RASSEGNA STAMPA di martedì 7 giugno 2005

 

seconda edizione

 

SOMMARIO

 

L’intervista televisiva di Gad Lerner al Patriarca Angelo Scola, trasmessa ieri sera su La7, è oggi integralmente ripresa e pubblicata sul Foglio. “Noi non abbiamo retropensieri – afferma il card. Scola - siamo stati tirati in ballo dalla scelta di 500 mila persone e riteniamo inadeguato lo strumento del referendum abrogativo per pronunciarsi su un tema che possiede la forza di un’evidenza elementare - per noi l’embrione è un essere umano con una dimensione personale sin dal concepimento e come tale va rispettato - e che qui invece viene trattato attraverso quesiti complicatissimi in cui elementi difficilissimi presi dalla biologia o complessi dispositivi giuridici sono messi in campo e si pretende che una barra su un “sì” o su un “no” risolva la questione… Tra l’accadere e il non accadere c’è sempre differenza: quando studiavamo l’analisi logica abbiamo imparato che chi nega l’evidenza ha l’onere della prova. Chi afferma che io - Angelo Scola di 63 anni - non sono stato quell’embrione, ha lui l’onere della prova. La Chiesa dice: essendo l’embrione, sin dal concepimento, un essere umano con una dimensione personale, l’unico atto realmente proporzionato a generarlo è quell’atto che la grande tradizione giudaica chiama “conoscenza profonda”, cioè quell’atto d’amore che prevede la congiunzione a un tempo spirituale e carnale dell’uomo e della donna e che consente di ricevere un figlio come un dono e un evento e non come un prodotto o un manufatto” (a.p.)

 

1 - IL PATRIARCA

 

IL FOGLIO

Pag I L’Infedele e il Patriarca. Dialogo sull’embrione tra Gad Lerner e il cardinale Angelo Scola

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 La campagna d’Italia di Luigi Accattoli

 

Pag 4 Dai gay all’aborto il richiamo di Benedetto XVI di Luigi Accattoli

“La vita che nasce non va soppressa o manomessa”. E condanna le unioni omosessuali: no alla libertà anarchica

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

LA NUOVA

Pag 17 “La crisi esiste, ma è possibile dribblarla” di Gianni Favarato

La sfida degli imprenditori di fronte alla stagnazione dei mercati internazionali

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 8 Casinò e Vesta, buco da otto milioni di Sara D’Ascenzo e Claudia Fornasier

Le aziende chiudono in passivo il bilancio, spoyl system rinviato a fine mese

 

LA NUOVA

Pag 3 Assalto al Mose, gli ecologisti fermano i lavori di Alberto Vitucci

Lo sbarco ieri mattina sulla spiaggia di san Nicolò dove sono state già spianate le ruspe

 

Pag 22 Biennale, il grande business dei palazzi in affitto di Enrico Tantucci

Quaranta Paesi senza padiglione spendono fino a 300 mila euro per avere uno spazio…

 

IL GAZZETTINO NORDEST

Pag VII Procreazione assistita, le varie tesi a confronto

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag II Ex Junghans, le case dei veneziani agli “stranieri” di Tullio Cardona

Venduti molti appartamenti destinati alla locazione: una società li affitta a 1.750 euro la settimana o per week-end

 

Pag VII “Manifesti contro il non voto, in giunta cattolici per caso”

Protesta del leghista Mazzonetto

 

8 – VENETO / NORDEST

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 3 “In Veneto cinquantamila posti a rischio” di Stefano Bensa

L’allarme del sindacato che chiede un tavolo urgente in Regione. L’assessore all’Economia Gava: “Si può fare”

 

Pag 5 De Gregori e Vasco nella messa di don Spritz di Davide D’Attino

Il “prete pazzo” di Padova che parla ai giovani e mette le sue prediche in un sito internet. Un anno di sacerdozio celebrato davanti a 500 fedeli

 

Pag 9 Smog, tagli ai fondi per il trasporto pubblico di Alberto Zorzi

La Regione ha decurtato i trasferimenti: alla provincia di Venezia tolti 2,7 milioni di euro

 

IL GAZZETTINO NORDEST

Pag I Spiagge, un ponte di speranza per l’estate

 di Fabrizio Cibin

Il lungo week-end della scorsa settimana ha fatto sorridere gli operatori turistici. Da Jesolo a Lignano tutto esaurito e buone premesse per la stagione

 

9 – GVRADIO INBLU (Fm 92 e 94.6)

 

Come cambiano gli stili di vita delle donne immigrate e i progetti di microcredito a loro favore sono i temi trattati nella puntata odierna di “Stili di vita”

 

Nel Veneto il record mondiale di incidenti stradali mortali: un nostro approfondimento

 

Gli incentivi della Provincia di Venezia per convertire i motori da benzina a metano

 

Più domanda di stato e di servizi pubblici e sfiducia crescente nel mercato e negli imprenditori: è quanto emerge dal primo rapporto della Fondazione Nordest sugli orientamenti civici di veneti, friulani e trentini

 

12 – FINESTRA SUL MONDO

 

LE MONDE

Route contre rail

Editorial

 

THE WASHINGTON POST di lunedì 6 giugno 2005

Nationalism Ignites E.U. Rebellion di Daniel Williams and Craig Whitlock

For Many Citizens, Identity Takes Precedence Over Unity

 

THE LOS ANGELES TIMES di lunedì 6 giugno 2005

With a Jab From Anglo-Saxons, Chirac and Schroeder Go Down for the Count di John Micklethwait e Adrian Wooldridge

 

DER SPIEGEL di lunedì 6 giugno 2005

EU - Finanzminister attackieren Italien

Auch mehrere Tage, nachdem ein italienischer Minister das Ende der Währungsunion forderte, hat sich der Ärger noch nicht gelegt. Bei dem Ratstreffen der Euro-Finanzminister müssen sich die Italiener harsche Kritik gefallen lassen

 

LE FIGARO di lunedì 6 giugno 2005

La difficile convalescence du Liban di Antoine Basbous

Après l'assassinat de Samir Kassir, intellectuel engagé dans la «révolution du Cèdre» à Beyrouth

 

L’EXPRESS di lunedì 6 giugno 2005

Ukraine. La fracture des Eglises di Sylvaine Pasquier

L'onde de choc de la révolution Orange s'est répercutée parmi les orthodoxes et les catholiques de rite byzantin. Car, ici, sur la vieille frontière des empires, entre Orient et Occident, c'est l'avenir de l'influence religieuse de la Russie qui se trouve remis en question

 

ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 15 Mao crudele e cinico, ma restituì la dignità alla Cina di Sergio Romano

Per i comunisti fu becchino della speranza, per i borghesi tiranno, per i contadini flagello di Dio, per tutti un liberatore

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 Fassino e Ferrara tra cori e fischi, così va in scena l'embrione-show di Filippo Ceccarelli

Clima da stadio al dibattito fra il giornalista e il segretario Ds

 

AVVENIRE

Pag 2 Vorrebbero intimidirci ma sbagliano due volte di Marco Tarquinio

Un crescendo di avvertimenti ai cattolici

 

LA STAMPA di domenica 5 giugno 2005

Veri e falsi scettici di Barbara Spinelli

 

 

Torna al sommario

 

1 - IL PATRIARCA

 

IL FOGLIO

Pag I L’Infedele e il Patriarca. Dialogo sull’embrione tra Gad Lerner e il cardinale Angelo Scola

 

Pubblichiamo la trascrizione (non rivista dai due protagonisti) del dialogo tra il Patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola e Gad Lerner andato in onda ieri sera all’Infedele, su La7.

 

Gad Lerner - Mi piacerebbe dialogare a partire dalle nostre esigenze comuni pur partendo da differenti punti di vista: nel secolo del biotech, nell’epoca in cui si possono generare figli anche al di fuori di un rapporto sessuale naturale, qual è il limite che ci poniamo? Lei direbbe: dove risiede il sacro e dove dovremmo erigere un tabù, perché forse qui le nostre sensibilità non riescono più ad incontrarsi.

Angelo Scola - Mi piace molto la parola “esigenze” che lei ha usato; non metterei in campo su un tema così delicato la categoria di sacro o tabù, ma partendo dalle esigenze parlerei di “esperienza umana elementare”.

Lerner - Noi abbiamo bisogno di tabù, di sacro: il “non uccidere” del Monte Sinai o anche “ama il prossimo tuo come te stesso”.

Scola - E’ interessante quello che lei dice perché i comandamenti nel versante del “non” sono l’esaltazione del positivo più radicale che uno possa incontrare nella sua vita, cioè mettono in evidenza quali sono le istanze costitutive dell’esperienza elementare dell’uomo, che riguarda ogni uomo di qualunque razza, cultura o religione, ed è vero che su tutta questa questione in generale delle biotecnologie, soprattutto per ciò che riguarda l’applicazione della biologia al grande problema della vita, queste istanze sono venute a fior di pelle.

Lerner - C’è un giorno in cui non solo la scienza ma anche la Chiesa scopre l’embrione e lo indica come persona...

Scola - Lo indica come essere umano che possiede la dimensione personale sin dal concepimento.

Lerner- Possiede una sua individualità...

Scola -Io ho detto che va usata la logica: esisteva un embrione che era già Angelo Scola: senza quello io non sarei qui a parlare con lei.

Lerner - Insieme a quell’embrione ce n’erano però altri 8, 10, 15 che si sono perduti.

Scola - Tra l’accadere e il non accadere c’è sempre differenza: con l’affermazione che ho fatto sulla logica volevo dire che quando studiavamo l’analisi logica abbiamo imparato che chi nega l’evidenza ha l’onere della prova: cioè chi afferma che io, Angelo Scola di 63 anni, non sono stato io quell’embrione, ha lui l’onere della prova.

Lerner - E io non contesterei questa sua osservazione. Ora le sottopongo una vicenda delicata che è presente nella nostra trasmissione dell’Infedele, la vicenda di una donna come Clara Sereni che racconta il suo grande rapporto d’amore con un figlio che definisce difficile ma nello stesso tempo contesta la pretesa che proprio quell’unico e irripetibile embrione dovesse davvero lui venire al mondo.

Scola - Davanti a un’esperienza del genere mi fermo, non mi metto io né nei panni della madre né in quelli del figlio, perché di queste cose bisogna parlare con la misura dovuta al rispetto personale, della signora e del figliolo.

Lerner - Per una questione di coerenza sarà d’accordo che essendo entrata in vigore la legge 40, questa legge è in palese contraddizione con la 194 che autorizza l’interruzione di gravidanza...

Scola - Penso di interpretare anche il pensiero dei miei confratelli vescovi: noi non abbiamo retropensieri, siamo stati tirati in ballo dalla scelta di 500 mila persone e riteniamo inadeguato lo strumento del referendum abrogativo per pronunciarsi su un tema che possiede da una parte la forza di un’evidenza elementare, che per noi l’embrione è un essere umano con una dimensione personale sin dal concepimento e come tale va rispettato, e che qui invece viene trattato attraverso quesiti complicatissimi in cui elementi difficilissimi presi dalla biologia o complessi dispositivi giuridici sono messi in campo e si pretende che una barra su un “sì” o su un “no” risolva la questione: noi diciamo che questo strumento è formalistico.

Lerner - Eminenza, lei mi ha dato una risposta di carattere più politico, e ne ha pieno diritto, ma io le chiedevo una risposta più di fondo, sui valori: uno Stato come quello italiano che stabilisca per legge che l’embrione è persona e che ha gli stessi diritti della madre, per intenderci, come può poi autorizzare viceversa l’interruzione di gravidanza, come previsto dalla 194: c’è contraddizione?

Scola - L’aborto è un fatto intrinsecamente negativo; noi dobbiamo promuovere la vita in tutti i modi e opporci in tutti i modi all’aborto. Ma venire adesso a dire che noi abbiamo dei retropensieri o immaginiamo retroscenari, questo vuol dire fare un processo alle intenzioni, e non lo trovo giusto.

Lerner - Tornando ai tabù partirei intanto da una considerazione anche di valore storico: è una novità, un fatto recente questa grande attenzione della Chiesa alla priorità della difesa della vita umana.., non è sempre stato così nel corso della storia millenaria della Chiesa...

Scola - Bisogna capirci: pensiamo alla delicatezza e al tatto di Gesù con i bambini e pensiamo al tratto squisito di Gesù con le donne: l’episodio dell’adultera o a quello della peccatrice.., lì si vede già la sostanza dell’amore di Gesù in atto e l’apertura, l’attenzione straordinaria al positivo che è la vita di ogni uomo e di ogni donna.

Lerner - Dall’anno zero all’anno 2000 ci sono secoli e secoli nel corso dei quali per esempio il comandamento del “non uccidere” si è coniugato con la pena di morte e il   principio biblico dell’ “ama il prossimo tuo come te stesso” si è coniugato con lo schiavismo.

Scola - Certo.

Lerner - Com’è che di colpo l’embrione diventa così centrale?

Scola - La storia è un gioco di libertà, un gran teatro del mondo come diceva Calderon e bisognerebbe andare a giudicare i singoli fenomeni. Certamente significativo che la Chiesa abbia iniziato a parlare del vangelo della vita, perché la tradizione giudaica e cristiana parlano di un Dio, per usare i termini di Fackenheim, che si è “giocato” con la storia, si è incarnato, si è compromesso con la storia; non si può annunciare il Vangelo di Gesù Cristo senza mostrare che Gesù è venuto per essere la via alla verità e alla vita, che ha a che fare con il mio modo di amare e di lavorare, con gli affetti, con il lavoro, con il fatto che siamo tutti situati dentro alla differenza sessuale, dentro un’anima e un corpo perciò la fecondità è aperta alla vita; quindi il vangelo della vita è intrinseco al vangelo di Gesù Cristo ed è bene che la Chiesa soprattutto negli ultimi decenni abbia scoperto con forza questo dato e credo che dia il suo contributo rispettoso di una società plurale all’edificazione della vita buona, attraverso laici e cattolici in piena autonomia e rispetto portando avanti una visione compiuta della vita.

Lerner - In questi giorni di campagna elettorale più accesa sono comparsi sui giornali — ho tra le mani l’articolo di Oriana Fallaci — accuse veementi: i ricercatori sarebbero novelli Frankestein che aspirano a un’eugenetica di stampo nazista, alla creazione dell’uomo perfetto biondo e con gli occhi azzurri, ma appunto ripeterebbero i peggiori orrori del nostro secolo: questo personalmente mi ha anche un po’ offeso perché ad esempio lo stato di Israele e gli Stati Uniti sono propri i luoghi in cui questa ricerca scientifica viene portata avanti. Le chiedo più che altro un commento sui toni.

Scola - Io non tirerei in ballo la Shoah in questa vicenda; io ho parlato di tentazione faustiana: quando si affaccia il tema della clonazione, anche dì un’eufemistica clonazione terapeutica, entriamo in uno scenario che rischia di essere faustiano. Qualche anno fa ero a Monaco, ho aperto il Die Welt e ho letto l’articolo di un giovane filosofo della scienza tedesco, Jongen: facciamola finita — scriveva — con l’uomo soggetto spirituale e persona, e accettiamo il dato che l’uomo è il suo propriO esperimento.

Lerner - Questo la spaventa?

Scola - Sì, qui vedo la tentazione faustiana.

Lerner - Eppure la specie umana si è già di molto modificata, anche la Chiesa ha cambiato opinione sul trapianto degli organi.

Scola - L’ha evoluta.

Lerner- Perché spaventarsi del fatto che ci sia lo sforzo per avere donne, uomini e bambini più sani?

Scola - La Chiesa dice: essendo sin dal concepimento l’embrione un essere umano con una dimensione personale, l’unico atto realmente proporzionato a generano è quell’atto che la grande tradizione giudaica chiama “conoscenza profonda”, cioè quell’atto d’amore che prevede la congiunzione a un tempo spirituale e carnale dell’uomo e della donna e che consente...

Lerner - Conoscersi biblicamente...

Scola - ... consente di ricevere un figlio come un dono e un evento e non come un prodotto o un manufatto.

Lerner - Ma se io posso lavorare sulla salute e sul benessere futuro di questo figlio..

Scola - Su tutto ciò che la scienza potrà fare non per sostituire questo atto non per assecondarlo, non per distruggere l’embrione ma per guarirlo, non ci sarà nulla da dire.

Lerner - Quindi questa è la sua proposta del limite.

