. Difficile altresì negare la necessità di riforme. Ma dobbiamo rompere il circolo vizioso che sembra attanagliarci: il governo che, giustamente, ci dice «niente risorse in più senza riforme», le università che rispondono, comprensibilmente, «per le riforme ci vogliono i finanziamenti, non possono essere sempre fatte a costo zero». C’è bisogno di un nuovo patto tra università e società italiana, di una nuova alleanza che deve nascere su una base nuova, inedita per il nostro Paese: l’autonomia è principio irrinunciabile oltre che costituzionalmente garantito, ma deve essere accompagnato da un altro principio, quello della responsabilità. La logica dell’autonomia come esercizio di responsabilità è inscindibilmente connesso con quello della accountability (uso il termine anglosassone solo perché mi pare uno dei pochi che non abbia un equivalente facilmente individuabile nella nostra lingua con il medesimo spessore semantico) e quindi è urgente non solo completare l’introduzione di strumenti valutativi a tutti i livelli (a cominciare da quello «di sistema», per scendere a quelli di ateneo), ma soprattutto interpretare in modo adeguato l’utilizzo di tali strumenti. E’ necessario introdurre cambiamenti decisi e forti nel meccanismo di finanziamento degli atenei con riferimento ai risultati della valutazione, applicando da subito la necessaria logica premiale per chi ha dimostrato di meritarselo, nella consapevolezza che sarà senz’altro opportuno incentivare chi dimostrerà di aver comunque realizzato progressi di miglioramento delle proprie performances, ma nella convinzione che la logica della valutazione, se correttamente applicata, non potrà non aprire anche uno spazio di competitività vera tra gli atenei per l’accesso alle risorse. Garante di questo patto deve essere, non può non essere, la politica, quella alta e nobile, cui dobbiamo guardare con fiducia nonostante tutto, perché questo e non altro è il suo ruolo in un Paese democratico.

 

Pag 5 Campagna contro i violenti di Gianfranco Bettin

 

C’è il bullismo, e ci sono i bulletti: se n’è parlato molto, ultimamente, per bravate, aggressioni, dileggi, minacce. A volte, il tutto è anche finito in rete, di preferenza su You Tube, via videofonino, come da apposita, martellante pubblicità. Ma ci sono anche i bulli. Anzi, prima di tutto, ci sono proprio i bulli, quelli adulti. E’ sempre da loro che si deve cominciare, per capire cosa sta succedendo, da dove arriva l’onda di violenze piccole e grandi che si manifesta nella scuola ma anche altrove, in molti luoghi della vita sociale contemporanea. Bisogna cominciare dai miserabili, tossici, contagiosi bulli adulti, dal loro ributtante culto della violenza, dall’infame, triviale paccottiglia di miti e stili e toni e usi che li distingue sotto ogni latitudine. Ieri sono entrati in scena a Bari, nell’atrio della scuola media «Luigi Lombardi», dove, nelle vesti di genitori, hanno aggredito e mandato all’ospedale il preside, reo di aver emesso questo quadrimestre giudizi in pagella poco favorevoli ai loro figli e, pochi giorni fa, di essersi addirittura permesso di vietare l’uso dei telefonini in classe. «Tu devi venire fuori, io ti devo uccidere», ha detto al preside un genitore-bullo. Poiché il preside non è uscito, è stato, non ucciso, certo, ma picchiato abbastanza da guadagnarsi dieci giorni di prognosi. Ora, si può contestualizzare fin che si vuole di fronte a episodi come questo: quartieri disagiati, famiglie difficili, percorsi educativi spezzati e deviati, predominanza di subculture aggressive se non feroci. E si può anche, magari, scoprire che i bulli adulti di oggi sono stati, al loro tempo, bambini e ragazzi emarginati e, se sono diventati adulti maneschi, lo si deve a tali traversie. Ma questo sguardo più ampio e più profondo sulle possibili radici dell’episodio di ieri, e di tanti altri, non può impedire di agire, di troncare al più presto la deriva violenta. Semmai, può aiutarci a capirla e ad agire con più efficacia. Viviamo in un tempo e in un mondo sempre più pervasi dai linguaggi cruenti, in cui il ricorso alla violenza e alla guerra fa scuola davvero, nel senso che «insegna», che «educa» (diseduca), indica una via alla risoluzione dei conflitti e delle tensioni (anche quelle intime, personali, oltre che quelle sociali e globali). O si affronta direttamente la questione e si riconosce che si tratta di un vero nodo epocale o ci si condanna, di fronte a episodi come questo, a recitare occasionali giaculatorie contro la violenza e/o a invocare istericamente un velleitario e a volte equivoco pugno di ferro. Cominciare a riconoscere il problema, significa perciò individuare proprio nel mondo degli adulti la prima radice dello stesso bullismo adolescenziale (e quasi infantile a volte), che spesso si produce per imitazione ed emulazione. Vale per quanto accade nelle scuole, o nei quartieri, o negli stadi: basterebbe riascoltare le parole di certi parenti adulti dell’adolescente accusato di aver ucciso l’agente di polizia Raciti a Catania per capirlo. Per non dire del custode dello stadio - il custode! - che, appunto, custodiva nella propria abitazione interna al Cibali l’armamentario degli ultras. Bisogna dunque, certo, cambiare i contesti, le cause di fondo di queste derive. E bisogna, subito, aprire una dura e forte campagna contro ogni modello e linguaggio che celebri la violenza, che la giustifichi e ne faccia uno strumento corrente di affermazione di sé. Prima si fa sul serio, meglio sarà per tutti.

 

AVVENIRE di sabato 3 marzo 2007

Pag 3 Italia 2050. Tanti nonni e pochi nipoti. E nelle città si vivrà così… di Leonardo Servadio

Scenari futuri

 

Com'è noto, il modo migliore per azzeccare le previsioni è non farne. Ma su un punto sembra che si possa andare sul sicuro: tra 50 anni saremo una società di anziani. La riduzione delle nascite e i miglioramenti della medicina faranno sì che nel 2050 in Italia vi saranno 21 milioni di ultrasessantenni (nel 2001 erano 14 milioni), mentre i giovani (di meno di 30 anni) passerebbero dagli oltre 19 milioni del 2001 a circa 13 milioni. Lo dicono le proiezioni basate sugli andamenti registrati alcuni anni fa, ma dati più recenti elaborati dall'Istat potrebbero dar adito a maggiore ottimismo: dalla metà degli anni '90 la natalità sta crescendo, di poco ma in modo costante. Siamo tornati a un tasso di oltre 1,3 figli per donna: lontani dalla soglia di mantenimento, ma meglio di un decennio fa. In gran parte la variazione è dovuta al contributo delle immigrate: i nati da queste sono passati da 9 mila nel 1995 a oltre 52 mila nel 2005 (dall'1,7 al 9,4% del totale). Questo, col continuo flusso migratorio, fa sì che l'andamento demografico negli ultimi anni mostri un saldo positivo. Quale sarà quindi il volto dell'Italia del 2050? Saremo una società sempre più multietnica e con tanti nonni. A differenza di altri Stati europei nei quali l'immigrazione proviene in prevalenza dalle ex-colonie, l'Italia avrà minoranze diverse e non prevarrà alcuna nazionalità: un "melting pot" variopinto. In questo manterremo la nostra vocazione storica: alle tante comunità locali che da sempre caratterizzano il territorio italiano, si aggiungeranno molte nazionalità straniere. Il maggior numero di anziani faciliterà o no l'integrazione? Di per sé la cultura italiana è volta all'accoglienza e gli anziani di allora, che poi saranno i giovani di oggi, potrebbero aggiungervi le loro qualità precipue di pazienza e saggezza, se saranno riusciti ad abituarsi gradualmente alla società interetnica. Dovremmo anche riscoprire con maggiore profondità la nostra cultura: è infatti auspicabile che ne l dialogo con l'altro si rafforzi, non si svilisca, l'identità propria. Si può immaginare quindi una società più tranquilla ma con una nuova vitalità, volta non solo all'industria, al turismo e al commercio (l'imprenditoria italiana sta dando già prova di saper guardare all'estero, nell'assumere lavoratori stranieri, come nell'investire altrove), ma anche all'accoglienza e allo scambio culturale. Il crescente peso degli anziani porterà un aumento delle attività di sostegno, il che si tradurrà in centri di assistenza e fisioterapia, ma anche nella ricerca di condizioni ambientali migliori, favorita dalla maggiore sensibilità che ha preso piede. Questo farà virare lo stile di vita verso comportamenti più rispettosi per la conservazione dell'ambiente e attenti al riciclaggio e a evitare sprechi, cosa che influirà soprattutto sulle situazioni urbane. La mobilità continuerà ad aumentare e dovrà aumentare il peso dei trasporti pubblici, ma regina resterà l'auto; tra cinquant'anni però si può sperare che la tecnologia permetta che inquini meno, mentre aumenteranno mezzi alternativi come le biciclette: fenomeno già visibile in paesi come Danimarca, Olanda e Germania, dove le piste ciclabili, urbane ed extraurbane, sono molto diffuse. Questo nei centri abitati favorirà tecnologie "morbide" come l'energia solare e la cogenerazione (riciclaggio dei rifiuti per produrre energia). La contrazione degli sprechi e la crescente cultura diffusa (la durata degli studi si allungherà progressivamente), potrebbe portare a ridurre l'affanno consumistico, il che a sua volta potrebbe togliere importanza ai molti grandi centri commerciali che stanno proliferando ai margini delle città: ne è convinto il professor Piroldi, urbanista a Roma, che ha studiato le prospettive future. Invece di andare a passeggio tra gli espositori di questi megamercati, auspicabilmente si frequenteranno di più i parchi naturali e i musei. D'altro canto, evidenzia Luigi Mazza, urbanista milanese, i cambiament i avvengono con lentezza e 50 anni nella storia delle città sono pochi. Il problema sarà come regolamentare l'inarrestabile espansione delle zone abitate. Mentre i cittadini italiani avranno a disposizione appartamenti relativamente ampi e, spesso, seconde o terze case, anche gli immigrati vorranno le loro case e queste, sottolinea Piroldi, dovranno essere tali da non dar adito a frustrazioni o desideri di rivalsa. Continuerà l'espansione delle periferie ma, se sarà appresa la lezione di quanto è avvenuto nel secondo dopoguerra, dovranno essere dotate di buoni servizi e di qualità ambientale. E la commistione tra città e campagna giungerà alle sue conseguenze più mature: si dovrà trovare un nuovo equilibrio tra zone costruite e zone di alto profilo naturale. Insomma, tutto il territorio nazionale dovrà essere trattato come un immenso parco, in cui le vocazioni storiche e paesaggistiche siano protette, così che il crescente turismo interno e internazionale possa riconoscerle e goderne. Una visione arcadica, troppo ottimistica? Una speranza, più che altro. Perché la speranza è l'unica via di accesso al futuro.

 

LA NUOVA di sabato 3 marzo 2007

Pagg 2 – 3 Ragazzi al verde. E divertirsi costa il doppio di Gianluca Codognato e Francesca Bellemo

I giovani e il denaro: serata in pizzeria, prezzi sull’ottovolante

 

Venezia. Una partita a calcetto? Da 10 mila lire a 10 euro. Una serata in discoteca? Da una media di 20 mila lire, a 20 euro. E la birretta al bar? Beh, se prima costava non più di tremila lire, adesso con tre euro si rischia di non bere niente. Poi ci sono gli affitti, per chi sta da solo. E le rette universitarie, per chi studia. Insomma, la «vita» dei giovani veneziani si fa ogni giorno più complicata. Il tutto, per un motivo ben preciso. Hobbies e divertimenti, in sei anni, hanno visto in pratica raddoppiare i propri costi. Andando a pesare in modo sempre più pesante sul bilancio di fine mese. L’entrata in vigore dell’euro, insomma, non ha reso la vita più facile alla fascia d’età compresa fra i 18 e i 30 anni. Persone che già di per sé devono fare i conti con lavori spesso precari, o, appunto, con lo studio. E che si appoggiano ancora al portafoglio dei genitori, chiedendo, ad esempio, anche i soldi per la pizza. «I rincari degli ultimi anni vanno a colpire in modo massiccio proprio loro - spiega il mestrino Carlo Garofolini, responsabile regionale dell’Adico -. Giovani che ormai, spesso, vivono al di sopra della proprie possibilità. Anche se vanno molto meno di prima in ristorante o in discoteca. E non offrono neppure più le sigarette, cosa che anni fa facevano anche per spavalderia». I conti in tasca. Insomma, per i giovani veneziani è giunto il momento di tirare la cinghia. Almeno quella dei divertimenti. Che prima del 2001 costavano in media la metà di adesso. Basta guardare, per esempio, il costo di un campo da calcetto. Seguendo sia i dati dell’Ufficio statistica del Comune che quelli illustrati nel sito Universinet, si evince che per un’ora di sport si paga circa il doppio di prima. D’altro canto, anche il prezzo di un panino al bar o di una birra è schizzato alle stelle, toccando aumenti del 100%, contro una inflazione di circa il 12. Pure per quelli che amano andare in discoteca o in altri tipi di locale il costo di una serata si è raddoppiato. Anche se, rispetto ai prima anni di euro, è piuttosto diminuito, proprio di fronte al massiccio calo di clientela. D’altro canto, pure il prezzo di una seduta in un centro abbronzante ha conosciuto una consistente impennata (più 70%). La stessa registrata dai biglietti aerei nazionali. Così, insomma, anche un viaggio romantico magari in qualche città d’arte, risulta desso per i giovani veneziani molto più dispendioso di prima. Affitti. Al di là dei divertimenti e degli hobbies, però, la spesa più urgente si conferma l’affitto (o il mutuo). I giovani veneziani si trovano da sei anni a questa parte con prezzi di locazione per lo più raddoppiati. Non è facile, dunque, risiedere fuori casa e in molti vivono ancora con i genitori. «Anche da noi tocca alla famiglia sobbarcarsi gli oneri economici dei figli - spiega Garofolini -. Una spesa che si somma a tutte le altre e che va a incidere sul bilancio di fine mese». Università. Molto pesante anche la spesa legata all’università. I rincari in sei anni si aggirano fra il 30 e il 40%. «Pure questi sono tutti soldi che, di solito, vengono tirati fuori dai genitori - continua Garofolini -. Ma non mancano giovani che si pagano gli studi lavorando». In ogni caso, spetta proprio agli universitari la stangata più pesante. Soprattutto se fuori sede. Ci sono gli affitti, le rette, i libri. E poi il pranzo al bar, magari il cinema o uno spettacolo teatrale. Una serata in discoteca. Rispetto al 2001, si spende appunto il doppio. Il commento. Dunque famiglie e giovani in difficoltà, di fronte ai rincari degli ultimi anni. Attenzione però. Non si può fare di tutta l’erba un fascio. «Oggi si vive una fase non facile - ricorda il rappresentante dei consumatori -. Si può dire, in certi casi, che siamo al limite del sostentamento. Però, quando si parla di giovani bisogna ricordare che, anche quelli veneziani, vivono spesso al di sopra delle proprie possibilità. Vogliono avere il telefonino ultima generazione. E il televisore da 50 pollici. Tutte cose non indispensabili ma che, invece, sono considerate fondamentali». Certo, però, di fronte ai rincari post-euro, alcune abitudini sono per forza cambiate. «Anche da noi i giovani, se prima andavano in pizzeria, per dire, tre volte al mese, ora si limitano a una. Per non parlare delle discoteche che stanno in pratica sparendo. A discapito di locali che non prevedono il costo fisso». Ma anche le chiamate con il telefonino non sono più frequenti come prima. «Ormai ci si manda quasi sempre un sms - commenta Garofolini -. Visto che una chiamata con il cellulare può risultare molto costosa». Non solo. «Ho notato - conclude il rappresentante dei consumatori - che, di fronte ai rincari dei tabacchi, i ragazzi, soprattutto quelli più giovani, non offrono neppure più le sigarette. Cosa che facevano spesso per spavalderia, fino a qualche anno fa». E magari, va anche a finire che smettono.

 

Mestre. In centro storico si possono spendere anche 18, 20 euro. In provincia, ce la si può cavare con poco più di 10 euro. In ogni caso, il suo costo, in sei anni, è raddoppiato quasi ovunque. Tanto da risultare fra le voci che hanno subito i rincari più marcati. Insomma: la classica serata in pizzeria, prerogativa soprattutto dei giovani e dei giovanissimi, ha conosciuto dal 2001 a oggi una vera e propria impennata di prezzo. Anche nel Veneziano, infatti, si è passati dalle 16, 20 mila lire del periodo pre - euro ai 12, 20 euro di adesso. Com’è ovvio, si paga di più fra calli e campielli, soprattutto dentro le pizzerie più turistiche. Mentre nella terraferma lagunare, a Mestre, la cena viene in media meno di 16 euro. Nei locali della provincia i costi invece sono per lo più inferiori. Tanto che, in alcuni locali, si riesce anche a mangiare con poco più di 10 euro. La pizza a Venezia. In centro storico, dunque, una serata in pizzeria costa di più che in ogni altra zona della provincia. E il fatto, per chi conosce Venezia, non stupisce. Ci si trova in una città turistica e, in più, molti locali fanno pagare, oltre al coperto, anche il servizio. Un surplus del 10-12 per cento riservato ai camerieri e calcolato sul totale. «Ae Oche», per esempio, la cena con pizza al prosciutto, birra media, dolce e caffè viene a costare 17 euro e 60 centesimi. Comprensiva di servizio (12 per cento). Un surplus non previsto nella pizzeria «Da Sandro» dove, però, il conto finale è di 18 euro e 30 centesimi. In ogni caso, in centro storico non si scende sotto i 16 euro. Eppure sei anni fa, non erano necessarie più di 20 mila lire. In terraferma. A Mestre, sempre lo stesso menù, viene a costare in media sotto i 16 euro. Questo soprattutto nelle pizzerie collocate fuori dal cuore del centro cittadino. Così, in terraferma, si può spendere dai 13 euro e 90 del Grigory’s, locale di Asseggiano che non fa pagare il coperto, ai 17 euro dell’Alchimista. Nel Veneziano. In provincia, i costi oscillano vorticosamente da zona a zona. In ogni caso, tutte le pizzerie da noi contattate fanno spendere per la solita cena, al massimo 15 euro. A Fossalta di Piave e a Fossalta di Portogruaro, la mangiata meno onerosa. 10 euro e 80 da «Al Castello» e altrettanti all’Alexander. A Chioggia, invece, la serata più «cara»: 15 euro e 40. Comunque sempre inferiore alla media della terraferma e del centro storico. Il costo del menù. . In ogni caso, le differenze del costo di una cena fra un locale e l’altro, non dipendono esclusivamente dal prezzo della pizza in sé. Anche se, una al prosciutto, può venire dai 7 euro del Pachuka (Lido) ai 3 euro e 70 del Jack (Camponogara). Pure la birra, infatti, può fare la differenza. Così, una «media» da 0,4 litri, varia dai 4 euro e 50 del centro storico («Da Sandro»), ai tre euro della provincia (Bibione, Dolo e altri). Nel conto totale, comunque, anche il dolce ha un grande peso. Nessuno lo fa pagare meno di due euro. Anzi. Non è raro trovarlo anche a quattro. Infine, il capitolo caffè è emblematico. Al tavolo può costare fino a due euro. Mentre il record di risparmio lo si raggiunge alla pizzeria «Al Ponte» di Marano di Mira: caffè a 70 centesimi. La cena, poi, comprende il coperto. Non ovunque, però. Soprattutto in provincia c’è chi non lo fa pagare. Altrimenti, può oscillare da un minimo di 60 centesimi (Jesolo, pizzeria Piave), a un massimo 2 euro (Lido, Pachuka). Pizza e qualità. Naturalmente, il prezzo di una serata in pizzeria dipende da molte variabili. «C’è chi usa i prodotti di qualità - spiega Fausto Bertoldo titolare del Chicchirichì -. E chi invece usa prodotti scadenti. La variabili sono tante: la mozzarella, il pomodoro, gli ingredienti extra, la grandezza della pizza. E’ chiaro che una pizza migliore la fai pagare qualcosa in più».

 

Mestre. Trecento euro al mese, senza tanti capricci. Ed escluse tasse universitarie, vitto e alloggio. E’ la spesa media mensile di Enrico, 26 anni, studente universitario, che lavora part time in una pizzeria e vive a casa con i genitori «ovviamente - dice - non è che non voglio essere indipendente, è semplicemente che non posso. Finchè non avrò un lavoro che mi permette di mantenermi...».

Quali sono le spese che riesci a sostenere coi soldi che guadagni da cameriere?

«Libri universitari, che costano anche 40 euro l’uno; capi d’abbigliamento, all’occorrenza, cercando di risparmiare sempre e di comprare solo il necessario; spese di trasporto come autobus, treno, benzina; lo sport quando si può e poi qualcosa avanza per uno spritz, una pizza con gli amici ogni tanto, un film al cinema e la ricarica del telefono».

A tutto il resto ci pensa papà?

«Per forza. I miei genitori pagano le tasse universitarie e le eventuali spese mediche. E vitto e alloggio in famiglia è a loro carico».

E i tuoi amici?

«Quelli che lavorano perché non hanno fatto l’università sono quelli che hanno meno problemi: hanno già comprato la macchina con i loro soldi, stanno comprando casa, possono permettersi vacanze all’estero e acquisti tecnologici d’avanguardia. Chi è nella mia situazione si arrangia come può, con qualche lavoretto saltuario giusto per pagare le spese più urgenti. Ma ci sono anche quelli che hanno famiglie benestanti e possono permettersi di studiare e non lavorare e avere in tasca sempre qualche soldo. Io mi ritengo nella media».

Che effetto ti fa quando mamma e papà a 26 anni ti danno ancora la paghetta?

«Vorrei poter dire “lascia stare”, ma invece non posso, perché quei soldi mi servono».

Ti servono davvero?

«Beh, si. Certo, potrei risparmiare su tante cose: non mangiare mai la pizza fuori, non andare al cinema, non comprare nulla di nuovo da vestire, neanche quando serve, ma in fondo devo anche vivere. Potrei spendere molto di più se facessi la vita di tanti miei coetanei».

Una delle voci sparite negli ultimi tempi tra le spese dei giovani è la musica.

«Non compro un cd da anni. Perché spendere 25 euro quando si scarica gratis da internet? Non si potrebbe, lo so, ma davvero lo fanno tutti quelli che conosco. Ed è un risparmio importante».

 

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6 – SERVIZI SOCIALI / SANITÀ

 

LA NUOVA di sabato 3 marzo 2007

Pag 6 L’artrosi è femmina, l’infarto è maschio di Annalisa D’Aprile

Indagine Istat sulla sanità

 

Roma. Gli italiani stanno bene, o più esattamente sono in buona salute. Certo le donne vivono più degli uomini ma soffrono anche di più, l’artrosi è la malattia cronica più diffusa, i disabili sono sulle spalle delle famiglie e il Sud arranca dietro al Nord quando si tratta di servizi al cittadino malato. Eppure, nel complesso, il giudizio che il Paese dà al servizio sanitario nazionale raggiunge una discreta sufficienza. A fare il punto sullo stato del sistema della sanità, una ricerca, «Pianeta sanità - Condizioni di salute dei cittadini e ricorso ai servizi sanitari», condotta dall’Istat. La ricerca è stata commissionata dal ministero della Salute su un campione di 60 mila famiglie. Il primo risultato è che il 61,3% delle persone (dai 14 anni in su) riferisce di stare «bene» o «molto bene», a fronte di un 6,7% che oscilla tra il «male» e «molto male». Il secondo dato è che un terzo della popolazione si dichiara soddisfatto del Ssp con una valutazione che va dal 7 al 10, il 43,4% dà una valutazione intermedia, il 17,2% è insoddisfatto e assegna voti dall’1 al 4. Sulle differenze tra nord e sud e sui problemi di salute delle donne, il ministro della Salute, Livia Turco, sottolinea la «necessità di un forte rilancio delle politiche di promozione, prevenzione e tutela con una particolare attenzione per la terza età» e precisa che si cercherà di arginare il divario tra le due Italie «rivedendo i livelli socioassistenziali in modo da offrire un reale supporto alle famiglie». Quali malattie affliggono gli italiani. Tra la popolazione, le malattie croniche più diffuse sono l’artrosi e l’artrite (18,3%), l’ipertensione arteriosa (13,6%), le malattie allergiche (10,7%), con numeri elevati fin dall’infanzia. A soffrire di artrosi, osteoporosi e cefalea sono soprattutto le donne, mentre gli uomini sono più soggetti a bronchite cronica, enfisema e infarto. Negli ultimi cinque anni poi, tra gli anziani si registra un aumento dei casi di diabete, ipertensione arteriosa, infarto del miocardio, artrosi-artrite e osteoporosi. Lo status sociale e la salute. Sono le persone di basso status sociale ad avere più problemi di salute. Più elevata tra coloro che hanno la licenza elementare (16,7%), rispetto a laureati e diplomati (2,5%). E soffrono di patologie croniche gravi l’8,2% di laureati e diplomati, contro il 32,5% di quelli con licenza elementare. Regioni: promosse e bocciate. Le regioni dove si riscontrano le maggiori criticità del servizio sanitario secondo la percezione dei cittadini, sono Calabria, Puglia e Sicilia. Passano a pieni voti invece, le province di Trento e Bolzano, la Valle d’Aosta e l’Emilia Romagna. Interrogato sui cambiamenti avvenuti nel Ssp negli ultimi dodici mesi, il 44,9% del campione pensa che non ce ne siano stati, il 28% pensa stia peggiorando, l’11,6 che stia migliorando. Calabria, Puglia, Friuli Venezia Giulia e Veneto sono le regioni con la più alta quota di persone che notano un peggioramento del servizio. Mentre giudizi positivi rispetto alla media riguardano Campania, Toscana, Valle d’Aosta e Lombardia. I ricoveri. Negli ultimi cinque anni i ricoveri ospedalieri sono diminuiti del 18,7%. Ma va segnalato che il 59,5% dei ricoveri (specie al Sud) è stato effettuato fuori dalla regione di residenza per maggiore fiducia in un’altra struttura. Le famiglie e i disabili. In Italia ci sono 2 milioni 600 mila disabili. La cifra è in declino rispetto a 10 anni fa, ma il problema continua ad essere a carico esclusivo delle famiglie. Il 10,3% ha a casa un componente disabile e il Ssp è piuttosto assente nelle politiche di sostegno.

 

Roma. Gli italiani non sono grassi, soprattutto rispetto agli altri europei. Però l’obesità è un dato in crescita anche nel Bel Paese: sono 4 milioni e 700 mila le persone adulte obese, con un incremento del 9% rispetto a cinque anni fa. Più che lanciare un allarme, l’indagine Istat-ministero Salute tiene desto il livello di attenzione perché l’obesità accresce il rischio di insorgenza del diabete, delle patologie cardiovascolari, delle malattie del fegato e del cancro. L’Italia, in una classifica con altri 17 paesi europei è penultima, con una percentuale di obesi del 9%, seguita solo da Svizzera e Norvegia con l’8%. Un dato piuttosto basso se confrontato con quelli di Regno Unito (23%), Grecia (21,9%), Ungheria e Lussemburgo (vicine al 19%). Per non parlare dei livelli degli Stati Uniti, dove più del 30% della popolazione dai 15 anni in su è obesa. Nel nostro Paese invece, secondo stime riferite al 2005, la maggioranza della popolazione adulta (52,6% dai 18 anni in su) è in condizione di normopeso, oltre un terzo della popolazione (pari al 34,2%) e in sovrappeso, il 9,8% è obeso ed un 3,4% è sottopeso. Il fenomeno però, ha subito un aumento del 9% negli ultimi cinque anni portando gli obesi ad un numero che sfiora i cinque milioni. L’incremento riguarda soprattutto gli uomini, in particolare nella fascia d’età tra i 25-44 anni e tra gli anziani, e si rileva nel Sud Italia e tra persone di basso status sociale. Spesso è l’avanzare dell’età a comportare un aumento di peso: sono obesi il 2,1% dei 18-24enni, mentre il valore sale al 15,6% tra i 65 ed i 74 anni. Parlando di sovrappeso, lo è la metà della popolazione maschile tra i 45 ed i 74 anni, pari al 42,5%, contro il 26,6% delle donne. Queste ultime infatti, sono più colpite dal problema opposto, il sottopeso: passa dal 5,8% di tutte le fasce d’età, al 16,3% delle ragazze tra i 18-24 anni, contro il 3,3% dei ragazzi. Significativi anche i dati riguardanti le differenze territoriali ed il livello d’istruzione. L’8,4% di persone obese sono nel Nord-Est, mentre la percentuale del Sud sale all’11,6%. Emerge infine, una relazione tra l’eccesso di peso ed il titolo di studio. Tra gli adulti con titolo di studio medio-alto la percentuale di obesi è del 5% (4,6% i laureati, 5,8% i diplomati), mentre triplica arrivando al 15,8% tra coloro che hanno la licenza elementare.

