RASSEGNA STAMPA di venerdì 3 giugno 2005

 

seconda edizione

 

SOMMARIO

 

In un’intervista pubblicata su Avvenire lo psichiatra Vittorino Andreoli denuncia il notevole incremento degli infanticidi – aumentati del 43% negli ultimi dieci anni – mentre il numero complessivo degli omicidi è rimasto invariato. Parla di “ombre su una civiltà in declino” e punta il dito su “consumi e stili di vita incompatibili con il fatto di essere genitori responsabili”.

Sul referendum del 12 giugno articolo choc di Oriana Fallaci sul Corriere di oggi - dal titolo “Noi cannibali e i figli di Medea” e con frasi fortissime quali ”è in atto una strage degli innocenti, il vero obiettivo è la clonazione umano cioè l’hitleriano sogno di superuomini e superdonne fabbricati in laboratorio e la terapeutica è una crudele bugia, l’Occidente è malato di un cancro morale” - mentre Giuliano Ferrara ha annunciato ieri la svolta: passa con decisione dal no all’astensione e scrive che “la linea dell’astensione è ormai la linea della ribellione all’incenso laicista e al suo aroma insopportabilmente asprigno”… (a.p.)

 

1 - IL PATRIARCA

 

L’OSSERVATORE ROMANO

Pag 9 Ordinazioni sacerdotali e diaconali in S. Maria Maggiore

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag II Il patriarca Scola cresima i giovani di S. Girolamo di T.B.

 

2 - PARROCCHIE

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag X Torna “Circolare in isola”: musica, cinema e cabaret a Murano fino a settembre di Manuela Lamberti

 

Pag XV E’ tornata a San Zaccaria la grande pala dell’Aliense di Titta Bianchini

Intervento della Soprintendenza

 

LA NUOVA

Pag 17 Galleria Felisati al Don Vecchi

 

Pag 20 In festa per la solidarietà di ro.ma.

A Catene la sagra parrocchiale riprende con i gruppi musicali

 

Pag 20 Mostre e musica da oggi alla fiera di Sant’Antonio di ro.ma.

 

3 – VITA DELLA CHIESA

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag II La chiesa di san Nicolò, ponte per il dialogo tra cattolici e ortodossi di Lorenzo Mayer

 

LA NUOVA

Pag 24 Gli ottant’anni di Marco Cè di Giuseppe Barbanti

Oggi pomeriggio in basilica una messa in suo onore

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di giovedì 2 giugno 2005

Pag IX In Basilica per gli 80 anni del patriarca emerito Cè di Daniela Ghio

Domani alle 18.30

 

Pag IX A 85 anni è morto in ospedale monsignor Luigi Cucco

 

IL GAZZETTINO NORDEST di giovedì 2 giugno 2005

Pag VII “Beati i costruttori di pace”, vent’anni di non-violenza di Daniela Ghio

 

LA NUOVA di giovedì 2 giugno 2005

Pag 30 E’ scomparso a 85 anni monsignor Luigi Cucco

I funerali sabato a Santa Maria del Giglio

 

TOSCANA OGGI (sett. dioces. della Toscana) di domenica 29 maggio 2005

Pag IV Oasis, voce dei cristiani in Medio Oriente di Maurizio Schoepflin

 

4 – ASSOCIAZIONI, MOVIMENTI, GRUPPI

 

LA NUOVA

Pag 19 “Festa per tutti” con l’associazione Agape di m.a.

 

Pag 27 Gli scout Venezia 2 con i Capobianco di Enrico Mason

 

5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

AVVENIRE

Pag 3 Madri assassine di Marina Corradi

Andreoli: sempre più infanticidi, ombre su una civiltà in declino

 

Pag 23 La Mezzaluna non legge più di Giuseppe Caffulli

Un recente rapporto rilancia l’allarme sul mancato sviluppo culturale del mondo arabo: gli analfabeti sono 70 milioni

 

LA NUOVA

Pag 1 Chiudere e fuggire in Cina è un errore strategico di Arnaldo Camuffo

Conti fa rifare

 

6 – SERVIZI SOCIALI / SANITÀ

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 5 I medici: “Sanità smembrata, ci rimettono i pazienti” di Michela Nicolussi Moro

I sindacati scrivono al governatore: la frammentazione delle competenze mette a rischio il sistema, pronti a scioperare

 

7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag II Un principe arabo a Venezia per il primo Corano di Manuela Lamberti

E’ la copia numero uno al mondo, edita tra il 1537 e il 1538. L’unico esemplare è conservato nella biblioteca di San Francesco

 

Pag III Un altro giorno ancora tutti in coda. Fino a Jesolo di Paolo Navarro Dina

La stagione del mare

 

Pag IX Tanti ragazzi in lacrime al funerale di Alex di Giuseppe Babbo

Il parroco don Guido Bucciol ha sottolineato come spesso il binomio giovani – moto possa anche diventare sinonimo di pericolosità

 

LA NUOVA

Pag 15 Fuga verso le spiagge, traffico in tilt di Carlo Mion

Un’unica colonna di auto da Mestre a Jesolo, 10 km di coda in tangenziale

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA di giovedì 2 giugno 2005

Pag III Tangenziale e A4, pomeriggio di un giorno da cani di Paolo Navarro Dina

Dieci chilometri di coda, autostrada chiusa per ore, camion e auto invadono le strade della città

 

Pag III Quaranta rotonde al posto dei pericolosi incroci di Alda Vanzan

Con il progetto “Sms” la Provincia di Venezia investirà nel prossimo triennio 90 milioni di euro per migliorare la rete viaria

 

Pag V Il tram e il tunnel si spostano in via Cappuccina di md.d.

Mingardi riesce a convincere anche le ferrovie. E così via Piave si salva e la stazione sarà rifatta completamente

 

LA NUOVA di giovedì 2 giugno 2005

Pag 29 Ecco la Piazza del guano e dei cantieri di Manuela Pivato

Il degrado del centro storico: scritte sulle colonne, intonaci pericolanti. I commercianti chiedono una Consulta

 

Pag 30 L’avventura del primo difensore civico di Roberta De Rossi

A luglio scade il mandato triennale dell’avvocato Angelo Pozzan: 1500 le richieste di aiuto ricevute dai cittadini con un successo per oltre il 65% dei casi

 

CORRIERE DEL VENETO di giovedì 2 giugno 2005

Pag 7 Assessori part-time, ma a compenso pieno di Sara D’Ascenzo

La richiesta del sindaco di rinunciare a metà indennità non trova grande consenso in giunta

 

8 – VENETO / NORDEST

 

LA NUOVA di giovedì 2 giugno 2005

Pag 1 Un uomo libero di Omar Monestier

L’eredità di Fabio Barbieri

 

Pag 5 Le battaglie per una città che amava di Alberto Vitucci

Dai vaporetti a Palazzo Grassi, schierato sempre dalla parte dei lettori

 

IL GAZZETTINO NORDEST di giovedì 2 giugno 2005

Pag III Sempre più vecchi, serve un patto tra generazioni di Adriano Favaro

Le proposte del Veneto a Bruxelles per fornire nuove idee alle politiche sociali europee

 

Pag IV Come Lago, come Pontello se n’è andato troppo presto di Francesco Jori

Il ricordo di Fabio Barbieri, “penna del Nordest”

 

CORRIERE DEL VENETO di giovedì 2 giugno 2005

Pag 3 Doppio schianto, tutto il Veneto in colonna di Raffaele Rosa e Lucio Piva

 

Pag 12 Addio a Fabio Barbieri, penna libera del Nordest di Andrea Pasqualetto

Morto il direttore dei quotidiani Finegil

 

9 – GVRADIO INBLU (Fm 92 e 94.6)

 

80 anni d’età e 35 da vescovo: la diocesi di Venezia festeggia oggi il card. Marco Cè. Alle 18,30, dalla Basilica di S. Marco di Venezia, è trasmessa in diretta la S. Messa presieduta dal Patriarca emerito alla presenza del Patriarca Scola, dei sacerdoti e dei fedeli del Patriarcato

 

Filo diretto di oggi: “Costituzione europea, dove va l’Unione tra bocciature e ratifiche?

 

La viabilità, la situazione delle strade e dell’inquinamento, gli investimenti previsti nella Provincia di Venezia: ai nostri microfoni il Presidente Davide Zoggia

 

Un caso di discriminazione sul lavoro per una donna non udente alla Motorizzazione di Venezia? Un approfondimento sul tema

 

Le ultime novità cinematografiche nella rubrica settimanale a cura di Massimo Giraldi

 

10 – GENTE VENETA

 

Tutti gli articoli qui segnalati sono pubblicati sul n. 21 di Gente Veneta in uscita sabato 28 maggio 2005

 

Pagg 1, 4 – 6 Il non voto, per dire sì alla vita. Il Patriarca: “A quale prezzo volere un figlio” di Serena Spinazzi Lucchesi

Referendum sulla procreazione medicalmente assistita alle porte. Il Patriarca, con gli altri vescovi, indica ai cattolici la strada dell’astensione perché una materia così delicata non può essere risolta “con un rozzo “Sì” o “No” su una scheda elettorale” e poi “non si può usare un essere umano come mezzo”. Don Cannizzaro: “Perché non prevenire e curare la sterilità invece che cercare altri rimedi?”

 

Pag 1 Referendum. Il non voto, una scelta di libertà di Sandro Vigani

 

Pag 7 Anche i cinesi hanno paura. Di noi di Fabio Poles

Reportage dalla Cina a colloquio con alcuni imprenditori dell’immenso Paese asiatico: “Ci sfrutterete e poi ci abbandonerete. Entro 5 anni avremo prezzi più alti e voi occidentali guarderete altrove”

 

Pag 9 Giovani in missione al campeggio Marina di Maria Paola Scaramuzza

La proposta viene dal Patriarca: una settimana di vita comunitaria, animazione delle liturgie e testimonianza nei confronti degli altri coetanei in vacanza. Una proposta aperta a tutti, si raccolgono adesioni

 

Pag 12 Da una vita sacrista e organista: Olindo lascia il Duomo di Alessandro Polet

Dopo 42 anni di servizio a San Lorenzo torna nella sua Jesolo. Racconta a GV la sua storia: ha vissuto i cambiamenti liturgici e quelli della città, ha conosciuto tanti preti e futuri papi. Ora parte, con un rimpianto…

 

Pag 17 Borbiago, tra breve tanti nuovi capannoni di Giorgio Malavasi

Attorno al nuovo casello autostradale e alla stazione della metropolitana di superficie nasceranno nuovi insediamenti produttivi. Cantieri in ritardo: chiuderanno nel 2006

 

Pag 20 Noi siamo commerciali di Giorgio Malavasi

La concessionaria di pubblicità di Mediaset replica sui tanti spot in tivù durante i programmi per bambini: “Senza spot toglieremmo i cartoni”

 

12 – FINESTRA SUL MONDO

 

Questa sezione della rassegna stampa è rinviata a martedì prossimo

 

… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Noi cannibali e i figli di Medea di Oriana Fallaci

 

Pag 1 La zona grigia di Massimo Franco

 

Pag 12 Quando il Cavaliere disse: in viale Mazzini non sposterò una pianta di Gian Antonio Stella

Il premier scende in campo per le nomine in Rai mentre la sinistra dei duri e puri dimentica le battaglie sul conflitto d’interessi

 

LA REPUBBLICA

Pag 1 Centrosinistra, ultima chiamata di Massimo Giannini

 

Pag 1 Gli atei bigotti contro il referendum di Francesco Merlo

La polemica

 

IL FOGLIO

Pag 3 Prodi vuole un’altra incoronazione

Ne ha bisogno dopo la sconfitta sulla lista unica e la disfatta europea

 

IL GAZZETTINO

Pag 1 La rinascita del cristianesimo di Sabino Acquaviva

 

CORRIERE DELLA SERA di giovedì 2 giugno 2005

Pag 1 Ora due velocità di Franco Venturini

Dall’Olanda nuovo colpo all’Europa

 

Pag 3 “Vittorie masochiste, fanno comodo dalla globalizzazione” di Bernard-Henry Lévy

 

LA REPUBBLICA di giovedì 2 giugno 2005

Pag 1 Dov’è finito il cattolico disobbediente di Gad Lerner

 

IL GAZZETTINO di giovedì 2 giugno 2005

Pag 1 Brigate rotte di Luigi Bacialli

 

IL FOGLIO di giovedì 2 giugno 2005

Pag 3 Ribellarsi è giusto, astenersi è giusto  

Primo bilancio della campagna referendaria: punire gli intolleranti

 

 

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1 - IL PATRIARCA

 

L’OSSERVATORE ROMANO

Pag 9 Ordinazioni sacerdotali e diaconali in S. Maria Maggiore

 

Sabato 25 giugno, alle ore 15.30, nella splendida e significativa «cornice» della Basilica romana di Santa Maria Maggiore, saranno ordinati otto sacerdoti e nove diaconi che vivono la loro esperienza ecclesiale nel cuore della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di San Carlo Borromeo. A conferire le ordinazioni sarà il Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia. Insieme con lui concelebrerà Mons. Massimo Camisasca. A ricevere l'ordinazione presbiterale saranno: don Agapitur Angii, don Gabriele Azzalin, don Alessandro Caprioli, don Raffaele Cossa, don Ettore Ferrario, don Luis Miguel Hernández Domínguez, don Matteo Invernizzi e don Jacques Le Blond du Plouy. Saranno ordinati diaconi: Marco Aleo, Aldo Belardinelli, Giovanni Brembilla, Luis Alberto Castillo Monroy, Carlo Fumagalli, Jonah Lynch, Domenico Monguello, Marco Ruffini e Mario Toma.

 

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IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag II Il patriarca Scola cresima i giovani di S. Girolamo di T.B.

 

Venezia - Oggi (in realtà è domani… – a.p.) alle 18 il patriarca Angelo Scola sarà in visita a San Girolamo, a Cannaregio, per il primo incontro con quella comunità parrocchiale, retta da due parroci: padre Alessandro Cibin e padre Elia Bacchin, entrambi appartenenti all'ordine Figli della Carità dei Canossiani. Per l'occasione saranno anche amministrate le cresime ai giovani: Sara Bertotto, Marco Centasso, Davide De Bianchi, Giulia Di Monti, Claudia Fabris, Guendalina Frizzotti, Filippo Lanza, Sara Rina Martin, Jessica Scarpa, Francesco Tonini, Fabio Zane, Alberto Scarpa e Mauro Scarpa. San Girolamo, parrocchia di 1900 abitanti, è in un quartiere assai operoso della città, nel quale i padri Canossiani tengono anche la loro sede accanto all'altra chiesa parrocchiale, quella di San Giobbe, dove sono passati gli stessi due padri, Cibin e Bacchin. Durante la visita il Patriarca incontrerà anche le associazioni e i gruppi pastorali e giovanili di quest'area di Cannaregio.

 

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2 - PARROCCHIE

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag X Torna “Circolare in isola”: musica, cinema e cabaret a Murano fino a settembre di Manuela Lamberti

 

Ritorna a grande richiesta il manifesto delle iniziative culturali muranesi "Circolare in isola", a cura dell'Unità pastorale di Murano (parrocchie Ss. Maria e Donato e San Pietro Martire), che coinvolge le realtà associative dell'isola (Compagnia Teatrale Muranese, La Bacchetta Magica, Coro Polifonico Amurianum, Polisportiva Murano, Comitato Festeggiamenti "Divertiamoci Insieme"). Dopo il successo dell'anno scorso, che ha visto un inatteso numero di spettatori (in totale circa 2000 persone), quest'anno l'Unità pastorale ripropone, per la seconda edizione e in collaborazione con la Municipalità di Venezia-Murano-Burano, un cartellone unitario di spettacoli estivi per far letteralmente uscire i muranesi di casa e far recuperare una vivacità sociale, artistica e intellettuale ad un'isola la cui sopravvivenza sembra essere invece basata unicamente sul turismo. "Circolare in isola", che ha un significativo rimando alla linea di navigazione, si conferma come unica alternativa alla "monotona" estate muranese e si ripropone di essere un momento di aggregazione anche per i turisti e i veneziani ma, in modo particolare, per i muranesi le cui afose serate estive saranno così animate da una serie di iniziative che spazieranno nella musica, nel teatro, nel cabaret, nel cinema e nella cultura in genere. In risposta ad un "Sos" che spesso i residenti lanciano contro la mancanza di attività culturali, la rassegna si pone quindi l'obiettivo di far "circolare" gli abitanti offrendo uno stimolo nel riscoprire il piacere di ritrovarsi nella propria isola; "circolare" in diverse aree recuperando gli spazi suggestivi di Murano; far "circolare" lo spirito di collaborazione tra le associazioni, il cui risultato è quest'anno confermato dall'aggiunta, nel cartellone unico di eventi, della Polisportiva e del Comitato Festeggiamenti. Gli appuntamenti, a cadenza settimanale, saranno diluiti da giugno a settembre. Ad aprire le "danze" di "Circolare in isola" sarà il duo comico muranese "Carlo & Giorgio" reduce del successo al Teatro Goldoni, che a Murano si esibirà mercoledì 11 nel nuovo spettacolo "Esserci o non esserci", il cui ricavato sarà devoluto in beneficenza alle due parrocchie. I due cabarettisti, che per la loro simpatia e le origini isolane sono l'evento più atteso all'interno delle manifestazioni estive, l'anno scorso hanno registrato il pienone in Campo Ss. Maria e Donato. Il programma dettagliato è consultabile nel sito internet www.circolareinisola.it

 

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Pag XV E’ tornata a San Zaccaria la grande pala dell’Aliense di Titta Bianchini

Intervento della Soprintendenza

 

"Papa Leone Magno con quattro santi ai lati": una grande tela, attribuita ad Antonio Vassillacchi, detto l'Aliense, vissuto dal 1556 al 1626 e scolaro di Paolo Veronese. È tornata in questi giorni nella cappella di San Anastasio, a San Zaccaria, a sinistra dell'altare, sopra il coro ligneo, dopo necessari lavori di ripulitura e restauro, effettuati dalla ditta Capovilla-Pruneri, sotto la direzione della dott. Emanuela Zucchetta, della Soprintendenza di Venezia e grazie alla collaborazione della Fondazione di Venezia. L'intervento, spiega Giorgio Pontello che segue questo tipo di programmi della parrocchia, è consistito nella pulitura della pellicola pittorica e nel suo rafforzamento dopo attente analisi di laboratorio. Tra l'altro le cuciture che delimitavano la parte centrale dell'opera e le quattro fasce perimetrali, hanno fatto pensare ad un ampliamento di dimensioni del dipinto: ipotesi subito confermata osservando il retro. Infatti è ben evidente la differenza stilistica e l'uso della tavolozza tra il dipinto centrale attribuito all'Aliense e le figure laterali. Il motivo di questa scelta rimane sconosciuto, così come il periodo nel quale è stata operata: sono stati aggiunti: San Giovanni Battista, sulla sinistra e Santa Caterina d'Alessandria, sulla destra.

 

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LA NUOVA

Pag 17 Galleria Felisati al Don Vecchi

 

Viene inaugurata domani, sabato alle 16 al centro Don Vecchi di viale don Sturzo la galleria permanente Vittorio Felisati, nata dal lascito dei parenti del celebre pittore alla parrocchia di don Armando Trevisiol.

 

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Pag 20 In festa per la solidarietà di ro.ma.

A Catene la sagra parrocchiale riprende con i gruppi musicali

 

Marghera. E’ ripresa ieri sera, dopo il prologo dello scorso fine settimana, Catene in Festa, tradizionale appuntamento con la sagra parrocchiale alla 15ª edizione. La festa, che ogni anno raccoglie centinaia di volontari e migliaia di visitatori, proseguirà anche nelle prossime serate, fino a lunedì 6 giugno. Un appuntamento che, nato come momento di aggregazione della comunità parrocchiale attorno ai valori della solidarietà e della spiritualità, negli anni è diventato una piacevole consuetudine anche per i cittadini di rioni e quartieri limitrofi.  Stasera il programma si apre con un appuntamento importante per tutto il quartiere, con il concerto che vedrà salire sul palco (a partire dalle 19) i gruppi musicali del territorio. Alle 20.30 sarà la volta degli Altaloma, che proporranno il loro repertorio in un concerto live. Domani alle 19.30 spettacolo di ballo con Shiva Dance e alle 20.30 ballo liscio con i Melody Group. Domenica sera sarà di scena la moda, con la sfilata degli ultimi modelli pensati e realizzati dalla scuola artigianale Personal Moda. A partire dalle 20.30 ancora musica da ballo con i Milord’s. Lunedì il gran finale, con l’esibizione di soft boxe proposta dall’associazione Kami Center. La musica e il divertimento in pista saranno affidati invece al Trio Lorella. Tutte le sere saranno in funzione gli stand gastronomici, i bar, le mostre e gli spazi gioco allestiti per i più piccini. I visitatori potranno anche acquistare i biglietti della lotteria dai volontari che gireranno, fino a pochi minuti prima dell’estrazione, tra i tavoli e il pubblico degli spettacoli proposti. L’estrazione dei biglietti vincenti avverrà lunedì alle 21.30. Immancabili anche quest’anno i mercatini dei bambini e della solidarietà, con il ricavato devoluto in beneficenza ad alcune associazioni socialmente impegnate nel territorio. Oltre le occasioni di divertimento, però, la festa si è imperniata sul valore aggregativo della comunità, riservando, come sempre, ampi spazi ai bambini e alle famiglie, con i giochi e le occasioni di incontro e confronto.

 

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Pag 20 Mostre e musica da oggi alla fiera di Sant’Antonio di ro.ma.

 

Marghera. La sagra di S. Antonio prende il via oggi per concludersi con le celebrazioni in onore del Santo il 13 giugno. Tra gli appuntamenti da non perdere, oltre alla processione che sfilerà per le vie del centro, spiccano la mostra fotografica delle formelle in terracotta di Tullio Andreani e la festa di chiusura con lo spettacolo pirotecnico sull’area verde antistante la chiesa, la sera del 13 giugno. Dal 10 al 13 giugno stand gastronomici, musica e ballo. Il teatro Aurora ospiterà, infine, uno spettacolo sulla vita di Papa Giovanni XXIII (9 giugno), una rassegna musicale delle giovani band di Venezia (10 giugno), l’esibizione del Coro Alpino Veneziano (12 giugno).

 

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3 – VITA DELLA CHIESA

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag II La chiesa di san Nicolò, ponte per il dialogo tra cattolici e ortodossi di Lorenzo Mayer

 

Venezia - La chiesa di San Nicolò al Lido di Venezia ponte di dialogo tra cristiani cattolici ed ortodossi. La chiesa all'estremità nord del Lido, un tempo amministrata dai frati francescani minori e oggi guidata dal parroco fon Giancarlo Iannotta, è meta di frequenti pellegrinaggi da parte di ortodossi che, per celebrare qui, la Santa Messa grazie a un permesso speciale rilasciato dalla Curia, arrivano addirittura dall'intero Veneto e da tutta la nostra regione. A legare gli ortodossi a questo luogo è la venerazione del tutto particolare e molto intensa che gli ortodossi nutrono nei confronti di San Nicola, di cui nella chiesa del Lido sono custodite preziose reliquie. Una delle comunità più piccole dell'isola, con circa 800 fedeli, è dunque un po' anche la comunità dove si riuniscono tutti gli ortodossi del Veneto. Che qui ritrovano un centro di aggregazione. I fedeli ortodossi, pur di partecipare, arrivano anche molto presto, nonostante il Lido non sia proprio località dietro l'angolo: in occasione dell'ultima funzione i partecipanti erano in chiesa alle 7.20 del mattino per preparare la liturgia, secondo la loro tradizione. Alle 8 è iniziata la cerimonia religiosa con la Messa in rito ortodosso, presieduta da don Alessio e prolungatosi fino alle 10.40. Una funzione durata quasi tre ore, ricca di simbologia canti e momenti significativi, ma che ha messo in risalto una sentita partecipazione. Alle 11, poi, era già tempo di preparare la chiesa per la consueta messa domenicale, con rito cattolico, che è iniziata puntualissima. Insomma un luogo carico di storia, denso di fede ed importante per tutta l'isola si è costruito concretamente un ponte di dialogo religioso. All'insegna dell'ecumenismo e della volontà di aprire nuove frontiere. Le celebrazione di rito ortodosso sono sempre contrassegnate da una grande partecipazione, tanto che spesso risulta difficile trovare posto. Le celebrazioni di messa ortodossa, sempre con l'autorizzazione della Curia si ripeteranno frequentemente anche d'estate.

 

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LA NUOVA

Pag 24 Gli ottant’anni di Marco Cè di Giuseppe Barbanti

Oggi pomeriggio in basilica una messa in suo onore

 

Con la messa presieduta dallo stesso cardinale Marco Cè oggi alle 18,30, nella basilica di San Marco, la Chiesa di Venezia intende raccogliersi intorno al suo Patriarca emerito - ha retto la diocesi dal 1979 al 2002 - in occasione del 35esimo anniversario della sua ordinazione a vescovo (17 maggio 1970) e nell’imminenza del suo 80esimo compleanno (8 luglio). La celebrazione eucaristica sarà trasmessa in diretta su Gvradio inblu.

 Nei suoi oltre 26 anni di permanenza nella città lagunare Marco Cè, originario di Inzano (Cremona), già vescovo ausiliare del cardinale Poma a Bologna nella prima metà degli anni ’70, poi sino al suo insediamento a Venezia Assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica, ha saputo circondarsi di stima ed affetto non solo in ambito ecclesiastico ma anche nei rapporti con la società civile. «Ereditava al suo arrivo in laguna una situazione di grandi contraddizioni all’interno della Chiesa veneziana, immagine delle contraddizioni di tutta la Chiesa italiana - ricorda il sindaco Cacciari in un’intervista rilasciata a Gente Veneta - Scelse con bontà, coraggio e determinatezza la strada di mettersi in discussione, senza nessuna concessione, con un reale esercizio di ascolto, nel segno di accoglienza e comprensione. Una scelta tutt’altro che scontata, rischiosa, ma vincente, fatta anche da altri presuli, penso a Martini a Milano, a Piovanelli a Firenze, che consentì di tener salda la barra del Concilio Vaticano II, evitando ulteriori lacerazioni alla Chiesa italiana». L’attuale patriarca, divenutone amico nei tre anni di permanenza a Venezia, sottolinea in occasione di queste ricorrenza due tratti dell’ episcopato di Cè nella chiesa lagunare: da un lato l’approfondimento accurato della Sacra Scrittura, condotta attraverso omelie meditazioni e esercizi spirituali (ma anche la nascita nella prima metà degli anni ’80 della Scuola Biblica diocesana) seguendo l’originale metodo della «progressiva immedesimazione personale» alla testimonianza biblica, dall’altro la tenace fedeltà nel coltivare i rapporti. Solidarietà ed accoglienza sono stati punti fermi della sua azione pastorale, tanto più significativi a partire dagli inizi degli anni’90, quando nel Veneto cominciarono a prender piede movimenti politici che facevano di individualismo ed egoismo, nonché dell’avversione per gli immigrati gli aspetti «qualificanti» del loro programma. «E’ stato ai vertici della Chiesa veneziana con un immenso rispetto per la distinzione dei ruoli nei confronti delle autorità - ricorda ancora Cacciari, già sindaco dal 1993 al 2000 - Non si sarebbe mai permesso interventi diretti sull’azione dell’Amministrazione. E’ stato per la più rigorosa distinzione fra ambito religioso e ambito politico, e anche in questo è un verissimo cristiano». Alla messa di stasera che conclude una serie di appuntamenti impegnativi per Cè seguirà un concerto, in data da stabilire.