Scola - Non mi piace parlare di limite:

non voglio mettere insième la parola limite con la parola scienza in astratto: così come non esiste “l’uomo” ma esistono invece Giuseppina, Paolo, Francesca eccetera, così non c’è la scienza ma lo scienziato che vive come me e lei in un contesto umano, che è un uomo che vive di lotte, che spera... gli scienziati sono anche i primi magari a buttare via tutti i giorni delle tecnologie solo perché non sono utili economicamente.

Lerner - Lei ha proposto con grande chiarezza il limite che i figli restino sempre figli di quella ‘conoscenza” e non di una provetta, per volgarizzare: ma allora dovreste essere voi a proporre un referendum per l’abrogazione della legge 40.

Scola - Noi abbiamo detto due cose: che per molti aspetti la legge 40 non ci piace e non è una legge cattolica, ma che ha messo un quadro d’ordine, e lo ha fatto da poco tempo... tornando al grave problema dell’Italia e dell’Europa, citando Eliot, uno dei miei preferiti, quando parla di “uomini impagliati”: noi europei siamo un po’ impagliati e lo stiamo dimostrando: le nostre democrazie stanno scandendo a un livello puramente formalistico, sono pseudodemocrazie dell’opinione. Bisogna tornare a democrazie sostanziali in cui si valorizza la persona attraverso i corpi intermedi. Una società civile in cui vivono tanti corpi intermedi che lavorano sulla gratuità in cui gli organi statuali si limitano a servire questa realtà, ha bisogno di un Parlamento forte.

Lerner - E’ sicuro che in questo periodo di indifferenza diffusa e di fede stanca, citando il Papa, l’assenza di contrasti e di dissensi pubblici non sia segno di una disobbedienza silenziosa?

Scala - Ho letto il suo articolo su Repubblica, ma l’idea che ci sia più vita dove c’è grande dialettica è un po’ hegeliana: io ammiro più la dialogicità: penso che siamo di fronte a un fatto straordinario per la Chiesa e la società italiana: un’unità dal basso di grandi associazioni di fedeli cattolici antiche e nuove: si tratta di un fatto di estrema vitalità, un grande contributo non solo alla Chiesa ma alla società plurale italiana che ha bisogno di soggetti capaci di confronto. Io vado regolarmente in parrocchia: sono un popolano: al servizio del popolo di Dio ma anche di estrazione popolare, mio padre era un solido camionista socialista e massimalista che mi ha dato il senso del popolo. Io vedo questa gente splendida, capillarmente sul territorio… dobbiamo ritornare tutti al sentire del popolo: in questo senso il laicato italiano è ai vertici nel mondo.

 

Torna al sommario

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 La campagna d’Italia di Luigi Accattoli

 

Quarto intervento di Papa Ratzinger in otto giorni su vita e famiglia, ma soprattutto seconda chiamata dei cattolici italiani a « contrastare » il «relativismo » che domina la società moderna: un'insistenza che ha motivazioni strategiche, da programma del Pontificato, ma che mira anche alla scadenza referendaria di domenica prossima. Le parole pronunciate ieri da Benedetto XVI ad apertura di un convegno romano hanno un obiettivo principale esplicito, che è quello di motivare le « famiglie cristiane » a un « impegno pubblico » per la battaglia contro il « relativismo ». Relativismo inteso come « anima » della cultura contemporanea, che sostiene il papa tende a fare dell' « io » l'unica misura dei valori e delle scelte. Ma in subordine le sue parole hanno anche una finalità immediata e non detta di incoraggiare quelle famiglie a farsi sentire, nel loro ambiente, sui quesiti referendari. Il papa ieri il referendum non l'ha nominato, ma ne aveva parlato lunedì della scorsa settimana ai vescovi italiani e in quell'occasione si era detto « vicino con la parola e con la preghiera » al loro impegno teso a « illuminare le scelte dei cattolici e di tutti i cittadini ». Ieri quella vicinanza è tornata a esprimersi « con la parola ». Del resto, tra le affermazioni più decise che ha pronunciato ce n'è una sull' « in tangibilità della vita umana dal concepimento fino al suo termine naturale » che bene si iscrive nella disputa di questi giorni. Sicuramente il suo vibrato discorso sulla vita « intangibile » e sul « relativismo » da combattere il papa tedesco l'avrebbe fatto anche se non fossimo stati alla vigilia del referendum. Possiamo anche immaginare che la circostanza non gli sia dispiaciuta ed essa comunque non ha trattenuto la sua parola, ma egli guarda più lontano. Per cogliere la gittata del suo sguardo occorre riandare a una parte del discorso ai vescovi, che assegnava all'Italia un ruolo guida nella lotta contro il « relativismo », che egli eredita dal predecessore e sulla quale a quanto si intuisce concentrerà i suoi sforzi. Aveva parlato lunedì 30 maggio di un « grande ruolo » che l'Italia può avere « in Europa e nel mondo », in forza del «vero umanesimo » di cui è portatrice, che si ispira al sentimento cristiano che in questo Paese più che altrove è « profondo e vivo ». Qui da noi aveva detto con l'ammirazione di chi viene da una nazione dove la « secolarizzazione » è più avanzata l'egemonia della cultura del «relativismo », che « tende a escludere il cristianesimo », non è « affatto totale e tanto meno incontrastata ». Papa Benedetto XVI intende rafforzare l'azione di « contrasto » che i cattolici italiani già stanno conducendo. Non sappiamo ancora se abbia dei progetti concreti in materia, ma da quanto aveva detto ai vescovi sappiamo che egli guarda alla battaglia per far fallire il referendum come a un momento di quel contrasto.

 

Torna al sommario

 

Pag 4 Dai gay all’aborto il richiamo di Benedetto XVI di Luigi Accattoli

“La vita che nasce non va soppressa o manomessa”. E condanna le unioni omosessuali: no alla libertà anarchica

 

Città del Vaticano — Nuovo intervento del Papa su vita e famiglia — ma soprattutto sulla necessità di « contrastare » il « relativismo » — a sette giorni dal primo: lunedì della scorsa settimana ne aveva parlato ai vescovi italiani, ieri è tornato sull'argomento aprendo nella Basilica di San Giovanni un convegno della diocesi di Roma. « Intangibilità della vita umana dal concepimento al suo termine naturale », « prigione » del relativismo che produce « libertà anarchica » e « libertinismo », « banalizzazione del corpo » e « svilimento dell'amore umano » sono state le parole più forti che Papa Benedetto ha pronunciato ieri. Né si tratta soltanto di due interventi in otto giorni ma di quattro, perché tra i due maggiori, mirati all'Italia, il Papa tedesco ne ha fatti — sulla stessa materia — altri due, con diversa destinazione e che forse possiamo considerare minori: uno contenuto in una lettera al cardinale Lopez Trujillo, in vista di un « Incontro mondiale delle famiglie » che si farà l'anno prossimo in Spagna, pubblicata sabato; e un altro pronunciato, sempre sabato, davanti a un pellegrinaggio veronese. A differenza di lunedì della scorsa settimana, ieri il Papa non ha fatto riferimento al referendum, ma il richiamo alla « intangibilità della vita dal concepimento » evocava con forza la questione centrale della campagna elettorale. Questa è stata la prima affermazione forte: « Le varie forme odierne di dissoluzione del matrimonio, come le unioni libere e il "matrimonio di prova", fino allo pseudomatrimonio tra persone dello stesso sesso sono espressioni di una libertà anarchica che si fa passare a torto per vera liberazione dell'uomo », e invece « scacciano Dio dall'uomo ». Dopo questa partenza, il Papa ha continuato in un crescendo di sentenze tese a condannare il carattere « relativistico » della cultura dominante in materia di coppia e di sesso: « Una tale pseudo libertà si fonda su una banalizzazione del corpo, che inevitabilmente include la banalizzazione dell'uomo. Il suo presupposto è che l'uomo può fare di sé ciò che vuole: il suo corpo diventa così una cosa secondaria dal punto di vista umano, da utilizzare come si vuole. Il libertinismo che si fa passare per scoperta del corpo e del suo valore, è in realtà un dualismo che rende spregevole il corpo, collocandolo per così dire fuori dall'autentico essere e dignità della persona ». È venuto poi il riferimento diretto al « relativismo », cioè alla tendenza della nostra società a riconoscere pari dignità a ogni valore o scelta perseguiti dal singolo: « Oggi un ostacolo particolarmente insidioso all'opera educativa è costituito dalla massiccia presenza, nella nostra società e cultura, di quel relativismo che, non riconoscendo nulla come definitivo, lascia come ultima misura solo il proprio io con le sue voglie, e sotto l'apparenza della libertà diventa per ciascuno una prigione». In queste parole si avverte un'eco di quella « dittatura del relativismo » di cui il cardinale Ratzinger aveva parlato nella celebrazione « per l'elezione del Papa », in San Pietro, il 18 aprile scorso. Ed ecco la consegna operativa: « È chiaro dunque che non soltanto dobbiamo cercare di superare il relativismo nel nostro lavoro di formazione delle persone, ma siamo anche chiamati a contrastare il suo predominio nella società e nella cultura ». Ai vescovi aveva detto che quel « contrasto » in Italia è possibile. In particolare Papa Ratzinger ha chiamato le famiglie presenti nella Basilica a un « impegno pubblico » per « riaffermare l'intangibilità della vita umana dal concepimento fino al suo termine naturale, il valore unico e insostituibile della famiglia fondata sul matrimonio e la necessità di provvedimenti legislativi e amministrativi che sostengano le famiglie nel compito di generare ed educare i figli ». E ha condannato chi intende « sopprimere o manomettere la vita che nasce». Da segnalare anche l'occasione scelta dal Papa per questo suo intervento: non un'occasione solenne, o di grande adunata, ma un convegno « formativo », dove il vescovo — che a Roma è il Papa — tiene la relazione d'apertura, seduto a una scrivania davanti all'altare. In apertura dell'incontro, il Papa era stato salutato dal cardinale vicario, Camillo Ruini e da una famiglia, quella di Luca e Adriana Pasquale, con la figlia Sara di 8 anni, che hanno letto un breve saluto. « Benedici i bambini e le loro famiglie », ha detto la piccola.

 

Torna al sommario

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

LA NUOVA

Pag 17 “La crisi esiste, ma è possibile dribblarla” di Gianni Favarato

La sfida degli imprenditori di fronte alla stagnazione dei mercati internazionali

 

La crisi c’è, ma il variegato tessuto produttivo veneziano - dal turismo alla chimica, dalle navi all’aeronautica - ha i numeri per «ribaltare la situazione». Unindustria veneziana ne è convinta e dopodomani, nella sua relazione all’assemblea annuale, il presidente uscente, Paolo Scaroni, lancerà una grande sfida che è anche il titolo dell’assise che si terrà al Terminal Passeggeri di San Basilio: «Reagire». Proposte che aiuteranno le aziende a «fare sistema» per stare nel mercato mondiale, puntando su ricerca e innovazione tecnologica. Il titolo dell’Assemblea annuale di Unindustria veneziana - che si svolgerà giovedì 9 giugno alle ore 17.30 al Venezia Terminal Passeggeri della Stazione Marittima (San Basilio) - la dice lunga su come gli imprenditori intendono affrontare la dura sistuazione economica nazionale e internazionale. «Reagire», lo slogan scelto come titolo di questa assemblea fa intravedere una strada per uscire dal tunnel della stagnazione. Unindustria è convinta che per la provincia di Venezia ci sia una strada per uscire dalla crisi. E sia da ricercare nel «mix» di economie che caratterizzano l’Italia intera. Ovvero, turismo e servizi, piccola e media industria manifatturiera, grandi imprese chimiche, siderurgiche, automobilistiche, cantieristica navale, industria aeronautica, calzatuturiero e vetro. Per superare la crisi ci «vuole il coraggio di fare scelte concrete e vincenti per le sfide dei mercati internazionali», dice il sottotitolo dell’assise che sarà conclusa da intervento «battagliero», di Luca Cordero di Montezemolo. Le aziende veneziane hanno bisogno d’aiuto per superare la crescente pressione competitiva e le difficoltà ad agganciare il treno della ripresa economica, senza cedere al preoccupante clima di sfiducia che regna un po’ dapertutto. Proprio Scaroni, presentando recentemente i dati congiunturali del primo trimestre del 2005, ha detto che «le aspettative per il secondo trimestre 2005 appaiono sostanzialmente positive». Un po’ di ottimismo, motivato da Unindustria, con il dato dell’85% delle imprese veneziane che hanno dichiarato di aspettarsi un fatturato uguale o superiore a quello dello stesso periodo del 2004. Una dimostrazione «di una diffusa volontà delle aziende di investire in innovazione tecnologica di processo, nello sviluppo di reti commerciali e nella ricerca e nell’ampliamento della gamma dei prodotti».  Annunci promettenti, dunque, quelli di Unindustria, sopratutto a fronte di un tasso di crescita a livello provinciale assai modesto, (+1,1%). Dall’ingadine su un campione di aziende locali, commissionata da Unindustria, si desume che nei primi tre mesi di quest’anno gli indicatori «sono rimasti piuttosto stabili». Produzione, occupazione, ordini e vendite rivelano un andamento generale sostanzialmente in linea con il primo trimestre del 2004. Solo le imprese che hanno tra i 20 e 49 dipendenti: queste mostrano andamenti particolarmente negativi. Le proiezioni formulate dalle imprese intervistate, indicano un secondo trimestre ancora «all’insegna dell’incertezza». La produzione è vista tendenzialmente al rialzo e così gli ordini, mentre l’occupazione sarà stabile. Le imprese veneziane dicono che si stanno «preparando ad una inversione che dovrebbe manifestarsi nel corso del prossimo trimestre». Segnali, in questo senso, ci sarebbero: un’impresa su tre è intenzionata ad accelerare sul pedale degli impieghi che, però, è verosimile pensare possano produrre frutti solo nel medio-lungo periodo. Le imprese con un portafoglio ordini più consistente (+14% e +5% rispettivamente) sono tra quelle piccole (10-19 dipendenti) e medie (oltre 50). Le microimprese (1-9 dipendenti) e quelle con 20-49 unità lavorative mostrano, invece, i maggiori segni di incertezza: le aziende a ordinativi ridotti sono superiori a quelle che hanno rilevato un aumento degli ordini. Nel primo trimestre del 2005 è leggermente aumentata, rispetto ad un anno fa, la consistenza degli organici. Oltre la metà delle assunzioni ha riguardato la figura dell’operaio generico. La differenza tra le quote di imprese che hanno assunto e quelle che hanno licenziato è del 2%. Il dato risulta dalla differenza tra le percentuali di imprese con organici in crescita (19,0%) e di imprese in ridimensionamento (16,7%). Quasi due su tre (63,0%), invece, hanno mantenuto gli organici del 2004.