 

Roma. Quattordici anni, anzi meno. E’ l’età media in cui gli adolescenti italiani iniziano a fumare. I fumatori giovanissimi sono soprattutto maschi e si concentrano nel Nord-Est. Il 7,8% dei ragazzi tra i 14 ed i 24 anni ha iniziato a fumare prima di compiere 14 anni. L’indagine condotta dall’Istat e dal ministero della Salute rivela anche che rispetto a cinque anni fa il numero di coloro che si avvicinano alle sigarette prima dei 14 anni aumenta solo per i ragazzini, passando dal 5% all’8%, con un incremento del 60%. Più in generale, ovvero considerando entrambi i sessi, la quota di giovani tra i 18-24 anni che riferisce di aver iniziato a fumare tra i 14 e i 17 anni passa dal 57% del ’99-’00, al 65,6%, con un aumento pari al 13,5%. E nel Nord-Est raddoppia la percentuale di ragazzi che fumano prima di arrivare ai 14 anni. Nel complesso, in Italia i fumatori sfiorano gli 11 milioni, ovvero il 21,7% della popolazione dai 14 anni in su. I consumatori abituali di “bionde” sono il 19,7% ed in questo gruppo il 38% si dichiara “forte fumatore”, vale a dire che consuma più di un pacchetto al giorno. Gli uomini fumano più delle donne (27,5% contro 16,3%), mentre le fasce d’età nelle quali il “vizio” si concentra sono 25-34 anni per gli uomini e 45-54 per le donne. Non mancano nemmeno per questa abitudine le differenze regionali. La maggior quantità di fumatori si osserva nell’Italia centrale (23,5%), seguono il Nord-Ovest (22%), le Isole e il Nord-Est (21,2%) e il Sud (20,5%). E meno sono istruiti, più fumano: 21,9% la percentuale dei fumatori tra i laureati, 31,7% tra coloro che hanno la licenza media. Di positivo però, c’è che negli ultimi tre-quattro anni sempre più persone hanno smesso di fumare. Gli ex fumatori sono il 21,6%, divisi in un 29,2% per gli uomini e 14,5% per le donne. Oltre il 50% degli ex fumatori ha smesso da più di 10 anni. L’età media in cui si sceglie di abbandonare il vizio è 40 anni (le donne un po’ prima, 38) e la decisione matura mediamente dopo ben 22 anni di fitti rapporti con le sigarette. Tra le donne che hanno avuto figli negli ultimi cinque anni, diminuisce la quota delle fumatrici in gravidanza passando dal 9,2% del ‘99-’00 al 6,5% del 2005. Un terzo di quelle che sospendono il fumo durante la dolce attesa, smette definitivamente.

 

Pag 18 “Sì ai privati nella Sanità ma alle nostre condizioni” di Massimo Scattolin

Intervista all’assessore regionale Flavio Tosi

 

La giunta regionale ha appena approvato il riparto per il 2007 del Fondo sanitario regionale proposto dall’assessore regionale alla Sanità Flavio Tosi. Si tratta, in pratica, della distribuzione dei fondi tra le Asl del territorio. Sette miliardi e 44 milioni di euro: 527 milioni dei quali sono stati assegnato all’Asl 12. La delibera passerà ora all’esame della V commissione consiliare. E proprio qui è atteso il direttore generale dell’Asl 12 Antonio Padoan: dovrà illustrare, tra l’altro, le sue intenzioni sulla riorganizzazione della sanità mestrina in vista dell’apertura del nuovo ospedale di Zelarino. Dei problemi che questa «rivoluzione» comporterà, delle questioni ancora sospese di cui si è parlato nei giorni e nelle settimane scorse e delle problematiche emerse nel corso dell’audizione del direttore generale dell’Asl 12 nella commissione consigliare comunale (audizione attesissima da tutti proprio come prima e unica occasione di confronto pubblico «concessa» da Padoan, ndr) abbiamo voluto parlare con l’assessore Tosi. E l’assessore regionale, non certo meno impegnato del direttore generale dell’azienda veneziana, non si è sottratto al confronto.

Il direttore generale dell’Asl 12 Antonio Padoan nell’audizione di giovedì in commissione consigliare al Municipio di Mestre è stato bersagliato da critiche. Pregiudizi del centrosinistra nei suoi confronti?

Io non me la prenderei, fa parte dell’ordine delle cose. Anche l’assessore alla sanità quando va in V commissione subisce attacchi.

Tra le richieste di chiarimento c’è stata quella di definire il ruolo di Villa Salus e Policlinico San Marco. Padoan ha detto che si affronterà la questione nell’ambito della nuova programmazione sanitaria regionale.

I privati dovranno confrontarsi con i direttori generali per concordare quello che serve alla sanità veneta. La nuova programmazione regionale dovrà essere condivisa con i privati, che dovranno comunque essere complementari rispetto all’ospedale. Alcuni posti dovranno essere riconvertiti.

Privato convenzionato subordinato alle esigenze del pubblico, quindi.

A loro interessa lavorare. A noi razionalizzare, non avere doppioni. Dovremo contemperare le esigenze.

Padoan ha ipotizzato che Lungodegenza e Geriatria possano non trovare posto nel nuovo ospedale di Zelarino.

Per Lungodegenza e Riabilitazione il discorso mi può stare bene. Andremo a modificare lo scacchiere attuale: i servizi saranno studiati su base provinciale. Alcuni poli dovranno essere specializzati. Per quanto riguarda Geriatria la questione è un po’ più problematica. Geriatria per la maggior parte dei casi comporta interventi d’urgenza, spostamenti delicati. E quindi problemi acuti.

Dall’area vasta per i servizi amministrativi all’area vasta anche per i servizi sanitari.

E’ una questione che ha ripercussioni diverse. L’area vasta per servizi amministrativi comporta anche una contrazione del personale. Dal punto di vista sanitario no. I tagli ci sono già stati. Questa Regione ha dato molto in questi anni. Ora si parla di riconversione. Ma dovremo garantire la stessa offerta.

Quali sono i tempi di questa nuova programmazione sanitaria?

Il Nuovo piano socio-sanitario sarà affrontato nelle prossime settimane, diciamo entro il prossimo mese. Per l’estate dovremo avere il quadro.

Intanto da più parti si annunciano ritardi pesanti per l’avvio del nuovo ospedale di Zelarino che avrebbe dovuto aprire il prossimo gennaio.

Non so. Se anche ci saranno ritardi, penso si tratti di ritardi lievi. Non ci saranno problemi.

A Padova è stata individuata l’area in cui sorgerà il nuovo ospedale. C’era proprio bisogno o vuole essere una risposta a Mestre?

Quello è un progetto che era già in piedi da diverso tempo. E comunque siamo ancora ai primi passi. Noi avvieremo l’iter. Ma poi spetterà agli assessorati che verranno dopo prendersi carico della questione.

A Mestre, intanto, accanto all’ospedale potrebbe sorgere un Centro di terapia protonica che viene considerato poco meno che miracoloso per la cura dei tumori. Ma si parla di costi spropositati: 170 milioni di euro. E l’unico Centro simile in Europa, a Monaco, è fermo da un paio d’anni.

Noi abbiamo inserito il Centro protonico nel Piano delle opere pubbliche, ma non mi risulta che abbia ancora il via libera. Certo, in progetti come questo quello che va verificato è la sostenibilità economica. Spetterà a chi mette in piedi quel centro verificare che ci sia un bacino d’utenza tale da garantire negli anni che l’investimento si ripaghi. Non sarà certo la Regione a farsi carico della garanzia di un ritorno della cifra investita.

 

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7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

IL GAZZETTINO

Pag 11 Arte e fede nelle isole treportine tra il XIV e il XX secolo. Dagli archivi veneziani uno spaccato storico del litorale nord di Egidio Bergamo

 

"Arte e fede nelle Isole Treportine" è il titolo del nuovo libro dello storico Piero Santostefano di Cavallino, da cui emerge e nel quale si rivela la "Vita religiosa e sociale a Lio Piccolo, Mesole, Saccagnana e Treporti, tra il XIV e il XX secolo". Verrà presentato al pubblico mercoledì 7 alle 20.30, nel rinnovato Patronato parrocchiale di Treporti, in piazza Ss.Trinità.Questo di Santostefano è l'ottavo libro di storia patria del più ampio territorio, che coincide col Comune di Cavallino-Treporti di nuova istituzione, inserito nel contesto geo-storico della Laguna Nord di Venezia. È un libro tratto, come tutti quelli di Santostefano, da meticolosi stuti compiuti in archivi storici di Venezia e, in questo caso, in quello della parrocchia Ss.Trinità di Treporti. Alle annotazioni dei registri parrocchiali, si aggiungono importantissimi, gli atti delle visite pastorali dei vescovi di Torcello, prima, e dei patriarchi di Venezia, poi. Ne è, così, uscita un'opera di straordinario interesse storico-documentale di 144 pagine complessive. Vi è una prima parte di facile e accattivante lettura, nella quale la parrocchia di Treporti emerge sugli oratòri di Saccagnana, Mesole e Lio Piccolo, per storia (divisa per secoli dal '500 al '900), e storie. Segue la parte cartografica e iconografica; di seguito le corpose e succulente note di 24 pagine. Chiude la non meno interessante storia dei restauri, cinque per l'esattezza. Il libro apre con la presentazione, di acuta analisi, del cardinale patriarca, Angelo Scola. «Il volume - scrive in sintesi il patriarca - mostra la forza delle fede del popolo del territorio del recente e vitale Comune di Cavallino-Treporti...Lo studio testimonia il legame fecondo che da secoli il nucleo storico di questa popolazione intrattiene tra fede e la vita...Il presente volume è legato all'urgenza di rigenerare il popolo di Dio per effrontare adeguatamente il proprio futuro». «La presentazione del libro - rileva il parroco don Giorgio Barzan nella sua prefazione - coincide con la visita pastorale del patriarca Scola e l'inaugurazione del nuovo Patronato».

 

LA NUOVA

Pag 36 Sole e caldo, in 50 mila sulle spiagge di Giovanni Cagnassi

Lunghe code e traffico come in piena estate. Folla a Jesolo e Caorle, qualcuno fa il bagno

 

Jesolo. Cinquantamila pendolari sul litorale della Costa veneziana: il primo assalto alle spiagge, nella magnifica domenica di sole di inizio marzo, segna l’inizio ufficiale della nuova stagione. Lo decreta dalla sua Jesolo l’assessore provinciale al turismo Danilo Lunardelli, ma anche, da Venezia, il presidente della Provincia Davide Zoggia, anche lui jesolano doc. Solo a Jesolo si parla di un’affluenza superiore alle 30 mila persone. Le prime code si sono viste già nella prima mattinata. Sulla Treviso-mare, verso le 10, poi ancora sul lungo argine da San Donà, sulla statale 14 da Mestre verso Portegrandi. Un record stagionale. Qualcuno ha guardato stupito il calendario e la temperatura: domenica 4 marzo, circa 25 gradi. Code anche nella zona di Ottava Presa verso Caorle, poi sulla strada che porta a Bibione. Lo stesso per raggiungere Sottomarina, presa d’assalto dalle zone del Padovano. A fine giornata si sfiorano i 50 mila arrivi sulla Costa veneziana che scopre questo anticipo d’estate un pò meno impreparata del solito. C’erano state altre domeniche di timido sole, ma ieri in spiaggia la gente è arrivata in costume, mentre qualche ardito si è immerso addirittura in acqua per un breve bagno fuori stagione. A Jesolo, nella zona del Casa Bianca, hanno aperto anche alcuni chioschi sul mare, mentre sulla passeggiata la gente camminava in lungo e in largo come in una giornata di giugno. «Io credo che da ieri - commenta entusiasta l’assessore Lunardelli - la stagione sia iniziata con una Jesolo dai grandi numeri e ottimi risultati in tutte le località balneari della costa. E’ chiaro che di questo passo dobbiamo pensare ad anticipare la stagione». La conferma arriva dal delegato dell’ambito turistico di Jesolo ed Eraclea, Amorino De Zotti: «Io credo che a Jesolo abbiamo superato le 20 mila persone, forse sfiorate le 30 mila. La spiaggia era piena e tutte le strade completamente bloccate ieri sera per il rientro. Scene che si vedono abitualmente solo in piena stagione. Ora dobbiamo riunirci attorno ad un tavolo e ragionare di stagione anticipata». Anche Roberto Ventura, presidente dell’Ascom, ha fatto un sopralluogo in spiaggia per rendersi conto della situazione con i suoi occhi: «Incredibile affluenza e molti negozi e pubblici esercizi aperti. Sicuramente possiamo fare di più con questo clima, diciamo anticipare la stagione, almeno nei fine settimana». Jesolo vorrebbe vivere tutto l’anno e forse questo potrà accadere in un futuro non troppo lontano. Ma per adesso anticipare la stagione e puntare sui sabati e domeniche potrebbe essere una soluzione intermedia più facilmente realizzabile. Tanta gente in passeggiata anche ad Eraclea Mare, Duna Verde e Cavallino Treporti. Qui si è registrata una notevole affluenza al terminal di Punta Sabbioni per raggiungere poi Venezia. A Caorle le strade all’ingresso del pittoresco borgo di pescatori erano intasate, mentre negozi e ristoranti aperti hanno fatto letteralmente il pieno, con pendolari e anche i primi turisti stranieri. Un po’ meno vivace Bibione, almeno dal punto di vista dell’offerta commerciale. Ha visto comunque riempirsi la spiaggia più ampia e bella per giocare a calcio o correre con il cane. Ormai è certo che di questo passo le vacanze pasquali saranno il primo vero appuntamento turistico prestagionale, che vedranno la maggior parte delle attività aperte in tutte le località balneari che punteggiano la Costa veneziana.

 

Venezia. Messa ormai alle spalle l’invasione per il Carnevale i veneziani pensavano di poter tirare un sospiro di sollievo. Così non è. E’ bastata una giornata primaverile-quasi estiva come quella di ieri per richiamare centinaia di persone in centro storico. Piazzale Roma è stato preso d’assalto fin dal mezzogiorno e dalle prime ore del pomeriggio. La gita fuori porta a Venezia è sembrata un’occasione irresistibile per tantissimi residenti di Mestre e dei Comuni limitrofi. Gli agenti della polizia municipale hanno dovuto far fronte all’ondata di pendolari con un impegno supplementare. Ma, al di là di qualche attesa per parcheggiare l’auto nei garage di piazzale Roma, non si sono registrati grossi disagi, nè significative proteste da parte dei gitanti.  Preso d’assalto anche il parco di San Giuliano. Più che una giornata di fine inverno, appena superata la «porta gialla» del parco cittadino, pareva di essere catapultati in un pomeriggio di mezza estate. Senza esagerare. Nessun posteggio libero nel parcheggio di San Giulinao. Auto diligentemente parcheggiate anche ai bordi della strada, all’inizio di viale San Marco. Motorini, scooter e tante, tante biciclette che correvano lungo il ponte strallato. C’è chi ne ha approfittato per lucidare e dare una spolverata alla moto. E ancora ragazzi e ragazze ma anche famigliole sui roller che sfrecciavano per San Giuliano. I più temerari appisolati su una panchina o in mezzo al verde si sono azzardati a togliersi la maglietta; gli altri sono rimasti in felpa o in giacca a vento, ma al sole il clima era decisamente tiepido. Il parco ha iniziato a riempirsi da metà mattinata, per raggiungere il culmine dopo pranzo, quando sembrava decisamente una domenica di primavera avanzata. E alla fine della giornata qualcuno aveva anche le guance rosse.

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 4 marzo 2007

Pag 9 La sublagunare riappare all’Arsenale di Serena Spinazzi Lucchesi

Costa spinge: “E’ essenziale”. Cacciari frena: “Seguiamo l’iter”

 

Venezia — Il futuro dell'Arsenale? Passa per la sublagunare. Ne è convinto, da sempre, Paolo Costa. E ieri l'ex sindaco ha rilanciato il tema nel cuore stesso dell'Arsenale, alla festa del decennale di Thetis. « Se vogliamo che altre aziende si insedino qui, dobbiamo fare in modo che l'Arsenale diventi accessibile. Serve un salto tecnologico della mobilità e la Sublagunare può togliere l'unico ostacolo per rendere competitiva l'Arsenale ». Il nodo sulla metropolitana subacquea che dovrebbe collegare in pochi minuti Tessera a Fondamente Nuove e Arsenale è però anche politico. « Il progetto è maturo, la città meno », osserva Roberto D'Agostino presidente di Arsenale Spa e sostenitore, da assessore della giunta Costa, dell'opera. « Il progetto è tra le opere prioritarie del Cipe, è ecologicamente sostenibile ed eliminerebbe il 40% del flusso turistico in laguna. Manca però la decisione politica ». Il progetto in questo momento si trova in Regione per la valutazione di impatto ambientale: sono state fatte alcune osservazioni e la cordata di imprese sta preparando le repliche a quelle osservazioni. « La prossima settimana porteremo tutto in Regione - dice Piergiorgio Baita amministratore delegato della Mantovani - poi credo che il plico del progetto potrà finalmen te arrivare sul tavolo del Cipe ». Ma il Comune, che è il soggetto proponente, non ha detto ancora la parola definitiva, dopo aver chiesto le ulteriori verifiche. « Qui non c'è niente da rilanciare. La sublagunare sta seguendo il suo iter », taglia corto il sindaco Massimo Cacciari. Il Comune nei mesi scorsi aveva glissato, evidenziando piuttosto la mancanza di fondi. « Il Comune ha proposto un bando. Noi abbiamo risposto. Ora è liberissimo di cambiare idea, ma non credo - aggiunge Baita - che un'opera di questo genere possa essere soggetta ai mutamenti legati al cambio di amministrazione ». Con o senza collegamenti veloci, l'Arsenale in ogni caso è il luogo della città storica che più sta modificando il suo aspetto. Il recupero delle strutture è ormai a buon punto. Accanto a Thetis, azienda che oggi vanta commesse internazionali e dà lavoro a 181 dipendenti, sta per insediarsi il Cnr nelle Tese della Nuovissima, restaurate dal Magistrato alle Acque. Ed è in via di completamento il recupero delle Tese alle Nappe e di San Cristoforo: seimila metri quadri di superficie, di cui la metà sarà già pronta a giugno e il resto entro la fine dell'anno. « Per ora qui ospiteremo varie attività, ad esempio eventi collaterali per la Biennale. Non è uno spazio ancora attrezzato - osserva D'Agostino - ma abbiamo già moltissime richieste di utilizzo temporaneo ». Poi c'è la partita dell'Arsenale Nord, con i progetti per il recupero delle Tese 105 (porta d'ingresso), 113 (bar, ristorante), la Torre di Porta nuova e il ponte mobile: dopo il concorso di idee e la proclamazione dei progetti vincitori, si è in fase di progettazione definitiva. « Entro fine anno partiremo con gli appalti. Si tratta - aggiunge il presidente di Arsenale Spa - di opere per 10 milioni di euro ». Resta aperta la questione della demanializzazione: la Finanziaria prevede che le aree militari non utilizzate passino al Demanio civile. Una parte dell'Arsenale (compresa quella utilizzata dalla Biennale) rientrerebbe in questo ambito. E finché non si definiscono le competenze, il recupero resta al palo. « La legge prevede che si stabilisca per decreto il non utilizzo militare delle aree per poi fare il passaggio al Demanio. Verrà pubblicato un elenco ogni sei mesi. Purtroppo - spiega D'Agostino - nel primo decreto l'Arsenale non c'è. Ci aspettavamo qualcosa, magari l'area sommergibilisti, chiaramente non a utilizzo militare, dove dobbiamo realizzare una foresteria e uno studentato. Ora dobbiamo aspettare il prossimo decreto ».

 

Venezia — Visite all'Arsenale con il contagocce. C'è chi dice che il nuovo ammiraglio abbia dato un giro di vite alla presenza dei privati nell'area militare, c'è chi invece invoca problemi burocratici. Fatto sta che in questi primi mesi dell'anno le visite sono drasticamente ridotte. Nella prima parte dello scorso anno si era raggiunta presto quota mille (per poi arrivare nei 12 mesi a circa 15mila), ora sono poche decine. Da fuori, l'impressione è che l'arrivo dell'ammiraglio Mario Fumagalli a comandante dell'Istituto di Studi marittimi abbia portato una ventata di rigidità. Tanto che ora la collaborazione con soggetti privati si sarebbe diradata. Dall'interno dell'Arsenale invece si ripete che è tutto a posto, che l'Arsenale è aperto all'esterno come prima e che al 99,9% delle visite si dice di sì. « Diciamo di no solo quando abbiamo già altri gruppi prenotati», replica il comandante Cristiano Patrese. E se in questo primo scorcio dell'anno c'è qualche rallentamento delle visite, il motivo è tutto burocratico. Prima la Marina copriva l'assicurazione per tutti (l'area non è a norma, è come un museo), ora visti i tagli alla Finanziaria, lo fa solo per soggetti istituzionali e scuole. Gli altri devono pagarla da sé (costa meno di un euro). « Il costo è minimo e si perde appena un quarto d'ora di tempo in una qualunque agenzia. Forse - osserva il comandante Patrese - in questa fase iniziale la novità va ancora recepita ».

 

E' stato un po' il convitato di pietra della festa. All'Arsenale, dove ieri centinaia di persone sono entrate a visitare gli spazi Thetis per il decennale, si sa da tempo che un'area è stata destinata dal ministero al Mose. Eppure guai a far risuonare le parole Mose, paratie e dighe. Campionessa di equilibrismi verbali in questo senso è stata la presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva, che prima ha descritto tutti gli interventi di recupero, come le Galeazze o le Tese Novissime, e si è poi inerpicata sul ripido versante del capitolo Mose: « Abbiamo una concessione nell'area nord dell'Arsenale. Qui il recupero è collegato alle attività di Salvaguardia, con la manutenzioni, il centro di previsione, di controllo e gestione delle opere di salvaguardia lagunare » . Cioè del Mose, mai nominato. I lavori alle bocche di porto proseguono, come ha confermato a margine lo stesso Magistrato alle Acque: « Siamo al 30%. Abbiamo già speso un miliardo di euro. Attendiamo ora che si sblocchino i 380 milioni di euro per iniziare i lavori ai fondali e ai cassoni di calcestruzzo. Questi progetti sono già tutti autorizzati ».

 

LA NUOVA di domenica 4 marzo 2007

Pag 24 Affitto da 50 mila euro di Manuela Pivato

Allarme di Magliocco (Ascom): “Negozi, in zona San Marco locazioni record”

 

Dai 10 ai 50 mila euro per l’affitto mensile di un negozio. Fino a 1.500 euro, invece, per un magazzino senza finestre di nemmeno venti metri quadrati. Sono i prezzi medi dell’area marciana, con picchi pazzescamente più cari sotto le Procuratie, all’Ascensione a San Moisè. Prezzi talmente alti da condizionare anche il tipo di merceologia in vendita, come suggerisce il presidente dell’Ascom Roberto Magliocco. Ormai intorno alla Piazza ci sono solo boutique grandissime firme per la maggior parte francesi e negozi di vetri e maschere, evidentemente gli unici in grado di reggere canoni di locazione così elevati. «E’ evidente che gli altri negozi non ce la fanno - spiega Magliocco - e così continuano ad aprire vetri, maschere e lusso». La Frezzeria ne è un esempio illuminante. Era la strada delle botteghe dove i veneziani andavano a far la spesa. Oggi, su trentacinque negozi, ben venti sono di specialità veneziane equamente distribuite: undici di vetri e nove di maschere e costumi di Carnevale. Aprono come funghi, dopo una mano di bianco ai muri e il cambio dell’insegna. Non sempre vivono benissimo. Alcuni infatti sopravvivono solo un paio di stagioni e poi passano la mano, ma sempre ad altre botteghe di souvenir. Anche i negozi di prima necessità - due - si adeguano al mercato onnivoro del turismo. Dalle vetrine dei droghieri sono spariti prosciutti e olive. Al loro posto ci sono le bottiglie di Bellini, le scatole di latta dei baicoli, il dolce delle comari, il pan del doge, i biscotti di Burano. «Ormai sono i flussi turistici a determinare il tipo di merceologia che uno sceglie se deve aprire un aprire un negozio - continua il presidente dell’Ascom - e i costi dell’affitto sono una delle cause principali». Per riportare il latte e il pane non solo in Frezzeria ma anche in altre calli dell’area marciana Magliocco propone di ripetere l’esempio di Sant’Elena dove ha aperto Pane & Salame grazie al contributo che il Comune ha dato alla proprietà affinché affittasse il negozio a un alimentarista. «L’amministrazione comunale dovrebbe importare il modello di Sant’Elena anche in altre zone della città come l’area marciana - continua il presidente dell’Ascom - dove il Comune ha negozi di proprietà dovrebbe vincolarli e darli in gestione a chi si impegna ad aprire negozi di prima necessità. E se invece non ha negozi suoi, dovrebbe dare contributi a chi li affitta da alimentaristi, fruttivendoli o panettieri. Solo così c’è la speranza di un’inversione di tendenza». Certo, con gli affitti da attico a Manhattan, aprire un negozio che incassa normalmente non fa gola a molti. Basti pensare all’ex banca sotto i portici dell’Ala Napoleonica. Uno spazio bellissimo e storico. Due vetrine su Piazza San Marco. Una vista e un passaggio impagabili. Ma è sfitto da anni e nessuno sembra interessarsene troppo. Per due volte i locali dell’ex banca sono finiti all’asta e per due volte l’asta è andata deserta. Il perché? Semplice. Troppo caro. E così il probabile destino dello spazio sarà quello di ospitare costosissimi souvenir per turisti straricchi.