 

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IL GAZZETTINO DI VENEZIA di giovedì 2 giugno 2005

Pag IX In Basilica per gli 80 anni del patriarca emerito Cè di Daniela Ghio

Domani alle 18.30

 

Chiesa di Venezia in festa domani per onorare uno dei suoi pastori più amati: il patriarca emerito Marco Cè. Il cardinale Marco Cè ha un carattere decisamente schivo, e, per lo più rifiuta le interviste. La sua è l'immagine del pastore che pasce le sue pecorelle, con affetto e tanta spiritualità. Ha sempre avuto poi un occhio particolare per le persone malate. «È sicuramente un padre spirituale - afferma l'ex vicario generale, mons. Giuseppe Visentin - più che l'organizzatore o il manager della diocesi. E di questo ne ha tratto molto vantagio il rapporto che è riuscito ad instaurare con i suoi collaboratori, sia preti che laici». Quest'anno il cardinale Cè festeggia ottant'anni di vita, di cui gli ultimi 35 spesi a servizio della Chiesa come vescovo: è per questi due importanti anniversari che appunto domani, venerdì 3 giugno, la diocesi di Venezia farà festa e si stringerà attorno al patriarca emerito Marco durante una messa da lui presieduta nella Cattedrale di S. Marco alle ore 18.30 - alla presenza del patriarca Angelo Scola - e alla quale sono invitati tutti i fedeli della diocesi. Sarà presente all'Eucaristia - celebrata nella solennità liturgica del Sacro Cuore di Gesù - anche una piccola delegazione di Izano (diocesi di Crema), paese d'origine del Patriarca Marco. La messa sarà trasmessa in diretta su GVradio Inblu (fm 92 e 94.6). Nato l'8 luglio 1925 da una famiglia di agricoltori e ordinato presbitero a Crema il 27 marzo 1948, il cardinale Cè è stato vicerettore e poi rettore del seminario di Crema oltreché insegnante di Sacra Scrittura. Da Paolo VI venne eletto vescovo titolare di Volturia e ausiliare di Bologna il 22 aprile 1970; il suo ministero episcopale nella città emiliana iniziò il 29 giugno dello stesso anno. Nel 1976 è stato poi nominato assistente generale dell'Azione Cattolica ed infine, dall'Epifania del 1979, il card. Cè è a Venezia dove risiede tuttora anche dopo aver lasciato - all'inizio del 2002 - l'incarico di Patriarca per sopraggiunti limiti d'età. L'avvenimento viene festeggiato con solennità anche dal settimanale diocesano Gente Veneta, che nel numero uscito sabato scorso, ha dedicato parecchie pagine al patriarca Marco con articoli, interviste, testimonianze e ricordi che ne tratteggiano bene la figura. Accanto alle voci di esponenti del mondo delle parrocchie, delle associazioni e dei gruppi ecclesiali, il giornale ha riportato le testimonianze del sindaco di Venezia Massimo Cacciari e del vicepresidente della Provincia Andrea Ferrazzi, dei vicari episcopali mons. Angelo Centenaro e mons. Gianni Bernardi, di mons. Giuseppe Visentin (vicario generale del card. Cè per ben 22 anni) e dell'attuale vescovo di Crema mons. Oscar Cantoni.In particolare, il patriarca Angelo Scola ha voluto sottolineare del suo predecessore soprattutto "l'approfondimento accurato della Sacra Scrittura e la tenace fedeltà nel coltivare i rapporti" per poi rivelare: «Riconosco il mio rapporto con il Patriarca Marco come decisivo per la mia persona, per la mia vocazione e la mia missione. E il popolo santo di Dio che vive nel Patriarcato mi attesta regolarmente che questo rapporto è costituivo per la pienezza di fede e di comunione della nostra Chiesa».

 

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Pag IX A 85 anni è morto in ospedale monsignor Luigi Cucco

 

E' morto l'altra notte all'Ospedale Civile di Venezia, dove era ricoverato da tempo, mons. Luigi Cucco . Aveva 85 anni e da 59 era sacerdote diocesano. I funerali si terranno sabato 4 giugno alle 9 nella chiesa di Santa Maria del Giglio; saranno presieduti dal Patriarca card. Angelo Scola mentre l'omelia sarà pronunciata dal Patriarca emerito card. Marco Cè. Nato a Venezia nel 1920, mons. Cucco era stato ordinato sacerdote nel 1946 dal Patriarca Piazza. Vicario parrocchiale a Santa Maria del Giglio per undici anni (fino aI 1957), fu titolare dell'Ufficio economato della Curia per un lunghissimo periodo (dal 1953 al 1981) e negli anni '50 - per un paio d'anni - fu contemporaneamente anche economo del Seminario. Dal 1957 fino al 2002 è stato rettore di San Fantin e molti veneziani ne ricordano ancora l'assidua e fedele presenza. Dal 2002 si era trasferito nella casa Cardinal Piazza di Venezia e nel 2004 aveva ricevuto il titolo di cappellano d'onore del Papa e, quindi, di monsignore.

 

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IL GAZZETTINO NORDEST di giovedì 2 giugno 2005

Pag VII “Beati i costruttori di pace”, vent’anni di non-violenza di Daniela Ghio

 

L'Associazione nazionale "Beati i costruttori di pace" nasce nell'autunno del 1985, vent'anni dopo il Concilio Vaticano II: un gruppo di preti e religiosi del Triveneto scrisse un appello rivolgendosi sia alla Chiesa che individualmente a tutte le persone. Il titolo di quell'appello era "Beati i Costruttori di Pace". Il suo contenuto esprimeva la convinzione che la pace fosse un obiettivo di fondamentale importanza per la Chiesa se essa voleva rimanere fedele a Ges Cristo. La pace, diceva inoltre quell'appello, non si delega ma va invece perseguita da ciascuno nella vita di tutti i giorni, con un costante impegno in favore della giustizia, del disarmo e della salvaguardia del creato. La pace come percorso da costruire attraverso la nonviolenza, assieme a tutte le donne e gli uomini di buona volontà. L'associazione ha realizzato attività di interposizione nonviolenta dentro ai conflitti organizzando anche marce della pace in Bosnia nel dicembre 1992 ("Solidarietà di pace a Sarajevo") e nell'agosto 1993 ("Mir Sada - Pace Ora"), in Kosovo nel dicembre 1998 ("I Care") e ha garantito il servizio postale da e per Sarajevo dall'estate del 1993 al gennaio del 1996 consegnando complessivamente 800 mila lettere. Nell'anfiteatro romano dell'Arena di Verona a partire dal 1986 si sono anche tenuti meeting su tematiche di rilievo, ai quali hanno partecipato 25 mila persone e testimoni di fama mondiale. L'associazione ha effettuato inoltre, grazie all'impegno dei numerosi volontari, attività di animazione per i bambini in Bosnia e Kosovo, monitoraggio sui diritti umani, anche in collaborazione di organizzazioni internazionali. È inoltre impegnata, in Italia, in campagne sul disarmo e la riconversione dell'industria bellica e in operazioni per cambiare lo stile di vita delle persone e delle famiglie e per ridurre i consumi. Nel febbraio 2001 ha dato vita in coordinamento con altre associazioni all'azione internazione di pace per l'Africa "Anch'io a Bukavu", che ha portato nel Nord Kivu (Repubblica Democratica del Congo) circa 300 europei. È possibile partecipare alle iniziative dei Beati costruttori di pace, inserirsi nel gruppo presente nella propria città o semplicemente ricevere informazioni sulle attività attraverso il bollettino BCP Notizie, contattando la segreteria nazionale a Padova, in via Antonio da Tempo n. 2 (telefono: 049.807.0522 - 049.807.0699. Fax: 049.807.0699; email: beati @libero.it; mailto:beati @libero.it).

 

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LA NUOVA di giovedì 2 giugno 2005

Pag 30 E’ scomparso a 85 anni monsignor Luigi Cucco

I funerali sabato a Santa Maria del Giglio

 

E’ morto alle 23.50 dell’altra sera, nell’Ospedale Civile di Venezia, dove era ricoverato da tempo, monsignor Luigi Cucco. Aveva 85 anni e da 59 anni era sacerdote diocesano. I funerali si terranno sabato 4 giugno alle ore 9 nella chiesa di Santa Maria del Giglio a Venezia; il rito funebre sarà presieduto dal Patriarca, cardinale Angelo Scola mentre l’omelia sarà pronunciata dal Patriarca emerito cardinale Marco Cè: la loro presenza sottolinea ancora di più quanto sia stata importante la figura di monsignor Luigi Cucco in città. Nato a Venezia nel 1920, monsignor Luigi Cucco era stato ordinato sacerdote nel 1946 dal Patriarca Piazza. Vicario parrocchiale a Santa Maria del Giglio per undici anni (fino aI 1957), fu titolare dell’Ufficio Economato della Curia per un lunghissimo periodo (dal 1953 fino al 1981) e negli anni Cinquanta - per un paio d’anni - fu contemporaneamente anche economo del Seminario. Dal 1957 fino al 2002 è stato rettore di San Fantin e molti veneziani ne ricordano ancora l’assidua e fedele presenza. Dal 2002 si era trasferito nella Casa Card. Piazza di Venezia e nel 2004 aveva ricevuto anche il titolo di Cappellano d’onore del Papa e, quindi, quello di Monsignore. Sabato i funerali.

 

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TOSCANA OGGI (sett. dioces. della Toscana) di domenica 29 maggio 2005

Pag IV Oasis, voce dei cristiani in Medio Oriente di Maurizio Schoepflin

 

Si intitola Oasis. È una rivista semestrale, pubblicata dall’Editore Cantagalli di Siena, che prende il nome dall’omonimo Centro Internazionale Studi e Ricerche collegato allo «Studium Generale Marcianum» di Venezia. Il primo numero, da poco in libreria, si apre con un denso intervento del Cardinale Angelo Scola, Patriarca della Chiesa veneziana, che spiega il significato di questa nuova iniziativa editoriale, originata dall’ “intento divenire incontro alla sete culturale dei cristiani nei paesi a maggioranza musulmana». Forte di un comitato promotore comprendente sei cardinali, tre arcivescovi e due vescovi, sostenuto da un comitato scientifico di alto profilo culturale, Oasis si presenta con una veste grafica particolarmente curata e accattivante. Nel primo numero troviamo un’interessante intervista con Padre Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa, un bell’articolo sui cristiani fuggiti dall’Iraq, un denso intervento sulla storia del popolo armeno e molti altri contributi, dalla lettura dei quali si esce proprio come da un’oasi che, come afferma il Patriarca Scola, è 44u09o di riposo, di sosta e di pace che consente l’incontro con Dio e con i fratelli».

 

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4 – ASSOCIAZIONI, MOVIMENTI, GRUPPI

 

LA NUOVA

Pag 19 “Festa per tutti” con l’associazione Agape di m.a.

 

Campalto. «Agape» in festa. Si apre domani la due giorni di festa solidale organizzata dall’associazione «Agape» assieme alla Municipalità di Favaro a Villaggio Laguna, in piazzale Zendrini. Scopo della manifestazione, giunta alla 23ª edizione, è sensibilizzare la popolazione sul tema della disabilità. Da anni l’associazione, che dal 1999 ha una comunità-alloggio proprio a Campalto, si occupa dell’integrazione dei disabili. «Una festa per tutti», così si chiama la due giorni di Villaggio Laguna, cade nel 25º anniversario di attività dell’Agape, nata dal sogno della presidente, Antonella Bagagiolo, di dare un luogo dove vivere una vita normale anche a chi, a causa della propria insufficienza fisica, non ne avrebbe l’opportunità. L’apertura degli stand è prevista alle 9 di domani; alle 10 è in programma il torneo di briscola organizzato dal gruppo anziani «Fratelli Cervi», dalle 15 tornei di bocce, dama, scacchi e briscola. Di seguito si terrà l’esibizione del gruppo «I Flauti di San Marco» diretti da Stefano Salvini e il concerto del coro «Primula Vernalis». Alle 20.30 sarà invece la volta del coro dell’«Annunziata» diretto da don Gianni Manziega. Domenica alle 15 il saluto delle autorità: saranno presenti il presidente di Favaro Gabriele Scaramuzza e il vicepresidente Adriano Beraldo, l’assessore comunale alle Politiche sociali Delia Murer e l’assessore alla Mobilità Sandro Simionato. Alle 15.30 la tavola rotonda «25 anni di esperienza attiva dell’associazione Agape» coordinata da Cristina Pagnin. Tra gli stand nell’area verde a fianco la chiesa dell’Annunziata la mostra di artigianato dell’associazione e il mercatino «Vicini di casa».

 

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Pag 27 Gli scout Venezia 2 con i Capobianco di Enrico Mason

 

Il gruppo scout «Venezia 2» di San Francesco della Vigna compie sessant’anni e per l’occasione ha deciso di festeggiare con quattro giorni di appuntamenti nelle sale della propria parrocchia. Questa sera sono stati chiamati a intrattenere scout, amici e parenti (ma la festa è aperta a tutti) i Capobianco Quartet, gruppo dance mestrino composto da Sara Capobianco (voce), Gian Paolo Todaro (chitarre), Raffaele Bianco (basso) e Giuliano Bianco (batteria). Il quartetto inizia a suonare intorno alle 21 e il concerto proseguirà fino alle 23. Il repertorio proposto sarà quello dei grandi classici della disco music anni ’70, ma anche ’80 e ’90: un viaggio nel suound ballabile tra funk, pop e rock.  San Francesco della Vigna prepara intanto la Festa di Sant’Antonio.

 

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5 – FAMIGLIA, SCUOLA, SOCIETÀ, ECONOMIA / LAVORO

 

AVVENIRE

Pag 3 Madri assassine di Marina Corradi

Andreoli: sempre più infanticidi, ombre su una civiltà in declino

 

A leggere i giornali, sembra che succeda più spesso. Ci sono intanto i neonati ritrovati nei cassonetti, fagotti già immobili o che piangono ancora. Non abbandonati, ma chiusi in un sacco di plastica da chi li ha appena messi al mondo. Poi, spesso da angoli di provincia, da cittadine tranquille di cui ignoravi il nome, vengono ogni tanto storie di maternità sovvertite: figli buttati in una roggia, soffocati da madri non si sa se folli, eppure fino al giorno prima apparentemente normali. E in quei paesi - le porte chiuse, la gente sbigottita - si tace, o si parla, come sperando, di rapinatori assassini, che nessuno però ha mai visto. Allo psichiatra Vittorino Andreoli abbiamo chiesto se c'è, e qual è, un male oscuro comune dietro a certi titoli - che cominciano a parere troppi. «L'aumento degli infanticidi - risponde Andreoli - è un dato reale: nel decennio 1993-2003 in Italia sono cresciuti del 41% rispetto al decennio precedente, all'interno del numero complessivo degli omicidi che è invece rimasto sostanzialmente invariato». Un aumento impressionante. Ma perché? Già, per quale motivo una donna uccide il suo bambino. Ancora dieci anni fa in criminologia dominava, su questo argomento, un principio di derivazione lombrosiana. Lombroso affermava, in generale, che se un individuo fino a quel momento sano un giorno uccide significa che quell'uomo è mentalmente degenerato. Circa l'infanticidio, il "corollario" lombrosiano era che una donna che uccide il figlio non è più madre, è un "lusus naturae", uno scherzo maligno della natura. E non è vero? È vero che la condizione biologica e l'assetto ormonale della donna che ha da poco partorito la dispongono a essere più paziente, più capace di accudire, naturalmente incline a difendere la prole, come accade, è ben noto, anche fra gli animali. Noi dunque siamo da questa eredità lombrosiana condizionati per cui, quando una madre uccide, si pensa che certamente debba avere "qualcosa di storto" , che la sua mente l'abbia tradita. E questo invece non è sempre vero? No, non sempre. Ci sono, certo, gli infanticidi da depressione post partum, depressioni a volte non curate da medici che hanno dimenticato che un malato lasciato a se stesso può anche uccidere. Ma assistiamo oggi al crescere inquietante di un altro, diverso tipo di infanticidi: quelli di donne sane di mente, che uccidono davanti alle difficoltà poste dall'accudire il bambino. Dunque, lucidamente, per ottenere dei vantaggi, per eliminare quell'ostacolo che il figlio rappresenta. Ricordo il caso di una giovane donna, qualche anno fa, che soppresse il suo bambino di pochi mesi e con la complicità della madre ne occultò il corpo. Da quando era nato, spiegò poi, litigava con il marito, non si poteva più uscire la sera, né andare in vacanza come prima. Era stato un omicidio a freddo, come altri raccontati dalle cronache, che definirei infanticidi dell'ignoranza e della stupidità: perché queste donne, per cui provo pena, non immaginano quale terribile peso si porteranno dietro per tutta la vita. Accade spesso che si ammalino dopo, in carcere, di depressione, per l'incapacità di sostenere il ricordo di ciò che hanno fatto. Ma per quale ragione un aumento di casi di queste proporzioni? Esistono oggi condizioni familiari e sociali che favoriscono l'esplosione della tragedia. Mi capita di osservare come molte giovani coppie entrino in crisi proprio con l'arrivo di un figlio, e anche fino alla separazione. Lui si lamenta di non essere più al centro dell'attenzione, lei soffre nel sentirsi imbruttita e appesantita. Entrambi non possono più uscire come prima, o prendere il primo volo scontato per una vacanza last minute. È chiaro che un bambino cambia fortemente il legame di coppia, ed è un cambiamento molto bello. Ma se quel bambino non è nato prima anche nei pensieri, non è stato atteso e immaginato, e i suoi genitori sono abituati a vivere solo nel presente - ecco, invece quel loro figlio è il futuro, per la prima volta, ma un futuro faticoso e ingombrante. E quella piccola famiglia sta chiusa in casa, sola, perché i nuovi "moduli abitativi" sono di 60 metri quadri, altrimenti neanche col mutuo li si riesce a pagare. E in 60 metri c'è poco spazio per il figlio, figuriamoci per una nonna che ti dia una mano. Sono case sterili quelle dei nuovi condomini, case non pensate perché un uomo e una donna con i loro figli vi possano vivere. Chiusi dentro lui, lei, il bambino, e nessun altro. E spesso con stipendi da sterilità quasi obbligata. Come si fa a vivere con ottocento euro al mese? E anche se sono un po' di più, come si fa a vivere con poco, dentro una cultura per cui farsi la lampada abbronzante e vestirsi alla moda è un dovere? E nei 60 metri quadri, con pochi soldi, sole davanti alla tv accesa, sognando, si può cominciare a guardare al proprio figlio neonato come a un ostacolo? È possibile. C'è una cultura, un modo di stare insieme, di costruire le case, di pensare la vita, che può spingere a guardare a un bambino come a un oggetto. Si allunga una mano e lo si prende, la si apre e lo si butta via. Non posso dire se la madre di Casatenovo sia sana di mente, ma ammetto che, da quanto leggo, alcuni particolari della premeditazione mi inquietano - quella mano la si può premere sulla testa di un neonato nell'acqua, fino a lasciarci l'impronta. E se ci pensi rimani senza fiato, lei sa com'è piccola e delicata la testa di un bambino di cinque mesi? Proprio per questo viene da pensare a quello che lei chiama "lusus naturae", a un tradimento della natura materna, un buio, un vuoto. Quello che lei dice, donne che lucidamente si liberano di un "ostacolo", è difficile da accettare. Ciò che sta accadendo è che la biologia, ciò che finora abbiamo chiamato "legge di natura", sembra come sopraffatta da una cultura dominante. Una studiosa come Margaret Mahler ha scritto saggi fondamentali sull'attaccamento simbiotico fra la madre e il bambino nei primi tre anni di vita. Qualcosa di viscerale, per cui la madre avverte il figlio come parte di se stessa; qualcosa di legato al codice genetico in funzione della sopravvivenza della specie, per cui una donna "deve" accudire e proteggere il figlio piccolo, allo stesso modo in cui i merli nel nido sull'albero davanti a casa mia badano ai loro piccoli. Ma, ecco, fra i merli questo comportamento è immodificabile. Mentre un aumento del 41% degli infanticidi in 10 anni - in molti casi compiuti lucidamente - mi fa pensare a una cultura che con i suoi modelli riesce a stravolgere quella che chiamavamo legge di natura. Se è così, costituisce il segnale di qualcosa di drammatico. Secondo me, infatti, siamo in un momento storico drammatico. Nell'evidente inarrestabile declino di una civiltà ingolfata nei suoi insostenibili consumi. Obbligati a continuare a comprare automobili e cellulari per non innescare la spirale della disoccupazione a catena, ma - parlo da laico, come i lettori di Avvenire sanno - senza un senso alle nostre giornate. Occorre un nuovo umanesimo - laico, cristiano, o laico e cristiano, insomma occorre ritrovare un senso. Perché quando accade che vengano uccisi dei bambini - i bambini sono di tutti, non dei loro genitori - si produce, assurdamente, un dolore che sarebbe evitabile. Un dolore devastante e becero, insensato; e il segno, insieme, che si è perso senso e voglia di vivere. Che si comincia a perdere l'essenziale.

 

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Pag 23 La Mezzaluna non legge più di Giuseppe Caffulli

Un recente rapporto rilancia l’allarme sul mancato sviluppo culturale del mondo arabo: gli analfabeti sono 70 milioni

 

Il mondo arabo vive oggi un momento cruciale. Schiacciato da regimi oppressivi al suo interno, pressato dalle politiche dell'Occidente che vorrebbe determinarne il futuro, rischia di essere sempre meno protagonista del proprio destino. Che, secondo l'ordine naturale delle cose, anela alla libertà e alla piena realizzazione umana. La complessa radiografia di ciò che sta vivendo questa parte d'umanità è stata presentata qualche settimana fa nel Rapporto sullo sviluppo umano nel mondo arabo 2004 realizzato dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp). Intitolato «Verso la libertà nel mondo arabo», il Rapporto, alla terza edizione, analizza tutti quei fattori che impediscono il conseguimento delle libertà politiche e civili. Tra questi spicca la povertà, il degrado sociale, la carenza di cultura politica, l'autoritarismo dei regimi al potere, la mancanza di diritti per le donne e lo sfruttamento del lavoro minorile. Perché questo cammino verso la libertà di compia - scrivono gli autori del rapporto, tutte personalità di primissimo piano del mondo accademico e della cultura nei vari Paesi d'appartenenza - occorre che il mondo arabo arrivi a conseguire queste mete: l'abolizione della logica dello Stato d'emergenza (che giustifica la costante repressione), il rispetto della libertà d'opinione, di stampa e d'associazione, la garanzia di una magistratura indipendente, la fine delle discriminazioni nei confronti di determinati gruppi sociali (le donne, per esempio) e delle donne. Tolti questi impedimenti, la strada verso il pluralismo e le riforme democratiche sembrerebbe essere spianata. Ma è davvero così? Il salto verso il futuro può essere fatto solo operando sul piano delle riforme sociali e istituzionali? O esiste un livello più profondo sul quale incidere? Una risposta a questa non facile domanda arriva dall'interno dello stesso mondo arabo. L'Organizzazione della Lega araba per l'educazione, la cultura e la scienza (Arab League Education Culture and Sci ence Organization, Alecso), una sorta di Unesco pan-araba con sede a Tunisi, ha di recente pubblicato un suo rapporto, dal quale risulta che i più grandi impedimenti allo sviluppo sociale, economico e politico nei Paesi arabi-musulmani, più che la mancanza di governance e di riforme democratiche, sono l'analfabetismo e la chiusura culturale. Significativi (e impressionanti) i dati presentati: 70 milioni di persone di età superiore ai 15 anni sono incapaci di leggere e scrivere. Sebbene il tasso di analfabetismo sia diminuito nel corso degli ultimi decenni, l'aumento demografico ha provocato una crescita del numero complessivo degli analfabeti (erano 61 milioni nel 1990). Quasi la metà delle donne nei Paesi arabi continua a non saper né leggere né scrivere; un tasso che, per gli uomini, si attesta invece al 25,1 per cento. Un dato totale che spinge l'Alecso a un constatazione non certo consolante: l'obiettivo di dimezzare l'analfabetismo nel decennio 1990-2000 è fallito. E di questo passo ci vorranno almeno tre decenni per recuperare. Tra i motivi di preoccupazione spicca il fatto che i Paesi arabi-musulmani di maggior peso (Egitto, Algeria, Marocco, Sudan e Yemen) sono su posizioni di retroguardia nell'impegno per lo sradicamento dell'analfabetismo; addirittura al di sotto di molti Paesi dell'Africa nera, considerati da sempre il fanalino di coda in questo campo. Solo l'Egitto conta oggi un esercito di analfabeti: 17 milioni. E la situazione, spiega l'Alecso, sembra destinata a deteriorarsi ulteriormente. Solo i piccoli (e ricchi) Stati del Golfo e la Palestina si discostano da questo andamento generalmente negativo. Il problema dell'iniqua distribuzione delle ricchezze a livello mondiale e all'interno dei singoli Stati ha certo una parte di responsabilità nel difficile accesso alla scuola nella maggior parte dei Paesi arabi-musulmani (ma non nei ricchi Paesi del Golfo, dove i petroldollari non mancano di certo). Un fatto è certo, però: la politica scolastica di m olte di queste nazioni lascia a desiderare. Gettare le basi di uno sviluppo economico, di un progresso sociale, di un rinnovamento istituzionale e politico, senza offrire alle nuove generazioni strumenti culturali adeguati, risulta a dir poco problematico. E la chiamata ad una responsabilità nella gestione della polis in un contesto dove vincono ancora prevaricazioni, chiusure e pregiudizi rischia di essere soltanto una bella astrazione. La questione del gap culturale esistente oggi nei Paesi musulmani del Medio Oriente era già stata posta con forza dal Rapporto sullo sviluppo umano nel mondo arabo edizione 2003. Già allora era emersa in maniera drammatica questa indicazione: la necessità che i Paesi arabi investano in conoscenza, per mettere all'angolo l'integralismo (politico e religioso) e favorire il dialogo con le altre nazioni, innescando quel processo di osmosi culturale capace di suscitare risorse e creatività. Una prospettiva ribadita ora con forza anche dall'Alecso. Il rischio, sottolinea l'organismo della Lega araba, è che, se non viene abbattuto il muro dell'analfabetismo, nulla veramente cambi all'interno delle società arabe. Come dire: democrazia e libertà s'imparano sui banchi di scuola. E la qualità e il peso delle politiche scolastiche sono la vera spia della concreta volontà dei governi di costruire una nazione, prima ancora che uno Stato.

 

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LA NUOVA

Pag 1 Chiudere e fuggire in Cina è un errore strategico di Arnaldo Camuffo

Conti fa rifare

 

La concorrenza cinese non interessa più solo le piccole imprese. Nel settore dell’occhialeria, ad esempio, l’emorragia di imprese e posti di lavoro tocca ora anche «i grandi». Safilo si accinge a razionalizzare la propria struttura produttiva in Italia chiudendo tre stabilimenti produttivi, tra cui uno «storico» a Calalzo. La decisione, almeno per il momento, non mette in discussione la presenza dell’azienda nel Bellunese, che rimane rilevante. Ma le organizzazioni sindacali si mobilitano considerando questo un altro segno dell’inevitabilità della delocalizzazione. A far paura, ormai da tempo è soprattutto l’industria cinese di produzione di articoli ottici. E’ enorme (280.000 addetti), localizzata in più aree (Wenzhou, Shenzen, Xiamen, Guangdong, Danyang e Damaiyu), caratterizzata da imprese diverse per dimensione e specializzazione, ma con alcuni leader (Moulin, Elegance, Arts, Sun Hing) grandi, integrati, con strutture distributive e marchi propri, capacità di design. Ma proprio ora che la tentazione di abbandonarsi al pessimismo è più forte, anche per le condizioni macroeconomiche, è necessario tenere i nervi saldi, fare bene i conti ed evitare le profezie che si autoavverano. Partiamo da un dato di fatto. Le nostre imprese, almeno quelle più grandi e almeno nell’occhialeria, rimangono tra le migliori al mondo e hanno le risorse e le capacità per sopravvivere e competere. Senza far troppo affidamento sui meccanismi di difesa legati alle regole del commercio internazionale (che, ammesso passino, fermeranno «l’ondata» solo temporaneamente), possono e devono fare la loro parte sperando che tutti gli altri attori (dall’Unione Europea sulla lotta alla contraffazione, al sindacato bellunese sulla flessibilità) facciano la loro in uno sforzo complessivo di razionalità. Nel lungo periodo è ovvio che sarà necessario spostarsi su attività diverse, legate all’innovazione, al design, alla ricerca, come è già accaduto in distretti vicini come quello dello sportsystem di Montebelluna. Ma nel breve periodo chiudere le fabbriche in Italia, smettere di produrre e comprare prodotto cinese non è l’unica opzione a disposizione. Anzi, può costituire una scorciatoia, un errore i cui costi si pagheranno in futuro. Il costo del lavoro orario cinese vale circa 0,45 euro/ora, contro i 14 euro/ora in Italia, pari a un differenziale di magnitudo 30. Prendiamo questi dati per buoni, anche se le dinamiche salariali cinesi sono molto opache e i differenziali da zona a zona, cospicui (migrazione, etc.). Su questa sola base sembrerebbe esistere un’unica opzione: acquistare in Cina e smettere di produrre in Italia. Per fortuna non è così. Una montatura in acetato prodotta in Italia costa circa 11 euro (costo pieno industriale); acquistata in Cina costa circa 4,2 euro (anche qui, con differenze non da poco a seconda della zona di produzione). Il vantaggio di costo attuale della Cina sull’Italia, che a livello di lavoro orario è di magnitudo 30 (14 su 0,45), a livello di costo industriale di prodotto si riduce a una magnitudo 2,6 (11 su 4,2). Tale riduzione è dovuta alla maggiore produttività del lavoro in Italia, che a sua volta è funzione dell’organizzazione del lavoro (indiretti, supervisione), delle competenze del personale, oltre che delle tecnologie disponibili (capitale). Non a caso, quando Luxottica acquisì Rayban a fine anni ’90, si accorse che la soluzione «maquilladora» allora adottata dagli americani (fabbrica di assemblaggio a San Antonio, Texas, ma gran parte delle lavorazioni al di là del confine a Nuevo Laredo, in Messico, per sfruttare il costo del lavoro più basso) non era efficiente e produceva montature di bassa qualità. E Del Vecchio trasferì intelligentemente la produzione ad Agordo (non in Cina). Certo, non c’era ancora l’euro e il dollaro non era così svalutato. Ma i fondamentali erano analoghi, tant’è che, ancor oggi, Luxottica continua a realizzare circa tre quarti della propria produzione in Italia e non c’è motivo di pensare che la situazione cambi. A monte di tutto stanno poi le scelte di prodotto e di rapporto con il mercato, che condizionano la struttura dei costi aziendali, le strategie di produzione e, di conseguenza, le scelte di localizzazione. Ad esempio, se dalle montature in acetato si passa all’iniettato, o alle montature in metallo o in metallo speciale, la situazione cambia. Il vantaggio di costo del prodotto cinese si riduce da 2,6 a 2,0, a 1,7, per la maggiore complessità del prodotto e la diversa natura del processo produttivo. Per le montature in titanio il divario invece si amplia, tornando a 2,5, in parte per la natura del prodotto e delle tecnologie e in parte per scelte di specializzazione delle imprese cinesi. Ne deriva che, in funzione della tipologia di prodotto e della categoria di clienti serviti, puntare tutto sul «commercializzato» cinese appare meno inevitabile, soprattutto se si considerano anche gli aspetti di qualità e di design. Solo in alcuni casi gli standard cinesi sono compatibili con le scelte di posizionamento del prodotto italiano e pochi produttori cinesi sono già riusciti a fare il salto da mero Oem (produttore su specifica/disegno o produttore di montature per la fascia medio-bassa del mercato) a Odm (produttore capace di progettare e produrre autonomamente). In estrema sintesi, solo per quelle produzioni dove l’incidenza della manodopera diretta sul costo industriale è superiore al 40% non esistono alternative alla delocalizzazione tout court. Negli altri casi, il vantaggio competitivo deriva da scelte di architettura di prodotto e della supply chain più complesse e articolate, in cui produzioni in Italia, investimenti diretti all’estero e ricorso all’outsourcing si possono combinare in modo originale per servire meglio la distribuzione e il cliente finale, minimizzare i rischi, ottimizzare i flussi logistici e ridurre gli investimenti in capitale circolante. Alla fine, vincerà non chi si sarà mosso più rapidamente dall’industrializzato al commercializzato e dall’Italia alla Cina, ma chi avrà saputo mettere a punto strutture produttive originali, coerenti con le scelte di prodotto e di marketing.