 

Torna al sommario

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 8 Casinò e Vesta, buco da otto milioni di Sara D’Ascenzo e Claudia Fornasier

Le aziende chiudono in passivo il bilancio, spoyl system rinviato a fine mese

 

Venezia — L'ordine di scuderia è aspettare la delibera dello spoyl system, poi dimettersi. Le aziende del Comune continuano la marcia di avvicinamento all'azzeramento dei vertici fortissimamente voluta dal sindaco Massimo Cacciari. In queste ore, per tutti vale la regola: farsi da parte ma con dignità. Così se a Vesta si è deciso per le dimissioni di massa il 28 giugno, nel corso della prossima assemblea dei soci, al Casinò il presidente Giorgio Piantini ha già dato la sua ampia disponibilità a farsi da parte e rimanere dimissionario fino al 30 giugno, data della prossima assemblea dei soci, seguito a ruota dai consiglieri. Questo, nelle stesse ore in cui le principali aziende del Comune, approvano un bilancio col segno meno. CASINÒ — Per la Casa da gioco è la prima volta che i conti non tornano. In realtà il consiglio ha scelto di « svalutare » Malta e di calcolare le perdite di quel Casinò fino a tutto il 2007, salvo poi correggere il bilancio se si riuscirà — come sembra — a venderlo prima. Morale: il Casinò chiude a 2.212.000. Due milioni le perdite di Malta, il resto la cifra frutto della vecchia convenzione col Comune, che impediva di guadagnare più di una certa cifra. Cacciari, presente alla riunione, ha dato la sua ricetta anticrisi per il Casinò, stretto tra la concorrenza e la legge anti fumo: vendere Malta, ma non sotto una certa cifra e recuperare il core business. Ovvero: priorità assoluta al nuovo Casinò, mentre della partita per il nuovo stadio se ne occuperà lui. Resta da capire dove sorgerà la nuova sede: Cacciari avrebbe fatto capire in consiglio che potrebbe sorgere dove prevedeva il progetto, nei terreni che però sarebbero oggetto di trattativa con la Save. Non a caso il Comune starebbe valutando la possibilità di costruire la nuova sede all'interno di un'area dell'aeroporto, vicino alla darsena progettata da Frank O. Gehry. Ma la questione è ancora incerta. Di sicuro, invece, ieri il consiglio ha nominato Luciano De Gaspari, ex assessore della giunta Costa e grande elettore di Cacciari, direttore del personale, con ampie deleghe e un contratto da dirigente (simile in tutto e per tutto agli altri dirigenti) di 190mila euro lordi per tre anni (circa 100mila euro netti) e ratificato quella di Malvestio a direttore dei giochi. VESTA — La municipalizzata per eccellenza chiude con un bilancio in passivo per 5.6 milioni. Al segno concorrono diverse voci. Non ultimo il fattore caldo: due anni fa aveva fatto lievitare i consumi d'acqua e quindi i guadagni; lo scorso anno, con un'estate meno torrida, i consumi non sono stati all'altezza e l'azienda ha perso un milione. O ancora un milione secco di contributi in meno dal Comune, i l blocco delle tariffe dal '99, senza nessun adeguamento Istat tranne per i contratti di lavoro, mentre l'ultima voce sono i mancati incassi per il progetto del cdr (combustibile da rifiuti) dell'Enel. Dopo il bilancio, il tema è stato l'assetto societario. Il consiglio non ha mancato di far notare al sindaco le turbolenze vissute dall'attuale compagine, augurandosi che il prossimo possa lavorare con più tranquillità: dalla mancata quotazione in Borsa al fallimento di Nes 1 e 2, al cambio di 4 direttori in tre anni. Appunto, quest'ultimo, al quale Cacciari ha replicato opponendo Andrea Razzini, attuale vicedirettore, prossimo direttore per tre anni. Quanto alle dimissioni, Cacciari aveva scritto alle aziende di limitarsi alla gestione ordinaria per questo periodo, ma Vesta ha risposto di avere due questioni pendenti che saranno discusse nella prossima assemblea dei soci: l'approvazione del piano integrato di Fusina e il progetto per la società di trattamento dei fanghi dei canali.

 

Torna al sommario

 

LA NUOVA

Pag 3 Assalto al Mose, gli ecologisti fermano i lavori di Alberto Vitucci

Lo sbarco ieri mattina sulla spiaggia di san Nicolò dove sono state già spianate le ruspe

 

Venezia. «Cantiere illegale». Il grande striscione di carta campeggia davanti alle ruspe e alle montagne di sassi, sulla spiaggia di San Nicolò. Il blitz degli ambientalisti ai cantieri della grande diga è perfettamente riuscito. E i lavori del Mose sono stati «fermati» per oltre un’ora. Uno sbarco in piena regola, per denunciare il «disastro ambientale già in corso» e chiedere al sindaco che siano fermati i «devastanti lavori delle dighe e sperimentate le alternative». All’arrivo delle forze dell’ordine, da terra e da mare, la manifestazione si è conclusa. Degli «incursori» facevano parte una trentina di no global e ragazzi dei centri sociali, la parlamentare dei Verdi Luana Zanella, il consigliere regionale Gianfranco Bettin. La flotta arriva in vista di San Nicolò poco prima delle 11. I guastatori sono a bordo di tre «topette» con il fuoribordo, Greenpeace formato laguna. Il mare è agitato dalla bora, il frastuono assordante, di notte ben udibile anche dalle Fondamente Nuove. Da un’enorme chiatta della Co.ed.mar, ditta di Sottomarina che ha preso l’appalto dal Consorzio Venezia Nuova, una gru gigantesca scarica massi sul camion. Il camion li porta dove una volta c’era la spiaggia. Le barchette si avvicinano alle palancole. Si va a terra. A pochi metri rotolano i massi. Beppe Caccia, ex assessore comunale dei Verdi, tira fuori il megafono. «Fermatevi, questi lavori sono illegali». I ragazzi sbarcano e srotolano striscioni. Si mettono di traverso ai camion che non vogliono saperne di fermarsi. Il paesaggio è a metà tra il deserto e un cantiere autostradale. Dove c’erano le dune di San Nicolò, un’enorme spianata. Sassi e terra dappertutto, ruspe, camion, prefabbricati. La spiaggetta a ridosso della diga non esiste più. Al suo posto due canali lunghi duecento metri. «Serviranno per metterci i diaframmi», spiega Cristiano Gasparetto, «ma questi lavori non hanno i permessi. Chiediamo che il Comune li blocchi subito». Nel progetto originario del Mose, sostiene Gasparetto, tutta questa roba non c’è. Quindi non è autorizzata». Sulla cima della montagna artificiale, Zanella e Bettin tengono una conferenza stampa improvvisata. «Abbiamo già presentato un esposto alla magistratura», dice Zanella, «perché siano verificate le autorizzazioni». Bettin punzecchia la nuova giunta. «Vorremmo che la giunta Cacciari non fosse forte con i deboli e debole con i forti», attacca, «il vicesindaco Vianello che si è improvvisato sceriffo con i vu’ cumprà intervenga subito. Si può cominciare da qui, perché questi sono lavori illegittimi». Qualcuno gli ricorda che proprio con Paolo Costa e i Verdi in giunta il Mose ha avuto il via libera. «Noi abbiamo votato solo i due ricorsi al Tar contro il Mose», risponde Caccia. Ma non è il momento delle polemiche. I ragazzi attaccano altri striscioni alle ruspe. «Attenzione, ecomostro in costruzione». E ancora: «Più case meno Mose, basta con il cemento». Gasparetto scatta fotografie, mentre arrivano i responsabili del cantiere. Chiamano via radio la polizia, e non rispondono alle domande. «Ci fate vedere i permessi?» «Non so niente», risponde il geometra della Coedmar. «Perché questa montagna di sassi? «Non so niente». Un operaio in tuta blu allarga le braccia. «Noi facciamo il nostro lavoro. Ma verrà bello, vedrete, qui faranno le aiuole, le piste ciclabili». Intanto il paesaggio è quello di un grande cantiere che ha spianato le dune. Sul cancello del cantiere che sbarra l’accesso alla base della diga un cartello blu, dai colori inusuali e un errore grossolano. «Lavori di regolarizzazione alle bocche di porto», c’è scritto in caratteri cubitali. «Forse hanno fatto confusione con gli immigrati», scherza la Zanella, «non conoscono neanche la Legge Speciale». La spesa prevista è di 20 milioni di euro, per il «rinforzo della radice del molo sud». Si tratta di mettere pietre e cemento alla base della la diga che dovrà tenere l’enorme spinta delle paratoie. Arrivano due poliziotti del commissariato del Lido. «Questo cantiere non è in regola», gli urlano due ragazzi. Arrivano anche le motovedette della Capitaneria di porto, dei Carabinieri, della Finanza, due barche della polizia, un gommone della Guardia Costiera. I ragazzi se ne vanno. Uno grida: «Ecco l’isola artificiale del bacàn, l’hanno quasi finita. La prossima volta tocca a loro». La raccolta firme sarà avviata da oggi. E questo, promettono gli assaltatori, è solo l’inizio.

 

Torna al sommario

 

Pag 22 Biennale, il grande business dei palazzi in affitto di Enrico Tantucci

Quaranta Paesi senza padiglione spendono fino a 300 mila euro per avere uno spazio…

 

Il business milionario della Biennale Arte “diffusa”. Muove ormai un giro d’affari superiore ai 7 milioni di euro la dislocazione in palazzi veneziani e in altri spazi delle partecipazioni nazionali dei Paesi stranieri privi di padiglione ai Giardini e delle mostre collaterali che si aprono in occasione della Mostra Internazionale delle Arti Visive. Ogni Paese senza padiglione, per partecipare alla Biennale trovando un proprio spazio espositivo spende in tutto - tra affitto, guardianìa, catering, trasporti delle opere, spese di soggiorno, pubblicità - da un minimo di 50 mila a un massimo di 300 mila euro. Quest’anno sono 40 i Paesi presenti con un padiglione “esterno”, ai quali vanno aggiunte circa 30 mostre collaterali ospitate in vari spazi della città. Tutto cominciò nel 1995, quando Arte Communications - la società veneziana che si occupa ora, tra l’altro, della promozione e dell’ospitalità soprattutto delle partecipazioni nazionali dei Paesi orientali - organizzò la partecipazione del primo padiglione esterno, quello di Taiwan alle Prigioni Vecchie. Quindi, il progressivo diluvio, vista l’impossibilità della Biennale a costruire nuovi padiglioni e il crearsi di un vero e proprio mercato, con le sue regole e i suoi costi, che ha creato ormai un indotto che - al di là di quello tradizionale di alberghi e ristoranti - è un nuovo attivo dell’economia veneziana legata al fenomeno Biennale. Per rendersi conto della sua dimensione, ecco qualche cifra. L’affitto di un palazzo o di uno spazio espositivo per tutta la durata della Biennale costa a un Paese straniero deciso a partecipare da un minimo di 20 mila a un massimo di 100 mila euro, in base a dimensioni, pregio e centralità dell’immobile. Per la guardianìa - svolta spesso da giovani o da studenti - il costo si aggira intorno ai 1700 euro (lordi) per mese di apertura. Una voce importante per molti Paesi è anche quella del catering, perché cocktail, cene o veri e propri ricevimenti sono in molti casi quasi obbligatori per promozionare l’evento e qui la tariffa oscilla - in base al desiderio di grandeur - da un minimo di 2500 a un massimo di 20 mila euro. Poi c’è la pubblicità, anch’essa importante per la promozione. Per un drappo della mostra, di quelli esposti all’ingresso dello spazio espositivo, se ne vanno dai 500 ai 1000 euro. Molto più cara, per chi vuole permettersela, la pubblicità sui vaporetti Actv: si spendono tra i 7 e gli 8 mila euro, mentre il costo per i manifesti vanno altri 150 euro. C’è poi la voce ospitalità, perché le delegazioni si fermano, per la preparazione della Biennale e l’allestimento del padiglione, una media di 15 giorni. La sistemazione è normalmente in appartamento - per risparmiare - ma se ne vanno, comunque, dai 50 ai 100 euro. Un fiume di denaro, di cui si avvantaggia, comunque, la città. Per questo ormai l’invasione è totale. La Fondazione Levi, ad esempio, da sola, ospita a Palazzo Giustinian Lolin ben quattro padiglioni (Turchia, Ucraina, Afghanistan e Iran) e perfino il Comune si mette sul mercato,”affittando” una parte degli spazi di Palazzo Fortuny alla Croazia. E arte e business vanno a braccetto.

 

Torna al sommario

 

IL GAZZETTINO NORDEST

Pag VII Procreazione assistita, le varie tesi a confronto

 

Oggi alle 18 nella Sala Tommaseo dell'Ateneo Veneto di Venezia (in campo San Fantin 1897 a pochi metri dal teatro della Fenice) si terrà un incontro su un tema di grande attualità: "Referendum sulla procreazione assistita: sì, no, astensione?". Ne discurteranno monsignor Antonio Meneguolo (moderatore della Curia Patriarcale di Venezia), Ennio Fortuna (Procuratore Generale di Venezia), Antonella Magaraggia (giudice presso il Tribunale di Venezia) e Dennis Linder (medico). Coordinerà l'avvocato Giulio Gidoni. Nell'avvicinarsi dell'appuntamento referendario che il prossimo 12 giugno chiamerà gli italiani ad esprimersi sui quattro quesiti riguardanti la procreazione assistita, l'Ateneo Veneto - che intende continuare ad essere luogo di libero confronto delle idee soprattutto sui temi di scottante attualità - ha organizzato un incontro nel corso del quale due magistrati, un uomo di Chiesa e un medico-ricercatore dibatteranno i loro punti di vista su questo tema complesso e delicato. In chiusura spazio al dibattito.

 

Torna al sommario

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag II Ex Junghans, le case dei veneziani agli “stranieri” di Tullio Cardona

Venduti molti appartamenti destinati alla locazione: una società li affitta a 1.750 euro la settimana o per week-end

 

Venezia. Ex Junghans: dovevano essere case per veneziani, alcune in affitto, altre a prezzo di vendita politico, altre ancora immesse sul mercato; una convenzione fra Comune e il consorzio Judeca Nova, nell'area ex Junghans. Come sia andata a finire basta leggerlo sui campanelli (cognomi neppure veneti) e visitare il sito http://www.venice-rentals.com/venice/v227.html: Judeca Nova, grazie alla società "Venice Rentals" affitta-appartamenti, rigorosamente da sabato a sabato, a 1750 euro la settimana. Nel sito, la terminologia "Judeca Nova Penthouse", con descrizione degli alloggi e foto esplicative dell'esterno del complesso abitativo. Sull'area simbolo della storia, del lavoro e della produttività dell'isola, Judeca Nova ha realizzato 370 alloggi, dei quali 150 per residenti a prezzo concordato, 40 da affittare e altri 180 da immettere sul libero mercato. Inoltre, una casa dello studente da 300 posti letto. Il tutto inaugurato dall'ex sindaco Paolo Costa: «L'ho favorita come rettore di Ca' Foscari, ho contribuito a finanziarla come ministro dei Lavori pubblici e ora la inauguro come sindaco», aveva detto. La realizzazione del progetto, in edilizia convenzionata, è costata 100 miliardi di vecchie lire, di cui 20 miliardi finanziati dal Cer (Comitato edilizia residenziale) e 2,5 versati dalla Regione. Il prezzo di vendita, riservata a residenti e in edilizia convenzionata, era fissato in 3 milioni e 400 mila lire al metro quadrato. La società era impegnata a mantenere l'offerta convenzionata per sei mesi, dopo di che avrebbe potuto vendere senza vincoli al prezzo di libero mercato. Così molte testimonianze di veneziani raccontano che gli appartamenti in edilizia convenzionata sarebbero stati occultati alla richiesta e poi immessi nel libero mercato, tanto da creare molti dissensi in seno alla precedente giunta comunale, che ha dovuto procedere ad una revisione delle assegnazioni. Sta di fatto che, fino a pochi mesi fa, sono stati venduti a prezzo convenzionato solo 80 dei 137 alloggi previsti, mentre tutti i 37 appartamenti destinati all'affitto sono invece stati venduti. «Purtroppo ho constatato che la maggior parte delle abitazioni è stata ceduta da Judeca Nova a persone non residenti o falsamente residenti - osserva Fabrizio Reberschegg, già presidente del Quartiere e ora vicepresidente di Municipalità -, che abitano perciò l'isola solo saltuariamente, togliendo la possibilità di alloggio a veneziani. Inoltre gli architetti si sono dimenticati lo smaltimento dei rifiuti e come ordinare i cassonetti creando non pochi problemi a Vesta per l'asporto e agli stessi abitanti». Lì ci è andato ad abitare anche Paolo Costa: un rio nuovo di zecca giunge proprio al limitare del suo ingresso, tanto che ormai tutta la Giudecca lo chiama "canale Costa". «Se l'area è pubblica - ammonisce Reberschegg -, sia transitabile e ormeggiabile anche quel nuovo rio». Insomma, sembra proprio che l'amministrazione comunale non abbia controllato né gestito il progetto, nemmeno apponendo il diritto di prelazione per l'acquisto o per l'affitto. Lo si evince anche dalla relazione dell'Osservatorio casa: «La mancanza di definiti strumenti di monitoraggio degli interventi non ha permesso all'amministrazione di svolgere un ruolo più attivo rispetto alle modalità di attuazione delle convenzioni, all'analisi dei problemi che si manifestavano, alla ricerca in accordo coi privati di soluzioni che consentissero di avvicinarsi in misura maggiore ai risultati inizialmente previsti». Assenza di strumenti, occultamenti, edilizia convenzionata, soldi pubblici versati in odore di speculazione edilizia e ora affitti settimanali ai turisti.