 

CORRIERE DEL VENETO di sabato 3 marzo 2007

Pag 6 Venduta l’ultima grande isola. Stefanel esulta, ma c’è un giallo di Samuele Costantini

Con 8 milioni la sorella dell’industriale trevigiano vince l’asta per “Le Grazie”. Dubbi sul vero proprietario: sarebbe del Comune di Venezia e non dell’Ulss 12

 

Venezia — Va agli Stefanel l'ultima grande isola della Laguna di Venezia. Ieri mattina, all'asta indetta dall'azienda ospedaliera veneziana, proprietaria dell'immobile, la Giesse Investimenti di Giovanna Stefanel, sorella di Giuseppe, l'imprenditore tessile trevigiano, si è aggiudicata per otto milioni e 621 mila euro l'isola di Santa Maria delle Grazie. Erano cinque i contendenti per aggiudicarsi questo gioiello tra la Giudecca e San Giorgio, isola definitivamente dimessa nel 1999 dopo essere stata per cent'anni presidio ospedaliero per gli « infettivi ». Una conquista provvisoria, visto che ieri i perdenti hanno annunciato di voler rilanciare sulla base d'asta e l'Usl 12 si è riservata di verificare la possibilità di ripetere la gara. Sulla proprietà dell'isola poi sono emersi in queste ore profondi dubbi che potrebbero inficiare l'assegnazione e annullare qualsiasi transazione: secondo il Comune di Venezia (proprietario originario) non ci sarebbe alcuna carta ufficiale che attesti la cessione della proprietà all'Usl. Insomma: l'isola non sarebbe di proprietà dell'azienda ospedaliera, ma ancora del Comune di Venezia. « Le grazie » è gioiello dal punto di vista naturalistico e un mezzo affare da quello economico. Più di 38 mila metri quadri di superficie, di cui 32 mila di parco, e 6.100 metri quadri di fabbricato esistente, con la possibilità di costruirci un super hotel di lusso da 22 mila metri cubi, così come è stato fatto qualche anno fa per l'altra delle grandi isole della Laguna, quella di San Clemente (anche questa ex ospedale psichiatrico), diventata San Clemente Palace. Su una base d'asta di sei milioni e 200 mila euro ieri mattina si sono aperte le cinque buste. Praticamente tutte veneziane (o di cordate che si potevano ricondurre ad imprenditori veneziani) le offerte: la Gamma Veneta Srl di Paolo Caffi; la Santa Chiara Srl di Elio Dazzo (presidente dell'Aepe associazione veneziana pubblici esercizi); la Life Srl e Lipochem Srl, società legate al mondo delle costruzioni (cantieri a Mestre, zona Auchan e in provincia) che fanno capo a Silvia Gatti e Gian Maria Martini; la « Le Grazie Srl », società di Galatina ( Lecce) che fa capo a Marino Congedo (costruttore di villaggi turistici al Sud), ma nata ad hoc e costituita da imprenditori veneziani, e fra questi Renato Errico ( costruzioni). È quest'ultima (seconda arrivata con un offerta di 2 milioni e 10 mila euro sulla base), insieme a Immobiliare Veneta Srl del famoso albergatore veneziano Lino Cazzavillan (che non ha partecipato alla gara, ma che ha seguito lo svolgersi dell'asta), a chiedere all'Usl di considerare un'ulteriore offerta del 16% su quella più alta di Stefanel. Antonio Padoan, direttore generale dell'Usl 12 sembra ben disposto: « Se arriva una proposta ufficiale con un versamento a cauzione, possiamo tenere quella nuova offerta come base d'asta e riaccendere la gara. Vedremo con i nostri legali, ma nel caso accetteremmo ». Quel che rischia di trasformarsi in una grana è la questione sulla proprietà dell'isola. L'ultimo documento ufficiale di trasferimento dal Demanio al Comune è un regio decreto del 1893. « Poi - spiega la storica Elena Vanzan Marchini - c'è una convenzione del 12 gennaio 1932 dove il Comune dà all'Ospedale la gestione dell'isola per 5 anni, con rinnovo tacito. Poi niente altro. Non so se nella legge del 1978 o in quella del ' 92 ci siano atti di trasferimento ». « Lo sapevamo - commenta Padoan - ma per questo nel 2002 si è firmata una specie di transazione dove si sostiene che tutte le questioni immobiliari aperte si chiudono, compresa questa. E comunque per 50 anni, in buona fede, l'Isola è stata a nostra disposizione. Se il Comune avanza pretese, andremo in causa ». Cauto l'assessore al patrimonio Mara Rumiz: « Non ho visto le carte, ma certo non può bastare una stretta di mano ». Resta il fatto che un'altra isola probabilmente diventerà albergo. Quasi pronti albergo e ristorante a Sacca Sessola, ma tutto fermo dopo le difficoltà della cordata di imprenditori che l'aveva acquistata (l'80 per cento la Cit, Compagnia italiana del Turismo, e il 20 dei francesi della Accor, catena alberghiera Sofitel). Adesso è stata rimessa nel mercato (circa 130 milioni) dopo che il finanziere libanese Reda Al Ayan, che ha rilevato l' 80% della Cit per 23 milioni e 600 mila euro, ha bloccato i lavori per problemi nella cessione delle quote. Vendute anche San Clemente, San Servolo (alla Provincia di Venezia), Santa Cristina (agli Swaroski) e Crevan (dell'imprenditore scomparso Giorgio Panto) ora sotto i riflettori c'è Poveglia, settanta mila metri quadrati a due passi da Malamocco di proprietà del Demanio. L'ipotesi sono due, vendita o concessione. Da tempo è in vendita anche l'isola di Tessera del filosofo Edward De Bono, che qui ha allestito un Centro Studi Internazionale (il prezzo si aggirerebbe sui 6,5 milioni). Nel mercato, e più a buon mercato, anche Carbonera, 2,3 acri al prezzo di 4,5 milioni di euro.

 

IL GAZZETTINO di sabato 3 marzo 2007

Pag 24 L’Ateneo Veneto tra scienza ed esilio. Il presidente Semi: “Che vitale la cultura a Venezia!” di Sergio Frigo

 

Venezia. Sarà dedicata al tema dell'esilio l'inaugurazione, oggi alle 11, del 195. Anno Accademico dell'Ateneo Veneto, a Venezia. La prolusione sarà affidata a Franco Rella, docente di Estetica allo Iuav di Venezia, autore del volume "Dall'esilio" (Feltrinelli, 2006), che sarà accolto dal Presidente, Antonio Alberto Semi, dalla Vicepresidente, Tiziana Agostini, e dal Segretario Accademico, Michele Gottardi. Un intervento, quello di Rella, che introduce il programma del 2007 dell'istituto culturale veneziano, che si occuperà dell'esilio prendendo spunto dal 150° anniversario della morte di Daniele Manin. Nato il 12 Gennaio 1812 con decreto di Napoleone Bonaparte dalla fusione della Società Veneta di Medicina, dell'Accademia dei Filareti e dell'Accademia Veneta Letteraria, l'Ateneo conta ora circa 300 soci residenti, 300 non residenti, 150 soci stranieri e un centinaio di soci onorari. L'istituzione opera grazie alle quote associative, ad un contributo (dai 30 ai 40mila euro all'anno) del Ministero della cultura, a interventi minori di altri enti pubblici. Antonio Alberto Semi, psicoanalista e scrittore, è presidente dell'Ateneo dal gennaio del 2006. É il momento dunque di tracciare un bilancio e di guardare al futuro. «La mia idea era di riuscire a creare eventi coordinati fra loro e che dessero un'immagine a tutto campo dell'oggetto di studio: esemplare in questo senso è stato il convegno su Goffredo Parise, impostato su una riflessione sulla sua opera, ma anche sulla sua eredità, su una mostra fotografia e su una visita alla sua casa».

Quello tra Venezia e la cultura appare a volte un matrimonio obbligato, e quindi un po' stanco: la sua impressione?

«Ho riscontrato con gioia tra i soci dell'Ateneo una enorme disponibilità e voglia di iniziative nuove. Riceviamo molte proposte direttamente dai soci oppure tramite loro, come dimostra il gran numero di eventi organizzati nel 2006, ben 118, alcuni della durata di più giorni: escluse feste ed estate, praticamente un'iniziativa al giorno, di ottimo livello e molto frequentate. In particolare ai corsi di storia veneta o di storia dell'arte veneta a volte la sala è stata saturata dal pubblico, che poi interveniva nel dibattito con passione e competenza».

E il pubblico più giovane?

«Per loro abbiamo concepito un nuovo programma con la Fondazione Venezia Scienza inteso a fornire strumenti critici e metodi di lavoro per affrontare i problemi suscitati dalla ricerca scientifica. Il primo ciclo, sull'astrofisica, si è concluso ieri, il secondo invece si terrà ad aprile sulle questioni della genetica, per continuare in autunno con le nuove tecnologie, l'economia e le scienze sociali. La formula dell'aperitivo finale (analcolico) ha creato uno spazio di dialogo diretto fra i ragazzi e i relatori. Così ci prepariamo i nuovi soci...»

Esperienza soddisfacente, insomma?

«Certo, bellissima, anche se da un altro punto di vista frustrante, perchè sono sempre in giro come un questuante, per raccogliere fondi. Per fortuna l'Ateneo è visto con simpatia a Venezia, è considerato una cosa di casa. E poi abbiamo avuto risposte positive dalla Cassa di risparmio, dalla Fondazione Venezia e dalla Regione, che sta finanziando in particolare il programma di catalogazione e messa on line del catalogo della biblioteca, operazione che ci ha permesso scoprire incunaboli rarissimi».

Ci illustra i programmi del 2007?

«Quello sulle scienze è fondamentale, ma poi ci sono soprattutto le iniziative legate ai 150 anni dalla morte di Daniele Manin, che si apriranno con un convegno coi migliori studiosi italiani e stranieri sulla condizione delle persone in esilio, e sugli effetti del loro allontanamento sulle città. Un altro grosso evento, tra aprile e maggio, sarà il ciclo di concerti curato da Mario Messinis su musiche composte da musicisti in esilio. Seguiranno la conferenza della psicoanalista Marina Breccia sull'esilio dell'io, con le nuove ipotesi sulla genesi delle psicosi, mentre da Parigi verrà Maria Grazia Rouault, direttrice della missione archeologica francese in Siria, per illustrare l'importanza della dimensione dell'esilio e del deserto nella mitologia mesopotamica. E ancora Chiara Cappelletto della Statale di Milano affronterà le dinamiche dell'esilio nella filosofia contemporanea».

É un tema d'occasione oppure una riflessione su una condizione che ormai sembra coinvolgerci tutti?

«La ricorrenza di Manin è stata l'occasione per concentrarci su questo tema: ci sentiamo sempre più spesso estranei in casa nostra, e questo che implicazioni personali e collettive ha? E tutto questo è il presupposto per il tema dell'anno prossimo "Città, cittadino e classi dirigenti", su cui credo ci saranno molte discussioni».

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di sabato 3 marzo 2007

Pag V Il commosso addio al piccolo Willy di Lara Loreti

La Bissuola si è stretta attorno alla famiglia del bimbo stroncato a 6 anni dalla leucemia

 

È volato in cielo a sei anni, dopo dieci mesi di lotta coraggiosa contro un male lacerante e spietato: la leucemia. William Doria, tenero e vivace bimbo brasiliano, mestrino di adozione, se ne è andato così martedì scorso, all'interno dell'ospedale di Padova dove era ricoverato. Il suo cuore ha smesso di battere su questa terra e la sua anima è salita in cielo. Il suo papà, Alessandro Doria, mestrino che lavora presso un'azienda informatica che realizza siti internet, è un fervente cattolico: non parla di disgrazia né di tragedia, nel riferirsi alla morte del suo piccolo Willy usa l'espressione, "è spirato", la stessa presente nel Vangelo di Giovanni nel passo relativo alla morte di Gesù in croce "e chinato il capo spirò". Ieri mattina, presso la chiesa di san Giovanni Evangelista in via Rielta, il quartiere della Bissuola si è stretto intorno al piccolo William in una cerimonia commovente ma gioiosa, animata da dodici cantori che, voce e chitarra, hanno accompagnato ogni passo della funzione. La chiesa è stata affollata dai genitori di Willy, Alessandro e Ilaria, che lavora in un'edicola in via del Rigo, i fratellini Marzio, 11 anni e Matteo, 8, gli zii Roberto e Silvia, parenti, amici e tanti parrocchiani. La chiesa di san Giovanni Evangelista, infatti, molto attiva sotto il profilo delle iniziative spirituali, conta quasi 4000 fedeli ed è composta da 15 gruppi neocatecumenali per un totale di mille fedeli. Tra questi c'è anche la famiglia di Willy, che partecipa attivamente al gruppo da quattro anni. Il corteo funebre di Willy è partito ieri alle 10 da Padova per poi arrivare a Mestre alle 11, poi il piccolo è stato seppellito nel cimitero di Mestre. «Signore, tu hai preso con te il piccolo William, donaci la consolazione terrena» ha detto il sacerdote rettore della chiesa, don Gianni Dainese. Grandissima la partecipazione della gente anche a Padova, dove infermieri e medici erano in lacrime per la morte del piccolo. «Willy si è fatto amare da tutti - dice la mamma Ilaria - all'interno dell'ospedale tutto il personale si è affezionato a lui, era un terremoto, sempre allegro e vivace e sempre disponibile verso tutti. Voleva stare in compagnia degli altri bambini con cui faceva subito amicizia». Willy è venuto in Italia quando aveva un anno e mezzo: è stato adottato insieme al fratello Marzio dalla famiglia di Alessandro e Ilaria mentre l'altro fratellino Matteo è stato accolto nella famiglia di Roberto Doria. «Abbiamo voluto tenere insieme i tre fratellini, perciò li abbiamo portati in Italia tutti e tre. Sono bambini affettuosi e gioiosi e si vogliono molto bene», dice Alessandro. I primi anni di vita sono stati sereni e caratterizzati da un'ottima integrazione. Poi, a novembre del 2005 il male si è presentato, inatteso e aggressivo. «È stato colto da una forma di leucemia molto grave - dice Alessandro - E Willy non ha mai recepito la chemioterapia, tuttavia questo da un certo punto di vista è stato un bene perché la sua vivacità non è stata minimamente intaccata». Iscritto da settembre alla scuola dell'infanzia Tintoretto, Willy quest'anno non ha potuto frequentare l'istituto. Ciononostante il piccolo ha avuto la possibilità di studiare all'interno dell'ospedale dove c'è una maestra che segue i piccoli malati. «In ospedale - dice la mamma sorridendo - andava in giro e trascinava tutto ciò che trovava, compresi i tubi dei macchinari». Ha lottato tanto, circondato dall'amore dei familiari, ma poi alla non ce l'ha fatta. Ciò che colpisce di questa storia e della famiglia Doria è il coraggio con cui ha saputo affrontare la malattia prima e la morte poi, sempre con il sorriso sulle labbra, con una forza d'animo che solo una fervente fede può dare. Al termine della sepoltura, caratterizzata dal canto ininterrotto dei parrocchiani, tutti i parenti e gli amici si stringono intorno ai genitori del piccolo Willy. E il sorriso non tramonta mai negli occhi della gente che non smette di parlare con entusiasmo di una vita che continua, al di là di tutto.

 

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8 – VENETO / NORDEST

 

CORRIERE DEL VENETO di domenica 4 marzo 2007

Pag 1 Dedicato a Luciana di Fausto Pezzato

La donna morta di paura

 

Dedico queste poche righe a Luciana Segato, anni 84, stato civile « anziana sola », morta di paura. Nell'anno di grazia 2007, non in una favela brasiliana, in un formicaio del Bangladesh, in un vicolo di « Broccolino » o in un quartiere afroasiatico dell'hinterland londinese, ma a duecento metri dall'Osservatorio Astronomico (eh già, le stelle stanno sempre a guardare) di Padova: mentre arrancava verso casa, sotto i suoi piedi si è aperta una crepa e ne è emerso il brigante che l'ha scippata e ha sentito gli ultimi rantoli di una vita arrivata al capolinea. Per pochi secondi, l'età delle nanotecnologie si è inabissata nella notte medievale e intorno a quella donna indifesa non c'erano più i passanti di un giorno qualsiasi ma i folli del « Trittico del fieno » di Hieronymus Bosch del quale la cittadina morente Luciana Segato probabilmente non aveva mai sentito parlare. Il sindaco ha reagito proponendo di mobilitare il volontariato per accompagnare gli anziani nella giungla urbana dove è in atto una guerra mai dichiarata ma incessante e crudele fra ladri, scippatori, rapinatori e gli abitanti che usano altri mezzi per mettere insieme il pranzo con la cena. Una guerra sordida che vede da un lato delinquenti locali e d'importazione e dall'altro le loro prede indaffarate ma consapevoli, che sperano di tornare incolumi ogni volta che si chiudono alle spalle la porta di casa. L'inquietudine segue come un'ombra le vittime potenziali, la spensieratezza è un ricordo sbiadito, e mentre ci muoviamo attraverso il degrado, come in una nebbia, sappiamo che le quotazioni della vita umana sono ormai infime, poche decine di euro. Spiccioli. Lungo le strade dei nostri centri storici gli accattoni non si sono soltanto riprodotti con sfacciata rapidità, ma sono le comparse di un teatro dell'orrore, figure di una coreografia abilmente costruita e gestita, sono i vecchi bavosi coperti di stracci, relitti umani, sciancati, zoppi, ne ho visto uno senza braccia che teneva il piattino con la bocca. E quasi all'improvviso ti appaiono squarci di un quarto mondo forse deportato a forza dai Paesi d'origine e schierato strategicamente lungo i nostri percorsi per estorcere ai cuori delusi un poco della residua pietà e convertirla nel denaro che verrà poi consegnato ai negrieri della questua, ai papponi della miseria, ai registi occulti di una barbarie che soltanto un decennio fa pareva inconcepibile. Ma di una cosa sono certo: non ci sarà nessun corteo per ricordare Luciana Segato, morta di paura.

 

Pag 2 Napolitano, due giorni veneti. A Venezia omaggio a Pellicani di Alessandro Zuin

 

Venezia — Un ritorno in Veneto nel nome dell'amico di una vita, Gianni Pellicani. Un ritorno da presidente della Repubblica. Meno di un anno fa - era l'aprile del 2006, mancavano quindici giorni alla sua elezione al Colle ma lui ancora non poteva immaginarlo - il senatore a vita Giorgio Napolitano salì a Mestre, per partecipare alle esequie del compagno di tante battaglie miglioriste nel Pci e tenere un'orazione funebre che suonò come un atto d'accusa alla politica: « La presenza di tanta gente oggi qui è il giusto risarcimento almeno nel momento del commiato. Risarcimento per gli anni in cui si sono accompagnate emarginazioni politiche e una solitudine che Gianni riempiva con riflessioni pessimistiche per la democrazia in Italia ». Lunedì 26 marzo, Napolitano sarà nuovamente a Mestre nelle vesti ufficiali di Capo dello Stato e parteciperà a una cerimonia di inaugurazione della Fondazione voluta dai familiari e dalle istituzioni veneziane (Comune, Provincia, le due Università cittadine e la Fondazione di Venezia) per tenere vivi la memoria e il pensiero dell'ex parlamentare e vicesindaco della città. La notizia è stata confermata ieri dal presidente della Provincia di Venezia, Davide Zoggia, e dà una coloritura diversa, più intimistica sia pure nel rispetto del rigido cerimoniale quirinalizio, alla prima visita ufficiale del Presidente nel Veneto. Napolitano si tratterrà due giorni, il 26 a Venezia e il 27 a Treviso, realizzando così il viaggio progettato fin dallo scorso autunno ma che poi era stato rinviato per il concomitante arrivo del Papa a Verona. Gli inviati del Quirinale sono già stati a Venezia e Treviso e hanno preso contatto con le autorità prefettizie, come avviene sempre quando il Capo dello Stato prepara una visita sul territorio. I dettagli delle due giornate venete verranno messi a punto nei prossimi giorni ma il programma contemplerà sicuramente un incontro politico- istituzionale nel capoluogo regionale, cui prenderanno parte il presidente della Regione, Giancarlo Galan, quello della Provincia Zoggia, il sindaco di Venezia Massimo Cacciari e i sindaci dei comuni veneziani. Secondo la prassi introdotta da Napolitano nei suoi viaggi lungo la Penisola, non dovrebbero mancare un momento di contatto con la cultura e l'università - all'interno del quale potrebbe collocarsi la partecipazione del Capo dello Stato all'inaugurazione della Fondazione Pellicani, forse nella sede in villa Settembrini oppure nel municipio di Mestre - né un incontro con i rappresentanti del mondo del lavoro e dell'impresa. A questo proposito, per la seconda giornata di visita, quella trevigiana, è in via di perfezionamento la partecipazione del presidente Napolitano a un'iniziativa coordinata dalla Fondazione Nord Est, il centro di studi e ricerche che fa capo agli Industriali del Veneto. Spesso, nei suoi spostamenti, il Presidente gradisce visitare qualche collezione d'arte o rassegna particolare: a Venezia, sotto questo aspetto, non avrà che l'imbarazzo della scelta. Molto probabilmente Napolitano incontrerà, in udienza privata, anche il patriarca di Venezia, Angelo Scola, e il vescovo di Treviso, Andrea Bruno Mazzocato. Napolitano a Venezia è di casa, per la lunga frequentazione con la famiglia Pellicani e la straordinaria sintonia che lo legava a Gianni, con il quale aveva condiviso vent'anni di vita parlamentare e un forte ideale riformista all'interno del più grande partito comunista dell'Occidente. Il giorno dell'elezione al Colle, la signora Fiorella Pellicani ricordava commossa: « C'era una profondissima intesa tra Giorgio e mio marito, tanto che quando è stato eletto, ho sentito Gianni vicino a lui. Soffrivano, gioivano insieme, erano sempre insieme. Anche a distanza ». Ora l'ufficialità e le misure di sicurezza impongono che il Presidente soggiorni a Ca' Corner, sede delle Prefettura veneziana con vista sul Canal Grande, in un appartamento di 150 metri quadri al piano nobile del palazzo.

 

IL GAZZETTINO di domenica 4 marzo 2007

Pag 1 Il Nordest crede ancora nel lavoro di Marina Salamon

 

Quale futuro per il mitico Nordest? Scrivo dagli uffici di Altana, azienda di abbigliamento nei dintorni di Treviso, al termine dell'orario di lavoro, mentre diversi nostri impiegati e tecnici stanno seguendo, per loro scelta, corsi di inglese intensivi... La stessa situazione, però, potrebbe ripetersi in molti altri luoghi del centro-nord Italia, in cui l'approccio al lavoro, e la spinta propulsiva di tante aziende, medie o piccole, è ugualmente positiva. In altri termini: io non credo più all'unicità del Veneto, o più in generale del modello del Nordest. Ho rapporti, o partnerships di lavoro, con molte realtà produttive positive, in altre aree del nostro paese. Credo che la voglia di lavorare, di "misurarsi oltre", l'umiltà unita alla determinazione, e la capacità di saper mantenere una buona qualità di vita, siano caratteristiche condivise con altre regioni. Piuttosto, la differenza sta tra i grandi centri urbani, e la tipologia di aziende che in essi è collocata, e "la provincia", nel senso più ampio del termine. Credo che il nostro limite, oggi, stia anche nell'attitudine a mantenere una piccola dimensione aziendale, difendendo il controllo azionario personale o familiare, e rinunciando a possibili sinergie o progetti condivisi con i concorrenti. La mia esperienza di lavoro degli ultimi anni, invece, ha fondato la nostra crescita su nuovi progetti, in cui i nostri manager, o altre figure esterne, sono stati coinvolti nell'azionariato, o nella partecipazione ai risultati dell'azienda, ed io ho rinunciato a gestire in prima persona (cosa che avevo fatto, da sempre...) per evolvere il mio ruolo verso quello dell'investitore, o azionista di controllo. Simile è il problema del rapporto con la finanza d'impresa, affrontata con diffidenza, o soggezione, da molti colleghi, soprattutto se piccoli imprenditori. Tuttavia, io non credo che si stia correndo il rischio che si ripeta quanto accadde negli ultimi secoli della Repubblica di Venezia, tra Cinquecento e Settecento, quando i mercanti divennero "rentiers", cioè rinunciarono ad intraprendere, preferendo investire i loro capitali in rendite fondiarie, cioè agricole, o immobiliari. Molti, negli ultimi anni, hanno scelto di dedicare tempo ed investimenti alla borsa o agli immobili, ma io credo che la nostra generazione abbia ancora, per fortuna, molto desiderio di "fare", e che questo ci proteggerà dal rischio di una finanziarizzazione eccessiva dell'economia... Sono, però, preoccupata del distacco crescente tra politica, cultura,scuola ed università, da un lato, e "ceti produttivi" (artigiani, commercianti, professionisti, aziende, etc.) dall'altro. Finora, ci siamo lamentati di questa situazione, ma, in fondo, pensavamo di potercela cavare comunque. Ora, cominciamo a renderci conto che il futuro, la possibilità di continuare a crescere economicamente, dipenderanno dall'equilibrio complessivo della nostra società. Credo esistano, comunque, molte possibilità di "realizzarsi", per un giovane, nel settore privato: ma non esiste un'eguale giustizia, ad esempio, nella ricerca universitaria. Di recente, ho raccolto la testimonianza di un giovane medico specializzando che, dopo una lunga, incerta attesa di risposta in Italia, ha ricevuto (in 24 ore dalla sua richiesta) una mail da uno dei più prestigiosi ospedali americani, in cui gli veniva offerta una buona opportunità... E, mentre l'Italia sperimentava una crescita accelerata di nuovi corsi di laurea, a volte scollegati dalle reali opportunità d'impiego (ad esempio, Scienze della Comunicazione...), Cina ed India investono su un sistema formativo, che include realtà migliori delle nostre nelle aree strategiche della moda e del design.. La società veneta, o più in generale italiana, potrà permettersi di continuare a basarsi sulle prospettive del settore privato,o soffrirà la competizione di molti altri stati, in cui il "sistema paese" sia organizzato meglio, e la politica più coraggiosa e lungimirante? Continuo a sognare di poter rendermi utile, con la mia vita, al di là delle aziende e delle associazioni in cui opero, ma ho dovuto riconoscere che il livello qualitativo, quindi la produttività, di coloro che scelgono di fare politica, o pubblica amministrazione, da noi, è mediamente diverso da quello a cui siamo abituati nel privato (salvo casi eroici). Temo gli effetti di questa "selezione verso il basso" che si sta affermando, ed osservo lo scollamento progressivo tra settori, culture, ed atteggiamenti diversi, particolarmente in Veneto. In questo, riconosco che siamo all'avanguardia, quasi il Nordest fosse un termometro che misura la febbre, cioè il disagio, o scetticismo, diffusi in tutto il paese.

 

LA NUOVA di domenica 4 marzo 2007

Pag 1 La Tav? Pagano i pendolari di Francesco Jori

Treni a Nordest

 

Laggiù nell’Arizona, come sappiamo grazie a un memorabile western, quel treno per Yuma, dove ha sede un penitenziario, spacca il minuto. Quaggiù nel Nordest, come sempre, le cose diventano tragicomiche: da noi il penitenziario sta sul treno, e i ritardi alimentano cronache e rabbie pressoché quotidiane. Perciò è difficile condividere i climi di festa e i toni di entusiasmo che in questi giorni hanno salutato l’esordio del primo spezzone di alta velocità Padova-Mestre: a cosa serve metterci quattro minuti in meno per fare 25 chilometri, se si arriva comunque su un binario morto, e che tale rimarrà a lungo? Non prendiamoci in giro, e soprattutto non facciamolo con chi per scelta o per necessità sale in treno tutti i giorni. Dopo vent’anni e 21 miliardi spesi, dell’alta velocità non sono aperti in tutta Italia che tre o quattro spezzoni: da est a ovest, la Venezia-Milano si ferma a Padova, e la Torino-Milano a Novara. In Spagna, per dare un’idea, si è partiti nel 1992 con la Madrid-Siviglia, e ora si sta per arrivare a Barcellona: 15 anni per attraversare l’intero Paese da sud a nord. E in Francia, collegare Parigi con Alsazia e Lorena costa 16,7 milioni a chilometro; da noi, tra Torino e Milano ce ne vogliono 62,4. Per il passeggero del Nordest (ma anche per l’imprenditore che voglia spedire merci) la situazione è di gran lunga più cupa. Della linea ad alta velocità o capacità che dir si voglia, da Milano a Verona siamo ancora all’anno zero; in Veneto restano irrisolti i nodi degli attraversamenti di Vicenza e di Mestre; per il tratto da Venezia a Trieste non c’è un solo euro impegnato; andando più in là, non è stato ancora firmato l’accordo bilaterale con la Slovenia. Se entro settembre non mandiamo a Bruxelles elementi certi sulla nostra volontà e capacità di fare la Tav, perdiamo la partita per sempre. In queste condizioni, che senso ha festeggiare 25 chilometri di binario, spiegando che lì si può correre a 220 km l’ora (teorici, considerando i tempi di accelerazione iniziale e frenata finale)? E a cosa serve spiegare che così si libereranno i binari per la futura metropolitana regionale di superficie, quando la conclusione dei lavori sullo strategico quadrilatero centrale veneto è di là da venire? Nessuna illusione: compagno pendolare, non sarai vendicato, e nemmeno consolato; per molti anni a venire, non avrai né l’alta, né la bassa velocità. E continuerai a pagare supinamente e a protestare inutilmente, sentendoti fornire come sola risposta le statistiche e i rimpalli di responsabilità tra le quattro aziende in cui si sono scisse le ex Ferrovie dello Stato, mantenendo peraltro la stessa inefficienza; oltretutto arrogante, perché i reclami dei viaggiatori esasperati non riguardano solo i ritardi, ma anche e soprattutto la mancanza di informazioni. Senza neppure fingere di sforzarsi di fare qualcosa di facciata, come succede per le grandi pulizie delle città alla vigilia dell’arrivo del presidente della Repubblica: il giorno prima della venuta in Veneto del ministro dei Trasporti, su 32 treni monitorati, solo 5 erano arrivati in orario. I numeri parlano chiaro. Per andare da Bassano a Venezia, su una linea che trasporta da 4 a 6 mila persone al giorno, nel 1933 ci voleva un’ora e 16 minuti; tre quarti di secolo dopo siamo a un’ora e 22, ritardi a parte: che sono cronici, basta leggere i giornali, e che sono arrivati anche a un’ora piena. Tra Udine e Venezia, a confronto la salita del Calvario diventa i parigini Campi Elisi: ci sono state volte in cui il ritardo è arrivato a due ore e mezza, un cicloamatore discretamente allenato fa prima a pedali. E giusto per dare un’idea generale, nel solo 2006 i reclami registrati da Adiconsum veneta sono arrivati a quota 1.275. Trenitalia paga penali salate per tutto questo, certo: un milione 800 mila euro in due mesi, ci hanno spiegato. Peccato che il conto arrivi sempre e comunque a noi: quest’anno le tariffe saliranno del 20 per cento, metà già da gennaio scorso, l’altra metà da ottobre. Per arrivare tardi, viaggiare da dacani, finire in coda perfino una volta scesi, perché Trenitalia non riesce a fare il controllo dei biglietti a bordo. C’è un buco di bilancio di 2 miliardi, ci avvisano: è colpa nostra, o di chi l’ha provocato? Si avvisano i signori viaggiatori che la risposta viaggia con un ritardo di svariati anni. E che comunque non saranno né soddisfatti, né tanto meno rimborsati.