 

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6 – SERVIZI SOCIALI / SANITÀ

 

CORRIERE DEL VENETO

Pag 5 I medici: “Sanità smembrata, ci rimettono i pazienti” di Michela Nicolussi Moro

I sindacati scrivono al governatore: la frammentazione delle competenze mette a rischio il sistema, pronti a scioperare

 

Venezia — Per la prima volta i camici bianchi veneti contestano l'attribuzione delle deleghe della giunta regionale, ufficializzata lo scorso 24 maggio con la delibera 1259. Lo scorporo di quelle tradizionalmente riunite nell'assessorato alla Sanità li disorienta. Al punto che lunedì i sindacati Anaao e Cimo (ospedalieri), Anpo (primari), Simet (medici del territorio), Sivemp (veterinari), Aaroi (anestesisti), Snr (radiologi) e Aipac (laboratoristi) hanno inviato una lettera con richiesta di spiegazioni al governatore Giancarlo Galan, e agli assessori Flavio Tosi (Sanità) e Antonio De Poli (Sociale). LA LETTERA — Nella missiva si legge: « Sentiamo la necessità di rivolgerci a voi a causa di notizie che hanno determinato una situazione di forte preoccupazione e che, se confermate, potrebbero mettere a rischio il buon funzionamento del sistema sanitario veneto. Sembrerebbe infatti che la Regione abbia intenzione di compiere una frammentazione delle competenze dell'assessorato alla Sanità che, pur nelle difficoltà degli anni scorsi, ha sempre dimostrato di garantire il modello sanitario veneto. Il quale si è sempre caratterizzato per la profonda integrazione tra il sociale e il sanitario, ma nel rispetto delle peculiari e complessive competenze dei due ambiti ». I sindacati entrano dunque nello specifico: « Facciamo fatica a credere che si possa ipotizzare la separazione di farmaceutica, medicina convenzionata e del territorio dall'area ospedaliera, rendendo così più difficile o forse impossibile quell'integrazione tra ospedale e territorio di cui il Veneto è promotore. E che costituisce l'elemento principale per l'utilizzo appropriato delle risorse e per una corretta risposta alle esigenze dei cittadini. Né comprendiamo come un servizio veterinario che ha sempre garantito la tutela della salute pubblica in campo alimentare possa correre il rischio di essere attribuito ad un assessorato diverso, perdendo così la sua finalità prioritaria ed entrando in altri ambiti non scevri da potenziali conflitti. Chiediamo — chiudono — di essere tranquillizzati in merito all'inconsistenza di tali ipotesi e alla salvaguardia del modello sanitario veneto, che ha bisogno sicuramente di essere adeguato ma non smantellato ». LE DELEGHE — La bufera nasce dalla scelta politica di « alleggerire » il referato del leghista Tosi (programmazione sanitaria, tutela della salute, igiene pubblica e programmazione edilizia a finalità collettive), affidando a De Poli (Udc) un'ermetica « programmazione socio sanitaria » che potrebbe assorbire i medici di famiglia e del territorio, ad Elena Donazzan (Istruzione), di An, la tutela del consumatore, la sicurezza alimentare e i servizi veterinari, all'azzurro Fabio Gava (Economia) le funzioni di controllo e ispettorato sulle Usl e, forse, a Massimo Giorgetti (Lavori Pubblici), di An, l'edilizia sanitaria. In attesa di una risposta alla lettera, Salvatore Calabrese, segretario regionale Anaao, spiega: « Abbiamo deciso di far sentire la nostra voce perché siamo seriamente in ansia e speriamo di essere convocati quanto prima da Tosi, anche perché il tavolo di confronto con la Regione non si attiva da mesi. E poi il nuovo contratto aumenta l'importanza del dialogo e il numero di materie da trattare ». LE REAZIONI — Sulle spine i dottori del territorio, che non sanno di che morte moriranno. Luca Marseglia, vice presidente di Simet Veneto, assicura: « Non abbiamo nessuna intenzione di separarci dai colleghi: si predica tanto l'integrazione e poi si razzola male. Politicamente la divisione delle deleghe ha un ritorno, ma per noi è deleteria e incomprensibile, anche economicamente. Si creeranno due sistemi sanitari paralleli e mi chiedo come faranno i direttori generali a impegnare bene le risorse senza una gestione unitaria. Non vorrei che si togliessero fondi alla sanità per transitarli al sociale, bacino di utenza elettorale più ricco. Se la frammentazione andrà in porto siamo pronti alla mobilitazione generale, sciopero compreso. Scenderemo in piazza con i cittadini: è giusto coinvolgerli in un problema che li riguarda da vicino e non è una rivendicazione di categoria ». Delusi anche i veterinari. « Abbiamo firmato lo stesso contratto della dirigenza medica e intendiamo restare compatti — dice Roberto Poggiani, segretario regionale Sivemp — e poi, passando sotto l'assessorato al Lavoro, ci ritroveremo a controllare chi ci " comanda", cioè i controllori. Con tutte le conseguenze del caso ».

 

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7 - CITTÀ, AMMINISTRAZIONE E POLITICA

 

IL GAZZETTINO DI VENEZIA

Pag II Un principe arabo a Venezia per il primo Corano di Manuela Lamberti

E’ la copia numero uno al mondo, edita tra il 1537 e il 1538. L’unico esemplare è conservato nella biblioteca di San Francesco

 

Venezia. Un incontro per promuovere il dialogo tra culture e religioni diverse. Il principe Turki Al Faisal, membro della famiglia reale saudita, ha fatto ieri visita al convento di San Francesco della Vigna per ammirare il primo Corano stampato a Venezia, l'unico esemplare rimasto al mondo e conservato nella biblioteca del convento, dove ha sede l'Istituto di studi ecumenici San Bernardino. Si tratta del primo Corano mai apparso a stampa e con caratteri arabi mobili, edito a Venezia da Paganino Paganini e il figlio Alessandro tra il 1537 e il 1538. Il Corano è privo di note tipografiche, di data, di illustrazioni, di fascicolazione e di cartolazione perché si suppone che fosse prevista una successiva fase illustrativa manoscritta. L'esistenza di questo volume, come ha spiegato Giorgio Vercellin, docente a Ca' Foscari, ha tormentato per secoli gli studiosi. Si credeva infatti che tutti gli esemplari stampati fossero andati distrutti, ma l'unica copia esistente fu invece ritrovata da Angela Nuovo, nella biblioteca del convento di San Michele in Isola, mentre era intenta a preparare uno studio sugli annali del tipografo veneziano Alessandro Paganino. Il volume fu successivamente portato, nel 2000, nella biblioteca del Convento, dove oggi viene attentamente custodito. La storia di questo "monumento" è tuttora condita da un curioso alone di mistero. Non si conosce, innanzitutto, il motivo per cui nel Cinquecento il tipografo Paganini si fosse imbarcato in un'impresa costosa e priva di mercato: si suppone che i volumi fossero stati commissionati da clienti arabi, ma non residenti a Venezia. Si ipotizza poi che un incendio abbia distrutto tutte le copie tranne questa, oppure che i volumi si dispersero nel trasporto per mare o che furono inviati al mittente considerato che il testo presenta molti errori ortografici. Ammirare l'unico esemplare rimasto del testo sacro stampato è stata così l'occasione, come negli intenti dell'Istituto, per promuovere la conoscenza e il dialogo dei cristiani con le altre religioni e in particolare con l'Ebraismo e l'Islam. «Un avvenimento senza precedenti, perché veicolo di incontri e di conoscenza», ha detto padre Roberto Giraldo, preside dell'Istituto veneziano. Il Principe, accompagnato dalla moglie e da una delegazione composta da dieci membri del King Faisal Center for Research and Islamic Studies di Riyadh di cui Sua Altezza Reale è presidente, ha appoggiato l'inestimabile testo sacro prima sulla fronte e poi sulle labbra, ricordando quanto sia importante l'incontro tra le religioni e sottolineando la propria fiducia «nel grande valore della collaborazione tra tutto il genere umano». Presenti all'incontro anche Renata Codello, soprintendente ai beni architettonici, storici e artistici di Venezia, e gli studenti dell'Istituto. La delegazione è stata invitata in Italia da Ipalmo, istituto internazionalista (attualmente presieduto dall'onorevole Gianni De Michelis e diretto dal segretario generale Antonio Loche) che svolge attività di ricerca e relazioni internazionali grazie a finanziamenti da parte del ministero degli Esteri, di agenzie internazionali delle Nazioni Unite, della Banca Mondiale, dell'Unione Europea. Il Principe Turki Al Faisal ha donato a Padre Roberto Giraldo un prezioso incensiere e ha contraccambiato l'ospitalità con l'invito ad una visita in Arabia Saudita. Il preside ha invece donato a Sua Altezza Reale un libro su San Francesco e sulle attività dell'Istituto.

 

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Pag III Un altro giorno ancora tutti in coda. Fino a Jesolo di Paolo Navarro Dina

La stagione del mare

 

Mestre. Tutti in coda per oltre trenta chilometri per raggiungere il mare. Tutti d'accordo per mettere piede su un pezzetto di sabbia lungo il Litorale veneto. Ma non è stato facile conquistarsi l'agognato posto al sole. Infatti, fin dalla prima mattina, una lunga coda ha caratterizzato la viabilità in direzione delle principali località di mare. Le prime avvisaglie si sono avute fin dalle 8 quando un primo incolonnamento si è registrato alla barriera di Villabona sull'A4. In poco tempo, ma sempre più rapidamente, si è formato un lungo «serpentone» di auto che ha raggiunto gli otto chilometri di coda. Una situazione difficile, ma che, fortunatamente, non si è complicata ulteriormente nel prosieguo della mattinata. A soffrire di più sono stati comunque quegli automobilisti che, dopo aver superato indenni la tangenziale, ieri abbastanza sgombra e senza camion, si sono trovati a doversi immettere nella coda lungo la statale Triestina. Ed è infatti lungo questa strada che ieri mattina si sono avuti i problemi maggiori. Infatti, a poco a poco, si è formata una lunga fila di auto che ha raggiunto i trenta chilometri, praticamente dallo svincolo della "bretella" autostradale per il "Marco Polo" e la località balneare. A poco, nonostante abbia notevolmente fluidificato il traffico, è servita la nuova mini-rotatoria che ha sostituito il semaforo all'incrocio di Caposile. Il traffico di attraversamento ha praticamente impedito uno spostamento rapido delle auto. A rendere ancora più difficile la circolazione anche una serie di tamponamenti, peraltro senza gravi conseguenze per le persone e un paio di auto in panne. L'unico incidente di rilievo si è registrato verso le 14.30, all'altezza del distributore Agip nell'ultimo tratto a due corsie per senso di marcia prima della strettoia del Montiron sulla statale Triestina. Un'auto Renault Clio condotta da una donna, S.E., 20 anni, di Zelarino, appena sbucata dalla stazione di servizio ha cercato di immettersi sulle due corsie in direzione di Ca' Noghera "tagliando" la coda di auto dirette a Jesolo. Proprio mentre si stava affacciando alla mezzeria a doppia linea continua, giungeva da Tessera una moto Aprila condotta da G.D., 23 anni, di Spinea con un'altra persona in sella. Inevitabile l'impatto tra la vettura e la moto che poi, senza le due persone in sella, ha proceduto la sua corsa lungo la carreggiata opposta finendo in un fossato. Solo il caso ha voluto che in quel momento non vi fosse nessuno che stava sopraggiungendo nell'altro senso di marcia. Nell'urto rimaneva ferito in maniera lieve il conducente della moto che veniva trasferito all'Umberto I da un'autoambulanza del 118. Sul posto è intervenuta una pattuglia del reparto Motorizzato della Polizia municipale. Lavoro straordinario anche ieri per la Polstrada di Mestre che ha sguinzagliato una serie di pattuglie lungo l'autostrada A4 e la Jesolana. Ampio il bottino di patenti ritirate e contravvenzioni. Complessivamente nell'arco di sole cinque ore, gli agenti della Polstrada hanno ritirato una trentina di patenti, altri 43 invece i "fotografati" ai quali arriverà la multa a casa; tutti o quasi per eccesso di velocità. In particolare la Polstrada ha fermato in autostrada una Mercedes proveniente da Padova che andava a 208 chilometri all'ora. Poi nell'ordine, altre cinque vetture che superavano i duecento chilometri all'ora.

 

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Pag IX Tanti ragazzi in lacrime al funerale di Alex di Giuseppe Babbo

Il parroco don Guido Bucciol ha sottolineato come spesso il binomio giovani – moto possa anche diventare sinonimo di pericolosità

 

C'era tutta Ca' Savio ieri mattina nella chiesa di San Francesco a porgere l'estremo saluto a Alex Nadalini, il centauro di soli 19 anni deceduto sabato scorso in seguito ad un incidente stradale. Una folla che si è stretta attorno ai genitori di Alex in un grande abbraccio, cercando in qualche maniera di alleviare il dolore per una perdita così grande. C'erano soprattutto i giovani, in particolare gli amici e i coetanei di Alex, gli stessi ragazzi che in lacrime, come ultimo gesto d'affetto hanno portato a spalla la sua bara dentro la chiesa e gli hanno dedicato un grande cartellone sul quale sono state attaccate le sue foto più belle scattate assieme agli amici più cari. Tanta gente insomma; addirittura c'è stato anche chi non è riuscito ad entrare in chiesa ed è dovuto rimanere fuori nel sagrato. Come si ricorderà Alex nel primo pomeriggio di sabato scorso si trovava in sella alla propria moto in via Fausta seguendo la direzione Cavallino, quando all'incrocio con via Del Vallone in località Ca' Pasquali è andato a cozzare contro una Golf Wolkswagen condotta da due coniugi olandesi da qualche giorno in vacanza nel litorale. Un urto violento che ha scaraventato sull'asfalto il giovane motociclista e la sua moto nel fosso che fiancheggia la strada provinciale. Purtroppo a nulla è servito il tempestivo intervento dei volontari della Croce Verde di Ca' Savio. Una notizia tragica che ha fatto ben presto il giro di tutto il Litorale, lasciando sgomente numerose persone. Durante l'omelia il parroco di Ca' Savio, don Guido Bucciol ha rivolto ai tanti presenti parole di fede e speranza, sottolineando come spesso il binomio giovani moto possa diventare sinonimo di pericolosità. La salma è stata tumulata nel cimitero di Treporti.

 

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LA NUOVA

Pag 15 Fuga verso le spiagge, traffico in tilt di Carlo Mion

Un’unica colonna di auto da Mestre a Jesolo, 10 km di coda in tangenziale

 

E’ arrivata l’estate anche per le strade. A sancirlo i quasi quaranta chilometri di auto in colonna che ieri mattina c’erano dalla bretella aeroportuale fino a Jesolo. Il primo vero esodo che quest’anno ha coinciso con la Festa della Repubblica e con un ponte lungo. Colonna anche in autostrada, all’uscita di Villabona, sulla Serenessima si sono toccati i dieci chilometri di coda. Non è andata meglio sulle strade del litorale: da Bibione a Eraclea a Jesolo, senza dimenticare la Romea e Sottomarina. Quello di ieri non era traffico di giornata. La gran parte delle auto proveniva da fuori regione e non trasportava pendolari. L’onda di veicoli è stata monitorata dalla polizia stradale e dalla Società autostrade già dal suo formarsi in terra lombarda e ai valichi con l’Austria e la Slovenia. Fin dall’alba il traffico è stato sostenuto in direzione est. Alle 7 hanno cominciato a formarsi le prime code sul piazzale di Villabona e le pattuglie della polizia stradale di Venezia erano già schierate per evitare paurosi ingorghi. Ed eventualmente far intervenire la protezione civile per la distribuzione dell’acqua nel caso ci fossero blocchi del traffico con soste sotto al sole. Protezione civile in stand by fin dalla sera prima. Ma nonostante la colonna si sia formata velocemente non c’è stato bisogno di dissetare i turisti fermi nelle loro auto. L’ondata di veicoli ha iniziato ad intasare la Triestina in direzione di Jesolo verso le 7.30, quando in breve il serpentone di lamiere e gomme che procedeva ad una velocità media a di dieci chilometri orari si è allungato da Jesolo fino ad arrivare ad un chilometro dagli svincoli tra l’A4 e l’A27. Una trentina di chilometri. In coda stranieri, ma soprattutto italiani che hanno approfittato della Festa della Repubblica per trascorrere il primo ponte estivo in riva all’Adriatico. Molti comunque anche i vacanzieri diretti sulle coste Croate e Slovene. Il flusso di veicoli ha reso difficile il transito soprattutto ai valichi di Trieste. I tre punti «caldi» di questo esodo sono stati Pese con 5 chilometri di fila, Rabuiese con 3 e Fernetti con 2. Sull’A23 a Tarvisio, al confine con l’Austria si sono verificati incolonnamenti di alcuni chilometri. Ma le colonne non ci sono state solo per chi era diretto a est. Infatti patimenti garantiti anche per coloro che calava da est e da nord. E cioè per i turisti germanici, austriaci e trevigiani. Per arrivare a Bibione chi proveniva dall’A28 si è fatto praticamente venticinque chilometri di «fisarmonica». Attorno alle 11 i turisti che hanno imboccato la provinciale 74 per raggiungere la spiaggia ha impiegato ben un’ora e mezza. Il tempo di una partita di calcio per fare dieci chilometri. Del resto su questo tratto di strada convergono tre importanti direttrici che ieri mattina hanno scaricato migliaia e migliaia di veicoli in pochissimo tempo, creando notevoli disagi anche per la viabilità dei paesi attraversati. Scendendo più a sud, verso Eraclea e Jesolo, il serpentone dei veicoli tra le due località balneari era di una decina di chilometri. E andata peggio a chi ha percorso le strade del basso veneziano verso Sottomarina e Isola Verde. Mete preferite, in particolare, da padovani e vicentini. Sulla Romea i rallentamenti iniziavano ad una ventina di chilometri da Sottomarina. Si procedeva al rallentatore anche sulla strada dei Pescatori che a Codevigo incontra la statale. E’ stato un tour de force durato ore. La normalità è tornata solo a metà pomeriggio. Verso sera si è registrato un aumento del traffico dalle spiagge verso la terraferma. Si trattava dei pendolari della tintarella che sono rientrati in città. Le previsioni, del traffico, per oggi e domani non sono molto rassicuranti. La polizia stradale prevede ancora spostamenti di vacanzieri e quindi traffico molto intenso verso le località turistiche dell’Adriatico. Spostamenti favoriti anche dal bel tempo previsto dai meteorologi per tutto questo fine settimana. Ma ieri nonostante le strade fossero, per quasi tutta la giornata, intasate c’è stato chi in sella a sfreccianti moto e a bordo di potenti auto ha esagerato con la velocità. Puntuali sono arrivati i ritiri di patente da parte della polizia stradale di Mestre.  Ventisette le patenti ritirate per eccesso di velocità: venti in A4, tre sulla Triestina e quattro sulla bretella aeroportuale. La velocità più elevata è stata stabilita da una Mercedes classe E di stranieri, ha toccato i 210 l’ora. Un motociclista invece è stato fermato a 192 all’ora. Sequestrate anche tre carte di circolazione e contravvenzionato un automobilista perché non si era fermato all’alt degli agenti della stradale.

 

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IL GAZZETTINO DI VENEZIA di giovedì 2 giugno 2005

Pag III Tangenziale e A4, pomeriggio di un giorno da cani di Paolo Navarro Dina

Dieci chilometri di coda, autostrada chiusa per ore, camion e auto invadono le strade della città

 

Mestre. Prima un furgoncino che prende fuoco sulla Tangenziale alle 14 in direzione di Padova mentre sta trasportando nientemeno che quattro bombole di acetilene altamente infiammabili delle quali due prendono fuoco; poi un grave incidente poco prima dello svincolo di Padova Est che costringe la Società Autostrade a chiudere alle 16.30 il casello d'ingresso dell'A4 a Villabona in direzione della città del Santo. Ma non è tutto. Ciliegina sulla torta. Ennesimo tamponamento, verso le 17, sempre in direzione di Padova questa volta nel tratto fatidico tra Quarto d'Altino e Marcon con tre mezzi pesanti coinvolti l'ultimo dei quali non si avvede della coda.Benvenuti all'inferno. Anzi, benvenuti sulla Tangenziale di Mestre che sicuramente passerà alla storia per il record degli incidenti, dei macro e microtamponamenti, delle "collisioni" tra mezzi pesanti e auto private tanto da mettere in ginocchio non solo la viabilità autostradale del Nordest, ma anche le strade statali, regionali e provinciali che vengono letteralmente prese d'assalto dagli automobilisti costretti a percorsi ad ostacoli per evitare un incidente e a stravolgere con il loro transito paesi e città già prese di mira dal traffico quotidiano. Insomma, anche ieri una giornata da dimenticare non solo per i pendolari, ma anche per coloro hanno fatto da battistrada per il primo esodo del 2 giugno e quello previsto per il prossimo fine-settimana.La giornata era iniziata come al solito: code e rallentamenti nei due sensi di marcia, verso Padova e verso Trieste. Una situazione al limite del collasso con una corsia preda dei mezzi pesanti in coda in entrambi i sensi di marcia, le altre "dedicate" al traffico scorrevole. Una situazione al limite. E il "patatrac" è ben presto arrivato. É bastato che un furgoncino di una ditta mestrina prendesse fuoco mentre trasportava quattro bombole di acetilene nel tratto tra gli svincoli tra Terraglio e Castellana per mandare in tilt questo tratto di strada. Subito si sono formati ben dieci chilometri di coda. Nel frattempo, proprio per favorire i soccorsi, si è reso necessario chiudere anche la carreggiata verso Trieste permettendo ai Vigili del Fuoco di Mestre e alla Polstrada di Mestre coordinata dal comandante Ciro Pellone, di raggiungere il luogo del camioncino in fiamme. Si è trattata di una vera e propria corsa contro il tempo per evitare il peggio con la deflagrazione delle bombe di acetilene. Obiettivo riuscito in un battibaleno che ha consentito di riaprire al traffico parte della carreggiata, «liberando» due corsie e facendo così defluire il traffico. Ma la "mazzata" alla circolazione doveva arrivare da lì a pochi minuti per un altro incidente in A4 all'altezza di Ponte di Brenta (Pd) che comportava la chiusura del casello di Villabona e la deviazione obbligatoria verso la Rotonda di Marghera con il traffico che ha raggiunto la Riviera del Brenta, l'area del Noalese e del Miranese. A poco a poco un fiume di auto ha invaso i centri abitati mandando in tilt la viabilità ordinaria già provata dal traffico di attraversamento quotidiano. Lungo questi percorsi ha volteggiato anche l'elicottero del Reparto Volo dei Vigili del Fuoco di Mestre. Per gli sfortunati rimasti intrappolati sull'A4 verso Padova è stato necessario allertare la Protezione civile del Comune che ha iniziato a distribuire acqua minerale ed eventuale materiale di pronto soccorso. Lunghe code sono state registrate anche a Mestre con incolonnamenti in rampa Rizzardi e in via Righi verso Venezia. Lavoro straordinario anche per la Polizia municipale. Infine, l'ultimo episodio, tra Marcon e Quarto d'Altino quando si è verificato un tamponamento tra mezzi pesanti sempre in direzione di Padova. In questo caso un camionista è rimasto leggermente ferito. Intanto, ancora in serata, l'A4 in direzione Padova risultava chiusa al traffico fino alla completa rimozione dei mezzi coinvolti nell'incidente a Ponte di Brenta.

 

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Pag III Quaranta rotonde al posto dei pericolosi incroci di Alda Vanzan

Con il progetto “Sms” la Provincia di Venezia investirà nel prossimo triennio 90 milioni di euro per migliorare la rete viaria

 

Mestre. Indisciplinati. Di fronte a uno stop, tirano dritto. Idem quando arrivano di fronte a un segnale che obbliga a dare la precedenza: che sia a destra o a sinistra, il veneziano al volante la precedenza non la dà. Se la prende. E non sempre gli va bene: il mancato rispetto di queste sole norme del codice della strada è alla base del 30 per cento degli incidenti stradali. Un'enormità, se si pensa che nel resto d'Italia la media è molto più bassa: negli ultimi dieci anni, dal 1992 al 2002, si è passati dal 23 al 17 per cento. E allora? Allora forse conviene eliminare gli incroci a raso e sostituirli con delle rotatorie. Ne è convinta la Provincia di Venezia, che ormai si è convertita alle rotonde : ne ha appena fatte otto, da qui al 2007 ne farà altre 40, per una spesa complessiva di 15 milioni e mezzo di euro. Serviranno? A sentire i tecnici, senza ombra di dubbio. E pure per il direttore della Motorizzazione civile, Carmelo Trotta, che ha citato i dati degli incidenti per mancato rispetto dello stop e della precedenza.

IL PROGETTO -"Sms" è l'acronimo di "Strade Mobilità Sicurezza", che è il nome del progetto dell'Amministrazione provinciale illustrato ieri nell'Auditorium di via Forte Marghera dall'assessore alla Viabilità Paolo Gatto e dal presidente Davide Zoggia, con il dirigente del settore Viabilità Andrea Menin, presenti anche il direttore della Motorizzazione civile Carmelo Trotta e il comandante della Polizia stradale Ciro Pellone, oltre che sindaci e amministratori dei 44 Comuni della provincia. In pratica, il progetto punta ad adeguare la rete stradale provinciale alle esigenze del traffico, rendendola più scorrevole e aumentando gli standard di sicurezza.

LA SPESA -La Provincia investirà circa 90 milioni di euro nel triennio 2005-2007 per migliorare la rete viaria del territorio, adeguando le strade esistenti, realizzando percorsi ciclo-pedonali e sostituendo vecchi incroci con rotatorie. Di questi 90 milioni, 15 e mezzo riguardano le rotatorie. Tra l'altro, alcune rotonde saranno realizzate in proprio dalla Provincia (10 milioni di euro) e altre in appalto (5,5 milioni). «Il progetto "Sms" - ha detto Zoggia - vuole coinvolgere il territorio e gli enti locali perché l'unico modo per intervenire sulle strade del territorio è quello di fare squadra».

I NUMERI -I chilometri di rete stradale di competenza della Provincia di Venezia sono 820. Gli incroci che nel triennio saranno sostituti con rotatorie sono 40, cui vanno aggiunte le 8 rotonde già realizzate. A dire il vero alcune rotatorie - in tutto dieci - sono state fatte ben prima di questo piano. Adesso, però, si è deciso di sostituire gli incroci a raso perché, a sentire i tecnici, è solo con le rotonde che si riesce a far diminuire la velocità e anche gli incidenti.

LA FILOSOFIA -Andrea Menin ha ricordato che in un incrocio a raso ci sono 32 "punti di conflitto" e che proprio nelle fasi di attraversamento si verifica la maggior parte degli incidenti, spesso scontri frontali; nelle rotatorie, invece, i "punti" di conflitto sono appena 8.Rispetto a un semaforo, una rotatoria riduce del 12% gli incidenti stradali. E, anche nei momenti di punta, i flussi di traffico si autoregolano. I vantaggi delle rotatorie sono stati riassunti anche in un dépliant preparato dalla Provincia: "la rotatoria consente uno smaltimento più efficiente del traffico senza produrre lunghe code, produce una consistente diminuzione della velocità di percorrenza, i tempi di attesa sono minori, consente alle auto di compiere l'inversione di marcia in sicurezza, i mezzi pesanti possono compiere in assoluta sicurezza manovre di svolta o inversione di marcia, l'inquinamento atmosferico e acustico si riduce notevolmente perché un'auto in movimento inquina di meno di una in coda e se la circolazione è scorrevole il clacson non serve".