 

Torna al sommario

 

Pag VII “Manifesti contro il non voto, in giunta cattolici per caso”

Protesta del leghista Mazzonetto

 

Breve ma intenso exploit di Albero Mazzonetto, unico leghista presente nel nuovo Consiglio Comunale. Prima dell'apertura dei lavori della sessione di ieri dell'assemblea cittadina, ha esposto un cartello in cui contestava l'incoerenza dei cattolici della Giunta Cacciari che non hanno ostacolato la pubblicazione e l'affissione per la città di manifesti che invitano i cittadini ad andare a votare per il referendum abrogativo di quattro articoli della Legge 40 sulla procreazione assistita. Questo il testo del cartello: "Referendum del 12/13 giugno 2005 - Per i diritti di chi ha scelto di non votare. Ai cattolici per convenienza ricordate: la creazione spetta a Dio e non all'uomo. No all'oscenità eugenetica". E conclude citando Oriana Fallaci: "Al posto dei gemelli vivisezionati di Mengele ci mettete gli embrioni". «Mi sembra un'aberrazione - dice il consigliere leghista- che assessori cattolici come Annamaria Miraglia, Laura Fincato o Piero Rosa Salva, non prendano posizione chiara in difesa della vita. Con la pubblicazione di quei manifesti voluti dal sindaco Massimo Cacciari si danneggiano quei cittadini che intendono avvalersi del diritto al non voto». «Nel merito, va detto che si tratta di una materia assai complessa sulla quale il Parlamento ha lungamente meditato e discusso. Ora non mi pare giusto sottoporre al giudizio dei cittadini qualcosa su cui possono avere legittimamente molta confusione. In ogni caso, non vedo perchè persone che vanno in giro a raccogliere voti mascerandosi da cattolici, quando sono chiamati al rispetto dell'etica cristiana, si trincerino dietro una indifferenza politica. Ma forse sono solo cattolici per caso. Ed hanno tradito coloro che per quello li hanno votati».

 

Torna al sommario

 

8 – VENETO / NORDEST

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 3 “In Veneto cinquantamila posti a rischio” di Stefano Bensa

L’allarme del sindacato che chiede un tavolo urgente in Regione. L’assessore all’Economia Gava: “Si può fare”

 

Venezia — Ventimila lavoratori in cassa integrazione e in mobilità. Un dato secco, oltretutto approssimato per difetto, che ritrae efficacemente la fase di transizione vissuta dal Veneto. Anche le proiezioni non sono confortanti. Perché se è vero, come ritiene la Cisl, che circa cinquantamila persone rischiano di precipitare nel vortice dei processi di delocalizzazione, ristrutturazione o più semplicemente della pressione della concorrenza internazionale, il problema potrebbe assumere dimensioni drammatiche. Per questo motivo il segretario regionale Franco Sech chiama a raccolta gli imprenditori e la politica. « Mi riferisco alle Province, ma soprattutto alla Regione », puntualizza Sech. Il sindacato, infatti, ritiene prioritaria l'attivazione di un tavolo regionale di confronto e la messa a punto di patti sociali su vasta scala per alimentare l'innovazione e la riconversione delle attività produttive. « In due anni insiste Franco Sech sono raddoppiate mobilità e cassa integrazione. Solo il terziario ne ha guadagnato, oltreché quei distretti, come lo sport system di Montebelluna, che hanno saputo rinnovarsi ». Le vertenze Zoppas, De' Longhi, l'annunciata chiusura dei due stabilimenti Fiamm nel Vicentino, la crisi della Iar Siltal a Bassano hanno sferrato un duro colpo al settore industriale. A Treviso è esploso pure il caso Pagnossin, con 120 lavoratori in cassa integrazione per almeno quattro settimane a partire da questa mattina. Il dilemma è proprio questo: come riprendere la via dello sviluppo? « La Regione non può ignorare la situazione », esclama Sech. E il neo assessore alle politiche per l'economia Fabio Gava non si tira indietro. « Il tavolo di confronto? Si può fare, purché coinvolga anche gli altri assessorati competenti », esordisce. Questa mattina Gava avvierà un ciclo di consultazioni con le Province, le categorie economiche e, per ultime, le parti sociali. La tappa iniziale riguarderà Belluno per esaminare le condizioni di salute del distretto dell'occhialeria, reduce da un drammatico sciopero generale. Nonostante tutto, Fabio Gava evita con cura toni catastrofistici. « Difficilmente recupereremo il tasso di sviluppo degli anni d'oro, ma siamo realisti: ventimila posti sono tanti, ma il Veneto possiede le risorse per superare la prova. Quanto al tavolo di confronto, nessun problema da parte mia, sebbene io dubiti che la politica possa risolvere un problema che non appartiene alla sola sfera congiunturale ». Cinquantamila posti di lavoro bruciati in otto anni nel settore della moda. A tanto ammonta il saldo negativo che Diego Gallo, segretario regionale della Cgil, prende a riferimento per esprimere un timore: che venga messa a repentaglio la salute dei distretti, vero e proprio asse portante dell'economia veneta. « I sintomi, purtroppo, si stanno già manifestando. A Belluno, nel Polesine, a Padova e Vicenza. E' giunto il momento di intervenire », dice Gallo. Certo, la provocazione del vicepresidente della Regione Luca Zaia e dall'ex parlamentare leghista Bepi Covre (« porteremo i disoccupati a Bruxelles per convincere l'Europa a intervenire contro la Cina », hanno detto) non riscuote molti consensi nel sindacato. Neppure Renato Brunetta, consigliere economico di Silvio Berlusconi, ha apprezzato l'uscita dei due esponenti leghisti: « Occorre riprendere in mano afferma i tavoli di concertazione che avviai con Galan nel 1998, quando coinvolgemmo il Cnel, i sindacati, gli imprenditori ». Una posizione, questa, sulla quale concorda la Cgia di Mestre per bocca del segretario Giuseppe Bortolussi. « Zaia e Covre, però, hanno interpretato correttamente uno degli elementi chiave del problema: l'Europa sostiene Bortolussi privilegia la moneta forte e il contenimento del deficit, trascurando completamente il sostegno al lavoro ». In ogni caso per Bortolussi non c'è da disperare. « Perché il Veneto ha un tasso di disoccupazione che è la metà di quello tedesco occidentale e una produttività eccezionale. Francamente, non credo debba prevalere il pessimismo ». E adesso i riflettori si spostano su Palazzo Balbi.

 

Torna al sommario

 

Pag 5 De Gregori e Vasco nella messa di don Spritz di Davide D’Attino

Il “prete pazzo” di Padova che parla ai giovani e mette le sue prediche in un sito internet. Un anno di sacerdozio celebrato davanti a 500 fedeli

 

Padova — Domenica, alla parrocchia della Sacra Famiglia di Padova, dov'è cappellano da qualche mese, l'hanno voluto salutare in centinaia e centinaia. Gente del quartiere, uno dei più popolosi della città, ma anche tante persone attirate dalla favola di « don Spritz », il prete che, tra i bar del centro, aperitivo in mano, racconta il Vangelo ai ragazzi. Don Marco Pozza compie un anno di sacerdozio. Era il 6 giugno 2004 quando più di 2 mila persone accorsero alla sua ordinazione. A Calvene, paese di mille anime sulle montagne vicentine, tutto si fermò. Un sacerdote originario di lì non si vedeva da un secolo. E così giovane, poi. Don Marco ha solo 25 anni. « La prima volta che l'ho visto ho chiesto al Signore cosa avessimo fatto di male per meritarci un pretino così — confessa Gianfranco Bisaglia, parte attiva della comunità della Sacra Famiglia —. L'abbiamo ribattezzato crazy priest, prete pazzo, ma ora ci siamo resi conto che un sacerdote così ci voleva. Ha risvegliato nei nostri ragazzi, e non solo, la passione per le Sacre Scritture ». La chiesa, con lui, è stracolma. La messa domenicale delle 19 è sempre più un caso: banchi gremiti, canti e battiti di mano festosi, tanta gente anche in piedi, che non vuole perdersi un attimo della predica del « don ». Ma soprattutto, ragazzi di tutte le età, dai piccoli delle elementari fino agli universitari, giovani coppie in cerca di una guida, animatori stretti fianco a fianco. Una festa. E approva anche don Lino, parroco alla Sacra Famiglia ormai da 18 anni, il primo a stringere la mano a « don Spritz » nel momento degli auguri, celebrati di fronte agli applausi di 500 persone. « Un grazie a tutti quelli che non avrebbero mai pensato che un bòcia così potesse diventare un religioso — rivela don Marco, mai così forte nel trattenere le lacrime — non so come andrà a finire, ma almeno ho avuto il coraggio di farlo ». Tutti pensano a Roberto Baggio quando disse: « I rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli ». Tanti sorridono, altri si asciugano gli occhi. L'emozione è grande, come quella che ha preso il « don » nelle ultime settimane. Le sue incursioni agli spritz « per parlare ai giovani di Gesù di Nazareth », la sua messa delle 19, coinvolgente come uno show. T shirt, jeans e scarpe da ginnastica sotto la tunica, don Marco è più che mai a suo agio in piedi sul pulpito. Agita le mani, le sue omelie graffiano la quotidianità dei giovani, i veri valori che sembrano perduti, l'apparenza e solo quella. Mentre parla, lo accompagnano le musiche di Vasco Rossi, Francesco De Gregori e Gianna Nannini. La hit « Bello e impossibile » gli serve per criticare Costantino e Maria De Filippi, i reality show e la loro assoluta pochezza. A degna chiusura, « La leva calcistica della classe '68 » di De Gregori, che canta: « Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore »: don Marco il suo rigore l'ha tirato. I ragazzi tra i banchi riflettono, si fanno domande e poi, a messa finita, corrono dal prete e gli dicono di essere con lui. Ci credono i giovani e ci crede anche la Chiesa. Il vescovo di Padova, monsignor Antonio Mattiazzo, l'ha incoraggiato a « continuare così » e lo stesso ha fatto don Sandro, rettore del Seminario. Tra le novità, anche un link firmato don Marco sul sito www.spritz.it, punto di ritrovo, ogni giorno, per migliaia di giovani padovani. « Un altro modo per conoscere i ragazzi e raggiungerli — dice lui — sarà una sorta di confessionale: chi vorrà potrà scrivermi una mail e scaricarsi le mie prediche ». La festa iniziata a Padova è proseguita ieri a Calvene, paese natale di don Marco, dove torna per rigenerarsi in sella alla sua bici da corsa, ricordando le parole del suo idolo, Marco Pantani: « Bisogna osare, chi segue gli altri non arriva mai primo ».

 

Torna al sommario

 

Pag 9 Smog, tagli ai fondi per il trasporto pubblico di Alberto Zorzi

La Regione ha decurtato i trasferimenti: alla provincia di Venezia tolti 2,7 milioni di euro

 

Venezia – « Per fare politiche di lotta allo smog, servono i soldi per i mezzi pubblici e le piste ciclabili. E invece la Regione ci ha tagliato di quasi 3 milioni di euro i contributi al trasporto pubblico locale ». L'assessore provinciale all'Ambiente Ezio Da Villa è infuriato. Domani mattina ci sarà la maxiriunone tra la Provincia e tutti i Comuni per discutere con largo anticipo le strategie per limitare l'inquinamento nel prossimo autunno, ma i conti non tornano. I CONTRIBUTI – All'inizio dell'anno, quando la questione del Pm10 è emersa in tutta la sua drammaticità – tanto che è diventato difficile tenere la contabilità dei giorni con valori superiori: « dovremmo essere a 92 », dice Da Villa, contro i 35 imposti come tetto dalla legge – la Regione stanziò 6 milioni di euro (per tutto il Veneto) per i servizi anti smg come navette di collegamento con le stazioni e i parcheggi scambiatori nei giorni di targhe alterne. Alla Provincia di Venezia era andato circa un milione di euro, « con un criterio assurdo – protesta Da Villa – perché teneva conto solo della popolazione e quindi metteva sullo stesso piano noi e Padova, anche se noi abbiamo 8 Comuni di fascia A e loro solo 3 ». LA BEFFA – La Provincia ha scoperto che quei 6 milioni non erano un contributo aggiuntivo, ma una « partita di giro » dal fondo regionale dei trasporti, sceso nel 2005 a 193 milioni di euro. E che quindi i contributi al trasporto pubblico di Venezia e provincia – il 45,6% dei contributi regionali complessivi (88 milioni su 193) – erano stati tagliati di 2 milioni e 700 mila euro. « Lo scorso anno la Regione ci aveva dato quasi 81 milioni di euro, quest' anno 78 milioni – spiega Valter Vanni, presidente di Actv, che ha sopportato quasi interamente il taglio – così non possiamo confermare i contratti di servizio attuali, non abbiamo i soldi per mantenere uguali i servizi e gli stipendi». Tenendo conto dell'inflazione, negli ultimi 10 anni l'azienda veneziana ha perso circa il 20% del contributo. « Noi siamo stati i primi ad accorgercene grazie a Vanni – aggiunge Da Villa – ma la protesta sta montando in tutte le Province, anche quelle di centrodestra. Se vogliamo che la gente vada di meno in macchina dobbiamo dare più servizi e migliori, non tagliare ». L'INIZIATIVA – Nel frattempo la Provincia ha lanciato una nuova iniziativa nella lotta contro lo smog: un contributo di 300 euro per installare nelle proprie auto l'impianto a gas, che è meno inquinante. La Regione, sulla base del Piano di tutela e risanamento dell'atmosfera, ha infatti stanziato per la Provincia di Venezia 290 mila euro per « promuovere l'impiego di combustibili gassosi a basso impatto ambientale ». Dotare la propria auto di un doppio impianto, aggiungendo il bombolone di gas (sia gpl che metano), costa intorno ai 1500 euro, quindi il contributo coprirà circa un quinto della spesa. Potranno richiedere l'incentivo tutti i cittadini di Venezia, Chioggia, Mira, Spinea, Mirano, San Dona' di Piave, Portogruaro, Jesolo. La vettura dovrà essere immatricolata da non meno di 3 anni e da non più di 8. In tutto verranno concessi 964 contributi e ogni Comune avrà una propria quota in base ad una divisione in parti uguali per il 40% (48mila euro a Comune) ed una proporzionale alla popolazione per il restante 60%. Il modulo di richiesta potrà essere ritirato presso il Centro servizi della Provincia in via Forte Marghera a Mestre, presso gli Uffici decentrati della Provincia e gli Uffici protocollo dei Comuni interessati. BUON ESEMPIO – L'assessorato all' Ambiente ha poi stanziato oltre 15 mila euro per convertire a gas anche 10 autovetture del parco mezzi della Provincia (8600 euro il costo totale) e inoltre per acquistare un quadriciclo elettrico e 3 biciclette a pedalata assistita (6840 euro). « Nel momento in cui come istituzione dobbiamo prendere dei provvedimenti che in alcuni casi i cittadini accettano malvolentieri – spiega Zoggia, riferendosi soprattutto alle targhe alterne – è importante che noi per primi sappiamo dare il buon esempio ».

 

Torna al sommario

 

IL GAZZETTINO NORDEST

Pag I Spiagge, un ponte di speranza per l’estate di Fabrizio Cibin

Il lungo week-end della scorsa settimana ha fatto sorridere gli operatori turistici. Da Jesolo a Lignano tutto esaurito e buone premesse per la stagione

 

"Benedetta sia la Festa della Repubblica". Non hanno dovuto fare un grande sforzo, gli operatori turistici di Jesolo per trasformare il broncio in un sorriso: il caldo ha risvegliato la voglia di vacanza, dando un'impennata alle prenotazioni, il week-end del 2 giugno ha regalato un bel po' di presenze, di quelle che fanno prendere una boccata d'ossigeno e sperare per il resto di una stagione di fatto iniziata da questo fine settimana. E' bastato vedere com'erano prese le strade giovedì e venerdì mattina, intasate fin nei paesi di campagna dell'entroterra; una replica che si è avuta domenica, anche se troppo presto rispetto alle previsione, a causa di una perturbazione che fatto smettere le vacanze prima di quello che i turisti avrebbero voluto. "D'altra parte noi siamo una località di mare - ha detto il presidente dell'Azienda di Promozione Turistica, Amorino De Zotti - e la gente viene qui soprattutto per la tintarella, anche se riusciamo comunque a dare delle valide alternative, con delle escursioni e con delle iniziative. Con il tempo bello Jesolo non deve temere per il futuro, anzi direi che c'è in tutti noi un grande ottimismo". De Zotti ha anche provato a fare quattro conti su quanto sia costato alla località il brutto tempo di domenica. "Considerata la miriade di iniziative, la città ha perso, in fatto di mancati incassi, qualcosa come 5, 6 milioni di euro". Di contro ha goduto di un week-end lungo molto positivo. "E' stato un fine settimana fortissimo, da quasi tutto esaurito; un fine settimana così ce lo aspettavamo e le città si sono svuotate così come avevamo auspicato. Una cosa che porta un certo ottimismo per la stagione. Ora avremo una settimana di flessione, poi si riprenderà, con la concomitante chiusura delle scuole". Già, perché è pur sempre l'italiano a tenere molto bene. "Direi che ha fatto la parte del leone in questo fine settimana", conferma il presidente dell'Associazione Jesolana Albergatori, Angelo Faloppa. "Sono stati quattro giorni molto belli, con gli alberghi che si sono riempiti. E' di certo un bel segnale per la stagione; questa forte affluenza dimostra come la località attiri ancora molto i turisti". Sul fatto degli italiani, anche gli operatori dell'extralberghiero confermano: buona, sì, l'affluenza del fine settimana, ma la stagione vera, per gli appartamenti, inizia dal 12 giugno. "Come categoria - ha aggiunto il presidente dell'Ascom, Roberto Ventura - siamo soddisfatti. Finalmente un ponte come si deve". Tutti hanno sottolineato gli sforzi compiuti per il miglioramento dei servizi, quindi i vantaggi portati anche dalle manifestazioni. Da una perla all'altra, dal Veneto al Friuli, da Jesolo a Lignano Sabbiadoro. "Dal ponte di giugno ci sono le premesse per una stagione positiva", spiega Pier Giorgio Baldassini, direttore dell'Aiat di Lignano Sabbiadoro (Udine), principale stazione balneare del Friuli-Venezia Giulia. "Naturalmente è troppo presto per dare numeri e stilare statistiche - precisa Baldassini - ma nei primi giorni di giugno si è visto un certo movimento. I Consorzi hanno avuto buoni riscontri, la clientela austriaca e tedesca si è notata. Insomma vista la situazione generale ci sono buone speranze per una stagione 2005 all'insegna della 'normalità', che di questi tempi sarebbe già qualche cosa di molto importante". Secondo Baldassini, "il lavoro in sinergia tra tutti gli enti, pubblici e privati, interessati al rilancio turistico di Lignano sta incominciando a dare i frutti sperati". "La clientela di questi primi giorni di giugno - aggiunge - ha apprezzato soprattutto l'arricchito arredo urbano in tutte le zone della città balneare, i nuovi ombrelloni sulla spiaggia, la ristrutturazione della fontana grande. Tutti lavori realizzati in questi mesi dal comune in collaborazione con i Consorzi e gli altri 'attori' turistici di Lignano per una strategia che punta a unire gli sforzi di tutti".