 

LA NUOVA di sabato 3 marzo 2007

Pag 1 Ecco i figli degli immigrati di Gianpiero Dalla Zanna

Il nuovo Veneto

 

I figli di stranieri in Italia sono 500 mila e gli alunni stranieri nelle scuole aumentano del 20% l’anno. Di loro si sa poco. La prima ricerca nazionale sulle seconde generazioni, presentata oggi a Padova, dà un importante contributo conoscitivo. L’indagine – statisticamente A due cose: stabilità e governabilità. Non dovrebbe più accadere che un senatore faccia cadere il governo di cui il suo partito fa parte: che senso ha?, si chiede Bertinotti. Non dovrebbe più esserci un Parlamento, in cui il maggior partito della sinistra compie ripetute e dolorose metamorfosi per allontanarsi dall’impianto comunista, ma restano presenti più partiti che si definiscono «comunisti» fin nel nome: che senso ha?, si chiede Rutelli. Non dovrebbe più accadere che il capo dello Stato, per dare l’incarico di formare un nuovo governo, debba chiamare più di venti capi-partito: che senso ha?, si chiede Casini. Non dovrebbe più succedere che la politica di un governo debba incontrare il nulla osta determinante di forze politiche minori o minime. Casini usa una formuletta brutale ma ineccepibile: i partitini devono sparire. Il problema è tutto qui. La legge elettorale dovrebbe servire anche a questo. Per servire a questo, dovrebbe fissare uno sbarramento serio. Uno sbarramento al 5% o al 4% (anche la Lega è sotto questa soglia), obbligherà i partitini a federarsi, cioè a rinunciare alla parte più spinta del loro programma, riconoscendo un dato di fatto: quella è la quota ideologica che la storia non intende realizzare. Da noi i parlamentari hanno un senso di appartenenza al partito, non alla coalizione. Prodi è caduto perché chi gli ha votato contro, nel suo schieramento, si sentiva legato al programma del partito, non della coalizione: ha votato contro per coerenza. Questa coerenza è lampante agli occhi del mondo: l’abbiamo vista apprezzata da Noam Chomsky in America, Ken Loach in Gran Bretagna, Gianni Vattimo in Italia. La Sinistra ha più difficoltà della Destra a confluire in un partito unico, perché per confluire bisogna trattare, e dunque stabilire che cosa dentro di sé è trattabile trattabilee che cosa non è trattabile: ma a sinistra, nei partiti minori, ciò che non è trattabile è sentito come la parte migliore. E’ difficile lasciarla cadere nel passato. «Perdere il passato» è l’operazione che la Sinistra italiana non riesce mai a completare. Il Pci ha abbandonato la «c» (comunista) solo dopo che l’aveva abbandonata anche il Pcus. E quella «c» è stata immediatamente raccolta da altri partiti, alle sue spalle. E da quel termine fiorisce una proliferazione infinita: adesso, tra i disobbedienti che han fatto cadere Prodi, gira l’idea di fondare un nuovo partitino. Non parliamo poi dei partitini eredi del Socialismo, o della Democrazia Cristiana. Il nostro Parlamento è una selva selvaggia. Bisogna tagliare, potare, semplificare. Una buona legge elettorale deve servire anzitutto a questo: più numerosi sono i partitini che cadono e maggiore è la quota di passato che ci lasciamo alle spalle.

 

Pag 7 L’irresistibile “invasione”

Prima indagine sui figli degli stranieri

 

Padova. Sognano carriere brillanti e redditizie ma, dopo un iter scolastico claudicante, dovranno perlopiù accontentarsi di un lavoro nel manifatturiero, ben retribuito ma meno appagante della professione desiderata, dall’avvocato al medico. Il destino degli immigrati di seconda generazione, figli di stranieri giunti in Italia nell’ultimo decennio, si legge già sui banchi delle scuole medie. Dalla ricerca, che per la prima volta tratteggia la trama della loro esistenza, gli indicatori per velocizzare un’integrazione improrogabile. La ricerca, che verrà presentata oggi all’università di Padova, mette in luce aspetti dell’inserimento degli immigrati spesso sommersi sotto una coltre di luoghi comuni. «Ad esempio, le ragazze straniere sono più ambiziose delle coetanee italiane - spiega Gianpiero Dalla Zuanna del dipartimento di Scienze statistiche nonché direttore della ricerca - sono molto determinate e hanno voglia di realizzarsi attraverso il lavoro molto più che nella maternità. Del resto la migrazione è selezione, questo significa che qui arrivano persone intenzionate a migliorare la loro posizione economica. E a loro volta riversano le proprie ambizioni sui figli. Il problema è però che spesso la famiglia non è in grado di fornire i mezzi per realizzarle». Ad oggi sono 500.000 gli stranieri che studiano nelle scuole italiane, con un incremento del 20% l’anno. La ricerca, ha coinvolto 10.000 studenti stranieri e altrettanti italiani, tutti iscritti alle scuole medie di 50 province; 2.200 i partecipanti in tutti i capoluoghi del Veneto, con la sola esclusione di Belluno. «Malgrado i numeri importanti, in Italia il fenomeno è ancora sottovalutato - prosegue Dalla Zuanna - la questione delle seconde generazioni deve essere affrontata con urgenza, per tradurre il capitale umano in risorsa». Se i processi non avranno esito positivo, si rischia che l’integrazione riguardi solo le parti negative della società. Al momento il processo di integrazione è affidato alla libera iniziativa delle scuole che non sono in grado di farsene carico. Tra gli aspetti che ritardano il processo, inoltre, lo scarso rendimento scolastico dovuto a una conoscenza approssimativa della lingua, a difficoltà economiche e ad aspettative eccessive, oltre che a disadattamento e frustrazione. In questo senso si avverte ancora un sentimento di grande diversità tra stranieri ed italiani. Questo è particolarmente sentito tra i veneti che in famiglia parlano dialetto. Un risultato tutt’altro che rassicurante proprio perché gli italiani delle classi popolari potranno trovarsi in concorrenza con gli stranieri. Positiva invece la rapidità con cui avviene l’integrazione economica e familiare che si realizza con l’acquisto di una casa e la rapida ricostruzione della rete di parentela.

 

LA SCUOLA - A Treviso il maggior numero di studenti stranieri

In Veneto nello scorso anno scolastico gli studenti stranieri erano l’8,2%, ben al di sopra della media nazionale; si tratta di quasi 54.000 unità, con un incremento del 21% in 12 mesi. Le province venete con maggior incidenza di alunni stranieri sono Treviso con il 10,3%, Vicenza con il 9,6% e Verona con l’8,6%. Rispetto all’anno precedente l’incremento più significativo è stato registrato a Padova (+36%), Rovigo (+26%) e Venezia (+23). Nelle scuole venete sono rappresentate più di 160 nazionalità anche se i primi cinque paesi raggruppano il 56% degli stranieri (l’88% i primi 20). La nazione più rappresentata si conferma il Marocco con 8000 alunni, seguono Romania (prevalentemente in provincia di Padova), Albania, Serbia-Montenegro e Cina. Tra gli stranieri il 6% non raggiunge il diploma di scuola media, rispetto al 3% degli italiani. I risultati peggiori sui banchi di scuola sono conseguiti dai ragazzi in Italia da meno di tre anni.

 

LA LINGUA - Cinesi e indiani faticano ad imparare l’italiano

La buona conoscenza della lingua italiana è un aspetto fondamentale per ottenere risultati scolastici soddisfacenti e un adeguato inserimento. L’85% dei ragazzi arrivati in Italia da meno di 5 anni sostiene di conoscere abbastanza bene la lingua (il 7,5% di loro parla addirittura il dialetto); la lingua straniera viene preferita solo dal 46% dei ragazzi in Italia da meno di 3 anni. La rapida diffusione della lingua italiana testimonia la volontà di integrarsi, ma rischia di restare rudimentale se l’apprendimento inizia tardi. In tenera età infatti i bambini «assimilano» la lingua, mentre con l’inizio dell’adolescenza la questione si complica e subentra lo studio. Le difficoltà più consistenti nell’apprendimento le rilevano cinesi, indiani, moldavi e macedoni, mentre bengalesi, bosniaci e ghanesi hanno minore difficoltà. Tra i cinesi solo il 5% riceve un aiuto dai genitori a fare i compiti, rispetto al 23% tra i ragazzi stranieri e al 48% tra gli italiani.

 

LA FAMIGLIA - Sfatato il mito del nucleo formato da numerosi figli

Gli stranieri provengono quasi tutti da società dove la famiglia ha un ruolo pressoché analogo, o addirittura più accentuato, rispetto a quello italiano. Del resto, se si considera che le chance di riuscita sociale sono intimamente legate alla famiglia di provenienza, chi non ha una famiglia articolata su cui contare, rischia di trovarsi in svantaggio. Da sfatare invece il mito della figliolanza numerosa. Mediamente i ragazzi italiani hanno 1,34 fratelli, quelli stranieri 1,97. Solo il 9% degli studenti italiani ha più di due fratelli, contro il 21% degli immigrati. Le due categorie si equivalgono tuttavia nella proporzione di famiglie allargate. In sintesi il capitale sociale di cui dispone uno straniero è meno ricco rispetto a quello a disposizione di un coetaneo italiano; inoltre l’immigrato deve condividere il minor numero di risorse disponibili.

 

IL LAVORO - Sognano lavori importanti per riscattarsi socialmente

La speranza di riscatto sociale è tutta nei figli. E’ sul loro successo che verrà misurata la riuscita dello strappo migratorio. Solo il 12% dei ragazzi italiani ed il 16% degli stranieri sognano di fare un lavoro manuale e, quando questo accade, si tratta di artigianato artistico o specialistico. Gran parte dei bambini sogna di appartenere alla borghesia e di fare il medico, l’avvocato o il manager. Quasi il 90% dei padri dei ragazzi stranieri che vivono in Veneto fanno lavori manuali (contro il 55% degli italiani). Rispetto alla media nazionale i «colletti blu» sono più diffusi di quelli bianchi a riprova della vocazione manifatturiera del territorio e del fatto che gli stranieri vengono in Italia per occupare i ruoli più faticosi. Proprio per la caratterizzazione del mercato veneto, l’incapacità di accedere a lavori borghesi, non preclude tuttavia il benessere.

 

LA LINGUA - Cinesi e indiani faticano ad imparare l’italiano

La buona conoscenza della lingua italiana è un aspetto fondamentale per ottenere risultati scolastici soddisfacenti e un adeguato inserimento. L’85% dei ragazzi arrivati in Italia da meno di 5 anni sostiene di conoscere abbastanza bene la lingua (il 7,5% di loro parla addirittura il dialetto); la lingua straniera viene preferita solo dal 46% dei ragazzi in Italia da meno di 3 anni. La rapida diffusione della lingua italiana testimonia la volontà di integrarsi, ma rischia di restare rudimentale se l’apprendimento inizia tardi. In tenera età infatti i bambini «assimilano» la lingua, mentre con l’inizio dell’adolescenza la questione si complica e subentra lo studio. Le difficoltà più consistenti nell’apprendimento le rilevano cinesi, indiani, moldavi e macedoni, mentre bengalesi, bosniaci e ghanesi hanno minore difficoltà. Tra i cinesi solo il 5% riceve un aiuto dai genitori a fare i compiti, rispetto al 23% tra i ragazzi stranieri e al 48% tra gli italiani.

 

L’INTEGRAZIONE - Il razzismo è più diffuso tra le classi popolari

Il 46% dei ragazzi stranieri è convinto che in Italia il colore della pelle sia importante. Lo stesso pensiero è diffuso tra il 28% dei veneti. Inoltre il 63% degli immigrati pensa che gli italiani si sentano superiori agli stranieri, contro il 55% di questi ultimi. I figli delle coppie miste inoltre percepiscono in modo più intenso la penalizzazione dovuta al colore della pelle. Ancora, i figli dei genitori che parlano entrambi dialetto, sono convinti, nel 44% dei casi, che gli stranieri si sentano superiori agli italiani. Di fatto, la percezione di uguaglianza fra italiani e stranieri non è su livelli molto elevati, soprattutto tra i ragazzi appena arrivati in Italia ed i veneti che parlano dialetto. Da qui il rischio che le classi popolari si trovino in concorrenza lavorativa con gli stranieri, con la necessità di elaborare regole pratiche di convivenza.

 

IL GAZZETTINO di sabato 3 marzo 2007

Pag 1 Le corse clandestine, rischiare la vita per vincere una birra di Giuseppe Pietrobelli

Dal Montello al Fadalto si organizzano con il passaparola, scuotono le notti e mietono vittime

 

Nel suo letto al quarto piano dell'ospedale, reparto di Ortopedia di Montebelluna, il diciassettenne di Povegliano ha tutto il tempo, in attesa che lo ingessino, di riflettere su quanto gli è costata cara la bravata dell'ultimo fine settimana, intruppato con decine di ragazzi nella sarabanda alcool-motociclistica a Volpago del Montello. Ma poteva anche andargli peggio, visto che la frattura del bacino non è particolarmente complicata e in una quarantina di giorni dovrebbe cavarsela. Quando è arrivato in corsia, sabato notte di una settimana fa, si è guardato bene dallo spiegare ai medici le vere circostanze dell'incidente. «Sono caduto con la moto» ha detto. I camici bianchi non hanno chiesto di più, ma hanno capito che era in qualche modo una vittima dellakermesse che si era tenuta sul doppio rettilineo, lungo non più di quattrocento metri, in via Manin, ai piedi del Montello, a un tiro di sasso dalla birreria-cult per gli adolescenti della zona che porta il nome di Aldamida's. Carabinieri e vigili urbani avevano interrotto la competizione estemporanea, in un frastuono di motorini truccati, causando una diaspora improvvisa, un fuggi-fuggi generale dei ragazzi nei campi e nelle stradine, così da evitare sequestri di motocicli e ritiro di patentini. Cento persone coinvolte a Volpago - Rischia di restare deluso chi cerca a Nordest le gare abusive organizzate con la moto o con la macchina, come avviene a Roma all'Eur e sul Raccordo Anulare, o in qualche strada dell'hinterland napoletano dove la scommessa è d'obbligo e può accadere davvero di tutto. Ma solo in apparenza. Perchè il brivido della velocità, la competizione a tutti i costi, il piede schiacciato sull'acceleratore fino all'ultimo metro o il ciclomotore lanciato a tutta manetta a fari spenti nella notte, sono una tentazione troppo forte, un'emozione da sballo che troppi vogliono provare, un modo per emulare i belli, ricchi e famosi dei circhi del Grandprix. Ciò che è accaduto a Volpago - un ragazzo ferito, una moto sequestrata, almeno un centinaio di persone coinvolte - è soltanto l'ultimo episodio di una serie che è più lunga di quanto non appaia o da quanto sia certificato dalle statistiche peraltro alquanto scarne. Sono più i "si dice" della gente, le lamentele di chi alla notte vuole dormire, ma viene tenuto sveglio dai motori, le cronache dei giornali spesso costrette all'approssimazione, a raccontare il mondo del brivido senza freni, che conosce connotazioni così diverse, quasi da stratificazione sociale. A Volpago sono gli adolescenti qualsiasi a ritrovarsi nel luogo che sembra un surrogato dell'osteria da paese di un tempo ormai lontano. Bevono la birra, schiamazzano, poi cercano di dimostrare chi è il più bravo, quello che va più forte degli altri. Scene già viste in mille film, incarnate perfino nelle esistenze di ciascuno di noi, quando cominciammo ad andare sulle ruote del Ciao, allora una trasgressione, un vero status symbol. Che in palio ci sia un giro di pinte o denaro sonante, in fondo è relativo. Perché sul tavolo sembra esserci qualcosa di più, e diverso, dall'azzardo a fini di lucro. Lo dimostrano i mazzi di fiori e le croci immaginarie che disseminano la Statale di Alemagna, nel tratto che collega Vittorio Veneto-Nord al Fadalto, otto chilometri tutti curve e dislivelli che mozzano il fiato. E spesso stroncano la vita dei centauri che con il bel tempo hanno fatto di quel tratto di strada un Eldorado. Ma ci sono anche le gimkane lungo il "Costo", uno stradone di rettilinei con tornanti che da Piovene Rocchette porta all'Altipiano di Asiago e induce alla competizione, alla velocità, ai sorpassi, ai balletti a cento all'ora. Oppure sulla strada che da Erto scende verso Claut, vallata silenziosa, disabitata, a suo modo incantata. La geografia delle competizioni estemporanea è varia e mutevole. A dispetto dei dati ufficiali, che non sembrano rilevarla. «È da quando sono arrivato in Veneto, all'inizio degli anni Ottanta, che sento parlare di queste gare. Ma devo dire che non ne abbiamo trovato traccia» spiega il dottor Pietro Luigi Sega, direttore del Compartimento della Polizia della Strada del Veneto. «Sono arrivate segnalazioni da Padova. Poi da Asiago dove abbiamo messo pattuglie a tutto spiano, registrando però al massimo le esibizioni di qualche deficiente. Abbiamo allertato i nostri uomini nel Veronese, dalle parti di Bovolone e di Cerea. Abbiamo fatto e continuiamo a fare azione continua di monitoraggio. Nessun riscontro». Neppure sul Fadalto, dove le polemiche si fanno roventi ogni estate? «Ma non c'è una gara una vera e propria, tanti centauri, questo sì, e purtroppo anche incidenti. Ma anche sulla strada che da Longarone porta a Erto e quindi verso Pordenone passando da Claut d'estate c'è sempre una marea di motociclisti. Le gare organizzate sono un'altra cosa». Non sarà uno spettacolo con il biglietto, ma ciò che è accaduto a Volpago è un fenomeno di rilievo. E alcune settimane fa i carabinieri di Cortina sono saliti fino a Casera Razzo, in comune di Vigo di Cadore, sequestrando auto di facoltosi friulani (anche un paio di professionisti) che andavano a folle velocità sulla neve, su un percorso assolutamente da favola. Trasgressione quasi élitaria, da facoltosi delle quattro ruote. Oltre a quelli già riferiti, le cronache degli ultimi anni annotano un pugno di episodi meritevoli di attenzione. Nel Feltrino e sul Fadalto sono stati segnalati numerosi motociclisti che alteravano o coprivano le targhe per non essere individuati dagli autovelox, fenomeno che sembra peraltro continuare oggi, anche perché una sentenza di Tribunale ne ha assolti alcuni a Treviso dall'accusa di falso. Vicino al centro commerciale "La Fattoria" a Rovigo e nei pressi del cimitero di Villadose i carabinieri hanno sequestrato auto truccate e denunciato parecchi ragazzi. Nel Pordenonese, quando tre anni fa sulla Statale 251 morì un maestro di sci, cadendo con la moto, l'incidente fu collegato a una improvvisata competizione. «È un percorso molto stretto che dopo il tramonto si trasforma in un nastro da corsa», dissero gli abitanti di Barcis.

Tragico schianto nel Vicentino - Altri possibili luoghi di gara sono stati individuati nel Portogruarese, a Torresella (da Villanova alla Provinciale per Caorle), a Lugugnana e nella zona industriale di Pramaggiore. Ma anche a Pernumia in provincia di Padova. O su un paio di strade nei pressi della stazione ferroviaria di Occhiobello, dove si sono verificati alcuni incidenti mortali. Più segnalazioni di cittadini, che effettivi accertamenti delle forze dell'ordine, indicano qua e là qualche luogo a rischio anche alla periferia delle città. Ma il fatto più tragico, collegato direttamente a una gara di velocità, si è verificato nell'autunno 2002 a Chiampo. Due kosovari si sfidarono su una Bmw e un'Alfa Romeo. Uno di loro falciò un imprenditore e la moglie che stavano attraversando la strada. In quel caso la Procura della Repubblica contestò perfino il reato di omicidio volontario. Una tesi che non resse al dibattimento, anche se poi la condanna per omicidio colposo è stata ugualmente severa. La posta in gioco sembra essere soprattutto la vita. Perché il rischio di conseguenze penali degli eccessi con le macchine e con le moto è infatti piuttosto contenuto. Si mette a repentaglio la vita propria e quella degli altri, ma il più delle volte non si paga il conto.

 

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11 – TELECHIARA

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di domenica 4 marzo 2007

Pag V Paola Saluzzi porta Trivignano in televisione di Daniele Duso

 

Paola Saluzzi e Teddy Reno ospiti a Trivignano per un weekend. L'occasione l'ha fornita la registrazione di una nuova trasmissione televisiva che andrà in onda il 20 marzo o il 21 aprile su Tele Chiara e sulla rete Sat 2000. "I paesi dei campanili", questo il nome del nuovo programma condotto da Paola Saluzzi che proprio "sotto" il campanile di Trivignano ha trascorso due giorni che definisce "piacevolissimi". Le registrazioni si sono svolte nella sala San Marco, intervistando parecchi cittadini. «Obiettivo della trasmissione è mostrare un fine settimana con l'Italia che c'è - ha detto la Saluzzi - immersi in alcune della tante realtà che formano il nostro Paese, ecco perché il riferimento ai campanili. Abbiamo incontrato una signora di 91 anni di Burano che sa ancora fare i merletti, e stamani ci siamo messi in contatto con Mario Rigoni Stern e con gli alpini. Sono stati due giorni molto interessanti, bella la realtà di Trivignano, gente volenterosa e davvero molto simpatica».

 

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… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

PANORAMA di giovedì 8 marzo 2007

Pag 15 Siamo laici: rifiutiamo l’eugenetica di Giuliano Ferrara

Vale davvero la pena costruire in un mondo in cui la vita viene sacrificata alla ricerca senza limiti?

 

Sgombriamo il campo dalla devozione, sebbene non sempre si sia migliori quando in nome della libertà si accantona il sacro. Prendiamo il Papa, Benedetto XVI, come fosse un vecchio saggio che ha alle spalle una biblioteca di due millenni e l’unica vera comunità universale vivente, punto e basta. Lasciamo stare la fede, che troppo spesso viene trasformata in uno scudo per non pensare, per mettere la testa sotto la sabbia, per rassegnarsi, per compromettersi con il mondo, accettandolo com’è e facendosi accettare come non si dovrebbe essere (non è questa la lezione del monaco Enzo Bianchi e della sua differenza cristiana?), Domanda laica: perché questo vecchio saggio insiste sulla questione eugenetica? Perché sostiene impavido, contro ogni consiglio di pacificazione pastorale o di compromesso con i tempi moderni, che «il futuro dell’umanità”, e scusate se è poco, se ne sta appeso a quel che avviene nei laboratori della tecnoscienza, nella catena eugenetica della diagnosi prenatalle e della fertilizzazione in vitro, dove ormai si pratica la medicina della soppressione, l’eliminazione selettiva del malato genetico come soluzione preveniva e finale? Non gli converrebbe liberare la ragione e la coscienza dei fedeli, e del più vasto mondo secolarizzato che lo ascolta, offrendo un’intesa sorniona tra la cattoicità cristiana e gli stili di vita prevalenti? Certo che gli converrebbe. Una Chiesa del silenzio, che si chiuda alla realtà del mondo tecnoscientifico e all’abbassamento pauroso della norma morale, sarebbe festeggiata ovunque come compagna di strada di un’umanità liberata da troppi pensieri e da troppe prescrizioni oggi quasi incomprensibili. Se il Novecento è stato il secolo dell’aborto e del divorzio, pensano in tanti dentro e fuori la Chiesa, passiamoci una pietra sopra: famiglia e riproduzione sono ormai una variante a capriccio del caso e del caos che governa il mondo. Se il XXI secolo si annuncia come il secolo in cui il dubbio diagnostico su una perfetta salute genetica decide al posto della natura della nascita e della morte di embrioni dotati di una struttura cromosomica umana unica e irripetibile, tu sì e tu invece no perché un medico decide della tua idoneità a vivere, perché c’è un catalogo di possibilità e di scelte sottoposto al libero desiderio di una coppia, facciamo finta di niente. Pazienza se mancano centinaia di milioni di donne in Asia, eliminate con un’applicazione meticolosa dell’amniocentesi nelle politiche di pianificazione familiare; pazienza se l’immagine di noi stessi si rifletterà in uno specchio opaco, in cui vedremo piano piano il costo di una libertà separata dall’uso della ragione umana, per non dire della legge di natura, e per non tirare in ballo la legge divina. E come complemento essenziale, facciamo della morte una decisione, magari di un comitato etico, formalizzata e prescrittiva e indolore, insomma eutanasica, invece che un fatto carico di significato. Non sarà tanto allegro, né privo di rischi, questo impadronimento totalitario del circuito del nascere e del morire da parte dell’uomo, ma tutto si può aggiustare con le consolazioni della fede privata e della cosiddetta libertà di coscienza, pensano molti cattolici. Invece il Papa non cede. Non aveva ceduto il suo predecessore, quel pastore universalissimo che non la finiva di viaggiare, testimoniare, evangelizzare, ballare su tutti i teatri del mondo, e non cede il più appartato e mite professore di teologia che ora occupa il soglio di Pietro con il suo diverso stile, con la sua diversa misura delle cose, ma con identica, granitica perseveranza. Non è bastato, dice il Papa, liberarsi di Dio predicandone la morte. Non basta la scristianizzazione. Il pensiero postmoderno vuole che ci si liberi anche della ragione, dei suoi vincoli logici, del suo rapporto essenziale con la realtà naturale. Per essere libera, la coscienza deve obbedire soltanto al desiderio individuale, dicono i neosecolaristi, e deve separarsi non solo e non tanto dalle tradizioni millenarie, deve scindere il suo legame con la ragione, cioè con il pensiero forte che fa della coscienza un luogo di distinzione fra il bene e il male, affidandosi alla volontà di potenza mascherata da pensiero debole. Ma Joseph Ratzinger non ci sta. E la sua predicazione si mette in sintonia con dubbi veri, che nella società moderna si fanno largo in mezzo alla sciatteria penosa e all’indifferenza di tanta parte del sistema dell’informazione, in mezzo al faustismo minore di chi impugna la libertà di ricerca scientifica come un nuovo idolo. Così succede che nella laicissima Francia, dove anche le chiese sono proprietà dello stato dai tempi della rivoluzione contro l’antico regime, un medico ugonotto come Didier Sicard, presidente del comitato di bioetica, si mette a parlare contro la deriva eugenetica con le stesse parole usate dal capo della Chiesa cattolica. E nascono fermenti non moralistici, non antifemminili, non ispirati a una idea oppressiva e di soggezione della vita civile, anche tra i laici. E tutti ci domandiamo se valga la pena di costruire un mondo in cui il diritto eguale alla vita, tutelato per tutti, sia sacrificato sull’altare idolatrico della ricerca senza limiti, fino alla creazione degli ibridi umanoidi, fino a quella logica diagnostica che non è più usata per curare, e per sradicare la malattia entro i limiti del possibile, ma per sopprimere il malato oltre i confini di un disegno moralmente impossibile.