TUTTI IN TONDO -Tra l'altro, c'è anche il fatto che con le rotatorie c'è bisogno di una minore manutenzione - un capitolo di spesa che per la rete provinciale annualmente si aggira complessivamente sui 3 milioni di euro. Insomma, le rotatorie sono vantaggiose: non eliminano il traffico - ha detto Zoggia - ma contribuiscono ad aumentarne la scorrevolezza e a rendere più vivibili da parte dei residenti le zone in cui vengono realizzate. Un esempio: la rotatoria di Caposile. Anche per la Motorizzazione civile è meglio una rotonda di un incrocio: «Meglio tardi che mai», ha detto Trotta apprezzando il progetto della Provincia.

GLI INTERVENTI -Le otto rotatorie già realizzate e inserite nel programma di interventi del triennio 2005-2007 sono le due di Mirano, quella di Fossalta di Portogruaro, quella di Calvecchia nel Sandonatese, quella di Porto Menai a Mira, due a Cavarzere, una Concordia Sagittaria. Restano da realizzare altri 40 interventi: a Cavarzere, Chioggia, Camponogara, Santa Maria di Sala, Salzano, Mira, Pianiga, Mirano, Spinea, Scorzè, Quarto d'Altino, Eraclea, Melo, Fossalta di Piave, Fossalta di Portogruaro, Cona, Eraclea. A Cavallino-Treporti, poi, saranno realizzate tre rotatorie lungo via Fausta: un intervento coordinato con il Comune per mettere in sicurezza una delle strade più a rischio, per quanto riguarda gli incidenti, della provincia. Ci saranno rotatorie di tipo classico e altre, come quella di Martellago, a forma di "biscotto".

L'EDUCAZIONE -Nel dépliant preparato dalla Provincia (patrocinio del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, assicurazioni Generali, Manutencoop, Federazione italiana amici della bicicletta) per illustrare il progetto "Sms" e il progetto rotatorie "Gira sicuro", si punta molto sull'educazione. Non a caso, come ha spiegato Gatto, saranno coinvolti i bambini delle elementari e i ragazzi delle medie per dare un nome alla mascotte - un riccio - del progetto. È previsto anche un concorso di idee per immaginare, progettare e disegnare l'arredo di una rotatoria: le idee più originali saranno realizzate dalla Provincia e "firmate" dagli ideatori.

 

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Pag V Il tram e il tunnel si spostano in via Cappuccina di md.d.

Mingardi riesce a convincere anche le ferrovie. E così via Piave si salva e la stazione sarà rifatta completamente

 

Il tunnel per il tram si fa in via Cappuccina e non più in via Piave. E così l'assessore alla Mobilità, Enrico Mingardi, porta a casa il primo pezzo della nuova tramvia, mettendo d'accordo Grandi stazioni e Trenitalia. Mingardi era convinto già da prima che non avesse senso la doppia curva - via Cappuccina -via Sernaglia-via Piave - per poi costruire il sottopasso all'altezza dell'hotel Bologna - ora Best Western. Le ragioni "logiche" di Mingardi hanno trovato un sostenitore in Gianni Caprioglio, il progettista della nuova stazione di Mestre. Anche Caprioglio preferisce far traslare verso via Cappuccina il baricentro della stazione. Per due motivi. Il primo è che così si evita di sventrare una strada centrale della città come via Piave, che sarebbe finita con il sottopasso del tram che si innesta un duecento metri prima della fine di via Piave. L'altro motivo è che così si può fare veramente una stazione importante, che non ha più nulla a che vedere con la stazione di campagna di adesso. Di fronte a via Piave infatti non c'era lo spazio sufficiente per fare niente e, del resto, piazzale Favretti, adesso che è stato messo a posto, è ancora peggio di prima, dal momento che non c'è spazio nemmeno per fermare la macchina e scaricare i bagagli. Caprioglio, che sta progettando tutta la stazione, compreso il grande albergo che sorgerà al posto dell'edificio delle Poste, il palazzone celeste, ha immaginato un posto tipo aeroporto, con tanti negozi, bar ed edicole. Un posto dove l'attesa sia piacevole. È la nuova filosofia delle stazioni ferroviarie delle grandi città che, come negli altri Paesi europei, diventano centri importanti, anche dal punto di vista sociale. Ovvio che sotto ci sia anche il business perché per la stazione di Mestre si calcola che passino 4 milioni di persone ogni anno. Fai anche solo un caffè e un giornale a testa e l'affare è fatto. Se poi ci metti i negozi di souvenir per i turisti, ma anche i centri Internet, le salette per le riunioni d'affari e un albergo di lusso con tanto di fitness center, vedi che la stazione cambia volto, diventando uno dei poli commerciali e sociali della città. Questo ha in testa l'architetto Gianni Caprioglio e questo vuole anche Grandi stazioni. Restava il problema delle ferrovie che continuano a pensare che sia giusto tenere la bocca della stazione - cioè l'entrata principale - su via Piave. Ma quando Mingardi ha iniziato ad insistere sulla questione della stazione del tram da spostare in via Cappuccina, anche Rfi si è convinta che val la pena di spostare il tutto. Del resto basta allungare il marciapiede e la pensilina di duecento metri e il gioco è fatto. Poi un tapis roulant e via. Così il neo assessore alla Mobilità incassa il sì, per ora tutto ufficioso, delle forze in campo sulla prima grande modifica del tracciato del tram. E, tra l'altro, questa è anche la modifica che fa risparmiare un bel po' di quattrini perché accorcia il tracciato di circa seicento metri. Non è altrettanto certo invece che tecnicamente si riesca a risolvere il problema della stazione di interscambio a San Giuliano. Il problema è che Mingardi vorrebbe evitare di impegnare una corsia del ponte della Libertà per il tram. Non solo, vorrebbe anche evitare di bloccare il ponte per fare i lavori. Perché non fermare il tram a San Giuliano ed utilizzare un binario della ferrovia? Enrico Mingardi ha chiesto che i tecnici studino la soluzione, per vedere se è possibile evitare di andare sul ponte della Libertà. Anche in questo caso sarebbe un risparmio enorme. Per quanto riguarda la terza variante, invece, e cioè il tram che arriva fino all'aeroporto lì problemi non ce ne sono, basta avere i soldi per allungare la tramvia la Favaro e fino al Marco Polo.Intanto, se anche i tecnici - in primis Salvatore Vento, l'ingegnere capo del Comune che coordina i progetti del tram - diranno sì alla proposta di Mingardi, si arriverà in tram da Favaro fino in via Cappuccina. Lì, di fianco al palazzo di Chiodi si scenderà sotto terra - quindi vicino al sottopasso ciclopedonale che sbuca in via Ulloa - e ci sarà la stazione. Chi scende per prendere il treno avrà una serie di scale mobili e tapis roulant che vanno fino ai treni, chi invece resta a bordo, proseguirà per Marghera e fino ad Auchan. Ma l'intera stazione ferroviaria traslerà verso via Cappuccina dove c'è lo spazio anche per parcheggi e per costruire un terminal degli autobus.

 

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LA NUOVA di giovedì 2 giugno 2005

Pag 29 Ecco la Piazza del guano e dei cantieri di Manuela Pivato

Il degrado del centro storico: scritte sulle colonne, intonaci pericolanti. I commercianti chiedono una Consulta

 

La volta delle Procuratie nuove coperta da una grata di legno e ferro da oltre dieci anni, i nidi dei piccioni sui fili elettrici (fuoriuso) che avrebbero dovuto tenerli lontani, le scritte sulle (poche) colonne di marmo appena ripulite e i marmi anneriti delle altre colonne che da tempo attendono il loro turno. E ancora i cantieri aperti ai piedi del campanile, quelli che coprono da mesi le arcate della Biblioteca Marciana e il prefabbricato dell’ufficio cambio sotto la Torre dell’Orologio che si spinge fin davanti alla Basilica. Questa la Piazza più bella del mondo, vista in una mattina di giugno già piena di turisti in bermuda e zaino sulle spalle. Turisti che, in fondo in fondo, sono il male minore, se si vede la Piazza con gli occhi attenti e il cuore all’erta di chi a San Marco ci lavora da sempre, come il presidente dell’Associazione Piazza San Marco, Gigi Bacci, e il vicepresidente, il gioielliere Alberto Nardi. Sabato la pulizia dei masegni voluta dall’assessore al Turismo Augusto Salvadori. Primo passo della nuova amministrazione verso il tanto auspicato decoro dell’area marciana. Due ore di acqua, olio di gomito e scope da parte di Vesta i cui effetti, ieri mattina, erano già svaniti. Un tappeto di guano aveva già ricoperto l’area appena ripulita. «Il vero problema è che in Piazza manca una manutenzione ordinaria da anni - spiega Nardi - e il lavaggio compiuto sabato non avrebbe dovuto essere un avvenimento ma la norma». La norma vuole invece che la Piazza non sia solo il pacifico bivacco di migliaia di turisti ma che, invece di essere trattata con i guanti di velluto, sia lasciata a se stessa, almeno per ora, senza un piano complessivo di riordino. Per questo, come spiega ancora Alberto Nardi, l’Associazione Piazza San Marco ha chiesto l’istituzione di una Consulta, con la presidenza del vicesindaco Vianello e la partecipazione di tutti gli enti coinvolti a vario titolo nella tutela e nella manutenzione della Piazza, affinché ci sia un coordinamento degli interventi. Un po’ qua e un po’ là, infatti, viene messa mano sull’area marciana senza un quadro generale d’insieme. Basti pensare al filo elettrico che un paio d’anni fa fu steso sotto le arcate esterne delle Procuratie Nuove proprio per evitare che i piccioni rovinassero il marmo con il guano. Ma il filo metallico a un certo punto si guastò e tra le sculture e gli archi ora troneggiano i nidi dei piccioni che lì, al riparo da ogni fastidio, hanno trovato un habitat ideale. Così come è ideale per i pennuti l’impalcatura di legno davanti all’ultima vetrina di Nardi, tirata su in fretta e furia due anni fa perché la volta delle Procuratie aveva mostrato una crepa gonfia d’acqua, sotto la quale ora di piccioni fanno il loro nido. Stesso discorso per la grata che da più di dieci anni oscura gli stucchi e gli intonaci della volta di tutte le Procuratie Nuove e di un pezzo di Ala Napoleonica. Fu installata perché alcuni pezzi si erano staccati e altri minacciavano di cadere sulla testa dei passanti. Ma in due lustri non è stata fatto nulla. Le colonne appena restaurate, invece, sono già coperte di scritte mentre le altre attendono pazientemente il loro turno, insieme alla Torre dell’orologio, ai portici del Museo Correre e alla seconda parte della Marciana.

 

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Pag 30 L’avventura del primo difensore civico di Roberta De Rossi

A luglio scade il mandato triennale dell’avvocato Angelo Pozzan: 1500 le richieste di aiuto ricevute dai cittadini con un successo per oltre il 65% dei casi

 

Nel cuore ha un’anziana mamma che gli ha chiesto aiuto per ritrovare il figlio con il quale non parlava da anni. Nel suo «curriculum» mette la soddisfazione di aver risolto - con il suo ufficio, creato dal nulla - il 65 % dei 1500 casi che gli sono stati sottoposti dai cittadini in questi tre anni: considerando che un altro quarto è stato dichiarato seduta stante infondato, la media è altissima. Tra le soddisfazioni massime, la battaglia sui «10 metri», che ha salvato migliaia di case dall’abbattimento. Si è impegnato (senza però successo) per estendere il diritto di voto ai cittadini extracomunitari residenti e per accelerare le pratiche per il rilascio dei permessi di soggiorno. Nella lista delle arrabbiature, «la spudoratezza» - la definizione è sua - con la quale gondolieri e taxisti continuano a farsi un baffo delle tariffe pubbliche (i primi) e dell’obbligo (i secondi) di usare il tassametro: «Continuo a ricevere segnalazioni di truffe. Ho proposto di inibire l’uso degli stazi comunali a chi non rispetta il regolamento sulle tariffe». L’avvocato Angelo Pozzan è giunto alla fine del suo mandato triennale: è stato il primo Difensore civico del Comune di Venezia.

E’ tempo di bilanci: prevalgono i «più» o i «meno»?

«Quando mi hanno nominato, ero solo, installato nel retrobottega dell’ufficio del prosindaco a Mestre. Faticosamente ho ottenuto spazi e personale, anche se all’inizio erano sempre trimestrali rimpiazzati di continuo. Quando finalmente, nel 2003, ho avuto uffici a Venezia e Mestre e personale fisso, abbiamo inviato a tutte le famiglie un opuscolo: è stato il boom di segnalazioni».

Quante richieste di aiuto avete ricevuto?

«In tre anni, ne abbiamo gestite - facendo tutti i salti mortali - 1500, soprattutto nel campo dell’accesso ai servizi sociali e dell’edilizia. Poi ci sono state le azioni d’ufficio, rivolte a settori che dimostravano particolari carenze con ripercussioni sulla vita di cittadini e cittadine, come nel caso dei tempi lunghi dei condoni. Ho interpretato il ruolo del difensore civico tecnicamente, dando il mio apporto giuridico anche ai funzionari: non sono un politico e non devo farlo, ma è evidente che ho avuto maggiore occasione di aiutare le fasce più deboli. All’inizio c’era chi era scettico o mi vedeva con fastidio o timore, poi la collaborazione di tutti è stata massima».

Ha ricevuto critiche?

«Sì, è capitato che mi abbiano criticato: ma se non tutelo io, come Difensore civico, i più deboli, che non hanno i mezzi per difendere i propri diritti in prima persona, chi lo fa? Ma ho difeso anche diritti collettivi e, sempre più spesso, dato pareri preventivi ad architetti ed avvocati che dovevano presentare progetti o avviare cause al Comune».

Un esempio di battaglia vinta per molti.

«Quella che ha portato alla legge regionale 11/04, per correggere la 61/85 comportava l’abbattimento degli edifici costruiti a meno di 10 metri di distanza da un altro immobile: erano migliaia le abitazioni che rischiavano la demolizione. Abbiamo contribuito a far cambiare le regole».

Una sconfitta che brucia? «Quella per la manutenzione delle case pubbliche. Singoli casi segnalati da persone disperate perché con l’impianto di riscaldamento rotto da mesi o senz’acqua - piuttosto numerosi - siamo riusciti a portarli a soluzione, ed abbiamo affrontato anche casi che riguardavano l’Ater. Ho l’impressione che il Comune abbia un patrimonio così vasto che non sa neppure quanto. Eppoi c’è certamente un problema di fondi: ma devono essere rivisti tutti i meccanismi delle manutenzioni, per un rapido passaggio dalla segnalazione dell’inquilino al sopralluogo ai lavori».

Il caso che più l’ha colpita?

«Un vero dramma umano, non di stretta competenza di un Difensore civico, ma non me la sono sentita di sottrarmi alla richiesta di aiuto di un’anziana ricoverata in ospedale, che da anni non riusciva a parlare con il figlio. Siamo riusciti a contattarlo ed a farli incontrare: so che per qualche tempo si sono rivisti, poi chissà, speriamo bene. Mi è capitato di fare l’assistente sociale, per numerose segnalazioni di utenti che sostenevano di avere rapporti difficili con gli assistenti sociali. Abbiamo messo tutti attorno ad un tavolo e li abbiamo fatti parlare, per smussare le tensioni».

Il caso più paradossale?

«E’ di questi giorni, riguarda un tabaccaio di Venezia. Bene, la legge statale sui monopoli lo obbliga ad esporre il cartello con la «T», la commissione edilizia integrata non ne vuole sapere per questione di decoro e salvaguardia. Lui l’ha anche buttata sul ridere: “Mi dica lei da chi devo prendere la multa!”. E’ uno di quei casi in cui due norme confliggono: adesso pare che siamo riusciti a convincere la commissione ad applicare la legge nazionale».

Si ricandiderà?

«Lei che dice?». Il bando è aperto, la richiesta inoltrata.

 

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CORRIERE DEL VENETO di giovedì 2 giugno 2005

Pag 7 Assessori part-time, ma a compenso pieno di Sara D’Ascenzo

La richiesta del sindaco di rinunciare a metà indennità non trova grande consenso in giunta

 

Venezia — C'è chi sceglie il gettone di presenza (81 euro a seduta lordi) al posto del forfettario, perché calcola sarà molto presente in consiglio comunale. C'è chi non rinuncia alla propria indennità, perché — come spiega l'assessore all'Urbanistica Gianfranco Vecchiato « se sono da una parte non sono dall'altra ». C'è chi — come l'assessore Laura Fincato — si chiede « se non sia demagogico » rinunciare a 5.170 euro al mese lordi e chi ammette, come Giuseppe Bortolussi, assessore al Commercio: « Avevo pensato di darne una parte in beneficenza a un'associazione culturale » . Di certo degli assessori che hanno un'altra attività e che non hanno intenzione di lasciarla, nessuno, d'amblais, è disposto a rinunciare all'indennità di assessore. Come pure, per contro, nessuno dice no categoricamente, rimandando di fatto il dibattito sulla proposta moralizzatrice del sindaco Massimo Cacciari alla giunta di domani. Dove dirà cosa ha intenzione di fare anche l'assessore al Decoro urbano Augusto Salvadori, che in campagna elettorale, da candidato sindaco, aveva promesso di rinunciare allo stipendio mentre da assessore non ha ancora manifestato alcuna intenzione. Ma i conti in tasca si fanno anche ai consiglieri comunali. Su 46 in sei hanno optato per la retribuzione a gettone: quattro — Michele Zuin e Cesare Campa di Fi, Tiziano Treu della Margherita e Gianfranco Bettin dei Verdi — obbligati per legge dato il doppio incarico in Parlamento per i primi tre e in consiglio regionale per Bettin — gli altri due — Fabiano Turetta e Paolino D'Anna della Margherita — perché evidentemente pensano di fare più sedute, anche se, sempre secondo le norme, la retribuzione raggiunta con i gettoni non può superare un terzo dello stipendio del sindaco, ovvero 2.651 euro lordi. La proposta, comunque, domani Cacciari la farà. Magari proprio in virtù del fatto che a lui la legge l'ha costretto a rinunciare all'incarico di preside dell'università « Vita e Salute » di Milano, lasciandogli così solo l'indennità da primo cittadino: 7.954 euro lordi. Il resto della giunta lo segue in ordine sparso. I due parlamentari Michele Vianello (vicesindaco, deputato Ds) e Franca Bimbi (assessore alle Politiche dell'accoglienza, deputato della Margherita) hanno già optato per l'indennità parlamentare, anche se ogni volta che saltano una seduta alla Camera sono circa 150 euro in meno alla fine del mese. Sandro Parenzo, assessore alla Cultura, aveva già rinunciato all'indennità in tempi non sospetti, prima della scelta. Il comune denominatore di questa giunta è però che praticamente nessuno vuol lasciare il proprio incarico. Non lo farà Anna Maria Miraglia, assessore alla Pubblica istruzione, che da presidente della Pietà prende circa 200 euro al mese e che quindi porrà le sue cifre all'attenzione della giunta; né vuol farlo la Fincato, che da due anni è consulente di organismi internazionali ma che è pronta a trovare un accordo sull'indennità: « Non sarò certo io a tirarmi indietro, se si tratta di aiutare le casse del Comune »; né si dimetterà dalla carica di presidente di Asstra Enrico Mingardi, assessore alla Mobilità, che sullo stipendio dice: « Ci sarebbe tutta la sensibilità, trovo corretto dare la disponibilità, ma vorrei sapere se siamo noi a gravare sulle casse del Comune ». Insomma: ci si aspettano ritirate strategiche. Rischi che non corrono gli assessori che o si sono messi in aspettativa come Sandro Simionato (insegnante) e Mara Rumiz (sindacalista) o non svolgevano particolari attività se non politiche come Delia Murer, segretaria provinciale Ds o Renato Boraso di Fi, presidente del Consiglio, a cui spettano 5.170 euro al mese lordi. E sul taglio ieri è arrivata anche la stoccata di Sandro Bergantin di Città Nuova, ex vicepresidente del consiglio comunale: « Ricordo — dice Bergantin le accuse di demagogia quando lo proposi io ».

 

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8 – VENETO / NORDEST

 

LA NUOVA di giovedì 2 giugno 2005

Pag 1 Un uomo libero di Omar Monestier

L’eredità di Fabio Barbieri

 

E’ morto un uomo libero. Questo voleva che scrivessi di lui. Libero e fortunato, perché è riuscito a fare il mestiere che voleva e con un editore che gli ha sempre lasciato la massima autonomia. Aveva un’idea chiara del giornalismo e la riassumeva spesso in una frase presa in prestito da Karl Kraus, aggiustata col passare degli anni in molte varianti, ma che traduceva così ai suoi redattori: sentitevi indipendenti da tutto tranne che dalla vostra intelligenza. Ecco, questo era Fabio Barbieri. Nelle discussioni condotte sulle tre testate venete delle quali si occupava in questi anni con determinazione, ritrovando gli ardori giovanili della professione, aveva spesso usato toni aspri in nome di quell’intelligenza. Venezia, le sue sciagure annunciate, il Mose in primo luogo, ma anche la scelta scellerata del centrosinistra di spaccarsi con la doppia candidatura Cacciari-Casson, sono esempi più che emblematici di uno stile e di un rigore intellettuale che in questa regione non ha trovato eguali. Articoli di fondo, commenti, punzecchiature che firmava a volte con le sole iniziali: bruciavano, eccome se bruciavano. Dobbiamo condurre alcune battaglie, diceva. E non dobbiamo affatto vincerle. Anzi, le battaglie che perdiamo sono le migliori. Vincere ci fa diventare un potere costituito, snatura l’essenza dell’informazione che Mattino, Tribuna e Nuova devono produrre. Noi non siamo un potere, siamo un contropotere.

 

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Pag 5 Le battaglie per una città che amava di Alberto Vitucci

Dai vaporetti a Palazzo Grassi, schierato sempre dalla parte dei lettori

 

Non abbiamo amici né a destra né a sinistra, ha scritto spesso. Ma se bisognava identificarsi non c’era dubbio: subito con i valori progressisti e riformisti, laici e liberali. In campagna elettorale è stato limpidissimo, mai ambiguo. L’ha pagata con qualche dispettuccio che non l’ha offeso punto. Non si sentiva disturbato dal sordo o plateale rancore che la classe dirigente gli manifestava per certe affermazioni. Aveva molti nemici fra i presidenti, gli assessori e i direttori generali. Erano gli stessi che gli riconoscevano tuttavia un’assoluta trasparenza e nobiltà di intenti, specie se non li condividevano. Gli archivi parlano per lui. L’ex sindaco di Padova si sottraeva ad un dibattito avviato dal Mattino. La nostra tesi era che l’amministrazione comunale stava commettendo errori strategici nella fusione della municipalizzata Aps con l’analoga società Acegas di Trieste. A quel sindaco Barbieri ricordò che lei, il sindaco, sarebbe passata e che il tempo l’avrebbe giudicata. Il giornale no, ci sarebbe stato sempre e avrebbe mantenuto sempre lo stesso spirito critico, sempre la stessa tesi. A Treviso non mancò di bollare come nefaste alcune posizioni di Giancarlo Gentilini e tanta schiettezza non dev’essere dispiaciuta ai trevigiani che hanno portato la Tribuna, sotto la sua direzione, ad essere il giornale più venduto e più letto della Marca. Ma erano Venezia e Mestre le nuove sfide, quelle che lo avevano visto gettarsi in maniera appassionata nel dibattito politico intorno ad una città che sembra agitarsi con un unico fine: non cambiare mai. E i lettori hanno capito, anche qui, che tanta passione non doveva celare nessun’altra volontà se non quella di fare chiarezza. I nostri lettori ci hanno talvolta rimproverato posizioni troppo nette, settarie perfino. A tutti Barbieri rispondeva che di stampa allineata in Veneto ce n’è fin troppa. Con ciò non era per dibattiti a senso unico e lo spazio per opinioni diametralmente opposte alle sue s’è sempre trovato. Nell’editoriale di insediamento, il 13 aprile 2000, prometteva ai lettori «quel servizio civile che si sostanzia in una informazione attenta e sensibile, rigorosa, senza supponenze e saccenterie». C’è riuscito. Non v’è dubbio.

 

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IL GAZZETTINO NORDEST di giovedì 2 giugno 2005

Pag III Sempre più vecchi, serve un patto tra generazioni di Adriano Favaro

Le proposte del Veneto a Bruxelles per fornire nuove idee alle politiche sociali europee

 

«Stava per soffocare, dovevamo operarla alla gola al più presto. Però lei, 90 anni, non voleva aiuto per salire sul tavolo operatorio. Anzi, prima di farlo, ha alzato una gamba in perfetta spaccata da ballerina, ginocchio sulla fronte. Si è ricomposta e siamo intervenuti. Io non riuscirei a fare niente di quello che ho visto». É il racconto di un aiuto primario otorino, non giovanissimo, ma non certo anziano, di un grande ospedale del Veneto. Se ne possono raccogliere centinaia di testimonianze così. Eccolo il Veneto che cresce, eccolo il Nordest che invecchia. Sani, sanissimi. Dove un migliaio, o quasi, stanno andando dritti oltre i cento anni. Ma questa euforia da "over cento", questa vertigine dell'ultrasecolo sta producendo notevoli effetti collaterali. E si vedono scenari che stanno cominciando ad allarmare il Nordest, una delle aree più vecchi e dell'Italia. E che preoccupano anche l'Ue - che sta completando il "Libro Verde", relativo all'invecchi amento della popolazione, ma parla anche del rischio-povertà dei giovani. Proprio l'Ue sta chiedendo a tutti suggerimenti per trovare soluzioni e politiche in grado di rispondere ad un fenomeno che mai si era presentato in Occidente. Una delle prime Regioni a rispondere all'Ue (e non solo per gli anziani) è stata il Veneto che ha annunciato il suo impegno per fornire indicazioni e suggerimenti in grado di porre le basi delle politiche sociali dei prossimi decenni. L'ultimo significativo passo è stato fatto a Padova nel corso del workshop a Civitas sui "Cambiamenti demografici e solidarietà intergenerazionale". Ecco una sintesi degli interventi che descrivono la situazione del Nordest alla quale l'Ue dovrà guardare per i propri piani.

GIANLORENZO MARTINI (responsabile sede di Bruxelles della Regione del Veneto) - Sulla base di un dato che stupisce - da oggi al 2030 accadrà che due persone attive tra i 15 e i 65 anni si dovranno occupare di un anziano inattivo oltre i 65 anni - il Veneto ha avviato contatti e confronti con le altre autorità regionali e con Bruxelles. La sensibilità a questo tema ci fa conoscere e verificare tutte le esperienze già avviate per dare risposte alle emergenze sociali.

LA CONSULTAZIONE (Sandro Gozi, Affari istituzionali e politici, Commissione europea) - É importante conoscere i processi di consultazione della Commissione Europa, che sono notevolmente cambiati e mettono al centro di tutto la consultazione democratica; la democrazia partecipativa piuttosto che di quella "burocratica", che si era percepita in passato. Ora la Commissione ha capito le opportunità che questo processo di consultazione offre e ha messo in atto tutti i sistemi di dialogo tra Bruxelles e le realtà locali.

SFIDA IMMENSA (Luisella Pavan Woolfe, Responsabile ella direzione generale "Occupazione. Affari Sociali e Pari Opportunità della Commissione europea) - Siamo di fronte ad una sfida immensa: dal 2005 al 2030 l'Europa perderà quasi 21 milioni di lavoratori, di cui 4 in Italia (età 15-64), cioè il 15 per cento dei lavoratori in meno. Un terzo delle regioni europee ha già adesso indici di vecchi aia molto alti e sette regioni italiane (Friuli V.G e Veneto sono tra queste, ndr) sono tra le più "vecchi e" dell'Ue. Ed entro il 2030 l'Ue avrà 40 milioni di anziani in più. La domanda che ci poniamo è: come dare agli anziani, "molto dipendenti" dal resto della società, un livello di vita come l'attuale? Le prime risposte sono segnate nelle strategie indicate dal "Libro Verde" della Commissione. Le altre dovranno arrivare dalla società civile, dalle organizzazioni sociali, sindacali eccetera. Il nostro obiettivo è fare un'ampia consultazione fino al settembre 2005, stando in ascolto per capire il futuro. I dati non lasciano dubbi: la natalità in Europa (crescita dello 0,04% annua) è sempre più bassa. Anche nei nuovi stati membri, escluse Cipro e Malta, la popolazione diminuisce. Servirebbe un tasso di fertilità di 2,1% bambini per donna; attualmente nei principali paesi europei è di 1,5. Il fatto è che gli europei vorrebbero avere più figli. Ma sono frenati dalle difficoltà del costo delle abitazioni, degli spostamenti, del lavoro, dell'assistenza. A questi problemi si aggiunge il fatto che un cittadino europeo ora vive in media 5 anni in più che nel 1960. Proprio nel 2030 arriveranno alla pensione i figli del "baby boom" degli anni Sessanta; e saranno sempre più attivi. Tutto questo cambierà molte cose nella nostra società: serviranno città con differenti trasporti pubblici, più negozi piccoli e posti nei centri urbani, quelli preferiti dalla popolazione adulta.