 

Torna al sommario

 

12 – FINESTRA SUL MONDO

 

LE MONDE

Route contre rail

Editorial

 

Deux morts et des millions d'euros de dégâts dans le tunnel de Fréjus, fermé à la circulation pour plusieurs mois ; cinq personnes brûlées vives dans des voitures écrasées par un poids lourd fou sur l'A7. Deux faits divers dramatiques survenus en une journée, samedi 4 juin, relancent le débat sur le rééquilibrage nécessaire entre la route et les autres moyens de transport. Débat éternel et décourageant, car tout le monde est d'accord sur l'objectif. La route ne cesse pourtant de marquer des points par rapport au rail. Si les leçons de la catastrophe du tunnel du Mont-Blanc, en 1999, ont été tirées dans le domaine de la sécurité, elles ne l'ont pas été dans celui des modes de transport. Depuis des années, les rapports prévoient en effet, si rien n'est fait, une explosion du trafic des poids lourds et une saturation du réseau routier. Pourtant, aux Etats-Unis, le rail transporte 40 % du fret. La décision de principe de construire le tunnel ferroviaire Lyon-Turin, qui permettra le transport du fret à la vitesse du TGV, est prise. Mais, compte tenu de l'importance du coût des travaux, le chantier n'avance pas. Dès l'accident du Fréjus, le PS a demandé une "autre politique" des transports. C'est oublier que, pendant le gouvernement de Lionel Jospin, la priorité affichée pour le rail n'avait pas été respectée. L'Europe, elle aussi, affiche l'objectif d'un rééquilibrage. Mais, au nom de la libéralisation des services publics et de la libre concurrence, supposée dynamiser le trafic fret, la Commission de Bruxelles vient d'imposer ses conditions pour accepter un plan de soutien de l'Etat à la SNCF : il faut notamment que la filiale fret redevienne rentable d'ici à 2006. Avant même cette décision, la SNCF avait commencé à mettre en oeuvre un plan de réduction de ses activités fret, assorti d'une hausse de ses tarifs, ce qui entraînera un nouvel afflux de camions sur les routes. La responsabilité des politiques est donc lourde. Dans une question complexe qui met en jeu de nombreux intérêts commerciaux, face à des transporteurs qui disposent de l'arme redoutable du blocage du pays, il faudra bien un jour avoir le courage politique d'admettre qu'on ne peut plus comparer le coût des différents moyens de transport  route d'un côté, rail, mais aussi voie fluviale et cabotage maritime de l'autre  en prenant en compte la seule rentabilité financière des acteurs privés de ces transports. Le calcul économique appliqué au transport routier devrait inclure les coûts "externes" de ce dernier pour la collectivité : coûts de santé publique, pollution, effet de serre, dégradation des équipements, dégâts humains causés par des accidents souvent effroyables... Si un tel calcul était mis en oeuvre, tous les professionnels savent que la question de la rentabilité des différents modes de transport se poserait de façon radicalement différente. Faudra-t-il de nouveaux drames et encore des morts pour adopter, enfin, une politique qui est inéluctable?

 

Torna al sommario

 

THE WASHINGTON POST di lunedì 6 giugno 2005

Nationalism Ignites E.U. Rebellion di Daniel Williams and Craig Whitlock

For Many Citizens, Identity Takes Precedence Over Unity

 

Rome - On the edge of the Campo de' Fiori open-air market, the question on the mind of Ruggero Ruggeri, a 70-year-old grocery store owner, was this: What does someone at the European Commission in Brussels know about buffalo mozzarella, a genuine Italian article? Italian shoppers want their fresh cheese floating in brine, which keeps it moist, Ruggeri explained this past week. And they want to be able to tell their grocery man how much to slice off the big pearly white "braids" of the cheese. Instead, because of European Union rules that came into force two years ago, mozzarella must be packed in plastic with the expiration date stamped all over it. "Mozzarella loses all its flavor sitting in a plastic bag," he declared. "And how can we cut it to order? Our clients have complained. People don't like it anymore." Similar resentment is resonating throughout the E.U. these days, as the bloc faces a rebellion from within by people who say it has grown too big, too fast and become unaccountable now that it oversees 25 countries with a population of more than 450 million. The objections vary from country to country, but they add up to the same thing, a desire to put the brakes on more than 50 years of integration. In France, voters rejected a proposed E.U. constitution May 29 by a ratio of 55 to 45. In the Netherlands, another founding member of the bloc when it was formed in 1952, it was rejected 62 percent to 38 percent three days later. Few voters had actually read the voluminous document, but a "no" vote was a way to protest against the integration that has been a pet project of political elites for half a century but has rarely been put to the citizenry. Many of the constitution's opponents say they favor a united Europe. It has made cross-border travel easy, and it has provided the convenience of a common currency in 12 countries. Many people believe it has helped make their standard of living among the highest in the world and kept the peace between member countries for more than half a century. But opponents fret that the push for uniformity threatens local customs and cultural quirks that add up to a way of life. In France, "no" voters often said they were convinced the E.U. would impose what is known derisively as Anglo-Saxon economics on all its members, effectively dismantling the French welfare state with its emphasis on job preservation and a generous social safety net. For other opponents, the issue was immigration. They believe that their countries' Muslim minorities are already too large and that the constitution would eventually open the way to admission of Turkey, a predominantly Muslim country of 70 million people. Other concerns are provincial, but still arouse emotion. Some Hungarians, for instance, fear the E.U. will over-regulate the way they have traditionally force-fed geese to produce foie gras. In Spain, people raise the specter of an E.U. mandate to outlaw bullfighting. "All the E.U. regulations changed the way we do business," said Ruggeri, whose store is a Rome landmark. The man who works the cheese and meat counter in a white apron said he was not aware of any epidemic resulting from the traditional way of selling mozzarella that would justify the packaging regulation. Then there's cod," he complained. "You can't sell it moist and by the piece anymore. It has to be dry and customers are forced to soak it at home." He was just getting started. "Ah, and they changed the rules for mascarpone. It now has to be split up and packaged into regulation amounts, like a quarter kilogram, or half kilogram. We used to keep it on hand melted and spoon out just the amount the customer wanted." Arian Klunder, 26, has a habit of regularly smoking joints at his job in Amsterdam. His boss, in fact, encourages him to get high with the customers. It's a perk that comes with being manager of the Kadinsky coffee shop, one of the many marijuana-and-hashish bars that contribute to the Dutch city's anything-goes reputation. The coffee shops, as the pot parlors are euphemistically known, are technically illegal but have long been tolerated by the Dutch government. Recently, however, a nightmare scenario has been spreading through the herb-scented haze. Could the E.U. force the Netherlands to crack down on its cherished drug dens? Although Dutch officials have told citizens not to worry, the mere idea that European Commission bureaucrats in Brussels might interfere with his livelihood was enough to persuade Klunder, 26, to cast a ballot against the proposed E.U. constitution. "Even the chance that it could happen is enough reason to say no," he said. Dutch opponents also speculated that the E.U. would eventually override the country's permissive policies governing abortion, euthanasia and drug use. Local lawmakers who campaigned on behalf of the constitution tried to reassure voters that the country's sovereignty was not endangered. "Each country has its own culture, each country its own national identity. Brussels does not touch that, and rightly so," Justice Minister Piet Hein Donner wrote in a pre-election letter to the newspaper De Volkskrant. But many voters were not convinced, including Klunder. He noted that the constitution would erode long-standing E.U. principles that a single country can block legislation. A small one like the Netherlands would be left at the mercy of its neighbors, he said: "Holland only has a very small voice." "If you would close the coffee shops in Amsterdam, the economy would crash," he added. "It's not just backpackers with three dollars in their pockets. It's businessmen and regular people who come here to relax and smoke a joint and spend money. We could still make money with cheese and tulips, but coffee shops are a lot more lucrative."

 

Torna al sommario

 

THE LOS ANGELES TIMES di lunedì 6 giugno 2005

With a Jab From Anglo-Saxons, Chirac and Schroeder Go Down for the Count di John Micklethwait e Adrian Wooldridge

 

There are many ways to view the tumultuous events of last week. Do the French "non" and the Dutch "nee" herald the end of Europe or a new beginning? Are they a victory for democracy or raw populism? The cafes of the Rive Gauche and the wine bars of Islington are already filling with unshaven intellectuals who will debate these questions for you at length — especially if you happen to be female and around half their age. In the gritty world of power politics, however, one thing is certain: The votes by the French and Dutch to reject the EU constitution sealed a personal triumph for George W. Bush and Tony Blair over Jacques Chirac and Gerhard Schroeder. These four statesmen were publicly on the same side when it came to the constitution. Right after his second inauguration, Bush traveled to Brussels to give his seal of approval to the European project. Blair had promised to lead the campaign for the constitution in Britain. But these public agreements concealed profound disagreements and even greater personal animosity. Blair and Bush championed an Anglo-Saxon version of Europe — one rooted in free markets and a transatlantic alliance led by the United States. Chirac and Schroeder saw Europe as a counterweight to the U.S.; and they championed a social democratic model to tame Anglo-Saxon capitalism. These disagreements have underpinned virtually all the recent transatlantic battles — from the Iraq war to arms sales to China. Schroeder and Chirac are much more natural personal allies than Bush and Blair. They come from the same cynical, pragmatic European ruling elite that favors incremental change and scoffs at Bush's naive dreams of democratizing the Middle East. The Anglo-Saxon duo, by contrast, often embody the transatlantic divide: When they first met, the only thing that Bush could say he had in common with his pro-Kyoto, Clintonite ally was that they used the same toothpaste. But Bush and Blair have found common ground, not least in tangling with Schroeder and Chirac. Given the unpredictability of Iraq, it is too early to claim a knockout for the Anglo-Saxons. But the Axis of Weasel is on the canvas. First, Schroeder was flattened when his party lost control of working-class North Rhine-Westphalia, Germany's largest state. Then the French and Dutch voters killed the idea of a European super-state. Schroeder may be replaced as early as September by Angela Merkel (who supported the invasion of Iraq); Chirac could be ousted by the more Anglo-Saxon Nicolas Sarkozy in 2007. "He Who Dares, Wins" is a dangerous motto for a politician — as Bush and Blair may yet find out. But "He Who Never Dares Can Never Win" seems a fit epitaph for Chirac and Schroeder. While both Bush and Blair have been willing to gamble to keep their economies growing (from creating an independent Bank of England to Social Security reform), neither Chirac nor Schroeder used their early popularity to push reforms; now one in eight Germans and one in 10 French is unemployed. The same goes for politics. Blair has annihilated the Tory machine, and Bush may yet be seen as the founder of a period of Republican hegemony. By contrast, Chirac and Schroeder have not only failed to change the political landscapes of their countries, they never even tried. Meanwhile, the one ideal that Chirac and Schroeder have clung to — the dream of a united Europe — suddenly looks naive. Indeed, it appears the wily old pragmatists have been outsmarted by perfidious Albion. It was Blair who pushed hardest for the enlargement of the EU, thus loosening the Franco-German stranglehold on the union and setting up a furious reaction in France; it was Blair who called for referendums on the constitution, shaming Chirac into doing the same thing. And they walked into both these traps. A British politician, Enoch Powell, once lamented that "all political careers end in failure." But there are different sorts of failure. Bush and Blair will have left their footprints in the sands of time; Chirac and Schroeder have virtually nothing to show for their efforts. And that will hurt a great deal.

 

Torna al sommario

 

DER SPIEGEL di lunedì 6 giugno 2005

EU - Finanzminister attackieren Italien

Auch mehrere Tage, nachdem ein italienischer Minister das Ende der Währungsunion forderte, hat sich der Ärger noch nicht gelegt. Bei dem Ratstreffen der Euro-Finanzminister müssen sich die Italiener harsche Kritik gefallen lassen

 

Luxemburg - Der Vorsitzende der Euro-Gruppe, Luxemburgs Regierungschef und Finanzminister Jean-Claude Juncker, bezeichnete Forderungen nach einem Austritt aus der Euro-Zone als "Dummheiten". Nach einem Treffen mit seinen Kollegen aus der Euro-Zone sagte er gestern: "Es ist keine Rede davon, dass ein Land den Euro verlässt." Juncker hob zudem die Erfolge der in der Währungsunion koordinierten Strukturreformen für die Wirtschaftslage in Europa hervor. Auch Bundesfinanzminister Hans Eichel sagte, es gebe keinen Grund, über die Zukunft des Euro zu reden. "Was ich da in den letzten Tagen in den Zeitungen gelesen habe, war ein solcher Unsinn, da fällt einem was anderes als dieses eine Wort nicht ein." In Italien war nach dem Scheitern der EU-Verfassungsreferenden in den Niederlanden und Frankreich über die Währungsunion diskutiert worden. Arbeitsminister Roberto Maroni der norditalienischen Lega Nord hatte sich für die Wiedereinführung der italienischen Lira ausgesprochen.

Der niederländische Finanzminister Gerrit Zalm sagte dazu: "Ich denke es ist gut, dass Herr Maroni Wohlfahrtsminister und nicht Finanzminister ist." Die Äußerungen seien unverantwortlich. Der österreichische Ressortchef Karl-Heinz Grasser nannte die Währungsunion einen der größten Erfolge der europäischen Integration. Um angesichts der Verfassungskrise einen Vertrauensverlust bei Verbrauchern und Investoren zu verhindern, rief Juncker die EU-Staaten dazu auf, nun auf dem Juni-Gipfel eine Einigung über die Finanzen 2007 bis 2013 zu erreichen. Bundeskanzler Gerhard Schröder hatte Juncker vergangene Woche Kompromissbereitschaft signalisiert, nachdem er lange auf einer Kappung der EU-Haushalte bei einem Prozent der Wirtschaftsleistung bestanden hatte. Die EU-Finanzminister kommen heute erneut zusammen, um über eine freiwillige Abgabe auf Flugtickets zu beraten. Da kein konkreter Vorschlag der EU-Kommission vorliegt, wird nicht mit einer raschen Einigung gerechnet. Die Finanzminister hatten sich im Mai grundsätzlich darauf geeinigt, im Kampf gegen die Säuglingssterblichkeit in den armen Ländern der Welt Flugpassagiere zur Kasse zu bitten. In Straßburg will EU-Währungskommissar Joaquín Almunia gleichzeitig ein Strafverfahren gegen Italien auf den Weg bringen. Rom verletzte nach neuesten EU-Zahlen bereits seit 2003 mit überhöhten Defiziten den Euro-Stabilitätspakt. Eine Entscheidung der Finanzminister dazu steht erst im Juli an.