 

L’ESPRESSO di giovedì 8 marzo 2007

Pag 36 Ci vediamo in Afghanistan di Edmondo Berselli

Il governo riparte. E già l’attende lo scoglio delle missioni. Una nuova crisi sarebbe la fine del centrosinistra. E del bipolarismo. Con il varo di un esecutivo tecnico. Ad alto rischio

 

Si trattava di una crisi “cluster “,cioè una crisi a grappolo: una crisi a cui è legata un’altra crisi, e poi un’altra ancora, con un possibile effetto finale di implosione potenzialmente fatale. La crisi di governo comportava una crisi di sistema politico, nel senso che la caduta del governo avrebbe portato con ogni probabilità alla fine del modulo bipolare. Sullo sfondo c’era la crisi dell’alleanza politica di centrosinistra, con l’emergere di una implicita crisi di leadership. L’insieme di questi fattori distruttivi metteva a rischio il processo che conduce al Partito democratico, e la collocazione in area governativa di Rifondazione comunista, voluta da Fausto Bertinotti. Un effetto domino più simile a un incubo che a un problema politico. La fiducia equivale al ritorno a una realtà irta di difficoltà ma un passo indietro rispetto all’abisso. Dunque: il governo Prodi rappresenta il sottilissimo diaframma che finora ha impedito che nella politica italiana dilagasse l’ondata di ritorno alla prima Repubblica, mentre incombono altre burrasche. L’Afghanistan, le pensioni, i Dico; e poi la legge elettorale, le liberalizzazioni, la Tav. Un intero programma, selezionato in base alle tavole del dodecalogo di Romano Prodi, da affrontare con la maggioranza “risicata”, come si diceva nei primi 281 giorni di governo, e poi con la maggioranza “ipotetica”, raccolta dopo il tonfo sulla politica estera. Fossimo all’inizio della legislatura, ancora sotto la spinta, e il sospiro di sollievo, della pur ristrettissima affermazione elettorale, verrebbe buono quanto si diceva dentro lo staff prodiano, tra i fedelissimi del presidente del consiglio, i Santagata, i De Giovanni, i Levi: «Dobbiamo governare così bene da essere sostenuti dal consenso popolare, in modo che il sostegno dell’opinione pubblica supplisca ai numeri deficitari del Senato». Oggi sembrano le ultime parole famose: il governo ha cominciato a giocarsi il favore dell’elettorato con l’inciampo sui tassisti dopo il favore raccolto dalle prime liberalizzazioni di Pier Luigi Bersani; è precipitato sulla farragine della legge finanziaria; ha subito il colpo di grazia quando si è visto che le buste paga di gennaio non portavano grandi tracce della redistrìbuzione a favore dei ceti più deboli, e mentre raffiche di aumenti di tariffe nei servizi, con annunci quotidiani di addizionali locali sull’Irpef, facevano di tutto per smentire il programma dell’Unione. «Proveremo a rimettere il dentifricio nel tubetto», aveva detto e ripetuto Prodi in campagna elettorale, alludendo al tentativo di restituire potere d’acquisto alle fasce sociali penalizzate dai cinque anni di governo del centrodestra. Nella realtà, il vertiginoso volume della Finanziaria si era risolto in una robusta operazione di risanamento dei conti pubblici, senza però che i cittadini ne traessero un beneficio diretto. «L’idea era di fare subito il lavoraccio sui conti», commenta Enrico Letta, «nella speranza di passare poi alla rimessa in efficienza del paese e a una crescita sostenuta”. Un’illusione? Di sicuro, prima dello schianto in Senato, si era avuta la revoca della fiducia da parte dell’opinione pubblica. Sondaggi a precipizio. Rivalutazione postuma del governo Berlusconi, a dispetto di cinque anni di crescita vicina allo zero, e di una quantità di buchi lasciati nell’amministrazione pubblica. Con il paradosso generato da misure “per lo sviluppo” (come il taglio del cuneo fiscale alle imprese) intascate dalla Confindustria come un atto dovuto, senza acquisire il minimo consenso. Quindi dopo nove mesi di governo dell’Unione, il punto centrale della crisi rabberciata sul filo dello psicodramma diventa tutto politico. Il programma, le priorità, le lenzuolate liberalizzatrici sono finite sullo sfondo. Ciò che conta è che il governo e la maggioranza devono tenere. Quindi le prossime settimane saranno allo spasimo. Perché il governo Prodi non ha alternative. O meglio. Tutte le alternative possono rappresentare lo sfaldamento del sistema. Cominciamo dall’alternativa numero uno: il governo tecnico con la missione di realizzare la nuova legge elettorale. È l’ipotesi che piace a tutti coloro, a cominciare da Pier Ferdinando Casini, che non nascondono la volontà di scomporre e ricomporre gli schieramenti, per ristrutturare, come dice l’altro centrista Bruno Tabacci, « un bipolarismo fallimentare». Il governo tecnico o istituzionale ha già da tempo una figura di riferimento, l’attuale presidente del Senato Franco Marini. Ma contiene in sé anche una colonia di germi patogeni. Infatti il ricorso a un governo di emergenza rappresenterebbe il fallimento dell’Unione, e la sua probabile disarticolazione. È improbabile che infatti la sinistra radicale accetti di partecipare a un esecutivo trasversale. Inoltre il governo tecnico contiene altre incognite, perché consegnerebbe a Silvio Berlusconi una specie di diritto di sfascio, con la possibilità di fare saltare il tavolo nel momento per lui più opportuno, trascinando con sé, volenti o nolenti, gli alleati. Ed è chiaro che un governo tecnico rappresenta la premessa per ridisegnare il formato stesso della politica italiana. Già si parla, sulla scia di una formula di proporzionale con sbarramento alla tedesca, della formazione di alcune grandi aree “omogenee”: la destra nazionale, il centro, la sinistra riformista, la sinistra radicale. Con il risultato prevedibile di governi negoziati dopo le elezioni, di alleanze e manovre tattiche fra aggregazioni parlamentari fisiologicamente fluide. Oppure con l’occupazione permanente dell’area della governabilità da parte di una coalizione stabile di centro-centrosinistra (con il taglio delle ali). Benché il presidente Napolitano, rinviando Prodi alle Camere, abbia già prospettato il ricorso al governo tecnico-istituzionale nel caso di un collasso parlamentare dall’Unione, è più probabile che in questa fase si assista a lente manovre sotto l’ombrello del governo Prodi. È lo schema su cui si è mosso Marco Follini spostando il suo voto al Senato a favore del governo. Vale a dire: l’allargamento della maggioranza a forze centriste si è dimostrato impossibile. Ma nei prossimi mesi si tratterà di decidere se è necessaria una ristrutturazione profonda dell’alleanza di governo. «Occorre un altro centrosinistra», ha detto Follini durante la crisi di governo. Ciò significa che l’allargamento della maggioranza di centrosinistra è comunque necessario, e non soltanto per una questione numerica. Ma un’ipotesi del genere può essere visto da Rifondazione comunista e dagli altri partiti della sinistra oltranzista come una minaccia. Potrebbe implicare uno spacchettamento di un ampio arco parlamentare, interessando un’area che va da una parte di Forza Italia a una parte dei Ds. Inoltre, chi sarebbero i possibili gestori di questa sostituzione del motore della politica italiana? C’è un indiziato, Massimo D’Alema, dimostratosi aperturista sul modello elettorale tedesco. C’è Francesco Rutelli, che presidia il centro dell’Unione. Ci sono pontieri possibili con l’Udc come Clemente Mastella. C’è uno spirito democristiano sparso qua e là ancora alla ricerca di un’incarnazione. E infine c’è Prodi. È vero che nella sua storia politica è sempre stato fedele alla formula bipolare (come dimostra la sua caduta nel 1998). Ma è altrettanto vero che non può consegnare se stesso a un fallimento totale e irrimediabile. Per questo, nel suo sintetico discorso di martedì pomeriggio al Senato ha equilibrato i toni, rivolgendosi a ogni partito della maggioranza per ricordare i provvedimenti in sintonia con le componenti politiche dell’Unione, ed evitando le polemiche con l’opposizione. Anzi, ha sottolineato la necessità della convergenza sulla legge elettorale e le riforme istituzionali. Prodi sa che ogni allargamento della maggioranza può determinare contraccolpi dentro l’Unione. Ma sa anche che deve cercare di salvare il salvabile. Mentre ricomincia una complicata navigazione a vista, Prodi deve ricordare che non è soltanto il capo del governo, ma anche il coordinatore di uno schieramento politico. Perché per evitare gli scogli non basta il tecnocrate: d’ora in avanti ci vuole il manovratore politico.

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Centrodestra in ordine sparso di Angelo Panebianco

La leadership dell’opposizione

 

Che cosa sta accadendo nella opposizione? Gli oppositori si sono presentati in ordine sparso all'appuntamento della crisi, senza potere contrattuale, mancando l'occasione di impedire la riconferma del governo. Pier Ferdinando Casini insegue un suo disegno di ricostituzione del «centro» e di Silvio Berlusconi contesta la leadership. La Lega di Umberto Bossi lancia segnali di disponibilità a svolgere un ruolo sempre più autonomo. Berlusconi dedica ormai quasi più tempo a polemizzare con Casini che con il governo. A Berlusconi va detto: chi è causa del suo mal, con quel che segue. È stato proprio lui l'artefice di una legge elettorale che reintroducendo la proporzionale, sia pure bilanciata dal premio di maggioranza, ha legittimato l'emancipazione degli alleati dalla sua personale influenza. Proprio a questo serve la proporzionale: a consentire che i singoli partiti perseguano strategie di affermazione della propria identità a scapito delle logiche di coalizione. Ma Berlusconi, ancorché in difficoltà, è pur sempre colui che ha ancora in mano, dentro l'opposizione, le carte migliori. È la ragione per cui, fatta eccezione per Casini, gli altri partner possono distinguersi ma non staccarsi. Fin quando Berlusconi continuerà a essere la più potente calamita di voti del Paese resterà non sfidabile. La sua forza sarebbe svanita, e la sua leadership tramontata, se alle ultime elezioni egli non fosse stato, in assoluta solitudine, il protagonista di una spettacolare rimonta nei consensi. Fu l'ennesima stranezza italiana: Romano Prodi, che aveva vinto, sembrava uno sconfitto, e Berlusconi, che aveva perso, sembrava un vincitore. Questo lo rese inattaccabile. In seguito, il governo fece il resto, con una Finanziaria ammazza consensi, regalando a Berlusconi una popolarità che, stando ai sondaggi, ricorda quella dei trionfi del 1994 e del 2001. Delle future vicissitudini della leadership di centrodestra, allo stato, si può ipotizzare quanto segue: se il bipolarismo non tramonterà (e non è nell'interesse di Berlusconi né di Prodi farlo tramontare) gli aspiranti successori a Berlusconi non avranno spazio ancora per molto tempo. Oltre a tutto, se, poniamo, si votasse fra uno o due anni, chi se non Berlusconi potrebbe fermare quell'altro asso della popolarità mediatica (in qualche modo, il suo «doppio») che è Walter Veltroni, possibile prossimo candidato del centrosinistra? Per questo, i più accorti fra gli aspiranti alla successione hanno capito che la partita se la devono giocare con, e non contro, Berlusconi. Lo ha capito Gianfranco Fini che razionalmente punta a una qualche fusione o federazione (futura legge elettorale permettendo) fra il suo partito e Forza Italia. Poiché, quando, certo non domani, arriverà il momento, sarà dentro quel contenitore, e non fuori di esso, che verrà estratto il nome del successore. Nel centrosinistra, ci sono oggi diverse vecchie volpi tentate di usare la questione della riforma della legge elettorale esclusivamente per «allungare il brodo», far guadagnare tempo al governo e alla legislatura. Ma anche a destra, c'è da scommetterci, altri hanno la stessa tentazione. Poiché solo il tempo e l'età giocano contro Berlusconi, più tempo passa, essi pensano, più sarà difficile che egli possa succedere a se stesso. Anche a destra ci sono quelli che, segretamente, sperano in una legislatura di cinque anni o quasi. Al momento, sembra una scommessa assai azzardata.

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 La pistola che divide il Professore e Parisi di Edmondo Berselli

Diverso approccio su referendum e legge elettorale

 

Testo non disponibile

 

Pag 44 Ecco dove rivedo il mio manicomio di Alda Merini

 

Lo devo confessare, sabato sera non ho sentito la canzone con la quale Simone Cristicchi ha vinto il Festival di Sanremo. Mi è successo come durante la prima serata, ho avuto un abbiocco fatale davanti alla tv. E colpa dell’età, ormai vado a letto presto. Ma conosco il suo testo e un prete mi ha raccontato la vittoria di quel ragazzo e l’emozione che ha trasmesso al pubblico. La storia di un matto, che meraviglia. Ti regalerò una rosa parla di qualcosa che racconto anche nel mio diario, quando vedevo giovani malati bellissimi che portavano rose alle ragazze in manicomio. Ragazze magari brutte, povere martiri, angeli, di cui si innamoravano. Ed è una cosa stupenda sentire i primi amori. Un medico che mi ha curato mi ha detto che i miei erano altri tempi e altri manicomi, manicomi veri, ma ci volevamo un bene della madonna, eravamo noi che curavamo i dottori. Siamo stati dei matti ingiustamente legati e puniti, degradati e torturati, ed è giusto portare l’attenzione su un tema così, di cui non si parla proprio. Anche se poi quando usciamo dobbiamo fare i conti con i vicini che non ti salutano, come nel mio caso, ed è questo il vero manicomio in cui ci troviamo. Il gelo di chi ti sta intorno è molto doloroso. Regalami una rosa, la rosa del cimitero, pèrché il manicomio è la morte civile. Quel che si è visto lì dentro è stato orrendo. Ricordo i famosi frulloni, lenzuola bagnate fradice dove veniva avvolto il malato perché si calmasse. Pazzesco, eravamo ridotti come animali in schiavitù e non avevamo neppure un prete, visto che il matto non ha anima. La bella canzone di Simone dice che per la società dei sani i malati mentali sono sempre stati spazzatura. E vero. Ma nessuno sa che, nella realtà, è vero anche il contrario: il matto non ci cura delle opinioni altrui, non gliene frega proprio niente, ha trovato la saggezza in quel poco che ha. Il matto è molto fatalista, crede nella fatalità e conosce la saggezza della vita. Chi se la prende muore. Si dirà, guarda la Merini com’è felice e invece ho scoperto solo la verità: la vita non vale la pena di piangerla. Va vissuta in allegria, in una follia francescana, contenti di quel poco che si ha. Dice il poeta: non cercare di capire la vita, non cercare di capire Sanremo. E sarà tutta una festa.

 

IL FOGLIO

Pag 1 Anche il pantheon relativista adesso ha la sua bella chiesetta di Giuliano Ferrara

 

La Camera new age, con la sua cappella sincretista ideata da Fausto Bertinotti e Paolo Portoghesi per meditare e rimeditare il proprio Ego, spiritualisticamente, al cospetto del nulla. Ricordo un parco a Los Angeles, e un cammino che vi si snoda: c e la tappa cristiana, e spunta nella verzura un monumento simil-San Pietro, poi quella islamica, poi una sinagoga, infine un tempio orientale appena passato un ponticello affacciato su un esile corso d’acqua, e si passeggia beati tra i segni di cartapesta (Hollywood è a un passo) della cosiddetta religiosità. A Montecitorio ci sarà spazio, così promettono, anche per gli atei. Una cappella per credenti che rinunciano alla rivelazione e atei che abbracciano la devozione meditativa? Troppa grazia, Sant’Antonio. Non era questo che intendevamo quando abbiamo sposato la battaglia per affermare laicamente un ruolo pubblico della fede. Che vorrà dire, questa esplosione di spiritualità psicologica, fuori dalla storia, che impegna il monaco ciarliero dell’ascolto e ora tutto il ceto politico? Forse è benevolenza universale in un’epoca di guerre di civiltà e di religione. Un confondersi per amarsi, sulla scia dell’ideologia della beat generation con le sue ritualità e astrazioni meditative yoga e zen. Forse è un modo di lucidare la neutralità ideologica delle istituzioni parlamentari d’occidente, questo dotarle di una saletta multireligiosa come certi aeroporti: la Camera come luogo di passaggio e non come costruzione civile, spazio di un insediamento, sostanza culturale e nazionale nutrita di radici profonde. Probabilmente, la ragione per cui è pensabile, questa cappella di tutti gli dei e dell’unico dio, ha qualcosa a che fare con il rifiuto della storia, che è il vero marchio ideologico del tempo. La religione dei padri è un concetto ormai incomprensibile, naturalmente incomprensibile, alla classe dirigente educata nell’indifferentismo e nel relativismo. Il filosofo Benedetto Croce risolveva invece tutto nella storia, e per questo da laico professante, che meditava nella sua biblioteca, non poteva non dirsi cristiano. Espunto quel dettaglio, ciò che siamo e saremo in relazione a quel che siamo stati, occorre meditare in modo solitario, di bel nuovo, azzerando ogni mandato di chi è venuto prima, considerando superflua la tradizione vivente, seppellendola come gretto spirito identitario e dogmatismo. È la incarnazione, quello spazio architettonico destinato infallibilmente ad essere nudo e brutto nella sua superbia rigenerativa, nel suo erigersi in mezzo al vuoto e per mezzo del vuoto, della famosa frase che dice: cessato che si abbia di credere in Dio, non è che si creda in niente, si crede a tutto. Niente polemiche appassionate, ovviamente. Sarà una località esotica e poco frequentata per tutti, la chiesetta dell’individualismo religioso. L’onorevole Khaled Fouad Allam preferirà sempre la bellezza delle moschee, il ministro valdese Paolo Ferrero troverà più interessante cantare con i suoi pastori, i deputati cattolici hanno a due passi la chiesa di Sant’Agostino e la Biblioteca Angelica, per meditare e leggere, e agli atei restano pur sempre i libri di Piergiorgio Odifreddi per consolarsi. E poi anche al Bundestag, dicono, c’è una roba del genere, e noi siamo o non siamo europei militanti, siamo o non siamo nella eurozona? Spero soltanto che all’inaugurazione di questa cripta delle rivelazioni incrociate, che presumo assai meditativa, invitino il monaco auricolare e non monsignor Rino Fisichella, Rettore della lateranense e docente di apologetica cristiana. Così, per una questione di congruità e di logica. A ciascuno il suo clero.

 

LA NUOVA

Pag 1 Queste non sono solo canzonette di Marino Niola

 

Questa volta Sanremo non è stato solo canzonette. Sull’onda della musica i grandi temi del disagio e della sofferenza hanno occupato la ribalta del Festival. L’edizione 2007 ha visto il trionfo di Simone Cristicchi che con «Ti regalerò una rosa» ha conquistato prima la critica e poi il pubblico con una canzone che tratta con grazia e delicatezza il dramma della malattia mentale. E se si aggiunge la vittoria di Fabrizio Moro nella categoria Giovani con «Pensa», un motivo dedicato alla memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, si ha la sensazione confortante che in giro ci sia più sensibilità di quanto noi stessi non pensiamo e che perfino a Sanremo il cuore non serve sempre e solo a far rima con amore. Quest’anno il nostro muscolo più nobile ha battuto per una causa sociale alta e forte. Realizzando l’auspicio di Renzo Arbore, esperto uomo di spettacolo e persona di grande sensibilità, che dopo la vittoria di Moro si era augurato quella di Cristicchi. Sarebbe una bella accoppiata, aveva detto il popolare showman. È andata proprio così. Ed è stato un bel finale per il Festival che, partito come sempre in maniera deludente, si è riscattato con questa conclusione edificante. Qualcuno dirà che è tutto merito della musica facile e orecchiabile, e che lo stile sanremese veicola una commozione leggera e di superficie. Ma è vero piuttosto il contrario. E cioè che un tema doloroso come il disagio mentale, che tocca un nervo scoperto della nostra società, riaffiora e ridiventa discorso pubblico proprio attraverso un mezzo apparentemente frivolo come la canzone. E il trionfo popolare decretato a Simone Cristicchi dal televoto testimonia quanto il problema sia sentito. Anche se sottotraccia, rimosso, coperto da un velo fatto di paura, mista a diffidenza, dei sani. E della sofferenza, mista a vergogna, dei malati e delle loro famiglie. Insomma una questione dolorosa e controversa, anche sul piano scientifico, di cui non si discute come e quanto si dovrebbe. O che viene liquidata in maniera crudele come quando si parla con troppa superficialità delle conseguenze della legge 180, la cosiddetta legge Basaglia. Che avrebbe la grave colpa di aver aperto i manicomi senza creare le condizioni per conciliare i diritti dei malati e la sicurezza dei sani. Laddove le responsabilità maggiori sono quelle di chi, nel silenzio e nella distrazione dei più, ha tradito lo spirito della 180, svuotandola dall’interno. Col risultato di lasciare sempre più soli i malati e le loro famiglie. Trasformando, insomma, le vittime in colpevoli. Tutto questo ha fatto dei «matti» dei punti di domanda senza frase, come dice la canzone di Simone Cristicchi. Immagini viventi di un dolore che spesso non ha nome né riconoscimento, di una solitudine che in molti casi è la vera malattia da curare. Del resto lo stesso termine «malato di mente», sulla bocca di noi sani, suona come una domanda che crede di essere una risposta. Un modo per liquidare un problema. Onore dunque ai vincitori del Festival, perché hanno mostrato che spesso un motivetto leggero arriva a toccare profondamente il cuore della gente più di tanti discorsi, seriosi nella forma e farisaici nella sostanza. Non sempre le canzoni sono solo canzonette.

 

CORRIERE DELLA SERA di domenica 4 marzo 2007

Pag 1 Per un’Europa senza complessi di Mario Monti

Il ruolo della Germania e dell’italia

 

Giovedì si riunirà il Consiglio europeo, presieduto dal Cancelliere Merkel. I capi di governo, oltre a prendere decisioni per lo sviluppo economico europeo, entreranno in un trimestre di particolare importanza per l'Europa. Dopo il grave disorientamento degli ultimi due anni, l'Unione Europea rifletterà sul proprio passato, ricordando il 25 marzo i cinquant'anni del Trattato di Roma. Soprattutto porrà le basi del proprio futuro, delineando nel Consiglio europeo di giugno un percorso che porti entro il 2008 ad un accordo sulla struttura istituzionale dell'Unione. Così i cittadini europei, chiamati nel giugno 2009 ad eleggere il Parlamento europeo, saprebbero per quale Europa vanno a votare. Questo arduo trimestre potrà avvalersi di alcune circostanze favorevoli. Alla presidenza è la Germania: il maggiore Stato membro; tornato ad una buona situazione economica e di fiducia in se stesso; intenzionato a riprendere il suo ruolo tradizionale di spinta nella costruzione europea, dopo anni in cui aveva addossato all'Europa le «colpe» delle sue difficoltà interne; con un capo di governo autorevole, forte di una grande coalizione omogenea sulla politica estera, e che contemporaneamente presiede il G8 e può quindi coordinare l'agenda globale e quella europea. Date le incertezze sulle elezioni francesi e sul tasso di «europeismo» della Gran Bretagna post-Blair, è soprattutto dall'Italia che la presidenza tedesca si aspetta un forte aiuto. Con un presidente del Consiglio, un ministro degli Esteri, un ministro dell'Economia e altri ministri che sono stati guida o membri autorevoli di istituzioni comunitarie; con una visione dell'Europa vicina a quella della Germania; con il ruolo assegnato all'Italia nella preparazione della dichiarazione da adottare a Berlino il 25 marzo, il nostro Paese potrà dare un apporto decisivo. Sempre che la politica interna non offra all'Europa occasioni, come nelle ultime settimane, per guardare a Roma con divertita ironia, più che per recepirne orientamenti e prese di posizione risolutive al tavolo comunitario. Ma forse l'appoggio maggiore ad una ritrovata fiducia e ad una ripresa di vigore nella costruzione europea lo dà oggi, involontariamente, il maggiore Stato non membro, gli Stati Uniti. Tutti ricordano l'insofferenza verso la Ue che, soprattutto tra il 2001 e il 2005, veniva espressa dall'Amministrazione Bush e dall'integralismo neoconservatore americano. E ancora tutti ricordano quei politici e intellettuali europei che, avendo sempre sentito la Ue come cosa estranea, trovarono allora il coraggio di attaccarla, dietro lo scudo delle critiche americane. L'Europa era «Venere», l'America era «Marte». L'Europa insisteva sullo sterile multilateralismo del passato; il futuro era l'unilateralismo del più forte, che è anche il più buono in quanto investito della missione superiore di imporre il «bene» — i valori del civilized world — sul «male» (che andava ben al di là del terrorismo). L'Europa, poi, perdeva tempo — e competitività — nel preoccuparsi troppo dei rischi ambientali e del cambiamento climatico, mentre l'America aveva una visione più ottimistica e una politica energetica più audace. Intendiamoci: le critiche americane non erano sempre infondate; l'Europa deve certo assumersi più responsabilità nella difesa. E sarebbe grave se l'Europa appannasse l'amicizia con gli Stati Uniti e dimenticasse di dovere a quel Paese una storica riconoscenza. Tuttavia, l'Europa può togliersi oggi qualche complesso e ridurre le autoflagellazioni in cui ama crogiolarsi. Nell'ultimo anno, negli Stati Uniti sono prevalse sempre più le posizioni in favore del multilateralismo, presso i Democratici (peraltro — il che è preoccupante — più inclini al protezionismo in campo commerciale), ma anche nella stessa Amministrazione Bush. In materia energetica e ambientale, a Washington si stanno studiando avidamente le politiche avviate dall'Unione Europea e che il Consiglio europeo di giovedì cercherà di rafforzare. Insomma, pur operando in un contesto più arretrato e per certi aspetti paralizzante, l'Unione europea a volte riesce ad evitare errori che altri compiono e ad esercitare una leadership. Un'Europa senza complessi è un partner essenziale per gli Stati Uniti. Fa bene Angela Merkel a proporre, per il vertice Usa-Ue del 30 aprile, il lancio di una «nuova partnership economica transatlantica». È essenziale che l'Europa ammoderni le sue istituzioni anche per permetterle di esercitare efficacemente il ruolo internazionale che le compete. A questo fine, un accordo sul nuovo trattato è di importanza vitale. Speriamo che la Germania riesca a riavviare il processo. Speriamo che l'Italia possa aiutarla.

 

Pag 33 Se la Chiesa parla e la politica ascolta in silenzio (lettere al Corriere)

 

In suo saggio lei sostiene che negli anni '70 le forze conservatrici rappresentate dalla Dc furono costrette a compromessi di fronte alle iniziative dei movimenti per i diritti civili e che l'Italia di allora era più laica. Essendo oggi venuto a mancare il partito di riferimento dei cattolici, i credenti rispondono individualmente alle indicazioni della Chiesa, alla quale non si può disconoscere il diritto di esercitare in piena libertà il proprio magistero spirituale. Non era ciò che la società laica auspicava negli anni '70?              (lettera di Pietro Nemo)

 

Risponde Sergio Romano: Caro Nemo, le relazioni fra lo Stato e la Chiesa negli anni Settanta sono difficilmente confrontabili con quelle di altri periodi della storia italiana. Per più di un decennio, dopo l'inizio delle grandi agitazioni studentesche e sindacali, tutti i governi italiani dovettero fare fronte a una straordinaria ondata di nuove richieste. La ricostruzione del dopoguerra, la maggiore prosperità, l'emigrazione interna e l'esplosione della popolazione universitaria avevano creato nuovi ceti sociali, impazientemente decisi a modificare le vecchie regole della «società borghese». Il detonatore dei moti studenteschi a Berlino, Roma, Torino, Parigi creò in Italia un fronte ribelle dove si agitavano confusamente i problemi della sessualità, della rappresentanza politica, della giustizia sociale, dell'ambiente e dei rapporti fra uomo e donna, con una gamma di posizioni che andavano dalle battaglie civili per alcune grandi riforme (divorzio, aborto) alle lotte del «partito armato». La Democrazia cristiana cercò di resistere alle richieste che maggiormente si scontravano con i principi della Chiesa e lo dimostrò, tra l'altro, promuovendo i due referendum abrogativi sul divorzio e l'aborto. Ma dovette scegliere, in ultima analisi, fra il rifiuto delle riforme e la conservazione del potere; e scelse beninteso la conservazione del potere. Anche la Chiesa, d'altro canto, stava facendo, dopo il Concilio Vaticano Secondo, il suo «sessantotto» e non sarebbe stata in condizione di dare battaglia nello stile che il cardinale Ruini ha adottato in questi anni. Anche la scomparsa della Dc ha avuto una certa influenza sullo stile della Chiesa. Occorre ricordare, caro Nemo, che l'esistenza di un partito cattolico ha sempre suscitato nella Curia romana sentimenti contrastanti. Vi erano coloro, come Papa Montini, che lo vedevano con favore e speravano che avrebbe contribuito a rendere l'Italia più cristiana. Ma vi erano altresì quelli che ne diffidavano perché temevano che il partito limitasse la libertà della Chiesa coinvolgendola nelle beghe quotidiane della politica italiana. Quando la Dc uscì definitivamente di scena, questi ultimi ne furono contenti. Pensavano che la Chiesa, da quel momento, non avrebbe più dovuto preoccuparsi delle esigenze temporali del suo «figlioccio» e avrebbe potuto agire nella società italiana con maggiore libertà. Anche i liberali, beninteso, preferiscono un'Italia in cui la Chiesa non dispone di un partito confessionale, e non hanno alcuna intenzione di impedirle di esprimersi liberamente con tutti gli argomenti di cui intende servirsi. Ma vorrebbero che di fronte a questa libertà della Chiesa vi fosse una classe politica capace di rivendicare con forza i propri diritti, le proprie responsabilità e la propria autonomia. Quello che spiace ai liberali, in altre parole, non è che la Chiesa parli ad alta voce, ma il fatto che tanti uomini politici italiani, quando la Chiesa parla, chinino il capo in silenzio.