Il "Libro Verde" si chiede come evitare quindi che la pensione sia una barriera tra attività e inattività e si domanda anche se sia giusto fissare un'età legale minima per la pensione. Questa realtà porterà a una richiesta di servizi alle persone che si porrà in modo sempre più insistente; e le famiglie dovranno rivolgersi a sistemi di servizi specializzati per assistere gli anziani. Risposte? Un cammino per la crescita demografica (alloggi, congedi familiari, assistenza anziani), politiche di pari opportunità: figli e carriera non dovranno essere contradditori). E poi solidarietà tra le generazioni, per esempio; divisione del lavoro nell'arco della vita; migliore gestione della transizione tra le età; con formazione permanente. Di tutte queste cose ne parlerà l'Ue l'11 e 12 luglio nella conferenza sugli anziani. Ci auguriamo di trovare idee che permettano famiglie con figli adeguati, imprese flessibili, garanzie di assistenza ad anziani rispettando il desiderio di autonomia.

LA LOTTA TRA LE ETÀ (Giuliano Cazzola, componente comitato di protezione sociale dell'Ue) - Credo che i 10 paesi entrati nell'Ue portino linfa vitale. Intanto la spesa per le pensioni nell'Ue dei 15 salirà dal 3% del Pil al 10-15%. E non conosco la spesa per la sanità degli anziani. Siamo impreparati a questo e l'invecchi amento ha effetti sulla struttura del mercato del lavoro. Mi domando se sia giusto continuare su un modello sociale di diritti, difesi ad oltranza anche dai sindacati, e mi chiedo se non abbia ragione il Washington Post quando dice che l'Ue "è un museo che spende tutto per salvaguardare il passato". Il Libro Verde della Commissione è più avanti dei governi locali. E mi auguro che un conflitto tra le generazioni nel XXI secolo diventi quello che è stata la lotta di classe del secolo precedente.

NON RASSEGNARSI (Luca Jahier, vicepresidente Commissione "occupazione e affari sociali", Comitato economico e sociale) - Non rassegnarsi al calo demografico perché credo che la nostra società questo debba temere, più che la globalizzazione. Ci sono le premesse di un vero conflitto su un patto sociale perché le nuove generazioni hanno la certezza che staranno peggio delle precedenti: un fatto mai accaduto. Non è una questione culturale, ma anche economica. La vera uscita da tutto questo è un patto tra le generazioni, che metta in conto magari un servizio civile per la terza età.

 

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Pag IV Come Lago, come Pontello se n’è andato troppo presto di Francesco Jori

Il ricordo di Fabio Barbieri, “penna del Nordest”

 

Se ne è andato troppo presto anche lui: come Silvano Pontello, come Giorgio Lago. Come il soldatino di stagno della favola, il fuoco di una malattia devastante li ha consunti tutti e tre bruciandone il fisico; ma proprio come nel finale della favola, tra quelle ceneri è rimasto un cuore incombusto, la passione critica per quella terra e quella gente cui hanno dedicato una vita senza confini tra l'aspetto professionale e il lato umano. Non a caso Fabio Barbieri era grande amico di Pontello come di Lago; non a caso aveva condiviso con loro pensieri, stimoli, provocazioni, battaglie per esortare il Nordest a spogliarsi delle retoriche, delle convenienze, delle mediazioni infinite, delle furbate da traccheggiatori; per richiamarlo ad avere il coraggio di rischiare, la voglia di spendersi, la capacità di guardare lungo. Ciascuno di loro tre l'ha fatto con il suo carattere, quindi a modo suo. Fabio era di quelli che pensavano che è modesto chi ha ragione di esserlo. Aveva l'ambizione di essere protagonista, fin dai tempi dell'università, nella rovente facoltà padovana di Scienze Politiche della stagione del '68. A maggior ragione dopo, come giornalista di scrittura ma anche e soprattutto di comando. Non apparteneva al vasto gregge dei cerchiobottisti della notizia o del commento: interveniva in prima persona, scuotendo la polvere dai problemi senza preoccuparsi delle convenienze, e sposando cause senza preoccuparsi di tenersi aperta una via di fuga. È stato protagonista di un giornalismo di battaglia, esercitato non solo scrivendo o scegliendo il taglio da dare alla notizia. L'ha fatto anche tessendo rapporti, partecipando a dibattiti, vivendo confronti pubblici e privati, sentendo insomma il polso del Nordest dal vivo, non dietro il baluardo di una scrivania; di tutto il Nordest, non solo quello dei salotti. L'ha fatto difendendo strenuamente i suoi giornalisti, quando qualche potente o presunto tale sosteneva che gli avevano pestato i piedi. L'ha fatto fino all'ultimo, a dispetto della malattia che lo scavava da dentro: alle 9 di mattina aveva già letto i giornali, e al telefono dava ai suoi indicazioni e impulsi sulle cose da seguire. Ha percorso la sua strada con il corredo di uno spirito beffardo che l'ha aiutato a misurarsi con uomini e situazioni difficili senza mai rimanerne vittima. Che l'ha aiutato, soprattutto, ad affrontare l'ultima prova a testa alta, pur sapendo che in fondo a quella strada l'aspettava una sconfitta. «D'un tratto sarò giunto / a un giorno, a un breve giorno / che non potrò sorpassare», scriveva Cardarelli. Ne era ben consapevole, se n'è andato in punta di piedi nel cuore della notte. Con quello stesso spirito beffardo, chissà come riderebbe dei pubblici elogi che oggi gli tesse, da morto, anche chi l'ha attaccato pesantemente da vivo. Tranquillo comunque, caro vecchio Fabio: dove sei tu adesso, il polo dei farisei ha perso da tempo le elezioni.

 

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CORRIERE DEL VENETO di giovedì 2 giugno 2005

Pag 3 Doppio schianto, tutto il Veneto in colonna di Raffaele Rosa e Lucio Piva

 

Venezia — Due incidenti e un tamponamento: autostrada A4 chiusa per quattro ore e traffico impazzito che ha raggiunto fino a quattordici chilometri di coda in direzione Milano e venti in direzione di Triste. Auto, mezzi pesanti, migliaia, ovunque, in autostrada, in tangenziale a Mestre e a Padova e sulle strade statali, dalla Noalese alla Miranese, dalla Riviera del Brenta alla Romea fino alla Triestina e la Jesolana. Altro che vacanze, tintarella e primi tuffi tra le onde: automobilisti, pendolari e soprattutto i primi vacanzieri in partenza per il mare in occasione del ponte del 2 giugno intrappolati dagli ingorghi e costretti a procedere a passo d'uomo in attesa di notizie o di una bottiglia d'acqua minerale portata dai volontari della Protezione Civile fatti scendere in campo verso sera quando la situazione era ormai critica da ore. E così all'indomani della sentenza del Tar che blocca il cantiere della Valdastico Sud e nel giorno in cui sono partiti i lavori nell'imbuto tra l'A27 a la tangenziale di Mestre, i veneti si sono ritrovati tutti in colonna. A MESTRE — Il primo incidente è avvenuto alle 13.30 quando il conducente di un furgoncino che trasportava quattro bombole di acetilene ha notato che usciva del fumo dal motore ed ha quindi chiesto l'intervento dei vigili del fuoco quando si trovava in tangenziale nel tratto tra l'uscita Terraglio e la Castellana. A bordo del furgoncino è scoppiato un incendio, il traffico è stato interrotto. Code fino a quattordici chilometri si sono così formate fino alla barriera di Roncade. Auto e camion in fila per tre chilometri, praticamente fino al casello di Mogliano, anche per chi proveniva dalla A27 Belluno Venezia e per chi arrivava dalla bretella che collega la Triestina e l'aeroporto Marco Polo. Mentre la coda stava per iniziare a scemare si è prima verificato un altro piccolo tamponamento che ha coinvolto tre mezzi pesanti all'altezza dello svincolo di Marcon e quindi la tangenziale è stata nuovamente chiusa all'altezza della rotatoria di Marghera per effetto dell'incidente avvenuto a Padova prima dello svincolo per la A13. In direzione opposta fin dal primo pomeriggio erano quattro i chilometri di coda alla barriera di Villabona, fila che con il passare delle ore si è trasformata in un unico serpentone da Padova Ovest per un secondo incidente. IN A4 — Autostrada bloccata per oltre quattro ore dal casello di Dolo a quello di Ponte di Brenta. Vigili del fuoco e protezione civile al lavoro per limitare i disagi di auto rimaste ferme per quasi quindici chilometri. Ed elicotteri in volo per osservare dal cielo il blackout della circolazione che ha finito per invadere strade statali e provinciali. E' iniziato subito dopo le 16 di ieri l'incubo lungo le corsie dell'A4 fra Venezia e Padova. Una vettura ungherese che trainava un carro con a bordo due cavalli, è paurosamente sbandata forse a causa del brusco movimento di uno dei due animali, impauriti dalla velocità delle auto in transito. La vettura si è improvvisamente spostata dalla corsia di marcia, tagliando la strada ad un'autocisterna carica di un liquido tossico, utilizzato per il trattamento del cemento armato. L'urto è stato violento. Il carro si è ribaltato causando la morte sul colpo di entrambe le be stie. Altrettanto pauroso lo sbandamento dell'autobotte che si è capovolta, provocando la copiosa fuoriuscita della sostanza. I primi ad arrivare sul luogo del disastro sono stati i vigili del fuoco, assieme agli agenti della Polizia Stradale. Il loro intervento ha dovuto essere coadiuvato da alcuni specialisti per il trattamento delle sostanze tossiche ormai riversatesi sull'asfalto. Mentre i veterinari dell'Usl erano impegnati ad occuparsi degli animali, gli elicotteri del Suem hanno prelevato tre feriti, tutti occupanti della vettura con targa ungherese, e li hanno trasportati all'ospedale di Padova. Uno solo di loro è in serie condizioni. Gli altri saranno presto dimessi. È rimasto invece illeso il conducente dell'autobotte. Minuto dopo minuto la fila formatasi sulla corsia nord dell'autostrada è diventata impressionante. L'A4 è stata chiusa al casello di Dolo. La lunga coda, rimessasi lentamente in moto dopo le 20, con l'apertura della corsia di sorpasso, ha anche provocato l'incendio per surriscaldamento di una vettura d'epoca. L'autostrada è stata riaperta poco prima delle 21.

 

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Pag 12 Addio a Fabio Barbieri, penna libera del Nordest di Andrea Pasqualetto

Morto il direttore dei quotidiani Finegil

 

È sembrata quasi una morte improvvisa quella di Fabio Barbieri, direttore cinquantottenne dei tre quotidiani veneti del gruppo Finegil, Mattino di Padova Tribuna di Treviso Nuova Venezia. E invece è arrivata dopo una lunga malattia. Ma lui ha voluto esserci fino in fondo, scomodo graffiante e deciso come le prime pagine che firmava. « Non credo di offendere qualcuno (perché anime belle non ne vedo) se affermo che si sta mandando tutto a puttane, con un gruppo dirigente (ormai la definizione è pura ironia) composto da chi è in cerca di vendette postume, da chi è in cerca di riguadagnare una verginità ormai strapazzata, da chi è in cerca di un posto purchessia », ha bacchettato circa un mese fa a proposito della politica veneziana e allo scontro tutto interno alla sinistra cittadina, firmandosi Shylock, l'ebreo del mercante di Venezia avversato da tutti, uno pseudonimo che piazzava quando doveva raddoppiare la dose delle sue punture. E che alternava a « qdp », quisque de populo, il cittadino qualunque. « Credo si possa dire che l'accanimento con il quale il Papa ha utilizzato la televisione nei suoi 27 anni di pontificato sia stato ricambiato dalla televisione in occasione della sua terrena dipartita », ha bacchettato tagliente un paio di settimane prima. Insomma, non aveva troppe museruole Barbieri, trentino di Torbole sul Garda, due figli, una laurea in Scienze politiche a Padova, che da cinque anni dirigeva i tre quotidiani veneti dopo aver guidato L'Alto Adige Corriere delle Alpi e dopo aver raccontato come inviato di Repubblica per il Centro Europa la Germania della caduta del Muro di Berlino e come inviato speciale le aree di crisi del mondo, dal Golfo alla Somalia. Ma la sua culla professionale è stata il Nord Est. Cominciò a battere suoi tasti dell' Eco di Padova nel 1977 e dopo un anno era al Mattino e alla Tribuna , dove bruciò le tappe arrivando presto alla direzione che tenne fino al 1984, prima di trasferirsi a Milano come capo della redazione milanese di Repubblica. A Padova è giunta ieri anche la voce del sindaco di Roma Walter Veltroni: « Ho appreso con dolore della morte di Fabio, giornalista competente e scrupoloso, analista attento dei fatti economici e finanziari e inviato prestigioso ». Mentre nel Veneto Giancarlo Galan, con il quale il rapporto è stato spesso burrascoso al punto di pubblicare una pagina bianca al posto dell'intervista che il governatore rifiutò, ha riconosciuto di avvertire « un forte senso di smarrimento di fronte alla notizia della scomparsa di un amico schietto, franco, coraggioso, a cui mi ha legato, nel corso degli anni, il filo polemico e quindi vitale, irrequieto, ma sempre mantenuto libero, di ciò che si usa chiamare "lettura politica" della realtà ». Galan scrive a Barbieri come se fosse ancora lì, sulla tolda di comando dei giornali: « Caro Fabio, il modo pacato, forte, quasi indifferente, con cui virilmente hai affrontato il male, ha confermato in chi ti ha conosciuto l'idea di solidità morale e intellettuale, che è stata la cifra migliore del tuo essere giornalista e giornalista fino all'ultimo ». Parole di apprezzamento anche da Luca Zaia, vicepresidente della Regione e rappresentante di una parte politica, la Lega, vittima dei suoi editoriali al vetriolo: « Un uomo innamorato di questa terra come del suo lavoro, che non si è mai sottratto al confronto, anche a quello più aspro, con lealtà. Scompare uno dei punti di riferimento della società veneta». Un riconoscimento al rigore morale è giunto da un suo vecchio avversario professionale, Gustavo Selva, per anni direttore del concorrente Gazzettino: « Con lui ho avuto un rapporto di competizione professionale in cui risaltavano le sue grandi doti umane. Anche quando i nostri punti di vista erano diversi, l'intelligenza e lo spirito democratico di Barbieri mi facevano apprezzare la qualità del suo lavoro ». Con lui, dopo la recente scomparsa dello storico direttore del Gazzettino Giorgio Lago, il Veneto perde dunque un altro interprete e fine conoscitore dei vizi e delle virtù delle genti del Nord Est.

 

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… ed inoltre oggi segnaliamo…

 

CORRIERE DELLA SERA

Pag 1 Noi cannibali e i figli di Medea di Oriana Fallaci

 