 

Torna al sommario

 

LE FIGARO di lunedì 6 giugno 2005

La difficile convalescence du Liban di Antoine Basbous

Après l'assassinat de Samir Kassir, intellectuel engagé dans la «révolution du Cèdre» à Beyrouth

 

L'assassinat de Samir Kassir (45 ans), un brillant intellectuel et un militant de la liberté dans un monde arabe qui réprime tant cette valeur, a endeuillé le Liban. Ce Libano-Français, fervent artisan de «l'Intifada de l'indépendance» qui a illuminé le «Printemps de Beyrouth», a été jusqu'au bout un esprit libre et rebelle. Il est resté insensible à la terreur des services de sécurité syro-libanais, qui n'ont pas réussi à le soumettre ni à l'intimider. Sa plume n'a pas fléchi, malgré une filature et un harcèlement constants qui ont duré quatre ans. Les agents du renseignement qui se relayaient jour et nuit à ses trousses n'ont fait qu'aiguiser sa courageuse et juste critique. Et ce au moment où la majorité de la classe politique libanaise s'était mise aux ordres du «gauleiter» syrien. La réaction soulevée par l'assassinat de Rafic Hariri, le 14 février dernier, lui a donné, ainsi qu'à tout un peuple, l'espoir de voir rétablis l'indépendance, la liberté, la démocratie et un Etat de droit. De par ses origines syro-palestiniennes, Kassir avait multiplié les plaidoyers pour la cause de la liberté au-delà des frontières du Liban. Il soutenait particulièrement les intellectuels syriens dans leur combat pour sortir de la dictature et rêvait de voir venir le jour où Damas serait débarrassé de l'interminable règne totalitaire du Baas. Il n'aura pas vécu assez longtemps pour se réjouir de cette perspective qui ne saura tarder. Car le régime syrien est placé entre le marteau et l'enclume et ne peut plus se maintenir sans se réformer. Or, comme l'écrit Montesquieu : «Le pire moment, pour un mauvais régime, est celui où il entreprend de se réformer.» Tous ceux qui pensaient que la Syrie s'était retirée du Liban doivent désormais réviser leur jugement. Outre les forces régulières qui ont été rappelées, les unités du renseignement invisibles à l'oeil nu, celles-là sont toujours présentes. Et bien que les principaux chefs des services de sécurité libanais aient été démis après l'assassinat de Hariri, il n'en demeure pas moins qu'ils ont laissé derrière eux des administrations truffées d'agents qui quadrillent le pays et agissent dans l'ombre. Ne nous leurrons pas : le salut du Liban est incompatible avec son régime archaïque et pollué. Une réforme structurelle radicale est une condition sine qua non pour la résurrection du pays du Cèdre. Car le système actuel repose sur une corruption généralisée et sur un appareil sécuritaire que le président de la République a conçu et mis en place depuis quinze ans, en tant que chef de l'armée, puis en tant que président. Sans le malheureux réflexe de solidarité communautaire, le président Lahoud aurait dû être abandonné par tous, à commencer par la communauté chrétienne dont il est issu (tout en menant une politique en rupture avec les aspirations de cette communauté), pour répondre de son bilan et de ses relations coupables avec l'occupant, auquel il doit tout. Bien qu'il ne soit pas le seul dirigeant politique dans ce cas, loin s'en faut. Le temps est venu de réduire cette anomalie d'un communautarisme non régulé, en introduisant une dose de représentation nationale, fondée sur le mérite des élites et non sur l'appartenance communautaire des citoyens. Cela débouchera sur la création de partis transcommunautaires et sur la modernisation de la vie politique. Un dirigeant sera alors abandonné par sa communauté religieuse quand il est défaillant, au lieu de bénéficier de sa protection systématique face à la critique. Le système libanais est rongé par d'autres graves maladies. Il fut un temps, très récent, où une grande partie des hommes politiques libanais achetait sa charge à Damas et se transformait en «agent» de la Syrie, tout en rétribuant ses maîtres ! Et l'on s'interroge légitimement: quand ces dirigeants rompront-ils avec cette sinistre et déshonorante pratique? La quantité d'agents syriens infiltrés au sein de la classe politique est déprimante. Sur qui peut-on s'appuyer pour ressusciter l'Etat de droit au Liban? Le nombre des collaborateurs, fussent-ils repentis, qui vont revenir au Parlement est impressionnante. L'autre démon du Liban, c'est l'absence d'un Etat de droit et d'une justice indépendante. Les «puissants» nouent des alliances avec l'étranger, proche ou lointain, et deviennent alors les défenseurs de ses intérêts, au détriment des intérêts de leur propre pays. Au moins trois cents millions de dollars US ont été virés par une seule capitale arabe du Golfe, pour financer les législatives en cours ! Il faudrait pourtant couper le cordon ombilical et financier entre les dirigeants libanais et toute référence installée à l'étranger pour renforcer leur appartenance patriotique. Ce qui passe par une transparence, aujourd'hui absente. Construire une société civile exige aussi que tous les citoyens soient égaux devant la loi. Les dirigeants politiques doivent répondre de leur fortune: comment a-t-elle été amassée et à quoi a-t-elle servi ? La mise en application de ce principe risque d'envoyer en prison une grande partie de la caste politique. Avant d'arriver à de telles réformes fondamentales, il convient de surveiller l'essentiel : que le retour à l'indépendance et à la démocratie ne soit pas entravé par des crimes et une déstabilisation commis par les services de renseignements. Pour cela, il est impératif que le «directoire international» informel, constitué autour de Paris, Washington, Riyad et Le Caire, agissant sous le contrôle du secrétaire général de l'ONU, continue à garder un oeil vigilant sur le pays du Cèdre. Le Liban est traumatisé par plus de trente années de guerres et d'occupations. Il est en convalescence. Le retrait de l'armée syrienne a surpris par sa rapidité, et pris de court une population qui commençait à ne plus y croire. Ce pays a besoin d'être soutenu, notamment par Paris, malgré ses déboires européens. L'apparition prévisible de crises qui secoueront les pays arabes ne doit pas détourner l'attention portée au Liban. Car l'avortement du processus démocratique dans ce pays annihile les chances de pouvoir avancer dans la démocratisation des pays de la région. Il faudrait que Samir Kassir, l'homme au sourire serein et apaisant et qui avait brisé le mur du silence, soit le dernier apôtre de la liberté assassiné. Le Levant manque d'intellectuels de sa trempe, courageux, porteurs de modernité et qui osent défier les appareils sécuritaires. Il faut tourner la page de la terreur, pour permettre aux Libanais de poursuivre leur marche vers la liberté et la démocratie. Et permettre, demain, aux Syriens de sortir du système totalitaire qu'impose une dictature héréditaire qui ne survit que grâce à «l'état d'urgence», en vigueur depuis plus de quarante ans.

 

Torna al sommario

 

L’EXPRESS di lunedì 6 giugno 2005

Ukraine. La fracture des Eglises di Sylvaine Pasquier

L'onde de choc de la révolution Orange s'est répercutée parmi les orthodoxes et les catholiques de rite byzantin. Car, ici, sur la vieille frontière des empires, entre Orient et Occident, c'est l'avenir de l'influence religieuse de la Russie qui se trouve remis en question

 

L'office a lieu non loin du centre de Kiev, dans un simple appartement du quartier Lipki où la tsarine Elisabeth Petrovna possédait autrefois un palais. Avant de revêtir ses ornements sacerdotaux, le père Petro Zouyev discute dans la cuisine. Qui veut croiser les arguments ou exercer sa réflexion trouve en lui un interlocuteur inépuisable. Quand il est arrivé là, en 1999, il y avait cinq paroissiens. A présent, ils sont 150, en majorité les étudiants d'un foyer voisin et un bon tiers d'anciens protestants revenus à l'orthodoxie. Ordonné il y a douze ans, ce jeune prêtre de l'Eglise orthodoxe ukrainienne du patriarcat de Moscou (EOU-PM) exerce son ministère hors des sentiers battus. «Je passe pour un original», avoue-t-il avec un sourire de potache qu'il enfouit dans sa tasse de thé. L'hiver dernier, le père Petro promenait sa haute silhouette en soutane noire parmi les tentes de la révolution Orange dressées sur l'avenue Kreshchatik… Sans doute n'était-il pas le seul religieux à se solidariser avec la société civile. D'autres, de toutes obédiences, étaient là, pour la justice et l'unité de la nation. «La voix du peuple est la voix de Dieu», écrivait alors le cardinal Lubomyr Husar (1), 72 ans, à la tête de l'Eglise catholique ukrainienne de rite byzantin, dite gréco-catholique. Chaque matin, le père Petro disait la messe, bénissant activistes et citoyens coalisés contre la fraude électorale. Pendant ce temps, une partie des hiérarques de sa propre Eglise soutenait activement le camp adverse. Des monastères ou des lieux de culte abritaient des piles de tracts où Viktor Youchenko - alors candidat de l'opposition, aujourd'hui chef de l'Etat - était traité d' «ennemi de l'orthodoxie», voire de suppôt de Satan. 10 000 ont ainsi été découverts dans la cathédrale de l'Assomption, à Odessa. Des prêtres, des évêques donnaient ouvertement des consignes de vote en faveur de son rival prorusse, l'ex-Premier ministre Viktor Yanoukovitch, criminel de droit commun deux fois condamné mais favori de Moscou - adoubé à la fois par Vladimir Poutine et par Alexis II, chef de l'Eglise orthodoxe russe. Certes, tout le clergé de l'EOU-PM ne s'est pas comporté à l'identique.

«La religion est un facteur d'éclatement» - Et des fidèles ont protesté lorsque le métropolite Volodymyr Sabodan, 69 ans, chef suprême de cette Eglise, est allé expliquer à la télévision qu'il avait béni Yanoukovitch, un «véritable croyant orthodoxe, digne de devenir président» de l'Ukraine. Après cela, il y a eu quelques ajustements délicats. «Volodymyr a des traits honnêtes et ses mains tremblent, observe Yevguen Svertyuk, ancien dissident rescapé de douze ans de goulag, éditeur de la revue Nacha Vira (Notre foi). Sans doute a-t-il ses propres sentiments, mais il n'est pas libre. C'est un poisson accroché à un hameçon. Il a toujours été et il reste aux ordres de Moscou.»

 

 Chronologie

 

988: conversion de Vladimir, souverain de la Rus kiévienne, au christianisme.

1054: schisme, division de la chrétienté entre catholiques et orthodoxes.

1240: prise de Kiev par les Mongols.

1448: l'Eglise orthodoxe russe se sépare de la métropole de Kiev et rejette la tutelle de Constantinople.

1596: union de Brest. Une partie de l'Eglise ukrainienne se place sous la juridiction du Vatican et devient gréco-catholique.

1686: rattachement controversé de l'Eglise orthodoxe ukrainienne au patriarcat de Moscou.

1918: proclamation de la République nationale ukrainienne.

1919: naissance de l'Eglise orthodoxe autocéphale ukrainienne.

1921: les bolcheviques s'emparent de la majorité de l'Ukraine, la Galicie passe sous tutelle polonaise.

1932-1933: famine délibérément provoquée par le régime stalinien.

1944: les troupes soviétiques contrôlent l'ensemble du pays.

1946: un pseudo-synode vote la liquidation de l'Eglise gréco-catholique, absorbée par l'Eglise orthodoxe russe.

1991: 1er décembre: proclamation de l'indépendance.

2001: visite du pape Jean-Paul II.

 

Après le scrutin, «des prêtres et des jeunes ont rallié l'Eglise orthodoxe rivale du patriarcat de Kiev, explique le chercheur Victor Yelensky, de l'Institut de philosophie. Cela s'est produit dans deux régions, Ternopil et Chernivtsi, mais ces mouvements n'ont pas eu, pour l'instant, de caractère massif L'un des leaders de la troisième branche de l'orthodoxie, l'Eglise autocéphale, liée à la diaspora, s'est discrédité en soutenant Yanoukovitch. L'onde de choc de la révolution Orange - où s'est engagé un processus de consolidation de la conscience nationale - s'est répercutée au sein des Eglises. Certaines s'y étaient préparées, n'hésitant pas à critiquer les dérives «à la soviétique» du régime précédent, le mensonge et la corruption - qui sont des atteintes, souligne le cardinal Husar, «à la dignité humaine». Mais «la plupart ont connu des divisions internes, constate Natalka Boyko, doctorante à l'Institut d'études politiques de Paris. La religion est le révélateur des tensions identitaires qui traversent la société, elle est aussi un facteur d'éclatement». Outre le judaïsme et l'islam, toute la chrétienté s'est donné rendez-vous en Ukraine, c'est-à-dire sur la ligne de fracture des empires, aux confins de l'Orient gréco-byzantin et de l'Occident. Selon le mot d'un sociologue américain, on trouve là «le marché religieux le plus compétitif et pluraliste de toute l'Europe orientale». Mais les religions n'étaient guère, jusqu'ici, égales entre elles, comme le voudrait la Constitution - et Viktor Youchenko, qui réaffirmait, il y a peu, ce principe. Sans parler des minorités catholique romaine et protestantes, il y a en Ukraine trois églises orthodoxes et une Eglise gréco-catholique, qui ont «chacune l'ambition, poursuit Natalka Boyko, d'incarner la nation et la tradition religieuse nationale». Dès l'annonce de la victoire de Viktor Youchenko au «troisième» tour de la présidentielle, le 26 décembre 2004, Bartholomée Ier, patriarche œcuménique de Constantinople et primat d'honneur de toute l'orthodoxie, s'est empressé de féliciter le nouveau chef de l'Etat. Témoignant ainsi, estime Oleksandr Sagan, historien des religions et conseiller scientifique de Youchenko, de «l'attention soutenue qu'il porte à l'Ukraine». A la mi-mars, le président ukrainien envoyait une délégation à Istanbul, conduite par le secrétaire d'Etat Oleksandr Zinchenko et chargée de transmettre au patriarche une invitation à se rendre en visite à Kiev. Sans oublier une lettre sollicitant son aide pour venir à bout d'une question épineuse: «Nous avons une Eglise orthodoxe importante, celle du patriarcat de Kiev, explique Sagan, qui est privée d'une bonne part de ses droits, car elle n'est pas reconnue Eglise dissidente, elle a rompu en 1992 avec le patriarcat de Moscou - qui a excommunié son chef, Filaret Denyssenko, et la qualifie de «schismatique». Les prédécesseurs de Youchenko, Leonid Kravtchouk et Leonid Koutchma, s'étaient déjà tournés vers Constantinople - qui a été durant près de sept siècles l'Eglise mère de la métropolie de Kiev - pour obtenir son soutien. Pendant longtemps, connaissant la vindicte des hiérarques de l'Eglise russe, Bartholomée Ier s'est retranché dans la prudence. En 1996, les orthodoxes d'Estonie s'étant placés sous sa protection spirituelle, un conflit l'a opposé à Alexis II. Ces dernières années, il s'est rapproché de Kiev. «L'indépendance de l'Ukraine aurait dû s'accompagner de celle de son Eglise orthodoxe, avance Yelensky. Selon le droit canonique, toute modification des frontières civiles entraîne celle des limites de la juridiction des Eglises. Si une nation orthodoxe conquiert son indépendance, son Eglise reçoit l'autocéphalie Mais le patriarcat de Moscou refuse de lâcher prise, la moitié environ des paroisses sous sa juridiction se situant au pays de la révolution Orange. Si l'Eglise orthodoxe d'Ukraine s'unit et obtient d'être reconnue par Constantinople, elle devient la première du monde.

Une «manipulation» de faits irréfutables - Une dizaine de jours plus tard, Bartholomée Ier dépêchait à son tour ses représentants à Kiev, dont l'archevêque Vsevolod de Chicago. «Ce n'est pas la première fois qu'il vient ici, observe Victor Yelensky. Avant tout, sa mission était d'étudier la situation et d'évaluer le degré de contestation au sein de l'Eglise du patriarcat de Moscou.» Au cours d'une rencontre avec le président Youchenko, l'archevêque a rappelé qu'aux yeux de Constantinople le territoire de l'Eglise orthodoxe russe est celui qu'elle détenait jusqu'à 1686 - c'est-à-dire avant que l'Eglise kiévienne lui soit rattachée. Et d'ajouter que le patriarcat œcuménique n'a jamais ratifié cet «assujettissement». Ce pavé jeté dans la mare des susceptibilités russes a fait un bruit considérable de Kiev à Moscou. Au reste, deux prédécesseurs de Bartholomée Ier, en 1924 et en 1990, avaient déjà procédé à semblable mise au point. «La déclaration de Vsevolod est parfaitement juste, renchérit Oleksandr Sagan. L'opération était illégale. De plus, Moscou a versé de l'or pour parvenir à ses fins Dissimulant son exaspération, l'Eglise russe a fait mine de prendre le message de l'archevêque pour des «propos personnels». «Sans vouloir le reconnaître, Alexis II et Kyrill de Smolensk et de Kaliningrad [n° 2 de du patriarcat de Moscou] perçoivent sans doute que leur politique en Ukraine est sans issue, commente Victor Yelensky, mais ils estiment que leur territoire est celui de l'Union soviétique

 

 Nombre de paroisses enregistrées

 

10 566 pour l'Eglise orthodoxe ukrainienne du patriarcat de Moscou - exarchat de l'Eglise orthodoxe russe.