 

Pag 41 Vince Cristicchi di Mario Luzzatto Fegiz

Con il rap sui malati di mente batte Al Bano e Mazzocchetti. Battibecchi tra platea e giuria

 

Sanremo — Simone Cristicchi con «Ti regalerò una rosa», una sorta di soft rap ispirato alla condizione dei malati di mente e in generale al tema della follia, ha vinto il 57˚Festival di Sanremo. E si è aggiudicato anche il premio della critica «Mia Martini» della gara canora cominciata con un duetto fra Mike Bongiorno e Pippo Baudo, che hanno accennato «La coppia più bella del mondo». Al secondo posto della classifica Al Bano con «Nel perdono», terzo Piero Mazzocchetti con «Schiavo d'amore». Due anime di Sanremo si sono ritrovate sul podio: quella che premia per la prima volta nella storia del festival un rap di impegno civile e quella che comunque è attaccata alla tradizione del bel canto all'italiana. Molti nomi illustri sono rimasti esclusi dai primi dieci classificati (degli altri 10 non viene data la graduatoria): Nada, Milva, Dorelli, Paolo Rossi, Concato; mentre il decimo posto di Antonella Ruggero e il settimo di Tosca sono sicuramente il risultato della grandine di «10» arrivati dalla giuria di qualità, che pure è stata a più riprese contestata dal pubblico in sala. La graduatoria dal quarto al decimo posto vede Daniele Silvestri, mango, Meneguzzi, Tosca, Facchinetti family, Zero Assoluto, Antonella Ruggero. Cominciava l'eclisse totale di Luna mentre all'Ariston Nada cantava «Luna in piena». Il primo evento è destinato a ripetersi nel 2029, il secondo probabilmente mai. Perché ormai Nada è tipo da jazz e ha sempre snobbato questa ribalta verso la quale anche un'altra colta come lei, la Ruggiero, mostra un certo ribrezzo. È stato il festival delle canzoni colteintelligenti raffinate-sociali. Si è sentita la mancanza di canzoni allegramente cretine al punto che molti si sono attaccati all'unico faro della demenzialità costituito da Momo e dalla sua «Fondanela», non trovando sufficiente la carica di amena follia presente nella «Paranza» di Daniele Silvestri. La passerella finale dei venti big è stata una composita esplosione di impegno musicale o sociale: le contraddizioni dell'Italia con Paolo Rossi, i drammi creati dalla New economy nella rarefatta «Oltre il giardino» di Concato. E che dire dell'esplosione bandistica di Tosca con un testo detto così in fretta che fors in un mesetto uno lo impara. Al Bano ha avuto uno dei testi migliori della sua carriera sui concetti di pace e perdono. E poi camei musicali come quelli di Amalia Grè e Dorelli. Questo affollamento di brani particolari non ha messo in ombra quelli a struttura normale: come quelle di Zero Assoluto (9˚),Mango (5˚),Facchinetti Family (8˚), Mazzocchetti (3˚) e Meneguzzi (6˚). I «big», cui era stata evitata l'eliminatoria e la classifica provvisoria dei voti, si sono trovati davanti alla gogna delle giurie di qualità spesso contestate dal pubblico. Discorso a parte per gli ospiti musicali. A Joss Stone — scalza come Sandie Shaw negli Anni '60 — è difficile trovare un difetto: è bella brava, simpatica intelligente, giovane e canta benissimo. Disponibile, alle prove ha chiesto al pubblico di suggerirle una cover da eseguire. Qualcuno ha gridato «Respect» e lei ha detto «ok» aggiungendo: «Non riuscirò mai ad eseguirla come Aretha Franklin». Trascinante anche la novità inglese Mika con una canzone davvero forte come «Grace Kelly».

 

LA REPUBBLICA di domenica 4 marzo 2007

Pag 47 L’importanza del dialogo tra atei e credenti di Orlando Franceschelli

 

Caro Direttore, da tempo ormai il protagonismo anche politico dei massimi rappresentanti della Chiesa cattolica ci ha abituati ad una parodia denigratoria della coscienza moderna emancipata dalla fede. E perciò portatrice, a sentire lo stesso Benedetto XVI (5 novembre 2006), soltanto di angoscia, disperazione, «nichilismo paralizzante e sterile». Nonché incapace di immettere nella società valori etici che possano “garantire una convivenza degna dell’uomo». Al cospetto di tanto furore neointegralista, non può che colpire positivamente l’invito del priore Enzo Bianchi, sul suo giornale, ad evitare al nostro paese una deriva di “derisione e disprezzo reciproco» tra credenti e non credenti. Senza trascurare neppure la possibilità di un “dialogo convinto, rispettoso, capace di essere anche fecondo». Ad una simile pedagogia della laicità possono essere interessati anche g li uomini e le donne che alla loro vita e alla loro morte guardano non più come ad una creazione voluta da Dio, bensì come all’effetto di processi evolutivi soltanto naturali. Il naturalismo sa educare anche ad una simile, umana capacità di parlarsi, evocata dallo stesso padre Bianchi. Ad una condizione, però: che il confronto non risulti né asimmetrico, né svilito a vuota metodologia. O peggio a paralisi interiore ed etico-politica. Una condizione che può essere soddisfatta, per i naturalisti, mediante la rinuncia ad ogni fallace pretesa di dimostrazioni più o meno sperimentali dell’inesistenza di Dio. Ma quanti, in realtà, sostengono un simile naturalismo rozza-mente scientista? Nel suo recente L’illusione di Dio, lo ha rifiutato anche Richard Dawkins, pur così determinato nella proposta del suo ateismo ed efficace nella denuncia di ogni fideismo acritico. Anch’egli, in definitiva, si è rivolto con rispetto e favore ad una «teologia pensosa» e perciò possibile alleata dello stesso evoluzionismo darwiniano contro le odierne teorie fondamentaliste del Disegno Intelligente. Un dialogo autentico richiede ai credenti nella creazione quanto meno il riconoscimento della plausibilità scientifica e filosofica dell’evento epocale cui è approdato tutto il confronto-scontro fra modernità e tradizione teologica platonico-cristiana: il passaggio dalla prospettiva della creaturalità a quella della naturalità di mondo e uomo. Solo un simile, esplicito riconoscimento può contrastare l’antimoderna teologia della rivincita adottata da numerosi esponenti della stessa gerarchia cattolica. Interessati soltanto ad attaccare come mito scientista o ideologia polemica e nichilistica quella che Enzo Bianchi chiama “la spiritualità degli atei». Di più: a riservare pretestuosamerite al naturalismo postcreazionistico l’accusa più subdola e antidialogica: l’essere addirittura incapace di cogliere la vera natura e dignità dell’uomo. Quella che solo la fede nel dogma della creazione sarebbe in grado di dischiudere. Ovviamente, rimuovere simili macerie neofondamentaliste aiuterebbe a ricostituire un clima di civile confronto tra protagonisti adulti della sfera pubblica del nostro paese. Ma anche in vista di un dialogo costruttivo, ad un naturalismo emancipato da ogni polemica ideologica con l’esperienza della fede compete innanzitutto assolvere al proprio compito: coltivare il frutto più auspicabile cui può educarci una concezione del tutto naturale dell’uomo: una saggezza sobria e solidale. Radicalmente terrena. Sorretta unicamente dalle umanissime virtù della scienza e della scepsi filosofica. Eppure tutt’altro che sterile o destinata a precipitarci nell‘angoscia esistenziale, nel nichilismo etico. E ancor meno nella riduzione dell’uomo a mero oggetto di dinamiche mercantili o di bio-potere. Questo, in realtà, è il naufragio cui la coscienza moderna che ha imparato a fare a meno “dell’ipotesi di lavoro: Dio» viene condannata dalle teologie e dalle chiese incapaci di dialogare con essa.

 

IL MESSAGGERO di domenica 4 marzo 2007

Pag 1 L’Italia, gli Stati Uniti e la ricerca delle vie della pace di Ennio Di Nolfo

 

Sino al voto di fiducia del Senato, sui dodici punti della sintesi programmatica proposta da Romano Prodi, era obiettivamente impossibile affermare che la presenza militare italiana in Afghanistan sarebbe continuata nelle sue forme attuali. Inoltre, sebbene sia stato più volte dichiarato che il contributo italiano allo sforzo comune è circoscritto nell’ambito di operazioni di pace, era ed è evidente che su ciò pendono le incertezze derivanti dalla situazione sul campo. Che cosa accadrebbe infatti se le forze italiane fossero attaccate da reparti della guerriglia? Si può con certezza affermare che subirebbero un attacco senza reagire? E quale significato politico acquisterebbe tale reazione? Data questa premessa, a suo modo rassicurante, cioè acquisito il voto del Parlamento, il ministro degli Esteri recupera un notevole margine di libertà d’azione sia per quanto riguarda le proiezioni interne delle scelte del governo sia per quanto concerne la loro portata internazionale. Può quindi toccare con relativa tranquillità e in maniera piuttosto netta temi che prima venivano quasi sottaciuti o comunque non erano volutamente messi in evidenza. E’ abbastanza chiaro che esistono nel modo italiano e in quello americano di amministrare la giustizia, e specialmente la giustizia militare, profonde differenze. Questo spiega certi momenti di frizione, anche se non sempre li giustifica. La forte sottolineatura voluta dai responsabili americani del loro rifiuto aprioristico di accettare la richiesta del tribunale di Milano per la consegna degli agenti della Cia coinvolti nella vicenda del sequestro di Abu Omar costituisce una sfida non necessaria. Non necessaria perché formulata prima addirittura che il ministro italiano della Giustizia inoltri ufficialmente la richiesta dei giudici italiani. Così si lascia trasparire l’irritazione per il fatto che l’inchiesta italiana ha reso pubblici nomi di agenti prima sconosciuti rispetto a una vicenda che riguarda un punto non ben chiarito nemmeno in Italia: quanto il segreto di stato debba prevalere sull’amministrazione della giustizia. Bisogna tener conto dei due aspetti citati (cioè il voto del parlamento e le frizioni sul piano giuridico) per inquadrare in modo appropriato le ragioni che hanno portato il ministro D’Alema (ma anche il segretario diessino, Piero Fassino) a esprimersi in modo che definire “incisivo” è ancora usare espressioni diplomatiche. Il modo potrebbe essere definito infatti anche come “corrosivo”. Dire che il comportamento statunitense in relazione all’uccisione di Nicola Calipari, nel momento conclusivo del sequestro iracheno di Giuliana Sgrena, non risponde alla “domanda di verità” proveniente dall’Italia e affermare che si è trattato di “un’occasione perduta da parte americana” per fare piena giustizia, significa assumere una posizione polemica dura. Aggiungere il parallelo con il caso del Cermis (tutto svoltosi però all’interno del territorio atlantico), nel quale gli Stati Uniti si assunsero la responsabilità del risarcimento e, pur senza consegnare alla giustizia italiana i protagonisti dell’azione “colposa”, ne ammisero la responsabilità, è quasi come gettare sale su una ferita aperta. Se poi si aggiunge che, in sede diversa, cioè in un messaggio ai famigliari dell’agente del Sismi ucciso due anni fa, l’on. Fassino definisce l’episodio come un “assassinio” di chi compiva il proprio dovere e ribadisce la richiesta di una piena ricostruzione della verità dei fatti e della punizione dei responsabili, si comprende che per il maggior partito al governo in Italia e, verosimilmente, per molti altri italiani, la questione resta irrisolta. La polemica si aggiunge ai non pochi momenti critici che le relazioni fra Italia e Stati Uniti stanno attraversando e contribuisce a acuire la tensione. Se ci si chiedono le motivazioni di questa ruvidezza è forse possibile rispondere che esse rispecchiano la necessità dei massimi dirigenti diessini di recuperare consensi nella loro base certo poco compiaciuta da scelte troppo spiccatamente adagiate nel contesto atlantico. Più realisticamente e sul piano politico-diplomatico esse rendono manifesta la volontà di D’Alema di far intendere agli alleati americani che le tesi assunte dal presidente del Consiglio non sono frutto di un’adesione acritica alla coesione dell’alleanza ma esprimono un’adesione che deve essere accompagnata da continui richiami al senso della misura e al bisogno di cercare le vie della pace più che quelle dello scontro. Si può discutere se questo approccio piuttosto abrasivo sia anche il più efficace. Ma non si può negare che D’Alema avesse dalla sua motivazioni importanti per pronunciare le sue affermazioni.

 

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AVVENIRE di domenica 4 marzo 2007

Pag VI Principia. Per una riscoperta delle basi etiche di Francesco Ognibene

Intervista a Vittorino Andreoli: esce la sua raccolta delle puntate firmate su Avvenire dallo psichiatra veronese

 

Quarantotto tappe, un anno di appuntamenti domenicali nella doppia pagina centrale di Avvenire ne hanno fatto per tanti un'oasi di lettura e meditazione, per altri un'occasione d'incontro più episodico ma sempre pungolante. La nave dei «Principia» di Vittorino Andreoli ha appena calato la vela, e già arriva in libreria la raccolta integrale dei testi (Principia. La caduta delle certezze, Bur, 672 pagine, 12,50 euro) in un'edizione compatta e «alla portata di tutte le tasche, come ho chiesto all'editore», chiosa il grande psichiatra.

Professore, il volume documenta a caldo uno straordinario viaggio collettivo. Cosa le resta di tanto camminare?

«Anzitutto il legame con i lettori di Avvenire. Ho scoperto quanti tra loro vivono il giornale come uno spazio nel quale è possibile stabilire relazioni, dove si trasmettono sentimenti e non solo notizie. L'esperienza che Avvenire mi ha consentito di fare è unica, persino un po' folle: per un anno intero, ogni domenica, ho intrattenuto la gente con i miei pensieri, la mia ricerca, i miei dubbi e affanni. Sia per il così lungo periodo sia per la loro singolare fisionomia intellettuale - i lettori di Avvenire non leggono solo i titoli ma "scavano" nel giornale - credo di aver intrecciato un rapporto con molti. Lo vedo nelle numerose lettere di affetto che ho ricevuto, da molti mi sono sentito capito non tanto nelle mie cose professorali quanto in tutto ciò che soggiace a questo lungo viaggio. E che è proprio ciò che volevo comunicare».

Rispetto ai suoi precedenti cicli di articoli ha colto qualcosa di nuovo nel modo in cui i lettori la seguono?

«Mi sono sentito "di casa". Quando si entra come ospiti in un'abitazione si può venire inizialmente guardati con curiosità, circospezione se non con sospetto. Stavolta la sensazione è stata quella di chi torna in una dimora che sente un po' anche propria e viene accolto così com'è, senza marcare differenze o distanze, anche con un senso di indulgenza verso difetti e manchevolezze che pure ci sono. Proprio come uno di famiglia che si ascolta e col quale si parla con franchezza, tra assensi, richieste di approfondimento e - com'è giusto che sia - qualche critica».

La scelta della caduta dei princìpi nella nostra civiltà come baricentro del suo itinerario le sembra abbia toccato un nervo scoperto?

«Il tema dei "Principia" s'è confermato di grande impatto, capace di smuovere molti persino all'interno del mondo cattolico, che di princìpi certo non è privo... È la conferma che il tema ha una formidabile attualità: parlarne e approfondirlo credo sia un'esigenza anche di chi di princìpi vive. Ho toccato con mano quel concetto che i grandi credenti ripetono: la fede non è uno status ma qualcosa che si cerca e si scopre ogni giorno. Lo stesso vale per il principio, che non consiste in una somma di norme pronte all'uso ma che va vissuto ed esige una revisione quotidiana».

A meta raggiunta, le ragioni del viaggio le sembrano ancora intatte? Oggi ripartirebbe, come un anno fa, lungo la stessa pista?

«Vorrei essere sincero fino in fondo. Ho guardato una società che ha perso i princìpi, e che di essi ha un gran bisogno. Ho anche ammesso che i princìpi possono venire scoperti, che cioè non necessariamente si trovano solo nel passato. Ma confesso che dovevo fare anche un grande viaggio molto personale dentro di me, continuato in tutte queste domeniche. Il problema di quale senso e quale futuro darsi mi affascina e, ancor di più, mi angoscia. Ho parlato dei princìpi perché ognuno di noi ne ha necessità, deve scoprirli, osservare con attenzione quali si trovano nel bagaglio dei propri compagni di viaggio. Ho compiuto un'esplorazione all'interno della società e, insieme, dentro un piccolo uomo che deve continuare a viaggiare sul filo dei propri interrogativi. Lo può fare sino al punto di chiedersi se una persona - ammettendo i propri limiti e la voglia di cercare, e pensando di non essere arrivato sui lidi che altri hanno raggiunto - in fondo non possa essere compresa e forse persino ben accolta da quel Dio che non ha ancora trovato».

Alla vigilia della partenza, nel gennaio 2006, lei disse che le sarebbe bastato rendere familiare a tanti il concetto stesso di "principio", ormai passato di moda. Com'è andata?

«Credo che oggi se ne parli di più rispetto a un anno fa. Non c'è giornale, anche dichiaratamente laico, nel quale non si menzionino princìpi. Ho capito che essi sono il punto di contatto per avvicinare credenti e non credenti. Attorno alla tavola dei princìpi ci si può trovare tutti seduti senza barricate e trincee. Sì, forse abbiamo contribuito a dare un po' di ossigeno a questo grande tema».

Se i princìpi sembrano il principale antidoto al relativismo, qualcuno potrebbe obiettare che ciascuno è libero di metterne sul tavolo la propria personalissima tavolozza. E saremmo daccapo...

«No, guardi che sui princìpi non si può imbrogliare. Il mondo è fatto di convenzioni, leggi, affermazioni: su tutto questo si può discutere, può valere una cosa e il suo contrario. Ma quando si parla di princìpi non si può mercanteggiare, perché sono ciò che dà senso a tutto. Li si potrà cercare, oppure si chiederà come l'altro è arrivato ai propri, ma non ci si può giocare. Mai in un anno di paginate domenicali ho dovuto registrare una battuta di sufficienza o insofferenza, a conferma del fatto che i princìpi hanno un alone di sacralità indipendentemente dalla radice culturale di ciascuno. Sono la base per oltrepassare ogni vincolo di parte».

Forse allora stiamo assistendo all'alba di un desiderio di ricostruire i princìpi disgregati?

«Sì, proprio perché li si vede ridotti in pezzi. La consapevolezza di quanto sia necessaria una casa costruita prende corpo davanti alle macerie dell'edificio in cui si dovrebbe abitare. Attenzione però: è bene partire proprio dalla coscienza delle macerie, e a poco a poco scoprire quel pilastro rimasto in piedi, poi quell'altro non ridotto così male... Poco prima di iniziare la nostra avventura su lle pagine domenicali di Agorà, esternai la mia preoccupazione che i lettori potessero avere come una ripulsa verso qualcuno che gli poneva davanti agli occhi un catalogo di princìpi malconci o devastati: temevo che, persuasi del fatto che i punti fermi non possano che restar tali, non mi avrebbero seguito. Ebbene: non è stato così, mi sono sbagliato. Molti hanno gradito questo lungo viaggio perché hanno seguito quello che gli andavo dicendo usandolo come uno specchio per confrontare i loro princìpi, e non perché non ne avessero».

Princìpi caduti, una storia cosparsa di rottami: qualcuno ha trovato la sua analisi troppo pessimista. Cosa risponde?

«Che hanno ragione: sono un pessimista, ma un tipo di pessimista "attivo". Non sono d'accordo con la rassegnazione meccanicistica di chi prende atto del volgere delle cose e attende gli sviluppi, quasi disinteressato a quel che succede. Io invece sono un pessimista che vuol capire, e corre. Non mi piace l'ottimismo da poltrona».

Il gran parlare di vita e famiglia sta ri-abituando la gente a ragionare in termini di princìpi?

«Certamente. Mai come negli ultimi mesi, proprio mentre si andava dipanando il mio impegno domenicale, Avvenire ha parlato di princìpi a proposito dell'attualità, dentro un Paese che pare voler tutto flessibile. Ho visto un giornale che accetta di discutere su tutto ma non cede mai sui princìpi. Una presa di posizione forte, nella quale l'urgenza dei punti fermi è diventata quasi "normativa", un messaggio implicito a chi legge il giornale. La gente ha bisogno di questo».

Un anno fa ci disse che aveva pensato i suoi scritti settimanali anzitutto per le figure educative. Ora che queste hanno ripreso confidenza con la categoria dei princìpi, cosa gli direbbe di quel che li attende nel terreno che devono coltivare?

«Occorre che i princìpi divengano per loro un punto di riferimento fermo. Una volta al termine di storie dolci o cruente si parlava di "morale della favola": era un modo per riportare quella narrazione a un senso. Se non si allestisce questa "morale" ogni racconto resta privo di significato, visto che non si capisce da quali princìpi sia stato informato. È questo il terreno da lavorare: occorre riconoscere a cosa va riferito ciò che si sente o si sperimenta, condizione per dargli un significato. Diversamente avremo, come oggi, una società di gente iper-informata che non sa però mettere insieme ciò che acquisisce, e non ne possiede mai il senso. I princìpi sono strumenti per vivere, pilastri per stare in piedi in questo mondo, gli specchi nei quali riflettere la realtà cercando di capirla».

Una domanda s'impone, per concludere: ha in animo nuovi viaggi?

«Un giornale non è carta né le copie che diffonde, ma i suoi lettori. E io dei lettori di Avvenire ho già grande nostalgia... Sento con loro un vincolo affettivo. Dove trovo gente che dice di pregare per me, in un mondo nel quale la gente pare far le cose solo quando ne ricava un vantaggio? Mai ho sentito un legame e una libertà simili. Ora però devo guardare ai progetti dentro di me: sono ancora pieno di dubbi, molto in ricerca. Nel lungo viaggio dei princìpi mi sono portato dietro tante persone. Forse è giunto il momento di mettermi a seguire gli altri».

 

IL GAZZETTINO di domenica 4 marzo 2007

Pag 1 Le paure di un premier sotto esame di Alberto Sensini

 

Rinfrancato dallo scampato pericolo della crisi riacciuffata in Senato per la coda, Prodi ha lanciato ieri un avvertimento e un invito. Il primo era rivolto ai suoi alleati ai quali ha raccomandato di piantarla con i «giochi e giochini» delle ultime settimane. Il secondo era indirizzato ai suoi avversari con l'apertura sulla riforma elettorale che, sia pur controvoglia, è stata messa all'ordine del giorno sotto un'esplicita richiesta del Capo dello Stato. L'avvertimento agli irrequieti compagni di strada non è certo superfluo. Il premier sa benissimo che a metà mese si ripresenterà in Parlamento la questione Afghanistan e teme di incappare in una Idi di marzo che gli sarebbe fatale . È vero che il centrodestra voterà a favore, ma un governo che in Senato non riesce a far passare con i suoi soli voti una legge importante di politica estera e di difesa, diventa un'anatra zoppa. Senza contare che i Dico - il disegno di legge sulle coppie di fatto, espulso alla svelta dall'elenco delle dodici priorità - restano pur sempre sullo scontro con tutte le conseguenze del caso: e cioè la spaccatura fra le stesse forze che compongono il governo. Insomma anche con tutta la buona volontà di evitare «giochi e giochini» è lo stesso programma di governo, sia pur asciugato e rinsecchito attraverso il dodecalogo, che ripresenta come è stato scritto autorevolmente un «percorso minato». Giusto, anzi sacrosanto, l'invito agli alleati a marciare compatti. Anche se, a ben vedere, è almeno curioso che il presidente del Consiglio che indica solo a se stesso le decisioni finali - come dice il punto 12 del dodecalogo - debba poi raccomandarsi con toni che sono più da padre di famiglia preoccupato che non da premier duro e puro. Eccoci al secondo punto, l'apertura sulla riforma elettorale cui il ministro Chiti ha aggiunto l'idea (o meglio l'ideuzza) di un comitato parlamentare a guida della Casa della Libertà, come luogo di dibattito sul modello da sottoporre poi al plenum delle due assemblee. È inutile oggi stare astrologare su quel che vogliono effettivamente i partiti in materia: ogni giorno che Dio manda in terra si leggono proposte, allusioni, ammiccamenti diversi, indicazioni di modelli stranieri tali da far venire il capogiro. Forse è più produttivo ricordare ai nostri beneamati parlamentari quello che la maggior parte degli elettori vorrebbe da una riforma della legge. Ci proviamo? Ecco, in sintesi, quel che a parere di chi vota (e non di chi è votato, che ha tutt'altri interessi) sarebbe necessario.Uno. Una legge che riduca con buona pace di Mastella il numero dei partiti. Napolitano nell'ultima crisi ne ha consultati diciannove. Non è assurdo?Due. Un meccanismo semplice che ridia agli elettori il potere di scegliersi senatore e deputato che più gli aggradano. Oggi non è così. Le liste sono prefabbricate e i nostri rappresentanti - caso unico nelle democrazie parlamentari ma consueto nelle finte democrazie alla cinese, per esempio - vengono nominati dalle oligarchie di partito, non già scelti dal popolo. Tre. Il metodo che garantisca la formazione di una maggioranza omogenea e di una più opposizioni e assicuri la nascita di governi stabili ed efficienti. Adenauer - e non Churchill come si va scrivendo qua e là - fu eletto con un solo voto di maggioranza e durò quasi vent'anni. Da noi in vent'anni si cambiano almeno 12 governi. Quattro. Una diversificazione di ruoli e di compiti di rappresentanza fra Camera Bassa e Camera Alta con un Senato finalmente federale , ma federale sul serio, non come quel pasticcio che figurava nella riforma bocciata dal referendum. Se le forze politiche si mettessero d'accordo su questi pochi punti molto chiari, la riforma sarebbe questione di giorni. Purtroppo però, quando a prevale re è il solo interesse di parte, il conflitto diventa incontenibile e tutto si ferma allo stadio delle buone intenzioni mai seguite da fatti concreti. L'inizio del dibattito purtroppo fa pensare che ancora volta, dopo gli storici fallimenti di ben tre commissioni parlamentari in trent'anni e la bocciatura di un referendum, siamo di fronte ad un paralizzante conflitto di interessi particolari più che a una sincera volontà di cambiare. Forse sbagliamo e se così fosse, saremmo i primi ad esserne felici.