No, non mi piace questo referendum al quale i mecenati dei dottor Frankenstein voteranno per semplice partigianeria politica o miopia morale. Ossia senza ragionare con la propria testa, senza ascoltare la propria coscienza, magari senza conoscere il significato delle parole staminale ovocita blastocita eterologo clonazione, e certo senza chiedersi o senza capire che cosa v'è dietro l'offensiva per la libertà illimitata della ricerca scientifica. Infatti il 12 giugno non userò la scheda elettorale, e con tutto il cuore mi auguro che l'offensiva fallisca penosamente. Auspicio rafforzatosi quando al Liceo Mamiani di Roma il più autorevole promotore dei quattro quesiti referendari ha scandito una battuta che sembra una facezia da capocomico del vecchio theatre varieté: « Se l'embrione è vita, masturbarsi è suicidio ». (Signor mio, anziché di masturbazione a quei liceali io avrei parlato di Libertà. Gli avrei ricordato quel che dice Platone quando nel Libro VIII de La Repubblica scrive che dalla libertà degenerata in licenza nasce e si sviluppa una malapianta: la malapianta della tirannia. Infatti qui non si tratta di masturbarsi. Si tratta di spiegare alla gente che la libertà illimitata cioè privata d'ogni freno e d'ogni senso morale non è più Libertà ma licenza. Incoscienza, arbitrio. Si tratta di chiarire che per mantenere la Libertà, proteggere la Libertà, alla libertà bisogna porre limiti col raziocinio e il buon senso. Con l'etica. Si tratta di riconoscere la differenza che passa tra lecito e illecito). Non mi piace, questo referendum, perché a parte l'astuto ricatto con cui la cosiddetta clonazione terapeutica giustifica le sue nequizie cioè promette di guarire le malattie, a parte l'ovvio tornaconto di chi con quel ricatto si riempie le tasche (ad esempio l'industria farmaceutica il cui cinismo supera il cinismo dei mercanti d'armi), dietro questo referendum v'è un progetto anzi un proposito inaccettabile e terrificante. Il progetto di reinventare l'Uomo in laboratorio, trasformarlo in un prodotto da vendere come una bistecca o una bomba. Il proposito di sostituirsi alla Natura, manipolare la Natura, cambiare anzi sfigurare le radici della Vita, disumanizzarla massacrando le creature più inermi e indifese. Cioè i nostri figli mai nati, i nostri futuri noi stessi, gli embrioni umani che dormono nei congelatori delle banche o degli Istituti di Ricerca. Massacrarli riducendoli a farmaci da iniettare o da trangugiare, oppure facendoli crescere quel tanto che basta per macellarli come si macella un bove o un agnello, poi ricavarne tessuti e organi da vendere come si vendono i pezzi di ricambio per un'automobile. Tutto ciò mi ricorda il Mondo Nuovo di Huxley, sì, l'abominevole mondo degli uomini Alfa e Beta e Gamma, ma soprattutto mi ricorda le oscenità dell'eugenetica con cui Hitler sognava di creare una società costituita soltanto da biondi con gli occhi azzurri. Mi ricorda i campi di Auschwitz e di Mauthausen, di Dachau e di Birkenau dove, per affrettare la produzione della razza ariana ossia intensificare i parti gemellari delle bionde con gli occhi azzurri, il dottor Mengele conduceva gli esperimenti sui bambini gemelli. Grazie all'illimitata libertà di ricerca concessagli da Hitler li martirizzava, li assassinava, a volte li vivisezionava. Dunque bando alle chiacchiere e alle ipocrisie: se al posto di Birkenau e Dachau eccetera ci metti gli Istituti di Ricerca gestiti dalla democrazia, se al posto dei gemelli vivisezionati da Mengele ci metti gli embrioni umani che dormono nei congelatori, il discorso non cambia. Non a caso, quando otto anni fa gli inglesi crearono la pecora Dolly, invece di esaltarmi ebbi un brivido d'orrore e dissi: « Siamo fritti. Qui ci ritroviamo con una società fatta di cloni. Qui si torna al nazismo ». I Frankenstein e i loro mecenati (giuristi, giornalisti, editorialisti, attrici, filosofi, grilli canterini, membri dell'Accademia dei Lincei, politici in cerca di voti, medici in cerca di gloria) non vogliono sentirselo dire quel « Siamo fritti, qui ci ritroviamo con una società fatta di cloni, qui si torna al nazismo ». Quando porti il discorso su Hitler e sul nazismo, su Mengele, fanno gli offesi anzi gli scandalizzati. Cianciano di pregiudizi, protestano che il paragone è illegittimo. Poi nel più tipico stile bolscevico ti mettono alla gogna. Ti chiamano bigotto, baciapile, servo del Papa e del Cardinale Ruini, mercenario della Chiesa Cattolica. Ti dileggiano con le parole retrogrado oscurantista reazionario e posando a neo illuministi, a progressisti, avanguardisti, ti buttano in faccia le solite banalità. Strillano che non si può imporre le mutande alla Scienza, che il Sapere non può essere imbrigliato, che il Progresso non può essere fermato, che i fatti sono più forti dei ragionamenti, che il mondo va avanti malgrado gli ottusi come te. Come me. Con burattinesco sussiego dichiarano che l'embrione non è un essere umano: è una semplice proposta di essere umano anzi di essere vivente, un semplice grumo di cellule non pensanti. Con pagliaccesca sicurezza proclamano che non ha un'anima, che l'anima esiste se esiste il pensiero, che la sede del pensiero è il cervello, e il cervello incomincia a svilupparsi due settimane dopo che l'embrione si è attaccato all'utero materno. O che un feto incomincia a pensare solo all'ottavo o nono mese di gravidanza, che secondo San Tommaso d'Aquino fino al quarto mese siamo animali e quindi tanto vale proteggere gli embrioni degli scimpanzé. E inutile obiettare che San Tommaso d'Aquino visse nel 1200, che di genetica se ne intendeva quanto io mi intendo di ciclismo e di pugilato. Inutile replicare che ripararsi dietro il sillogismo Cervello Pensiero Anima uguale Umano è una scemenza. Un'offesa alla logica. Anche gli animali hanno un cervello, perbacco. Anche gli animali hanno un pensiero. Ergo, stando a quel sillogismo, anche loro dovrebbero avere un'anima ed essere considerati umani. Inutile osservare, infine, che sulla formazione del cervello anima non sappiamo un bel nulla. Neanche ciò che si sapeva sull'atomo quando Enrico Fermi scisse quello dell'uranio 235 e scoprì che il suo nucleo misura un centomiliardesimo di millimetro eppure può disintegrare in un lampo città come Hiroshima e Nagasaki. E se l'infinitamente piccolo contenesse molto di più dell'infinitamente grande? E se il cervello anima dell'embrione misurasse ancor meno di un centomiliardesimo di millimetro e la miopia morale (nonché intellettuale) non riuscisse a individuarlo? E se di conseguenza l'embrione pensasse, soffrisse come soffriamo noi quando Zarqawi ci taglia la testa col suo coltello halal? Il fatto è che le loro affermazioni mai suffragate da prove sono teorie e basta, presunte certezze per convenienza e opportunismo spacciate come assolute certezze, punti di vista sbandierati nel presuntuoso miraggio di ricevere un Nobel al quale senza alcun pudore e senza alcun merito ambiscono fortissimamente. Sono un dogma che non vale più del mio. Anzi vale assai meno del mio che è privo di calcoli, di convenienze, di opportunismi. Qual è il mio? Bè, è quello che esprimo in Lettera a un bambino mai nato, libro che incomincia con queste parole: « Stanotte ho saputo che c'eri. Una goccia di vita scappata dal nulla ». È quello che ribadii nell'intervista al Foglio quando i neoilluministi e progressisti e avanguardisti approvavano la condanna a morte di Terri Schindler o se vuoi Terri Schiavo. (Secondo loro, colpevole di non aver più un pensiero, di non aver più un'anima, di non poter assistere ogni domenica alla Messa che ha nome Partita di Calcio. Oh sì: a mia volta senza aver le prove che Fermi fornì sul nucleo dell'atomo, io credo che fin dal momento in cui lo spermatozoo feconda l'ovulo e la cellula primaria diventa due cellule poi quattro poi otto poi sedici insomma prende a moltiplicarsi, noi siamo ciò che saremo. Cioè esseri umani. Forse non ancora persone, visto che una persona è il risultato dell'essenza innata e delle esperienze acquisite dopo la nascita: ma di sicuro un essere umano. L'embrione che sboccia nell'ovulo d'un pidocchio è un pidocchio. L'embrione che sboccia nell'ovulo di un cane è un cane. (L'esempio del cane lo porta anche monsignor Sgreccia). L'embrione che sboccia nell'ovulo di un elefante è un elefante. L'embrione che sboccia nell'ovulo di un essere umano è un essere umano e non me ne importa nulla che stavolta la mia opinione coincida con quella della Chiesa Cattolica. Con quella di Papa Wojtyla e di Papa Ratzinger, con quella del Cardinale Ruini, dei vescovi, degli arcivescovi, dei preti che si opposero al divorzio e all'aborto. (Anch'io detesto l'aborto e per il voto in favore dell'aborto ebbi strazianti dilemmi. Ma considero il divorzio una conquista della civiltà e per il divorzio mi battei con le unghie e coi denti). Infatti se tale opinione coincidesse con quella della Chiesa Marxista, di Lenin, di Stalin, di Mao Tse Tung, e perfino del re di Cuba cioè dello spregevolissimo Castro, la esprimerei col medesimo candore. Non me ne importa nulla nemmeno dell'astuto ricatto cioè della loro promessa di guarire il diabete, la distrofia, l'Alzheimer, la sclerosi multipla di Stephen Hawking. (Il grande cosmologo che da decenni vive in carrozzina e ciondola peggio d'un fiore appassito). Come dissi nell'intervista al Foglio , non me ne importerebbe nemmeno se le staminali servissero a guarire il mio cancro anzi i miei cancri. Dio sa se amo vivere, se vorrei vivere più a lungo possibile. Sono innamorata, io, della vita. Ma a guarire i miei cancri iniettandomi la cellula d'un bambino mai nato mi parrebbe d'essere un cannibale. Una Medea che uccide i propri figli. (« Donna maledetta, aborrita dagli Dei, da me, dall'intero genere umano. Crepa, essere osceno, assassina dei tuoi figli » le dice Euripide attraverso Giasone). Me ne importa ancor meno del fatto che i Frankenstein e i loro mecenati mi espongano al ludibrio con le accuse retrograda oscurantista reazionaria bigotta baciapile serva del Vaticano. Tanto con loro non serve neanche spiegare perché un'atea (sia pure atea cristiana) non può esser bigotta, non può essere baciapile eccetera. O perché una laica che s'è sempre battuta per la giustizia e la libertà non può esser retrograda, oscurantista, reazionaria. E aggiungo: davvero non v'è limite all'incoerenza dei voltagabbana. Un tempo gli odierni cultori del cannibalismo urlavano che era crudele sacrificare gli animali nei laboratori. E ne convengo. (Ho visto cose atroci nei laboratori. Una volta a New York ho visto togliere il cuore a una cagnolina, sostituirlo col cuore di un maialino, e poi piazzarlo sotto il naso della povera creatura per vedere se lo riconoscesse. Lei l'ha riconosciuto e s'è messa a mugolare disperatamente. Un'altra volta a Chicago ho visto togliere il cervello a una piccola scimmia. Da viva, visto che il cervello doveva restar vivo attraverso un'irrorazione di sangue. Si chiamava Libby, e mentre la legavano al lettuccio operatorio mi fissava come se implorasse il mio aiuto. Infatti mi vergognai. Vomitai e il Frankenstein di turno, un noto ricercatore, mi chiese stupito: « Why, perché? La credevo meno schizzinosa. Less squeamish. Libby non ha mica un'anima »). Piangevano anche sui topi usati per sperimentare i farmaci, quei parolai. Li definivano martiri e per difenderli inscenavano bellicosi cortei simili a quelli dei pacifisti che la pace la vogliono da una parte e basta. Ora invece accettano che le cavie siano i nostri figli mai nati, sacrificati come la cagnolina di New York e come Libby. Accettano che le cellule di queste nuove cavie vadano ad arricchire le ditte farmaceutiche il cui cinismo supera quello dei mercanti d'armi, accettano che gli embrioni vengano squartati come bovi nelle macellerie per ricavarne tessuti e organi da vendere come si vendono i pezzi di ricambio per un'automobile. Accettano che tutto ciò miri a realizzare il Mondo Nuovo di Huxley, a farci diventare uomini Alfa o Beta o Gamma o Dio sa cos'altro. Campioni di salute e di bellezza ma senza cervello o mostri intelligentissimi ma senza braccia e senza gambe? (A proposito: nei laboratori di ricerca un'altra volta ho visto un uccello che chissà perché, suppongo per divertirsi, avevano fatto nascere senza le ali. Sembrava una palla fatta di piume e basta. E mi guardava con certi occhi che al confronto i Prigioni di Michelangelo cioè le quattro statue con la testa o gli arti ancora inseriti dentro la pietra, sembrano creature felici...). E va da sé che ormai le cavie siamo anche noi. Una donna che subisce l'estrazione di un ovulo è certamente una cavia. Una che per restare incinta se lo fa impiantare, lo stesso. Grazie a una scienza che è sempre più tecno scienza, grazie a una medicina che è sempre più tecno medicina, quindi sempre più disumana, siamo cavie perfino nei casi estranei alla fecondazione artificiale. Quando mi sottopongo a una radioterapia, per esempio, specialmente in America non vedo esseri umani. Intuisco che i medici e i tecnici stanno da qualche parte, sì. Forse al di là del vetro che separa la loro stanza dalla stanza nella quale mi trovo con le apparecchiature e basta. Ma di loro non mi giunge neanche la voce. Non mi parlano mai. Perfino quando ricevo l'ordine di trattenere il respiro, è una macchina che parla. La riproduzione di una voce umana. E mi sento sola come un embrione nel congelatore, indifesa come una cavia alla mercé d'un ricercatore. La medesima cosa, quando devo riempire i moduli che servono ad arricchire le statistiche su i metodi di cura, le sopravvivenze, i decessi. Moduli nei quali sono un semplice numero. Il numero di un prodotto dalla cui etichetta manca soltanto la data di scadenza. Chi in buona fede favorisce il mondo nuovo si ripara sempre sotto l'ombrello delle parole Scienza e Progresso. Forse le più abusate dopo le parole Amore e Pace. Ma sull'interpretazione della parola Progresso, anzi sul concetto del cosiddetto Progresso, i pareri discordano. E diventa sempre più difficile stabilire di che cavolo si tratti. Per Giordano Bruno era l'astronomia copernicana. Per Voltaire, l'affinarsi delle arti e dei costumi. Per Kant, il Diritto che sostituisce la Forza. Per Darwin, l'evoluzione biologica. Per Marx, il crollo del sistema capitalistico. Per i miei trisnonni il telegrafo, il treno, la nave a vapore, l'illuminazione a gas, la monarchia costituzionale. Per i miei bisnonni l'illuminazione elettrica, il termometro, la vaccinazione antivaiolosa di Pasteur, il radio di Madame Curie, la democrazia senza il suffragio universale. Per i miei nonni l'automobile, l'aereo, il telefono, la radio di Guglielmo Marconi, la penicillina, il suffragio universale senza il voto alle donne. Per i miei genitori il voto alle donne, l'aria condizionata, la lavapiatti, la Tv, la lambretta, la repubblica. Per il mio mondo i trapianti degli organi, le astronavi, i viaggi sulla Luna e su Marte, i maledetti computer, i maledetti telefonini e il maledetto Internet con cui puoi calunniare chi vuoi e rubare il lavoro altrui senza finire in galera. Nonché gli strombazzatissimi Diritti Umani che però non includono i diritti umani di chi come me va controcorrente, e i diritti umani dei bambini. Diritti calpestati col lavaggio cerebrale della scuola, coi maltrattamenti, i rapimenti, gli assassinii magari compiuti dalle Medee che i propri figli li uccidono a martellate o affogandoli nelle vasche da bagno e nelle piscine. Questo senza contare i bambini pedofilizzati nei collegi e nelle sagrestie, o stuprati e strangolati poi sepolti vivi come Jessica Lundman. Bè, vogliamo metterci anche l'olocausto degli embrioni umani nel discutibile elenco d'un Progresso che al novanta per cento dei casi si basa sui successi della tecnologia non della morale? A quanto pare, sì. E pazienza se eravamo più progrediti quando eravamo più ignoranti, più ammalati, più poveri, più umani, sicché la morte di un figlio nato o non nato ci riempiva di strazio. Cristo! Ha ragione Ratzinger (grazie, Santità, d'aver sempre il coraggio di dire pane al pane e vino al vino) quando scrive che il Progresso non ha partorito l'Uomo migliore, una società migliore, e incomincia a essere una minaccia per il genere umano. Quanto alla Scienza, mioddio. Da giovane mi inchinavo alla Scienza con la stessa devozione che i musulmani hanno per il Corano. Lo stesso ossequio che hanno per Maometto. Volevo diventare uno scienziato, e per questo mi iscrissi a Medicina. Del resto ancor oggi per la Scienza ho un istintivo rispetto, una passione che nemmeno i Frankenstein riescono a spengere. E sarei un'imbecille se negassi che l'umanità è andata avanti anche grazie a lei. Sai, anche a me piace andare sulla Luna e su Marte. Anzi mi piace assai più di quanto piaccia agli avanguardisti. Anche a me piace usare il telefono, la radio, l'aereo, la Tv. E se per il momento sono ancora viva lo devo alla Medicina che sia pur facendomi spesso sentire un embrione nel congelatore, una cavia alla mercé d'un ricercatore, mi ha curato e mi cura. Però... Però la Scienza è come il fuoco. Può fare un gran bene o un gran male. Come il fuoco può scaldarti, disinfettarti, salvarti, oppure incenerirti. Distruggerti. Come il fuoco, spesso fa più male che bene. E il motivo è proprio quello che, come il fuoco, non si pone problemi morali. Per lei tutto ciò che è possibile è lecito. Lascia perdere la retorica: di scrupoli la Scienza ne ha sempre avuti pochini. Di rimorsi, ancor meno. Si è sempre arrogata il diritto di fare ciò che voleva fare, che vuol fare perché si può fare. E facendolo non s'è mai chiesta se ciò fosse giusto. Peggio: come una bagascia che vende il suo corpo, s'è sempre venduta al miglior offerente. Ha sempre rincorso i premi Nobel, la sua vanità, il suo delirio di onnipotenza, la sua brama di sostituirsi alla Natura. (Ratzinger dice « sostituirsi a Dio »). E delle sue vittime ha sempre tenuto un ben scarso conto. Non ne teneva conto nemmeno il sublime Leonardo da Vinci che da pittore dipingeva squisite Madonne e squisite Monne Lise e squisitissime Signore con l'Ermellino, ma da scienziato offriva i suoi servigi a Ludovico Sforza e progettava macchine da guerra allora inimmaginabili. Super cannoni, super mitragliatrici, super carri armati, super elicotteri per bombardare la gente. Non ne tenne conto neanche l'onesto Oppenheimer che insieme a Teller costruì l'atomica. E non mi consola affatto ricordare che prima di farla esplodere a Fort Alamos abbia inviato ai suoi colleghi di Berkeley il telegramma nel quale, citando un passaggio del sacro testo indù Bhagavad Gita e paragonandosi al dio Khrisna, si malediva senza pietà. « Io sono diventato la Morte, il distruttore dei mondi ». Del resto non fu un chirurgo, il dottor Joseph Ignace Guillottin che nel 1789 inventò la ghigliottina? Non fu un altro medico, il dottor Louis, che nel 1791 ne guidò la fabbricazione? Per ogni penicillina la Scienza ci regala una ghigliottina. Per ogni Pasteur o Madame Curie o Marconi ci regala un Mengele. O almeno un Oppenheimer, almeno un Teller. E i suoi discepoli più pericolosi sono proprio i ricercatori. Quasi sempre (onore e gratitudine alle eccezioni), ai ricercatori non importa un corno del genere umano. A muoverli è soltanto il demone della curiosità sposata all'ambizione personale e all'interesse monetario. (Come si comporterà un uccello senza le ali? Come funzionerà un bambino concepito in provetta? Che cosa e quanto mi frutterà questa scoperta?). E al diavolo i principi, al diavolo i valori sui quali si basa o dovrebbe basarsi una società civile. Cari miei, Ratzinger ha ragione anche quando dice che in nome della Scienza ai diritti della Vita vengono inflitte ferite sempre più gravi. Ha ragione anche quando dice che con gli esperimenti sugli embrioni umani la dignità dell'Uomo viene vilipesa anzi negata. Ha ragione anche quando dice che se non vogliamo perdere il rispetto per l'Uomo bisogna demistificare la ricerca scientifica, demitizzare la Scienza, cioè smettere di considerarla un idolo o una divinità. Sacrosante parole che a mio parere valgono anche per l'Etica. Ogni dizionario definisce l'Etica quella parte della filosofia che si occupa della Morale. Di ciò che è bene per l'Uomo, di ciò che è bene fare o non fare. Infatti all'Etica si ispirano generalmente le leggi dei Paesi non barbari o non del tutto barbari, e fino a ieri in Occidente ce la siamo cavata per questo. Il guaio è che nell'età moderna l'Etica ha partorito una figlia degenere che si chiama Bioetica. Sempre secondo il dizionario, la Bioetica è una disciplina che « si occupa dei problemi morali e individuali e collettivi connessi all'avanzamento degli studi nel campo della genetica e della tecnologia relativa alla formazione dei processi vitali ». Ma su tale disciplina io la penso come la pensava Erwin Chagaff, il grande biochimico americano che soltanto a sentir parlare di procreazione assistita o di fecondazione artificiale o di embrioni congelati e scongelati andava in bestia e urlava: « L'etica sta alla bioetica come la musica sta alle marce militari! ». Bé... il mondo occidentale ci sguazza, in quelle marce militari. Istituti di Bioetica, Comitati di Bioetica, Accademie di Bioetica. Ogni volta, in mano a sapienti che dicono di voler difendere il nostro futuro, bilanciare la gioia del Sapere con l'utilità sociale, arginare l'avidità degli interessi industriali e finanziari. Però dinanzi all'Idolo Scienza anzi alla Divinità Scienza, dinanzi al mito della Ricerca Scientifica, la bioetica si cala ogni volta le brache. Nel 1997, quando nacque la pecora Dolly e fu chiaro che attraverso gli stessi artifizi la clonazione poteva estendersi agli esseri umani, i rappresentanti della nobile disciplina definirono la cosa eticamente inaccettabile. « Giammai! Permetterlo equivarrebbe ad andare contro la legge biologica basilare! Sarebbe un oltraggio alla Natura che da sola provvede all'evoluzione della nostra specie! Condurrebbe a un declino della nostra civiltà! ». Tutti lo dissero, tutti. Il Comitato Internazionale di Bioetica dell'Unesco, la United States Bioethics Commission, il Consiglio per l'Etica e Bioetica della Commissione Europea, per esempio. Nonché l'Organizzazione Mondiale della Sanità e le varie Accademie Nazionali di Medicina. Per la nascita della prima bambina concepita in provetta, la bambina inglese, lo stesso. Per l'eutanasia, pure. Per l'attuale olocausto degli embrioni, idem. Prese di posizione, veti, condanne. Ma poi tutti presero a chiudere gli occhi. A tenere il piede in due staffe, ad avanzar compromessi che in realtà erano consensi. È la loro strategia. Il loro modo di essere Politically Correct. All'inizio gridano allo scandalo, dichiarano che certe cose offendono la decenza. Poi incominciano a farfugliare che bisogna rifletterci meglio, che le scoperte scientifiche non si possono cancellare, che indietro non si può tornare, e si rimangiano le prese di posizione. Si rimangiano i veti, si rimangiano le condanne. Addirittura si rendono complici del delitto. Sempre col pretesto della terapeutica, s'intende... L'ultimo esempio è italiano. Viene dal Comitato Nazionale di Bioetica che lo scorso maggio concesse parere favorevole all'uso delle staminali isolate dai feti abortiti. « L'uso del tessuto fetale ricavato dall'interruzione volontaria della gravidanza e il suo utilizzo a scopi scientifici o terapeutici non si configura come bioeticamente illecito ». Impegnandosi a non mettere mano sul « materiale fresco », (un bambino appena abortito lo chiamano « materiale fresco » come il pesce fresco), e spiegando che ciò non sarebbe comunque necessario perché migliaia di cellule fetali sono crioconservate in una banca milanese, i nostri staminalisti potranno dunque intrugliare senza scrupoli e senza imbarazzi. E pazienza se sanno benissimo che la cosa è un incentivo all'aborto, pardon, all'interruzione volontaria della gravidanza. (Nel linguaggio Politically Correct si dice così). Pazienza se sanno altrettanto bene che per molte donne e molte coppie il commercio dei figli abortiti è un business assai redditizio. Pensa al « turismo procreativo » sul quale molti paesi europei o vicini all'Europa si arricchiscono come Cuba e la Thailandia si arricchiscono sul turismo sessuale. (Per cinquemila o settemila euro, l'Ucraina offre il biglietto del viaggio, l'albergo di prima classe vitto incluso, la guida turistica nonché l'ovocita. E quando sbarchi all'aeroporto non passi neanche la dogana). È redditizio anche il business degli spermatozoi. Insieme agli ovuli congelati, le banche occidentali traboccano di sperma congelato. In entrambi i casi merce che viene dall'Ucraina, dalla Romania, dall'Albania, dalla Slovenia, dalla Corea, dai paesi più poveri del continente asiatico. Però viene anche dalla Svizzera, dalla Norvegia, dalla Grecia, da Malta, dal Portogallo, dalla Spagna. In particolare da Barcellona, città nella quale vivono molte immigrate provenienti dall'Europa dell'Est. Ne traboccano soprattutto le banche inglesi. Non a caso il Parlamento Europeo (bontà sua) ha rivolto un monito all'Inghilterra dove il mercato fiorisce vergognosamente con gli ovuli che vengono dalle cliniche rumene. In massima parte, ovuli venduti a mille o duemila euro la dozzina dalle zingare Sinti o Rom. E nel libro più inquietante che abbia letto su questo tema, La vita in vendita , gli autori Christian Godin e Jacques Testart raccontano che in Europa gli ovuli delle ragazze bionde e longilinee (di solito modelle) costano molto di più. Almeno quindicimila euro ciascuno. Garantiscono figli da concorso di bellezza, capisci? Figli su misura, selezionati, scelti sul menù dell'eugenetica e della biotecnologia. A tal proposito Godin racconta d'aver trovato su un sito Internet quest'annuncio: « Cercasi ovulo bello e intelligente che venga da una studentessa molto sportiva e allieva d'un college molto rinomato » ... Ed ora dimmi se queste ricerche per cui i promotori del referendum invocano la libertà illimitata non sono associabili coi campi di Dachau e Birkenau ed Auschwitz e Mauthausen. Dimmi se queste ricerche in apparenza fatte per guarire le malattie in realtà non puntano a qualcosa che assomiglia molto all'hitleriano sogno d'una società composta soltanto di biondi con gli occhi azzurri. Dimmi se col pretesto della terapeutica la Scienza e il Progresso non contemplano un mondo di super uomini e super donne da fabbricare nei laboratori. (Super per modo di dire, visto che il premio Nobel dottor Kary Mullis propone di clonarci col Dna proveniente da famosi atleti e rockstar...). Eppure i sessanta membri del nostro Comitato Nazionale di Bioetica hanno concesso la suddetta autorizzazione quasi all'unanimità. Solo un voto contrario ed uno astenuto. Peggio: tra di loro v'erano parecchi cattolici e tra i cattolici v'era monsignor Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze nonché vescovo e autorità molto ossequiata nel campo della Bioetica. Ho fatto un balzo, a leggere la notizia. E sia pur sapendo che il suo era stato un voto molto sofferto, mi son detta: possibile?!? Non fu Wojtyla a dire per primo che a un embrione si deve il medesimo rispetto che si deve a un bambino nato o ad una qualsiasi persona? Alla Scienza che vuole sostituirsi perfino ai legislatori cede anche la Chiesa, ormai? Cardinal Ruini ed altri cardinali a parte, non c'è rimasto che Ratzinger a tener duro? « La scienza non può generare ethos » ha scritto Ratzinger nel suo libro Europa. « Una rinnovata coscienza etica non può venire dal dibattito scientifico ». Naturalmente Ratzinger lo dice in chiave religiosa, da filosofo anzi da teologo che non prescinde dalla sua fede nel Dio Creatore. Un Dio buono, un Dio misericordioso, un Dio che ha inventato l'universo e creato l'uomo a sua immagine e somiglianza. (Tesi che a volte gli invidio perché risolve il rompicapo chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, ma nella quale il mio ateismo vede soltanto una bellissima fiaba. Se Dio esistesse e fosse un Dio buono, un Dio misericordioso, perché avrebbe creato un mondo così cattivo?). Però a dirlo difende la Natura, Ratzinger. Rifiuta un Uomo inventato dall'uomo cioè un uomo prodotto di sé stesso, della eugenetica mengeliana, della biotecnologia frankensteiniana. Ciò che dice è vero. È giusto. È raziocinante. È un discorso che va al di là della religione, un discorso civile, e la bellissima fiaba non c'entra. C'entrano i doveri che noi esseri umani abbiamo verso la Natura. Verso la nostra specie, verso i nostri principii. I principii senza i quali l'Uomo non è più un uomo: è una cosa, un oggetto di carne senz'anima. Riflettici a fondo e t'accorgerai che la colpa di questa follia non è degli scienziati e basta, dei ricercatori e basta, degli scriteriati pei quali tutto è lecito in quanto è possibile e a materializzarlo si diventa ricchi e famosi. Si passa alla Storia come il dottor Guillotin. È di chi li sostiene, di chi li protegge. Di molti politici, ad esempio. I politici che fallite le ideologie non sanno più a che santo votarsi e per restare a galla cercano il Sol dell'Avvenir negli sciagurati che vogliono rifare l'Uomo col Dna delle rockstar e degli atleti famosi. (Il più possibile scemi, magari, e drogati). I politici che per ritrovare il potere perduto consentono che i nostri (e i loro) bambini mai nati finiscano nei nuovi campi di sterminio. Che per cristallizzare il potere non perduto posano ad illuminati e sbeffeggiano il concetto di famiglia cioè il concetto biologico sul quale si basa qualsiasi società. Che il matrimonio non lo definiscono più per quello che è ossia l'unione d'un uomo e d'una donna presumibilmente in grado di procreare, l'istituto giuridico che regola la necessità di perpetuare la specie, bensì un'unione e un istituto che con gli stessi diritti spetta a due individui del medesimo sesso. Quindi, non in grado di perpetuarla. E pazienza se (l'ho già scritto ne L'Apocalisse) a contare sull'omosessualità la nostra specie si estinguerebbe come si estinsero i dinosauri. Pazienza se con l'adozione gay, resa possibile dal matrimonio gay, anziché un babbo e una mamma il bambino adottato si trova con due babbi o due mamme. Pazienza se con due babbi o due mamme cresce ignorando il concetto di paternità e di maternità... Neanche i bambini nati dagli embrioni congelati, infatti, sanno chi è il loro padre. Né lo sapranno mai. La fottuta Bioetica proibisce di dirglielo, e nella figura del padre vede solo uno stallone che mette incinte le cavalle, un toro che mette incinte le vacche. Quanto alla figura della madre, pensaci bene: se nascono dall'ovulo comprato da un'anonima zingara o da una famosa modella che ovviamente non vuol da re il suo nome, quei bambini non sapranno neanche chi è la loro vera madre. Non per nulla questo nuovo sistema di nascere piace moltissimo ai coniugi del medesimo sesso. Sembra addirittura inventato per loro. La colpa è anche degli intellettuali che lo zio Bruno, il fratello di mio padre, chiamava intelligenti cretini anzi cretini intelligenti. Gli intellettuali che per opportunismo o profitto o smania di influire sul futuro approvano e propagandano le malefatte dei Frankenstein. Manco fossero davvero conquiste dell'Umanità. È anche dei giornali, delle televisioni, dei media che quelle malefatte le presentano con compiacimento, anzi col cappello in mano. Col cappello in mano le descrivono ossequiosamente, accuratamente, manco fossero ricette culinarie di Pellegrino Artusi o di Anthelme Brillat Savarin. Ricetta sudcoreana: « Si prendono alcune cellule dell'epidermide dal corpo d'un paziente e se ne estrae il materiale genetico cioè il Dna. Poi si prende un ovocita donato dietro compenso da una donna ucraina o rumena o slovena o coreana o albanese o maltese, ci si accerta che non sia fecondato e lo si svuota. Gli si toglie il nucleo, lo si butta via. Fatto ciò, al posto di quel nucleo si mette il Dna ricavato dal corpo del paziente. Operazione che si chiama trasferimento nucleare. Lo si stimola con scosse elettriche affinché le cellule si moltiplichino alla svelta come se l'ovocita fosse stato penetrato da uno spermatazoo, si ottiene il blastocita cioè l'ovocita che corrisponde alla prima fase dello sviluppo embrionale. Si crea, insomma, un embrione. Quando l'embrione è cresciuto, lo si seziona. (Viviseziona). Le sue cellule staminali si iniettano nel corpo del paziente...». La ricetta inglese, cioè quella fornita dai ricercatori di Newcastle subito dopo i colleghi sudcoreani, è quasi identica. L'unica differenza consiste nel procurarsi in precedenza tre blastociti e, dopo il trasferimento nucleare, stimolarne un veloce sviluppo anche chimicamente. Cose per cui il mio oncologo americano si arrabbia e sibila: « This waving the therapeutical purpose is a dirty fib, a cruel lie. Questo sventolare lo scopo terapeutico è uno sporco imbroglio, una bugia crudele. D'accordo, noi oncologi non siamo riusciti a eliminare il cancro. Tuttavia lo curiamo. A volte lo blocchiamo. Contro le malattie che citano per giustificare la nuova Strage degli Innocenti loro non hanno scoperto nessuna cura, invece. Ma se per caso la scoprissero, se per caso una terapeutica esistesse davvero, direi ugualmente: bisogna opporsi. Bisogna perché la clonazione terapeutica è già una clonazione riproduttiva quindi valida per fabbricare esseri umani. Bisogna perché distinguere l'una dall'altra equivale a celarsi dietro un trucco semantico. Bisogna perché iniettare in un malato le cellule staminali significa ucciderlo. Sai perché? Perché le cellule staminali degli embrioni sono tanto vigorose e potenti quanto disordinate. Non si moltiplicano dove e come vogliamo ma ovunque gli piaccia e come gli piaccia. Ergo, causano tumori. Di recente sono state iniettate nel cervello di una scimmia. Il cervello ha subito sviluppato un cancro fulminante e la scimmia è morta nel giro di poche settimane ». La colpa è anche della cosiddetta gente comune. La gente che per dabbenaggine o ingenuità o disperazione crede nella storia delle malattie da guarire. Credendoci, si lascia menare per il naso dalle false promesse e dalle false speranze. Perché, come i sapienti della Bioetica, anche la gente lì per lì grida allo scandalo. Si impaurisce, dice oddio che vogliono farmi, che mi succederà. Ma poi, rimbecillita dal lavaggio cerebrale esercitato dai politici e dagli intellettuali che i Frankenstein li presentano come benefattori, sedotta dal compiacimento e dagli elogi dei giornali che li trattano col cappello in mano, cede ai dubbi. Non capisce di venir presa in giro, non si rende conto d'essere a una tragica svolta del nostro destino, e cambia idea. Per sentirsi moderna, lanciata verso il futuro, si adegua. Per non andare controcorrente, non perdere i vantaggi della cosiddetta modernità (vantaggi che alla fine si riassumono in un telefonino sempre appiccicato all'orecchio) grida al miracolo. Si piega, anzi applaude, anche se ciò significa massacrare i propri figli come Medea. Parliamoci chiaro: viviamo in una società che alla Vita guarda in termini edonistici e basta. Che cerca solo il benessere, i vantaggi materiali, le agiatezze. Una società dove l'anima non conta. La spiritualità, ancor meno. E non solo in Italia, non solo in Europa, visto che in America accade lo stesso. Se non peggio. Del resto è l'America che ha diffuso il culto dell'edonismo. È l'America che ha lanciato la moda dei matrimoni e delle adozioni gay. È l'America che ha dato il via a quelle ricerche. Unica differenza, il fatto che in America il grosso dei cittadini si opponga e che a quei ricercatori il suo presidente dica: « Io i soldi per portar a fondo la Strage degli Innocenti non ve li do. Io alla scienza che uccide una persona per curare un'altra persona, che distrugge la Vita per salvare la vita, non ci credo ». (Bravo Bush). Dal Pacifico all'Atlantico, dall'Atlantico al Mediterraneo, dal Mediterraneo al Mar Artico, l'Occidente è malato di una malattia che nemmeno miliardi di cellule staminali potrebbero guarire: il cancro morale, intellettuale e morale, di cui parlo nella mia Trilogia e soprattutto ne La Forza della Ragione. Proprio a causa di quel cancro non comprendiamo più il significato della parola Morale, non sappiamo più separare la moralità dall'immoralità o dall'amoralità. Proprio a causa di quel cancro i mecenati dei Frankenstein vorrebbero una ricerca scientifica, senza veti e senza condanne. Proprio a causa di quel cancro i tipi del mio tipo li chiamano bigotti baciapile servi del Papa e del Cardinal Ruini, oppure li espongono al pubblico ludibrio con le parole retrogrado oscurantista reazionario. Ma la Moralità non è bigotteria. Non è baciapilismo, oscurantismo, conservatorismo. È ragionamento, raziocinio, buonsenso. A volte, Rivoluzione. L'Etica non è una moda che cambia come i vestiti e le stagioni. È un codice di comportamento che vale ovunque e per sempre. Una disciplina che ci aiuta a individuare il Bene e il Male, a non finire nella spazzatura. Il Bene e il Male non sono opinioni, punti vista. Sono realtà obiettive, concretezze che ci distinguono (o dovrebbero distinguerci) dagli Zarqawi e dagli altri animali. Non per nulla ce ne serviamo fin dai giorni in cui abitavamo nelle caverne e forse la fame ci rendeva cannibali tuttavia conoscevamo questa elementare verità: il Bene è ciò che fa bene, che ci fa sentir bene. Il Male è ciò che fa male, che ci fa sentir male. Oggi invece il Bene viene considerato dai più ciò che fa comodo. Il Male, ciò che non lo fa. E pochi capiscono che scegliere il Male è da masochisti, da cretini. Non cretini intelligenti o intelligenti cretini: cretini e basta. A costo d'esser derisa o giudicata un nuovo acquisto del Vaticano, un'atea in via di conversione, una mangiapreti in cerca di assoluzione, insomma una ravveduta in punto mortis, torno dunque a Ratzinger. E dico: Ratzinger ha ragione quando scrive che ormai l'Occidente nutre una specie di odio verso sé stesso, non ama più sé stesso. Che della sua storia vede soltanto ciò che è deprecabile, che di essa non riesce più a percepire cosa contiene di grande e di puro. Ha ragione anche quando dice che il mondo dei valori su cui l'Europa aveva costruito la sua identità (i valori ereditati dagli antichi greci e dagli antichi romani e dal Cristianesimo, chiarisco io) sembra giunto alla fine o uscito di scena. Che l'Europa è paralizzata da una crisi del suo sistema circolatorio e che questa crisi la sta curando con trapianti (l'immigrazione e il pluriculturalismo, chiarisco io) i quali possono solo eliminare la sua identità. E poi ha ragione quando dice che la rinascita dell'Islam non è nutrita soltanto dalla nuova ricchezza dei paesi che posseggono il petrolio: è nutrita anche dalla consapevolezza che l'Islam possa offrire una piattaforma di spiritualità. La spiritualità a cui la vecchia Europa e l'intero Occidente hanno rinunciato. Infine ha ragione quando cita Spengler secondo il quale l'Occidente corre inesorabilmente verso la propria morte, non solo una morte culturale, e di questo passo crollerà come crollò la Civiltà Egizia, l'Impero Romano, il Sacro Romano Impero. Come sono crollati e crollano ( aggiungo io) tutti i popoli che dimenticano di avere un'anima. Ci stiamo suicidando, cari miei. Ci stiamo uccidendo col cancro morale, con la mancanza di moralità, con l'assenza di spiritualità. E questa faccenda del mondo da rifare con la truffaldina eugenetica, con la bugiarda biotecnologia, non è che la tappa definitiva del nostro masochismo. Ecco perché i Bin Laden e gli Zarqawi, individui immorali e amorali tuttavia sorretti da una loro paradossale forma di moralità, hanno buon gioco. Ecco perché i loro correligionari ci invadono così facilmente e così disinvoltamente fanno i padroni in casa nostra. Ecco perché a casa nostra vengono accolti con tanto servilismo o tanta inerzia. Tanta paura. Ecco perché l'Europa è diventata Eurabia e l'America rischia di diventarlo. Ed ecco perché, segnati in fronte dal marchio di cui parlo ne L'Apocalisse, il marchio della schiavitù e della vergogna, molti occidentali finiranno inginocchiati sul tappetino a pregare cinque volte al giorno il nuovo padrone cioè Allah. Referendum? Ma che vuoi referendare. Lo stesso termine procreazione assistita evoca il gesto di alzare bandiera bianca, di finire in un mondo contro natura. Senza contare che, comunque vada, questo referendum si concluderà come quello sulla caccia. Cioè coi cacciatori che continuano a sparare sotto le nostre finestre e ad ammazzare gli uccellini.  