3 484 pour l'Eglise orthodoxe ukrainienne du patriarcat de Kiev, dissidente, créée en 1992.

1 172 pour l'Eglise orthodoxe ukrainienne autocéphale, fondée en 1919, persécutée dans les années 1930, restaurée en 1990.

3 386 pour l'Eglise gréco-catholique ukrainienne (1596), liquidée en 1946 sur ordre de Staline, restaurée en 1989.

Si l'on interroge les citoyens sur l'Eglise à laquelle ils s'identifient, ils sont 22% à choisir celle du patriarcat de Kiev et 12% seulement celle du patriarcat de Moscou. L'Eglise gréco-catholique obtient 8% des suffrages, les orthodoxes autocéphales 1%.

 

La Russie n'existait pas encore lorsque Vladimir, souverain de la Rus kiévienne, reçut le baptême en 988. Il épousa Anne, sœur de l'empereur de Byzance. Son royaume très chrétien où, trait remarquable pour l'époque, la peine de mort et la torture étaient abolies, allait connaître un véritable rayonnement jusqu'à l'invasion mongole, en 1237. Après quoi, les princes de la Moscovie s'en proclameraient les légataires exclusifs. «C'est par usurpation que l'Eglise russe fait commencer son histoire par le baptême de Vladimir! fulmine Anatoliy Kolodny, spécialiste des études religieuses et directeur adjoint de l'Institut de philosophie. C'est l'Ukraine que Vladimir a baptisée, et non Moscou.» A la laure de Kiev, somptueux monastère où l'Eglise du patriarcat de Moscou a installé ses quartiers, l'archevêque Mitrofan, vicaire de la métropole kiévienne, se gendarme d'emblée contre la «manipulation» de faits, selon lui, irréfutables: «Il existe des documents qui le prouvent. Cet accord de transfert a été signé par 19 métropolites grecs. Les archives d'Etat à Moscou possèdent les originaux de leurs lettres. Pour dissiper tous les doutes, nous en avons fait parvenir des copies à Constantinople Quant à l'unité, «elle ne peut se faire qu'au sein de notre Eglise, la seule canonique, la seule reconnue». La raideur du ton s'allie à la volonté de couper court à toute discussion. En plus du séminaire, de l'académie de théologie, l'EOU-PM développe de multiples activités à la laure. Un jour, le père Mikhailo Dymyd, gréco-catholique, s'y trouvait. Il voulut acheter une croix. «Qui êtes-vous? lui lança le vendeur, scrutant ses vêtements noirs. Dymyd le lui dit: «Je ne vous vendrai pas cette croix: vous êtes un hérétique A la laure, on trouve aussi des cierges, fabriqués sur place, et des DVD. L'un d'entre eux, Anatomie du schisme, est un montage de documents d'archives et d'interviews, véhiculant une propagande haineuse à la fois contre les Eglises orthodoxes dissidentes d'Ukraine et contre l'Eglise gréco-catholique, accusée de collusion avec le fascisme (voir l'interview, page 58) et d'appropriation illégale de lieux de culte. Entre croix gammées et hyènes errantes, ce film a été réalisé avec «la bénédiction du métropolite Volodymyr».

«Il faut lancer le dialogue à la base» - Vouée à la disparition par Staline, violemment persécutée par le régime soviétique, l'Eglise gréco-catholique s'était placée en 1596 sous l'égide du Vatican, tout en restant fidèle à la tradition byzantine. Sortie des catacombes en 1988 à la faveur des réformes de Gorbatchev, elle est aujourd'hui forte de quelque 5 millions de fidèles. En quinze ans, elle est devenue la plus active de toutes les Eglises d'Ukraine, multiplie les initiatives, anime à Lviv la seule université catholique d'Europe orientale, qui possède un remarquable service d'information religieuse. D'ici peu sera inauguré le Centre d'études œcuméniques, où travaillent des chercheurs de toutes les confessions. «S'il y avait dans l'orthodoxie un dignitaire qui ait le charisme et l'ouverture d'esprit du cardinal Husar ou qui soit un exemple pour tous, comme l'était Jean-Paul II, soupire un prêtre ukrainien du patriarcat de Moscou, notre Eglise ne serait pas aussi fermée sur elle-même, elle serait capable de faire face à son passé, et tout aussi bien de parler à Barthomolée. La seule issue est de lancer le dialogue à la base, parmi les prêtres de différentes confessions. Nous avons commencé.» La tradition byzantine commune devrait rapprocher orthodoxes et gréco-catholiques, mais c'est plutôt l'inverse qui se produit. Moscou et Constantinople ont suspendu un temps leurs rivalités pour s'opposer de conserve à toute velléité du Vatican d'accorder le statut de patriarcat à l'Eglise gréco-catholique, comme elle le souhaitait. Jean-Paul II y aurait été favorable. Mais «le Vatican est la proie d'une sorte d'obsession - ouvrir à tout prix un dialogue avec l'orthodoxie russe, observe Myroslav Marynovych, directeur de l'Institut de la religion et de la société à l'Université catholique d'Ukraine. Quand une forteresse refuse de s'ouvrir, que faut-il faire? L'assiéger ou la contourner? D'autres, telle l'orthodoxie roumaine, sont prêts à dialoguer. Allons de l'avant.» Il y a un vieux rêve d'unité en Ukraine, un grand dessein conçu jadis par des visionnaires tels le métropolite orthodoxe Petro Mohyla ou son homologue gréco-catholique Andrej Sheptytskyi - retrouver un jour l'union entre les deux grandes Eglises chrétiennes. Si Rome et Constantinople s'accordaient pour reconnaître les patriarcats gréco-catholique et orthodoxe ukrainien, Kiev pourrait être le centre rayonnant de l'œcuménisme. En avril 2005, le Centre d'études économiques et politiques Razumkov a demandé aux Ukrainiens s'ils soutenaient le projet d'une Eglise orthodoxe unie. «Près de 41% y sont favorables, précise Mykhailo Mishchenko, directeur adjoint du service sociologique, 15% répondent par la négative. Les plus hauts taux d'approbation se situent à l'ouest du pays, où le sentiment religieux est plus vif, avec 57%, tandis qu'à l'est le score tombe à quelque 27%, plus de 41% ne s'intéressant guère à ce projet.

«Prendre la place de Constantinople» - A Kiev, sur les bords du Dniepr, un vaste chantier s'est ouvert, celui d'une cathédrale et du nouveau siège de l'Eglise gréco-catholique, qui sera transféré d'ici à 2006 dans la capitale ukrainienne, son berceau d'origine. Cette localisation est aussi une manière d'affirmer sa vocation nationale. Aux yeux de la hiérarchie orthodoxe d'obédience moscovite, c'est une «provocation». Au patriarcat de Kiev, en revanche, on affiche dialogue et largeur de vues. Son chef, Filaret Denyssenko, a le sentiment que les temps lui sont favorables. En butte aux attaques de l'Eglise russe, il sait à qui il a affaire: comme Volodymyr, il a été recteur de l'académie de théologie de Moscou. Au début des années 1990, lui, Volodymyr et Alexis étaient candidats au siège de patriarche de Moscou. Quand il a coupé les ponts, les médias l'ont soudain accusé de collusion avec le KGB à l'époque soviétique. «Mais il ont tous collaboré! s'exclame Yevguen Svertyuk. Cette hiérarchie a été mise en place par le KGB, et c'est encore plus préoccupant pour l'EUO-PM, puisqu'elle est toujours contrôlée par le centre Aujourd'hui, le patriarche Filaret attend son heure, fût-elle tardive. «L'Eglise et l'Etat russes sont prêts à tout pour retenir l'Ukraine sous leur autorité. Alexis II et Vladimir Poutine accusent déjà Bartholomée de vouloir diviser le monde orthodoxe. En réalité, Moscou veut prendre la place de Constantinople. Avec l'appui du ministère des Affaires étrangères et de ses ambassades, le patriarcat russe essaie aujourd'hui de placer sous sa juridiction les paroisses orthodoxes d'Europe occidentale Des tentatives en ce sens ont déjà été faites en France, où 90% des communautés dépendent de Constantinople. Mais «Alexis II revendique ce qu'il ne possède déjà plus, lance un prêtre ukrainien. A sa façon, il est une victime de l'Histoire. L'orthodoxie a deux centres, l'un qui a un visage humain, l'autre un visage encore totalitaire. A celui-ci, l'Ukraine ne veut pas appartenir».

 

Torna al sommario

 

ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 15 Mao crudele e cinico, ma restituì la dignità alla Cina di Sergio Romano

Per i comunisti fu becchino della speranza, per i borghesi tiranno, per i contadini flagello di Dio, per tutti un liberatore

 

Mi chiedo se Mao Zedong, il Grande Timoniere, fosse davvero comunista. Non sembra che in gioventù avesse avuto una particolare familiarità con i testi del marxismo e con la letteratura rivoluzionaria di cui si nutrirono i grandi agitatori e militanti dopo la Grande guerra. Le sue letture preferite erano i romanzi di avventure della tradizione cinese e le biografie dei grandi personaggi del passato. Forse scelse la politica perché era naturalmente ribelle e deciso a uscire dalla modesta condizione sociale in cui era cresciuto. Ma esitò agli inizi fra il partito comunista, di cui divenne membro sin dal 1921, e i nazionalisti del Kuomintang, di cui fu dirigente negli anni in cui i due movimenti avevano stretto un patto di collaborazione. Quando scelse il comunismo s'impose come leader, ma la sua maggiore intuizione, da un punto di vista strettamente marxista, fu una eresia e creò le condizioni del grande scisma che sarebbe scoppiato fra Mosca e Pechino alla fine degli Anni Cinquanta. Capì che la rivoluzione cinese sarebbe stata possibile soltanto se il partito fosse riuscito a mobilitare le masse contadine. La Lunga marcia (12.000 km, 200 scontri, 80.000 caduti) durò un anno, dall'ottobre 1934 all'ottobre 1935, e fu una grande campagna di reclutamento attraverso le campagne e i monti dello Yunnan, del Sikiang e del Si chuan. Mao perdette la grande maggioranza degli uomini con cui era partito, ma reclutò lungo la strada un nuovo esercito e creò nella provincia Nord occidentale dello Shensi la « Repubblica sovietica del Popolo cinese ». A Mosca, dove la parola «sovietica » dovette sembrare una usurpazione, qualcuno si chiese quanta fiducia fosse lecito riporre in quell'esperimento. Ma un giornalista americano, Edgar Snow, ne fu affascinato. Quando fece visita a Mao nel 1937 ed ebbe con lui interminabili colloqui notturni, scoprì un uomo più alto della media cinese, leggermente curvo, la testa coperta da una massa di capelli neri e ispidi, gli occhi grandi e penetranti, il naso arcuato, gli zigomi sporgenti. Non era soltanto un leader rivoluzionario. Era anche poeta e aveva un grano di follia romantica che sedusse il giornalista americano e fece di lui il Giovanni Battista del maoismo in partibus infidelium. Il grano di follia esplose dopo la conquista del potere. Insediato a Pechino, Mao ignorò l'ortodossia di Marx e di Lenin per affidarsi al suo volontarismo romantico. Lanciò una serie di rivoluzioni, tutte fallimentari e sanguinose: la collettivizzazione della terra, i « cento fiori », il Grande balzo in avanti, le comuni rivoluzionarie e infine, quando il potere stava per sfuggirgli di mano, la Rivoluzione culturale, atto supremo di cinismo politico e fantasia romantica. Il fatto che ciascuno di questi conati rivoluzionari si lasciasse alle spalle qualche milione di morti lo lasciava indifferente. Aveva un concetto titanico della storia ed era convinto che gli uomini fossero semplicemente i mattoni con cui egli avrebbe costruito il suo capolavoro. Quando accettava senza battere ciglio il rischio di una guerra atomica e sosteneva che la Cina, grazie alla sua sterminata popolazione, avrebbe potuto permettersi parecchie decine di milioni di vittime, era perfettamente sincero. Fu peggio di Stalin? Senza dubbio. Il « meraviglioso georgiano » era afflitto dalla patologia del sospetto e uccise più comunisti di quanti non ne abbia ammazzati il capitalismo. Ma ebbe due grandi meriti: il primo Piano quinquennale, che fece dell'Unione Sovietica una moderna potenza industriale, e la « grande guerra patriottica » contro l'invasore tedesco. Mao non fu meno crudele, ma lasciò ai suoi successori, dopo la morte, un Paese in ginocchio. Tutto ciò che Deng Xiaoping realizzò negli anni seguenti fu una implicita sconfessione dei romanticismo rivoluzionario di Mao. Ma la sua mummia è custodita in un mausoleo nel centro di Pechino e nessun revisionismo, sinora, ha intaccato ufficialmente la sua immagine. Ipocrisia? Opportunismo di partito? Soltanto in parte. A dispetto del suo velleitarismo e della sua crudeltà Mao rimane l'uomo che ha rotto le catene del colonialismo e ha restituito al Paese la dignità perduta quando gli europei approfittarono del suo declino e ne fecero un protettorato. Per i comunisti cinesi fu il becchino delle loro speranze, per i borghesi un tiranno, per i contadini un flagello di Dio, per tutti un liberatore.

 

Torna al sommario

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 Fassino e Ferrara tra cori e fischi, così va in scena l'embrione-show di Filippo Ceccarelli

Clima da stadio al dibattito fra il giornalista e il segretario Ds

 