 

CORRIERE DELLA SERA di sabato 3 marzo 2007

Pag 1 Un percorso minato di Sergio Romano

Il governo e la legge elettorale

 

Una delle maggiori difficoltà di Romano Prodi, sin dalla formazione del governo, è stata quella di non potere organizzare la propria agenda, se non parzialmente, secondo le proprie preferenze. Ha dovuto impegnarsi quasi immediatamente nell'estenuante redazione della legge Finanziaria. Ha dovuto affrontare il problema della missione militare in Afghanistan perché occorreva rinnovare l'impegno finanziario e perché la lettera di sei ambasciatori gli chiedeva di chiarire la posizione del governo. E' stato costretto a occuparsi della base Usa di Vicenza perché gli americani, impazienti e sospettosi, gli chiedevano una prova di lealtà. Dovrà affrontare la riforma del sistema previdenziale perché glielo chiedono la Commissione di Bruxelles e le maggiori istituzioni finanziarie del mondo, pubbliche e private. E dovrà sciogliere il nodo della Tav prima della fine di settembre perché questa è la scadenza imposta dall'Unione Europea per la concessione dei finanziamenti. Oggi, dopo la fiducia della Camera e la fine, forse più formale che sostanziale, della crisi scoppiata negli scorsi giorni, il premier ha un'altra priorità, imposta dall'alto (in questo caso il Quirinale) che non apparteneva al pacchetto dei suoi progetti: la riforma della legge elettorale. Chiediamoci perché questo tema non facesse parte del suo programma e capiremo meglio perché possa rappresentare, per le sorti del suo governo, una minaccia. E' probabile che molti in Parlamento, dopo l'esperienza delle ultime elezioni, siano d'accordo sull'opportunità di una nuova legge che salvi il bipolarismo, riduca il numero dei partiti politici e dia risultati certi per il governo del Paese. Ma chi è favorevole a una tale legge vive nel proprio campo accanto a parlamentari che non hanno alcuna intenzione di rinunciare ai vantaggi, per la sopravvivenza, di quella con cui abbiamo votato negli scorsi mesi. Occorre quindi una larga convergenza di persone appartenenti ai due campi. Occorre che i «bipolaristi» del centrosinistra e quelli del centrodestra uniscano le forze per imporre il loro disegno ai proporzionalisti dei rispettivi schieramenti. Occorre, insomma, una «larga intesa». Suppongo che a Prodi questa strada non piacesse per tre ragioni. In primo luogo perché è inevitabilmente destinata a spaccare la sua maggioranza e a trasferire in Consiglio dei ministri i dissensi fra coloro che dovrebbero aiutarlo a governare. In secondo luogo perché richiede la collaborazione dell'opposizione e gli toglie di mano l'argomento della diversità e della discontinuità con cui ha cercato di cementare la sua traballante coalizione contro il «pericolo Berlusconi». E in terzo luogo, infine, perché l'approvazione di una nuova legge elettorale rende inevitabilmente «vecchio» il Parlamento eletto con la legge precedente e offre buoni argomenti a chi desidera la fine della legislatura. Sono queste le ragioni per cui Prodi avrebbe preferito parlare d'altro. Ma il presidente della Repubblica ritiene che il cambiamento della legge sia una delle maggiori esigenze del momento e ha caricato il governo, nel rinviarlo alle Camere, di una nuova responsabilità. Il cammino di Prodi si è fatto quindi, se possibile, ancora più stretto e complicato. Deve affrontare temi su cui la sua maggioranza è divisa e deve lavorare per una legge elettorale che potrebbe rendere queste divisioni ancora più evidenti. E vivrà d'ora in poi sotto la spada di Damocle di un argomento che suona più o meno così: se la riforma della legge elettorale è una priorità e questo governo non riesce a farla, occorre cambiare governo.

 

Pag 1 Piero e Francesco, la rivincita dopo pane e cicoria di Francesco Verderami

 

Questa è la storia di Piero e Francesco, costretti per motivi diversi a mangiare ancora pane e cicoria, e che tuttavia ieri hanno segnato un punto a loro favore. Il leader della Margherita si è preso una rivincita su quanti nel suo partito l'avevano messo spalle al muro sui Dico, senza prevedere gli effetti di quell'accelerazione. Il leader dei Ds è riuscito invece a trasformare il dibattito sulla crisi di Romano Prodi in un dibattito sulla crisi di Silvio Berlusconi. La storia di Piero Fassino è quella di chi deve cantare e portar la croce, sostenere il governo, lavorare al Partito democratico, e nel frattempo evitare una scissione nella Quercia, coabitare con un inquilino ingombrante come Massimo D'Alema e subire la lunga ombra mediatica di Walter Veltroni. Nonostante ciò, ieri alla Camera è stato l'artefice del riscatto dell'Unione, perché ha saputo coprire le contraddizioni della maggioranza, evidenziando la solitudine di Berlusconi. Così facendo ha scavato anche una distanza tra il Professore e il Cavaliere, perché magari i due non sigleranno mai un patto, però è sempre meglio esser previdenti. Non è un caso se Francesco Rutelli si è complimentato per «l'abilità di Piero», anche il presidente della Margherita vive una storia complicata, accerchiato in casa dai Popolari che mirano a depotenziarlo al prossimo congresso, e costretto a fronteggiare la competizione al centro di Pier Ferdinando Casini. Ma ieri anche lui ha vissuto la giornata del riscatto, perché sui Dico può dire di aver visto giusto: «Direi», commentava senza mostrar vanto, come non sapesse che quel verbo pronunciato al condizionale è anche una metafora per alludere alle sorti poco gloriose della legge. «Era chiaro che quel provvedimento non doveva diventare una priorità», ha spiegato ai suoi: «Ora sta lì al Senato. Un punto fermo». Chissà se «punto fermo» sta per «binario morto», è certo che «proprio sui Dico stava per saltare il Partito democratico», come racconta Clemente Mastella, che nel governo ha seguito la storia da vicino, e che può vantare il plauso del Papa per aver osteggiato il provvedimento: «Ora Radio Maria non mi farà più la campagna elettorale. Quanto a Rutelli, ha tentato di posticipare il varo del ddl, finché ha dovuto cedere per non compromettere il progetto del Pd». Il fatto è che quella legge stava per compromettere il cammino dell'esecutivo, «e per salvarsi — ammette il diellino Antonello Giacomelli — Prodi ha dovuto annunciare: "Scusate, abbiamo scherzato"». Giacomelli è uno dei «Sessanta» che nella Margherita hanno firmato il documento con cui Dario Franceschini aveva messo sotto scacco Rutelli, imposto la linea nel partito, e di fatto determinato l'accelerazione del governo, impantanato in una estenuante mediazione. Pierluigi Castagnetti, che fa parte dei «Sessanta», rivendica con orgoglio quanto «ambizioso fosse quel progetto», anche se alla luce degli avvenimenti, l'idea di dargli la paternità del governo «si è rivelata una cazzata»: «Ma noi, al pari di Prodi - prosegue estraendo dalla tasca un discorso di Ruini di due anni fa - eravamo convinti che l'impianto dei Dico rientrasse nei concetti espressi dal presidente della Cei. Invece è successo come a casa Cupiello: è stato inutile spostare i pastori nel presepe, era il presepe che non piaceva». Ora che Prodi ha dovuto abbandonare la legge al suo destino per salvarsi, è Franceschini a subire lo scacco. «Già allora era chiaro che Francesco avesse ragione», commenta il rutelliano Renzo Lusetti: «Bisognava muoversi con più cautela per non mettere la legge e il governo a repentaglio». Eppure il capogruppo dell'Ulivo non considera chiusa la partita, «non è scontato che i Dico si arenino al Senato. E comunque - ha commentato con i suoi - il tema del rapporto tra i cattolici democratici impegnati in politica e la Chiesa non si esaurisce con quella legge». Già, ma quella legge, visto che Massimo D'Alema chiede di andare fino in fondo, potrebbe provocare un altro inciampo. Almeno così sosteneva ieri Ciriaco De Mita con un collega di partito che gli domandava: «Ciri', quanto dura il governo?». E lui: «Poche ore». «A causa dell'Afghanistan?». «No». «Allora per i Dico?». «Non dico...».

 

Pag 1 L’Iraq e l’effetto “domino” di Franco Venturini

 

I prossimi tre mesi saranno decisivi in Iraq e in Afghanistan, perché da quelle parti, come diceva Gorbaciov dell'Urss, «non abbiamo più dove arretrare». Ma gli eventi a Bagdad e a Kabul eserciteranno una notevole influenza anche sulla tentazione americana di attaccare l'Iran. E se fosse la legge del grilletto a prevalere, le ripercussioni destabilizzanti sarebbero immediate in quel Libano dove l'Italia — anche se poco se ne è discusso nei tormenti politici dei giorni scorsi — ha dislocato 2400 soldati. Prima tessera dell'«effetto domino» che si prospetta è l'Iraq, per tre ottimi motivi. La verifica sul campo della nuova dottrina militare voluta da Bush, innanzitutto. Ma più della strategia armata, e più della sin troppo ottimistica previsione espressa da un gruppo di alti ufficiali delle forze Usa (sei mesi per vincere, altrimenti dovremo ritirarci), conterà il progetto di legge sulla distribuzione dei proventi petroliferi che il Parlamento iracheno dovrebbe discutere entro maggio. Il provvedimento stabilisce che le risorse derivanti dalla vendita dall'oro nero (l'Iraq è potenzialmente il terzo produttore del mondo) vengano ripartite tra le province in base alla loro popolazione, e autorizza le autorità regionali a sottoscrivere accordi con società straniere. Quest'ultimo punto favorisce i curdi, che si sono già mossi nella direzione indicata. Ma cruciale è soprattutto la clausola sulla ripartizione, perché potrebbe recuperare alla politica le aree sunnite sprovviste di ricchezze petrolifere senza scontentare troppo le ben più fortunate schiere sciite. Basterebbe una simile legge a fermare la guerra civile? Nessuno può esserne certo, ma si tratterebbe del primo serio tentativo di offrire una alternativa unitaria all'esplosione della guerriglia. Il terzo motivo per guardare all'Iraq è l'annuncio di incontri negoziali, in marzo e in aprile, che assieme ad altri partecipanti porteranno allo stesso tavolo americani, iraniani e siriani. Una svolta che indica l'affacciarsi di qualche ripensamento multilateralista alla Casa Bianca sulla scia del buon esito dei negoziati con la Corea del Nord, e che in caso di successo, oltre a facilitare il disimpegno Usa dall'Iraq, difficilmente potrebbe essere contraddetta dal ricorso alla forza contro Ahmadinejad. Poi c'è l'Afghanistan, dove tanto la Nato quanto i talebani promettono offensive primaverili. Ma sono ovviamente i secondi a essere più credibili e a far paura, con i 10 mila uomini in armi che hanno riunito e mentre il cambiamento della strategia occidentale tarda a manifestarsi. In Afghanistan gli aiuti civili arrivano poco e male, mancano le infrastrutture di base, la lotta alle coltivazioni di oppio viene condotta senza offrire alternative di sopravvivenza ai contadini, i signori della guerra rialzano la testa e dilagano le nuove alleanze tra bande armate di varia natura, narcotrafficanti e talebani. L'imperativo immediato, certo, è resistere militarmente sapendo che presto non esisteranno più (anche per i nostri soldati) «zone sicure». Questa è la prova decisiva dei prossimi tre mesi. Ma se la Nato terrà, una mancata offensiva civile volta alla conquista del consenso popolare equivarrebbe al suicidio della missione. E poco conterebbero allora le sue motivazioni originali, ben diverse rispetto all'Iraq. Dai tre mesi politico-militari in Iraq e in Afghanistan potrà dipendere, anche se le implicazioni sono qui più complesse a cominciare dal diritto all'esistenza sicura dello Stato di Israele, il rafforzarsi o lo svanire della tenue apertura trattativista che George W. Bush pare aver accettato per accontentare i suoi consiglieri più pragmatici. Se Bush vedrà la possibilità di non concludere la sua presidenza nel segno della sconfitta, diminuiranno le probabilità di attacco all'Iran entro il 2008. In caso contrario, aumenteranno ancora. E non occorre molta fantasia per immaginare quali sarebbero allora, in Libano, le iniziative degli Hezbollah filo-iraniani. Superato almeno per ora il pericolo di crisi, tutta la politica italiana dovrebbe trovare l'elementare capacità di esprimere posizioni bipartisan sulle sfide strategiche in arrivo (per esempio in tema di sanzioni all'Iran, che indebolendo Ahmadinejad potrebbero allontanare una guerra). Dovrebbero, gli schieramenti contrapposti, guardare ai fatti dei prossimi tre mesi e capire quanto essi ci siano vicini. Se non altro perché si tratta di un dovere collettivo nei confronti dei nostri militari dislocati in Afghanistan e in Libano.

 

Pag 5 “I teodem non scatenino guerre tra cattolici. Io, teocon, ubbidirà al vescovo di Roma” di Francesco Cossiga

 

Caro Direttore, gli amici e colleghi parlamentari Emanuela Baio Dossi, Paola Binetti, Luigi Bobba, Marco Calogero ed Enzo Carra mi hanno cortesemente informato dell'avvenuta costituzione di una associazione di circoli e persone, che sulla base delle motivazioni che hanno mosso in questi ultimi mesi i «teodem», non vogliono, anche nel percorso di costruzione del Partito democratico, tradire la loro ispirazione cristiana. Gli amici e colleghi hanno voluto informare oltre che gli elettori, i militanti e i parlamentari de L'Ulivo, anche coloro che sono stati e sono loro moralmente vicini, come me, democratico cristiano indipendente e senatore iscritto al Gruppo misto. A questi amici e colleghi mi permetto formulare alcuni consigli e sottoporre alcune osservazioni. Tengano conto delle raccomandazioni pastorali del cardinale Tettamanzi, grande teologo e Arcivescovo di Milano, rivolte già al tempo dello scontro sul referendum abrogativo della legge sulla procreazione assistita, a non «suscitare guerre di religione tra cattolici». E quindi in questo caso tra «teodem» e «cattolici democratici». Tengano conto delle raccomandazioni pastorali e indicazioni dottrinali e pratiche date con immediatezza e semplicità dal cardinale Martini, S.J., Arcivescovo emerito di Milano, che interrogato sul problema del riconoscimento giuridico delle unioni di fatto anche tra non eterosessuali, ha risposto con sincerità e immediatezza: «L'argomento è complesso e io non me ne impiccio!». Tengano conto gli amici «teodem» che la materia delle unioni di fatto è stata sottratta, dopo l'incontro tra il segretario di Stato cardinal Bertone e il presidente del Consiglio Romano Prodi, dalla competenza della Conferenza episcopale italiana e avocata dalla segreteria di Stato. E la segreteria di Stato non si è ancora pronunciata, salvo forse aver comunicato informazioni rassicuranti al governo che si sentiva minacciato nell'unità della sua maggioranza dalle prese di posizione di autorevoli quotidiani cattolici e da eventuali direttive vincolanti per tutti i parlamentari cattolici in contrasto con parti del suo programma: i Di.Co., per ora, e poi l'eutanasia, il testamento biologico e la revisione in senso così detto più liberal delle leggi sul divorzio, sull'aborto, sulla procreazione assistita e sull'uso degli embrioni. Operino pure i «teodem» secondo le loro convinzioni, ma tengano conto che talvolta gli interessi complessivi della Chiesa possono richiedere l'applicazione del criterio del «male minore», come chiaramente illustrato dall' amica Paola Binetti. In vista della soluzione della Questione Romana, la Santa Sede acconsentì in Italia allo scioglimento del Partito popolare italiano, dispose l'esilio di Don Luigi Sturzo e approvò la soppressione del regime delle libertà, ritenendo fosse sommamente utile poter incassare lo scioglimento della Massoneria. E durante la Seconda guerra mondiale, per timore che aperte denunzie potessero causare persecuzioni alla Chiesa cattolica, la Santa Sede e la maggioranza dei vescovi tedeschi (luminose eccezioni i grandi vescovi Von Galen, oggi proclamato beato, e Von Preysing) tacquero sulla persecuzione in atto contro ebrei, rom e disabili, nonostante lo straziante appello al Papa di Suor Teresa Benedetta della Croce, ebrea della Slesia, monaca di clausura, al secolo Edith Stein, poi uccisa ad Auschwitz-Birkenau dagli aguzzini nazisti e infine proclamata santa da papa Giovanni Paolo II. Certo il «bene maggiore» complessivo per la Chiesa, costituito anche dall'esistenza di un «governo di pace, di equità sociale e di sviluppo», sorretto da così larga parte del mondo cattolico e guidato anche da forti cattolici, e l'evitare «guerre di religione» tra cattolici e non cattolici e anche tra cattolici, può comprensibilmente (io comprendo ma non condivido!) far ritenere «male minore» l'accettazione dei Di.Co. o almeno l'astensione da un duro contrasto parlamentare e politico da parte di frazioni cattoliche organizzate della stessa maggioranza, quali i «teodem». Ma a me la cosa non riguarda, perché io non sono un «teodem», non sono de L'Ulivo, sono un cattolico liberale nelle cose temporali, ma sono un «teocon» in materia di dogmatica e morale, non faccio parte delle diocesi di Milano, di Taranto o di Pisa. Ma di quella di Roma. E il mio vescovo ha parlato e parla forte e chiaro!

 

Pag 10 Gli italiani a Herat, allarmi bomba e missioni parallele di Francesco Battistini

 

Camp Arena (Herat, Afghanistan) — Warning, autobomba. Arriva nel bel mezzo d'una mattinata di sole, nel mezzo d'un giro in città, in mezzo al mercato affollato: «Vipera 2, Vipera 2. Warning autobomba. Si segnala una Toyota Corolla bianca sulla strada dell'aeroporto». Capirai: un occhio intorno e sono solo Toyota e sono tutte Corolla e sono sempre bianche, per le vie di Herat. «Qui Vipera 2, ricevuto. Aspettiamo a rientrare alla base?». Buona idea: la highway 1 che porta all'aeroporto, alla base italiana di Camp Arena e verso la province della guerriglia, quella che gli afghani chiamano Pashtun Bull Road e dove ogni tanto t'incorna il toro talebano, è un lungo rettilineo alberato da fare dito sul grilletto, il cuore più veloce del motore, una bestemmia nel traffico lento per ogni Corolla che non si scolla. «Vipera 2, resta dove sei. Due mezzi e sette uomini: avete la sicurezza?». Tutto è relativo: i nostri 4x4 sono d'un anonimo bianco, la blindatura è buona, solida la porcellana dei giubbotti, ma il sud talebano è cento chilometri più in là e ci sono stati già sei attacchi in due mesi, a Herat. «Qui Vipera 2, c'infiliamo nel mercato e aspettiamo». Il marò chiude la radio. Il cronista è pallido, l'ironia sincera: «Tranquillo. Di warning, ieri ne ho avuti quattro. Sono dieci giorni che quest'autobomba sta in giro. Sempre una Corolla bianca. Se il kamikaze non si spiccia, tra un po' rimane senza benzina». Vi chiedete che cosa fanno i nostri in Afghanistan? Per quel che lasciano vedere, s'ammazzano di lavoro. E se provano ad ammazzarli, non la mettono giù dura: «Una volta, qui ci hanno dato una sventagliata di mitra...»; «vede il palazzo del governatore? La settimana scorsa hanno scioperato i tassisti ed è finita con una sparatoria, tre morti». Herat è bellissima e rischiosa, sa già d'Iran e sorride coi colori della moschea blu, risplende di tappeti baluci e delle memorie di Alessandro Magno, ma all'abbraccio, no, lì si ritrae sotto il burqa d'una gratitudine sempre uguale, impenetrabile. Novecento soldati italiani dispiegati «h24», qualche decina dei corpi speciali che non si negano alla pugna contro i talebani e quando serve, senza dirlo troppo, danno una mano in missioni coperte con americani e inglesi. I Comsubin, gli assaltatori della Marina, stanno qui al campo da qualche parte: l'ombra della missione, invisibile alla mensa e introvabile fra le tende, cancellata dai riflettori sempre accesi sull'assistenza, la beneficenza, la sussistenza. Guerra o pace, è da capire. «Situazione significativa ma non critica», la definizione in militarese. Dove significativi sono l'uccisione d'un generale afghano che lavorava alle frontiere con la nostra Finanza (21 dicembre), l'imboscata alla polizia (27 dicembre), l'attacco suicida sulla Ring Road (30 gennaio), l'assalto a un check- point (18 febbraio), la mina che ha ucciso la soldatessa spagnola mentre ci scortava... Questa settimana, a comandare il Prt, Provincial reconstruction team, la squadra incaricata di rimettere in piedi Herat e dintorni, il colonnello Filippo Ferrandu passa la mano a Pietro Monteduro, l'uomo dei momenti duri, ufficiale tra i più considerati che tenne in piedi la missione di Nassiriya all'epoca della battaglia dei ponti. Il mandato è continuare il lavoro, i 200 progetti di «sicurezza e ricostruzione» ancora in piedi, ma fra le ordinate cartellette plasticate Ferrandu lascia anche la pila dei warning, i foglietti gialli con gli allarmi quotidiani. C'è da tenere sotto controllo il distretto di Shindand, esploso a ottobre nella lotta tribale dei Noorzai contro la minoranza Barakzaj, i nostri in mezzo: «Lì sono pashtun — spiega Ferrandu — e per gl'insorgenti talebani è facile infiltrarsi. Un rischio molto alto». I nostri lo ammettono: «Operazioni come Wyconda Oqab, in novembre, le abbiamo fatte per disgregare i santuari degli insorgenti». Non ci sporchiamo le mani, almeno nella forma: lasciamo che lo facciano la polizia e l'esercito afghani che addestriamo. Ci si muove prudenti: quando si scende verso sud a setacciare i villaggi, al seguito va pure una squadra di supporto psicologico, «per spiegare agli anziani dei villaggi lo scopo delle nostre perquisizioni». Fin qui la sicurezza. E la ricostruzione Cimic, la cooperazione civile-militare? Belati, ai costruttori di pace: «C'è una moda un po' pecorona di presentarci come soldati solo in guerra», si lamenta un ufficiale che snocciola mappe, cifre, ponti ricostruiti, carceri da rifare. Cinque milioni e 300 mila euro spesi, 1.400 km al giorno percorsi. Se il bene è uno scandalo violento, a fine marzo sulla strada per Shaydayee si consumerà una violenza inaudita: l'inaugurazione del primo ospedale pediatrico dell'Afghanistan occidentale, tutto italiano, lavori record in sei mesi, 150 posti letto, un gioiellino che nessun politico indaffarato a discutere il rifinanziamento della missione afghana s'è mai sognato di venire a visitare. In una palazzina del centro di Herat che un signore «con sette figlie» ha lasciato in uso ai nostri, e che in città tutti raccontano essere stato un vero harem, oggi siede un triestino barbuto, il maggiore Marco Fornasaris, con le nuove favorite: la campagna per riconvertire le coltivazioni di papavero in zafferano o frutteti («facciamo capire al contadino che il guadagno per lui è lo stesso: i soldi sull'oppio li fanno gli altri»); la scuola nuova di zecca consegnata agli ultimi degli ultimi, gli hazari, i simboli dorati della Nato sui cancelli verdi; la nuova sede d'un check-point di polizia, verso sud; la strada di 2 km spianata per gl'isolati di Dogabad, canali di scolo e un pozzo donato dagli alpini come non ne avevano mai visti... Non è facile scremare, «la prima cosa che gli afghani ci chiedono di comprare è sempre il tappeto dimettere nell'ufficio di chi comanderà la nuova struttura», e ogni tanto ci scappa qualche discutibile spesa: 11 mila euro per gli elettrodomestici dello stadio, 10 mila per una sala conferenze, 1.892 euro in flaconi di profumo, 4 mila euro per i pellegrini che vanno alla Mecca... Sono state chieste anche nuove autobotti per i pompieri, senza considerare che sarà difficile usarle nelle viuzze strette del centrocittà. Problematico controllare tutto: la provincia di Herat è grande quanto Lombardia, Veneto e Trentino tutt'insieme, ci sono a mungere 64 ong afghane e 30 assessorati, senza dire dei 1.770 poliziotti, i 2.200 militari, i 1.500 doganieri, i mille agenti stradali, l'uno più corrotto dell'altro. «Basta un albero che cade, a far più rumore della foresta che cresce», allarga le braccia Fornasaris. A Natale, c'era da civilizzare un orfanotrofio. I soldati italiani hanno fatto una colletta, tremila euro. Soldi che hanno voluto consegnare loro, senza filtri. Al primo piano adesso c'è Robia, 10 anni, disabile e ritardata. Non ha chance di matrimonio, i talebani le hanno ucciso l'unico parente. Vivrà qui per sempre. Ma è felice: «Gli italiani mi hanno ridipinto i muri della camera».

 

Pag 38 I conti della fioraia, le pretese di Luigi XIV e la lenzuolata Bersani di Piero Ostellino

 

Volete sapere perché molti italiani hanno nostalgia di Berlusconi? Non cercatene le ragioni nella Grande Politica. Dice il mio amico Memmo Contestabile: «Perché era talmente preso a farsi gli affari suoi da non avere il tempo di farsi i loro». E' un paradosso e per di più irriverente nei confronti dell'ex presidente del Consiglio. Ma rivela che, malgrado Berlusconi non fosse, né sotto il profilo culturale né sotto quello politico, propriamente un liberale doc, il suo governo incarnava, a suo modo, un principio liberale: meno lo Stato si occupa dei cittadini, meglio è. La sinistra, invece, se ne occupa. Troppo. La fioraia che ha il chiosco davanti a casa mia è andata dal commercialista — come migliaia di altri artigiani e piccoli commercianti, che non sanno neppure che cosa significhi quella parola in inglese e non hanno mai usato un computer in vita loro — per farsi spiegare come fare la denuncia dei redditi on line. Ha speso seicento euro. Forse, una parte di quella spesa la pagheranno quelli che, d'ora in poi, compreranno un mazzo di fiori o un etto di burro da un ambulante al mercato o si faranno risuolare le scarpe. In ogni caso, la denuncia on line è una ulteriore complicazione burocratica che costerà tempo e denaro agli artigiani e ai commercianti e intaserà gli studi dei commercialisti — non tutti propensi a occuparsene — di pratiche fiscali spesso di scarsa rilevanza. Il Comma 4 dell'art. 12 del Decreto legge 31 gennaio 2007, n.7, «Misure urgenti per la tutela dei consumatori, la promozione della concorrenza, lo sviluppo di attività economiche e la nascita di nuove imprese», conosciuto come la «lenzuolata Bersani», recita: « Ove la revoca di un atto amministrativo ad efficacia durevole o istantanea incida sui rapporti negoziali, l'indennizzo liquidato dall'amministrazione agli interessati è parametrato al solo danno emergente e tiene conto sia dell'eventuale conoscenza o conoscibilità da parte dei contraenti della contrarietà dell'atto amministrativo oggetto di revoca all'interesse pubblico sia dell'eventuale concorso dei contraenti o di altri soggetti all'erronea valutazione della compatibilità di tale atto con l'interesse pubblico ». Due osservazioni. Prima. L'articolo 1223 del Codice civile che disciplina il risarcimento nei rapporti obbligatori recita: «Il risarcimento del danno per l'inadempimento o per il ritardo deve comprendere così la perdita subita dal creditore (danno emergente, ndr) come il mancato guadagno (lucro cessante, ndr) in quanto ne siano conseguenza immediata e diretta». Seconda osservazione. Poiché il governo Prodi ha revocato decine di contratti stipulati dal governo precedente — con danno alle aziende di miliardi di euro (70?) e esborso dell'erario per le penali da pagare — sorge il sospetto che si sia voluto mettere lo Stato al riparo dalle onerose conseguenze dei suoi atti discrezionali (e male ponderati). Ma un governo che legifera per «fregare» il cittadino, creando un precedente che stravolge un sacrosanto principio di diritto (chi rompe paga) è la prova provata di una vocazione autoritaria inquietante. Neppure Luigi XIV avrebbe preteso che il contraente privato si facesse carico di sapere se un atto della Pubblica amministrazione fosse contrario all'interesse pubblico. Vivaddio, se non lo sa la Pubblica amministrazione, che lo ha stilato, perché mai a farne le spese dovrebbe essere il contraente privato in sede di revoca dell'atto amministrativo? Qui, la sinistra antagonista non c'entra. Il comma lo ha stilato Bersani, un riformista. Cosiddetto. Cosiddetto.