 

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Pag 1 La zona grigia di Massimo Franco

 

I suoi lo accreditano come un segnale distensivo; ma non sembra che possa riportare la pace nel centrosinistra. Anzi. Il lungo « messaggio del 2 giugno » mandato agli alleati da Romano Prodi, in vacanza nell'isola greca di Creta, parla di Europa, di economia, di giovani. Ma in realtà pone un solo, vero problema: quello della propria investitura a leader del centrosinistra. Non un'investitura qualsiasi, di fatto, affidata ai capi dei partiti dell'opposizione. Prodi cerca un'unzione vera, popolare; « dal basso », come si diceva una volta. Per questo riapre un discorso che sembrava chiuso, e cioè le elezioni primarie sul candidato a Palazzo Chigi. Prodi vuole ristabilire le gerarchie nell'Ulivo e nell'Unione, con una nuova sfida a Francesco Rutelli. Ma la sua iniziativa ha ottenuto reazioni, a dir poco, agrodolci. Fino a ieri sera era arrivato il plauso solo di Fausto Bertinotti e dei Verdi. « Fastidio, stupore e sorpresa » , invece, dalla Margherita. E un commento gelido dal coordinatore diessino Vannino Chiti, concordato riga per riga col segretario, Piero Fassino. D'altronde, sembra che Prodi abbia spedito il manifesto sul suo sito Internet senza avvertire nessuno, tranne la sua cerchia più stretta. E l'idea di « inviare una missiva dall'estero per indicare la linea », fa sapere la Margherita, ha avuto l'effetto di sottolineare un'incomunicabilità personale considerata come un osta colo da rimuovere. Per questo, l'unica certezza che fa capolino dopo la mossa prodiana di ieri, è la richiesta diessina di una riunione « urgente » fra il Professore e i partiti alleati. Non è scontato che finisca con una stretta di mano e il riconoscimento di una leadership indiscussa, secondo lo scenario offerto ieri in tv da Rutelli: anche perché il presidente della Margherita l'aveva evocato prima che arrivasse il messaggio da Creta. Che Prodi sia il candidato dell'Unione a Palazzo Chigi sembra ancora pacifico; ma è altrettanto scontato, fra i partiti dell'Unione, che il suo ruolo sarà quello di una sorta di amministratore delegato della coalizione, e non del demiurgo che scompone e ricompone le forze politiche. Quando Fassino, per bocca di Chiti, invita a trovare « un punto di mediazione» fra le proposte avanzate dal Professore e le scelte della Margherita, si ritaglia un ruolo che somiglia all'equidistanza. Si tratta di una prospettiva che Prodi, tuttavia, continua a rifiutare. Per questo insiste sulla tesi di un Ulivo che abbia « un'unica voce », e prefigura perfino un solo gruppo parlamentare. Il suo incubo è quello di arrivare a Palazzo Chigi avendo alle spalle una coalizione slabbrata e indocile; dominata da partiti che possono dargli filo da torcere come nel 1996, e farlo cadere come nel 1998. Le primarie e la lista unica sembrano un tentativo per esorcizzare il fantasma della crisi del suo primo governo. Eppure, riesce difficile scommettere che Prodi possa piegare gli alleati al suo « pensiero unico ». Al momento, resta insostituibile come presidente del Consiglio dell'opposizione; ma anche circondato da molti paletti. Il paradosso della sua offensiva di persuasione nei confronti dei partiti è che si ritrova di nuovo senza una propria forza alle spalle; e con i prodiani doc in minoranza in quella che doveva essere la Margherita. È un contesto del quale il fondatore dell'Ulivo sembra sempre più conscio. Per questo rispolvera le primarie dall'oblìo nel quale le avevano relegate problemi di opportunità. Primo, perché la vittoria dell'opposizione alle Regionali dell'aprile scorso rendeva il quadro roseo, e le primarie inutili. Secondo, per evitare il rischio che contro di lui si candidasse Bertinotti, polarizzando i consensi minoritari della sinistra a scapito dei Ds. In realtà, un'alternativa incarnata dal segretario del Prc non esiste più. Non a caso, ieri Bertinotti è stato fra i pochi a salutare positivamente l'iniziativa prodiana. È comprensibile: oggi il Professore appare già, in qualche modo, il candi dato delle sinistre. La zona grigia del conflitto è quella con il versante moderato dell'Unione, e cioè la Margherita. Per questo, non sarebbe sorprendente se il partito di Rutelli, prima favorevole alle primarie, ora facesse qualche resistenza. I maligni avrebbero un argomento in più per ritenere che sotto sotto, i moderati dell'Unione stanno sabotando la candidatura di Prodi. Ma la realtà è più prosaica. Il vero timore della Margherita, ma forse anche dei Ds, è che il loro leader punti su un'investitura dal basso per ottenere « dall'elettorato », dal « popolo dell'Ulivo e dell'Unione », quello che i partiti non gli danno. E per imporre, più forte e intoccabile, la lista unica che i rutelliani hanno bocciato; e gli stessi Ds considerano una questione archiviata.

 

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Pag 12 Quando il Cavaliere disse: in viale Mazzini non sposterò una pianta di Gian Antonio Stella

Il premier scende in campo per le nomine in Rai mentre la sinistra dei duri e puri dimentica le battaglie sul conflitto d’interessi

 

L'ha avuta vinta lui, Sua Emittenza. Sapeva che alla 13.427 ˚puntata ogni telenovela stufa, ogni indignazione si ammoscia, ogni palpebra cala nell'abbiocco. E così, dopo aver lasciato che il conflitto di interessi bollisse a fuoco lentissimo nel pentolone come i fagioli della nonna fino a diventare una brodaglia, ha fatto ciò cui aspirava da anni: si occupa direttamente lui della Rai, l'azienda concorrente di Mediaset, senza che nessuno strilli più allo scandalo. E lo rivendica pure. Come ha fatto ieri mattina, confermando candidamente di essere stato lui ad appoggiare la nomina a presidente di Monorchio: « Anche se io avevo suggerito Petruccioli ». Fosse viva la signora Biancarosa Fanfani, chiederebbe i sali: a questo punto è arrivato quel rispetto per lo Stato che spinse il suo Amintore, presidente del consiglio, a imporle la vendita dei buoni del Tesoro perché « non si pensasse che potesse avere un interesse nella politica del governo sul risparmio »? Per carità, nessuno si aspetta più il rigore di Quintino Sella, che dopo aver giurato da Ministro delle finanze vendette la sua industria tessile, o di Sidney Sonnino che, fatto ministro, si liberò delle azioni ereditate dal padre che facevano di lui il padrone del Monte Amiata e delle sue miniere. Immaginiamo cosa ne pensi il Cavaliere: moralismo da Belle Epoque. Né ci illudevamo di essere in Inghilterra, dove Sophie Rhys Jones è stata costretta a lasciare il lavoro di responsabile di un'agenzia di Pr perché Elisabetta non voleva si pensasse che la nuora sfruttasse la posizione per fare affari. O negli Usa dove Bernard Kerik, nominato da George W. Bush segretario alla sicurezza nazionale, ha rinunciato per ché sedeva nel Cda dell'azienda che fa le pistole paralizzanti « Taser » comprate dal Dipartimento. O in Thailandia dove il ministro degli Esteri Thaksin Shinawatra si dimise dopo il varo di una legge che vietava a ministri, deputati e senatori di essere beneficiari di concessioni statali (coincidenza: come il Cavaliere), qual era il caso della « Shinawatra Computer », nella quale aveva peraltro rinunciato a ogni incarico. O in Svezia, dove il primo ministro Goran Persson fu accusato due anni fa di conflitto d'interessi perché aveva una relazione con Anitra Steen, presidente del monopolio svedese per gli alcolici, con relativa intimazione a non occuparsi mai più di alcol. Il modo con cui l'intromissione del premier magnate televisivo sulla Rai è stata accettata quasi come una cosa normale è tuttavia curiosa. Ma come, dopo anni di denunce e scandali e cortei e intemerate sul conflitto d'interessi, Romano Prodi tratta (e viene invitato dai suoi a trattare!) sui nomi dell'azienda televisiva pubblica con il Cavaliere? Dove sono finiti i sacri principi sbandierati dai duri e puri della nostra gauche ? E dove sono, a destra, gli afoni cantori del liberismo all'americana, se è vero come sostiene un ultrà di destra quale Edward Luttwak, che « curando i suoi affari mentre è al governo » Berlusconi « non si accorge di violare i punti più sacri del capitalismo » e ha portato « questa commistione tra un alto personaggio politico e i suoi estesissimi affari personali » alla « metastasi »? Se la ride, Sua Emittenza. Aveva esordito giurando che in Rai non avrebbe « spostato neanche una pianta »: « Mai mi occuperò di cose televisive, per non dar l'impressione di voler favorire i miei affari ». Alla larga da Viale Mazzini, alla larga da Mediaset: « Non compirò mai un gesto che possa avvantaggiare gli interessi del mio gruppo ». Sicuro? « Distinguerò i ruoli con nettezza adamantina: ci sono fatti pesanti come macigni a riprova che voglio separare i miei interessi da quelli di Fininvest ». Sul serio? « Uomo delle tivù, io sono per essenza l'uomo della democrazia ». E guai a mettere in dubbio le sue parole: « Chi parla di conflitto di interessi è un mascalzone e un miserabile ». Certo, forse era una anomalia l'essere insieme il leader della destra e il padrone del più grande gruppo televisivo italiano, ma « anche una bella donna è un'anomalia, anche uno alto un metro e 95, nessuno però chiede per loro la galera ». Vinte le elezioni del 2001, disse subito di essere « pienamente d'accordo con Pera» secondo il quale le nomine Rai andavano fatte dopo il via alla legge sul conflitto d'interessi. Poi si sa com'è andata. Prima sono arrivate le nomine, poi la Gasparri, poi (per ultima) la leggina che mette dei paletti a quella che Luttwak chiama meta stasi. Nel frattempo, insisteva: « La Rai? Mi tengo rigorosamente fuori. Non leggo neppure gli articoli, guardo solo i titoli ». (sic) « Le nomine Rai? Non ne voglio sapere nulla ». E come Lucia Annunziata osò dire di sapere « per certo che Berlusconi alza il telefono e chiama i consiglieri per suggerire nomine ed influenzare le scelte sui programmi », fu sbranata dagli indignati difensori del Cavaliere tipo Elisabetta Alberti Casellati: « Faccia pubbliche scuse e rassegni le dimissioni ». Come osava sospettare che il Cavaliere si occupasse di Rai? Non aveva letto la sentenza di Paolo Bonaiuti? « Il presidente Berlusconi non è intervenuto, non sta intervenendo e non interverrà nella vicenda Rai ». Dixit. Si dirà: l'estraneità rotta ieri era solo una foglia di fico. Come una foglia di fico fu la scenetta del Cavaliere che al varo della « Gasparri » (indimenticabile il suo commento: « La Gasparri: che c'entro io? ») si alza dal Consiglio dei ministri ed esce mentre gli votano la normativa che cristallizza il duopolio e gli regalerà (parole di Confalonieri) da 1.000 a 2.000 miliardi del vecchio conio, per dirla con Bonolis, da aggiungere a un patrimonio in pochi anni triplicato. Il conflitto c'era con la foglia di fico e c'è senza. Ma anche le forme, in democrazia, sono sostanza.  

 

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LA REPUBBLICA

Pag 1 Centrosinistra, ultima chiamata di Massimo Giannini

 

Rutelli dichiara in tv "caro Romano, stringiamoci la mano, noi ti sosterremo lealmente", Prodi risponde da Creta "riapriamo un confronto collettivo sulla guida dell'Unione". A parte l'ennesima dimostrazione plastica di una perdurante sfasatura politica, l'annuncio del Professore scuote un'altra volta le già sfibrate radici dell'Ulivo. Semina altro panico tra i leader già disorientati del centrosinistra. Nessuno ne era informato. Nessuno se l'aspettava. Nessuno sembra condividerla (anche se non lo dice). Un altro piccolo passo verso l'eutanasia di un'alleanza, dunque? Può darsi, nonostante le successive "precisazioni" del portavoce di Prodi, e a giudicare dall'irritazione con cui hanno reagito gli stati maggiori della Margherita e dallo stupore con cui hanno replicato i vertici dei Ds. Perché stressare di nuovo la coalizione con una sortita sul Web, invece che ragionare tutti insieme in una riunione? Perché stuzzicare ancora una volta Rutelli, dopo lo strappo consumato nel suo partito sul no alla lista unitaria? Perché frustrare ancora una volta Fassino, dopo il faticoso lavoro di ricucitura al centro a cui il segretario della Quercia si sta dedicando ormai da due settimane? Dubbi più che legittimi. Eppure sarebbe ingiusto liquidare solo così quello che è accaduto. La mossa del Professore ha un merito: finalmente può fare chiarezza. Rilanciando in campo aperto l'ipotesi delle primarie, Prodi compie una doppia (ancorché tardiva) "operazione-verità". Prima verità: dopo quello che è successo, nell'Unione si è formalmente aperto un problema di leadership, che va risolto presto e bene. Rimettendo in gioco la sua, di leadership, il Professore riconosce implicitamente di aver vissuto la rottura nella Margherita come un vulnus personale. Non rinuncia al suo progetto, tanto che nel lungo testo che accompagna il suo annuncio lo ripropone con una determinazione ancora maggiore, sia sul piano dei contenuti (il programma riformista) sia sul piano del contenitore (la federazione e la lista unitaria), fino al punto da profilare l'idea che il listone ulivista possa andare avanti "con chi ci sta", benché "nel rispetto assoluto delle decisioni prese" e nella consapevolezza "di una diversità di posizioni tra i partiti e dentro i partiti". Ma adesso Prodi subordina questo progetto all'esigenza di una rilegittimazione sostanziale del ruolo-guida di cui gli alleati lo avevano investito un anno fa. Seconda verità: questa rilegittimazione per lui può anche venir meno, purché l'alleanza decida di scegliere il suo leader con regolari e democratiche elezioni primarie (e questa volta vere, non quelle finte di cui si parlava fino a due mesi fa). Questo vuol dire che se esistono altri candidati (a parte il solito Bertinotti) devono farsi avanti a viso aperto. E a viso aperto devono rappresentare un disegno politico diverso, se non alternativo. Perché a questo punto la scelta di un leader non può essere disgiunta da quella del progetto di cui lo stesso leader è portatore. Prodi un progetto ce l'ha. E ieri, nel suo documento, è tornato ad esporlo con chiarezza, non solo nell'individuazione dei valori (Europa, competitività, solidarietà) ma anche nell'indicazione delle formule (Fed, listone, unico "grande gruppo parlamentare"). Se qualcuno ne ha un altro, si faccia avanti e competa. Certo, tutto questo postula una presa d'atto. Nel centrosinistra, ormai, la competizione sembra prevalere sulla cooperazione. E tra gli alleati, anche nel perimetro del riformismo, a forza di rivendicare le rispettive "identità" la distinzione rischia di tradursi sempre più spesso in divisione. La responsabilità è dei tanti che non hanno accompagnato con la necessaria convinzione il cammino di Prodi. Ma una parte di responsabilità è anche del Professore, il leader senza partito, che oggi paga un esercizio altalenante del suo stile di comando. In questi mesi ha alternato improvvisi strappi programmatici (rimarcati spesso dai toni ultimativi delle sue dichiarazioni) a improvvidi silenzi politici (riempiti solo dal rumore di sottofondo prodotto dai suoi tanti "esegeti"). Il risultato è che ora su di lui si concentrano due critiche uguali e contrarie: nella stessa alleanza c'è chi lo considera un leader troppo dispotico, e chi invece lo ritiene un leader troppo labile. Il vero paradosso è che sono un po' vere entrambe le cose. Manca un anno alle elezioni, l'Europa è malferma e l'Italia è malata. Andare avanti così, per l'opposizione che si candida a governare, sarebbe questo sì un vero suicidio. Prodi se n'è reso conto. Ora tocca a tutti gli altri. Per il centrosinistra è l'ultima chiamata. Il Paese non può più aspettare.

 

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Pag 1 Gli atei bigotti contro il referendum di Francesco Merlo

La polemica

 

Qualche anno fa a Nantes fu celebrato un processo contro un autista che aveva disgraziatamente investito una donna incinta provocandone l'aborto. In primo grado l'autista fu condannato per omicidio colposo ma la Cassazione, pur aumentando il risarcimento civile, annullò la sentenza penale spiegando che "non spetta a questa Corte stabilire il momento in cui il nascituro diventa un individuo da proteggere giuridicamente tanto più che su questo punto anche le religioni e gli scienziati si dividono". La Cassazione francese, che si riferiva ovviamente al feto e non certo all'embrione, celebrava con malinconia la grandezza dello Stato laico. Ed è questa malinconica grandezza, per molti anni celebrata anche dal filosofo Marcello Pera, che oggi in Italia è messa in gioco nel referendum. Eppure non c'è niente di più italianamente cristiano della fecondazione assistita perché in Italia Dio è il Bambino Gesù, e nulla è più scandalosamente divino della nascita, il mettere a dimora l'Essere, e nulla è più cristiano della procreazione che si rende autonoma dal piacere, e dell'assistenza a quello stato di minorità che è l'infertilità, il crescete e moltiplicatevi. La fecondazione assistita è l'antica levatrice che comincia il suo lavoro nove mesi prima, "la mano santa" della cultura popolare e della maieutica che sa anche divinare, sa assecondare i presagi, controlla la punta della pancia, legge la luna e le maree, dà la vita per amore, per scienza e per artifizio. Attenzione però ai referendum, perché sempre sono una sorpresa. Sia che si tratti di Costituzione o di embrioni, pongono una domanda e ottengono una risposta sghemba, perché domanda e risposta viaggiano su universi asintotici: si avvicinano senza incontrarsi mai. Non è, per esempio, alla Costituzione europea che i francesi hanno detto no, ma a Chirac e alla disoccupazione. Allo stesso modo, non è sui quesiti abrogativi di una legge né tanto meno sulla personalità dell'embrione che, tra dieci giorni, si pronunceranno gli italiani, ma sulla legittimità del partito delle parrocchie, sulla religiosità armata e filosofizzante, sugli intellettuali atei che vogliono rubare al popolo la sua fede, soffusa e senza asprezze, per fondare un'etica di stato. Questi atei, guidati da Marcello Pera e Giuliano Ferrara, sono alla ricerca di un pensiero forte che, nell'attuale povertà, possa diventare egemonia culturale e fare dell'Italia il fortilizio sacro di una Chiesa debole e invecchiata che si sente assediata da religioni astiose e muscolose che organizzano militarmente troppe anime, armerie spirituali di rabbie collettive, palestre del rancore e della ferocia di popoli che vogliono l'apocalisse dell'Occidente, religioni che sono anche etnia, integralismo e razzismo. Ecco: gli intellettuali atei, che sono accorsi al fianco di Ruini, leggono in questo referendum una minaccia al paradigma giudaico-cristiano che vede nella vita umana non un momento dell'evoluzione biologica ma un dono di Dio. E professano questa idea antievoluzionista, nella quale non credono, per difendere "le radici" della nostra civiltà, e dunque accendono il fuoco della disputa bizantina sull'embrione, un dibattito erudito e classificatorio che non porta a niente. Si procede per analogie: l'embrione non è muffa ma non è persona; è vita ma non è un essere umano... E però "la persona" non è una nozione scientifica, come non lo è Dio: fuori dalla scienza. Chiamata a rispondere su questioni impossibili, in realtà la gente risponderà sì o no al catechismo, sì o no al cardinale Ruini. È vero che su questo punto a sinistra sembra esserci più buon senso che a destra, ma la benedizione del Vaticano piace anche a sinistra, e dunque Rutelli si astiene, e Prodi andrà a votare ma non dirà come, cercando di compiacere tanto il no quanto il sì, e forse questo non è un atteggiamento da candidato premier. Del resto a destra non c'è solo l'asino di Croce, Fini voterà tre sì e un no, voteranno sì Martino, la Prestigiacomo e molti altri, e di nuovo la trasversalità si esprime non sulla scienza dell'embrione ma sulla sua rappresentazione religiosa, su quel che ne pensa la chiesa, sull'obbedienza ai cardinali, sulla catechesi che tutti abbiamo subìto in età prelogica. Eppure, sono tanti anche i cattolici che voteranno sì, sono quelli che hanno costruito la loro religione nella capanna del presepe, attorno alla culla del bambin Gesù. La natività è il fuoco della loro fede. L'Immacolata concezione è fecondazione assistita da Dio. Nel presepe Ruini non c'è, e non c'è il professore di teologia. Ci sono un uomo semplice e una donna antica. Ma gli intellettuali atei non si curano del presepe e neppure della Trascendenza perché non ci credono. Tuttavia considerano "l'embronicidio" come una violazione del quinto comandamento. Sono diventati specialisti di religiosità pur non avendo nulla a che fare con la religiosità popolare. E invece la religiosità popolare che noi conosciamo non ha bisogno di certificazioni intellettuali postpopperiane, la nostra gente non vuole amare Dio "contro" qualcuno o qualcosa, alla maniera astratta del Santo Uffizio. E non è vero che l'Italia è un paese scristianizzato. È, al contrario, un paese che evolve cristianamente, non verso i libri delle intelligenze pallide ed estenuate, non verso i frati di biblioteca, i glossatori neo domenicani, Domini canes, cani di Dio. Quella della religiosità italiana è una evoluzione dolce e civile, ricca di esperienze reali, di tolleranza, di politeismi, di Madonne nere, di santi arabi come san Gerlando, di santi panteisti che parlano con il vento e con i lupi come san Francesco, "nel flusso d'amore dell'universo". E anche la ricerca sulle cellule staminali embrionali ha bisogno, proprio per non diventare selvaggia, oltre che di regole laiche severe, anche della pietà cristiana verso i bisognosi, i malati, verso la vita. Per evitare criteri di disumana eugenetica, che la legge già vieta e la vittoria del referendum non abrogherebbe; per evitare azzardi e allucinazioni, lo scienziato cristiano ha, anche lui, "la mano santa", un atteggiamento antiprometeico, senza empietà e senza la voglia di sostituirsi a Dio. Anche nella ricerca sulle cellule staminali embrionali c'è la parabola del buon samaritano, c'è il figlio di Dio in pace con la sua filialità, c'è il meglio dei valori cristiani. Il dibattito di queste settimane ha infatti portato alla ribalta molti ricercatori italiani che lavorano nei centri specializzati sugli embrioni, e qualcuno l'abbiamo visto martedì sera in una bella puntata del programma tv Ballarò. Ebbene, sono cristiani che somigliano più a noi che a Ruini, non ritengono l'intelligenza una sfida al Creatore, ma uno strumento che Dio ha messo a disposizione degli uomini per produrre reti di solidarietà. Come San Martino, che sempre taglia a metà la sua ricchezza per darla al povero, lo scienziato usa l'embrione per aiutare la vita e non per offenderla. La stessa teologia insegna che solo un confronto serrato con il male porta alla conoscenza: "È attraverso il nero portale dell'inferno che si arriva al paradiso", scrisse Giovanni Papini in quel suo libro, "Il Diavolo", che è il risultato più alto della sua conversione. Perciò ci permettiamo d'immaginare che il vecchio don Sturzo, che voleva maritare il cattolicesimo con la modernità, caccerebbe dalla sua parrocchia gli intellettuali atei, che sono scesi in campo in appoggio al clero vaticano, le nuove teste pensanti del partito di Ruini, lo strano mondo laico in cerca di una nuova identità politica. Marcello Pera, che forse è stato il più illustre dei filosofi italiani della scienza, ha scritto almeno due libri importanti, "Popper e la scienza sulle palafitte" (1981) e "Scienza e retorica" (1991) tradotto in inglese dalla Chicago University Press. In tutta la produzione filosofica di Pera non solo non c'è nulla che possa fare presagire la sua evoluzione attuale, ma ci sono diverse cose che la rendono incredibile. Il Pera professore è un filosofo palafitticolo "orfano di verità", che non si pone il problema di credere, ma trova nel dubbio il sollievo alla fatica di vivere: "L'incertezza accompagna sempre anche i nostri migliori risultati". Pera ha scritto di Galileo, contro i dogmi, ed è stato sodale dei più importanti studiosi americani di Galileo. Tra i più avanzati e consapevoli alfieri della ricerca scientifica, per quanto opinabile e retorica, Pera concluse il suo ultimo libro accademico contestando, contro Cartesio, che si possa fondare la scienza sulla teologia. E nell'introduzione a "Il mondo incerto" scriveva: "Il dogmatismo della certezza come effetto del possesso o della conoscenza di verità assolute è teoricamente ingiustificato e moralmente inaccettabile". Fu il filosofo delle porte aperte, dell'incertezza, del relativismo come metodo. Ora ha chiuso le porte, predica le certezze, odia il relativismo. Naturalmente anche egli ha il diritto di cambiare idea ed ha anche un certo diritto all'incoerenza, ma rimane senza connessioni con il suo pensiero la convinzione che i principi cristiani debbano informare le leggi italiane. E forse Pera deve ammettere che s'è separato da se stesso decidendo di astenersi al referendum in nome della religiosità. Ma fortunatamente la religiosità non è un concorso universitario per titoli e pubblicazioni, e gli italiani non si faranno depauperare del potere di attingere, quando e dove vogliono, all'Assoluto. La religiosità italiana è diventata irrituale, come dimostrano le chiese vuote. E anche il calo di vocazioni rivela il calo di fiducia verso gli specialisti di religiosità e non verso Dio. È una evoluzione civile, parallela a quella della politica, dove la diminuzione del numero dei funzionari di partito non dimostra un aumento del qualunquismo. Allo stesso modo oggi ci si può sentire religiosi senza infilarsi in quei luoghi di concentramento che sono i seminari e le celle monastiche, e senza pretendere che le leggi dello Stato esprimano una convinzione religiosa e neppure un compromesso tra varie religioni. Lo Stato laico è una conquista epocale e il cristianesimo laico e secolarizzato non è una retrocessione, ma una maturazione dell'organizzazione della religiosità che sempre meno ha bisogno di strutture clericali. Certo, l'astensione ingigantisce la forza reale del partito di Ruini, aggiunge la furbizia alla pigrizia; è una tattica politica legittima, ma piena di paure. Ebbene, il referendum non servirà a stabilire se l'embrione è persona, che è una domanda filosofica, ma forse a scoprire un paese di cui nessuno dà notizia, un'Italia che s'è evoluta pur restando fedele alla propria antichità, a sapere su quante divisioni può contare in Italia il cardinale Ruini, e non Dio che non ha bisogno di reggimenti.

 

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IL FOGLIO

Pag 3 Prodi vuole un’altra incoronazione

Ne ha bisogno dopo la sconfitta sulla lista unica e la disfatta europea

 

Romano Prodi dev’essere rimasto un po’ scosso dagli ultimi avvenimenti. Dopo la vittoria travolgente del centrosinistra alle regionali era stato incoronato leader vincente e invincibile, senza bisogno di una conferma attraverso le primarie. Quando, però, ha cercato di esercitare il suo “imperio”, ordinando alla Margherita di por fine alla moratoria sulla questione della lista unica dell’Ulivo, ha avuto la prima brutta sorpresa. Francesco Rutelli ha risposto di no, chiaro e tondo, e ha ottenuto una maggioranza dei tre quarti negli organismi dirigenti del suo partito. Allora ha lanciato un ultimatum, affermando che, senza lista unitaria, non si sarebbe più candidato. Credeva che fosse l’arma “fine del mondo”, e invece ha fatto cilecca. I suoi principali sostenitori, i Ds, gli hanno dato ragione, ma hanno anche osservato che non si poteva fare l’unità rompendo con la Margherita e con Rutelli. Non solo, ma tutti gli attestati di fiducia nel ruolo di Prodi come insostituibile premier del centrosinistra portavano una sgradevole postilla, in cui si alludeva alla sua scarsa attitudine a garantire politicamente l’unità e la convergenza dell’alleanza. Da Gavino Angius a Rosy Bindi, i suoi sostenitori mettevano in dubbio le sue qualità politiche, il che significa che gli attribuivano il futuro ruolo di capo del governo, in caso di vittoria elettorale, ma non quello di leader della coalizione. Così Prodi ha visto come in uno specchio riflettersi la situazione del 1998, quando fu scalzato da Palazzo Chigi perché non aveva un partito a proteggerlo. D’altra parte gli è bastato vedere come sulla questione della presidenza della Rai, già ora, i partiti di centrosinistra si siano comportati senza tener conto della sua posizione, per capire quel che lo aspetta. Intanto le notizie che vengono dall’Europa, le ripetute bocciature del Trattato, il disastro dell’asse franco-tedesco, le insofferenze contro l’euro che salgono persino dalla Germania, non contribuiscono certo a rincuorarlo. Il suo prestigio di ex presidente della Commissione europea, in questa condizione, rischia di trasformarsi in un handicap. Così ha deciso, come fanno i bambini quando il gioco va male, di chiedere di far tornare tutto da capo. Le primarie, adesso, sono ritornate utili, perché, celebrandole e uscendone com’è ovvio vincitore, Prodi potrà coprire la sua tacita ritirata sulla questione della lista unica. Rutelli per primo gli ha garantito che lavoreranno insieme. Come D’Alema nel ’98.