In fondo si poteva anche far pagare il biglietto, ieri pomeriggio, per il gran teatro bio-politico pre-referendario messo in scena da Piero Fassino e Giuliano Ferrara al residence di Ripetta davanti a una platea inusitatamente passionale e compostamente ruggibonda, per lo più costituita da militanti diessini della zona centro e attivisti del Movimento per la Vita. Ma niente cori da stadio, per una volta, né insulti. Eppure Fassino ha esordito dando all'avversario del "laico integralista". Ferrara ha incassato con stile, giusto un'alzata di sopracciglia; quindi perfino educatamente, quand'era il suo turno, gli ha replicato: "Laico gesuita" (per via degli studi dai reverendi padri, che Fassino ha subito rivendicato "con orgoglio"). E via, per quasi due ore, senza un minuto di noia, lungo un percorso scenico e argomentativo che mai come in questo caso si è potuto giovare del gioco dei contrari. Fassino secco e ispirato, Ferrara grasso e scettico, l'uno rassicurante, l'altro affascinante, e insomma: Torino e Roma, il gelo e l'afa, Apollo e Dioniso, la notte e il giorno, il sì e l'astensione. Sullo sfondo, il conflitto del passato e del futuro: l'aborto. E non c'erano contendenti più giusti e civili, meno aggressivi e incattiviti di loro due, perché certi temi rifuggono dai ludii gladiatori. Stakanovista di notoria efficacia, sui nodi dell'odierna contesa referendaria il segretario Ds ha mostrato competenza tecnica assoluta: dalla Convenzione di Oviedo al ministro della giustizia tedesco, passando per il pluricitato San Tommaso, si è soffermato con estrema cognizione di causa sui protocolli della ricerca scientifica o le conseguenze della diagnosi pre-impianto. Tutto mirabilmente orientato in una logica di concretezza, buonsenso, fiducia nei progressi della scienza, ma anche umanità: "Se fare un figlio è un atto d'amore, non c'è nessuno che fa la fecondazione assistita perché vuole scegliere il colore degli occhi del bambino". Il direttore del Foglio non s'è lasciato impressionare. Maestro di sarcasmi, amante delle evocazioni e dei paradossi, ha convocato dalla sua il poeta Kavafis, Goethe, Philip Dick, l'antico slogan con cui il movimento delle donne caldamente invitava a guardarsi "a vista/ dal maschio femminista". Ha indugiato su un certo monaco domenicano che gli ha fatto vedere i "salmi deprecatori", in pratica le maledizioni consentite da Santa Romana Chiesa. Fino all'"a solo" risolutivo contro il mito del figlio sano e perfetto a tutti i costi: "Io ho il diabete, io ho la fibrillazione cardiaca, io ho l'obesità, io sono uno che nel 1952 l'avrebbero cancellato!". Applausi. Non c'era oltretutto l'arbitro, o il moderatore che dir si voglia. Incastonati l'uno a fianco all'altro entro una specie di siparietto rinascimentale, tra colonnine di marmo e con un bel mazzo di fiori alle spalle, i due mattatori hanno fatto tutto talmente bene da soli che dietro all'indubbio spettacolo, alla fine, là dove per forza di cose questo andava sfumando nel più prevedibile ed estenuato embrion-show, ecco, a sorpresa è ricomparsa addirittura la politica. Quella vera: in diretta, carne e ossa, problemi autentici o comunque sentiti come tali, interruzioni del pubblico, rispostacce da mestieranti del comizio ("Voce!" gridavano a Ferrara, "Orecchio!" rispondeva lui come Emilio Lussu), e poi sudori, pallori, arrossamenti, punzecchiature, cavalleria, colpi bassi, eppure mai troppo bassi, demagogia e raziocinio quanto è giusto se ne sprechino nel duello fra due personaggi che si conoscono da più di trent'anni. E comunque: quanto è cambiata la politica, veniva da esclamare pensando al Pci di Torino, dove entrambi si ritrovarono nei primi anni Settanta. Rapporto complesso, il loro, una specie di amichevole rivalità fatta di lieta sintonia e rancoroso contegno, su cui hanno scritto Pino Nicotri in "L'arcitaliano Ferrara Giuliano" (Kaos, 2004) e lo stesso Fassino nella sua autobiografia "Per passione" (Rizzoli, 2003). Così, per dire la vertigine del mutamento, ieri i 61 licenziamenti Fiat, il terrorismo, la marcia dei quarantamila e oggi l'infertilità, l'iperstimolazione ovarica, la "diade" madre-figlio, la salute individuale e la malattia. E dopo tutto è stata un'ottima scuola per tutti e due, quel Pci. Un luogo, se non altro, che ha permesso esiti così diversi da risultare, a distanza di tanto tempo, addirittura complementari. Ecco dunque Fassino che prende diligentemente appunti, mentre Ferrara tira fuori un pezzo spiegazzato di giornale; ecco Fassino che, l'indice sopra la testa, zittisce a una signora urlante: "Mi lasci parlare!", mentre Ferrara, quasi godendo per gli ululati che lo sommergono: "Abbiate pazienza, state bboni!". Chi ha vinto, infine? In prima fila c'era, fremente ma assai compito, Marco Pannella. Giurato non imparzialissimo perché schierato: "Atleticamente ha dominato Piero perché più incalzante e preparato. Certo, Giuliano è come un vecchio pugile che ha mestiere e così ogni tanto piazzava qualche botta". La più bella, naturalmente, è surreale e gli è venuta quando Piero, con un fervore che suonava un po' troppo automatico, ha proclamato: "Io domenica vado a votare e voto quattro Sì". E allora Giuliano, immobile e incredulo: "Ma va?". Un bel pari, insomma. Buono spettacolo, buona politica e buona notte a Porta a porta.

 

Torna al sommario

 

AVVENIRE

Pag 2 Vorrebbero intimidirci ma sbagliano due volte di Marco Tarquinio

Un crescendo di avvertimenti ai cattolici

 

Siamo entrati ieri nell’ultima settimana di campagna referendaria sulla legge 40, quella che ha posto fine al far west della fecondazione artificiale e riconosciuto il diritto dell’embrione umano a non essere considerato un mero "grumo di materiale biologico". È un dato che dovrebbe indurre i settori più responsabili del fronte che ha promosso questa consultazione a pensare con serietà, e finalmente non in termini propagandistici, a un "dopo" ormai davvero prossimo. Lunedì prossimo, ben prima di sera, si concluderà infatti la "battaglia" tra coloro che hanno impugnato l’ascia dei quesiti referendari per tentare di riscrivere "a furor di popolo" – e senza neanche sperimentarla – una parte decisiva di quelle norme e chi, come noi, vorrebbe veder applicato (e verificato) un sistema di regole che è stato costruito grazie a lunghi anni di studio e a un appassionato dibattito parlamentare. Per questo è stato proposto agli elettori lo strumento del «non voto». Un’astensione consapevole, capace di dire no sia alla manipolazione della legge sia alla pretesa di procedere per via plebiscitaria. Di questo si tratta. E su questo vorremmo riuscire a confrontarci, proprio in considerazione della complessità delle questioni investite dai referendum. Continuiamo invece a ritrovarci alla prese con un dibattito in cui, sempre più spesso, gli aspiranti picconatori della legge 40 mettono in questione tutt’altro. Capovolgendo la realtà fino al punto di attribuire, con sprezzo della logica e del ridicolo, agli avversari dei loro quesiti abrogativi la volontà di creare macerie legislative. Scatenando un battage disinformativo dai toni apocalittici e intimidatori. Il crescendo è impressionante. Prima, la martellante "scoperta" di una presunta, improvvisamente sopravvenuta, illeicità dell’astensione referendaria, fino al contrordine impartito – con la preoccupazione del costituzionalista – da Giuliano Amato che ha indotto la quasi totalità dei referendari a moderare i toni. Poi, la rabbi osa fiammata giustizialista che ha spinto fior di autoproclamati liberal-liberisti-libertari ad agitare denunce e a far tintinnare manette contro chi, rivestendo un ruolo pubblico, ha fatto sapere di approvare e, personalmente, di condividere le ragioni del non voto. È la indecente minaccia di far inquisire e tradurre in carcere una schiera di autorità istituzionali e morali: dai presidenti delle Camere ai parroci cattolici, dal decano dei pastori luterani a un vero esercito di ministri, parlamentari e amministratori locali in carica. Quindi, lo spregiudicato tentativo di cambiare le carte in tavola, battendo cinicamente su un tasto dolente, allo scopo di decretare che il nodo centrale di questi referendum sarebbero le norme che disciplinano il dramma dell’aborto dei figli rifiutati e non le regole per mettere al mondo, con l’aiuto della medicina, figli strenuamente cercati. Tra l’una e l’altra tappa di questa escalation di deformazioni e di minacce non sono mancati i colpi bassi, purtroppo supportati – duole dirlo, duole di più sperimentarlo – dalla devozione al "politicamente corretto" filo-referendario di buona parte di noi giornalisti e risoltasi finora in una propensione alla selezione (e alla coloritura) di notizie e opinioni che svilisce chi la compie. Si pensi solo al tentativo di denigrare – o, nella migliore delle ipotesi, di virtualmente espellere dai "ruoli" e travestire da inesperti chierichetti – i tanti e valenti scienziati schierati a difesa della legge 40. O agli "avvertimenti" fatti fioccare – in modo via via più pesante e sollevando a sproposito una questione chiarita in partenza come quella dell’uso delle risorse dell’8 per mille – nei confronti dei cattolici liberamente e straordinariamente impegnati, nella politica come nella società, per la scelta del «non voto». Fatti come colpi di maglio. E le macerie prodotte, queste sì, sono reali. Impegnarsi sin d’ora per sgomberarle, cambiando registro, avrebbe un senso. Farlo "dopo" ne avrà inevitabi lmente tutt’altro.

 

Torna al sommario

 

LA STAMPA di domenica 5 giugno 2005

Veri e falsi scettici di Barbara Spinelli

 

I politici che dichiarano morta l’Europa politica, e ormai superata l’idea stessa di una carta costituzionale, si agitano molto in queste ore e parlano come se avessero vinto un’enorme battaglia. Si presentano come i più realisti, i più pragmatici, e anche i più vicini ai popoli che quest’Europa politica stanno mostrando di non volerla o di temerla. Non è nuovo, quest’eccitamento demolitore che si compiace degli insuccessi europei e che ha l’abitudine di smantellare sempre con grande convinzione e saccenteria ogni nuovo progetto di unità tra i paesi dell’Europa. In passato, i demolitori son stati regolarmente perdenti - non credevano in una riconciliazione postbellica tra Francia e Germania, e la nascita del Mercato Comune li ha colti alla sprovvista; non credevano nelle elezioni dirette del Parlamento europeo, e hanno dovuto ritrattare; non credevano né nell'opportunità né nella possibilità di una moneta unica, e l’Euro ora è moneta mondiale - ma ecco che i referendum in Francia e Olanda hanno dato loro le ali. In Italia un partito di governo - la Lega - accusa l’opera passata di Ciampi e propone di restaurare la lira uscendo dall’euro. La presidenza del Consiglio è in disaccordo ma non manca di giudicare l'Europa un vasto fallimento: perché troppo burocratica - spiega Berlusconi - e dotata di un euro troppo forte oltre che di troppe regole. Il centro-destra va alle elezioni del 2006 scommettendo non poco sull'antieuropeismo. Intanto, in Europa, chi ne profitta è Londra, che da secoli sogna di tenere diviso il continente e che continua a sognarlo come se la storia fosse ferma dov'è ferma lei. Non è scetticismo quello dei demolitori, perché l’uomo scettico ha la nobiltà di chi incessantemente cerca, dubita, smonta certezze acquisite e luoghi comuni. Il demolitore che in queste ore rialza trionfante la testa non ha il vigore asciutto del filosofo che non riconosce nulla per certo, che su tutto riflette, che osserva con sottigliezza la realtà (in quest’osservare sottile è la radice etimologica dello scetticismo). L’eurodemolitore è un dogmatico che si traveste da pragmatico, e in politica è un opportunista. Coltivava un’ideologia nazionale che la realtà ha smentito, e non esita a riproporla senza mutazioni. Da questo punto di vista è qualcuno che mente ai propri popoli, e mente in tutte le circostanze: quando difende la costituzione europea senza dire che essa inaugura una trasformazione degli Stati e dell’Unione, quando si mostra tutto sorpreso di fronte alle vittorie del no, quando si mette a inseguire le paure dei popoli, deducendo che i funerali d'Europa sono già cominciati. È questa menzogna sistematica e proteiforme che varrebbe la pena mettere in luce, se si vuol capire e osservare l’Unione con giusto scetticismo, cioè con vero senso della realtà. Capire la forza demolitrice della menzogna non è un vaccino contro il declino dell’unità europea: solo nelle visioni storiche provvidenziali esistono vaccini che immunizzano. Nella storia fatta dagli uomini nulla è irreversibile, nessun disegno razionale è al riparo dall'irrazionalità, e sempre (accadde nel ‘14-’18) può scoppiare un disastro quando tutti sono arcipersuasi che il mondo stia vivendo la pace perpetua d'un dolce commercio tra cose e persone. Ma osservare sottilmente la menzogna aiuta chi vuol sforzarsi di correggersi, di ricominciare la storia deludente facendo tesoro degli errori commessi e capendo quel che è venuto meno nel progredire europeo. Quel che è venuto meno è un bene cruciale, cioè la fiducia: fiducia in una prosperità che migliori o si consolidi (a partire dagli Anni 90 apparve chiaro che i figli sarebbero stati peggio dei padri); fiducia che l'allargamento sarebbe stato fatto predisponendo un'Europa capace di esigere lealtà dai nuovi Stati e di darsi confini chiari; fiducia in governi che non avrebbero usato l'Europa per nascondere la loro inettitudine. L'Europa oggi ha una legittimità formale, non sociale. La prima menzogna è quella del politico nazionale che difende l'Europa solo a parole, senza rinunciare a illudere gli elettori con la retorica d'uno Stato completamente sovrano. La realtà è un'altra, e non da oggi: lo spazio dell'Unione era in grandissima parte già comunitario e dunque sovrannazionale, ben prima che apparisse la costituzione. Fin dal '63-'64 v'è stata una radicale rivoluzione costituzionale, quando il diritto comunitario ha cominciato ad applicarsi direttamente e ad avere preminenza sui diritti nazionali. Ed è significativo che questa consistente unificazione giuridica sia avvenuta in concomitanza con il cataclisma del '65, quando Parigi rifiutò il voto a maggioranza e per un anno praticò, a Bruxelles, la politica della sedia vuota. Lo storico Joseph Weiler spiega bene come il movimento sia circolare: forti integrazioni giuridiche o economiche suscitano ogni volta ripiegamenti politici nazionali, e possenti ripiegamenti politici nazionali suscitano come rimedio integrazioni più ardite in campo giuridico o economico (Weiler, La Costituzione dell'Europa, Il Mulino 2003). Non si tratta quindi di scegliere tra identità nazionale ed europea. La prima è affiancata dalla seconda, che per il cittadino esiste già: l'ex presidente della Commissione Delors dice che l'80 per cento delle leggi economiche si fa ormai a Bruxelles. La seconda menzogna s'incarna nella sorpresa dei governanti di fronte agli esiti dei referendum. In realtà non dovrebbero essere affatto sorpresi. Da quasi 30 anni - da quando le economie europee vacillano - essi hanno scelto l'Europa come capro espiatorio, e i popoli li hanno presi alla lettera. Era sempre colpa di Bruxelles, quando in patria occorrevano misure impopolari. «Ce lo chiede l'Europa», usano dire mesti i governi, quasi potessero fare quel che dicono di volere, se non lo vietasse il mostro sovrannazionale. Questa menzogna è incoerente con la prima, perché dilata furbescamente la potenza dell'Unione, rimpicciolendo furbescamente quella degli Stati. Prodi ha ricordato come non abbia senso ad esempio parlare di asfissia burocratica della Commissione: i suoi 25.000 impiegati sono un quarto dei dipendenti comunali a Madrid, e per l'allargamento a dieci paesi son stati mobilitati solo 3000 dipendenti. Quando conviene, la retorica sulla sovranità degli Stati si sfa, e questi son ritenuti del tutto impotenti. Quando Berlusconi dice che i mali di cui soffre l'Italia «non sono ascrivibili ai singoli paesi ma alla situazione generale» e a un euro troppo forte, dice bugie sull'Italia e sull'euro: sulla prima perché gli Stati hanno responsabilità che l'Unione non annulla, e sul secondo perché vi sono paesi che esportano bene nonostante l'euro forte (Francia e Germania). La terza menzogna riguarda il deficit democratico dell'Unione. Certo è vero: man mano che l'integrazione procede, i cittadini si sentono più lontani dal potere. Ma oggi non è tanto l'Europa a soffrire una crisi di democrazia, quanto i paesi d'Occidente (Stati Uniti compresi) alle prese con un mondo sempre più unito, ma meno regolato e più pericoloso. Non avviare una seria riflessione sulla crisi delle democrazie rappresentative nelle nazioni, e non solo nell'Unione, è un ulteriore segno di furberia e opportunismo. Nella mondializzazione e nella difesa dal terrorismo urge ripensare i diritti e la serenità economica degli individui senza dar speranze in immunizzanti baluardi europei, ma ripromettendosi di cogliere le occasioni di controllo e contenimento delle minacce: questa verità viene poco democraticamente nascosta ai popoli. La costituzione così com'è non sopravviverà, probabilmente. Era d'altronde un compromesso raffazzonato, perché non sfatava le menzogne. Ma dire che oggi naufraga la necessità stessa d'una costituzione è ennesima bugia. Non c'è nulla di rigido in un progetto costituzionale. Si può migliorarlo, renderlo più snello: stralciando forse la terza parte, che è troppo vincolante su politiche precise (come proposto da Fabius, il socialista divenuto antieuropeo ma anche, per anni e contro il parere inglese, da Prodi). Si possono salvare la dichiarazione dei diritti, il preambolo, il comune ministro degli Esteri, la personalità giuridica dell'Unione, le estensioni del voto a maggioranza e dei poteri del Parlamento europeo. Buttare lo sforzo fatto e il metodo democratico della Convenzione non sarebbe realismo. Non risponderebbe nemmeno alle aspirazioni dei popoli, perché la maggioranza dei no non crede nel ritorno alla grande illusione nazionalistica cara alle destre estreme di De Villiers e Le Pen, Maroni e Calderoli. All'Europa gli elettori chiedono due cose, come s'è visto in Iraq e nei referendum. Chiedono non più la fine delle guerre fra europei (un bene che ormai possiedono) ma più sicurezza economica e più influenza internazionale. Sono delusi di non ottenere né l'una né l'altra. Prosperità e influenza internazionale sono i due fini per cui varrà la pena battersi, e la costituzione andrebbe difesa non come finalità ma come mezzo indispensabile a tali scopi. Se la Costituzione è l'unica finalità, i popoli la rifiuteranno perché si sentiranno gabbati.

 

Torna al sommario