 

LA STAMPA di sabato 3 marzo 2007

Le tre sinistre di Luca Ricolfi

 

Una crisi inutile, che ha solo fatto perdere due settimane al Parlamento? È la prima cosa che viene da pensare, visto che il nuovo governo ha lo stesso presidente del Consiglio, ha gli stessi ministri, ha la stessa maggioranza (a parte lo scambio Follini-De Gregorio), e soprattutto ha scelto di sottolineare la continuità fra il prima e il dopo crisi: i 12 «punti irrinunciabili» di Prodi non sono un nuovo programma, ma una sorta di distillato di quello originario, delle famigerate 281 pagine enfaticamente intitolate «Per il bene dell'Italia». Tutto come prima, dunque? Non esattamente. La crisi che ha disarcionato e rimesso in sella Prodi ha avuto almeno due effetti importanti. Il primo è di togliere a Prodi stesso l'alibi usato fin qui per giustificare i ritardi e le inadempienze del suo governo: «È colpa dei partiti, io avrei voluto fare questo e quest'altro, ma i partiti non me l'hanno permesso». Poiché - finalmente - i partiti si sono solennemente impegnati a lasciare a Prodi l'ultima parola su tutte le questioni controverse, d'ora in poi l'eventuale ignavia del governo non potrà più essere imputata alle divisioni dei partiti che lo sostengono. Non è detto che Prodi voglia usare il potere che (incautamente?) ha preteso dai suoi, ma è indubbio che, se non lo userà e si lascerà paralizzare dalle «diverse sensibilità» presenti nel centro-sinistra, avrà perso l'ultima occasione di ricostituire il capitale di autorevolezza dissipato negli ultimi mesi. Ma c'è un secondo effetto della crisi, forse ancora più importante del primo. La crisi del governo Prodi, precipitata dieci giorni fa ma in atto da parecchi mesi, ha cominciato a diradare la nebbia che avvolge il panorama politico della sinistra. Ora che quella crisi si è consumata, è più facile vedere che oggi in Italia non abbiamo due sinistre, ma ne abbiamo tre. C'è la sinistra che ha causato la crisi, e che dalla crisi è uscita con le ossa rotte. È la sinistra che alcuni chiamano estremista, altri massimalista (perché «vuole la luna», secondo la felice espressione di Ingrao), ma che io preferisco chiamare radcon, ossia radicalmente conservatrice. Anti-americana, anti-israeliana, anti-clericale, anti-moderna, questo tipo di sinistra pensa che la società andrebbe rifatta dalle fondamenta, ma al tempo stesso è convinta che la maggior parte delle riforme di cui si discute effettivamente (mercato del lavoro, pensioni, scuola, sanità...) possano solo peggiorare le condizioni dei lavoratori: quindi - coerentemente - tende a stoppare qualsiasi cambiamento che tocchi questo tipo di materie. C'è poi una sinistra che, per molti versi, è l'esatto contrario della precedente. È la sinistra liberale, modernizzatrice, che a me piace chiamare radcam perché la sua stella polare è lo scongelamento del sistema, ossia un radicale cambiamento delle regole del sistema Italia. Le sue parole d'ordine sono liberalizzazioni, concorrenza, meritocrazia, competitività, abbassamento delle aliquote, federalismo fiscale, flessibilità, ammortizzatori sociali, riforma del Welfare. La sua analisi della società italiana è opposta a quella della sinistra radcon, perché opposte sono le rispettive concezioni dell'eguaglianza. Per la sinistra radcon le diseguaglianze si combattono trasferendo risorse dai ricchi ai poveri, e la modernizzazione del sistema è innanzitutto fonte di nuovi rischi, nuove diseguaglianze, nuove povertà. Per la sinistra radcam, tutto al contrario, le disuguaglianze si combattono innanzitutto promuovendo il merito, ed è proprio l'immobilismo, il lasciare le cose come stanno, che finisce col punire i ceti deboli, confinandoli nella loro condizione di subalternità. Anche questo secondo tipo di sinistra è uscita piuttosto malconcia dalla crisi del governo Prodi. Messa nell'angolo in autunno, durante l'elaborazione della Finanziaria (ricordate le scomuniche verso i «volenterosi»?), la sinistra modernizzatrice non ha ottenuto alcuna garanzia di un'inversione di tendenza né nei mesi scorsi né nell'ultima crisi di governo: Padoa-Schioppa ha più volte ribadito che, nonostante il buon andamento del gettito, le aliquote non scenderanno almeno fino al 2009, Prodi ha congegnato i 12 punti irrinunciabili del suo mini-programma evitando accuratamente di assumere impegni precisi sulle materie che scottano. Di questa sconfitta, finora, hanno preso pubblicamente atto solo Nicola Rossi (che si è dimesso dai Ds intorno a Capodanno) e Daniele Capezzone (che ieri si è rifiutato di votare la fiducia al nuovo governo Prodi), ma basta parlare in privato con un esponente qualsiasi di area liberal per rendersi conto di quanto la delusione sia cocente e diffusa. Fra queste due sinistre, entrambe minoritarie nel ceto politico dell'Unione, si situa la terza sinistra, che è anche la più importante, la più autorevole, e soprattutto la più ampia e potente. Alcuni la chiamano sinistra riformista, o riformatrice. Altri la sognano compattata nel futuro Partito Democratico, traghettata in quel luogo mitico dall'instancabile ed eroico lavoro di Piero Fassino. È la grande vincitrice di questa crisi, e l'azionista di maggioranza del governo Prodi. Qual è la cifra della terza sinistra, della sinistra che conta? A me pare - anche se non mi fa piacere constatarlo - che alla lunga la sinistra riformista si sia data un'unica e fatale missione: tenere unito lo schieramento di sinistra, a qualsiasi costo. E che in questo titanico sforzo abbia smarrito la sua via, il senso delle cose da fare, la percezione del tempo che passa. La sinistra riformista, assennata, prudente, democratica, parla come la sinistra modernizzatrice e agisce come quella conservatrice. Vorrebbe cambiare l'Italia, ma pensa di poterlo fare solo assieme a chi ha paura del cambiamento. È per questo che va avanti con esasperante lentezza. È per questo che i suoi discorsi, le sue formule astratte, i suoi sofismi verbali suonano velleitari, o irrimediabilmente insinceri. Vedremo nei prossimi mesi se Prodi vorrà aiutare la sinistra riformista a uscire dall'impasse, o continuerà a usarla soltanto come portatrice d'acqua, a scopi di puro galleggiamento. In quest'ultimo caso, quel che dobbiamo attenderci non è una coraggiosa ripresa del cammino delle riforme (a partire da quella del Welfare: pensioni e ammortizzatori sociali), ma una ricomposizione del centrosinistra nell'unica forma che ne consente l'unità: come partito della spesa, che cerca di farsi perdonare il «prelievo eccessivo» della Finanziaria 2007 con provvedimenti mirati, rivolti ai segmenti più sensibili della propria base elettorale. Una strategia che (forse) aiuterà a ricuperare qualche voto perso per strada, ma difficilmente rispetterà il solenne impegno dell'Unione, quello di metter mano alle cose che servono «per il bene dell'Italia».

 

Troppo idealista? No, comunista di Franco Turigliatto

Il senatore Turigliatto ci ha inviato questo intervento nella forma di una lettera ai suoi sostenitori

 

Cari compagni e compagne, amici e amiche, non prevedo un futuro agevole. I 12 punti presentati dal governo sono un arretramento e uno schiaffo ai movimenti e ai partiti della sinistra alternativa. Prevedo dunque una fase in cui andrà sviluppata un'opposizione sociale alle misure del governo Prodi, opposizione che dovrà avere anche ricadute parlamentari. Questa è la mia intenzione. Per dirla con una battuta, è possibile scegliersi il governo a cui fare opposizione, rendendo incomprimibili alcuni principi e alcuni vincoli per me essenziali: quelli con il movimento dei lavoratori, quelli con le comunità popolari in lotta contro la Tav, i rigassificatori, per la difesa dell'ambiente, quelli con il movimento pacifista che si è visto recentemente a Vicenza. Sono questi i vincoli che regolano la mia attività politica: non un'astratta coerenza ideale, ma un progetto che mi ha accompagnato per tutta la vita. Negli ultimi 15 anni questi convincimenti hanno coinciso con quelli di Rifondazione comunista. Qualche giorno fa, però, il mio partito mi ha dichiarato «incompatibile» semplicemente perché sono rimasto fedele al programma storico del Prc. Non voglio discutere di una scelta che mi riguarda, ma posso dire una cosa. Ho costruito Rifondazione fin dalle fondamenta, l'ho difesa quando era sotto attacco, ho passato centinaia di ore davanti alle fabbriche torinesi e in giro per l'Italia a parlare con gli operai e le operaie. La minaccia di espulsione dal partito mi amareggia e mi delude. Ma è il frutto di un cambiamento di fondo delle priorità del Prc e della sua azione: alcune idealità superiori sono messe al servizio di un progetto politico contingente, compiendo un processo di snaturamento della sinistra che mi lascia interdetto. E soprattutto mettendo alla berlina una qualità fondante della politica - la coerenza tra coscienza e azione - la cui assenza è oggi alla base di quella «crisi» di cui si discute da oltre un decennio. Non è la prima volta nella storia che chi da sinistra si oppone alla guerra, chi dice no in Parlamento, contro tutto e tutti, sia accusato di essere affetto da uno «splendido isolamento», di essere «un'anima bella», «incapace di realismo», «irresponsabile»: queste accuse non fanno male a me, ma a un'esperienza in cui ho creduto e che oggi viene meno per responsabilità di chi ha deciso di piegarsi all'esistente. Per tenere fede alle mie convinzioni è stato messo in discussione il vincolo che mi legava al partito e addirittura un governo si è dovuto dimettere. Non mi ritengo così importante e così essenziale. Forse tutto questo rappresenta la spia di contraddizioni che riguardano la sinistra nel suo insieme e il rapporto tra il governo e la sua gente. Un rapporto logorato, come dimostrano tutti i sondaggi e gli episodi di malcontento. Per parte mia... finché sarò al Senato, io voterò ancora contro la guerra, perché il no alla guerra e il rapporto con il movimento operaio costituiscono la bussola del mio agire politico. Permettetemi dunque di ringraziarvi per le parole che avete utilizzato nei miei confronti, spesso commoventi. Onestamente non credo nemmeno di meritarle, semplicemente perché in questo mondo sembra anormale quello che alle persone serie dovrebbe sembrare normale: agire secondo le proprie convinzioni. Se questo piccolo gesto sarà servito a riabilitare questa logica che ad alcuni sembra, con giudizio sprezzante, troppo «idealista», allora sarà stato utile. La mia strada è comunque questa e spero di continuare a percorrerla assieme a voi. Ancora grazie.

 

IL MESSAGGERO di sabato 3 marzo 2007

Pag 1 Il pericolo di galleggiare, l’obbligo di decidere di Paolo Pombeni

 

Non c’era suspense come al Senato, ma il rinnovo della fiducia al governo che la Camera era chiamata a dare non era affatto privo di significato. Prodi era chiamato a dimostrare che il pronunciamento sull’impegno di governo non era equivoco, soprattutto era meno vago di quel che si sarebbe potuto pensare dopo il discorso fatto ai senatori. Consapevole della delicatezza del momento, il premier non si è sottratto a dare dei chiarimenti, anche se talora sotto forma di messaggi impliciti. Quel che è emerso con maggiore chiarezza è, a nostro avviso, che il governo punta sulla politica economica come sullo strumento principe per la sua tenuta. Lo hanno ovviamente incoraggiato i dati molto buoni sull’andamento economico e la percezione che su questo terreno può contare su un certo supporto da parte delle élite dirigenti. Quando Prodi ha respinto l’idea di un “governo di galleggiamento” aveva in mente proprio questo delicato e al tempo stesso promettente quadro della situazione economica e la pressante domanda di non comprometterlo. Su questo terreno egli spera di “trovare la quadra” (se possiamo usare una fraseologia bossiana) fra il riformismo che chiedono le componenti responsabili della sua maggioranza e quegli interventi nel sociale che pensa possano tenergli buona l’ala radicale. Usare parte delle risorse in più che ci sono per ridurre la tassazione sulla casa e fare politica sociale (un settore che peraltro interessa anche i moderati: a cominciare dal sostegno alle famiglie) è una strategia lodevole. Anche perché si è esplicitamente promesso che verrà fatto “sempre nel rispetto degli equilibri e del risanamento economico”. E questo, in economia, significa una cosa: governare decidendo proprio dove decidere è più difficile. C’è un’altra condizione importante ed è quella di non sperperare danaro in operazioni di facciata e in interventi di mero valore propagandistico: non ce lo possiamo permettere, ma soprattutto sarebbe una presa in giro per i cittadini. Il pericolo è tutt’altro che teorico, visto il numero non piccolo di venditori di fumo che si butta su queste tematiche alla moda. Poi naturalmente c’è la politica delle liberalizzazioni e quella, assai complessa e conflittuale, sul settore della previdenza e specialmente della spesa pensionistica. Ormai su questa questione siamo sotto esame a livello europeo ed internazionale e il governo, se vuole essere tale, deve impedire tutti i “fuochi di artificio” di cui Padoa-Schioppa ha giustamente denunciato la pericolosità. Non sono passaggi facili, perché la maggioranza ha sì ritrovato compattezza, ma più per paura di essere travolta dalla crisi della politica, che non per convinzione condivisa in una certa linea politica da portare avanti. Colpi di mano possono sempre essere in agguato, soprattutto in fase pre-elettorale. Questo è un punto che non è stato troppo richiamato nelle analisi della situazione attuale. Fra qualche mese si andrà al voto, sia pure amministrativo e limitato ad una certa parte del nostro territorio: nel nostro sistema è sempre un test che viene preso molto sul serio e che ha le sue ricadute. Ciò significa una indubbia spinta per i partiti ad accentuare le loro bandiere identitarie per garantirsi un buon risultato da spendere poi in termini di influenza sulla politica nazionale. Si aprirà così un problema non piccolo per una maggioranza che è ormai sempre più divisa fra una componente riformista ed una populistico-radicale, ma Prodi questa volta ha necessità che i numeri usciti dalle urne premino la componente riformista. Se così non fosse la sua coalizione vacillerebbe e soprattutto gli diverrebbe difficile il dialogo con l’opposizione sulla riforma della legge elettorale, dialogo che gli è estremamente necessario se vuole godere di un clima che gli consenta davvero di portare a termine una serie di interventi in materia economica, al riparo dagli avventurismi di alcune componenti della sua maggioranza. In un certo senso sembra confermarsi quella distinzione che avevamo intravisto già nell’impostazione del discorso al Senato: al governo il versante dell’economia, dove del resto si costruisce il vero consenso (o almeno, così si crede); al parlamento e ai partiti il versante della “politica”, cioè la riforma elettorale e qualche questione difficile da maneggiare tipo la normativa sulle coppie di fatto. Una divisione di compiti che dovrebbe garantire almeno un certo periodo di tregua, ma anche un’operazione non priva di qualche volontarismo e di qualche forzatura.

 

IL FOGLIO di sabato 3 marzo 2007

Pag 1 La sacra laica inquisizione

Il nuovo oscurantismo chiede agli studenti cattolici della Statale di Milano di tacere o di domandare se l’embrione è vita solo nelle aule dei convegni scientifici. I ragazzi invece invitano i prof a un dibattito

 

Roma. Anche il bioeticista superlaico Maurizio Mori, sull’Unità di ieri, si è aggiunto alla compagnia degli indignati & mobilitati contro “il duro attacco alla ricerca scientifica” e “al pluralismo etico” sferrato da una terribile e potente “nuova Inquisizione”. Incarnata a sorpresa (e i più sorpresi sono proprio loro) dagli otto studenti cattolici della Statale di Milano che hanno diffuso l’ormai famosa lettera aperta alla professoressa Elena Cattaneo (vedi il Foglio del 28 febbraio). In quella lettera, gli studenti si dichiarano “sconcertati” per il fatto che nel corso del convegno sulle cellule staminali embrionali umane organizzato il 31 gennaio da UniStem, il centro di ricerca universitario del quale Cattaneo è direttrice, fossero state largamente eluse alcune questioni da essi ritenute fondamentali. Prima tra tutte, se “è possibile fare ricèrca, senza porsi la domanda principale: che cosa ho di fronte? Nella fattispecie: che cosa è l’embrione? E’ vita umana?”. Apriti cielo. La Cattaneo ha gridato al “volantinaggio abusivo”, al complotto antiscientifico, ai “toni offensivi”. Le obiezioni e le domande degli studenti, ha detto, potevano essere fatte nello spazio del convegno, previa registrazione e richiesta di intervento. Non è successo? E allora tutti zitti, tempo scaduto, come nei quiz televisivi. Nessuno si sogni di disturbare il manovratore-scienziato con osservazioni puerili e fastidiose. La tesi, stando alla linea di pensiero che dalla Catteneo arriva fino a Mori, è dunque che si possa discutere dei problemi etici sollevati dalla ricerca scientifica solo in appositi recinti guardati a vista. Non c’è male, per chi continua ad annettersi Galileo e a fare appello al libero pensiero contro l’oscurantismo. Dice al Foglio Michele Benetti, uno dei firmatari della lettera aperta alla Cattaneo, che “quando, nel medioevo, è nata quella che si chiamava Universitas, davanti ai problemi che interpellavano le coscienze si indicevano grandi dispute fra tesi contrapposte, e si rispondeva nel merito, senza scandalizzarsi dei pensieri diversi, anzi”. E allora, “se non è possibile il libero Øialogo su uno dei grandi problemi di questa epoca, quale dovrebbe essere il compito dell’Università? Non immaginavamo che porre domande, esprimere opinioni, chiamare al confronto su ciò che intendiamo per ‘vita umana’, significasse essere feroci inquisitori. Piuttosto sarebbe grave, per aspiranti ricercatori come noi, non farsi e non fare quelle domande. Ci viene giustamente chiesto di essere scrupolosi sui più minuti particolari degli esperimenti e sul significato dei termini scientifici usati. Poi, di fronte a certi problemi, ci viene detto che invece la ragione può essere accantonata, sospesa, rimessa nel fodero. Noi, invece, la ragione vogliamo usarla, sempre. Ed è un elogio, quello che nella ‘lettera aperta a una professoressa’ facciamo di monsignor Maurizio Calipari, quando scriviamo che durante il convegno, parlando dell’embrione umano, ‘ha difeso più la ragione che il catechismo’. Maurizio Mori, invece, nel suo intervento sull’Unità lo considera da parte nostra, chissà perché, una specie di accusa”. A confortare gli studenti c’è stata la presa di posizione del rettore della Statale, Enrico Decleva, il quale ha ribadito che “gli atenei sono per loro natura e vocazione luoghi di confronto, nel rispetto reciproco”. E Benetti spera che la professoressa Cattaneo, con altri scienziati di orientamenti diversi, accetti di partecipare all’incontro pubblico che gli studenti contano presto di organizzare, dal titolo: “Se questo è un uomo. Riflessioni sull’uso di embrioni umani a scopo di ricerca scientifica”.

 

Pag 3 Ma l’omofobia no

La difesa della famiglia richiede il rispetto dello stile di vita delle persone

 

Il senatore Giulio Andreotti, allo scopo di indurre il governo a seppellire definitivamente la proposta di legge sul riconoscimento giuridico delle coppie di fatto, ha affastellato una serie di luoghi comuni, popolareschi o “contadini” finché si vuole, ma oltraggiosi nei confronti delle persone omosessuali. Sostenere che quelli da garantire sono i diritti individuali di tutte le persone, indipendentemente dal loro stile di vita o dal loro orientamento sessuale, è indispensabile, oltre che giusto, se si vuole combattere in modo civile l’idea contraria, che consiste nel definire e garantire giuridicamente i rapporti affettivi, come fa la proposta di legge sui Dico, equiparandoli alla famiglia. Il principio liberale su cui ci si basa per contestarli è che lo stato non mette il naso sotto le lenzuola, che è l’esatto contrario di un atteggiamento che di fatto seleziona e giudica le persone per caratteristiche delle quali lo stato e quindi la politica non debbono impicciarsi. Forse qualcuno pensa che il ricorso a luoghi comuni sostanzialmente omofobi, come quello che fa confusione tra la pedofilia e l’omosessualità, possa rendere “popolare” la battaglia contro i Dico, e che quindi il fine giustifica i mezzi. Va detto chiaro e tondo che non è così. In primo luogo per una ragione di principio: la denigrazione di persone che non commettono alcun reato è del tutto intollerabile. Può anche provocare rigurgiti di inciviltà, come accade spesso quando si attaccano gruppi di minoranza. Basta ricordare come si è instillato l’antisemitismo nella Francia dell’Ottocento e nella Germania del Novecento. D’altra parte anche la chiesa, che condanna le pratiche omosessuali, distingue tra quel “disordine” e la persona che lo commette, che va comunque rispettata e amata. C’è poi un aspetto, per così dire tattico, che va considerato: la battaglia per la difesa della famiglia, in questo caso quella basata sul matrimonio civile, è una battaglia di libertà, che rifiuta l’omologazione decisa dallo stato in modelli precostituiti. Confonderla con un moralismo rozzo la rende meno credibile.

 

AVVENIRE di sabato 3 marzo 2007

Pag 1 Ma le riforme non siano ridotte a pretesto di Marco Tarquinio

Oltre l’ “infinita transizione”

 

Torna in primo piano il tema delle riforme. Trascinato sulla scena dalla crisi-lampo del governo Prodi. E piazzato - su impulso del capo dello Stato, assecondato dal premier rientrante - al centro del confronto parlamentare tra le forze di maggioranza e di opposizione. Tuttavia, per ora, gli esiti nervosi del dibattito non sembrano affatto condurre nella direzione auspicata dal presidente Napolitano. E la babele delle lingue a proposito dei possibili cambiamenti della legge elettorale testimonia di quanto continui a essere ardua l'impresa di costruire un itinerario largamente condiviso per ridare equilibrio e razionalità all'assetto politico-istituzionale del Paese. Anche per questo l'improvviso riaffollarsi intorno al guado dell'«infinita transizione» potrebbe sembrare solo un'altissima ma, purtroppo, sterile divagazione rispetto alle ben note urgenze (sociali, fiscali, previdenziali...) che toccano la vita degli italiani, appesantiscono l'agenda dell'esecutivo e rendono tutt'ora incerto l'orizzonte della XV legislatura. Vogliamo augurarci che così non sia. La posta in gioco è l'uscita dallo stato di incompletezza e di precarietà di un sistema che non è ormai più quello della Prima Repubblica e che non è mai stato quello di un'autentica Seconda Repubblica. Un sistema che induce i cittadini a votare come se si trattasse di indicare «un programma, una coalizione, un primo ministro» e che, in realtà, prima e dopo il voto, attribuisce ai vertici dei partiti un potere di cooptazione e di decisione che, per certi versi, è democraticamente incontrollabile. Un sistema che ci ha illuso di vivere in uno Stato nel quale l'accettazione del principio di sussidiarietà e l'avvio di un decentramento di stampo federalista avrebbero limitato peso e invadenza della pubblica amministrazione avvicinandola alla società civile e che, invece, ha prodotto più confusione e tensione nei rapporti tra governo centrale ed enti locali e generato paradossali irrigidimenti statalisti. La posta in gioco è, dunque, tanto importante che non meriterebbe di essere trasformata in pretesto per ulteriori guerre di posizione destra-sinistra o, magari, in incentivo per manovre di rischieramento di singoli parlamentari e di interi partiti o, ancora, in forcipe per indurre la nascita di nuovi soggetti politici. Ma poiché Prodi e Berlusconi, Fini e Rutelli, Casini e Fassino, D'Alema e Bossi, Mastella e Bertinotti agiscono qui e ora, in un quadro politico e in un Parlamento fragili, è inevitabile che l'ambizione di "rifare le regole" (elettorali e non solo) ne contenga e nasconda altre, e da queste sia condizionata. Fino al rischio della forzatura e, come troppe altre volte, dell'impasse. Pesa, insomma, che i progettati lavori nel cantiere delle riforme siano destinati a intrecciarsi con quelli avviati nei tormentati cantieri dell'annunciatissimo Partito democratico e del vagheggiato Partito delle libertà. Operazioni che coinvolgono (e promettono di sconvolgere) le quattro maggiori formazioni politiche italiane: Ds e Margherita da una parte, Fi e An dall'altra. Così come pesa che Rifondazione comunista punti apertamente a trasformare - per scelte programmatiche e di collocazione internazionale, ma anche per meccanica elettorale - l'Unione in una coalizione radical-riformista tra due sinistre. O che l'Udc - trovando proprio nel Prc la principale e più solida sponda nell'insistente richiesta di adottare un modello proporzionale alla tedesca - sogni il superamento in senso centrista dell'attuale bipolarismo. Ma pare destinata a pesare, e molto, anche la decisione della Lega di accogliere i segnali «federalisti» di Prodi e di aprire la porta a intese sui «contenuti» con il governo. O che Fini e i Ds concordino pubblicamente nel fissare il limite di un anno al tentativo di produrre una nuova legge elettorale. Altrimenti, sarà referendum. Quello per cui tra poco si comincerà a raccogliere le firme e che abolirebbe le coalizioni assegnando (ma solo alla Camera) la maggioranza in seggi al partito più votato. Una spinta, dicono, verso la semplificazione. Ci permettiamo solo di ricordare che anche nel 1993 l'accetta referendaria doveva avviare il disboscamento della selva partitica. E che invece alberelli, cespugli e problemi si moltiplicarono. Meglio che ci pensino in Parlamento. Meglio - nonostante calcoli e titubanze - che il Parlamento ci pensi.

 

LA NUOVA di sabato 3 marzo 2007

Pag 1 Potare la selva dei partitini di Ferdinando Camon

Legge elettorale

 

Ottenuta la fiducia anche alla Camera, adesso il governo Prodi affronta il grande tema: la riforma elettorale. Tutti son d’accordo che con l’ultima legge elettorale non si può più votare. Dunque, era sbagliata. Era stata pensata non per permettere al vincitore di governare, ma per costringerlo a tornare alle urne. E’ quel che sta succedendo. La nemesi vuole che la parte politica che ha fatto quella legge sia stata punita, perché senza quella legge avrebbe vinto le elezioni: infatti al Senato ha ottenuto più voti ma meno rappresentanti. Anche la novità degli eletti all’estero è controproducente. Questo governo dipende dal senatore Pallaro, eletto in Argentina: doveva essere la longa manus dell’Italia verso l’Argentina, si sta dimostrando la longa manus dell’Argentina dentro l’Italia: l’unica cosa a cui pensa Pallaro è un rapporto Italia-Argentina in cui l’Argentina incassa e l’Italia paga. E’ augurabile che questa parte della legge elettorale venga cancellata. A che cosa deve puntare una riforma elettorale? A due cose: stabilità e governabilità. Non dovrebbe più accadere che un senatore faccia cadere il governo di cui il suo partito fa parte: che senso ha?, si chiede Bertinotti. Non dovebbe più esserci un Parlamento, in cui il maggior partito della sinistra compie ripetute e dolorose metamorfosi per allontanarsi dall’impianto comunista, ma restano presenti più partiti che si definiscono «comunisti» fin nel nome: che senso ha?, si chiede Rutelli. Non dovrebbe più accadere che il capo dello Stato, per dare l’incarico di formare un nuovo governo, debba chiamare più di venti capi-partito: che senso ha?, si chiede Casini. Non dovrebbe più succedere che la politica di un governo debba incontrare il nulla osta determinante di forze politiche minori o minime. Casini usa una formuletta brutale ma ineccepibile: i partitini devono sparire. Il problema è tutto qui. La legge elettorale dovrebbe servire anche a questo. Per servire a questo, dovrebbe fissare uno sbarramento serio. Uno sbarramento al 5% o al 4% (anche la Lega è sotto questa soglia), obbligherà i partitini a federarsi, cioè a rinunciare alla parte più spinta del loro programma, riconoscendo un dato di fatto: quella è la quota ideologica che la storia non intende realizzare. Da noi i parlamentari hanno un senso di appartenenza al partito, non alla coalizione. Prodi è caduto perché chi gli ha votato contro, nel suo schieramento, si sentiva legato al programma del partito, non della coalizione: ha votato contro per coerenza. Questa coerenza è lampante agli occhi del mondo: l’abbiamo vista apprezzata da Noam Chomsky in America, Ken Loach in Gran Bretagna, Gianni Vattimo in Italia. La Sinistra ha più difficoltà della Destra a confluire in un partito unico, perché per confluire bisogna trattare, e dunque stabilire che cosa dentro di sé è trattabile e che cosa non è trattabile: ma a sinistra, nei partiti minori, ciò che non è trattabile è sentito come la parte migliore. E’ difficile lasciarla cadere nel passato. «Perdere il passato» è l’operazione che la Sinistra italiana non riesce mai a completare. Il Pci ha abbandonato la «c» (comunista) solo dopo che l’aveva abbandonata anche il Pcus. E quella «c» è stata immediatamente raccolta da altri partiti, alle sue spalle. E da quel termine fiorisce una proliferazione infinita: adesso, tra i disobbedienti che han fatto cadere Prodi, gira l’idea di fondare un nuovo partitino. Non parliamo poi dei partitini eredi del Socialismo, o della Democrazia Cristiana. Il nostro Parlamento è una selva selvaggia. Bisogna tagliare, potare, semplificare. Una buona legge elettorale deve servire anzitutto a questo: più numerosi sono i partitini che cadono e maggiore è la quota di passato che ci lasciamo alle spalle.

 

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