 

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IL GAZZETTINO

Pag 1 La rinascita del cristianesimo di Sabino Acquaviva

 

Quanti anni sono passati da quando si palesarono i primi sintomi della crisi del cristianesimo europeo? Mille, sostiene qualcuno, sostenni io stesso quando, molti anni or sono dedicai un libro al problema del declino della religione intitolandolo appunto 'L'eclissi del sacro nella società industriale'. Furono in molti, in quel periodo ormai lontano, a negare l'evidenza. Invece, lo sviluppo industriale, il benessere, il consumismo, cominciarono presto ad erodere una religiosità che si era soltanto lievemente indebolita nei secoli che stanno alle nostre spalle ma la cui crisi in anni più recenti fu l'espressione della perdita di grandi ideali religiosi o laici, ma anche della crisi della famiglia, del mutamento dei rapporti sociali, della fiducia nel prossimo. La crisi, che in qualche modo riguarda tutto il mondo cristiano, in particolare quello cattolico con il suo miliardo di fedeli, ha ferito più profondamente l'Europa che, come spesso accade in questi casi, si è trovata di fronte a un tracollo della natalità, ad una profonda crisi morale, ad un consistente ristagno economico. Il declino del cristianesimo europeo coincide dunque con una crisi dell'Europa di fronte al dirompente emergere delle grandi identità sub continentali, come quella dell'India con il suo miliardo e cento milioni di abitanti, della Cina con il suo miliardo e trecento milioni, del coacervo islamico con il suo miliardo e cento milioni di musulmani. Inoltre, una parte del continente, quella che ha vissuto l'esperienza del cosiddetto socialismo reale, contrabbandato per comunismo, ha vissuto una devastante crisi della religione e soprattutto della pratica religiosa. In particolare, e ad esempio, l'ex Germania Orientale vede una fede in Dio e una pratica religiosa molto più basse della Germania occidentale. Non diversa la situazione in altri paesi ex comunisti, a cominciare dalla Russia, dove più del 70% degli abitanti si dichiara senza religione. Ma questi fenomeni hanno spesso radici antiche, come dimostra la Francia che, dal punto di vista religioso, ancora sconta le conseguenze della rivoluzione francese e della feroce lotta antireligiosa di quel tempo. A questo punto due domande. La prima: la crisi del cristianesimo europeo si traduce in quella del cristianesimo in generale? E quindi in un problema quasi insolubile per la Chiesa nonostante il tentativo del nuovo papa di organizzare una specie di controffensiva, anche tentando di recuperare il valore religioso della domenica? La seconda: ma che ne è delle altre religioni e come reagiscono alla situazione? La prima domanda: il dramma religioso dell'Europa è meno grave di quanto sembra perché l'Europa, visto il declino della natalità, si avvia a diventare un'appendice demografica del mondo. Il cristianesimo emigra dunque in altri continenti, l'America Latina e l'Africa, dove si espande e continuano a nascere milioni di cristiani. Persino il cristianesimo americano è più vivace di quello europeo. La seconda domanda: le altre religioni sono forti e in espansione o vivono una crisi analoga? I kamikaze dimostrano che nell'Islam, ad esempio, c'è chi, pur sbagliando, si sacrifica e diventa martire per la propria religione. Il che è indice di una grande vitalità religiosa. Non diversa la situazione dell'India, differente invece quella della Cina, dove il 64% si dichiara non religioso o ateo a causa di fenomeni analoghi a quelli che hanno fortemente indebolito le religioni dell'Europa orientale nel periodo del cosiddetto socialismo reale. Dunque, guardando alla situazione nei prossimi anni, il quadro non sembra drammatico e il tentativo del papa di avviare un processo di ricristianizzazione ha delle possibilità. Ma se ci ponessimo il problema in termini di secoli e non di decenni? Il discorso diventerebbe molto più complesso e non penso di poterlo neppure impostare in queste righe.

 

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CORRIERE DELLA SERA di giovedì 2 giugno 2005

Pag 1 Ora due velocità di Franco Venturini

Dall’Olanda nuovo colpo all’Europa

 

Gli elettori olandesi hanno inferto il colpo di grazia a un Trattato costituzionale europeo che era già agonizzante dopo il « no » della Francia. Per quanto i governi dell'Unione possano trincerarsi dietro la foglia di fico del proseguimento delle ratifiche, al tramonto della Carta e delle speranze a essa collegate manca una tessera soltanto: l'annuncio che in Gran Bretagna, visti gli umori espressi da due soci fondatori dell'Ue, non si voterà o comunque non si voterà nei tempi previsti. Con tanti ringraziamenti da parte di Tony Blair, che salvo miracoli non avrebbe potuto evitare la sconfitta. Gli europeisti, che a dispetto delle apparenze continuano a essere ampia maggioranza rispetto agli euroscettici, hanno ora almeno due elementi sui quali riflettere. Il primo, che non comporta grandi tormenti, è scritto sul calendario. Il secondo, che tocca invece gli ideali e le emozioni del progetto integrazionista, riguarda il modello di rilancio di una Europa che non vuole morire sotto le rovine del suo tempio costituzionale. Il calendario ci comunica alcune cose sgradevoli. Ci dice per esempio che tra appena quindici giorni una Unione malridotta dovrebbe trovare la volontà politica di accordarsi sul nuovo bilancio comunitario, premessa indispensabile perché l'Europa agisca e distribuisca aiuti nei prossimi sei anni. Divisi fino a ieri, è possibile ma non è probabile che i Venticinque si scoprano uniti a seguito delle batoste francese e olandese. E il pericolo di una paralisi suicida, allora sì, rischia di prendere consistenza. Ci dice ancora il calendario che in Germania si voterà nel prossimo autunno, in Italia a primavera del 2006 e in Francia nel 2007. Se Chirac avesse imitato De Gaulle e si fosse dimesso, l'attesa di una ripartenza non sarebbe risultata eccessiva, ma così come stanno le cose è difficile immaginare un sussulto di iniziativa europeista prima di un paio d'anni. Perché l'ex asse franco tedesco resta insostituibile per rilanciare l'Unione e anche perché, almeno a Parigi, soltanto un nuovo capo dell'Eliseo può avere la credibilità necessaria per guardare avanti. Due anni, dunque. E l'errore più grave quello, che davvero renderebbe irreversibili le sconfitte referendarie di questi giorni, sarebbe di trascorrerli infilando la testa nella sabbia. Eludendo la realtà, oppure affidandosi a un europeismo declamatorio come troppo spesso accade in Italia. Dato per acquisito che nell'attesa l'Unione non affonderà (se riuscirà a darsi un bilancio), rimane da capire come mai un certo numero di popoli europei contarli è impossibile a cause delle diverse procedure di ratifica ce l'abbiano con l'Europa. Le risposte di fondo esistono: paura del liberismo economico, paura dello smantellamento dello Stato sociale, paura dell'allargamento, paura della perdita di sovranità, paura dello scambio iniquo di competenze con una Europa che non sa rispondere alle crisi congiunturali e non offre nemmeno la consolazione di una forte identità internazionale. Se questi sono i sintomi che oggi angustiano l'Unione, il rimedio non può essere cercato in un ritorno alla « via elitaria » che ha finora guidato la costruzione europea. Ben al contrario, occorre riflettere e discutere, da oggi, su alcune grandi questioni che terranno banco nel futuro europeo. Come gestire il capitalismo globalizzato senza tradire una radicata cultura europea nella quale non trova posto il liberismo senza freni? La Costituzione in verità non apriva le porte al liberismo, ma tant'è, il segnale è lanciato. E la ricerca di una terza via riformista può essere l'unica risposta valida. Quel che accade e accadrà in Germania, dove le riforme vengono tentate, conta per l'Europa di sicuro più del « no » franco olandese. Può diventare democratica una costruzione elitaria e tecnocratica quale è l'Europa? La scelta non esiste, la risposta sarà sì o non ci sarà più Europa. Può l'Unione raccogliere l'inquietudine dei suoi cittadini, cercare i rimedi sollecitati e insieme allargarsi fino a diventare ingestibile? Sarà forse questa più di altre la chiave decisiva per il futuro modello europeo. Una concezione di Europa come mercato non richiede mutamenti di rotta. Ma per chi ancora crede all'ambizione di una Europa politica la via diventerà obbligatoriamente quella dell'Unione a più velocità. Con due gironi interdipendenti, l'uno destinato a far da portabandiera dell'integrazione restringendosi e l'altro impegnato a stabilizzare e a democratizzare allargandosi (alla Turchia, all'Ucraina, ai Balcani). I rischi sono alti, gli strumenti legali restano da inventare. Ma l'alternativa al cambiamento è continuare a deludere i popoli e vivere il declino definitivo dell'Europa senza nemmeno riconoscerlo.

 

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Pag 3 “Vittorie masochiste, fanno comodo dalla globalizzazione” di Bernard-Henry Lévy

 

Il « no » francese al Trattato — come del resto il « no » olandese — farà il gioco, checché se ne dica, di chi riteneva che l'Europa avanzasse troppo in fretta. E' già accolto come la migliore notizia del momento da chi era inquieto per un'alleanza franco tedesca troppo duratura, troppo fraterna, fra Paesi protagonisti delle guerre mondiali del XX secolo. Riempie di letizia i nazionalisti serbi, croati, albanesi o anche turchi, va al di là delle aspettative più folli di coloro che, sul continente, vedevano di malocchio imporsi quello strano regime di cittadinanza dove le appartenenze nazionali, etniche, religiose, cominciavano a riconoscere, al di sopra di sé, la nuova sottomissione a un'Idea. Putin, che cerca di avere belle maniere, probabilmente farà il signore e rivolgerà all'amico Chirac le sue condoglianze rattristate; ma anche lui l'ha scampata bella; sa che il galletto gallico, prendendo il mondo a testimone della sua ebbrezza autistica, gli ha appena offerto l'agognato diversivo: chi altri avrebbe potuto allarmarlo se non un'Europa che progredisce, dotata di un esecutivo rafforzato e che parla attraverso la voce di un ministro degli Esteri comune? Chi, se non un grande vicino spinto da una rinnovata speranza e portatore di valori costituzionalmente suggellati, avrebbe potuto preoccuparsi, e forse intimargli di arrestare i massacri di civili in Cecenia? Il « no » francese fa comodo ai signori della guerra africani, i quali sanno che la Francia, da sola, non attaccherà mai briga con loro e che l'ultima speranza di quelle popolazioni affamate, massacrate, umiliate, riposava su una forza d'intervento diplomatica e militare europea. Il « no » francese fa il gioco dei cinesi e degli indiani le cui ambizioni potevano essere frenate soltanto dal Trattato, con la sua batteria di regolamenti; regolamenti che, non lo ripeteremo mai abbastanza, introducevano maggiori obblighi e norme nella libera competizione del commercio internazionale. Fa il gioco, negli Stati Uniti, di persone che non sono particolarmente antifrancesi e che addirittura fin dall' estate prossima sono disposte a venire in Francia per degustare i nostri vini e il nostro latte di pecora, ma trovano giusto che meno si è folli e più si ride, meno si è grandi attori sulla scena economica e meglio sta l'economia mondo americana. In generale, e a breve termine, questa vittoria masochista e dal gusto amaro farà comodo a quello che i no global chiamano il grande capitale. Eh sì, elettori che pretendevate d'essere illuminati ma che non avete saputo guardare al di là del naso di Olivier Besancenot (portavoce della Ligue comuniste révolutionnaire, ndt), la scelta degli uomini è una cosa, quella del sistema è un' altra e presto scoprirete che, nonostante il voto popolare ostentato da tale o tal'altra figura della Borsa, il sistema ha tutto da guadagnare da un'Europa dove i controlli saranno meno numerosi, i servizi pubblici meno garantiti e dove la probabile flessione dell'euro farà da doping ai conti delle imprese. Nella stessa Francia, occorreva solo osservare e ascoltare; domenica scorsa bastava stare davanti alla televisione per capire quel che era in gioco. Perché Laurent Fabius non s'è fatto vedere? Perché, fra i sostenitori del no « di sinistra », c'era quello strano, palpabile, disagio? Perché in quel certo leader ecologista abbiamo visto lampi di panico nello sguardo, mentre ci aspettavamo lampi d'esultanza? Perché hanno sufficiente udito, almeno loro, per sentire Marine Le Pen denunciare « l'élite politico mediatica » con le stesse parole utilizzate pochi minuti prima da Henri Emmanuelli per fustigarla. Perché i più cinici di loro, quelli che più sfrontatamente hanno fatto leva su paure, xenofobie, riflessi nazionalisti e sciovinisti, si sentono comunque in imbarazzo nel ritrovare le proprie parole, quasi la propria voce, nella bocca beffarda del vecchio Le Pen. Perché, anche se non si sa nulla della storia del proprio Paese, anche se non si crede a ciò che d'inconscio c'è in una lingua e ai suoi oscuri percorsi, si capisce che c'è qualcosa che non va quando, grazie a un sisma politico, nel paesaggio da fine battaglia che s'improvvisa in uno studio televisivo, ci si ritrova piazzati geograficamente, e ben presto « semanticamente » , accanto a leader d'estrema destra che la vigilia venivano trattati come fascisti e contro i quali — notiamolo bene, poiché questo fu l'altro avvenimento della serata — d'improvviso non si trova più niente da dire. E all'idraulico france se o olandese che forse crede, l'indomani del referendum, di scampare all'idraulico polacco; al lavoratore « delocalizzabile » al quale si è nascosto con cura che sarà « delocalizzato » molto prima nell'Europa del trattato di Nizza che non in quella che si stava costruendo; al contadino francese che da trent'anni viene irresponsabilmente illuso che tutta la colpa è dell' Europa e che la sua salvezza può arrivare solo da un voto di rottura, restano gli occhi per piangere e forse per leggere finalmente — ma troppo tardi — il testo nato morto che una campagna di disinformazione senza precedenti ha gettato in pasto ai cani dei populismi di destra come di sinistra.

 

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LA REPUBBLICA di giovedì 2 giugno 2005

Pag 1 Dov’è finito il cattolico disobbediente di Gad Lerner

 

E’ tutta un’altra faccenda, d’accordo. La pretesa di stabilire per legge l’indissolubilità del matrimonio non è comparabile, sul piano etico, al divieto di manipolare embrioni considerati già persone (anche se nessuno ha risposto alla domanda di Franzo Grande Stevens: ma allora perché il diritto canonico non ne prevede il battesimo?). Con tutte le debite distinzioni, però, fa ugualmente impressione volgere lo sguardo all’Italia cattolica di 31 anni or sono, l’Italia del 1974 messa sottosopra dal referendum sul divorzio voluto dalla Cei e dalla Democrazia cristiana di Amintore Fanfanì per abrogare la legge Fortuna-Baslini entrata in vigore nel 1971. Quel referendum che Enrico Berlinguer era sicuro di perdere; quando un dirigente comunista come Fernando Dì Giulio, mettendo le mani avanti, sentiva il bisogno di rassicurare il lavoratore per il quale «non vi era stato, né mai vi sarebbe stato, un problema di divorzio». Quella vittoria schiacciante del 12 maggio 1974, col 59,3% di no all’abrogazione del divorzio, che Pier Paolo Pasolini liquidava malinconicamente come metamorfosi antropologica dei ceti medi: non «una vittoria del laicismo, del progressismo, della democrazia, niente affatto». Ma piuttosto l’affermazione «dell’ideologia edonistica del consumo e della conseguente tolleranza tipo americano... Un vuoto che attende di essere colmato da una completa borghesizzazione». Adesso la Conferenza dei vescovi italiani è di nuovo impegnata, come e più di allora in una campagna referendarìa, consegnando ai cattolici un’indicazione, stavolta astensionistica, più che mai vincolante. Come ha dichiarato il Prefetto emerito del Tribunale della Segnatura apostolica, cardinale Francesco Pompedda: «Non aderire all’invito di astenersi non è passibile di scomunica: ma il cattolico deve sentire la voce di prudenza del suo vescovo e, se non l’ascolta, compie una grave e imprudente disobbedienza». Proprio così, disobbedienza. Un’ingiunzione che potrebbe avere avuto un peso in talune dichiarazioni astensioniste: da quella del vecchio clericale Giulio Andreotti, che in precedenza si era detto intenzionato a votare; a quella del giovane cattolico ulivista Enrico Letta. Fatto sta che sulla materia del contendere — procreazione assistita, manipolazione degli embrioni — e sulla indicazione di boicottaggio del referendum, dalla galassia cattolica italiana non giunge certo l’eco di discussioni appassionate, prevalendo semmai disciplina frammista a un diffuso torpore. Imbarazzante diviene così il paragone col tumultuoso, appassionato dibattito che scuoteva le associazioni cattoliche e le parrocchie in quel fatidico 1974. Altro che la calma piatta nelle Acli, nella Cisl, nell’Azione cattolica del 2005! Per un poderoso Davide Maria Turoldo,predicatore della chiesa ambrosiana di San Carlo, all’epoca schierato sul fronte del “no”, oggi trovi al massimo un don Gino Rigoldi che dalla periferia milanese osa dichiarare: il 12 giugno andrò a votare. Né sapremmo indicare il corrispettivo del drammatico dissenso costato all’abate Giovanni Franzoni, superiore della Basilica di San Paolo, e dunque equiparabile a un vescovo, la sospensione a divinis. D’accordo, erano trascorsi appena nove anni dalla conclusione del Concilio Vaticano Il. Ma quelle 92 firme in calce all’appello dei cattolici per il”no”,pubblicato il 17 febbraio 1974, rivolto “a tutti i democratici di fede cristiana, affinché rifiutino col loro voto la proposta abrogazionista”, indicavano un fermento e una vitalità oggi purtroppo impensabile. Non era solo l’eccentrica protesta di una suora come Marisa Galli, approdata nelle file radicali. C’erano personalità di grande rilievo ecclesiale, il fior fiore del sindacalismo e dell’associazionismo di base, a ben cercare c’erano più o meno tutti quei giovanotti che da Pietro Scoppola a Arturo Parisi, da Tiziano Treu ai fratelli Prodi, vent’anni dopo avrebbero progettato l’esperienza politica e culturale dell‘Ulivo. Insieme ad alcuni padri nobili come Pasquale Saraceno, Raniero La Valle, i fucini Alberto e Gianni Toniolo. E poi giornalisti come Guglielmo Zucconi, Mario Pastore, Nuccio Fava, Sandro Magister. Compatto il laboratorio bolognese de “Il Mulino”, da Ezio Raimondi a Luigi Pedrazzi, fino ai fratelli Valerio e Fabrizio Onida. Ma se l’appello fu avvertito come uno scricchiolio sinistro nelle curie vescovili, lo si deve soprattutto alla presenza fra i firmatari di intellettuali moderati, da sempre riferimento diretto dei monsignori, stavolta invece pronti a una scelta lacerante: gente come il bresciana Stefano Minelli, direttore della Morcelliana, il bolognese Giuseppe Alberigo, il genovese Nando Fabro, direttore della rivista “il Gallo”, Ettore Passerin d’Entreves, Paolo Brezzi, Giorgio Battistacci. Sul fronte antidivorzista, al fianco di Sergio Cotta, Augusto Del Noce, Gabrio Lombardi, la Cei era riuscita a schierare solo una personalità del progressismo cattolico come Giorgio La Pira. Nessun altro. Neanche da dire che i dissidenti potessero giocare di sponda con un qualche sostegno politico nel Palazzo: Ermanno Corrieri notava con stupore e amarezza come la sinistra democristiana avesse fornito unanime i suoi voti, nella direzione di piazza del Gesù, alla temeraria crociata di Fanfani. Nonostante ciò, fiorirono le prese di posizione autonome dei cristiani più impegnati sul fronte del lavoro e della giustizia sociale: dirigenti della Cisl come Luigi Macario, Pierre Carniti, Franco Bentivogli, Sandro Antoniazzi, Cesare Del Piano, Alberto Tridente, Mario Colombo, Eraldo Crea; e ovviamente gli aclisti Geo Brenna, Lorenzo Cantù, Emilio Gabaglio. “Da cristiano ho imparato una cosa fondamentale: la fede non si impone ma si testimonia», scriveva quest’ultimo. E citava la Dignitatis humanae, cioè la dichiarazione del Concilio sulla libertà religiosa: “L’esercizio della religione, per sua natura, consiste in atti interni e liberi, i quali non possono essere comandati né proibiti da un’autorità puramente umana». Per concludere, sempre Emilio Gabaglio: “Non esiste un modello cristiano di scuola, di sindacato, di partito, di civiltà, non esiste un modello cristiano di famiglia». Da formidabile comiziante, Pierre Carniti aggiungeva: “Altro che divorzio, l’unità della famiglia è minacciata dal lavoro a turno». Qualcuno riesce a immaginarsi prese di posizione altrettanto vigorose dentro alla Cisl di Savino Pezzotta o dentro le Acli di Luigi Bobba? Beato chi si accontenti di rispondere: meglio così, vuoi dire che oggi i cattolici italiani sono uniti e compatti, tranne poche eccezioni, sulla linea del cardinale Camillo Ruini. E’ vero, le liste di sacerdoti che andranno a votare pubblicate dall’agenzia Adista risultano striminzite. Così come l’analogo proposito manifestato da un solo vescovo pugliese. Ma neppure si potrà sostenere che nelle parrocchie si mobiliti una campagna appassionata per l’astensione, o che al protagonismo giornalistico militante dell”’Avvenire” corrisponda un clima di partecipazione appassionata. La stessa scelta di avvalersi dell’arma dell’indifferenza diffusa—cumulando la propria astensione con quella dei menefreghisti — testimonia di una realtà tale che dovrebbe indurre lo stesso cardinale Ruini a evocare con rimpianto la realtà effervescente deI 1974. Non solo da allora ha fatto passi da gigante la secolarizzazione, non solo si è ridotto il numero delle diocesi e delle parrocchie, ma è proprio la vitalità del cattolicesimo italiano ad apparire cloroformizzata. La disciplina (solo in apparenza) prevalente nel 2005, si traduce in una ben magra consolazione. Rispetto al 1974 i cattolici manifesteranno probabilmente la stessa libertà di scelta, solo discutendo-ne in pubblico molto meno di allora. Non una Chiesa obbediente, semmai una Chiesa spenta dove non accade nulla di drammatico. Pacificate, in superficie, appaiono le associazioni ecclesiali. Ma anche molto più vuote. Certo al consiglio nazionale dell’Azione cattolica non accade più come nel 1974 di vedersi costretto a ritirare un documento critico sul referendum, per decisione inappellabile della Cei. Ma lo stesso fronte dei vescovi appare sì meno diviso —lo sarà davvero? — eppure meno aderente alle contraddizioni del popolo dei credenti. Dov’è mai quel cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino, che il 12 marzo 1974 esprimeva rispetto per i cattolici anti-abrogazionisti, negando che le differenze d’opinione potessero ledere la comunione ecclesiale? E quell’altro arcivescovo di Ravenna, Salvatore Baldassarri, che l’anno successivo verrà rimosso anche per le sue critiche al referendum? E quei venticinque parroci romani che il 21febbraio 1974 dichiaravano: «Ci sembra pastoralmente scorretto e nocivo alla Chiesa prendere parte per l’una e per l’altra soluzione del quesito proposto)). Da buoni profeti, mettendo le mani avanti sul futuro: “L’esito del referendum non dovrà essere preso come giudizio statistico su battezzati ubbidienti o disubbidienti alla Chiesa, né come vittoria o sconfitta della tradizione cattolica italiana”. Trentuno anni dopo sarà pure tornato il tempo dell’obbedienza, come indica il cardinale Pompedda (votare sarebbe “grave e imprudente disobbedienza»), ma appare un tempo più sordo, un tempo di sconfitta spirituale.

 

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IL GAZZETTINO di giovedì 2 giugno 2005

Pag 1 Brigate rotte di Luigi Bacialli

 

Per una volta i terroristi che, in questo Paese lastricato di cadaveri e di impuniti, si sono macchiati di un barbaro delitto, probabilmente passeranno il resto dei loro giorni in carcere. E non tanto per l'insolita pena comminata ieri dai giudici di Bologna, ché in fondo già in passato qualche brigatista era stato condannato all'ergastolo. Quanto per l'oggettiva impossibilità per le nuove Brigate Rosse di pentirsi e di collaborare con la giustizia consentendo, come in passato, l'arresto di altri brigatisti: non essendovene altri, di terroristi, in circolazione da tirare in ballo. Desdemona Lioce e i suoi degni compari, cioè la combriccola armata che trucidò a Bologna il professor Marco Biagi, nonché quel Galesi morto nella sparatoria in cui perse la vita l'agente della Polfer Emanuele Petri, non erano e non sono degli irriducibili decisi a non tradire i compagni e la vecchia causa sovversiva, ma più semplicemente una banda di svitati che sognavano di riprodurre nel Duemila una specie di tragicomica fiction degli anni di piombo. Dei piccoli insospettabili borghesi annoiati e frustrati che volevano emulare gli "eroi" di via Fani e si sono ritrovati invece frantumati nelle nuove Brigate Rotte. I cinque terroristi che hanno partecipato al vile, sconvolgente omicidio del giuslavorista colpevole, ai loro occhi, di avere partorito la flessibilità del lavoro, non hanno le sponde, i fiancheggiatori, le protezioni, le guarentigie e i salvacondotti di cui godettero i loro più illustri ed esperti predecessori. Sono stati tutti individuati, sia pure dopo un casuale controllo su un vagone ferroviario, dagli inquirenti. E non dopo la classica soffiata di chi, per convenienza, si spacciava per folgorato sulla via di Damasco. Non sono stati venduti in cambio di qualche sconto di pena, così come fece Marco Barbone, il killer di Tobagi, rivelando i nomi dei complici e ottenendo, per il reato di omicidio e grazie alla legge sui pentiti, una pena ridicola, pochi scandalosi mesi di prigione. Perché altrimenti, condannati al carcere a vita, sarebbero tornati in libertà dopo pochi anni. Come è accaduto con i killer di Moro, e con coloro che pur avendo ammazzato come cani gli ingegneri Sergio Gori e Giuseppe Taliercio da tempo sono, qui nel Nordest, liberi come l'aria. Da più parti, ieri, la sentenza dei giudici di Bologna è stata definita "importante". È vero, e non tanto perché rende giustizia, nella patria del buonismo verso i terroristi e dell'indifferenza per i parenti delle vittime, a una famiglia tanto duramente colpita. Ma perché dovrebbe porre fine a tutti i discorsi di amnistie e di indulti a favore di terroristi di sinistra e di destra che abbiano commesso delitti tanto gravi. I germi della criminalità e dell'eversione si diffondono e provocano patologie gravi là dove gli Stati vivono fasi di perdurante instabilità e si mostrano deboli e indulgenti con chi pratica la violenza e approfitta di leggi permissive e mai applicate. Non serve, in uno Stato di diritto, la repressione, ma la prevenzione e la certezza della pena. Altrimenti gli Izzo considerati recuperati e cui viene concesso il permesso premio, o i mafiosi ai quali viene accordata la libertà vigilata o i domiciliari, continueranno a far scorrere disinvoltamente il sangue. La sentenza che ha condannato all'ergastolo i cinque assassini di Marco Biagi e che, strano ma vero, non ha concesso attenuanti nemmeno all'imputato che ha fatto da palo, è un monito per quanti, spesso giovani sbandati e senza prospettive, sono tentati dalla strada del terrorismo. Il messaggio è molto chiaro: anche nella culla dell'illegalità diffusa dove farla franca è la prassi, finalmente chi toglie la vita a qualcun altro rischia di passare tutta la vita dietro le sbarre. In altri Paesi è lapalissiano. Ma nell'Italia in cui la criminalità organizzata e terroristica l'ha sempre fatta da padrone risultando poi incolpevole, si tratta di una svolta epocale.

 

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IL FOGLIO di giovedì 2 giugno 2005

Pag 3 Ribellarsi è giusto, astenersi è giusto 

Primo bilancio della campagna referendaria: punire gli intolleranti

 

L’aggressione ai diritti umani, per la prima volta al centro di una campagna concepita dalla sinistra laica e libertaria, ha fatto emergere un risvolto molto sgradevole, l’insulto reiterato e sistematico alla libertà di parola e al pluralismo politico, civile e culturale. Volevano impostare la guerra abrogazionista contro una legge laica e di compromesso, che autorizza la fecondazione artificiale e la regola in nome del bilanciamento dei diritti delle donne, della scienza e degli embrioni umani concepiti in provetta, con un’argomentazione che saltava a pie’ pari l’oggetto della disputa, la decisione intorno al fatto se l’embrione umano sia qualcosa o qualcuno. Fallito il progetto, vistisi perduti, hanno scartato come cavalli pazzi e si sono messi a dare di miserabile alla scelta astensionista, parlano ridicolmente di parrocchie militarizzate, rispolverano l’armamentario più trito del più vecchio anticlericalismo, e adesso chiedono ai sostituti procuratori della repubblica di incriminare i preti che predicano l’astensione, costituzionalmente protetta dalla clausola del quorum necessario a convalidare un referendum e storicamente inventata da Marco Pannella nel 1985 (referendum della scala mobile). Invece di argomentazioni liberali, minacce di galera per gli interlocutori, deformazione grottesca della disputa, imposizione virtuale di un pensiero unico obbligatorio. Noi eravamo, e lo abbiamo scritto, contro la scelta dell’astensione, perché determina un’insana alleanza con il partito dell’indifferenza e perché è segno di insicurezza. Ma di fronte a tanto boriosa e orgogliosa sicurezza, di fronte all’alleanza del partito del “sì” con il partito opposto del “no”, anch’essa ambigua perché fondata sulla commistione di opinioni opposte al fine di abrogare una legge giusta, passiamo volentieri all’astensione. E soprattutto passiamo oltre perché non cascheremo, come non siamo cascati finora, nella trappola di parlare del niente quando in gioco c’è tutto. Il “noi” come sempre vale per la linea editoriale di un giornale come questo, quanto al come votano i foglianti, professionisti e cittadini liberi come pochi nelle loro opinioni, sarà come sempre un pezzo liberale e corretto di ricognizione a dirlo ai lettori, lo facciamo da quando siamo nati e siamo l’unico giornale a farlo con risultati sempre sorprendenti. Ma la linea dell’astensione è ormai la linea della ribellione all’incenso laicista e al suo aroma insopportabilmente asprigno: ribellarsi è giusto, astenersi è giusto.

 

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